GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI - page 60

La cooperazione UE-NATO: alcuni concetti chiave

AMERICHE/EUROPA/SICUREZZA di

La relazione tra UE e NATO costituisce l’ossatura strategica della sicurezza e della difesa europea e la letteratura specializzata ha tentato di elaborare alcuni concetti chiave per comprenderla. Qui si cercherà di riassumerne i principali.

La cooperazione UE (Comunità Europea e, solo dopo, UE) NATO affonda le sue radici nella necessità europea di difesa e sicurezza dal pericoloso vicino sovietico e nella visione strategica americana del contenimento dell’URSS e ha garantito, sotto l’ombrello della deterrenza, la pace e la sicurezza nel Vecchio Continente per 43 anni. Il crollo dell’Unione Sovietica e del bipolarismo ha fatto emergere però alcune novità: una serie di nuove sfide alla sicurezza sempre più complesse e le nuove ambizioni europee in materia di sicurezza e, poi, difesa (PESC e PESD) secondo visioni ed obiettivi propri.

L’UE si è così inserita nel dibattito post-bipolare sulla sicurezza e la pace globale con alcune innovazioni: la teorizzazione del “comprehensive approach”, la politica di allargamento, il lancio delle Politiche Europee di Vicinato, il fortissimo coinvolgimento europeo nella cooperazione allo sviluppo, gli accordi di partenariato, tutte testimonianze della volontà di Bruxelles di trasformare il tradizionale approccio alla sicurezza e al crisis management verso un’ottica unitaria e value-oriented. Molti scettici, in particolare dalle file della teoria realista e neo-realista delle RI, sostengono che l’actorness europea in campo di sicurezza e difesa sia un miraggio, strutturalmente impossibile da raggiungere e intrappolata in un “capability-expectations gap” (teorizzato da Christopher Hill), in sostanza uno scarto tra aspettative e reali capacità delle politiche comunitarie.

La relazione odierna tra UE e NATO si fonda sugli Accordi “Berlin-Plus” firmati nel 2002 che forniscono un “framework completo per le relazioni permanenti” tra i due soggetti. Ad oggi, fatta eccezione per le missioni Concordia e Althea nella ex-Jugoslavia, l’accesso UE alle capacità di pianificazione strategica e alle risorse e alle capacità NATO non è mai stato utilizzato. Storicamente, gli accordi giungono in un momento particolare della storia delle due istituzioni: la NATO, infatti, era alle prese con il proprio passaggio da alleanza militare regionale a provider di sicurezza internazionale, l’UE da potenza economica ad attore stabilizzatore e pacificatore (almeno nel suo vicinato) tramite l’introduzione della PESC e della PESD (poi PSDC). In questa relazione, la NATO ha rappresentato il provider di “hard security”, militare e globale, mentre l’UE l’attore di “soft security”, il “normative power” (Manners, 2002), il “civilian power” (Bull, 1982).

Ad inficiare il rapporto è, però, intervenuto il c.d. “problema della partecipazione” (Simon J. Smith e Carmen Gebhard) causato dalla membership NATO ma non UE della Turchia e dalla membership UE ma non NATO di Cipro. Infatti la Turchia, dopo la firma di Berlin Plus, ha cercato di assicurarsi che nessun futuro membro dell’UE (chiaro riferimento a Cipro) potesse interagire direttamente con la NATO (in quanto membro UE) senza un precedente accordo di sicurezza con essa. L’obiettivo è quello di evitare che Cipro possa accedere a capacità e risorse strategiche che potrebbero compromettere le rivendicazioni (e la presenza) turche nell’isola. Dall’altra parte Cipro ha fatto ricorso a tutte le sue risorse per ostacolare l’ingresso (e in generale qualsiasi forma di integrazione o cooperazione) della Turchia nell’UE.

La realtà dei fatti dimostra un quadro complesso e frammentato: la relazione strategica odierna tra UE e NATO esiste ma al di fuori del framework di Berlin Plus e, quindi, in maniera meno efficiente e unitaria, improntata secondo Simon J. Smith e Carmen Gebhard ad una prevenzione consapevole dei contrasti (“informed deconfliction”). Tale approccio opera costantemente in sub-ottimalità e non è sostenibile nel lungo periodo per gestire la complessità del contesto di sicurezza e difesa in Europa e America.

