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Il nuovo governo libico ha giurato: tra ombre e speranze prosegue il cammino verso nuove elezioni

AFRICA di

Lunedì 15 marzo i nuovi ministri del governo libico ad interim hanno prestato giuramento presso la sede temporanea del Parlamento di Tobruk, impegnandosi a preservare l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale del Paese, rispettando la Costituzione.

Giuro di assolvere i miei doveri con tutta onestà e devozione, di restare federe agli obbiettivi della Rivoluzione del 17 febbraio, di rispettare la Dichiarazione costituzionale, di prendermi cura degli interessi del popolo e di preservare l’indipendenza della Libia, la sua sicurezza e la sua integrità territoriale“, sono state le parole pronunciate dal nuovo premier libico Abdel Hamid Dbeibah. La squadra governativa da lui proposta aveva ottenuto l’avallo della Camera dei rappresentanti di Tobruk nella mattina del 10 marzo scorso, con ben 132 voti favorevoli su 134, anche se con 2 astensioni e 36 parlamentari assenti. 

Con questo evento, per la prima volta dal 2014, la Libia torna ad avere un governo legittimo ed unitario, seppur con un mandato temporalmente limitato. L’esecutivo di unità nazionale guidato dal premier Abdel Hamid Dbeibah, insieme al nuovo Consiglio Presidenziale, saranno, infatti, le due istituzioni che avranno il compito di traghettare il Paese africano verso nuove elezioni parlamentari e presidenziali, previste per il prossimo 24 dicembre 2021.

La squadra

Il nuovo esecutivo si configura, di fatto, come un governo di unità nazionale, che ruota attorno al tandem composto da Abdel Hamid al-Dbeibah, ricco imprenditore libico, e da Mohammed al-Menfi, ex ambasciatore in Grecia, nei ruoli, rispettivamente, di Primo Ministro e di Presidente. Attorno a loro è stata costruita un’ampia squadra governativa, composta da ventisette ministri, in gran parte figure definite “sconosciute” all’opinione pubblica.

Va notato che la componente femminile è pari al 30% della squadra di governo, corrispondente a 5 incarichi ministeriali.  Oltre al Ministero della Giustizia, per la prima volta nella storia della Libia, anche il Ministero degli Esteri sarà guidato da una donna, Najla Mangoush, avvocato e docente di diritto penale. Resta invece vacante la carica di ministro della Difesa, sulla quale non vi è ancora accordo tra i deputati libici, e che verrà quindi assunta ad interim dallo stesso Premier nell’attesa di giungere ad un’intesa. 

Come ci si è arrivati

Il nuovo governo, risultato dei lunghi negoziati condotti sotto l’egida delle Nazioni Unite, prenderà il posto dei due governi che, di fatto, negli ultimi anni si sono divisi il controllo della Libia: quello di Fayez al-Serraj —nell’ovest del paese —, sostenuto dall’Onu, e con sede a Tripoli, e quello che faceva riferimento al maresciallo Khalifa Haftar e al suo Esercito Nazionale Libico (LNA), con sede a Tobruk, nell’est della Libia. I colloqui dell’Onu avevano subìto un’accelerazione dopo la sconfitta militare di Haftar, seguita al fallimento del suo tentativo di conquistare Tripoli ed imporre il suo potere su tutta la Libia.

A seguito dell’accordo sul cessate il fuoco permanente del 23 ottobre 2020, e agli sviluppi politici interni al Paese, l’ex Premier al-Serraj si era detto disposto a garantire una “transizione graduale” del potere.

A inizio febbraio, dopo mesi di negoziati, i 75 membri del Forum per il Dialogo Politico libico (LPDF), tenutosi a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite, hanno eletto le figure di al-Manfi e Dbeibah.

In questi giorni, in vista del passaggio di consegne, e dell’imminente insediamento del suo successore, al-Serraj ha annunciato pubblicamente di non presentare la sua candidatura alle elezioni di dicembre. All’ex premier sono giunti gli auguri di numerose cancellerie internazionali, dei paesi arabi, della missione Onu in Libia Unsmil: “la Libia ha ora una reale opportunità per andare avanti verso l’unità, la stabilità, la prosperità, la riconciliazione e per ripristinare completamente la sua sovranità” sono state le parole dell’Inviata Speciale Onu in Libia Ján Kubiš.

Agenda governativa

Nel breve termine, il governo guidato dall’imprenditore Abdel Hamid Dbeibah dovrà percorrere un sentiero non privo di ostacoli. Primo tra questi, provvedere all’espulsione delle numerose milizie di mercenari stranieri, prevalentemente inviati da Ankara e Mosca, presenti sul territorio del Paese nordafricano. L’espulsione delle truppe straniere rientrava, in realtà, nell’intesa sul cessate il fuoco raggiunta lo scorso 23 ottobre, per poi divenire oggetto di un ultimatum che poneva come data ultima quella del 23 gennaio, termine che è stato ampiamente disatteso. È proprio la presenza di attori non libici, tra milizie tribali e gruppi armati stranieri, a complicare ulteriormente lo scenario interno al Paese. Secondo le Nazioni Unite, infatti, sono circa 20 mila le unità di mercenari stanziati sul territorio libico, soprattutto nelle basi di Sirte, al-Jufra e al-Watiya.

I mercenari sono una pugnalata alle spalle del nostro paese e devono andarsene. La nostra sovranità è violata dalla loro presenza” ha dichiarato Dbeibah al Parlamento riunito a Sirte, annunciando la volontà di chiederne l’immediato ritiro.

Lo Yemen protagonista di tre crisi nel mezzo di una guerra civile fuori controllo

MEDIO ORIENTE di

Crisi alimentare, tasso di povertà superiore al 50 per cento, 700mila casi di colera, a cui si aggiunge anche il COVID-19. Il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite prevede che se il conflitto continuerà ancora fino al 2022, il paese potrebbe divenire il più povero al mondo. In realtà, anche prima della guerra e del COVID-19, lo sviluppo economico yemenita era debole. Le cause sono da ricercare nella corruzione dilagante, alti tassi di disoccupazione e un sistema istituzionale incapace di guidare il paese verso la crescita.

La guerra civile ha fatto crollare questo sistema fragile, stremato ancor più da un blocco navale ai porti yemeniti imposto dall’Arabia Saudita e che impedisce il transito delle merci, compresi cibo e medicinali.

Il paese affronta infatti quotidianamente una triplice crisi: politica, economica e umanitaria, l’una strettamente legata all’altra.

