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Covid-19, in America Latina. L’infettivologo Castro Méndez “In Venezuela scenario da incubo”

Americas/AMERICHE di

Dopo settimane di rinvii l’Oms l’11 marzo ha pronunciato l’inevitabile parola “Pandemia” e quello che pochi giorni prima sembrava interessare solo pochi paesi del globo, ha bruscamente coinvolto sempre più aree del mondo. Oltre Italia, Spagna, Germania, Francia e Regno Unito si registrano un numero crescente di casi anche negli Stati Uniti e nel Sudamerica. L’espansione del virus e della sua minaccia ha costretto alcuni di questi paesi a correggere il tiro introducendo misure sempre più rigorose. Angela Merkel si è spinta a rievocare la Seconda guerra mondiale per far capire quanto sia grave l’emergenza in Germania: “È la sfida più grande da allora”, ha detto in un discorso alla nazione, il primo attraverso i canali della tv pubblica in 14 anni, cioè da quando è cancelliera.

I timori ormai sono tanti e in differenti misure ogni paese sta attuando le sue scelte, più o meno rigorose, che puntano a rallentare la diffusione del virus che minaccia di riuscire a sopraffare, non solo le economie e i sistemi sanitari dei Paesi in via di sviluppo, ma anche quelli dei Paesi più avanzati. “La Germania – ha avvertito la cancelliera – ha un eccellente sistema sanitario, forse uno dei migliori al mondo”, ma “anche i nostri ospedali sarebbero totalmente travolti se troppi pazienti arrivassero in un tempo troppo breve “.

In Germania si sono registrati 2.800 casi in sole 24 ore, il totale è 10.082 casi, 27 morti. Nella giornata di oggi il Regno Unito ha visto i suoi casi attestarsi a 2.626 casi positivi, 104 decessi. Il premier Boris Johnson ha perciò invertito la rotta e, davanti a una Camera dei Comuni semivuota, annuncia il nuovo obiettivo di “25.000 tamponi al giorno”. La Spagna registra +30% di morti in 24 ore. La Cina ha avuto mercoledì 13 nuovi casi di coronavirus: uno solo a Wuhan (per il secondo giorno di fila) e 12 importati, di cui cinque nel Guangdong, tre a Pechino e a Shanghai e uno nel Sichuan. I contagi di ritorno sono saliti a 155, si legge nel bollettino della Commissione sanitaria nazionale, secondo cui gli 11 morti aggiuntivi sono tutti nell’Hubei. Cresce così il timore per l’aumento dei casi importati: il Global Times sottolinea come dei 155 accertati, 47 siano legati all’Iran e 41 all’Italia. Seguono, stando al quotidiano, la Spagna (21 casi), il Regno Unito (12) e gli Stati Uniti (7). In totale dall’inizio dell’emergenza i dati cinesi parlano di 3.237 morti e 80.894 casi positivi. A New York, il sindaco chiede la chiusura dell’intera città. In Australia e Nuova Zelanda chiudono le frontiere a chi non ha la cittadinanza, il Giappone a 38 Paesi, tra cui l’Italia. Il caponegoziatore UE per la Brexit, Michel Barnier positivo al test. L’Ue lavora al rimpatrio di 100mila cittadini e crea una riserva strategica di materiale sanitario di protezione, ventilatori, e vaccini quando saranno disponibili ai 27 Paesi. Iran: “Un morto ogni 10 minuti”.

Pertanto, quella che poche settimane fa sembrava una minaccia lontana, oggi preoccupa allo stesso modo varie aree del mondo. L’epicentro oggi è in Europa ma la preoccupazione che questo possa spostarsi in quei paesi dove le economie e i sistemi sanitari sono più vulnerabili, si sta rafforzando l’inquietudine anche in quei governi e leader che si sono mostrati spavaldi difronte lo scoppio di un’epidemia nel proprio paese.

Sudamerica – Le ripercussioni della rapida diffusione del Covid-19 nel continente sud-americano ha evidenziato che il virus non ha confini. Come sappiamo la diffusione del virus, che in questi giorni sta già maturando le sue prime vittime in Sudamerica, ha il doppio effetto di minacciare le economie e di portare al collasso i sistemi sanitari nazionali. Insomma, se la diffusione del Covid-19 ormai è assai probabile anche in America Latina, è altrettanto preoccupante chiedersi cosa potrà succedere in quei paesi, come il Venezuela, dove l’impossibilità di farvi fronte sembra quasi certa.

Venezuela – E se arriva in Venezuela? “Il problema non è se arriva in Venezuela – taglia corto il Dottor Julio Castro Méndez, medico infettivologo, referente dell’ONG Médicos por la Salud (Medici per la salute), che redige un periodico rapporto sulla situazione degli ospedali venezuelani –. Il problema è quando arriva. Io ritengo che la cosa sia inevitabile, è solo questione di tempo, visto che il Covid-19 ha iniziato a diffondersi negli altri Paesi del Sudamerica”. Uno scenario da incubo, quello che si verificherebbe all’arrivo del coronavirus, “dato che la situazione sanitaria, in Venezuela, è da tempo compromessa. Negli ospedali spesso manca l’acqua, fondamentale nel prevenire la diffusione del virus, si verificano continuamente blackout elettrici. Il 53% delle strutture sanitarie è completamente privo di mascherine”.

Sistema sanitario al collasso. É il Venezuela, appunto, il Paese che suscita le maggiori preoccupazioni. Non mancano gli interrogativi sulla reale possibilità che eventuali positività vengono comunicate, dato che l’attuale governo di Maduro non ha mai comunicato qualcosa relativamente alle altre epidemie in atto nel Paese. “Ce ne sono tre in particolare, in questo momento: malaria, morbillo, difterite, mentre il dengue, che sta causando numerosi contagi in altri Paesi, soprattutto Brasile e Paraguay, non sta contagiando particolarmente il Venezuela”, dice il medico. Ma nel Paese ci sono anche diversi casi di tubercolosi. Castro Méndez spiega: “da tre anni ci sono queste epidemie in atto, ma a denunciarlo sono state le organizzazioni internazionali, non certo il Governo” e continua spiegando come “nell’attuale contesto di poca trasparenza e crisi generalizzata, pensare alla possibilità di poter effettuare diagnosi a gruppi numerosi di persone sia tecnicamente impraticabile per il sistema sanitario venezuelano”. Per le prossime settimane, “molto dipenderà da quanti saranno i casi che si presenteranno. Ma se si arrivasse a numeri simili a quelli di Corea o Italia, nel giro di due settimane la situazione sarebbe di completo collasso”. Il rapporto 2019 di Médicos por la Salud, del resto, è eloquente. Lo studio documenta che durante il 2019 il 78% degli ospedali venezuelani ha avuto problemi di rifornimento idrico. Nel mese di dicembre, solo il 16% delle strutture ha avuto acqua tutti i giorni. Restano frequenti i blackout, che lo scorso anno hanno coinvolto oltre il 60% degli ospedali. La presenza di medici, nel Paese, è scesa del 10%, quella del personale infermieristico del 24%. Le unità di terapia intensiva funzionano al 60-70%, a seconda dei momenti, le sale operatorie a poco meno del 50%.

