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REGIONI - page 3

COVID-19: come sta andando in Francia

EUROPA di

Più di 1.400 casi, pochi tamponi effettuati, altissima pressione sugli ospedali e spazio alla telemedicina: questa la situazione in Francia nella gestione del virus COVID-19, temendo un contagio pari a quello verificatosi in Italia.

Il diffondersi del virus e della psicosi

La Francia si conferma il secondo paese più colpito in Europa dopo l’Italia. I primi casi di contagio sono stati individuati il 24 gennaio: tre persone di origine cinese tornate da Wuhan.

Il coronavirus è l’argomento principale trattato dai media sin dall’apertura della crisi internazionale, con qualche intervallo dedicato alla famigerata riforma delle pensioni, alle manifestazioni delle donne in occasione dell’8 marzo ed alle elezioni municipali del 15 marzo, per ora confermate, anche se per molti candidati la campagna elettorale è diventata impossibile.

La Francia teme di subire un aggravamento della diffusione del virus simile a quello che ha colpito nelle ultime settimane l’Italia. Il Ministro della sanità, Olivier Véran, tuttavia, continua a ripetere: “La nostra situazione è diversa dall’Italia, stiamo riuscendo a ridurre e ritardare il picco dell’epidemia”.

Nonostante il tentativo di frenare la psicosi, questa si sta diffondendo. “No, la cocaina non vi protegge dal coronavirus” ha dovuto specificare il Ministero della sanità sul suo profilo Twitter. Poche ore dopo il Ministero è intervenuto nuovamente per precisare che “no, il Covid19 non si trasmette attraverso le punture delle zanzare”. Tutto sembrava chiarito, ma dopo poche ore lo staff è dovuto intervenire ancora una volta per informare i suoi cittadini: “No, farsi aerosol di alcool o di cloro non uccide il virus che è nel vostro corpo. Anzi, la polverizzazione di queste sostanze può essere nociva per le vostre mucose”.

Un piano e 3 fasi

Ai sensi di un piano contro il rischio di pandemie approvato nel 2011 dal governo francese, sono previste tre fasi. La fase attuale è la seconda, in cui si cerca di limitare la diffusione del virus nei focolai già individuati. Questa fase, infatti, “non implica una circolazione attiva del virus ma solo casi sporadici”, secondo la codifica del Ministero della Sanità transalpino. Nella terza fase, invece, il virus circola su tutto il territorio nazionale e l’obiettivo è quello di limitarne gli effetti. La strategia francese, prevede, così, il passaggio da una fase di “contenimento” a una di “mitigazione”.

Tuttavia, rispetto all’Italia, sono stati effettuati molti tamponi in meno e da alcuni giorni il numero di test effettuati non viene comunicato.

La priorità attuale è curare i malati: si è rinunciato, di fatto, a risalire alla catena del contagio. Pertanto, si stima che i portatori del virus siano sicuramente molti di più di quelli attualmente diagnosticati.

I principali focolai finora individuati sono nell’Oise-al nord di Parigi- nell’Haut Rhin, in Alsazia ed in Corsica. A questi si devono aggiungere i casi individuati in Morbihan- in Bretagna- in Alta Savoia e quelli di un gruppo di turisti tornati dall’Egitto.

Il sistema sanitario francese

La preoccupazione maggiore è quella dell’efficienza del sistema sanitario francese. Per alleviare la pressione a cui sono sottoposti gli ospedali, le autorità francesi raccomandano di rivolgersi ai medici di base e di limitarsi ai casi con sintomi molto gravi, chiamando il numero delle emergenze “15” solo in caso di aggravamento.

Il Ministro della Sanità, ha annunciato il via libera alla telemedicina: i medici di base possono fare diagnosi e prescrivere terapie a distanza, senza visitare fisicamente i pazienti. Il timore, infatti, è che presto non ci saranno più posti letto disponibili e che i medici saranno chiamati a scegliere chi curare in base all’età ed alla possibilità di sopravvivenza.

Le misure

Nei tre principali focolai-Oise, Haut Rhin e Ajaccio in Corsica le scuole sono state chiuse: circa 300 mila studenti sono a casa.

Attualmente vi è un’allerta contagio anche in seno al governo: Franck Riester, il Ministro della cultura è risultato positivo ed è in quarantena; Nicole Belloubet, Ministro della giustizia, accusa sintomi e si attendono i risultati del tampone; il direttore di gabinetto del Presidente Emmanuel Macron, Patrick Strzoda, è in quarantena “per precauzione” dopo essere stato a contatto con un positivo. Il Presidente Macron, dunque, è avvolto da una “bolla”: tutti sono a distanza di sicurezza e la sua scrivania viene regolarmente disinfettata per scongiurare un contagio.

In tutta la Francia sono annullati eventi, come concerti e manifestazioni, che prevedono l’assembramento di oltre 1000 persone. Nonostante ciò, l’8 marzo, a Laderneau ,è stato organizzato un raduno di 3500 persone mascherate da Puffi, con l’erronea intenzione di sfidare l’epidemia. L’obiettivo era battere il precedente record del mondo. “Pufferemo il virus”: questo il surreale commento dei partecipanti

Quanto alle altre misure, la partita PSG- Borussia Dortmund di Champions League si giocherà l’11 marzo a porte chiuse, misura estesa a tutti gli eventi sportivi.

