GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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ECONOMIA - page 5

In Francia cresce l’opposizione contro i TTIP

ECONOMIA/EUROPA di

Hollande: “Accordo impossibile prima della fine dell’anno”

Si parla ormai da alcuni mesi del Transatlantic Trade Investment Partnership (TTIP) tra  Europa e  Stati Uniti. Per spiegarla in maniera molto semplicistica si tratta di una serie di accordi commerciali tra Europa e Usa che vedrebbero come primo effetto immediato quello della diminuzione di barriere economiche che intercorrono tra i due mercati occidentali, con due principali imminenti conseguenze: se da un lato verrà favorito ancora maggiormente l’export di prodotti made in Europe, l’altra faccia della medaglia prevede anche l’immissione di prodotti a stelle e strisce nei nostri mercati.

Le polemiche fino a questo momento sono state incentrate proprio su questo ultimo punto. Molti dei prodotti che arriverebbero dal mercato statunitense infatti non rispetterebbero i canoni delle normative europee in materia di OGM e in generale di presenze di alcune sostanze in generi alimentari e non, che superano le soglie previste in Europa.
Banalizzando: un prodotto geneticamente modificato, proveniente dagli USA, potrebbe avere un costo (ma anche una qualità) inferiore, con la conseguenza che ci potrebbe essere una crisi delle alternative “di qualità” proposte dal mercato europeo.

A questo proposito  il Ministro francese per il Commercio Estero Matthias Fekl, ha dichiarato che nella prossimo consiglio dei ministri dell’economia europei che si terrà il 22 settembre a Bratislava, la Francia non ha il supporto politico per la ratifica dei trattati . Ricordiamo che nonostante i quattordici round di trattative che si sono concluse senza esito, il portavoce della Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato lo scorso 29 agosto che le trattative sono ancora aperte.

Il popolo francese però sta iniziando a sollevare il suo malcontento così come quello tedesco. Entrambe le cittadinanze temono  delle ripercussioni molto gravi nel settore dell’agricoltura. Lo stesso presidente François Hollande ha dichiarato  il 30 agosto,  nel corso della settimana degli Ambasciatori, che “ Gli accordi non si raggiungeranno prima della fine dell’anno. Le trattative sono assenti, le posizioni non sono chiare e lo squilibrio evidente. Quindi credo che sia meglio analizzare lucidamente i fattori prima di continuare un discorso che non abbia delle basi solide e definite. Ritengo che la cosa migliore sia informare tutte le parti in causa che la  Francia non intende dare la sua approvazione in queste condizioni, ovvero senza le basi per una risoluzione positiva. La Francia vi prepara ad una visione realistica e non vuole creare illusioni: sarà impossibile concludere le trattative prima della fine del mandato dell’attuale Presidente degli Stati Uniti “.

Parole decise e pesanti quelle del presidente Hollande, che si trova in aperto contrasto con quanto dichiarato dalla sua corrispettiva tedesca . Se la Francia riuscirà a mantenere forti le sue posizioni, l’amministrazione Obama, al termine del suo mandato, non riuscirà a vedere la fine di queste trattative estremamente lunghe e complesse.

Laura Laportella

Abuso di posizione dominante nei trasporti marittimi italiani

ECONOMIA/EUROPA di

In commissione Europea è stata presentata una interrogazione parlamentare per spingere l’autorità a verificare se il mercato italiano del trasporto marittimo sia effettivamente equilibrato.

L’interrogazione è stata presentata dall’Europarlamentare Maullu di Forza Italia che ha voluto sottolineare come le recenti operazioni di acquisizione verificatesi in Italia possano danneggiare i cittadini, “L’interrogazione che ho depositato – ha dichiarato Maullu –  chiede alla Commissione europea di attivarsi per vietare atteggiamenti di abuso della posizione dominante sul mercato interno. Il libero mercato deve sempre garantire una sana concorrenza, con il miglioramento dei servizi, l’affidabilità delle linee e l’equilibrio delle tariffe”

La stessa  l’Autorità Garante per la Concorrenza e il mercato italiana  ha rilevato come l’acquisizione della società Moby da parte della Compagnia Italiana Navigazione che fa’ riferimento al Gruppo Onorato Navigazione, sia di fatto un aggregazione superiore al massimo consentito.

Lo scorso 25 febbraio 2016 è stata presentata la nuova compagine del gruppo Onorato Navigazione che ad oggi comprende le società Tirrenia, Toremar e Moby diventando il primo gruppo passeggeri del Mediterraneo con una flotta di 64 navi, 4.000 occupati, 6,2 milioni di passeggeri trasportati, 25 porti collegati, 33mila viaggi effettuati nell’ultimo anno.

