GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Parte la campagna di sensibilizzazione della Croce Rossa “non sono un bersaglio”,

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“NON SONO UN BERSAGLIO” è un grido, un appello di civiltà e una Campagna internazionale con un focus specifico sulla situazione nazionale, voluta dalla Croce Rossa Italiana per denunciare il costante intensificarsi di attacchi agli operatori sanitari nei teatri di conflitti in tutto il mondo, ma anche in “insospettabili” contesti come le città e le provincie italiane. L’iniziativa lanciata oggi è un “work in progress” che si svilupperà fino al 17 febbraio 2019 e oltre, attraverso spot e visual a diffusione nazionale e che culminerà nella settimana dal 10 al 17 febbraio con un Convegno Internazionale a Roma. Ma “NON SONO UN BERSAGLIO” è anche l’occasione per il lancio di un “Osservatorio” della Croce Rossa Italiana sulle aggressioni subite dai suoi operatori, con l’intento di censire i rischi legati al volontariato durante le attività svolte, evidenziare i contesti di maggior pericolo, fino ad arrivare all’elaborazione di proposte concrete.

Non è trascorsa una settimana, negli ultimi due anni, senza che il CICR (Comitato Internazionale di Croce Rossa, l’Istituzione indipendente e neutrale che protegge e assiste le vittime della guerra e della violenza armata) abbia registrato un episodio di violenza contro l’assistenza sanitaria: circa1300 incidenti in 16 Paesi in conflitto o colpiti da altre emergenze. Cifre incredibili e scioccanti. Oltre alle vittime immediate, gli attacchi al personale e alle strutture sanitarie continuano a uccidere migliaia di persone come “conseguenza”, “effetto collaterale”: ossia privandole dell’accesso a un servizio vitale. In guerra esistono delle regole che devono essere rispettate. Attaccare postazioni o personale sanitario viola le norme basilari del diritto internazionale umanitario ed è preoccupante questo tentativo di “normalizzare” gli attacchi verso ospedali, ambulanze e operatori sanitari. Un tentativo che ci fa fare unsalto indietro di 150 anni nella conduzione dei conflitti armati e su cui dobbiamo agire. Dal 2017, anno del lancio dell’hashtag, Croce Rossa italiana aderisce alla campagna virale #NotATarget, nell’ambito della più ampia iniziativa “Health Care in Danger”, lanciata sempre dal CICR a seguito della tragedia di alcuni operatori e volontari uccisi in Afghanistan e, poco prima, anche in Nigeria e in Siria. In occasione di “NON SONO UN BERSAGLIO” sarà lanciato il relativo hashtag  #NotATargetItaly.

Questo tipo di violenze si associa sempre a scenari “lontani”, a Paesi coinvolti da conflitti bellici o di altro tipo. La percezione europea e italiana è che siano aberrazioni che non ci riguardano. Niente di più falso. Tenendo conto dei logici distinguo, la Croce Rossa Italiana ha ritenuto sostanziale denunciare, attraverso “NON SONO UN BERSAGLIO”, una realtà semisconosciuta o spesso sottovalutata che ci coinvolge “da vicino” e che riguarda anche (e non solo) i volontari CRI: quella delle violenze ai danni dei nostri operatori e/o strutture sanitarie.

Sono 3.000 i casi registrati in quest’ultimo anno, a fronte di solo 1.200 denunce all’Inail. Si tratta di aggressioni a medici e infermieri in ospedale, nei Pronto Soccorso e nei presidi medici assistenziali sparsi per il nostro Paese. Un’urgenza che si sta trasformando in emergenza nazionale. Da nord a sud. Altro drammatico aspetto è quello delle aggressioni agli operatori delle ambulanze e dei danneggiamenti ai mezzi stessi. Non esistono statistiche esatte sul fenomeno ecco perché la CRI ha deciso di istituire l’Osservatorio, proprio per colmare questa lacuna e fornire dati attendibili.

Abbiamo chiesto al vice Presidente Valastro chi è il “bersaglio” su cui viene posta l’attenzione?

