GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI - page 69

Prishtina, Haradinaj rientra in Kosovo

EUROPA di

Il tribunale francese ha respinto l’estradizione alla Serbia della ex ribelle del Kosovo Ramush Haradinaj.

La giustizia Serba di Belgrado lo accusa di crimini di guerra commessi nel giugno 1999 e per i quali è già stato giudicato e assolto dal Tribunale internazionale per i crimini di guerra grazie all’impossibilità dell’accusa di portare in aula i testimoni dei fatti che nel frattempo erano deceduti in circostanze misteriose o avevano ritirato le accuse.

Il leader Kosovaro era stato arrestato in Francia a Gennaio a causa di un mandato di cattura internazionale delle autorità Serbe e solo ieri ha rigettato la richiesta di estradizione di Belgrado.

A Prishtina sono stati giorni di grande apprensione per la decisione della corte francese che in caso di accoglimento avrebbe consegnato il presidente del Partito AAK alle autorità di Belgrado provocando una forte reazione della popolazione in Kosovo.

Nella giornata di ieri, 27 aprile, la città si preparava ad accoglierlo, atterrato alle 17.30 all’aeroporto locale dopo poche ore ha parlato ai suoi sostenitori nella piazza del parlamento che lo ha accolto con uno spettacolo di fuochi di artificio.

Anche la sua città natale lo ha aspettato e celebrato come eroe esponendo le bandiere Albanesi lungo la strada principale nonostante le terribili accuse che gli vengono mosse dalla Serbia sulle atrocità compiute dalle milizie sotto il suo comando durante la guerra del 1999.

 

Elezioni in Francia: Macron in testa, Marine Le Pen insegue

EUROPA/POLITICA di

Il primo turno delle elezioni in Francia per la scelta del nuovo presidente della République si è concluso con un risultato auspicato dall’Europa: esiste un candidato in grado di arginare i consensi verso il Front Nationale di Marine Le Pen. In questo caso il più convincente è stato Emmanuel Macron, il quale ha ottenuto il 23,9% di voti rispetto al 21,4%  della Le Pen.  Il “terzo classificato” in questa delicata corsa all’Eliseo è stato inaspettato: François Fillon, nonostante le dure polemiche che avevano visto incrinare la sua campagna elettorale, è riuscito a conquistare il 19.9% della popolazione francese avente diritto al voto. Come sappiamo Fillon è l’esponente di una destra conservatrice nella più classica delle accezioni, e nonostante questo, dopo aver appreso il suo risultato ha pronunciato un discorso nel quale invita i suoi sostenitori a votare Macron al secondo turno “perchè gli estremismi non devono vincere, per tutelare la libertà e la democrazia in Francia, che con un voto al Front Nationale – che ha una lunga e violenta storia- verrebbero messe in pericolo”. Più o meno sulla stessa falsa riga anche tutti gli altri candidati ( Mèlenchon, Hamon e Dupont)  si sono appellati ai propri elettori indicando Macron come una “scelta inevitabile”.

Lo scenario che si sta presentando in sintesi è uno solo: Marine Le Pen contro tutti, come da previsione. La tradizione democratica francese riuscirà a reggere anche questa volta? I recenti attentati a Parigi non hanno fatto altro che aumentare quella tensione da terrore che Hannah Arendt descriveva come una delle cause della “Origine del Totalitarismo”, ma il vero divario dei cugini d’oltralpe non è quello che si potrebbe imputare a “classi agiate” vs, “classi proletarie”, bensì quello degli abitanti delle città vs. gli abitanti delle campagne e dei piccolissimi centri di cui la Francia è costellata. La Le Pen nella sua corsa alla Presidenza  aveva puntato infatti più sulla popolazione rurale che sugli abitanti dei grandi centri ed i risultati elettorali le hanno dato sufficientemente ragione.

Adesso la vera sfida sarà quella di capire se il popolo francese darà inizio ad una spinta europeista nel vero senso della parola: per quanto i nostri “cugini” d’oltralpe si lamentano di alcune politiche europee – così come molte persone negli altri Stati Membri ( vedi al capitolo Brexit) – questo voto ha per certi aspetti un valore simbolico quasi referendario in materia di europeismo ed immigrazione.  La paura dell’ISIS  – stando almeno alla momentanea vittoria di Macron – ha perso contro la democrazia. I francesi sono un popolo forte, rigido e determinato, nel bene e nel male, ma mai come questa volta l’esito delle loro elezioni può condizionare in maniera netta le prospettive dell’Unione Europea intera.

Quando è stata creata e perché MOAB la madre di tutte le bombe

AMERICHE/Difesa di

Una crisi come quella che si sta verificando in questi giorni non si vedeva forse da decenni, due delle più grandi potenze militari si fronteggiano apertamente in medio oriente mentre un secondo fronte per gli americani si apre nel pacifico con la Corea del Nord.