Il Presidente Nicolás Maduro, dopo aver annunciato nei giorni scorsi una “quarantena totale” per il paese, ove finora ci sono stati 33 contagi senza vittime, sospende tutte le attività escluse quelle legate alla distribuzione alimentare, alla sicurezza, ai servizi sanitari e ai trasporti, per poi aver visto tramontare la sua richiesta di aiuti al Fmi per rafforzare le capacità di risposta del sistema sanitario venezuelano per il contenimento del Covid-19.

Libia, Khalifa Haftar vola a Berlino. Merkel: “nessuna soluzione militare”

AFRICA di

Lo scorso 10 marzo il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino. L’incontro è avvenuto il giorno successivo alla visita del generale a Parigi , dove ha incontrato il Presidente francese Emmanuel Macron.

 

Al centro dell’incontro tra il leader dell’LNA e la cancelliera Merkel vi è stato, anzitutto, il perdurare della crisi libica, ma anche il confronto sulle possibili soluzioni per porre fine al conflitto. A tal proposito, la cancelliera tedesca ha ribadito che la crisi libica non dovrà essere risolta militarmente e, pertanto, ha nuovamente invocato la necessità di un “cessate il fuoco” permanente.  Secondo quanto dichiarato dal portavoce del governo tedesco Steffen Seibert, la cancelliera Merkel ha ribadito al leader libico la necessità di favorire l’avvio di un processo politico nel Paese nordafricano, in conformità con quanto stabilito alla Conferenza di Berlino, tenutasi il 19 gennaio scorso. Questo è quanto riferito dal portavoce del governo tedesco, il quale, però, non ha rivelato dettagli sulla risposta di Haftar.

 

Sappiamo però che lo scorso 9 marzo, nel corso dell’incontro con il Presidente francese, il leader libico ha dichiarato di essere pronto a raggiungere una tregua, a patto che tutti i gruppi armati, compreso l’esercito di Tripoli sotto il comando del Governo di Accordo Nazionale (GNA), si impegnino a fare lo stesso.

Il governo di Tripoli, dal canto suo, il 3 marzo scorso aveva invitato la comunità internazionale a proseguire il suo sforzo di pacificazione nel Paese, in particolare esercitando pressioni sulle forze di Haftar volte a porre fine agli scontri.

Il Paese, e soprattutto la capitale libica, continuano tuttavia ad essere caratterizzati da instabilità e da scontri continui tra le due fazioni in campo.

Fonti locali dichiarano infatti che venerdì 13 marzo, le forze dell’LNA hanno avviato un’offensiva su due diversi fronti. Una al centro di al-Aziziya, situata a 55 km a Sud-Ovest di Tripoli, ed un’altra presso al-Hira, vicino la città di Gharyan. Secondo quanto dichiarato, le forze di Haftar avrebbero parallelamente condotto un attacco aereo contro le postazioni delle forze del governo triplino, situate ad Est della città di Misurata. I raid aerei, secondo le stesse fonti, hanno preso di mira principalmente obiettivi militari.

Nel frattempo, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha riferito che la Turchia continua ad inviare a Tripoli combattenti siriani, ovvero militanti appartenenti alle divisioni di Sultan Murad, addestrati da Ankara per combattere a fianco dell’esercito tripolino. Secondo quanto riportato da al-Mismari, il numero di mercenari siriani il Libia ha raggiunto quota 7500, a cui vanno ad aggiungersi funzionari ed altri uomini di provenienza turca.

 

Francia, primo turno delle elezioni municipali: al voto con il COVID-19

EUROPA di

Domenica 15 marzo, in Francia, nonostante l’emergenza COVID-19, si è svolto il primo turno delle elezioni municipali in circa 35.000 comuni. L’affluenza è stata molto bassa ed al centro della giornata elettorale vi è stata la polemica relativa all’opportunità o meno di tenere le elezioni. In generale si è confermato un esito positivo per i Verdi ed a Parigi è stata premiata la sindaca uscente, Anne Hidalgo.

Coronavirus e la carta dell’astensione

Tra i 35.000 comuni, al voto importanti città come Bordeaux, Marsiglia, Nizza, Lione, Tolosa, Lille, Montpellier, e la capitale Parigi.

Il 15 marzo l’affluenza si è attestata al 44,64%, in calo di 20 punti rispetto all’ultima elezione svoltasi nel 2014. Per la prima volta dall’inizio della Quinta Repubblica, meno della metà dei francesi iscritti nelle liste elettorali si è recata alle urne per le elezioni municipali. Questo forte calo della partecipazione è quasi generalizzato in tutto il territorio metropolitano, ad eccezione di alcuni piccoli comuni. Tra le principali città, Nizza ha vissuto la più forte spinta astensionista: solo il 29% degli elettori è andato alle urne, rispetto al 54% di sei anni fa. A Parigi l’affluenza è intorno al 43 per cento, contro il 56,27 per cento del 2014. “L’alto tasso di astensione testimonia la crescente preoccupazione dei nostri concittadini di fronte all’epidemia che ci sta colpendo”, ha dichiarato il Primo Ministro francese, Edouard Philippe-candidato a Le Havre- spiegando che comunque il voto si è svolto nel rispetto delle norme sanitarie. Pulizie dei locali e delle attrezzature necessarie, segnalazioni a terra per mantenere la distanza tra gli elettori, punti di distribuzioni di gel idroalcolico: queste alcune delle misure adottate nella giornata di domenica.

L’ultimo bilancio comunicato nella giornata elettorale parla di 127 morti (+36 rispetto al giorno precedente) e 5423 contagiati confermati (+900). Alla vigilia del voto, il Governo francese ha decretato il passaggio alla cosiddetta Fase 3 nella gestione della pandemia, che comporta la chiusura di scuole, università, ristoranti e di tutti i luoghi che non comportano servizi essenziali, fatta eccezione quindi dei negozi di alimentari, delle farmacie, delle banche, delle tabaccherie e dei distributori di benzina. All’indomani del voto, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha disposto una nuova e più incisiva riduzione degli spostamenti dei suoi concittadini: assembramenti e riunioni con familiari ed amici non sono più permessi; ovunque nel territorio francese sono ridotti i contatti; si può uscire soltanto per fare la spesa; sono interdetti i viaggi lunghi; l’attività fisica all’aperto è lecita soltanto se da soli ed a distanza.