Il “bersaglio” sono gli operatori sanitari e i volontari della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Per intenderci, parliamo di quello che tragicamente è accaduto in Siria, ma anche in altri Paesi mediorientali o africani e in quei luoghi dove ci sono crisi protratte o situazioni di pericolo dovute a guerre, sommosse, rivoluzioni. Sono costantemente, quotidianamente presi di mira i presidi sanitari, sia quelli con il personale qualificato, ma anche le ambulanze guidate dai soccorritori che possono portare le persone presso i punti in cui ricevono il primo soccorso. Assistiamo a un costante sviluppo della barbarie. Stiamo tornando a logiche di assedio medievale.

Quali sono le conseguenze?

Si tratta di una situazione inaccettabile. Il Movimento internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha posto l’accento su questo aspetto più volte, oggi rimarcato da Croce Rossa Italiana attraverso la Campagna “Non sono un bersaglio”. Perché l’attacco agli operatori sanitari in generale e ai luoghi di cura è doppio: non si colpiscono soltanto quelle persone che non sono un target di guerra e che forniscono aiuto, ma si attaccano tutti i cittadini e i militari che potrebbero essere salvati. Fare violenza su un medico, un infermiere, un soccorritore significa impedire ai civili di poter ricevere le cure adeguate.

Quali leggi viola questo stato di cose?

Questo atteggiamento viola in maniera palese le Convenzioni di Ginevra. Noi sappiamo che l’idea che ebbe Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa, era proprio quella di creare delle società di soccorso che non fossero parte nel conflitto. Non essendo parte del conflitto, gli attori che prendono parte ai soccorsi non dovrebbero essere attaccati. Questa idea venne consacrata nelle Convenzioni di Ginevra che, forse qualcuno lo avrà dimenticato, sono tuttora vigenti. Queste ultime, unitamente ad altri strumenti del Diritto Internazionale Umanitario, ci ricordano la neutralità del personale sanitario. E’ un principio giuridico e non solo morale, non dimentichiamocelo.

“Non sono un bersaglio” vuole porre l’attenzione anche sulle aggressioni agli operatori sanitari del nostro Paese. Non siamo in un teatro bellico, dunque che tipo di violenze subiscono?

La Croce Rossa Italiana aveva già denunciato questo stato di cose negli scorsi anni, ad esempio all’ONU nel 2017 e attraverso i media nazionali e internazionali. L’avere accettato passivamente che gli attacchi al personale sanitario fossero tollerati nelle zone di guerra, per quanto come ho già detto giuridicamente e moralmente inaccettabili, ha portato a un’altra conseguenza che avevamo preannunciato: il non rispetto in generale del personale sanitario, anche nel nostro Paese. Questo è avvenuto da nord al sud: volontari della CRI vengono aggrediti, malmenati, tirati fuori dalle ambulanze sempre più di frequente. Sono all’ordine del giorno gli attacchi contro postazioni di continuità assistenziale come le guardie mediche, i Pronto Soccorsi, gli ospedali. Assistiamo a una situazione di mancanza totale di rispetto per la persona che svolge questo lavoro o lo fa per volontariato.

Al di là della diffusione di dati e informazioni, la Campagna propone azioni concrete. Quali sono?

Oltre a un’azione di diffusione molto forte volta a informare e, soprattutto, mobilitare le coscienze, “Non sono un bersaglio” si pone l’obiettivo di azioni concrete: a partire da un grande Convegno internazionale con il coinvolgimento di tutto l’associazionismo che si occupa di assistenza sanitaria e di tutela della salute, comprese le regioni che hanno il servizio del 118. Da oggi è anche attivo un Osservatorio per la denuncia di illeciti che sfocerà in un Report e la diffusione di informazioni e consigli pratici per tutto il territorio. Riguardo quest’ultimo, avremo la presenza di nostri volontari e di personale qualificato come i nostri Istruttori DIU, nelle piazze d’Italia per diffondere materiali nelle scuole e nelle piazze e realizzare postazioni informative.

Cosa possono fare, in concreto, le Istituzioni e i Governi?

In questo panorama i Governi e le Istituzioni hanno un ruolo assolutamente determinante. Sono loro, in quanto parti integranti delle Convenzioni di Ginevra, a poter porre l’attenzione sulla questione del rispetto degli operatori sanitari nelle zone di pericolo. Attraverso “Non sono un bersaglio” vogliamo svolgere un’azione di advocacy sul territorio e di mobilitazione generale, nazionale e internazionale. Questo è l’obiettivo: far conoscere a tutti quella che è diventata una vera e propria emergenza.

