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EUROPA - page 43

La sfida di Gentiloni: Siria, pace possibile. «Oltre l'embargo con corridoi umanitari e aiuti"

EUROPA di

«La pressione va concentrata su due fronti: coinvolgere il regime nell’apertura di corridoi umanitari e, con l’avvio del negoziato, ottenere cessate il fuoco che possano attenuare la tragedia in corso». È chiaro il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sul fatto che la guerra in Siria, l’assedio delle città, il dramma dell’embargo e della popolazione che non riceve aiuti e muore di fame, siano problemi davanti ai quali la comunità internazionale non può ruggire.

Ma l’Italia, che può fare?

In queste settimane abbiamo partecipato alle operazioni quando si sono create le condizioni per aprire corridoi umanitari. Praticamente, dall’inizio dell’anno è successo in un paio di occasioni e noi siamo stati tra i Paesi più presenti. Anche se purtroppo, va detto, negli ultimi mesi la disponibilità del regime siriano ad aprire vie d’entrata si è rivelata piuttosto limitata. A Madaya, però, si è riusciti ad arrivare anche grazie alla mediazione della Russia. Il dramma umanitario è però lì, davanti agli occhi di tutti: non solo le vittime e il dramma degli sfollati. Sei anni fa quasi 3 milioni di ragazzi andavano a scuola, oggi c’è una generazione perduta. Quindi il primo imperativo è far crescere l’aiuto umanitario. Anche quello italiano che quest’anno sarà più che raddoppiato rispetto ai 20 milioni del 2015: il governo lo annuncerà il 4 febbraio alla Conferenza di Londra sulla Siria. L’impegno intemazionale negli ultimi anni è cresciuto, ma le crisi umanitarie sono cresciute più velocemente. Il divario va colmato se vogliamo evitare conseguenze destabilizzanti per la Giordania, il Libano e la stessa Unione Europea.

Le Ong denunciano in continuazione l’impossibilità di far giungere i beni priman, aiuti alla popolazione che soffre…

Certo, la guerra continua, i bombardamenti si moltiplicano e non c’è un unico fronte ma un esplodere di conflitti a macchia di leopardo. L’inviato dell’Onu (Staffan de Mistura, ndr) ha lavorato un anno, senza riuscirci, per ottenere una tregua ad Aleppo. L’assedio è continuato e non c’è stata disponibilità dalle parti in conflitto a venire incontro alle richieste di fermare le armi.

Ma le sanzioni internazionali, gli embarghi della UE e dell’ Onu rimangono…

In Siria si muore per la guerra. Le sanzioni possono essere discutibili e noi italiani siamo sempre stati prudenti nel considerarle risolutive. Ma qui stiamo parlando, purtroppo, di una delle guerre più feroci e che infuria da cinque anni, che ha prodotto oltre 100 mila morti e milioni di rifugiati. Attenzione quindi a non spostare il bersaglio da chi ha la responsabilità di questa situazione: il regime di Bashar al-Assad, Daesh, al-Nusra, i terroristi.

È anche per questo che il terzo negoziato, rinviato ancora a Ginevra, non può fallire?

Non deve fallire perché finalmente si è riconosciuto un principio che l’Italia, il governo, la società civile, la Chiesa, sostengono da sempre: cioè che l’idea di una soluzione solo militare del conflitto sia un’illusione. Le due pregiudiziali che per oltre quattro anni hanno alimentato questa tragedia – da una parte l’impossibilità di un negoziato prima della cacciata diAssad e dall’altra nessun negoziato perché Assad andrebbe sostenuto manu militari – finalmente sono venute meno: si è accettata l’idea che il regime e chi lo avversa possano sedersi a trattare. E superare, con un governo più inclusivo, l’attuale dittatura.

Il nemico comune costituito dai jihadisti, può avere, paradossalmente, una funzione aggregante?

L’accettazione del negoziato, e non di una soluzione affidata ai bombardamenti, si deve a due fattori: il primo è il nemico comune, con il rischio di rafforzamento di Daesh, e l’altro (per alcuni controverso) il contributo che la Russia potrebbe dare. Accompagnando un negoziato che porti alla fuoriuscita di Assad, ma non alla distruzione del regime ripetendo errori fatti in Iraq. Con la transizione che prevede la fuoriuscita di Assad senza la creazione di un vuoto. È una strada difficile, ma è l’unica attraverso la quale si può arrivare al cessate il fuoco previsto dalla road map.

Non c’è il rischio che in Siria si crei però unairrimediabile frammentazione del territorio?

Che ci siano rischi di spinte centrifughe è indubbio. Uno degli ostacoli in questi giorni al lavoro di Staffan de Mistura è stato l’inserimento o meno di elementi delle forze curde siriane nelle delegazioni che negozieranno con Damasco. Ma noi non dobbiamo rassegnarci, tantomeno incoraggiare, questo genere di spinte. Tra un mese saranno cento anni dai cosiddetti accordi di Sykes-Picot (la spartizione del Medio Oriente tra Londra e Parigi, ndr). Che si sia trattato di un assetto post-coloniale con errori e limiti enormi è indubbio, ma metterci oggi a ridisegnare le carte su linee di demarcazione religiosa ed emica andrebbe nella direzione opposta a quello che è necessario. Non abbiamo bisogno di mini-Stati sciiti o sunniti, curdi. Di espulsione di minoranze di cristiani o yazidi perché non hanno la forza di fare i loro miniStati. Abbiamo bisogno – come in Libano e mi auguro presto in Iraq – di autonomia delle diverse comunità salvaguardando gli Stati nazionali.

Lei crede, nonostante tutto, che quest’anno possa arrivare la pace per la Siria?