In questo specifico momento il mondo viene a conoscenza della più potente delle bombe convenzionali, la madre di tutte le bombe, come viene definita dagli stessi americani che l’hanno lanciata in Afghanistan.

Questo ordigno fu sviluppato nel 2003 per poterla rendere disponibile durante l’operazione “Iraqi freedom” contro Saddam Hussein, per poterlo mettere sotto pressione e indurlo ad una resa.

L’ordigno è realizzato in alluminio, progettato per esplodere in superfice e non per penetrare in profondità è una “bomba intelligente” con munizioni guidate da GPS. Ha pinne stabilizzanti e giroscopi inerziali per il controllo del pitch and roll.

Pesa ben 10.000 kilogrammi! Il MOAB ha una testata di 8,482 Kg nota come BLU-120 / B, che è fatta di H6 – una miscela di ciclotrimetilene trinitramina, TNT e alluminio. È molto grossa, circa 30 metri di lunghezza con un diametro di 40,5 pollici.

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La reazione dei russi non si è fatta aspettare e secondo “globalsecurity.org” l’11 settembre del 2007, l’esercito russo ha annunciato di aver testato il “padre di tutte le bombe”, la più potente munizione a cielo aperto non nucleare del mondo. I russi hanno detto che è quattro volte più potente del MOAB, anche se ha tecnicamente meno esplosivi (7,8 tonnellate rispetto ai 8 tonnellate del MOAB). Il FOAB si dice che utilizzi esplosivi più efficienti, portando l’equivalente di 44 tonnellate di TNT con un raggio d’azione di 300 metri, pari a quello del MOAB.

 Il MOAB è stato usato nei giorni scorsi per colpire delle postazioni dell’ISIS in Afghanistan. L’operazione è stata diretta per una grotta e i complessi sistemi du tunnel dei terroristi nel distretto di Achin della provincia di Nangarhar.

La bomba è stata caricata su un Hercules C-130 e posizionata in una culla su una piattaforma “airdrop” fino a quando l’intera piattaforma è stata tirata fuori dal piano ad un’altitudine elevata da un paracadute drogue, utilizzato per rallentarlo. Una volta in aria, l’arma è stata liberata rapidamente dalla piattaforma per mantenere il suo slancio in avanti. Le alette della griglia si aprirono per stabilizzarla e guidarla al suo bersaglio.

Focus sull’Estonia: Capitolo 3

EUROPA/POLITICA/Varie di

Le celebrazioni del 60° anniversario della fondazione dell’UE ci danno l’oportunità di parlare nuovamente dell’Estonia – come abbiamo promesso in precedenza – da un punto di vista europeo.

Come abbiamo già detto, l’Estonia deterrà la Presidenza del Consiglio dell’Unione europea nella seconda metà del 2017, a partire da luglio, ereditando qesto compito da Malta. Questo significa che l’Estonia sarà responsabile della definizione delle posizioni del Consiglio, dovendo tenere contestualmente conto degli interessi degli Stati membri e rimanendo neutrale.

L’Estonia agirà in qualità di primo Stato del suo “trio” , in partnership nel 2018, con la Bulgaria e con l’Austria. Abbiamo descritto il “trio” in altre occasioni. Questo compito europeo dell’Estonia terminerà mentre la nazione starà per festeggiare il centesimo anniversario dalla sua fondazione (in effetti, gli Estoni considerano il periodo di appartenenza all’Unione Sovietica come un’occupazione militare; e una buona parte della comunità internazionale riconosce che la loro storia, in qualità di Stato indipendente, non si è mai interrotta durante quel periodo).

c-justus lipsius ilustracka_mensiaMentre l’attività legislativa è normalmente avviata dalla Commissione europea, essa viene negoziata ed adottata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’UE, che rappresenta i governi degli Stati Membri: i singoli ministri nazionali di ciascun paese si incontrano presso il Consiglio per prendere decisioni a livello politico. La regola più importante è che gli incontri sono presieduti dal Ministro appartenente allo Stato che detiene la Presidenza, e che tale procedura funziona anche a livello di gruppi strategici e di sottogruppi tecnici (i così detti “corpi preparatori“).

Durante la Presidenza, l’Estonia sarà responsabile della conduzione di circa 200 gruppi di lavoro che si riuniranno sia a Bruxelles che a Tallinn, dovendo contestualmente organizzare il lavoro del Consiglio e dei suoi corpi preparatori, sviluppando gli ordini del giorno degli incontri, tentando di raggiungere posizioni condivise tra le differenti opinioni dei delegati, e presiedendo meeting e negoziati. In quanto Stato a capo del Consiglio, inoltre, l’Estonia dovrà difendere la posizione dello stesso Consiglio dinnanzi al Parlamento ed alla Commissione durante appositi negoziati.

