GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Sciopero del personale diplomatico israeliano: ambasciate e consolati nel mondo chiusi per un giorno

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Nella giornata di mercoledì 30 ottobre le ambasciate ed i consolati di Israele in tutto il mondo sono rimasti chiusi per motivi di protesta nei confronti del Ministero delle Finanze israeliano. Questa scelta insolita, coordinata dal Ministero degli Esteri, il Ministero della Difesa e la Federazione dei lavoratori di Histadrut, avviene a seguito della decisione unilaterale del Ministero del Tesoro israeliano di modificare la normativa vigente in materia di rimborsi per le spese ufficiali. Questa mossa, dal valore retroattivo, costringerebbe quindi diplomatici, addetti militari e collaboratori a restituire migliaia di dollari, precedentemente rimborsati, per una vasta gamma di spese ufficiali. Si spazia da spese relative all’organizzazione di eventi presso la residenza degli Ambasciatori, alle spese di trasporto. Continue reading “Sciopero del personale diplomatico israeliano: ambasciate e consolati nel mondo chiusi per un giorno” »

Siria, autobomba Isis uccide la segretaria generale del “Partito per il futuro”

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La segretaria generale del partito per il Futuro della Siria, Havrin Khalaf, è rimasta uccisa nell’autobomba esplosa ieri a Qamishli, città curda presa di mira sia dall’Isis, che ha rivendicato l’attentato, sia dal fuoco turco. Ne danno notizia fonti curde.

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E’ iniziata una nuova fase nel conflitto in Siria, protagonista Ankara

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In data 9 ottobre 2019 la Turchia ha dato via all’operazione militare “Primavera di Pace”, annunciata sul profilo Twitter del presidente Recep Tayyip Erdogan come missione volta a contrastare il terrorismo sia sul confine turco-siriano, lungo 911 chilometri, che nel nord-est della Siria. 

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La Turchia attacca le forze curde nel Nord della Siria

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La Turchia ha lanciato un’offensiva militare contro le milizie curde nel Nord della Siria nella giornata di mercoledì – qualche giorno dopo che le truppe statunitensi si sono ritirate in parte dalla zona – con attacchi aerei sostenuti dall’artiglieria contro posizioni vicino la città di confine di Ras al Ain.

Alle quattro del pomeriggio, ora turca, l’esercito di Ankara ha ricevuto l‘ordine di attaccare e di conseguenza  i suoi aerei hanno iniziato il bombardamento su obiettivi della milizia curda. “Le forze armate turche, insieme all’esercito nazionale siriano (ribelli precedentemente legati all’esercito siriano libero) hanno lanciato l’Operazione Peace Spring contro i terroristi del PKK-YPG e dell’Isis nel Nord della Siria”, ha annunciato il presidente  turco, Recep Tayyip Erdogan, in un messaggio su Twitter. L’attacco ha avuto come obiettivo le città di Ras al Ain, Tel Abyad e Qamishli, situate proprio al confine turco-siriano, e i media hanno mostrato immagini di colonne di fumo che si alzavano e numerosi incendi nelle aree di confine. Gli attacchi aerei sono stati supportati dai bombardamenti dell’artiglieria. Ankara dichiara che gli obiettivi sono basi militari e depositi di armi delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Forze Democratiche  Siriane (SDS), le forze militare curde siriane che Erdogan accusa  di terrorismo per i suoi stretti legami con il PKK. Il Ministero della Difesa turco ha assicurato e ripetuto più volte che l’unico obiettivo sono i terroristi e che qualsiasi attività militare prenderà in considerazione la tutela dei civili e delle infrastrutture vitale della zona. Ciò è abbastanza complicato visto che i principali obiettivi sono situati all’interno delle città. Secondo alcune fonti delle principali testate giornalistiche internazionali, ci sarebbero già le prime vittime tra la popolazione civile e molte persone avrebbero iniziato ad allontanarsi dalle zone calde. Il personale delle Nazioni Unite ha comunicato che in caso di pericolo sarà costretto ad abbandonare le proprie postazioni e pertanto la distribuzione  degli aiuti umanitari sarà sospesa. Quasi sei milioni di civili vivono in questa regione, di cui oltre 1,6  milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria e 650.000 sono sfollati da altri regioni siriane, secondo l’Ong Save the Children. Dall’altro lato, almeno una dozzina di proiettili provenienti dalla Siria sono caduti all’interno del territorio turco, nelle città di Nusaybin e Ceylanpinar, alcuni nelle aeree residenziali, sebbene non siano stati registrati incidenti.

