GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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MEDIO ORIENTE - page 6

Iraq: un’esplosione causa diversi feriti nelle zone liberate nell’Anbar. Adesso la liberazione di Rawa segnerà la fine dello stato Islamico.

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Un’esplosione nella regione dell’Anbar occidentale ha causato diversi feriti tra le forze di sicurezza Irachene. In questo momento le truppe si trovano a fare i conti con i resti delle battaglie contro lo stato islamico. L’esplosione causate dalle mine terrestri, piantate  precedentemente, hanno ferito diversi soldati nella zona di Al-Rayhana, a est della città di Annah. La fonte non ha fornito dati precisi riguardo i feriti, perciò è difficile in questo momento quantificarli. In questa regione è presente l’ultimo bastione del “califfato”, la città di  Rawa. Qui si ritiene che i combattenti dell’Isis stiano tenendo in ostaggio circa 10.000 civili. Nel mese di settembre è stata lanciata un’offensiva per riprendere il controlo di questa città e più in generale di tutte le zone occupate da Daesh nelle aree circostanti lungo il confine con la Siria. La scorsa settimana le forze irachene hanno riconquistato la città di al Qaim in quello che il premier Haider al Abadi ha definito “un tempo record”. Le forze governative e i combattenti paramilitari erano entrati la mattina del 3 novembre nel centro di Qaim, dove prima degli scontri vivevano circa 50 mila persone, per poi annunciarne la liberazione nel pomeriggio. La cacciata dello stato Islamico dalla città di Rawa segnerebbe la fine del dominio territoriale del gruppo jihadista che ha proclamato il califfato islamico in Iraq nel 2014, e che da allora ha causato la morte di migliaia di civili. L’Anbar è la provincia più grande dell’Iraq e comprende gran parte del territorio occidentale del paese. È considerata una roccaforte della minoranza sunnita irachena e durante i primi anni dell’operazione statunitense “Iraqi Freedom” ha rappresentato una base importante per al Qaeda e altri gruppi di insorti. Inoltre la sua conformazione geografica e la sua morfologia, caratterizzata da vasti deserti, l’ha resa un territorio ideale anche per lo Stato islamico, permettendo il trasferimento di uomini attraverso il confine con la Siria.

Svanisce il progetto del “Califfato” in Siria

MEDIO ORIENTE di

L’ultima città siriana controllata dallo stato islamico, Albu Kamal, è stata liberata dall’esercito siriano alleato alle milizie libanesi di Hezbollah e le forze di mobilitazione popolare dell’Iraq.

Albu Kamal, situata al confine est con l’Iraq, è stata riconquistata: tale avvenimento rappresenta la cacciata dello Stato Islamico nel territorio siriano e il fallimento della costituzione del “Califfato” proclamato da Al-Baghdadi nel 2014.

L’esercito siriano e i suoi alleati stanno ora combattendo contro le ultime milizie dell’IS nel deserto nella parte est del paese. Ufficiali statunitensi hanno stimato che erano presenti nella città tra i 2500 e i 3500 militanti dello Stato Islamico, alcuni dei quali si presume si siano dispersi nel deserto nella zona ad est ad ovest del fiume Eufrate. Intanto, a quanto riportato dall’Osservatorio britannico per i Diritti Umani in Siria, l’esercito del governo siriano e le truppe alleate stanno setacciando la città.

La coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione hanno denunciato l’ingresso nel territorio siriano delle forze di mobilitazione popolare irachene come una violazione della sovranità della Siria. Il riferimento è in particolare dovuto al fatto che le forze militari in questione sono parte dell’installazione militare dell’Iraq.

Infine l’agenzia stampa dell’IS, Amaq, ha fatto circolare un video girato nelle periferie della città di Albu Kamal. Nel video un combattente ISIS denuncia il fallimento delle forze governative siriane, nonostante l’appoggio dell’aviazione russa, sullo sfondo intanto si assiste ad una battaglia tra militanti ISIS e le forze siriane. Come risposta l’agenzia stampa siriana, SANA, riporta quanto detto dal Ministro della Difesa russo Sergei Shoign, che si congratula con “gli eroi” dell’esercito siriano per aver liberato la città.

