GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI - page 3

Gli Stati Uniti e il Giappone si preparano all’invasione cinese di Taiwan

ASIA PACIFICO di

Il 16 marzo a Tokyo si è svolto un incontro tra il segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, e la controparte giapponese, Nobuo Kishi, i quali hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in merito alla sicurezza dello Stretto di Taiwan. I due capi della Difesa hanno infatti sollevato la questione di una possibile occupazione da parte della Cina dell’isola di Taiwan, da sempre considerata parte integrante del territorio cinese.

Secondo diversi alti funzionari della difesa statunitense, occupare Taiwan rappresenterebbe la priorità “numero uno” per il governo cinese a causa della posizione strategica dell’isola, ma anche perché “è in gioco il ringiovanimento del Partito Comunista Cinese”.

Tali timori sembrano peraltro giustificati dal tono minaccioso dei media statali cinesi e dal numero crescente di missioni aeree nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan.

D’altro canto, altri esperti ritengono che la valutazione della minaccia cinese elaborata dalle forze armate statunitensi possa invece essere il riflesso del deterioramento delle relazioni sino-statunitensi nel contesto della competizione strategica tra i due paesi.

Bonnie Glaser, direttrice del China Power Project presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS), ritiene infatti che le osservazioni sulla sicurezza di Taiwan non si basano sull’intelligence ma su un’analisi dell’equilibrio militare tra Stati Uniti e Cina.

Peraltro, la Cina aveva già intensificato le sue attività militari intorno all’isola quando Tsai Ing-wen è stato eletto presidente di Taiwan per la prima volta nel 2016.

Dal suo insediamento, Tsai ha professato una politica a favore del mantenimento dello status quo, che però all’estero è associata a una spinta per un’identità taiwanese unica, separata dai suoi legami storici con la Cina. Infatti, mentre i funzionari di Washington lanciano l’allarme su una potenziale invasione cinese di Taiwan, i funzionari e gli abitanti dell’isola credono che piuttosto che iniziare una guerra, Pechino preferirebbe invece “sottomettere il nemico senza combattere”, come insegna l’antico generale e stratega militare cinese Sun Tzu.

“Solo perché Pechino sta manifestando la sua forza militare,” dicono molti taiwanesi, “non significa che abbia intenzione di andare fino in fondo.”

Intanto Taiwan ha modernizzato le sue forze armate, compreso lo sviluppo di nuovi sottomarini e navi da guerra, veicoli blindati e aerei militari, acquistando miliardi di dollari in armi dagli Stati Uniti.

Alla luce di ciò, il Giappone e gli Stati Uniti hanno annunciato nella dichiarazione del 16 Marzo sostegno reciproco nel caso di un’aggressione cinese contro Taiwan, senza specificare il modo in cui i due paesi dovrebbero coordinare la loro risposta di fronte a una tale emergenza.

È storicamente risaputo infatti che la politica del Giappone sulle relazioni Cina-Taiwan è sempre stata quella di astenersi dall’interferire nei loro rapporti, incoraggiando il dialogo per una soluzione pacifica delle tensioni. Resta da vedere come questa politica si sposerà con quella americana.

 

Le pressioni cinesi su Taiwan

Non si può negare che la Cina abbia aumentato la sua influenza su Taiwan, e questa non ha solo carattere militare, ma anche economico. A febbraio, ad esempio, la Cina ha interrotto le importazioni di ananas taiwanesi, affermando che erano stati scoperti organismi nocivi. Solo lo scorso anno il mercato cinese ha rappresentato oltre il 90% delle esportazioni di ananas di Taiwan.

Il presidente Tsai Ing-wen, sostenuto sui social media da Stati Uniti e Canada, ha lanciato una campagna mediatica per acquistare il frutto, nel tentativo di aiutare gli agricoltori e trasformare una potenziale crisi in una vittoria nelle relazioni pubbliche.

Nel frattempo, i rappresentanti dei coltivatori sostengono che il recente divieto di ananas non sia altro che un promemoria del fatto che Taiwan debba ridurre la sua dipendenza economica dalla Cina.

Intanto la Cina si prepara a festeggiare il suo 100 ° anniversario a luglio e terrà il suo 20 ° congresso alla fine del 2022, quando si prevede che Xi Jinping richiederà un terzo mandato senza precedenti. L’occasione, contrassegnata come sempre da discussioni in merito alle ambizioni autocratiche del presidente, potrebbe rendere la minaccia meno acuta.

“Un’invasione totale può portare enormi incertezze e complicare i suoi programmi politici”, riferisce un ex funzionario cinese. Più probabile un intensificarsi della pressione economica di Pechino sull’isola, piuttosto che dar seguito alle minacce militari.

Tensione Marocco-Germania. Rabat richiama ambasciatore a Berlino

AFRICA di

Sale la tensione diplomatica tra Marocco e Germania. Lo scorso 6 maggio, infatti, Rabat ha richiamato il proprio ambasciatore a Berlino per consultazioni, annunciando, in un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri, che la decisione è stata presa a seguito di “atti ostili” perpetrati da Berlino.