Relativamente ai trasporti pubblici, quando scatterà la “fase 3”, il governo potrà decidere di fermare treni, metropolitane ed autobus ma, in linea di massima, “non in contemporanea su tutto il territorio nazionale” e valutando caso per caso.

Nella gestione della diffusione del virus il governo francese ha, altresì, pubblicato nella propria gazzetta ufficiale un decreto che disciplina i prezzi di vendita dei gel idroalcolici per disinfettare le mani, il cui utilizzo è raccomandato nella quotidiana lotta COVID-19.

Per fronteggiare l’emergenza, il governo sta, infine, valutando misure economiche straordinarie: Bruno Le Maire, Ministro dell’economia, ha dichiarato che “tutte le imprese potranno chiedere un rinvio degli obblighi fiscali con una semplice email”. Inoltre, sono allo studio misure coordinate con i partner europei.

 

 

 

 

La Commissione Europea presenta la nuova strategia per l’Africa: focus su clima, pace e immigrazione

AFRICA di

“La strategia con l’Africa presentata costituisce la tabella di marcia per far avanzare il nostro partenariato al livello successivo. L’Africa è partner naturale e vicino dell’Unione europea. Insieme possiamo costruire un futuro più prospero, più pacifico e più sostenibile per tutti”.

Sono queste le parole della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen il 9 marzo, al momento della presentazione della Nuova Strategia per l’Africa, proposta dalla stessa Commissione. La proposta UE sarà discussa nei prossimi mesi con i partner africani in vista del vertice di ottobre tra UE e Unione Africana.

L’obiettivo della proposta è intensificare la cooperazione attraverso il partenariato in cinque settori chiave: transizione verde, trasformazione digitale, pace e governance, migrazione e mobilità, crescita e occupazione sostenibili. L’intervento dell’Unione si assocerà quindi a quello africano nell’ambito di 10 azioni specifiche, le quali concretizzano i 5 macro-settori di partenariato previsti nella proposta.

Tra questi, la sezione sull’immigrazione evidenzia la necessità di porre le basi per una migliore cooperazione nel settore, non solo in materia di controlli alle frontiere, ma anche in materia di sicurezza, contribuendo ad una soluzione delle attuali crisi in Libia, Mali e Somalia.

 

In virtù del ruolo chiave che il Continente Africano gioca per la crescita e la sicurezza dell’Europa, l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell, nel corso di una conferenza stampa, ha descritto l’intesa con l’Africa come una delle più importanti partnership internazionali che l’Europa porrà in essere, perché è in Africa che si gioca parte del futuro dell’Europa.

Solo dal punto di vista merceologico, i dati mostrano che nel 2018 il commercio di beni dell’UE con l’Africa valeva 235 miliardi di euro, quasi il doppio di quello della Cina con l’Africa e circa cinque volte quello con gli Stati Uniti.

La Commissaria europea per i partenariati internazionali, la finlandese Jutta Urpilainen, commenta: “Con i cinque partenariati proposti, basati su interessi e valori condivisi, l’Africa e l’Europa guideranno insieme la trasformazione verde e digitale, promuovendo nel contempo investimenti e occupazione sostenibili. La mia priorità fondamentale è garantire che giovani e donne si impadroniscano della strategia con l’Africa, che risponde alle loro aspirazioni”.

L’evoluzione di Idlib, la guerra silenziosa che inizia a far rumore in Europa

MEDIO ORIENTE/REGIONI di

Ad Idlib lo stallo apparente si è infuocato fino alla tregua di oggi, ma è sempre più alta la posta in gioco. Dal rischio di una strage fino alla crisi umanitaria che bussa all’Europa, tutto ciò è nelle mani di Erdogan.

 

Il precario equilibrio di Idlib ha subito nella scorsa settimana una svolta disastrosa.

Qui, nella provincia più a nord-ovest della Siria, ultima zona di conflitto tra le forze lealiste di Assad e i ribelli filo-turchi, la notte del 27 febbraio i caccia siriani Sukhoi Su-24 assieme ai loro omologhi russi Su-34 hanno portato a termine una serie di raid aerei su degli avamposti turchi, uccidendo nel complesso 33 soldati; si tratta della perdita più ingente che la Turchia abbia mai subito dall’inizio del conflitto. Ad oggi lo scontro tra le due parti si riduce in un fazzoletto di terra; le forze governative di Assad il 19 dicembre hanno lanciato un’offensiva che ha costretto nei mesi i ribelli a ritirarsi dietro al confine che era stato garantito loro, durante l’accordo di Sochi nel settembre 2018. Dall’inizio dell’assalto l’esercito siriano, grazie al supporto russo, ha riconquistato un’area di 4.000 km² lasciando la restante, di pari dimensioni, alle file dei ribelli, area in cui peraltro vi è il concreto rischio di un massacro dato che in questo territorio grande appena quanto il Molise sono concentrate circa 3 milioni di persone, di cui profughe un milione.

Ciononostante pochi giorni prima dell’attacco siriano e russo i ribelli erano riusciti, grazie anche al supporto dell’esercito turco, a prendere il controllo della città di Saraqib, snodo fondamentale da cui passano le autostrade M4 ed M5, che congiungono Aleppo a Laodicea e a Damasco; inoltre poche ore prima del raid siriano alcuni media russi avevano riportato degli attacchi ai loro caccia, resi bersaglio di alcune postazioni antiaeree turche.

