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Abbattimento PS752: l’Ucraina rilascia comunicazioni intercettate sulla torre dimostrando che l’Iran era a conoscenza del lancio di missili

EST EUROPA di

L registrazioni dimostrano che gli iraniani hanno visto il missile dal momento in cui è stato lanciato e nel momento in cui ha colpito l’aereo ucraino.

Nelle ultime notizie dall’Ucraina, TSN ha intercettato comunicazioni intercettate.Tyzhden tra la torre dell’aeroporto di Teheran e il secondo pilota del volo iraniano Aseman Airlines al momento dello schianto del volo Ukraine International Airlines PS752.

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Brexit day, il Parlamento europeo approva l’uscita del Regno Unito

EUROPA di

La sera del 29 gennaio 2020, il Parlamento europeo riunito a Bruxelles ha approvato l’Accordo di recesso del Regno Unito dall’Unione Europea. Dopo tre anni e mezzo dal referendum del 2016 e da numerosi negoziati, il Regno Unito lascerà l’UE alla mezzanotte del 1° febbraio 2020: si apre la fase della transizione.

L’approvazione del Parlamento

Con 629 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato l’Accordo di recesso per portare a compimento la Brexit, l’ultimo passaggio necessario per l’uscita dall’UE, secondo quanto concordato dal governo britannico e dalla Commissione europea.

Il referendum del 23 giugno 2016 – quando 17.4 milioni di persone hanno votato per l’uscita – ha dato inizio al processo; i tre anni di negoziato sono stati tutt’altro che facili, vi sono stati diversi rinvii e molteplici negoziazioni. Proprio per questo motivo, il voto del 29 gennaio è ritenuto di storica importanza. La votazione in Plenaria si è svolta dopo il completamento del processo di ratifica nel Regno Unito, con la raccomandazione positiva della commissione per gli affari costituzionali. I numerosi interventi che si sono susseguiti durante l’assemblea hanno ricordato l’importanza delle relazioni con il Regno Unito, e non sono mancati momenti emozionanti di saluti.

Dopo il voto, gli eurodeputati si sono presi per mano ed hanno cantato una canzone scozzese – Auld Lang Syne – conosciuta anche in Francia con il titolo “Ce n’es qu’un au revoir”, non è che un arrivederci. È stato proprio questo lo spirito che ha accompagnato gli eurodeputati nell’arco della serata: la tristezza dei saluti e la certezza di un futuro ancora insieme, seppur non da Stato membro. Non sono mancati i festeggiamenti però, soprattutto da chi negli ultimi tre anni ha spinto per l’uscita del Regno Unito: Nigel Farage ha affermato di adorare l’Europa e di odiare l’Unione Europea, aggiungendo “Niente più contributi finanziari, niente più Corte di Giustizia Europea, niente più Politica Comune della Pesca, niente più discussioni, niente più bullismo”.

Il Presidente dell’eurocamera è stato invece di tutt’altro avviso: “Mi rattrista profondamente pensare di essere arrivati a questo punto. Cinquant’anni di integrazione non possono dissolversi facilmente” ha affermato Sassoli, aggiungendo che “Dovremo impegnarci, tutti, per costruire nuove relazioni mettendo sempre al centro gli interessi e la protezione dei diritti dei cittadini. Niente sarà semplice. Ci saranno situazioni difficili che metteranno anche alla prova i nostri rapporti futuri. Ma questo lo sapevamo sin dall’inizio della Brexit”. Il Presidente rimane certo del fatto che, in ogni caso, le divergenze verranno sempre superate. Anche il capo negoziatore europeo Michel Barnier si è detto molto toccato dopo il dibattito, che è stato “emozionante e ha avuto toni gravi”.

Il periodo di transizione

Il Regno Unito lascerà l’Unione Europea a partire dal 1° febbraio 2020. Tuttavia, la fase che inizia può essere definita un vero e proprio periodo di transizione, in quanto ci vorrà ancora del tempo prima che i rapporti tra Regno Unito ed Unione Europea si definiscano, precisamente circa un anno. Scadrà a dicembre 2020 tale periodo, dunque qualsiasi accordo sulle relazioni future UE – Regno Unito dovrà essere concluso prima di tale data, così da entrare in vigore il 1° gennaio 2021. Anche questo periodo può essere sottoposto a una proroga, per uno o due anni, ma si dovrà decidere entro il 1° luglio dalla commissione congiunta UE – Regno Unito. Il Parlamento dovrà approvare qualsiasi accordo sulle relazioni future e, se tale accordo fa riferimento a competenze che l’UE condivide con gli Stati membri, anche i parlamenti nazionali dovranno ratificarlo.

Il ruolo del parlamento europeo risulta importante nelle relazioni future, poiché dovrà approvare anche l’accordo finale. Il gruppo di coordinamento del Regno Unito coopererà con la task force dell’UE per le relazioni con il Regno Unito e con le commissioni parlamentari per gli affari esteri e per il commercio internazionale e con tutte le altre commissioni competenti.

Durante questo periodo di 11 mesi, il Regno Unito continuerà a seguire tutte le norme dell’UE e le sue relazioni commerciali rimarranno le stesse, ma non potrà prendere parte ai suoi organi decisionali.

Il futuro accordo di libero scambio

Il periodo di transizione dovrebbe dare luogo ad un nuovo accordo di libero scambio, necessario perché il Regno Unito lascerà il mercato unico e l’unione doganale alla fine della transizione. Tale accordo consentirà alle merci di circolare nell’UE senza controlli o costi aggiuntivi. In mancanza dell’accordo invece, vi sarebbero maggiori tariffe da pagare e altri tipi di barriere commerciali. Commercio e sicurezza sono i due temi principali dei futuri accordi: dal sistema dei dazi al rapporto di concorrenza tra aziende britanniche ed europee, alla tutela dei diritti dei cittadini e alla salvaguardia di importanti progetti come l’Erasmus. Il Parlamento europeo è riuscito ad includere tutti i benefici e i diritti di sicurezza sociale nell’ attuale accordo, così come i diritti per le generazioni future e il controllo giudiziario della Corte di giustizia europea.