Il ruolo degli Usa

La Repubblica federale di Germania ha intensificato atti ostili e azioni che sono dannose per gli interessi superiori del Regno del Marocco”, si legge nel comunicato, nel quale si dichiara che il governo tedesco avrebbe assunto “un atteggiamento negativo” sulla questione del Sahara occidentale, l’area – appartenente a un’ex colonia spagnola – contesa tra Rabat ed il Fronte Polisario, movimento attivo per l’autodeterminazione del territorio. In particolare, si denuncia “l’attivismo antagonista” dimostrato da Berlino a seguito del riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, della sovranità di Rabat sul territorio del Sahara occidentale, in cambio della ripresa delle relazioni tra Marocco ed Israele. L’iniziativa Usa, uno degli ultimi atti di Donald Trump poco prima di lasciare la Casa Bianca, era giunta a ridosso di nuove tensioni e scambi di accuse tra l’esercito marocchino ed il Fronte Polisario per la rottura del cessate il fuoco, in vigore da 29 anni. In quell’occasione, la cancelliera Angela Merkel aveva criticato la scelta dell’ex Presidente Usa, chiedendo una riunione straordinaria a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

I precedenti

Va notato, tuttavia, che le relazioni tra i due Paesi si erano incrinate già all’inizio del mese di marzo, quando il capo della diplomazia marocchina, Nasser Bourita, comunicò la sospensione dei rapporti con l’ambasciata tedesca a Rabat, in segno di protesta contro la posizione di Berlino nella disputa sul Sahara occidentale. Nella comunicazione ufficiale si prevedeva, infatti, la sospensione di “ogni contatto, interazione o azione di cooperazione con l’ambasciata tedesca in Marocco sia con le organizzazioni di cooperazione e le fondazioni politiche ad essa legate”.

A complicare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi è la denuncia, da parte delle autorità marocchine, di presunti atti volti a  “contrastare l’influenza regionale di Rabat” da parte della Germania. Si fa riferimento, in particolare, alla decisione di Berlino di escludere il Marocco da una serie di incontri regionali dedicati al conflitto in Libia, tra cui la nota Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020. In tale occasione, le autorità marocchine avevano rilasciato una dichiarazione esprimendo “profondo stupore” per il mancato invito all’incontro, ribadendo la centralità del Marocco nei diversi “sforzi internazionali per risolvere la crisi libica”. A tal proposito, Rabat aveva ricordato il ruolo chiave assunto nella conclusione dell’accordo di Skhirat, nel 17 dicembre 2015, grazie al quale era stato istituito, sotto l’egida dell’Onu, il Governo di accordo nazionale, e delineata una strada verso la soluzione del conflitto in Libia.

La questione irrisolta del Sahara occidentale

È nella questione relativa alla sovranità sul Sahara Occidentale – ultima colonia europea in Africa, abbandonata dalla Spagna nel 1975 – che vanno rintracciate le principali motivazioni alla base della scelta di Rabat di richiamare il proprio ambasciatore.

La regione, infatti, è da anni occupata militarmente dal Marocco che ritiene le proprie rivendicazioni di sovranità sull’ex colonia spagnola come non negoziabili, nonostante nella regione operi, sin dal 1973, il movimento separatista del Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria. Questo, nel 1976, ha annunciato unilateralmente la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (SADR), intraprendendo una guerriglia per l’indipendenza durata fino al 6 settembre 1991, anno in cui è stato dichiarato un cessate il fuoco, promosso dalla Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO).

Ad oggi, detto referendum di autodeterminazione non ha ancora avuto luogo, complici non solo i conflitti interni, ma soprattutto la difficoltà riscontrata nella formazione delle liste elettorali, a causa dei tentativi, da parte di entrambe le fazioni, di modificare la demografia dell’area per influenzarne i risultati.

 

L’Università Europea di Roma ed il Centro Studi Italia-Canada firmano accordo di collaborazione

AMERICHE/REGIONI di

L’Università Europea di Roma (UER), ateneo a vocazione internazionale in forte crescita fondato nel 2004 nella Capitale, ed il Centro Studi Italia-Canada (CSIC) hanno stipulato un accordo quadro per la collaborazione reciproca in attività di formazione, ricerca e terza missione.

L’obiettivo dell’accordo è lo svolgimento in collaborazione con UER Academy – la scuola di Formazione Continua e Alta Formazione UER – di attività di interesse comune per l’avanzamento della conoscenza e del dialogo tra l’Italia e il Canada. A questo scopo, UER e CSIC si propongono di progettare, realizzare, supportare e promuovere corsi, interventi formativi, workshop, eventi, attività di ricerca e di recruiting.

Le relazioni tra Italia e Canada hanno origini lontane e vedono nella numerosa e attiva comunità italo-canadese il miglior interprete dei sentimenti di amicizia che legano i due Paesi. Negli ultimi 75 anni Canada e Italia hanno seguito percorsi paralleli in ogni settore della vita civile, politica ed economica. Con l’entrata in vigore del CETA gli scambi commerciali, già intensi hanno registrato una costante crescita, in tutti i settori (il settore agro-alimentare, ad esempio, ha registrato negli ultimi dieci anni, una crescita media annuale del 7% portando, in questo comparto, il nostro Paese ad essere il quarto fornitore del Canada a livello globale e il primo tra i Paesi UE) , così come condivise sono le scelte politiche in campo internazionale. Lo sviluppo sostenibile nella sua più ampia accessione, con tutto ciò che ne consegue, rappresenta il trigger comune che segnerà la rotta che Canada e Italia si sono impegnate a seguire. A tutto ciò si aggiungano gli scambi nei settori cultura, arte e società. Con il crescere della entità e qualità delle relazioni cresce l’interesse reciproco e quindi la necessità di studiare e approfondire la comprensione reciproca. Da qui l’interesse di UER e del Centro Studi Italia Canada di approfondire e divulgare i molti temi nei quali si articolano gli stretti rapporti tra i due Paesi.

