GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI - page 63

Escalation di violenza in Ucraina, botta e risposta tra Kiev/Nato e Mosca

EUROPA di

Durante gennaio, il livello di scontri nell’est ucraino è tornato ai massimi livelli. Di pari passo, lo scontro verbale tra Kiev e la Nato da una parte e Mosca dall’altra non accenna a placarsi

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Dopo i violenti scontri armati tra gli eserciti ucraino e separatista nella regione del Donbass avvenuti nel corso di gennaio, nei quali molti civili hanno perso la vita, Kiev ha proclamato lo stato d’allerta nazionale durante il 26 gennaio: “Dobbiamo assicurare la sicurezza e la protezione della popolazione”, ha detto il primo ministro Yatseniuk spiegando tale decisione.

La preoccupante escalation di conflitti e dimostrazioni terroristiche, dopo il cessate il fuoco di dicembre, ha causato uno scambio di accuse tra Kiev e Mosca. Il governo ucraino ha sempre accusato i filorussi di essere i responsabili di tutte le strgi compiute nell’est del Paese. Viceversa, Putin, parlando dell’esercito regolare, ha detto: “Non è un esercito, bensì una legione straniera, in questo caso una legione straniera della Nato, che, sicuramente, non persegue gli interessi nazionali dell’Ucraina”.

Le parole espresse dal Capo del Cremlino sono in totale antitesi con il discorso del Segretario Generale Natio dopo gli scontri di Mariupol, dove l’attacco nei confronti della zona residenziale della città da parte dei separatisti che controllano il territorio ha causato la morte di 20 persone e il ferimento di molte altre: “Per molti mesi, abbiamo visto la presenza di un contingente russo nell’est dell’Ucraina, così come un sostanziale aumento dell’equipaggiamento militare russo come carri armati, artiglieria e avanzati sistemi di difesa aerea. Chiedo in maniera forte alla Russia di cessare il suo supporto militare, politico e finanziario destinato ai separatisti, di cessare la destabilizzazione dell’Ucraina e di rispettare i suoi impegni internazionali”, ha affermato Stoltenberg il 24 gennaio 2015.

Giacomo Pratali

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L’Occidente e i sui confini sensibili

Ottobre 2014, i notiziari albanesi danno risalto a una notizia in particolare: 76 cittadini siriani sono stati fermati in territorio albanese, al confine con la Grecia. Provati dalla traversata notturna dei monti che separano i due paesi, chiariscono di provenire “dalla guerra in Siria” e chiedono asilo politico allo Stato albanese. Erano stati avvistati mentre camminavano in colonna e, una volta fermati, hanno chiarito la loro provenienza senza indugi. Stessa sorte, ma con delle zone d’ombra fitte abbastanza da far sollevare un groviglio di ipotesi è stata riservata a 24 cittadini siriani, fermati mentre attraversavano il paese a bordo di mezzi a pagamento. Erano diretti in Montenegro e da lì, non è dato sapere.

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Del primo gruppo, intervistato dalla tv albanese Top Channel, ne parla Ahmed, un profugo palestinese, che dal campo profughi in Siria è dovuto scappare di nuovo con moglie e figli. “ Abbiamo camminato per circa un mese. Dalla Turchia, alla Grecia e infine qui in Albania”, spiega, “ camminavamo perché non avevamo scelta. Non abbiamo denaro e non possiamo pagare nessuno che ci aiuti”. Non hanno progetti o paesi di riferimento che vorrebbero raggiungere, vorrebbero soltanto mettersi in sicurezza e assicurare le famiglie da guerra e miseria.

A dicembre 2014, i media albanesi parlano di cittadini siriani, richiedenti asilo, scappati dai centri di permanenza. Voci non ufficiali parlano di condizioni difficili a cui erano costretti, ma le autorità negano ogni noncuranza o mancanza di adeguate condizioni di vita all’interno dei centri.

Alla stregua delle stragi di Parigi che stanno costringendo l’intelligence dei paesi europei a dichiarare allerta n.10 in Francia, in Italia n.7, i quesiti si moltiplicano.