Non possiamo accettare l’idea che il contrasto tra alcuni Paesi – e mi riferisco in particolare all’aumento di tensioni tra Iran e Arabia Saudita – blocchi una strada che è stata imboccata da tutte le maggiori potenze mondiali. Perché riconoscerebbe una sorta di “diritto di veto”, ma significherebbe anche chiudere gli occhi davanti al disastro che è in corso. Non sarà domani, perché si prospetta un rinvio di qualche giorno. Ma se parte il tavolo del negoziato a Ginevra l’obiettivo di porre fine alla guerra entro quest’anno diventa realistico.

In Libia stanno affluendo centinaia di jihadisti da Siria e Iraq. Se il governo Sarraj verrà legittimato dal voto del Parlamento, entrerà in carica. Ma come primo atto, chiedendo un intervento internazionale di supporto, non rischia di scatenare una guerra che potrebbe diventare incontrollabile?

Noi abbiamo interessi chiari e credo coincidenti con quelli del popolo libico: evitare uno Stato fallito, mantenere la sua unità e consolidare le sue istituzioni. Con il sostegno della comunità intemazionale. E con il presupposto che il governo vedala luce con il sostegno parlamentare. Questa è la scommessa dei prossimi giorni. Qualcuno dice «stiamo perdendo tempo, meglio far partire i cacciabombardieri contro Daesh, prima che dalla sua roccaforte di Sirte si estenda pericolosamente». Non è la linea dell’Italia, oggi sarebbe un errore perché puntiamo a qualcosa di più ambizioso del contenimento del terrorismo: alla costruzione di un’entità statuale per avere un interlocutore valido, al di là del Canale di Sicilia, sul tema delle migrazioni, dello sviluppo economico- commerciale, ma anche del contrasto al terrorismo. I bombardamenti possono ridurre la capacità espansiva di Daesh, ma l’entità statuale che si rafforza e che controlla il territorio è l’unica risposta strategica.

Senza alcun intervento esterno?

Se e quando il governo libico riuscirà ad avere la base minima di cui parlavo, la risoluzione 2259 dell’Onu non solo autorizza ma fa appello alla comunità internazionale per sostenere il governo anche sul terreno della sicurezza. Sarà la Libia a chiedere all’Italia e agli altri Paesi Ue il contributo di cui ha bisogno. Deve essere chiaro però che l’impegno italiano, anche sul terreno militare, non sarà per fare delle guerre lampo ma per stabilizzare il Paese. Per esempio con il contributo alla sicurezza di alcune zone di Tripoli dove potrebbe insediarsi il nuovo governo, Stiamo parlando certamente di missioni che hanno dei rischi. L’importante è capire l’orizzonte nel quale ci si muove. Non ci rassegniamo però a una cosa.

Quale?

Non ci rassegniamo all’idea che, non essendoci invece alcun governo libico, ci sia una sorta di grande Somalia al di là del Canale di Sicilia. Terreno di scorribande di gruppi criminali e terroristi contro i quali le potenze europee intervengono solo con i raid aerei da l0mila metri di altezza.

Non ci si rassegnerà o non si tollererà?

Non si tollererà, poi naturalmente se dalle parti libiche non ci sarà alcuna possibilità di pervenire ad un accordo e se la situazione sarà appunto quella di una Somalia a due-trecento chilometri da casa allora l’Italia ha il diritto e il dovere di difendersi e valutare come farlo. Ma non è oggi nella nostra agenda: la comunità internazionale è impegnata per la stabilizzazione del Paese.

Fonte: Ministero Esteri Italiano

Agenda Digitale Italiana e nuove sfide della rete – VIDEO

EUROPA/INNOVAZIONE di

È in corso, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il workshop “L’implementazione dell’Agenda Digitale Italiana e le nuove sfide della rete”.

L’incontro rappresenta un’importante occasione di confronto sullo stato di attuazione, sulle prossime tappe e sugli obiettivi dell’Agenda Digitale Italiana, e vede la partecipazione di Sir.Tim Berners-Lee, scienziato e accademico di fama internazionale, inventore del World Wide Web e Direttore del World Wide Web Consortium.
La mattinata di lavoro, alla presenza del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia, è divisa in due parti: dalle 11 alle 12 avranno luogo gli interventi istituzionali che introdurranno lo speech di Sir.Tim Berners Lee, seguirà dalle 12 alle 13 un momento di confronto tra i partecipanti.

 

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Francia: 6 nuovi elicotteri NH90 per l’Operazione Barkhane

Difesa/EUROPA/POLITICA di

La conferma arriva dalla Direction Générale de l’Armement, agenzia governativa francese responsabile delle acquisizioni militari e dei programmi di sviluppo e mantenimento delle forze armate. 6 nuovi elicotteri da trasporto tattico NH90 (modello Caiman), prodotti dalla NH Industries, colosso industriale italo-franco-olandese costituito da Finmeccanica, Airbus e Fokker entreranno a far parte della flotta francese tra il 2017 e il 2019.

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I nuovi acquisti fanno parte di un più ampio programma di rinnovamento della flotta di elicotteri che mira a raggiungere le 74 unità di Caiman (44 delle quali consegnate entro la fine del 2019). L’obiettivo è dotarsi, entro la fine del 2025, di una flotta di circa 115 elicotteri NH90 da impiegare a livello tattico, obiettivo fissato nel Security White Paper del settembre 2013. Come sottolinea Guillaume Faury, presidente e CEO dell’Airbus Helicopters, “le forze armate francesi hanno impiegato l’NH90 nei teatri operativi del Mali, dove la sua straordinaria resistenza, versatilità e manovrabilità sono state enormemente apprezzate”.

La decisione arriva in seguito alla richiesta da parte dell’Army Air Corps di rafforzare le capacità a disposizione per l’Operazione Barkhane, in Africa. Già nel gennaio scorso, il Gen. Oliver Gourlez de la Motte, capo dell’Army Air Corps, aveva annunciato l’obiettivo dell’arma di potenziare le proprie risorse aggiungendo altri 10 elicotteri alla flotta, scegliendo sia modelli da attacco che da trasporto. Il mese scorso, infatti, la DGA commissiona all’Airbus Helicopters 7 elicotteri da attacco modello Tiger, la cui consegna verrà effettuata tra il 2017 e il 2018.