Dichiara la Prof.ssa Matilde Bini – Direttrice Scientifica Responsabile di UER Academy “Con questo accordo desideriamo cogliere l’opportunità di rafforzare la vocazione internazionale dell’Ateneo, e aprire nuove finestre di conoscenza e di opportunità sulla cultura e l’economia del Canada e in generale del Nord America”.

“Prosegue – Ha dichiarato il Direttore del Centro Studi Italia-Canada, Avv. Paolo Quattrocchi – il nostro impegno per il rafforzamento delle reti di conoscenza attraverso il dialogo con il mondo universitario. Vediamo in questo accordo un ulteriore passo nelle attività di sviluppo di sinergie con partner accademici, per una ulteriore crescita delle attività di didattica e ricerca sui temi d’interesse nelle relazioni tra Canada ed Italia”.

Le Olimpiadi in Giappone rischiano un nuovo posticipo

ASIA PACIFICO di

Le Olimpiadi di Tokyo si svolgeranno regolarmente nonostante lo stato di emergenza provocato dal COVID-19.

A sole nove settimane dall’inizio dei Giochi, il Comitato Olimpico Internazionale (IOC) ha cercato di placare i timori secondo cui l’evento rappresenterebbe un peso ulteriore per il sistema medico giapponese, già messo a dura prova dalla pandemia.

Dopo essere già state posticipate di un anno, le Olimpiadi rappresentano un evento sportivo atteso in tutto il mondo.  Il presidente francese Emmanuel Macron, il cui paese ospiterà i Giochi nel 2024, ha annunciato di partecipare alla cerimonia di apertura a Tokyo.

Nonostante la spinta mediatica e l’entusiasmo dei fan, l’evento non può non affrontare una crescente opposizione da parte del pubblico. In un sondaggio della società Reuters pubblicato venerdì, quasi il 70% degli intervistati ha affermato di volere una cancellazione o un ulteriore rinvio.

Alla domanda se le Olimpiadi andrebbero avanti anche se Tokyo è in stato di emergenza, il vicepresidente dell’ IOC, John Coates che sovrintende ai preparativi, ha ribadito: “Assolutamente sì”, aggiungendo che “tutti i piani che abbiamo in atto per proteggere la sicurezza degli atleti e del popolo giapponese si basano sulla previsione delle peggiori circostanze possibili”.

Coates, che ha parlato in una conferenza stampa al termine dell’incontro, ha affermato che oltre l’80% dei residenti del Villaggio Olimpico sarà vaccinato prima del 23 luglio, quando inizieranno le Olimpiadi.

Ha aggiunto che il personale medico aggiuntivo farà parte delle delegazioni olimpiche straniere per supportare le operazioni mediche e l’attuazione di tutte le misure di prevenzione da COVID-19.

Finora il Giappone ha vaccinato solo il 4,1% della sua popolazione, il tasso più basso tra i paesi ricchi e solo circa la metà del suo personale medico ha completato le vaccinazioni.

A differenza di altre nazioni del G7 che stanno cominciando a porre fine alle misure di blocco contro la pandemia, il Giappone rimane ancora paralizzato da una quarta ondata di infezioni.

Coates ha affermato che la priorità è di “garantire che i Giochi siano sicuri per tutti i partecipanti e per tutto il popolo giapponese”. Per ridurre al minimo il rischio di infezioni, gli organizzatori hanno ridotto il numero di persone che partecipano alle Olimpiadi come parte delle delegazioni straniere, passando da circa 180.000 a 78.000.

Allo stato attuale, sono state predisposte misure di sicurezza che fanno affidamento su 230 medici e 300 infermieri al giorno. Inoltre, circa 50.000-60.000 test di coronavirus saranno effettuati ogni giorno.

“Vogliamo assicurarci di mettere al sicuro il personale medico in un modo che non graverà sui servizi medici locali”, ha detto Hashimoto, a capo dell’organizzazione dei Giochi.

Intanto, proprio a causa dei timori per il coronavirus, molte delegazioni straniere si stanno ritirando dai campi di addestramento pre-olimpici messi a disposizione dal Giappone, tra cui la squadra di nuoto canadese e la squadra di atletica leggera degli Stati Uniti.

Europe Day 2021, al via la Conferenza sul futuro dell’Europa

EUROPA di

Il 9 maggio, Europe Day, il Parlamento europeo di Strasburgo ha ospitato l’evento di inaugurazione della Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un’occasione di consultazione importante in quanto coinvolge i cittadini, i rappresentanti eletti e le organizzazioni della società, ed ha come obiettivo ripensare e riformare l’Unione europea a seguito delle difficoltà degli ultimi anni. La crisi economica, finanziaria e dei migranti prima, la Brexit poi ed infine il Covid-19 con tutto ciò che ne consegue: l’UE ha bisogno di concentrarsi sulla propria ripresa e resilienza, e intende farlo con il supporto di quanti vivono l’Unione europea. La Conferenza è uno spazio pubblico di dibattito per i cittadini europei che prevede diversi eventi, fisici e online, su una piattaforma digitale, multilingue e interattiva. Prevista inizialmente per il 2020, ha avuto inizio un anno dopo a causa del Covid-19 ma anche per la difficoltà di organizzazione dal punto di vista della governance istituzionale.