 

 

Afghanistan; a “Camp Arena” il primo corso di formazione per professionisti della comunicazione

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Anche la comunicazione all’interno della crescita professionale delle forze di sicurezza Afghane. Si è concluso, infatti, a Herat presso Camp Arena, sede del contingente italiano del Train Advise Assist Command West(TAAC-W), un corso di giornalismo e di gestione dell’informazione pubblica a favore di undici militari delle “Afghan National Defence and Security Forces”(ANDSF) . Il corso ha approfondito in particolar modo la gestione di trasmissioni radio foniche. L’esigenza di trattare tali tematiche è sorta , in primo luogo, poiché in un contesto delicato come quello afghano, che è oggi una delle realtà più a rischio per i professionisti in questo ambito,  la gestione delle informazioni svolge un ruolo fondamentale per fronteggiare la propaganda delle formazioni terroristiche ostili. Questo può esser reso possibile raggiungendo sempre più ampie fasce di popolazione durante la campagna di  informazione.  “In una società come quella odierna, il contrasto alle forze nemiche dell’Afghanistan si applica non solamente tramite il controllo del territorio fisico del proprio Paese, ma anche e soprattutto informando la popolazione in maniera adeguata, efficace e corretta su quelli che sono i continui progressi ottenuti dalle Forze di Sicurezza e dalle Istituzioni”, ha dichiarato il generale Antonio Bettelli durante la breve cerimonia di chiusura del corso, alla quale era presente anche Massimo Biagini, comandante del TAAC-W. Gli undici militari impegnati hanno potuto apprendere, dal personale qualificato di “Resolute Support” insieme a quello del contingente Italiano , il giusto approccio alla metodologia dell’informazione, al corretto uso dei canali di comunicazione a seconda dell’audience di riferimento, con particolare attenzione alla comunicazioni radiofoniche. Per il TAAC-W ha rappresentato un’ulteriore attività di formazione a favore delle forze di sicurezza afghane, che come previsto dalla missione R-S, integra la crescita sotto gli aspetti tecnico-tattici con quella in altri ambiti professionali. La missione Resolute Support ha come obbiettivo quello di fornire assistenza alla formazione dell’esercito e delle “Afghan National Defence Security Forces” .

Leonardo da Vinci in mostra ad Amman

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Il genio italiano tra i più conosciuti al mondo, sbarca in Giordania, precisamente ad Amman, come rappresentante e simbolo della nostra Nazione  nel World Science Forum, patrocinato dall’ UNESCO, che si sta tenendo, per il suo  primo debutto,  in Giordania dal 7 al 11 Novembre.

Nella  Mostra a lui dedicata “ Leonardo’s Machines: italian excellence over the centuries”, che avrà una durata sino al 7 Dicembre, sarà più che mai presente il genio vivo di Leonardo trasposto nelle sue innovative e prestigiose macchine,simbolo della sua eccletticità, con lo scopo di far conoscere all’estero interamente la sua persona ed i suoi studi che non si sono fermati solamente alla grandiosità pittorica,per la quale è essenzialmente noto all’estero, ma è stato precursore dei tempi anche nel settore meccanico – tecnologico

Le macchine, costruite sui progetti di Leonardo, provengono dal Museo di Leonardo a Firenze, una selezione  che è stata attinta dalla “Collezione Niccolai”: la collezione di modelli più grande al mondo tratti dai progetti della grande mente italiana. Lo stesso Gabriele Niccolai,  maestro artigiano,  ha dato il suo contributo ed esperienza assumendo l’incarico di  curatore della mostra.

L’inagurazione dell’evento è stato patrocinato dalla Principessa Wijdan Al-Hashemi e ha visto altri nomi illustri  quali la Principessa Rajwa bint Ali, artista, scultrice  e Presidente della Royal Society of Fine Arts ed il direttore generale del Museo Ihab Amarin.

Un inizio promettente, simbolo dell’amore per l’arte, che non conosce confini geografici e che ha il diritto di avere apprezzamento ed ammirazione su scala mondiale.

