GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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EUROPA - page 45

Libano, “Nizza Cavalleria” alla guida di ITALBATT

BreakingNews/Difesa/EUROPA di

Avvicendamento alla guida di ITALBATT in Libano. Stamane ad Al Mansouri il passaggio di consegne tra le task force italiane impegnate nelle attività di supporto alla popolazione locale in aderenza alla Risoluzione 1701 delle Nazioni Unite e alle Forze Armate Libanesi (LAF).

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Al Comandante del Reggimento “Genova Cavalleria”, Colonnello Giovanni Biondi, subentra il Comandante del Reggimento “Nizza Cavalleria”, Colonnello Massimiliano Quarto. A partire dallo scorso 21 aprile 2015, molteplici le attività portate avanti dalla task force cedente: circa 8.000 i pattugliamenti per garantire la sicurezza del paese, 400 le operazioni condotte in sinergia con le forze armate libanesi (LAF) per affiancarle nel raggiungimento della piena capacità operativa a sud del fiume Litani.

Numerosi anche i progetti realizzati in favore dei civili nelle 22 municipalità comprese nell’area di ingerenza ITALBATT attraverso la Civil-Military Cooperation (CIMIC). Il tutto, nel quadro dei compiti assegnati dall’ONU ai contingenti in loco: il monitoraggio della cessazione delle ostilità tra il Libano ed Israele, il supporto alle Forze Armate Libanesi (LAF) ed il sostegno alle istituzioni locali, le esercitazioni di addestramento congiunto interforze, volte al confronto e alla standardizzazione delle procedure militari nell’ambito delle attività operative sul territorio libanese, oltre che al consolidamento di una necessaria coesione tra le forze armate delle 39 nazioni che attualmente compongono l’ambiente multiculturale della missione UNIFIL.

Il prossimo semestre di attività, concentrato nella zona di frontiera tra Israele e Libano, parte della cosiddetta “blue line”, e nell’area costiera a sud di Tiro, è ora affidato a personale della Brigata alpina Taurinense del Reggimento “Nizza Cavalleria”, rinforzato dal Battaglione “Alpini L’Aquila”.

 
Viviana Passalacqua

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Crimea alla Russia, Ucraina chiede maxi risarcimento

EUROPA di

Sarà la Corte internazionale a giudicare la questione dell’annessione della Crimea alla Russia. L’Ucraina ha fatto i suoi conti, e presto presenterà al premier russo Vladimir Putin la richiesta di un maxi risarcimento per averle sottratto la penisola. La Russia è accusata di aver supportato i ribelli che si sono battuti per l’autonomia, e che, dopo averla raggiunta con il referendum dello scorso anno, sono entrati a far parte della Federazione russa.

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Come reso noto dal ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin, la compensazione economica richiesta comprenderà anche i danni subiti a causa dell’occupazione dei territori del Donbas e del caso Yukos, colosso petrolifero fallito. Risale al 2014 la sentenza di condanna emessa dalla Corte arbitrale dell’Aia a carico della Russia, condannata a risarcire con 50 miliardi di dollari gli ex azionisti dell’azienda fondata da Mikhail Khodorkovsky.

Il risarcimento miliardario stimato dall’Ucraina sarà “ una cifra a nove zeri”, ha dichiarato pubblicamente Klimkin, spiegando come la quota ricomprenda anche le risorse naturali di cui la Russia si è appropriata annettendo quelle aree. Secondo le autorità ucraine la sentenza dei tribunali internazionali si farà attendere per lungo tempo, minimo 4 anni, che con tutta probabilità diventeranno 6. Frattanto l’interesse suscitato dalla Crimea aumenta sempre più: businessman provenienti dalla Svizzera e dall’Italia hanno annunciato sopralluoghi e viaggi d’affari nel Mar Nero, attratti dal comparto turistico, in special modo dai resort, e dal settore delle costruzioni.

Come dichiarato da Zaur Smirnov, capo del Comitato per le relazioni internazionali della Crimea, si tratta di accordi siglati in occasione della visita della delegazione della Crimea in Daghestan, per un volume di investimenti superiore ai 10 miliardi di euro.

 

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Viviana Passalacqua

Italia: pronta azione militare in Iraq?

