GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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EUROPA - page 46

Ciclone Le Pen: verso la fine dell’Europa Unita?

EUROPA/POLITICA di

La Francia tira un sospiro di sollievo. Il ballottaggio per le amministrative ha, infatti, messo fuori gioco il Front National (FN) di Marine Le Pen, che si era affermato vincitore al primo turno. L’estrema destra francese non riesce ad ottenere nessuna regione, sette invece vanno ai repubblicani e cinque ai socialisti. Ma c’è un rovescio della medaglia: al primo turno il FN ottiene 6 milioni di voti; in occasione del ballottaggio il numero sale a 6,7 milioni, circa l’11,6% in più. Questi dati mettono, dunque, in evidenza come qualcosa stia cambiando nell’elettorato francese e repubblicani e socialisti abbiano un reale avversario da combattere. Come già reso noto dalla leader dell’estrema destra, Marine Le Pen, questa sconfitta non arresterà la loro corsa e le presidenziali del 2017 sono tutto fuorché un sogno irrealizzabile.

Su cosa punta il FN e perché è così tanto temuto?

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Prima i Francesi e la Francia. In una società multietnica e multiculturale come quella francese, l’estrema destra vuole difendere in primis gli interessi della Nazione e dei suoi cittadini. Ciò inevitabilmente si scontra con le tematiche legate all’immigrazione, nei confronti della quale la Francia ha solitamente assunto posizioni meno rigide rispetto ad altri paesi europei. La signora Le Pen propone cambiamenti. Rivedere Schengen e aumentare i controlli, ridurre l’immigrazione clandestina, ma anche diminuire l’immigrazione legale e i servizi di assistenza gratuita anche per coloro non provvisti di permesso di soggiorno.

Una maggiore chiusura verso l’esterno, da un lato; dall’altro, rivalorizzare la posizione della Nazione nel mondo. Dichiaratamente euroscettica, Marine Le Pen evidenza i difetti e i limiti di istituzioni come l’Unione Europea, che con la loro tecnocrazia “tarpano le ali” alle nazioni. Una forza centrifuga che vorrebbe portare la Francia fuori dall’UE, così come dalla NATO, liberandosi dai vincoli che queste unioni comportano e ripristinando l’indipendenza politica e diplomatica della Nazione.

Immune alle accuse di fascismo e di un populismo xenofobo e anti-europeo, la Le Pen ha tutta la grinta e la determinazione per poter essere un avversario scomodo. Non solo. Ha anche quei sei milioni e passa di voti. Quei Francesi che hanno scelto un partito d’estrema destra che parla meno di comunità e altruismo, e più di cosa serva ora e praticamente per ripristinare la sicurezza e la stabilità che gli attentati degli ultimi mesi hanno portato via.

Posizioni categoriche, dunque, che spaventano l’attuale classe politica francese ma mettono in allarme anche altri paesi europei, dove negli ultimi anni partiti di stampo estremista ed euro-scettico hanno trovato maggior consenso. Parliamo dell’UKIP in Gran Bretagna, forte sostenitore della Brexit, o della Lega Nord in Italia, incline all’uscita dall’Euro e ad una modifica dell’Unione. Persino la Polonia, uno dei paesi più coinvolti nelle politiche comunitarie vede la vittoria degli euro-scettici di Diritto e Giustizia, privando l’Unione di uno dei suoi più forti sostenitori.

E’ evidente, dunque, come quella francese non sia una voce singola nello scenario europeo, ma faccia parte di quelle forze che dell’Europa Unita non vogliono neanche sentire il nome. E di certo gli avvenimenti recenti non hanno aiutato a cambiare questa idea, anzi. Hanno rafforzato le posizioni di chi si sente disilluso dall’Unione, un’Unione che c’è sulla carta ma pecca di efficienza e razionalità. Un’Unione sempre più legata alle decisioni (e agli interessi) della Germania. Un’Unione che non riesce a garantire la sicurezza dei propri membri e le cui politiche rigorose hanno di fatto inasprito la crisi economica rendendo sempre meno appetibile l’UE.

Ecco, dunque, perché si teme la Le Pen. Perché ha la forza e la volontà per assumere quel ruolo trainante ed innescare un effetto a catena tra le forze anti-europee, creando un fronte comune che possa spingere ad una modifica radicale dell’Unione. I primi passi sono già stati mossi. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, annuncia un piano comune con Marine Le Pen per la revisione dei trattati europei, da quello di Maastricht a Schengen. In attesa del vertice di Milano a gennaio, che vedrà uniti tutti i partiti euroscettici dei vari paesi per formulare insieme una proposta alternativa all’Europa attuale.