La risposta di Erdogan e la sua solitudine
La reazione del presidente turco non si è fatta attendere e nella stessa notte ha chiamato d’urgenza una riunione con i vertici della difesa, a cui sono seguite dichiarazioni molto forti: “Le nostre operazioni in Siria continueranno fino a quando le mani sporche di sangue che hanno di mira la nostra bandiera saranno infrante. E’ stata presa la decisione di ritorcersi con maggior forza contro il regime illegittimo che ha puntato le armi contro i nostri soldati”. Poche ore dopo la stessa conferenza il ministro della difesa turco Hulusi Akar ha annunciato l’avvio della quarta operazione in territorio siriano tramite cui la Turchia da qui in poi applicherà il diritto di autodifesa sui suoi territori in Siria. Denominata ‘Spring Shield’, la manovra secondo i vertici militari turchi ha già neutralizzato (ovvero ucciso, ferito o imprigionato) circa 2.800 soldati siriani; dopo gli eventi di questa settimana appare quindi chiara ormai la frontalità dello scontro tra Ankara e Damasco, Erdogan non vuole che Assad esca da questo conflitto vincitore ed è pronto a non cedere il passo su Idlib, del resto ha fornito fin qui un ingente aiuto ai 30.000 ribelli tramite la dotazione di blindati, missili anti-tank e missili anti-aerei, nonché il supporto dell’esercito turco nei 12 avamposti.

Diversamente dall’approccio che Ankara ha con Damasco il presidente turco si guarda bene dall’inasprire il conflitto con la Russia di Putin, il vero leader della guerra, che ha saputo risollevare Assad quando tutta la comunità internazionale lo dava ormai per finito. Erdogan sa bene che deteriorare i rapporti con Putin potrebbe essere fatale, proprio per questo motivo nelle dichiarazioni congiunte al vertice della difesa il presidente turco evita di menzionare la Russia come nemico, ma tutt’al più come un nazione di rispetto con cui Ankara ha rapporti di parità e a cui ha chiesto “di togliersi di mezzo da Idlib e fare i suoi interessi”. Il rapporto fra i due paesi è incerto; nei mesi passati Ankara ha acquistato da Mosca quattro sistemi missilistici antiaerei S-400 per un totale di 2,5 miliardi di dollari contro il parere dei vertici NATO, i quali non hanno gradito l’affare e fin’ora hanno negato alla Turchia l’acquisto degli F-35, tuttavia su altre questioni di primaria importanza come la Libia i due paesi siedono sui fronti opposti: Erdogan appoggia il governo di Tripoli di Serraj, al quale ha inviato anche delle truppe di supporto, mentre Putin supporta il generale Haftar.

Se Erdogan si trovasse a fronteggiare le forze di Assad da sole avrebbe certo più possibilità di muoversi, ma la forte presenza russa gli impone un’estrema cautela; la Russia è padrona dello spazio aereo di Idlib e nelle scorse settimane ha ripetutamente negato alla Turchia la possibilità di sorvolare i cieli siriani. Fin’ora l’unica mossa di Ankara oltre all’esercizio dell’autodifesa è stata chiedere il ripristino dei confini come erano stati garantiti a Sochi nel 2018, ma è quasi impossibile che vengano concessi da Assad a meno che Erdogan non riesca a persuadere il suo “amico” Putin. Una sorta di immobilismo quello turco, molti analisti paragonano la situazione della Turchia a quella di un vicolo cieco da cui Erdogan sta cercando di uscire in tutti modi.
Effettivamente l’ex Impero Ottomano soffre di una certa solitudine a livello internazionale, complice anche il fatto di aver agito in solitaria nella questione siriana e spesso non rendendo chiari i propri intenti, basti pensare che dopo l’attacco subito Erdogan ha fatto appello “alla voce di aiuto del popolo siriano, il quale chiede di essere protetto dal regime e dal terrore” quando però nel territorio di cui ha il controllo, appena a 5 km dai confini turchi, è stato trovato lo scorso novembre dall’intelligence americana Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’ISIS. Il presidente allora ha necessariamente bisogno di supporto dalla comunità internazionale per aver più peso al tavolo con il Cremlino, e vorrebbe che i suoi partner, che sono tali perlomeno sulla carta come la NATO e l’Unione Europea, lo appoggiassero nelle sue azioni.
La questione profughi, un’arma nei confronti dell’Europa

A questo scopo Ankara dispone di un asso nella manica pesantissimo che è riuscito a gestire nel tempo ed è pronto a utilizzare contro l’Europa se questa non dovesse mostrare il suo appoggio. Nel marzo 2016, a 5 anni di distanza dallo scoppio della guerra e in piena crisi umanitaria, l’Unione per evitare l’acuirsi del fenomeno migratorio dei siriani e combattere l’insurrezione delle destre nei rispettivi paesi membri, aveva deciso di concordare con la Turchia il blocco della rotta balcanica prevedendo il ritorno in territorio turco di tutti quei migranti trovati in viaggio verso la Grecia; l’accordo prevedeva il pagamento di 7 miliardi complessivi fino al 2020.