Kabul: Attaccata l’emittente televisiva Shamshad, l’Isis rivendica

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Sparatoria all’interno di un emittente televisiva di Kabul la mattina del 7 novembre, arrivata la rivendicazione dell’Isis, una giornalista perde la vita. L’ attacco avviene nei giorni successivi alla perdita di terreno e delle proprie basi in Iraq e in Siria. Un commando di tre persone è riuscito a penetrare all’interno dell’emittente afghana Shamshad, partner della BBC, nella zona vicino allo stadio della città. Il modus operandi è quello introdotto da Al Qaeda e sempre più diffuso, che prevede l’esplosione di un suicida al primo sbarramento permettendo così l’ingresso di altri uomini  armati di mitragliatori e granate. I tre attentatori, vestiti in uniformi militari, hanno tenuto uno scontro a fuoco  con le autorità afghane inviate poco dopo la prima esplosione. Quest’ultime sono riuscite a mettere in salvo parte dei dipendenti dell’emittente televisiva. Numeri discordanti sulle vittime coinvolte. La rivendicazione dello Stato Islamico, avvenuta dopo la presa di distanza da parte dei Talebani,  tramite Twitter, parla di 20 persone uccise ma stando alle conferme del ministero dell’interno le vittime sarebbero almeno 2, una ventina di feriti tra giornalisti e staff, tra di loro anche il direttore Abed Ehasas. Oltre ad uno  degli attentatori, ucciso dalla polizia, è rimasta coinvolta una giornalista, che secondo il portavoce di Shamshad, avrebbe perso la vita dopo il tentativo di mettersi in salvo. “ Questo è un attacco alla libertà dei media ma non possono ridurci al silenzio”, le parole del direttore della redazione ai microfoni di Tolo News, un’altra emittente televisiva. L’Afghanistan è uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti e i lavoratori della comunicazione. Come ricorda la BBC, i primi sei mesi del 2017 sono stati caratterizzati da un sensibile aumento della violenza nei confronti dei giornalisti afghani, con ben 73 casi registrati: un incremento del 35% rispetto allo stesso periodo del 2016. A maggio due operatori dei media sono stati uccisi in un attacco bomba a Kabul. Anche gli uffici dell’emittente  1TV sono stati danneggiati. Nello stesso mese l’Isis ha preso di mira l’edificio televisivo statale afghano nella città di Jalalabad, uccidendo sei persone.

 

Lo Stato Islamico perde territorio in Siria, dopo Raqqa è la volta di Deir-al zor

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Lo scorso venerdì 3 Novembre il governo siriano ha annunciato la riconquista della città di Deir-al zor contro le forse dello Stato Islamico. L’organizzazione terroristica perde l’ultima roccaforte in territorio siriano.

La città è situata nella zona est della Siria sulle sponde occidentale del fiume Eufrate e dopo la caduta di Raqqa, avvenuta circa due settimane fa, rimaneva uno degli ultimi possedimenti strategici di grande valenza dell’IS. Deir-al zor è infatti il centro della produzione petrolifera siriana.

La liberazione dall’occupazione nemica è stata resa possibile grazie all’aviazione russa alleata e al contributo curdo. Lo Stato Islamico deteneva il controllo del territorio da anni e l’operazione di liberazione era iniziata in Settembre. Unità di ingegneri stanno supervisionando i quartieri e gli edifici della città per l’eventuale rimozione di mine e trappole esplosive che potrebbero essere state disseminate nella città dai jihiadisti dello stato islamico.

L’avanzata per la riconquista delle zone occupate non finisce qui: un esercito appoggiato da bombardieri russi e milizie iraniane e shi’ite, stanno avanzando verso Abu Kamal, ultima città rilevante controllata dallo stato islamico, situata al confine con l’Iraq e sulla sponda ovest dell’Eufrate. A fare pressione sulla sponda est invece ci sono le milizie curde e arabe supportate da una coalizione americana dotata di forze speciali e incursioni aeree. In conclusione le forze militari irachene hanno annunciato l’inizio di un’offensiva nei territori iracheni al confine con la Siria, alle porte della città di Al-Quaim.