Per quanto l’UE e la NATO abbiano, quindi, sperimentato una divaricazione tra potenzialità e effettività della loro relazione, il contesto strategico di attività li spinge verso una convergenza, essendo condizionato da simili fattori e simili sfide, tre in particolare: il deterioramento delle relazioni occidentali con la Russia, gli interessi di sicurezza nel Medio Oriente, la minaccia terroristica. Al contrario spinte di allontanamento possono derivare da tre fattori: la presidenza Trump che coaguli internamente l’UE ma isoli esternamente gli USA, la Brexit che scarichi l’UE della presenza ostativa del Regno Unito ma spezzi l’anello di congiunzione tra UE e USA costituito dalla “relazione speciale” anglo-americana, il deterioramento delle relazioni UE-Turchia (membro della NATO e storico pilastro strategico americano).

Lorenzo Termine

“L’Ucraina moderna nello spazio comune europeo”, convegno del Centro Studi Roma 3000

EUROPA/Senza categoria di

Centro Studi Roma 3000 ha avuto l’onore ed il piacere di portare sul tavolo una discussione di un tema attuale e più vicino alla realtà italiana di quanto normalmente ci si aspetta. A prendere per primo la parola è stato il consigliere dell’ambasciatrice dell’Ucraina in Italia, Dott. Dmytro Volovnykiv che ha voluto iniziare celebrando i 25 anni di relazioni diplomatiche Italia-Ucraina, ora alla base di un forte rapporto che soprattutto nell’ultimo periodo sta contribuendo all’integrità territoriale dell’ ex paese sovietico. Lo scenario attuale ucraino è alquanto delicato: dal 2014 quella che è stata nominata la Rivoluzione della Diginità come conseguenza dell’occupazione russa della Crimea ( “la peninsola che non c’è”), ad est dell’Ucraina, è stata seguita da continue manifestazioni di violenza, il mancato rispetto del cessate fuoco proveniente da più attori internazionali e un elevatissimo sfruttamento economico da parte della Russia. Il report dell’ufficio dell’Alto Commissariato dei diritti delle Nazioni Unite ha meglio parlato di “detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti”, per non citare tutti i casi di violazione dei diritti dell’uomo. Oltre alla situazione della Crimea, Volovnykiv ha ricordato il caso del Donbass, altro bacino di delicato impianto geopolitico.

Nella sfida europea accanto all’Ucraina vi è l’Estonia, membro UE dal 2004, il cui console rappresentante in Italia, M. Sarglepp ha sottolineato che i conflitti menzionati hanno indubbiamente favorito un rafforzamento interno ed esterno degli accordi di partnership e cooperazione tra paesi del ex blocco sovietico che, data la loro strategica posizione geografica e la centralità in alcuni settori economici, i cui primi frutti si stanno vedendo. Il dialogo con le maggiori istituzioni rimane lo strumento migliore per portar avanti progetti proficui in situazioni di tensione come questa analizzata: il prossimo 24 novembre si riunirà l’ Eastern Partnership (EaP) per rafforzare la forza dei rapporti economici, governativi, sociali e della sostenibilità; a dimostrazione dell’importanza del ruolo individuale di un paese come l’Ucraina ma altresì la responsabilità dell’Unione Europea di fornire gli adeguati strumenti e possibilmente anche le risposte per la fine di una crisi come quella che percorre la realtà del Mar Nero.

Il terzo intervento è stato poi quello di Andrew Spannaus, analista politico-internazionale e Presidente Stampa Estera di Milano, la cui esperienza e stessa origine americana gli ha permesso di affrontare il dibattito sotto il punto di vista americano: il non più neoeletto presidente Trump sta modificando in parte i piani d’azione messi in atto dal suo predecessore, esprimendo però un consenso nei confronti della Russia, con la quale “condivide” la fine della Guerra di Siria. Si collega qui l’intervento del direttore di Limes, Lucio Caracciolo secondo cui la situazione ucraina è sottovalutata o per lo meno poco conosciuta dall’italiano medio, nonostante la distanza che ci separa sia minore di quella che vi è tra l’estremità nord e sud del nostro territorio.

