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REGIONI - page 3

Cambiamenti climatici, la nuova strategia di adattamento dell’Unione europea

EUROPA di

Il 24 febbraio 2021 la Commissione europea ha adottato una nuova strategia di adattamento ai cambiamenti climatici per garantire la capacità degli Stati di saper reagire e di sapersi adattare con resilienza ai loro effetti. L’azione dell’UE in materia di cambiamenti climatici è volta, infatti, sia alla riduzione e alla mitigazione dei cambiamenti climatici, sia a migliorare le capacità di adattamento degli Stati membri, considerando le conseguenze che già vi sono e che causano all’economia danni per 12 miliardi di euro l’anno. “La pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili”. Queste le parole di Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo.

Continua la lotta ai cambiamenti climatici

L’Unione europea è divenuta un leader nel settore della lotta ai cambiamenti climatici e, anno dopo anno, non sono mancate nuove strategie e novità per far fronte ad uno dei principali problemi del 21° secolo. Ciononostante, anche se si riuscisse a mettere fine a tutte le emissioni di gas a effetto serra, per anni dovremo avere a che fare, ancora, con gli effetti dei cambiamenti climatici già in corso. Gli eventi climatici e metereologici estremi, dovuti all’emissione di gas a effetto serra, sono sempre più frequenti ed hanno un impatto diretto sulla società. Gli incendi boschivi, le ondate di calore e la siccità, gli uragani, le carenze idriche: sono tutti fenomeni causati dai cambiamenti climatici e che incidono direttamente sull’economia europea con perdite di circa 12 miliardi di euro l’anno. A risentirne sono, principalmente, l’agricoltura, l’acquacoltura, il turismo, il trasporto merci sui fiumi e così via.

È importante, dunque, garantire un continuo aggiornamento delle strategie europee in materia di cambiamenti climatici e, soprattutto, garantire la capacità di adattamento e resilienza degli Stati membri, che mentre promuovono politiche volte al contrasto del climate change, devono imparare a convivere con i suoi effetti.

La nuova strategia

La strategia adottata dalla Commissione europea il 24 febbraio va di pari passo con l’impegno dell’UE di diventare climaticamente neutra entro il 2050. Tuttavia, come detto, oltre ad agire per contrastare i cambiamenti climatici, l’UE considera fondamentale anche agire per garantire una miglior capacità di adattamento degli Stati membri, vista l’inevitabilità degli effetti. La strategia mira, dunque, ad intensificare l’azione in tutti i settori dell’economia e della società con un adattamento più intelligente, rapido e sistemico. In linea con quanto previsto dal Green Deal europeo, particolare importanza è rivolta alla modalità di raggiungimento di un buon livello di resilienza: è essenziale che, anche in questo caso, si faccia fede ad un modo giusto ed equo di azione.

Particolare attenzione è rivolta, poi, all’azione internazionale: l’UE intende continuare a cooperare con gli altri paesi, in particolar modo i paesi parte dell’accordo di Parigi, garantendo tre azioni. In primo luogo, aumentare il sostegno alla resilienza e alla preparazione ai cambiamenti climatici a livello internazionale. Poi, aumentare i finanziamenti internazionali per rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici, arrivati alla cifra di 21,9 miliardi di euro. Infine, rafforzare l’impegno e gli scambi a livello mondiale.

Gli obiettivi

La strategia persegue tre obiettivi: rendere l’adattamento più intelligente; rendere l’adattamento più sistemico; accelerare l’adattamento trasversale. La Commissione, nel perseguire questi obiettivi, continuerà a fornire orientamenti, capacità tecnica e opportunità di finanziamento per aiutare gli Stati membri, le regioni e le amministrazioni locali nell’attuazione delle strategie di adattamento. Inoltre, verrà potenziata la piattaforma europea Climate-ADAPT, realizzata per far ampliare le conoscenze in materia di adattamento, collegandola ad altri portali e fonti di informazioni e rendendole accessibili ai cittadini. In particolare, si possono approfondire con molteplici dati gli effetti dei cambiamenti climatici, gli aspetti socioeconomici connessi e i costi, ma anche i benefici, dell’adattamento. Si tratta di uno strumento alla portata di tutti che aiuterà nell’implementazione di politiche di resilienza.

L’intervento di Timmermans

Parlando della strategia europea sul tema, il vicepresidente della Commissione UE, nonché responsabile per il Green Deal europeo, ha riconosciuto l’importanza della strategia anche per le questioni legate al mediterraneo. In particolare, si è affermato che nel Mediterraneo “c’è un problema gigantesco” per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici. “Ci sarà anche una pressione migratoria enorme se non riusciamo a evitare conflitti per esempio sull’acqua, e mi sembra logico e necessario un dialogo con tutti i paesi del Mediterraneo” ha poi aggiunto.

Infine, richiamando la situazione attuale, il Vicepresidente ha affermato che “la pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili – che si fanno già sentire sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea”. “Se ci prepariamo oggi, possiamo ancora costruire un domani resiliente ai cambiamenti climatici”, ha concluso Timmermans.