Difesa/EUROPA di

“In merito a indiscrezioni di stampa su operazioni militari aeree italiane in Iraq, il Ministero della Difesa precisa che sono solo ipotesi da valutare assieme agli alleati e non decisioni prese che, in ogni caso, dovranno passare dal Parlamento”. Questa la nota pubblicata dal Ministero della Difesa italiano a seguito dell’indiscrezione, rilanciata da Il Corriere della Sera il 5 ottobre, in merito ad un presunto intervento dei propri Tornado a fianco della coalizione occidentale contro lo Stato Islamico.

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Se da un anno a questa parte, infatti, gli aerei italiani sono stati configurati per le ricognizioni sul territorio iracheno e in appoggio ai Peshmerga, adesso le regole d’ingaggio con il governo iracheno cambierebbero, così come avvenuto tra quello siriano e la Russia. Mentre sullo sfondo Nato, Francia e Gran Bretagna (in attesa del via libera da parte del Parlamento) operano militarmente in Siria.

Tornando al caso italiano, se da una parte il Ministero della Difesa ha smentito le indiscrezioni della stampa, dall’altra parte l’incontro tra il ministro Roberta Pinotti e il Segretario di Stato alla Difesa Ashton Baldwiin Carter, in programma a Roma il 7 ottobre, potrebbe essere un chiaro indizio sulla volontà italiana di partecipare ai bombardamenti contro le postazioni dell’Isis. E forse il prologo di una missione militare in Libia con l’Italia a capo di una coalizione internazionale.
Giacomo Pratali

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Norvegia, rifugiati: accoglienza e battaglia sui numeri

EUROPA di

Mentre milioni di siriani di spingono verso il nord Europa (destinazione ideale, la cui immagine di meta da raggiungere è stata creata nel tempo da reportage e trasmissioni media che ne hanno lodato il welfare e le politiche di accoglienza) con i mezzi più vari, spesso a piedi, varcando i confini delle nazioni centro-europee, la popolazione norvegese sembra voler confermare la sua reputazione alle urne delle ultime elezioni amministrative.

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Il voto ha portato, infatti, il partito anti-immigrazione, membro dell’attuale coalizione di governo, al peggior risultato elettorale a livello locale degli ultimi ventidue anni. Il suo maggiore oppositore, il partito laburista (Arbeidsparti), il quale ha preso una chiara e esplicita posizione a favore dell’accoglienza dei rifugiati siriani, è il grande vincitore delle elezioni amministrative del 13 settembre scorso.

Il risultato delle elezioni, che sono coincise con l’esplodere della crisi migratoria del popolo siriano (e non solo), non ha trovato, però, un riscontro pratico (apertura delle frontiere ai richiedenti asilo), quando l’Europa, geograficamente intesa, si è trovata a dover decidere sul numero degli immigrati da accogliere. In base alla grandezza del territorio, delle risorse disponibili a livello statale e al numero degli abitanti, la Norvegia ha aperto le frontiere a un numero estremamente ridotto di richiedenti asilo, mentre avrebbe potuto accogliere 100.000 rifugiati. Un numero stimato anche da Victor D. Norman, professore di economia sociale presso l’Alta Scuola del Commercio di Oslo, come riporta il giornale Dagens Næringsliv. Norman sottolinea le conseguenze economiche positive che l’afflusso dei migranti siriani porterebbe: “I migranti che arrivano sono preparati, innovatori e hanno voglia di lavorare, nonché di spendere”. Certo, non manca il timore della ghettizzazione anche da parte dei più favorevoli all’accoglienza, ma Norman prosegue “se i comuni e le istituzioni locali riceveranno risorse e libertà di gestione del fenomeno migratorio all’interno dei loro territori, si potrebbe ottenere il risultato di ridurre al minimo il problema della ghettizzazione”.

Il numero degli accolti in Norvegia, invece, non supera i duemila. Una cifra che appare decisamente ridotta se si pensa che il Libano, paese con una popolazione di poco inferiore alla norvegia, ha accolto al suo interno 1,5 milioni di rifugiati dalla Siria. Il primo ministro libanese Tamman Salam ha dichiarato, il 26 settembre scorso, ai microfoni dell’emittente norvegese NRK che “il Libano apprezzerà un eventuale sforzo della Norvegia ad accogliere al suo interno un maggior numero di rifugiati”.