Sembra, dunque, che lo scetticismo nei confronti dell’Unione continui ad aumentare, seppure manchi ancora un’unità d’azione. La Francia di Le Pen potrebbe assumere questa leadership e portare i partiti anti-europeisti a giocare un ruolo di primo piano sullo scenario nazionale ed internazionale. Il contesto geopolitico sta cambiando: le minacce e la paura crescono, l’insoddisfazione e la volontà di fare di più pure. L’Unione Europea deve trovare una risposta a questi cambiamenti, adattarsi al nuovo ambiente e alle esigenze della sua popolazione. Le alleanze occasionali ai ballottaggi non sono la soluzione. Come insegna Clausewitz, “la tattica senza strategia è il rumore che precede la sconfitta”.

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Roma: Tavola Rotonda su Infrastrutture in Iran

BreakingNews/EUROPA di

Focus sulle infrastrutture iraniane oggi all’Ance, dove si tiene una tavola rotonda organizzata dalla Farnesina insieme all’Agenzia Ice e alla stessa Associazione nazionale costruttori edili. Ai lavori, aperti dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, partecipano i vertici di Ance, Ice, Sace e Confindustria insieme a una delegazione iraniana di alto livello, guidata dal vice ministro delle Strade e dello Sviluppo Urbano e Presidente delle Ferrovie Iraniane, Mohsen Pour Seyed Aghaei. Con lui, Ali Nourzad, vice ministro delle Strade e dello Sviluppo Urbano e amministratore delegato della Cdtic – Construction and Development of Transportation Infrastructures, e Alimorad Akbari, vice ministro dell’Agricoltura, responsabile per le risorse idriche e il territorio. La delegazione di Teheran comprende 4 ministeri – Strade e sviluppo urbano, Salute ed Educazione, Agricoltura ed Energia – e 9 agenzie governative iraniane.

Per la prima volta, oltre 150 imprese della filiera delle costruzioni italiana possono condividere a 360 gradi i programmi nel settore delle costruzioni/infrastrutture previsti dal governo iraniano per i prossimi anni.

L’Italia si sta muovendo verso l’Iran con una grande azione di sistema, con la Farnesina che lavora in raccordo con il ministero dello Sviluppo Economico, Confindustria, Sace, Simest e banche. La “Tavola Rotonda sulle Infrastrutture Iraniane” fa seguito alla missione compiuta a Teheran lo scorso agosto dal ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, insieme alla collega dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Poche settimane fa, inoltre, si e’ svolta nella capitale iraniana un’imponente missione di sistema guidata dal vice ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, con oltre 300 imprese italiane impegnate in settori di punta, come l’automotive, biomedicale, materiali per l’edilizia ed energie rinnovabili. Il governo italiano ha voluto imprimere un forte contenuto alla linea politica chiara e coerente a sostegno della nuova fase dei rapporti tra la comunita’ internazionale e l’Iran, a seguito degli sviluppi positivi del negoziato nucleare.
Oggi e’ la volta del settore delle costruzioni e infrastrutture, nell’ambito del quale Teheran prevede investimenti rilevanti per l’ampliamento e l’ammodernamento della rete ferroviaria, oltre alla rete autostradale, del tutto insufficiente al traffico generato in un paese di oltre 80 milioni di abitanti. Il governo iraniano intende inoltre attrarre investimenti rilevanti anche nei porti e negli aeroporti, cosi’ come nel settore ospedaliero, facendo un ricorso massiccio anche agli investimenti esteri.

Gran Bretagna, gli inglesi e l'Europa

EUROPA di

In un momento d’allarme in Europa, la Gran Bretagna riprende il dibattito circa la sua permanenza o meno all’interno dell’Unione Europea. Il paese appare diviso a metà. Gli ultimi sondaggi riportano la maggioranza dei votanti favorevoli alla “Brexit” -l’uscita del paese dall’UE-, mentre solo il 47% appoggia la membership. Altrettanto spaccata è la classe politica, con il partito indipendentista (UKIP) che preme per la scissione ed un Primo Ministro che tenta di negoziare condizioni più favorevoli. Il tutto in attesa del referendum di fine 2017, che darà modo al popolo britannico di esprimere la propria opinione.