Minaccia terroristica in crescita in Africa: Mozambico nel panico

AFRICA di

Il movimento globale salafita-jihadista, che include al Qaeda e lo Stato islamico, continua a diffondersi in Africa. Di recente la regione settentrionale del Mozambico è stato protagonista di un’insurrezione ad opera di un gruppo legato al movimento. Questa insurrezione, come quelle in Mali e Somalia, rischia di diffondersi nei paesi vicini e di offrire un rifugio stabile ai militanti estremisti, a discapito del crescente numero di civili costretti a scappare dal loro paese.

Le minacce salafita-jihadiste, intrecciate ai conflitti locali, stanno già affliggendo molte delle maggiori popolazioni ed economie dell’Africa, tra cui l’Algeria, l’Egitto, il Kenya e la Nigeria, che affrontano insurrezioni all’interno o poco al di là dei loro confini. Il gruppo insurrezionalista formatosi in Mozambico settentrionale a causa dei recenti cambiamenti economici e della debolezza nella gestione delle sfide di governance da parte dello stato mozambicano, minaccia ora di interrompere la produzione di gas naturale liquefatto, considerato la pietra angolare della futura crescita economica del Mozambico. Questo scenario si preannuncia ancor più disastroso, nel caso in cui la crisi dovesse riverberarsi sui paesi confinanti, e in particolare su economie emergenti come quelle del Sud Africa e della Tanzania.

 

Le conseguenze di questo scenario

Se ciò dovesse verificarsi, il gruppo dello Stato Islamico in Mozambico (IS-M) potrà godere di un punto d’appoggio duraturo nella provincia di Cabo Delgado, in cui la presenza militare del governo non è in grado di avviare un’offensiva a causa di carenze nel settore della sicurezza e altre priorità concorrenti. Non che una difesa militare significativa potrebbe aiutare la causa. Il governo del Mozambico, indirizzato verso democrazia solo nel 1992 quando è uscito da una lunga guerra civile, ha visto riaccendere nel 2013 le ostilità fra le fazioni locali.  È in questo contesto che la minaccia terroristica diventa un detonatore non solo di natura politica, ma anche economica. Difficilmente infatti l’economia del paese potrebbe risollevarsi dopo una seconda guerra civile.

A preoccupare ulteriormente è anche il modo in cui viene gestita la crisi umanitaria e i flussi migratori, di vitale importanza per prevenire un’ulteriore radicalizzazione e internazionalizzazione del problema. Gli sfollati, vittime di violenza e discriminazione negli altri paesi, potrebbero infatti optare per un ritorno sotto il controllo dell’IS-M, permettendo così un consolidamento del loro controllo nella regione.

Dal momento che il governo del Mozambico non dispone delle risorse e della capacità per affrontare le sfide umanitarie e di sicurezza, il contributo internazionale risulta di fondamentale rilevanza, soprattutto se realizzato nel breve periodo. Un ritardo nella gestione della crisi provocherebbe infatti la crescente espansione del gruppo sul territorio, con il conseguente aumento delle occasioni per i gruppi jihadisti di reclutare attori esterni attratti dalle prospettive di profitto economico e di status sociale.

 

Attacco in Congo, morto l’ambasciatore italiano Luca Attanasio

AFRICA di

L’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e un carabiniere della sua scorta, Vittorio Iacovacci, sono morti nel corso di un attacco ad un convoglio delle Nazioni Unite nel parco dei Virunga, ad est del Paese africano. Tra le vittime, anche l’autista Musapha Milambo.

 

L’attacco al conguaglio delle Nazioni Unite

La delegazione era partita da Goma, in pieno parco dei Virunga, ed era diretta in visita ad un programma di alimentazione scolastica del World Food Program (WFP) a Rutshuru, come parte di un convoglio della missione di peacekeeping Onu Monusco, che dal 2010 opera per la stabilizzazione della RDC. Secondo un portavoce del Parco nazionale, l’attacco è avvenuto alle 10.15 ora locale — le 9.15 italiane — presso la località di Kanyamahoro, a pochi chilometri a nord di Goma, con l’obiettivo di sequestrare personale Onu. La strada in cui è avvenuto l’attacco era stata ritenuta “sicura” e quindi senza necessità di scorta.

Dall’inizio della missione Onu, 93 dei suoi componenti sono rimasti uccisi, a testimonianza della pericolosità del territorio in cui questa è chiamata ad agire. Appena una settimana fa, dieci civili sono stati massacrati in una località limitrofa, portando a cinquanta il numero dei civili uccisi nella provincia congolese del Nord Kivu nell’ultimo mese, secondo quanto dichiarato dall’Agenzia francese AFP. Sono numerosi, infatti, i gruppi armati che operano nella zona dei monti Virunga, fra Congo, Ruanda e Uganda, e spesso prendono di mira i ranger del parco.

Attanasio è il secondo ambasciatore europeo ad essere ucciso nella Repubblica Democratica del Congo: nel gennaio 1993 l’ambasciatore francese Philippe Bernard perse la vita durante una rivolta nella capitale Kinshasa.

