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Vax Day, l’Europa si vaccina contro il Covid-19 ma non senza polemiche

EUROPA di

La diffusione del Covid-19 in Europa, sin dall’inizio, ha avuto come conseguenza principale la necessità di garantire quanto prima l’inizio delle vaccinazioni in Europa e nel mondo, così da garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Dopo intensi mesi di studi e sperimentazioni, e dopo aver raggiunto le 16 milioni di persone contagiate, il 21 dicembre la Commissione europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio per il vaccino anti Covid-19 sviluppato da BioNTech e Pfizer, a seguito dell’approvazione dell’agenzia europea per i medicinali. Nell’ambito della strategia sui vaccini contro il coronavirus, la Commissione europea ha dato il via alla campagna di vaccinazione in Europa, iniziata nei giorni 27-28-29 dicembre 2020. Gli Stati membri hanno, dunque, attuato i piani nazionali di vaccinazione e dato inizio al Vax Day, ma non senza polemiche.

La strategia sui vaccini contro il Covid-19

La risposta più efficace contro la diffusione del Covid-19 è senz’altro lo sviluppo e la distribuzione di un vaccino: per questo, al centro della risposta europea alla pandemia, vi è proprio la strategia sui vaccini. La Commissione europea e gli Stati membri hanno concordato, sin da subito, un’azione congiunta a livello europeo in materia di vaccini, così da garantire un approccio centralizzato per l’approvvigionamento e lo sviluppo dei vaccini. In primo luogo, importanti finanziamenti sono stati fatti proprio a tale scopo; poi, la Commissione europea ha concluso accordi di acquisto preliminare con i produttori di vaccini per conto degli Stati membri, garantendo che tutti gli Stati membri dell’UE avrebbero avuto uguale accesso ai vaccini, con una distribuzione proporzionale alla popolazione. A tal fine, sono stati conclusi sei contratti di acquisto del vaccino con diversi produttori tra cui BioNTech-Pfizer, AstraZeneca, CureVac, Moderna e così via. A ottobre 2020 la Commissione europea ha invitato gli Stati membri a preparare le strategie nazionali di vaccinazione, così da farsi trovare pronti e preparati una volta avvenuta l’approvazione del vaccino, risalente a fine dicembre 2020.

L’autorizzazione del primo vaccino e l’inizio della campagna in Europa

Lo scorso 21 dicembre, la Commissione europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata – quando il beneficio della disponibilità immediata è superiore ai rischi connessi – per il vaccino anti Covid-19 sviluppato da BioNTech e Pfizer, divenuto il primo vaccino autorizzato in Europa. L’autorizzazione della Commissione europea è seguita all’approvazione del vaccino da parte dell’agenzia europea per i medicinali, che tuttavia ha richiesto alle aziende produttrici di fornire ulteriori dati su sicurezza ed efficacia quanto prima, e ha posto le basi per l’inizio della campagna vaccinale in UE.

La Commissione e l’azienda farmaceutica hanno iniziato a lavorare per consegnare le prime dosi il 26 dicembre, così da dare inizio alle giornate europee della vaccinazione previste per il 27, 28 e 29 dicembre. Le consegne poi proseguono fino alla fine di dicembre e avranno una cadenza settimanale costante nei mesi successivi. L’obiettivo è di completare la distribuzione di 200 milioni di dosi entro settembre 2021 e portare a termine così le vaccinazioni.  Il 26 dicembre la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha annunciato l’avvenuta consegna del vaccino ai 27 paesi membri dell’UE, confermando l’inizio della campagna vaccinale per il 27 dicembre, il Vax Day. “Stiamo iniziando a voltare pagina in un anno difficile. Il vaccino è stato consegnato. La vaccinazione inizierà domani nell’Ue” ha scritto su Twitter la presidente della Commissione europea, “Le Giornate europee della vaccinazione sono un toccante momento di unità. La vaccinazione è la chiave per uscire dalla pandemia”, ha poi aggiunto.

Se non sempre l’azione degli Stati membri dell’UE è stata contraddistinta dall’unità, questa volta non si può dire che non ci sia stata un’azione comune. Iniziare le vaccinazioni quasi tutti nello stesso giorno – Germania, Slovacchia e Ungheria hanno iniziato sabato 26 – è stato un importante gesto di unità e collaborazione. Il Commissario europeo agli affari economici Gentiloni lo considera “un giorno di speranza”, mentre per il Primo ministro italiano Conte si tratta di “un messaggio di fiducia che si irradia in Italia e in Europa”.

Le polemiche dietro il Vax Day

Tuttavia, anche in questo caso, non sono mancate differenze e polemiche. Ogni Paese ha fissato le proprie priorità nei piani di vaccinazione e, quasi in tutti i paesi, i primi a poter ricevere le dosi di vaccino sono operatori sanitari, anziani e persone malate. Se in Italia la prima dose di vaccino è stata somministrata ad un’infermiera ed in Francia ad un’anziana signora, in Grecia e in Repubblica Ceca sono stati i primi ministri ad iniziare e a farsi immortalare dalla stampa. Ad ogni modo, il vero elemento di discussione e polemica, in special modo in Italia, è stato il numero delle dosi ricevute da ogni Paese. La Germania, sede della BioNTech, ha avuto 151.125 dosi di vaccini, la Francia 19.500 dosi, mentre paesi come l’Italia, la Spagna, la Croazia, la Bulgaria e altri Stati membri hanno avuto 9.750 dosi. Queste polemiche sono state messe a tacere dal commissario italiano per l’emergenza Arcuri, il quale ha negato ogni forma di discriminazione nei confronti dell’Italia, sostenendo che “I contratti con le aziende produttrici dei vaccini sono stipulati direttamente dalla Commissione Europea per conto di tutti i Paesi membri e ogni Paese riceve la quota percentuale di dosi in proporzione alla popolazione”. Dunque, se molti Stati membri hanno ricevuto, per il momento, meno dosi di vaccino, con tutta probabilità ne riceveranno di più nel prossimo periodo. Un effettivo problema per la riuscita della campagna di vaccinazione, dunque, non è tanto il numero delle dosi ricevute, quanto il numero delle persone effettivamente disposte a farsi vaccinare: in molti paesi europei gran parte dei cittadini sono scettici sul vaccino e questo è un ostacolo importante per la validità della campagna europea.

Mogadiscio rompe le relazioni diplomatiche con Nairobi

AFRICA di

Dopo mesi di crescenti tensioni tra Somalia e Kenya, il governo di Mogadiscio ha deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con il vicino del Corno d’Africa, richiamando i diplomatici in loco e ordinando ai diplomatici kenioti in Somalia di lasciare il Paese entro sette giorni.