Rilevante è anche la connessione dell’Italia con l’ Ucraina tramite la contestazione di territori come la TransIstria, formalmente della Moladavia ma sotto il controllo della Russia, oggi uno dei centri principali per il traffico internazionale. Da qui il rapporto strumentale tra Usa e Europa centrale, essendo i paesi dell’Europa centrale di importanza relativa rispetto alle potenze che potrebbero invece squilibrare gli assetti americani. Caracciolo riprende le linee guida presentate da Spannaus: dal punto di vista americano il conflitto ucraino è una partita con la Russia e in parte con la Germania e la fascia di Europa più vicina alla Russia rimane un’area di frizione permanente. Il direttore manifesta un basso ottimismo circa la soluzione di questo conflitto dato che gli interessi russi si basano sul timore che l’Ucraina possa diventare parte della NATO, diversamente da quelli americani di mantenere il conflitto per avere il controllo del paese, senza considerare il fatto che la Russia ha sempre rappresentato un nemico e non un possibile alleato per l’America.

Per quanto riguarda altre zone di fuoco viene citata la Crimea che è ora sotto la mano russa, pur se illegalmente, ed il Donbass, dove si combatte una guerra la cui fine è ancora lontana. Per concludere Caracciolo afferma che la guerra che oggi si vive in Ucraina non è propriamente civile, riprendendo le parole del consigliere Volovnykiv, ma gran parte delle questioni centrali devono essere risolte a livello nazionale mediante efficaci e “rivoluzionarie” politiche. A tal proposito si è vista anche l’inefficienza dell’Unione Europea di fronte a tali questioni, pur non essendo essa non un vero attore geopolitico e giocando quindi un ruolo immaginario. L’Italia in tutto ciò sarebbe favorevole ad una posizione neutrale dell’Ucraina, che non entri a far parte della NATO ma magari dell’UE, senza uno scontro vero e proprio con la Russia, per più motivi tra cui il considerarla più una debolezza che una forza in questo momento.

 

Laura Sacher

Photo Credit: Giorgio Sacher

 

Il blocco saudita si allenta: l’aeroporto di Sanaa torna operativo per aerei civili e dell’ONU

MEDIO ORIENTE di

Il blocco saudita imposto allo Yemen sembra distendersi con la riapertura dell’aeroporto di Sanaa e la ripresa dei voli dell’ONU.

Lo scorso mercoledì 22 Novembre l’aeroporto internazionale della citta di Sanaa è tornato operativo dopo una sospensione del suo regolare funzionamento iniziata il 6 Novembre con un blocco navale, terrestre e areo imposto dall’Arabia saudita come risposta al missile lanciato dai ribelli.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa yemenita (SABA) il direttore generale dell’aeroporto, Khalid Al-Shayef, ha comunicato che due aerei sono atterrati nell’aeroporto. Il primo aereo del Comitato Internazionale della Croce Rossa con a bordo dei volontari e aiuti umanitari per la popolazione; il secondo invece è un aereo russo dal quale è sceso il nuovo gruppo diplomatico russo dell’ambasciata della Federazione Russa a Sanaa.

Il direttore generale ha specificato che l’aeroporto di Sanaa è nuovamente pronto ad accettare tutti i voli in accordo con le normative internazionali e con l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO). Ha aggiunto inoltre che l’arrivo di questi due aerei è un chiaro segnale per il mondo del fatto che l’aeroporto di Sanaa è attivo per un utilizzo civile in linea con gli standard e le condizioni accettate al livello internazionale.

Nel contempo le pressioni operate dall’ONU nei confronti dell’Arabia Saudita per la sospensione del blocco non sono rimaste inascoltate: sono stati riattivati i voli dei passeggeri dell’ONU dalla capitale della Giordania, Amman, alla città di Sanaa.

Il portavoce dell’agenzia di coordinazione degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), Jens Laerke ha annunciato venerdì 24 Novembre che i voli riprenderanno il giorno successivo e che questa decisione potrebbe essere seguita da quella di autorizzare anche voli dal Gibuti a Sanaa.

