GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI - page 50

Libia: Massolo, necessaria azione politica a guida internazionale

EUROPA di

Queste le conclusioni del convegno “Il conflitto in Libia e la stabilità del Mediterraneo: strategie interne ed esterne”

“Agevolare la costituzione di un governo sentito come proprio dai libici stessi”, “lavorare con le fondamenta di questa società, ovvero le tribù” e “limitare le attività migratorie e di tipo terroristico”. Con queste frasi, pronunciate a conclusione del proprio intervento dall’Ambasciatore Giampiero Massolo, Direttore Generale del Servizio Informazioni per la Sicurezza, si possono riassumere le conclusioni del convegno “Il conflitto in Libia e la stabilità del Mediterraneo: strategie interne ed esterne”, organizzato dal Centro Studi Roma 3000 e svoltosi presso il Circolo Ufficiali Forze Armate a Roma giovedì 23 aprile. Ad aprire i lavori è stato lo stesso presidente del Centro Studi Alessandro Conte, mentre gli intervenuti al dibattito sono stati Pino Scaccia, giornalista e già inviato del Tg1, Andrew Spannaus, analista di politica internazionale e Direttore di Transatlantico, Alessandro Forlani, ex parlamentare e Presidente della Commissione Studi di Geopolitica del Centro Studi Roma 3000. A moderare la discussione, Francesco De Leo, giornalista e Direttore di Oltreradio.

La necessità di una soluzione politica e non militare è stato il leitmotiv che ha contraddistinto gli interventi. Nella parte dedicata al “Mediterraneo e le sfide alla sicurezza”, l’Ambasciatore Giampiero Massolo ha delineato un nuovo quadro geopolitico per gli Stati africani e mediorientali: “In termini di sicurezza, si sono moltiplicate le zone fuori controllo: i confini da stato a stato sono divenuti porosi, i gruppi armati si sono moltiplicati, è avvenuta una commistione tra attività criminale e attività terroristica. Questo ha portato a due conseguenze. Per prima cosa – prosegue -, la regionalizzazione di Al Qaeda, ancora più parcellizzata dalla nascita delle varie Ansar locali. In più, con la cronicizzazione dei conflitti in aree come Iraq e Siria, è venuto fuori il Daesh, conosciuto come Isis, un’organizzazione che ha avuto l’ambizione, fin da subito, di farsi Stato o, meglio, Califfato. È una minaccia nuova perché è una sfida asimmetrica, che vede un’organizzazione contro organismi statuali già esistenti, e al contempo simmetrica, dato che, avendo l’ambizione di divenire Stato, riceve finanziamenti e commercia petrolio. Inoltre, è un’organizzazione che è riuscita ad utilizzare a proprio vantaggio il nostro modello di propaganda mediatica e marketing”.

Per capire il caso e caos libico, occorre un’analisi globale del mondo islamico e una distinzione tra lotta per il predominio nel contesto sunnita e quella tra gli stessi sunniti e gli sciiti. Partendo da questo assunto, “la Libia – afferma il Direttore Generale del Servizio Informazioni per la Sicurezza – si inserisce in un contesto emblematico per tre motivi. Il primo è che il luogo dello scontro tra gli Stati che concepiscono l’Islam come politico (Qatar, Turchia) e Stati che non hanno questa visione (Egitto, Arabia Saudita). Il secondo riguarda lo scenario interno, ovvero prendere in considerazione non solo le tribù, ma anche nuove formazioni, come le milizie di Misurata, nel futuro assetto politico del Paese. Il terzo, infine, il conflitto terroristico, in cui i protagonisti sono lo Stato Islamico e Ansar Al-Sharia. Senza considerare questi tre livelli, rischiamo di travisare il fenomeno Libia”, conclude l’Ambasciatore Massolo.

Nell’analisi sulla “Libia, prima e dopo Gheddafi, le responsabilità occidentali nell’islamizzazione dell’area”, Pino Scaccia tratteggia, in qualità di testimone sul campo, i tratti salienti della parte finale del regime del Colonnello: “Fino a quando Gheddafi è rimasto al potere, la Libia è sempre stato un Paese laico e, anche se la gente non navigava nell’oro, non c’era disperazione. Tuttavia, esisteva il problema delle risorse: infatti, la rivalità storica tra Cirenaica e Tripolitania era acuita dal fatto che la prima avesse le risorse petrolifere, ma era la seconda a dettare legge in campo economico”.

E ancora: “Sono stato ospite cinque volte di Gheddafi. Nel suo ultimo periodo, aveva riacquistato credibilità internazionale ed era riuscito a rilanciare il turismo grazie anche all’aiuto degli americani. In più, non si faceva più chiamare “colonnello”, ma “fratello leader”. Quando gli chiedevo cosa significasse per lui la democrazia e come mai, nonostante parlasse di una Libia libera, il popolo non votasse mai, egli rispondeva che non ce n’era bisogno, che era lui stesso a consultarsi con i cittadini prima di prendere una decisione. Ovviamente, era tutto una farsa”.

La rivolta del 2011, responsabile della caduta del Rais, è stata di fatto pilotata: “La rivolta è montata nel giro di un anno – dichiara il cronista -. Muri El Mishari, Generale dell’esercito a capo del cerimoniale, è stata la carta vincente per i francesi. Egli si è recato a Parigi nell’ottobre 2010, un anno prima dell’uccisione di Gheddafi, dicendo di dovere fare delle cure mediche: in realtà, non si è più spostato da lì e ha poi condotto la rivolta dall’esterno”.

“Gli Shabab (“giovani”) – prosegue – non avevano i mezzi sufficienti a condurre in porto la rivoluzione e a sconfiggere il regime di Gheddafi: essi ci sono riusciti perché dietro avevano già i jihadisti e i servizi segreti di tutto il mondo. Di fatto, la rivolta è stata guidata dall’Emiro del Qatar, il quale aspira alla creazione di un grande soggetto statuale islamico, e supportata dall’Occidente. A fronte dei 1000 morti che vedevo nel telegiornale, a Bengasi non c’erano spari: questa dicotomia è stata architettata da Al Jazeera, network qatariota, responsabile di avere costruito la rivolta a tavolino. Inoltre, Sarkozy ha voluto probabilmente iniziare la guerra per evitare che si venisse a sapere che Gheddafi era stato uno dei finanziatori della sua campagna elettorale”.