La nazione al di là della Manica ha sempre goduto di una posizione particolare nel continente, vicina sì alle dinamiche europee, ma contemporaneamente isolata abbastanza da esserne protetta. Da un punto di vista politico, la Gran Bretagna fa parte dell’UE, sebbene non ne condivida tutti gli aspetti. La sterlina ha avuto la meglio sull’euro; il trattato Schengen, invece, non arriva oltre Callais. Non solo. Pur mantenendo una posizione economica forte, Londra ha fallito nel giocare un ruolo leader nel continente, obiettivo più spesso tentato (e realizzato) da Francia e Germania. Eppure, la National Security Strategy sottolinea la volontà di mantenere un ruolo di guida a livello regionale ed internazionale.

Sorge, quindi, spontanea una domanda: che cosa vogliono di preciso gli inglesi? 4 le richieste di Cameron. In primis, il riconoscimento di un’Unione multi-valuta, al fine di tutelare maggiormente gli interessi dei paesi non aderenti alla moneta unica. Secondo, l’abolizione di regole e limiti inutili che frenano la crescita e la competitività del mercato europeo. Terzo, maggiore sovranità (per tutti i parlamenti nazionali), conferendo il diritto di non aderire a determinate riforme o politiche (opzione opt-out). Infine, maggiori controlli sull’immigrazione e concessione di benefici agli stranieri solo dopo 4 anni di residenza nel paese.

Pretese comprensibili? Analizziamo tre aspetti principali, che sintetizzano ciò che l’Europa rappresenta per la Gran Bretagna.

  • La GB gode dei benefici di un mercato singolo basato sulla libera circolazione di beni, servizi e capitali. Ciò facilita l’esportazione dei prodotti inglesi a prezzi competitivi, aspetto che risulterebbe compromesso qualora scegliesse di lasciare l’Unione. In quest’ottica, il paese non sarebbe più vincolato dalla legislazione europea vigente, ma molti stati potrebbero trovare più conveniente concludere affari con i “fratelli” del blocco europeo.
  • Nonostante difetti o debolezze interne, l’Unione Europea rappresenta –o almeno dovrebbe- la “voce d‘Europa”. Esserne membro significa avere a disposizione un mezzo per esprimere i propri punti di vista e proteggere gli interessi nazionali, facendosi portavoce di quelli comuni. Essere escluso da questo circolo porterebbe il Regno Unito ad essere una voce isolata, un outsider, a perdere contatto con la realtà europea e la possibilità di assumere la leadership del continente.
  • Una politica di difesa comune che dovrebbe garantire maggior efficacia rispetto all’azione dei singoli stati. Ma c’è un rovescio della medaglia: pur non aderendo agli accordi di Schengen, la libera circolazione impone alla Gran Bretagna di applicare meccanismi di controllo più semplici per chi viaggia dai paesi UE (es. non è richiesto il visto). Sin dalla fine della guerra nei Balcani, l’abolizione delle barriere ha facilitato il trasporto di armi. Oggi, la storia si ripropone, aggiungendo alle armi, la circolazione di cellule terroristiche, dotate di passaporti europei e libere di spostarsi di paese in paese bypassando ogni tipo di controllo. All’indomani degli attentati di Parigi, diversi membri UE hanno messo in dubbio questo regime.

Quale sarà, dunque, la scelta inglese? Potrebbe verificarsi una tendenza verso l’isolazionismo, per cercare sicurezza e benessere economico al di fuori del blocco europeo. Ma può bastare a garantire un futuro più sicuro alle isole britanniche? Molti dubbi a riguardo. Focolai di tensione e pericoli sono già radicati nella società inglese, UE o no. E farsi carico di una battaglia politica, economica e sociale da soli potrebbe essere meno semplice di quanto sembri. Dall’altro lato, potremmo assistere ad una GB che, forte delle concessioni ottenute, si impegna per rafforzare l’Unione e assumere le guida di un continente che sembra aver perso orientamento e compattezza. Altrettanti dubbi. Quello di Cameron sembra più un ennesimo tentativo di rimanere con un piede dentro ed uno fuori. “Yes, but…”, un atteggiamento non nuovo a Downing Street.

Ma è giusto in un’istituzione di 28 membri assecondare gli interessi di un singolo come condizione chiave per mantenerne l’adesione? Se Londra può avere condizioni particolari allora anche Budapest, Madrid o Praga ne hanno diritto. E qual è il senso di un’Unione se ognuno vi partecipa solo nella misura in cui più gli giova?