L’intento è, dunque, quello di migliorare le capacità di condurre operazioni aria-terra nella regione del Sahel, nell’Africa sub-sahariana. L’NH90 è stato già impiegato in diversi teatri operativi, mostrando capacità e caratteristiche che lo rendono una risorsa importante per le forze francesi impiegate nell’Operazione Barkhane. Innanzitutto la già accennata versatilità. L’NH90 può essere impiegato per rispondere a diverse necessità tattiche:

  • trasporto di truppe e di armamenti leggeri, grazie alla sua capacità di ospitare fino a 20 soldati o 2,5 tonnellate di armamenti;
  • evacuazione dei feriti mediante 12 barelle;
  • trasporto aereo cargo;
  • operazioni di combattimento, ricerca e soccorso.

Inoltre, gli equipaggiamenti a disposizione lo rendono adatto ad assecondare i diversi e molteplici bisogni che possono presentarsi nel teatro operativo. Gli NH90 sono dotati di pilota automatico e comandi fly-by-wire (FBW), ovvero un sistema che permette di sostituire i tradizionali controlli manuali con un’interfaccia elettronica. Ciò riduce sensibilmente il carico di lavoro per il pilota, consentendo di maneggiare in modo più agevole il velivolo. Inoltre, dotazioni quali luci per la navigazione notturna, strutture corazzate e contromisure elettroniche, lo rendo adatto a operazioni di combattimento.

Ciò mette chiaramente in luce come uno strumento del genere diventi essenziale in un teatro come quello sub-sahariano. Ricordiamo che l’Operazione Barkhane è un’operazione antiterrorismo condotta dalla Francia nella regione del Sahel sin dall’agosto del 2014, con la partecipazione di Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania e Chad. Lo scopo è contrastare la presenza dei militanti jihadisti nella regione, sostenendo lo sforzo dei paesi partner ed impedendo la formazione di santuari di terroristi all’interno della regione. I circa 3000 soldati impiegati nella missioni sono ripartiti in due punti d’appoggio permanenti, uno a Gao (Mali), l’altro a N’Djamena (Chad). Distaccamenti vengono inviati in basi temporanee, situate nei vari paesi coinvolti nell’operazione, e da queste stesse basi vengono condotte le missioni in appoggio dei soldati del rispettivo paese. È, dunque, evidente come le capacità di trasporto di truppe e armamenti sia una condizione essenziale per poter sostenere l’operazione. Inoltre, il contesto in cui si opera –temperature, conformazione geografica del territorio, ecc.- è un fattore determinante nella realizzazione degli interventi. L’NH90 dimostra quell’adattabilità che un contesto come quello africano, date la sua versatilità, aspetto essenziale in teatri dove difficoltà e mancanza di risorse possono facilmente compromettere l’obiettivo della missione ma anche l’incolumità dei soldati. “L’ordine aggiuntivo dei sei NH90- afferma Guillaume Faury- …conferma il ruolo essenziale che le nuove generazioni di elicotteri multi-ruolo giocano nelle moderne operazioni”.

Sembra, dunque, che attentati e minacce alla nazione francese non abbiano intaccato profondamente la sua posizione circa gli impegni nei diversi teatri operativi, ed in particolar modo nella lotta contro il terrorismo islamico. Al contrario, si potenziano quegli elementi dimostratesi vincenti e si fanno pressioni nell’Esagono per veder rafforzate le capacità militari francesi, in modo tale da garantire non solo un numero maggiore di armamenti disponibili ma anche –e soprattutto- tecnologie adeguate agli ambienti e alla minaccia che si combatte.

 

Paola Fratantoni

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UE, presidenza Olanda: gli obiettivi

EUROPA di

L’Olanda ha intrapreso il suo turno alla Presidenza del Consiglio dell’UE.
Come forse tutti sapranno, ormai dal 1º gennaio scorso è cambiata la Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea. Il Lussemburgo ha ceduto il testimone ai Paesi Bassi. Così come dichiarato dal paese dei tulipani e dei mulini a vento, “la Presidenza punterà a un’UE concentrata sulle questioni realmente importanti per i cittadini e le imprese, che sia capace di creare crescita e occupazione attraverso l’innovazione e che sia vicina alla società civile. La presidenza promuoverà iniziative a livello dell’Unione solo se le riterrà più efficaci rispetto a politiche a livello nazionale”.

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Nei prossimi sei mesi la Presidenza si concentrerà su quattro settori chiave:
– migrazione e sicurezza internazionale;
– finanze pubbliche sane e una zona euro solida;
– l’Europa come entità innovatrice e creatrice di posti di lavoro;
– una politica lungimirante in materia di clima ed energia.

I Paesi Bassi ricopriranno l’incarico fino al 30 giugno 2016, seguiti da Slovacchia e Malta.
Come detto, la Presidenza del Consiglio è assunta a turno dagli Stati membri dell’UE ogni sei mesi. Durante ciascun semestre, essa presiede le riunioni a tutti i livelli nell’ambito del Consiglio, contribuendo a garantire la continuità dei lavori dell’UE in seno a questa Istituzione.

Gli Stati membri che esercitano la presidenza collaborano strettamente a gruppi di tre, e vengono per questo chiamati trio. Tale sistema è stato introdotto dal trattato di Lisbona nel 2009. Il Trio fissa obiettivi a lungo termine e prepara un programma comune, in cui si stabiliscono i temi e le questioni principali che saranno trattati dal Consiglio per un periodo di 18 mesi. Sulla base di tale programma, ciascuno dei tre paesi prepara un proprio programma semestrale più dettagliato.