La crisi politica è generata da fattori con elementi sia regionali che internazionali. La guerra civile scoppiata nel 2015, e ancora in corso, è la causa principale della pesante situazione in cui versa lo Yemen, ma non l’unica. Ad essa si sono affiancate calamità naturali, emergenze sanitarie e un collasso economico che hanno precipitato il paese nel baratro. Già nel 2016 la dimensione dell’economia yemenita si era dimezzata e il valore della moneta era sceso a un quarto del suo valore iniziale. Peraltro l’assenza di un governo eletto democraticamente non facilita la soluzione della crisi.

La carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria, nonché la diffusione di massicce epidemie di colera e difterite, hanno gravato sulle condizioni di vita dei civili e privato le famiglie dei bisogni primari. A gennaio 2021, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato 2.123 casi confermati di COVID-19 nello Yemen e 616 decessi, con un tasso di mortalità del 29%. È stato osservato un notevole calo del numero di casi segnalati, ma gli indicatori suggeriscono che il virus stia continuando a diffondersi. È probabile che i casi segnalati siano sottostimati a causa della limitata capacità di test e difficoltà di accesso ai servizi di cura nonché alla paura di rimanere vittima di uno dei numerosi attacchi alle strutture sanitarie.

Le Nazioni Unite definiscono la crisi umanitaria nello Yemen “la peggiore del mondo”, cosa di cui al-Qaeda non ha mai smesso di trarre vantaggio per espandere il proprio punto d’appoggio nella regione. La situazione è peggiorata quando nel 2017 le forze militari hanno iniziato ad ostacolare la fornitura di beni primari, causando più di centomila decessi a causa della mancanza di cibo, servizi sanitari e infrastrutture.

Mark Lowcock, coordinatore delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha dichiarato: “I tassi di malnutrizione sono a livelli record e 400.000 bambini sono gravemente malnutriti, 16 milioni di persone soffrono la fame, di cui 5 milioni sono a un passo dalla carestia”. Ha detto che le questioni inaccettabili di accesso umanitario continuano con le forze Houthi che ritardano regolarmente i convogli di aiuti e molestano regolarmente il personale umanitario.

Inoltre, in un rapporto delle Nazioni Unite è stato dimostrato che sia gli Houthi che le forze della coalizione internazionale hanno violato il diritto internazionale umanitario attaccando obiettivi civili. Ciò include la distruzione, da parte della coalizione, di un ospedale gestito dall’organizzazione Medici Senza Frontiere nel 2015. Tortura, arresti arbitrari e sparizioni forzate sono tra le altre violazioni perpetrate da entrambe le parti.

 

Come e perché nasce il conflitto?

Il conflitto, nato come risposta alla politica repressiva del regime di Saleh (1990-2012), aveva visto gli Houthi trarre vantaggio dalle tensioni politiche e sociali nella capitale yemenita. Con l’esplosione della primavera araba e il massacro dei manifestanti da parte del governo nel marzo 2011, il regime di Saleh si spacca definitivamente.

Si apre allora un periodo di transizione affinché lo Yemen potesse dotarsi di una nuova Costituzione e eleggere un nuovo governo. Dopo tre anni dalla caduta del governo però l’insuccesso delle trattative tradisce le speranze della popolazione, ormai allo stremo sia a causa della crisi economica che alimentare. Ciò diventa l’occasione per le milizie degli Houthi di cavalcare l’ondata di malcontento e legittimare la loro azione politica.

Gli Houthi propongono un governo di unità nazionale in cui questi ultimi sono ai vertici dello Stato, mentre il governo è formato da ministri tecnici, monitorati in base ai progressi raggiunti in ambito economico. Il nuovo governo tecnico, insediatosi nell’ottobre del 2014, non ha però vita facile a causa delle continue intromissioni delle milizie (in qualità di “supervisori”) nelle attività del governo. Nel gennaio 2015, gli Houthi rovesciano definitivamente il governo e ne prendono le redini.

 

Chi sono le parti coinvolte?

Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi sfruttano la situazione in Yemen per imporre la propria influenza nella Penisola Arabica. Diversamente dagli anni passati, in cui gli Stati del Golfo si affidavano prevalentemente agli Stati Uniti per assicurare la stabilità della regione, ora i leader dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi hanno propri obiettivi strategici in Yemen, tra cui contrastare il controllo dell’Iran sul territorio yemenita.

L’Arabia ha peraltro avviato una campagna militare in Yemen che inasprisce le tensioni. Ciò nonostante, l’amministrazione Trump ha abbracciato la causa saudita e ne difende gli interessi, sostenendo che sia l’Iran il principale responsabile dell’instabilità della regione.

Iran

Contrariamente a quanto sostenuto dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, molti esperti regionali affermano che l’influenza di Teheran sia invece piuttosto limitata, soprattutto perché iraniani e houthi aderiscono a diverse scuole di islam sciita. In generale, è vero che l’Iran e gli Houthi condividono interessi geopolitici che vedono il dominio saudita e statunitense nella regione come una minaccia, diverse però sono le ragioni alla base di queste posizioni.

Stati Uniti

Sebbene il Congresso degli Stati Uniti sia stato diviso sulla questione, gli Stati Uniti hanno sostenuto la coalizione guidata dai sauditi, così come la Francia, la Germania e il Regno Unito. I loro interessi in Yemen includono la sicurezza dei confini sauditi; passaggio libero nello stretto di Bab al-Mandeb, arteria vitale per il trasporto globale di petrolio; e un governo yemenita stabile che collabori con i programmi antiterrorismo statunitensi. Tuttavia, il clamore per le morti civili nelle campagne aeree della coalizione, che spesso usano armi di fabbricazione statunitense, e il ruolo dell’Arabia Saudita nell’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi nel 2018, hanno indotto gli Stati Uniti e altre potenze occidentali a limitare la vendita di armi e rifornimento di carburante degli aerei della coalizione.

Conferenza sul futuro dell’Europa: la firma della dichiarazione comune

EUROPA di

Il 10 marzo, il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il Primo ministro portoghese António Costa e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno firmato, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, la dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un passo preliminare all’avvio di una serie di dibattiti e discussioni che consentiranno ai cittadini europei di condividere le loro idee per contribuire a plasmare il futuro dell’Europa. Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi i temi principali della Conferenza, i quali coincidono con le priorità generali dell’Unione europea.

L’origine della Conferenza

L’istituzione di una Conferenza sul futuro dell’Europa è stata inizialmente proposta dal Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, nel marzo del 2019, nell’ambito della sua lettera aperta ai cittadini dell’UE intitolata “Per un Rinascimento europeo”. La proposta è stata poi formalmente avanzata dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, all’inizio del suo mandato, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’Unione. Negli orientamenti politici presentati nel luglio 2019, Ursula von der Leyen aveva, in particolare, indicato che: la Conferenza si sarebbe dovuta avviare nel 2020 con una durata di due anni e avrebbe dovuto riunire i cittadini, la società civile e le istituzioni europee in qualità di partner paritari; la portata e gli obiettivi delle Conferenza sarebbero stati definiti di comune accordo tra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione; vi sarebbe stato un impegno politico a dar seguito alle decisioni della Conferenza, se opportuno anche mediante un’azione legislativa o eventuali modifiche del trattato.