Emmanuel Macron, ha annunciato, altresì, il rinvio del secondo turno delle elezioni municipali e lo stop alla riforma delle pensioni. Secondo molti costituzionalisti francesi ciò comporta la necessità di ricominciare da capo l’intero processo elettorale: ai sensi della legge francese, il secondo turno deve svolgersi la domenica seguente al primo, pertanto, gli elettori potrebbero tornare a votare anche per il primo turno. In particolare, il Codice elettorale, all’Art. 56, dispone che le elezioni municipali si svolgono la domenica, “in caso di un secondo scrutinio, ciò avviene la domenica successiva al primo scrutinio”. La situazione è, tuttavia, senza precedenti.

I risultati

In questo scenario è piuttosto difficile trarre delle conclusioni dai risultati elettorali del 15 marzo.

Vi sono, tuttavia, due tendenze da segnalare: in primo luogo i Verdi hanno confermato l’ascesa, avviata con le elezioni europee dello scorso maggio in diversi Stati membri dell’UE; questi, sono andati bene a Grenoble (44 %), Lione (29 %), Strasburgo (26,7 %), Besançon sono in prima posizione anche a Bordeaux (34 %), Tolosa e Tours. In secondo luogo, ad ottenere buoni risultati al primo turno è Rassemblement national, Partito di estrema destra di Marine Le Pen, che ha confermato il proprio radicamento in alcuni comuni francesi in cui aveva registrato la vittoria nel 2014 – Hénin-Beaumont, Villers-Cotterêts, Beaucaire, Fréjus, Hayange e Béziers.

Il Partito Socialista, dopo anni di difficoltà, è andato bene a Lille, Nantes, Rennes, Le Mans, Clermont-Ferrand, Brest e soprattutto nella capitale. Qui, la sindaca uscente Anne Hidalgo – eletta con il Partito Socialista nel 2014 e sostenuta dalla lista “Paris en commun” di cui fa parte anche il Partito Comunista francese – è al 29,33% dei voti: otto punti di vantaggio su Rachida Dati – ex ministra della Giustizia nel governo di Nicolas Sarkozy e candidata con Les Républicains, al 22,72 % – e più di dodici su Agnès Buzyn- precedentemente Ministra della Sanità, candidata per il Partito di Emmanuel Macron, al 17,26 %. Hidalgo ha affermato: “Chiedo ora unità e la convergenza di ecologisti, progressisti, umanisti, di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, affinché trionfino l’ecologia, i valori della solidarietà e dell’aiuto reciproco”. Ma, a differenza di altri candidati, Hidalgo non ha ufficialmente chiesto lo slittamento del secondo turno. A Parigi sembra improbabile una vittoria della destra: nonostante il buon risultato di Dati, non vi sono riserve di voto a cui attingere e fino ad ora non vi sono segnali di una possibile alleanza con Buzyn. Tra gli altri candidati, David Belliard dei Verdi è al 10,79%, davanti a Cédric Villani, dissidente del partito di Macron, al 7,88 % e Danielle Simonnet, candidata dell’estrema sinistra, al 4,59%.

Relativamente al Partito di Macron, La République en Marche, questo non è riuscito, come previsto, ad ottenere risultati significativi: le scelte politiche adottate negli ultimi mesi (come la riforma delle pensioni) e la mancanza di un radicamento locale, sono le cause alla base del risultato. Edouard Philippe, a Le Havre è intorno al 43,6 per cento, andrà al ballottaggio con il comunista Jean-Paul Lecoq (al 35,9 %), che probabilmente riuscirà a presentarsi con una coalizione ampia che comprenderà anche le liste dei Verdi. Tra gli altri membri del governo che si sono candidati alle municipali, Gérald Darmanin, Ministro dell’Azione e dei Conti pubblici, è stato rieletto al primo turno a Tourcoing, così come Franck Riester, Ministro della Cultura, a Coulommiers. Tuttavia, nonostante questi successi isolati, il Partito del Presidente francese mostra difficoltà nel vincere in una grande città.

Infine, con riguardo al partito Les Républicains, è stata registrata una vittoria al primo turno a Calais. A Marsiglia, invece, andranno al ballottaggio contro la sinistra, sperando di conquistare anche Tolosa dove, in alleanza con il partito di Macron, è stato ottenuto per ora circa il 36%.

 

 

 

 

La Repubblica Ceca dichiara lo stato di emergenza: chiusi i confini del paese

EUROPA di

Con oltre 300 casi di covid-19 nel paese, la Repubblica Ceca ha iniziato a prendere importanti misure restrittive di prevenzione all’ulteriore diffusione del contagio. A circa due settimane dai primi casi di coronavirus nel paese, il governo di Praga ha dichiarato prima lo stato di emergenza e poi la messa in quarantena dell’intero paese, con la chiusura dei confini.

Lo stato di emergenza
Il 12 marzo è stato dichiarato lo stato di emergenza in Repubblica Ceca per la durata di 30 giorni con possibile prolungamento: in questo periodo, alcuni diritti e libertà saranno limitati per il tempo necessario e per l’estensione necessaria a prevenire la diffusione del virus. Concretamente ciò vuol dire che a partire dalle 06:00 del 13 marzo, il governo ha vietato qualsiasi appuntamento con più di 30 persone: manifestazioni culturali, eventi sportivi o religiosi, festival, pellegrinaggi, spettacolo e così via saranno sospesi. Si chiudono al pubblico servizi come gli impianti sportivi, le strutture per l’intrattenimento, le gallerie, le strutture benessere e le biblioteche. Infine, sarà disposta la chiusura di ristoranti alle 20.00. Il divieto non pregiudica il funzionamento di negozi, mezzi pubblici o tribunali e altre autorità pubbliche, così come il divieto di riunioni non si applica alle aziende, secondo quanto ha dichiarato il Ministro degli Interni Jan Hamacek.
A tutte queste misure si aggiunge la chiusura di scuole e università con la sospensione delle attività didattiche che a partire dall’11 marzo verranno svolte da remoto per quanto possibile, per aiutare a rallentare la diffusione del coronavirus. Alcune scuole e insegnanti sono meglio preparati e tecnicamente più attrezzati di altri per passare all’apprendimento remoto; tuttavia, per garantire che gli studenti non rimangano indietro nelle materie fondamentali, la televisione ceca ha iniziato a trasmettere programmi educativi speciali preparati in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, con l’obiettivo di replicare l’esperienza della classe.