Adesso, la Libia si configura come un rebus per la comunità internazionale, in special modo per l’Italia. Alla minaccia terroristica, le cronache dell’ultimo mese raccontano di un esodo migratorio imponente proveniente da Tripoli e al quale era stato posto rimedio dal “Trattato di Amicizia” tra Italia e Libia, siglato da Berlusconi e Gheddafi: “Quell’accordo è stato spazzato via dalla rivoluzione del 2011 – afferma Scaccia -. Allo stato attuale, non sono a favore di interventi militare o di blocchi navali. L’unica soluzione possibile è un accordo politico con la Libia, ma la sua instabilità istituzionale complica notevolmente questa prospettiva”, conclude l’ex inviato del Tg1.

Nell’analisi della “Libia tra alleanze regionali ed equilibri geopolitici globali”, Andrew Spannaus tratteggia due modus operandi all’interno della comunità internazionale: “Il primo al fianco dei gruppi estremisti, il secondo favorevole all’unità del Paese ed contro i jihadisti. Nel 2010, Parigi diviene la cabina di regia dove viene organizzata la rivolta libica. Anche Obama prende parte al conflitto, convinto dal “right to protect” portato avanti da una parte della sua Amministrazione democratica, e sostenuto da Hillary Clinton. La decisione d’intervenire, benchè la risoluzione 1973 delle Nazione Unite parli di “no fly zone” in Libia, è andata di fatto contro la Costituzione statunitense perché si è trattata di un’azione di guerra di cui non è stato chiesto il permesso al Congresso”.

Il Direttore di Transatlantico delinea le differenti politiche internazionali in gioco: “La politica estera di Obama ha cambiato direzione dopo i casi Siria, dove l’eliminazione di Assad non è più una priorità, e Iran, con il quale è stato sottoscritto l’accordo sul nucleare. Sul fronte arabo, invece, c’è la volontà dell’Arabia Saudita di creare un’unione transnazionale sunnita in chiave anti Iran. Al contempo c’è l’Egitto, partner dei sauditi, che si è messo in una situazione particolare dopo la decisione di Al Sisi di bombardare subito i Fratelli Musulmani. Questo ha causato malumori presso la comunità interazionale. Le Nazioni Unite, infatti, vorrebbero creare una grande alleanza internazionale, mentre l’azione militare egiziana va in direzione opposta”.

Nella prospettiva di un intervento guidato dall’Onu dobbiamo “saper distinguere e poterci fidare dei diversi gruppi con cui siamo chiamati ad interagire e a chi o cosa sono legati. Questo è un grosso ostacolo al nostro intervento in Libia per riportare stabilità. In più, nel mondo cresce il numero dei Paesi che vogliono collaborare con i Brics perché non si fidano più dell’Occidente. Questa nuova condizione potrebbe delinearsi come un’occasione per Stati Uniti ed Unione Europea”, precisa Spannaus.

Le conclusioni dei lavori, affidate alle parole dell’ex parlamentare e presidente della Commissione Studi di Geopolitica Alessandro Forlani, riguardano il possibile piano d’azione odierno, ma anche le lezioni che possiamo trarre dal passato: “Io, visto la generazione a cui appartengo, non ho un ricordo favorevole di Gheddafi. Dall’espulsione traumatica di molti connazionali non militari, passando per gli attentati e le uccisioni a Roma dei dissidenti, fino ad arrivare al caso di Ustica e alle incursioni economiche nelle nostre industrie e partecipate statali. Tuttavia, questo era un regime di enorme importanza strategica per l’Italia: basti pensare, ad esempio, all’Eni, arrivata in Libia prima che il Rais salisse al potere”.

“È evidente – ribadisce l’Onorevole – che sia avvenuta una forzatura nella ribellione del 2011 per indurre le potenze occidentali ad intervenire. Il caso libico, così come l’Iraq, ci insegna che l’abbattimento di una dittatura, mediante l’intervento della comunità internazionale, deve portare con sé la previsione di un nuovo gruppo dirigente che sostituisca il vecchio regime. È chiaro che i due governi presenti adesso non esauriscono le componenti politiche e tribali del Paese. La Libia è uno Stato disgregato che sta purtroppo seguendo le orme della Somalia”.

Il contesto politico-istituzionale libico pongono l’Italia e l’Unione Europea di fronte ad una sfida complicata: “L’Europa deve mettere in campo un apparato repressivo, sul modello di quanto avvenuto con la pirateria, e un piano di aiuti verso i rifugiati. Tuttavia, questi tipi di intervento possono essere fatti solo se dall’altra parte c’è un interlocutore istituzionale chiaro e affidabile. Va rafforzata, quindi, l’azione portata avanti in questi mesi da Bernardino Leon per la costituzione di un governo di unità nazionale. Il processo di un accordo tra le diverse componenti del mondo islamico e della comunità internazionale sarebbe necessario, ma richiede troppo tempo. Fino da oggi ritengo che sia necessaria una presenza in loco in aiuto ai migranti”, conclude Forlani.

Giacomo Pratali

Ue, immigrazione: più fondi ma è spaccatura su rifugiati

Difesa/EUROPA/POLITICA di

Triplicate le risorse destinate alle operazioni Triton e Poseidon. Rimane la divisione sull’accoglienza dei richiedenti asilo.

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120 milioni di euro stanziati a Frontex per l’operazione Triton (quasi quanto quelli destinati a Mare Nostrum), aumento dell’area operativa e supporto logistico-navale all’Italia da parte dei Paesi del Nord Europa per agevolare il respingimento dei barconi provenienti dalla Libia. Nessun aiuto ad Italia, Grecia e Malta in materia di accoglienza dei rifugiati politici. No temporaneo ad un’azione militare diretta contro il porto di Tripoli. Questi i punti più rilevanti messi nero su bianco dal Consiglio Europeo straordinario, seguito prima da un vertice a quattro i leader di Italia, Gran Bretagna, Germania e Francia, andato in scena giovedì 23 aprile a Bruxelles.