I lavori di tale Conferenza, rimandati di un anno anche a causa della pandemia da Covid-19, dovrebbero avviarsi il 9 maggio 2021, a Strasburgo. Il suo obiettivo primario è il conferimento ai cittadini europei di un ruolo più incisivo nella definizione delle politiche e delle ambizioni dell’UE, migliorando la resilienza dell’Unione alle crisi, sia economiche che sanitarie. La Conferenza costituirà un nuovo spazio d’incontro pubblico per un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini europei sulle questioni che li riguardano e che incidono sulla loro vita quotidiana.

La firma della dichiarazione comune

L’atto che segna l’inizio del processo che permette ai cittadini di partecipare alla ridefinizione delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea è arrivato il 10 marzo con la firma da parte del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il Presidente di turno del Consiglio dell’UE, Antonio Costa, e la Presidente della Commissione europea, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, di una dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa.

La dichiarazione comune definisce la portata, la struttura, gli obiettivi ed i principi della Conferenza. Essa, inoltre, getta le basi per eventi avviati dai cittadini, da organizzare in collaborazione con tutte le parti coinvolte. La partecipazione dei cittadini al processo è infatti essenziale per garantire il massimo coinvolgimento e la massima diffusione ed una particolare attenzione è attribuita alle iniziative avviate dai giovani europei.

Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi temi, considerati fondamentali nell’ambito della Conferenza, coincidono con le priorità generali dell’UE nonché con le principali questioni sollevate dai cittadini nell’ambito dei sondaggi d’opinione.

La dichiarazione comune, inoltre, sancisce che la conferenza si articolerà in vari spazi, virtuali e, possibilmente, fisici, nel rispetto delle norme anti COVID. Una piattaforma digitale multilingue interattiva consentirà ai cittadini ed ai portatori d’interessi di presentare idee online e li aiuterà a partecipare o ad organizzare eventi. La piattaforma e tutti gli eventi organizzati sotto l’egida della conferenza dovranno basarsi sui principi di inclusività, apertura e trasparenza, nel rispetto della privacy e delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati.

Prossime tappe e commenti dei leader delle istituzioni UE

Quanto ai prossimi step, presto sarà istituito un comitato esecutivo che rappresenterà in modo equilibrato il Parlamento europeo, la Commissione ed il Consiglio dell’UE, le tre istituzioni che guidano l’iniziativa, con i parlamenti nazionali nel ruolo di osservatori. Tale comitato esecutivo supervisionerà i lavori e preparerà le riunioni plenarie della conferenza, compresi i contributi dei cittadini e il loro follow-up.

“La giornata di oggi segna un nuovo inizio per l’Unione europea e per tutti i suoi cittadini – ha commentato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al momento della firma della dichiarazione comune – Con la conferenza sul futuro dell’Europa tutti i cittadini europei e la nostra società civile avranno l’occasione unica di plasmare il futuro dell’Europa, un progetto comune per una democrazia europea funzionante. Chiediamo a tutti voi di farvi avanti per partecipare, con le vostre opinioni, alla costruzione dell’Europa di domani, la VOSTRA Europa”. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha, invece, dichiarato: “Oggi vogliamo invitare tutti gli europei a esprimersi. Per spiegare in quale Europa vogliono vivere, per plasmarla e per unire le forze e aiutarci a costruirla. Le aspettative dei cittadini sono chiare: vogliono dire la loro sul futuro dell’Europa, sulle questioni che incidono sulla loro vita. La nostra promessa di oggi è altrettanto chiara: noi li ascolteremo. E poi agiremo.” Infine, il Primo Ministro portoghese Costa ha definito la convocazione della Conferenza “un messaggio di fiducia e speranza per il futuro che inviamo gli europei. Fiducia nel fatto che riusciremo a superare la pandemia e la crisi; speranza nel fatto che, insieme, riusciremo a costruire un’Europa equa, verde e digitale”.

L’Unione europea è stata dichiarata una “zona di libertà LGBTIQ”

EUROPA di

Il Parlamento europeo ha dichiarato l’Unione europea una “zona di libertà LGBTIQ”. La risoluzione adottata dagli eurodeputati giovedì 11 marzo è una importante risposta all’arretramento sui diritti LGBTIQ in alcuni Stati membri dell’Unione, tra cui Polonia e Ungheria. In particolare, la dichiarazione del Parlamento europeo vuole contrastare le oltre 100 zone esenti dalla comunità in questione presenti in Polonia, tutelandola dalle crescenti discriminazioni e dagli attacchi che si trova a subire. Infine, il Parlamento europeo ha esortato la Commissione UE ad usare tutti gli strumenti in suo potere per porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali delle persone LGBT+, perché tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, hanno il diritto di vedere rispettati e protetti i propri diritti fondamentali.

La Polonia e le “zone libere da LGBTI”

Nel corso del 2019 le misure di discriminazione nei confronti della comunità di gay, lesbiche, trans e queer sono notevolmente aumentate in Polonia, fino ad arrivare al proprio apice: decine di città, circa 80 amministrazioni comunali, si sono proclamate città libere dall’ideologia LGBTI. Tramite delle circolari, i governi locali sono stati invitati ad astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che incoraggi il rispetto verso tale comunità, evitando anche di fornire assistenza finanziaria a tutte quelle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti.

In risposta a tale politica vi sono state numerose manifestazioni e marce in difesa dei diritti delle persone gay, lesbiche, trans e queer: le crescenti intimidazioni contro la comunità non hanno certo fermato quella parte di popolazione pronta a riconoscere, tutelare e rispettare i diritti altrui. Tuttavia, sono numerose le città che hanno aderito a questa campagna, tanto da destare una forte preoccupazione nelle istituzioni europee. Già nel 2019 il Parlamento europeo si era espresso con una risoluzione esortando le autorità polacche a revocare gli atti che attaccano i diritti delle persone LGBTIQ, monitorando anche in che modo vengono utilizzati i finanziamenti comunitari.

