GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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EUROPA - page 41

In autunno grande esercitazione NATO

BreakingNews/Difesa/EUROPA di

Più di 36 mila truppe provenienti da oltre 30 nazioni NATO, tra cui l’Italia con la base di Trapani, e di sette Paesi partner (Ucraina, Svezia, Finlandia, Austria, Australia, Bosnia ed Erzegovina e Fyrom), l’Unione europea, l’Unione africana e diverse organizzazioni umanitarie internazionali, parteciperanno ad una delle più grandi operazioni di simulazione militare NATO dalla fine della Guerra Fredda.
L’operazione SOROTAN si baserà sul fronteggiare una situazione di crisi in Cerasia (una regione fittizia), caratterizzato da instabilità nell’area dovuta ad attacchi terroristici, atti sovversivi, violazioni all’integrità territoriale, deterioramento della situazione umanitaria ed attacchi cibernetici (propaganda tramite media e social networks).
Il  Generale Maggiore Phil Jones, parte del commando Nato che sta organizzando l’esercitazione, afferma che la simulazione era stata pianificata già prima dell’avanzata del Daesh e dell’annessione della Crimea.

UNICEF: emergenza acqua in Ucraina

BreakingNews/EUROPA di

In seguito ad un sopralluogo del Responsabile delle Emergenze nell’Europa Centro-Orientale Robert McCarthy, l’UNICEF ha oggi dichiarato uno stato di crisi nell’accesso all’acqua potabile nell’ Ucraina dell’Est. Le analisi parlano di quasi un milione e mezzo di persone colpite dalla distruzione di circa il 40% dei condotti idrici funzionanti prima del conflitto. In particolare più di 470 mila persone, di cui 118 mila bambini, affrontano seri problemi ad accedere all’acqua potabile nella regione del Luhansk. Il rischio è anche l’aumento delle malattie collegato al consumo di acqua insalubre per via dei mezzi di trasporto utilizzati che risultano essere inadeguati.

Srebrenica: un massacro che compie vent’anni

EUROPA/POLITICA/Varie di

I Balcani sono più di un’espressione geografica, molto di più. Lingue, religioni, simpatie, tradimenti, massacri, contaminazioni e scambi culturali; gli autoctoni e gli arrivati da lontano; il latino, il cirillico e l’ellenico.Un ventennio, al giudizio di popolazioni che si rinfacciano ancora oggi l’epoca bizantina e i 500 anni di dominazione ottomana, quanta peso storico porta? Un peso inquietante, un macigno se si chiama Srebrenica.

Il premier serbo Vucic è stato contestato con rabbia determinata, lancio di pietre e altri oggetti alla celebrazione dei vent’anni dal massacro. A poco servono le annotazioni bosniache su”disturbatori venuti da fuori”. A che servono, se non a mettere una pezza a un sentore incontrollabile, all’odio che trova a tutt’oggi terreno fertile nell’oblio, nell’impunità, nella latitanza pluriennale dei responsabili, dell’una e dell’altra parte, di quei giorni feroci?

“Sono passati 20 anni dal terribile crimine commesso e non ci sono parole per esprimere rimorso e dolore per le vittime, così come rabbia e rancore verso coloro che hanno commesso questo crimine mostruoso. La Serbia condanna in modo chiaro e senza ambiguità questo crimine orribile” ha scritto Vucic in una nota “ed è disgustata da quanti vi hanno preso parte e continuerà a portarli davanti alla giustizia. La mia mano resta tesa verso la riconciliazione”.

Apprezzabile la partecipazione conciliatoria e l’esperienza diplomatica a 360° del premier serbo da quando è stato eletto, ma manca la definizione di “genocidio” ne dizionario politico serbo di quanto accadde nella guerra di Bosnia. Lo dice Obama, lo dice anche il Presidente Mattarella : “fu genocidio”, dichiarano.

“ Per genocidio s’intendono gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”, secondo la definizione adottata dall’ONU.

Allora, mettiamo insieme quello che di significativo abbiamo per accettare o meno una definizione che poco cambia nel bilancio della storia, ma tanto disturba nella presa delle responsabilità: “Uccidere 50mila musulmani in più non porterebbe a niente. Recupereremo in seguito. La nostra vera priorità è sbarazzarci della popolazione musulmana”, scriveva Ratko Mladic, il boia di Srebrenica nei suoi diari segreti. “I musulmani sono il nemico comune nostro e dei croati, dobbiamo cacciarli in un angolo dal quale non possano più muoversi”.