Misure rafforzate: il paese è in quarantena
Visto il diffondersi del virus nel paese e in tutta Europa, il Consiglio di sicurezza dello Stato ha deciso di limitare severamente la libera circolazione nella Repubblica ceca: dalla mezzanotte del 16 marzo alle 06:00 del 24 marzo, il paese è interamente in quarantena per combattere la diffusione del coronavirus. Tale decisione è stata presa per proteggere le persone più vulnerabili nel paese, ha detto il Primo Ministro. Dopo l’Italia, la Spagna e l’Austria, la Repubblica ceca è il quarto paese europeo a ordinare restrizioni ai movimenti della popolazione.
“Nella situazione attuale, consideriamo i raduni di persone nei centri commerciali e nei ristoranti un rischio troppo grande”, ha detto Andrej Babiš. “Non vogliamo assolutamente limitare la vendita di prodotti alimentari, prodotti farmaceutici, carburante e altri beni di prima necessità. Le persone non devono preoccuparsi: le scorte di cibo rimangono illimitate e in realtà non è necessario che le persone svuotino gli scaffali dei supermercati”. In termini pratici, alle persone sarà permesso di uscire di casa solo per comprare cibo e medicine, andare al lavoro, andare in ospedale e in banca o fare viaggi legati alla cura di giovani e anziani. Le elezioni al Senato sono state posticipate, così come il termine per l’invio delle dichiarazioni fiscali (rimandato al 1 ° luglio). “Solo restrizioni fondamentali come questa possono aiutare a fermare la diffusione dell’infezione nel nostro paese”, ha affermato Adam Vojtěch, ministro della sanità. “Anche se non è piacevole per nessuno di noi, si tratta di proteggere la nostra salute”.
Come se non bastasse, proprio durante la situazione di emergenza a cui lavorano gli ospedali, non si fermano gli attacchi hacker. Il Brno University Hospital – abilitato anche a fare i tamponi per rilevare il coronavirus – è stato colpito da un cyberattacco nel mezzo dell’epidemia covid-19: l’attacco ha costretto a posticipare operazioni chirurgiche e dirottare i pazienti più gravi ad un ospedale vicino. Dopo l’attacco è stato necessario l’intervento del National Cyber Security Center, della polizia ceca e dello staff informatico della struttura ospedaliera.

Restrizioni ai viaggi
Il rafforzamento delle misure coinvolge anche il settore di viaggi e trasporti: anticipando la decisione di Bruxelles di vietare gli spostamenti interni all’area UE, il paese ha deciso di chiudere i confini e garantire solo gli spostamenti per motivi di lavoro, raggiungimento dei familiari per necessità e delle strutture sanitarie. Da venerdì 13 marzo è stato impedito agli abitanti dei 18 paesi maggiormente a rischio di entrare nella Repubblica Ceca: si tratta di Austria, Belgio, Cina, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Iran, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Norvegia, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. Lo stesso discorso vale per i cechi che vogliono andare all’estero per motivi di piacere. L’unica eccezione sono gli stranieri con residenza temporanea nella Repubblica ceca e gli stranieri con residenza permanente. Tutti i collegamenti commerciali internazionali di trasporto via aria e via terra sono interrotti. I viaggiatori in auto possono attraversare l’Austria a condizione che il transito attraverso il territorio austriaco avvenga senza soste di nessun tipo. I controlli ai valichi di frontiera con Germania e Austria resteranno in vigore, mentre non ci saranno controlli ai confini con la Slovacchia e la Polonia poiché questi Stati stanno già controllando il confine dalla loro parte.

Il Coronavirus irrompe in Africa: aumentano gli Stati colpiti e la preoccupazione dell’OMS

AFRICA di

La pandemia da Covid-19 è sbarcata anche nel continente africano. Nelle ultime ore quattro nuovi Stati hanno registrato pazienti positivi, portando a 23 il numero di Paesi Africani colpiti dal virus.

Secondo uno studio della rivista medica Lancet, l’Egitto, l’Algeria e il Sudafrica sarebbero gli Stati a più alto rischio di diffusione del virus, in virtù del volume dei collegamenti e delle relazioni commerciali con la Cina.

Il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Ghebreyesus, si è detto seriamente preoccupato per la diffusione del virus in Paesi con sistemi sanitari deboli, come è il caso di molti Paesi Africani. Il timore è che, nonostante la percentuale di letalità del Covid-19 sia bassa, questa possa aumentare a causa delle condizioni di vita della popolazione di numerosi Stati del Continente. La preoccupazione degli esperti riguarda, inoltre, le effettive capacità di alcune Nazioni africane di contenere la diffusione del virus, portando ad una potenziale crisi sanitaria dagli effetti devastanti.

Secondo le stime aggiornate dell’OMS e della piattaforma online di monitoraggio Covid19-Africa, il numero più alto di casi si registra attualmente in Egitto con 126 casi, seguito da Algeria (48), Sudafrica (51) e Tunisia (18).  I casi totali sono 347, ma i dati sono in costante aggiornamento e le stime si basano sulle limitate capacità diagnostiche dei Paesi contagiati.

Il Sudan, alle prese con una grave crisi economica dopo la dittatura di Al Bashir, si trova ad affrontare anche l’emergenza Covid-19. Venerdì scorso c’è stata la prima vittima a Khartoum, ed il governo ha decretato la sospensione di visti e voli da e verso 8 Paesi, tra cui l’Italia e l’Egitto. È stata inoltre decisa la chiusura di scuole ed università, ed il divieto di eventi sociali, compresi i matrimoni.

Il Kenya, l’economia più ricca dell’Africa Orientale, ha individuato il paziente 0 in una donna proveniente dagli Stati Uniti. Il Governo di Nairobi ha quindi intrapreso misure atte a contenere un possibile focolaio. Ai cittadini e agli stranieri in possesso di regolare visto è permesso l’ingresso, a condizione che si sottopongano ad un periodo di isolamento nelle proprie abitazioni, o in strutture predisposte dal governo. In generale, quasi tutti i governi africani hanno iniziato ad attivare misure precauzionali: maggiori controlli agli aeroporti e quarantena per i passeggeri provenienti dai Paesi più colpiti.

Il Direttore regionale dell’OMS per l’Africa, Matshidiso Moeti ha sollecitato tutti i Paesi africani a continuare ad agire in tal senso al fine di affrontare l’emergenza e frenare il numero dei contagi. “Ogni paese può ancora cambiare il corso di questa pandemia aumentando le proprie riesposte all’emergenza. I casi sono ancora bassi in Africa e possiamo mantenerli così con solide azioni di tutti i governi per combattere il nuovo coronavirus”.

Gli USA colpiscono una milizia legata all’Iran

MEDIO ORIENTE di

L’attacco dopo la morte di tre soldati della coalizione internazionale. L’operazione aveva come obiettivo alcune installazioni del gruppo sciita Kata’ib Hezbollah in diversi punti dell’Iraq.