A Brussels  l’on. Maullu ha presentato nei giorni scorsi l’ interrogazione parlamentare per spingere la commissione ad una valutazione delle condizioni di mercato dei trasporti marittimi in italia, “ C’è un’effettiva mancanza di sana concorrenza sulle rotte dei traghetti che collegano il continente alla Sardegna” ha dichiarato Maullu a seguito della sua iniziativa “ L’avvicinarsi dell’estate fa emergere questo problema con maggiore forza, i cittadini e i turisti che vogliono raggiungere l’isola si vedono applicate tariffe molto alte e condizioni poco vantaggiose rispetto ad altre mete turistiche”

Una situazione ben nota all’antitrust italiano che nel mese di aprile ha denunciato la CIN ( Compagnia italiana di Navigazione) di posizione dominante nei trasporti marittimi

L’analisi svolta dal AGCM  ha evidenziato che le rotte tra  Civitavecchia-Olbia e Genova-Olbia, hanno subito negli ultimi anni una forte contrazione, determinando l’uscita di tutti gli operatori ad eccezione di CIN e Moby che sono parte dello stesso gruppo.

In questo contesto, CIN, pur essendo partecipata per una quota del 40% da Moby, si è comportata nei confronti di quest’ultima come un operatore in concorrenza,  così acquisendo crescenti quote di mercato ai suoi danni nelle stagioni estive 2013 e 2014.

Il mercato di fatto non presenta un numero adeguato di concorrenti che possano permettere una offerta di prezzi  in competizione a favore dei clienti finali e soprattutto ai danni di quella che veniva considerata continuità territoriale per i residenti delle isole maggiori che si vedono oggi penalizzati negli spostamenti da e per il continente. Su questo tema le altre compagnie di navigazione mantengono il riserbo e non concedono interviste o dichiarazioni .

L’interrogazione dell’Europarlamentare sembra avere lo scopo di spingere le istituzioni comunitarie a vigiliare sull’effettivo rispetto delle norme garanti della concorrenza e che siano effettivamente applicate misure tali da favorire un libero mercato come indicato dall’ACGM italiana che ha sentenziato che  di l’acquisizione da parte di Onorato Partecipazioni S.r.l. del controllo esclusivo di Moby S.p.A. e di Compagnia Italiana di Navigazione S.p.A., sia determinante nella costituzione di una  posizione dominante nel mercato dei servizi di trasporto marittimo di passeggeri, autovetture e merci sulle rotte Genova – Olbia e Civitavecchia – Olbia.

Le isole maggiori affrontano così una nuova stagione turistica con un calo delle presenze costante negli ultimi anni causato in primis dai costi di trasporto marittimo, calo che danneggia l’economia della Sardegna già fortemente provata dalla crisi e che vede nel settore turistico la sua unica possibilità di resistere alla crisi.

The Panama Papers: i potenti del mondo alla sbarra

ECONOMIA di

“Non è stata una bella settimana!” . Con queste parole il Premier Britannico David Cameron si è presentato agli elettori commentando la vicenda che lo ha visto protagonista nell’ambito dell’inchiesta Panama Papers.

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Cameron sostiene di non aver mai evaso il fisco inglese ed è addirittura arrivato a rendere pubblica, per la prima volta nella storia di Downing Street, la propria posizione finanziaria fin dal suo primo anno di premierato, il 2010.

Nell’imbarazzato tentativo di ricostruirsi credibilità presso un elettorato a cui ha chiesto per anni austerità e rinunce e che è meno avvezzato di altri a perdonare le debolezze dei propri leader, il Premier si è giustificato sostenendo che le quote di società off-shore di cui sarebbe titolare deriverebbero esclusivamente dal lascito ereditario del padre, Ian Cameron, finanziere di spicco della City per decenni.

Decisamente più amara la sorte del Premier dell’Islanda,  Iolander Sigmundur, che, di fronte ai concittadini che ancora faticano a riprendersi dalla grande crisi del 2008, è stato costretto a dimettersi per aver fatto operazioni off-shore per mettere al sicuro i propri risparmi.

Coinvolto anche Vladimir Putin: anche se il suo nome non è uscito direttamente, sono molto gli indizi che lo associano a numerose società panamensi. Il Cremlino ha reagito alla notizia gridando al complotto americano e censurando i media.

Niente al confronto del Great Chinese Firewall, il sistema che impedisce ai cittadini della Repubblica Popolare di navigare su Internet alla ricerca di fonti di informazione libere circa il coinvolgimento del Gotha del Partito Comunista: fra i tanti nomi spicca quello di un nipote di Mao, con buona pace di generazioni di rivoluzionari.