Un esempio di diversa attitudine verso il fenomeno lo da la confinante Svezia, che con una popolazione che conta poco meno del doppio degli abitanti della Norvegia, ha accolto quest’anno 90.000 rifugiati. Anders Danielsson, a capo dell’Istituto nazionale per l’Immigrazione, dichiara al giornale svedese Aftonbladet che “la situazione dei migranti è indubbiamente una crisi, ma non per la Svezia. E’ una crisi soprattutto per coloro che scappano”. La istituzioni svedesi fanno sapere che il numero dei richiedenti asilo oggi è superiore a quello che venne accolto in occasione della guerra dei Balcani negli anni novanta, ma non maggiore delle richieste di asilo ricevute già lo scorso anno.

Il governo norvegese, rappresentato da Erna Solberg, ha dato, per il momento, la disponibilità a ospitare una conferenza internazionale sul tema, nonché l’utilizzo di mezzi navali adeguati, in accordo con i paesi che si affacciano nel mediterraneo, al fine di evitare il problema delle morti in mare.

La discussione sul numero delle accoglienze all’interno del proprio territorio nazionale rimane, però, ancora aperta.
Carla Melis

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Trattato anti proliferazione nucleare, USA e Russia per l’aggiornamento

AMERICHE/EUROPA di

La  Russia si sente sempre più vincolata dal trattato INF (Intermediate Nuclar Forces) di disarmo nucleare siglato negli anni 80, che nonostante sia firmato da entrambe le gradi potenze non ha impedito loro di modernizzare i propri arsenali nucleari e le difese missilistiche.

Il patto IFN è una parte fondamentale del trattato di disarmo nucleare bilaterale che ha fermato la proliferazione di tetsate a medio aggio in Europea negli anni 80 con un pericolo di incidenti molto alto.

Le spinte a rivedere e modificare gli accordi sono oggi molto forti sia in campo statunitense che in campo sovietico con il percolo che venga abbandonato del tutto.

Lo scorso 23 settembre la ussia ha criticato aspramente il dispiegamento del modello aggiornato delle testate B61-12 in Germania alzando ancora i toni della discussone minacciando di ritirarsi dal trattato.

. L’INF vieta la presenza di armi nucleari in deposito a terra  o missili a medio raggio convenzionali (da 500 a 5.500 chilometri, o da 300 a 3.400 miglia). Anche se la distribuzione statunitense di B61-12 armi nucleari in Germania non viola il Trattato INF, viene percepita da Mosca come una prova di forza nei suoi confronti e si sente limitata nella reazione dal trattato.

Nessuna delle due super potenze vuole ritirarsi dal trattato ma è chiaro che in questo periodo di forte instabilità geopolitica entrambe sono portate a flettere i muscoli spingendo per una rivisitazione del trattato che permetta una difesa dei propri territori.

UE, quote e hotspot: un via libera forzato

EUROPA/POLITICA di

I Paesi occidentali votano sì alla redistribuzione di 120mila rifugiati arrivati in Italia e Grecia, le quali dovranno rendere efficienti i centri d’identificazione entro novembre. Ostruzionismo degli Stati dell’Est. Via libera ai raid contro gli scafisti.

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Via libera alla quota di 120mila rifugiati, alla creazione di hotspot entro novembre, ai raid contro gli scafisti. Tra il 22 e 24 settembre, durante la riunione straordinaria dei ministri degli Interni della Ue e il Consiglio Europeo, il pacchetto di proposte della Commissione Europea sull’immigrazione è stato accolto nelle sue linee guida. Come prevedibile e già manifestato in più occasioni nel corso di questo 2015, lo schieramento di Paesi dell’Est (“Visegrad”), composto da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia più la Romania, ha votato contro la ripartizione dei profughi.

Sulla distribuzione dei 120mila rifugiati giunti in Italia e Grecia, infatti, è stato necessario il ricorso alla maggioranza qualificata, data l’impossibilità di raggiungere l’unanimità. A loro volta, i due Stati del Mediterraneo si sono impegnati al rafforzamento dei centri d’identificazione, i quali dovrebbero essere pronti entro novembre, come deciso dal Consiglio Europeo.

L’obiettivo è snellire le procedure di rimpatrio per chi non detiene il diritto d’asilo e facilitare lo smistamento di tutti coloro che invece ne posseggono i requisiti. È una misura di valore storico poiché di fatto annulla la norma comunitaria del Trattato di Dublino che consente al rifugiato di potere risiedere solo presso lo Stato nel quale ha fatto domanda d’asilo.