Laerke ha anche aggiunto che “un volo da Amman a Sanaa non andrà a cambiare la situazione generale” e che “ciè che davvero conta è che la riattivazione di questi voli diventi sostenibile e che, in secondo luogo, possiamo avere accesso ai porti di Hodeida e Saleef sia per gli aiuti umanitari che per le importazioni commerciali”.

Il vice presidente yemenita mette in guardia sui “traditori” Houti

MEDIO ORIENTE di

Il vice presidente dello Yemen, Ali Mohsen al-Ahmar, in visita nella città di Ma’rib con la coalizione arabo-saudita si è pronunciato su diversi aspetti rilevanti del conflitto yemenita.

Il vice presidente Ahman ha subito preso le distanze dai ribelli Houti ribadendo che il loro partito “rappresenta i clan Iraniani in Yemen, nella penisola arabica e nella regione” e che questi non possono colpire città come Riyadh e La Mecca in quanto sono “la culla della nazione”
Nella sua dichiarazione i ribelli Houti sono stati definiti come “traditori” e Ahmar ha espresso severe parole nei loro confronti, invitando gli ascoltatori a stare in guardia nei confronti di questi in quanto “non escludono nessuno e mirano a case, campi, scuole e luoghi di culto”.

Durante la visita il Vice Presidente ha avuto modo di congratularsi con l’esercito yemenita per le vittorie portate a termine assieme con il sostegno della coalizione.  Secondo Ahmar i risultati ottenuti sono “al fine di completare la liberazione e rinstaurare la capitale Sanaa, e di salvarla dalla corruzione degli Houti”. Il vice presidente ha anche fatto notare come tutte le aree confinanti con la capitale Saana non sono mai state e mai saranno una piattaforma per i ribelli e ha lanciato un appello a tutte i membri delle tribù di queste aree affinché partecipassero attivamente alla “battaglia di liberazione”.

Infine ha rivolto un messaggio ai bambini di Saana, i membri volontari delle forze armate, il Congresso Generale del Popolo, guidato dal Presidente deposto dello Yemen Ali Abdullah Saleh, e a tutti gli elementi politici e sociali.

 

 

 

Referendum Kurdistan: La corte suprema di Baghdad lo dichiara incostituzionale

MEDIO ORIENTE di

Il Kurdistan non otterrà l’indipendenza dall’Iraq. Da Baghdad arriva infatti la conferma delle impressioni che aleggiavano intorno al referendum curdo del 25 settembre scorso. La corte suprema lo dichiara incostituzionale. Verranno dunque cancellati i risultati della votazione, che avevano sicuramente fornito un verdetto chiarissimo. Il 93% della popolazione curda aveva votato per l’indipendenza da Baghdad.

Il nodo per cui si è arrivati alla bocciatura, da parte del governo centrale,  ruota intorno all’ articolo 1 della Costituzione irachena, la quale sancisce che “lo Stato federale è pienamente sovrano, la cui forma di governo garantisce l’unità dell’Iraq”. La Corte suprema ha poi sottolineato che oltre l’articolo 1 vi è il 109 ad essere contraddetto, dal momento che “impone il mantenimento dell’unità nazionale da parte di tutte le autorità federali”. L’ alto tribunale ha dunque sancito che la carta costituzionale non consente nessuna separazione.

Il 6 novembre scorso la corte aveva già emesso una sentenza su richiesta del governo centrale di Baghdad secondo cui nessuna provincia o regione irachena avrebbe potuto rendersi indipendente. Il 14 novembre era arrivata da Erbil la notizia per cui il governo curdo avrebbe accettato la decisione della corte.

La sentenza era arrivata in seguito al rifiuto, da parte del presidente iracheno Haider Al Abadi, di congelare l’esito del referendum. L’unica condizione sufficiente per riaprire i negoziati con Erbil era l’annullamento dei risultati

L’area geografica interessata è la regione che si trova a nord dell’Iraq, confina con Iran, Turchia e Siria. Il Kurdistan Iracheno fu istituito nel 1991 ma solo dal 2005 assume le attuali caratteristiche da regione autonoma, il suo capoluogo è Erbil.

Dalla data del referendum ad oggi, per il Kurdistan, che tenta di creare un proprio stato dipendente da sempre, le ripercussioni sono state molteplici. Tutti i paesi confinanti si sono opposti all’indipendenza. Turchia e Iran avevano minacciato di chiudere i loro confini e di cancellare gli accordi commerciali e sulla sicurezza con il governo di Erbil.