La decisione del governo federale somalo nasce in risposta alle “intromissioni keniote negli affari politici interni del Paese, e alle ricorrenti e palesi violazioni perpetrate contro la sovranità somala”, ha dichiarato il Ministro dell’Informazione Osman Abukar Dubbe, nel corso di una trasmissione televisiva dell’emittente statale SNTV.

A far scatenare la scintilla sarebbe stato l’incontro tenutosi a Nairobi il 13 dicembre, tra il presidente keniota, Uhuru Kenyatta, e il leader dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, Muse Bihi Abdi. Il Somaliland è la regione nord-occidentale della Somalia che, nel 1991, ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza da Mogadiscio, senza, tuttavia, ottenere il riconoscimento da parte della comunità internazionale. L’incontro tra Kenyatta e Muse Bihi Abdi è stato dunque letto da Mogadiscio come un’intromissione negli affari interni somali, tanto più in vista delle tanto attese, quanto delicate, elezioni in programma per il 2021.

Gli accordi siglati dai due leader in quell’occasione sono quindi considerati dalle autorità somale come “un’intollerabile provocazione”.

In base alle intese, il Kenya ha stabilito l’apertura di un consolato ad Hargheisa, capitale del Somaliland, entro la fine di marzo 2021, mentre le autorità dell’autoproclamata Repubblica hanno deciso di elevare al rango di consolato lo status dell’ufficio di collegamento stabilito in Kenya. Secondo quanto convenuto, inoltre, la compagnia aerea Kenya Airways dovrebbe volare direttamente, sempre entro fine marzo, da Nairobi ad Hargeisa.

“I due leader riconoscono l’impegno del Kenya per una Somalia pacifica, stabile, forte e prospera, in cui tutte le voci del popolo somalo hanno l’opportunità di esprimere la loro volontà sovrana”, si legge nel comunicato firmato al termine dell’incontro. L’annuncio ha innervosito il governo somalo e il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, altresì noto come Farmajo, che considerano il Somaliland parte integrante del territorio della Somalia.

Lo scorso 15 dicembre il portavoce del Ministero degli Esteri keniota, Cyrus Oguna, ha dichiarato che il governo di Nairobi ha istituito un comitato “per cercare una soluzione alla controversia diplomatica”, specificando che la nazione è stata “molto gentile e accomodante con i circa 200.000 somali che vivono nei vasti campi profughi situati nell’Est del Kenya”.

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Nairobi e Mogadiscio ha segnato il culmine di un progressivo deterioramento dei legami tra i due Paesi, le cui radici risiedono in una disputa sui confini terrestri e marittimi tra i due vicini del Corno d’Africa. L’istanza era stata anche presentata dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja nel 2014, dopo che le negoziazioni sui 100.000 km² di tratto di fondo marino conteso dalle due parti erano state interrotte. I toni della polemica, però, si sono riaccesi a febbraio, quando la Somalia ha accusato il Kenya di aver messo all’asta alcune aree marittime contese per l’esplorazione di gas e petrolio. Da quel momento, le relazioni tra i due Paesi africani si sono notevolmente raffreddate, fino ad arrivare alla recente rottura diplomatica. Già il 30 novembre scorso, infatti, la Somalia aveva espulso l’ambasciatore del Kenya e richiamato il proprio inviato da Nairobi, accusando il Paese di interferire nel processo elettorale nello Jubbaland, uno dei suoi cinque Stati semiautonomi confinante con il Kenya.

Brexit, slitta di nuovo l’ultima scadenza per l’accordo

EUROPA di

Il 13 dicembre 2020 era la data prevista dall’Unione europea e dal Regno Unito per definire un accordo commerciale fra le parti in vista dell’uscita definitiva del Regno Unito dall’UE. Come prevedibile, anche quest’ultima scadenza è stata rimandata, le trattative per l’accordo commerciale proseguiranno ancora e sembra difficile che possa entrare in vigore il 1° gennaio 2021. A prendere questa decisione sono state le principali figure coinvolte: la presidente della Commissione europea Von der Leyen e il primo ministro britannico Johnson. La Commissione europea farà il possibile per negoziare un accordo nei tempi ma, vista la situazione, sono state presentate una serie di misure di emergenza per prepararsi ad un eventuale scenario di no deal.

Gli ultimi tentativi di negoziazione

Il Regno Unito è uscito dall’UE il 31 gennaio 2020 e, in quel periodo, entrambe le parti hanno concordato un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale il diritto dell’UE avrebbe continuato ad applicarsi in UK. Il periodo di transizione era particolarmente importante per negoziare i termini del futuro partenariato tra le parti ma, ad oggi, l’esito è ancora incerto. Le divergenze di fondo tra le parti e la pandemia di Covid-19 non hanno di certo reso la strada più facile.

Dai primi giorni di dicembre, sono diverse le occasioni che Ursula Von der Leyen e Boris Johnson hanno avuto per incontrarsi o svolgere telefonate in vista dell’ultimo tentativo di negoziare l’accordo per la Brexit. Dopo aver sospeso i negoziati per le divergenze tra le due parti, Londra e Bruxelles si sono accordati per provare a riavviare le trattative un’ultima volta. La scadenza è ufficialmente il 31 dicembre 2020, ma in realtà c’è bisogno di avere un accordo commerciale già dai prossimi giorni se si considerano gli aspetti tecnici di approvazione del testo. In caso di mancato accordo commerciale, sarà il no deal a prevalere: nessun accordo. Uscire dall’UE senza accordo sarebbe un disastro per l’economia britannica, a partire dai dazi che saranno imposti sui prodotti, fino a danneggiare anche i paesi europei che hanno particolari rapporti con il Regno Unito, come ad esempio l’Irlanda, nonché l’intero settore bancario inglese.

Il piano di emergenza della Commissione europea

La Commissione europea riconosce la complessità della situazione Brexit e, per quanto si impegni a raggiungere un accordo reciprocamente vantaggioso con il Regno Unito, ammette l’incertezza sulla possibilità che il 1° gennaio 2021 ci sarà un accordo in vigore. Per questo motivo, il 10 dicembre sono state presentate una serie di misure di emergenza mirate, con lo scopo di garantire una reciprocità di base dei collegamenti aerei e stradali tra l’UE e il Regno Unito, nonché per l’accesso delle navi europee e inglesi. Queste misure non sostituiranno di certo l’accordo commerciale, che continua ad essere auspicato dalla Commissione, bensì avranno lo scopo di gestire il periodo in cui vi sarà un no deal.