 

Chi era Luca Attanasio

Riconfermato il 31 ottobre 2019, in qualità di ambasciatore Straordinario Plenipotenziario accreditato a Kinshasa, Attanasio era nato a Saronno, in provincia di Varese, nel 1977 ed era in Congo dal 5 settembre 2017, quando fu nominato capo della missione italiana in loco. Prima dell’assunzione dell’incarico nella RDC, Attanasio aveva rappresentato lo Stato italiano in Marocco, Nigeria e Svizzera. Dopo essere rientrato alla Farnesina nel 2013, come Capo Segreteria della direzione generale per la mondializzazione e gli affari globali, era tornato in Africa nel 2015, in qualità di primo consigliere presso l’ambasciata d’Italia ad Abuja, in Nigeria. 

 

«Missione pericolosa ma dare esempio»

Lo scorso ottobre era stato insignito del Premio Internazionale Nassiriya per la Pace 2020: un premio che riconosceva “il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli” e “per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari distinguendosi per l’altruismo, la dedizione e lo spirito di servizio a sostegno delle persone in difficoltà“. Il riconoscimento era stato condiviso con la mogle, Zabia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che opera nelle aree più difficili della Repubblica democratica del Congo, lavorando con bambini e giovani madri. “Non si può essere ciechi davanti a situazioni difficili che hanno come protagonisti i bambini“, aveva spiegato in quella occasione Zakia. “È necessario agire per dare loro un futuro migliore. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo“.

Quella dell’ambasciatore è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio”. Erano queste le parole che l’ambasciatore Luca Attanasio rilasciò in occasione del ricevimento del premio da parte dell’associazione culturale “Elaia”.

In Congo – proseguiva Attanasio – parole come pace, salute, istruzione, sono un privilegio per pochissimi, e oggi la Repubblica Democratica del Congo è assetata di pace, dopo tre guerre durate un ventennio”.

 

Dolore e sgomento in Italia e in Europa

In un comunicato, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, di rientro in urgenza dal Consiglio Affari Esteri di Bruxelles, ha chiarito che “non sono ancora chiare le circostanze di questo brutale attacco e nessuno sforzo verrà risparmiato per fare luce su quanto accaduto”, ricordando che la procura di Roma ha aperto un’indagine per sequestro di persona e terrorismo. Seguono le parole dell’Alto Rappresentante UE Josep Borrell:”Con tutti i ministri degli Esteri Ue, abbiamo espresso la nostra vicinanza al ministro Luigi Di Maio e all’Italia, per la morte di tre persone nella Repubblica Democratica del Congo, fra cui l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Restiamo determinati a continuare a combattere contro ogni violenza nella regione”.

Cooperazione UE-Cina in forte aumento dall’inizio della pandemia

ASIA PACIFICO/EUROPA di

Nel 2020, la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Unione europea, superando gli Stati Uniti. Con l’accordo globale sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investment, CAI) la collaborazione dell’UE e della Cina ha continuato a fare progressi, mentre sul versante transatlantico il futuro rimane ancora poco chiaro.

Gli ultimi dati dell’Eurostat mostrano che il volume degli scambi dell’UE con la Cina ha raggiunto i 586 miliardi di euro nel 2020, rispetto ai 555 miliardi di euro degli Stati Uniti. Le importazioni dell’UE dalla Cina sono aumentate del 5,6%, mentre le esportazioni verso la Cina sono aumentate del 2,2%. Allo stesso tempo, il commercio con gli Stati Uniti ha registrato un calo significativo sia delle importazioni (-13,2%) che delle esportazioni (-8,2%).

Il commercio di prodotti europei riguarda in particolare i settori automobilistico e dei beni di lusso. Nel frattempo, le esportazioni cinesi in Europa hanno beneficiato della forte domanda di apparecchiature mediche ed elettronica. “Molte forniture mediche anti-virus vengono trasportate nell’UE tramite i treni merci Cina-Europa in costante funzionamento”, ha affermato Cui Hongjian, direttore del dipartimento di Studi Europei presso il China Institute of International Studies.

Un record di 12.400 viaggi in treno merci Cina-Europa sono stati effettuati nel 2020, in crescita del 50% rispetto all’anno precedente, permettendo una maggiore cooperazione globale per combattere il COVID-19.

L’UE è il secondo partner commerciale della Cina nel 2020, superata dall’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), che ha visto i volumi commerciali con la Cina raggiungere i 4,74 trilioni di yuan lo scorso anno, un aumento del 7% su base annua.

“La dipendenza economica dell’UE dai prodotti cinesi, in particolare i prodotti per la prevenzione dei virus, è aumentata lo scorso anno, ma poiché l’UE ha invitato a costruire la propria catena di approvvigionamento, è ancora un punto interrogativo se il primato della Cina nel commercio con l’UE verrà mantenuto nel 2021 “, ha detto Cui al Global Times.

La perdita del primato degli Stati Uniti nel commercio con l’UE nel 2020 non si è verificata solo a causa della crisi sanitaria globale, ma è stata anche il risvolto naturale della presidenza statunitense sotto l’amministrazione Trump.

