GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Stato di diritto: il rapporto della Commissione europea e un nuovo compromesso sul tavolo dei negoziati

EUROPA di

Sistemi giudiziari nazionali, quadri anticorruzione, pluralismo, libertà dei media e bilanciamento dei poteri: questi i temi principali per un sistema efficace di governance democratica affrontati dal report sullo Stato di diritto dell’UE, presentato il 30 settembre dalla Commissione europea. Il documento sottolinea che molti Stati membri hanno standard elevati, ma rileva altresì l’esistenza nell’Unione di seri problemi legati principalmente ai due Stati membri nel mirino in materia di Stato di diritto: Ungheria e Polonia. L’obiettivo del report è ampliare gli attuali strumenti dell’Unione europea con un nuovo meccanismo di prevenzione e promuovere un dibattito inclusivo e una cultura dello Stato di diritto in tutta l’UE. I governi dell’UE hanno, infatti, trovato un accordo su un meccanismo per legare i fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Resta ferma, tuttavia, l’opposizione dei Paesi dell’est. “Lo Stato di diritto e i nostri valori condivisi sono alla base delle nostre società. Fanno parte della nostra identità comune di europei. Lo Stato di diritto difende i cittadini dalla legge del più forte. Pur avendo standard molto elevati in materia di Stato di diritto nell’UE, abbiamo anche diversi problemi da affrontare” ha commentato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Il report della Commissione europea

La relazione sullo Stato di diritto, pubblicata dalla Commissione europea il 30 settembre, presenta sia una sintesi della situazione generale dello Stato di diritto nell’Unione europea sia, nei suoi 27 capitoli dedicati a ciascuno Stato membro, delle valutazioni specifiche circa gli sviluppi significativi legati allo Stato di diritto. I temi principali affrontati nell’ambito del report, per un sistema efficace di governance democratica, sono il sistema giudiziario, il quadro anticorruzione, il pluralismo dei media e altre questioni istituzionali relative al bilanciamento dei poteri.

I capitoli dedicati a ciascuno Stato membro si basano su una valutazione qualitativa effettuata dalla Commissione: si concentrano su una sintesi degli sviluppi significativi da gennaio 2019, introdotti da una breve descrizione fattuale del quadro giuridico e istituzionale rilevante per ciascun pilastro. La Commissione ha garantito un approccio coerente ed equivalente applicando la stessa metodologia ed esaminando gli stessi argomenti in tutti gli Stati membri, pur rimanendo proporzionata alla situazione specifica e agli sviluppi. Nell’ambito della preparazione della relazione, la Commissione ha altresì invitato le parti interessate a fornire contributi scritti, attraverso una consultazione mirata delle parti interessate aperta dal 24 marzo al 4 maggio 2020.

Il documento evidenzia che molti Stati membri hanno standard elevati, ma rileva altresì l’esistenza nell’Unione di seri problemi legati allo Stato di diritto. Il testo riflette, inoltre, sulle conseguenze delle misure di emergenza adottate dagli Stati membri a causa della crisi dovuta al Covid-19.

Con riguardo ai sistemi giudiziari, il report sottolinea che alcuni Stati membri stanno avviando riforme volte a rafforzare l’indipendenza della magistratura e stanno riducendo l’influenza del potere esecutivo o legislativo sul sistema giudiziario. Il tema continua però, per alcune realtà, e soprattutto nel caso della Polonia e dell’Ungheria, a destare preoccupazione, il che ha indotto l’avvio di procedure di infrazione.

In merito all’anticorruzione, la relazione evidenzia come diversi Stati membri abbiano adottato strategie organiche di lotta alla corruzione, mentre altri le stanno predisponendo. Per garantirne la riuscita è fondamentale comunque che vi siano un’attuazione e un monitoraggio efficaci.

Nota in gran parte positiva per la libertà e il pluralismo dei media nell’Unione europea: i cittadini dell’UE godono, infatti, di elevati standard di libertà e pluralismo. Soprattutto durante la pandemia di coronavirus, i media si sono dimostrati essenziali nella lotta alla disinformazione. Anche in questo caso, tuttavia, alcune valutazioni hanno individuato casi in cui la pressione politica sui media ha dato adito a gravi preoccupazioni.