Usa-Arabia saudita: accordo concluso per un nuovo sistema di difesa missilistico

SICUREZZA di

La scorsa settimana, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno firmato un accordo per l’acquisto di un nuovo sofisticato sistema di difesa missilistico.  La trattativa era in corso dal dicembre 2016 e mercoledì scorso un funzionario del Dipartimento di Stato ne ha definitivamente confermato la conclusione.

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I luoghi comuni. Perché in Europa ridono di noi (ogni tanto).

Faccio una doverosa premessa: questo articolo sarà pieno di luoghi comuni. Oltre i classici “pizza, spaghetti, mandolino… e mafia”. Chi mi conosce sa che vado fiero dei miei pregiudizi. Il mio tentativo sarà non quello di sfatarli, bensì quello di confermarli e, forse spiegarli. Luoghi comuni sull’Italia e gli italiani, visti da Bruxelles. Non parlo solo delle Istituzioni europee… ma della gente, del sentire comune. Della proverbialità a cui è ormai assurto il nostro essere italiani. Eppure questi signori d’oltralpe (i nostri “fratelli” europei) hanno dimenticato che Roma, le istituzioni, il diritto, la civiltà, la religione, la cultura, li abbiamo inventati noi. No, non è così. Questo lo dicono tutti. Non è che all’estero non sappiano che l’Italia è l’artefice di tutto quanto di sensato sia oggi di uso comune nel continente: il fatto è che gli italiani fanno di tutto, ma proprio di tutto per far cadere il nostro glorioso passato nell’oblio. E forse nemmeno loro lo conoscono, il loro passato. Primo luogo comune.
Fermo subito qualunque scettico: non sono un auto-razzista (termine oggi molto in uso dai sovranisti per indicare sinistroidi estremisti, boldriniani e immigrazionisti vari). Se è per questo, non sono neppure un sovranista, o almeno non mi ritengo tale. O, almeno, non del tutto. Non secondo me, europeista convinto.
C’è un vecchio video di Bruno Bozzetto su Youtube (lo trovate a questo link), dedicato a tutti coloro che credono che gli Italiani siano uguali agli altri europei. Quel video, stupendo e geniale, riepiloga in pochi minuti le differenze tra noi e gli altri popoli europei sulla politica (le poltrone da cui i nostri leader non si staccano mai), il modo di parcheggiare, il modo di guidare il modo di prendere il caffè… E sapete una cosa? Quel video è azzeccatissimo. Purtroppo. Ricorda quanta poca sobrietà ci sia ormai da tempo nei nostri costumi, ahinoi non solo in contesti informali. Guardatelo. Adesso, però, vi do la mia versione.
Cominciamo dall’aereo: se prendete un volo da Bruxelles, della Brussels Airlines (la vecchia “Sabena”, per intenderci), partite ad un orario prestabilito: è puntale il boarding, un po’ meno la partenza (siamo comunque non oltre i 15 minuti) ed in linea di massima in un’ora e quaranta minuti siete a Roma (arrontondiamo pure a due ore, ma non per auto-piaggeria). Durante la fila nessuno fa il furbo: chi è in economy si mette in coda subito per cercare di prendere posto prima, chi è in business o flex si rilassa un po’ di più e si mette in una fila ordinata di poche persone. Le hostess (assolutamente non necessariamente statuarie, e non necessariamente belghe né belle – questi sono luoghi comuni) cominciano sin da subito a “bollare” anche i bagagli a mano che dovranno viaggiare comunque nella stiva. Chi tardi arriva, male alloggia. Anche in un regime di oligopolio, quale è quello della tratta tra la “Capitale d’Europa” e le capitali nazionali. Se qualcuno si mette in fila con la business, e all’atto dell’imbarco possiede un biglietto economy, viene gentilmente invitato a mettersi in coda alla fila. Per ultimo.
La stessa cosa non succede se viaggiate, sempre da Bruxelles, ma con altra compagnia aerea (non dirò quale, ma tanto avete capito, no? Sempre quella…). La fila si forma abbastanza puntualmente, ma non così ordinatamente. Il boarding è comunque molto puntuale, ma la fila per la business class è inspiegabilmente lunga e, peggio ancora, si allunga quando ormai è quasi esaurita. Così che qualche sedicente business man, di corsa, riesce casualmente ad infilarsi al momento giusto nella fila dei suoi presunti pari. Poi sfila e si imbarca l’economy. Ma con un piccolo problema: siccome c’è stato qualche furbacchione dell’economy che si è infilato nella coda della business, le signorine (che sfoggiano sempre i colori di quella compagnia aerea…sempre quella) sono costrette ad aumentare o ad anticipare la “bollinatura” dei bagagli a mano da portare nella stiva. E da dove cominciano? Non dagli ultimi, ovviamente, ma dai primi che si trovano davanti. Così funzionari ministeriali, professori universitari “smart”, politici grullini (e non è un errore di battitura) che fanno finta di viaggiare in economy, e turisti che si erano virtuosamente messi in coda per primi, dovranno aspettare a fine corsa il loro bagaglio in un famoso aeroporto italiano (sempre quello), mentre gli ultimi, i furbi, essendo ultimi, lasceranno per primi l’aeroporto, quando gli altri, gli scemi, sono ai nastri.