Il trio di presidenza attuale, come detto è formato dalle presidenze olandese, da quella slovacca e da quella maltese e, ad esempio, la Slovacchia sta già inviando i propri intendimenti generali in merito. Ogni presidenza ha il compito di portare avanti i lavori del Consiglio sulla normativa dell’Unione europea, garantendo la continuità dell’agenda dell’UE, il corretto svolgimento dei processi legislativi e la cooperazione tra gli Stati membri. A tal fine, la presidenza deve agire come un mediatore leale e neutrale.

La Presidenza ha inoltre l’onere della pianificazione e della conduzione delle sessioni del Consiglio e delle riunioni dei suoi organi preparatori, coordinando le sessioni delle varie formazioni del Consiglio per ciascun livello (ad eccezione del Consiglio “Affari esteri”) e le riunioni dei suoi organi preparatori, che comprendono i comitati permanenti, come il Comitato dei rappresentanti permanenti (più noto come COREPER), ed i gruppi e i comitati che si occupano di temi specifici.

Il tutto assicurando il regolare svolgimento dei dibattiti e la corretta applicazione del regolamento interno e dei metodi di lavoro del Consiglio, ed intervallando le riunioni formali con quelle informali, che si possono tenere a Bruxelles e nel paese che esercita la presidenza a rotazione.

Altro compito della presidenza di turno è quello di rappresentare il Consiglio nelle relazioni con le altre istituzioni dell’UE, in particolare con la Commissione e il Parlamento europeo. Il suo ruolo è adoperarsi per raggiungere un accordo sui fascicoli legislativi attraverso i cosi detti “triloghi”, ossia riunioni informali di negoziazione e riunioni del comitato di conciliazione, in cui le tre principali Istituzioni europee concordano i testi legislativi e decidono compromessi sulle diverse istanze rappresentate.

La Presidenza lavora in stretto coordinamento con il presidente del Consiglio europeo (che ricordiamo è un organo di alto indirizzo polito ed è altra cosa dal Consiglio d’Europa) e con l’alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, carica ricoperta attualmente dall’on. Mogherini.

Nei confronti di quest’ultima istituzione, la Presidenza è chiamata a sostenerne i lavori e a svolgere determinate mansioni per conto dell’Alto Rappresentante, come rappresentare il Consiglio “Affari esteri” dinanzi al Parlamento europeo o presiedere il Consiglio “Affari esteri” quando quest’ultimo discute questioni di politica commerciale.
La Presidenza Olandese sta ovviamente cominciando a muovere i suoi primi passi già da questi giorni. Attivissimi e cliccatissimi sono i siti di riferimento.

Tra tutte le iniziative divulgate, oltre alla pubblicazione del calendario del semestre, spicca il primo programma culturale: l’apertura di un centro visitatori ad Amsterdam. Proprio ieri, lo scorso 4 gennaio, infatti, il ministro Olandese per gli Affari Esteri, Bert Koenders ha ufficialmente inaugurato “Il muro della vita” ad Amsterdam. Questa istallazione artistica interattiva, situata nei pressi del luogo che verrà dedicato agli eventi UE, è un luogo in cui i cittadini e gli artisti potranno scambiarsi idee sull’Europa in maniera libera e creativa, il tutto al fine di coinvolgere maggiormente i cittadini ed il pubblico circa il lavoro dell’Europa e , più nello specifico, della Presidenza Olandese nei vari settori d’intervento prefissati.

Seguiremo i lavori della presidenza passo per passo, specie nell’ambito di nostra competenza, con la speranza di veder risolti quanto prima i problemi attinenti la sicurezza interna e la migrazione.
Domenico Martinelli

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L’immigrazione vista da Oltremanica

EUROPA/POLITICA di

 

Che la Gran Bretagna non sia mai stata sostenitrice di un’Europa senza frontiere non è una novità. Ma ciò a cui stiamo assistendo nell’ultimo periodo è una frattura sempre maggiore tra l’atteggiamento adottato dal governo inglese in materia di asilo e di immigrazione e quello degli altri membri UE, con critiche provenienti sia da questi ultimi sia dalle forze interne al paese.

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La Corona inglese, che non aderisce a Schengen, ha una posizione particolare circa l’arrivo di stranieri sul suolo nazionale. Una politica definita rigida, che non dice un no categorico all’immigrazione ma la accetta in forma controllata. Viene favorito l’ingresso dei cosiddetti skilled workers e degli studenti, potenziali risorse per il futuro. Il principio chiave dei conservatori è semplice: tutelare gli interessi e la sicurezza del paese. Di conseguenza, chi ha voglia di lavorare sodo e contribuire a questo obiettivo è benvenuto, per gli altri non vi è posto.

Se un simile approccio in tempi normali non desta particolare scalpore, le prospettive cambiano quando una massiccia ondata migratoria va a colpire il territorio europeo, alterando gli equilibri interni dei vari paesi. Considerando gli ultimi anni, l’Europa è stata testimone di due ondate maggiori. La prima proveniente dalla Libia e l’altra dalla Siria; entrambe ancora in corso (seppur con modalità ed intensità diverse) ed entrambe legate all’esplosione di conflitti nei rispettivi paesi, che hanno spinto la popolazione a cercare un futuro al di là del Mediterraneo.

Queste ondate di rifugiati hanno determinato situazioni di emergenza nei paesi di primo arrivo – soprattutto Italia, Grecia e Spagna- che si sono ritrovati ad accogliere una quantità di persone superiore alle capacità delle strutture di accoglienza esistenti. Da qui la richiesta d’aiuto ai partner europei, nel tentativo di dividere più equamente le persone da accogliere, per poter garantire loro condizioni di vita accettabili senza compromettere la sicurezza e l’ordine del paese stesso.