Paola Fratantoni

Daesh: da Parigi a Maiduguri

EUROPA/Medio oriente – Africa di

L’attacco terroristico a Parigi del 13 novembre ha reso evidente come lo Stato Islamico sia un pericolo anche dentro i confini occidentali. Aldilà di Siria e Iraq, dove ha sede il Califfato, è l’Africa il luogo più colpito dal terrorismo islamico. I fatti degli ultimi quindici giorni ne sono l’ulteriore riprova.

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Sono oltre 83 gli attentati in tutto il mondo dal giugno 2014 ad oggi, riporta il quotidiano francese Le Monde. Oltre 1600 le vittime. Raqqa (Siria) e Maiduguri (Nigeria) le città più colpite. Dal marzo 2015, data dell’affiliazione del gruppo nigeriano Boko Haram al Califfato, le azioni terroristiche nel continente africano sono aumentate a dismisura. Così come le varie sigle che, dal Mali all’Egitto, colpiscono in nome dell’Isis.

Dopo i 129 morti di Parigi, altri se ne sono aggiunti da novembre ad oggi:

Mali: Oltre 20 le persone uccise a seguito di un raid compiuto da un commando jihadista lo scorso 20 novembre all’hotel Radisson di Bamako. Un blitz delle forze speciali francesi e statunitensi ha permesso la liberazione dei circa 150 ostaggi sopravvissuti. Dopo l’arresto di due sospettati, la risposta delle cellule terroristiche locali non si è fatta attendere con l’attacco alla base ONU di Kidal nel nord del Paese, in cui sono morte 3 persone.

Egitto: Due azioni terroristiche. La prima, il 24 novembre, quando un doppio attacco kamikaze, compiuto in un hotel del Sinai del Nord che ospitava alcuni presidenti di seggio, ha portato all’uccisione di 4 persone. La seconda, il 28 novembre, a Giza, quando alcuni terroristi hanno sparato contro un checkpoint, uccidendo 4 poliziotti.

Nigeria: Prima una stazione dei camion, poi una processione sciita. Sono questi i due obiettivi presi di mira dai miliziani di Boko Haram nello Stato di Borno, vicino alla capitale Maiduguri. Rispettivamente oltre 35 e 32 i morti.

Camerun: Quattro differenti azioni kamikaze da parte di altrettante ragazze hanno portato all’uccisione di almeno 5 persone a Fotokol lo scorso 21 novembre.

Tunisia: 13 morti a seguito di un attacco bomba contro l’autobus della guardia presidenziale avvenuto lo scorso 24 novembre a Tunisi. Così come nelle azioni al Museo del Bardo e nella spiaggia di Sousse dello scorso giugno, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato.

 

Giacomo Pratali

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#OpParis: Anonymous sfida l’ISIS

EUROPA/Varie di
 Dopo gli attacchi del 13 Novembre, Anonymous, come già accaduto per Charlie Hebdo, ha dichiarato guerra ai terroristi. Dopo un paio di giorni in rete l’annuncio di aver oscurato circa 5.000 account e smascherato un reclutatore. Ma circolano dubbi sull’efficacia della campagna.
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A LA  (CYBER)GUERRE: #ExpectUS

Anonymous, il famoso collettivo di hacktivisti, dopo gli attacchi di Parigi aveva diffuso un video in cui dichiarava che sarebbe sceso in campo “per difendere i nostri valori e la nostra libertà siamo sulle tracce degli appartenenti ai gruppi terroristici responsabili degli attacchi, non ci fermeremo, non dimenticheremo, e faremo tutto il necessario per porre fine alle loro azioni”.

Iniziava #OpPARIS che in una settimana ha portato alla chiusura di migliaia di account e l’identificazione di personaggi collegati al mondo della jihad, nonché l’identificazione di potenziali obiettivi e date di prossimi attacchi in Francia e in Italia.

Inoltre Anonymous avrebbe avviato una serie di attacchi di massa contro provider con la tecnica del Denial of Service, saturando i siti e rendendoli di fatto inutilizzabili.

Accanto ad Anonymous, che non e’ un’organizzazione singola ma una rete di hacktivisti che si identificano dietro la famosa maschera di Guy Fawkes, e’ scesa in campo anche il Ghost Security Group, un gruppo nato all’interno di Anonymous e successivamente resosi indipendente, che dichiara:  “Le nostre operazioni informatiche raccolgono dati relativi a minacce effettive e potenziali, statistiche avanzate, strategie offensive e di sorveglianza e offriamo una conoscenza del contesto attraverso una vigilanza senza sosta del “territorio digitale”.