Lo scenario di collaborazione in questi 4 anni è totalmente cambiato; dai tempi dell’accordo la Turchia è diventata protagonista attiva nella guerra siriana, prima nella provincie di Afrin e di Rojava per fermare l’espansionismo delle forze curde delle SDF, e poi ad Idlib tramite il rifornimento e la partecipazione diretta contro il regime. Inoltre ad Erdogan la questione migranti (si stima un bacino di circa 3,6 milioni di profughi siriani in territorio turco) ha causato un “crollo” di popolarità a favore del partito rivale CHP, il partito popolare-repubblicano, il quale ha conseguito la maggioranza nelle principali città. Quindi, ora che è da poco terminato l’accordo di trattenimento dei profughi, la Turchia sta facendo pressione all’Europa, specie dopo che la morte dei 35 militari turchi il 27 febbraio non ha trovato eco di sostegno da parte di Bruxelles.
Il presidente turco all’indomani dei raid ha denunciato la situazione in Turchia, ormai incapace di trattenere i civili siriani, e avvisato l’UE di aver già aperto i propri confini con la Grecia e la Bulgaria: “Gli ufficiali turchi hanno già caricato più di 600 migranti su dei pullman diretti in Europa, in questi giorni se ne riverseranno a milioni”. Non è nemmeno valsa l’offerta da parte dell’Europa di un miliardo di euro per trattenerli in attesa di una soluzione definitiva, che in questi giorni si sono già riversati migliaia di profughi sia nelle città di confine lungo il fiume Evros che sull’isola di Lesbo, dove d’altronde l’UNHCR già attesta la presenza di 16 mila profughi. L’Unione Europea ha offerto il pieno sostegno alla Grecia, in questi giorni il commissario europeo Ursula von der Leyen e il presidente del parlamento David Sassoli saranno nelle zone di confine per valutare la possibilità, ormai quasi certa, di un intervento di Frontex, l’agenzia di difesa di confini europei.
Arriva intanto, oggi 6 marzo, l’ennesima tregua, concordata dopo numerose ore di negoziati; Putin ha ricevuto al Cremlino Erdogan e i due hanno stabilito il cessate il fuoco, dei pattugliamenti congiunti al confine e un corridoio di sicurezza lungo sei chilometri in prossimità di Saraqib e dell’autostrada M4. Nonostante i leader al termine dei colloqui si congratulino reciprocamente per la vittoria diplomatica emerge sempre più un fatto, ovvero la precarietà delle tregue in Siria; difatti Erdogan ribadisce che qualsiasi violazione da parte delle autorità siriane verrà vendicata mentre gli interessi di Putin sono sempre più contrastanti con quelli turchi, la base russa di Khmeimim ad esempio è stata ripetutamente resa bersaglio di attacchi da parte delle milizie jihadiste dei ribelli. Si tratta pur sempre di una guerra che dura da 9 anni, eppure nemmeno gli ultimi episodi riescono a cedere il passo al futuro della Siria in silenzio.

UE, ambiente e clima: dalla nuova proposta della Commissione all’Environment Council

EUROPA di

Settimana verde a Bruxelles: i temi di ambiente e clima sono stati al centro di molti dibattiti
europei. La Commissione europea ha presentato la proposta di legge europea sul clima per
conseguire la neutralità climatica entro il 2050, l’attivista svedese Greta Thunberg è intervenuta in
Parlamento europeo – rivolgendosi agli eurodeputati della commissione Ambiente – e al Consiglio
ambiente, che ha riunito i ministri di ambiente e clima degli Stati membri.

La proposta della Commissione

Il 4 marzo la Commissione ha presentato una proposta legislativa per sancire l’impegno politico
europeo di conseguire la neutralità climatica: la legge europea sul clima prevede gli obiettivi da
conseguire entro il 2050, fornendo la base per le politiche europee in materia e garantendo una
certa prevedibilità alle autorità e alle imprese. Inoltre, la Commissione europea ha avviato anche
una consultazione pubblica sul futuro del patto europeo per il clima, così da coinvolgere il
pubblico: per 12 settimane a partire dal 4 marzo, cittadini e portatori di interesse potranno avere
una voce importante nella progettazione di nuove azioni per il clima; i contributi saranno utilizzati
per definire il patto per il clima che sarà varato prima della conferenza delle Nazioni Unite sui
cambiamenti climatici in programma a Glasgow nel novembre 2020.
L’obiettivo proposto dalla legge europea per il clima è l’azzeramento delle emissioni nette di gas a
effetto serra entro il 2050: la legge sul clima prevede misure per verificare i progressi compiuti e
adeguare gli interventi di conseguenza, con la collaborazione dei piani nazionali per l’energia e il
clima degli Stati membri, l’Agenzia europea dell’ambiente e così via. Il tutto deve essere in linea
con il bilancio globale previsto dall’accordo di Parigi. Per raggiungere l’obiettivo entro il 2050, la
Commissione proporrà un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il
2030; entro giugno 2021 esaminerà gli strumenti politici a disposizione per conseguire gli obiettivi;
per il periodo 2030-2050 predisporrà una “traiettoria unionale” di riduzione delle emissioni di gas
a effetto serra, così da misurare i progressi compiuti e garantire prevedibilità alle autorità
pubbliche; entro il 2023, e ogni cinque anni, si valuteranno le misure nazionali in tale ambito; gli
Stati membri dovranno attuare strategie di adattamento, e la Commissione potrà indirizzare loro
raccomandazioni. La legge europea sul clima fa parte dell’ambizioso programma Green Deal;
prima di entrare in vigore, deve ottenere l’approvazione di Parlamento e Consiglio.