E’ certo che l’accordo CAI, i cui negoziati si sono conclusi alla fine del 2020, aumenterà la fiducia nei confronti delle società europee in Cina, purché quest’ultima si impegni a fornire un maggiore accesso agli investitori europei. In questo modo i legami bilaterali non potranno che rafforzarsi ulteriormente.

Nonostante gli ottimi pronostici, l’accordo CAI subirà ulteriori revisioni legali e tecniche prima di essere sottoposto all’approvazione del Consiglio europeo e del Parlamento europeo, un processo che l’UE ha dichiarato di voler completare entro l’inizio del 2022.

Le implicazioni politiche del caso Navalny coinvolgono la Corte di Strasburgo

EST EUROPA di
 

Sin dall’estate scorsa il panorama internazionale è stato monopolizzato dal caso Navalny che ha drammaticamente peggiorato le relazioni russo-europee portando le parti sulla strada dello scontro e ai livelli sperimentati nel 2014 a seguito della Crisi Ucraina.

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Commissione europea, al via una politica commerciale più sostenibile

EUROPA di

Il rapporto tra commercio e sostenibilità è al centro dell’agenda europea da diverso tempo, sia per l’importanza che ricopre il commercio come strumento di diffusione dei valori europei, sia per il modo in cui incide su ambiente e clima. A tal fine, il 18 febbraio la Commissione europea ha presentato la sua strategia commerciale per una politica aperta, sostenibile e assertiva, volta a riformare l’OMC con regole più eque e sostenibili. I prossimi anni, dunque, saranno caratterizzati da una apertura dell’UE per contribuire alla ripresa economica sostenendo anche la trasformazione verde e digitale e procedendo verso una riforma delle norme commerciali globali. La strategia lanciata dalla Commissione europea si basa su una consultazione pubblica ampia e inclusiva, lavorando a contatto con gli Stati membri, il Parlamento europeo, le imprese e la società civile.

Commercio e sviluppo sostenibile

L’Unione europea ha dimostrato il proprio impegno in materia di clima e ambiente sin da subito, diventando un attore di primo piano nella promozione del rispetto dell’ambiente e delle norme ambientali internazionali. In questa attività, è centrale la politica commerciale europea, sia come mezzo di diffusione dei valori, degli standard e dei principi dell’UE, sia perché se non gestita bene, è suscettibile di incidere negativamente su ambiente e clima, comportando ingenti scambi tra l’UE e i Paesi terzi. Negli ultimi anni, l’UE ha, dunque, sviluppato una serie di regole e strategie commerciali volte ad assicurare un commercio sostenibile ed equo sia negli accordi commerciali bilaterali, sia nei negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.

In particolare, tutti i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea contengono un capitolo apposito dedicato al rapporto tra Commercio e Sviluppo Sostenibile – Trade and Sustainable Development Chapter – con impegni specifici volti a ratificare ed attuare gli accordi multilaterali ambientali, tra cui l’Accordo di Parigi. Tale capitolo, generalmente, contiene norme sul clima, la biodiversità, la gestione delle foreste, la gestione dei rifiuti, la condotta aziendale responsabile e il rispetto dei diritti dei lavoratori. L’impegno dell’Unione europea in materia di sostenibilità, clima e protezione ambientale è presente da diversi anni e andrà via via aumentando e consolidandosi, fino a garantire effettivi meccanismi di applicazione e azioni efficaci in caso di mancato rispetto di tali capitoli.

La nuova strategia

Le sfide che ha dovuto affrontare l’Unione europea nell’ultimo anno sono molteplici e si aggiungono a quelle che dovranno essere affrontate prossimamente: la ripresa economica, i cambiamenti climatici e il degrado ambientale, le tensioni internazionali anche per la corsa ai vaccini e la difesa del multilateralismo. La nuova strategia pubblicata dalla Commissione europea si inserisce proprio in questo contesto: andrà ad intensificare l’integrazione della politica commerciale dell’UE nelle priorità economiche dell’UE, così come previsto dal Green Deal europeo, e affermerà il ruolo della politica commerciale dell’UE nell’ambito della ripresa economica post-Covid. Avere un ruolo di primo piano nella lotta ai cambiamenti climatici e nella protezione ambientale fa sì che l’UE debba integrare questi aspetti in ogni politica portata avanti e, per di più, la posizione di leader dell’UE nel commercio mondiale fa sì che si garantisca un commercio equo e sostenibile.

Gli obiettivi previsti

La nuova strategia ha come scopo la creazione di una politica commerciale aperta, sostenibile e assertiva. Queste tre caratteristiche figurano proprio come gli obiettivi fondamentali da portare a termine nell’ambito della strategia. In primo luogo, la politica commerciale dell’UE è volta al sostegno della ripresa e della trasformazione verde e digitale dell’economia; poi, definisce le norme per una globalizzazione più sostenibile ed equa; infine, vuole aumentare la capacità dell’UE di perseguire i propri interessi e far valere i propri diritti.