Ormai è abbastanza chiaro che gran parte degli autori e ideatori degli attacchi terroristici in Occidente hanno potuto viaggiare in modalità A/R per prendere contatti, indottrinarsi, addestrasi alla guerra e fare rientro in Europa per portare a termine le stragi ideate. E’ notizia di oggi che è stato scovato in Grecia un esponente dell’ISIS che coordinava il reclutamento di aspiranti terroristi in Europa, pronti a replicare il terrore dei primi giorni sanguinosi di questo mese di inizio anno. Tal Abdelamid Abaoud, o meglio conosciuto come Abu Soussi, cittadino belga (!), originario del quartiere Molenbeek a Bruxelles.

Dunque, la mappa pare consolidata. V’è una rete di confini sensibili che rendono friabile l’entrata nei grandi paesi europei. Dalla Siria, in Turchia, in Grecia, Albania, Montenegro o Kossovo, via mare verso l’Italia (anche se dimostrato fin troppo bene dai fatti che l’allerta profughi nelle coste siciliane è molto inferiore ai movimenti migratori via terra) o altrimenti verso Germania, Francia o Belgio.

Oltre a un mero fattore geografico favorevole agli scambi e per questo conteso nei secoli, le ragioni della traversata “agevolata” dei profughi, uomini, donne e bambini, ma con la alta probabilità di militanti di Isis o Al Qaeda al loro interno, vanno ricondotte anche alla  malagestione dei paesi di confine da parte delle grandi potenze.

Con uno sguardo al passato, nella guerra di Bosnia, 1992-1995, USA, Arabia Saudita, Turchia e Unione Europea si schierarono con i mussulmani bosniaci nel conflitto contro i serbi. In palio c’erano l’allargamento a est della Nato e il controllo di un’area geografica strategicamente utile per il passaggio degli oleodotti che portano gas e petrolio dall’Asia Centrale all’Europa, senza passare per l’Ucraina, fino a ieri legata alla Russia. Tra i mussulmani sostenuti dall’Occidente e dai suoi alleati, militavano anche migliaia mujaheddin provenienti dall’Asia e dall’Africa Settentrionale, che porteranno il radicalismo islamico nei Balcani, prima in Bosnia e in seguito  anche in Kossovo.  Il 3% della popolazione bosniaca oggi si dichiara wahabita e varie operazioni di antiterrorismo hanno portato a centinai di arresti in Bosnia e Kossovo. L’Al Qaeda spagnola (responsabile degli attentati di Madrid) era composta di mujaheddin addestrati nei campi presso Zenica.

La medesima riflessione si estende alla posizione dei paesi del Caucaso: dall’Afghanistan, dove il ritiro delle forze internazionali non ha manifestamente contribuito alla stabilità dell’area o semplicemente a limitare il numero di vittime civili di guerra, affatto limitato; alla Cecenia e i suoi trascorsi di sangue, nonché Daghestan, Ossezia Settentrionale e così via.

Solo apparentemente in secondo piano pare sia collocato il conflitto in Libia, paese in balia della totale incontrollabilità e della guerra interna tra islamisti radicali. Dall’attacco di USA, Francia e Gran Bretagna nell’estate del 2011 con conseguente morte di Gheddafi, la situazione va irrimediabilmente peggiorando. Se non ne sentiamo parlare o non ne leggiamo, non significa che non esiste.

Quando ci chiediamo chi sono, da dove vengono, chi li finanzia, domanda, in verità spesso omessa dai media mainstream, ma anche evitata con acrobazie lessicali magistrali dalla politica, chiediamoci anche perché vengono in Occidente; perché da qui partono, fanno propria quella guerra e tornano per punirci? Perché continuiamo a destabilizzare tutto intorno a noi? Le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte lo sono (cit.), ma non facciamoci crollare i diritti addosso, non scontiamoli a beni ereditati con beneficio d’inventario.

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Siria: liberate Greta Ramelli e Vanessa Marzullo

EUROPA/Medio oriente – Africa di

“Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sono libere, torneranno presto in Italia”. Questo il tweet di Palazzo Chigi che, poco dopo le ore 18 del 15 gennaio, ha annunciato la liberazione delle due volontarie italiane rapite in Siria dal gruppo Jabhat al Nusra il 31 luglio 2014. Secondo indiscrezioni non ancora confermate, il Governo italiano avrebbe pagato un riscatto di 12 milioni di dollari. Le donne partiranno alla volta della Turchia il 16 gennaio.