Le premesse di una vera politica unitaria a livello continentale in materia di contrasto all’immigrazione e al terrorismo erano state anticipate nei giorni scorsi prima dal meeting dei ministri degli Interni e degli Esteri dell’Ue, poi dall’annuncio della riunione del Consiglio Europeo dato dal presidente Donald Tusk a seguito della strage di domenica scorsa in cui sono deceduti almeno 800 naufraghi.

Ma la realtà è ben diversa. Gli interessi e i punti di vista diversi hanno fatto sì che tra l’Italia e Paesi come Gran Bretagna e Svezia non si arrivasse ad una vera politica unica. Proprio David Cameron, offertosi di inviare la nave Hms Bulwark nell’abito delle operazioni di pattugliamento nel Mediterraneo, ha precisato di non volere accogliere nessun migrante. Mentre la cancelliera Angela Merkel ha aperto alle richieste di Roma, precisando tuttavia che «Svezia, Germania e Francia da sole accolgono il 75% dei rifugiati nell’Ue».

Insomma, l’accoglienza delle migliaia di migranti, che potrebbero attestarsi oltre le 20000 unità entro la fine del 2015, rimane su base volontaria. Renzi ha espresso soddisfazione per la volontà di collaborazione dei partner europei. Mentre, al momento, sembra essere rientrata la questione di un’azione militare contro il porto di Tripoli e con l’ausilio di droni: Merkel e lo stesso Primo Ministro italiano hanno ritenuto necessario, infatti, un pronunciamento delle Nazioni Unite su questa questione.

Ma la verità è che le differenze rimangono. Differenze che riguardano il giudizio degli Stati nordeuropei sull’operazione “Mare Nostrum” condotta dalla Marina Militare italiana e bollata come controproducente nella lotta all’immigrazione. E che influisce in maniera negativa sulla credibilità delle attuali Triton e Poseidon. Ma anche differenze per il futuro. Migranti, richiedenti asilo politico e terroristi provenienti non solo dalla Libia, ma dal resto dell’Africa e da parte dell’Asia sono di fatto le patate bollenti lasciate nelle mani della politica italiana.

Giacomo Pratali

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Europa e migranti all’ultima spiaggia

EUROPA di

“Senza speranza non è la realtà, ma il sapere che, nel simbolo fantastico o matematico, si appropria della realtà e così la perpetua” – da “Dialettica dell’Illuminismo”, T. Adorno-M. Horkheimer.

Di Chi parliamo quando parliamo di questi morti? Di Cosa parliamo quando parliamo di frontiere? Che fare? Come farlo?

Un mare di morti e di domande nei quali affoghiamo parole, sensi di colpa, fascismi latenti, xenofobie, xenofilie, valori laici o cristiani, realpolitik, analisi e cattedre che si scornano negli editoriali, emoticon con lacrimuccia nei commenti social, etc.

CHI? – Piu di 1000 morti in una settimana nel nostro Mediterraneo, il numero rimane impreciso. Impreciso perché, oggi, quelle persone sono un “dato tragico”. Sono circa vent’anni di sbarchi e più di 20mila morti nel tentativo di raggiungere le frontiere europee. Questo non basterà mai a fermare chi non ha nulla da perdere. “Dalle coste libiche sono pronti a partire circa 1milione di migranti”, sostiene oggi l’ONU, “ prevalentemente profughi siriani, i quali dovranno essere accolti in Europa nei prossimi 5 anni”. A fronte anche degli esibizionisti che giocano con certi istinti primari di sopravvivenza delle masse, modello Katie Hopkins nel Regno Unito, viene da riprendere le parole del Presidente della Croce Rossa Italiana: “Dove sono finiti gli appelli tipo Bring Back Our Girls?”, ha detto durante la conferenza stampa tenutasi ieri, a Catania, dove si accoglievano i 28 superstiti della strage del Canale di Sicilia. “Che senso hanno oggi gli appelli quando tocca salvare persone che fuggono da situazioni insostenibili come quelle?!”.

Frontiere – Si continua a parlare di “emergenza” sbarchi da anni, il che va a costituire un ossimoro data la costanza del fenomeno. Non si tratta più di emergenza, ma di flussi migratori stimati ogni anno. Un continente di persone che si muove in continuazione. Nel Mediterraneo si è cercato di far fronte a queste situazioni prima con Mare Nostrum e in seguito con Triton. Ma quali sono le differenze tra le due missioni che oggi si mettono a confronto?

Mare Nostrum era l’operazione italiana avviata il 18 ottobre 2013 all’indomani della strage di Lampedusa del 3 ottobre nella quale naufragarono 366 persone. La missione italiana vedeva impegnati Marina Militare, Guardia Costiera, Aeronautica, Guardia di Finanza. In particolare, la Marina partecipava con una nave anfibia (dotata di capacità ospedaliere e grandi spazi per accogliere i naufraghi), 2 corvette, 2 pattugliatori, due elicotteri, 3 aerei. Le navi d’altura si potevano spingere fino a ridosso delle coste libiche per soccorrere. Mare Nostrum si è conclusa il 31 ottobre 2014, accompagnando Triton fino alla fine dell’anno.

I numeri: 160mila persone soccorse; 366 scafisti consegnati alla giustizia; costo: 9,5milioni di euro al mese;

Triton è ufficialmente partita il 1 novembre 2014 ed è una missione europea, non più italiana. Dispiegata da Frontex, l’Agenzia Europea delle Frontiere, il suo mandato non è più soccorrere, ma operare il controllo delle frontiere, che è la mission istituzionale dell’Agenzia. Anche se, in caso di necessità, si operano interventi di ricerca e soccorso (Sar), per rispondere al suo mandato, le navi di Frontex si mantengono in un’area entro 30 miglia dalle coste italiane, senza spingersi a Sud verso le coste libiche, come accadeva con i pattugliamenti di Mare Nostrum. Il budget mensile è di 2,9 milioni di euro, molto inferiore a Mare Nostrum, ma i mezzi impiegati sono due aerei, un elicottero, tre navi d’altura, quattro motovedette. A oggi, Triton ha salvato 6000 migranti.