Il coordinatore del Parlamento per la Brexit Guy Verhofstadt ha affermato: “Idealmente, dovremmo essere in grado di andare oltre un accordo di libero scambio con il Regno Unito. Non soltanto “no tariffe” e “no quote” ma anche “no abbandono” – questo significa che le nostre norme sociali e ambientali europee saranno pienamente rispettate nelle nostre future relazioni commerciali”.

Bruxelles: la cerimonia in memoria delle vittime dell’olocausto ed il discorso di Liliana Segre

EUROPA di

Il 29 gennaio il Parlamento europeo ha aperto la sessione plenaria a Bruxelles con una cerimonia solenne in memoria delle vittime dell’olocausto.

La Giornata internazionale della memoria per le vittime dell’Olocausto si celebra il 27 gennaio per ricordare l’Anniversario della Liberazione del campo di concentramento di Auschwitz nel 1945. Con il termine Olocausto si fa riferimento allo sterminio di 6 milioni di ebrei, rom e altri gruppi perseguitati dai regimi nazisti e fascisti.

“È mio dovere testimoniare”

Aprendo la cerimonia, il Presidente del Parlamento, David Sassoli, ha affermato: “Oggi ci inchiniamo davanti a tutte le vittime della Shoah e vogliamo assumerci il nostro dovere di ricordare”. Sassoli ha poi sottolineato che “il nazismo e il razzismo non sono opinioni, ma sono crimini, e ogni volta che leggiamo sul giornale notizie di violenze e insulti, noi dobbiamo considerarli rivolti a ciascuno di noi. Sono attacchi all’Europa e ai valori che essa rappresenta”.

La senatrice a vita Liliana Segre è intervenuta durante la cerimonia parlando della liberazione, con un discorso memorabile in cui ha condiviso la memoria del male inflitto ad Auschwitz ed il dovere di testimoniare con i deputati europei.

La senatrice italiana ha ricordato l’assoluta disumanità dei campi e delle cosiddette “marce della morte” organizzate dai nazisti nel 1945, alle quali sopravvisse da ragazza a differenza di molti altri che non ce l’hanno fatta. “La loro unica colpa era quella di essere nati”, ha affermato.

La senatrice ha poi spiegato il motivo per cui ha deciso di porre fine agli incontri con gli studenti sulla Shoah (l’ultimo si terrà in primavera ad Arezzo): “Da trent’anni parlo nelle scuole e sento una difficoltà psichica molto forte di continuare. È mio dovere testimoniare”, tuttavia “da tre anni sento di essere io che salto fuori dalle mie memorie, quella ragazzina magra, denutrita, disperata, sola e non la posso più sopportare. Sono la nonna di me stessa e sento che se non la smetto di parlare, se non mi ritiro quel tempo che mi resta a ricordare da sola e a pensare alle grandi gioie della mia famiglia ritrovata, non lo potrò più fare comunque perché non ce la farò più”, ha continuato. “Sento che i ricordi di quella ragazzina che sono stata non mi danno pace: quella ragazzina lì che ha fatto la marcia della morte, che ha brucato nei letamai e non piangeva più è un’altra da me e io sono anche la nonna di me stessa ed è una sensazione che non mi abbandona”, ha concluso.

“L’antisemitismo ed il razzismo ci sono sempre stati”

“Anche oggi qualcuno non vuole guardare e anche adesso qualcuno dice che non è vero” ha detto la senatrice. Ha poi ricordato con le parole di Primo Levi “lo stupore per il male altrui”, che “nessuno che è stato prigioniero ha mai potuto dimenticare”.

Liliana Segre ha continuato soffermandosi sulla constatazione che “l’antisemitismo ed il razzismo ci sono sempre stati “ci sono corsi e ricorsi storici”. La parola razza ancora è utilizzata e per questo è necessario combattere il razzismo strutturale, che c’è ancora.

Durante il suo discorso, ha ricordato una bambina del campo di Terezin, che – prima di essere uccisa dai nazisti – disegnò una farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati. “Anche oggi fatico a ricordare”, ha detto la senatrice, provata da molti anni passati a essere testimone dell’Olocausto, “ma mi è sembrato un grande dovere accettare questo invito per ricordare il male altrui, ma anche per ricordare che si può, una gamba davanti all’altra, essere come quella bambina di Terezin”.

“Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali: che siano in grado di fare la scelta della non indifferenza e con la loro responsabilità e la loro coscienza essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati” ha concluso.

Un lungo applauso del Parlamento europeo ha salutato il discorso della senatrice a vita. L’Europarlamento ha poi osservato un minuto di silenzio su richiesta del Presidente David Sassoli. Molto emozionati gli europarlamenti. stando alle immagini diffuse. Era presente anche Anita Lasker-Wallfisch, membro sopravvissuto dell’orchestra delle donne ad Auschwitz.

Gli altri contributi

È stato poi il turno delle dichiarazioni della Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sull’inviolabilità della dignità di ogni persona e sul dovere dei cittadini europei di lottare contro l’antisemitismo, il razzismo e la discriminazione. “Lo sterminio di 6 milioni di ebrei è il male assoluto, la barbarie peggiore che l’umanità ha potuto realizzare ad altri uomini e come tedesca avverto un senso profondo di colpa”-ha dichiarato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen-“Come tedesca sento anche un senso di responsabilità particolare, perché in Europa so che sono stati i nostri vicini a tenderci la mano riaccogliendoci tra i popoli democratici”. “Lottiamo contro ogni forma di antisemitismo, non dimentichiamo mai” ha concluso.