Il silenzio post sequestro, le indiscrezioni rimbalzate circa la loro sorte durante l’autunno e il videomessaggio pubblicato su YouTube il 31 dicembre 2014 avevano fatto presagire il peggio per le due ragazze, andate in Siria sotto l’insegna della Ong ‘Horryaty” per aiutare la popolazione siriana. Il vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito (Ncd-Udc) ha parlato di “vittoria della nostra intelligence”, mentre la Camera dei Deputati, riunita in seduta, ha applaudito alla notizia della liberazione. Reazione di segno opposto, invece, da parte di account di persone appartenenti all’Isis che si sono scagliati contro al Nusra rea, a loro parere, di avere rilasciato gli ostaggi.

Giacomo Pratali

 

[youtube]http://youtu.be/N-6DLFYxz5w[/youtube]

 

Parlamento Europeo: “Sì al rimpatrio dei due marò”

BreakingNews/EUROPA di

Con una larghissima maggioranza, il Parlamento Europeo ha approvato, il 15 gennaio 2014, la risoluzione sul rimpatrio e il cambio di giurisdizione per i marò, detenuti in India da tre anni: “Si auspica – si legge nel documento finale – che la competenza giurisdizionale sia attrbiuta alle autorità italiane e/o ad un arbitraggio internazionale”. L’organo legislativo di Strasburgo ha, tuttavia, ribadito di “preoccupazione per la detenzione senza capi d’accusa”.

Un cambio di passo importante a livello internazionale, forse un po’ tardivo, visto che la controversia sui fucilieri di Marina era stata portata all’attenzione dell’Unione Europea già nel 2013 dal ministro degli Esteri Emma Bonino. Un cambio di passo che, però, segna un probabile cambiamento nei rapporti tra i governi di Roma e New Delhi per la risoluzione della controversia.

E, in questo senso, un importante segnale di un attivo dialogo sotto banco tra le due amministrazione è senz’altro la decisione presa dalla Corte Suprema indiana di prolungare di tre mesi, per motivi di salute, la permanenza in Italia di Massimiliano La Torre, colpito da ischemia a fine agosto e operato per una malformazione cardiaca a Milano il 5 gennaio 2014. Un ammorbidimento della linea dura finora tenuta dall’India che potrebbe andare nella direzione del rimpatrio dell’altro fuciliere sotto processo, Salvatore Girone.

Giacomo Pratali

La sicurezza americana nella Strategia 2025, focus sul clima.

AMERICHE/Difesa di

La problematica della sicurezza legata ai cambiamenti climatici torna ad essere affrontata dagli strateghi americani come una priorità politica oltre che militare e di difesa civile. All’interno della “Strategia 2025” i cambiamenti climatici sono individuati come minaccia alla sicurezza nazionale: una minaccia che gravita attorno a tutta la sicurezza interna ed in grado di influenzare pesantemente la sicurezza esterna degli Stati Uniti.

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Il tema non è nuovo alla sensibilità degli analisti militari che sottolineano ancora una volta, come riportato dal C&S : “OASA (IE&E) Strategy 2025 is important, as it serves to guide and shape the Army’s future and current actions related to Installations, Energy and Environment, as well as provide the strategic roadmap to achieve its vision.”. La visione dunque è a 360 gradi. Coinvolge appieno la sfera militare e di conseguenza preserva quella civile, rendendo chiaro come nella strategia per la difesa la sicurezza climatica sia parte fondamentale per una consapevole guida politica. Gli obiettivi a lungo termine presenti nella strategia hanno lo scopo di permettere la realizzazione nel breve periodo di piani e progetti su scala regionale e nazionale, garantendo al comparto della difesa una più accurata valutazione degli scenari di rischio per le operazioni militari.

All’interno di tale prospettiva al cambiamento climatico vengono riservate particolari attenzioni. La resilienza innanzitutto: dato il numero di eventi climatici estremi che ogni anno vengono registrati negli Stati Uniti e basandosi su statistiche che prevedono che tali fenomeni con molta probabilità saranno sempre maggiori, migliorare la resistenza all’impatto di infrastrutture e sistemi è un punto chiave, insieme alla capacità di ripresa industriale e sociale del tessuto locale e nazionale.