Il Consiglio Europeo che ha poi detto sì ai raid contro gli scafisti provenienti dalla Libia. Tale operazione navale, attiva dal prossimo 7 ottobre, rientra nella seconda fase della EunavFor e prevede l’abbordaggio, la perquisizione e il sequestro delle imbarcazioni con a bordo migranti.

Piccolo passo in avanti anche nei rapporti con gli enti internazionali e i Paesi vicini. La Ue ha infatti predisposto un piano di aiuti del valore di 1 miliardo di euro a favore delle agenzie Onu che aiutano i profughi. Mentre, sul fronte del trust fund, l’Europa ha chiesto un maggiore sforzo agli Stati membri, visto che i fondi per i Paesi esposti alle crisi, Siria e Iraq in primis, non sono sufficienti.

Le decisioni prese in questi due vertici sono state salutate positivamente da una parte d’Europa. Dai vertice dell’Unione Europea, passando per Italia e Francia, fino ad arrivare alla Germania, con la cancelliera Angela Merkel che ha parlato di “passo in avanti decisivo”.

Dichiarazioni a cui ha fatto seguito la replica, di certo non conciliante, del premier ungherese Orban, che ha parlato di “moralismo imperialista”. E sono proprio queste parole che evidenziano al meglio il clima che si respira tra i leader dell’Est Europa. A partire dal primo ministro slovacco Robert Fico il quale, in rappresentanza del gruppo Visegrad, ha annunciato di un’azione legale contro la norma sulla ripartizione dei rifugiati.

Ma ciò che evidenzia ancora di più la spaccatura è il comportamento dell’Ungheria. Dopo le leggi antiimmigrazione e la costruzione del muro al confine con la Serbia, il governo ha annunciato di volere innalzare un’ulteriore barriera al confine con la Croazia. Notizia che, aggiunta alle migliaia di profughi arrivati in Serbia, stanno riportando a galla le antiche ruggini tra Belgrado e Zagabria.

Sulle politiche immigratorie, così come già dimostrato sul versante economico, l’Europa viaggia a doppia velocità. Nella fattispecie, la spaccatura tra Ovest ed Est affonda le sue radici nella storia moderna e contemporanea europea. Più che il Comunismo, gli Stati orientali, come evidenziato da più fonti internazionali, sono contrari all’accoglienza perché la loro indipendenza reale è stata raggiunta recentemente, con il ricordo ancora presente del sangue versato per la propria patria. Questo divario tra le due aree dell’Unione Europea sottolinea quanto l’unità politica continentale sia ancora molto distante.
Giacomo Pratali

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Crisi Ucraina: autunno decisivo

EUROPA di

Il summit delle Nazioni Unite del 24-30 settembre e il vertice tra Germania, Francia, Ucraina e Russia del 2 ottobre sono due appuntamenti cruciali sia per un cessate il fuoco definitivo tra Kiev e i separatisti, sia per i rapporti futuri tra Washington e Mosca.

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Situazione di stand-by nell’ambito della guerra civile in Ucraina. Nel corso del mese di settembre, il cessate il fuoco tra esercito e combattenti filorussi ha retto. Mentre è in corso la visita del segretario generale Nato Jens Stoltenberg a Kiev, dove ha incontrato il presidente Petro Poroshenko: “La Russia sta continuando ad armare i ribelli separatisti nonostante la tregua”, hanno ammonito i due. Ma il clima che si respira è di attesa verso il vertice del 2 ottobre, quando i leader di Germania, Francia, Ucraina e Russia si incontreranno per fare tracciare un bilancio della flebile tregua imposta dall’accordo di Minsk/2.

Se a questo vertice si aggiunge quello delle Nazioni Unite del 24-30 settembre, si intuisce che questo autunno potrebbe essere decisivo per il contesto ucraino, oltre che per altri scenari geopolitici. La crisi finanziaria e di sistema hanno infatti spinto il governo ucraino ad accelerare, a fine agosto, quelle riforme costituzionali che mirano a dare più autonomia alla regioni del Donbass, in linea con gli accordi di Minsk, e a siglare un accordo di ristrutturazione del debito con i creditori.

