GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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ECONOMIA

Guada Closures Group si espande con una nuova unità di ricerca e sviluppo

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La multinazionale italiana Guada Closures Group ha recentemente annunciato al Technoport di Foetz, in Lussembrugo, la creazione di una nuova unità di ricerca e sviluppo per la creazione di nuovi materiali da applicare all’industria dell’imballaggio.

La Guada Closures Group è una multinazionale leader nella produzione di chiusure in alluminio e “non-refillable”. Nacque come piccola fabbrica di tappi a corona ad Alessandria ed oggi vanta una produzione annuale di 14 miliardi di unità, risultato ottenuto in particolare grazie alla produzione di capsule anti-contraffazione per bottiglie.

Durante l’evento è stato inaugurato il nuovo centro di ricerca e sviluppo nel settore degli imballaggi e il CEO, Marco Giovannini, non ha perso l’occasione per mettere alla prova e pubblicizzare alcuni dei prodotti della multinazionale. Prima tra tutti la stampante 3D per la riproduzione di ingranaggi usurati nella catena di produzione. Il CEO ha anche illustrato come l’utilizzo dell’energia elettromagnetica si presta, grazie alle nuove tecnologie, come mezzo adeguato a modellare chiusure in alluminio, acciaio e rame destinate al progetto “Flex Cap”, realizzato con linee produttive di altissima gamma.

A non passare inosservato agli occhi della stampa è stato il prodotto “Smart Cap”, un sistema di geo-localizzazione per le bottiglie. Attraverso l’introduzione di un chip elettronico nelle capsule di chiusura infatti sarà possibile trasmettere un segnale ogni volta che una bottiglia verrà aperta. Di conseguenza permetterà di riscuotere le relative accise sostituendo le fascette cartacee.

I prodotti Guada Closures hanno avuto modo di essere apprezzati a tal punto da sollevare l’interesse del paese che ha ospitato la Technoport. Il ministro delle finanze del Lussemburgo, Pierre Gramenga ha infatti espresso l’intenzione di voler attirare sul proprio territorio industrie ad alta specializzazione.  Questa opportunità permetterebbe l’interazione tra l’Università di Lussemburgo e i centri di ricerca collegati. Questo investimento è in linea con l’indirizzo che sta portando avanti il Governo di Xavier Bettel sulla base del “rapporto Rifkin” della terza rivoluzione industriale. Infatti permette la diversificazione della produzione economica e rientra nella stessa ottica dei finanziamenti che il Governo lussemburghese ha stanziato per l’avvio di progetti di ricerca e sviluppo.

L’Italiana Meccaferri annuncia joint venture con la marocchina Merita Immobiliere

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Il gruppo industriale italiano Meccaferri, attivo al livello globale nel settore dell’ingegneria civile, ha annunciato, oggi 26 ottobre 2017, una collaborazione con la società marocchina Merita Immobiliere con la quale si vuole creare una joint venture al fine di aprire un nuovo impianto produttivo a Salé.

Il gruppo Meccaferri consociato alla holding S.E.C.I., la quale opera in aree come ingegneria ambientale, ingegneria meccanica, real estate e costruzioni, energia, ambientale e agroindustria, vanta ben 130 anni di storia documentata nel settore dell’ingegneria civile, geotecnica e delle costruzioni ambientali. Sono inoltre pionieri nella produzione di gabbioni, inventati nel 1879 da Raffaele Meccaferri, uno dei beni che vedrà la sua produzione nel futuro impianto di Salé. La società inoltre, con un fatturato nel 2016 pari a 465 milioni di euro, possiede 30 stabilimenti in 4 diversi continenti, con circa 2.800 dipendenti e una presenza commerciale in oltre 100 Paesi.

Il partner invece, Marita Immobiliere è una holding marocchina che opera nel settore industriale, immobiliare, energetico, ambientale, della mobilità e dell’educazione, con 7.600 dipendenti e con un piano di investimenti di 1,7 miliardi di euro fino al 2023.

L’accordo tra le due società prevede una collaborazione finalizzata all’apertura di un impianto nella città di Salé, impiegato per la produzione di gabbioni, reti metalliche e materassi “Reno”. Secondo il progetto il gruppo italiano parteciperà al 55% e l’investimento ammonterà a circa 8 mila euro.
Grazie all’ampio raggio di azione, a livelli globali, la Meccaferri opera già in Marocco tramite la filiale Meccaferri Maghreb. Questo progetto è un’ottima opportunità che permetterà di consolidare e rafforzare il lavoro svolto in questo paese negli ultimi anni dal gruppo italiano.

Il paese infatti si presenta come un partner molto interessante per le imprese estere, offrendo grandi opportunità di investimento a coloro disposti alla collaborazione. Di fatti il ministero competente ha fissato per il 2035 un nuovo piano di potenziamento infrastrutturale che verterà su settori come quello stradale, ferroviario, portuale ed aereoportuale. Si stima che l’investimento sarà del valore di 55 miliardi di euro che saranno reperiti anche attraverso partenariati pubblico-privati.

AGCOM contribuisce al sostegno delle popolazioni colpite dal Sisma del Centro Italia

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“l’Agenzia per le Garanzie nelle Comunicazioni ha svolto da subito un ruolo importante nella ricostruzione del tessuto socio-economico nelle zone terremotate” con una nota l’agenzia per le comunicazioni ha voluto sottolineare l’attività svolta a favore delle popolazioni colpite dal sisma nel centro Italia..