“Per noi italiani è una grandissima emozione e anche motivo di orgoglio perché certamente l’esperienza di Liliana Segre è una esperienza che può dare insegnamenti e può essere di straordinaria importanza non solo per noi italiani ma per tutta l’Europa” ha detto il Commissario europeo Paolo Gentiloni. “Il fatto che oggi sia Liliana Segre a prendere la parola” ha aggiunto “è un grandissimo motivo di orgoglio e di soddisfazione, è un modo per dire che l’Italia è uno di quei Paesi in cui si coltiva la memoria e in cui nonostante qualche gesto estremista e incredibile, i cittadini, le istituzioni e le grandi figure di prestigio tengono alto l’onore del nostro Paese sui temi della memoria”.

Francia, chiusura di 14 reattori nucleari per un approvvigionamento differenziato

EUROPA di

Électricité de France (EDF), la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, ha presentato un piano per la chiusura, entro il 2035, di 14 reattori nucleari in 7 centrali presenti nel territorio nazionale. Si tratta dei reattori più vecchi, vale a dire a più alto rischio e con la manutenzione più complessa. Le 7 centrali interessate non saranno eliminate, bensì lavoreranno a metà servizio.

Il piano di EDF

La scadenza per il processo di chiusura è fissata tra 15 anni ma già durante quest’anno verranno spenti due reattori, al confine con la Germania, nella località di Fessenheim. Gli altri reattori sono presenti negli impianti di Blayais, Bugey, Chinon, Cruas, Dampierre, Gravelines e Tricastin.

Puntare sull’energia rinnovabile e liberarsi dei reattori più vecchi sono gli obiettivi del piano presentato da EDF al Governo, con la prospettiva di un passaggio dalla condizione attuale in cui oltre il 70% di energia è prodotta dalle centrali nucleari, ad un approvvigionamento maggiormente differenziato. Nel dettaglio, l’obiettivo è un calo del 20% dell’energia proveniente dalle centrali nucleari entro il 2035.

“Il principio generale sarà quello di spegnere i reattori, escluso Fessenheim, al termine della loro quinta interruzione decennale, vale a dire spegnimenti tra il 2029 e il 2035” come si legge nella prima versione della Programmazione pluriennale dell’energia, che stabilisce le priorità del Governo per l’azione energetica nella Francia continentale nei prossimi sei anni. Il testo sarà sottoposto alla consultazione pubblica fino al 19 febbraio.

Maxence Cordiez, ingegnere nel settore energetico, ha posto l’accento sull’importanza della fusione tra la necessaria lotta contro il cambiamento climatico e la volontà politica di chiudere le centrali nucleari ai massimi livelli dello stato.

L’azione del Governo

Da parte sua, il Governo francese ha stanziato 1 miliardo e 800 milioni di euro per la produzione del biogas. Un altro campo che attira molto l’amministrazione francese è l’eolico: la scommessa è quella di raddoppiare l’energia prodotta da pale off shore, sfruttando l’oceano. “La visualizzazione di una traiettoria leggibile e anticipata consentirà alle regioni e ai dipendenti di prepararsi meglio, iniziare la loro conversione con largo anticipo e strutturare il settore dello smantellamento. Porterà inoltre visibilità a tutte le parti interessate nel sistema elettrico per i loro investimenti”, ha aggiunto il Governo francese.

La Ministra della transizione ecologica e solidale, Élisabeth Borne in un’intervista rilasciata lunedì 20 gennaio al quotidiano Le Monde, ha dichiarato: “Questa è la prima strategia nazionale a basse emissioni di carbonio che fornisce una traiettoria settore per settore per raggiungere il neutralità del carbonio a metà del secolo”. La Ministra ha poi aggiunto “Diamo obiettivi credibili, che traduciamo in azione, spegnendo il primo reattore della centrale di Fessenheim a febbraio e spegnendo le centrali a carbone”.

François Brottes, il Presidente del Consiglio Direttivo di Réseau de Transport d’Électricité (RTE) -il gestore della trasmissione di elettricità- ha spiegato in una conferenza stampa che “Entro il 2030, 45 GW di carbone saranno chiusi (equivalente di 45 reattori nucleari), 27 reattori nucleari entro il 2035 tra Francia e paesi vicini in Europa. Questo è ciò che è in gioco, è la decarbonizzazione”.

I precedenti

L’attenzione della Francia al tema della differenziazione energetica è riconducibile a due eventi: la canicola estiva, che ha costretto a spegnere le centrali nucleari per il rischio di surriscaldamento, ed un recente terremoto di 5,4 gradi sulla scala Richter al Sud Est del Paese che ha fatto temere il peggio per una centrale, spenta per qualche giorno. In particolare, dopo quest’ultimo evento l’associazione “Sortir du nucleaire”, che milita per l’abbandono del nucleare ha ricordato che le centrali nucleari sono a norma per scosse fino a 5,2, mentre è stata espressa un’opinione diversa dal Direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare Rémy Catteau, il quale ha dichiarato che “le installazioni sono pensate per resistere a scosse molto più elevate”. L’indice SMS (Sisma maggiorato di sicurezza) è stato calcolato nuovamente in seguito al disastro di Fukushima: è superiore al terremoto più grave che verosimilmente può prodursi una volta ogni mille anni, e che nel caso del Sud della Francia risale all’8 agosto 1873 di 4,7 gradi sulla scala Richter, a Chateauneuf-du-Rhone, a pochi chilometri dall’attuale centrale di Tricastin.

