GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Roma International Estetica 2022: la bellezza torna in fiera dal 19 al 21 marzo

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La manifestazione di Fiera Roma dedicata all’universo dell’estetica e ai suoi professionisti è posticipata a marzo per garantire la massima sicurezza di tutti. Roma International Estetica quest’anno inaugura la primavera. L’appuntamento 2022 della fiera professionale dell’estetica e del benessere, a garanzia della sicurezza di tutti, è stato posticipato e si svolgerà dal 19 al 21 marzo. I professionisti della bellezza e le novità del settore saranno i protagonisti anche di questa quattordicesima edizione organizzata da Fiera Roma. Secondo il format che ormai è diventato un elemento distintivo del progetto, Roma International Estetica, accanto alla parte espositiva, ospiterà un intenso programma di convegni, workshop e show, che ne fanno un luogo di incontro e confronto per addetti ai lavori e appassionati.

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“GIG ECONOMY” COME NUOVO CAPORALATO DIGITALE

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Il 31% dei lavoratori  mpiegati nella gig economy non ha un contratto, a possederlo è solo l’11%. L’Unione Europea ha da poco approvato una direttiva tesa a regolamentare questa nuova forma di lavoro.

L’avvento del digitale ha portato con sé grandi trasformazioni radicai nell’organizzazione del lavoro. Ne è un esempio la così detta “gig economy”. Ma nello specifico cos’è questa gig economy? Stando alla definizione della Treccani la gig economy è: “un modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative, caratterizzate da maggiori garanzie contrattuali”. Stando a questa spiegazione questa tipologia di lavoro sembrerebbe rimandare a quelle classiche occupazioni che intraprendono gli studenti durante il proprio tempo libero.

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FEDERBALNEARI ITALIA: TUTTE LE ASSOCIAZIONI UNITE PER TUTELARE IL TURISMO BALNEARE MADE IN ITALY. TAVOLO TECNICO DOPO IL VOTO PER IL COLLE

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“L’unità di tutte le associazioni che rappresentano i balneari italiani è imprescindibile per affrontare nel migliore dei modi il tavolo tecnico sul tema delle concessioni demaniali”.

È questo il monito che arriva da Marco Maurelli, Presidente di Federbalneari Italia, che sottolinea come coesione e responsabilità siano la sola via percorribile, nell’interesse dell’intera categoria e del modello balneare italiano stesso. “Una realtà -spiega Maurelli -che rappresenta migliaia di imprese, per la gran parte di tradizione familiare, che da decenni dedicano i loro sforzi alla valorizzazione delle spiagge italiane e del turismo Made in Italy, un settore trainante dell’economia del mare, oggi destabilizzato da due sentenze del Consiglio di Stato”.

“La costituzione di un tavolo tecnico per discutere con il Governo Il tema delle concessioni è un grande risultato e costituisce un passo avanti. Siamo reduci da oltre 10 anni di inadempienze della politica e degli esecutivi che si sono succeduti, ora che abbiamo questa opportunità – commenta Maurelli – chiediamo che la discussione di punti vitali per la categoria, imprescindibili per condurci verso la stabilizzazione del sistema balneare Italiano, venga fatta nei tempi giusti, senza rischiare che la fretta eccessiva di chiudere la questione porti a risoluzioni non ponderate.

È stato condiviso un documento unico sui contenuti da presentare al Governo da parte di tutto il mondo balneare italiano e fissare il tavolo tecnico a febbraio, dopo l’elezione del Presidente della Repubblica, può concedere più respiro a un processo complesso, che merita una maggiore riflessione. Da parte loro, associazioni e sigle sindacali devono impegnarsi ad abbandonare ogni sterile personalismo e adottare una univoca linea responsabile. Lo dobbiamo alla categoria e alle istituzioni, in palio c’è il futuro delle nostre imprese e del turismo italiano”.

Fondo regionale per la crescita: 200 milioni per pmi e professionisti campani

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Incentivi a sostegno di nuovi investimenti finalizzati al rafforzamento e alla ristrutturazione aziendale, all’innovazione produttiva, organizzativa e all’efficienzaenergetica. Attraverso la sua società in house Sviluppo Campania,  la Regione scende in campo per affiancare le imprese nella ripartenza post-Covid con il “Fondo regionale per la crescita Campania” mettendo a disposizione risorse per 196,5 milioni di euro, a valere su Fondi POR FESR.

Due i beneficiari del nuovo strumento: piccole e microimprese, iscritte nell’apposito Registro della Camera di Commercio da almeno 12 mesi; Liberi professionisti titolari di Partita Iva da almeno 12 mesi.

Tre le tipologie di interventi (da realizzare sul territorio della Regione Campania) finanziabili con le risorse del Fondo: Digitalizzazione e Industria 4.0, vale a dire investimenti materiali e immateriali a sostegno dei processi di riorganizzazione e ristrutturazione produttiva per la transizione 4.0; Sicurezza e sostenibilità sociale e ambientale, ovvero investimenti finalizzati ad accrescere la performance ambientale e sociale dell’impresa garantendo la salute degli operatori; Nuovi modelli organizzativi, con investimenti tesi alla riorganizzazione dei processi aziendali attraverso l’introduzione di nuove soluzioni gestionali, di impianti e attrezzature volti ad aumentare produttività e performance economiche.