La risoluzione del Parlamento europeo

492 voti favorevoli, 141 contrari (tra cui vi è un alto numero di eurodeputati italiani) e 46 astensioni: questi i numeri dell’Eurocamera giovedì 11 marzo. Il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione con una larga maggioranza, dichiarando l’Unione europea una zona di libertà LGBTIQ in risposta alle misure polacche contro la comunità di persone gay, lesbiche, trans e queer. Gli eurodeputati hanno infatti dichiarato che le zone franche istituite dai governatori locali polacchi rientrano comunque nel contesto nazionale, nel quale la comunità LGBTIQ è sempre più soggetta ad un aumento di attacchi discriminatori e ad un odio crescente da parte delle autorità pubbliche e dei media filogovernativi. A dimostrazione di ciò, tra le altre cose, ci sono anche i numerosi arresti avvenuti proprio durante le marce del Pride.

Il Parlamento europeo ha anche invitato la Commissione europea ad agire in tal senso. La Commissione, in primo luogo, ha respinto le domande di finanziamento europeo nell’ambito del suo programma di gemellaggio tra le città polacche che hanno dichiarato le zone franche. Tuttavia, secondo i membri del Parlamento, la Commissione dovrebbe attivare le procedure di infrazione con l’articolo 7 del trattato sull’UE, nonché il regolamento adottato sulla protezione del bilancio UE e il rispetto dello stato di diritto. L’obiettivo è, dunque, porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali della comunità di gay, lesbiche, trans, queer nell’Unione europea.

La decisione dell’11 marzo del Parlamento europeo è fortemente simbolica anche perché segue di poche ore l’ennesima decisione del governo polacco in contrasto alla comunità in questione. Il governo polacco ha infatti proposto di vietare l’adozione per le coppie omosessuali: formalmente è già vietato, ma rimane possibile per i genitori single. Se venisse approvata tale legge, le autorità polacche potrebbero indagare sulla vita privata delle persone single per accertarsi che non siano coinvolte in una relazione omosessuale: se così fosse, le autorità potrebbero perseguire penalmente le persone coinvolte. Si tratta di una ulteriore misura che viola i diritti e le libertà fondamentali di numerose persone, rimesse al giudizio delle autorità locali senza poter essere libere di essere ciò che si vuole.

Oltre alla Polonia, viene fatta una menzione anche all’Ungheria: nel novembre 2020, la città ungherese di Nagykáta ha adottato una risoluzione che vieta la diffusione e la promozione della propaganda LGBTIQ. Dopo qualche settimana, il parlamento ungherese ha adottato degli emendamenti costituzionali volti a limitare i diritti di tali persone, limitando il loro diritto ad una vita familiare e non tenendo conto dell’esistenza di diverse categorie di persone, quali le persone transgender.

Per gli eurodeputati, “chiunque dovrebbe godere delle libertà di vivere e mostrare pubblicamente il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere senza temere intolleranza, discriminazione o persecuzione”. In particolare, il compito delle autorità non è di fomentare tali pratiche, ma di proteggere e promuovere l’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti, senza discriminazioni.

Filippine: attivisti per i diritti umani vittime del fuoco incrociato tra il governo Duterte e la guerriglia comunista

ASIA PACIFICO di

Domenica 7 marzo nove attivisti per i diritti umani sono stati uccisi dalle forze militari filippine.

Cristina Palabay, leader di Karapatan, una ONG per i diritti umani, ha detto che gli omicidi sono avvenuti nelle province di Cavite, Laguna, Batangas e Rizal, tutte nella parte meridionale dell’isola di Luzon, vicino a Manila. Gli attivisti uccisi avevano lavorato per organizzazioni dedite alla difesa dei diritti dei pescatori e delle fasce più povere della popolazione.

Secondo la leader Palabay e Phil Robertson, il vicedirettore per l’Asia di Human Rights Watch, le uccisioni fanno parte di una “campagna terrorista del governo contro i ribelli comunisti” istigata dal presidente delle Filippine Rodrigo Duterte.

Due giorni prima delle incursioni, il presidente Duterte e altri importanti funzionari filippini, compresi i comandanti militari e di polizia, hanno accusato Karapatan e altri gruppi di sinistra di avere legami con un’insurrezione comunista di lunga data nel paese. Karapatan e gruppi simili hanno invece negato di essere coinvolti nelle violenze.

Secondo la polizia, domenica sono state arrestate durante i raid sei persone, compreso un assistente legale che lavorava per Karapatan, in tre province che circondano Manila, mentre almeno altre sei sono “scomparse”. La polizia ha anche affermato di avere mandati di arresto contro 18 persone, aggiungendo che opporre resistenza all’arresto è controproducente e induce alla morte immediata.

L’operazione sembra essere un “piano coordinato” delle autorità governative, ribadisce lo Human Rights Watch (HRW), per soffocare il dissenso contro il governo e richiede un’indagine da parte della Commissione indipendente per i diritti umani del paese.

Dalle violenze dei raid militari emerge infatti la convinzione che il governo abbia iniziato a prendere di mira ribelli armati, difensioni dei diritti e critici dell’amministrazione Duterte senza più alcuna distinzione.

 

Una ribellione con una lunga storia

I ribelli comunisti combattono il governo dal 1968, una delle rivolte maoiste più longeve al mondo in cui sono state uccise più di 30.000 persone. Diversi presidenti hanno tentato senza successo di raggiungere un accordo con i ribelli, il cui leader Jose Maria Sison, considerato un terrorista sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Europea, è ora in autoesilio nei Paesi Bassi.

Quando si è candidato alla presidenza nel 2016, Duterte ha promesso di porre finalmente fine alla ribellione attraverso colloqui di pace, evidenziando i suoi legami con i comandanti ribelli quando era sindaco di Davao City a Mindanao, dove la ribellione comunista è ancora attiva.

Dopo essere entrato in carica, Duterte ha ordinato colloqui diretti con i comunisti, ma le trattative hanno provocato solo altri scontri armati fino al 2017, quando Duterte ha annullato il processo di pace e ha firmato un proclama che definisce “terroristi” i combattenti comunisti.

Ciò ha spinto il governo a prendere misure drastiche, tra cui offrire una taglia per ogni ribelle ucciso. Successivamente, nel 2018 il presidente ha formato una task force speciale per prendere di mira i ribelli e i loro sostenitori.

Critici e attivisti per i diritti umani hanno affermato però che il corpo speciale viene schierato anche contro i politici tradizionali di sinistra e altri critici di Duterte – inclusi membri dell’accademia, giornalisti e attivisti.

Negli ultimi mesi, un certo numero di attivisti, avvocati e medici sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dopo essere stati etichettati in pubblico e sui social media come simpatizzanti comunisti e ribelli comunisti attivi.

L’economia mondiale è donna: la nigeriana Okonjo-Iweala è la nuova direttice del WTO

AFRICA di

Il primo marzo scorso l’economista nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala ha assunto formalmente l’incarico di direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO nell’acronimo inglese). Il voto dei 164 Stati membri dell’Organizzazione, riuniti a Ginevra, ha dunque permesso di giungere ad una nomina storica: Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministra delle Finanze della Nigeria e già numero due della Banca Mondiale, è infatti la prima donna e la prima africana a rivestire l’incarico apicale del WTO.