L’avvio dei lavori

L’istituzione della Conferenza sul futuro dell’Europa è stata proposta nel marzo 2019 dal Presidente francese Emmanuel Macron, nell’ambito del suo contributo “Per un Rinascimento europeo”. L’idea è stata molto apprezzata dalle istituzioni dell’UE e, una volta eletta Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen ha formalmente avanzato tale proposta all’inizio del suo mandato, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’UE.

Nel luglio 2019, con l’inizio della pianificazione, la Conferenza era stata pensata per svolgersi nel 2020, con una durata di due anni e con il coinvolgimento di cittadini, società civile e istituzioni europee. Seppur proposta formalmente dalla Commissione europea, infatti, il Parlamento europeo ha subito approvato tale progetto, considerando fondamentale la discussione di temi quali i valori europei, diritti e libertà fondamentali, aspetti democratici e istituzionali dell’integrazione europea, sfide ambientali e crisi climatiche, giustizia sociale e uguaglianza, e così via. Lo scoppio della pandemia da Covid-19 ha ritardato l’inizio della Conferenza, senza però alterarne il contenuto, se non per quanto concerne l’aumento dell’importanza dei temi quali ripresa e resilienza.

L’Europe Day

Il 9 maggio 1950 Robert Schuman fece un’importante Dichiarazione che portò all’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, il primo passo verso l’Unione europea che conosciamo oggi. Il 9 maggio 2021, nella giornata dedicata all’Europa e con un anno di ritardo, ha preso il via la Conferenza sul futuro dell’Europa. In parte riuniti a Strasburgo, in parte connessi da ogni punto d’Europa, i partecipanti hanno preso parte alla celebrazione dell’Europe Day, tenutasi in forma ibrida, e al lancio della Conferenza. Il Presidente francese Macron ha aperto l’evento con un discorso di benvenuto, i Presidenti delle istituzioni europee Von der Leyen, Sassoli, Michel e Costa hanno tenuto dei discorsi sulla loro visione dell’Europa, i ministri degli affari europei e i deputati nazionali ed europei hanno partecipato a distanza ed i copresidenti del Comitato esecutivo hanno risposto alle domande poste dai cittadini europei. Sono stati proprio i cittadini ad essere al centro dell’evento: in parte erano fisicamente presenti, nei limiti della situazione attuale e nel rispetto delle norme sanitarie, con tanto di partecipazione da parte degli studenti erasmus; più di 500 cittadini, tuttavia, hanno partecipato a distanza vista la situazione da Covid-19.

Come funziona la Conferenza

Non senza dibattiti tra le istituzioni e difficoltà decisionali, la gestione della Conferenza sul futuro dell’Europa è stata affidata ad un comitato esecutivo formato da 9 membri rappresentanti delle istituzioni coinvolte, con anche 4 membri osservatori. Anche la durata della Conferenza è stata oggetto di dibattiti: la chiusura dei lavori è prevista per la primavera del 2022, con la presidenza di turno francese del Consiglio; tuttavia, per il Parlamento europeo si tratta di un tempo insufficiente, preferendo la chiusura nel 2024.

Per organizzare la Conferenza, il Comitato esecutivo ha dato il via ai suoi lavori il 24 marzo 2021 e, fino al 9 maggio, si è lavorato sul regolamento della Conferenza, il metodo di lavoro, la Carta dei principi e dei valori della Conferenza e la piattaforma digitale multilingue. Tale piattaforma, inaugurata il 19 aprile, è considerata “il perno centrale” dell’esercizio democratico che rappresenta la Conferenza, in quanto consente ai cittadini di assumere un ruolo guida nei dibattiti centrali per l’UE. In particolare, la piattaforma raccoglie tutti i contributi dei cittadini, online e raccolti agli eventi, massimizzando la loro partecipazione, stimolando il dibattito e garantendo accessibilità e trasparenza della Conferenza, in quanto prevede 24 lingue ed accesso libero. Per questo, servirà per permettere a tutti di rimanere informati sulle iniziative della Conferenza, condividere idee e partecipare attivamente. Tuttavia, i partecipanti dovranno rispettare la Carta della Conferenza sul futuro dell’Europa e garantire la riuscita di un dibattito rispettoso dei valori e dei diritti europei.

Le prossime tappe

Il Comitato esecutivo, dopo aver organizzato l’apertura della Conferenza, ha il compito di gestire anche gli eventi futuri. In primo luogo, dovrà essere fissata la data della prima riunione plenaria della Conferenza. Dopodiché, l’attività principale sarà la preparazione degli incontri tra i cittadini, la gestione degli eventi sulla Piattaforma digitale e la promozione della stessa. L’obiettivo è dunque dare quanto più spazio possibile ai giovani nel dibattito pubblico sul futuro europeo, in quanto saranno loro ad essere i protagonisti del domani.

Azzerare l’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo: il piano d’azione dell’UE

EUROPA di

Nonostante i significativi progressi compiuti dall’Unione europea negli ultimi decenni, l’inquinamento ha ancora un forte impatto sulla salute e sull’ambiente. Nell’ambito delle azioni messe in atto per ridurre tale impatto, il 12 maggio la Commissione europea ha adottato il piano d’azione “Azzerare l’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo”. Perseguendo uno dei principali obiettivi del Green Deal europeo, il piano definisce una visione integrata per il 2050: un mondo in cui l’inquinamento è ridotto a livelli che non siano più dannosi per la salute umana e gli ecosistemi naturali. A tal fine la Commissione europea prevede la combinazione di tutte le pertinenti politiche dell’UE volte a contrastare e prevenire l’inquinamento, con particolare attenzione alle modalità offerte dalle soluzioni digitali per fronteggiare tale fenomeno.