Il Parlamento di Bagdad aveva chiesto al suo Presidente di bloccare le frontiere tra l’Iraq e la Regione autonoma a partire dalle 6 del pomeriggio di venerdì 29 settembre. Via terra e via cielo. Passa poco più di un giorno e il sito ufficiale dell’aeroporto di Erbil comunica che; “La no flight zone durerà sino al prossimo 29 dicembre”.

Un altro motivo di discussione tra Baghdad ed Erbil è sicuramente la contesa, per via delle sue ampie riserve di petrolio, del territorio della provincia di Kirkurk. La sicurezza di questa zona è garantita  dai peshmerga curdi, ma è il governo di Baghdad che fa le leggi; il suo governatore è curdo, ma la maggior parte dei funzionari della provincia è araba.

 

Aste di schiavi in Libia; una questione di punti di vista?

AFRICA/REGIONI di

Venerdì scorso la Commissione Nazionale per i Diritti in Libia, si è detta irritata dalle accuse volte dalla CNN in un report pubblicato a inizio settimana. Il report denuncia il fatto che in Libia vengano fatte aste pubbliche di vendita di schiavi. Questo report nasce da un breve video filmato da un telefono e mandato alla CNN, che poi ha deciso di investigare in prima persona, registrando varie aste di esseri umani, avvenute in alcune città della Libia, tra cui alcuni sobborghi di Tripoli. Il materiale così acquisito è stato poi trasmesso alle autorità libiche che infatti risulta abbiano iniziato delle investigazioni su questo tipo di traffici umani.

Ma la NCHR (National Commission for Human Rights) ha parlato di dettagli esagerati e disinformazione della CNN, aggiungendo che se queste aste di esseri umani avvengono sul suolo libico, sono di certo svolte in segreto e in una situazione di clandestinità.

La NCHR ha poi espresso la più viva condanna per l’azione di bande criminali organizzate, facendo appello al Procuratore Generale affinché si investighi al riguardo. Ma la Commissione non ha mancato di collegare questi episodi ad una condanna delle politiche e delle dichiarazioni di alcuni paesi dell’UE, che, a detta dell’organizzazione, esagerano le condizioni dei migranti bloccati nei centri di detenzione in Libia. Infatti i governi e la stampa europee sfruttano, dal punto di vista dell’NCHR, la condizione disagiata dei migranti per forzare le autorità libiche ad incontrare gli interessi europei che vorrebbero fare della Libia una meta alternativa per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

Iraq: Liberata Rawa, è la fine del “Califfato”

MEDIO ORIENTE di

Venerdì 17 novembre 2017 è la data che segna la fine dello Stato Islamico in Iraq. Le forze armate irachene e le milizie filo-Iraniane alleate hanno annunciato la liberazione dell’ultimo bastione di Daesh nella provincia dell’Anbar, Rawa. Le operazioni per liberare Rawa e Qaim erano state annunciate dal governo a settembre e hanno prese piede alla fine di ottobre. Le due città sono state liberate nell’arco di 20 giorni, considerando che la presa di Qaim è arrivata il 3 novembre 2017. Nei giorni scorsi sono stati liberati 12 villaggi nella stessa provincia, a nord del fiume Eufrate.    “La liberazione di Rawa in poche ore mostra il potere e la capacità delle nostre forze armate, nonché il successo dei nostri piani nelle battaglie” queste le dichiarazioni del premier Abadi, riportate da “Iraqi News”.

Il Califfato sta per finire. In un tweet di Brett McGurk, inviato dagli stati Uniti per la Coalizione internazionale anti-Isis, si legge espressamente che; “Le forze irachene, con il sostegno della coalizione, annunciano la liberazione di Rawa, tra le ultime aree popolate in Iraq ancora nelle mani dei terroristi dell’Isis. I giorni del suo falso ‘Califfato’ stanno per finire”.

Contemporaneamente alla liberazione di Rawa, la vittoria sembra essere vicina anche dall’altro lato del confine. Secondo quanto riportato  dall’emittente televisiva locale al Mayadin, nella città di Abukamal, precedentemente liberata ma poi riconquistata, le forze filo-Iraniane stanno combattendo a fianco di quelle siriane per sconfiggere Daesh. Qui i miliziani iracheni filo-iraniani presenti ad Abukamal hanno assicurato che «la vittoria è vicina».