Senza contare i leader dei paesi arabi, o Victor Poroshenko dell’Ucraina, o le stelle dello sport, con icone quali Jarno Trulli o Lionel Messi, bandiera della nazionale Argentina di calcio e del Barcellona.

In Italia fino ad oggi sono usciti i nomi eccellenti di Luca Cordero di Montezemolo (che smentisce), lo stilista Valentino, Barbara D’Urso e Carlo Verdone (!). Ben più serio il coinvolgimento di numerosi istituto bancari.

TAX HAVENS

“The Panama Papers” è il nome ufficiale di un’inchiesta condotta dall’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ), un network internazionale di testate per il giornalismo d’inchiesta.

Richiamando l’inchiesta degli anni ’70 denominata “Pentagon Papers”, un team internazionale di professionisti (il cui terminale per l’Italia è il settimanale l’Espresso) per più di un anno ha esaminato una sterminata mole di dati e verificato le informazioni che ne venivano fuori, fino ad arrivare alle pubblicazioni di questi giorni.

L’inchiesta ha preso il via grazie ad un whisteblower che circa un anno e mezzo fa ha sottratto 2,8 terabyte di dati dall’archivio dello studio legale panamense Mossack Fonseca, specializzato nella creazione di società off-shore.

Lo studio, operante dal 1977 e mai indagato prima, ha al suo attivo la creazione di 215.000 società in 204 paesi con il coinvolgimento di più di 14000 intermediari finanziari.

L’hacker ha “passato” tutto il materiale alla testata tedesca Suddeutsche Zeitung che, vista la mole di lavoro, ha coinvolto l’ICIJ.

Il risultato è uno dei più grandi scoop della storia del giornalismo, diramato in diretta streaming mondiale da centinaia di testate diverse e destinato a tenere banco per i prossimi mesi, con conseguenze che si protrarranno forse per anni.

WHERE ARE THE AMERICANS?

Mentre il fragore suscitato dalle rivelazioni non accenna a diminuire, alcuni si sono posti la domanda, considerato il relativamente basso numero di americani coinvolti. Tanto più strano se si pensa agli strettissimi rapporti vigenti fra Washington e il Paese dello Stretto.

Ci si sarebbe aspettato una maggiore presenza di personaggi legati al big business a stelle e strisce, invece no, solo nomi di seconda e terza fila. E’ quanto ha cercato di appurare anche la testata Politico, influente magazine web. Fra le ragioni che giustificherebbero la vicenda ci sarebbero la diffidenza degli americani verso Panama a favore di altri paradisi fiscali, la relativa facilità con cui aggirare il sistema impositivo all’interno degli stessi Stati Uniti, il virtuosismo yankee che determina una percentuale di evasione totale limitata, circa il 4%.

L’inchiesta è appena iniziata e nuove rivelazioni si susseguono giornalmente, pertanto è ancora presto per capire se c’è qualcuno che si sta avvantaggiando dagli scossoni geopolitici che ne seguiranno.

Leonardo Pizzuti

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Al via l’offensiva economica di Teheran

L’accordo sul nucleare, reso esecutivo nel mese di gennaio, ha visto terminare molte delle sanzioni economiche che da decenni gravavano sulla Repubblica Islamica, decretando così il suo ufficiale reinserimento nella competizione economica internazionale. Tuttavia, come riferisce il Consiglio per il Discernimento, l’ostilità di molti paesi è ancora viva, così come la volontà di frenare la ripresa economica del paese. Parallelamente, la stessa fiducia dell’Iran nei confronti, ad esempio, di alcuni partner europei, dovrà essere riconquistata gradatamente. In altre parole, la scelta di Teheran verte ancora sull’ormai decennale strategia dell’economia di resistenza, che ha insegnato al paese a migliorare lo sfruttamento delle risorse interne e minimizzare la vulnerabilità e i danni derivanti dalle misure sanzionatorie. È proprio questa politica, infatti, che ha permesso all’economia iraniana di sopravvivere a decenni di isolamento, rimanendo (in termini di PIL) la seconda del Medio Oriente e la settima in Asia.

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L’apertura verso l’estero sarà, dunque, molto mirata: l’obiettivo è potenziare i settori chiave, continuando a sfruttare il patrimonio interno che ad oggi ha garantito buoni frutti, come ad esempio le infrastrutture industriali e l’industria petrolchimica. Priorità è data, perciò, agli investimenti dall’estero, all’aumento delle esportazioni di prodotti non petroliferi e al come ovviare al problema delle riserve di valuta estera ancora congelate dalle sanzioni. Nel momento in cui l’attenzione internazionale è concentrata sulla lotta all’ISIS, Teheran inizia la propria “offensiva” economica, gettando le basi per intese commerciali soprattutto con paesi asiatici e africani.