Per quanto riguarda i sistemi di bilanciamento dei poteri istituzionali, invece, molti Stati membri hanno messo a punto strategie sistematiche per coinvolgere i portatori di interessi e garantire che le riforme strutturali scaturiscano da un ampio dibattito all’interno della società. Al tempo stesso, la relazione mostra che il ricorso eccessivo a una legislazione accelerata e di emergenza può destare preoccupazioni per quanto riguarda lo Stato di diritto.

Un nuovo strumento per legare i fondi europei al rispetto dello Stato di diritto

L’obiettivo che si pone il report presentato dalla Commissione è l’ampliamento degli attuali strumenti dell’Unione europea con un nuovo strumento di prevenzione, nonché la promozione di un dibattito inclusivo e di una cultura dello Stato di diritto in tutta l’UE. Quanto al primo obiettivo, rileva che, il 30 settembre, in concomitanza alla pubblicazione del report, il governo tedesco – che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea – ha riferito di aver ricevuto un mandato per introdurre un meccanismo che colleghi l’accesso ai fondi europei – e dunque anche il Recovery Fund – al rispetto dello stato di diritto, che al momento non è garantito in diversi paesi europei a guida semi-autoritaria, come Ungheria e Polonia. Si tratta del primo passo concreto, dopo il sostanziale fallimento degli strumenti legislativi adottati, per permettere alle istituzioni europee di ottenere un efficace strumento di pressione nei confronti dei governi dei paesi dell’Est, il cui margine di manovra economico dipende molto dai fondi che ogni anno ricevono dall’Unione Europea.

I governi di diversi Stati membri del Nord Europa hanno votato contro il compromesso raggiunto in Consiglio poichè ritengono che indebolisca eccessivamente i poteri a disposizione della Commissione Europe e che di conseguenza sia troppo simile ai meccanismi poco efficaci già in vigore. La proposta è stata ovviamente respinta anche dai governi dei paesi dell’Est e dunque dai diretti interessati. Nonostante la proposta sia stata approvata dal Consiglio e verrà negoziata col Parlamento nelle prossime settimane, i governi dei paesi dell’Est hanno, infatti, già lasciato intendere di volerla bloccare ponendo il veto su un’altra questione, molto più rilevante: l’approvazione del nuovo bilancio pluriennale 2021-2028, strettamente connessa al Recovery Fund.

Brexit, la questione si fa sempre più complessa

EUROPA di

La Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sta diventando sempre più complessa. Oltre alla difficoltà dei negoziati in sé, sia da parte del Regno Unito che dell’Unione europea, e dunque al raggiungimento dell’accordo volto a regolare i rapporti tra le parti dopo l’uscita del paese dall’UE, la situazione è andata complicandosi ulteriormente. Nelle ultime settimane, la Camera dei Comuni ha approvato una legge in materia di mercato interno che viola gli accordi già presi con l’Unione europea, in particolare per il rapporto con l’Irlanda del Nord. Per tutta risposta, la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti del Regno Unito. L’accordo definitivo sulla Brexit, dunque, è sempre più lontano.

Il contesto

L’accordo di recesso è stato ratificato dall’Unione europea e dal Regno Unito ed è entrato in vigore il 1° febbraio 2020, iniziando a produrre effetti giuridici in base al diritto internazionale. In tale quadro, il governo di Boris Johnson ha proposto una legge, poi votata in Parlamento, che di fatto viola alcune clausole dell’accordo stretto con l’UE e, in particolar modo, quelle che riguardano l’Irlanda del Nord. Il 9 settembre 2020 è stato presentato il progetto di legge sul mercato interno del Regno Unito, che ha scatenato non poche reazioni a Bruxelles. Il vicepresidente Maroš Šefčovič ha chiesto una riunione straordinaria del comitato misto UE-Regno Unito per invitare il governo britannico a chiarire le sue intenzioni e a rispondere alle gravi preoccupazioni dell’UE. Durante la riunione, che si è svolta il 10 settembre a Londra tra Michael Gove, Cancelliere del Ducato di Lancaster, e il vicepresidente Maroš Šefčovič, quest’ultimo ha dichiarato che, se fosse stato adottato, il progetto di legge avrebbe costituito una gravissima violazione dell’accordo di recesso e del diritto internazionale, invitando il governo del Regno Unito a ritirare le misure dal progetto di legge prima possibile e, in ogni caso, entro la fine di settembre. A norma dell’accordo di recesso, durante il periodo di transizione – che termina il 31 dicembre 2020 – la Corte di giustizia dell’Unione europea ha competenza giurisdizionale e la Commissione ha potere rispetto al Regno Unito, anche per quanto riguarda l’interpretazione e l’applicazione dell’accordo.