In particolare, sono quattro le misure di emergenza che la Commissione europea ha presentato per attenuare le gravi perturbazioni che si verificheranno dal 1° gennaio. In primo luogo, è stata fatta una proposta di regolamento che garantisca la fornitura di determinati servizi aerei tra il Regno Unito e l’Unione europea per sei mesi, a condizione che anche il Regno Unito attui le stesse garanzie. Di seguito, nell’ambito della sicurezza aerea, è stato presentata una proposta al fine di garantire l’utilizzo ininterrotto dei certificati di sicurezza sugli aeromobili, evitando il fermo operativo degli aeromobili europei. Poi, si vuole garantire per sei mesi la connettività di base del trasporto stradale di merci e passeggeri europei e inglesi. Infine, è stata presentata una proposta di regolamento volta a definire il quadro giuridico appropriato fino al 31 dicembre 2021 o fino alla conclusione di un accordo di pesca con il Regno Unito, che garantisca l’accesso reciproco delle navi dell’UE e del Regno Unito nelle acque delle due parti.

L’incontro del 13 dicembre e la posizione del Parlamento europeo

Il 13 dicembre, Ursula Von der Leyen e Boris Johnson hanno avuto una telefonata ufficiale a seguito della quale è stata rilasciata una dichiarazione congiunta. Ancora una volta e sempre più a ridosso del termine, anche l’ultima scadenza è stata rinviata. Si è deciso di concedere una ulteriore proroga ai negoziatori europei e inglesi e, al momento, non si può dire con certezza di essere vicini ad un accordo. Un primo elemento di difficoltà è senz’altro il level playing field, le regole sulla concorrenza equa tra imprese: i negoziatori europei hanno richiesto una clausola per il mantenimento di elevati standard ambientali e lavorativi, i negoziatori inglesi ritengono tale clausola troppo allineata agli standard europei. Anche la questione della pesca è particolarmente importante, mentre la terza questione aperta è quella del meccanismo di risoluzione delle controversie legali.

Ad abbreviare ancora di più i tempi della scadenza, come noto, sono gli aspetti tecnici di approvazione dell’accordo commerciale: una volta raggiunto, l’accordo dovrà essere esaminato dai consulenti legali delle parti e approvato dal Parlamento europeo in seduta plenaria. A tal proposito, la conferenza dei presidenti di delegazione del Parlamento ha affermato che esaminerà un accordo su Brexit, in tempo utile per il 1° gennaio 2021, solo se questo arriverà entro la mezzanotte del 20 dicembre. La questione rimane, dunque, ancora una volta, del tutto aperta.

L’accordo definitivo sul bilancio pluriennale dell’UE

EUROPA di

Il 10 dicembre, i Capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’UE hanno trovato un accordo sull’approvazione del bilancio pluriennale per il periodo 2021-2027. Dopo una lunga e complessa trattativa, Polonia e Ungheria hanno rimosso il proprio veto ed hanno accettato un compromesso che prevede il mantenimento del meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto, ma con alcune limitazioni. Il meccanismo di condizionalità economica, invero, entrerà in vigore soltanto a partire dal primo gennaio e soltanto in relazione al budget appena approvato. Inoltre, nel caso in cui uno Stato membro decida di fare ricorso contro il meccanismo, bisognerà aspettare una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea prima di attivarlo. Il 16 dicembre è altresì giunta l’approvazione da parte del Parlamento europeo, prevedendo ulteriori 15 miliardi di euro per i principali programmi UE rispetto alla proposta originaria del Consiglio «per proteggere meglio i cittadini dalla pandemia COVID-19, fornire opportunità alla prossima generazione e preservare i valori europei».

L’approvazione da parte del Consiglio e la revoca del veto di Ungheria e Polonia

Dopo 10 settimane di intense negoziazioni, il 10 dicembre, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea, riuniti a Bruxelles, hanno trovato un accordo sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027. Un mese fa, Polonia e Ungheria, due Stati a guida semi-autoritaria, avevano posto il loro veto al bilancio in disaccordo con il nuovo meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto e che metteva i due paesi ad alto rischio di sanzioni. Il 10 dicembre entrambi i Paesi hanno accettato un compromesso che prevede il mantenimento del suddetto meccanismo di condizionalità economica ma con alcune limitazioni: entrerà in vigore soltanto a partire dal primo gennaio e soltanto in relazione al budget appena approvato. I due Paesi hanno ritirato il proprio veto dopo che gli altri 25 si sono impegnati a firmare una dichiarazione d’intenti in cui spiegano che il meccanismo verrà applicato senza pregiudizi, che sarà legato esclusivamente ai fondi europei, e che entrerà in vigore dopo una sentenza della Corte di Giustizia dell’UE, che molto probabilmente sarà interpellata da Ungheria o Polonia o dalla stessa Commissione europea.

Dopo l’approvazione dell’accordo, i due Paesi hanno affermato di considerare la dichiarazione di intenti una vittoria. Tuttavia, il testo dell’accordo, redatto un mese fa, non è stato modificato e il meccanismo entrerà effettivamente in vigore assieme al nuovo bilancio il 1° gennaio 2021. I Paesi Bassi hanno inoltre ottenuto che il meccanismo sarà retroattivo: riguarderà infatti anche le violazioni dello stato di diritto compiute prima della sentenza della Corte di Giustizia. Quanto a quest’ultima, vi sono pochi dubbi che la Corte possa respingere il nuovo meccanismo.

Se non fosse stato trovato un accordo sul bilancio pluriennale entro il 31 dicembre, l’Unione Europea sarebbe entrata in una fase di esercizio provvisorio, ipotesi finora senza precedenti. Per quanto riguarda, invece, l’approvazione del Recovery Fund da 750 miliardi di euro per la ripresa dopo la crisi provocata dal Covid-19– incluso nel Quadro finanziario pluriennale approvato – sarebbe stato possibile aggirare il veto di Polonia e Ungheria e procedere senza di loro, ma molti leader europei, tra cui la cancelliera tedesca Angela Merkel, hanno preferito una soluzione di unanimità.

La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha accolto la notizia complimentandosi con la presidenza di turno del Consiglio, detenuta dalla Germania, ed affermando che “L’Europa va avanti”. Quanto all’Italia, in seguito al raggiungimento del compromesso, il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha scritto su Twitter che l’accordo consente di sbloccare 209 miliardi di euro destinati al nostro Paese.

L’approvazione del Parlamento europeo

Il 16 dicembre è giunta altresì l’approvazione del Parlamento Europeo al Quadro finanziario pluriennale (QFP). Rispetto alla proposta iniziale del Consiglio sono stati previsti ulteriori 15 miliardi di euro per finanziare dieci programmi che hanno a che fare con sanità, ricerca, cultura e politica comune su migrazione e asilo «Per proteggere meglio i cittadini dalla pandemia COVID-19, fornire opportunità alla prossima generazione e preservare i valori europei». Grazie a questo compromesso, in termini reali, il Parlamento europeo triplica la dotazione per EU4Health, assicura l’equivalente di un anno supplementare di finanziamento per Erasmus+ e garantisce che i finanziamenti per la ricerca continuino ad aumentare.