Per quanto concerne l’import-export, Iran e Russia stanno studiando la creazione di una zona di libero scambio, come ha affermato il ministro dell’Energia russo Alexsandr Novak. La prima bozza del progetto indica prodotti metallici e chimici come oggetto principale dell’export russo verso l’Iran; dall’Iran, invece, arriverebbero rifornimenti di frutta e verdure per un ammontare annuo di un miliardo di dollari, una crescita rilevante rispetto ai circa 194 milioni attuali.

Accordi significativi anche con il Vietnam. I due paesi mirano a incrementare il volume dei rapporti commerciali da 350 milioni a 2 miliardi di dollari nell’arco di cinque anni, con progetti in diversi settori, dall’agricoltura, al turismo, all’energia alle innovazioni tecnologiche. Al fine di favorire la cooperazione, è stato siglato anche un Memorandum of Understanding tra le rispettive banche centrali. Trattative in corso anche con la Turchia di Erdogan, la Costa d’Avorio e diversi paesi africani, che si dichiarano propensi a potenziare i rapporti economici con la Repubblica Islamica. I progressi compiuti da quest’ultima nel settore energetico, sanitario, tecnologico e delle infrastrutture la rende, infatti, un partner ideale per soddisfare le diverse esigenze del continente nero.

Per quanto riguarda il settore energetico, due i progetti principali in ballo. Il primo riguarda la costruzione di un gasdotto sottomarino che colleghi l’Iran all’India: 1.400 km di infrastruttura che permetterà di aggirare la zona economica esclusiva pakistana, portando in India fino a 31,5 milioni di metri cubi di gas al giorno. Un investimento importante, circa 4,5 miliardi di dollari, che conferma –e premia- le buone relazioni mantenute tra le due nazioni anche durante il regime delle sanzioni. La seconda novità riguarda una collaborazione scientifica e tecnologica tra l’Elettra Sincrotone di Trieste e l’Institute for Research in Fundamental Sciences di Teheran. Punti nevralgici la formazione del personale tecnico scientifico iraniano e la progettazione congiunta di una nuova linea di luce, da impiegare sia nello studio di fenomeni chimici e biologici, ma anche nel settore industriale.

Dal Pakistan arriva una svolta importante nel settore bancario. Essendo alcune sanzioni ancora vigenti, il pagamento in dollari dei prodotti importati dall’Iran non risulta ancora fattibile. Da qui la decisione da parte degli imprenditori pakistani di aprire lettere di credito (LC) in euro, anziché nella valuta americana. In questo modo, non saranno più le banche americane ad essere le intermediare, bensì quelle europee, che non avranno dunque motivo di non autorizzare il pagamento.

Sembra, dunque, che l’Iran abbia una chiara strategia economica in mente. Da un lato puntare sulle ricchezze interne, come ad esempio il petrolio – l’Iran inizierà a collaborare con gli altri paesi produttori circa il congelamento della produzione soltanto quando l’output iraniano raggiungerà la quota di 4 milioni di barili al giorno; dall’altro, potenziare settori economici chiave, intensificando i rapporti con le medie e grandi potenze asiatiche, privilegiandole sui paesi del Medio Oriente ed occidentali, segno evidente che la diffidenza nei confronti di chi più ha beneficiato delle sanzioni è lungi dall’essere superata.

 

Paola Fratantoni

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Un nuovo consistente fondo di aiuti economici dell’Europa ai profughi palestinesi

Ieri la Commissione europea ha approvato un pacchetto di assistenza di 252 milioni e 500 mila euro per sostenere le Autorità ed rifugiati palestinesi. E questa è solo la prima parte del pacchetto di sostegno annuo dell’UE a favore della Palestina previsto per il 2016.

L’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, ha dichiarato: “L’Unione europea rinnova il suo impegno concreto per i palestinesi attraverso questo pacchetto, l’UE sostiene la vita quotidiana dei palestinesi nei campi dell’istruzione e della sanità, proteggendo le famiglie più povere e  garantendo ai profughi palestinesi l’accesso ai servizi essenziali; questi sono passi tangibili sul campo che possono migliorare la vita dei palestinesi, ma questi passaggi non sono sufficienti. Le istituzioni palestinesi devono continuare a crescere di più, devono diventare più trasparenti, più responsabili e più democratiche. Istituzioni fondamentali e inclusive, basate sul rispetto dello stato di diritto e dei diritti umani, sono cruciali in vista della creazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano. Perché quello che vogliamo raggiungere è la creazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano, che viva, in pace e sicurezza, al fianco dello Stato di Israele e degli altri vicini “.