I due gruppi sembrano operare parallelamente, quindi, con Anonymous che attacca aggressivamente i siti dei terroristi per bloccarli e sottrarre informazioni e il GSG che invece si concentra sulla galassia di Twitter.

LA RISPOSTA DELLA (CYBER)JIHAD: #Idiots!

Risposta aggressiva da parte degli hacker di ISIS: “Gli hacker di Anonymous minacciano in un video di compiere attacchi massicci contro lo Stato Islamico (idioti)”.

E dopo qualche giorno rilasciavano sull’APP Telegram, utilizzata per lo scambio di messaggi criptati, una guida per difendersi dagli hacktivisti, intercettata e diffusa dal Centro per lo Studio del Radicalismo di Londra.

Cinque le regole auree del cyberjihadista:

  1. Non aprire nessun link se non sei sicuro della fonte;
  2. Usa una vpn e cambia il tuo IP costantemente per ragioni di sicurezza;
  3. Non parlare con chi non conosci su Telegram e bloccali se possono rintracciarti a causa della tua attività ;
  4. Non parlare su Twitter perché possono hackerarti;
  5. Non usare la tua #email come #username su twitter: questo errore e’ costato a molti Ansar (Combattenti della fede, NdR) il loro account e i Kuffir (Infedeli, NdR) hanno pubblicato i loro IP quindi fate attenzione;

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=oZPucyvPiwc

IL FRONTE DEGLI SCETTICI: #Wronglynamed

Mentre la battaglia a colpi di bit, tweet e account infuria, alcuni ne mettono in dubbio l’efficacia. Secondo il quotidiano britannico “The Indipendent”, in alcuni casi gli account chiusi sono di persone del tutto estranee, colpite per errore. In un intervista alla BBC, un hacktivista (che la testata inglese descriveva come probabilmente italiano) dichiarava che gli errori sono possibili anche se prima di ogni attacco si cerca di accertarne il coinvolgimento nella rete terroristica.

Più radicale l’opinione di un ex-hacker, Fabio Ghioni, che in un’intervista a Lettera 43 ha dichiarato  che gli attacchi di Anonymous sono inutili e superficiali, un’operazione di facciata che non incide sulla capacita’ dei terroristi di comunicare. Molti degli account chiusi, infatti, potrebbero essere solo delle esche diffuse dalle forze dell’ordine per “agganciare” potenziali jihadisti. Mentre, questi ultimi, continuerebbero indisturbati a navigare sul deep web.

Nel frattempo  la notizia, lanciata dall’International Business Times, secondo la quale Anonymous avvertiva della minaccia in Europa domenica 22 Novembre, veniva smentita da un tweet degli stessi hacktivisti, che non sapevano spiegarne la fonte.

Sul web, la guerra continua. E la confusione aumenta.

 

Leonardo Pizzuti

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Parigi, una settimana dopo

BreakingNews/EUROPA/POLITICA/Varie di

 Oggi è una settimana da quel tragico venerdì 13. Un venerdì sera che per Parigi era iniziato esattamente come gli altri, i bistrot pieni di gente che, complice una serata abbastanza mite, si godeva la sua bière o la sua cena nelle terràsse. Alle 21.30 di venerdì 13 Novembre mi trovavo ad un ristorantino in Place de la Bastille, festeggiando con un’amica la nuova esperienza di essere tornate a vivere nella città che amiamo di più dopo la nostra cara Roma.

Eravamo in “terràsse” a finire il nostro vin rosè quando ci si avvicina la proprietaria del locale e con una discrezione ed una calma apparente tale ci invita “ad entrare dentro il locale perché un terrorista ha sparato sulla folla in un ristorante abbastanza vicino”. Inizia l’incredulità, poi la paura. Ci facciamo coraggio, usciamo dal locale per andare lì fuori dove avevamo appuntamento con altre amiche italiane con le quali avremmo dovuto passare una serata in un discopub. Improvvisamente iniziano ad arrivare i messaggi dall’Italia, preso il Bataclan, terroristi in giro che sparano sulla folla.

