GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Category archive

REGIONI - page 3

Allarme FAO: il Corno d’Africa vive l’invasione di locuste più grave degli ultimi 25 anni, colpa del clima

AFRICA di

 

In questi giorni il Corno d’Africa è alle prese con una biblica invasione di locuste, la peggiore degli ultimi 25 anni. A lanciare l’allarme è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), secondo la quale il “contagio”, originatosi in Etiopia e Somalia, si è propagato in Kenya e potrebbe raggiungere il Nord-Est dell’Uganda e il Sud-Est del Sudan. Si tratta di sciami grandi 2.400 chilometri, quasi il doppio della superficie della città di Roma. Basti pensare che 13 gennaio scorso, un B737-700 della Ethiopian Airlines, è stato costretto ad interrompere l’atterraggio a Dire Daua, nell’est Etiopia, dopo essere stato investito da uno sciame di insetti.

Ma le invasioni di locuste rappresentano una minaccia non solo per i voli, ma anche per i raccolti e la vegetazione locale, aggravando la generale scarsità di cibo che i tre Paesi coinvolti stanno affrontando. A preoccupare maggiormente il Direttore Generale della FAO Qu Dongyu, è infatti l’enorme potenziale distruttivo degli sciami, capace di minacciare la sicurezza alimentare dell’intera regione. Secondo quanto confermato dall’Istituto specializzato delle Nazioni Unite, la peste delle cavallette ha già distrutto 175 mila acri di terreno, solo in Somalia, aggiungendo che nei prossimi mesi le famiglie che vivono nelle zone rurali poterebbero essere messe ancora più a dura prova dalla fame.

Gli sciami possono infatti percorrere oltre 150 km al giorno, devastando i mezzi di sussistenza rurali delle popolazioni locali. Un secondo allarme è stato lanciato da Save The Children che rileva come le gravi forme di malnutrizione che interessano più di 4 milioni di bambini in Kenya, Etipia e Somalia, rischiano di essere aggravate dai danni causati dall’invasione.

Secondo gli esperti la proliferazione delle locuste è stata favorita dalla recente e prolungata stagione delle piogge, che ha portato a inondazioni in tutti e tre i Paesi, oltre che dalle forti piogge causate dal ciclone Pawan, che lo scorso dicembre ha colpito la Somalia. La FAO sta fornendo previsioni, allerte precoci e avvisi sulla tempistica, la portata e la localizzazione delle invasioni e delle zone di riproduzione, incoraggiando la cooperazione tra i governi locali per contrastare l’emergenza, evitando un’ulteriore diffusione.

Macron nel mirino in una Francia in subbuglio dal 5 dicembre

EUROPA di

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio, a Parigi, nel cuore del quartiere di Montparnasse, è divampato un incendio nella brasserie “La Rotonde”. Si tratta di un’istituzione parigina ed è lo stesso ristorante in cui il Presidente francese, Emmanuel Macron, festeggiò la vittoria al primo turno alle elezioni presidenziali del 2017, in una cena che gli aveva fatto guadagnare diverse critiche.

Incendio nella “brasserie presidenziale”

Il responsabile del locale ha riferito che l’incendio è divampato intorno alle 5 e un quarto, non provocando, così, dato l’orario, delle vittime e non rendendo necessaria un’evacuazione. Giunta sul posto dopo alcuni minuti, la polizia ha scoperto un inizio di incendio all’esterno del ristorante, nella zona dei tavolini, in quel momento chiusa. Chi ha appiccato il fuoco ha rotto un vetro per accedere alla parte esterna del ristorante, sul marciapiede, per poi procedere con l’atto vandalico. Il fuoco è stato domato dai pompieri tempestivamente, compromettendo soltanto una decina di metri quadrati del locale, come spiegato dal Capitano Florian Lointier di BSPP-Brigade de sapeurs-pompiers de Paris, i vigili del Fuoco parigini.

I responsabili del ristorante parlano di «danni importanti» e di «diversi giorni di chiusura, forse settimane», prima di poter riaprire ai clienti.

Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha manifestato il suo supporto alla brasserie e ha descritto l’incendio come un “danno inaccettabile”.

Le indagini e i precedenti

La Procura ha aperto subito un’inchiesta e gli investigatori hanno affermato che l’incendio non è stato casuale. La pista criminale sembra quella più probabile. Rémy Heitz, il pubblico ministero di Parigi, ha confermato che si tratta di “un atto volontario” aggiungendo “Sono state trovate tracce di idrocarburi”.

“Nelle immagini video, vediamo due ragazzi che cercano di sfondare la porta”- ha dichiarato un alto funzionario del Ministero degli Interni- “Poi li vediamo rompere la finestra sul lato, lanciare quella che sembra essere benzina e dare fuoco a una credenza su cui sono posizionati i tovaglioli”.

Non è la prima volta che il locale è stato minacciato ed attaccato. Come “Le Fouquet’s” sugli Champs Elysées, locale da Nicolas Sarkozy, La Rotonde è diventata un simbolo politico.

Un altro tentativo di incendio era stato sventato, con modalità simili, pochi giorni prima, lo scorso 9 gennaio: il fuoco è stato immediatamente spento.

Il legame del ristorante con il Presidente francese lascia sospettare un colpo diretto allo stesso Macron, una rivendicazione politica.

Durante l’anno, la Rotonda ha dovuto chiudere le porte più volte durante le dimostrazioni dei gilet gialli. Il giorno prima dell’evento, durante la manifestazione contro la riforma delle pensioni, i manifestanti hanno sfilato davanti al locale urlando “Morte a Macron, Morte a La Rotonde!”.

Tentativo di blitz in un teatro parigino

Lo stesso giorno, il Presidente francese è stato protagonista di un altro evento: una trentina di manifestanti hanno tentato di entrare in un teatro parigino, Bouffe du Nord, in cui Macron e la première dame Brigitte stavano assistendo allo spettacolo “La Mouche”. Il tentativo è stato bloccato dalla polizia, Macron e la consorte sono stati messi in sicurezza, per poi rientrare nella sala per assistere alla fine dello spettacolo teatrale.

A segnalare la loro presenza nel teatro sembra esser stato il giornalista militante Taha Bouhafs, che su Twitter ha scritto “Qualcosa si sta preparando, la serata sarà movimentata”, invitando i militanti ad intervenire.

L’entourage di Macron, dopo l’episodio, ha fatto sapere che “il Presidente continuerà a recarsi a teatro come è abituato a fare e vigilerà affinché azioni politiche non violino la libertà di espressione, la libertà degli artisti e la libertà di creazione”.

Questi eventi si inquadrano in una Francia in subbuglio dal 5 dicembre, data dell’inizio degli scioperi e delle manifestazioni contro la riforma delle pensioni voluta dal Governo dello stesso Macron.

In seguito al procedere delle manifestazioni, il governo francese ha deciso di fare una parziale marcia indietro sulla riforma, revocando temporaneamente dal progetto di riforma la misura più contestata dell’età pensionabile a 64 anni per uscire dal mondo del lavoro a tasso pieno.

Nonostante questa modifica concessa dal governo francese, i sindacati francesi sembrano aver raccolto il testimone dai gilet gialli e continuano a scendere in piazza a Parigi e nel resto del paese.

In questo contesto, il 21 gennaio, nell’ambito di un nuovo blitz contro la riforma aspramente criticata, si è verificato l’ennesimo taglio di corrente nella zona dell’aeroporto di Orly e dei mercati generali di Rungis, a sud di Parigi. L’evento è stato rivendicato dal sindacato CGT Energie che ha agito con l’obiettivo di “colpire l’economia e mostrare la mobilitazione contro la riforma delle pensioni”.