A testimonianza l’impegno dimostrato i Commissari Agcom Mario Morcellini e Francesco Posteraro sono intervenuti alla tavola rotonda “Raccontare per ricostruire: legami sociali, economia, cultura, turismo” organizzata dal Corecom Umbria a Norcia con il patrocinio dell’Assemblea legislativa, del Comune di Norcia e di Agcom, dove i Commissari hanno potuto spiegare le modalità con cui l’Agcom si è mossa difronte ad una situazione così delicata.

Posteraro ha sottolineato la celerità con cui l’Autorità ha agito, battendo sul tempo il legislatore, ed in particolare su come una volta intervenute le norme di legge, esse siano state interpretate in maniera estensiva attraverso l’ampliamento di “agevolazioni anche alle utenze mobili e alle imprese alla sede ancora agibile”. Sebbene non previsto tra gli interventi l’Agcom “ha disposto lo storno delle fatture sospese per il periodo di mancata utilizzazione del servizio” e infine “ha prorogato i termini di pagamento fino alla cessione dello stato di emergenza”.

Il Commissario Morcellini invece ha posto l’attenzione sul ruolo chiave della comunicazione. Nel caso specifico del terremoto in centro Italia, ma come anche in tutte le situazioni di emergenza, i legami sociali ed individuali possono aver subito dei danni, la comunicazione svolge un ruolo di riparatore arginando situazioni di disagio in una fase successiva. È da notare dunque come l’Agcom sia stata presente, soccorrendo le zone terremotate, non solo in un primo momento, cioè quando l’emergenza era più forte, ma anche in una seconda fase, accompagnandole verso la ricostruzione.

In conclusione Morcellini ha voluto lodare il Corecom Umbria il quale, andando oltre le sue competenze regolatorie, si è dimostrato un ottimo partner e collaboratore capace di rafforzare i legami sociali laddove il sisma li aveva duramente scossi.

ITINERA realizzerà il nuovo “Storstrom bridge” in Danimarca

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Progetto  importante e ambizioso per la società italiana ITINERA (quarto operatore autostradale al mondo con un fatturato di 3,4 miliardi di euro e più di 5600 dipendenti) che, il 23 Ottobre 2017 a Tortona, si è aggiudicata la gara d’appalto per la costruzione del nuovo ponte sullo stretto di Storstrom, in Danimarca , al fine di collegare le isole di Zealand e di Falster sul Mar Baltico.

La lunghezza del ponte prevista è di 6,5 chilometri e 24 metri di larghezza a doppie corsie, per far scorrere il più agevolmente possibile una media di circa 8000 vetture al giorno. Il progetto prevede anche di ospitare una pista ciclabile/pedonale, oltre che un doppio binario ferroviario al fine di agevolare l’accesso ai mezzi di trasporto pubblici e di merci.

A lavori ultimati, con un budget totale di 277 milioni euro circa, si stima che il ponte sarà il terzo più lungo di tutta la Danimarca, con previsione di ultimare i lavori entro il 2022. Lo scopo è quello di sostituire il ponte preesistente costruito nel 1937 e non più in grado di sostenere la mole continua di traffico.

Non appena si avvieranno i lavori, tale struttura verrà repentinamente smantellata per fare spazio al nuovo progetto ITINERA. Un grande successo dunque per la società, per la quale tale appalto è stato posto tra i i più importanti progetti infrastrutturali al mondo.

Di grande efficacia le ultime dichiarazioni, in appresso riportate, dell’Amministratore delegato Massimo Malvagna: “L’aggiudicazione di questo importante progetto in Danimarca rappresenta per ITINERA un importante capitolo del proprio piano di sviluppo internazionale perchè ci consente l’ingresso in un mercato strategico e altamente competitivo,come quello nord-europeo, caratterizzato da significativi  investimenti nel settore della mobilità e delle infrastrutture di trasporto e da progetti di alta qualità”.

Agcom; pubblicato il rapporto dell’osservatorio sulle comunicazioni

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L’autorità per le garanzie delle comunicazioni rilascia il periodico rapporto per quanto riguarda i dati sulla navigazione in Internet degli Italiani, per i collegamenti a rete fissa e mobile, sull’audience televisivo e nel settore postale. Gli Italiani, tra i social network, prediligono ancora Facebook. Infatti pur considerando l’espansione di Instagram e Linkedin, che registrano entrambi almeno 4 milioni di utenti in più rispetto a giugno 2016, il colosso di Mark Zuckerberg, con i suoi 25 milioni di utenti, si posiziona ancora primo in questa speciale classifica.

Resta comunque Google la piattaforma più cliccata. Per quanto concerne le telecomunicazioni mobili, un interessante dato deriva dalla tecnologia “machine 2 machine”, le Sim M2M infatti sono sempre più in rapida espansione. E’ dovuto al loro utilizzo l’incremento complessivo di schede telefoniche nell’ambito delle reti mobili, bilanciando la crescita di 3,6 milioni di unità di queste ultime, con il calo di 2,2 milioni delle sim tradizionali, si ha infatti un aumento su base annua di 1,4 milioni di unità. Il termine M2M nel particolare ambito delle reti mobili, è l’acronimo di “mobile 2 mobile” ed indica le comunicazioni che non coinvolgono le linee terrestri. Prosegue costante la diffusione della banda larga mobile. Ormai almeno il 90% della popolazione Italiana si collega ad Internet attraverso il proprio dispositivo, sono 52 milioni le sim che nel secondo trimestre dell’anno solare hanno effettuato il traffico dati.