Ma quali sono le spese ammissibili a contributo? Possono essere coperti dalle agevolazioni i costi relativi a impianti e macchinari, opere di impiantistica, servizi reali, conseguimento delle certificazioni, Software, sistemi, piattaforme, applicazioni e programmi informatici. E ancora: spese amministrative, spese per studi di fattibilità, oneri per il rilascio di attestazioni tecnico-contabili e garanzie a copertura della restituzione del finanziamento.

Le agevolazioni, a copertura del 100% del programma di spesa ammissibile, prevedono un mix di contributo a fondo perduto (50% delle spese ammissibili) e finanziamento a tasso zero (il restante 50%).

Il finanziamento ha una durata complessiva di 6 anni e prevede un rimborso in 60 mesi con rate trimestrali posticipate a quote capitale costanti, più 12 mesi di differimento decorrenti dalla data di erogazione dell’anticipazione.

Il programma di spesa deve avere un importo compreso tra i 30mila e i 150mila euro.

“La Regione Campania – dichiara l’Assessore regionale alle Attività produttive Antonio Marchiello – con questo bando intende favorire investimenti volti ad accrescere la competitività delle filiere strategiche, l’innovazione, l’incremento della capacità produttiva, lo sviluppo tecnologico e la valorizzazione delle risorse del territorio.  Sosteniamo le nostre imprese con interventi resi ancora più necessari dalla crisi generata dall’emergenza Covid19 e per dare nuovo slancio all’economia regionale”.

 

Per sostenere la competitività delle imprese campane – dichiara Mario Mustilli, Presidente di Sviluppo Campania – abbiamo messo a punto nuovi strumenti finanziari prima con il programma Garanzia Campania Bond e SFiN già operativi e, adesso, con il Fondo Regionale per la Crescita che è diretto a sostenere gli investimenti delle imprese per incentivare il sistema produttivo campano a lanciare nuovi investimenti necessari a difendere la propria posizione sui mercati. Questo obiettivo è ancor più rilevante nella delicata fase storica che la Campania vive con l’intero Paese”.

 

Per accedere alle agevolazioni, gli interessati devono presentare domanda esclusivamente in modalità telematica, dotandosi di un’identità digitale (SPID o CNS), attraverso la piattaforma di Sviluppo Campania al link: incentivi.sviluppocampania.it.

Le richieste potranno essere presentate a partire dalle ore 12 del 10 febbraio 2022 e fino alle ore 12 del 14 marzo 2022.

Dal prossimo 20 gennaio sarà resa disponibile sui siti della Regione Campania e di Sviluppo Campania l’apposita modulistica. Tutte le informazioni sull’Avviso pubblico ed eventuali chiarimenti di carattere tecnico potranno essere richiesti via mail all’indirizzo: info@sviluppocampania.it o tramite un apposito servizio di help desk di prossima attivazione.

Le attività produttive per il contenimento della diffusione del COVID-19

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Il presente lavoro vuole illustre i risultati dello studio sull’ analisi delle attività produttive, per il contenimento della diffusione del COVID 19”, che è stato elaborato e pubblicato da un team di ricercatori, biologi ed esperti di sicurezza lavoro nello scorso giugno 2021.

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Amelio (Deloitte): Sostenibilità, con l’entrata in vigore della Tassonomia Ue tutte le imprese dovranno dotarsi di una strategia climatica