Gli Stati Uniti hanno bombardato le posizioni della milizia irachena incolpata dell’attacco che nella giornata di ieri ha ucciso tre soldati della coalizione internazionale all’interno della base di Taji. Questo è un messaggio per l’Iran, sponsor di Kata’ib Hezbollah e di altri gruppi armati sciiti. Tuttavia, il pericolo è quello di incoraggiare una nuova ondata di antiamericanismo tra gli iracheni che vedono ancora una volta il loro Paese diventare il campo di battaglia tra Washington e Teheran. Il governo iracheno ha condannato il raid che ha ucciso sei dei suoi cittadini.

“E’ un chiaro messaggio che gli Stati Uniti non tollereranno attacchi iraniani indiretti”, ha detto il generale Kenneth MacKenzie, capo del comando centrale (CENTCOM, da cui dipende l’operazione in Iraq) durante un’apparizione davanti la stampa. MAcKenzie ha anche affermato di essersi consultato con l’Iraq prima dell’attacco. “Sapevano che la risposta stava arrivando”, ha assicurato.

Ma gli iracheni non la vedono allo stesso modo. Sia le autorità civili che militari hanno condannato l’operazione di ritorsione come una  violazione alla loro sovranità. Il ministero degli Esteri ha convocato gli ambasciatori di Stati Uniti e  Regno Unito, i Paesi di origine dei tre morti nell’attacco di mercoledì notte, per avere chiarimenti in merito all’aggressione americana.

“Il pretesto che si tratti di una risposta all’aggressione contro la base di Taji è un falso pretesto che porta solo ad una escalation e non facilita una soluzione”, si afferma nel comunicato emesso dal Comando iracheno delle operazioni congiunte. Secondo i suoi calcoli, l’attentato ha ucciso tre soldati, due poliziotti, un civile e ferito altre dodici persone, oltre a distruggere infrastrutture, armi e attrezzature militari. Il Dipartimento della Difesa americano, da parte sua, ha dichiarato che i suoi aerei hanno bombardato “cinque centri di deposito di armi” di Kata’ib Hezbollah e “ridotto significativamente la sua capacità di effettuare attacchi futuri contro le forze della coalizione”.

Il problema  è che l’Iraq ha integrato nelle sue Forze Armate una serie di milizie, principalmente sciite,  che hanno contribuito a combattere lo Stato Islamico (ISIS) tra il 2014 e il 2017 sotto l’etichetta di Popular Mobilization Forces. Tuttavia, alcuni di questi gruppi hanno continuato a mantenere una catena di comando parallela e, grazie  al sostegno dell’Iran, hanno accesso a un’offerta di armi indipendente. Inoltre, il loro braccio politico monopolizza il potere  dello Stato, ciò che ostacola le richieste di scioglimento arrivate. Ciò ha permesso all’Iran, soggetto della politica di massima tensione dell’amministrazione Trump,  di ricorrere a queste milizie per contrastare gli Stati Uniti. E’ un gioco pericoloso che all’inizio dell’anno stava per condurre ad uno scontro diretto, quando Washington ha risposto con l’omicidio del generale Qasem Soleimani alla morte di un appaltatore civile americano in uno di quegli attacchi di logoramento. Insieme a Soleimani è morto anche il suo braccio destro in Iraq, Abu Mahdi al Mohandes, il fondatore di Kata’ib Hezbollah, che gli Stati Uniti hanno etichettato come organizzazione terroristica.

L’Iran non ha perso occasione, attraverso le parole del suo portavoce agli Esteri, di ricordare al Presidente Donald Trump che la colpa degli attacchi è da attribuire alla “presenza e comportamento” delle forze di coalizione. Le forze statunitensi si sono ritirate dall’Iraq nel 2011, sebbene siano tornate tre anni dopo su richiesta del governo di Baghdad per combattere l’ISIS. Ci sono circa 5.000 soldati americani come parte della coalizione internazionale anti-jihadista e che sono dedicati all’addestramento e al sostegno dell’esercito iracheno. Tuttavia, “l’ultimo bombardamento va contro qualsiasi accordo della coalizione”, prosegue il portavoce.

A seguito dell’omicidio di Soleimani, il Parlamento approvò una risoluzione che chiedeva il ritiro delle truppe straniere. La nuova ritorsione può rafforzare quella richiesta. Al di là dell’innegabile influenza iraniana sulla decisione, che è stata sostenuta solo dai deputati sciiti in assenza di sunniti e curdi, la realtà è che gli iracheni vedono con crescente paura il confronto nel loro Paese tra la grande potenza e la potenza regionale. Con attacchi agli Stati Uniti, le milizie sciite stanno guadagnando sostegno e legittimità, secondo molti analisti, convinti che le ritorsioni aumentino il sentimento anti-americano. Le milizie danno l’impressione di agire nell’interesse nazionale contro un potere detestato, la cui presenza si ritiene che non sia più necessaria.

Di Mario Savina

Covid-19, gli interventi economici di UE e BCE

EUROPA di

Il coronavirus Covid-19 è in continua diffusione negli Stati membri dell’UE: l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha dichiarato una pandemia e gli Stati colpiti iniziano a dover fare i conti con i suoi effetti, anche quelli economici. L’Italia è senz’altro il paese più colpito in Europa per numero di contagi e di vittime, ma la rapidità con cui si diffonde il Covid-19 spaventa tutti gli Stati europei che hanno iniziato a prendere misure, più o meno rigide, affinché diminuiscano contagio e danni economici. Allo stesso tempo, gli Stati membri si sono rivolti all’Unione Europea chiedendo misure in grado di scongiurare la probabile crisi economica a cui si sta andando incontro.

L’intervento della BCE

La Banca Centrale Europea ha saputo cogliere la richiesta degli Stati membri ed ha iniziato a fornire un vasto pacchetto di misure di politica monetaria. In particolare, l’obiettivo è quello di fornire liquidità al sistema finanziario e bancario. Saranno condotte temporaneamente operazioni di rifinanziamento a lungo termine aggiuntive, così da fornire liquidità a supporto del sistema finanziario dell’area euro. Inoltre, viene prevista una dotazione temporanea di 120 miliardi di euro per ulteriori acquisti netti di attività – che si aggiungono agli attuali 20 miliardi mensili – e questa sarà disponibile fino alla fine dell’anno, assicurando un contributo notevole dei programmi di acquisto per il settore privato. La Banca di Francoforte ha spiegato che “in combinazione con l’attuale programma di acquisto di attività ciò sosterrà condizioni di finanziamento favorevoli per l’economia reale in tempi di maggiore incertezza”; la presidente Lagarde ha aggiunto che si andrà ad utilizzare “tutta la flessibilità prevista dalla cornice del programma di acquisti di titoli”, ovvero del quantitative easing. Questo programma sarà attuato a tassi fermi, con nuove aste di liquidità a lungo termine e tassi praticamente negativi per le operazioni destinate a finanziare le piccole e medie imprese.