Questi tre obiettivi verranno conseguiti nell’ambito della riforma dell’OMC, sostenendo la transizione verde con catene del valore responsabili, rafforzando l’impatto normativo dell’UE, sviluppando ulteriori partenariati con i paesi vicini e l’Africa, e rafforzando la fase di applicazione degli accordi commerciali a parità di condizioni con gli altri Paesi. L’Unione europea investe molto sull’importanza del commercio con i Paesi terzi e si ritiene che il modo migliore per garantire la prosperità dell’UE sia proprio continuare con gli scambi commerciali globali. La novità principale della strategia è nel concetto di “autonomia strategica aperta”: l’UE vuole inserirsi e rimanere nella scena mondiale collaborando con quanti più partner possibili, e intensificando la cooperazione transatlantica ma, allo stesso tempo, rimanendo autonoma e affermandosi come attore principale, senza trovarsi ad essere indifesa. In particolare, si ritiene che l’apertura e l’impegno rappresentino una scelta strategica che favorisce la prosperità, la competitività e il dinamismo.

A tal proposito, il Vicepresidente esecutivo, nonché Commissario per il Commercio, Dombrovskis, ha dichiarato, presentando la strategia, “Adottiamo un approccio aperto, strategico e assertivo, che sottolinea la capacità dell’UE di compiere le proprie scelte e di plasmare il mondo che la circonda attraverso la leadership e l’impegno, e che rispecchia i nostri interessi strategici e i nostri valori”.

Il piano Hera incubator per un’UE pronta alla crescente minaccia delle varianti

EUROPA di

L’Unione europea deve fare i conti con nuove minacce, già presenti o che si profilano all’orizzonte: fra queste, la comparsa e il moltiplicarsi delle varianti del Covid-19 che si stanno sviluppando e diffondendo in Europa e nel mondo. A tal fine, il 17 febbraio, la Commissione europea ha proposto un’azione immediata tramite il Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”. Il piano sarà finalizzato ad individuare le nuove varianti, incentivare lo sviluppo di vaccini adattati e nuovi, accelerarne il processo di approvazione ed aumentare la capacità produttiva. Attualmente i vaccini autorizzati sono considerati efficaci per le varianti note, tuttavia, l’Unione europea deve essere pronta e preparata rispetto alla possibilità che future varianti siano resistenti ai vaccini esistenti. In definitiva, l’UE è chiamata ad agire, compensando i ritardi riscontrati in altre fasi dell’emergenza nonché fronteggiando le difficoltà emerse nella sua gestione.

L’evoluzione della strategia dell’UE sui vaccini

La strategia dell’Unione europea sui vaccini, frutto di un accordo tra la Commissione europea e gli Stati membri, ha permesso di accedere a 2,6 miliardi di dosi nell’ambito del più ampio portafoglio mondiale di vaccini contro il Covid-19. A meno di un anno di distanza dalla comparsa del virus in Europa, in tutti gli Stati membri dell’UE sono state avviate le vaccinazioni: si tratta di un risultato notevole, tuttavia, al contempo, si riscontrano numerose difficoltà nella gestione della campagna vaccinale europea, a cui si aggiunge la comparsa di nuove varianti del virus.

Quanto alle criticità riscontrate nella produzione dei vaccini, al fine di rafforzare la capacità produttiva in Europa, risulta essere necessaria una cooperazione pubblico-privato molto più stretta, integrata e strategica con l’industria. In quest’ottica la Commissione ha istituito una task force per l’aumento della produzione industriale di vaccini contro il Covid-19, per individuare le criticità e contribuire a rispondervi in tempo reale. Inoltre, al fine di fornire una risposta collettiva europea mirata ed immediata, la Commissione ha annunciato un nuovo piano per fronteggiare la comparsa di nuove varianti del virus.

Il piano “Hera Incubator”

Implementare azioni chiave per migliorare la preparazione, sviluppare vaccini per le varianti di Covid-19 e aumentare la produzione industriale: questo l’obiettivo del Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”, annunciato dalla Commissione europea il 17 febbraio per fronteggiare la nuova fase dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, vale a dire quella della scoperta di nuove varianti del virus nonché delle nuove sfide correlate all’aumento della produzione dei vaccini.

Il Piano prevede la collaborazione tra ricercatori, aziende di biotecnologie, produttori e autorità pubbliche nell’UE e a livello mondiale. In primo luogo, al fine di individuare, analizzare e valutare le varianti, sarà necessario lo sviluppo di test specializzati nonché il sostegno al sequenziamento del genoma negli Stati membri con finanziamenti per almeno 75 milioni di €; la Commissione europea mira, inoltre, ad intensificare la ricerca e lo scambio di dati sulle varianti stanziando ulteriori 150 milioni di €. In secondo luogo, l’UE sarà chiamata ad attuare la velocizzazione delle procedure di approvazione dei vaccini mettendo a punto un meccanismo di approvazione accelerata. Infine, sarà altresì necessario aumentare la produzione dei vaccini, aggiornando gli accordi preliminari di acquisto, stipulandone nuovi e collaborando strettamente con i produttori.