Il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, Johannes Hahn, ha dichiarato: “L’UE rimane ferma nel suo impegno per i palestinesi e sostiene attivamente una soluzione basata su due stati La nostra assistenza per assicurare il funzionamento dell’Autorità palestinese e per sostenere i gruppi di palestinesi vulnerabili, compresi i rifugiati palestinesi, è un esempio concreto di questo impegno. Ringrazio anche tutti gli Stati membri per il loro sostegno continuo dei programmi dell’UE per questa regione tormentata, che si è dimostrato efficace”.

UNRWA-logoDel pacchetto di fondi inviato ieri, 170 milioni e 500 mila euro saranno inviati direttamente all’Autorità palestinese, attraverso il meccanismo PEGASE (Mécanisme Palestino-Européen de Gestion de l’Aide socio-Economique). Con questi fondi l’UE sosterrà l’Autorità palestinese nella fornitura di servizi sanitari ed educativi, proteggendo le famiglie più povere e fornendo assistenza finanziaria agli ospedali situati a Gerusalemme Est.

I restanti 82 milioni costituiranno un contributo al bilancio del programma di soccorso e lavori dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA). Organismo ONU che fornisce servizi essenziali per i rifugiati palestinesi in tutta la regione. Questo supporto si propone di offrire un migliore accesso ai servizi pubblici essenziali e maggiori opportunità di sostentamento per i profughi palestinesi.

Un secondo pacchetto di misure a favore dei palestinesi sarà annunciato nel corso dell’anno.

A beneficio dei lettori, precisiamo che il PEGASE è il meccanismo attraverso il quale l’Unione europea aiuta l’Autorità palestinese a costruire le istituzioni di un futuro Stato palestinese indipendente. Attraverso il pagamento delle pensioni e degli stipendi dei funzionari pubblici, assicura che i servizi pubblici essenziali continuino a funzionare. Il PEGASE fornisce anche prestazioni sociali alle famiglie palestinesi che vivono in condizioni di estrema povertà ed anche un contributo all’Autorità Palestinese per sostenere i consumi degli ospedali di Gerusalemme Est.

L’Agenzia UNRWA fornisce invece servizi essenziali per i rifugiati palestinesi in Cisgiordania, a Gaza, in Giordania, Siria e Libano. L’UE è il maggior contributore di questa Agenzia ONU specializzata. Tra il 2007 e il 2014, l’UE ha contribuito con oltre 1 miliardo di euro , tra cui 809 milioni destinati al bilancio del programma dell’ente. Inoltre, l’UE ha generosamente contribuito alle richieste dell’UNRWA nelle emergenze umanitarie e nei progetti ideati ad hoc per rispondere alle varie crisi  ed alle esigenze specifiche sorte in tutta la regione. Il partenariato tra l’UE e l’UNRWA ha permesso a milioni di rifugiati palestinesi di essere istruiti, di vivere una vita più sana, di avere accesso alle opportunità di lavoro e di migliorare le generali  condizioni di vita, contribuendo così allo sviluppo di tutta la regione.