La cosa più importante è che a questo punto, anche i governi nazionali facciano la propria parte: la BCE chiede “un intervento tempestivo, coordinato e ambizioso da parte dei governi” poiché ciò che è temuto di più da Christine Lagarde è “il compiacimento e il procedere a rallentatore della politica fiscale”. L’attuale Presidente si è rifiutata di riproporre la formula “whatever it takes” di Mario Draghi e ciò non è piaciuto ai mercati, secondo cui la Bce ha fatto troppo poco: dopo l’annuncio delle nuove misure senza tagliare i tassi di interesse, e dopo la conferenza stampa in cui si dice di non aver il compito di ridurre lo spread, Piazza Affari è peggiorata ulteriormente, con uno spread del rendimento fra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi volato a 250 punti base e la chiusura peggiore degli ultimi anni, a -17%.

Le misure della Commissione europea

Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha espresso sin da subito la solidarietà ai paesi maggiormente colpiti dall’epidemia. Data la particolare situazione italiana, la Von der Leyen ha avuto un confronto in videoconferenza con il Presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte, ed i due leader hanno concordato sul fatto che è necessaria una azione coordinata a livello europeo. Inoltre, la Presidente ha voluto anche mandare un messaggio agli italiani, in italiano: “Cari italiani, in questo momento difficile, voglio dirvi che non siete soli. In Europa stiamo seguendo con preoccupazione e anche con profondo rispetto e ammirazione quello che state facendo. L’Italia è parte dell’Europa, e l’Europa soffre con l’Italia. In questo momento in Europa siamo tutti italiani”. Nell’ambito delle misure, la Von der Leyen ha affermato di voler agire a livello macroeconomico, usando tutti gli strumenti a disposizione e basandosi su una azione coordinata tra Commissione, BCE e Stati membri. La risposta della Commissione vede come principale misura il “Corona Response Investment Initiative”, un fondo diretto ai sistemi sanitari, le piccole e medie imprese, i mercati del lavoro e le parti più vulnerabili delle economie. 25 miliardi di euro è quanto verrà messo a disposizione, istituendo una task force per collaborare con gli Stati membri per garantire che il denaro sia da subito disponibile. Al fine di indirizzare rapidamente i 25 miliardi di euro di investimenti pubblici europei per far fronte alle conseguenze della crisi del Coronavirus, la Commissione proporrà di rinunciare quest’anno al suo obbligo di chiedere il rimborso di prefinanziamenti non spesi per fondi strutturali e di investimento europei attualmente detenuti dagli Stati: la Commissione europea si avvarrà della piena flessibilità del patto di stabilità e crescita. Parallelamente la commissione si assicurerà “che gli aiuti di stato possano essere concessi più facilmente alle imprese in difficoltà”.

Questa proposta può essere attuata mediante una modifica del regolamento di disposizione comune per i fondi strutturali. La Commissione presenterà questa proposta al Consiglio e al Parlamento questa settimana. I programmi operativi nazionali sarebbero quindi adattati per incanalare i finanziamenti verso settori quali misure di lavoro a breve termine, settore sanitario, misure del mercato del lavoro e settori particolarmente colpiti nelle attuali circostanze. Al termine della videoconferenza, Conte ha accolto con favore l’attitudine positiva della Commissione e l’intenzione di usare tutti gli strumenti disponibili per affrontare le conseguenze economiche del Coronavirus, ed ha invitato l’UE ad imparare la lezione dall’Italia per prevenire l’ulteriore espansione del virus.

Una strategia industriale per un’Europa verde, digitale e competitiva

EUROPA di

Il 10 marzo, la Commissione europea, ha presentato una nuova strategia per aiutare il settore industriale europeo a guidare la duplice transizione verso la neutralità climatica e la leadership digitale, in virtù del suo ruolo fondamentale nel sostenere la crescita economica e la prosperità.

La nuova strategia dell’industria europea

L’industria europea è leader mondiale in molti settori, rappresenta il 20 % del valore aggiunto totale dell’UE e dà lavoro a 35 milioni di persone nell’UE. Nel marzo 2019 il Consiglio europeo ha, pertanto, chiesto una strategia di politica industriale dell’UE complessiva ed a lungo termine, accompagnata da un approccio integrato per un mercato unico più approfondito e più forte.

La strategia presentata dalla Commissione il 10 marzo mira a rafforzare la competitività dell’Unione europea nonché la sua autonomia strategica, in un momento storico caratterizzato dal dinamismo geopolitico e dalla crescente concorrenza mondiale.

La Commissione ha, così, presentato un pacchetto di iniziative che delinea un nuovo approccio, seppur caratterizzato da un saldo radicamento nei valori dell’Unione e nelle tradizioni del mercato sociale. Grandi e piccole imprese, start-up innovative, centri di ricerca, prestatori di servizi, fornitori e parti sociali: tutti gli operatori dell’industria europea gioveranno di una serie di azioni a loro sostegno.

La nuova strategia industriale europea, al fine di difendere la leadership industriale, contribuirà a realizzare tre priorità fondamentali: mantenere la competitività mondiale dell’industria europea; garantire condizioni di parità, a livello nazionale e mondiale; rendere l’UE climaticamente neutra entro il 2050, plasmando il suo futuro digitale.

Azioni concrete

La strategia propone una serie completa di azioni future. In primis, un piano di azione sulla proprietà intellettuale, volto a difendere la sovranità tecnologica, a promuovere condizioni di parità a livello mondiale, a lottare contro il furto di proprietà intellettuale ed adattare il quadro giuridico alla transizione verde e digitale. Il riesame in corso delle norme dell’UE in materia di concorrenza, compresa la valutazione in corso del controllo delle concentrazioni e dell’adeguatezza degli orientamenti sugli aiuti di Stato, garantirà che le norme europee siano adeguate per un’economia in rapida mutazione, sempre più digitale, in prospettiva più verde e più circolare.

Oltre a sfruttare al meglio gli strumenti offerti dai meccanismi di difesa commerciale, entro la metà dell’anno, la Commissione adotterà un Libro bianco per contrastare gli effetti distorsivi delle sovvenzioni estere nel mercato unico ed affrontare il problema dell’accesso di soggetti esteri agli appalti pubblici ed ai finanziamenti dell’UE. La questione relativa alle sovvenzioni estere sarà oggetto di una proposta di strumento giuridico nel 2021. Di pari passo, continueranno i lavori in corso per rafforzare le norme mondiali in materia di sovvenzioni all’industria nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), nonché le azioni volte ad affrontare la mancanza di accesso reciproco agli appalti pubblici nei paesi terzi.

Sono state previste, altresì, misure finalizzate a modernizzare e decarbonizzare le industrie ad alta intensità energetica, per sostenere le industrie della mobilità sostenibile ed intelligente, per promuovere l’efficienza energetica e garantire un approvvigionamento sufficiente e costante di energia a basse emissioni di carbonio, a prezzi competitivi.