Le azioni annunciate dalla Commissione europea andranno ad integrare la cooperazione globale nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e le altre iniziative su scala mondiale in tema di vaccini. Esse serviranno, inoltre, a preparare il terreno all’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, HERA, la quale costituirà una struttura permanente operante nel settore.

Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen

“La nostra priorità è fare in modo che tutti gli europei abbiano accesso quanto prima a vaccini sicuri ed efficaci contro la COVID-19. La comparsa di nuove varianti del virus è molto rapida e dobbiamo essere ancora più veloci nell’adattare la nostra risposta” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciando le nuove misure nell’ambito del piano Hera Incubator. Quest’ultima, pochi giorni prima, nell’ambito di una riunione plenaria del Parlamento europeo, parlando dello stato della campagna vaccinale in Europa e delle difficoltà riscontrate nelle ultime settimane nel fornire ai paesi membri sufficienti dosi, aveva dichiarato “Non siamo al punto dove vorremmo essere. Ci siamo mossi in ritardo con le autorizzazioni. Siamo stati troppo ottimisti riguardo alla produzione di massa e forse troppo fiduciosi che quelli che avevamo ordinato sarebbero stati consegnati in tempo”. Ursula von der Leyen ha, dunque, ammesso i ritardi riscontrati nella vaccinazione di massa, ribadendo però la promessa che entro la fine dell’estate il 70% degli adulti sarà vaccinato e sottolineando l’importanza di un impegno collettivo.

In questa nuova fase, dunque, emerge come l’Unione europea voglia riconoscere gli errori compiuti nel passato, imparando da essi ed agendo in maniera preventiva e mirata.

Hong Kong vieta ai suoi cittadini la doppia cittadinanza

ASIA PACIFICO di

Secondo la legge cinese, la doppia nazionalità non è riconosciuta a Hong Kong e le autorità non sono tenute per legge a concedere l’accesso consolare a coloro che detengono il doppio passaporto. Il principale organo legislativo di Pechino ha stabilito questi regolamenti a Hong Kong nel 1996, un anno prima del passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna. Ma le regole non sono mai state applicate sinora.

Hong Kong ospita 300.000 passaporti canadesi, 100.000 australiani e 85.000 americani, molti dei quali con doppia cittadinanza.

“In passato, se avevi la doppia nazionalità ed incontravi dei problemi, sebbene la legge lo vietasse, nella pratica si poteva ancora godere delle protezioni del consolato, ora invece le cose sono cambiate”, ha detto Eric Cheung, ricercatore presso l’Università di Hong Kong. Questo è un altro segno che la regola del “One country, two systems” a Hong Kong – che scadrà formalmente nel 2047 – sta già evaporando.

Questo cambiamento di politica potrebbe avere delle profonde implicazioni nella vita di molte persone.

Aumenta infatti l’incertezza per i cittadini di Hong Kong con la seconda cittadinanza australiana, britannica, o americana, in quanto non solo non verrà più riconosciuto dalla fine di gennaio il passaporto con doppia nazionalità come documento di viaggio valido, ma i residenti di Hong Kong non avrebbero neanche più diritto all’assistenza consolare straniera.

In altre parole, secondo la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong chiunque sia in possesso di doppia cittadinanza, sarà considerato solo cittadino cinese, e non potrà quindi beneficiare della protezione consolare straniera, né il governo straniero potrà intervenire nel processo giudiziario di Hong Kong.

Il governo britannico aveva già aggiornato i suoi consigli di viaggio lunedì, avvertendo i cittadini britannici che Hong Kong non riconosce la doppia nazionalità e l’assistenza consolare potrebbe essere limitata. Lo stesso è avvenuto da parte del governo australiano mercoledì pomeriggio. La Gran Bretagna ha poi aperto un programma di visti per milioni di cittadini di Hong Kong per consentire loro di reinsediarsi nel Regno Unito. Il mese scorso, i funzionari canadesi hanno anche espresso preoccupazione dopo che il governo è stato informato che un prigioniero con doppia nazionalità canadese a Hong Kong doveva scegliere una sola nazionalità.

 

La Colombia garantisce lo status legale ai migranti venezuelani

AMERICHE di

Ai migranti venezuelani e ai richiedenti asilo in Colombia verrà concesso lo status protetto per un massimo di 10 anni, ha annunciato lunedì il presidente colombiano Ivan Duque insieme a Filippo Grandi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Tutti coloro che arriveranno ​​in Colombia prima del 31 gennaio sarà infatti consentito rimanere nel paese per un decennio in base alle nuove regole. Il possesso dello status di residente protetto consentirà inoltre ai migranti di lavorare legalmente e li aiuterà a integrarsi nella società.

Le Nazioni Unite stimano che circa 5,4 milioni di venezuelani siano fuggiti dal loro paese in mezzo a una crisi economica paralizzante, oltre a minacce di violenza, instabilità politica e mancanza di beni e servizi di base. Durante l’incontro, Duque ha detto che i venezuelani hanno lasciato il loro Paese “a causa della dittatura e della povertà” e che “è doloroso assistere a queste circostanze”. Più di 1,7 milioni di venezuelani vivono ora nella vicina Colombia, e di questi, circa 966.000 non hanno uno status legale nel paese, secondo l’autorità di immigrazione della Colombia. La maggior parte arriva attraverso passaggi di frontiera improvvisati e senza i documenti necessari o il timbro di immigrazione per ottenere l’accesso al lavoro o all’assistenza sanitaria.