Il conto non è matematicamente ostico da fare e sono comprensibili le polemiche sorte già da qualche mese e prevedibile la proposta del Primo Ministro Renzi di “ raddoppiare Triton”.

Che fare? Come farlo? – Lunedì, 20 aprile, la Commissione dell’UE si è accordata con i Ministri degli Esteri e degli Interni dell’Unione su dieci punti d’azione per far fronte al traffico di migranti via mare. Un azione prettamente di contrasto articolata come segue:

 1. L’Unione europea rafforzerà le operazioni di pattugliamento marittimo nel Mediterraneo, chiamateTritonPoseidon, con un aumento dei fondi e delle risorse. L’Ue estenderà inoltre il proprio raggio d’azione per pattugliare una più ampia area del Mediterraneo;  L’Ue farà “uno sforzo sistematico per confiscare e distruggere le imbarcazioni usate dai trafficanti”, utilizzando come modello l’operazione dell’Unione europea Atalanta contro la pirateria, in corso al largo delle coste della Somalia. 3. Le agenzie dell’Unione europea l’Ufficio europeo di polizia (Europol), l’Agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne degli Stati membri (Frontex), l’Unità europea che si occupa della cooperazione tra autorità nazionali nella lotta contro la criminalità (Eurojust) e l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (Easo) si incontreranno regolarmente per raccogliere informazioni sul modus operandi dei trafficanti, tracciare i loro fondi e agevolare le indagini sulle loro attività; 4. L’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (Easo) dispiegherà squadre operative in Italia e in Grecia per l’elaborazione congiunta delle procedure per la concessione d’asilo; 5. I governi degli stati membri prenderanno le impronte digitali di tutti i migranti; 6. L’Unione europea considererà opzioni per “un meccanismo di ricollocazione d’emergenza per migranti; 7. La Commissione europea lancerà un progetto volontario pilota sul reinsediamento dei rifugiati nell’Unione europea; 8. L’Unione europea istituirà un nuovo programma per il rapido rimpatrio dei migranti “irregolari”, coordinato dall’agenzia dell’Ue Frontex; 9. L’Unione europea si impegnerà con i Paesi confinanti e la Libia attraverso uno sforzo congiunto della Commissione e del Servizio europeo per l’azione esterna; 10. L’Unione europea dispiegherà funzionari di collegamento dell’immigrazione all’estero per raccogliere informazioni di intelligence sui flussi migratori e per rafforzare il ruolo delle delegazioni dell’Unione.

Il piano accordato ha suscitato considerazioni delle più disparate nel mondo politico e mediatico: dal Ministro dell’Interno italiano, Alfano che sostiene l’eventualità  di “ bombardare i barconi” e ancora “se l’ONU ce lo dice, andremo in guerra in Libia” alle proteste infuocate dei sindaci che chiedono “piu risorse per la ricollocazione dei profughi in arrivo”. Matteo Renzi, ha chiesto a Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo una sessione straordinaria per discutere le misure da intraprendere e che oggi dovrà esporre la posizione dell’Italia, la più unitaria possibile.

In conclusione, c’’è chi da giorni sproloquia su eventuali “blocchi navali”, ignorandone il funzionamento pratico molto particolare.  Cosa si rischia nell’attuarlo in caso di navi stracolmi di migranti lo si potrebbe spiegare con un esempio facile-facile: il 28 marzo 1997, quando migravano gli albanesi, una motovedetta stracarica di uomini,donne e bambini fu speronata da una corvetta della Marina Militare, la Sibilla, in un tentativo di harassment (misure cinematiche di disturbo). Risultato: 81 morti e 27 i dispersi a tutt’oggi nel Canale d’Otranto.

Non solo, ma Santanchè e Salvini, i più “attivi” in questi giorni, dimenticano (?) che per i fatti avvenuti tra il 2008 e i 2011, quando governavano i rispettivi partiti e quando con Gheddaffi ci si accordava, l’Italia è stata condannata da Strasburgo per respingimenti illegittimi verso la Libia.

Più ripasso del Diritto Internazionale Marittimo, della Carta dei Diritti dell’Uomo e meno partite a Risiko per chi alza il tiro della polemica sterile

Libia, quasi fatta per l’accordo. Ue, svolta sull’immigrazione?

EUROPA/Medio oriente – Africa di

Dopo la strage dei migranti, l’aumento degli sbarchi in Sicilia e la vicenda del peschereccio Airone, sale il livello di tensione in Italia e in Europa. Dal Marocco, Leon fa sapere che un accordo tra le fazioni libiche sembra prossimo. Mentre l’Europa potrebbe avere mosso i primi passi per una politica davvero comunitaria nel Mediterraneo.

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Un accordo tra le fazioni rivali sembra possibile. Questo quanto emerso dagli ultimi giorni di trattative a Skhirat (Marocco) tra il mediatore Onu Bernardino Leon e i rappresentanti dei governi di Tobruk e Tripoli e dei clan della Libia: “Posso dirvi che siamo in possesso di una bozza che è molto vicina all’accordo finale. L’ottanta per cento di questa bozza è un testo su cui le parti in causa possono concordare”, ha riferito ai media il rappresentante delle Nazioni Unite. Una notizia che apre uno spiraglio di luce, dopo che lo stesso negoziatore aveva minacciato di lasciare il tavolo delle trattative se i combattimenti nella capitale non fossero cessati.

Tuttavia, la questione dell’unità nazionale libica, necessaria per fronteggiare l’avanzata dello Stato Islamico, già si sta confondendo con la questione migratoria. Tra l’indignazione di fronte alle continue stragi avvenute nel Canale di Sicilia e la crescente tensione dovuta ai possibili attacchi terroristici di “lupi solitari” o gruppi organizzati, la macchina dell’Unione Europea potrebbe avere compiuto il primo passo nella direzione di una vera politica comunitaria sull’immigrazione.

Accolto con favore dal premier Matteo Renzi, il vertice congiunto dei Ministri degli Interni e degli Esteri, tenutosi a Lussemburgo il 20 aprile, ha varato un decalogo per affrontare la questione migratoria.

