GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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MEDIO ORIENTE - page 6

UNIFIL,Bint jbail: inaugurati i primi progetti di supporto alla popolazione del 2018

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​E’ stata svolta a Bint Jbeil, alla presenza del Generale di Brigata Rodolfo Sganga, comandante del Settore Ovest di Unifil a guida italiana su base Brigata Paracadutisti Folgore, una cerimonia per l’inaugurazione di due importanti progetti realizzati mediante i fondi della Cooperazione Civile-Militare italiana.

In particolare si è trattato della fornitura e dell’installazione di nuovi cartelli stradali e la sostituzione di altri cartelli deteriorati e la fornitura e l’installazione nel Palazzo della Prefettura dell’Unione di Bint Jbeil dell’impianto di illuminazione fotovoltaico.

Questi progetti, nati dalle richieste del Presidente dell’Unione delle Municipalità di Bint Jbeil, Ing. Atallah Chaeyto, e del Qaimaqam di Bint Jbeil, Prof. Khalil Dbouk, contribuiscono ad apportare, oltre ad un risparmio energetico tramite l’impiego dei pannelli fotovoltaici, un significativo miglioramento dell’efficienza della rete viaria, migliorando le condizioni di sicurezza per la popolazione locale.

UNIFIL ha avuto sin dai primi anni del suo dispiegamento nel 1978, una forte inclinazione umanitaria nell’affrontare le conseguenze delle guerre e dell’occupazione nel sud del Libano. I contingenti UNIFIL quali quello a guida italiana schierato nel settore Ovest del Sud del Libano, forniscono assistenza medica, dentale, veterinaria e di altro tipo e conducono vari programmi di formazione per le persone in settori quali informatica, lingue, produzione di pizza, maglieria, yoga, taekwondo e molti altri.

L’Italia e UNIFIL sono sempre con la popolazione, per la popolazione e tra la popolazione del Libano.

Un bilancio militare della guerra in Yemen

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L’agenzia di stampa yemenita (SABA) ha rilasciato un bilancio dell’anno 2017 che riporta tutti i traguardi bellici dell’armata yemenita inflitti nei confronti della coalizione americano-saudita. Dalle forze navali, a quelle di aviazione fino ai danni prodotti da parte dei missile lanciati, vengono elencate le perdite subite dal nemico.

Stando a quanto afferma l’agenzia di stampa l’esercito ha lanciato 45 missili balistici ed è stato colpevole della distruzione di 1,569 veicoli militali, otto unità navali e 29 aereoplani.

Un rapporto stilato dall’ufficio informazioni militare stima la distruzione di otto carrarmati, 196 veicoli corazzati e 1,337 vari armamenti.

 

Le forze navali hanno distrutto otto navi militari distribuendo due navi quattro navi corazzate, un sottomarino spia e una fregata. L’aviazione invece ha abbattuto 29 veicoli militari di diverso tipo.

 

Le unità di cecchini militari yemeniti hanno ucciso 399 soldati sauditi e 1,894 mercenari.

“Afghanistan; l’esercito afghano, assistito dagli advisor italiani, neutralizza alcuni capi dell’insorgenza locale a Farah”

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Si è conclusa nei giorni scorsi una importante offensiva dell’Esercito afgano contro alcuni capi dell’insorgenza locale presenti nella provincia sud della Regione ovest dell’Afghanistan sotto il controllo del contingente italiano su base Brigata “Sassari”.

Autorevoli fonti locali hanno infatti confermato il successo dell’operazione condotta a guida intelligence che aveva l’obiettivo di disarticolare la catena di comando e controllo dei nemici dell’Afghanistan, avvenuta attraverso l’impiego degli elicotteri in dotazione alle forze armate afgane. L’intervento chirurgico condotto dai militari locali, senza alcun impiego di militari italiani in attività operative cinetiche, ha portato alla neutralizzazione delle forze insorgenti limitando qualsiasi rischio di coinvolgimento del personale civile e conseguendo risultati di grande rilevanza per la sicurezza della città e dell’intera area di Farah.

L’operazione, frutto dell’attività di Train, Advise e Assist (TAA) a favore del 207˚ Corpo d’Armata dell’Esercito afgano ha rappresentato per il contingente italiano – forte della grande esperienza acquisita negli anni e delle capacità professionali specifiche maturate in fase di preparazione della missione – il risultato di anni di lavoro e addestramento svolto in sinergia con le controparti locali, per le quali l’esperienza degli advisor dell’Esercito ha consentito l’innalzamento degli standard operativi.