I negoziatori hanno accettato il principio secondo cui i costi a medio e lungo termine per ripagare il debito che genererà il Recovery non devono essere coperti a scapito dei programmi di investimento del QFP. Pertanto, è stata elaborata una tabella di marcia per introdurre nuove “risorse proprie” – vale a dire delle tasse riscosse direttamente dall’UE – da inserire nel bilancio nei prossimi sette anni e far fronte così a tali costi aggiuntivi.

L’Europarlamento ha altresì approvato il regolamento che introduce il meccanismo di condizionalità economica e con riguardo alla spesa dei fondi del Next Generation EU ha garantito l’occorrenza di incontri regolari tra le tre principali istituzioni europee, al fine di valutare l’attuazione dei fondi messi a disposizione. In aggiunta, vi sarà una migliore tracciabilità per garantire che almeno il 30% dell’importo totale del bilancio dell’UE sostenga gli obiettivi di protezione del clima, e che il 7,5% della spesa annuale sia dedicata agli obiettivi di biodiversità a partire dal 2024, e il 10% dal 2026 in poi. Infine, last but not least, la parità di  genere sarà ora prioritaria nel QFP, attraverso un’approfondita valutazione dell’impatto di genere e il monitoraggio dei programmi finanziati.

 

Anche il Marocco riconosce lo Stato di Israele, il ruolo della mediazione USA

AFRICA di

Il Regno del Marocco è il quarto Paese arabo, in quattro mesi, ad avviare la normalizzazione dei rapporti con Israele nell’ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo, sponsorizzati dall’amministrazione Trump.

Lo scorso 10 dicembre, infatti, i due Paesi hanno concordato la normalizzazione delle relazioni reciproche, stipulando un accordo che prevede, tra le altre cose, il riconoscimento statunitense del territorio conteso del Sahara occidentale come parte del Marocco. Questa regione del Nord Africa, ex colonia spagnola, è contesa da decenni tra Rabat e il Fronte Polisario, movimento separatista sostenuto dalla vicina Algeria, che mira all’ottenimento dell’indipendenza per la creazione di uno Stato autonomo. Nel suo annuncio su Twitter, Trump ha parlato di “un’altra svolta storica”, definendo l’accordo come “un enorme passo avanti per la pace in Medio Oriente”.

 

Ho sempre creduto in questa pace storica, e ora sta accadendo sotto i nostri occhi. Voglio ringraziare il presidente Trump per i suoi sforzi straordinari per portare la pace in Israele e in Medio Oriente”, ha commentato il primo ministro Israeliano, Benjamin Netanyahu, assicurando che ci sarà “una pace molto calorosa” tra i Paesi. In base all’accordo,  Marocco e Israele ristabiliranno relazioni diplomatiche ufficiali, con l’immediata riapertura degli uffici di collegamento a Rabat e Tel Aviv. Nell’ottica di facilitare gli scambi economici – e non – tra i due Paesi, viene concesso agli aerei israeliani di entrare nello spazio aereo marocchino, aprendo tratte di volo dirette tra i due Paesi.

Quanto al riconoscimento della sovranità di Rabat sulla regione del Sahara occidentale, alcuni osservatori hanno ritenuto la decisione degli USA come “merce di scambio” per la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha definito il Sahara Occidentale come un “territorio conteso” e da anni cerca di organizzare un referendum di autodeterminazione, invano. Il riconoscimento da parte degli Stati Uniti rafforza quindi la posizione del Marocco, come emerge dal testo della dichiarazione della Casa Bianca, in cui si legge: “gli Stati Uniti credono che uno Stato saharawi indipendente non sia un’opzione realistica per risolvere il conflitto, e che la vera autonomia sotto la sovranità marocchina sia l’unica soluzione fattibile”, esortando le parti “ad impegnarsi in discussioni senza indugio, utilizzando il piano di autonomia del Marocco come unico quadro per negoziare una soluzione reciprocamente accettabile”.

Parlando ai giornalisti, Jared Kushner, genero di Trump e suo consigliere su molte materie, compresa la politica estera, ha dichiarato che è ormai inevitabile che anche l’Arabia Saudita, principale potenza araba della regione, riconosca Israele seguendo l’esempio di EAU, Bahrein, Sudan e Marocco. L’amministrazione Trump ha esercitato numerose pressioni sul regno saudita a questo scopo, per ora senza successo. Solo la scorsa settimana il Ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, ha dichiarato che Riad potrebbe prendere in considerazione una tale mossa solo se un accordo di pace tra israeliani e palestinesi “prevedrà la nascita di uno stato palestinese con dignità e con una sovranità praticabile e accettabile da tutti i palestinesi”.

L’ accordo sui fondi dell’UE per le politiche comuni in materia di asilo, migrazione e integrazione

EUROPA di

Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo sulle priorità di bilancio per le politiche di asilo, migrazione e integrazione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027. Il rinnovato Fondo “Asilo, migrazione e integrazione”, ammonterà a 9,882 miliardi di euro a prezzi correnti. Rafforzare la politica comune in materia di asilo, sviluppare la migrazione legale in relazione alle esigenze socioeconomiche degli Stati membri, promuovere un’efficace integrazione e inclusione sociale, contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi principali del fondo prefissati dai colegislatori.

Il Fondo asilo migrazione e integrazione

Il “Fondo asilo migrazione e integrazione” (Fami)” è uno strumento finanziario istituito con Regolamento UE n. 516/2014 avente l’obiettivo di promuovere una gestione integrata dei flussi migratori, sostenendo tutti gli aspetti del fenomeno: asilo, integrazione e rimpatrio. Tutti gli Stati membri dell’Unione europea, tranne la Danimarca, partecipano all’attuazione del Fondo. Nel dettaglio, quest’ultimo è gestito dalla Commissione europea tramite la sua Direzione Generale Migrazione e affari interni, con l’ausilio delle Autorità Responsabili del Fondo, vale a dire gli organismi pubblici degli Stati membri interessati. In Italia tale Autorità corrisponde al Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno.

Oltre ad avere una dimensione interna il Fami ha altresì una dimensione esterna, supportando azioni condotte in Paesi terzi, purché queste siano nell’interesse della politica dell’Unione in materia di immigrazione e degli obiettivi UE di sicurezza interna ed è inoltre impiegato per rispondere rapidamente alle emergenze, attraverso procedure che permettano di concedere finanziamenti in un breve lasso di tempo.