Greta Thunberg in Parlamento

Mercoledì 4 marzo l’attivista svedese è stata accolta a Bruxelles dagli eurodeputati della
commissione Ambiente per discutere la legge su clima, proposta dalla Commissione. Greta
Thunberg, senza troppi giri di parole, ha definito la proposta insufficiente: “l’UE deve mostrare la
via. Avete l’obbligo morale di farlo e avete un’opportunità economica e politica unica per
diventare leader mondiali nel clima. Voi stessi avete dichiarato che ci troviamo in un’emergenza
climatica. Avete detto che si tratta di una minaccia esistenziale. Adesso dovete dimostrare che fate
sul serio” ha affermato, aggiungendo che “Questa legge sul clima è una resa perché la natura non
fa sconti e non si fanno compromessi con la fisica”. Per la giovane attivista, il testo presentato
dalla Commissione Ue sul clima "manda il forte segnale che un'azione reale è in atto, quando in
realtà non è così. La dura verità è che non ci sono né le politiche né la consapevolezza necessaria.
Siamo nel pieno di una crisi che non viene trattata come tale”, accusando l’UE di mancata
consapevolezza, leadership e tempo.

Environment Council

Il 5 marzo si è riunito a Bruxelles il Consiglio Ambiente: i ministri dell’ambiente e del clima degli
Stati membri hanno avuto uno scambio di opinioni sul Green Deal europeo, hanno lavorato sui
passi concreti da adottare affinché l'UE raggiungesse il suo obiettivo di neutralità climatica entro il
2050 ed infine hanno discusso aree prioritarie, incoraggiato un'economia più efficiente sotto il
profilo delle risorse ed espresso sostegno per una giusta transizione alla neutralità climatica. Il
Consiglio ha adottato la strategia a lungo termine dell’UE da presentare all’UNFCCC: si ribadisce il
pieno impegno a favorire l’accordo di Parigi e a realizzare l’impatto climatico zero entro il 2050. In
aggiunta, il Consiglio ha adottato anche delle conclusioni per la qualità dell’aria, con il fine di
fornire orientamenti politici per ulteriori lavori nella lotta all’inquinamento atmosferico.
Anche in questa occasione è stata importante la presenza di Greta Thunberg, invitata dalla
presidenza croata del Consiglio per rappresentare il movimento Fridays for Future. Ribadendo la
sua posizione critica, l’attivista ha detto di avere la sensazione che manchi un senso di emergenza,
confermando la sua volontà di impegnarsi e lottare in questo ambito. Proprio per questo motivo,
dopo il discorso tenuto al Consiglio, Greta Thunberg ha raggiunto il movimento nella
manifestazione in corso davanti al palazzo dove si sono riuniti i ministri.

UE-Turchia: Charles Michel incontra Erdoğan ad Ankara

EUROPA di

Il 4 marzo, ad Ankara, il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha incontrato il Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan. Anche l’alto rappresentante Josep Borrell ha partecipato all’incontro.
Sul tavolo la situazione migratoria alle frontiere marittime e terrestri dell’Unione europea e la crisi in Siria.

Il contesto

L’incontro del 4 marzo tra Michel ed Erdoğan si inserisce in un quadro complesso, in continua evoluzione.
Nel dettaglio, negli ultimi giorni si è aperto un nuovo flusso di migranti dalla Turchia: solo nei primi due giorni di marzo sono arrivate dalla Turchia 1.200 persone. Ciò ricorda il flusso di circa un milione di richiedenti asilo che nel 2015 partì dalla Turchia e risalì l’Europa orientale, attraverso la cosiddetta “rotta balcanica”. Questo incide su una situazione già di per sé difficilissima con oltre 40 mila migranti, di cui più di 13 mila minori, bloccati nei campi sovraffollati delle isole greche in condizioni allarmanti, aggravate dalle tensioni scaturite recentemente. Save the Children ricorda che nelle isole greche “i bambini, vivono in condizioni disumane, dormendo anche all’aperto nei rigori invernali e sono esposti a rischi per la salute e a violenze e stanno pagando un prezzo altissimo”.
Alle frontiere dell’Unione europea, dunque, la situazione rischia di precipitare. Anche i principali leader europei temono che la situazione possa diventare di nuovo molto complicata: il Primo Ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, ad esempio, ha sospeso l’esame delle richieste di protezione dei migranti in arrivo dalla Turchia, mentre diversi suoi colleghi hanno parlato della necessità di rinforzare le frontiere estere dell’UE.
La partnership tra Unione europea e Turchia relativa alla questione migratoria è stata siglata nel 2016, quando, a seguito dell’incremento notevole dei flussi nel corso dell’anno precedente, le due parti hanno deciso di fermare la migrazione irregolare dalla Turchia verso l’UE. Questa decisione ha seguito il Piano d’azione comune UE-Turchia avviato il 29 novembre 2015 ed una dichiarazione UE-Turchia. L’accordo in questione mira a colpire il modello di business dei trafficanti di esseri umani ed elimina gli incentivi a percorrere rotte irregolari per raggiungere l’UE, nel pieno rispetto della legislazione europea ed internazionale.
In seguito all’accordo raggiunto nel 2016 , è stato stabilito il ritorno in Turchia di tutti i migranti irregolari in viaggio verso le isole greche. Gli Stati membri dell’UE, in quell’occasione, hanno altresì deciso di fornire tempestivamente alla Grecia i mezzi necessari per fronteggiare i flussi, tra cui guardie di frontiera, esperti in materia di asilo ed interpreti.⁹