La Gran Bretagna sembra fare orecchie da mercante. Durante la crisi libica, Cameron aveva messo a disposizione la Royal Navy per operazioni di salvataggio in mare, escludendo categoricamente la creazione di centri di accoglienza in territorio inglese. Ma l’aiuto che serviva non era in mare, bensì a terra, nel post-salvataggio. L’emergenza Siria non ha reso il governo inglese più incline a supportare gli alleati europei. Opt-out inglese, infatti, per il sistema delle quote, che prevede la ridistribuzione di 160.000 rifugiati, già in Grecia, Italia, o Ungheria tra i vari paesi membri UE, in modo proporzionale alle capacità del paese. Tuttavia, il PM inglese promette di accogliere 20.000 rifugiati nell’arco di 5 anni: cifra alquanto irrisoria se paragonata ai numeri di paesi come la Germania, disposta ad accettare fino a 800.000 rifugiati entro la fine del 2015. L’offerta inglese, inoltre, è rivolta soltanto ai rifugiati tutt’ora in Medio Oriente e non a quelli già in Europa, soluzione che, come fanno notare i membri UE, serve ben poco ad alleviare la situazione d’emergenza nei paesi d’arrivo.

Punto caldo in sede UE, il tema immigrazione è elemento di tensione tra le forze politiche e sociali del paese.

Le critiche maggiori provengono dal partito labourista, che giudica insufficiente l’aiuto offerto dal governo Cameron. Si richiamano i diritti umani, principi cardine dell’Unione Europea e il passato del paese, santuario di ospitalità e speranza all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Che fine ha fatto questa tradizione? Che significato hanno quei diritti sanciti nella Magna Carta o nella Dichiarazione Universale?

Ed è proprio in riferimento a questi diritti che nascono critiche anche da un altro settore, quello delle Charities inglesi. Il disaccordo maggiore è legato alle riunioni familiari, previste dal sistema in vigore ma con limitazioni. Soltanto i coniugi e i figli minorenni possono entrare nel paese e ricongiungersi ai familiari. Maggiorenni e altri parenti sono esclusi dalla rosa dei “fortunati”. Perché? Non vivono forse la stessa sofferenza? Se si guarda ai bambini la situazione forse è anche peggiore. I minori non accompagnati, non hanno il diritto di richiamare alcun familiare, neanche i genitori. Non bastano, dunque, i traumi di una guerra, di una fuga, dell’arrivo in un paese straniero di cui non si conosce neanche la lingua. A ciò si aggiunge anche la distanza dai propri cari, la consapevolezza di non poterli vedere e l’incertezza circa il loro futuro o la loro stessa vita. E i diritti umani?

La domanda è: si può fare qualcosa in più? Forse sì. E allora ci si chiede perché un paese come la Gran Bretagna, fondato su determinati valori e principi e con una capacità economica tale da potersi permettere uno sforzo maggiore, si tiri indietro, voltando le palle agli alleati europei proprio quando ve n’è bisogno, ma anche compromettendo quell’immagine di garante dei diritti che si è costruita nel corso dei secoli. Un Regno Unito che sembra voler prendere sempre di più le distanze dall’Europa al fine di proteggere i propri confini. Ma fino a che punto si può arrivare prima che un simile atteggiamento diventi controproducente? No è più solo una questione di Brexit o non Brexit; si corre il rischio di mettere in discussione valori fondamentali della Nazione, con le relative ripercussioni che ciò può avere in termini di stabilità interna.

 

Paola Fratantoni

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Ciclone Le Pen: verso la fine dell’Europa Unita?

EUROPA/POLITICA di

La Francia tira un sospiro di sollievo. Il ballottaggio per le amministrative ha, infatti, messo fuori gioco il Front National (FN) di Marine Le Pen, che si era affermato vincitore al primo turno. L’estrema destra francese non riesce ad ottenere nessuna regione, sette invece vanno ai repubblicani e cinque ai socialisti. Ma c’è un rovescio della medaglia: al primo turno il FN ottiene 6 milioni di voti; in occasione del ballottaggio il numero sale a 6,7 milioni, circa l’11,6% in più. Questi dati mettono, dunque, in evidenza come qualcosa stia cambiando nell’elettorato francese e repubblicani e socialisti abbiano un reale avversario da combattere. Come già reso noto dalla leader dell’estrema destra, Marine Le Pen, questa sconfitta non arresterà la loro corsa e le presidenziali del 2017 sono tutto fuorché un sogno irrealizzabile.

Su cosa punta il FN e perché è così tanto temuto?

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Prima i Francesi e la Francia. In una società multietnica e multiculturale come quella francese, l’estrema destra vuole difendere in primis gli interessi della Nazione e dei suoi cittadini. Ciò inevitabilmente si scontra con le tematiche legate all’immigrazione, nei confronti della quale la Francia ha solitamente assunto posizioni meno rigide rispetto ad altri paesi europei. La signora Le Pen propone cambiamenti. Rivedere Schengen e aumentare i controlli, ridurre l’immigrazione clandestina, ma anche diminuire l’immigrazione legale e i servizi di assistenza gratuita anche per coloro non provvisti di permesso di soggiorno.

Una maggiore chiusura verso l’esterno, da un lato; dall’altro, rivalorizzare la posizione della Nazione nel mondo. Dichiaratamente euroscettica, Marine Le Pen evidenza i difetti e i limiti di istituzioni come l’Unione Europea, che con la loro tecnocrazia “tarpano le ali” alle nazioni. Una forza centrifuga che vorrebbe portare la Francia fuori dall’UE, così come dalla NATO, liberandosi dai vincoli che queste unioni comportano e ripristinando l’indipendenza politica e diplomatica della Nazione.

Immune alle accuse di fascismo e di un populismo xenofobo e anti-europeo, la Le Pen ha tutta la grinta e la determinazione per poter essere un avversario scomodo. Non solo. Ha anche quei sei milioni e passa di voti. Quei Francesi che hanno scelto un partito d’estrema destra che parla meno di comunità e altruismo, e più di cosa serva ora e praticamente per ripristinare la sicurezza e la stabilità che gli attentati degli ultimi mesi hanno portato via.