Tutte le questioni su cui si focalizza una Presidenza  vengono sempre dal passato; tuttavia ciascuna Presidenza prova generalmente ad aggiungere qualcosa in più, qualcosa di specifico che possa essere ricordato a livello politico e legislativo.

Da fonti ufficiali, apprendiamo che la repubblica baltica si focalizzerà sui singoli mercati digitali, sull’energia, e su una più stretta integrazione con i partner dell’Est Europa. Vorrebbero anche proporre e diffondere soluzioni digitali lungo l’Unione e supportare l’IT nelle differenti politiche dell’UE (come abbiamo detto nel nostro primo intervento, l’Estonia è il paese più evoluto in Europa dal punto di vista dell’information technology).

E’ stato previsto che circa 20 incontri di altro livello si terranno in Estonia, durante il semestre (compresi quelli relativi alla gisutizia, gli affari interni, la sicurezza e la difesa). Inoltre, mentre la maggioranza degli incontri e le riunioni dei gruppi di lavoro avranno luogo a Bruxelles, l’Estonia ospiterà almeno 200 eventi diversi, di differente livello, con un numero atteso di visitatori che si aggira tra le 20mila e le 30mila unità. Così, è un fatto che questo futuro e temporaneo leader dell’Europa incrementerà la sua visibilità nei campi della cultura, dell’economia, dell’information technology, del turismo, della education e della ricerca, sostenendo nel contempo tutte le questioni di interesse, che sono importanti per il popolo estone.The Estonian Permanent Representation to EU

Organizzare la Presidenza significa anche incrementare la capcità dello Stato di dire la sua e di far affermare i propri interessi ed obiettivi in Europa e dovunque nel mondo. Il Governo ha già dichiarato che il semestre non costituirà uno sforzo valido per un’unica occasione, auspicando che il lavoro fatto, ed i relativi investimenti, possano apportare benefici a lungo termine per il Paese.

Questo lavoro strategico parte da lontano. Dal 2012, il Governo di questo paese smart e high tech ha istituito una commissione preparatoria per la Presidenza, presieduta dal Segretario di Stato, cominciando ad assumere e ad addestrare il personale necessario, ed organizzando i citati incontri ministeriali informali e gli altri eventi di alto livello.

Unitamente al Comitato per il Centenario, evento che non è formalmente connesso con la Presidenza, gli estoni hanno preparato il semestre con l’intento di risparmiare tempo, denaro e sforzi, per implementare congiuntamente un programma internazionale per far consocere l’Estonia e la cultura estone nei Paesi stranieri.

Approssimativamente 100 funzionari supporteranno lo staff già insistente presso la Rappresentanza Permanente dell’Estonia presso l’UE a Bruxelles.

Questo dimostra che questo paese altamente tecnologico e specializzato, precedentemente appartenente all’Unione Sovietica, sta giocando adesso un ruolo importante nella sua stessa storia e nelle questioni europee.

Quello che abbiamo tentato di dimostrare con questi articoli di approfondimento è che l’Estonia rappresenta un paese ormai moderno, disponibile ad ospitare istituzioni ed organizzazioni internazionali, aperto ad esperienze politche fondamentali come la Presidenza del Consiglio dell’UE e le celebrazioni del suo centenario dalla fondazione.

Nel prossimo articolo ci concentreremo sulla NATO in Estonia e sulla “NATO estone” vista dalla Russia.

Nel 60° anniversario l’ Europa riparte da Roma

EUROPA di

Il 25 marzo del 1957 sei paesi appena usciti da una guerra sanguinosa si sono impegnati a costruire una unità europea tesa allo sviluppo economico e sociale di un continente.

Dopo sessanta anni nella stessa sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio di Roma si sono riuniti i 27 leader europei per firmare una nuova dichiarazione di intenti, un documento programmatico per i prossimi dieci anni.

20130319_9186“È stato un viaggio di conquiste. Un viaggio di speranze realizzate e di speranze ancora da esaudire”, ha esordito il presidente del Consiglio Italiano Gentiloni “Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa era ridotta a un cumulo di macerie. Milioni di europei morti. Milioni di europei rifugiati o senza casa. Un continente che poteva contare su almeno 2500 anni di storia, ritornato di colpo all’anno zero”, ha detto. “Prima ancora che la guerra finisse, reclusi in una piccola isola del Mediterraneo, due uomini, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, assieme ad altri, sognavano un futuro diverso. Un futuro senza guerre. Un futuro prospero. Un futuro di pace”.

Quella che si legge tra le righe della dichiarazione presentata e firmata è una Europa dei cittadini, che devono diventare centrali nella politica unitaria.

Sono cinque i punti fondamentali della dichiarazione, aree di cooperazione che devono essere sviluppate e coltivate necessariamente e prioritariamente.