Dopo il voto del Consiglio Generale, nelle prime parole da direttore generale in pectore ha ribadito la necessità di garantire accesso universale “ai vaccini e alle cure” contro il Covid-19, impegnandosi a mettere l’Organizzazione al servizio della ripresa dall’emergenza economica e sanitaria.

Un WTO forte è essenziale se vogliamo riprenderci completamente e rapidamente dalla devastazione causata dalla pandemia del Covid-19. Insieme possiamo rendere il WTO più forte, più agile e più adatto alle realtà di oggi“, ha aggiunto Okonjo-Iweala, tracciando così la rotta per il suo mandato, che scadrà poi nell’agosto 2025.

Una nomina attesa da tempo

Nei giorni antecedenti al voto la sua nomina appariva già come un fait accompli, a seguito dell’annuncio del sostegno di Washington, dichiarato da parte dell’amministrazione Biden. Prima dell’endorsement degli USA, infatti, nonostante fosse sostenuta dalla maggior parte dei Paesi membri dell’Organizzazione, la nomina di Okonjo-Iweala è rimasta bloccata per mesi a causa del veto posto dal predecessore di Joe Biden, Donald Trump, che, invece, sosteneva la candidatura di Yoo Myung-hee, attuale Ministra del Commercio della Corea del Sud. Proprio per questa ragione, la carica apicale della WTO è rimasta vacante dal mese di maggio 2020, quando l’ex direttore generale Roberto Azevêdo aveva presentato le sue dimissioni, un anno prima della scadenza del suo mandato.

In questa occasione l’amministrazione Trump — da sempre critica nei confronti delle organizzazioni internazionali e in particolare della WTO, accusata di agire contro gli interessi degli Stati Uniti nella risoluzione delle dispute commerciali — impedì dunque la nomina di un direttore generale ad interim. Nelle ultime settimane è stato dunque l’endorsement di Biden a permettere di superare l’impasse, una mossa decisiva, visto che la nomina deve essere adottata per consensus, e non a maggioranza.

Nel corso della sua prima dichiarazione pubblica sotto l’Amministrazione Biden, l’Ufficio del Rappresentante del Commercio degli Stati Uniti ha perciò spianato la strada per la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala, lodando la sua “ricchezza di conoscenze in economia e diplomazia internazionale” nonché la sua “comprovata esperienza nella gestione di una grande organizzazione internazionale”.

Lavorare per il rilanciare il WTO

Ngozi Okonjo-Iweala assume la guida del WTO nel momento più difficile della storia dell’Organizzazione simbolo della globalizzazione, in cerca di riforme e rilancio, di una nuova centralità, dopo essere stata messa all’angolo dal sovranismo di Trump.

Okonjo-Iweala punta il dito specialmente contro il meccanismo di gestione dei conflitti commerciali, paralizzato ormai da anni a causa della previsione di un voto unanime degli Stati membri per l’adozione di risoluzioni, e del conseguente sistema dei veti incrociati. Quanto detto, avviene contrariamente a uno degli obiettivi primari dell’Organizzazione stessa, ovvero quello di configurarsi come il luogo preposto per la risoluzione di tali conflitti.

Negli ultimi anni, la diretta conseguenza di queste dinamiche, è stata quella di portare i vari Stati ad agire al di fuori del WTO, e ad optare per la conclusione di accordi bilaterali o multilaterali, esonerando di fatto l’Organizzazione dal suo ruolo fondativo.

In un clima internazionale caratterizzato da nazionalismi economici e crescente protezionismo, cui si aggiungono gli squilibri macroeconomici aggravati dalla pandemia, la mission della nuova direttrice generale sarà tutt’altro che semplice: dare nuova vita ad un’Organizzazione paralizzata dai veti incrociati, conferirgli la centralità necessaria per essere in grado di accompagnare il sistema internazionale nell’era post-pandemica. E questo, tramite l’adozione di un approccio pragmatico che consenta di superare la sfiducia, lavorando per una migliore comprensione delle dinamiche socioeconomiche del continente africano e dei paesi in via di sviluppo, rilanciando, al contempo, organizzazioni e dinamiche multilaterali.

Plauso internazionale per un Curriculum d’eccezione

66 anni, doppia cittadinanza nigeriana e americana, Okonjo-Iweala ha una formazione da economista dello sviluppo e due lauree conseguite al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e Harvard. È stata due volte ministro delle Finanze del suo paese, per poi trascorrere venticinque anni alla Banca Mondiale. Da anni presiede anche la Gavi, Organizzazione internazionale che garantisce accesso e distribuzione dei vaccini nei paesi in via di sviluppo, consentendo ogni anno la somministrazione di dosi vaccinali per milioni di bambini in tutto il mondo. 

Qualche mese fa, nel corso di un’intervista al Guardian, parlando della sua possibile nomina al WTO Okonjo-Iweala  aveva dichiarato: “a noi donne i ruoli di leadership vengono riconosciuti solo quando le cose vanno molto male”, aggiungendo: “Dobbiamo rompere il soffitto di cristallo sulle nostre teste”.

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha parlato di un “momento storico per il mondo intero”, mentre Christine Lagarde, Presidente della BCE, nel complimentarsi con la sua collega, ha sottolineato come “la sua forte volontà e determinazione la porteranno a promuovere il libero scambio a vantaggio delle popolazioni del pianeta intero”.

L’Unione europea dei vaccini, tra approccio comunitario e rivendicazioni

EUROPA di

Negli ultimi giorni diversi Stati membri dell’Unione europea hanno annunciato che prenderanno autonomamente delle decisioni relative all’acquisto dei vaccini contro il Covid-19. Gli ultimi a rompere simbolicamente il fronte comune sono stati i governi di Austria e Danimarca: i due Stati, accodandosi ad Ungheria, Slovacchia, e Repubblica Ceca, derogheranno, invero, all’approccio comunitario, fino ad ora garante di una maggiore forza contrattuale, ma accompagnato da lunghi negoziati. Ad essere nel mirino è proprio la complessità alla base delle trattative e delle procedure europee di approvazione dei vaccini. In definitiva, la gestione della campagna vaccinale europea si fa sempre più complessa e appare chiaro come si stiano creando le condizioni per uno scenario che le istituzioni europee hanno voluto scongiurare fin dai primi mesi dell’emergenza pandemica: permettere a ciascun paese di muoversi autonomamente in ordine sparso.