Contesto

L’inquinamento è la principale causa ambientale alla base di molteplici malattie mentali e fisiche nonché di decessi prematuri, soprattutto tra le persone che vivono in zone più svantaggiate o in aree in cui il flusso del traffico risulta essere molto elevato. Inoltre, l’inquinamento è una delle principali cause della perdita di biodiversità, riducendo la capacità degli ecosistemi di fornire servizi come la decontaminazione dell’aria e dell’acqua.

L’Unione europea ha già stabilito numerosi obiettivi in materia di inquinamento: la normativa vigente prevede, invero, disposizioni per la qualità ambientale e molti atti legislativi mirano a contrastare le fonti di tale fenomeno. Inoltre, nell’ambito della Strategia per la biodiversità nonché della Strategia “Dal produttore al consumatore”, la Commissione europea ha annunciato alcuni importanti obiettivi generali volti alla riduzione della perdita di nutrienti e dei pesticidi.

Tuttavia, poiché il fenomeno dell’inquinamento incide ancora in misura rilevante, è fondamentale predisporre un’azione di miglioramento delle modalità in cui vengono implementate ed applicate le leggi già in vigore a livello europeo.

Il piano d’azione

In tale contesto ed a fronte di tali esigenze a livello europeo nonché mondiale, il 12 maggio, la Commissione europea ha adottato il piano d’azione dell’UE “Azzerare l’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo” per il periodo 2021-20124: per orientare l’UE verso l’obiettivo 2050, ovvero un pianeta sano per persone in buona salute, il piano d’azione stabilisce obiettivi chiave per il 2030 miranti a ridurre l’inquinamento alla fonte, rispetto alla situazione attuale.

Nel dettaglio, il piano, delineando una serie di iniziative e di azioni faro, prevede di migliorare: la qualità dell’aria, in modo da ridurre del 55 % il numero di morti premature causate dall’inquinamento atmosferico; la qualità dell’acqua, riducendo del 50% i rifiuti di plastica in mare e del 30% le microplastiche rilasciate nell’ambiente; la qualità del suolo, riducendo del 50 % le perdite di nutrienti e l’uso di pesticidi chimici. Inoltre, esso mira a ridurre: del 25 % gli ecosistemi dell’UE in cui l’inquinamento atmosferico minaccia la biodiversità; del 30 % la percentuale di persone che soffrono di disturbi cronici dovuti al rumore dei trasporti; in modo significativo la produzione di rifiuti e del 50 % i rifiuti urbani residui.

Insieme alla Strategia sulle sostanze chimiche per la sostenibilità, adottata lo scorso anno, il piano presentato dalla Commissione europea traduce in azione l’obiettivo dell’UE di azzerare l’inquinamento per un ambiente privo di sostanze tossiche, nel perseguimento degli obiettivi dell’UE in materia di neutralità climatica, salute, biodiversità ed efficienza delle risorse.

Il tema sarà al centro della Settimana verde dell’UE di quest’anno, il principale evento annuale sulla politica ambientale, che si terrà tra il primo e il quattro giugno e consentirà ai cittadini di tutta l’UE di discutere il tema dalle sue molteplici angolazioni.

Dichiarazioni

Il Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per il Green Deal europeo, Frans Timmermans, ha commentato l’adozione del piano affermando “Il Green Deal mira a costruire un pianeta sano per tutti. Per offrire ai cittadini e al pianeta un ambiente privo di sostanze tossiche, dobbiamo agire subito. Questo piano guiderà il nostro lavoro verso la realizzazione dell’obiettivo stabilito”. Timmermans ha poi sottolineato che “le nuove tecnologie verdi già esistenti possono contribuire a ridurre l’inquinamento e offrire nuove opportunità commerciali”.

Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo responsabile per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, ha, invece, dichiarato: “Le ragioni per cui l’UE dovrebbe guidare la lotta globale contro l’inquinamento sono oggi più forti che mai. Con il piano d’azione sull’inquinamento zero creeremo un ambiente in cui i cittadini europei potranno vivere in modo sano, contribuiremo a una ripresa resiliente e promuoveremo la transizione verso un’economia pulita, circolare e climaticamente neutra”.

UE – Russia, le sanzioni russe ai funzionari europei nell’ambito dello scontro diplomatico

EUROPA di

Venerdì 30 aprile la Russia ha sanzionato otto cariche pubbliche europee, tra le quali figura il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, imponendo un divieto di accesso ai suoi territori. Le sanzioni russe sono giunte in risposta a quelle che l’UE ha imposto a sei cittadini russi in violazione dei diritti umani, il 2 e il 22 marzo. La reazione russa si inserisce in un più ampio contesto di “guerra diplomatica” che da tempo viene portata avanti tra la Russia e l’Occidente, in particolar modo per le violazioni dei diritti umani, per quanto accaduto ad Alexei Navalny e per la disputa con i paesi occidentali. Nell’ultimo periodo, oltre alla controversia con la Repubblica Ceca, la Russia ha infatti dichiarato “persona non grata” un dipendente dell’Ambasciata italiana a Mosca ed ha espulso sette diplomatici da Estonia, Slovacchia, Lettonia e Lituania.