Il Fami nel quadro finanziario 2021-2027: l’accordo tra Parlamento e Consiglio

Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo politico sulle priorità di bilancio per le politiche di asilo, migrazione e integrazione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027: il rinnovato Fami ammonterà a 9,882 miliardi di euro a prezzi correnti. Rafforzare la politica comune in materia di asilo, sviluppare la migrazione legale in relazione alle esigenze socioeconomiche degli Stati membri, promuovere un’efficace integrazione e inclusione sociale, contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi principali del fondo prefissati dai colegislatori. Altri obiettivi includono la garanzia di rimpatri e riammissioni sicure e dignitose per coloro che non hanno diritto a rimanere nell’UE, nonché il supporto nel processo di reinserimento nei paesi terzi. Su richiesta del Parlamento europeo, il fondo dovrebbe altresì mirare a rafforzare la solidarietà e la condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri, in particolare nei confronti di coloro che sono più colpiti dalle sfide dei flussi migratori e dell’asilo, come Italia e Grecia, attraverso una cooperazione pratica.

La maggior parte dei fondi, circa il 63,5%, sarà destinata a programmi in gestione concorrente tra l’UE e gli Stati membri, le cui assegnazioni varieranno a seconda del numero di cittadini di paesi terzi residenti nel paese, domande di asilo ricevute, decisioni di rimpatrio prese e rimpatri effettuati. Il restante 36,5% sarà gestito direttamente dall’UE e sarà impiegato per rispondere rapidamente alle emergenze, all’ammissione umanitaria da paesi terzi e al reinsediamento di richiedenti asilo e rifugiati in altri Stati membri dell’Unione, “come parte degli sforzi di solidarietà”.

I negoziatori hanno altresì assicurato che i fondi potranno essere assegnati alle Autorità locali e regionali che implementano misure per sostenere il processo di integrazione nella loro comunità.

Gli europarlamentari sono riusciti ad aumentare la somma che i paesi dell’UE riceveranno per ogni persona reinsediata: 10.000 euro, contro i 7.000 euro previsti dal Consiglio, la stessa cifra che riceveranno per ogni persona ricollocata da un altro Stato membro. Inoltre, mentre nell’ambito del precedente quadro finanziario pluriennale 2014-2020 i paesi non hanno ricevuto fondi per l’ammissione umanitaria, ora riceveranno 6.000 € per ogni persona accolta con questo meccanismo, 8.000 € se si tratta di una persona vulnerabile.

Dichiarazioni e prossimi step

“Rinforzato, il nuovo fondo diventerà uno strumento chiave dell’UE per gestire la migrazione, l’asilo e l’integrazione in modo efficace e umano. La solidarietà non sarà solo una frase vuota, perché i paesi dell’UE riceveranno un generoso sostegno finanziario, anche attraverso il reinsediamento e il trasferimento. Le autorità locali e regionali avranno anche un accesso più facile ai fondi da spendere per l’integrazione e maggiori garanzie limiteranno la spesa al di fuori dell’UE, che è stata la priorità per il Parlamento” ha dichiarato la relatrice slovena Tanja Fajon – appartenente al gruppo dei Socialisti e democratici – in seguito al raggiungimento del compromesso.

Quanto ai prossimi passi, l’accordo tra il Parlamento e il Consiglio sarà ora finalizzato a livello tecnico, entrambe le istituzioni europee sono quindi chiamate ad adottarlo formalmente.

L’Unione europea tra terrorismo e sicurezza

EUROPA di

Il Covid-19, la crisi economica e quella sanitaria non hanno spostato l’attenzione europea da due dei temi cruciali per l’Europa di oggi: terrorismo e sicurezza continuano ad essere centrali nelle politiche europee, anche a causa degli attacchi dell’ultimo periodo in Francia e in Austria. Nell’ambito dell’Unione della sicurezza, la Commissione europea ha presentato un nuovo programma di lotta al terrorismo e per un Europol più forte, al fine di potenziare la resilienza dell’UE. Allo stesso tempo, è stata presentata una relazione sulla sicurezza, rispettando l’impegno di riferire periodicamente sui progressi compiuti in tale ambito.

L’Unione della sicurezza 2020-2025

Il 24 luglio scorso la Commissione europea ha adottato la strategia dell’UE per l’Unione della sicurezza 2020-2025 ed ha presentato una serie di iniziative con l’obiettivo di creare un approccio multidisciplinare, coordinato e integrato alla sicurezza, rispettando i diritti fondamentali. Nella strategia sono state stabilite le priorità strategiche interdipendenti in materia di sicurezza europea sulla base dell’Agenda 2015-2020 e che verranno portate avanti tra il 2020 e il 2025. Tra le iniziative presenti vi è la strategia dell’UE per una lotta efficace contro gli abusi sessuali, un piano d’azione in materia di droga e il piano sul traffico di armi da fuoco.

Il programma di lotta al terrorismo

Tra le iniziative che rientrano nell’Unione della sicurezza è compreso anche il nuovo programma di lotta al terrorismo e per sviluppare la resilienza europea nei confronti delle minacce terroristiche. Tale programma è stato ideato con il fine di aiutare gli Stati membri a prevedere e prevenire la minaccia terroristica, imparando anche a reagire in modo più efficace. A tal proposito, risulta essenziale il ruolo dell’Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto al terrorismo: con il nuovo programma proposto, l’agenzia fornirà un migliore sostegno alle indagini degli Stati membri.

Molteplici sono gli obiettivi previsti dal programma per prevedere, prevenire, proteggere e reagire al terrorismo. Innanzitutto, individuare le vulnerabilità e sviluppare una capacità di previsione delle minacce: la ricerca in materia di sicurezza diviene qui essenziale, insieme al potenziamento della resilienza delle infrastrutture critiche e delle missioni consultive organizzate dalla Commissione per aiutare gli Stati membri a svolgere valutazioni dei rischi. In secondo luogo, è importante prevenire gli attentati e combattere la radicalizzazione, contrastando la diffusione delle ideologie estremiste e dei contenuti terroristici online. Inoltre, verranno elaborate delle linee guida sulla moderazione dei contenuti disponibili al pubblico e verrà rafforzata l’azione preventiva delle carceri, soprattutto per quanto concerne la riabilitazione e il reinserimento. Particolarmente considerevole sarà poi promuovere la sicurezza e ridurre le vulnerabilità per proteggere le città e la popolazione: l’Unione europea garantisce una maggiore protezione fisica degli spazi pubblici sin dalla loro progettazione, rendendo più resilienti le infrastrutture critiche. Infine, si ha l’obiettivo di rafforzare il sostegno operativo, l’azione penale e i diritti delle vittime per reagire meglio agli attentati: la cooperazione di polizia e lo scambio di informazioni nell’UE sono cruciali per reagire agli attentati in modo efficace. La Commissione europea proporrà nel 2021 un codice di cooperazione di polizia dell’UE, al fine di rafforzare la cooperazione di contrasto al terrorismo.