Altre operazioni continueranno ad essere pianificate e condotte nelle prossime settimane,  con lo scopo di garantire il controllo da parte delle istituzioni locali nelle aree meridionali della regione ovest ed, al contempo, una elevata cornice di sicurezza per la popolazione civile.

Irak, la Task Force Praesidium continua il coordinamento della sicurezza della DIga di Mosul

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​Prosegue il lavoro di coordinamento tra la Task Force Praesidium e le Forze di Sicurezza Irachene per implementare il sistema di cooperazione integrato messo in atto per garantire la sicurezza della Diga di Mosul e del personale. Attività che nei giorni scorsi, hanno portato alla Diga i vertici di USACE (U.S. Army Corps of Engineer) e del CJFLCC (Combined Joint Force Land Component Command) dell’Operazione Ineherent Resolve. Cinque diverse Forze di Sicurezza che operano sotto il diretto controllo di tre diversi ministeri del Governo di Baghdad e che la Praesidium ha inserito in un sistema che permetta un costante scambio informativo attraverso la standardizzazione delle procedure e lo sviluppo di attività congiunte. In occasione di entrambe le visite è stata ribadita l’importanza strategica della Diga che rappresenta un progetto prioritario per lo sviluppo e la stabilizzazione dell’area.

Apprezzamento per il lavoro svolto dal 3° Reggimento Alpini per implementare la sicurezza dell’infrastruttura è giunto dal Generale David Hill, Comandante della Divisione Transatlantica di USACE, l’Unità che ha il compito di coordinare e gestire i progetti di USACE in Medio Oriente, Asia e Egitto per oltre 8 miliardi di dollari. Nel corso della visita il Generale Hill è stato scortato dalla Praesidium con il concorso del personale del Counter-Terrorism Service. La cornice di sicurezza e la tutela del personale di USACE che opera alla Diga sono state riconosciute come azioni determinanti alla piena operatività degli ingegneri che affiancano la ditta Trevi nei lavori per la messa in sicurezza della struttura.

Il Generale Charles Costanza, Vice Comandante di CJFLCC e responsabile del coordinamento delle Operazioni della Coalizione nel nord dell’Iraq, ha invece riconosciuto il fondamentale lavoro svolto dalla Task Force Italiana per integrare le diverse componenti delle Forze di Sicurezza Irachene in un sistema di controllo che permetta una cornice di sicurezza più ampia, attraverso il coordinamento dei check-point gestiti da Counter-Terrorism Service, National Security Service, Esercito Iracheno,  Polizia Federale e Polizia del Ministero delle Risorse Energetiche.

Dopo un aggiornamento operativo fornito dai membri iracheni del tavolo di lavoro realizzato dalla Praesidium, il generale Costanza ha potuto constatare i controlli effettuati dalle Forze di Sicurezza di Baghdad presso i diversi check-point lungo le strade che conducono alla Diga. In particolare ha assistito al transito di una colonna di camion che scortati dall’Esercito Iracheno e supportati dalla TF Praesidium garantiscono i costanti rifornimenti di materiali per i lavori alla Diga. Nell’occasione il Gen. Costanza ha sottolineando l’importanza del lavoro svolto per costruire un sistema integrato che offra all’intera area, standard di sicurezza elevatissimi per la tutela della Diga e delle migliaia di persone che vi operano, mantenendo nel contempo un costruttivo rapporto di collaborazione sia con le Unità Irachene che Curde.

L’Italia rinnova il suo impegno per la ANDSF in Afghanistan

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L’Italia ha rinnovato il suo sostegno alle forze di sicurezza per la lotta al terrorismo e la stabilizzazione dell’Afghanistan. Al termine delle procedure interne ha erogato anche per il 2017 il suo contributo che ammonta a 120 milioni di euro, dei quali 72 sono destinati al fondo fiduciario NATO per l’esercito (ANA Trust Fund) e i restanti 48 riservati al fondo LOFTA (Law and Order Trust Fund for Afghanistan) gestito dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) a supporto della polizia.

I fondi stanziati saranno impiegati oltre che nell’addestramento del personale di sicurezza nell’ambito della missione NATO “Resolute Support”, anche nell’acquisto di vaccini, medicine e apparati necessari per far fronte alla problematica degli IED, gli ordigni esplosivi improvvisati.