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Nel 2021. l’anno della COP26 e del G20, il dibattito sulla sostenibilità ha fatto passi avanti. Ma nel 2022 si passerà dalle parole ai fatti con l’entrata in vigore della nota (e discussa) Tassonomia, chiamata a classificare le attività economiche in funzione del relativo grado di sostenibilità. Si tratta di un passaggio decisivo per la decarbonizzazione della nostra economia, che cambierà il contesto competitivo per le imprese.
Detta in altri termini: le aziende, se già non l’hanno fatto, ora saranno costrette a dotarsi di una strategia climatica che mitighi i rischi e amplifichi le opportunità, sia nel breve che nel lungo termine. Strategia che deve poi declinarsi nei necessari strumenti attuativi, in termini di metriche, processi, obiettivi, operazioni, fino alla rendicontazione, cui sono interessati tutti gli stakeholder, a partire dagli investitori.
Secondo lo studio di Deloitte Italia “Il climate change nell’informativa finanziaria redatta dalle società quotate in Italia”, le società del nostro Paese manifestano una crescente consapevolezza sul tema del cambiamento climatico: il 53 per cento delle relazioni finanziarie annuali 2020 delle società quotate sul MTA, infatti, contiene informazioni sul clima – un trend in crescita dell’11 per cento rispetto allo scorso anno. Spesso, però, si tratta di informazioni di contesto o di mercato, in larga misura qualitative, riflesse solo in parte sulla gestione dei rischi, ancor meno sulla strategia e quasi per nulla sulle poste iscritte in bilancio.
Altre indagini in passato erano giunte a considerazioni analoghe. Infatti, mentre cominciano a farsi strada sia il ricorso ai crediti volontari per la compensazione delle emissioni GHG, sia l’integrazione degli obiettivi climatici nelle remunerazioni dei vertici aziendali, ancora scarseggiano informazioni basilari quali le analisi di scenario, la quantificazione degli impatti finanziari, il ricorso al carbon pricing. Anche nelle metriche devono essere fatti passi avanti, soprattutto sulla misura delle emissioni Scope 3, sulla certificazione degli inventari di GHG, sull’assunzione di target science-based e sull’integrazione della catena di fornitura.
In questa fase di assestamento, si registrano casi piuttosto evidenti di green marketing, per non dire di greenwashing: una tendenza che potrebbe persino accentuarsi nei prossimi mesi, ma che è destinata a scontrarsi con l’azione legislativa e regolatoria e con la maggiore consapevolezza dei consumatori.
Per le imprese, dunque, c’è parecchio lavoro da fare.
Come si diceva all’inizio, va anzi tutto stabilito un legame più stretto tra gli obiettivi climatici di breve e lungo termine e la strategia aziendale, cui far conseguire una coerente allocazione del capitale. Le imprese, poi, devono avviare una riflessione sul purpose aziendale in modo sistematico e strutturato e aprirsi a un confronto approfondito con tutti gli stakeholder. Devono anche riconoscere che le competenze dei board e dei manager vanno arricchite sotto questi profili, che la struttura organizzativa merita un profondo ripensamento, che i processi di rendicontazione climatica vanno strutturati come quelli economico-finanziari, che l’ERM non può prescindere dalla presa in carico delle insorgenti tematiche ESG.
Tutto ciò porterà ad accelerare sull’innovazione di prodotto e di processo, aggiornando sia il modello di business che il rapporto tra impresa e società. Prima si farà tutto ciò, più facilmente si consoliderà la posizione della propria impresa nella nuova arena competitiva.

di Franco Amelio, Sustainability Leader di Deloitte Italia

Breve riflessione sul fenomeno della corruzione”

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Com’è noto, con il crollo del muro di Berlino e dei paesi comunisti dell’est venne meno anche quello che il giornalista Ronkey definiva il fattore K ovvero la pregiudiziale di esclusione del partito comunista dal governo.

Venne meno così anche di conseguenza l’insostituibilità dei partiti del pentapartito per la gestione del governo e come afferma Mieli anche la giustificazione della politica clientelare e del finanziamento illegale dei partiti, per ottenere quei fondi necessari per combattere il pericolo del comunismo.

Come dire che i costi della politica necessari, per battere elettoralmente il comunismo, erano non sostenibili solo con il finanziamento legali ai partiti, per via delle ingenti spese per gli importanti apparati burocratici dei partiti e del costo della comunicazione verso gli elettori.

Del resto però lo stesso partito comunista, che come disse giustamente Bettino Craxi, possedeva il più importante apparato burocratico di partito del mondo occidentale, partecipava al sistema tangentizio ed era finanziato illegalmente anche tramite i commerci delle cooperative rosse con l’Unione Sovietica.

Come effetto di questi cambiamenti di lì a un paio di anni nel 1991 il partito comunista avrebbe cambiato nome in PDS – partito democratico della sinistra, a seguito della svolta della Bolognina e con l’assenso e l’avallo del partito socialista sarebbe entrato a pieno titolo e diritto nell’internazionale socialista, sancendo così un chiaro approdo democratico e occidentale quale forza socialdemocratica e una sua spendibilità anche in chiave governativa.

In questo quadro di cambiamento, nei primi anni novanta si avvia l’inchiesta giudiziaria denominata “mani pulite”, che portò alla luce un vasto sistema di corruzione diffuso nel mondo politico e finanziario, caratterizzato dall’uso di fondi neri da parte delle aziende, per elargire tangenti ai partiti (in realtà non solo della maggioranza), con lo scopo di ottenere appalti e servizi da parte dalla pubblica amministrazione.

Ci fu nel paese un clima dell’opinione pubblica favorevole all’azione dei giudici del pool mani pulite fra i quali il giudice Di Pietro assunse a ruolo quasi di eroe nazionale; opinione pubblica che applaudiva ai continui arresti di politici e imprenditori e all’uso della carcerazione preventiva come strumento per estorcere le confessioni.

Insomma come disse correttamente Bettino Craxi i giudici del pool mani pulite avevano creato con la loro azioni giustizialista e giacobina, un clima di odio e di caccia alle streghe; basti pensare all’uso irresponsabile della carcerazione preventiva, di cui ne fecero le spese con la vita anche galantuomini come il manager ENI Cagliari, che in realtà erano solo vittime e ingranaggi di un sistema economico e politico sbagliato.