Un sondaggio pubblicato lo scorso giugno ha mostrato che il 69% della popolazione francese ritiene che l’energia nucleare contribuisca al cambiamento climatico. Date le sfide poste dal cambiamento climatico, l’obiettivo è evitare un atteggiamento sia irresponsabile che pericoloso.

Attualmente sono 417 i reattori nucleari esistenti al mondo e i Paesi che li gestiscono sono 31. È importante sottolineare, tuttavia, che la costruzione di centrali è diminuita negli ultimi 5 anni a causa del disastro di Fukushima del 2011, dovuto principalmente allo tsunami che ha seguito il terremoto di Tohoku.

 

 

Repubblica ceca, l’impegno militare nel Sahel e in Iraq

EUROPA di

Lunedì 27 gennaio, il governo ha approvato un piano per dispiegare 60 truppe in Africa, per una missione antiterrorista.

Allo stesso tempo, il Primo ministro ha affermato che non ci sono piani immediati per il ritiro dei soldati cechi dall’Iraq.

Le truppe in Africa

Il piano del Ministero della Difesa per dispiegare fino a 60 truppe nell’ambito della missione antiterroristica francese in Africa è stato approvato dal governo ceco lunedì 27 gennaio. Il piano di schieramento delle forze ceche nella missione – previsto fino alla fine del 2022 – necessita ancora dell’approvazione parlamentare. Tuttavia, il governo ha affermato che il Mali, il Niger e il Ciad hanno approvato lo spiegamento di forze ceche, aggiungendo poi che i cechi aiuteranno le truppe locali a combattere i militanti islamici. Tale missione infatti, lavora nella regione del Sahel proprio per sradicare i militanti islamici presenti, nella quale il governo di Babis ha già circa 120 truppe, come parte di una missione di addestramento dell’Unione europea. Le forze ceche che andranno dispiegate stazioneranno principalmente in Mali, poiché le operazioni in Niger comporterebbero operazioni logistiche e transfrontaliere, secondo quanto ha affermato il Ministero della Difesa. Tuttavia, dato che il quartier generale dell’Operazione si trova in Ciad, le truppe ceche si collocheranno in parte anche lì. Secondo le stime del ministero della Difesa, il dispiegamento avrà un costo minimo di 598 milioni di corone ceche (ovvero 26,38 milioni di dollari USA).

L’operazione Barkhane e l’EUTM Mali

Le forze ceche amplieranno la cosiddetta operazione Barkhane, un’operazione d’oltremare francese in corso nella regione africana del Sahel, contribuendo alla creazione di una task force di paesi europei per assistere le forze francesi già presenti nella regione. L’operazione Barkhane è un’operazione anti-insurrezione iniziata il 1° agosto 2014 e costituita da una squadra francese di 4500 forze; la sede permanente è nella capitale del Ciad, N’Djamena, ma l’operazione coinvolge ben cinque paesi, quali Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger – i cosiddetti G5 Sahel. L’obiettivo è quello di aiutare i governi dei paesi a mantenere il controllo del loro territorio, impedendo alla regione di diventare un rifugio per i gruppi terroristici.

Le truppe del governo ceco presenti in Mali assumeranno nel corso di quest’anno la guida della missione di addestramento dell’Unione europea. L’European Union Training Mission in Mali è una basata strategia dell’Unione Europea e riguarda il settore militare così come quello politico e umanitario. L’EUTM Mali è composta da quasi 600 soldati provenienti da 25 paesi europei, tra cui 21 membri dell’UE e 4 Stati non membri. Tale missione nasce nel 2013 per rispondere all’esigenza di rafforzare le capacità delle forze armate maliani, con il risultato finale di essere forze armate autosufficienti in grado di contribuire alla difesa della loro popolazione e territorio.

I soldati cechi in Iraq

A seguito degli ultimi fatti accaduti in Iraq, il primo ministro Andrej Babiš e i funzionari del ministero della Difesa si sono attivati per calmare le preoccupazioni sulla sicurezza dei soldati cechi e degli ufficiali di polizia in servizio nel paese. Il capo dello staff generale ha affermato che sono state prese le giuste precauzioni affinché sia garantita la sicurezza della squadra ceca, composta da 40 membri, per poi aggiungere che, in caso di necessità, è in atto un piano di emergenza di evacuazione. La Repubblica Ceca dispone di 13 specialisti della guerra contro le armi chimiche, che aiutano i soldati iracheni nell’addestramento, rendendoli pronti affrontare le conseguenze di un attacco chimico alla base militare di Al-Taji in Iraq. Altri 24 agenti di polizia militare stanno aiutando polizia irachena nelle fasi di addestramento, e altri due gruppi di soldati della forza di schieramento del paese stanno sorvegliando l’ambasciata ceca a Baghdad e il consolato ceco a Irbil.

Il primo ministro Babiš ha dichiarato in una conferenza stampa a Praga che il contingente ceco in Iraq è al sicuro e per questo motivo, al momento non ci sono piani per il suo ritiro.

“I soldati e gli ufficiali di polizia che abbiamo in Iraq sono al sicuro. Il ministero della Difesa ceco e l’esercito stanno consultando questioni di sicurezza e futuri passi da vicino con la leadership della NATO e nelle circostanze attuali non stiamo prendendo in considerazione un ritiro”. Il capo delle operazioni delle forze armate ceche, Josef Kopecký, ha confermato che i soldati cechi che erano proprio accanto all’ambasciata americana a Baghdad sono stati trasferiti in un altro sito in Iraq per motivi di sicurezza, ed ha poi aggiunto che “date le misure di sicurezza adottate, non è possibile chiedere un ritiro o una ricollocazione immediati”. Infine, il Ministero degli Esteri ceco ha ribadito l’avvertimento ai cittadini cechi in merito ai viaggi in Iraq e ha esteso il suo avvertimento anche all’Iran.