I “dissidenti”

Il primo marzo, i governi di Austria e Ungheria – aderenti ad un approccio conservatore dal punto di vista economico – hanno annunciato che avvieranno dei negoziati con il governo israeliano per una possibile partnership volta ad ospitare dei centri di produzione delle aziende farmaceutiche Pfizer e Moderna sul proprio territorio. L’obiettivo è quello di ottenere una corsia preferenziale nelle forniture del vaccino rispetto ai contratti stipulati dalle istituzioni europee.

Il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha dichiarato che l’approccio comunitario “è stato fondamentalmente corretto” ma l’Agenzia europea per il farmaco (EMA) è stata “troppo lenta” nell’approvare i vaccini, e che in futuro il suo Paese “non dovrebbe dipendere soltanto dall’Unione Europea per la produzione di vaccini”. Dal canto suo, la Prima Ministra danese, Mette Frederiksen, ha adottato un approccio meno critico, tuttavia, ha sottolineato che “potremmo trovarci a dover vaccinare di nuovo, magari una volta l’anno: per questo dobbiamo potenziare con forza la produzione dei vaccini”.

L’Austria e l’Ungheria sono solo gli ultimi Stati membri dell’UE che hanno deciso di derogare all’approccio comunitario, fino ad ora adottato per la fornitura di vaccini contro il Covid-19: invero, l’Ungheria, Paese guidato da un governo semi-autoritario, nell’ambito della propria campagna di vaccinazione nazionale sta utilizzando anche il vaccino russo Sputnik V nonché il vaccino cinese Sinopharm, entrambi non approvati dall’Agenzia europea per il farmaco (EMA); inoltre, anche la Slovacchia ha ricevuto 2 milioni di dosi dello Sputnik V, mentre Polonia e Repubblica Ceca stanno negoziando rispettivamente con Cina e Russia per ricevere forniture di vaccini.

La strategia comunitaria

Fino ad ora l’approccio comunitario ha garantito agli Stati membri una maggiore forza contrattuale, appannaggio soprattutto degli Stati membri di piccole dimensioni, i quali non avrebbero potuto permettersi di stipulare contratti vantaggiosi; al contrario, tale approccio sembra essere meno conveniente per gli Stati membri di medie e grandi dimensioni, i quali autonomamente sarebbero probabilmente riusciti a ricevere un maggior numero di dosi rispetto a quelle attuali.

La Commissione europea ha effettivamente stipulato contratti a prezzi minori e condizioni più vantaggiose rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti ed al Regno Unito, tuttavia, la complessità e le tempistiche dei negoziati sono state considerate eccessive.

In realtà la scrupolosità dei controlli dell’EMA si spiega con l’esigenza di rassicurare un’opinione pubblica europea inizialmente molto scettica nei confronti di vaccini realizzati in tempi così rapidi. Inoltre, la Commissione europea ha puntato molto sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese AstraZeneca, il cui vaccino è prodotto soprattutto in Europa, è uno dei meno costosi e più facili da conservare, inoltre prevede una dose di richiamo che può essere somministrata anche a distanza di tre mesi. La drastica riduzione delle forniture annunciata dall’azienda a fine gennaio, ha, tuttavia, inciso pesantemente sulle campagne vaccinali europee.

In definitiva, a mettere in difficoltà i Paesi europei e la strategia comunitaria sarebbero stati quindi i ritardi – legati altresì alla necessità di mettere d’accordo i governi di 27 paesi – e i tagli nelle forniture da parte dei produttori di vaccini.

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha minimizzato le accuse dei “dissidenti”, sostenendo che i ritardi nelle forniture di vaccini dovrebbero esaurirsi entro qualche settimana, e che nei prossimi mesi gli Stati membri dell’UE “avranno molte più dosi di quelle che serviranno”. Invero, l’aumento delle forniture previsto per i prossimi mesi –  reso possibile anche dalla disponibilità di nuovi vaccini come quello di Johnson & Johnson, la cui autorizzazione è prevista per metà marzo – dovrebbe consentire di accelerare le campagne vaccinali in tutti gli Stati membri dell’UE.

Giornata internazionale della donna, le celebrazioni delle istituzioni UE e la nuova proposta per la parità salariale

EUROPA di

L’8 marzo è la giornata internazionale della donna: ogni anno, si celebrano i progressi in ambito economico, culturale e politico raggiunti dalle donne di tutto il mondo e ci si interroga su cosa ancora è necessario fare. Ogni anno, si riconosce che la strada per raggiungere la parità di genere è ancora molto lunga e nient’affatto semplice. È prezioso, dunque, il lavoro delle istituzioni europee proprio in tal senso. Il Parlamento europeo, in questi giorni, sta portando avanti molteplici iniziative volte a celebrare la giornata della donna affrontando temi quali i diritti, il divario retributivo di genere, pari al 14% in UE, e l’impatto della pandemia sulle donne. La Commissione europea, con la sua prima presidente donna Von der Leyen, ha presentato una proposta sulla trasparenza salariale per garantire che donne e uomini europei ricevano le stesse retribuzioni per lo stesso lavoro: i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti dovranno rendere pubbliche le informazioni sul divario di retribuzione.

Le iniziative del Parlamento europeo

In occasione della Giornata Internazionale della donna 2021, il Parlamento europeo ha deciso di celebrare le donne rendendo omaggio a quelle che lavorano in prima linea e che sono state colpite dalla pandemia. In particolare, si riconosce che le donne sono state in prima linea contro la pandemia di Covid-19 soprattutto perché vi è una presenza consistente nel settore sanitario, con 49 milioni di donne. Poi, anche perché molte sono le donne impiegate in lavori poco sicuri o precari, che hanno sofferto maggiormente la chiusura delle attività nell’ambito del lockdown. Sono 47 milioni le donne e ragazze in tutto il mondo che rischiano di cadere sotto la soglia della povertà: l’epidemia da coronavirus ha avuto e continua ad avere ricadute sociali, economiche e culturali non da poco conto. Da ultimo, ma non per importanza, va senz’altro menzionata anche la crescita dei fenomeni di violenza contro le donne che hanno avuto luogo nell’ultimo anno. Durante le chiusure, con le restrizioni, per le donne è stato ancora più difficile fuggire da certe situazioni o denunciare per ottenere aiuto.

L’8 marzo, giornata internazionale della donna, il Parlamento europeo dedicherà a questo tema parte della sessione plenaria, celebrando le donne e la parità di genere. Per tale occasione, verrà trasmesso il video messaggio della prima ministra neozelandese, Jacinda Arden. Inoltre, il Parlamento europeo ha attivamente contribuito anche all’iniziativa della Commissione europea che si è svolta il 4 marzo – “Noi siamo forti: Le donne che guidano la lotta contro la pandemia di Covid-19” – volta a riaffermare la parità di genere.