DIFESA COMUNE

Nei trattati di Roma emerge fortemente la volontà di realizzare un programma di difesa comune, il mutato quadro geopolitico internazionale lo impone, sia per le molte sfide internazionali sia per la difesa dei confini europei.

Il programma di difesa comune comprende la realizzazione di un fondo comune per investimenti e acquisto di armamenti oltre a un modello di comando integrato delle forze armate nazionali dedicate alla difesa europea.

Questo modello non sarà sostitutivo alla NATO ma complementare a quanto già in campo per l’alleanza atlantica, una risposta alle sollecitazioni del presidente Trump rispetto alla richiesta di un impegno economico maggiore al suo sostegno.

BILANCIO

Anche il modello di bilancio della comunità ha necessità di una revisione, nella struttura ma anche per poter coprire le mancate entrate causata dalla Brexit a partire dal 2020.

DIRITTI SOCIALI

Il nuovo trattato di Roma vuole mettere al centro i cittadini e i temi dei diritti sociali con l’obiettivo di realizzare nuovi modelli di welfare sostenibile a livello europeo che comprenda nuovi ammortizzatori sociali e interventi di reddito di cittadinanza.

GLOBALIZZAZIONE

Il quinto documento della dichiarazione è dedicato alla globalizzazione che deve essere affrontata con nuove regole di governance, nuove norme per il commercio internazionale che possano dare risposte concrete alle spinte protezionistiche dei vari paesi membri.

Un documento di programma che include delle linee chiare e condivise con obiettivi decennali che permettano di affrontare le numero se sfide come il terrorismo, i conflitti regionali, le crisi migratorie, il protezionismo e le diseguaglianze economiche e sociali.

Il messaggio più forte lanciato in questa giornata di rinnovo dei trattati è sicuramente la richiesta di unità, a maggior ragione dopo l’uscita della Gran Bretagna che ha provocato un terremoto identitario per la comunità europea e stimolato spinte sovraniste e populiste in ogni paese.

Pur non parlando mai di una Europa a due velocità è stata descritta una nuova Comunità Europea che indica una strada unica per tutti che però potrà essere percorsa con differente intensità.

Photo Credit: Immagini messe a disposizione con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT da MAE

La Turchia senza Europa, un nuovo equilibrio in medio oriente

EUROPA di

La decisione delle autorità olandesi di vietare l’ingresso nel Paese ai ministri turchi Fatma Betül Sayan Kaya e Mevlüt Çavusoglu, preceduta da iniziative analoghe delle municipalità tedesche e dell’Esecutivo austriaco, ha innescato una grave crisi tra i due Stati segnata dalla sospensione delle relazioni diplomatiche di alto livello tra l’Aja ed Ankara e dalla chiusura dello spazio aereo turco ai diplomatici dei Paesi Bassi, ampliando così la frattura già esistente tra l’Unione europea e la Turchia filo-islamica di Erdogan.

A provocare questo crescendo di tensione tra il Governo conservatore di Ankara ed i suoi alleati occidentali, sono stati, oltre al recente rifiuto di Germania, Austria e Olanda di ospitare sul proprio territorio nazionale rappresentanti turchi in campagna elettorale per il sì al referendum costituzionale, anche, e soprattutto, la posizione ambigua assunta da Ankara nelle crisi geopolitiche regionali (in particolare nella guerra civile siriana), e la risposta eccessiva e violenta di Erdogan al tentato golpe del 15 luglio scorso, con cui il Presidente turco è riuscito a indebolire ogni contro-potere interno.

La svolta autoritaria guidata dal leader dell’Akp ha prodotto, infatti, un drammatico deterioramento dello Stato di diritto che è stato rilevato anche nell’ultimo Rapporto annuale della Commissione europea sui negoziati di adesione della Turchia all’UE ed ha aumentato le preoccupazioni all’interno di molti Stati membri.

Questi ultimi hanno lanciato un duro monito alla dirigenza politica turca dichiarando che le recenti azioni del Governo di Ankara nel capo dei diritti umani e della libertà di espressione, incluse le valutazioni sulla reintroduzione della pena di morte, la sempre minore indipendenza della magistratura e la discriminazione delle minoranze, sono incompatibili con il desiderio ufficiale dello Stato turco di diventare membro dell’Unione e stanno mettendo a repentaglio i progressi fatti da Ankara nell’ultimo decennio per conformarsi ai criteri di Copenaghen.

In realtà, i negoziati per l’adesione, avviati nel 2005, sono rimasti bloccati, oltre che per la mancata pacificazione del conflitto curdo ed il lento processo di consolidamento della fragile democrazia turca, anche a causa della posizione di Francia, Germania, Austria e Cipro da sempre contrarie all’ingresso di un Paese ad alta densità demografica che avrebbe mutato radicalmente i fondamentali economico- geografici e gli equilibri politici interni al blocco europeo.