La sconfitta di Daesh nei territori tra Iraq e Siria è arrivata anche grazie ad una coalizione internazionale specifica, in cui si sono stati fondamentali gli interventi da parte di due super-potenze mondiali quali Stati Uniti e Russia. Si sta mettendo fine a quello che è stato probabilmente il terrorismo più efferato degli ultimi anni. L’Isis, in queste zone, dal 2014 ha annunciato un “califfato” che ha preso le sembianze di un vero e proprio stato, arrivando a controllare circa 7,5 milioni di persone in un area grande quasi quanto la Gran Bretagna, causando la morte di migliaia di civili.

Il blocco saudita nei confronti dello Yemen persiste causando sempre più morti

MEDIO ORIENTE di

Dopo undici giorni dal lancio del missile diretto a Riyadh da parte dei ribelli Houti, lo Yemen sta ancora subendo un blocco navale, terrestre e aereo che impedisce l’entrata nel paese di aiuti umanitari per far fronte ai sempre più gravi problemi che la popolazione, tra cui molti bambini, sta ingiustamente sopportando.

Sebbene lunedì L’Arabia Saudita avesse annunciato la riapertura delle vie aree e navali per accedere allo Yemen ad oggi ufficiali yemeniti riferiscono che il porto di Hudaida, punto più importante per la raccolta di aiuti, non è stato aperto. Il blocco sembra dunque persistere nonostante i reclami fatti da parte di diverse organizzazioni internazionali riguardo la disastrosa situazione umanitaria.

Secondo l’organizzazione non governativa Save The Children non meno di 130 bambini muoiono ogni giorno in Yemen a causa di malnutrizione e malattie evitabili. L’ONG ha messo in guardia l’Arabia Saudita sui rischi che questo blocco sta causando e sulla possibilità che essi si moltiplichino nel caso in cui il blocco persista e gli aiuti umanitari non raggiungano il paese.

Le prospettive future sono infatti sconcertanti: ci si aspetta che entro la fine dell’anno 10.000 bambini moriranno per fame e malattie nelle province di Hudaydah e Ta’izza. Il direttore di Save The Children in Yemen ha dichiarato. “these deaths are as senseless as they are preventable. They mean more than a hundred mothers grieving for the death of a child, day after day”.

L’ONG citata non è l’unica organizzazione internazionale a denunciare le atrocità in atto nella popolazione yemenita. Anche tre agenzie ONU, la FAO, l’UNICEF e la WHO, hanno pubblicamente chiesto all’Arabia Saudita di intervenire in favore della rimozione del blocco. Le tre agenzie segnalano che 3.2 milioni di persone rischiano seriamente la carestia mentre un milione di bambini sarebbe a rischio per una epidemia di difterite. Ciò su cui convengono le organizzazioni e su cui viene accusata l’Arabia Saudita, è l’insensatezza di queste morti di civili e il fatto che molte di queste sarebbero evitabili con facilità se solo il paese avesse accesso agli aiuti umanitari.

La dimensione geografica della politica internazionale

EUROPA di

La Società Geografica Italiana ha ospitato il secondo incontro del seminario organizzato dal professore Edoardo Boria “Nuovi orizzonti geopolitici: la geopolitica di oggi”, con la partecipazione di Lucio Caracciolo, Luca Scuccimarra, Silvia Siniscalchi e Rosario Sommella, con l’ introduzione del mediatore Daniela Scalea.

Daniele Scalea, ricercato dell’università di Roma “La Sapienza”, ha introdotto il rapporto politica-geografia come un rapporto da sempre esistito, nelle cui civiltà antiche veniva dato quasi per scontato: da Erodoto a Montesquieu il discorso geopolitico era basato sul presupposto stesso del legame tra politica e geografia. A partire dall’ 800 e per il secolo successivo si inizia a parlare di determinismo, distaccando quindi la dimensione umana dal resto. Verso la seconda metà del ‘900 al centro delle riflessioni si presentano le relazioni sociali, trasformando così in strumentalizzazione il discorso geografico nella politica. Fronte a queste evoluzioni nel corso del tempo vi sono state numerose reazioni, più o meno critiche ma a grande risonanza nell’opinione pubblica. La riscoperta della geopolitica ha comunque incarnato le tradizioni della dottrina, che nonostante i cambiamenti e le evoluzioni, resteranno sempre invariate.