La Commissione è intervenuta anche per rafforzare l’autonomia industriale e strategica dell’Europa garantendo l’approvvigionamento di materie prime essenziali, mediante un piano di azione per le materie prime essenziali e prodotti farmaceutici, delineando una nuova strategia farmaceutica dell’UE.

Inoltre, è stata disposta un’alleanza per l’idrogeno pulito, al fine di accelerare la decarbonizzazione dell’industria e mantenere la leadership industriale, seguita da un’alleanza per industrie a basse emissioni di carbonio e un’alleanza su cloud, piattaforme industriali e sulle materie prime.

La Commissione analizzerà sistematicamente i rischi e le esigenze dei diversi ecosistemi industriali. Nell’effettuare questa analisi lavorerà in stretta collaborazione con un forum industriale aperto ed inclusivo, istituito entro settembre 2020 e composto da rappresentanti dell’industria.

Alle Piccole e Medie Imprese (PMI), in virtù del loro ruolo chiave nel tessuto industriale europeo, è dedicata una specifica strategia industriale che mira a sostenerle in tutto il mercato unico ed oltre, a ridurre gli oneri burocratici, ad accedere ai finanziamenti ed a contribuire nella transizione verde e digitale.

Infine, sono state previste misure concrete per rimuovere le barriere che si frappongono al buon funzionamento del mercato unico, vale a dire la risorsa più preziosa di cui dispone l’UE, al fine di consentire a tutte le imprese europee di crescere e competere.

 

“L’industria europea è il motore della crescita e della prosperità in Europa. Un motore che dà il massimo quando alimentato dagli elementi che ne costituiscono la forza: i cittadini e le loro idee, talenti, diversità e spirito imprenditoriale” ha dichiarato Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, che ha poi aggiunto “La sua importanza è ancora più grande in un momento in cui l’Europa si appresta a realizzare la sua ambiziosa transizione verde e digitale in un mondo più instabile e imprevedibile. L’industria europea ha tutto quello che serve per spianare la strada e faremo il possibile per sostenerla”.

 

Praga, le nuove proteste e i controlli dell’UE

EUROPA di

Il 1° marzo, diverse migliaia di persone si sono radunate nel centro di Praga contro il primo ministro ceco Babis, sotto accusa dall’Unione Europea per la frode ai sussidi. La nuova manifestazione – dopo quelle principali di giugno e novembre – è dovuta in particolare alla nomina di Stanislav Křeček a difensore civico del paese. Dal punto di vista dell’UE, gli eurodeputati sono particolarmente preoccupati per la situazione in Repubblica Ceca e chiedono alla Commissione di controllare i pagamenti – diretti e indiretti – alle società di proprietà del Primo Ministro ceco e di altri membri del governo ceco.

La protesta

L’evento si è svolto nel pomeriggio del 1° marzo, con una marcia iniziata a Hradčanska, quartiere di Praga, e terminata alla piazza della Città vecchia. “Siamo qui per contrastare “l’Agrofert-izzazione” del nostro paese, un abuso di potere politico e la distruzione mirata di importanti istituzioni democratiche”, ha dichiarato Mikulas Minar, capo del movimento Million Moments for Democracy, che ha organizzato la manifestazione. “Se continua così, potremmo finire a livello di Ungheria e Polonia”, ha aggiunto, riferendosi agli altri due Stati membri dell’UE che sono sotto l’inchiesta di Bruxelles sullo stato della loro democrazia. Oltre alla delicata situazione del Primo ministro Babis, la nomina di Křeček si rivela l’ulteriore motivo di protesta: l’ottantunenne è stato raccomandato per il ruolo di ombudsman dal Presidente della Repubblica Milos Zeman, considerato filorusso e filocinese, oltre che un alleato di Babis.

Křeček ha sconfitto il candidato del Senato, Vít Alexander Schorm, per il ruolo di rappresentante del governo ceco dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Anche l’avvocato Jan Matys è stato proposto dal Senato ma ha perso durante il primo turno. “L’elezione di Křeček è un evidente esempio di come il governo e le principali istituzioni vengano sistematicamente e deliberatamente demoliti e privatizzati politicamente passo dopo passo” dichiara duramente il movimento organizzatore della protesta. “Si sta gradualmente e sistematicamente demolendo le prestigiose istituzioni democratiche che dovrebbero controllare le regole e servire tutti i cittadini, non solo selezionare politici”, ha aggiunto Million Moments.

Durante le recenti proteste, non è passato inosservato il problema del coronavirus: un uomo nella folla ha indossato una maschera e un cartello con su scritto “Attenzione, virus Babis!”, proprio nel giorno in cui la Repubblica Ceca ha individuato e reso pubblici i primi tre casi di coronavirus, destinati poi ad aumentare nel corso dei giorni fino a portare all’attuale chiusura delle scuole e delle università.

Le preoccupazioni degli eurodeputati

A Praga, una delegazione di sei parlamentari europei ha concluso una visita di accertamento dei fatti in Repubblica Ceca, in seguito a segnalazioni su possibili irregolarità nella distribuzione dei fondi dell’UE. Durante la missione, i deputati europei hanno incontrato giornalisti investigativi, rappresentanti di ONG, associazioni di agricoltori privati e il comitato per le relazioni sui progetti di audit del Senato ceco. Hanno inoltre parlato con le autorità responsabili della gestione e della distribuzione dei fondi dell’UE, tra cui il viceministro delle finanze L. Dupáková, il viceministro dell’agricoltura J. Šír, il direttore generale del fondo di intervento dell’agricoltura statale M. Šebestyán e il viceministro dello sviluppo regionale D. Grabmüllerová.

Dopo la conclusione della missione conoscitiva, l’eurodeputata Monika Hohlmeier, parlando a nome della delegazione, ha dichiarato: “In questa visita è stato fondamentale per noi ascoltare tutte le parti, al fine di ottenere una visione imparziale, poiché il Parlamento europeo nella sua autorità di controllo del bilancio non può operare esclusivamente sulla base di impressioni e rapporti dei media”. Ha poi continuato “durante la nostra missione, abbiamo visto un esempio eccezionale di come i fondi dell’UE possano essere utilizzati bene per progetti di ricerca di alto livello con valore aggiunto europeo. D’altro canto, abbiamo ascoltato agricoltori su piccola scala che condividevano una diversa realtà quotidiana nell’utilizzo dei sussidi UE, con aziende agricole che ottenevano sussidi multipli per una singola azienda”. “Abbiamo anche chiesto a coloro che controllano la distribuzione di denaro dell’UE nella Repubblica ceca in che modo vengono implementate le normative nazionali dell’UE e ceche sul conflitto di interessi e come vengono identificati i beneficiari finali dei fondi dell’UE” ha affermato la Hohlmeier.