Un dato che potrebbe essere considerato quantomeno influente sul calo degli Sms inviati, complessivamente il 76% in meno rispetto a giugno 2013. Se sulle comunicazioni mobili è “Wind Tre” il leader del mercato, non si può dire lo stesso per le reti fisse. Qui i dati diffusi dall’Agcom parlano di un aumento degli accessi dovuto anche e soprattutto all’andamento delle linee a banda larga che, nella prima metà dell’anno, toccano i 16,2 milioni e di un quadro competitivo che vede Tim consolidare la prima posizione, seguito da Fastweb, Wind Tre e Vodafone. Nel mercato televisivo, rispetto a giugno 2016, in ribasso gli ascolti della Rai di circa un punto percentuale, mentre l’audience di Mediaset cresce dal 29,1% al 30,1%. Nel settore postale, infine, sono aumentati del 3,8% i ricavi complessivi nel primo semestre dell’anno, con i servizi di corriere espresso in crescita e quelli postali in flessione.

Arabia Saudita: verso la diversificazione economica

SA

 

Nelle scorse settimane, l’Arabia Saudita è stata al centro di intense trattative diplomatiche, rivolte prevalentemente a stringere importanti accordi economici per il paese. Non è una coincidenza, infatti, che alcuni degli attori coinvolti in queste trattative siano proprio le tre più forti economie mondiali: Stati Uniti, Cina e Giappone. Infatti, mentre Re Salman bin Abdulaziz Al Saud ha intrapreso un viaggio di sei settimane in Asia, il suo Ministro dell’Energia Khalid Al-Falih si è recato a Washington, dove ha incontrato il Presidente americano Donald Trump.

Una così intensa attività va al di là delle normali “routine” diplomatiche, soprattutto se si considera che la visita del monarca saudita in Giappone rappresenta la prima visita di un sovrano del Medio Oriente negli ultimi cinquant’anni. Cosa si cela, perciò, dietro questa agenda ricca di appuntamenti? Sicuramente il petrolio. Per decenni, la vasta disponibilità di petrolio unita alle rigide regolamentazioni imposte dalla monarchia saudita -che hanno ripetutamente scoraggiato gli investimenti stranieri nei mercati del regno- hanno fatto del petrolio l’unica e sola fonte di entrate del regno.

Tuttavia, il recente crollo del prezzo del petrolio ha preoccupato Riad. E le previsioni del Fondo Monetario Internazionale non hanno rincuorato particolarmente: si prevede, infatti, un calo della crescita economica della monarchia dal 4% allo 0,4% nel corso del anno corrente. Di conseguenza, l’Arabia Saudita sta esplorando nuovi sentieri economici, non ultimo attirare capitali stranieri e sviluppare diversi settori industriali. La strategia di breve termine prevede, infatti, investimenti e sviluppo delle infrastrutture, in particolare elettricità e trasporti. Nel lungo termine, invece, il progetto “Vision 2030” presenta obiettivi e aspettative basati su tre pilastri principali: mantenere un ruolo di leadership nel mondo arabo e musulmano, diventare un centro di investimenti a livello globale e un ponte di collegamento tra Asia, Europa e Africa.

Date queste premesse, diventa più comprensibile l’intenso sforzo condotto dalla monarchia saudita per diversificare la propria economia. Tuttavia, è bene analizzare anche le implicazioni politiche che tali visite diplomatiche e accordi commerciali possono avere.

Iniziamo dal Giappone, la prima tappa di re Salman. Come accennato prima, l’arrivo del re saudita nell’isola giapponese non è un evento così frequente, malgrado i paesi godano di buoni rapporti e la monarchia saudita sia il maggiore fornitore di petrolio del paese. Questa volta re Salman ha, però, deciso di recarsi personalmente a Tokyo, dove ha incontrato il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe. I due leader hanno, così, firmato l’accordo “Saudi-Japan Vision 2030”, un progetto governativo che mira a rafforzare la cooperazione economica tra i due paesi.

L’implementazione del progetto porterà Arabia Saudita e Giappone ad essere partner strategici eguali, e assicurerà alle compagnie nipponiche una zona economica protetta nel regno saudita, in modo da facilitare i flussi in entrata nel regno e le partnership commerciali. I progetti di sviluppo presentati nel documento sono legati sia al settore pubblico che privato.

Quest’ultimo vede coinvolti nomi importanti. Toyota sta valutando la possibilità di produrre automobili e componenti meccaniche in Arabia Saudita; Toyobo, invece, collaborerà nello sviluppo di tecnologie per la desalinizzazione delle acque. Diverse banche -tra cui la Mitsubishi Tokyo UFJ Bank- promuoveranno investimenti nel regno, mentre il Softbank Group prevede la creazione di un fondo di investimenti nel settore tecnologico del valore di 25 miliardi di dollari.