Russia pro Assad fra Isis e business

ECONOMIA/Medio oriente – Africa/Varie di

Il politico svedese Kjell-Olof Feldt ha firmato, anni fa, questa frase “Le guerre non sono calamità naturali. Le iniziano gli uomini e possono terminarle solo gli uomini”. Ora, quella riflessione, potrebbe suonare come un monito alla luce del marasma che coinvolge l’intero pianeta. Il regime di Bashar al Assad rappresenta un problema da quando il vento della “primavera araba” ha deciso di soffiare anche sulla Siria. Quattro anni sono passati. Mesi in cui l’opposizione al Regime, dipinta dallo stesso come pacifica resistenza al governo sulla rotta di una democratizzazione abbozzata fra i capitoli della nuova costituzione, ha assunto, gradualmente per noi occidentali abituati al contrario a considerarla più aggressiva ed armata, i connotati degli sgherri del Califfato. Un errore? Assad sostiene che da sempre quei neri figuri siano il prodotto del credo estremista diffuso dall’elemento esterno chiamato Isis e non i membri della sua opposizione, al contrario pacata e civile, pronta a confrontarsi unicamente attraverso il dialogo. Alle sue capacità di pieno controllo ha sempre creduto la vicina Russia, fino alla dimostrazione inequivocabile offerta di recente dalla dichiarazione del pieno sostegno lanciata da Putin. Parole alle quali sono seguiti i fatti, dall’invio di mezzi corazzati – tank, cannoni, blindati, missili antiaereo – e uomini, alla costruzione di una base aerea vicino allo scalo di Latakia, roccaforte del governo siriano, documentata dalle immagini satellitari pubblicate da Foreign Policy. Il punto di vista della Russia è articolato. La necessità di far capitolare Assad, sostenuta da Stati Uniti e coalizione Nato, secondo Putin avrebbe l’effetto del boomerang già lanciato in passato per eliminare le dittature di Saddam Hussein in Iraq e di Muammar Gheddafi in Libia. Le condizioni sono diverse ma l’effetto sarebbe simile. Eliminare lui, significherebbe per il Cremlino, aprire definitivamente le porte al Califfato. A dichiararlo è il portavoce della presidenza russa Dmitry Peskov che nei giorni scorsi ha affermato come “La minaccia rappresentata dal gruppo Stato islamico sia evidente e l’unica forza in grado di resisterle sia l’esercito siriano”. Il forte riavvicinamento dei due paesi è avvenuto dopo la guerra del Libano. Era l’anno 2006 e la Siria, isolata dall’Occidente per il ruolo avuto in quel conflitto, chiese aiuto alla Russia che cancellò il 75% dei debiti vantati nei suoi confronti. Tutt’ora la Siria rappresenta uno dei migliori compratori del materiale bellico prodotto in Russia. L’acquisto più recente riguarda l’acquisizione di 36 aerei da guerra Yakovlev Yak-130 costati ad Assad circa 550 milioni di dollari. Se per la Russia il regime siriano rappresenta un ottimo partner commerciale, la sua capacità di spesa lo rende altrettanto gradevole anche agli occhi della Cina per la quale la Siria, in base ai dati diffusi dalla Commissione Europea, si colloca sul terzo gradino del podio occupato dagli importatori. I sostenitori della tesi che in realtà il vero mandante dell’Isis sia lo stesso Assad per distogliere l’attenzione di Usa e Nato dalla complessa situazione siriana e conservare il suo potere, trovano nella presa di posizione della Russia una ulteriore conferma. Usa e Nato affidano la loro contrarietà a, per ora, timide rimostranze mentre il flusso degli esuli continua ad aumentare. Dall’inizio del conflitto sono morte in Siria oltre 200 mila persone mentre 11 dei suoi circa 22 milioni di abitanti, sono stati costretti a lasciare le case. Di loro 4 milioni hanno abbandonato il paese per emigrare principalmente in Turchia, Libano e Giordania ed ora anche in Europa.

Monia Savioli

La protezione dei dati personali in Europa

BreakingNews/ECONOMIA/INNOVAZIONE di

La protezione dati personali in Europa viaggia essenzialmente su due canali: quello giuridico–legislativo e quello più spiccatamente operativo, che produce i suoi effetti nel settore Affari Interni.

E in effetti, Bruxelles cerca da parecchio tempo di disciplinare la delicatissima materia, che trova chiaramente ampie difficoltà, a causa della notevole differenza dei sistemi giuridici degli Stati Membri.

Come abbiamo già avuto modo di accennare su europeanaffairs.media, l’Europa legifera secondo una procedura detta di co-decisione, affidata congiuntamente, anche se con compiti diversi, al Consiglio dell’Unione Europea ed al Parlamento Europeo.

Già da diverso tempo, infatti, sono allo studio del Consiglio due atti normativi: una direttiva ed un regolamento. Com’è noto, l’una vincola gli Stati Membri ad un risultato e, al massimo, entro determinate tempistiche, lasciando un discreto margine di discrezionalità ai Paesi interessati su come raggiungere l’obiettivo prefissato. L’altro strumento, invece, vincola in maniera dettagliata e specifica tutti gli Stati dell’Unione.

Al tavolo del Gruppo Consiliare che tratta la materia, denominato DAPIX (Data Protection Information Exchange) e delle sue articolazioni, siedono – quasi per tutti gli Stati Membri – rappresentanti della magistratura e delle autorità garanti della privacy, che si interfacciano di volta in volta sui vari capitoli ed articoli dei testi normativi in discussione e che relazionano in Patria sullo stato dei lavori. Intervengono in alcuni sottogruppi anche rappresentanti delle Forze di Polizia degli Stati Membri, che sono direttamente coinvolti nell’uso delle banche dati a scopi investigativi e giudiziari e che interloquiscono efficacemente sugli esiti prodotti da specifici atti normativi di settore, come ad esempio le c. d. Decisioni di Prüm.