Tali ostacoli all’adesione di Ankara all’UE, posti principalmente dall’asse franco-tedesco, mostrano come l’avvicinamento della Turchia all’Europa stia scontando un doppio affaticamento frutto, da un lato, di resistenze e problematiche interne all’UE e dall’altro, di un processo di riforme dello Stato turco che rallenta proporzionalmente alle difficoltà di dialogo con Bruxelles, aggravate sicuramente dal crescente euroscetticismo dell’opinione pubblica turca e dagli avvenimenti delle ultime settimane.

Dopo il comizio negato ed il respingimento dei ministri turchi in Olanda, la crisi diplomatica si è infatti estesa anche ad altri Paesi europei, coinvolgendo la Danimarca, che ha deciso di rimandare la visita del Ministro degli Esteri turco Yildirim in segno di solidarietà con i vicini olandesi, e alla Germania che ha espresso sdegno per le accuse di nazismo pronunciate dal Presidente Erdogan.

Anche a Parigi, dove tutti i canditati all’Eliseo hanno condannato la decisione delle autorità francesi di autorizzare una manifestazione pro-referendum dopo le dichiarazioni inaccettabili del Governo turco, è montata la polemica e la conseguente escalation della tensione tra l’Unione e la Turchia, aggravata anche dalla sentenza della Corte di Giustizia del 14 marzo sulla possibilità di vietare il velo islamico nei luoghi di lavoro all’interno dell’UE.

Ankara, da anni impegnata nelle procedure di ammissione all’Unione, si è ritrovata, quindi, in aperto contrasto con i Paesi europei che fino pochi mesi fa avevano scelto una politica più “morbida” e pragmatica nei confronti dello Stato turco, all’insegna della connivenza e della tacita accettazione del crescente autoritarismo di Erdogan, che permettesse all’Unione, incapace di trovare un’intesa sulla distribuzione equa dei migranti e di sorvegliare i propri confini, di risolvere, o quantomeno arginare, il problema migratorio riducendo il numero di profughi nel Mar Egeo.

È per rispondere a tale esigenza che è stato lungamente discusso, e poi concluso il 18 marzo 2016, l’accordo sulla gestione dei migranti tra Bruxelles ed Ankara, di cui il Governo turco ha già minacciato più volte la sospensione.

Tra i punti d’azione previsti dall’EU-Turkey Statement figurava anche l’accelerazione della tabella di marcia per la liberalizzazione dei visas con l’obiettivo di abolire entro giugno 2016 l’obbligo del visto per i cittadini turchi e favorire così il processo di integrazione di Ankara nell’Unione, che ora, alla luce dei recenti avvenimenti, sembra più una chimera che una reale possibilità.

La diffidenza reciproca e la profonda crisi di fiducia che esiste oggi tra i Paesi dell’Unione ed Ankara, hanno infatti reso l’opzione dell’adesione turca all’Unione europea sempre più impraticabile e determinato un’ulteriore perdita di interesse del Governo dell’Akp nei confronti dell’UE che sta spingendo la Turchia di Erdogan a ricercare ad Est alternative ai suoi alleati occidentali.

Di qui il progressivo rafforzamento dei legami politici, economici e diplomatici tra Mosca ed Ankara, riconducibile, non solo alla comune disillusione nei confronti dell’Europa, che ha deluso le aspettative di rapida inclusione della Turchia e le speranze russe di un rapporto collaborativo e paritario, ma anche alla presenza, in entrambi i Paesi, di movimenti tradizionalisti che tendono verso Est (insistendo sulla natura politica e culturale euroasiatica), nonché al progetto turco di impedire la nascita di un corridoio curdo tra Siria e Turchia (a cui neanche i russi sembrano particolarmente favorevoli) che costituirebbe una barriera enorme alle ambizioni espansionistiche di Ankara.

Per Erdogan, infatti, il separatismo curdo è diventato una minaccia maggiore della sopravvivenza del regime di Bashar al Assad, che fin dalla primavera del 2011 la Turchia aveva combattuto appoggiando prima il Free Syrian Army e poi i gruppi jihadisti.

Il sostegno statunitense alle milizie curde siriane dell’Ypg legate al Pkk, che ha incrinato profondamente le relazioni turco-americane, insieme alla preoccupazione di Teheran per i sommovimenti della minoranza curda iraniana nelle regioni settentrionali e occidentali del Paese, hanno determinato un netto cambiamento della posizione turca nel conflitto siriano che ha portato a uno spostamento degli equilibri diplomatici verso Est.

In questo senso deve essere letto il disgelo con Mosca e l’Iran di Rouhani (alleati di Damasco), ed il cambiamento della posizione di Ankara anche nella questione dei progetti turco-russi sui gasdotti e gli oleodotti diretti al mercato europeo attraverso l’Anatolia.