Il professore di relazioni internazionali ed esperto di tattiche militari Ragip Kutay Karaca ha spiegato, in alcune dichiarazioni fornite ai media locali, che questa prima fase di attacchi aerei e di artiglieria ha l’intenzione di “ammorbidire” l’eventuale resistenza delle milizie curde, in previsione  di un’invasione di terra. Centinaia di carri armati e veicoli corazzati dell’esercito turco attendono in vari punti del confine l’ordine di invadere il territorio siriano. Le forze di fanteria saranno fornite dall’Esercito nazionale siriano, raggruppamento di una serie di fazioni di ribelli siriani legati ad Ankara.

Secondo le previsioni, l’attacco terrestre si verificherà nel territorio che si estende tra le città di Tel Abyad e Ras al Ain, poiché è l’area più pianeggiante del confine e con più popolazione araba, fattore ritenuto favorevole alla politica turca rispetto ai civili curdi. “La nostra missione è impedire la creazione di un corridoio terroristico lungo il nostro confine meridionale e portare la pace nella zona”, ha affermato Erdogan nel suo tweet: “L’Operazione Peace Spring neutralizzerà le minacce terroristiche  contro la Turchia e porterà stabilità nella zona, facilitando il ritorno dei rifugiati siriani nelle loro abitazioni. Conserveremo l’integrità territoriale della Siria e libereremo le comunità locali dai terroristi”. Nella notte tra lunedì e martedì, la Turchia aveva già bombardato la parte più settentrionale  del confine siriano-iracheno per “tagliare le linee di approvvigionamento, comprese quelli degli armamenti” delle milizie curde tra Iraq e Siria, secondo alcune fonti dell’agenzia Reuters.

La Turchia ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti ad Ankara presso il Ministero degli Affari Esteri per informarlo dell’operazione, dopo che Washington aveva ordinato lunedì di ritirare i propri militari dalla zona di confine, schierate proprio per evitare scontri tra fazioni nemiche ed in ottica anti-Isis. Successivamente, la Casa Bianca e il Pentagono hanno qualificato la misura intesa ad impedire il coinvolgimento e che in nessun modo deve considerarsi come un via libera alla Turchia per attaccare le milizie curde, principale alleato statunitense nella lotta contro lo Stato Islamico. Ankara ha rassicurato che spiegherà ai propri alleati ed ai Paesi della regione i motivi e il piano delle operazioni. La Russia non sarà coinvolta nel conflitto, ha affermato Vladimir Dzhabarov, vicepresidente della Commissione parlamentare per gli affari esteri. Il governo di Bachar al Asad prende posizione in attesa di vedere lo svolgimento degli eventi. Centinaia di soldati sono stati inviati sul fronte occidentale dell’Eufrate per rafforzare le posizioni dell’esercito siriano nella provincia di Deir Ezzor.

Di Mario Savina 

Elezioni in Israele, nuovo stallo tra il Likud e Blu e Bianco

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Il 17 settembre 2019 Israele è tornata al voto per la seconda volta in un anno, dopo che le precedenti elezioni del 9 aprile avevano dato vita a una legislatura fragile che non è mai riuscita a trovare un’intesa di maggioranza; motivo per cui il parlamento israeliano, la Knesset, il 30 maggio aveva deciso mediante votazione di sciogliersi e indire nuove elezioni. 