Visita del Presidente turco Erdogan in Algeria: al centro sempre il dossier libico

AFRICA di

Domenica 26 gennaio, il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, accompagnato da una delegazione turca di alto livello, è stato accolto in Algeria, come prima tappa di una serie di bilaterali, che lo vedranno poi impegnato in Gambia e Senegal. La visita è stata finalizzata a permettere la partecipazione del leader di Ankara al Forum Economico turco-algerino, ma anche alla discussione sul dossier libico. Durante l’incontro con l’omologo algerino Abdelmadjid Tebboune, Erdohan ha sottolineato che la crisi libica non sarà risolta attraverso “soluzioni militari”, aggiungendo: “Stiamo portando avanti intensi negoziati con i Paesi della regione e con gli altri attori internazionali per garantire il cessate il fuoco in Libia e facilitare il ritorno al dialogo politico”.

La visita ha luogo a seguito delle accuse rivolte dal Presidente turco al capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), il generale Khalifa Haftar, ritenuto responsabile di aver violato il cessate il fuoco concordato durante la Conferenza di Berlino, il 19 gennaio. In effetti, i combattimenti alle porte di Tripoli non si arrestano, con le forze di Haftar che, il 26 gennaio, hanno condotto un attacco militare su tre fronti, prendendo il controllo di alcune aree tra Misurata e Sirte. L’esercito del governo di Tripoli, noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), avrebbe tuttavia risposto con un contrattacco, costringendo l’LNA a ritirarsi. Inoltre, nel corso della giornata del 26 gennaio, le forze di Haftar hanno nuovamente attaccato l’aeroporto di Mitiga, dopo la sua riapertura, avvenuta il 24 gennaio, ferendo alcuni dipendenti.

 

Le violazioni della tregua sono state denunciate anche dal governo di Tripoli, che ha affermato che i continui scontri sono alimentati dall’appoggio degli attori stranieri, molti dei quali si erano tra l’altro espressi a favore della Conferenza di Berlino. In particolare, secondo fonti egiziane, riportate dal quotidiano The New Arab, Riad ha inviato al generale Haftar un nuovo pacchetto di aiuti, sia finanziari sia militari, con il fine di rafforzare la propria presenza nel Paese. Inoltre, sempre secondo tali fonti, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman Al Sa’ud, ha promesso al capo dell’LNA di inviare quanto prima ulteriori aiuti, volti a stabilire un nuovo status quo nel Paese.

 

L’Algeria, che condivide con la Libia circa 1.000 km di confine, sta cercando di imporsi come mediatore chiave nella risoluzione della questione libica, che mette a rischio l’intera stabilità della regione africana. Il 23 gennaio, Algeri ha ospitato un incontro tra i Ministri degli Esteri di 6 Paesi africani, ovvero Egitto, Tunisia, Sudan, Ciad, Mali e Niger, per cercare di favorire la pace nel Nordafrica e l’inclusione di tutti i vicini della Libia nei negoziati per una soluzione politica del conflitto.

 

In tale quadro, il presidente algerino Tebboune, a inizio gennaio, ha espresso un forte desiderio di allontanarsi da qualsiasi soluzione militare in Libia, invitando tutti i Paesi e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad assumersi le proprie responsabilità, facendo rispettare un cessate il fuoco immediato e ponendo fine all’escalation militare a Tripoli.

La visita di Mattarella in Qatar e in Israele

MEDIO ORIENTE/POLITICA di

La settimana appena trascorsa è stata per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricca di appuntamenti istituzionali per lo più centrati sui nodi del Medio Oriente e della questione libica. 

 

IL SUMMIT IN QATAR
Il Capo di Stato dopo aver ricevuto nel 2018 al Quirinale il sovrano del Qatar, l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, si è recato a Doha lunedì 20 gennaio per sostenere dei colloqui assieme a quest’ultimo. Nei due giorni di permanenza sono stati toccati numerosi temi, dai problemi che affliggono la comunità internazionale e la stabilità della regione fino alle fruttuose relazioni economiche tra i due paesi, che negli ultimi anni hanno registrato 2 miliardi di euro in interscambio, ovvero nell’insieme di importazioni ed esportazioni, di cui uno per le esportazioni italiane; a testimonianza del rapporto saldo in materia economica tra Italia e Qatar erano presenti al vertice gli amministratori delegati di numerose aziende italiane, tra cui Eni, Fincantieri, Leonardo e Cassa depositi e prestiti.