 

Repubblica Ceca, respinta la richiesta di accogliere 40 migranti provenienti dalla Grecia

EUROPA di

Il 14 gennaio 2020, una delegazione parlamentare greca si è recata a Praga per una riunione di lavoro ed è stata accolta presso la Camera dei deputati cechi da Ivan Bartoš, presidente della commissione per la pubblica amministrazione e lo sviluppo regionale e Jiří Dolejš e Adam Kalous, i due vicepresidenti. Il giorno dopo, i membri della delegazione greca hanno anche incontrato il presidente della Camera dei deputati Radek Vondráček e membri della commissione per gli affari europei e della commissione per le petizioni.

La richiesta della Grecia

Una delle questioni centrali è stata l’immigrazione, un tema particolarmente importante per la Grecia. La delegazione della commissione per la pubblica amministrazione, l’ordine pubblico e la giustizia del parlamento greco ha infatti sottolineato come l’immigrazione sia diventata una questione paneuropea, poiché gli immigrati presenti in Grecia si spostano molto spesso in paesi europei e dunque, hanno sottolineato la necessità di un meccanismo comune di asilo e di una politica di rimpatrio. Già nel settembre 2019, il governo di Atene ha invitato tutti i ministri degli interni dell’UE ad accogliere i rifugiati minorenni non accompagnati. Il primo ministro ceco Andrej Babiš si era opposto all’idea già da allora: secondo lui, la Repubblica Ceca si sarebbe dovuta occupare principalmente dei bambini cechi; inoltre, è stato sottolineato che la Grecia ha ricevuto forti sovvenzioni dai fondi dell’UE per far fronte alla crisi dei rifugiati.

Nel recente incontro, uno degli argomenti più discussi in tale ambito dal presidente della Camera dei deputati è stato il trasferimento di 40 bambini presenti nei campi profughi greci: la Grecia ha presentato la sua richiesta che, se concessa, costituirebbe una grande inversione della precedente politica relativa all’accettazione dei migranti nel paese. Il Presidente Vondráček ha affermato che durante i negoziati con i Greci si è raggiunto un consenso su una soluzione paneuropea per la migrazione, compresa una politica di rimpatrio, tuttavia ha aggiunto che “i nostri parlamenti non sono in grado di trarre alcuna conclusione perché non abbiamo poteri esecutivi. Attualmente, le comunicazioni tra i ministeri avvengono in privato”.

Il rifiuto

Poco dopo è arrivata l’attesa risposta del Ministro degli interni: “La Repubblica ceca non accetterà 40 bambini rifugiati dai campi in Grecia” afferma Jan Hamáček. Rilasciando una dichiarazione in televisione, Hamáček ha affermato che il governo greco si è rifiutato di consegnare l’elenco con i nomi dei bambini, aggiungendo che non avrebbe concesso l’ingresso nel paese ai ragazzi afghani di 18 anni poiché rappresentavano un rischio per la sicurezza; infine, il ministro ha affermato che, per quanto lo riguarda, la questione è stata chiusa.

L’altro lato del paese

La questione di migranti e rifugiati risulta essere particolarmente importante nel paese, ma la visione governativa non sempre corrisponde a quella della società. L’Organizzazione Non Governativa Slovo 21 – nata nel 1999, con sede a Praga, si occupa di fornire supporto agli stranieri nella tutela dei diritti umani – di recente ha pubblicato uno studio in merito alla protezione internazionale dei rifugiati. Nella pubblicazione si evince come le persone che sono costrette a lasciare il loro paese d’origine e cercano protezione in un altro paese devono riuscire a ricostruire tutta la loro vita da zero, trovando un alloggio, cercando un lavoro per provvedere al sostentamento di base, trovando una scuola per i loro figli, imparando il ceco e così via. L’obiettivo del progetto lanciato da Slovo 21 è sensibilizzare i titolari della protezione internazionale sui valori e sulle questioni pratiche della vita nella Repubblica ceca, sui loro diritti e responsabilità, aiutandoli nelle prime fasi dell’integrazione. Il progetto è attuato in collaborazione con il Dipartimento per la politica di asilo, migrazione e integrazione del Ministero dell’Interno (OAMP) e della Refugee Facilities Administration (SUZ).