Al fine reagire al meglio al terrorismo, sarà fondamentale per l’UE coinvolgere i paesi partner, dal vicinato al resto del mondo, collaborando attivamente anche con le organizzazioni internazionali. A tal proposito, la Commissione nominerà un coordinatore antiterrorismo che avrà lo scopo di coordinare la politica e i finanziamenti dell’UE nel settore della lotta al terrorismo.

La relazione sull’Unione della sicurezza

Quando nel luglio 2020 la Commissione ha presentato la nuova strategia, si è impegnata a riferire periodicamente sui progressi compiuti nel settore della sicurezza. Il 9 dicembre la Commissione europea ha presentato la sua prima relazione in tale ambito, evidenziando le azioni intraprese a livello europeo: assicurare un ambiente della sicurezza adeguato alle esigenze future; affrontare le minacce in evoluzione; proteggere i cittadini europei dal terrorismo; costruire un forte ecosistema della sicurezza. La relazione copre il periodo che va da ottobre 2019 a dicembre 2020 e illustra i principali progressi fatti in materia.

La Commissaria europea per gli Affari interni Ylva Johansson ha dichiarato: “La sicurezza interna è il cuore della strategia sulla sicurezza dell’Unione. Oggi e nelle prossime settimane mi concentrerò sulle esigenze individuate, tra cui figurano il miglioramento della risposta dell’UE ai contenuti terroristici online, l’interoperabilità tra i sistemi informatici e l’individuazione, la segnalazione e la rimozione di materiale pedopornografico online”. In merito al programma di lotta al terrorismo ha invece affermato: “Il programma di lotta al terrorismo presentato potenzia la capacità degli esperti di prevedere nuove minacce, aiuta le comunità locali a impedire la radicalizzazione, dota le città dei mezzi per proteggere gli spazi pubblici con una valida progettazione e garantisce che possiamo reagire rapidamente e più efficacemente agli attacchi commessi e tentati”.

Eurogruppo, il sì alla riforma del MES e i nodi da sciogliere

EUROPA di

Lunedì 30 novembre, l’Eurogruppo, l’organo informale che raccoglie i ministri degli Stati membri di economia e finanze dell’eurozona, ha trovato un accordo sulla riforma del MES, il “Meccanismo Europeo di Stabilità”. I ministri hanno approvato la modifica del trattato che ridisegna gli aiuti tradizionali del MES, al fine di prevenire le crisi e non curarle con rigide condizionalità. Il Commissario all’economia Paolo Gentiloni ha definito l’incontro un vero “successo”, anche perché la riforma è stata avviata due anni fa e, anche a causa del Covid-19, era attesa da oltre un anno. Per entrare in vigore però, avrà bisogno della conferma del Consiglio europeo e del via libera dei Parlamenti nazionali.

La necessità di una riforma del MES

Il MES è un’istituzione intergovernativa che non rientra tra le istituzioni dell’Unione europea ma che, tuttavia, è stata istituita al fine di aiutare i paesi dell’eurozona che si trovano in difficoltà. Nasce nel 2012 proprio con lo scopo di mettere in comune i fondi dei paesi dell’area euro e utilizzarlo per aiutare gli stati membri in grave crisi, come fu per la Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda. Tuttavia, da anni si parla della necessità di una riforma del trattato dell’organizzazione in quanto, per ricevere l’aiuto, ogni Stato avrebbe dovuto accettare un rigido piano di riforme – con misure quali tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni – ed essere sottoposto alla sorveglianza di un comitato costituito da Commissione europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. Nato come tentativo di rendere l’eurozona economicamente unita e solidale nell’affrontare le crisi, questo meccanismo è stato oggetto di numerose critiche, anche opposte tra loro, con la solita contrapposizione di paesi. Se per i paesi del Nord Europa si tratta di un incentivo dato ai paesi del Sud per spendere più di quanto possiedono, molti paesi criticano le rigide misure previste in cambio degli aiuti. A partire dal 2018 dunque, si è iniziata a discutere la riforma del meccanismo e l’approvazione definitiva è arrivata solo a fine 2020.

Cosa prevede la riforma

Si tratta di un allargamento delle competenze del MES in quanto contempla una serie di nuovi compiti per il Meccanismo. In particolare, si prevede un ulteriore sviluppo degli strumenti del MES, il rafforzamento del ruolo del Meccanismo nella progettazione, nella negoziazione e nel monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria. Poi, si annuncia la creazione di un sostegno per il Fondo di risoluzione unico, che potrà essere finanziato dal MES quale rete di protezione per le banche a rischio. Quest’ultimo è un importante passo in avanti verso l’Unione bancaria e, vista la sua rilevanza, entrerà in vigore nel 2022 invece che nel 2024. Il presidente dell’Eurogruppo Donohoe considera tale sostegno comune come una rete di sicurezza che “rafforzerà e integrerà il pilastro di risoluzione dell’unione bancaria” garantendo che “il fallimento di una banca non danneggi l’economia in generale”. La riforma elimina, inoltre, il Memorandum previsto per imporre le condizioni di aiuto per i paesi che richiedono l’attivazione del Meccanismo, e lo sostituisce con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. I Paesi potranno ottenere i prestiti usufruendo di linee di credito precauzionali, senza concordare misure economiche particolari, se rispettano pienamente i parametri del trattato di Maastricht: rapporto deficit/Pil sotto il 3%, rapporto debito/Pil al 60%. Al momento, dieci Paesi, tra cui l’Italia, non rientrano in tali parametri.

Seppur di fondamentale importanza, il via libera dell’Eurogruppo alla riforma del MES non è vincolante né definitivo. Al contrario, è il punto di partenza e la base dell’accordo che dovrà essere oggetto del prossimo Consiglio europeo, per il quale la decisione finale passerà dai ministri dell’economia e delle finanze ai capi di Stato e di governo dell’eurozona. In caso di immediata intesa nel Consiglio europeo, si potrà procedere con l’atto che rende davvero operativo il consenso: la firma del trattato potrà avvenire con tutta probabilità a gennaio 2021. Tuttavia, il MES rimane un’organizzazione intergovernativa: necessita dunque dell’approvazione, in via definitiva, dei Parlamenti nazionali e solo allora potrà entrare in vigore.