L’adattamento poi è declinato in due concezioni: a livello microscopico l’adattamento a condizioni sempre più imprevedibili resta una priorità nello lo sviluppo di strategie regionali e nazionali nei settori idrico, energetico, per ciò che riguarda la sicurezza del territorio predisponendo pratiche in grado di far fronte alle emergenze nell’immediato; il livello macroscopico invece rappresenta l’evoluzione della strategia nel tempo sulla base dell’individuazione di quei cambiamenti in grado di aumentare il rischio per le installazioni ed il personale militare e quindi integrare le analisi climatiche nella pianificazione di interventi armati piuttosto che nelle modifiche agli assetti sul suolo nazionale.

 

Tag: Strategia sicurezza americana

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La nostra casa nello spazio

EUROPA/INNOVAZIONE di

Concepita come un grande laboratorio di ricerca e studio, raccoglie i contributi tecnici e scientifici di sedici Paesi partners che dal 1998 hanno letteralmente costruito sulla Terra parti, moduli, impianti per poi montare la Stazione Spaziale direttamente in orbita a circa 400 km dalla superficie terrestre.  Un peso di centinaia di tonnellate ed un ridotto spazio pressurizzato in cui muoversi e lavorare disposti su una superficie pari ad un campo da rugby americano permettono la vita di un equipaggio permanente di sei astronauti in continuo avvicendamento. Una grande missione senza una data di fine all’interno della quale sono racchiuse le speranze di tutto il nostro pianeta. Si perchè la SSI non è una semplice missione ma un grande laboratorio in cui si conducono numerosi studi scientifici in ambiente a gravità zero. Una piattaforma di ricerca internazionale per lo sviluppo di tecnologie e pianificazione della vita umana nello spazio in missioni di durata sempre maggiore.

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Rappresenta, non è certo poco, un modello unico di cooperazione internazionale in cui i Paesi partecipanti condividono la loro esperienza in campo scientifico e collaborano nei più svariati ambiti di ricerca: medicina, biologia, fisica, ricerca spaziale, osservazione spaziale, ingegneria medica, dei materiali, robotica ecc. Si tratta forse dell’esperimento a lungo termine più importante della storia dell’umanità, di un ambizioso programma spaziale in grado di unire voli a cui prendono parte equipaggi internazionali e complessi lanci di velivoli spaziali da piattaforme collocate in diverse zone del pianeta. Una gigantesca e pionieristica missione di architettura umana nello spazio che ha preso vita grazie ai continui voli di navicelle che portavano in orbita moduli contenenti parti meccaniche, sistemi di bordo, riserve d’ossigeno, cibo, acqua, astronauti ecc. Il primo equipaggio è stato lanciato nel 2000 grazie allo sviluppo e all’implementazione dei programmi Skylab, Shuttle-Mir e Space Shuttle e da allora le missioni spaziali hanno continuato incessantemente ad alternarsi. In questi primi anni d’importante sperimentazione il nostro Paese vanta una partecipazione tecnica e professionale importantissima, la cui ultima rappresentante in ordine di tempo è Samantha Cristoforetti.

I costi per il finanziamento di questo progetto sono altissimi, come altissimo è il valore tecnico scientifico che hanno le singole missioni. L’esperienza della Stazione Spaziale va però vista anche come un impegno internazionale in vista di obiettivi che nello spazio vedranno la loro realizzazione. Si spera che l’esempio della cooperazione spaziale possa portare benefici ai rapporti tra quei Paesi che spesso sulla Terra sono molto distanti e che in un modulo spaziale riescono invece a trovare piena e positiva concretizzazione.

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Francia, due blitz della polizia

BreakingNews/EUROPA di

Francia, due blitz per salvare gli ostaggi, uccisi i 3 killer, forti esplosioni nel centro di Parigi

Attorno alle 17 di venerdì 9 gennaio, grazie a due blitz condotti dalle forza speciali francesi, sono stati uccisi i tre killer che hanno tenuto sotto scacco l’Europa per tre giorni: Said e Cherif Kouachi e Amedy Coulibaly. Il primo nella tipografia di Dammartin en Goele, un piccolo centro a nord-est di Parigi, dove l’ostaggio (il proprietario dell’azienda) è stato liberato. Il secondo nel negozio kasher nel quartiere ebraico di Parigi (da cui si sarebbero udite quattro forti esplosioni) dove sarebbe rimasti uccisi quattro dei sei prigionieri.