Le 3500 pagine raccolte in 18 quaderni sono la prova più schiacciante degli intenti sciovinisti di quella elite militare e paramilitare serba che pretese di fornire una sorta di “soluzione finale” adoperandosi in una pulizia etnica bella e buona nel triennio 1992-1995.

Nella cittadina bosniaca di Srebrenica, oltre 8 mila uomini , bambini, giovani e anziani musulmani , venivano uccisi a colpi di mitraglia e poi nascosti in fosse comuni scavate dalle milizie serbo-bosniache del generale Ratko Mladić quel 11 luglio 1995. Un massacro passato alla storia come la più grave carneficina in Europa dai tempi della Seconda Guerra mondiale.Secondo i dati ufficiali, i morti fuorono 8372, secondo altre fonti si tratterebbe di circa 10mila persone.

Cosa significa un ventennio dal massacro di Srebrenica? Significa l’identificazione in corso di morti ancora senza nome.

Accordo nucleare Iran: i dubbi e i sospiri di sollievo

A Vienna, Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Cina, Russia firmano lo storico accordo con l’Iran. L’utilizzo per scopi civili e non militari dell’uranio arricchito da parte di Teheran fa da contraltare alla fine delle sanzioni e dell’embargo. Le reazioni di Israele e dell’Arabia Saudita, nonché le critiche provenienti dalla stampa statunitense, lasciano perplessità sui futuri sviluppi geopolitici nel Medio Oriente.

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Dopo 16 giorni di negoziati, ieri a Vienna è stata raggiunta la storica intesa tra Usa, Ue, Gran Bretagna Russia e Cina, e l’Iran sul programma nucleare. Un accordo di portata storica, come definito dalle parti in causa. Un’intesa che da una parte punta alla riduzione della produzione di uranio di Teheran per i prossimi 10 anni. Dall’altra, pone fine alle sanzioni e all’embargo per quanto riguarda il commercio. Sebbene ponga, in modo formale, fine a decenni di conflitto con l’Occidente, il cui apice c’è stato durante l’amministrazione di George W. Bush, le reazioni negative da parte di Israele e le contraddizioni con le alleanze di Washington con partner del Medio Oriente, Arabia Saudita su tutti, suonano come un campanello d’allarme per la comunità internazionale.

Prendendo spunto dall’intesa dello scorso 3 aprile, l’accordo messo nero su bianco dal ‘5+1’ consta di quattro punti fondamentale. Il taglio del 98% delle scorte di uranio arricchito. L’utilizzo delle centrifughe ridotto a due terzi. La possibilità, non automatica, degli ispettori di Alea di effettuare ispezioni presso gli impianti nucleari iraniani, dietro il consenso del tribunale arbitrario formato dagli stessi Paesi che hanno sottoscritto l’accordo. La graduale riduzione dell’embargo sulle armi entro i prossimi cinque anni. La risoluzione Onu in materia è prevista la prossima settimana, quando si riunirà il Consiglio di Sicurezza.

Punti che mirano al nocciolo della disputa tra Usa e Iran: l’utilizzo dell’uranio arricchito per usi civili e non militari. Ma che hanno anche l’intento di creare un corridoio diplomatico privilegiato con il più grande Stato sciita del Medio Oriente, capace di sostenere il regime di Assad in Siria o gli Hezbollah in Libano e determinante nella riconquista dei territori nord-occidentali iracheni, finiti sotto l’ombra del Califfato.

In più, questa intesa consente di aprire un vaso di pandora enorme dal punto di vista del commercio. Basti pensare al petrolio. L’Iran è il quarto produttore al mondo e, con la fine dell’embargo, è pronto ad aumentare la produzione di greggio, con una conseguente diminuzione del prezzo al barile sui mercati internazionali. Inoltre, fino agli anni Settanta, l’Europa era il primo mercato estero per Teheran.