Così nel giro di un paio di anni nelle elezioni del 1994 i vecchi partiti furono minimizzati, in termini di consenso e nello stesso anno si sciolsero sia il PSI che la DC, creando un vuoto politico, che fu riempito dall’arrivo di nuovi partiti come ad esempio Forza Italia ma non solo, in discontinuità con il passato della prima repubblica e portatori di nuove idee e valori. 

Insomma fu scelta la via giudiziaria al cambiamento, azzerando di fatto la vecchia classe dirigente e politica ma lasciando inalterato il sistema politico, economico e il modello di funzionamento dalla burocrazia della P.A., che con la loro degenerazione erano alla base del fenomeno della corruzione.

In tal senso come il solo Bettino Craxi con il suo discorso in parlamento, individuò nel malfunzionamento del sistema politico e dei partiti, la causa principale della collusione fra la politica e l’imprenditoria.

Del resto come ricordava nel suo discorso lo stesso Craxi il fenomeno della corruzione o meglio del finanziamento illegale dei partiti riguardava tutti i partiti, compreso il maggior partito di opposizione ovvero il PCI, che partecipava come detto anche esso al sistema tangentizio.

Fu scelta dunque la strada giustizialista e di azzeramento della classe dirigente, senza incidere sulle regole del sistema; del resto come osservato da un bellissimo articolo di repubblica sul tema, in molto paesi occidentali la sanzione per il reato di corruzione non è penale ma di natura amministrativa, lasciando spazio a un ravvedimento dei rei.

Va sottolineato che la maggior parte dell’allora classe imprenditoriale della prima repubblica si dichiarò concussa dalla classe politica; mentre invece bisogna sottolineare l’atavica avversione della nostra classe imprenditoriale a sostenere l’etica della concorrenza utilizzando con sistemi aziendali di qualità, ricorrendo preferibilmente invece alle facili scorciatoie della collusione tangentizie per l’aggiudicazione degli appalti.

Basti pensare al caso dell’Olivetti di De Benedetti che tramite la collusione con l’amministrazione riuscì a vendere allo stato computer obsoleti e datati a prezzi esorbitanti, realizzando un lucro notevole.

Lo stesso Craxi infatti sottolineava, che definire i grandi gruppi economici, come vittime della concusione della classe politica era irrealistico, visto che gruppi come la FIAT o l’allora Montedison erano infinitamente più forti e potenti di tutto il sistema politico della prima repubblica.

SI scelse quindi la via giustizialista al cambiamento che fu solo di facciata e non tocco le regole di funzionamento del sistema politico ed economico; giustizialismo che ebbe come epilogo la barbaria delle monetine all’hotel raphael, verso Bettino Craxi e la sua politica riformista e di modernizzazione del paese (compreso il cambiamento del sistema politico basti pensare alla proposta di repubblica presidenziale).

Risultato più evidente di questa inerzia nel cambiamento del sistema? Ovvio che gli apparati dei partiti continuano ad essere onerosi e sovradimensionati e l’auspicato approdo ai cosiddetti partiti leggeri (come negli stati uniti dove i partiti sono realtà dei comitati elettorali) è ancora nel nostro paese un’utopia.

Del resto il nostro paese si caratterizza per un clima di campagna elettorale continuo, con partiti che controllano ancora il sistema economico, dal quale continuano a ricevere finanziamenti illegali.

Allo stesso tempo anche i costi della comunicazione politica continuano ad essere esorbitanti e non possono essere certamente totalmente coperti con il mero finanziamento volontario dei cittadini del 2 per mille ai partiti; insomma le entrate non sono sufficienti anche oggi a coprire le spese dei partiti e da qui la necessità del ricorso a finanziamenti illegali.

Basti pensare che ad esempio Forza Italia ha più di cento milioni di euro di debiti e che non fallisce solo per  le fideussioni prestate alle banche creditrici, dal suo leader Silvio Berlusconi come noto facoltoso imprenditore.

Per quanto riguarda la nostra P.A. continua a essere controllata da una classe di burocrati, che rappresenta un potere anche esterno a quello di controllo della politica, con il risultato che la stessa classe politica non riesce a realizzare gli auspicati tagli verticali alla spesa pubblica (e non lineari) e averne un controllo reale; spesa pubblica che resta pertanto inefficiente e anche soggetta a sperperi e ruberie.

Infine la nostra classe imprenditoriale e le aziende che malgrado l’innovazione dell’introduzione dei sistemi di qualità della 231 organismo di prevenzione dei reati compresi quelli contro la pubblica amministrazione (obbligatori per alcune tipologie di imprese e in particolare per coloro che lavorano con la P.A.), continua ad essere ancora non completamente capace di affrontare e accettare in pieno, la concorrenza e la competizione, come elemento sano ed etico del sistema economico, ricercando invece spesso vie trasversali quali la collusione e corruzione della P.A. per l’aggiudicazione degli appalti.

Il risultato di questo sistema che non è né cambiato e nè è diventato più trasparente, sono sotto gli occhi di tutti, ovvero quello che le statistiche dichiarano: le tangenti in rapporto al PIL sono triplicate rispetto ai tempi di tangentopoli!! 