Recenti indiscrezioni lasciano presagire che l’approvazione, quanto meno in sede consiliare, dei due testi normativi – l’uno con caratteristiche generali e l’altro recante disposizioni più stringenti –  sia abbastanza prossima e che uno spedito superamento degli ostacoli sia uno dei principali obiettivi dell’attuale presidenza di turno, al momento affidata al Granducato del Lussemburgo.

A latere del processo legislativo in atto non possiamo non citare la presenza di un’importante istituzione Europea: il G. E. P. D., il Garante Europeo della Protezione dei Dati.

Atteso che le Istituzioni europee trattano, raccolgono, registrano, conservano o utilizzano le informazioni connesse ai dati dei cittadini dell’Unione, uno dei principali task del Garante europeo è ovviamente quello di esercitare una funzione di controllo sul rispetto delle vigenti norme sulla privacy. Ma questa forma di controllo si estrinseca anche nella gestione delle denunce dei cittadini dell’Unione che ne invochino l’intervento e nelle gestione delle relative controversie, oppure nella sorveglianza sulle nuove tecnologie che a qualunque titolo possano influire sulla protezione dei dati. Non manca infine una funzione di consulenza per le istituzioni e gli organi dell’UE su tutti gli aspetti relativi al trattamento dei dati personali e delle relative politiche e legislazione. Il Ruolo di Garante Europeo è attualmente retto dal magistrato italiano Giovanni Buttarelli.

L’approvazione di una regolamentazione comune in materia di tutela e protezione dei dati personali, che meriterebbe molti volumi di trattazione, è una materia complessa e delicata che produrrà inevitabili ambiti anche nella sicurezza aziendale e nel sistema economico degli Stati Membri. Si pensi, ad esempio, all’istituzione della figura del Privacy Officer, che diventerà una figura chiave nel processo decisionale delle aziende e che si dovrà affiancare ai Security Manager aziendali anche nella gestione della sicurezza logica e digitale delle informazioni.

 

Obama in Alaska alla conferenza sui cambiamenti climatici

AMERICHE/BreakingNews/ECONOMIA/Energia di

Il presidente Obama continua la sua azione di sensibilizzazione nei confronti dei problemi derivanti dai cambiamenti climatici che sono spesso causa di fenomeni meteorologici devastanti.

In Alaska per partecipare a una conferenza sui cambiamenti climatici organizzata dagli Stati Uniti, il presidente ha voluto lanciare i nuovi piani del governo per aumentare la riduzione delle emissioni di Carbonio.

Questa conferenza si svolge nel paese dove maggiormente è sentita la tensione tra la necessità di produrre energia  e  l’impatto ambientale.

Nel mese di agosto il Presidente Obama ha presentato una serie di regolamenti per accelerare la riduzione delle emissioni di carbonio dalle centrali elettriche  con il termine di un anno per avere dagli Stati Federati  le proposte per la  riduzione delle emissioni. L’occasione del viaggio in Alaska ha permesso al Presidente di annunciare  nuovi provvedimenti per aumentare l’accesso delle famiglie alle energie rinnovabili e incentivare l’efficienza energetica.

A partire da questa conferenza gli Stati Uniti si apprestano  ad attuare i programmi di contrasto ai  cambiamenti climatici che fanno parte del piano di  interventi preparato per la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici 2015, che si terrà dal  30 novembre all’ 11 dicembre a Parigi.

In questa occasione la comunità internazionale intende firmare patti vincolanti volti a combattere il cambiamento climatico. In vista del vertice, i paesi stanno finalizzando i piani che presenteranno al vertice. Gli Stati Uniti hanno fissato un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra del 26-28 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025. La Cina sta puntando a ridurre le emissioni per unità di prodotto interno lordo entro il 60-65 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030.

Il vertice di Parigi potrà far scaturire un accordo molto più completo e fattivo di quanto non sia il Protocollo di Kyoto. La portata del successo si potrà misurare sulle decisioni delle nazioni emergenti come Cina e Argentina che più necessitano di energia per il loro sviluppo.

Per i paesi in via di sviluppo purtroppo l’energia fossile sarà ancora l’unica vera risorsa per le sue caratteristiche di economicità, mentre fonti più costose inciderebbero troppo nel loro sviluppo.

Alaska è forse il luogo in cui questi interessi in conflitto sono più evidenti. L’amministrazione Obama ha permesso alla multinazionale petrolifera  Shell di  iniziare la perforazione nel Mare Glaciale Artico questa estate, e alcuni dei politici più importanti dell’Alaska sono stati fermi  sostenitori dell’industria del petrolio e del gas naturale.