Referendum in Kurdistan: l’Iraq chiede l’annullamento dei risultati elettorali

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Il 25 settembre scorso, i cittadini curdi sono stati chiamati alle urne per esprimersi sulla questione relativa all’indipendenza dei propri territori.
Il referendum, conclusosi con il 92% della popolazione favorevole all’ottenimento dell’indipendenza, ha scatenato l’immediata reazione di Baghdad che, contraria al voto, lo ha dichiarato illegale. Tempestiva anche la reazione di Iran e Turchia schieratesi, insieme alla capitale irachena, sul fronte dell’opposizione.
Più dura è stata invece la reazione del governo centrale iracheno, il quale ha chiesto l’immediato annullamento dei risultati ottenuti al referendum al fine di poter negoziare con i curdi, ristabilendo con essi rapporti pacifici. Una proposta rimasta però in sospeso, a causa della mancata risposta da parte del governo curdo, che ancora non si sarebbe espresso in merito.

La tregua richiesta dal governo di Irbil e la questione di Kiruk
Ad un mese esatto dalle votazioni, il 24 ottobre scorso il governo curdo di Irbil si è espresso chiedendo l’immediato “cessate il fuoco” nella regione curda e il “congelamento dei risultati del referendum, al fine di poter riprendere pacificamente il dialogo con Baghdad, evitando disordini e violenze nel paese”. Un tentativo di mettere in atto un processo di pacificazione messo in moto anche dal governo centrale iracheno, assestatosi anch’esso sul fronte favorevole alla cancellazione dei risultati elettorali. Una proposta, apparsa però più come un monito impositivo, e rimasta tutt’ora una questione aperta.

Altro punto caldo: le violenze scoppiate nella provincia di Kirkuk (zona strategica e uno dei maggiori poli petroliferi iracheni) attaccata lo scorso 22 ottobre dalle forze irachene, sostenute dall’Iran e dalle milizie sciite. Gli eventi, verificatisi in seguito agli scontri scoppiati nelle aree a nord dell’Iraq, avrebbe causato un peggioramento della già critica e labile situazione: le morti verificate sarebbero circa 40, di cui 30 combattenti Peshmerga e 10 membri della milizia sciita.

Un referendum trasformatosi da “espressione democratica” a “turbinio di violenze e perdite umane”, motivo anche della fuga di migliaia di civili, circa 136 mila secondo quanto riportato dal Segretario Generale dell’ONU Farhan Haq. Su che ne sarà di loro in futuro ancora poco si sa. Per ora le Agenzie delle Nazioni Unite hanno assicurato loro rifugi temporanei e assistenza, e si stanno impegnando per garantirgli un rientro sicuro nelle proprie terre.

Afghanistan: Il contingente italiano del “TAAC-W” prosegue con le operazioni di supporto nel settore agricolo

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Continuano le attività di supporto alla popolazione nella città di Herat, in Afghanistan, sede del contingente italiano del TAAC-W. L’ultima operazione in ordine temporale riguarda il settore primario . Presso il dipartimento dell’Agricoltura di Herat è stato infatti consegnato del materiale tecnico. Queste attività sono organizzate in collaborazione con gli specialisti della cellula “CIMIC”, che si occupa proprio della cooperazione tra componente militare e civile e rientrano nell’ambito generale della missione “Resolute Support”. Entrando nel particolare, con una cerimonia informale, il generale e comandante del contingente italiano Massimo Biagini ha consegnato 10 motociclette che saranno utili per muoversi nelle carrarecce dei campi siti nelle aree rurali intorno alla città. Questa iniziativa è solo l’ultima di una lunga serie, infatti da un decennio a questa parte l’Italia, con 95 progetti conclusi, mira ad implementare un settore, quello agricolo, che costituisce il 62% dell’economia del territorio ed è fonte di guadagno per le classi sociali meno alfabetizzate. Nei mesi precedenti il comando del TAAC-West aveva consegnato oltre a materiali di tipo tecnico, tra cui computer e supporti informatici per garantire una migliore attività gestionale, anche dei beni di prima necessità. Nel mese di luglio infatti sono stati donati alle famiglie più bisognose dei “food-kit”, contenenti ognuno circa 20 kg tra farina, riso e biscotti. Prima della consegna del materiale, il generale Massimo Biagini, ha avuto modo di incontrare alcuni agricoltori provenienti dai villaggi limitrofi, presenti al dipartimento . In questo breve incontro, le parti , hanno avuto modo di  confrontarsi sulle problematiche che affliggono in questo momento la regione di Herat, colpita da una siccità che dura da ormai 6 mesi . Queste le parole dell’ elder responsabile del villaggio di Sanow Gerd : “Poter ricevere questi aiuti dai militari italiani è molto importante per noi, ci permetteranno di migliorare l’organizzazione dei nostri campi e di riprendere il lavoro  con meno timore dopo questa pesante estate senza pioggia”.