La nuova legge in Regno Unito

Il 30 settembre, la Camera dei Comuni britannica ha approvato, con 340 voti favorevoli e 256 contrari, il progetto di legge sul mercato interno, United Kingdom Internal Market Bill, nonostante il monito dell’UE sulla possibile violazione dell’accordo di recesso. Il disegno di legge dovrà passare alla Camera dei Lord per essere definitivamente approvato. Tale legge stabilisce le regole per il funzionamento del mercato interno del Regno Unito e, dunque, del commercio tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, dopo la fine del periodo di transizione per la Brexit. In particolare, il progetto prevede che non ci sia nessun nuovo controllo sulle merci in transito dall’Irlanda del Nord alla Gran Bretagna. Questo elemento è particolarmente importante perché l’accordo di recesso approvato dai parlamenti europeo e inglese è nato proprio grazie ad un compromesso trovato tra i negoziatori: Johnson, a differenza della ex premier May, aveva ceduto su diversi aspetti riguardanti il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. L’UE insisteva affinché non venisse costruita alcuna frontiera tra i due paesi, ma per fare ciò l’Irlanda del Nord avrebbe dovuto continuare a rispettare le leggi europee in materia di dazi e circolazione dei beni e servizi. Ciò era, per Theresa May, una violazione dell’integrità territoriale del Regno Unito. Johnson ha inizialmente accettato la richiesta europea, per poi invece agire ora in violazione dell’accordo. La legge proposta da Johnson andrebbe, invero, a violare l’accordo di recesso in diversi punti.

La reazione dell’Unione europea

Il 1° ottobre, la Commissione europea ha inviato una lettera di costituzione in mora del Regno Unito per violazione dei suoi obblighi derivanti dall’accordo di recesso. Tale lettera si inserisce nel più ampio avvio di un procedimento formale di infrazione nei confronti del Regno Unito, che ha tempo un mese per rispondere alla lettera dell’UE. La motivazione alla base di tale lettera è che, a norma dell’articolo 5 dell’accordo di recesso, l’Unione europea e il Regno Unito devono adottare ogni misura atta ad assicurare l’adempimento degli obblighi derivanti dall’accordo e astenersi da qualsiasi misura che possa mettere in pericolo la realizzazione dei suoi obiettivi. Inoltre, le parti sono tenute a collaborare in buona fede nell’adempimento dei compiti derivanti dall’accordo di recesso. Secondo quanto affermato dalla Commissione europea, il progetto di legge inglese, se fosse adottato, costituirebbe una violazione del protocollo su Irlanda/Irlanda del Nord, in quanto consentirebbe al Regno Unito di non tener conto degli effetti giuridici delle disposizioni sostanziali del protocollo dell’accordo di recesso. Questa violazione è stata riconosciuta dai rappresentanti del governo inglese, atti a voler derogare in via permanente agli obblighi derivanti dal protocollo.

Quanto alle prossime tappe, il Regno Unito dovrà rispondere entro un mese, presentando le proprie osservazioni. Dopo aver preso conoscenza delle osservazioni inglesi, la Commissione europea potrà decidere se emettere un parere motivato, ma già sappiamo che l’Unione europea non intende proseguire i negoziati se la nuova legge entrerà in vigore. In tale contesto, infatti, si svolgono ancora i negoziati per trovare un accordo commerciale che entri in vigore alla fine del periodo di transizione: l’eventuale uscita senza accordo avrebbe effetti disastrosi per l’economia britannica e per i paesi maggiormente legati al Regno Unito.