Tutto questo lascerebbe indifferente l’italiano medio, normalmente aduso ad essere sorpassato da consimili più furbi e a non protestare, quasi per quieto vivere. Bisognerebbe litigare veramente con tutti. Ma, ovviamente, tra i passeggeri di quel volo, talvolta c’è qualche erudito eurocrate, cresciuto a birra e crauti, o a birra e waffle, che storce il naso, ride, fa battute sull’Italia e gli Italiani. No: non è colpa sua. E’ colpa nostra. E questo è un luogo comune.
Vi tralascio i rimbrotti, le battute, i musi lunghi e gli sbuffamenti quando si parte dall’Italia, da quel famoso aeroporto italiano, verso Bruxelles. Indipendentemente dalla compagnia con cui viaggiate, dovete calcolare almeno 45 minuti di ritardo prima che l’aereo si sollevi. Nei casi peggiori (invero residuali) l’aereo si solleva quasi quando avrebbe dovuto atterrare dall’altra parte. Come mai si accumuli sempre questo ritardo, non è dato saperlo. Luoghi comuni.
Arriviamo a Bruxelles. Lì, in generale, l’accozzaglia di gente più o meno seria e più o meno sobria per le strade, e nei negozi e nei locali fa sì che la bestia italica si confonda abbastanza. C’è chi ride sguagliatamente, ma non è necessariamente appartenente a un gruppo di pugliesi o di napoletani. Potrebbero essere anche irlandesi (del resto simili a noi) o olandesi (essendo davvero uomini liberi, loro possono fare qualunque cosa). Più difficile che si tratti di francesi. Impossibile siano tedeschi. I nord africani ci guardano con circospezione, perché gli stranieri lì siamo noi, non loro. La città, in molti vicoli, è “aulente” di pipì e di fritto. Luoghi comuni.
La cucina non è un granché. Tranne la carne, il salmone, la birra e le verdure. Quindi niente di speciale. Anche le marche più pregiate di cioccolato hanno stabilimenti in Turchia. Non oso immaginare, se hanno lo stabilimento in Turchia, dove possano comprare le nocciole. Di certo non a Torino o a Viterbo. Luoghi comuni.
Entriamo nelle Istituzioni. Lì si apre un mondo. Chi è accreditato entra senza controlli velocemente, come è giusto che sia. Chi non lo è, passa solo dei controlli se è stata comunque confermata la sua presenza in precedenza e la sua identità è nota. Chi non è nemmeno atteso deve farsi identificare. E qui viene il bello. Di solito gli italiani non sanno che per entrare in questi edifici (che sono sacri, e non sono ironico!) occorre il passaporto o una carta di identità.
La patente? NO.
Ma è europea! NO.
Io sono un giornalista, ecco la tessera professionale! MI DISPIACE. NON E’ UN DOCUMENTO VALIDO (in Belgio, come in molti Paesi europei, non esiste un vero e proprio ordine dei giornalisti come da noi).
Ma in Italia è un documento valido! IN ITALIA. QUI NO.
E allora devo tornare in albergo a riprendere i documenti? OUI, JE SUIS DESOLE’ MONSIEUR.
Luoghi comuni? Non tanto. E intanto la fila dietro si accumula…. e si sente sottovoce, tra risatine soffocate e rabbia smorzata…  “Italians… Italienne… Italienisch….
Una volta dentro, ognuno sa quello che deve fare. E anche gli Italiani sanno farsi valere. Tutti sanno quello che devono dire. La differenza fondamentale, però, è che noi siamo tutti euroscettici. Questa è la verità. Anche gli europeisti italiani più convinti sono euroscettici. Noi in Europa ci andiamo, non ci siamo.  Non vogliamo fare e non facciamo mai brutta figura, specie a livello tecnico, e le amministrazioni, le aziende, le lobby, le autorità indipendenti e le ex partecipate inviano sempre funzionari svegli e di ottimo livello.
Ormai anche noi parliamo benissimo l’inglese ed il francese. E’ difficile che chi vada a quelle riunioni e non sia un buon english speaker non sia accompagnato almeno da qualcuno che si muove bene in quei corridoi. Ma se osserviamo il dossier dei nostri inviati, delegati, politici, etc. possiamo osservare dei veri e propri mattoni di carta, che spiegano per filo e per segno cosa dovranno dire, cosa probabilmente ci verrà detto, cosa è meglio per il Paese che quel delegato dica.