L’incontro tra Michel ed Erdoğan

L’incontro del 4 marzo è stato definito “franco” ma “necessario”.
Relativamente alla questione migratoria, il Presidente del Consiglio europeo ha ribadito il suo sostegno a Grecia, Bulgaria e Cipro, riconoscendo altresì gli sforzi della Turchia nell’ospitare milioni di rifugiati. La dichiarazione UE-Turchia rimane la base del partenariato nel settore ed è stata concordata la necessità di continui sforzi da entrambe le parti.
Una nota del Consiglio precisa che “ridurre le attuali tensioni migratorie ai confini dell’Europa è essenziale” e che l’Unione europea si definisce “pronta ad accelerare il sostegno ai siriani in Turchia e alle loro comunità ospitanti”. L’UE, inoltre, si è detta disposta a fornire assistenza aggiuntiva agli sfollati a Idlib. Infine, si ribadisce la necessità di “un cessate il fuoco sostenibile e una soluzione politica duratura alla crisi siriana” e che “tutti gli attori rispettino il diritto internazionale umanitario”.
In giornata la Commissaria Ue per gli aiuti umanitari, Ylva Johannson, aveva dichiarato: “I confini dell’Unione europea non sono aperti e non devono esserlo. Siamo di fronte a una pressione straordinaria ai confini perciò serve solidarietà da parte di tutti gli Stati. Occorre proteggere i confini ma nel pieno rispetto dei diritti umani; e non c’è contraddizione tra difendere i nostri confini e difendere i diritti umani”.
“Gli Stati europei devono agire immediatamente per porre fine alle condizioni disumane in cui si trovano migliaia di bambini e adolescenti intrappolati sulle isole di approdo in Grecia, garantendo la loro accoglienza e protezione attraverso il ricollocamento, dando seguito all’appello del presidente del Parlamento europeo Sassoli sulla protezione dei minori più vulnerabili in condizioni di emergenza in Grecia” queste le parole di Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children. Quest’ultima ha sottolineato che la situazione che rischia di peggiorare ulteriormente ed in tale contesto, il richiamo alla responsabilità dei singoli stati non può rimanere inascoltato mettendo così a rischio la vita e il futuro di tanti minori. “Occorre immediatamente mettere in atto un meccanismo di responsabilità condivisa, che tuteli rifugiati e richiedenti asilo, anziché chiudersi in egoismi nazionali” ha proseguito la Milano“anche di fronte alla grave emergenza umanitaria con migliaia di persone al confine di Edirne, dove secondo le stime il 40% sono donne e bambini, gli Stati Europei non possono comportarsi come se la cosa non li riguardasse. Non si gioca con la vita dei bambini”.

Libia: si dimette l’inviato speciale delle Nazioni Unite Ghassan Salamè

AFRICA di

Dopo meno di tre anni dall’inizio del suo incarico, l’inviato speciale ONU in Libia, Ghassan Salamè, ha presentato le proprie dimissioni al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

Si tratta del sesto inviato Onu della Missione in Libia UNISMIL, nonché il secondo di origine libanese, a non essere riuscito a portare la pace nel Paese. Ghassan Salamé aveva ricevuto l’incarico il 16 giugno 2017, succedendo al tedesco Martin Kobler.

La notizia è stata diffusa dallo stesso Salamè mediante un tweet pubblicato la sera del 2 marzo.

“Mesi di stress insostenibile” è il suo commento amaro. “Per due anni ho cercato di riunire i libici, di frenare le interferenze esterne e preservare l’unità del paese. Dopo il vertice di Berlino è stata emessa la risoluzione 2510 e sono state aperte tre strade, nonostante l’esitazione di alcuni: oggi dichiaro che la mia salute non consente più questo tasso di stress, perciò ho chiesto al Segretario Generale di sollevarmi dall’incarico augurando alla Libia pace e stabilità”.

Secondo quanto espresso dallo stesso Salamè, quindi, dopo circa 3 anni dall’assunzione del mandato, le sue condizioni di salute non gli consentono più di far fronte al forte stress causato dalla missione stessa, viste le difficoltà riscontate nel raggiungere pace e stabilità nel Paese Nordafricano, nonché nel dialogare con le parti in conflitto. Bisogna inoltre considerare che da tempo il diplomatico libanese aveva fatto sapere che non avrebbe completato il suo mandato.

L’annuncio di Salamè segue il fallimento dei colloqui di stampo politico e militare intrapresi a Ginevra. Gli ultimi, avviati il 26 febbraio scorso, hanno registrato l’assenza di delegati dei due fronti rivali in Libia, facenti capo a Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar. Tali assenze in fase di negoziazione, in particolare il ritiro della delegazione di Serraj dai colloqui, sono state lette come un chiaro atto di sfiducia nei confronti dell’azione dell’emissario ONU nel conflitto libico.

Nelle ultime settimane, inoltre, le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar, hanno continuato a condurre attacchi contro Tripoli, compromettendo l’esito delle negoziazioni, e violando l’obbligo di “cessate il fuoco”.

Per alcuni, le dimissioni i Salamè dimostrano come la crisi libica sia giunta ad un vicolo cieco, in cui trovare una soluzione politica appare sempre più difficile. Salamè infatti era considerato come uno tra i pochi ad avere le giuste competenze per affrontare il difficile panorama libico, visto il suo vissuto, caratterizzato altresì dalla crisi politica e dalla guerra civile in Libano. Pertanto, la scelta di un successore e la definizione del suo mandato, si prospettano come passaggi delicati ed incerti.