Il nuovo corso della politica estera turca, fondato su un importante coordinamento con Teheran (con cui permangono comunque divergenze strategiche) ed il Cremlino (che sta approfittando delle tensioni tra Ankara e l’UE per avvicinarsi ulteriormente ad Erdogan), mostra quindi uno slittamento del baricentro geopolitico della Turchia verso Russia, Cina e Iran, indispensabile ad Ankara per trasformarsi in una potenza euroasiatica egemone.

Di fronte a tale situazione geopolitica di spostamento a oriente del potere economico e politico, emerge con sempre maggior evidenza la crisi del progetto europeo e la progressiva marginalizzazione dell’Europa che, invece, ha sempre cercato nella Turchia un alleato chiave nella lotta al terrorismo e nella gestione della crisi migratoria.

La riconciliazione turco-russa e l’inasprimento dei rapporti tra Ankara e Bruxelles mostrano, al contrario, una Turchia sempre più lontana dalla NATO e un Erdogan più propenso a portare avanti una politica interna ed estera indipendente dall’Occidente che potrebbe condurre all’affossamento dei negoziati con l’Unione, alla trasformazione della Turchia in una Repubblica presidenziale senza pesi e contrappesi sul modello russo e a un importante cambiamento degli equilibri geopolitici nel Vicino e Medio Oriente a vantaggio delle grandi potenze asiatiche.

 

Marta Panaiotti

 

Attentato a Londra: dopo 12 anni torna l’incubo terrorismo

BreakingNews/EUROPA di

Ancora si cerca di capire la verità e le dinamiche esatte dei fatti avvenuti a Londra nel primo pomeriggio del 22 marzo 2017. Un’altra auto sulla folla, ancora terrore, stavolta siamo a Londra dove a distanza di 12 anni torna il terrore. Altra coincidenza: l’anniversario dell’attentato del 22 marzo 2016 a Bruxelles. Torna l’incubo del terrorismo. L’attacco si è svolto in due fasi praticamente parallele: l’assalitore si è lanciato a tutta velocità con un suv attraversando il ponte di Westminster accanendosi sulla folla e mietendo numerosi feriti. In una seconda fase l’uomo è sceso dalla sua vettura ed ha accoltellato un agente che si trovava nel cortile del Parlamento di Londra. L’obiettivo dell’uomo sembrava quello di entrare proprio all’interno dell’edificio dove si trovava anche il Primo Ministro Theresa May.
La premier britannica è stata immediatamente fatta evacuare dall’edifico a bordo di una macchina molto veloce, come previsto dalla prassi di sicurezza in questi casi.

Sin dalle prime indiscrezioni Scotland Yard ha parlato subito di un attacco terroristico, anche se al momento attuale non ci sono ancora state rivendicazioni palesi di nessuna natura. in un primo momento alcuni media britannici e mediorentali avevano attribuito la responsabilità dell’accaduto all’Imam di Clapton, noto come radicalizzato e come “predicatore d’odio”. La notizia è stata smentita dopo poco in quanto le fonti governative hanno confermato che il sospettato si trova ancora in carcere.

Le vittime al momento sono quattro tra cui l’assalitore, un agente ed una donna. Ci sono più di una ventina di feriti e qualcuno in gravi condizioni, tra questi due sono italiani: una donna di Roma, ricoverata in condizioni diverse rispetto alle altre vittime,  ed una ragazza di Bologna che ha riportato solo delle lievi ferite.


Molti sono ancora i dubbi da sciogliere: il terrorista, a quanto pare dai tratti asiatici e la barba, fa parte di un gruppo di schegge impazzite legate all’integralismo musulmano oppure i motivi sono altri? Come abbiamo anticipato non ci sono ancora certezze su chi fosse davvero l’uomo che ha fatto cadere Londra e mezza Europa di nuovo nel terrore. Secondo alcune testate viene riportata una reazione “particolare” da parte dell’emittente Al Jazeera che avrebbe reagito con delle faccine sorridenti sui social, ma a parte questo dettaglio non trascurabile, Daesh non ha ancora rivendicato ufficialmente l’attentato terroristico.

Nella confusione e nel panico generale sono state necessarie alcune ore per ricostruire esattamente l’accaduto, dare un volto all’attentatore e capire che si trattava di un’unica azione e non di due in contemporanea, come si è parlato in un primo momento. Molte testimonianze dei presenti sono state raccolte, insieme a qualche “coraggioso” che ha ripreso con il cellulare alcuni momenti di questo efferato gesto.

E in attesa che venga diffusa l’identità dell’assalitore il premier Teresa May ha parlato alla nazione. “Il nostro livello di sicurezza è stato rafforzato”, definendo “l’attacco terroristico come un atto disgustoso e odioso”, visto che “è stato colpito il cuore della nostra capitale”. “Ogni tentativo di sconfiggere i nostri valori è destinato al fallimento”, ha concluso.