Gli altri… gli altri no. Gli altri conservano l’agenda dell’incontro, qualche altro documento magari proposto dal loro Paese e null’altro. Conoscono la materia. Hanno le idee chiare. Prevedono le strategie altrui. Sono comunque preparati a fronteggiare posizioni avverse, da Stati non sempre amici. Sfidano i rappresentanti della Commissione, quando non sanno già in anticipo come questi si comporteranno.
Per questo noi non siamo in Europa, ma andiamo in Europa. A mio parere, l’Europa per noi è un teatro, dove dobbiamo dimostrare qualcosa. Molte volte veniamo applauditi, non c’è che dire. Altre volte no. Ultimamente no. Ma invece quella è casa nostra. Non dovremmo nascondere nulla, dovremmo dire quello che pensiamo, fare quello che riteniamo più giusto fare. Sbuffare anche noi contro gli altri. Non limitarci a prendere per il culo qualche spilungone allampanato che snocciola numeri o consigli, solo perché non capisce l’italiano e magari ha pure il naso e le gote rosse (luogo comune!).
Siamo anche noi fondatori e fino a poco fa non ce lo ricordavamo. Perché non ce lo ricordavamo? Perché non ne abbiamo approfittato? Perché finora mai nessuno aveva osato fare la voce grossa, da parte italiana, nei corridoi e nelle aule di Bruxelles.
Non parlo del Parlamento europeo, dove qualche deputato più o meno stravagante, per toni o per contenuti, ha fatto talvolta parlare di sé. Italiani in primis.
Parlo del Consiglio dell’UE, del Consiglio Europeo e della Commissione europea. In questi consessi, diciamolo, prima dell’attuale governo, anche durante Presidenza italiana, nessuno aveva fatto parlare dell’Italia. La “Italian issue”, anzi le “Italian issues” sono cosa recente. Si può essere più o meno d’accordo con Salvini, per carità. Io sono d’accordo, per alcuni contenuti. Quello che mi è piaciuto – aldilà dei contenuti – è stata la pervicacia, l’insistenza, la coerenza e la forza con cui questi contenuti sono stati espressi.
Lasciate stare, solo per un attimo, se siete o meno d’accordo e se mi caverete o meno gli occhi per quanto vi ho appena detto. Praticamente Salvini ha avuto l’abilità di mettere i famosi puntini sugli “i” (luogo comune!) a quei Paesi che lo facevano prima con noi. La differenza è che mentre gli altri puntano e puntavano il ditino verso di noi perché magari non eravamo puntuali nell’implementazione di qualche normativa, perché magari rispondevamo in maniera vaga a domande precise o perché eravamo comunque troppo prolissi, adesso abbiamo puntato noi il dito verso di loro. Lasciatemelo dire… sui dossier migration, relocation, repatriation e altri simili, l’Europa aveva ed ha proprio toppato nei riguardi del nostro Paese. E, secondo me, non c’è nulla di inumano nel dire che ogni Stato membro dovrebbe fare la sua parte, che non possiamo essere – con la Grecia – gli unici Paesi in cui l’Europa debba esercitare l’accoglienza. Non è possibile, non ce la facciamo. E prima di Salvini, lo dicevano anche i governi di sinistra (ai governi di sinistra va comunque reso il merito – il grande merito – di aver notevolmente diminuito il numero delle procedure di infrazione nei differenti settori in cui l’Italia era indietro normativamente). Diciamo che Salvini ha fatto in modo che si passasse dalle parole ai fatti. Abbiamo dato effettivamente fastidio. Abbiamo semplicemente chiesto che tutti – e non solo noi – fossero chiamati ad applicare le regole. Oggi la maggior parte degli Italiani con un minimo di erudizione conosce meglio, di sicuro, il diritto comunitario (prima dato in pasto ai soli addetti ai lavori), Dublino (più o meno), Frontex (ovviamente non ne conosce lo stato giuridico.. e l’Agenzia non si chiama neanche più così) e via discorrendo. Credo che in questo, stavolta, sia stata – a ragione – l’Italia a puntare il dito, grazie a Salvini. Forse avrei urlato meno. Ma ognuno ha il suo stile. Luogo comune.
Ma cosa smonta tutto questo? Cosa fa ridere gli altri di noi? Il fatto che siamo deficitari su molti altri fronti. Otteniamo una vittoria e dieci sconfitte. Luogo comune. Non siamo eurocrati. Non lo saremo mai.
Il problema è che a una strategia ben precisa nel settore affari interni, corrispondono strategie fumose sugli altri tavoli. Primi tra tutti i tavoli economico-finanziari. E’ inutile commentare i fatti di questi giorni. La procedura di infrazione, la cena tra il Presidente Conte e Juncker, i commenti prima e dopo la cena, la quota 100 e il reddito di cittadinanza. Tutte cose trite e ritrite dalla stampa nazionale ed estera. Io, personalmente, reputo scellerata la gestione di questi dossier in campo nazionale… e credo sia pressoché impossibile far capire agli eurocrati la presunta ed asserita bontà di alcuni provvedimenti macroeconomici come questi (ma figuriamoci!).