L’Ambasciatore d’Italia a Kabul, Roberto Cantone, ha affermato che “L’Italia è al fianco del governo afghano e sostiene le iniziative per la riconciliazione nazionale. In tale contesto, è altresì cruciale continuare a rafforzare le capacità operative dell’esercito e dalla polizia afghani a cui vanno riconosciuti grande impegno e coraggio”. L’Ambasciatore ha anche sottolineato che tra le iniziative finanziate dallo stato italiano è anche presente la realizzazione di una cittadella della polizia per le donne, di cui si auspica una più attiva partecipazione alla vita del paese.

 

Nuova mossa di Trump: Gerusalemme capitale di Israele.

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La decisione del Presidente degli Stati Uniti, Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata americana da Tel Aviv ha fatto notizia in tutto il mondo. Tra le principali reazioni troviamo naturalmente quelle della zona interessata, da Israele all’Autorità Palestinese, da Hamas alla Turchia, con interventi anche di esponenti delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dei principali Paesi europei. Nonostante gli avvertimenti vari, da Macron a Erdogan, Trump, lontano da ogni consenso, ha dimostrato ancora una volta che è fedele  ai suoi interessi.

Gerusalemme è una ferita aperta. Un labirinto dal quale nessuno è riuscito a trovare un’uscita. 70 anni fa, l’accordo di spartizione della Palestina aveva collocato temporaneamente la città sotto l’amministrazione internazionale. Ma presto la parte occidentale era stata occupata da Israele e dopo la guerra dei sei giorni, nel giungo del 1967, anche quella orientale (la parte che i palestinesi considerano loro capitale). In questo nido, Trump ha giocato con il fuoco. Sapendo che tutte le ambasciate  hanno sede a Tel Aviv, ha permesso che la sua intenzione di trasferire l’ambasciata trapelasse e ha persino allertato le delegazioni USA sulle possibilità di proteste. Con il suo silenzio, come quando ha ritirato il suo paese dagli Accordi sul clima di Parigi, ha fatto sì che la tensione raggiungesse il culmine. Il risultato è stato che in tutto il Medio Oriente e in Europa le pressioni si sono moltiplicate per costringerlo ad un cambiamento di rotta, mentre lui con tutte le luci puntate addosso, si accomodava sul barile di polvere da sparo per meditare. È il suo modo di fare politica. 

La decisione è stata già comunicata  al leader palestinese, Mahmud Abbas, e al re giordano Abdullah II con un giro di telefonate. La sua intenzione è quella di riconoscere la “realtà storica” di Gerusalemme e spostare l’ambasciata il prima possibile. Il cambiamento di sede era già stato deciso dal Congresso nel 1995, ma per motivi di sicurezza nazionale era stato sospeso da tutti i presidenti precedenti a Trump. La Casa Bianca sostiene comunque che il trasferimento per quanto desiderato richiederà anni, a causa dei permessi e per questioni di sicurezza. In ogni caso, il riconoscimento di Gerusalemme, con il suo enorme onere simbolico, significa gettare benzina sul fuoco. Non solo Trump pone fine a quella tregua internazionale ormai decennale, ma riafferma la sua fede filo-israeliana, che tanti voti gli ha portato durante la campagna elettorale, e avverte i palestinesi che il suo obiettivo è quello di aprire  un nuovo ciclo in cui la soluzione a due stati non è necessaria.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha qualificato come atto storico la decisione di Trump e ha invitato gli altri paesi a fare la stessa cosa, affermando di essere profondamente grato al presidente americano per la scelta fatta e che qualsiasi accordo di pace nella zona deve tenere conto di Gerusalemme come capitale di Israele. L’indignazione cresce nella zona interessata e in Europa. Una nuova tempesta  che è stata accolta  con costernazione in un’area devastata da decenni si sangue e fuoco. Il leader palestinese, Mahmud Abbas, ha dichiarato in un intervento televisivo che Gerusalemme è la capitale storica  dello Stato Palestinese, puntando il dito contro la decisione americana e rifiutando qualsiasi mediazione nelle negoziazioni con Israele.   Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, ha già minacciato una nuova intifada, secondo cui la decisione di Trump “apre le porte all’inferno”, etichettandola come un’aggressione contro il popolo palestinese. L’OLP (l’Organizzazione Palestinese di Liberazione) ha definito la misura come “il bacio della morte” per la pace. In Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha manifestato la sua contrarietà, minacciando la chiusura di rapporti diplomatici con Israele, definendo la questione come una linea rossa per il mondo musulmano. In modo meno bellicoso, ma sempre indignata è stata la reazione dell’Organizzazione  della Cooperazione Islamica, che riunisce i paesi musulmani, dichiarando che il trasferimento significherebbe ignorare l’occupazione di Gerusalemme Est come territorio palestinese. Dall’Europa sono arrivati dichiarazioni da Macron, secondo cui la scelta di Trump va contro le risoluzioni dell’ONU, e dall’Alto Rappresentante UE Mogherini che ha espresso preoccupazione  per le conseguenze della mossa del presidente statunitense.