Ci ritroviamo in Rue de Lappe, famosa per avere un locale accanto all’altro, uno dei centri del divertimento dei giovani parigini. Al nostro arrivo i locali stavano iniziando ad abbassare le serrande e chiudere dentro le persone su indicazioni della polizia. Il mio piccolo gruppo viene invitato ad entrare a casa di un conoscente che chiameremo “D. “. Lui tunisino di 29 anni vive da molti anni a Parigi, doveva andare alla “Belle Equipe” per festeggiare il compleanno di una cara amica di famiglia, ma per uno scherzo del destino non è andato, ha tentato di contattare i suoi amici e parenti lì, ma nessuno gli dava notizie.

Abbiamo passato il resto della serata in questa casa, con le notizie ed i messaggi preoccupati di amici e parenti, e senza avere un televisore, perché proprio quel giorno il nostro ospite aveva portato il decoder in riparazione. Ore di incertezza, poche notizie, telefoni scarichi e nessuna voglia di uscire di lì, il rifugio sicuro. Alle tre del mattino D. ha trovato un amico “tassista privato” che lavora con Uber, lui ci ha riaccompagnato tutte a casa, dopo molta incertezza sul da farsi se fosse sicuro o meno muoversi anche in macchina.

Arrivata a casa è subentrato il dolore, acceso il computer ho iniziato a vedere le immagini dei morti, il numero che aumentava, a chiedermi se tutte le persone che conosco qui stessero bene, vedere con i miei occhi quello che si è consumato a poche centinaia di metri dal nostro “rifugio sicuro”. Il primo pensiero è stato: “P­er un qualsiasi caso potevo essere lì anche io, sono solo fortunata a poterlo raccontare”. Poi la stanchezza delle ore di tensione ha ceduto il posto ad un sonno senza sogni. La mattina dopo eravamo tutti in stato di shock.

Abbiamo appreso, il mattino seguente, che al nostro ospite D. nella sparatoria sono morti quattordici dei suoi migliori amici e due sue cugine, vite spezzate così vicine a noi. Paura ad andare al supermercato, passare la giornata incollata al computer per vedere le notizie, per sapere se stava succedendo altro, se la follia avesse davvero avuto fine, per quel momento.

E questo è stato il clima per tutta la settimana. I parigini sono un popolo forte: dal lunedì hanno iniziato a riprendere le loro normali attività, con più silenzio, ma con la voglia di ricominciare, con il dolore ma con la volontà di non farsi vincere dalla paura. Anche con il blitz a St. Denis, gli elicotteri, i continui passaggi di vetture con sirene, alle quali ormai si fa meno caso, lentamente gli abitanti della Ville Lumière sono tornati alla loro vita.

Per noi Italiani è diverso: le continue chiamate degli amici e parenti preoccupati, una strana sensazione che, da una parte ti dice di tornare a casa, ma che dall’altra è fortemente ferma nel voler restare qui, lo status confusionale da stress post traumatico è destinato a restare dentro di noi ancora a lungo, ma i francesi sono diversi. I francesi sono un popolo coraggioso, che “si piega ma non si spezza”, unito, compatto nel dolore e nel rispetto di chi invece prova molta paura. In questi giorni ho riflettuto molto sull’essenza dParigi: la cronologia del blitz; infograficai questo popolo che ritenevo “scostante” e “superbo”, ma ho iniziato ad aver voglia di essere “un po’ più francese”. Per il coraggio che dimostrano nel ricominciare a vivere la vita. Nelle università e nelle scuole se ne parla; dovunque c’è qualcuno che ha perso un amico o un conoscente, si cerca di capire le cause di tutto ciò di spiegare come la violenza abbia preso il sopravvento sulla libertà, ma non si arriva mai all’odio indiscriminato.

Hanno perso la vita anche molti musulmani e questo i francesi lo sanno bene, sono da anni compagni di questa difficile convivenza in terra d’oltralpe. La metrò si ripopola, così come lentamente anche i bistrot, ma in un silenzio surreale. Il silenzio a Parigi, una settimana dopo, è il protagonista di una ferita talmente grande da togliere le parole, ma non la forza per ricominciare giorno dopo giorno, a guardare avanti.

Romania: citizens against Government

EUROPA/Europe/Politics/Report @en di

Corruption is the plague and there is not much time left for citizens to allow it anymore. Romania’s president nominated former EU Commissioner Dacian Ciolos as the nation’s new prime minister Tuesday, after protests over a nightclub fire that killed at least 48 people brought down the government.

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“Victor Ponta is giving up his mandate. Someone needs to assume responsibility for what has happened. This a serious matter and we promise a quick resolution of the situation,” party head Liviu Dragnea told journalists in parliament, Reuters reported. “You probably noticed thousands of people last evening and what they demanded,” he added.