Il Giappone si pone, dunque, come attore chiave per la diversificazione economica della monarchia saudita. Tuttavia, a supportare queste più intense relazioni tra i due paesi vi sono anche motivazioni politiche. Il governo nipponico cerca, infatti, di sostenere la stabilità economica e politica dell’Arabia Saudita, in quanto fattore chiave per mantenere la stabilità nella regione. La competizione tra Arabia Saudita ed Iran per la leadership nel Medio Oriente sta deteriorando la sicurezza e la stabilità della regione ormai da decenni. Il Giappone possiede relazioni amichevoli con entrambi i paesi e invita gli stessi ad intraprendere un dialogo produttivo che possa portare ad una pacifica soluzione delle loro controversie. Aiutare l’Arabia Saudita a rafforzare la propria economia, specialmente in un momento così critico per il mercato dell’oro nero, è essenziale al fine di mantenere una sorta di equilibrio tra le due potenze mediorientali, considerando, inoltre, come i rapporti con gli Stati Uniti -storico alleato e colonna portante della politica estera saudita- abbiano recentemente attraversato un periodo piuttosto difficile.

Proseguendo verso ovest, re Salman ha raggiunto la Cina, com’è noto secondo maggior importatore del petrolio saudita e terza maggiore economia mondiale. Come per il Giappone, la monarchia saudita è la fonte primaria per il fabbisogno energetico della Repubblica. Le due nazioni hanno ampliamente rafforzato i propri rapporti firmando accordi economici e commerciali per un valore di circa 65 miliardi di dollari. All’interno di questa partnership troviamo investimenti nei settori manifatturiero ed energetico, nonché nelle attività petrolifere. Inoltre, tali accordi includono anche un Memorandum of Understanding (MoU) tra la compagnia petrolifera Saudi Aramco e la Cina North Industries Group Corp (Norinco) per quanto riguarda la costruzione di impianti chimici e di raffinazione in Cina. Sinopec e Saudi Basic Industries Corp (SABIC) hanno stretto un accordo per lo sviluppo dell’industria petrolchimica sia in Arabia Saudita che in Cina.

Bisogna sottolineare che una più stretta relazione economica tra la monarchia saudita e la Cina giochi a beneficio di entrambi i paesi. Da un lato, infatti, l’Arabia Saudita può intravedere nuove opportunità di commercio in settori diversi da quello petrolifero, pur confermando il suo ruolo di maggior partner energetico della Cina; dall’altro lato, il mercato cinese può godere degli ulteriori investimenti arabi, nonché della posizione strategica dell’Arabia Saudita nel Medio Oriente. Infatti, l’influenza politica, religiosa ed economica della monarchia saudita nel mondo arabo è fattore fondamentale per l’iniziativa cinese “One belt, one road”, che mira a rafforzare la cooperazione tra Eurasia e Cina.

Anche l’Arabia Saudita, però, ottiene i vantaggi strategici desiderati. Limitatamente alla sua sicurezza nazionale, la monarchia ha sempre fatto un forte affidamento sull’alleanza con la potenza americana e la presenza militare di questa nel Golfo. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, i rapporti tra i due paesi si sono progressivamente incrinati. Motivo principale la mancanza -ad occhi di Riad- di determinazione nel gestire i tentativi dell’Iran di potenziare le proprie capacità nucleari, mettendo, così, ulteriormente a rischio la stabilità della regione. In passato la Cina ha sempre evitato di interferire nelle dinamiche mediorientali, cercando di mantenere una posizione neutrale tra i due rivali -Arabia Saudita e Iran- e sottolineando la necessità di un dialogo tra questi. Tuttavia, ci sono stati alcuni cambiamenti.

Nel 2016, la Cina ha offerto la propria cooperazione militare al regime di Bashar al-Assad e supportato il governo yemenita contro i ribelli Houthi, sostenuti a loro volta dall’Iran (l’Arabia Saudita è, inoltre, a guida di una coalizione militare a favore del governo). Infine, il governo cinese ha recentemente firmato un accordo per la creazione di una fabbrica di droni “hunter-killer” (cacciatore-assassino) in Arabia Saudita, tra l’altro la prima in Medio Oriente.

Vedremo, dunque, progressivamente la Cina rimpiazzare gli Stati Uniti in Medio Oriente? Ancora presto per dirlo, soprattutto dati gli ultimi avvenimenti in Siria. In ogni caso, sembra evidente che Pechino abbia tutto l’interesse ad assumere un ruolo preponderante nella promozione della sicurezza e della stabilità della regione, forte delle capacità militari ed economiche che consentono di poterlo fare.

E giungiamo dunque, all’ultimo grande pezzo di questo puzzle: gli Stati Uniti. Come citato precedentemente, l’amministrazione Obama ha messo a dura prova i rapporti tra la potenza occidentale e la monarchia saudita. Il nodo centrale delle tensioni riguarda la firma con l’Iran dell’accordo multilaterale sul nucleare, che consente alla Repubblica Islamica di vendere petrolio potendo controllarne più liberamente il prezzo, nonché di attirare investimenti nel settore energetico, alimentando, così, la competizione con il maggiore esportatore, ovvero l’Arabia Saudita. È vero, altresì, che la nuova presidenza ha mostrato da subito un approccio piuttosto diverso verso l’Iran, imponendo immediatamente sanzioni contro alcune entità coinvolte nel programma nucleare.

La visita del ministro saudita a Washington sembra, infatti, aprire una nuova fase nei rapporti USA-Arabia Saudita. Il Ministro dell’Energia Khalid Al’Falih e il vice principe ereditario Mohammed bin Salman hanno incontrato il Presidente Trump alla Casa Bianca. Come ribadito dal ministro saudita, le relazioni tra USA e la monarchia sono essenziali per la stabilità a livello globale, e sembrano ora ad un ottimo livello, come mai raggiunto in passato. Infatti, i due paesi sono allineati sui temi di maggiore importanza, come affrontare l’aggressione iraniana e combattere l’ISIS, ma godono, inoltre, dei benefici derivanti dai buoni rapporti personali che intercorrono tra il presidente e il vice principe ereditario.