 

Covid-19, la situazione in Repubblica Ceca: sospesi i voli per il nord Italia

EUROPA di

Domenica 1° marzo la Repubblica Ceca ha confermato i suoi primi tre casi di coronavirus: tutti e tre i pazienti hanno viaggiato dal nord Italia, ha detto il ministro della sanità Adam Vojtech. I giorni seguenti si sono aggiunti altri due casi: la Repubblica Ceca è il primo dei suoi vicini dell’Europa centrale a denunciare casi di coronavirus, sebbene si unisca all’elenco di altri paesi in Europa che combattono la diffusione del virus che ha contagiato più di 80.000 persone sin dalla sua prima apparizione in Cina.

I contagiati

I funzionari sanitari hanno affermato che i pazienti – tre cechi, una studentessa americana e una ragazza dell’Ecuador – hanno mostrato sintomi lievi di contagio da Covid-19, il coronavirus che da qualche mese si è diffuso dalla Cina in tutto il mondo. Tre si trovano a Praga e ora sono nell’ospedale Na Bulovce, e il quarto e il quinto nella città di Usti nad Labem, 90 km a nord della capitale. Tutti i pazienti sono isolati in reparti infettivi. Secondo il ministro della sanità, il decorso della malattia non è grave.

Il primo caso all’ospedale Na Bulovce è un uomo ceco, nato nel 1952, che ha soggiornato all’Università italiana di Udine, dove ha partecipato a una conferenza. Il secondo caso registrato è una ragazza degli Stati Uniti d’America, nata nel 1999, che studia a Milano: “È arrivata a Praga come turista. Più tardi, le sue condizioni sono peggiorate ed è stata esaminata per la prima volta a Motol. È stata trattata come potenzialmente infettiva, tutto il personale medico aveva dispositivi di protezione, quindi il rischio di infezione in ospedale è stato ridotto al minimo. Successivamente, è stata trasferita da Motol all’ospedale Na Bulovce”, ha aggiunto il ministro. Il terzo contagiato è nell’ospedale Masaryk di Usti nad Labem, è un uomo ceco, nato nel 1976, che era in vacanza sulla neve in Italia nella parte settentrionale del Veneto. La quarta contagiata è una donna di 53 anni tornata dal nord Italia che è stata ricoverata in ospedale a Usti nad Labem, la quinta è una giovane donna ecuadoregna che viaggiava con una studentessa americana risultata positiva.

Non è ancora chiaro quante sono le altre persone con cui i cinque sono entrati in contatto e se saranno messi in quarantena. Tuttavia, la buona notizia è che nessuno dei pazienti risulta essere in gravi condizioni. Il ministro Vojtěch ha aggiunto che si tratta di casi individuali ma, allo stesso tempo, si riconosce l’elevato rischio di contagio per tutti i cittadini cechi che hanno viaggiato in paesi contagiati. L’ufficio di igiene ceco sta lavorando in tutto il Paese al fine di individuare tutte le altre possibili persone che potrebbero essere a rischio, data la loro permanenza in Italia di recente.

Le misure prese

“Chiediamo a tutti di prendere seriamente in considerazione di non recarsi in quelle regioni (quelle colpite) per vacanze o gite sugli sci, se non in caso di necessità, perché esiste il pericolo”, ha detto il ministro Vojtech. All’inizio di febbraio, il governo ceco ha deciso di vietare i voli diretti tra la Cina e la Repubblica Ceca e il ministero degli Esteri ha smesso di rilasciare visti ai cittadini cinesi, aiutando però il paese con materiali adatti a combattere il virus – forniture mediche, respiratori, maschere, indumenti chirurgici e così via.

Lo stesso trattamento è stato riservato anche all’Italia, paese di contagio dei cinque pazienti cechi. Il Consiglio di sicurezza nazionale ha adottato delle restrizioni di viaggio e altre misure volte a fermare la diffusione del coronavirus nella Repubblica ceca. Il Consiglio ha annunciato che i voli da e per la Corea del Sud sarebbero stati sospesi a partire da martedì e che vi saranno ulteriori restrizioni sui collegamenti con le città del nord Italia di Milano, Venezia, Bologna e Bergamo, misure introdotte dopo l’approvazione della Commissione europea. La notizia è stata data dal Primo ministro Babis e confermata anche dal ministro dell’Industria Havlicek, che ha aggiunto: “la sospensione dei voli da e per le città italiane di Milano, Venezia e Bologna durerà due settimane e potrebbe essere estesa”.

Il Consiglio di sicurezza, che si riunirà di nuovo mercoledì per valutare l’attuale sviluppo intorno al coronavirus, ha anche deciso che le gare di biathlon della Coppa del Mondo a Nové Město na Moravě si svolgeranno ma senza spettatori.

Infine, alcune università hanno iniziato a sospendere i corsi e l’azienda di trasporti RegioJet ha pianificato di sospendere le sue rotte internazionali Praga-Venezia-Roma e Praga-Milano fino alla fine della settimana. Inoltre, a Brno, la Mendel University ha dichiarato che inizierà a svolgere i corsi online e sospenderà le lezioni fino al 15 marzo al fine di ridurre il contagio del coronavirus.