Più risorse finanziarie saranno destinate alle operazioni Triton e Poseidon. Ci sarà “uno sforzo sistematico per catturare e distruggere le imbarcazioni usate dai trafficanti” e una maggiore attenzione e l’impiego di forze operative in Italia e Grecia per questioni come il diritto d’asilo e il traffico di esseri umani. Il rilevamento delle impronte digitali a tutti gli immigrati e l’accelerazione delle pratiche di respingimento per coloro che risultino irregolari. L’impegno diretto della Commissione e del Servizio di Azione Esterna dell’Unione Europea nei Paesi confinanti con la Libia.

Infine, sul tema della sicurezza, venerdì 17 aprile, la Commissione delle Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni del Parlamento Europeo si è espressa così : “I terroristi approfitteranno sempre della mancanza di coordinamento tra gli Stati membri – afferma la rappresentante francese del Ppe Rachida Dati -. Noi abbiamo bisogno di una chiara e vincolante azione comune per una migliore cooperazione tra le agenzie di intelligence europee ed assieme ai Paesi del Terzo Mondo, le altre vittime del terrorismo e dello jihadismo”, conclude.
Giacomo Pratali

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Affonda barcone della disperazione 700 dispersi

EUROPA di

Tragedia della disperazione a largo delle coste libiche, un barcone che trasportava centinaia di persone si è capovolto con conseguenze disastrose.

I migranti avevano chiesto soccorso con il solito messaggio da telefono satellitare e il comando della Guardia Costiera aveva fatto convergere sul posto una motonave portoghese.

All’arrivo dei soccorsi però il terrore e la fretta dei migranti di farsi soccorrere ha scatenato il disastro, le centinaia di persone forse 700, si sono riversate da un lato del barcone che si è capovolto portando con se i suoi passeggeri.

Da questa notte incessanti le operazioni di soccorso della Guardia Costiera italiana hanno permesso di recuperare 28 superstiti e purtroppo 24 salme.

Le operazioni di ricerca e soccorso continuano incessantemente e coinvolgono 17 mezzi navali della guardia costiera; di tryton; della marina militare; della guardia di finanza; della marina militare maltese; pescherecci italiani dirottati; mercantili dirottati; mezzi aerei della guardia costiera della marina e della guardia di finanza .

 

Alessandro Conte

 

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Questione migratoria: una guerra di religione tra poveri?

BreakingNews/EUROPA di

893 i migranti recuperati dalle autorità italiane nelle ultime ore. Mentre incombe il caso dei 15 musulmani arrestati per avere gettato in mare almeno 12 persone di fede cristiana.

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È tempo di sbarchi in Sicilia. La nave Fiorillo, con a bordo 301 migranti, è arrivata, nella giornata di venerdì 17 aprile, presso il porto di Pozzallo (Rg). Stessa sorte per la nave Dattilo, giunta in nottata presso il porto di Augusta (Sr). Qui i migranti identificati sono stati in tutto 592. Tra questi, una donna è stata uccisa da una bombola di gas scoppiata all’interno dell’imbarcazione, mentre altri 16 uomini sono rimasti ustionati. Le procure di Ragusa e Siracusa hanno emesso il mandato d’arresto per gli 11 scafisti coinvolti nelle due vicende. Sale a 893 il numero dei naufraghi salvati dalle autorità italiane nelle ultime ore.

In questo aumento vertiginoso degli sbarchi (altri 200 migranti sono attesi a Trapani), dopo il recupero del peschereccio Airone sequestrato da miliziani libici, la questione migratoria sta divenendo questione religiosa.

È il caso del gommone affondato il 14 aprile al largo della Libia. L’indagine, condotta dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia e dal capo della Procura di Palermo Francesco Lo Voi, ha portato all’arresto di 15 persone accusate di omicidio plurimo aggravato dall’odio religioso. L’atto è stato firmato dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, dato che i fatti si sono svolti in acque internazionali.

Il resoconto degli inquirenti parla di una rissa scoppiata per motivi religiosi a bordo dell’imbarcazione nella notte del 14 aprile, dove almeno 12 nigeriani e ghanesi cristiani sono stati lanciati in mare da 15 persone di origine musulmana. Dalla testimonianza resa da alcuni testimoni della scena, inoltre, emerge che altrettanti migranti si sono salvati perché hanno fatto scudo umano contro gli aggressori.

L’avanzata e la propaganda dello Stato Islamico in Libia, così come in Nigeria e Mali, stanno trasformando la questione migratoria in una guerra di religione tra poveri. Dopo le parole pronunciate da papa Francesco sul martirio dei cristiani nel mondo a poche ore dalla strage in Kenya, monsignor Nunzio Galantino, Segretario Generale Cei, parla di “un passo avanti verso l’imbarbarimento, nella strumentalizzazione della religione” e accusa l’Unione Europea di lavarsi le mani di fronte ad una dramma che sarà sempre più insopportabile dall’Italia”. Dello stesso tenore, le dichiarazioni del ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni: “L’Unione europea è la più grande superpotenza economica del nostro tempo e non è possibile che destini solo tre milioni di euro al mese per il salvataggio in mare, una cifra abbastanza imbarazzante”.

Giacomo Pratali

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Marina Militare recupera peschereccio siciliano sequestrato da miliziani libici

BreakingNews/Difesa/EUROPA di

Nella notte tra giovedì 16 e venerdì 17 aprile, la Marina Militare è riuscita a recuperare il peschereccio Airone, proveniente da Mazara del Vallo e sequestrato, tramite un rimorchiatore libico, da alcuni miliziani. Il fatto è avvenuto a circa 90 chilometri da Misurata. L’allarme è stato dato da un’altra imbarcazione italiana che si trovava a breve distanza. I sette componenti dell’equipaggio sono tutti salvi.

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Dopo aver verificat
o le condizioni di sicurezza con l’Autorità, l’azione di abbordaggio dell’imbarcazione è stata favorita dal fatto che gli stessi componenti dell’equipaggio del peschereccio italiano, tre italiani e quattro tunisini, siano riusciti a resistere ai miliziani, a loro volta bloccati all’interno della stiva. La Marina Militare ha così affiancato il mezzo italiano, facendogli invertire la rotta verso e dirigendolo verso Lampedusa.