A livello economico, si prospettano nuovi investimenti nel settore energetico, industriale, tecnologico e delle infrastrutture. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’Arabia Saudita sarebbe pronta ad investire fino a 200 miliardi di dollari nell’infrastruttura americana, pilastro fondamentale dell’agenda politica di Trump. “Il programma infrastrutturale di Trump e della sua amministrazione-spiega Falih- ci interessa molto, in quanto allarga il nostro portfolio di attività e apre nuovi canali per investimenti sicuri, a basso rischio ma con un cospicuo ritorno economico, esattamente ciò che stiamo cercando”.

 

Queste sono soltanto alcuni degli accordi e trattative commerciali che l’Arabia Saudita sta al momento conducendo, ma aiutano a capire il nuovo corso economico del paese. Tali accordi rappresentano, infatti, un “piano B” contro il crollo del reddito derivante dal petrolio, nonché la possibilità di rafforzare e diversificare le capacità economiche del paese, che può contare non solo sul greggio, ma anche su altre risorse, tra cui il fosfato, l’oro, l’uranio ed altri minerali. Sviluppare nuovi settori permette, inoltre, di attirare investimenti stranieri e di creare opportunità di lavoro per la popolazione locale giovane ed ambiziosa.

Uno dei maggiori rischi di un così vasto network di trattative economiche è chiaramente la reazione che i diversi partner posso avere in relazione ad accordi stipulati con altri paesi. È risaputo che gli accordi commerciali abbiano ripercussioni anche a livello politico. Di conseguenza, una delle maggiori sfide per i leader sauditi consiste proprio nel perseguire i propri obiettivi in campo economico, cercando, tuttavia, di mantenere una posizione di equilibrio nei rapporti con i suoi alleati e nazioni amiche, soprattutto lì dove alcuni di questi partner non godono di relazioni troppo amichevoli.

Un chiaro esempio è la Cina. Nonostante il decennale mancato interesse per le questioni mediorientali, la Cina si pone ora come attore chiave nella regione, come mostra il supporto offerto in Yemen e Siria, ma anche il tour condotto da una nave da guerra cinese nelle acque del Golfo (gennaio 2017). Ovviamente, l’Arabia Saudita accoglie in modo positivo un tale supporto, in quanto può aiutare a contenere l’influenza dell’Iran. È, tuttavia, importante non creare attriti con lo storico alleato USA. La nuova amministrazione ha mostrato, infatti, un approccio totalmente opposto ai problemi della regione -Siria ed Iran- e potrebbe essere un grave errore strategico avvicinarsi eccessivamente ad un nuovo alleato. Un simile atteggiamento potrebbe dare l’impressione che un nuovo garante della sicurezza della regione abbia rimpiazzato gli Stati Uniti, un cambiamento che il Presidente Trump potrebbe non accettare facilmente.

 

In conclusione, la diversificazione dell’economia saudita è senza dubbio una mossa intelligente e necessaria. Tuttavia, essa si proietta al di là della mera sfera economica, andando a definire la posizione politica della nazione, come potenza regionale ma anche nei suoi rapporti con gli altri attori stranieri coinvolti nelle vicende politiche del Medio Oriente. Sembra che Riad stia cercando di stringere i legami proprio con quei paesi che hanno maggiore interesse -ma anche capacità economiche e militari- a contribuire alla stabilità regionale, cercando, altresì, di ottenere da questi il maggior supporto possibile contro il nemico numero uno, l’Iran. Cina e Stati Uniti sono in primo piano, ma non bisogna dimenticare la Russia, che negli ultimi anni ha ampliamente sviluppato i suoi rapporti con l’Arabia Saudita e possiede, inoltre, forti interessi politici e strategici in Medio Oriente Da monitorare, infine, lo sviluppo della guerra in Siria, soprattutto dopo il lancio del missile americano Tomahawk sulla base aerea siriana, particolarmente gradito da Riad.

È probabile che la futura strategia economica del Regno seguirà le necessità politiche e strategiche del paese, confermando ancora una volta la forte correlazione tra la dimensione economica e politica, ma anche l’importanza che un’economia forte ed indipendente ha nel mantenere un ruolo leader nella regione.

 

Paola Fratantoni

In Francia cresce l’opposizione contro i TTIP

ECONOMIA/EUROPA di

Hollande: “Accordo impossibile prima della fine dell’anno”

Si parla ormai da alcuni mesi del Transatlantic Trade Investment Partnership (TTIP) tra  Europa e  Stati Uniti. Per spiegarla in maniera molto semplicistica si tratta di una serie di accordi commerciali tra Europa e Usa che vedrebbero come primo effetto immediato quello della diminuzione di barriere economiche che intercorrono tra i due mercati occidentali, con due principali imminenti conseguenze: se da un lato verrà favorito ancora maggiormente l’export di prodotti made in Europe, l’altra faccia della medaglia prevede anche l’immissione di prodotti a stelle e strisce nei nostri mercati.

Le polemiche fino a questo momento sono state incentrate proprio su questo ultimo punto. Molti dei prodotti che arriverebbero dal mercato statunitense infatti non rispetterebbero i canoni delle normative europee in materia di OGM e in generale di presenze di alcune sostanze in generi alimentari e non, che superano le soglie previste in Europa.
Banalizzando: un prodotto geneticamente modificato, proveniente dagli USA, potrebbe avere un costo (ma anche una qualità) inferiore, con la conseguenza che ci potrebbe essere una crisi delle alternative “di qualità” proposte dal mercato europeo.