Le iniziative della Commissione europea

Il 4 marzo, la Commissione europea ha presentato una proposta sulla trasparenza salariale per garantire che donne e uomini nell’UE ricevano la stessa retribuzione per uno stesso lavoro. Si tratta di un’iniziativa che rientra tra le priorità della Commissione Von der Leyen: l’attuale presidente, infatti, è la prima donna a ricoprire tale carica, e intende continuare a lavorare duramente proprio per ottenere la parità di genere. Sulla stessa lunghezza d’onda del Parlamento europeo, le misure previste dalla Commissione UE considerano anche l’impatto della pandemia di Covid-19 sui datori di lavoro e sulle donne, e sono volte a sensibilizzare di più sulle condizioni salariali all’interno dell’impresa e a fornire maggiori strumenti per affrontare la discriminazione retributiva sul lavoro.

La proposta della Commissione europea

La proposta legislativa consta di due elementi fondamentali nell’ambito della parità retributiva: misure volte a garantire la trasparenza retributiva per i lavoratori e i datori di lavoro; un migliore accesso alla giustizia per le vittime di discriminazioni retributive.

Per il primo punto, si prevedono una serie di misure da dover essere rispettate: i datori di lavoro dovranno garantire una trasparenza retributiva sin dal momento di selezione del personale e della ricerca del lavoro, fornendo in sede di annuncio o di colloquio già il livello di retribuzione; i lavoratori avranno diritto di chiedere informazioni al proprio datore di lavoro sul loro livello di retribuzione individuali e sui livelli medi; si prevede che i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti rendano pubbliche le informazioni sul divario di retribuzione tra i dipendenti di sesso femminile e i dipendenti di sesso maschile per categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Infine, in caso di divario retributivo di almeno il 5%, ingiustificabile in base a fattori oggettivi neutri, i datori di lavoro dovranno effettuare una valutazione delle retribuzioni collaborando con i rappresentanti dei lavoratori.

Quanto al secondo punto, si richiede di fornire indennizzi per i lavoratori che hanno subito discriminazioni retributive di genere e l’onere della prova a carico del datore di lavoro. Questi ultimi potranno incorrere a sanzioni e ammende, mentre gli organismi per la parità e i rappresentanti dei lavoratori possono agire in procedimenti giudiziari.

Le prossime tappe

Il diritto alla parità di retribuzione rientra tra i diritti fondanti dell’Unione europea ma, ad oggi, non risulta sufficientemente applicato. Per questo, è necessario portare avanti tale proposta della Commissione europea: la proposta dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio e poi passerà agli Stati membri che ne dovranno discutere al fine di inserirla nel proprio ordinamento giuridico. “Dare potere alle donne andrà a vantaggio di tutti noi. Continuerò a lavorare per un’Europa dove sia garantito l’equilibrio di genere fra i sessi” perché “lo stesso lavoro merita la stessa retribuzione, e per la parità di retribuzione è necessaria la trasparenza”, ha affermato la Von der Leyen.

Il Myanmar nel caos: gli scontri sfociano in violenze

ASIA PACIFICO di

Il 1 ° febbraio il Myanmar, anche noto come Birmania, è stato sconvolto dalla presa del potere dei militari, dopo la vittoria elettorale della Lega nazionale per la democrazia (NLD) della leader Aung San Suu Kyi.  

Da allora tutto il paese è stato attraversato da proteste di massa, con molti che chiedevano un ritorno alla democrazia. Giovedì 25 febbraio nella città principale di Yangon si sono svolte altre proteste contro il colpo di stato. Nel pomeriggio la manifestazione è precipitata nel caos, con scontri sempre più violenti tra i sostenitori dei militari e gli oppositori. Almeno tre manifestanti e un poliziotto sono stati uccisi nelle violenze durante le manifestazioni contro il colpo di stato.  

 

Breve riepilogo degli eventi 

L’esercito, guidato dal generale Min Aung Hlaing, ha infatti contestato la legittimità dei risultati elettorali sulla base di presunte frodi, nonostante la Commissione elettorale avesse smentito qualsiasi fondamento di irregolarità.  

Il colpo di stato è avvenuto quando si stava per aprire una nuova sessione del parlamento. Suu Kyi, è stata scortata agli arresti domiciliari, accusata di essere in possesso di walkie-talkie illegali e di aver violato la legge del paese sui disastri naturali. Al suo arresto hanno fatto seguito quelli di molti altri funzionari del partito democratico. I militari hanno successivamente imposto lo stato di emergenza nazionale per un anno.  

Dopo quasi 5 anni di governo democratico il Myanmar torna quindi sotto il controllo di un regime militare. 

   

Chi governa il paese ora? 

Il comandante in capo delle forze armate, Min Aung Hlaing, ha esercitato a lungo una significativa influenza politica, mantenendo con successo il potere del Tatmadaw – l’esercito del Myanmar – sebbene il paese si stava avvicinando ad un governo democratico. 

 

Nei suoi primi commenti pubblici dopo il colpo di stato, il generale Hlaing ha cercato di giustificare l’acquisizione, sostenendo che i militari erano dalla parte del popolo e avrebbero formato una “democrazia vera e disciplinata”, indicendo nuove elezioni “libere ed eque” una volta che lo stato di emergenza sarà finito. 

Elezioni libere ed eque che coinvolgano anche le minoranze etniche non sembra essere però una promessa attendibile, dal momento che il generale ha già ricevuto condanne e sanzioni internazionali per il suo ruolo negli attacchi militari ai musulmani Rohingya.  

 Chi è Aung San Suu Kyi? 

Aung San Suu Kyi è diventata famosa in tutto il mondo negli anni ’90 per la campagna per il ripristino della democrazia in Myanmar. 

Il paese infatti dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, è stato governato dalle forze armate dal 1962 al 2011, anno in cui un nuovo governo ha iniziato a introdurre un ritorno al governo civile.  

Suu Kyi ha trascorso 15 anni in detenzione tra il 1989 e il 2010, dopo aver organizzato manifestazioni che chiedevano riforme democratiche e libere elezioni. È stata insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1991 mentre era ancora agli arresti domiciliari. 

 Nel 2015, ha guidato la Lega nazionale alla vittoria nelle prime elezioni libere tenutesi in Myanmar in 25 anni. 

 

Nonostante sia stata spesso ritenuta un’icona per la democrazia in Myanmar, la sua reputazione internazionale ha sofferto molto a causa del trattamento riservato dal Myanmar alla minoranza Rohingya. Il Myanmar li considera immigrati illegali e nega loro la cittadinanza. Nel corso di decenni, molti sono fuggiti dal paese a causa delle persecuzioni. 