Rosario Sommella, docente di geografia regionale presso “l’Orientale” ha esordito spiegando la vastità di concetti e teorie che la questione della dimensione della geografia abbraccia; la dimensione classica della geopolitica (con la tendenza ambientalista e l’affidamento alla spiegazione tramite le teorie delle relazioni internazionali) a volte appare un po’ “pesante” rispetto al pragmatismo cui si relaziona quotidianamente un discorso geopolitico. La storia è secondo Sommella l’elemento da cui poter parlare effettivamente di geopolitica, motivo per cui cita la Russia come esempio di paese che in base alla geografia ha costruito la sua storia di potenza e che ancora oggi vi basa le relazioni con il resto degli attori internazionali. Il professore si sposta poi sulla politica estera, domandando retoricamente come non si possa dire che essa sia influenzata dalla posizione geografica. Ciò che si necessita per la geopolitica d’oggi è rivisitare la geopolitica grafica, riprendere i fondamenti classici, tenendo però presente dell’importanza realistica, dei fatti che quindi compongono il teatro geopolitico attuale. Il nostro obiettivo deve essere quello di unire i fondamenti tradizionali con quelli contemporanei.

La seconda a intervenire è Silvia Siniscalchi, professoressa di geografia a Salerno la quale imposta il suo discorso sugli studi di Haushofer, uno tra i primi studiosi delle teorie geopolitiche classiche e che considerava la geopolitica una scienza al servizio della pace.  Il punto di partenza deve essere ad ogni modo domandarsi cosa voglia dire geopolitica: essa assume un significato ambiguo, essendo composta da due parole apparentemente discorde; vi sono infatti numerose definizioni relative a ciascuna delle due, ma più difficilmente una unitaria per entrambe. Seconda nota figura nominata dalla professoressa è Ratzel che in “La geografia dell’uomo” sconfessa la visione deterministica fatta dall’ interpretazione francese e afferma che l’uomo ha libertà di scelta ma non può annullare le sue condizioni primarie e che tale libertà è quindi limitata. Ratzel affronta poi un “eterno”  argomento: i confini, definendoli come un qualcosa di illusorio, dal momento in cui il popolo non è legato strettamente al suo territorio, ma bisogna considerare anche il fattore tempo, il contesto nel quale il popolo è inserito. Questi concetti secondo la Siniscalchi sono oggi alla base della geografia territoriale, soprattutto a livello locale. Conclude affermando che oggi la geopolitica dovrebbe esser vista come una riqualificazione territoriale della stessa politica, sempre più affidata a persone ignoranti ed incapaci di gestire dinamiche di importanza vitale. Deve essere una dottrina da praticare e non più teorie su teorie.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes riflette su come la geopolitica oggi sia un termine alla moda, anche se di uso recente. Si torna a riscoprire della geopolitica dalla fine della II Guerra Mondiale alla fine della Guerra fredda quando è evidente la necessità di rompere con gli schemi che fino a quel momento avevano sorretto il pensiero della geopolitica. Tale riscoperta, ammette Caracciolo, è purtroppo avvenuta in un momento in cui la politica internazionale è stata interdetta dalla scienza politica, i cui ragionamenti sono totalmente opposti rispetto a quelli della geopolitica: la scienza politica pensa che si possano formalizzare le leggi e le formule direttamente applicabili nei vari casi, mentre la geopolitica si libera di tali “scienticismi”. Ciò che rende la geopolitica attuale è proprio la contrapposizione della dimensione formale con quella pragmatica rappresentata dai fatti (si veda la Catalogna che ha una visione del proprio territorio molto più espansa di quella che la Costituzione, e quindi la base giuridica formale, effettivamente stabilisce); questo perché si sta riscoprendo la geografia in quanto legittimazione di attuazione di alcune politiche. Ciò nonostante Caracciolo ribadisce che non è mai stata così forte l’ignoranza dei politici, dei media ecc. su tali questioni. Individua infine il problema della geopolitica attuale nel fatto che ogni tanto provi a rifarsi alla scienza, tentando di prevedere il futuro e  provocando quindi semplificazioni che anche nella comunicazione pubblica eguagliano tutti i fenomeni critici, senza invece andare in profondità , analizzandone le specificità di ciascuno.