Dall’altro lato, c’è la Russia. Una Russia colpita duramente dal crollo dei prezzo del petrolio e che ha visto calare di oltre il 20% il valore del Rublo negli ultimi quattro mesi. Uno scenario dove le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione Europea non sono la principale causa della crisi, ma fattori tuttavia importanti, soprattutto nell’ottica dello sviluppo energetico.

Se il Cremlino, infatti, ha il coltello dalla parte del manico verso l’Europa per quanto concerne la fornitura di gas, dall’altro lato le sanzioni costituiscono un intralcio ai progetti di sviluppo petrolifero e gasifero nel Mar Artico. Programmi di cui l’economia russa ha bisogno per mantenere alto il proprio livello di produzione attuale.

La crisi ucraina, pertanto, potrebbe vivere di riflesso degli esiti dei vertici del 24-30 settembre e 2 ottobre. Nel primo, sarà importante l’incontro tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, dove verrà evidenziato l’intervento russo in Siria al fianco del governo ma, soprattutto, contro lo Stato Islamico. Nel secondo, il vertice di Vladimir Putin con Angela Merkel e Francoise Hollande servirà ad ammorbidire Germania e Francia. In entrambi i casi, l’obiettivo è uno solo: arrivare alla riduzione delle sanzioni economiche contro la Russia a partire dal biennio 2016/17.

Tuttavia, i passi falsi da ambo le parti continuano. Sul fronte ucraino, si registra l’aumento del coinvolgimento di combattenti nelle brigate paramilitari di estrema destra che combattono al fianco dell’esercito di Kiev. Mentre il Consiglio Nazionale per la Sicurezza ha redatto una nuova lista nera che ha messo al bando 34 giornalisti stranieri, di cui 3 della Bbc, oltre all’ex presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, reo di avere preso parte alla visita in Crimea assieme a Putin.

Sul fronte russo, infine, il Cremlino è stato smentito da un articolo, pubblicato per sbaglio (poi rimosso) dalla testata Delovaia Zhizn e ripreso per primo da Forbes, in cui è stato svelato il numero di soldati russi morti nel conflitto in Ucraina: 2000. Mentre Mosca ha sempre negato il coinvolgimento diretto.

Ma la riunione Onu del 24-30 settembre e il vertice europeo a quattro del 2 ottobre, assieme all’accentuarsi delle crisi geopolitiche in Siria e Libia, potrebbero indurre le parti in causa a giungere ad una soluzione che porti non solo alla fine della guerra civile in Ucraina, ma al “riscaldamento” dei gelidi rapporti tra Stati Uniti e Russia.
Giacomo Pratali

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Ue, immigrazione: quale piano comune?

EUROPA di

Terminato il muro sul confine con la Serbia, in Ungheria è scattata la legge sull’immigrazione clandestina. Gli Stati Ue bocciano il piano Juncker sulla redistribuzione dei migranti, ferma a 40mila. Il fatto che la Germania sia al primo posto delle richieste d’asilo nel 2015, rende indispensabile il corretto funzionamento dei centri d’identificazione lungo le frontiere europee.

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Arresto e detenzione fino a tre anni per chiunque entri in Ungheria non munito della domanda di asilo. Dalla mezzanotte del 15 settembre 2015 scatta la nuova legge sull’immigrazione clandestina varata dal governo Orban. Chiuso anche l’ultimo tratto di muro confinante con la Serbia. D’ora in poi si potrà passare solo dai due varchi ufficiali. Nella giornata di lunedì si era registrato il record di ingressi: 9380 migranti, poi bloccati dalla polizia ungherese. Arrestate già 16 persone, siriani e afghani, transitati dopo le 24.

Nel vertice a Bruxelles di lunedì 14 settembre, intanto, è stato momentaneamente bocciato l’aumento fino a 120mila migranti da ricollocare tra i Paesi Ue, che resta fermo a 40mila. I ministri degli Interni presenti, infatti, hanno detto sì al piano scritto ad inizio estate, ovvero 24mila dall’Italia e 16mila dalla Grecia (Ungheria esclusa). Mentre c’è stato consenso unanime sull’avvio della seconda fase della missione EuNavfor Med: le navi europee transitanti per il Mediterraneo hanno la possibilità di fermare i barconi, con la possibilità di sequestro e distruzione del mezzo stesso, avendo come priorità la salvaguardia della vita umana.