Tuttavia, secondo alcuni analisti, la mossa di Trump, per quanto spregiudicata, è meditata. I paesi arabi protesteranno formalmente, ma esistono interessi più grandi che non possono essere compromessi. Soprattutto sul fronte di Riyad, il legame tra USA e Arabia Saudita è indirizzato nell’opposizione all’ascesa dell’Iran, una battaglia condivisa con lo stesso Israele, e per essere forti su questa lotta al potere degli ayatollah, i sauditi hanno bisogno del supporto statunitense. Naturalmente fra i motivi di questa decisione bisogna citare la chiara strategia di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso la politica internazionale, cercando di distoglierla dallo scandalo del Russiagate con le sue ultime novità (possibile coinvolgimento del consigliere capo e genero di Trump, Jared Kushner). Non da ultimo il chiaro furore ideologico, ereditato anche da presidenze passate, secondo cui Israele è il bene assoluto.

Di Mario Savina

Yemen: un nuovo missile è stato lanciato da parte dei ribelli contro i nemici sauditi

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I ribelli Houti hanno lanciato, giovedì 30 novembre, un missile balistico di media gittata diretto in territorio saudita. Secondo quanto riporta Masirah TV, il missile è partito dal nord dello Yemen ed è riuscito a colpire l’obiettivo militare fissato in Arabia Saudita. D’altra parte un video rilasciato dalle forze militari saudite smentisce parte della notizia, mostrando l’abbattimento del missile prima del raggiungimento dell’obiettivo.

Questo sarebbe il secondo missile yemenita lanciato verso l’Arabia Saudita nel mese di Novembre.

L’attacco è stato sferrato poco dopo che il capo del movimento di resistenza Ansarullah, Sayyid Abdul-Malik Badreddine al-Houthi, da cui il nome con cui vengono appellati i ribelli, ha rilasciato un discorso in diretta televisiva. Tale discorso ha avuto una grande visibilità, dieci mila spettatori, in quanto si stavano celebrando i festeggiamenti per l’anniversario di compleanno del profeta Maometto, ricorrenza che quest’anno coincide con l’anniversario di trent’anni dalla liberazione dell’occupazione Britannica in territorio yemenita del 1967.

Al-Houti ha minacciato future rappresaglie contro l’Arabia Saudita, in risposta al blocco areo, navale e terrestre che sta mettendo in ginocchio la popolazione yemenita. “Se il blocco dovesse continuare, sappiamo cosa (quali obiettivi), potrebbero causare grande dolore e sappiamo come raggiungerli” queste sono le dure parole del leader dei ribelli, che arrivano solamente un giorno dopo gli scontri mortali avvenuti vicino la moschea di Saleh, nella capitale.

La tentata riconquista saudita della regione di Najran si rivela un buco nell’acqua

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L’esercito saudita ha tentato di riconquistare una città nella regione del Najran, al confine con lo Yemen. La città in questione è stata di controllo saudita fino a qualche mese fa, prima che i ribelli Houti se ne appropriassero.

Tuttavia il piano di riconquista è stato un fallimento: le forze saudite sono state costrette a ritirarsi perché incapaci di fronteggiare la controffensiva dei ribelli.

I media Houti hanno condiviso un filmato, giovedì 30 novembre, che mostra chiaramente la sconfitta saudita sulla collina di Al-Sharfah, nella parte sud della regione.

Sebbene lo scorso martedì 28 novembre la coalizione yemenita sia riuscita a liberare la catena montuosa di Jabal al-Asayad, punto nevralgico per i ribelli Houti dove venivano organizzati i piani d battaglia, la situazione non sembra andare verso la via della soluzione.