L’ultimo intervento è di Luca Scuccimarra, docente di storia del pensiero politico dell’università La Sapienza il quale colloca i rapporti storici del pensiero politico e geografico in uno spazio delle scienze sociali, dato l’inserimento sempre più spaziale della dottrina storica, motivo per cui negli ultimi 30 anni gli storici hanno imparato a studiare il tempo nello spazio. Cita Carlo Galli che oltre al livello spaziale parla di quello della costruzione riflessiva dello spazio politico, inteso come contesto in cui le azioni politiche si attuano. Questo tipo di studi è avvenuto in seguito alla nascita della realtà internazionali, degli studi delle relazioni internazionali e quindi con l’apparizione dello stato nazione sovrano. Un errore che secondo il professore è stato spesso compiuto è la restrizione del pensiero politico sui filoni nazionali, e non anche sovranazionali, sottovalutando così la complessità dell’universalità dei pensieri, nonostante poi si convenga che molti  dei fenomeni comuni a tutte le realtà sono il risultato di comuni atteggiamenti politici, come le persecuzioni religiose. Ciò che la geopolitica d’oggi può fare è  contribuire alla contestualizzazione, collegando la materialità dei fenomeni.

Da questi punti di vista si può indubbiamente affermare che la politica rappresenta un elemento chiave di tutto ciò che riguarda la realtà geopolitica e, anche se in maniera a volte eccessiva, quest’ultima occupa al giorno d’oggi una centralità senza precedenti; il miglioramento degli attori politici può essere senz’altro trovare adeguati strumenti per allargare innanzitutto la conoscenza di realtà a noi molto vicine e scoprire poi la modernità partendo dalle sue fondamenta dell’antichità.

Laura Sacher

Iraq: liberati 13 villaggi e uccisi 45 militanti nella provincia dell’Anbar. Le forze di sicurezza irachene proseguono nell’avanzata verso Rawa.

MEDIO ORIENTE di

Liberati, negli ultimi tre giorni, 13 villaggi nella regione irachena dell’Anbar e uccisi 45 militanti dello Stato Islamico, queste le notizie riportate dal comunicato dell’ufficio stampa delle forze militari Irachene. Il resoconto riguarda le operazioni militari condotte nell’Iraq occidentale dal 12 al 15 novembre.  Secondo quanto riportato dal comandante delle forze speciali dell’antiterrorismo, Abdul Amir Rashid Yarallah, durante le operazioni sono stati disinnescati 100 ordigni, distrutte 16 autobombe e otto motocicli. Sono stati uccisi inoltre tre attentatori suicidi.

Numerose, in questi giorni, le operazioni da parte delle forze Irachene nella regione a nord dell’Eufrate, indirizzate a sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico, che aveva proclamato il “califfato” nel 2014. I tredici villaggi liberati sono limitrofi alla città di Rawa, che rappresenta l’ultimo obiettivo per l’esercito Iracheno.

Queste azioni rientrano in quello che era stato annunciato dalle autorità irachene a settembre, ossia un’ operazione quasi fulminea per eliminare definitivamente l’Isis dal confine con la Siria. Lo scorso 3 novembre, il premier Haider al Abadi  ha annunciato la presa di Qaim “in tempo record”.

Il governatorato di Anbar è la più grande  regione dell’Iraq e comprende gran parte del territorio occidentale del paese. Le caratteristiche geografiche della provincia di Al-Qaim, caratterizzata da vasti deserti, l’hanno resa un luogo strategico per il califfato, permettendo il trasferimento di uomini attraverso il confine con la Siria.

Intanto nel corso del weekend, le forze di sicurezza nazionali hanno scoperto a Hawija, città nella provincia di Kirkurk, strappata allo Stato Islamico ad ottobre, diverse fosse comuni contenenti corpi di almeno 400 persone uccise dall’ ISIS.

Redazione
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