Nessun componente della Marina è stato ferito, mentre un membro dell’equipaggio, nel tentativo di aiutare gli ufficiali italiani, si è ferito al piede dopo avere fatto partire, in modo fortuito, una raffica di colpi dall’arma in suo possesso. L’operazione è stata svolta in collaborazione con il dispositivo navale “Mare Sicuro”.

Se l’operazione di salvataggio del peschereccio e dell’equipaggio sono andati a buon fine, rimangono invece dubbi sull’origine dei sequestratori: “La nostra preoccupazione deriva dal fatto che non sappiamo se essi fossero pirati oppure militari libici”, ha affermato Giovanni Tumbiolo, Presidente del Distretto della pesca Cosvap di Mazara del Vallo.

Giacomo Pratali

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Occhi sull’Albania…coi piedi per terra

EUROPA di

Un paese come l’Albania capita di vederlo in modalità “ruota panoramica”. A ogni latitudine l’angolatura della visuale cambia, a momenti si allarga, a tratti si restringe fino a quasi toccare terra e si riprende da capo. Ogni centimetro di altezza, di curvatura offre all’occhio mille piccoli mondi che si ripetono a ogni giro. Come su una ruota, per l’appunto, passata l’euforia iniziale, lo stupore e la curiosità, arriva il momento di tornare coi piedi per terra.

E’ la sensazione che si prova quando si punta l’occhio sulla situazione politica e sociale del paese. Una geografia delle attitudini alla vita stracolma di varietà.

Quel che cattura l’attenzione negli ultimi tempi è un mix di elezioni amministrative alle porte, previste per il 21 giugno prossimo, le trattative in corso sul processo d’integrazione europea e i problemi interni, che poi sono i problemi veri, quelli che non si possono ne delegare, ne trascurare, ne oscurare.

 

Elezioni amministrative 2015

Previste per il 21 giugno prossimo costituiscono un test fondamentale per la stabilità politica del paese. Come a ogni girone elettorale nell’era pluralista, sono l’esame da passare agli occhi del mondo che osserva. Puntualmente, quel che si realizza è una ferocia guerra delle posizioni. La coalizione di centro-sinistra tra il Partito Socialista del Premier Edi Rama con l’LSI (Movimento Socialista per l’Integrazione) del Capo del Parlamento Ilir Meta deve vedersela con la storica coalizione di centrodestra capitanata dal Partito Democratico. Le rispettive alleanze hanno già espresso i candidati sindaci anche per le circoscrizioni più rilevanti. A breve dovrebbero rivelare anche i nomi più attesi, i candidati per il Comune di Tirana.

 

Solleciti dall’UE

A tal proposito giunge tempestiva la postilla dei parlamentari europei che rimettono l’accento su alcuni punti salienti in merito al processo d’integrazione europea dell’Albania.

Con 51 voti a favore, 3 contrari e 4 astenuti, la Commissione Esteri del Parlamento Europeo ha votato su una proposta di risoluzione, approvandola con larga maggioranza.

“ Una collaborazione efficace tra i partiti politici in Albania è indispensabile per permettere che la democrazia, la società e l’economia siano sviluppate in modo sostenibile”, si legge nel testo approvato.

A fronte di 192 emendamenti, l’approvazione della risoluzione va a mettere il dito su un aspetto tangibile e acuto della politica albanese, la polarizzazione della politica nel paese che rischia di “compromettere ulteriori sforzi nel processo d’integrazione”. I deputati europei sollecitano la realizzazione delle condizioni poste all’Albania per poter andare avanti, ovvero la riforma della Pubblica Amministrazione; la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata; il rafforzamento del sistema giudiziario; la tutela dei diritti umani. Non da ultimo, l’appunto sul pluralismo e l’indipendenza del neo-potere mediatico, il quale abbraccia le emittenti pubbliche e private.

La risoluzione dovrebbe essere definitivamente approvata a fine aprile in occasione della seduta plenaria del Parlamento Europeo.

 

Le parole chiave

Si evince che “Lotta alla Corruzione e al crimine organizzato”, Politica e Giustizia costituiscono i capitoli dove dovrebbe trovare svolgimento il tema sulla situazione attuale albanese. Parole chiave che uniscono partiti politici e società civile, ma fino a che punto?

Il mondo politico albanese è stato trascinato negli ultimi mesi in un altro scandalo che si è rivelato un boomerang per tanti. Dopo l’arresto del Governatore della Banca Nazionale, Fullani, che ormai risale all’estate scorsa, l’ultimo giro di vite nella politica albanese lo ha sollevato il deputato socialista Tom Doshi. Questi ha dichiarato di essere a conoscenza di prove che dovrebbero incriminare il Presidente della Camera dei Deputati, Ilir Meta con l’accusa di aver commissionato l’omicidio dello stesso Doshi. Il depuato socialista ha dichiarato anche che l’attentatore, tal Durim Bami “non se l’è sentita di farlo fuori e glielo ha confessato”, mentre veniva registrato. Doshi ha quindi portato a conoscenza del Premier Rama, del Ministro dell’Interno Saimir Tahiri e l’allora Capo della Polizia, Artan Didi, il video in questione. Anche lo stesso Meta ha potuto assistere alla proiezione dei questo video.

La vicenda ha travolto la politica albanese e l’opinione pubblica. Il deputato Doshi è stato espulso dal Partito Socialista su richiesta espressa del Premier, nonostante il noto rapporto di amicizia tra i due.

Una vicenda inquietante, tutta da verificare, per la quale è stata avviata inchiesta della Magistratura. Vicenda degna di un romanzo di Ellroy, con protagonisti veri e un’audience di circa tre milioni di cittadini albanesi che attendono chiarezza.