 

LA CRISI DEL GOLFO E LE NUOVE DINAMICHE MEDIORIENTALI

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I tradizionali (quanto precari) equilibri geopolitici ed economici esistenti nell’aera del Golfo persico, messi in discussione dalla crisi politica apertasi lo scorso giugno tra Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Barhein ed Egitto, continuano a produrre tensioni ed instabilità in tutto il Mashrek, dove le ripercussioni della questione qatariota hanno investito non solo nella Penisola arabica ed i principali teatri di crisi mediorientali, ma anche diverse regioni dell’Africa orientale, dove qatarini e sauditi si confrontano da tempo sostenendo processi di penetrazione a livello economico-militare.

È proprio il Corno d’Africa, terreno di competizione geopolitica fra i Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), ad aver subito importanti stravolgimenti a seguito della rottura, decisa da Gibuti e Somaliland, delle relazioni diplomatiche con Doha cui hanno fatto seguito il ritiro dal Paese del contingente qatariota, inviato al confine tra Eritrea e Gibuti per monitorare il cessate il fuoco, e l’espansione di Riad e Abu-Dhabi con l’apertura di nuove basi militari estere in Gibuti, e nelle località di Assab (Eritrea) e Berbera (Somaliland). A differenza di Djibouti e Hargheisa, Somalia, Sudan ed Eritrea hanno deciso, nonostante le pressioni saudite, di mantenere rapporti politico-commerciali con il Qatar, correndo il rischio di perdere i decisivi aiuti di Riad e Abu-Bhabi, mentre l’Egitto di Al-Sisi, alleato del Regno saudita, ha abilmente sfruttato la crisi in corso tra le monarchie del Golfo per operare l’ennesima stretta autoritaria interna adottando nuove misure che (prescindendo dall’esistenza di simpatie o legami con Doha) obbligano al silenzio l’intero spettro dell’opposizione.

La conflittualità politica nel Golfo ha influito inevitabilmente anche sul contesto mediorientale, soprattutto in Siria, dove la crisi del GCC ha ridotto gli spazi dell’azione di contrasto al regime di Al-Assad (sponsorizzata da Arabia Saudita, Qatar e Turchia), ma anche in Yemen, da cui Doha ha dovuto ritirare circa 1000 soldati impiegati da oltre due anni nella coalizione anti-sciita a guida saudita-emiratina, e nella striscia di Gaza che ha visto in questi ultimi mesi un sempre maggior interventismo degli Emirati Arabi impegnati a colmare il vuoto finanziario lasciato dal Qatar.

Le dure sanzioni economiche imposte dal c.d. “quartetto” al Qatar, danneggiando settori strategici come quello bancario, commerciale e turistico, hanno infatti costretto la monarchia di Al-Thani ad utilizzate il 23% del Pil per sostenere la propria economia interna, riducendo, contestualmente, la partecipazione di Doha a importanti dossier.

Il rimescolamento degli equilibri regionali intervenuto con il boicottaggio di Arabia, Emirati e Bahrein ed esacerbato dalla rigidità dimostrata dai sauditi nella gestione della crisi, ha però contribuito anche a velocizzare la costituzione di un allineamento geopolitico tra Qatar, Iran, Turchia e Russia potenzialmente sfavorevole agli obiettivi egemonici di Riad nella regione. Doha, a fronte di una restrizione degli spazi di manovra imposta dall’Arabia Saudita con l’assedio politico-commerciale e la conseguente chiusura di canali vitali per la vita socio-economica del Paese, ha infatti avviato un processo di compensazione imperniato sulla progressiva diversificazione delle attività di public diplomacy e sul consolidamento di nuove alleanze (come quella con Erdogan e Rouhani, il cui supporto alla monarchia qatarina con aiuti militari ed umanitari è stato finora essenziale per Al Thani). Il Qatar è infatti riuscito a stringere velocemente legami politici ed economici forti e variegati con Paesi vicini e lontani, compensando così i costi legati all’assedio e rafforzando il Paese sul piano diplomatico. Risalgono proprio al settembre scorso gli incontri ufficiali dell’Emiro del Qatar Al-Thani con il Presidente turco Ergogan, la cancelliera Merkel e Emmanuel Macron, con cui il leader qatarino ha raccolto ampi consensi sulla necessità di risolvere diplomaticamente la disputa con i sauditi.