Gli archivi storici dell’Unione Europea a Firenze, miniera di conoscenza e di emozioni

EUROPA di

Immersa nelle colline fiorentine c’è una bellissima villa che ospita un tesoro di conoscenza e di emozioni: sono gli archivi storici dell’Unione europea (acronimo ASUE in italiano, HAEU in inglese). Sono sistemati in un bunker sotterraneo nel quale sono assicurate le migliori condizioni climatiche (temperatura e umidità) per la conservazione di un deposito di documenti che si arricchisce anno dopo anno, man mano che scadono i 30 anni di tempo che li rendono disponibili come documenti storici fruibili da tutti. Li abbiamo visitati, insieme ad altri colleghi, il 21 settembre scorso, in occasione di un seminario di formazione per giornalisti organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Toscana in collaborazione con gli stessi Archivi, alcune fondazioni e il network delle cattedre Jean Monnet coordinato, per queste occasioni di studio, dal prof. Pasquale Lino Saccà.

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Nagorno-Karabakh: un conflitto prennunciato che deve essere evitato per gli interessi italiani

EST EUROPA di

Dalla mattinata di domenica 27 settembre 2020 la linea di confine tra l’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh (Artsakh come preferiscono chiamarla gli armeni) e l’Azerbaigian è stata sconvolta dalla ripresa delle ostilità con perdite militari e civili ingenti e la mobilitazione generale annunciata sia dal governo di Erevan che da quello di Baku.  Continue reading “Nagorno-Karabakh: un conflitto prennunciato che deve essere evitato per gli interessi italiani” »

Libia: Ankara respinge le sanzioni UE, “Operazione Irini premia Haftar e punisce il GNA”

AFRICA di

Ankara ha condannato le sanzioni imposte dall’UE a carico di una compagnia battente bandiera turca, accusata di violazione dell’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia. Lo scorso 21 settembre, infatti, l’Unione ha disposto il congelamento dei beni della nota compagnia Avrasya Shipping, già nel mirino degli Stati europei dopo l’incidente militare di alcuni mesi fa, avvenuto tra una delle navi da carico della compagnia ed una nave francese, nelle acque del Mediterraneo orientale. L’imbarcazione francese faceva parte della missione europea nota come Operazione Irini, istituita nell’intento di garantire il rispetto dell’embargo sulle armi nel Paese africano. In quell’occasione, una fregata di Ankara impedì alla nave francese di ispezionare il carico dell’imbarcazione, determinando quello che Parigi ha definito come “un atto ostile”. Il Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, negò l’accusa di traffico di armi, affermando che la nave da carico trasportasse aiuti umanitari, e accusando Parigi e l’Unione Europea di diffondere “critiche infondate”.

Fin dall’istituzione della missione europea nell’aprile 2020, la Turchia e il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli hanno duramente criticato l’iniziativa, definendola inefficace; trascurando il controllo dei confini terresti del Paese, la missione viene altresì accusata di favorire, o almeno non contrastare, l’arrivo di armi e munizioni destinate all’esercito del generale Khalifa Haftar.

Nonostante le smentite di Ankara, l’Unione ha confermato le accuse a carico della compagnia turca, approvando, lo scorso 21 settembre, sanzioni finalizzate al congelamento dei beni della compagnia Avrasya Shipping. Anche in questo caso, la reazione di Ankara non si è fatta attendere, e, per il tramite del Ministro degli Esteri,  ha dichiarato che “l’Operazione europea Irini premia Haftar e punisce il Governo libico riconosciuto dall’ONU”, aggiungendo che le sanzioni, dal suo punto di vista, non avrebbero alcun valore.

All’interno della dichiarazione pubblicata dall’agenzia Anadolu, il Ministro turco ha affermato che l’Unione Europea dovrebbe abbandonare la sua posizione di parte, scegliendo di agire a fianco della Turchia nel quadro di operazioni di consultazione e cooperazione, nell’intento di garantire un’effettiva stabilità nella regione.