Il Summit di Visegrad

La Repubblica Ceca ha riportato la sua visione anche a livello internazionale. Durante il vertice del 16 gennaio, I leader di Visegrad hanno confermato il loro accordo sulla questione della migrazione: l’incontro tra i primi ministri della Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria ha riguardato importanti questioni di politica estera come l’allargamento dell’UE: I primi ministri concordano sul fatto che le quote per la ridistribuzione dei migranti non sono la soluzione e vanno modificate. Infatti, oltre alla Repubblica ceca, anche la Polonia e l’Ungheria si sono rifiutate di accogliere eventuali migranti.

Volo PS752 della Ukrainian International Airlines, spuntano altre ipotesi sull’abbattimento

MEDIO ORIENTE di

Si infittiscono le dinamiche per quanto riguarda il tragico evento dell’abbattimento dell’aereoplano ucraino, abbattuto dalle forze armate iraniane la scorsa settimana, che ha provocato la morte di 176 persone.

Continue reading “Volo PS752 della Ukrainian International Airlines, spuntano altre ipotesi sull’abbattimento” »

Green Deal europeo: il piano di investimenti e il meccanismo per una transizione verde

EUROPA di

Il Green Deal europeo è il nuovo piano della Commissione europea, presentato l’11 dicembre 2019, per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050 e per proteggere vite umane, animali e piante riducendo l’inquinamento. L’accordo della nuova Commissione ha anche l’obiettivo di aiutare le imprese a diventare leader mondiali nel campo delle tecnologie e dei prodotti puliti, nonché contribuire ad una transizione giusta e inclusiva. I settori in cui si intende agire sono quelli di clima, energia, ristrutturazione degli edifici, l’industria e la mobilità.

Il piano di investimenti per un’Europa sostenibile

Al centro del Green Deal europeo spicca il piano di investimenti per finanziare la transizione verde. Il piano per un’Europa sostenibile fa leva sugli strumenti finanziari dell’UE, in particolare InvestUE, per mobilitare investimenti pubblici e fondi privati – almeno mille miliardi di € di investimenti. La transizione verde è un processo che deve coinvolgere tutti gli attori: gli Stati membri, le regioni e i diversi settori connessi. È importante tuttavia sottolineare che l’impegno richiesto non è lo stesso per tutti, poiché alcune regioni saranno particolarmente colpite e saranno oggetto di una trasformazione socioeconomica. Il meccanismo in questione sarà dunque fondamentale per fornire loro un sostegno pratico e finanziario, così da aiutare i lavoratori e generare gli investimenti necessari. Il piano di investimenti del Green Deal europeo mobiliterà i fondi europei e creerà un contesto che sappia agevolare gli investimenti pubblici ma anche privati. L’obiettivo rimane quello iniziale: garantire una transizione verso un’economia climaticamente neutra, verde, competitiva e inclusiva. Il piano di investimenti si articola in tre dimensioni. Per quanto riguarda il finanziamento, si vogliono mobilitare almeno mille miliardi di euro di investimenti sostenibili entro i prossimi dieci anni; il bilancio europeo destinerà infatti all’azione per il clima e l’ambiente una quota di spesa pubblica molto importante rispetto a quella degli anni passati, attirando anche fondi privati e con l’aiuto della Banca europea per gli investimenti. In secondo luogo, si vuole garantire un quadro favorevole agli investimenti, prevedendo incentivi per sbloccare e riorientare gli investimenti pubblici e privati. L’Unione Europea cercherà di fornire strumenti utili agli investitori, basandosi sulla finanza sostenibile ed agevolando gli investimenti sostenibili da parte delle autorità pubbliche, con pratiche di bilancio e appalti verdi e con migliori soluzioni per semplificare le procedure di approvazione degli aiuti di Stato. Infine, sarà necessario un sostegno pratico da parte della Commissione verso le autorità pubbliche, nelle fasi di pianificazione, elaborazione e attuazione dei progetti sostenibili.