A questo proposito  il Ministro francese per il Commercio Estero Matthias Fekl, ha dichiarato che nella prossimo consiglio dei ministri dell’economia europei che si terrà il 22 settembre a Bratislava, la Francia non ha il supporto politico per la ratifica dei trattati . Ricordiamo che nonostante i quattordici round di trattative che si sono concluse senza esito, il portavoce della Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato lo scorso 29 agosto che le trattative sono ancora aperte.

Il popolo francese però sta iniziando a sollevare il suo malcontento così come quello tedesco. Entrambe le cittadinanze temono  delle ripercussioni molto gravi nel settore dell’agricoltura. Lo stesso presidente François Hollande ha dichiarato  il 30 agosto,  nel corso della settimana degli Ambasciatori, che “ Gli accordi non si raggiungeranno prima della fine dell’anno. Le trattative sono assenti, le posizioni non sono chiare e lo squilibrio evidente. Quindi credo che sia meglio analizzare lucidamente i fattori prima di continuare un discorso che non abbia delle basi solide e definite. Ritengo che la cosa migliore sia informare tutte le parti in causa che la  Francia non intende dare la sua approvazione in queste condizioni, ovvero senza le basi per una risoluzione positiva. La Francia vi prepara ad una visione realistica e non vuole creare illusioni: sarà impossibile concludere le trattative prima della fine del mandato dell’attuale Presidente degli Stati Uniti “.

Parole decise e pesanti quelle del presidente Hollande, che si trova in aperto contrasto con quanto dichiarato dalla sua corrispettiva tedesca . Se la Francia riuscirà a mantenere forti le sue posizioni, l’amministrazione Obama, al termine del suo mandato, non riuscirà a vedere la fine di queste trattative estremamente lunghe e complesse.

Laura Laportella

Abuso di posizione dominante nei trasporti marittimi italiani

ECONOMIA/EUROPA di

In commissione Europea è stata presentata una interrogazione parlamentare per spingere l’autorità a verificare se il mercato italiano del trasporto marittimo sia effettivamente equilibrato.

L’interrogazione è stata presentata dall’Europarlamentare Maullu di Forza Italia che ha voluto sottolineare come le recenti operazioni di acquisizione verificatesi in Italia possano danneggiare i cittadini, “L’interrogazione che ho depositato – ha dichiarato Maullu –  chiede alla Commissione europea di attivarsi per vietare atteggiamenti di abuso della posizione dominante sul mercato interno. Il libero mercato deve sempre garantire una sana concorrenza, con il miglioramento dei servizi, l’affidabilità delle linee e l’equilibrio delle tariffe”

La stessa  l’Autorità Garante per la Concorrenza e il mercato italiana  ha rilevato come l’acquisizione della società Moby da parte della Compagnia Italiana Navigazione che fa’ riferimento al Gruppo Onorato Navigazione, sia di fatto un aggregazione superiore al massimo consentito.

Lo scorso 25 febbraio 2016 è stata presentata la nuova compagine del gruppo Onorato Navigazione che ad oggi comprende le società Tirrenia, Toremar e Moby diventando il primo gruppo passeggeri del Mediterraneo con una flotta di 64 navi, 4.000 occupati, 6,2 milioni di passeggeri trasportati, 25 porti collegati, 33mila viaggi effettuati nell’ultimo anno.

A Brussels  l’on. Maullu ha presentato nei giorni scorsi l’ interrogazione parlamentare per spingere la commissione ad una valutazione delle condizioni di mercato dei trasporti marittimi in italia, “ C’è un’effettiva mancanza di sana concorrenza sulle rotte dei traghetti che collegano il continente alla Sardegna” ha dichiarato Maullu a seguito della sua iniziativa “ L’avvicinarsi dell’estate fa emergere questo problema con maggiore forza, i cittadini e i turisti che vogliono raggiungere l’isola si vedono applicate tariffe molto alte e condizioni poco vantaggiose rispetto ad altre mete turistiche”

Una situazione ben nota all’antitrust italiano che nel mese di aprile ha denunciato la CIN ( Compagnia italiana di Navigazione) di posizione dominante nei trasporti marittimi

L’analisi svolta dal AGCM  ha evidenziato che le rotte tra  Civitavecchia-Olbia e Genova-Olbia, hanno subito negli ultimi anni una forte contrazione, determinando l’uscita di tutti gli operatori ad eccezione di CIN e Moby che sono parte dello stesso gruppo.

In questo contesto, CIN, pur essendo partecipata per una quota del 40% da Moby, si è comportata nei confronti di quest’ultima come un operatore in concorrenza,  così acquisendo crescenti quote di mercato ai suoi danni nelle stagioni estive 2013 e 2014.

Il mercato di fatto non presenta un numero adeguato di concorrenti che possano permettere una offerta di prezzi  in competizione a favore dei clienti finali e soprattutto ai danni di quella che veniva considerata continuità territoriale per i residenti delle isole maggiori che si vedono oggi penalizzati negli spostamenti da e per il continente. Su questo tema le altre compagnie di navigazione mantengono il riserbo e non concedono interviste o dichiarazioni .