Quindi cambiano gli attori politici ma il fenomeno della corruzione resta un aspetto pervasivo della nostra società politica ed economica, come è testimoniato dagli scandali che hanno riguardato quelle stesse forze che allora erano davanti all’Hotel Raphael a tirare le monetine a Bettino Craxi.

Del resto lo stesso Gianni Alemanno assolto recentemente in cassazione per supposti reati di corruzione e collusione con il sistema mafioso relativi al periodo di quando era sindaco di Roma, ha dichiarato di essere diventato garantista e di essersi pentito di aver partecipato durante la fase storica di tangentopoli allo stillicidio di quella classe politica.

Certamente la legge cosiddetta spazza corrotti ha introdotto un sistema di rendicontazione delle donazioni ai partiti più efficace e trasparente, come avviene negli stati uniti ma potrebbe essere non sufficiente; come non è sufficiente il finanziamento del 2 per mille da parte dei cittadini ai partiti.

Insomma i costi della politica continuano ad essere superiori alle entrate legali dei partiti e da qui l’inevitabile sistema della corruzione che continua a interessare la nostra pubblica amministrazione.

Si rende necessario inoltre anche un maggiore controllo, da parte della politica e degli enti deputati, della spesa pubblica anche in termini di efficienza, trasparenza e qualità, per evitare proprio quei fenomeni di corruzione e di collusione della nostra burocrazia della P.A..

In questo senso la costituzione dell’ANAC deputata proprio alla prevenzione e controllo dei reati contro la pubblica amministrazione è sicuramente un passo in avanti importante e rappresenta un authority in grado di fornire modelli e procedure anticorruzione per tutta la nostra P.A. ma anche e soprattutto per le aziende.

Ma il discorso è più ampio e parte della riflessione che Mani Pulite e la via giudiziale al cambiamento hanno fallito, nel  tentativo di  rendere efficiente ed etico il sistema politico ed economico italiano, che anzi è oggi più corrotto e inefficiente che hai tempi di tangentopoli, con una crisi come allora del sistema dei partiti.

E’ indubbio come affermato dal giudice Gherardo Colombo (il migliore e più intelligente del pool mani pulite) nel suo bel libro, che per battere il fenomeno della corruzione bisogna passare da una cultura della repressione a una cultura della legalità e della prevenzione.

Sostiene ancora Gherardo Colombo che bisogna andare a parlare di cultura della legalità nelle scuole educando in tal senso i ragazzi, che costituiranno nel futuro una classe dirigente italiana più etica ed onesta.

Ma direi che anche le aziende devono cambiare e acquisire la cultura etica della competizione e della concorrenza etica e sana, come elemento ineliminabile della partecipazione al sistema economico e di stimolo al miglioramento della qualità dei servizi offerti, senza quindi ricorrere alla scorciatoia della collusione con la P.A. per aggiudicarsi appalti e servizi.

Ma soprattutto il sistema politico deve cambiare rendendosi più efficiente e in grado di creare maggioranze stabili in grado di governare a tutti i livelli dal nazionale al locale e opposizioni in grado di controllarne l’operato, soprattutto sul piano dell’erogazione spesa pubblica.

Infine anche i partiti devono evolvere verso forme leggere, quasi dei comitati elettorali, così come detto avviene negli stati uniti, con la possibilità di accedere in modo trasparente e rendicontato ai finanziamenti da parte di aziende e privati.

Concludiamo che quindi è necessario un reale cambiamento del nostro sistema politico, della pubblica amministrazione e del sistema economico che insieme alla diffusione della cultura legalità nelle nuove generazioni, sia in grado di battere nel medio periodo il fenomeno atavico della corruzione nel nostro paese. 

 



Sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili / opportunità e sfide per lo sviluppo sostenibile

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I cambiamenti climatici impongono scelte drastiche e non più rinviabili per la decarbonizzazione dell’economia globale. Le azioni fin qui implementate non sono sufficienti. A cinque anni dalla firma dell’accordo di Parigi le stime sul riscaldamento globale a fine secolo si sono ridotte nel 2020 di soli 0,7 gradi, rispetto ai 3.6 gradi stimati nel 2015. Siamo ancora molto distanti dall’obiettivo di incremento di 1.5 gradi e l’umanità continua a consumare risorse naturali 1.75 volte più velocemente di quanto il pianeta sia in grado di rigenerarle. 

Negli ultimi mesi c’è stata un’accelerazione eccezionale in termini di consapevolezza e di impegno globale. Da un lato, le grandi potenze industriali – dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Cina all’Europa – hanno rivisto i loro piani con obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra che solo un anno fa non erano ipotizzabili. Dall’altro lato una nostra ricerca registra come la lotta al cambiamento climatico sia un obiettivo primario della gran parte delle aziende, indipendentemente dalla loro taglia, dal settore e dal Paese di appartenenza. In merito ai piani di decarbonizzazione attendiamo impegni più concreti e stringenti dal G20 a guida italiana, al quale Deloitte ha contribuito come Knowledge Partner per la task force Energy & Resources Efficiency, e nella COP 26 di Glasgow, organizzata congiuntamente dal nostro Paese e dalla Gran Bretagna. 