Sono questi aspetti geopolitici ed economici a spingere le dichiarazioni entusiaste dei protagonisti dell’accordo di Vienna. Il presidente Usa Obama ha affermato che “grazie all’accordo, la comunità internazionale potrà verificare che l’Iran non sviluppi l’arma atomica. È un accordo che non si basa sulla fiducia ma sulla verifica”. E si è detto pronto a porre il veto, presso il Congresso, nel caso in cui i repubblicani “si opponessero all’attuazione della legge”, ha ammonito il capo della Casa Bianca.

“Penso che questo sia un momento storico: l’accordo non è perfetto ma è il migliore che potevamo raggiungere”, ha affermato il ministro degli Esteri iraniano Zarif. Mentre il presidente Rohani ha incalzato dicendo che “nessuno può dire che l’Iran si è arreso. L’accordo è una vittoria legale, tecnica e politica per l’Iran, che non sarà più considerato una minaccia mondiale”.

Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione Europea, parte attiva dei negoziati, parla di “nuovo capitolo nelle relazioni internazionali”, mentre per il presidente russo Putin “il mondo tira un grosso sospiro di sollievo”.

Il coro, però, non è stato unanime presso tutta la comunità internazionale. Come prevedibile, la reazione di Israele non si è fatta attendere: “ È un errore di portata storica – ha tuonato il presidente Netanyahu al telefono con Obama-. Questo accordo minaccia la sicurezza di Israele e il mondo intero. Quanto avete concordato con l’Iran gli consentirà di avere armi nucleari entro 10-15 anni se rispetteranno l’accordo. Altrimenti, anche in minor tempo”. Mentre un funzionario del governo dell’Arabia Saudita denuncia la possibilità che l’Iran possa “devastare la regione”.

Le contraddizioni in seno all’accordo, come la contemporanea alleanza degli Stati Uniti con la coalizione saudita nello Yemen contro gli Houtii (fazione sciita appoggiata da Teheran), portano dietro di sè una strategia di ben più ampio respiro. La chance data dagli Stati Uniti e i suoi alleati più che all’Iran è diretta alla società civile iraniana. L’apertura verso l’esterno e un’auspicabile e sempre più progressiva responsabilizzazione della classe politica dirigente, potrebbe portare al ritorno al dialogo e alla distensione tra gli sciiti e i sunniti del Medio Oriente. Questo nuovo equilibrio potrebbe essere un’arma efficace contro l’espansionismo dello Stato Islamico.

I critici sull’accordo non mancano, come detto. Negli Stati Uniti, aldilà del Partito Repubblicano, è stata parte della stampa stessa a sollevare ben più di un’ombra. Sul Wall Street Journal, ad esempio, l’editoriale di Bret Stephens tuona dicendo che “l’accordo fa acqua da tutte le parti” e che difficilmente la politica estera iraniana cambierà. Anzi, l’intesa di Vienna potrebbe rivelarsi un boomerang per gli Stati Uniti.

Giacomo Pratali

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Immigrazione: 150mila sbarchi nel 2015

EUROPA di

In Italia sono arrivati 7000 migranti in più rispetto al 2014. In Grecia siamo arrivati a quasi 76mila. Il numero dei morti nel Mediterraneo è salito a 1900, nonostante Frontex sia riuscita ad arginare, in parte, l’emergenza. L’Oim certifica questa emergenza attraverso i numeri.

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Gli oltre 700 migranti sbarcati sulle coste della Sicilia nell’ultimo weekend sono solo l’ultimo campanello d’allarme di una crisi che riguarda l’Italia e la Grecia. I dati diffusi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), in collaborazione con il Ministero degli Interni italiano, certificano un tragico esodo in continua evoluzione e un numero di morti destinato a crescere nei prossimi mesi.

I numeri diffusi da Oim parlano chiaro, tuttavia l’organizzazione non governativa precisa che “L’arrivo di 150.000 migranti in Europa è sicuramente un dato significativo ma assolutamente non eccezionale, considerando che gli europei sono complessivamente più di 500 milioni. Secondo l’OIM, non bisogna considerare questo fenomeno come “un’invasione”, soprattutto se si prende in considerazione ciò che accade al di fuori dei confini dell’Unione Europea”.