A fare blocco contro la proposta di innalzamento della quota di migranti da redistribuire, portata avanti dal presidente della Commissione Ue Juncker, sono stati i Paesi dell’Est, con Polonia, Slovacchia e Ungheria in testa. Pure gli Stati favorevoli all’accoglienza dei profughi, hanno deciso di intensificare i controlli alla frontiera: l’Austria manda l’esercito al confine con l’Ungheria; Francia e Germania ripristinano i controlli alle frontiere: “I controlli temporanei non significano chiudere la frontiera – ha precisato la cancelliera Merkel -. Continueremo ad accogliere i rifugiati in Germania, purché ci sia un processo ordinato”. Parole che, però, sono suonate come un mezzo passo indietro, dopo le critiche interne al suo Paese a seguito dei 60mila rifugiati arrivati in Baviera negli ultimi giorni.

Ma sono parole in realtà destinate a Italia, Grecia e Ungheria perchè è sulla sistematizzazione del controllo dei migranti in arrivo che si gioca la partita. L’apertura ai richiedenti asilo del governo tedesco ad inizio settembre passa dalla creazione dei centri hot spot sulle frontiere europee. L’identificazione delle persone arrivate è cruciale. Ma i rifugiati arrivati sinora non hanno avuto interesse, se non in misura minoritaria, alla richiesta d’asilo nei Paesi d’arrivo: il loro obiettivo è registrarsi direttamente in Germania, Svezia e Norvegia perché, secondo il Trattato di Dublino, si può rimanere solo nello Stato in cui tale richiesta è stata fatta. È per questo motivo che una deroga al tale accordo, trapelato da Bruxelles, può sbloccare la situazione.

I numeri, in questo senso, parlano chiaro. Gli arrivi registrati finora ammontano a più di 180000 per la Grecia, a circa 170000 per l’Ungheria e a 110000 per l’Italia. Ma la classifica di richieste d’asilo totale nel primo trimestre 2015 recita Germania, 73120; Ungheria, 32810; Italia (15250); Grecia (in fondo alla lista) 2615. Se si guarda, invece, ai siriani, il dato è ancora più in controtendenza, eccezion fatta per l’Ungheria, rispetto agli arrivi. Dal 1° gennaio al 31 agosto 2015, le statistiche Ue recitano Germania, 30120; Ungheria; 10855; Svezia 7250; Grecia (penultima), 1275; Italia, 155.

Dunque è chiara la rotta seguita dai migranti. Ed è chiaro quanto le politiche anti immigrazione del governo Orban siano autolesioniste e stiano sovraccaricando la stessa Ungheria, al primo posto nella classifica pro-capite con un migrante ogni 302 abitanti.

La necessità dell’identificazione sulle frontiere marittime e terrestri dell’Unione Europea appare quanto mai necessaria. Se è vero che, attraverso la promessa di posti di lavoro, la Germania strizza l’occhio ai rifugiati siriani, composti da laureati, professionisti e operai qualificati, è altrettanto vero che Italia e Grecia devono andare in contro alla tanto agognata presa di posizione europea sull’accoglienza e la ripartizione. Ma, nonostante l’emergenza profughi, stenta a decollare un piano sull’immigrazione a tinte europee.
Giacomo Pratali

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Crisi profughi: l’attività di Msf in Grecia

EUROPA di

La Grecia è il Paese europeo da cui transitano il maggior numero di migranti, in special modo profughi siriani e iracheni. Negli ultimi due mesi, essi hanno approfittato del lasciapassare dai confini turchi. Le isole del Mar Egeo costituiscono la prima tappa per raggiungere gli altri Paesi dell’Ue attraverso la rotta balcanica: 244 855 persone sono infatti transitate dalla Turchia alla Grecia da gennaio ad oggi. Per esaminare al meglio questa emergenza umanitaria, European Affairs ha intervistato Constance Theisen, Responsabile degli Affari Umanitari di Msf in Grecia. Tra i temi affrontati, le attività in loco della Ong, tra cui cure mediche e distribuzione di generi di prima necessità ai migranti.

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Quali funzioni svolge Msf in Grecia?