Una saldatura tra le necessità dell’Emirato e gli obiettivi di Ankara, Teheran e Nuova Delhi, e quindi l’ingresso di nuovi attori nella gestione della disputa, potrebbe disegnare un quadro inedito in cui l’ascendente di Riad rischia di diminuire favorendo l’espansione dell’influenza di altre potenze nel contesto del Golfo e l’emergere di dinamiche fuori dal controllo diretto degli Al-Saud.

A confermare una simile possibilità è intervenuto anche il crescente disimpegno in Medio Oriente di potenze globali come gli Usa che potrebbe avvantaggiare tanto il Regno saudita, libero di colmare il vuoto lasciato da Washington e di imporsi come punto di riferimento esclusivo nella regione, quanto le ambizioni di altri attori in grado di competere su più livelli che potrebbero invece contribuire alla creazione di un nuovo ordine regionale (sgradito ai sauditi) caratterizzato da un multilateralismo ed una competitività più marcati rispetto al passato.

Una simile congiuntura potrebbe condurre l’Arabia ad assumere un atteggiamento meno assertivo e inflessibile, attraverso il riordino delle proprie priorità e l’apertura di alcuni spazi di negoziazione, con il duplice obiettivo di rendere più incisiva la propria azione nel contesto mediorientale e contrastare l’emergere di nuovi protagonisti potenzialmente rivali degli Al-Saud e delle loro aspirazioni egemoniche. Oppure, se si considera l’intransigenza dimostrata dalla leadership saudita dall’inizio della crisi nel giugno 2017, Riad potrebbe reagire a questo riposizionamento degli attori locali, regionali ed internazionali adottando una strategia di logoramento progressivo e di minacce tese a debilitare ulteriormente lo Stato qatarino e a scoraggiare tutti quei Paesi finora allineati a Riad dal tentativo di smarcarsi dalla linea dettata dagli Al-Saud.

In questo clima ancora permeato da tensioni e accuse che non sembra favorire una rapida ricomposizione della frattura tra Arabia Saudita e Qatar, l’atteggiamento di quest’ultimo appare comunque più ragionevole, coerente e disponibile rispetto a quello dimostrato dai quattro Stati assedianti che con le loro richieste irrealistiche non stanno certo facilitando la soluzione della disputa, ma sicuramente perdendo credibilità e sostegno a livello internazionale.

di Marta Panaiotti

L’UE sempre più “operativa” nelle aree di crisi: nuova missione in Iraq, confermata missione in Bosnia, adottata nuova strategia per l’Afghanistan

Il 16 ottobre è stata una giornata impegnativa per la politica di sicurezza dell’UE, per vari motivi.

In primis, il Consiglio ha lanciato una nuova missione civile nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) in Iraq. La missione sarà incentrata sul sostegno alle autorità irachene nell’attuazione degli aspetti civili della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq, e sarà guidata dal tedesco Markus Ritter. Saranno 35 gli esperti dell’UE che forniranno consulenza e assistenza in diversi settori fondamentali identificati come “critici” (nel senso anglosassone del termine) dalle autorità irachene.  La missione dovrebbe essere dispiegata a Baghdad entro la fine dell’anno, e dovrebbe avere un costo (inziale) di 14 milioni di euro. La missione, sotto egida PSDC si inquadra nelle missioni così dette “civili” dell’UE: ossia quelle missioni che hanno il principale obiettivo di ricostruire le istituzioni nei paesi martoriate dalla guerra, che ne siano usciti o ne stiano uscendo. Normalmente l’UE invia degli esperti (per l’appunto) civili, affinché affianchino le autorità locali e tentino di riformare e rifondare i settori della pubblica amministrazione: polizia, apparato giudiziario, sanità. Ma gli esperti possono fornire consulenza anche in settori come l’uguaglianza di genere ed i diritti umani; insomma: tentano in ogni modo di ripristinare o di stabilire lo stato di diritto. Le missioni dell’UE vengono dirette dal Comitato Politico di Sicurezza, che risponde all’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE (ora Federica Mogherini). L’Alto Rappresentante è a capo del SEAE, il Servizio di Azione esterna dell’UE, e presiede anche il Consiglio dell’UE nella sua versione “Affari Esteri” (cosa anomala per il Consiglio, la cui presidenza nei diversi settori