In questo scenario di grande fermento, si delinea il profilo dell’Albania lanciata verso il futuro. Un paese che comincia a ottenere visibilità nei media internazionali, soprattutto quelli italiani, dove viene descritta con toni euforici. Molto spesso, però si dimentica che si sta descrivendo Tirana, la capitale dei grandi cambiamenti e non il resto del paese. Si ritorna a parlare dell’Albania delle opportunità, nuova frontiera per chi vuole investire, dimenticando che i primi a investire nei rocamboleschi anni ’90 furono  imprese soprattutto italiane, alcune delle quali sparirono nel nulla in pochi anni. I tempi sono cambiati, USA e UE tengono il punto, Edi Rama piace a tv e stampa, gira il mondo in cerca di investimenti esteri “perché in Albania ci sono buone possibilità”, un moto che si sente in Occidente e in Oriente. Tutto bene fino a quando non si pensa ad alcune peculiarità del mondo del lavoro in Albania, anche la “trascurabile” assenza dei sindacati. Scommettiamo che a qualcuno potrebbe far gola? E scommettiamo che questo qualcuno non sia la medicina che serve al piccolo paese dalle grandi possibilità?

European Affairs continuerà a monitorare l’area dei Balcani e l’Albania in particolare, perché crediamo che la stabilità del paese possa e debba essere uno snodo importante anche per il futuro politico dell’UE. D’altronde, cruciale questa parte del mondo, lo è sempre stata.

 

Sabiena Stafanaij

Ucraina: è default

ECONOMIA/EUROPA di

I dati sanciscono il fallimento ufficiale di Kiev. La guerra civile in atto è però la punta della piramide delle concause che hanno portato l’ex Stato sovietico a questo tracollo finanziario. Una situazione che, di fatto, mina l’unità statuale a vantaggio di Russia e Occidente.

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“Il default del debito ucraino è virtualmente certo”. Queste le spietate parole utilizzate da Standard&Poor il 10 aprile 2015. Parole che vanno ad aggiungersi ai drammatici dati forniti dal Comitato Statale della Statistica di Kiev: inflazione annua al 35%, deficit al 10,3%, reddito annuo svalutatosi del 6,8% nel 2014 e che scenderà almeno di altri 12 punti nel 2015, Grivnia che ha perso il 70% del suo valore negli ultimi dodici mesi.

Al contrario delle apparenze, non è la sola guerra civile la causa di questo tracollo. I numeri sopracitati mettono in evidenza il fallimento di un’intera classe dirigente politica dal 1991, anno dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, ad oggi. La corruzione, la mancanza di una politica industriale e soprattutto energetica, l’inefficienza del settore pubblico, la caduta dell’intero sistema bancario, la mancanza di sbocco occupazionale: sono questi i punti a cui ruota il tracollo dello Stato ucraino. Uno Stato che sembra sul punto di implodere e che non riesce a tutelare né le proprie prerogative sugli oligarchi interni, né a difendere i confini orientali.

Negli ultimi venti anni, il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato ben dieci piani di sostegno a Kiev. L’ultimo, di 17 miliardi di dollari, ha, tra le clausole previste, il taglio del debito pubblico da quasi 20 a 3 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni. Una situazione che pone l’Ucraina alla mercè della Russia, creditrice di 3 miliardi di dollari, e di Unione Europea e Nato, interessate a porre Kiev sotto il proprio ombrello istituzionale e a fermare la lunga mano di Putin che, oltre all’ex stato sovietico, si sta allungando anche verso la Grecia.

Giacomo Pratali

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Europa e immigrazione

EUROPA di

L’integrazione degli stranieri extracomunitari a livello europeo e internazionale

Esigenza ormai divenuta certamente primaria, nell’ambito di un panorama variegato di società europee  prettamente multiculturali e pluralistiche, è la ricerca di una maggiore integrazione degli stranieri extracomunitari nei contesti normativi-sociali nazionali.

Il presupposto originale da cui muovere l’attuale analisi è la considerazione basilare secondo la quale le società non possano più essere considerate culturalmente omogenee, dovendo invece costruire un modus vivendi che tenga conto della grande diversità culturale e mantenga al tempo stesso unità e coesione sociale. In questa prospettiva risulta doveroso risolvere l’annosa questione legata all’integrazione politica degli stranieri extracomunitari sul territorio dello Stato, sul presupposto che il coinvolgimento di chi comunque non è cittadino all’interno dei processi decisionali non può che rafforzare la consapevolezza dei valori, dei diritti e dei doveri legati all’acquisto formale della cittadinanza.

Il quadro normativo europeo ed internazionale attualmente vigente in materia fornisce chiari elementi di valutazione, dai quali desumere l’assenza di modelli di indirizzo e di discipline in grado di incidere concretamente sulle politiche nazionali in materie delicate come quella della cittadinanza e dei diritti politici e di partecipazione dei migranti, le quali permangono ancora oggi, in larga parte, nella sfera dell’autonomia decisionale discrezionale dei singoli Paesi, in quanto considerate strettamente collegate al concetto di sovranità nazionale.

Fatta tale premessa, risultano comunque evidenziabili numerosi principi espressi a livello sovranazionale che si muovono in un’ottica di progressiva estensione agli stranieri extracomunitari dei diritti di partecipazione politica.

In primis, nota di merito va riconosciuta al contenuto dell’art. 21 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948), nell’ambito del quale si dichiara che “ogni individuo ha diritto di partecipare al Governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti”.

Per quanto riguarda invece la titolarità dei diritti elettorali a livello locale, la previsione documentale normativa più importante resta sicuramente, ancora oggi, la Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale del Consiglio d’Europa, siglata a Strasburgo il 5 febbraio 1992 ed entrata in vigore nel maggio del 1997.

Tale Convenzione si compone di tre sezioni differenti, delle quali solo la prima (capitolo A) necessità un’adesione obbligatoria a carico degli Stati aderenti, mentre per le altre due è possibile apporre delle riserve, consentendo così agli Nazioni di poter “adeguare” la propria adesione.

Nello specifico, le previsioni di contenuto si specificano come segue:

  • nel capitolo A, il riconoscimento agli stranieri, alle stesse condizioni previste per i cittadini, delle libertà di espressione, di riunione e di associazione, ivi compresa quella di costituire sindacati e affiliarsi ad essi, ferme restando le eventuali limitazioni in relazione a ragioni attinenti alla sicurezza dello Stato, alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica;
  • nel capitolo B, la possibilità, per le collettività locali che hanno nei loro rispettivi territori un numero significativo di residenti stranieri, di creare organi consultivi volti a rappresentarli;
  • nel capitolo C, l’impegno formale per le parti di concedere agli stranieri residenti il diritto di elettorato attivo e passivo in relazione alle elezioni locali.