“Il nostro scopo in Grecia e lungo la rotta dei Balcani (infatti, siamo attivi anche in Serbia), è di cercare di aiutare i migranti e i rifugiati appena arrivati, dove ce n’è necessità:

– Isola di Lesbo: acqua e servizi igienico-sanitari nel campo di Kara Tepe e nel campo informale di Moria. Abbiamo messo a disposizione due squadre mediche per le cliniche mobili nei campi e nel porto Mitilene, dove la gente dorme all’aperto. Abbiamo predisposto anche un servizio di sostegno alla salute mentale attraverso uno psicologo. In più, essite un servizio navetta dal nord al sud dell’isola, in modo che le persone non debbano percorrere 65 chilometri a piedi sotto il sole;
– Isola di Kos: rifugio, acqua, servizi igienici e cliniche mobili nel campo dell’hotel Captain e ovunque nel centro abitato di Kos, dove la gente dorme all’aperto. È stato istituito un sostegno alla salute mentale tramite uno psicologo. È stata inoltre allestita la distribuzione di kit con coperta, torcia, spazzolino da denti, dentifricio, barrette energetiche;
– Isole del Dodecanneso: una squadra medica è di base su una barca per cliniche mobili nelle isole di Simi, Leros, Tilos, Kalymnos. Esiste un centro di distribuzione di generi non alimentari: kit con coperta, torcia, spazzolino da denti, dentifricio, barrette energetiche. Abbiamo istituito un supporto, in tutte le isole, di attivisti locali e mediante il ricovero (tende di reti ombra) per creare uno spazio in cui le persone possano dormire;
– Atene: abbiamo un progetto per aiutare le persone che hanno subito maltrattamenti (torture …) con un supporto medico e psicologico e un assistente sociale;
– Al confine settentrionale tra la Grecia e la Macedonia: lavoriamo al valico di Idomeni, dove la gente viaggerà fino alla destinazione finale attraverso la croce balcanica in Macedonia. Qui esiste un gruppo di medici per le consultazioni, uno psicologo e abbiamo installato servizi igienici e docce. Il nostro team distribuisce anche articoli non alimentari: it kcon coperta, torcia, spazzolino da denti, dentifricio, barrette energetiche”.

 

La Grecia è divenuta a tutti gli effetti il punto principale di passaggio verso Germania, Svezia e Norvegia?

“La Grecia è divenuta la principale porta d’accesso all’Europa: 244855 persone sono arrivate finora (attraversando il tratto di mare dalla Turchia alle isole del Mar Egeo) contro i 119500 arrivi in Italia dall’inizio del 2015 (secondo le stime dell’Unhcr diffuse l’8 settembre 2015)”.

 

Qual è l’atteggiamento del governo greco nei confronti dei profughi?

“Il governo non ha dimostrato di possedere nessuna capacità di comando per rispondere alla crisi in modo costruttivo. L’unico modo per risolvere il problema di tante persone che arrivano sulle isole, costretti a dormire fuori per giorni prima che la polizia locale li registri e dare loro la carta necessaria per lasciare l’isola, è quello di avere più polizia di frontiera che operi nei campi di accoglienza/di transito in tutte le isole. Invece, le autorità greche hanno inviato più polizia antisommossa e non hanno messo in campo nessuna iniziativa per individuare spazi (campi, stadi …) in cui la ricezione a lungo termine possa essere organizzata. Essi hanno disatteso le proprie responsabilità: nessuna distribuzione di cibo organizzata nella maggior parte delle isole (Kos, Leros, Symi, Kalymnos) o insufficienti in tutti gli altri (Lesbo, per esempio). E hanno abusato dei migranti con un uso eccessivo della forza di polizia (la scorsa settimana, a Lesvos, il nostro team medico ha trattato oltre 10 persone che hanno riferito di essere stato picchiato da polizia)”.

 

Secondo il vostro punto di vista, quali sono le differenze con l’operato del governo italiano?

“Non posso parlare in maniera esaustiva del sistema italiano d’accoglienza, poiché non lo conosco così da vicino. Tuttavia, credo che l’Italia abbia messo in atto un sistema nazionale di accoglienza, in conformità con le norme dell’UE, fornendo due cose: all’arrivo uno screening medico e lo screening per le vulnerabilità a tutte le persone che arrivano; riparo (centri) e cibo in tutto il paese.