Napoli, 35 ° vertice italo-francese

EUROPA di

Un vertice del “rilancio della cooperazione fra i due Paesi”, quello tenutosi a Napoli il 27 febbraio tra il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ed il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Il summit ha coinvolto 11 ministri per parte e si è concluso con la cena offerta dal Capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella, al Palazzo Reale.
Un’intesa strategica nel settore dei migranti, della cooperazione industriale e scientifica, nonché un’occasione per stemperare le tensioni sulla diffusione del coronavirus.

Il patto di Napoli

A Napoli, Conte e Macron si sono concessi, prima dell’avvio ufficiale del summit, una visita culturale al Teatro San Ferdinando, dove era protagonista Eduardo De Filippo- autore caro al presidente francese- e alla Cappella Sansevero per ammirare il Cristo Velato. Poi una passeggiata nel centro della città, tra babà e caffè secondo la tradizione napoletana.
Quello tenutosi a Palazzo Reale è il 35° vertice intergovernativo tra Italia e Francia che, consapevoli delle responsabilità condivise in Europa e nel mondo intero, hanno riaffermato la comune volontà di progredire nel cammino dell’integrazione europea. Secondo i due leader, infatti, solo un’Unione europea più unita, sovrana e democratica può assicurare benessere e prosperità ai propri cittadini e svolgere il ruolo di attore cruciale nello scenario politico internazionale.
Evocando l’antica amicizia tra il popolo italiano ed il popolo francese, lasciando alle spalle le recenti controversie diplomatiche, Macron e Conte hanno rilasciato una dichiarazione finale congiunta in cui affermano l’intenzione di intensificare i rapporti bilaterali, fondati su solide radici e legami storici, che si riflettono nei valori condivisi dell’identità europea, nelle tradizioni comuni, nonché nella vicinanza linguistica e culturale.
Al fine di assicurare delle relazioni bilaterali più ambiziose e contribuire così più efficacemente al perseguimento degli obiettivi comuni, in Europa e nel mondo, i due governi agiranno entro un quadro strutturato di consultazioni rafforzate, dalle questioni che li riguardano più strettamente, alle politiche europee ed ai principali temi dell’agenda internazionale. In aggiunta a quelli già esistenti, al vertice di Napoli è stato concordato l’avvio di nuovi dialoghi strutturati in ambito economico -finanziario, migrazione, asilo e trasporti. Con riguardo alla gestione dei flussi migratori, con la Francia è stata condivisa la necessità di “una gestione strutturale e non più emergenziale dei flussi. L’Italia ha sempre chiesto un approccio a più livelli che comprenda uno sforzo europeo dal primo momento” come sottolineato dal Presidente del Consiglio italiano. Consultazioni periodiche avranno luogo altresì in materia di clima ed ambiente, anche a margine degli appuntamenti europei ed internazionali nei rispettivi settori.
Dal vertice che rappresenta “un salto di qualità” per Conte, riparte anche il progetto del Trattato del Quirinale, volto a rafforzare la cooperazione in diversi campi, sul modello di quello che Parigi ha stipulato con Berlino nel 1963. Sono molteplici i dossier su cui lavorare congiuntamente, come quello economico, il caso della Tav, il bilancio europeo-che entrambi i Paesi vogliono più ambizioso-ed il dossier libico su cui Italia e Francia sembrano finalmente allineate, affermando l’occorrenza di sforzi comuni e di un sostegno alla missione navale europea per il rispetto dell’embargo delle armi, respingendo, così, una soluzione militare al conflitto in corso.
In occasione del vertice sono stati firmati tre accordi, rispettivamente nel settore della difesa- Naval Group e Fincantieri- dell’economia-Cdp e Bpi France- e della cultura, tra università dei due paesi.
Con riferimento alle recenti tensioni tra i due Paesi, Macron ha ringraziato Mattarella per essere intervenuto al fine di superare le dissonanze diplomatiche.

La gestione congiunta del virus COVID-19

In merito al diffondersi del virus COVID-19, i due Paesi hanno convenuto sull’opportunità di mantenere l’apertura delle frontiere, condividere le informazioni relative ai viaggiatori di ritorno o diretti ad aree a rischio, le conoscenze scientifiche e le informazioni sulle misure di contrasto adottate, uniformare le informazioni rivolte ai professionisti ed al pubblico, mantenere costanti contatti, nonché riunioni periodiche a livello ministeriale, riservandosi di valutare nella specificità dei casi concreti le misure da adottare. L’appello rimane, tuttavia, quello di tornare alla normalità.
“Voglio esprimere la solidarietà all’Italia, al governo e agli operatori sanitari. Questo virus ci preoccupa tutti. La situazione può essere gestita solo con cooperazione europea e internazionale” queste le parole del Presidente francese. Conte, dal canto suo, ha sottolineato che “Il governo, fin dall’inizio ha affrontato con serietà l’emergenza sanitaria, in piena trasparenza e mettendo in atto le misure suggerite dai massimi esperti nel settore scientifico. E chiudere le frontiere sarebbe un danno irreversibile economico non praticabile”.

Difesa comune europea e nazionale, video intervista all’Europarlamentare Anna Cinzia Bonfrisco

EUROPA di

Inside Europe Intervista l’Europarlamentare Anna Cinzia Bonfrisco sui temi della Difesa comune Europea e del sistema difesa Italiano, stato dell’arte e nuove proposte. l’On. Anna Cinzia Bonfrisco nell’ambito del Parlamento Europeo è membro della commissione Difesa e Sicurezza e della Commissione Affari Esteri dell’Europarlamento.

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Alessandro Conte
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