Il meccanismo per una transizione giusta

Insieme al piano di investimenti, il meccanismo per una transizione giusta ha un ruolo fondamentale. Si tratta di uno strumento chiave per garantire che la transizione verso un’economia climaticamente neutra avvenga in modo equo, senza lasciare indietro nessuno. Verrà fornito un sostegno mirato alle regioni più colpite, con l’obiettivo di attenuare l’impatto socioeconomico della transizione, per poi contribuire a generare gli investimenti di cui necessitano i lavoratori e le comunità. Il meccanismo per una transizione giusta concerne tre fonti principali di finanziamento. La prima è il Fondo per una transizione giusta: 7,5 miliardi di € saranno stanziati con i nuovi fondi UE; gli Stati membri ne potranno beneficiare individuando i territori ammissibili mediante appositi piani territoriali per una transizione giusta. Tale Fondo concederà sovvenzioni alle regioni: sosterrà i lavoratori, appoggerà le PMI, le start-up e chiunque creerà nuove opportunità economiche nelle regioni. La seconda fonte di finanziamento è un sistema specifico per una transizione giusta nell’ambito di InvestEU, che punta alla mobilitazione di 45 miliardi di € di investimenti, con lo scopo di attrarre investimenti privati a beneficio delle regioni interessate, aiutando le economie locali ad individuare nuove fonti di crescita. Infine, è stato previsto uno strumento di prestito per il settore pubblico in collaborazione con la BEI, sostenuto dal bilancio dell’UE, che dovrebbe mobilitare investimenti compresi tra 25 e 30 miliardi di €. A tal proposito, la Commissione presenterà la proposta legislativa a marzo 2020. Tale meccanismo potrà essere utilizzato tramite la piattaforma per la transizione giusta, nella quale la Commissione offrirà assistenza tecnica a Stati membri e investitori.

Le dichiarazioni

Al centro del Green Deal europeo, che racchiude la nostra visione per un’Europa climaticamente neutra entro il 2050, ci sono le persone” ha dichiarato la Presidente della Commissione europea Von der Leyen, per poi aggiungere cheIl piano presentato, finalizzato a mobilitare almeno 1 000 miliardi di €, indicherà la rotta da seguire e provocherà un’ondata di investimenti verdi”.Inoltre, il Vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo Frans Timmermans ha affermato: L’indispensabile transizione verso la neutralità climatica migliorerà il benessere delle persone e aumenterà la competitività europea, ma sarà più impegnativa per i cittadini, i settori e le regioni che dipendono in maggior misura dai combustibili fossiliconcludendo che  “il meccanismo per una transizione giusta aiuterà chi ne ha più bisogno, rendendo più attraenti gli investimenti e proponendo un pacchetto di sostegno pratico e finanziario del valore di almeno 100 miliardi di €”.

L’Unione europea nella crisi tra Iran e USA

EUROPA di

In seguito all’escalation fra Stati Uniti ed Iran, dovuta all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani nell’ambito di un’operazione statunitense, si pone la questione relativa al ruolo ricoperto dai paesi europei e dall’Unione europea nella crisi internazionale. Nonostante la posizione scomoda, fra gli storici alleati degli Stati Uniti ed un Paese come l’Iran con cui l’Unione nel 2015 ha negoziato lo storico accordo sullo sviluppo non militare dell’energia nucleare, e nonostante lo scetticismo dei più critici, qualcosa sembra muoversi.

Nell’ambito di tali controversie internazionali, puntualmente, si torna a dibattere sul ruolo che è chiamata ad occupare l’UE e sull’incidenza della sua politica estera. Questo poiché spesso si reclama un ruolo maggiormente attivo e si lamenta un impegno insufficiente.

Le accuse

Politico ha accusato l’Unione Europea di essere “fuori fase” sulla questione iraniana, mentre gli alleati statunitensi stanno conducendo una politica estera molto aggressiva senza consultarsi con gli altri Stati.