Il problema è che, per fare la voce grossa, bisognerebbe avere tutte le carte in regola. Allora è fastidioso sentire Junker che – seppur in un clima almeno apparentemente amichevole – dice di amare l’Italia perché da giovane, in Lussemburgo, era circondato da immigrati italiani. Che cosa vuol dire? Perché questa sottolineatura? Non poteva dire solo di amare l’Italia perché è un paese bellissimo e ricco di monumenti? Non avrebbe potuto utilizzare un luogo comune positivo?
Allora quello che a me non va giù è che proprio perché noi non siamo perfetti a tutto tondo, in tutti i settori, gli altri approfittano delle sbavature. Proprio perché è un luogo comune che in Italia i controlli non siano rigidi. Allora i gendarmi francesi scaricano migranti sui nostri confini, come fossero immondizia (ma che umanità è questa?)… gli svizzeri approfittano della notte per non accogliere nemmeno donne e bambini (no comment).
Insomma: qual è la ricetta per evitare luoghi comuni e risatine su di noi? Basterebbe, davvero, che ognuno facesse bene quel poco che gli è richiesto di fare. Affrontare le sfide europee sicuramente con spirito critico, ma ben sapendo che il sistema non si può scardinare con alzate di testa o con proposte folli, che mai saranno accettate. Il sistema si può cambiare, osservando le regole, dall’interno. In maniera silenziosa e costante. Bisognerebbe formare una classe dirigente che sin dalle scuole superiori possa ambire a ricoprire ruoli di prim’ordine nelle istituzioni europee. Bisognerebbe far capire alla popolazione che l’Europa non è qualcosa di altro da noi, ma è qualcosa di cui anche noi facciamo parte.
E questo è un altro bug del nostro sistema. Gli italiani (pochissimi) che ricoprono ruoli anche non di spicco nelle istituzioni UE ci sono arrivati con le proprie gambe. Vincitori di concorso, davvero qualificatissimi, impossibili da scartare o da bocciare, sono arrivati a Bruxelles e lì hanno messo la loro bandierina. Ho conosciuto italiani, nelle istituzioni, che fingevano di non capire che in una sala ci fossero dei connazionali, e rivolgersi a loro in inglese. Ho visto e sentito italiani dire di essere “della Commisisone” e, quindi, non propriamente italiani, in quella veste. Ma non credo sia colpa dei diretti interessati. Sono italiani che non sono stati sostenuti dal Paese, per arrivare dove sono arrivati. Sono italiani che talvolta si sono sentiti in in imbarazzo per i ritardi del nostro Paese. Altri Paesi conoscono in anticipo le posizioni aperte nelle istituzioni e pianificano per tempo, con una formazione mirata, chi dei loro dovrà riempire quella casella. Nel nostro settore esiste una formazione “europea” adeguata soltanto nel comparto difesa e sicurezza. I militari che vanno all’estero sotto egida UE svolgono corsi di formazione per quanto più possibile omogenei e, infatti, nei teatri operativi gestiti dall’UE, nell’ambito della PESC e della PSDC, l’Italia ha sempre stra-ben-figurato. Capacity building, peace making, stability policing, sono cose che abbiamo letteralmente inventato noi.
Le altre compagini ministeriali, ahimé, conservano nicchie di eccellenza isolate, che viaggiano in Europa o fuori da essa, ma con le sue insegne, senza un “addestramento” omogeneo, che in Patria li abbia preparati insieme agli altri pari-ruolo o pari-qualifica. Magistrati, professori, cooperanti, funzionari dei trasporti, dell’istruzione, delle comunicazioni, conoscono l’inglese perché magari lo hanno sempre coltivato da soli, a loro spese, e si sono affacciati solitariamente agli impegni europei. Qualcuno è in missione. Qualcuno è in aspettativa. Qualcuno è fuori ruolo. Indennità diverse, compensi diversi, compiti diversi ed obiettivi (nazionali) poco chiari. Chiarissimi sono invece gli scopi della loro missione, per l’Europa.
Se ci sforzassimo di rendere univoci gli sforzi, di mettere a sistema la nostra pregiatissima cultura giuridica ed amministrativa, di addestrare tutti coloro che a vario titolo vanno all’estero (non solo in Europa), se facessimo leva non solo sull’orgoglio e sulla preparazione personali, ma fornissimo una omogenea preparazione italo-europea, sicuramente avremmo italiani più responsabili, che varcano i confini nazionali per entrare in quelli europei, davvero a testa alta. Ed il nostro Paese ne trarrebbe un vantaggio di immagine (e non solo) addirittura (ne sono sicuro!) superiore a quello di altri Paesi.
Sfatando, finalmente i luoghi comuni.