Il rapporto tra i due paesi non è solo di cooperazione economica, difatti sia l’Italia che il Qatar nella questione libica appoggiano il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, nell’ultimo periodo sotto l’attacco del Generale Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico, che sta conducendo una grave offensiva sulla capitale nonostante le richieste di tregua avanzate sia dalla Conferenza di Berlino che dalla Russia e la Turchia, principali alleati delle rispettive compagini libiche.
Il presidente Mattarella non ha nascosto all’emiro al-Thani la sua preoccupazione per questa grave escalation di violenze, soprattutto alla luce dell’invio da parte del presidente turco Erdogan di un contingente militare in supporto di Tripoli sulla base di un accordo trovato tra Anakara e il Governo di Accordo Nazionale libico lo scorso 27 novembre. Tra i paesi che hanno condannato quest’intromissione, che sembra aver colpito l’intera comunità internazionale, c’è l’Italia. Il Presidente Mattarella ha definito la situazione preoccupante ed ha auspicato una maggiore saggezza; la crisi libica deve essere risolta tramite la mediazione poiché un ulteriore conflitto sarebbe devastante per un paese che dal 2011 ha perso la propria stabilità; è per questo che l’Italia, ha continuato il Capo di Stato, appoggia l’azione multilaterale dell’ONU e del suo alto rappresentante Ghassan Salamé.
Da parte sua l’emiro qatariota al-Thani supporta il governo di al-Serraj ed è al contempo stretto alleato di Ankara, da quando nel 2017 Erdogan supportò il Qatar a fronte di un blocco commerciale che altri Stati vicini come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Egitto, lo Yemen e il Barhein gli imposero a seguito di accuse di finanziamento allo Stato Islamico; aiuto per cui la Turchia sta ora beneficiando di un piano d’investimenti pari a 15 bilioni di dollari da parte di Doha per contrastare la forte svalutazione della lira turca. L’incontro di Doha è stato quindi salutato con esito positivo,nonostante restino alcuni interrogativi circa il futuro della Libia; il multilateralismo e le richieste di tregua restano al contempo strumenti tanto solenni quanto poco efficaci, tant’è che il generale Haftar oltre a violare la tregua auspicata a Berlino sta limitando fortemente la produzione di greggio negli impianti sotto suo controllo, recando danni ingenti a compagnie come la NOC e l’Eni.

 

LA VISITA IN ISRAELE
Dopo gli incontri tenuti in Qatar per il Presidente Mattarella è stata la volta di Gerusalemme, invitato lì il 24 gennaio assieme agli altri capi di stato dal Presidente israeliano Reuven Rivlin per commemorare il 75imo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau al memoriale della Shoah Yad Vashem. Il Presidente Rivlin per l’occasione si è voluto congratulare con l’Italia per il suo impegno in prima fila nella lotta contro l’antisemitismo, testimoniato anche dalla nomina di Liliana Segre a senatrice a vita nel 2018, a 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali. L’evento di commemorazione si è svolto linearmente; hanno preso parola molti capi di stato tra cui il Presidente russo Vladimir Putin, che anche se con un leggero ritardo ha voluto ringraziare Israele per conservare tutt’oggi la memoria dei tragici eventi legati al nazismo, eventi che uniscono il popolo russo a quello ebraico, e Mike Pence, vice-presidente statunitense, il quale ha rivolto l’attenzione dei partecipanti verso gli attuali nemici del popolo ebraico, prima fra tutti Teheran.
IL VICE USA AL QUIRINALE

All’indomani della commemorazione che si è svolta a Gerusalemme il Presidente Mattarella ha accolto venerdì 24 gennaio, presso il Quirinale, proprio il vice-presidente USA Mike Pence. Le buone relazioni che intercorrono fra Stati Uniti e Italia sono dato certo; le situazioni di crisi nella politica internazionale non ne hanno scalfito l’intesa sebbene l’Italia, come confermato dalle parole dello stesso Presidente, sia preoccupata dal graduale disimpegno americano in Siria e in Libia, oltre che dall’applicazione di dazi nei confronti del nostro paese.

A tal proposito Mattarella ha esortato gli Stati Uniti ad applicare il proprio peso poltico specialmente in Libia, dove l’Italia conserva numerosi interessi, al fine di dare efficacia alla tregua chiesta dalla Conferenza di Berlino. Sulla questione dazi il Presidente ha richiamato il concetto di alleanza come “comunità di valori”, la stessa che lega i due paesi nell’alleanza trans-atlantica, e che rischia però di essere indebolita dall’intromissione di strumenti commerciali nocivi come i dazi commerciali. Dopo il colloquio avuto al Quirinale il vice USA Mike Pence si è diretto a Palazzo Chigi dal premier Conte ma, prima di lasciare il Colle, questo si è voluto complimentare con il Presidente Mattarella per la sua forte leadership.

L’UE rilancia “Sophia” per bloccare il traffico di armi in Libia

EUROPA di

La grande operazione militare dell’UE per combattere l’immigrazione clandestina nel Mediterraneo centrale avrà presto un nuovo obiettivo: garantire che l’embargo sulle armi in Libia, concordato domenica scorsa a Berlino, venga rispettato.

Una delle conclusioni del vertice tenutosi nella capitale tedesca è che non ci sarà pace finché il flusso di armi verso il paese nordafricano sarà mantenuto. L’impegno è sul tavolo, ma per essere efficace deve essere verificabile, così i ministri degli esteri dei Paesi dell’UE hanno concordato lunedì di reindirizzare l’Operazione Sophia per controllare l’embargo ed assicurare che non venga violato.

La missione navale, avviata nel 2015 per combattere le organizzazioni che gestiscono il traffico delle persone al largo delle coste libiche, si trovava in una situazione complicata, già privata delle navi e con pattuglie aeree sempre più esigue, dopo successive estensioni, avrebbe dovuto terminare la sua operatività a marzo 2020 senza penalità né gloria.

Ora, nel pieno declino degli arrivi irregolari sulle coste europee, l’intenzione è quella di dare una nuova vita all’Operazione, incentrata su una missione molto distante da quella originaria che ha portato avanti negli anni, ma non completamente aliena: qualche tempo fa si era ricorso ai mezzi di Sophia per tentare di bloccare l’ingresso di armi destinate ai gruppi terroristici presenti in Libia ispezionando le navi sospette.