Le autorità per l’immigrazione stanno ora ponendo maggiore enfasi sull’incoraggiamento dei migranti e dei richiedenti asilo ad entrare in Colombia attraverso dei canali ufficiali. Anche le organizzazioni umanitarie e i responsabili politici in Colombia e all’estero hanno accolto con favore l’annuncio di lunedì. “Ogni giorno i bisogni dei venezuelani in Colombia crescono, esacerbati dagli effetti della pandemia”, ha detto Marianne Menjivar, direttrice del Comitato di soccorso internazionale per Colombia e Venezuela. “La Colombia è diventata il paese del Sud America che ospita il maggior numero di migranti venezuelani … Le iniziative di regolarizzazione come quella annunciata oggi sono un passo per garantire la protezione delle persone che vivono in condizioni di vulnerabilità, fornendo loro strumenti per ricostruire le loro vite”, ha affermato in una dichiarazione.

“Questo è un primo passo importante per aiutare a garantire l’integrazione di questa popolazione che è stata emarginata a causa del loro status illegale”, ha detto Aprile direttore colombiano di Mercy Corps, aggiungendo tuttavia che i migranti venezuelani devono ancora affrontare sfide significative nell’accesso all’istruzione, alla salute e ad altri servizi. “La risoluzione di questi problemi richiederà il sostegno del governo, del settore privato e delle ONG in tutto il paese”, continua Aprile.

Alcuni osservatori hanno tuttavia sollevato preoccupazioni circa la capacità del governo di concedere logisticamente lo status di protezione a così tanti migranti venezuelani e richiedenti asilo e di fornire loro finanziariamente l’accesso ai servizi sociali. La Colombia non riceve tanti finanziamenti per gli aiuti internazionali quanto le altre crisi migratorie globali, come la Siria e il Sudan, ha affermato Sergio Guzman, direttore della Colombia Risk Analysis, una società di consulenza sui rischi a Bogotà.

Gli analisti della Brookings Institution hanno stimato a dicembre 2019 che la comunità internazionale aveva speso 580 milioni di dollari per rispondere alla crisi degli sfollati venezuelani nei suoi primi quattro anni, rispetto ai 7,8 miliardi di dollari spesi nei primi quattro anni di risposta alla crisi dei rifugiati siriani.

“La Colombia è sottofinanziata, deve affrontare un deficit fiscale pronunciato, dovendo vendere beni del governo per finanziare i suoi attuali livelli di spesa, che sono destinati a crescere con una domanda aggiuntiva da parte dei cittadini venezuelani”, ha ribadito Guzman.

Peraltro, la Colombia sta attualmente attraversando uno dei suoi momenti più difficili, con molte questioni economiche e politiche ancora aperte, senza parlare degli effetti della pandemia che hanno ulteriormente inasprito le tensioni sociali. Includere la migrazione venezuelana nell’equazione avrà sicuramente dei costi e dei benefici, resta però da vedere come questa sfida sarà gestita nel breve periodo.

La controversa visita di Borrell in Russia e la difficoltà dell’UE di affermarsi come attore geopolitico globale

EUROPA di

La scorsa settimana, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si è recato in Russia per una visita ufficiale nell’ambito della quale ha incontrato Sergei Lavrov, il Ministro degli esteri russo. La visita era molto attesa: si è trattato, invero, della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato nel 2019; inoltre, recentemente i rapporti tra l’Unione europea e la Federazione russa sono molto tesi per via del caso Navalny. Uno degli obiettivi primari di Borrell era proprio quello di esercitare delle pressioni per la liberazione del dissidente russo, tuttavia, la sua visita in Russia è stata considerata fallimentare e Lavrov ha definito l’UE “un partner inaffidabile” nelle questioni di politica estera. Inoltre, proprio durante la visita, vi è stata è stata l’espulsione da parte delle autorità russe di tre diplomatici europei. La condanna alla visita di Borrell è stata, dunque, pressoché unanime e non sono mancate critiche anche dalle istituzioni europee. In definitiva, emerge, ancora una volta, la difficoltà dell’Unione europea di affermarsi come un attore geopolitico globale, dovuta altresì ai differenti approcci dei singoli Stati membri nei rapporti con Mosca.

L’ obiettivo della visita di Borrell

Nell’ambito della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, considerato il capo della diplomazia europea, ha incontrato il Ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, affrontando questioni come il rilascio di Navalny, le relazioni bilaterali UE-Russia, il rispetto dello stato di diritto, dei diritti umani e della libertà politica.

Uno degli obiettivi primari della visita era, dunque, esercitare pressioni sulle autorità russe per il caso Navalny: l’avvelenamento del dissidente russo, il suo arresto e la condanna a tre anni e mezzo di detenzione, nonché la repressione delle proteste che ne sono conseguite, hanno, invero, incrementato le tensioni bilaterali tra la Federazione Russa e l’Unione europea.