 

 

Messico, attacco contro polizia e Croce Rossa, quattro morti tra polizia e medici

AMERICHE/SICUREZZA di

Durante una attività di aiuto alla popolazione dello stato meridionale del Messico il gruppo di medici della Croce Rossa Messicana è stato attaccato da un gruppo di venti uomini armati che hanno sparato indiscriminatamente sul gruppo di soccorritori, uccidendo quattro persone tra poliziotti e medici e ferendone altri sei. Continue reading “Messico, attacco contro polizia e Croce Rossa, quattro morti tra polizia e medici” »

Dalla presa dell’ambasciata americana alle sanzioni odierne, l’Iran di ieri e di oggi.

STORIA di

Novembre 1979, un anno dalla  partenza dello Scia Reza Pahlavi e il ritorno trionfale dell’Ayatollah Khomeini la situazione a Teheran è molto calda, esecuzioni sommarie e continue manifestazioni contro l’odiato nemico americano si susseguono in tutta la città saldamente in mano alle guardie della rivoluzione. Presi in ostaggio i diplomatici americani, unico caso nella storia moderna fino a quel momento, un evento di brutale efficacia mediatica durato 444 giorni.

Uno spartiacque nella politica americana nel medio oriente ma anche un momento difficile dello stesso Iran che vogliamo analizzare con la testimonianza di Esmail Mohades, rappresentante del movimento degli Studenti Iraniani in Italia, che proprio in quei giorni lasciva il paese per giungere in Italia.