President Klaus Iohannis said Romania needs “a clean person, a person not involved in scandals, a person of integrity.”

Protests broke out late on Nov. 3 in the Romanian capital of Bucharest, and demonstrators demanded Cabinet resignations over allegations of corrupt permitting that led to a nightclub fire and 32 deaths, Reuters reported.
The demonstrators specifically demanded the resignation of Romanian Prime Minister Victor Ponta, Deputy Prime Minister Gabriel Oprea and the mayor of the district where the nightclub is located.

Stratfor sources indicate that as many as 20,000 people gathered in Bucharest, and youth and student organizations called for more participants on social media. Similar demonstrations have broken out simultaneously in Brasov and Ploiesti. The government passed legislation on Nov. 3 that would grant the power to emergency authorities to immediately close venues that do not have permits or defy safety regulations. The three nightclub owners have declined to comment.

On Wednesday evening, thousands massed in Bucharest’s University Square and in at least three other cities, calling for early elections and better governance.

Donors queued at blood centres and volunteers took food and drinks to Bucharest hospitals for medical staff and victims’ families.

The protesters also criticized the powerful Romanian Orthodox Church, accusing it of failing to address an outpouring of national grief.
“We want hospitals, not cathedrals!” they chanted.

The ensuing political fallout has alread, claimed Ponta who is awaiting trial on charges of corruption made in June.
District mayor Cristian Popescu Piedone said he would build a monument outside Colectiv. He said that “as far as the local authority was concerned, the club had all the necessary paperwork”.

On the other hand, romanian citizens claim that bribes were paid to mantain the clubs open, while not even a fire estinguisher was found in the inside. That is clearly the point.

 

Sabiena Stefanaj

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NATO opens Trident Juncture exercise to international observers

EUROPA di

Observers from member nations of the Organization for Security and Co-operation in Europe (OSCE) and from other countries around the world have been invited to witness NATO’s biggest military exercise in over a decade, Trident Juncture 2015, which is currently taking place in Italy, Spain and Portugal.

“Trident Juncture shows the Alliance’s commitment to transparency and predictability on military activities,” said General Hans-Lothar Domröse, Commander of NATO’s Joint Force Command Brunssum, and of the exercise. “I welcome that several countries chose to send observers to Trident Juncture. This exercise is defensive in nature, the scenario and adversary are fictional. We hope that by inviting observers we can help to build trust and confidence.”

Trident Juncture 15, involving 36,000 troops from more than 30 nations, will certify next year’s NATO Response Force headquarters and the functions of the new very-high readiness Spearhead Force. Under the OSCE Vienna Document 2011, exercises must be notified to OSCE member states 42 days in advance if exceeding 9,000 troops, and observation is required starting at 13,000 troops. Allies respect these conditions.

Under the Vienna Document 2011, three separate Russian inspection teams arrived this week – one each in Italy, Portugal, and Spain. In each country, the teams were provided with briefings about Trident Juncture 15, and have inspected military activities being carried out as part of this exercise. The inspection in Italy took place between 26 and 28 October, and the inspections in Spain and Portugal are on-going between 27 and 29 October.

Also under Vienna Document 2011 rules, observers from Germany, Russia, Sweden, Switzerland, and the United States will visit Spain between 1 and 4 November, as this is where the largest concentrations of troops will be during the exercise. This observer programme of military activities was coordinated with Spain and NATO’s Conventional Arms Control Coordination Cell.

In the interest of promoting transparency, NATO has also decided to invite observers from eleven other nations to Trident Juncture 15: Algeria, Belarus, Brazil, Colombia, El Salvador, Mauritania, Mexico, Morocco, Serbia, Tunisia and the United Arab Emirates.

NATO Tridet Juncture, the biggest excercise

EUROPA di

Nineteen NATO nations are contributing navy and marine forces to Trident Juncture 2015, the Alliance’s biggest and most ambitious exercise in more than a decade. More than 70 ships and submarines, maritime patrol aircraft and 3,000 marines are taking part in the maritime portion of the exercise taking place off the coast of Portugal, Spain and Italy and at NATO’s Maritime Command in the United Kingdom.

“I am glad to be in this challenging NATO exercise with my units and look forward to train with these highly motivated crews from different nations. Multi-nationality is inspiring; common procedures and tactics are the key to shaping a coherent and capable NATO force at sea,” said Read Admiral Jorg Klein, the Commander of Standing NATO Maritime Group 2. Three weeks of intensive training was launched on 19 October during an opening ceremony at the Trapani air force base in Italy.