Poche settimane fa la neopresidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, aveva promesso che l’istituzione che guida sarebbe stata una “commissione geopolitica”, con un aumento del peso dell’Unione europea tra i grandi attori globali che articolano le relazioni internazionali, punto debole fino ad oggi nell’articolazione del disegno europeo. Nonostante l’istituzione di organi impegnati nella definizione di una politica estera europea, come l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica sicurezza- carica ricoperta dallo spagnolo Josep Borrell, succeduto all’italiana Federica Mogherini- gli Stati membri più potenti ed aventi un ruolo maggiore nel consesso internazionale sono da sempre restii a cedere la propria sovranità.

In tal modo aumenta la difficoltà di trovare una posizione di compromesso tra i 28 e ciò indebolisce il ruolo dell’Unione, rallentando la sua reazione ufficiale ai grandi avvenimenti. Così come è accaduto in seguito all’uccisione del generale iraniano: la prima dichiarazione ufficiale di von der Leyen sulla morte di Suleimani è arrivata lunedì alle 18.30, a più di tre giorni di distanza dall’evento.

La soluzione diplomatica garantita dall’UE

Nonostante ciò, altri importanti leader dell’Unione europea, come lo stesso Alto rappresentante Borrell ed il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, hanno reagito più tempestivamente. Josep Borrell, formalmente anche vicepresidente della Commissione europea, si è mostrato come il più attivo leader europeo, convocando una riunione straordinaria dei ministri degli esteri degli stati membri per il 10 gennaio, al fine di “discutere sui recenti sviluppi in Iraq ed Iran” e concordare una linea comune, ribadendo il pieno impegno dell’UE “per evitare una escalation nella regione”. Soprattutto, Borrell ha tenuto un colloquio telefonico con il potente Ministro degli esteri iraniano, Javad Zarif- uno dei principali negoziatori dell’accordo del 2015 tra Iran, USA, Francia, Regno Unito, Cina e Germania, negoziato con successo con il grande contributo dell’Unione europea. Borrell ha riferito che Zarif ha “condannato molto chiaramente” l’uccisione di Soleimani, ma lo ha “rassicurato” sulla non intenzione di mettere in atto una escalation di violenze. Il Ministro degli esteri iraniano appartiene all’ala moderata, pertanto non hanno sorpreso le sue posizioni più concilianti se confrontate con quelle dei leader più conservatori. Tuttavia, alla luce dell’intenzione- anticipata da mesi in seguito al ritiro degli Stati Uniti ed annunciata da Zarif stesso- di non rispettare più i limiti imposti dallo storico accordo siglato nel 2015, i suoi toni hanno comunque avuto un forte valore simbolico. Nel dettaglio, il Ministro degli esteri iraniano ha dichiarato che non rispetterà più il numero massimo di centrifughe stabilito nel 2015- la cui costruzione per l’arricchimento dell’uranio è un passaggio fondamentale per la preparazione della bomba atomica- ma ha anche annunciato che continuerà a consentire le ispezioni internazionali nei siti iraniani, smentendo di essere uscito dall’accordo. Il governo iraniano ha così tenuto la porta aperta per una soluzione diplomatica della crisi, mandando un messaggio ai paesi che ancora sono rimasti fedeli all’accordo, gli stati europei, riconoscendo i loro sforzi. Sembra dunque che Borrell sia riuscito nel complicato compito di mantenere un canale di comunicazione e le relazioni reciproche fra Iran ed Unione europea, tassello fondamentale per evitare l’inasprimento della crisi.

Colui che guida l’organo che riunisce i capi di Stato e di Governo dell’UE, Charles Michel, dal canto suo, ha pubblicato una dichiarazione a poche ore dall’evento, chiedendo ad ambedue le parti di evitare una escalation violenta. Egli nei giorni successivi si è anche confrontato con il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nonché con il Primo ministro canadese, Justin Trudeau.

