GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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EUROPA - page 41

La lezione realista sulla crisi ucraina

EUROPA di

I negoziati di Minsk del 12 febbraio scorso, accolti dalla diplomazia europea e statunitense come un primo passo indispensabile verso l’auspicata soluzione della crisi ucraina, hanno messo a nudo il fragile accordo sul quale dovrebbero reggersi le sorti delle future relazioni est-ovest. Difficilmente la lunga linea di “faglia” che attraversa l’Europa e divide l’Ucraina in due fronti contrapposti, uno occidentale e uno ortodosso, avrebbe potuto essere più evidente. E non solo perché, ancora oggi, continua a grondare di sangue, ma perché è la storia stessa del paese a rimarcare le divisioni e i conflitti che lo hanno a lungo forgiato. Se da un lato secoli di difficile integrazione tra cultura occidentale e cultura slava hanno rappresentato, in seguito all’indipendenza dall’Unione Sovietica, un ostacolo insormontabile alla costruzione della nazione, dall’altro va rilevato come oggi, purtroppo, in Ucraina non esista più nemmeno lo Stato.

Per questi motivi, una corretta interpretazione degli accordi di Minsk, alla luce dei possibili scenari che si aprono per il paese e per i rapporti tra Usa, Ue e Russia, non può che passare per la constatazione del consumato fallimento della nazione e della attuale difficoltà della leadership ucraina a mantenere l’integrità dello Stato. L’esito del lungo e laborioso negoziato, che di fatto ha ripreso le coordinate generali dell’accordo già stilato a settembre, limitandosi ad entrare più in dettaglio su alcuni punti nevralgici, è stato quello di limitare temporaneamente la violenza e non di eliminarla, come confermano le ultime notizie dal fronte orientale di Donetsk e Mariupol. Nonostante gli accordi contemplassero almeno la fissazione del cessate-il-fuoco, la liberazione dei prigionieri, il ritiro delle armi pesanti e di tutte le truppe straniere e mercenarie dal suolo ucraino, allo stato attuale l’Osce, che secondo il punto 2 del documento avrebbe dovuto supervisionare con il sostegno delle parti interessate il processo di ritiro delle armi pesanti, non ha ancora avuto accesso alla zona dell’aeroporto di Donetsk, controllata dai separatisti filo-russi.

Sul piano strategico, le lacune, o se vogliamo le ambiguità più rilevanti, riguardano soprattutto i punti 9 e 11 dell’accordo, dove si parla rispettivamente di «ripristino del pieno controllo sui confini statali da parte del governo dell’Ucraina in tutta la zona del conflitto» e dell’entrata in vigore, entro il 2015, di «una nuova costituzione che abbia come elemento chiave una decentralizzazione», nonché l’approvazione di «una legislazione permanente sul futuro status di singole zone delle regioni di Donetsk e Lugansk».

Al momento, sul ripristino del pieno controllo dei confini statali da parte del governo ucraino è quanto mai lecito dubitare: come è noto, l’accordo tace diplomaticamente sulla pregressa annessione della Crimea da parte di Putin. Ed è proprio su questo silenzio che l’Occidente e la Russia, più o meno consapevolmente, dovranno ridisegnare la nuova mappa geopolitica dell’Europa. Mosca, infatti, ha per ora fornito un’efficace azione preventiva dinanzi allo spettro di un’Ucraina democratica e integrata nell’Ue e nella NATO, salvaguardando i propri interessi strategici nell’area e mantenendo il controllo delle basi militari dislocate sul Mar Nero. La fiacca risposta occidentale, come ha giustamente sottolineato Angelo Panebianco sulle pagine de Il Corriere della Sera, non solo ha aperto una crepa pericolosissima sulle prospettive di stabilizzazione dell’area, ma rischia addirittura di costituire il propellente ideale per tutte le rivendicazioni separatiste delle minoranze filo-russe dalla Bielorussia al Baltico.