IL RACCONTO DELLA GIORNATA

Francia con il fiato sospeso anche nella giornata di venerdì 9 gennaio. I due fratelli Kouachi, responsabili della strage contro la rivista ‘Charlie Hebdo’, sono asserragliati dalla mattinata nella tipografia di Dammartin en Goele, una cittadina a circa 40 chilometri a nord-est di Parigi. Sotto ostaggio ci sarebbe almeno una persona, Michel Catalano, 27 anni, proprietario dell’azienda. Mentre altri testimoni riferiscono che le persone catturate potrebbero essere cinque, ovvero gli altri componenti della famiglia che lavorano nell’impresa.

I terroristi sono giunti in questo piccolo centro abitato dopo essere sfuggiti per tutta la notte alle forze speciali transalpine (88 mila agenti sono stati mobilitati in tutto il Paese). Il proprietario dell’un’auto rubata dai due individui nel corso dell’inseguimento ha riferito che entrambi sono apparsi calmi e decisi e che hanno detto di appartenere alla frangia di al Qaeda nello Yemen.

Fratelli Kouachi ricercatiA questo, si è sommata l’irruzione, nel corso del pomeriggio, di un uomo armato di kalashnikov, Amedy Coulibaly, che ha preso in ostaggio sei persone (di cui uno ferito dopo la sparatoria), tra cui un neonato, nel negozio kasher Hypercasher, nel quartiere ebraico della capitale. La polizia ha recintato la zona e ha ordinato la chiusura degli altri esercizi commerciali della zona. Il premier israeliano Netanyahu ha invece dato ordine al Ministero degli Esteri e al Mossad di supportare l’azione del governo francese.

All’ingresso nel locale, l’uomo armato, lo stesso che nella giornata di giovedì avrebbe ucciso una poliziotta, avrebbe urlato “Voi sapete chi sono!” e, a distanza di qualche ora, “Liberate i fratelli Kouachi e non fate assalti”, in riferimento a quanto sta accadendo nella tipografia di Dammartin. E intanto quattro forti esplosioni sono state udite dall’interno del negozio.

Charlie Hebdo, la Francia e l’Islam

EUROPA di

Parigi – La strage di Charlie Hebdo segna per la Francia e per l’Europa un punto fondamentale.

Sono appena passate le 11 di martedì 7 gennaio quando due uomini incappucciati hanno fatto irruzione nella sede parigina della storica testata giornalistica francese Charlie Hebdo ed hanno aperto il fuoco dei loro kalashnikof ed ucciso 12 persone. Charlie Hebdo è giornale satirico nato nel 1970, gli anni della Contestazione e a poca distanza dal Maggio Francese, che nel corso della sua storia, pur mantenendo uno stampo libertario e marcatamente di sinistra, non ha mai mancato di ironizzare pesantemente su chiunque fosse ritenuto oggetto di satira senza  riguardi per fazione politica, religione o altro.

E’ sempre stata considerata una testata “di nicchia”, ma  ha iniziato ad acquisire maggiore popolarità con la pubblicazione di vignette satiriche anti islamiche che hanno fatto il giro del mondo attraverso il web. Che fosse una testata “scomoda” lo si era compreso già dall’incendio doloso nei confronti della redazione avvenuto nel 2011, ma nessuno si sarebbe aspettato un atto di una gravità così estrema.

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Il 7 gennaio all’interno della sede di Charlie Hebdo era in programma una riunione di redazione, che nessuno si aspettava finisse in un bagno di sangue. I terroristi di matrice islamica – individuati dall’espressione “Allah u Akbar” ovvero “Allah è grande” – hanno fatto irruzione nell’edificio situato nel XI Arrondissement di Parigi, non lontano da Place de La Republique , ed hanno ferito a morte 12 dipendenti  ed  eseguito una vera e propria condanna a morte per il direttore Stephan Charbonnier ed i tre magiori vignettisti del giornale satirico: Cabu, Tignous e Georges Wolinski.  Dopo questo atto efferato, con maggiore brutalità i folli omicida si sono accaniti contro un poliziotto già steso per terra a causa dei colpi subiti inizialmente, per poi fuggire a bordo un’auto di che verrà ritrovata abbandonata inseguito nel XIX Arrondissement presso Port de Pantin vicino alla periferia nord est della capitale francese.