Oltre alle sanzioni contro la compagnia turca, l’UE ha adottato sanzioni anche nei confronti di due cittadini libici e di altre due note compagnie: Sigma Airlines del Kazakistan e Med Wave Shipping della Giordania. Quest’ultima, in particolare, è considerata tra i principali esportatori di armi a favore di Haftar e del suo esercito.

Quando si cerca di ridurre le tensioni nel Mediterraneo orientale, prendere una decisione così sbagliata è spiacevole”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri turco, riferendosi alle trattative in corso per favorire la de-escalation tra Grecia e Turchia sui diritti di sfruttamento energetico delle risorse naturali nel Mediterraneo orientale. Al riguardo, Ankara è stata più volte accusata di compiere “gesti provocatori”, innescando nuove tensioni tra i Paesi interessati con l’avvio di  attività di esplorazione e perforazione energetica nelle acque contese di quell’area del Mediterraneo. Sebbene le tensioni tra Atene ed Ankara negli ultimi giorni si siano ridotte, in risposta alle sanzioni dell’UE la Turchia potrebbe tornare a compiere azioni unilaterali in quell’area del Mediterraneo, a discapito degli interessi di Grecia e Cipro, e per le quali potrebbe rischiare di essere destinataria di nuove sanzioni europee.

Unione europea – Bielorussia, le discussioni in Parlamento e in Consiglio Affari Esteri per imporre le sanzioni

EUROPA di

La questione della Bielorussia continua ad essere centrale nell’Unione europea, pur essendo passato oltre un mese dalla data delle elezioni che hanno visto Lukashenko riconfermarsi come Presidente. Da allora, la situazione non sembra essere migliorata: la principale leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, si trova ancora fuori dal proprio paese, nel quale continuano le manifestazioni contro il potere di Lukashenko, seguite anche da arresti e repressioni. Inoltre, il 23 settembre, Lukashenko si è ufficialmente insediato come Presidente ma in gran segreto, giurando in una cerimonia tenuta nascosta fino all’ultimo momento, e impegnandosi a “servire la gente della Bielorussia lealmente, a rispettare e proteggere i diritti e le libertà dei cittadini e a rispettare e proteggere la costituzione”, scatenando così ulteriori proteste, poi represse. Per questo motivo, in questi giorni, sia il Parlamento europeo che il Consiglio Affari Esteri hanno affrontato la questione, non riconoscendo il risultato, né tantomeno Lukashenko come presidente legittimo, e proponendo sanzioni ben precise, ma non senza difficoltà.

Il dibattito in Parlamento

Il 17 settembre, i deputati dell’Europarlamento hanno richiesto l’adozione di sanzioni da parte dell’Unione europea contro il gruppo di individui responsabili della falsificazione dei risultati elettorali e della violenta repressione delle proteste in Bielorussia, compreso anche il presidente Lukashenko, ed hanno invitato gli Stati membri dell’UE ad attuare queste misure restrittive in sede di Consiglio europeo. I deputati, inoltre, hanno condannato anche gli arresti di massa e la violenta repressone in corso nei confronti di manifestanti pacifici, leader promotori di scioperi e giornalisti, anche a seguito delle numerose segnalazioni di maltrattamenti e torture vere e proprie emerse dai centri di detenzione e dalle carceri bielorusse.

Con una risoluzione adottata con 574 favorevoli, 37 contrari e 82 astensioni, il Parlamento europeo ha respinto e rifiutato di riconoscere i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali bielorusse dello scorso 9 agosto, in quanto si sono svolte in violazione di tutti gli standard internazionalmente riconosciuti. Una volta scaduto il mandato dell’attuale presidente, Lukashenko, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese. Nell’ambito di tale risoluzione, in Italia ha avuto molto risonanza l’astensione della Lega, e non sono mancate le critiche degli eurodeputati del Partito Democratico contro tale decisione.