Nei giorni precedenti alla visita diversi osservatori avevano, tuttavia, avvertito che incontrare le autorità russe in tale contesto avrebbe comportato una legittimazione dei comportamenti perpetrati da Mosca. Borrell aveva però respinto i timori sottolineando l’importanza di trovare «un comune denominatore» su cui avviare un dialogo.

Il fallimento

Non solo Borrell non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è stato anche “maltrattato” da Lavrov durante la conferenza stampa congiunta. Nell’ambito di quest’ultima, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha mantenuto un approccio costruttivo e conciliante, auspicando l’autorizzazione da parte delle autorità europee del vaccino russo contro il coronavirus, lo Sputnik V, limitando al massimo le critiche nei confronti di Putin – mai citato – e concentrandosi sui settori in cui l’Unione europea e la Russia potrebbero collaborare, come la lotta al cambiamento climatico, la gestione del Mare Artico e la ricerca scientifica. Lavrov, invece, ha approfittato della conferenza stampa per attaccare l’Unione europea, accusandola di interferenza negli affari interni della Russia, di avere approvato sanzioni “illegittime” per l’invasione della Crimea e dell’Ucraina orientale, e in definitiva di essere «un partner inaffidabile» nelle questioni di politica estera. Quanto al caso Navalny, il Ministro degli esteri russo ha anche respinto la tesi – accettata da tutte le agenzie di intelligence occidentali e confermata da uno degli agenti coinvolti nell’operazione – secondo cui Navalny sarebbe stato avvelenato dai servizi di sicurezza russi. In aggiunta, un giornalista russo ha sottoposto a Borrell la questione dell’embargo USA – alleati storici dell’UE – nei confronti di Cuba – alleata della Russia – spingendolo a criticare gli Stati Uniti.

La sensazione che ne è derivata è che Borrell non fosse in grado di difendersi o di contrattaccare.

Proprio durante la conferenza stampa congiunta, inoltre, è stata diffusa la notizia dell’espulsione da parte del governo russo di tre diplomatici europei, rispettivamente di Svezia, Germania e Polonia, accusati di aver partecipato alle manifestazioni contro l’arresto di Navalny.

Il giudizio pressoché unanime è che la visita di Borrell in Russia sia stata fallimentare e lui stesso, al rientro, ha ammesso che al momento la Russia «non vuole cogliere l’occasione di avviare un dialogo costruttivo con l’Unione Europea».

La condanna da parte del Parlamento europeo

Il 9 febbraio, nell’ambito di un dibattito sulla situazione in Russia tenuto in presenza dell’Alto Rappresentante, molti membri del Parlamento europeo hanno condannato il suo viaggio a Mosca.  Gli Eurodeputati hanno sottolineato che la visita di Borrell non è stata effettuata in un buon momento, a causa del prolungato deterioramento delle relazioni UE-Russia, della continua aggressione russa in Ucraina, della repressione dei manifestanti, dell’espulsione dei diplomatici UE dal paese e del caso Navalny.

Dal canto suo, Borrell ha dichiarato di essersi recato a Mosca per capire, con l’ausilio della diplomazia, se il governo russo fosse interessato ad affrontare le differenze e ad invertire gli sviluppi negativi nelle relazioni UE-Russia, tuttavia, la reazione che ha ricevuto indica una direzione diversa.

Molti eurodeputati hanno sottolineato che il governo russo non è interessato ad invertire la tendenza negativa nelle relazioni bilaterali con l’UE, finché l’Unione europea continuerà a sollevare questioni relative ai diritti umani ed allo Stato di diritto. Essi hanno altresì fortemente criticato il comportamento e l’atteggiamento tenuto dalle due parti nei loro incontri nonché nell’ambito della conferenza stampa, che aveva l’obiettivo di minare l’immagine dell’UE. In aggiunta, è stata stigmatizzata l’incapacità dei governi dell’UE, in seno al Consiglio, di porre in essere una reazione più decisa contro la Russia, comprese ulteriori sanzioni. Infine, alcuni Stati membri dell’UE sono stati accusati di non aver risposto in modo appropriato al deterioramento delle relazioni UE-Russia.

Gli Stati membri, che mantengono una grandissima autonomia nella propria politica estera, sono, infatti, da tempo divisi sull’approccio da tenere nei confronti della Russia: ad esempio, la Germania ha avviato da alcuni anni una politica più conciliante sia nei confronti della Cina che della Russia – con cui ha in progetto di costruire un nuovo controverso gasdotto, il Nord Stream 2 – mentre i paesi baltici e la Polonia temono la crescente aggressività di Mosca e chiedono all’Unione Europea posizioni più nette. In mezzo, vi sono tutti gli altri Paesi.

In virtù di tali differenti approcci, l’approvazione di ulteriori sanzioni appare, pertanto, molto improbabile, in quanto necessiterebbe di un’approvazione all’unanimità.

In definitiva, permangono le difficoltà dell’UE nel presentarsi al mondo con una sola voce.

Francesca Scalpelli
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