Migliaia di Rohingya sono stati uccisi e più di 700.000 sono fuggiti in Bangladesh a seguito di una repressione dell’esercito nel 2017. Suu Kyi, chiamata dinanzi alla Corte internazionale di giustizia nel 2019 per rispondere delle accuse, ha preso le difese dei militari e dei crimini di genocidio loro rivolti. 

 Qual è stata la reazione internazionale al colpo di stato? 

Numerosi paesi hanno condannato la conquista militare. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha detto che si tratta di un “grave colpo alle riforme democratiche”. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno già provveduto all’imposizione di sanzioni per i funzionari militari. 

Pechino, che in precedenza si era opposta all’intervento internazionale in Myanmar, ha esortato tutte le parti a “risolvere le divergenze”. I paesi vicini, tra cui Cambogia, Thailandia e Filippine, hanno affermato che si tratta di una “questione interna”, ed è bene che la risolvano autonomamente. 

Effetti e conseguenze della Brexit, due mesi dopo

EUROPA di

Il Regno Unito ha completato l’uscita dall’UE il primo gennaio 2021, dopo un periodo di transizione durato quasi un anno, nonché numerosi e complessi negoziati per la definizione delle relazioni future tra le parti. A quasi due mesi dal completamento di tale lungo processo sono già evidenti alcuni dei suoi effetti e delle sue conseguenze: la Brexit sta provocando, invero, problemi e squilibri in vari settori, come l’agricoltura e la pesca. A ciò si unisce la protesta degli unionisti irlandesi per il compromesso raggiunto sullo status dell’Irlanda del Nord, che, di fatto, l’ha allontanata dalla Gran Bretagna. Le dinamiche legate alla Brexit, sembrano, dunque, destinate ad avere un ruolo di primo piano nell’attualità internazionale ancora a lungo.

Agricoltura e pesca

A quasi due mesi dal completamento del processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea, appare evidente che i settori maggiormente colpiti dagli effetti e dalle conseguenze della Brexit risultano essere quelli dell’agricoltura e della pesca. Invero, i grossisti abituati a vendere alimenti di origine animale e vegetale agli Stati membri dell’Unione europea si sono trovati improvvisamente dinnanzi ad una serie di ostacoli burocratici: ad esempio, nell’era pre Brexit, le società di logistica che si occupavano del trasporto di alimenti dal Regno Unito ai clienti europei impiegavano un giorno lavorativo, a partire dal primo gennaio 2021 ne impiegano due o tre.

Nonostante il compromesso raggiunto dal Regno Unito e dall’Unione europea non preveda l’imposizione di dazi o limiti nelle quantità di alimenti trasportati, attualmente sono comunque previsti controlli di sicurezza e ispezioni, come accade per ogni paese che commercia con l’Unione Europea. Ciò sta causando notevoli ritardi e problematiche per le parti coinvolte, nonché per la merce stessa in quanto spesso si tratta di prodotti freschi che non hanno una lunga conservazione.

Tali categorie, inoltre, riscontrano notevoli difficoltà anche sul mercato interno, sempre a causa della Brexit: il governo britannico ha, infatti, deciso di non imporre controlli di frontiera approfonditi alle merci che arrivano dagli Stati membri dell’Unione Europea, almeno fino a luglio, al fine di non sguarnire i supermercati; in tal modo vengono importate merci a basso costo che possono essere vendute a prezzi piuttosto concorrenziali. I più colpiti sono ovviamente i pescatori dei porti britannici più attivi, come quelli scozzesi e della Cornovaglia, i quali nutrono un sentimento di tradimento nei confronti del compromesso raggiunto dal Primo Ministro, Boris Johnson. A tal proposito, come reazione, il Governo britannico presieduto da quest’ultimo, ha, pertanto, annunciato che saranno stanziati 23 milioni di sterline a sostegno di tali categorie in questa fase post Brexit.

Le rivendicazioni degli unionisti irlandesi

Il Partito Unionista Democratico – in inglese Democratic Unionist Party, DUP – dell’Irlanda del Nord, ha iniziato una campagna politica e giudiziaria per convincere il governo britannico a modificare alcune parti essenziali del compromesso avente per oggetto le relazioni post Brexit tra Regno Unito e Unione europea, che, di fatto, hanno allontanato l’Irlanda del Nord dagli altri territori del Regno Unito. Il Partito, intento a presentare una serie di ricorsi presso le corti inglesi, nordirlandesi e delle istituzioni europee al fine di dichiarare l’illegittimità di alcuni punti dell’accordo, ha annunciato che “le tenterà tutte per provare ad ottenere giustizia”.

Gli unionisti criticano, in particolare, il compromesso raggiunto dal Primo Ministro Johnson ad ottobre 2019, il quale ha risolto lo stallo dei lunghi negoziati accettando che l’Irlanda del Nord rimanesse sia nel mercato comune europeo sia nell’unione doganale, evitando la costruzione di una barriera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. La ratio condivisa sia dal Regno Unito che dall’Unione europea era evitare di spezzare il legame tra esse, tuttavia, tale relazione, soprattutto commerciale, risulta già essere indebolita. Da quando l’uscita del Regno Unito si è completata gli ostacoli burocratici fra l’Irlanda del Nord e gli altri territori britannici si sono, invero, moltiplicati, provocando una iniziale penuria di prodotti alimentari, nonché un progressivo ripensamento delle tratte commerciali.

Fra le conseguenze della Brexit più contestate dagli unionisti, oltre quelli già menzionati, vi sono altresì la necessità di un nuovo passaporto per gli animali domestici per chi viaggia fra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito, l’impossibilità di acquistare online alcuni prodotti provenienti dal Regno Unito, nonché la prospettiva che nei prossimi mesi entrino progressivamente in vigore ulteriori procedure burocratiche, attualmente sospese per facilitare la transizione.

Inizialmente il DUP appoggiava l’intesa raggiunta da Regno Unito ed Unione europea, tuttavia, dopo un mese dall’entrata in vigore dell’accordo, i sondaggi hanno riportato un calo dei consensi del partito con il conseguente cambio dei toni. Attualmente non sono chiare le modalità e le probabilità di successo della loro campagna politica, in passato, ad esempio, per ostacolare delle leggi decise dal governo centrale, il DUP applicava un oscuro meccanismo contemplato dagli accordi del Good Friday tra le due Irlande, il cosiddetto petition of concern, il quale dispone che le decisioni più importanti del governo britannico dovrebbero essere prese con il consenso della comunità nordirlandese. Inoltre, attualmente non sono previste azioni volte a modificare radicalmente il compromesso raggiunto sulle relazioni post Brexit. La questione, dunque, risulta essere in continua evoluzione, man mano che si esplicano gli effetti e le conseguenze della Brexit.

Francesca Scalpelli
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