Posizioni categoriche, dunque, che spaventano l’attuale classe politica francese ma mettono in allarme anche altri paesi europei, dove negli ultimi anni partiti di stampo estremista ed euro-scettico hanno trovato maggior consenso. Parliamo dell’UKIP in Gran Bretagna, forte sostenitore della Brexit, o della Lega Nord in Italia, incline all’uscita dall’Euro e ad una modifica dell’Unione. Persino la Polonia, uno dei paesi più coinvolti nelle politiche comunitarie vede la vittoria degli euro-scettici di Diritto e Giustizia, privando l’Unione di uno dei suoi più forti sostenitori.

E’ evidente, dunque, come quella francese non sia una voce singola nello scenario europeo, ma faccia parte di quelle forze che dell’Europa Unita non vogliono neanche sentire il nome. E di certo gli avvenimenti recenti non hanno aiutato a cambiare questa idea, anzi. Hanno rafforzato le posizioni di chi si sente disilluso dall’Unione, un’Unione che c’è sulla carta ma pecca di efficienza e razionalità. Un’Unione sempre più legata alle decisioni (e agli interessi) della Germania. Un’Unione che non riesce a garantire la sicurezza dei propri membri e le cui politiche rigorose hanno di fatto inasprito la crisi economica rendendo sempre meno appetibile l’UE.

Ecco, dunque, perché si teme la Le Pen. Perché ha la forza e la volontà per assumere quel ruolo trainante ed innescare un effetto a catena tra le forze anti-europee, creando un fronte comune che possa spingere ad una modifica radicale dell’Unione. I primi passi sono già stati mossi. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, annuncia un piano comune con Marine Le Pen per la revisione dei trattati europei, da quello di Maastricht a Schengen. In attesa del vertice di Milano a gennaio, che vedrà uniti tutti i partiti euroscettici dei vari paesi per formulare insieme una proposta alternativa all’Europa attuale.

Sembra, dunque, che lo scetticismo nei confronti dell’Unione continui ad aumentare, seppure manchi ancora un’unità d’azione. La Francia di Le Pen potrebbe assumere questa leadership e portare i partiti anti-europeisti a giocare un ruolo di primo piano sullo scenario nazionale ed internazionale. Il contesto geopolitico sta cambiando: le minacce e la paura crescono, l’insoddisfazione e la volontà di fare di più pure. L’Unione Europea deve trovare una risposta a questi cambiamenti, adattarsi al nuovo ambiente e alle esigenze della sua popolazione. Le alleanze occasionali ai ballottaggi non sono la soluzione. Come insegna Clausewitz, “la tattica senza strategia è il rumore che precede la sconfitta”.

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Roma: Tavola Rotonda su Infrastrutture in Iran

BreakingNews/EUROPA di

Focus sulle infrastrutture iraniane oggi all’Ance, dove si tiene una tavola rotonda organizzata dalla Farnesina insieme all’Agenzia Ice e alla stessa Associazione nazionale costruttori edili. Ai lavori, aperti dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, partecipano i vertici di Ance, Ice, Sace e Confindustria insieme a una delegazione iraniana di alto livello, guidata dal vice ministro delle Strade e dello Sviluppo Urbano e Presidente delle Ferrovie Iraniane, Mohsen Pour Seyed Aghaei. Con lui, Ali Nourzad, vice ministro delle Strade e dello Sviluppo Urbano e amministratore delegato della Cdtic – Construction and Development of Transportation Infrastructures, e Alimorad Akbari, vice ministro dell’Agricoltura, responsabile per le risorse idriche e il territorio. La delegazione di Teheran comprende 4 ministeri – Strade e sviluppo urbano, Salute ed Educazione, Agricoltura ed Energia – e 9 agenzie governative iraniane.

Per la prima volta, oltre 150 imprese della filiera delle costruzioni italiana possono condividere a 360 gradi i programmi nel settore delle costruzioni/infrastrutture previsti dal governo iraniano per i prossimi anni.

L’Italia si sta muovendo verso l’Iran con una grande azione di sistema, con la Farnesina che lavora in raccordo con il ministero dello Sviluppo Economico, Confindustria, Sace, Simest e banche. La “Tavola Rotonda sulle Infrastrutture Iraniane” fa seguito alla missione compiuta a Teheran lo scorso agosto dal ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, insieme alla collega dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Poche settimane fa, inoltre, si e’ svolta nella capitale iraniana un’imponente missione di sistema guidata dal vice ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, con oltre 300 imprese italiane impegnate in settori di punta, come l’automotive, biomedicale, materiali per l’edilizia ed energie rinnovabili. Il governo italiano ha voluto imprimere un forte contenuto alla linea politica chiara e coerente a sostegno della nuova fase dei rapporti tra la comunita’ internazionale e l’Iran, a seguito degli sviluppi positivi del negoziato nucleare.
Oggi e’ la volta del settore delle costruzioni e infrastrutture, nell’ambito del quale Teheran prevede investimenti rilevanti per l’ampliamento e l’ammodernamento della rete ferroviaria, oltre alla rete autostradale, del tutto insufficiente al traffico generato in un paese di oltre 80 milioni di abitanti. Il governo iraniano intende inoltre attrarre investimenti rilevanti anche nei porti e negli aeroporti, cosi’ come nel settore ospedaliero, facendo un ricorso massiccio anche agli investimenti esteri.

Gran Bretagna, gli inglesi e l'Europa

EUROPA di

In un momento d’allarme in Europa, la Gran Bretagna riprende il dibattito circa la sua permanenza o meno all’interno dell’Unione Europea. Il paese appare diviso a metà. Gli ultimi sondaggi riportano la maggioranza dei votanti favorevoli alla “Brexit” -l’uscita del paese dall’UE-, mentre solo il 47% appoggia la membership. Altrettanto spaccata è la classe politica, con il partito indipendentista (UKIP) che preme per la scissione ed un Primo Ministro che tenta di negoziare condizioni più favorevoli. Il tutto in attesa del referendum di fine 2017, che darà modo al popolo britannico di esprimere la propria opinione.