Invece, in Grecia:
– nessuno screening sanitario sistematico;
– nessuno screening per le vulnerabilità;
– nessun rifugio, eccetto in alcuni posti nelle isole di Lesbo e Chios;
– nessun approvvigionamento sistematico degli alimenti;
– nessun accesso ai servizi igienico-sanitari, tranne in alcuni posti nelle isole di Lesbo e Chios.

 

Quanto le rotte terrestri sono preferite a quelle marittime?

“La via utilizzata dai Siriani per raggiungere l’Unione europea è cambiata per una serie di motivi. La situazione attuale in Libia. Le restrizioni sui visti per i siriani in viaggio verso l’Egitto. Il soggiorno sempre più difficile in Giordania, Libano e Turchia, come riportato dall’Unhcr sull’accesso ai servizi di protezione e al mercato del lavoro locale. In Grecia, dal momento che i controlli negli aeroporti sono aumentati, sempre più persone scelgono la via di terra attraverso i Balcani per raggiungere la loro destinazione finale”.
Quali sono le vostre statistiche relative al 2015?

“ Gli interventi fino al 31 luglio sono stati:
– 3236 a Kos;
– 300 nelle vicine isole del Dodecaneso;
– 3000 a Idomeni.

I kit distribuiti fino al 31 luglio sono stati più di 20 000 in tutto il Paese”.

Giacomo Pratali

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Accoglienza ai rifugiati un’arma contro l’ISIS

EUROPA/POLITICA di

Fiumi di persone, famiglie intere percorrono a piedi il corridoio balcanico, chilometri infiniti da Salonicco alla frontiera Ungherese e poi la speranza di fermarsi in Germania, Austria o nei paesi del Nord come la Danimarca.

Un flusso di rifugiati che ha sorpreso l’opinione pubblica europea abituata alla tratta mediterranea con accesso a l’Italia ma sicuramente meno inattesi dalle istituzioni europee che conoscono da oltre un anno le condizioni dei campi profughi siriani al confine con la Turchia.

Il vero cambio di regia lo ha stimolato la politica estera della Turchia che ha assunto in questi anni di instabilità la delicata posizione di ago della bilancia nella geopolitica mondiale.

Stato di frontiera con la Siria da sempre nemica di Assad e delle popolazioni Curde che si dividono tra Siria, Iraq e Turchia dove alle ultime elezioni hanno conquistato una rappresentanza in parlamento grazie al 10% di preferenze votate. Una vera spina nel fianco del presidente Erdogan.

Dalle prime fasi della crisi Siriana le frontiere Turche sono state sigillate lasciando gli esuli nei campi profughi e osservando dal confine le battaglie ormai tristemente famose di Kobane.

Cosa è cambiato ? sicuramente la politica estera USA che in passato aveva chiesto alla Turchia un intervento senza però occuparsi di Assad e soprattutto senza colpire i curdi che stavano, unici e soli in quel momento, combattendo le forze dell’ISIS alle porte dei loro villaggi.

Dopo alcune dimostrazioni di forza e di immobilità generale tese soprattutto a dimostrare l’importanza strategica della Turchia nell’area gli USA hanno evidentemente dato il via libera anche su questi due punti così delicati. Visto anche l’intervento della Russia in favore di Assad che in caso di epilogo favorevole darebbe a Putin il controllo dell’area.

Da qui il via libera ai profughi siriani, confini aperti e via libera verso l’Europa che ora deve fare i connti con dei flussi che possono arrivare fino ad un milione di persone, tanti sono quelli ammassati nei campi fino ad ora.

Accoglierli sarebbe la scelta giusta anche perché lasciando la Siria mettono in seria difficolta lo Stato Islamico che si trova ora senza personale specializzato per far funzionare le infrastrutture, centrali elettriche, gasdotti, raffinerie, ospedali.

Proprio con questa chiave di lettura si devono leggere i minacciosi messaggi  che l’ISIS ha lanciato in rete in questi giorni definendo la fuga “ un grave peccato che merita una pena esemplare”.

Per questo motivo l’accoglienza dei profughi siriani e libici oltre che doverosa per chi fugge dalle guerre e dalle carestie, humus ideale per il fiorire di estremismi religiosi, potrebbe essere motivo di destabilizzazione dei programmi di crescita dei terroristi dell’ISIS.

Alessandro Conte
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