Gli Stati firmatari della Convenzione, tuttavia, ad oggi, sono solo 13 e di questi solo 8 hanno proceduto a ratificare il documento normativo (Albania, Danimarca, Finlandia, Islanda, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia); la possibilità di “modulare” l’adesione alla Convenzione, inoltre, è stata sfruttata in concreto da molti degli Stati che l’hanno ratificata, i quali hanno così evitato di vedersi applicate le disposizioni più impegnative e a volte di maggior rilievo: Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi, ad esempio, hanno scelto di escludere alcune porzioni del territorio nazionale dall’ambito di applicazione della Convenzione; Albania e Italia l’hanno invece adottata operando un opting out sull’intera Parte C.

Dati i presupposti così delineati, appare evidente come tale accordo non abbia particolarmente favorito l’estensione effettiva dei diritti elettorali e di partecipazione degli stranieri residenti: di fatto, il numero di firme e ratifiche, passati oltre venti anni dalla sua approvazione, resta tuttora estremamente esiguo.

Il Consiglio d’Europa ha provato a rilanciare la questione della partecipazione degli stranieri alla vita pubblica locale, aprendo alla firma nel novembre del 2009 il Protocollo addizionale alla Carta europea dell’autonomia locale sul diritto di partecipare agli affari delle collettività locali. Tale documento si struttura come una convenzione (entrata in vigore nel giugno del 2012) all’interno della quale si prevede il diritto di ogni persona che si trovi in uno degli Stati contraenti di partecipare alla vita politica locale, anche come elettore o candidato alle elezioni locali.

E’ certamente apprezzabile il tentativo di “rinvigorire” a livello normativo un tema di grande attualità, ma  ancora oggi fonte di accesi dibattiti. Ciò nonostante restano numerose le criticità presenti, legate soprattutto all’efficacia del nuovo documento: in primo luogo, perché anche in questo caso il numero di firme e ratifiche resta notevolmente ridotto (rispettivamente 17 e 11); in secondo luogo, perché si stabilisce che le norme del Protocollo, essenzialmente programmatiche, debbano applicarsi non solo in conformità delle disposizioni costituzionali dello Stato, ma anche degli altri obblighi internazionali precedentemente stipulati.

Spostando l’attenzione in ambito europeo, cambiano i profili di analisi e appare evidente come l’intervento normativo si sia focalizzato in primo luogo sui profili legati all’azione di coordinamento sul controllo dei flussi migratori e sulla libera circolazione dei lavoratori, con atti e normative centrate sulla dicotomia tra “cittadino europeo” e “migrante non europeo”.

Di fatto, l’azione delle istituzioni europee in tema di integrazione, in particolare politica, si è focalizzata in un primo momento sulla definizione dei diritti politici dei cittadini comunitari e, solo successivamente, sulla questione dello status dei cittadini di Paesi terzi residenti in uno Stato dell’Unione e dei loro diritti politici.

In quest’ultimo ambito, le istituzioni europee hanno incentivato a livello nazionale le iniziative da adottare, senza però creare un coordinamento delle politiche statali che ad oggi continuano a procedere in modo disordinato e non omogeneo; questo ha creato un disallineamento tra gli Stati, nell’ambito dei quali solo alcuni hanno concretamente seguito la direzione tracciata dal Comitato Economico e Sociale, dal Parlamento europeo e dalla Commissione di estensione del suffragio per gli stranieri residenti di Paesi terzi.

Ciò nonostante, gli organismi europeo hanno approvato numerosi atti che, seppur non giuridicamente vincolanti, hanno assunto nel  tempo una rilevanza sicuramente non trascurabile.

La risoluzione n. 136 del 15 gennaio 2003 del Parlamento europeo (approvata nell’ambito della Relazione annuale sui diritti umani nell’Unione) è un atto di tutto rilievo, nell’ambito del quale si raccomanda agli Stati membri “di estendere il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni comunali e del Parlamento europeo a tutti i cittadini di Paesi terzi che soggiornino legalmente nell’Unione europea da almeno tre anni”.

Nell’ambito dei “Principi fondamentali comuni dell’Unione europea in tema di integrazione”, adottati dal Consiglio Giustizia e Affari Interni nel 2004, sono numerosi gli esempi peculiari:

  • il Principio n. 6, il quale stabilisce che “l’accesso degli immigrati alle istituzioni nonché a beni e servizi pubblici e privati, su un piede di parità con i cittadini nazionali e in modo non discriminatorio, costituisce la base essenziale di una migliore integrazione”;
  • il Principio n. 9, il quale afferma come “la partecipazione degli immigrati al processo democratico e alla formulazione delle politiche e delle misure di integrazione, specialmente a livello locale, favorisce l’integrazione dei medesimi”.

Anche la comunicazione “Agenda europea per l’integrazione” (COM(2011)455), presentata il 20 settembre 2011, riafferma tali enunciazioni e promuove ampiamente la rimozione degli ostacoli alla partecipazione politica degli immigrati, attraverso un maggiore coinvolgimento dei rappresentanti degli stessi nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche e dei programmi di integrazione.

In conclusione, quindi, si può affermare che nonostante lo spazio di azione per politiche europee e di livello internazionale resti tuttora ridotto, non va sottovalutata la funzione “culturale” che simili documenti esprimono, al fine di incentivare cambiamenti, se non nell’immediato, quantomeno in prospettiva futura.

A tal scopo, si sottolinea la presenza a livello internazionale di vari dispositivi di democrazia diretta e partecipativa che sembrano ispirarsi e reggersi al principio di inclusione; esso, di fatto, comporta che “tutti”, “chiunque” o “il pubblico” possano intervenire nelle procedure previste, aprendo in tal modo il sistema alla partecipazione di soggetti che presentano posizioni sociali o giuridiche meno tutelate (come gli stranieri). Ed è anche grazie al coinvolgimento in processi partecipativi come questi che il “non cittadino” può rafforzare la consapevolezza dei valori, dei diritti e dei doveri connessi con l’appartenenza ad una comunità.

Maria Grazia Migliazzo

Maria Grazia Migliazzo
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