Secondo il report, i migranti arrivati in Europa via mare nel 2015 sono stati oltre 150mila: 74mila in Italia (circa 7000 in più rispetto ad un anno) e quasi 76mila in Grecia (sei volte in più rispetto al 2014). Ma è il numero dei morti, 1900, ad essere più che raddoppiato rispetto al 2014. Cifra che è tuttavia diminuita da maggio 2015 in poi, grazie all’intervento sistematico di Frontex nel Canale di Sicilia. La provenienza dei migranti per l’Italia è: Eritrea (18,676), Nigeria (7,897), Somalia (6,334), Siria (4,271), Gambia (3,593) e Sudan (3,589).

Rispetto all’Italia, è il caso della Grecia a destare più scalpore. Perchè, se il bel Paese storicamente è abituato a ricevere un importante flusso migratorio, lo Stato ellenico vive questa notevole ondata migratoria come una novità e il contesto di crisi economica non facilita l’accoglienza dei migranti. Un aumento, soprattutto attinente ai profughi siriani ed iracheni, spiegabile con la maggiore praticabilità della tratta dalle coste della Turchia alle isole del Mar Egeo, piuttosto che la rotta che porti prima in Libia e poi in Italia attraverso un ben più lungo transito in mare aperto.

I numeri relativi ad Atene parlano chiaro: “Secondo i dati della Guardia Costiera greca – recita ancora la nota dell’Oim -, i migranti che hanno solcato il Mar Egeo nei primi 6 mesi del 2015 sono stati circa 69.000. Nel corso del mese appena conclusosi, si stima che siano arrivate circa 900 persone al giorno. In sette giorni, dal 1 al 8 luglio 2015, i migranti che hanno attraversato l’Egeo sono stati 7.202. I principali paesi d’origine sono Siria e Afghanistan”.

L’Oim è presente nei punti di sbarco sia in Italia sia in Grecia. Ciò permette a questa organizzazione di fotografare in modo lucido il quadro generale: “Le rotte cambiano, così come la composizione dei flussi, ma i numeri continuano a salire”, afferma Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di coordinamento dell’OIM per il Mediterraneo.

Un sforzo davvero europeo quindi è auspicabile: “L’emergenza è umanitaria a causa delle drammatiche condizioni in cui si vengono a trovare i migranti – continua Soda – e sarebbe certamente più gestibile se tutti i paesi coinvolti collaborassero di più tra di loro e dessero risposte più esaurienti e strutturate. Non esiste una soluzione facile e immediata per questo fenomeno, perché è il frutto di circostanze politiche, sociali ed economiche”, conclude il rappresentanti di Oim.
Giacomo Pratali

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Turchia: Nuovo Pignone si aggiudica contratto da 70 mln per gasdotto Tanap

BreakingNews/ECONOMIA/Energia/EUROPA di

L’azienda fiorentina Nuovo Pignone, capofila della divisione Oil and Gas della multinazionale americana General Electric, si è aggiudicata un contratto da 70 milioni di euro per la fornitura delle prime due stazioni di compressione del Tanap, il gasdotto trans-anatolico che con i suoi 1.850 chilometri di tubature porterà il gas del Caspio fino in Europa tramite la connessione con il Tap.

Questo contratto  segna un nuovo importante successo dell’Italia in un settore, quello energetico, su cui la Turchia sta investendo ingenti capitali, con l’obiettivo di trasformare il Paese nel principale snodo di transito di gas naturale nel Mediterraneo.

Istigazione alla Jihad: in manette un 25enne di Pisa

BreakingNews/EUROPA di

Jalal El Hanaoui, di origini marocchina e residente in Italia da 17 anni, è stato arrestato questa mattina. È accusato di propaganda islamista attraverso il suo profilo Facebook. L’arresto è stato predisposto dal Gip di Firenze. Gli inquirenti sospettano che l’uomo non fosse il solo a tentare di fare proselitismo attraverso la rete.

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Jalal El Hanaoui, 25 anni, cittadino di origini marocchine residente a Ponsacco (Pi), è stato arrestato la mattina di lunedì 6 luglio con l’accusa di propaganda e istigazione alla Jihad. Oltre al ragazzo, in Italia da 17 anni, la Digos della Questura di Pisa è al lavoro per rintracciare un’eventuale rete jihadista collegata all’uomo arrestato. A predisporre la custodia cautelare, invece, il Gip di Firenze. Mentre l’operazione è stata diretta dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Firenze.