La nazione al di là della Manica ha sempre goduto di una posizione particolare nel continente, vicina sì alle dinamiche europee, ma contemporaneamente isolata abbastanza da esserne protetta. Da un punto di vista politico, la Gran Bretagna fa parte dell’UE, sebbene non ne condivida tutti gli aspetti. La sterlina ha avuto la meglio sull’euro; il trattato Schengen, invece, non arriva oltre Callais. Non solo. Pur mantenendo una posizione economica forte, Londra ha fallito nel giocare un ruolo leader nel continente, obiettivo più spesso tentato (e realizzato) da Francia e Germania. Eppure, la National Security Strategy sottolinea la volontà di mantenere un ruolo di guida a livello regionale ed internazionale.

Sorge, quindi, spontanea una domanda: che cosa vogliono di preciso gli inglesi? 4 le richieste di Cameron. In primis, il riconoscimento di un’Unione multi-valuta, al fine di tutelare maggiormente gli interessi dei paesi non aderenti alla moneta unica. Secondo, l’abolizione di regole e limiti inutili che frenano la crescita e la competitività del mercato europeo. Terzo, maggiore sovranità (per tutti i parlamenti nazionali), conferendo il diritto di non aderire a determinate riforme o politiche (opzione opt-out). Infine, maggiori controlli sull’immigrazione e concessione di benefici agli stranieri solo dopo 4 anni di residenza nel paese.

Pretese comprensibili? Analizziamo tre aspetti principali, che sintetizzano ciò che l’Europa rappresenta per la Gran Bretagna.

  • La GB gode dei benefici di un mercato singolo basato sulla libera circolazione di beni, servizi e capitali. Ciò facilita l’esportazione dei prodotti inglesi a prezzi competitivi, aspetto che risulterebbe compromesso qualora scegliesse di lasciare l’Unione. In quest’ottica, il paese non sarebbe più vincolato dalla legislazione europea vigente, ma molti stati potrebbero trovare più conveniente concludere affari con i “fratelli” del blocco europeo.
  • Nonostante difetti o debolezze interne, l’Unione Europea rappresenta –o almeno dovrebbe- la “voce d‘Europa”. Esserne membro significa avere a disposizione un mezzo per esprimere i propri punti di vista e proteggere gli interessi nazionali, facendosi portavoce di quelli comuni. Essere escluso da questo circolo porterebbe il Regno Unito ad essere una voce isolata, un outsider, a perdere contatto con la realtà europea e la possibilità di assumere la leadership del continente.
  • Una politica di difesa comune che dovrebbe garantire maggior efficacia rispetto all’azione dei singoli stati. Ma c’è un rovescio della medaglia: pur non aderendo agli accordi di Schengen, la libera circolazione impone alla Gran Bretagna di applicare meccanismi di controllo più semplici per chi viaggia dai paesi UE (es. non è richiesto il visto). Sin dalla fine della guerra nei Balcani, l’abolizione delle barriere ha facilitato il trasporto di armi. Oggi, la storia si ripropone, aggiungendo alle armi, la circolazione di cellule terroristiche, dotate di passaporti europei e libere di spostarsi di paese in paese bypassando ogni tipo di controllo. All’indomani degli attentati di Parigi, diversi membri UE hanno messo in dubbio questo regime.

Quale sarà, dunque, la scelta inglese? Potrebbe verificarsi una tendenza verso l’isolazionismo, per cercare sicurezza e benessere economico al di fuori del blocco europeo. Ma può bastare a garantire un futuro più sicuro alle isole britanniche? Molti dubbi a riguardo. Focolai di tensione e pericoli sono già radicati nella società inglese, UE o no. E farsi carico di una battaglia politica, economica e sociale da soli potrebbe essere meno semplice di quanto sembri. Dall’altro lato, potremmo assistere ad una GB che, forte delle concessioni ottenute, si impegna per rafforzare l’Unione e assumere le guida di un continente che sembra aver perso orientamento e compattezza. Altrettanti dubbi. Quello di Cameron sembra più un ennesimo tentativo di rimanere con un piede dentro ed uno fuori. “Yes, but…”, un atteggiamento non nuovo a Downing Street.

Ma è giusto in un’istituzione di 28 membri assecondare gli interessi di un singolo come condizione chiave per mantenerne l’adesione? Se Londra può avere condizioni particolari allora anche Budapest, Madrid o Praga ne hanno diritto. E qual è il senso di un’Unione se ognuno vi partecipa solo nella misura in cui più gli giova?

Paola Fratantoni

Daesh: da Parigi a Maiduguri

EUROPA/Medio oriente – Africa di

L’attacco terroristico a Parigi del 13 novembre ha reso evidente come lo Stato Islamico sia un pericolo anche dentro i confini occidentali. Aldilà di Siria e Iraq, dove ha sede il Califfato, è l’Africa il luogo più colpito dal terrorismo islamico. I fatti degli ultimi quindici giorni ne sono l’ulteriore riprova.

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Sono oltre 83 gli attentati in tutto il mondo dal giugno 2014 ad oggi, riporta il quotidiano francese Le Monde. Oltre 1600 le vittime. Raqqa (Siria) e Maiduguri (Nigeria) le città più colpite. Dal marzo 2015, data dell’affiliazione del gruppo nigeriano Boko Haram al Califfato, le azioni terroristiche nel continente africano sono aumentate a dismisura. Così come le varie sigle che, dal Mali all’Egitto, colpiscono in nome dell’Isis.

Dopo i 129 morti di Parigi, altri se ne sono aggiunti da novembre ad oggi:

Mali: Oltre 20 le persone uccise a seguito di un raid compiuto da un commando jihadista lo scorso 20 novembre all’hotel Radisson di Bamako. Un blitz delle forze speciali francesi e statunitensi ha permesso la liberazione dei circa 150 ostaggi sopravvissuti. Dopo l’arresto di due sospettati, la risposta delle cellule terroristiche locali non si è fatta attendere con l’attacco alla base ONU di Kidal nel nord del Paese, in cui sono morte 3 persone.