Le sanzioni russe

Venerdì 30 aprile la Russia ha sanzionato 8 funzionari europei, impedendo loro l’accesso al Paese, in risposta alle misure limitative che l’UE ha introdotto il 2 e il 22 marzo 2021 nei confronti di sei cittadini russi. È stato il Ministero degli Esteri a rilasciare tale notizia, specificando anche chi sono i diretti interessati. In particolare, la “lista nera” si compone di 8 funzionari europei di diversa provenienza e con diverso ruolo. È stato sanzionato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, la vicepresidente per i valori e la trasparenza presso la Commissione europea, Vera Jourova, un membro della delegazione francese all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Jacques Maire, il pubblico ministero di Berlino, Jorg Raupach, e un funzionario dell’Agenzia svedese per la ricerca sulla difesa, Asa Scott. A questi cinque, si aggiungono tre funzionari delle repubbliche baltiche: Ilmar Tomusk, capo dell’Ispettorato Nazionale sulla Lingua estone, Ivars Abolins, presidente dell’Ente regolatore dei media della Lettonia e Maris Baltins, direttore del Centro linguistico statale della Lettonia.

“L’Unione Europea continua a perseguire la sua politica di misure restrittive illegittime e unilaterali contro i cittadini e le organizzazioni russe”, ha affermato il Ministero degli Esteri con un comunicato, motivando così le sanzioni. In aggiunta, ha accusato l’Unione europea di “minare apertamente e deliberatamente l’indipendenza della politica interna ed estera della Russia”. Quest’ultimo punto si riferisce alle sanzioni che l’UE ha imposto a marzo contro due cittadini russi accusati di persecuzione omofoba nella regione della Cecenia e contro quattro alti funzionari russi vicini a Putin. Infine, nel comunicato figura un’accusa più ampia all’Occidente, dato che quanto accusato all’UE avviene “con l’incoraggiamento degli USA, che non nascondono l’interesse di trasformare l’Europa in un’arena di aspro confronto geopolitico”.

Le reazioni in UE e le future relazioni con la Russia

Non appena appresa la notizia, non sono mancate le reazioni dei leader europei. “Condanniamo con la massima fermezza la decisione odierna delle autorità russe di vietare l’ingresso nel territorio russo a otto cittadini dell’Ue. Questa azione è inaccettabile, priva di qualsiasi giustificazione giuridica e di fondamento. Si rivolge direttamente all’Ue, non solo alle persone interessate”. Così in una nota congiunta i presidenti dell’UE Ursula Von der Leyen, Charles Michel e David Sassoli, aggiungendo che “l’UE si riserva il diritto di adottare misure appropriate in risposta alla decisione delle autorità russe”. Infine, è stato sottolineato come la decisione russa sia “l’ultima e sorprendente dimostrazione di come la Federazione russa abbia scelto di scontrarsi con l’UE invece di accettare di correggere la traiettoria negativa delle relazioni bilaterali”.

A tal proposito, anche l’Alto rappresentante dell’UE, Josep Borrell, ha evidenziato come “le relazioni tra l’Ue e la Russia continuano a deteriorarsi e sono ai minimi”, citando gli ultimi casi di “guerra diplomatica”, quali la concentrazione delle forze militari russe alle frontiere con l’Ucraina, il caso Navalny, la crisi diplomatica con la Repubblica Ceca e con gli altri paesi. Basti pensare che, di recente, la Russia ha espulso sette diplomatici da Estonia, Slovacchia, Lettonia e Lituania, nonché un dipendente dell’Ambasciata italiana a Mosca, invitato a lasciare il paese in quanto “persona non grata”, lunedì 26 aprile. Allo stesso modo, sono diversi i paesi in cui si è reagito con l’espulsione di diplomatici russi, avvenuta in Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ucraina e anche negli Stati Uniti.

“Dobbiamo essere pronti ad un lungo e difficile periodo nelle nostre relazioni con la Russia. Vedo una tendenza preoccupante delle autorità russe che sembrano scegliere di approfondire il conflitto in modo deliberato, anche con la disinformazione ed altre attività” ha concluso Josep Borrell.

L’intervento del Parlamento europeo

Appena un giorno prima dalla notizia delle sanzioni, anche il Parlamento europeo si è espresso condannando le operazioni russe intorno all’Ucraina e gli attacchi in Repubblica Ceca. In particolare, è stato dato pieno sostegno alla Repubblica Ceca nella disputa diplomatica con la Russia per le esplosioni avvenute nel 2014 nei depositi di munizioni di Vrbetice. Poi, è stata riconosciuta la gravità che comporterebbe un’invasione in Ucraina da parte della Russia e, infine, le autorità russe sono state individuate quali pienamente responsabili per le sorti di Navalny, al pari del presidente Putin. La risoluzione dell’Eurocamera è stata approvata con 569 voti favorevoli, 67 contrari e 46 astenuti: la direzione degli eurodeputati è, senza ombra di dubbio, di accusa verso le attività russe.

La questione rimane, dunque, aperta a possibili scenari: da una escalation della “guerra diplomatica” ad un ritorno sui propri passi da parte della Russia per proseguire nell’ambito della cooperazione.

Ambiente e clima: le sfide dell’Unione europea

EUROPA di

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’accordo raggiunto con gli Stati membri dell’UE sul programma LIFE, l’unico programma dell’Unione europea dedicato esclusivamente all’ambiente e al clima che entrerà in vigore retroattivamente dal 1° gennaio 2021. LIFE diventerà il più ambizioso programma climatico e ambientale dell’UE e contribuirà a compiere la transizione verso un’economia ecologica, circolare, efficiente e sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché ad arrestare ed invertire la perdita di biodiversità. Tale approvazione arriva pochi giorni dopo il raggiungimento dell’intesa tra le istituzioni europee per la riduzione del 55% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera entro il 2030, nonché della Conferenza sul clima organizzata dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Le sfide ambientali e climatiche si confermano essere, dunque, al centro dell’agenda europea e mondiale.