L’imponente sfida che abbiamo di fronte può essere vinta solo se agiamo subito e su più fronti contemporaneamente, utilizzando tre leve principali: l’efficienza energetica, la produzione di energia rinnovabile e l’elettrificazione dei consumi.

La produzione da rinnovabili è una possibilità concreta perché le tecnologie sono già disponibili. È già possibile produrre in maniera competitiva energia elettrica dal sole, dal vento, da bacini idrici o sfruttando l’energia geotermica. Altre tecnologie pulite, quali il nucleare sicuro, l’idrogeno da elettrolisi, il carbon capture o la produzione di biocombustibili devono ancora essere affinate ma dovranno, entro 5-10 anni, dare un apporto essenziale alla creazione di un portafoglio energetico pulito idoneo a supportare un sistema economico a impatto zero. 

Riguardo la conversione verso le rinnovabili degli usi finali, abbiamo un percorso già avviato per i settori che maggiormente contribuiscono alle emissioni di CO2. Il trasporto su ruota sta andando incontro a veicoli a trazione elettrica alimentati a batteria; le maggiori case automobilistiche stanno trasformando la loro gamma verso l’ibrido e il full electric; alcuni nuovi player propongono un catalogo solo elettrico. Sappiamo cosa fare anche su residenziale e terziario, dove il riscaldamento e la cottura possono essere elettrificate nella gran parte dei casi, con l’ulteriore vantaggio di un considerevole risparmio energetico.

La trasformazione verso le rinnovabili genera opportunità ragguardevoli, in particolare per i Paesi che guideranno la transizione. Un recente studio di Irena prevede la creazione di 100 milioni di nuovi posti di lavoro nel settore energetico, oltre alla creazione di 98 mila miliardi di prodotto interno lordo mondiale aggiuntivo nei prossimi trent’anni. Altri vantaggi saranno la disponibilità di infrastrutture più solide e avanzate; l’assenza di dipendenza dalle fonti fossili, comunque destinate all’esaurimento; l’estensione dell’utilizzo dell’energia in aree geografiche oggi non servite; la possibilità di vivere in un ambiente meno inquinato che migliori le condizioni di vita nel nostro pianeta.

Accanto a queste opportunità è necessario considerare alcune sfide. La principale è connessa al fatto che il raggiungimento degli obiettivi deve coinvolgere l’intero pianeta. Da un lato andranno convinti i Paesi meno attivi che cercheranno rendite competitive ritardando la transizione, dall’altro lato dovranno essere inclusi i paesi meno avanzati tecnologicamente e più deboli finanziariamente, che sino a oggi hanno contribuito in maniera limitata alla produzione di gas serra e sarebbero danneggiati dalla transizione. In secondo luogo, la transizione avrà categorie sociali e settori produttivi avvantaggiati e altri perdenti: affinché la transizione sia giusta e sostenibile, sarà necessario distribuire i costi in maniera equa, ma anche supportare la conversione di aziende e di professioni che si perderanno. 

Se guardiamo al percorso dell’Italia vediamo diverse luci e qualche ombra. In relazione agli aspetti positivi, va sottolineato il fatto che abbiamo un’intensità carbonica 0,12 KgCO2/euro PIL, di circa il 20% inferiore alla media europea, con una decrescita negli ultimi tre anni del -6,1% contro i -5,5% dell’Europa. Anche la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile è ben posizionata rispetto agli altri paesi europei con una percentuale pari al 42% contro il 38% dell’EU. Scendono anche gli incentivi: nel 2016 il 61% della produzione rinnovabile era incentivata mentre nel 2020 si è passati al 53%. Tra gli aspetti meno ottimistici segnaliamo il rallentamento della corsa al rinnovabile degli ultimi anni, le gare per l’assegnazione della capacità che vanno deserte e il freno ai nuovi investimenti. Gli interventi allo studio per invertire questo trend e soddisfare i nuovi target europei prevedono la semplificazione degli iter approvativi; l’incentivazione degli investimenti nelle nuove infrastrutture digitali per il trasporto e la distribuzione dell’energia elettrica per lo storage; il bilanciamento tra produzione e domanda. A questi interventi saranno dedicati una quota rilevante delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che può finalmente siglare l’agognato cambio di passo per tutto il nostro Paese.

di Angelo Era (Energy, Resources & Industrials Industry Leader – Deloitte Italia)

Gli spazi per le fonti rinnovabili nel PNRR

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Ci siamo, siamo alle fasi finali di implementazione del PNRR, quel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sul quale si sono impegnati finora due governi, che è stato concepito e raccontato da un lato come un secondo piano Marshall per una ripresa esplosiva e dall’altro come una panacea agli annosi problemi strutturali dell’economia italiana.

Nel contesto del PNRR i temi dell’energia trovano posto in una delle sei Missioni, le linee strategiche su cui si articola il Piano, anzi, nella più corposa delle sei missioni, quella della “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”, con i suoi 69 Miliardi di Euro sui 222 complessivi del PNRR.