L’interrogazione dell’Europarlamentare sembra avere lo scopo di spingere le istituzioni comunitarie a vigiliare sull’effettivo rispetto delle norme garanti della concorrenza e che siano effettivamente applicate misure tali da favorire un libero mercato come indicato dall’ACGM italiana che ha sentenziato che  di l’acquisizione da parte di Onorato Partecipazioni S.r.l. del controllo esclusivo di Moby S.p.A. e di Compagnia Italiana di Navigazione S.p.A., sia determinante nella costituzione di una  posizione dominante nel mercato dei servizi di trasporto marittimo di passeggeri, autovetture e merci sulle rotte Genova – Olbia e Civitavecchia – Olbia.

Le isole maggiori affrontano così una nuova stagione turistica con un calo delle presenze costante negli ultimi anni causato in primis dai costi di trasporto marittimo, calo che danneggia l’economia della Sardegna già fortemente provata dalla crisi e che vede nel settore turistico la sua unica possibilità di resistere alla crisi.

The Panama Papers: i potenti del mondo alla sbarra

ECONOMIA di

“Non è stata una bella settimana!” . Con queste parole il Premier Britannico David Cameron si è presentato agli elettori commentando la vicenda che lo ha visto protagonista nell’ambito dell’inchiesta Panama Papers.

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Cameron sostiene di non aver mai evaso il fisco inglese ed è addirittura arrivato a rendere pubblica, per la prima volta nella storia di Downing Street, la propria posizione finanziaria fin dal suo primo anno di premierato, il 2010.

Nell’imbarazzato tentativo di ricostruirsi credibilità presso un elettorato a cui ha chiesto per anni austerità e rinunce e che è meno avvezzato di altri a perdonare le debolezze dei propri leader, il Premier si è giustificato sostenendo che le quote di società off-shore di cui sarebbe titolare deriverebbero esclusivamente dal lascito ereditario del padre, Ian Cameron, finanziere di spicco della City per decenni.

Decisamente più amara la sorte del Premier dell’Islanda,  Iolander Sigmundur, che, di fronte ai concittadini che ancora faticano a riprendersi dalla grande crisi del 2008, è stato costretto a dimettersi per aver fatto operazioni off-shore per mettere al sicuro i propri risparmi.

Coinvolto anche Vladimir Putin: anche se il suo nome non è uscito direttamente, sono molto gli indizi che lo associano a numerose società panamensi. Il Cremlino ha reagito alla notizia gridando al complotto americano e censurando i media.

Niente al confronto del Great Chinese Firewall, il sistema che impedisce ai cittadini della Repubblica Popolare di navigare su Internet alla ricerca di fonti di informazione libere circa il coinvolgimento del Gotha del Partito Comunista: fra i tanti nomi spicca quello di un nipote di Mao, con buona pace di generazioni di rivoluzionari.

Senza contare i leader dei paesi arabi, o Victor Poroshenko dell’Ucraina, o le stelle dello sport, con icone quali Jarno Trulli o Lionel Messi, bandiera della nazionale Argentina di calcio e del Barcellona.

In Italia fino ad oggi sono usciti i nomi eccellenti di Luca Cordero di Montezemolo (che smentisce), lo stilista Valentino, Barbara D’Urso e Carlo Verdone (!). Ben più serio il coinvolgimento di numerosi istituto bancari.

TAX HAVENS

“The Panama Papers” è il nome ufficiale di un’inchiesta condotta dall’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ), un network internazionale di testate per il giornalismo d’inchiesta.

Richiamando l’inchiesta degli anni ’70 denominata “Pentagon Papers”, un team internazionale di professionisti (il cui terminale per l’Italia è il settimanale l’Espresso) per più di un anno ha esaminato una sterminata mole di dati e verificato le informazioni che ne venivano fuori, fino ad arrivare alle pubblicazioni di questi giorni.

L’inchiesta ha preso il via grazie ad un whisteblower che circa un anno e mezzo fa ha sottratto 2,8 terabyte di dati dall’archivio dello studio legale panamense Mossack Fonseca, specializzato nella creazione di società off-shore.

Lo studio, operante dal 1977 e mai indagato prima, ha al suo attivo la creazione di 215.000 società in 204 paesi con il coinvolgimento di più di 14000 intermediari finanziari.

L’hacker ha “passato” tutto il materiale alla testata tedesca Suddeutsche Zeitung che, vista la mole di lavoro, ha coinvolto l’ICIJ.

Il risultato è uno dei più grandi scoop della storia del giornalismo, diramato in diretta streaming mondiale da centinaia di testate diverse e destinato a tenere banco per i prossimi mesi, con conseguenze che si protrarranno forse per anni.

WHERE ARE THE AMERICANS?

Mentre il fragore suscitato dalle rivelazioni non accenna a diminuire, alcuni si sono posti la domanda, considerato il relativamente basso numero di americani coinvolti. Tanto più strano se si pensa agli strettissimi rapporti vigenti fra Washington e il Paese dello Stretto.

Ci si sarebbe aspettato una maggiore presenza di personaggi legati al big business a stelle e strisce, invece no, solo nomi di seconda e terza fila. E’ quanto ha cercato di appurare anche la testata Politico, influente magazine web. Fra le ragioni che giustificherebbero la vicenda ci sarebbero la diffidenza degli americani verso Panama a favore di altri paradisi fiscali, la relativa facilità con cui aggirare il sistema impositivo all’interno degli stessi Stati Uniti, il virtuosismo yankee che determina una percentuale di evasione totale limitata, circa il 4%.