Le reazioni in Italia

Il ministro dell’Economia italiano Gualtieri, nell’approvare la riforma del MES, ha specificato un elemento importante da sottolineare: la riforma del MES non riguarda la linea di credito approvata per lo scoppio della crisi da Covid-19, quella del “MES sanitario”. Il ministro ha dunque precisato che l’approvazione della riforma non equivale all’attivazione del MES da parte dell’Italia e, anche una volta approvata in via definitiva dal Parlamento, la modifica non comporta obblighi per l’Italia. Tuttavia, questa continua a dividere la maggioranza italiana, mentre il ministro dell’Economia ha affermato che si tratta di “un risultato positivo e importante su un testo equilibrato che ha richiesto un negoziato intenso”. Proprio per queste divergenze e poiché il MES è da almeno un anno al centro del dibattito politico italiano, la posizione dell’Italia ha avuto una rilevanza particolare. “Vorrei ringraziare Roberto Gualtieri per il suo coraggio politico poiché l’unico Stato della zona euro in cui questa questione è diventata un’importante questione di politica interna è stato l’Italia”, ha detto a tal proposito il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire. Se per il commissario all’Economia Gentiloni si tratta di una “buona notizia per cittadini e imprese”, il capo politico del Movimento 5 Stelle ha sottolineato che “la riforma del MES e il suo utilizzo sono due elementi totalmente distinti”, e parte del Movimento continua ad essere contrario anche alla riforma stessa.

L’approvazione della riforma è dunque ancora lontana e necessita del doppio vaglio Consiglio europeo – dove il Primo ministro Conte non mancherà di riportare anche la visione del primo partito al governo – e Parlamento nazionale, dove la maggioranza è divisa.

UE-ASEAN: il partenariato strategico e la cooperazione nella gestione del Covid-19

EUROPA di

Il 1° dicembre, la 23ª videoconferenza ministeriale ASEAN-UE ha riunito i Ministri degli Esteri dell’Unione europea e i loro omologhi dei 10 Stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. I ministri hanno ribadito il ruolo significativo svolto dall’ASEAN e dall’Unione europea nel plasmare l’agenda politica, socioeconomica e di sicurezza a livello regionale e globale, dando vita ad un partenariato strategico che sigla l’evoluzione delle relazioni. Riconoscendo l’unicum rappresentato della connettività e dall’ integrazione regionale dell’ASEAN e dell’UE, è stato ribadito l’impegno reciproco a promuovere la connettività all’interno e tra le due organizzazioni. In virtù del suo ruolo di primo piano tra tutti i partners del Sud-est asiatico, l’UE ha, inoltre, annunciato un nuovo programma da 20 milioni di euro per sostenere la preparazione e la capacità di risposta degli Stati membri dell’ASEAN nella gestione della pandemia da Covid-19.

Le relazioni UE-ASEAN

Le relazioni tra l’Europa e il Sud-est asiatico sono state ufficialmente avviate nel 1972. Tuttavia, è solo di recente che questo rapporto ha subito dei cambiamenti significativi.

Attualmente l’UE e l’ASEAN intrattengono efficaci rapporti di cooperazione in vari campi: dalla politica all’economia, dal commercio agli investimenti, dalla difesa alla sicurezza ed alla connettività tra i popoli. L’Unione europea ha istituto vari programmi per i Paesi membri dell’ASEAN-Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia, Sultanato del Brunei, Vietnam, la Birmania (Myanmar), Laos e Cambogia-al fine di aiutarli a fronteggiare le sfide non convenzionali legate alla sicurezza, ai cambiamenti climatici ed alle catastrofi ambientali, guadagnandosi un posto di primo piano tra tutti i partners dell’ASEAN.

Oltre a cooperare con l’ASEAN come organizzazione, l’UE mantiene altresì relazioni bilaterali con i singoli Stati membri, concretizzatesi ad esempio nell’Accordo di Libero Scambio UE-Singapore e in quello tra UE e Vietnam (EVFTA).

Nonostante l’esistenza di alcuni ostacoli, derivanti dalle differenze culturali, dalle distanze geografiche e politiche, nonché dalle differenze economiche e sociali, le due organizzazioni sono determinate nel trovare le strategie adatte per beneficiare dei vantaggi offerti dalla cooperazione internazionale, al fine di costruire un rapporto duraturo ed efficace.

La 23ª videoconferenza ministeriale: l’avvio del partenariato strategico

Il 1° dicembre, nell’ambito della 23ª videoconferenza ministeriale ASEAN-UE, le due organizzazioni hanno aperto un nuovo capitolo nella loro relazione di lunga data, diventando partners strategici.

Entrando nel merito della videoconferenza, quest’ultima è stata copresieduta dall’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e dal Ministro degli Affari esteri di Singapore, Vivian Balakrishnan, in qualità di paese coordinatore per le relazioni del dialogo ASEAN-UE. Al vertice hanno partecipato i Ministri degli Esteri o i loro rappresentanti di tutti gli Stati membri dell’ASEAN e dei 27 Stati membri dell’UE, oltre al segretariato dell’ASEAN e alla Commissione europea, rappresentata dalla Commissaria per le partnerships internazionali, Jutta Urpilainen. I ministri hanno ribadito il ruolo significativo svolto dall’ASEAN e dall’Unione europea nel plasmare l’agenda politica, socioeconomica e di sicurezza a livello locale e globale. Riconoscendo l’unicum rappresentato della connettività e dall’ integrazione regionale dell’ASEAN e dell’UE, è stato ribadito l’impegno reciproco a promuovere la connettività all’interno e tra le due organizzazioni. In tale ottica di rafforzamento della cooperazione attraverso la connettività è stato istituito un partenariato strategico, siglando l’evoluzione delle relazioni, con l’impegno a tenere regolari vertici tra i rispettivi leader.

La connettività tra i popoli è così promossa nello spirito di pace, inclusività, sviluppo, cooperazione, sostenibilità economica, fiscale, finanziaria, sociale e ambientale, fondandosi su condizioni di parità nonché su norme di mutuo vantaggio, in conformità agli standard internazionali pertinenti.

“Questo partenariato strategico rappresenta due elementi fondamentali: in primo luogo il riconoscimento del fatto che, davanti alla crescente insicurezza geopolitica e alle sfide al multilateralismo, l’UE e l’ASEAN avvieranno relazioni più strette. In secondo luogo, l’opportunità per un maggiore dialogo tra i leader così da tenere d’occhio e dare forma alle possibilità di una cooperazione più approfondita in materia di commercio, sicurezza e difesa, come anche di sviluppo sostenibile” queste le parole di Josep Borrell a conclusione della videoconferenza.