EA – Quattro novembre 1979, l’ambasciata americana viene assaltata dal movimento degli studenti, perche?

Esmail Mohades: Perché il nuovo regime uscito da poco ad una grandiosa rivoluzione, decide uno scontro frontale con la superpotenza, che oltretutto, gli ha dato una grossa mano a salire il potere? Se continuiamo a calcare mainstream, suscitiamo sì meno perplessità, ma non inquadriamo il problema per quello che è, Il nocciolo del problema va cercato nella natura dello stesso regime teocratico insediato nel paese più laico del Medio Oriente. Quindi il problema fondamentale del regime iraniano sono gli iraniani e le forze democratiche e progressiste presenti in Iran di allora, sebbene piccole e inesperte. Queste avevano contrastato lo sciah e la politica americana in Iran e per questo possedevano un potenziale consenso popolare. Quindi il regime prende il toro per le sue corna: colpisco l’America come posso, presa dell’ambasciata, conquisto l’arma dell’anti America, molto in auge allora, in fine ho un importante nemico, l’alibi per decimare ogni voce dissidente interna. Il regime ha avuto successo in questo.

EA: Quali furono le reazioni all’interno de movimento?

Esmail Mohades: In quel periodo la massa degli iraniani quadrava tutto con stupore. Nel senso che dopo pochi mesi dalla caduta dello sciah tutto andava verso una direzione mai immaginate. Un gruppo zelante, con il consenso di Khomeini, con la presa dell’ambasciata ha superato i suoi concorrenti interni e fatto fuori i nemici. Molti degli studenti che hanno preso l’ambasciata negli anni ’80 hanno insanguinato il paese e fatto cose atroci nelle carceri, poi durante la presidenza di Rafsanjani, 1989-97, sono stati estromessi dal potere, per ritornarci poi in veste dei riformisti.

Qual’era la situazione in quei giorni a Theran?

Esmail Mohades: In quei giorni la maggioranza della popolazione si metteva fuori, grazie anche alla repressione che andava sempre più verso confini atroci. Il regime si preparava verso una chiusura totale degli spazi democratici, che poi è avvenuto nell’estate dell’81.

EA: Dopo il tentativo di liberazione andato male quale fu la reazione del movimento?

Esmail Mohades: Ha gonfiato l’immaginazione di chi pensava di stare umiliando la superpotenza e messo in evidenza la totale incapacità dell’Amministrazione di Carter. La liberazione degli ostaggi dopo 444 giorni, con risultato di tirar giù il povero Carter, è avvenuta quando si annusava che Reagan non avrebbe continuato la linea politica di Carter. Il Paese ha pagato caro in termini politici, economici e di immagine, ma gli autori avevano ormai ottenuto il loro risultato.

EA: Oggi Trump riprende la strada selle sanzioni, potrà mai esserci un nuovo 4 novembre 1979?

Esmail Mohades: L’Iran di oggi è spompato del tutto. Le sue principali armi usate per la sopravvivenza, repressione interna e terrorismo esterno, sono del tutto spuntate. Basta osservare le notizie della rivolta in Iran e gli arresti dei terroristi iraniani, in Belgio, Francia, Austria e Danimarca, ammesso che queste notizie arrivino. Stiamo assistendo la fine di un regime inglorioso, che solo l’Europa. L’Italia, a stento, pensa di salvare.                

4 novembre 1979, a Teheran viene occupata l’Ambasciata Americana.

STORIA di

Dopo la partenza dello Scia Reza Pahlavi e il ritorno trionfale dell’Ayatollah Khomeini la situazione a Theran è molto calda, esecuzioni sommarie e continue manifestazioni contro l’odiato nemico americano si susseguono in tutta la città saldamente in mano alle guardie della rivoluzione.

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Hebron, militare italiano lievemente contuso durante una pattuglia

MEDIO ORIENTE/SICUREZZA di

Un militare dell’Arma dei Carabinieri, impegnato nella missione TIPH (Temporary International Presence in Hebron) è rimasto coinvolto questa mattina, in una aggressione mentre era impegnato in un servizio di pattuglia, nell’area di responsabilità, con altri due appartenenti alle forze di difesa israeliane (IDF).

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