Nuova fase per il programma LIFE: l’approvazione del Parlamento europeo

Il programma LIFE è stato lanciato nel 1992 ed è l’unico programma dell’Unione europea dedicato specificamente all’azione ambientale e climatica: svolge, dunque, un ruolo cruciale nel sostenere l’attuazione della legislazione e delle politiche dell’UE in questi settori.  Ad oggi sono state attuate cinque fasi del programma, tramite il quale sono stati cofinanziati circa 4600 progetti in tutta l’Unione europea, con un contributo totale di circa 6,5 ​​miliardi di euro alla protezione dell’ambiente e del clima.

Con riguardo alla prossima fase del programma, relativa al periodo 2021-2027, il 29 aprile il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’accordo raggiunto con gli Stati membri dell’UE che entrerà in vigore retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021. Il testo è stato approvato senza votazione poiché non sono stati presentati emendamenti, in virtù dei termini previsti nell’ambito della procedura legislativa ordinaria in seconda lettura. LIFE diventerà il più ambizioso programma climatico e ambientale dell’UE e contribuirà a compiere la transizione verso un’economia ecologica, circolare, efficiente e sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché ad arrestare ed invertire la perdita di biodiversità.

Risorse e dichiarazioni

Il bilancio totale assegnato al programma LIFE nell’ambito del compromesso raggiunto sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 è di 5,4 miliardi di euro, di cui 3,5 miliardi saranno destinati alle attività ambientali e 1,9 miliardi di euro all’azione per il clima. La Commissione europea dovrebbe dare la priorità ai progetti che, tra le altre cose, hanno un chiaro interesse transfrontaliero, il più alto potenziale di replicabilità e di adozione (nel settore pubblico o privato) o di mobilitare maggiori investimenti.

Il programma contribuirà a rendere le azioni per il clima un aspetto fondamentale di tutte le politiche dell’UE e a raggiungere l’obiettivo generale di investire almeno il 30% del bilancio europeo per gli obiettivi climatici, nonché, dal 2024, il 7,5% per gli obiettivi della biodiversità, percentuale aumentata al 10% nel 2026 e nel 2027. La Commissione monitorerà e riferirà regolarmente sull’integrazione degli obiettivi del clima e della biodiversità, tracciando anche la spesa.

A margine dell’approvazione da parte del Parlamento europeo, il relatore Nils Torvalds ha dichiarato “Quando guardiamo a ciò che è stato raggiunto da LIFE finora, è chiaro che un bilancio più grande può aiutarci a raggiungere ancora di più in futuro. Anche se avrei preferito un budget maggiore per LIFE, sono molto contento che abbiamo raggiunto un nuovo livello di impegno verso la natura e il clima, in modo che il programma possa continuare a testare idee e mostrare soluzioni verdi future”.

L’intesa sul taglio delle emissioni e la Conferenza sul clima

Il via libera del Parlamento europeo alla nuova fase del programma LIFE arriva pochi giorni dopo il raggiungimento di un’intesa tra Parlamento, Consiglio dell’UE e Commissione europea per la riduzione, entro il 2030, del 55% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo risulta essere più ambizioso rispetto a quello attualmente in vigore, che si ferma al 40%, tuttavia si tratta del risultato di un compromesso raggiunto dopo mesi di trattative in cui il Parlamento europeo aveva chiesto una riduzione del 60%. 

L’Unione Europea ha altresì confermato l’obiettivo della neutralità carbonica – vale a dire il saldo netto delle emissioni di gas serra nell’atmosfera pari a zero – entro il 2050: anche in questo caso il Parlamento Europeo aveva chiesto una formula più ambiziosa, che prevedesse il raggiungimento di un obiettivo diverso per ogni singolo stato. Fissare un obiettivo a livello dell’UE, invero, risulta essere meno ambizioso poichè basterà che la media delle emissioni degli Stati membri sia pari a zero. Il Parlamento ha comunque ottenuto delle concessioni, come l’istituzione di un Comitato consultivo scientifico europeo, che sarà indipendente e valuterà l’andamento della situazione climatica nell’Unione Europea.

L’intesa tra le istituzioni europee è arrivata alla vigilia della Conferenza sul clima organizzata, in formato virtuale, dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in occasione della Giornata Mondiale della Terra. Il Presidente statunitense ha aperto il vertice annunciando l’ambizioso obiettivo di dimezzare le emissioni entro il 2030 e di azzerarle nel 2050. “Siamo risoluti ad agire. Rispondendo e combattendo i cambiamenti climatici vedo l’occasione di creare milioni di posti di lavoro. È il decennio decisivo per evitare le conseguenze peggiori: dobbiamo agire. Questo vertice è il primo passo del cammino che dobbiamo fare insieme” queste le parole di Joe Biden, tese a ribadire l’importanza cruciale degli obiettivi ambientali e climatici nell’attuale agenda mondiale.

Onu: le ragioni dell’impegno cinese nella promozione della sicurezza interna all’Unione Africana

AFRICA di

Rafforzare la cooperazione tra l’Onu e le organizzazioni regionali e sud-regionali”, è stato questo il tema del discorso tenuto dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi in occasione della seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tenutasi il 19 aprile scorso.