La sede del Servizio Europeo di Azione Esterna a Bruxelles

di legiferazione, normalmente, è a rotazione).  L’Alto Rappresentante è anche uno dei Vice Presidenti della Commissione europea: è l’unica figura, quindi, a cavallo sia del Consiglio che della Commissione. Il Comitato Politico di Sicurezza ha due ulteriori entità alle sue dipendenze: il Comitato Militare dell’UE, che guida le missioni di taglio più “robusto” o militare, ed il così detto CIVCOM o comitato per la gestione civile delle crisi. A occhio e croce questa nuova missione in Iraq dovrebbe inquadrarsi sotto l’egida del CIVCOM. L’obiettivo della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq è creare istituzioni statali capaci di consolidare la sicurezza e la pace e di prevenire i conflitti, rispettando nel contempo lo Stato di diritto e le norme in materia di diritti umani. La strategia individua una serie di minacce urgenti alla sicurezza nazionale – tra cui terrorismo, corruzione, instabilità politica e polarizzazione etnica e settaria – che la missione PSDC contribuirà ad affrontare.

La missione opererà in stretto coordinamento con la delegazione dell’UE in Iraq e con i partner internazionali presenti nel paese, compresi il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), la NATO e la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Il che significa che le questioni squisitamente militare

Soldati dell’EUFOR e forze di polizia della Bosnia Erzegovina (fonte www.euforbih.org)

resteranno un affaire della NATO.

In secundis, il Consiglio ha ribadito e confermato il suo impegno a favore della prospettiva europea della Bosnia-Erzegovina come paese unico, unito e sovrano ed ha ufficialmente stigmatizzato il fatto che, negli ultimi mesi, le riforme siano state rallentate a causa di politiche legate al (triste) passato e di polemiche sorte in occasione delle elezioni anticipate.

Per tale motivo, l’Istituzione europea ha dichiarato, con una nota, che approva ed accetta di buon grado il fatto che l’operazione ALTHEA continui ad esistere in BiH. Le forze militari impegnate nell’operazione contribuiscono ormai da tempo alla capacità di deterrenza delle legittime autorità bosniache nelle situazioni di crisi. Inoltre, non si può non dire che la forza multinazionale europea, con sede presso la base di Butmir e “succursali” in tutto il paese,  ha effettivamente contribuito anche a formare ed incrementare le capacità delle forze armate e di polizia bosniache e, più in generale, a sostenere tutti i settori della pubblica amministrazione che andavano riformati.

Infine, sempre il Consiglio ha adottato delle conclusioni su una strategia dell’UE relativa all’Afghanistan. Nel documento è stato ribadito l’impegno a lungo termine dell’UE e degli Stati membri in Afghanistan per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile. La strategia si concentra su quattro settori prioritari, così come elencati nel documento: la promozione della pace, della stabilità e della sicurezza nella regione; il rafforzamento della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani e la promozione della buona governance e dell’emancipazione delle donne; il sostegno allo sviluppo economico e umano; la gestione delle sfide legate alla migrazione. L’UE vanta ormai una lunga storia di cooperazione con l’Afghanistan ed in Afghanistan volta a contrastare la corruzione e la povertà ed a favorire la crescita economica ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche.

In un solo giorno tre segnali da parte di un UE sempre più impegnata ben oltre i suoi confini, e – come nell’ultimo caso esaminato – ben oltre le così dette politiche di vicinato. In futuro, aspettiamoci un’Europa sempre più solida e più compatta nel campo della risoluzione (militare o civile) delle crisi internazionali, magari anche al fianco della NATO e, sicuramente, su mandato dell’ONU.

 

(fonte www.consilium.europa.eu)

Domenico Martinelli
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