Le forze dei ribelli Houti al momento controllano buona parte del confine tra Yemen e Arabia Saudita; è questa la situazione che allarma il governo di Riyadh, in particolar modo considerando le chiare difficoltà riscontrate nel ricatturare questi territori.

Il blocco saudita si allenta: l’aeroporto di Sanaa torna operativo per aerei civili e dell’ONU

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Il blocco saudita imposto allo Yemen sembra distendersi con la riapertura dell’aeroporto di Sanaa e la ripresa dei voli dell’ONU.

Lo scorso mercoledì 22 Novembre l’aeroporto internazionale della citta di Sanaa è tornato operativo dopo una sospensione del suo regolare funzionamento iniziata il 6 Novembre con un blocco navale, terrestre e areo imposto dall’Arabia saudita come risposta al missile lanciato dai ribelli.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa yemenita (SABA) il direttore generale dell’aeroporto, Khalid Al-Shayef, ha comunicato che due aerei sono atterrati nell’aeroporto. Il primo aereo del Comitato Internazionale della Croce Rossa con a bordo dei volontari e aiuti umanitari per la popolazione; il secondo invece è un aereo russo dal quale è sceso il nuovo gruppo diplomatico russo dell’ambasciata della Federazione Russa a Sanaa.

Il direttore generale ha specificato che l’aeroporto di Sanaa è nuovamente pronto ad accettare tutti i voli in accordo con le normative internazionali e con l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO). Ha aggiunto inoltre che l’arrivo di questi due aerei è un chiaro segnale per il mondo del fatto che l’aeroporto di Sanaa è attivo per un utilizzo civile in linea con gli standard e le condizioni accettate al livello internazionale.

Nel contempo le pressioni operate dall’ONU nei confronti dell’Arabia Saudita per la sospensione del blocco non sono rimaste inascoltate: sono stati riattivati i voli dei passeggeri dell’ONU dalla capitale della Giordania, Amman, alla città di Sanaa.

Il portavoce dell’agenzia di coordinazione degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), Jens Laerke ha annunciato venerdì 24 Novembre che i voli riprenderanno il giorno successivo e che questa decisione potrebbe essere seguita da quella di autorizzare anche voli dal Gibuti a Sanaa.

Laerke ha anche aggiunto che “un volo da Amman a Sanaa non andrà a cambiare la situazione generale” e che “ciè che davvero conta è che la riattivazione di questi voli diventi sostenibile e che, in secondo luogo, possiamo avere accesso ai porti di Hodeida e Saleef sia per gli aiuti umanitari che per le importazioni commerciali”.

Il vice presidente yemenita mette in guardia sui “traditori” Houti

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Il vice presidente dello Yemen, Ali Mohsen al-Ahmar, in visita nella città di Ma’rib con la coalizione arabo-saudita si è pronunciato su diversi aspetti rilevanti del conflitto yemenita.

Il vice presidente Ahman ha subito preso le distanze dai ribelli Houti ribadendo che il loro partito “rappresenta i clan Iraniani in Yemen, nella penisola arabica e nella regione” e che questi non possono colpire città come Riyadh e La Mecca in quanto sono “la culla della nazione”
Nella sua dichiarazione i ribelli Houti sono stati definiti come “traditori” e Ahmar ha espresso severe parole nei loro confronti, invitando gli ascoltatori a stare in guardia nei confronti di questi in quanto “non escludono nessuno e mirano a case, campi, scuole e luoghi di culto”.

Durante la visita il Vice Presidente ha avuto modo di congratularsi con l’esercito yemenita per le vittorie portate a termine assieme con il sostegno della coalizione.  Secondo Ahmar i risultati ottenuti sono “al fine di completare la liberazione e rinstaurare la capitale Sanaa, e di salvarla dalla corruzione degli Houti”. Il vice presidente ha anche fatto notare come tutte le aree confinanti con la capitale Saana non sono mai state e mai saranno una piattaforma per i ribelli e ha lanciato un appello a tutte i membri delle tribù di queste aree affinché partecipassero attivamente alla “battaglia di liberazione”.

Infine ha rivolto un messaggio ai bambini di Saana, i membri volontari delle forze armate, il Congresso Generale del Popolo, guidato dal Presidente deposto dello Yemen Ali Abdullah Saleh, e a tutti gli elementi politici e sociali.

 

 

 

Sara Eleonori
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