L’industria del petrolio e del gas naturale rappresentano circa l’80 per cento delle imposte statali dell’Alaska. L’economia dell’Alaska si basa sostanzialmente  sulla produzione e la vendita di risorse naturali, tra cui le risorse energetiche che sono il prodotto  più importante e prezioso.

Tuttavia, il cambiamento climatico continuerà a sfidare anche  l’Alaska, la regione artica è una parte importante del sistema climatico della Terra.

Lo Scioglimento delle calotte polari e l’aumento del  deflusso di acqua dolce potrebbe influenzare la circolazione oceanica e l’assunzione di acqua dolce del Mar Glaciale Artico. Neve, vegetazione e ghiaccio  hanno anche un ruolo importante nel riflettere la luce e le radiazioni del sole.

 

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Iran, stop sanzioni: i riflessi geopolitici ed economici

Con il sì del Consiglio di Sicurezza Onu, finisce l’embargo imposto a Teheran. Per il governo statunitense è “l’unica chance per fermare il piano nucleare”, mentre per l’Europa e l’Italia si apre un’importante opzione commerciale.

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Grazie alla risoluzione Onu del 20 luglio, il Consiglio di Sicurezza ha detto sì all’accordo e alla fine delle sanzioni contro l’Iran decise dalla stessa assemblea nel 2006. Via libera dunque al patto siglato tra il 5+1 e Teheran a Vienna il 14 luglio scorso. Il documento entrerà in vigore non prima di 90 giorni.

Un accordo storico per l’Occidente dal punto di vista geopolitico ed economico. Geopolitico in particolar modo per gli Stati Uniti, come ricordato il 23 luglio dal segretario di Stato Kerry: “Non potevamo di certo aspettarci la capitolazione dell’Iran – ha riferito al Congresso -. Ma era l’opzione migliore. Spero che il Congresso (rivolgendosi al Partito Repubblicano, ndr) approvi perché questa è l’unica chance per fermare il piano nucleare ed evitare il rischio di uno scontro militare”, ha poi concluso.

Ma oltre agli aspetti geopolitici e strategici nel mondo arabo, gli sbocchi sono anche commerciali. Il vicepresidente esecutivo e direttore generale di Saras (azienda italiana di raffinazione del petrolio) Dario Scaffardi, in un summit su business e finanza, oltre a sottolineare i benefici che il calo del prezzo del petrolio ha già portato sul mercato internazionale, ha riferito che, a seguito della fine dell’embargo, il proprio gruppo è stato contattato dall’Iran, tornatoad essere attore protagonista del mercato di greggio internazionale. Come già prospettato dopo l’accordo di Vienna, il ritorno alla produzione di greggio da parte di Teheran “potrà portare un milione di barili di greggio al giorno sul mercato una volta tolte le sanzioni. Con la possibilità di aggiungere altri 0,5-1 milione di barili abbastanza velocemente”, ha affermato il manager dell’industria della famiglia Moratti.

Sul fronte italiano, inoltre, i prossimi 4 e 5 agosto, il ministro degli Affari Esteri Gentiloni e il titolare dello Sviluppo Economico Federica Guidi si recheranno in Iran assieme ai rappresentati dei più grandi gruppi industriali italiani. Il fine è quello di mettere nero su bianco un interscambio commerciale significativo con Teheran. Infatti, prima della rivoluzione del 1979, l’Europa era il primo partner in termini di import-export dell’ex Persia. Primato che, al momento, dagli anni’90 appartiene alla Russia, la quale, oltre ai rapporti geopolitici di amicizia, ha effettuato importanti investimenti nei settori petrolifero e gasifero del Paese mediante la società Gazprom.

 

Giacomo Pratali

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Cina: al via joint venture per costruzione sedili di aeromobili

Asia/ECONOMIA/INNOVAZIONE di

E’ stata costituita una joint venture, con sede a Hong Kong, tra la società di consulenza italiana facente capo a  Fredrik Meloni e il gruppo di investitori di Chongqing per la costituzione di un impianto produttivo di sedili di aeromobili presso la nuova zona di sviluppo di Liang Jiang. Si tratterà del primo impianto industriale di questo tipo in Cina, che consentirà alla joint venture di produrre sedili secondo i più elevati standard internazionali in tema di sicurezza. Passo successivo alla costituzione della jv sarà l’insediamento della nuova società presso la zona industriale della AIIG nella nuova zona di sviluppo di Liang Jiang.

Redazione
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