Gli stati membri che hanno sottoscritto l’accordo del 2015

 

Anche gli Stati membri vincolati dall’accordo del 2015, si sono mossi con una cautela non differente da quella messa in atto dall’UE. Il Regno Unito, ad esempio, si trova ad affrontare un’ulteriore complicazione dovuta alla Brexit: il governo guidato da Boris Johnson deve trovare una posizione di compromesso fra gli Stati Uniti – con cui desidera rafforzare i legami commerciali dopo l’uscita dall’Unione Europea – ed i tradizionali alleati europei, con cui molto spesso negli ultimi anni ha trovato una linea comune in politica estera e con cui sta negoziando per la concretizzazione della Brexit. Pertanto, ciò ha condotto il governo britannico ad assumere posizioni piuttosto contraddittorie sull’uccisione di Souleimani, condannando Trump, senza citarlo direttamente, sottolineando l’influenza negativa dell’Iran nel quadrante Mediorientale, ma, al contempo, chiedendo agli USA di evitare un inasprimento della crisi.

Anche Germania e Francia hanno reagito in maniera diversa: il Ministro degli Esteri tedesco ha esplicitamente accusato il governo americano di “non aver reso più semplici le cose” con l’uccisione di Soleimani, mentre il Ministro francese si è detto preoccupato per le conseguenze sulla coalizione che sta combattendo contro l’ISIS in quel quadrante, coalizione guidata proprio dagli Stati Uniti.

Gli inglesi, i tedeschi ed i francesi, secondo Politico, hanno iniziato ad esprimere più chiaramente la loro vicinanza agli Stati Uniti dopo che il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, si è lamentato del fatto che “gli europei non sono stati di aiuto”. Come risposta, i tre paesi hanno pubblicato un comunicato congiunto sull’Iran in cui viene evidenziato il suo “impatto negativo” in Medio Oriente.

Il 14 gennaio i tre Paesi europei firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano hanno annunciato di avere demandato ad un meccanismo di risoluzione delle controversie, previsto dall’accordo del 2015, la decisione di Teheran di rivedere l’applicazione dell’intesa. La scelta di Germania, Francia e Regno Unito è politicamente significativa: al netto della comunicazione congiunta contro l’influenza negativa dell’Iran, si tratta di un tentativo di mantenere le relazioni con Teheran nel quadro dell’importante accordo.

In definitiva, la soluzione diplomatica sembra essere ancora la via prediletta e questo anche grazie all’Unione europea.

A Roma il ministro dell’energia dell’Azerbaigian: Quinta Sessione della Commissione Intergovernativa sulla Cooperazione Economica Azerbaigian-Italia

ASIA PACIFICO di

Si è svolta il 14 gennaio la Quinta Sessione della Commissione Intergovernativa tra Italia ed Azerbaigian sulla Cooperazione Economica, presieduta dal Ministro dell’Energia azerbaigiano Parviz Shahbazov – in Italia per l’occasione, e dal sottosegretario del ministero degli Affari esteri, Manlio Di Stefano.

Continue reading “A Roma il ministro dell’energia dell’Azerbaigian: Quinta Sessione della Commissione Intergovernativa sulla Cooperazione Economica Azerbaigian-Italia” »

Filippine: Save the Children, più di 20.000 bambini evacuati dalla “zona di pericolo” attorno al vulcano in eruzione

ASIA PACIFICO di

Migliaia di bambini nei centri di evacuazione sono spaventati e confusi e hanno bisogno di un sostegno urgente perché non abbiano ripercussioni psicofisiche

Mentre il vulcano Taal continua a eruttare a soli 100 km dalla capitale Manila, si stima che più di 20 mila bambini che vivono nella zona a rischio di 14 km identificata dal governo filippino, siano stati evacuati dalle loro case. Continue reading “Filippine: Save the Children, più di 20.000 bambini evacuati dalla “zona di pericolo” attorno al vulcano in eruzione” »

Redazione
Vai a Inizio
WhatsApp chat