Alcuni dei bandi che allocheranno i 69 Miliardi sono già stati pubblicati, i più recenti a metà Ottobre dal MiTE, il Ministero per la Transizione Ecologica, che ha emesso bandi per 1,5 Miliardi destinati a Comuni e EGATO (gli Enti di Governo per gli Ambiti Territoriali Ottimali) per il miglioramento e la meccanizzazione della raccolta differenziata, per gli impianti di trattamento/riciclo di rifiuti urbani e per lo smaltimento di PAD, acque reflue e rifiuti tessili. 

Ancora briciole, finora, rispetto alle disponibilità complessive che si dispiegheranno nel corso dei prossimi anni, e forse proprio per questo vale la pena fare un volo d’angelo per capire cosa verrà messo a bando. 

Le azioni principali della Missione 2 sono state definite in compatibilità con gli obiettivi e le strategie del Green Deal Europeo, il programma adottato tra il 2019 e il 2020 contestualmente alla nomina di Ursula Von Der Leyen come Presidentessa della Commissione Europea, programma che ha come altissimo obiettivo quello di rendere l’Europa il primo continente climaticamente neutro entro il 2050.

Per raggiungere questo macro-obiettivo, il Green Deal Europeo punta su un’ampia varietà di azioni per, ad esempio, l’aumento dell’efficienza energetica, l’ottimizzazione delle risorse, la circolarità dell’economia e l’incremento della sostenibilità della mobilità, azioni rispetto alle quali si vanno a uniformare tanto i Programmi Quadro, come Horizon Europe per quanto riguarda ricerca e innovazione, quanto i singoli Piani di Ripresa, quali il PNRR italiano.

Quali, dunque, le azioni della “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”, e dove troviamo le aree di interesse per le energie rinnovabili? 

Una prima azione è il potenziamento del ciclo dei rifiuti, nel quale ricadono i bandi di cui abbiamo parlato sopra, ma in cui rientrano anche i bandi destinati ai Progetti “Faro” di Economia Circolare, per finanziare progetti altamente innovativi per trattamento e riciclo dei rifiuti da filiere strategiche, come quelle dei pannelli fotovoltaici e di pale eoliche, oltre che di carta, cartone e tessile.

Altre azioni della Missione 2 sono legati agli interventi sulle reti idriche ed elettriche. In particolare, nell’ambito delle reti elettriche, si finanzieranno interventi sulle smart grid, ossia sulle reti di distribuzione che consentano di bilanciare molto più flessibilmente i carichi e gli assorbimenti e che consentano quindi di integrare in modo molto più efficiente le fonti rinnovabili, in particolare gli impianti fotovoltaici ed eolici, che con il loro profilo di disponibilità irregolare tendono a creare problemi di bilanciamento sulle reti

Ci sono poi le azioni per l’incremento dell’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati, nelle quali le rinnovabili rientrano da un lato come componenti agevolabili per gli interventi finanziati dall’ecobonus, e da un altro lato, indirettamente, nel potenziamento delle reti di teleriscaldamento.

Infine, e più corposa, ci sono le azioni esplicitamente a sostegno delle fonti di energia rinnovabili e all’uso dell’idrogeno nell’industria e nei trasporti, nelle quali rientreranno i bandi per la promozione delle comunità energetiche e dell’autoconsumo, che porteranno fino a 2 GW di potenza elettrica verde aggiuntiva, il finanziamento per lo sviluppo di biometano e di agro-voltaico, e in generale il supporto all’adozione dell’idrogeno, che con il cosiddetto “idrogeno verde” viene prodotto a partire da fonti energetiche rinnovabili.

Da qui al 2022 si apriranno tutti i bandi, con rifinanziamenti annuali fino al 2026 a seconda dell’azione, quindi questi saranno mesi di avvio decisivi, nei quali sarà cruciale stare all’erta per cogliere appieno le opportunità.

Di Marco Croella



Turismo: Giuseppe Arleo (Competere.eu): “Le aziende sono a rischio”

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“Le aziende del turismo sono a rischio. L’aumento dei contagi dovuto alla nuova variante Omicron e le misure di contenimento necessarie per fermarlo, rischiano di mettere in ginocchio il turismo, un comparto che ancora risente – più di altri – delle ricadute economiche legate alla pandemia. Le sofferenze nel comparto alloggio-ristorazione in ottobre hanno ripreso ad aumentare: è un segnale da non sottovalutare”