manifestazione-2Questo è un avvenimento che ha scioccato profondamente non solo Parigi, ma l’intera Francia che già era preda di forte un vento nazionalista con l’ascesa sempre più rapida dell’esponente del Front Nationale Marine Le Pen. I francesi scrivono: “con l’attentato di oggi muore la libertà d’informazione”. Una frase significativa, come lo è ancor di più il fatto che proprio questo martedì 7 gennaio 2015 è uscito l’ultimo libro del celebre scrittore francese Houellebecq “Sottomissione” alla quale era stata dedicata proprio l’ultima Prima Pagina di Charlie Hebdo. Il libro di Houellebecq ipotizza nello specifico una Francia governata nel 2022 dai Fratelli Musulmani, quindi di una Francia che ha ceduto la sovranità del pensiero Occidentale a favore della meno “responsabilizzante” cultura islamica.

La Francia  è il paese europeo con il numero maggiore di cittadini di religione musulmana e gli intellettuali più acuti, come Houellebecq che da oggi è sotto scora armata, hanno intuito questa progressiva islamizzazione del Paese anche se ancora rifiutata da molti. La strage di oggi e questo libro sono  simbolo di due culture che difficilmente convivono e che spesso collidono. Anche se è vero che la parte maggiore dei musulmani è moderata e ha preso formalmente le distanze dai tragici fatti, costituisce e costituirà una fertile base per far attecchire i movimenti integralisti come l’ISIS, già mandante degli attentati terroristici dello scorso Dicembre in alcune città come Lille e Rennes .

Tutti i  paesi europei si sono sentiti profondamente colpiti in prima persona dalla strage di Charlie Hebdo, perché si è colpito un diritto che almeno in Occidente è fondamentale: la libertà di espressione e di informazione, tipici di stati laici come quelli dell’Unione Europea. I francesi sconvolti, si sono mobilitati immediatamente: dalle 17 del 7 gennaio stesso è stata indetta una manifestazione di cordoglio in Place de la Republique, un luogo simbolico oltre che per la vicinanza con la sede del giornale, anche per la nascita della democrazia prima francese, poi europea.

Commemorazione e rivendicazione dei principi della Rivoluzione Francese, queste le parole ripetute in coro dall’enorme marea pacifica di persone che si snodava nella piazza. Gli slogan più frequenti lanciati dai giovani arrampicati sul monumento al centro della piazza erano “ fraternite” , “ Charlie c’est ne pas mort” e “Sommes tout Charlie” in segno di solidarietà con i le vittime ed i loro parenti ed una volta ancora ribadire i principi per i quali la Francia è stata la culla del pensiero moderno e contemporaneo dell’intero Occidente. Grandi, bambini ed anziani, tutta Parigi si è stretta nel ricordo delle vittime, tra le quali annoverano una porzione della loro libertà

Questo inquietante accadimento di Charlie Hebdo  può essere considerato come una goccia che fa traboccare un vaso già colmo di incomprensioni e di intolleranze. Come da “corsi e ricorsi” analizzati da Gian battista Vico, quello che abbiamo vissuto in quelle drammatiche ore costituisce senza dubbio un evento storico, nodale, il sintomo di un passaggio e così percepito anche dall’opinione delle persone che lo stanno attraversando. E l’inizio di una rivoluzione socio-culturale, di un cambiamento annunciato ed atteso,  di cui ancora oggi non riusciamo a distinguere nitidamente forma e conclusione.

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da Parigi  Laura Laportella

Parigi, azione terroristica nella sede del settimanale ‘Charlie Hebdo’: 12 morti e 8 feriti

BreakingNews/EUROPA di

Nella mattinata di mercoledì 7 gennaio tre attentatori hanno assalito la redazione della testata satirica. Uccisi il Direttore e tre vignettisti. Quasi certa la matrice islamica dell’attentato. Gli assassini sono scappati a bordo di un’auto rubata e sono tuttora ricercati

12 morti e 8 feriti. Questo è il bilancio dell’attentato contro la sede del settimanale francese satirico ‘Charlie Hebdo’ verificatosi nella mattinata di mercoledì 7 gennaio a Parigi. I tre attentatori, incappucciati e armati di kalashnikov, dopo aver fatto irruzione nella sede della testata, hanno ucciso tra gli altri il direttore Stephan Charbonnier, i vignettisti Georges Wolinski, Cabu e Tignous e l’economista e azionista del giornale Bernard Maris. Gli assassini, scappati a bordo di un’auto rubata dopo la sparatoria, hanno investito una persona nel corso della fuga e, dopo aver abbandonato la vettura, sono ricercati dalla polizia francese. L’attacco terroristico potrebbe essere di matrice islamica, dato che alcuni testimoni riferiscono che i criminali avrebbero inneggiato ad Allah.