Credits photo: Twitter

Bonatti, vertici accusati di omicidio colposo

Difesa/EUROPA di

Un anno fa la morte di Fausto Piano e Salvatore Failla, dipendenti della ditta affermata nel business dell’oil&gas in Libia. Pm Colaiocco «Ignorato l’allarme pericolo diramato dalla Farnesina, management colpevole di non aver tutelato i lavoratori»

Prosegue con l’iscrizione dei vertici della Bonatti sul registro degli indagati l’inchiesta sull’uccisione di Fausto Piano e Salvatore Failla, tecnici della ditta rimasti vittime di una sparatoria in Libia lo scorso anno. Una decisione – quella della Procura di Roma – unica nel suo genere, che in un primo momento sembrava non dover colpire i manager della società di Parma, operante nel petrolifero e avvezza a lavorare in quelle zone con i più grandi big di settore. Invece quella contestata a quattro componenti del consiglio d’amministrazione della Bonatti, compreso il Presidente Paolo Ghirelli, e al loro dirigente in Libia Dennis Morson, già indagato anche per violazione delle norme di sicurezza sul lavoro, è un’accusa di omicidio colposo.

114629512-04f3e6f1-ebe1-4458-b76d-cdc9bc86f7e9Piano e Failla furono sequestrati da gruppi armati libici il 19 luglio del 2015, insieme ai colleghi Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, nel corso di uno spostamento verso la zona più interna di Mellitah, sede dei cantieri Eni e di alcune attività della Bonatti. Il trasferimento sarebbe dovuto avvenire – come di consueto – via nave dalla Tunisia, mentre in quella circostanza si contravvenne ai protocolli depositati presso la Farnesina per optare su un viaggio in macchina con autista. Un cambio di programma fatale, che ad oggi sembra accreditare l’ipotesi di un tradimento da parte del conducente, di cui si è persa ogni traccia.

I 4 dipendenti della Bonatti sarebbero dovuti arrivare all’impianto di trattamento del metano di Mellitah via mare e non via terra, essendo le strade interne della Tripolitania particolarmente pericolose perché battute da milizie filo-islamiste. Partiti dall’Italia alla volta di Gerba, in Tunisia, dopo tre giorni avrebbero preso una chiatta che li avrebbe portati a destinazione. Due di loro, tuttavia, avrebbero dovuto recarsi al giacimento di Wafa, al confine con l’Algeria, a bordo di un aereo che effettua un solo volo settimanale di mercoledì mattina. Un aereo che avrebbero sicuramente perso, rimandando così di 7 giorni l’arrivo ai pozzi di estrazione del metano. Per questo Morson decise di rivolgersi ad un service privato che lui stesso aveva già utilizzato in precedenza, e che riteneva pertanto della massima affidabilità.

«A Gerba abbiamo trovato il minivan con l’autista libico – hanno raccontato al rientro in Italia Pollicardo e Calcagno, liberatisi dopo 8 mesi di prigionia – e dopo due check point siamo stati sequestrati, tra Zuara e Mellitah. I banditi credevano fossimo dell’Eni, sono rimasti delusi quando hanno capito che eravamo della Bonatti».

Un rapimento di cui la Procura di Roma ritiene responsabile il management aziendale, colpevole di aver trascurato la tutela dei suoi lavoratori.  La ditta – incalza il pm Sergio Colaiocco – era perfettamente a conoscenza del drammatico peggioramento delle condizioni di sicurezza in Libia, tanto da spingere la Farnesina a diramare l’allarme a tutte le società italiane impegnate in loco, che venivano invitate ad andarsene, o comunque a proteggere con ogni mezzo i propri lavoratori. I vertici della Bonatti avrebbero dunque sottostimato il rischio di reale pericolo ignorando un’allerta istituzionale, e incorrendo nell’illecito amministrativo sulla responsabilità degli enti di cui al Dlgs 231/2001.

 

 

 

Sisma, anche l’Aereonautica Militare in campo per le operazioni di soccorso

Difesa/EUROPA di

Continua l’impegno dell’Aeronautica Militare a favore delle zone terremotate che nei giorni scorsi sono state colpite dalla neve.

Per rispondere alle diverse richieste di supporto, l’Aeronautica ha messo in campo diverse squadre di pronto intervento con personale del 16° Gruppo Genio Campale, della 1^ Brigata Aerea Operazioni Speciali (BAOS), del 3° Stormo di Villafranca(VR), del 50° Stormo di Piacenza e del 51° Stormo di Istrana (TV).

I militari sono operativi già dal 19 gennaio nel comune di Sarnano (MC) dove “49 unità sono intervenute con mezzi speciali, pale meccaniche e fresaneve per sgombrare le strade dalla neve e raggiungere così le frazioni rimaste isolate” ha dichiarato il tenente colonnello Cristiano Fedeli, responsabile per il coordinamento del personale dell’Aeronautica Militare.