La nuova missione non ha trovato pareri discordanti tra i Paesi che hanno preso parte alla Conferenza di Berlino: “Nessuno si è opposto a questa decisione”, ha dichiarato il capo della diplomazia comunitaria, Josep Borrell. Il cambio di ruolo non significa la messa da parte dei precedenti compiti: se si dovesse incontrare un’imbarcazione di migranti irregolari, le nuove navi schierate per monitorare l’eventuale arrivo di armi in Libia adempiranno ai loro obblighi di salvataggio, come stabilito dal diritto internazionale e come confermato dallo stesso Alto Rappresentante. Tuttavia, poiché la priorità è cambiata, le principale rotte utilizzate da scafisti e ONG saranno meno controllate rispetto ai mesi precedenti, il che riduce anche le probabilità che Sophia riesca nell’intento di continuare a salvare vite umane come ha fatto fino ad oggi.

Di Mario Savina

Libia: la Conferenza di Berlino e il ruolo dell’Unione europea

EUROPA di

La Conferenza di Berlino sulla Libia ha riunito i partner regionali e internazionali più influenti nell’attuale fase cruciale della crisi libica. I partecipanti, Paesi ed Organizzazioni, hanno raggiunto un accordo su 55 punti e su una sua applicazione rapida.

I risultati della Conferenza di Berlino

Dopo 4 ore di colloqui, è stata presentata una dichiarazione condivisa in cui i partecipanti si sono impegnati ad astenersi da qualsiasi misura e da qualsiasi ulteriore sostegno militare alle parti “sul territorio e sopra il territorio della Libia, a partire dall’inizio del cessate il fuoco”. I presenti hanno poi ribadito il proprio impegno ad astenersi dalle “interferenze nel conflitto armato e negli affari interni della Libia” in virtù del fatto che “solo un processo politico libico e guidato dalla Libia può mettere fine al conflitto e portare una pace duratura”. 16 partner, tra Paesi ed Organizzazioni internazionali, hanno votato a favore di un embargo sulle armi proposto dalle Nazioni Unite che dovrà essere monitorato con maggiore attenzione rispetto al passato.

Lo scopo è quello di facilitare un processo di pace nell’ambito di un conflitto civile, in corso ormai da anni, caratterizzato da una complessità dovuta alla pluralità delle parti coinvolte.

Al tavolo dove si sono riuniti tutti i Paesi UE ed extra UE che hanno dato la propria approvazione alla dichiarazione finale sono mancati i due leader libici Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar, la cui partecipazione alla Conferenza è stata frutto di negoziazioni ed accolta con favore dalla comunità internazionale. Sembra che i due leader libici abbiano nominato i membri della commissione militare “5+5” che, secondo il piano di azione United Nations Support Mission in Libya-Unsmil, dovrebbe avere il compito di monitorare il cessate il fuoco e stabilire la linea degli schieramenti.

L’Unione europea e la crisi libica

Quanto al ruolo dell’Unione europea, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e l’Alto rappresentante/Vicepresidente della Commissione Josep Borrell hanno rilasciato una dichiarazione comune, in cui hanno ribadito che l’unica soluzione sostenibile alla crisi in Libia sono gli sforzi di mediazione guidati dalle Nazioni Unite, che mettono al centro i bisogni di tutto il popolo libico. I due, a nome dell’Unione, hanno dichiarato di sostenere “l’unità, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, nell’interesse della stabilità e della prosperità della regione, che sono importanti anche per l’Europa”.

L’Unione Europea è soprattutto interessata a porre fine al conflitto nel timore che la crisi peggiori e che diventi “una seconda Siria”, come affermato dal Ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas. Anche in Europa però si manifestano interessi contrastanti: l’Italia, che ha sempre avuto un peso importante nella questione libica, sostiene al-Serraj, ma da vari mesi ha perso molta della sua influenza; la Francia si è legata a Haftar, per interessi economici ed energetici, nonché nella speranza di riuscire a contrastare i gruppi terroristici in Libia e nei paesi limitrofi. Nel frattempo, la Grecia protesta per non essere stata invitata a Berlino, minacciando di porre il suo veto alle iniziative dell’Unione sulla Libia.

 

Riunione straordinaria del Cops sulla Libia

In seno all’Unione è stata convocata una riunione straordinaria del Comitato Europeo per la Politica e la Sicurezza (Cops) sulla Libia. Si inizierà, così, a lavorare sul mandato del Consiglio per la rimodulazione dell’Operazione Sophia, che dovrà essere profondamente rivista per indirizzarla sul monitoraggio efficace dell’embargo di armi dell’ONU, non solo via mare ma anche via aria ed auspicabilmente via terra. L’Operazione Sophia, congiuntamente ad una proposta per una missione di peacekeeping in Libia, sarà un punto ricorrente nell’agenda del Cops. L’Alto rappresentante dell’Ue Jospe Borrell ha auspicato, infatti, che entrambe le iniziative siano pronte per il Consiglio Affari esteri dell’Ue che si terrà il 17 febbraio.

Le dichiarazioni

“Ho parlato dell’attuazione dei risultati della Conferenza di Berlino col Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e gli ho rivolto un invito a partecipare presto alla riunione dei commissari, al fine di discutere una stretta collaborazione tra la Commissione Ue e l’Onu” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, su Twitter.

“L’Unione europea si sta attrezzando per attuare i risultati della conferenza di Berlino. Siamo pronti a mobilitare le nostre risorse dove sono maggiormente necessarie” questo è quanto affermato, invece, dal Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in una dichiarazione. “A breve termine- ha affermato- il nostro contributo consisterà nel riflettere sul modo più efficace di monitorare il rispetto del cessate il fuoco e il rispetto dell’embargo sulle armi”.

“La conferenza di Berlino ha funzionato” – ha dichiarato, infine, su Twitter il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli- “La dichiarazione ha trovato il consenso della comunità internazionale per dare pace alla Libia. Ruolo chiave dell’Unione europea quando agisce unita. Adesso la parola passa ai leader dei due fronti libici”.