I prossimi step

In conclusione, è emerso che la società civile rimane molto preoccupata dall’irregolarità nell’uso dei fondi dell’UE nel paese. Dunque, è stata presa la decisione di procedere con i controlli da parte della Commissione, raccogliendo le informazioni più importanti da tutti gli attori e assicurando la collaborazione con le autorità ceche ed europee. I prossimi passi importanti si compiranno nell’ambito della votazione del bilancio europeo e, in particolare, per ciò che riguarda il controllo dei bilanci, ciò che maggiormente preoccupa gli eurodeputati.

COVID-19: come sta andando in Francia

EUROPA di

Più di 1.400 casi, pochi tamponi effettuati, altissima pressione sugli ospedali e spazio alla telemedicina: questa la situazione in Francia nella gestione del virus COVID-19, temendo un contagio pari a quello verificatosi in Italia.

Il diffondersi del virus e della psicosi

La Francia si conferma il secondo paese più colpito in Europa dopo l’Italia. I primi casi di contagio sono stati individuati il 24 gennaio: tre persone di origine cinese tornate da Wuhan.

Il coronavirus è l’argomento principale trattato dai media sin dall’apertura della crisi internazionale, con qualche intervallo dedicato alla famigerata riforma delle pensioni, alle manifestazioni delle donne in occasione dell’8 marzo ed alle elezioni municipali del 15 marzo, per ora confermate, anche se per molti candidati la campagna elettorale è diventata impossibile.

La Francia teme di subire un aggravamento della diffusione del virus simile a quello che ha colpito nelle ultime settimane l’Italia. Il Ministro della sanità, Olivier Véran, tuttavia, continua a ripetere: “La nostra situazione è diversa dall’Italia, stiamo riuscendo a ridurre e ritardare il picco dell’epidemia”.

Nonostante il tentativo di frenare la psicosi, questa si sta diffondendo. “No, la cocaina non vi protegge dal coronavirus” ha dovuto specificare il Ministero della sanità sul suo profilo Twitter. Poche ore dopo il Ministero è intervenuto nuovamente per precisare che “no, il Covid19 non si trasmette attraverso le punture delle zanzare”. Tutto sembrava chiarito, ma dopo poche ore lo staff è dovuto intervenire ancora una volta per informare i suoi cittadini: “No, farsi aerosol di alcool o di cloro non uccide il virus che è nel vostro corpo. Anzi, la polverizzazione di queste sostanze può essere nociva per le vostre mucose”.

Un piano e 3 fasi

Ai sensi di un piano contro il rischio di pandemie approvato nel 2011 dal governo francese, sono previste tre fasi. La fase attuale è la seconda, in cui si cerca di limitare la diffusione del virus nei focolai già individuati. Questa fase, infatti, “non implica una circolazione attiva del virus ma solo casi sporadici”, secondo la codifica del Ministero della Sanità transalpino. Nella terza fase, invece, il virus circola su tutto il territorio nazionale e l’obiettivo è quello di limitarne gli effetti. La strategia francese, prevede, così, il passaggio da una fase di “contenimento” a una di “mitigazione”.

Tuttavia, rispetto all’Italia, sono stati effettuati molti tamponi in meno e da alcuni giorni il numero di test effettuati non viene comunicato.

La priorità attuale è curare i malati: si è rinunciato, di fatto, a risalire alla catena del contagio. Pertanto, si stima che i portatori del virus siano sicuramente molti di più di quelli attualmente diagnosticati.

I principali focolai finora individuati sono nell’Oise-al nord di Parigi- nell’Haut Rhin, in Alsazia ed in Corsica. A questi si devono aggiungere i casi individuati in Morbihan- in Bretagna- in Alta Savoia e quelli di un gruppo di turisti tornati dall’Egitto.

Il sistema sanitario francese

La preoccupazione maggiore è quella dell’efficienza del sistema sanitario francese. Per alleviare la pressione a cui sono sottoposti gli ospedali, le autorità francesi raccomandano di rivolgersi ai medici di base e di limitarsi ai casi con sintomi molto gravi, chiamando il numero delle emergenze “15” solo in caso di aggravamento.

Il Ministro della Sanità, ha annunciato il via libera alla telemedicina: i medici di base possono fare diagnosi e prescrivere terapie a distanza, senza visitare fisicamente i pazienti. Il timore, infatti, è che presto non ci saranno più posti letto disponibili e che i medici saranno chiamati a scegliere chi curare in base all’età ed alla possibilità di sopravvivenza.

Le misure

Nei tre principali focolai-Oise, Haut Rhin e Ajaccio in Corsica le scuole sono state chiuse: circa 300 mila studenti sono a casa.

Attualmente vi è un’allerta contagio anche in seno al governo: Franck Riester, il Ministro della cultura è risultato positivo ed è in quarantena; Nicole Belloubet, Ministro della giustizia, accusa sintomi e si attendono i risultati del tampone; il direttore di gabinetto del Presidente Emmanuel Macron, Patrick Strzoda, è in quarantena “per precauzione” dopo essere stato a contatto con un positivo. Il Presidente Macron, dunque, è avvolto da una “bolla”: tutti sono a distanza di sicurezza e la sua scrivania viene regolarmente disinfettata per scongiurare un contagio.

In tutta la Francia sono annullati eventi, come concerti e manifestazioni, che prevedono l’assembramento di oltre 1000 persone. Nonostante ciò, l’8 marzo, a Laderneau ,è stato organizzato un raduno di 3500 persone mascherate da Puffi, con l’erronea intenzione di sfidare l’epidemia. L’obiettivo era battere il precedente record del mondo. “Pufferemo il virus”: questo il surreale commento dei partecipanti

Quanto alle altre misure, la partita PSG- Borussia Dortmund di Champions League si giocherà l’11 marzo a porte chiuse, misura estesa a tutti gli eventi sportivi.

Relativamente ai trasporti pubblici, quando scatterà la “fase 3”, il governo potrà decidere di fermare treni, metropolitane ed autobus ma, in linea di massima, “non in contemporanea su tutto il territorio nazionale” e valutando caso per caso.

Nella gestione della diffusione del virus il governo francese ha, altresì, pubblicato nella propria gazzetta ufficiale un decreto che disciplina i prezzi di vendita dei gel idroalcolici per disinfettare le mani, il cui utilizzo è raccomandato nella quotidiana lotta COVID-19.

Per fronteggiare l’emergenza, il governo sta, infine, valutando misure economiche straordinarie: Bruno Le Maire, Ministro dell’economia, ha dichiarato che “tutte le imprese potranno chiedere un rinvio degli obblighi fiscali con una semplice email”. Inoltre, sono allo studio misure coordinate con i partner europei.

 

 

 

 

Francesca Scalpelli
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