Lo dichiara il Coordinatore dell’Osservatorio Next Generation di Competere.eu Giuseppe Arleo nel presentare l’analisi realizzata dal think tank sulle sofferenze bancarie per il settore del turismo.
“La diffusione della variante Omicron e il conseguente aumento dei contagi – dichiara Arleo – rischiano di riportare indietro le lancette del tempo allo scorso anno quando la terza ondata, iniziata in ottobre, ha costretto al rafforzamento delle misure di contenimento del Covid e alla chiusura di alcune aree e attività con un impatto negativo sull’andamento dell’economia. Oggi si corre lo stesso rischio, che può essere fatale per molte imprese che non si sono ancora risollevate dall’impatto della crisi pandemica. “
“La crisi pandemica e le misure introdotte per limitare la diffusione del contagio – spiega ancora Arleo – hanno determinato, nella primavera del 2020, un crollo dell’economia (PIL in diminuzione di quasi il 19% cumulato nei primi due trimestri) con effetti devastanti sul sistema produttivo italiano (-50% il calo della produzione industriale solo tra marzo e aprile). La caduta improvvisa del fatturato, che in alcuni settori si è quasi azzerato, ha colpito in misura drammatica le imprese, con un impatto che è stato estremamente eterogeneo, anche a causa della selettività dei provvedimenti di contenimento del contagio. In risposta al crollo della redditività causato dalla crisi pandemica, il Governo ha adottato diverse misure destinate a sostenere il finanziamento delle imprese, come le garanzie e le moratorie sui prestiti.
L’indebitamento delle imprese è così notevolmente aumentato, in particolare per i settori più colpiti dalla crisi (soprattutto alloggio e ristorazione ma anche commercio e automotive), i quali a fronte di una riduzione del cash flow hanno dovuto fare maggiormente ricorso al prestito. Nel 2020 i prestiti al settore degli alloggi e della ristorazione sono aumentati di 6 miliardi di euro (lo stock di prestiti era 27 miliardi di euro nel 2019) a fronte di flussi di cassa negativi per oltre 10 miliardi. Ad ottobre 2021 lo stock complessivo di debiti al comparto alloggio-ristorazione ammonta a poco più di 37 miliardi di euro.
Di conseguenza, la situazione patrimoniale per alcuni comparti è notevolmente peggiorata, con rischi per la capacità di investimento e per la solvibilità nel medio termine. Gli anni di cash flow necessari a ripagare il debito sono più che raddoppiati in diversi settori: per il comparto alloggio e ristorazione è stato stimato un aumento a 5,9 anni.”

“L’effetto congiunto di calo dei profitti e aumento dell’indebitamento- spiega Arleo- ha indebolito la struttura patrimoniale delle imprese, peggiorato il merito creditizio e accresciuto i rischi di insolvenza. Secondo l’ISTAT, dopo la fase acuta della pandemia, circa il 45% delle imprese italiane è strutturalmente a rischio di chiusura; la situazione è allarmante soprattutto per le imprese del settore alloggio e ristorazione, già duramente colpite dai provvedimenti introdotti nell’ultimo anno e mezzo. Tra queste il rischio di insolvenza sale fino al 78% nel settore ricettivo e al 95% nella ristorazione .
In particolare, i settori del comparto turistico non hanno ancora recuperato la caduta di fatturato registrata nel corso del 2020, nonostante il buon andamento dei mesi estivi. Qualche segnale negativo si comincia ad avvertire: i crediti in sofferenza nel comparto alloggi e ristorazioni sono ancora elevati e in aumento a ottobre rispetto a settembre, per la prima volta da circa un anno: ammontano secondo Banca d’Italia a 1,53 miliardi di euro da 1,51 a settembre, seppure in diminuzione di circa un terzo rispetto a un anno fa (erano 2,3 a ottobre 2020, come si vede nel grafico). È un segnale ancora di difficile interpretazione ma potrebbe evidenziare un aumento delle difficoltà delle imprese del comparto turistico, che potrebbe aggravarsi nei prossimi mesi. Sono prestiti la cui riscossione non è certa per le banche e gli intermediari finanziari che hanno erogato il finanziamento poiché i soggetti debitori si trovano in stato d’insolvenza o in situazioni equiparabili. Nuove misure restrittive rischiano di fare risalire le sofferenze in un comparto già duramente colpito. Per questo è opportuno agire con oculatezza, garantendo la continuità dell’attività economica salvaguardando la salute dei cittadini.
In ogni caso – e da un punto di vista più generale – se le politiche attuate nel corso del 2020 hanno mirato ad evitare il collasso delle imprese in crisi di liquidità, adesso l’obiettivo di policy deve focalizzarsi sul rischio di insolvenza. La possibile insolvenza di molte imprese in questi mesi costituisce il principale problema per il sistema produttivo italiano e aumenta l’esposizione del sistema bancario a possibili trasmissioni dello shock dal segmento non finanziario, implicando possibili tensioni sia sui bilanci delle banche, sia sui rapporti banca-impresa. Non dobbiamo dimenticare la lezione imparata durante la precedente crisi finanziaria: è indispensabile che il sistema bancario sia resiliente affinché possa garantire la stabilità del nostro sistema economico.
In risposta a questo rischio,- conclude Arleo- il Gruppo dei Trenta, di cui Mario Draghi è co-chair, a fine 2020 aveva sollecitato di intervenire lungo tre direzioni: incentivare il rafforzamento patrimoniale tramite la raccolta di capitali privati; favorire la rapidità e l’efficacia dei processi di ristrutturazione del debito per le imprese con prospettive di rilancio, in modo da garantire la continuità delle attività aziendali e migliorare le procedure per la gestione delle crisi d’impresa.”

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admin
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