A wide group of Allies were already involved in training manoeuvres and techniques during the first days of the exercise. Dutch and British maritime forces conducted an amphibious operation at Sierra del Retin, Spain. In Sardinia, Italy US Marines and British Royal Marines trained together to enhance their interoperability which is crucial to ensure they can work seamlessly together in crisis situations. Canadian, Portuguese, Spanish and Danish naval ships conducted operations in the Atlantic Ocean south of Portugal.

Meanwhile two Portuguese F16 fighter jets with four F18 fighter jets from partner nation Finland supported the maritime training from the air. “This was a valuable anti-air warfare training opportunity that allowed us to observe the impressive aerial capabilities of our NATO allies,” said Commander Pascal Belhumeur, Commanding Officer of the Canadian Frigate HMCS Winnipeg.

The maritime part of Trident Juncture tests multiple warfare disciplines at sea including: amphibious landings in four locations, special operations forces activities, maritime patrol aircraft sorties, submarine warfare and coastal training events. Trident Juncture will continue until 6 November across Italy, Spain and Portugal. The exercise, involving 36,000 troops from more than 30 nations, will certify next year’s NATO Response Force headquarters and the functions of the new very-high readiness Spearhead Force.

Migrants and borders: Slovenia and Croatia face Hungary’s fence effects

EUROPA di

The endless floyd of desperate migrants keeps the Balcan countries in permanent emergency state. Slovenia and Croatia are facing problematics while Orban’s Hungary had it’s border blocked up by that fence.

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More than 12,000 migrants have crossed into Slovenia in the past 24 hours and thousands more are expected, prompting authorities to ask the rest of the European Union for help dealing with the flood of people.
EU officials said Austria, Germany, Italy, Hungary, the Czech Republic, Slovakia and Poland offered to send police reinforcements.

“We are standing by Slovenia in these difficult moments, Slovenia is not alone,” European migration commissioner Dimitris Avramopoulos said after meeting Gyorkos Znidar. The EU executive later said Slovenia had formally requested tents, blankets and other supplies under the bloc’s disaster relief programmed.
Croatia also decided on Thursday to seek international help, the news agency Hina reported. The government in Zagreb said it would ask for blankets, winter tents, beds and containers. Since mid-September, 217,000 refugees have entered Croatia

Slovenia’s Interior Ministry said Croat police were dumping thousands of undocumented people on its border “without control” and were ignoring telephoned Slovene requests to contain the surge.
On Tuesday morning, a train carrying more than 1,000 people from the Croatian town of Tovarnik and some 20 buses of full of refugees from the Opatovac refugee camp were headed toward the Slovenian border.

Migrants began streaming into Slovenia last Friday, when Hungary closed its border with Croatia. Before then, they were heading for Hungary – a member of Europe’s Schengen zone of visa-free travel – and then north and west to Austria and Germany. Sealing the border diverted them to Slovenia, which is also a member of the Schengen zone.
The daily cost of handling migrants was costing the former Yugoslav republic €770,000 Gyorkos Znidar said.

The European Commission President Jean-Claude Juncker called an extraordinary meeting of several European leaders for Sunday, 25th. Juncker has invited the leaders of Austria, Bulgaria, Croatia, the former Yugoslav Republic of Macedonia, Germany, Greece, Hungary, Romania, Serbia and Slovenia.

Not a single migrant has entered Hungary from Croatia since the border was closed with a fence protected by razor wire, soldiers and police patrols.

Orban said “Hungary’s border fence had been meant to turn migrants back from Europe, not divert them along a different path to Germany, and that he had asked Hungary’s Balkan neighbors to help send the migrants back”.
“The right thing to do is not to ensure their passage into Europe but to take them back to the refugee camps they started out from,” he said. “The further they come from their troubled countries, the more difficult it will be for them to return. Therefore these people must remain and humane conditions must be created for them in those places”.

While EU’s efforts seem to be not-sufficiently able to take control of the situation created during Balcan borders, Orban spaces his far-right way of thinking not considering the fact that what’s happening with millennial migrants is much more than a “migrant crisis”: it’s an anthropological change, a continuum circle of people that keeps on walking countries, borders while trying to make their lifes better and safer.

A price of late globalization, maybe; a war and destabilization of the Middle East’s bill to be payed also by occidental countries, indeed.

 

Sabiena Stefanaj

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Sabiena Stefanaj
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