Il programma di aiuti per la gestione della pandemia da Covid-19

Oltre ad aver inaugurato un nuovo capitolo nell’ambito delle relazioni reciproche, l’Unione europea ha altresì annunciato, tramite la Commissaria per le partnerships internazionali, Jutta Urpilainen, un nuovo programma da 20 milioni di euro per sostenere la preparazione e la capacità di risposta degli Stati membri dell’ASEAN nella gestione della pandemia da Covid-19, migliorando il coordinamento regionale e rafforzando la capacità dei sistemi sanitari nel sud-est asiatico, con particolare attenzione alle popolazioni vulnerabili. Il programma di aiuti, che si inserisce nell’ambito della risposta globale dell’UE alla pandemia da coronavirus, ha una durata di 42 mesi e sarà attuato dall’Organizzazione mondiale della sanità, in stretta collaborazione con le autorità nazionali e il segretariato dell’ASEAN.

“Il programma di risposta e preparazione alla pandemia del sud-est asiatico fa parte della risposta di solidarietà da 350 milioni di euro dell’Unione europea per sostenere i nostri partner ASEAN nell’affrontare la pandemia COVID-19. Un forte coordinamento regionale sull’accesso a informazioni, attrezzature e vaccini è essenziale per superare questa crisi. Siamo in questo insieme e, come partner, più forti insieme ” ha dichiarato Jutta Urpilainen.

L’impegno dell’UE per la parità di genere e l’emancipazione femminile

EUROPA di

Il 25 novembre 2020, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’Unione europea ha presentato un ambizioso piano per promuovere la parità di genere e l’emancipazione femminile in tutte le azioni dell’Unione europea. Si tratta di un importante e, vista la giornata, simbolico passo in avanti compiuto dall’UE, sempre più attenta a tali dinamiche. I diritti delle donne sono al centro dell’azione UE da tempo ma, con l’elezione di Ursula Von der Leyen quale prima presidente donna della Commissione europea, nonché di Angela Merkel quale presidente di turno del Consiglio dell’UE, la strategia per la parità di genere subisce l’accelerazione che da tempo si aspettava.

La strategia dell’UE per la parità di genere

Lo scorso 5 marzo, la Commissione europea ha presentato la strategia per la parità di genere 2020-2025, “Verso un’Unione dell’uguaglianza”. La volontà della presidente Von der Leyen di impegnarsi in materia è presente già negli orientamenti politici e nel programma presentato quando era ancora la candidata alla carica di presidente. Una volta eletta, ha mantenuto la propria posizione presentando questa strategia al fine di compiere progressi significativi entro il 2025 per giungere ad un’Europa garante della parità di genere. L’obiettivo finale è uno solo: far si che donne e uomini siano liberi di perseguire le proprie scelte di vita con pari opportunità di realizzazione. La strategia presentata è basata sul duplice approccio dell’integrazione della dimensione di genere combinata con azioni mirate e con il principio dell’intersezionalità. È in tale contesto che si inserisce il nuovo piano d’azione sulla parità di genere.

Il piano d’azione sulla parità di genere

Il piano d’azione presentato il 25 novembre ha una portata simbolica non indifferente. In occasione della giornata internazionale dell’eliminazione della violenza sulle donne, la Commissione europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione europea hanno reso la parità di genere e l’emancipazione femminile una vera e propria priorità dell’UE: l’obiettivo è far sì che le donne possano esercitare pienamente i loro diritti ed aumentare la propria partecipazione. Il nuovo piano d’azione per il periodo 2021-2025 mira ad accelerare i progressi nell’emancipazione delle donne, salvaguardando i risultati conseguiti. Dall’analisi fornita si evince, infatti, che nessun paese al mondo è sulla strada per raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione. Inoltre, le conseguenze socioeconomiche della crisi da Covid-19 hanno colpito la popolazione in maniera sproporzionata, gravando principalmente sulle donne: la perdita dei posti di lavoro è superiore di 1,8 a quella degli uomini, con conseguente aumento del tasso di povertà. In estrema sintesi, il piano d’azione rende la promozione della parità di genere una priorità di tutte le politiche europee; delinea una tabella di marcia per la collaborazione con tutti i portatori di interessi; intensifica l’azione in tutti i settori strategici; invita le istituzioni a dare il buon esempio, garantendo la trasparenza dei risultati.

I cinque pilastri d’azione

Il piano d’azione presentato fornisce un quadro politico con ben cinque pilastri per accelerare i progressi verso l’adempimento degli impegni internazionali in materia. Il primo pilastro afferma che l’85% di tutte le nuove azioni nell’ambito delle relazioni esterne contribuiranno a conseguire la parità di genere e l’emancipazione femminile entro il 2025. Il secondo pilastro disciplina una visione strategica condivisa e una collaborazione con gli Stati membri e i partner a livello regionale, nazionale e multilaterale: è necessario un approccio comune per tutti gli attori dell’UE per ogni livello, dalla società civile ai giovani, dai portatori di interessi ai governi nazionali. Il terzo pilastro è un invito ad accelerare i progressi, concentrandosi sulle principali aree tematiche di impegno: la lotta contro la violenza di genere, la promozione dell’emancipazione economica, sociale e politica; l’accesso universale all’assistenza sanitaria e ai diritti delle donne; la parità nella partecipazione e nella leadership. Il quarto pilastro invita l’UE a dare il buon esempio in materia di parità di genere ed emancipazione femminile, anche attraverso l’istituzione di una leadership equilibrata. Infine, ci si impegna nel monitoraggio dei risultati al fine di verificare sempre i miglioramenti apportati dal piano d’azione.

Le reazioni nell’UE

Il nuovo piano è stato presentato con un forte entusiasmo da parte delle istituzioni europee. L’Alto Rappresentante Josep Borrel ha affermato che “la partecipazione e la leadership delle donne e delle ragazze è essenziale per garantire democrazia, giustizia, pace, sicurezza, prosperità e un pianeta più verde”, ed ha aggiunto che “grazie a questo nuovo piano d’azione intendiamo accelerare e incentivare i progressi verso la parità di genere”. Anche la Commissaria per i partenariati internazionali, Jutta Urpilainen, ha affermato “un maggiore impegno nella parità di genere è fondamentale per una ripresa sostenibile dalla crisi Covid-19 a livello mondiale e per la costruzione di società più eque, inclusive e prospere. Le donne e le ragazze sono in prima linea di fronte alla pandemia e devono essere anche al timone della ripresa”.

Meno entusiasti sono apparsi invece i paesi dell’Est Europa: parte del gruppo Visegrad, dopo il veto sul Recovery Fund, ha mostrato la propria contrarietà verso il piano d’azione. Polonia e Ungheria, in particolare, non sembrano condividere con gli altri Stati membri l’insieme dei valori che l’UE intende promuovere nelle proprie relazioni con i Paesi terzi, tra cui figura anche la parità di genere. I due paesi, pur affermando di sostenere la parità uomo-donna, non intendono fare in modo che il riferimento all’uguaglianza di genere allarghi il campo anche alla comunità LGBTIQ.

Flaminia Maturilli
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