Egitto: Due azioni terroristiche. La prima, il 24 novembre, quando un doppio attacco kamikaze, compiuto in un hotel del Sinai del Nord che ospitava alcuni presidenti di seggio, ha portato all’uccisione di 4 persone. La seconda, il 28 novembre, a Giza, quando alcuni terroristi hanno sparato contro un checkpoint, uccidendo 4 poliziotti.

Nigeria: Prima una stazione dei camion, poi una processione sciita. Sono questi i due obiettivi presi di mira dai miliziani di Boko Haram nello Stato di Borno, vicino alla capitale Maiduguri. Rispettivamente oltre 35 e 32 i morti.

Camerun: Quattro differenti azioni kamikaze da parte di altrettante ragazze hanno portato all’uccisione di almeno 5 persone a Fotokol lo scorso 21 novembre.

Tunisia: 13 morti a seguito di un attacco bomba contro l’autobus della guardia presidenziale avvenuto lo scorso 24 novembre a Tunisi. Così come nelle azioni al Museo del Bardo e nella spiaggia di Sousse dello scorso giugno, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato.

 

Giacomo Pratali

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#OpParis: Anonymous sfida l’ISIS

EUROPA/Varie di
 Dopo gli attacchi del 13 Novembre, Anonymous, come già accaduto per Charlie Hebdo, ha dichiarato guerra ai terroristi. Dopo un paio di giorni in rete l’annuncio di aver oscurato circa 5.000 account e smascherato un reclutatore. Ma circolano dubbi sull’efficacia della campagna.
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A LA  (CYBER)GUERRE: #ExpectUS

Anonymous, il famoso collettivo di hacktivisti, dopo gli attacchi di Parigi aveva diffuso un video in cui dichiarava che sarebbe sceso in campo “per difendere i nostri valori e la nostra libertà siamo sulle tracce degli appartenenti ai gruppi terroristici responsabili degli attacchi, non ci fermeremo, non dimenticheremo, e faremo tutto il necessario per porre fine alle loro azioni”.

Iniziava #OpPARIS che in una settimana ha portato alla chiusura di migliaia di account e l’identificazione di personaggi collegati al mondo della jihad, nonché l’identificazione di potenziali obiettivi e date di prossimi attacchi in Francia e in Italia.

Inoltre Anonymous avrebbe avviato una serie di attacchi di massa contro provider con la tecnica del Denial of Service, saturando i siti e rendendoli di fatto inutilizzabili.

Accanto ad Anonymous, che non e’ un’organizzazione singola ma una rete di hacktivisti che si identificano dietro la famosa maschera di Guy Fawkes, e’ scesa in campo anche il Ghost Security Group, un gruppo nato all’interno di Anonymous e successivamente resosi indipendente, che dichiara:  “Le nostre operazioni informatiche raccolgono dati relativi a minacce effettive e potenziali, statistiche avanzate, strategie offensive e di sorveglianza e offriamo una conoscenza del contesto attraverso una vigilanza senza sosta del “territorio digitale”.

I due gruppi sembrano operare parallelamente, quindi, con Anonymous che attacca aggressivamente i siti dei terroristi per bloccarli e sottrarre informazioni e il GSG che invece si concentra sulla galassia di Twitter.

LA RISPOSTA DELLA (CYBER)JIHAD: #Idiots!

Risposta aggressiva da parte degli hacker di ISIS: “Gli hacker di Anonymous minacciano in un video di compiere attacchi massicci contro lo Stato Islamico (idioti)”.

E dopo qualche giorno rilasciavano sull’APP Telegram, utilizzata per lo scambio di messaggi criptati, una guida per difendersi dagli hacktivisti, intercettata e diffusa dal Centro per lo Studio del Radicalismo di Londra.

Cinque le regole auree del cyberjihadista:

  1. Non aprire nessun link se non sei sicuro della fonte;
  2. Usa una vpn e cambia il tuo IP costantemente per ragioni di sicurezza;
  3. Non parlare con chi non conosci su Telegram e bloccali se possono rintracciarti a causa della tua attività ;
  4. Non parlare su Twitter perché possono hackerarti;
  5. Non usare la tua #email come #username su twitter: questo errore e’ costato a molti Ansar (Combattenti della fede, NdR) il loro account e i Kuffir (Infedeli, NdR) hanno pubblicato i loro IP quindi fate attenzione;

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=oZPucyvPiwc

IL FRONTE DEGLI SCETTICI: #Wronglynamed

Mentre la battaglia a colpi di bit, tweet e account infuria, alcuni ne mettono in dubbio l’efficacia. Secondo il quotidiano britannico “The Indipendent”, in alcuni casi gli account chiusi sono di persone del tutto estranee, colpite per errore. In un intervista alla BBC, un hacktivista (che la testata inglese descriveva come probabilmente italiano) dichiarava che gli errori sono possibili anche se prima di ogni attacco si cerca di accertarne il coinvolgimento nella rete terroristica.

Più radicale l’opinione di un ex-hacker, Fabio Ghioni, che in un’intervista a Lettera 43 ha dichiarato  che gli attacchi di Anonymous sono inutili e superficiali, un’operazione di facciata che non incide sulla capacita’ dei terroristi di comunicare. Molti degli account chiusi, infatti, potrebbero essere solo delle esche diffuse dalle forze dell’ordine per “agganciare” potenziali jihadisti. Mentre, questi ultimi, continuerebbero indisturbati a navigare sul deep web.

Nel frattempo  la notizia, lanciata dall’International Business Times, secondo la quale Anonymous avvertiva della minaccia in Europa domenica 22 Novembre, veniva smentita da un tweet degli stessi hacktivisti, che non sapevano spiegarne la fonte.

Sul web, la guerra continua. E la confusione aumenta.

 

Leonardo Pizzuti

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Leonardo Pizzuti
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