 

European Space Conference: allo spazio nuovi investimenti per 200 milioni di €

EUROPA di

Il 21 e 22 gennaio si è tenuta a Bruxelles l’European Space Conference. Giunta alla dodicesima edizione, tale conferenza è una piattaforma per le analisi e gli approfondimenti della politica spaziale europea, i suoi programmi, le sue missioni e le questioni chiave del futuro.

Vi prendono parte i rappresentanti delle istituzioni europee ma anche i CEO delle società e i rappresentanti del mondo scientifico e della società civile. Al centro dei dibattiti vi sono stati argomenti quali il futuro dello spazio europeo, il rafforzamento dell’industria spaziale europeo, il rispetto dell’European Green Deal in questo ambito, le numerose nuove sfide di spazio e difesa, le cooperazioni internazionali, le future partnership e così via.

200 milioni di € dall’UE

L’Unione Europea è un attore molto importante nell’industria spaziale globale, tuttavia non è di certo il principale: gli Stati Uniti mantengono il ruolo di leader per spese e per la presenza; la Cina spende quanto l’UE, ovvero la metà rispetto agli USA. Le istituzioni europee hanno dunque deciso di potenziare l’industria spaziale europea. La Commissione europea, in collaborazione con la Banca Europea per gli Investimenti, a seguito dell’European Space Conference, ha proposto investimenti per 200 milioni di € nel settore spaziale. In particolare, un investimento di 100 milioni di € per il nuovo programma Ariane 6 – un programma dell’Agenzia spaziale europea – e 100 milioni di € nell’ambito di InnovFin, per sostenere l’innovazione e la crescita delle società europee di tecnologia spaziale. Gli investimenti sono sostenuti dal Fondo europeo per gli investimenti strategici, il pilastro finanziario del piano di investimenti per l’Europa. Inoltre, la Commissione e la BEI stanno annunciando il primo InnovFin Space Equity Pilot impegnandosi in fondi di investimento, sia interamente focalizzati sulle attività spaziali, sia su fondi che perseguono opportunità nel settore.

Il commissario per il mercato interno, Thierry Breton, ha dichiarato: “I due annunci di oggi rappresentano un punto di svolta per l’Europa a sostegno dell’industria spaziale europea. In primo luogo, accolgo con grande favore il prestito concesso dalla BEI per il progetto Ariane 6, che è al centro dell’obiettivo di garantire un accesso autonomo europeo allo spazio. In secondo luogo, con InnovFin Space, stiamo inviando un chiaro segnale che il business spaziale in Europa è un’opportunità interessante”.

Ariane 6

Ariane 6 è un lanciatore sviluppato da ArianeGroup con la collaborazione dell’ESA, nell’ambito del programma pluriennale dell’agenzia per una nuova famiglia europea di lanciatori, con l’obiettivo di rispondere alle ultime tendenze del mercato dei satelliti. Ariane 6 continuerà a consentire all’Europa di offrire le sue attività di lancio per le missioni a tutte le orbite, dai satelliti geostazionari alle missioni in orbita terrestre media e bassa e affrontare le dinamiche di mercato per i grandi satelliti e le costellazioni satellitari. Il finanziamento da 100 milioni di euro sosterrà parzialmente la quota di ArianeGroup dei costi di sviluppo attraverso una struttura di finanziamento innovativa che dipenderà dal successo commerciale di Ariane 6, una volta operativo.

André Hubert Roussel, CEO di ArianeGroup, ha dichiarato: “Attraverso questo finanziamento innovativo, la BEI, con il sostegno dell’Unione Europea attraverso il Fondo europeo per gli investimenti strategici e la condivisione del rischio InnovFin per la ricerca aziendale, promuove la competenza tecnologica consentendo all’industria europea dei lanciatori di rimanere sempre all’avanguardia, diventando ancora più innovativa e responsabile per l’ambiente”.

InnovFin Space Equity Pilot 

Il secondo investimento è indirizzato a InnovFin Space Equity Pilot: tale programma è sviluppato nell’ambito di InnovFin, dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore delle tecnologie spaziali. Il programma investirà in fondi di capitale a sostegno delle società che commercializzano nuovi prodotti e servizi nel settore spaziale. L’economia spaziale europea ha già un valore di 50 miliardi di euro (a partire dal 2019) e la ricerca nelle tecnologie aerospaziali è una delle aree prioritarie coperte dalla leadership industriale e dalle sfide della società di Horizon 2020.

Unire le forze – l’appello ai governi

L’Agenzia spaziale europea ha senz’altro un ruolo fondamentale in questo ambito. Il segretario generale, Johann-Dietrich Woerner, ha voluto mandare un appello ai governi: “Lavoriamo insieme affinché siano confermati almeno i 16 miliardi di euro per il settore spaziale nel bilancio pluriennale dell’Ue 2021-2027, proposti dalla Commissione”. È necessario unire le forze per il segretario, e dello stesso avviso è Josep Borrel, l’Alto rappresentante dell’UE: “lo spazio è la nuova frontiera della politica globale. L’aumento delle tensioni geopolitiche sulla terra viene esteso e proiettato nello spazio” ha affermato in un tweet. Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione UE, a margine della conferenza ha affermato che “avere i fondi da investire, nel programma InvestEU e nel nostro programma spaziale è molto importante non solo per ciò che succede nello spazio, ma anche per quello che succede a terra”

Nell’Unione Europea – con l’Agenzia Spaziale Europea – si hanno basi solide per agire insieme ed è dunque importante continuare ad investire nei programmi e nei sistemi europei.

Flaminia Maturilli
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