Nella conferenza stampa tenutasi nella Procura di Firenze, gli inquirenti hanno illustrato le azioni di El Hanaoui, disoccupato e appassionato di internet. Dall’istigazione alla Guerra Santa attraverso il proprio profilo Facebook, con frasi come “ha successo chi muore martire. Chi cancella i peccati versando il sangue entrerà in paradiso profumato”. Alla pratica di proselitismo verso amici e non. Fino ad essere l’amministratore di tre gruppi sulla religione islamica.

Il quadro attorno a El Hanaoui appare completo. In più, nella casa dell’arrestato, gli uomini della Digos hanno sequestrato tre cellulari ed un computer. L’uomo, infine, ha al suo attivo alcuni precedenti penali per spaccio.

 

Giacomo Pratali

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Turchia: è seconda tra Paesi emergenti per investimenti in infrastrutture

BreakingNews/ECONOMIA/EUROPA di

Con 17 nuovi progetti, la Turchia figura al secondo posto per investimenti in infrastrutture fra i 139 Paesi emergenti. E’ quanto emerge da un rapporto della Banca mondiale, che sottolinea come le Turchia si trovi dietro il Brasile ma davanti a Perù, Colombia e India.

Nel 2014 questi cinque Paesi hanno attratto complessivamente 78 miliardi di dollari, ovvero il 73% del totale degli investimenti affluiti in tutti i Paesi emergenti. Le riforme del 2008 hanno influenzato positivamente gli investimenti energetici in Turchia: sono stati investiti 4,3 miliardi di dollari per le centrali termoelettriche di Kemerköy e Yeniköy; 1,1 miliardi di dollari per la centrale termica di Yatağan e 350 milioni dollari per quella di Çatalağzı.

Inoltre, anche i progetti per le infrastrutture del sistema di trasporti turco hanno avuto un ruolo da protagonista, con 1,1 miliardi di dollari per il porto di Salipazari e 2,9 miliardi di dollari per il terzo ponte del Bosforo e per il progetto autostradale della zona del Nord Marmara. I dati del report della Banca mondiale coprono un periodo dal 1990 al 2014 e hanno preso in considerazione più di 6.000 progetti tra i 139 Paesi emergenti.

Fonte: Ministero Affari Esteri Italiano

Cooperante italiano ferito, nessuno lo attendeva in Kurdistan

Alessandro De Ponti, attivista italiano di 23 anni, ferito dalla polizia di confine mentre tentava di attraversarlo dalla Turchia alla Siria era partito da Treviglio con l’idea di sostenere la resistenza dei Peshmerga Curdi come cooperante.

Nostre fonti  in loco vicine al governo Curdo  però smentiscono ci fosse nessun legame con il giovane, e affermano che “nessuno lo conosce, ha fatto tutto testa sua, come uno che non sa che sta nel mezzo di una guerra”

Non è chiaro quindi quali fossero le reali intenzioni del giovane ‘attivista italiano che è in stato di fermo a Erbil dalle autorità curde che stanno procedendo agli accertamenti del caso.

Il caso rimarca quanto sia importante una maggiore attenzione alla verifica delle attività estere delle varie associazioni di volontariato e che siano certificate per l’operatività in aree a rischio e in qualche modo possano garantire l’incolumità dei propri operatori certificandosi presso il ministero degli esteri e con corsi di formazione specifici.

Alessandro Conte

Immigrazione: 2900 persone salvate

BreakingNews/EUROPA di

Circa 2900 persone salvate in 21 operazioni nel tratto di Mediterraneo dalla Sicilia alla Libia. È questo il bilancio delle missioni coordinate dalla Guardia Costiera e dal Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture di Roma.

Ad intervenire in maniera attiva, nell’ambito dell’operazione Triton, coadiuvata dall’Unione Europea, CP906 Nave Corsi e 2 motovedette classe 300 della Guardia Costiera, e una nave militare spagnola. Impegnate nei soccorsi anche Nave Euro della Marina Militare Italiana, un’unità della Guardia di Finanza, un’unità militare inglese e una irlandese, e la Nave Phoenix del Moas, ormai interlocutore indispensabile per le autorità italiane nei tanti salvataggi effettuati da Aprile ad oggi.

Redazione
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