Il periodico transalpino aveva pubblicato proprio oggi un articolo dal titolo “Sottomissione”, in cui veniva fatta una recensione positiva sul romanzo omonimo dello scrittore Michel Houellebecq in cui si ipotizza l’elezione di un presidente musulmano nel 2022. E, già in passato, il giornale era stato vittima di azioni intimidatorie, come nel 2001 dopo la pubblicazione di alcune vignette su Maometto.

In tutta la Francia, nel frattempo, è scattato il massimo livello d’allerta. Mentre in Italia, il ministro degli Interni Alfano ha convocato il Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo. E le reazioni da tutto il mondo non si sono fatte attendere. Dal presidente Hollande che ha riferito che “molti attentati sono stati sventati le scorse settimane. Dobbiamo reagire con fermezza, ma con spirito d’unità nazionale”. A Barack Obama che ha parlato di un “attacco codardo e diabolico” e Renzi che ha affermato che quello odierno è stato “un attacco alla libertà dell’Europa di essere Europa”. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha definito “vile e barbaro” il blitz armato nella sede del settimanale satirico.

 

[youtube]http://youtu.be/Vq9i95aGqWc[/youtube]

Le frontiere meridionali d’Europa assaltate da cargo fantasma.

EUROPA/Video di

Due casi in pochi giorni potrebbero anticipare una nuova strategia dei mercanti di uomini. Abbandonati i gommoni della morte e i pescherecci libici  ormai distrutti o affondati nei porti ormai in balia delle bande rivoluzionarie.

Il primo della serie, il cargo Blue Sky, si è avvicinato alle coste europee con una rotta ben identificata in direzione di Rijeka sulla costa Croata, solo in prossimità delle coste italiane la richiesta di soccorso denunciando un dirottamento con uomini armati a bordo.

Immediato l’intervento delle Forze Armate che hanno fatto levare in volo gli elicotteri del 15° Stormo che hanno depositato sulla nave un team di militari della guardia costiera, a bordo niente armi ne equipaggio ma 780 immigrati la maggior parte di origine siriana.

La nave viene pilotata verso il porto di Gallipoli dove approda senza problemi, il controllo finale conta 768 migranti tra cui una quarantina di bambini e una ventina di donne incinta. Nessun ferito a bordo.

Il secondo intervento nella notte tra il primo e il due di gennaio 2015 viene fatto sulla nave cargo Ezedeen battente bandiera della Sierra Leone.

Una nave di grossa stazza si avvicina a Punta Capo Leuca e lancia una richiesta di soccorso, il motore non funziona a causa di un Black out.

L’elicottero dell’aeronautica Militare entra in azione coordinata con le forze europee della missione frontex e porta sul cargo tre medici  della nave TYR della guardia costiera Finalandese..

Anche in questo caso l’equipaggio ha abbandonato la nave lasciandola alla deriva poche miglia più avanti contando su un pronto intervento delle forze armate italiane.

Questi due casi sembrano un prologo di un flusso migratorio più intenso e strutturato con volumi per singolo viaggio molto più importanti di quanto finora constatato.

E’ evidente che i trafficanti di uomini hanno pensato di rivedere la loro strategia mettendo sul piatto della bilancia più vite in pericolo e il danno del disastro  ambientale in caso di naufragio sulle coste.

Chi guadagna sul traffico di immigrati  conta su questi possibili rischi per un intervento di salvataggio dei loro “clienti” che in caso positivo saranno accolti come rifugiati politici.

Cosa succederebbe se il flusso di queste navi diventasse più intenso? Quanti migranti approderebbero sul confine meridionale europeo? Probabilmente  più di 20.000 unità mese nel  periodo  invernale, un flusso ingestibile dal punto di vista dell’accoglienza e della sicurezza.

[youtube]http://youtu.be/y02F3lxzPmI[/youtube]

Alessandro Conte
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