Ad ogni modo, per rendere effettive tali sanzioni, serve il via libera del Consiglio europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri dell’UE.

L’incontro del Parlamento con Svetlana Tikhanovskaya

Lunedì 21 settembre, la principale oppositrice di Lukashenko ha parlato in commissione Affari Esteri al Parlamento europeo, appellandosi alla comunità internazionale per ricevere il sostegno necessario alla battaglia che si sta combattendo. “Chiediamo all’intera comunità internazionale di non accettare la legittimazione di Lukashenko perché non è legittimato agli occhi del popolo bielorusso. Hanno rubato i nostri voti durante le elezioni” ha affermato la leader dell’opposizione bielorussa nel punto stampa tenuto con il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. “Continueremo a protestare per settimane, mesi, anche anni, se necessario. Non saremo più ostaggi di Lukashenko, non vivremo più nelle sue prigioni, non torneremo più nello stato in cui abbiamo versato per ventisei anni” ha dichiarato decisa la Tikhanovskaya, affermando che, di fatto, quella di Lukashenko è una dittatura che, senza l’aiuto della comunità internazionale, è difficile fermare. “Chiedo a tutti di dare voce alla situazione nel nostro Paese perché solo con l’aiuto della comunità internazionale potremo vincere la nostra lotta per la democrazia in Bielorussia”. “Non è una rivoluzione geopolitica, a favore o contro la Russia o a favore o contro l’Ue. È una rivoluzione democratica per la Bielorussia” ha concluso la leader bielorussa, decisa ad andare fino in fondo a tale vicenda.

Il presidente della Commissione affari esteri, David McAllister, dopo l’incontro con la leader bielorussa ha affermato “Sono stato molto lieto di dare il benvenuto di persona alla Tikhanovskaya alla nostra riunione di commissione oggi per un dibattito interessante e stimolante. La posizione del Parlamento europeo è molto chiara: respingiamo i risultati delle cosiddette elezioni presidenziali svoltesi in Bielorussia il 9 agosto, in quanto si sono svolte in flagrante violazione di tutti gli standard internazionalmente riconosciuti. […] Ciò di cui la Bielorussia ha bisogno ora è una transizione di potere pacifica e democratica come risultato di un dialogo nazionale inclusivo tra tutte le parti interessate”.

La questione al Consiglio Affari Esteri

Il 21 settembre, in concomitanza con la visita di Svetlana Tikhanovskaya, il Consiglio Affari Esteri, che riunisce i ministri degli esteri dei paesi UE, ha discusso, tra le altre cose, anche della situazione in Bielorussia. Lo stesso Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’UE, ha incontrato la Tikhanovskaya prima del Consiglio ed ha riconosciuto l’importanza della sua perseveranza nella lotta contro Lukashenko: “Sosterremo un dialogo interno inclusivo, per elezioni libere e giuste. Questo non può essere considerata un’interferenza negli affari interni. La democrazia e i diritti umani sono al cuore dell’identità dell’Ue” ha affermato il capo della diplomazia europea.

Sebbene i ministri degli esteri abbiano rilevato la determinazione e la perseveranza dei cittadini bielorussi malgrado la repressione, abbiano espresso loro piena solidarietà per le loro aspirazioni democratiche e abbiano chiesto nuove elezioni libere e regolari sotto la supervisione dell’OSCE, non sono riusciti ad imporre le sanzioni. “Nonostante ci sia una chiara volontà” di imporre le sanzioni richieste anche dal Parlamento europeo, “non è stato possibile raggiungere l’unanimità necessaria”, ha affermato Borrell. In particolare, a porre un freno a tali sanzioni è stato il ministro degli esteri cipriota, per una ragione ben precisa: “Le reazioni dell’Ue alle violazioni di qualsiasi principio o valore dell’Unione non possono essere à la carte”; se si procede con le sanzioni alla Bielorussia, per il cipriota è necessario procedere anche con le sanzioni per la Turchia, nel caso di un fallimento del dialogo con Ankara. Per questo motivo, entrambe le questioni sono state rimandate al prossimo Consiglio europeo.