L’inchiesta è appena iniziata e nuove rivelazioni si susseguono giornalmente, pertanto è ancora presto per capire se c’è qualcuno che si sta avvantaggiando dagli scossoni geopolitici che ne seguiranno.

Leonardo Pizzuti

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Al via l’offensiva economica di Teheran

L’accordo sul nucleare, reso esecutivo nel mese di gennaio, ha visto terminare molte delle sanzioni economiche che da decenni gravavano sulla Repubblica Islamica, decretando così il suo ufficiale reinserimento nella competizione economica internazionale. Tuttavia, come riferisce il Consiglio per il Discernimento, l’ostilità di molti paesi è ancora viva, così come la volontà di frenare la ripresa economica del paese. Parallelamente, la stessa fiducia dell’Iran nei confronti, ad esempio, di alcuni partner europei, dovrà essere riconquistata gradatamente. In altre parole, la scelta di Teheran verte ancora sull’ormai decennale strategia dell’economia di resistenza, che ha insegnato al paese a migliorare lo sfruttamento delle risorse interne e minimizzare la vulnerabilità e i danni derivanti dalle misure sanzionatorie. È proprio questa politica, infatti, che ha permesso all’economia iraniana di sopravvivere a decenni di isolamento, rimanendo (in termini di PIL) la seconda del Medio Oriente e la settima in Asia.

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L’apertura verso l’estero sarà, dunque, molto mirata: l’obiettivo è potenziare i settori chiave, continuando a sfruttare il patrimonio interno che ad oggi ha garantito buoni frutti, come ad esempio le infrastrutture industriali e l’industria petrolchimica. Priorità è data, perciò, agli investimenti dall’estero, all’aumento delle esportazioni di prodotti non petroliferi e al come ovviare al problema delle riserve di valuta estera ancora congelate dalle sanzioni. Nel momento in cui l’attenzione internazionale è concentrata sulla lotta all’ISIS, Teheran inizia la propria “offensiva” economica, gettando le basi per intese commerciali soprattutto con paesi asiatici e africani.

Per quanto concerne l’import-export, Iran e Russia stanno studiando la creazione di una zona di libero scambio, come ha affermato il ministro dell’Energia russo Alexsandr Novak. La prima bozza del progetto indica prodotti metallici e chimici come oggetto principale dell’export russo verso l’Iran; dall’Iran, invece, arriverebbero rifornimenti di frutta e verdure per un ammontare annuo di un miliardo di dollari, una crescita rilevante rispetto ai circa 194 milioni attuali.

Accordi significativi anche con il Vietnam. I due paesi mirano a incrementare il volume dei rapporti commerciali da 350 milioni a 2 miliardi di dollari nell’arco di cinque anni, con progetti in diversi settori, dall’agricoltura, al turismo, all’energia alle innovazioni tecnologiche. Al fine di favorire la cooperazione, è stato siglato anche un Memorandum of Understanding tra le rispettive banche centrali. Trattative in corso anche con la Turchia di Erdogan, la Costa d’Avorio e diversi paesi africani, che si dichiarano propensi a potenziare i rapporti economici con la Repubblica Islamica. I progressi compiuti da quest’ultima nel settore energetico, sanitario, tecnologico e delle infrastrutture la rende, infatti, un partner ideale per soddisfare le diverse esigenze del continente nero.

Per quanto riguarda il settore energetico, due i progetti principali in ballo. Il primo riguarda la costruzione di un gasdotto sottomarino che colleghi l’Iran all’India: 1.400 km di infrastruttura che permetterà di aggirare la zona economica esclusiva pakistana, portando in India fino a 31,5 milioni di metri cubi di gas al giorno. Un investimento importante, circa 4,5 miliardi di dollari, che conferma –e premia- le buone relazioni mantenute tra le due nazioni anche durante il regime delle sanzioni. La seconda novità riguarda una collaborazione scientifica e tecnologica tra l’Elettra Sincrotone di Trieste e l’Institute for Research in Fundamental Sciences di Teheran. Punti nevralgici la formazione del personale tecnico scientifico iraniano e la progettazione congiunta di una nuova linea di luce, da impiegare sia nello studio di fenomeni chimici e biologici, ma anche nel settore industriale.

Dal Pakistan arriva una svolta importante nel settore bancario. Essendo alcune sanzioni ancora vigenti, il pagamento in dollari dei prodotti importati dall’Iran non risulta ancora fattibile. Da qui la decisione da parte degli imprenditori pakistani di aprire lettere di credito (LC) in euro, anziché nella valuta americana. In questo modo, non saranno più le banche americane ad essere le intermediare, bensì quelle europee, che non avranno dunque motivo di non autorizzare il pagamento.

Sembra, dunque, che l’Iran abbia una chiara strategia economica in mente. Da un lato puntare sulle ricchezze interne, come ad esempio il petrolio – l’Iran inizierà a collaborare con gli altri paesi produttori circa il congelamento della produzione soltanto quando l’output iraniano raggiungerà la quota di 4 milioni di barili al giorno; dall’altro, potenziare settori economici chiave, intensificando i rapporti con le medie e grandi potenze asiatiche, privilegiandole sui paesi del Medio Oriente ed occidentali, segno evidente che la diffidenza nei confronti di chi più ha beneficiato delle sanzioni è lungi dall’essere superata.

 

Paola Fratantoni

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Redazione
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