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Gli USA sanzionano il Ministro degli Esteri iraniano

La tensione tra gli Sati Uniti e l’Iran continua la sua escalation. L’amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro il Ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif lo scorso mercoledì con la motivazione di “aver agito o aver tentato di farlo per conto, direttamente o indirettamente” del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, già sanzionato a fine giungo, secondo le informazioni fornite dal Ministero del Tesoro americano. Javad Zarif ha reagito rapidamente alla notizia, pubblicando un messaggio su Twitter in cui in modo piuttosto ironico  dichiara: “Grazie per avermi considerato una minaccia così grande per la vostra agenda”.

“Javed Zarif segue l’agenda imprudente del leader supremo dell’Iran ed è il principale portavoce  del regime in tutto il mondo. Gli Stati Uniti stanno inviando un chiaro messaggio al regime iraniano con l’intento di far capire che il suo recente comportamento è inaccettabile”, ha dichiarato il segretario del Tesoro Steven Mnuchin. “Mentre il regime nega ai suoi cittadini l’accesso ai social network, il Ministro iraniano diffonde propaganda e disinformazione in tutto il mondo attraverso queste piattaforme”, ha aggiunto Mnuchin.

Le sanzioni al capo della diplomazia iraniana includono il congelamento di tutti beni di sua proprietà negli Usa, nonché il divieto di trattare con lui a qualsiasi persona o entità nel territorio statunitense. “Non ha alcun tipo di effetto su di me e sulla mia famiglia, dal momento che non ho proprietà o interessi al di fuori dell’Iran”, ha risposto il Ministro, che ha aggiunto: “Il motivo delle sanzioni americane è che sono il portavoce dell’Iran nel mondo”. Quando Washington  sanzionò l’Ayatollah Ali Khamenei, Mnuchin annunciò che il prossimo della lista sarebbe stato proprio Javad Zarif. Tuttavia, la punizione è stata ritardata dopo che i funzionari del Dipartimento di Stato hanno cercato di dissuadere gli ordini del Presidente perché l’azione avrebbe chiuso in maniera defintiva la porta alla diplomazia, secondo il Washignton Post.

Il governo americano afferma che con questa azione non si sta chiudendo la porta a possibili colloqui sulla situazione relativa al nucleare con l’Iran. Inoltre, “se dobbiamo avere un contatto ufficiale con l’Iran, vorremmo che fosse con qualcuno che sia in una posizione tale da prendere decisioni”, ha detto il funzionario dell’amministrazione Trump alla stampa, screditando in tal modo il ruolo del Ministro degli Esteri Zarif. Le dichiarazioni sono particolarmente  delicate in un momento in cui la tensione è ai massimi livelli, iniziato lo scorso 8 maggio 2018 con il ritiro degli Usa  dall’accordo nucleare.

Di Mario Savina

UK conferma la cattura di due navi nello Stretto di Hormuz.

La Gran Bretagna ha confermato nella giornata di venerdì il sequestro da parte iraniana di due imbarcazione nello Stretto di Hormuz, una delle quali è stata già rilasciata. Il Ministro degli Esteri inglese Jeremy Hunt ha dichiarato la sua preoccupazione nelle scorse ore, descrivendo queste azioni inaccettabili.

Inizialmente la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha annunciato la cattura  di una petroliera britannica durante l’attraversamento dello Stretto di Hormuz per “non aver rispettato la legge marittima internazionale”. L’incidente, poche ore dopo che un tribunale di Gibilterra aveva esteso  la detenzione della nave iraniana Grace1 a 30 giorni, segna una nuova svolta nello scontro che Teheran sta affrontando con l’Occidente da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’accordo nucleare lo scorso anno.