La Commissione europea ha presentato un nuovo piano sulla migrazione e l’asilo

EUROPA di

Un nuovo inizio in materia di migrazione: il 23 settembre la Commissione europea ha proposto un nuovo patto sulla migrazione e l’asilo che contempla i diversi elementi necessari per un approccio europeo globale alla materia. Il piano mira a stabilire procedure migliori e più rapide durante tutto il sistema di asilo e migrazione e a garantire un equilibrio tra i principi di equa ripartizione della responsabilità e solidarietà. Ciò risulta fondamentale per ripristinare la fiducia tra gli Stati membri e nella capacità dell’Unione europea di gestire i flussi migratori. I due obiettivi principali del piano sono, infatti, costruire la fiducia e trovare un nuovo equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Tuttavia, il nodo principale risulta essere la condivisione dei rimpatri dei migranti, più che la condivisione dell’accoglienza.

L’esigenza di una riforma

Il fenomeno della migrazione risulta essere molto complesso, con molteplici sfaccettature che devono essere analizzate congiuntamente: dalla sicurezza delle persone che cercano protezione internazionale o una vita migliore, alle preoccupazioni dei paesi che si trovano in prossimità delle frontiere esterne dell’UE, che temono le ripercussioni delle pressioni migratorie e che necessitano di solidarietà,  alle preoccupazioni di altri Stati membri, i quali paventano che, in caso di mancato rispetto delle procedure alle frontiere esterne, i rispettivi sistemi nazionali di asilo, integrazione o rimpatrio non siano in grado di far fronte a eventuali grandi flussi. Il sistema attuale basato sul Regolamento di Dublino non risulta essere efficiente e negli ultimi cinque anni, dopo l’apice dei flussi migratori aventi come destinazione le coste europee raggiunto nel 2015, l’Unione europea non è riuscita a porvi rimedio. Il Regolamento di Dublino, infatti, attualmente, si presenta come un collo di bottiglia legislativo che trattiene in Italia e in Grecia, i due Stati di maggior approdo, migliaia di migranti che arrivano via mare, considerato dagli esperti di immigrazione datato e inefficiente.

L’UE è chiamata dunque a superare l’attuale situazione di stallo e dimostrarsi in grado di gestire un fenomeno così complesso e con ripercussioni cruciali.

Il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo

Con il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo presentato il 23 settembre, la Commissione europea propone soluzioni comuni a quella che è una sfida europea, che coinvolge, seppur in misura diversa, tutti gli Stati membri. Le proposte tengono fede all’impegno assunto dalla Presidente Ursula von der Leyen nei suoi orientamenti politici e sono state anticipate nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione dello scorso 16 settembre. Inoltre, il patto si basa su consultazioni approfondite con il Parlamento europeo, tutti gli Stati membri, la società civile, le parti sociali e le imprese, e mira a garantire un attento equilibrio che integra le loro prospettive.

Il primo pilastro proposto dalla Commissione per promuovere la fiducia nella materia migratoria consiste in procedure più efficienti e più rapide. In particolare, la Commissione propone di introdurre una procedura integrata di frontiera che, per la prima volta, prevede accertamenti preliminari all’ingresso riguardo all’identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell’UE senza autorizzazione o che sono sbarcate in seguito a un’operazione di ricerca e soccorso.

Il secondo pilastro del patto è l’equa ripartizione della responsabilità e la solidarietà: gli Stati membri saranno tenuti ad agire in modo responsabile e solidale. Ogni Stato membro, senza eccezioni, deve, infatti, contribuire a stabilizzare il sistema generale, sostenere gli Stati membri sotto pressione e garantire che l’Unione adempia ai propri obblighi umanitari.

In aggiunta, l’UE cercherà di promuovere partenariati su misura e reciprocamente vantaggiosi con i paesi terzi, nonché di dar vita ad un sistema comune dell’Unione per i rimpatri, al fine di rendere più credibili ed effettive le norme dell’UE in materia di migrazione. Proporrà, inoltre, una governance comune per la migrazione con una migliore pianificazione strategica per garantire che le politiche dell’UE e quelle nazionali siano allineate, e un monitoraggio rafforzato della gestione della migrazione per rafforzare la fiducia reciproca. La gestione delle frontiere esterne sarà migliorata attraverso il corpo permanente della guardia di frontiera e costiera europea, il cui impiego è previsto a partire dal 1º gennaio 2021, che fornirà un maggiore sostegno ovunque necessario.