L’intervento dei militari si è reso necessario in seguito alla richiesta di supporto da parte dello stesso sindaco di Sarnano, Franco Ceregioli che ha affermato che <<i mezzi a disposizione del comune non erano idonei per raggiungere le 53 frazioni dove la neve aveva bloccato tutte le vie di accesso raggiungendo circa i 2 mt di altezza per oltre 120 km di strade comunali>>.

Altre 36 unità sono attive anche nel comune di Rotella (MC).

In stretto coordinamento con la Prefettura di Macerata, una squadra composta dal personale del Centro di Formazione Aviation English di Loreto (AN) è intervenuta, invece, nei giorni scorsi a Serravalle di Chieti (MC) dove la neve, caduta copiosa nei giorni scorsi, aveva lasciato molti cittadini isolati.

Berlino attentato al mercatino 12 morti

EUROPA di

Berlino,un camion sulla folla ad un mercatino di Natale, torna il terrore
A distanza di 5 mesi il terrorismo torna a colpire. Era il 14 di luglio quando un tir ha falciato decine di persone sulla Promenade Des Anglais a Nizza, è il 19 dicembre quando sempre un camion si lancia sulle persone che si trovavano nei pressi di un mercatino di Natale a Kurfuerstendamm Avenue, nei pressi della chiesa intitolata al Kaiser Guglielmo, un quartiere di Berlino che era stato il cuore della parte ovest, il mercato più tradizionale e storico della capitale tedesca, sin da prima della caduta del muro. Verso le 20 si è consumata questa nuova tragedia, due o tre persone a bordo di un camion si sono lanciate sulla folla ed hanno ucciso 9 persone e ferito altre 50 secondo le fonti della polizia locale. Sul veicolo c’erano a bordo appunto due persone – o forse tre, le quali dopo aver commesso l’efferato gesto uno è morto a causa dell’impatto, l’altro si è dato alla fuga a piedi, un terzo sarebbe stato fermato ed arrestato dalle forze di polizia locali.

Questi sono i fatti certi riportati dalle fonti di polizia. Il camion ha una targa polacca, di Danzica, e secondo alcuni testimoni oculari, il conducente del veicolo (quello poi arrestato) ha detto che si sarebbe trattato di un uomo caucasico con i tratti somatici che potrebbero appartenere all’Europa dell’Est. Berlino già viveva in una situazione di difficoltà: qualche settimana fa un giovane ragazzo radicalizzato aveva depositato un piccolo zaino sempre all’interno di un mercatino di Natale, che però poi, fortunatamente, non è mai esploso. La Germania è ormai un nuovo obiettivo del terrorismo di matrice islamica. Secondo i media tedeschi l’ISIS avrebbe già rivendicato l’attentato.

L’Europa si trova in una condizione molto delicata a livello politico: quest’anno si svolgeranno le elezioni in Francia e il prossimo anno si voterà proprio in Germania. Alcuni esperti ovviamente vedono in questi atti, tutti elementi che potrebbero rafforzare l’avvento di partiti populisti di estrema destra, specialmente in Francia, dove lo spettro e la paura degli attentati sono sempre molto vivi per un paese che è stato crivellato a colpi di attentati. Tornando alla cronaca, le autorità tedesche invitano i cittadini ed i mezzi di stampa a non diffondere false notizie, aumentando così il panico che già si è creato nella capitale tedesca. “Non ci sono pericoli in altre parti della città”, si legge dalle fonti governative, ma i corrispondenti esteri parlano di scenario apocalittico, proprio come quello di Parigi, Bruxelles e Nizza prima di oggi.
Gli esperti del settore dicono che Europol aveva inviato un rapporto pochi giorni fa nel quale si parlava proprio di un pericolo di minaccia terroristica che poteva essere messa in atto con auto-bomba ( come quella ritrovata a Parigi lo scorso settembre, proprio nel cuore della città) o con modalità simili a quelle di Nizza. Sempre dal rapporto Europol è emerso che gli obiettivi principali potevano essere proprio i gremitissimi mercatini di Natale, con particolare attenzione di quello di Strasburgo.

Riguardo la rivendicazione da parte dell’ISIS allo stato attuale delle cose, non ci sono ancora certezze, proprio perchè in questo periodo è molto facile che qualsiasi fondamentalista abbia potuto rivendicare l’attentato di Berlino. L’ISIS non ha portavoci ufficiali ed in questo momento ci sono soggetti che potrebbero calvalcare l’onda dell’attentato per diffondere notizie false, ma sin dal primo momento la matrice terroristica è stata individuata e confermata dalle forze di polizia tedesche.

Laura Laportella
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