Un comunicato militare che ha dato voce a tutti i media iraniani identifica la petroliera intercettata come la Stena Impero. Secondo i dati visionati da siti web di monitoraggio marittimo, la nave stava navigando attraverso acque internazionali tra l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti quando improvvisamente ha cambiato rotta, dirigendosi verso le coste iraniane. Una fonte militare non identificata citata dall’agenzia iraniana IRNA ha indicato che la nave aveva “disattivato il suo localizzatore e ignorato diversi avvertimenti prima di essere catturata”. In mattinata l’Iran ha giustificato tale atto come conseguenza del comportamento della stessa Stena Impero, che avrebbe ignorato più volte la richiesta di soccorso da parte di una piccola imbarcazione travolta poco prima dalla stessa nave britannica. Questa giustificazione, negata dall’armatore, si inserisce nella strategia con cui Teheran sta rispondendo alla politica di massima pressione americana.

 “La Stena Impero si è scontrata con una piccola barca da pesca”, ha riferito Alahmorad Afifipur, direttore generale degli affari marittimi della provincia di Hormuz, citato dall’agenzia IRNA. Secondo questo ufficiale, l’equipaggio avrebbe cercato di comunicare con la petroliera, ma no avendo ricevuto nessuna risposta avrebbero comunicato l’accaduto al proprio dipartimento. Di conseguenza, sarebbe stato l’ordine alle forze navali di condurre la nave britannica al porto di Bandar Abbas, dov’è in corso l’inchiesta. I 23 membri dell’equipaggio rimangono a bordo. La società proprietaria della Stena respinge tali accuse assicurando che la nave abbia rispettato tutte le normative e che si trovasse in acque internazionali al momento del sequestro. Viene confermato anche che l’equipaggio è in buone condizioni.

La seconda petroliera sequestrata dagli iraniani, il Mesdar, ha continuato il suo viaggio dopo essere stata rilasciata. La nave, che sventola bandiera liberiana ma di proprietà inglese, circa 40 minuti dopo l’assalto alla Stena Impero ha svoltato bruscamente in direzione Arabia Saudita per fare poi rotta verso l’Iran. Al momento quest’ultimo non ha comunicato la cattura di una seconda nave. Il governo inglese sta esaminando con urgenza lo stato della Stena Impero. Londra “monitora attentamente la situazione dai resoconti di un possibile incidente nel Golfo” ha confermato la BBC, che riporta una riunione del Comitato di emergenza Cobra. Lo scorso 9 luglio la Gran Bretagna aveva portato il livello di minaccia alle navi inglesi che attraversano questa zona a “critico”, il livello più alto.

Per il presidente statunitense Donald Trump, l’incidente darebbe ragione alla politica assunta dagli Usa nei confronti dell’Iran, confermando i continui problemi causati dal Paese mediorientale ma mostrandosi abbastanza indifferente all’accaduto, ritenendolo una questione britannica e non americana. L’episodio si aggiunge ad un clima di alta tensione nelle acque che circondano lo Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio consumato nel mondo. Secondo molti analisti la responsabilità di tale situazione è da imputare al comportamento iraniano, assunto in risposta alle sanzioni statunitensi imposte al Paese. Giovedì gli Usa avevano comunicato che un drone iraniano era stato abbattuto dopo essersi avvicinato a meno di un chilometro dalla nave da guerra anfibia USS Boxer e aver ignorato più volte le richieste di ritirarsi. Fatto smentito dalle autorità iraniane e dai suoi militari.

Di Mario Savina

Haifa, proteste per la morte del giovane Tekah

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Durante questi giorni, la comunità ebraica etiope, sta tenendo numerose proteste per le strade delle città più importanti di Israele. L’evento scatenante è stata l’uccisione di un ragazzo di 19 anni di origini etiopi, Solomon Tekah, il quale è stato ferito a morte da un proiettile partito da un poliziotto fuori servizio nella notte del 30 giugno nel quartiere di Haifa, a Kyriat Haim. Continue reading “Haifa, proteste per la morte del giovane Tekah” »

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Andrea Elifani
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