In sostanza, tuttavia, la nuova proposta punta a condividere lo sforzo europeo sui rimpatri più che sull’accoglienza: prevedendo la possibilità di scegliere se accogliere concretamente i richiedenti nel proprio territorio oppure se aiutare i paesi di primo ingresso, cioè Italia, Grecia e Spagna, a rimpatriare un numero pari di richiedenti asilo la cui richiesta di protezione è stata negata, oppure, terza opzione, finanziare centri di accoglienza nei paesi di primo ingresso o programmi di sviluppo nei paesi di origine dei richiedenti.

Dichiarazioni e prossime tappe

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato “Oggi proponiamo una soluzione europea per ricostruire la fiducia tra Stati membri e per ripristinare la fiducia dei cittadini nella nostra capacità di gestire come Unione”. “L’Ue ha già dato prova in altri settori della sua capacità di fare passi straordinari per conciliare prospettive divergenti – ha affermato la Von der Leyen – Ora è tempo di alzare la sfida per gestire la migrazione in modo congiunto, col giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità”.

Spetta ora al Parlamento europeo ed al Consiglio esaminare e adottare l’intera legislazione necessaria per realizzare una vera politica comune in materia di asilo e migrazione. Data l’urgenza della situazione in vari Stati membri, i legislatori europei sono invitati a raggiungere un accordo politico sui principi fondamentali del regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, nonchè ad adottare il regolamento relativo all’Agenzia dell’UE per l’asilo e il regolamento Eurodac entro la fine dell’anno. Anche la direttiva sulle condizioni di accoglienza, il regolamento qualifiche e la rifusione della direttiva rimpatri dovrebbero essere adottati rapidamente, sulla base dei progressi già compiuti dal 2016.

Ispettori OSCE per le elezioni USA, ridotto il numero degli osservatori

AMERICHE/EUROPA di

L’OSCE, ovvero la più grande organizzazione di sicurezza europea con base a Vienna, ha affermato venerdì di aver ridotto drasticamente i piani che aveva inizialmente, ovvero di inviare un numero cospicuo di osservatori negli States col compito di monitorare le elezioni presidenziali americane del 3 novembre, col risultato di impiegarne solo 30 a causa dell’emergenza sanitaria legata al corona virus. Continue reading “Ispettori OSCE per le elezioni USA, ridotto il numero degli osservatori” »

“Where the lights enter”: il Partito Democratico verso l’Election Day del 3 Novembre 2020

AMERICHE di

A seguito della Convention di partito che ha reso definitivi gli schieramenti elettorali – Biden- Harris per i democratici, Trump -Pence per i repubblicani, si è dato inizio alla campagna elettorale per l’elezione del futuro presidente degli Stati Uniti d’America. Una sfida elettorale questa, definita tra le più incerte e ardue degli ultimi tempi, a causa di fattori ormai ben noti a tutti come la crisi pandemica, che ha costretto entrambi i partiti a rivedere forme e modalità che da decenni dettano riti, simbologie e linguaggi delle convention di partito.


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“Where the lights enter”: il Partito Democratico verso l’Election Day del 3 Novembre 2020

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A seguito della Convention di partito che ha reso definitivi gli schieramenti elettorali – Biden- Harris per i democratici, Trump -Pence per i repubblicani, si è dato inizio alla campagna elettorale per l’elezione del futuro presidente degli Stati Uniti d’America. Una sfida elettorale questa, definita tra le più incerte e ardue degli ultimi tempi, a causa di fattori ormai ben noti a tutti come la crisi pandemica, che ha costretto entrambi i partiti a rivedere forme e modalità che da decenni dettano riti, simbologie e linguaggi delle convention di partito.


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