Con queste parole, il ministro di Pechino intendeva far riferimento, principalmente, all’Unione Africana (UA), l’organizzazione internazionale cui fanno parte tutti gli Stati africani, e con cui la Cina, alla fine del 2020, ha concluso un importante accordo di cooperazione.

Nel corso del suo intervento, Wan Yi ha ricordato che quest’anno – precisamente il 27 ottobre prossimo – ricorrerà il 50esimo anniversario del ripristino del seggio del governo di Pechino in seno all’Onu e che, in tale arco temporale, la Cina ha sempre partecipato positivamente all’azione dell’organizzazione, contribuendo e sostenendo gli sforzi regionali e sub-regionali, anche attraverso il Fondo delle Nazioni Unite per la pace e lo sviluppo. Inoltre, citando il partenariato strategico concluso con l’Unione africana, il ministro ha ribadito l’impegno di Pechino nella promozione dell’Agenda 2063 dell’UA e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Con queste premesse, e nell’intento di stabilizzare i conflitti interni al contenente africano, migliorando, al contempo, le capacità di lotta al terrorismo dell’UA, Wang Yi ha esortato le Nazioni Unite ad assistere l’organizzazione nella creazione di un esercito permanente, e ad affiancare le operazioni di peacekeeping poste in campo dall’Unione africana in chiave antiterrorismo o di stabilizzazione delle zone di conflitto.

La strategia cinese

Per meglio comprendere l’interesse cinese nella promozione della sicurezza interna al continente africano, ed il significato dell’iniziativa del ministro degli Esteri Wang Yi al Consiglio di Sicurezza Onu, occorre tenere presente che, negli ultimi anni, la Repubblica Popolare Cinese ha fortemente investito nei rapporti con i paesi in via di sviluppo, ampliando notevolmente il suo raggio d’azione in Africa in termini di investimenti, aiuti allo sviluppo e diplomazia culturale. Di ciò, è prova la coincidenza temporale tra la pubblicazione da parte di Pechino del libro bianco ad hoc sugli aiuti all’estero e i viaggi in Africa e Sud-Est asiatico svolti dal ministro degli Esteri Wang Yi.

Oggi la Cina si configura come il maggior partner commerciale ed investitore dell’Africa.

Con l’obiettivo di accrescere la sua influenza economica e politica sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo, la diplomazia cinese ha seguito, negli ultimi anni, il famoso invito al go out (la Go Out policy), una serie di misure promosse dal Governo di Pechino per promuovere gli investimenti esteri degli imprenditori cinesi, inquadrando poi i suoi sforzi nella cornice narrativa della nota Belt and Road Initiative (BRI, o Nuove Vie della Seta), cui hanno aderito, in totale, 44 Paesi africani, che rappresentano 1/3 dei firmatari totali.  

Origine dei rapporti sino-africani

Tappa fondamentale per comprendere il “grande balzo” del Dragone in terra africana è il mese di ottobre del 2000, data di istituzione del primo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), step cruciale nell’evoluzione dei rapporti economici – e quindi in cui certo senso politici – tra Cina ed Africa. In occasione di quel primo forum FOCAC– poi organizzato con cadenza triennale – venne elaborato un documento in 10 punti in cui si stabilivano gli ambiti e gli aspetti fondamentali delle nuove relazioni sino-africane. Presto il FOCAC, da tavola rotonda per rafforzare le relazioni sino-africane secondo una logica di cooperazione win-win, è diventato l’occasione per Pechino di annunciare massicci piani di finanziamento, confermando il proprio ruolo e la propria influenza nel continente.

Dal primo meeting FOCAC, le relazioni economiche e non tra i due Paesi sono andate consolidandosi, per motivi diversi ma complementari. Da un lato, la volontà di Pechino di estendere la propria influenza globale, favorendo processi di internazionalizzazione delle proprie imprese, e dall’altro i bisogni e le esigenze dell’Africa, un continente ricco di risorse naturali, ma con impellenti necessità di sviluppo, piani infrastrutturali e competenze tecniche.

Al 2018, data dell’ultimo summit FOCAC, la Cina aveva costruito in Africa più di 6.000 chilometri di strade e ferrovie, quasi 20 porti e più di 80 centrali elettriche. Gli investimenti diretti nel continente raggiungevano la cifra di 110 miliardi di dollari USA, con oltre 10.000 imprese cinesi con investimenti sul suolo africano.

L’agenda politica di Pechino

Nonostante gli interessi economici giochino un ruolo fondamentale nel determinare il crescente impegno di Pechino in Africa, a spiegare tale spinta in avanti concorre, tra le altre cose, la volontà cinese di allargare la propria influenza politica all’interno delle organizzazioni internazionali. Rafforzando le sue relazioni diplomatiche attraverso la cooperazione economica, Pechino auspica di poter contare, sempre di più, sul voto dei Paesi africani in sedi importanti come quella dell’Onu. L’importanza strategica dell’Africa consiste non solo nel suo vantaggio numerico, in quanto grande raggruppamento di Stati, ma soprattutto nella loro tendenza a votare “in blocco”.

Il sostegno degli Stati africani all’agenda politica di Pechino nelle sedi multilaterali può dunque assumere un ruolo determinante, capace di spostare l’ago della bilancia nell’atto di decidere questioni delicate e prioritarie per il governo cinese, quali Taiwan o il controllo del Mar Cinese Meridionale.

 

Giulia Treossi
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