Ne consegue che la ricostruzione del futuro assetto territoriale e politico dell’Ucraina non potrà assolutamente prescindere da un accordo preventivo tra Bruxelles, Washington e Mosca sulla collocazione strategica del paese. Se l’ipotesi di una divisione dell’Ucraina in due entità distinte, una filo-occidentale e una filo-russa, pur rappresentando una gravissima sconfitta per Kiev e i suoi alleati, potrebbe consentire ad entrambe le parti di seguire il proprio destino, è evidente che la soluzione federale, timidamente abbozzata a Minsk, necessiti di sforzi ulteriori per essere davvero praticabile. Anche chiudendo un occhio sulla Crimea e presupponendo, ottimisticamente, che si riesca a trovare un compromesso sullo status delle regioni orientali nell’ambito di un assetto federale, resta ancora da sciogliere il nodo dell’allineamento internazionale dell’Ucraina. Qualora dovesse eleggere democraticamente i propri rappresentanti, potrà entrare nell’Unione Europea e nella NATO? Sarà in grado di far fronte alla sua dipendenza economica ed energetica da Mosca?

Qualsiasi tentativo di eludere queste domande rischia di porre un altro mattone sul muro che già separa gli Stati Uniti e l’Europa dalla Russia. Il fatto che Putin continui a percepire questo muro come qualcosa di estremamente reale è confermato dai ripetuti avvertimenti lanciati contro l’allargamento della NATO e il sostegno occidentale ai movimenti democratici ucraini a partire dalla Rivoluzione arancione. Alla fine, la risposta russa è giunta. Il paradosso, se davvero può definirsi tale, sta nelle divisioni e nelle incertezze europee, nel discontinuo impegno americano, nella scarsa lungimiranza delle élites occidentali, le quali, parafrasando John Mearsheimer, nel XXI secolo ritengono di poter soppiantare la logica realista con i principi liberali dello stato di diritto, dell’interdipendenza economica e della democrazia per espandere la libertà e la sicurezza in Europa. Tuttavia, la logica realista non implica necessariamente il ricorso alla forza. Al contrario, presuppone sempre un’adeguata ponderazione degli interessi e delle risorse in campo per evitarla. Esattamente quello che, finora, è mancato.

 

Barbara Pisciotta è professore associato di Scienza politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre, dove insegna Relazioni internazionali e Politica internazionale. E’ autrice di tre volumi e numerosi saggi sugli aspetti interni e internazionali della democratizzazione dei paesi dell’Europa dell’Est.

Il petrolio che seduce i croati

Energia/EUROPA di

Il ministero dell’ambiente italiano ha aderito alla Valutazione ambientale strategica (VAS) transfrontaliera italo-croata sul piano del governo croato per lo sfruttamento di petrolio e gas nell’Adriatico settentrionale.

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“Essere pienamente a conoscenza di quel che si verifica a poca distanza dalle nostre coste, a maggior ragione perché si tratta di interventi energetici con un potenziale impatto ambientale, era per noi un passaggio irrinunciabile”, spiega il ministro Gian Luca Galletti. Che al tempo stesso ammette di aver agito anche “per rispondere a chi in questi mesi aveva temuto che l’Italia fosse semplice spettatrice di ciò che accade nell’Adriatico”. Un passo in avanti importante da parte delle autorità italiane per venire ufficialmente a conoscenza della strategia croata che coinvolge, di fatto, tutti i paesi confinanti bagnati dal mar Adriatico.

Ma da dove nasce l’ambizione del governo di Zagabria alle trivellazioni in cerca dell’oro nero davanti alle coste dalmate?

La recessione degli ultimi 6 anni e la nuova frontiera europea degli affari croati hanno spinto i suoi tecnici a considerare la Croazia in grado di divenire cruciale nelle politiche energetiche della regione. Ivan Vrdoljak, il ministro dell’Energia è il vero artefice della corsa al petrolio: trasformare la Croazia in una “piccola Norvegia” .

Il 2 aprile 2014 l’esecutivo socialdemocratico di Zoran Milanović pubblicava il suo primo bando di esplorazione offshore. Le acque territoriali croate venivano allora divise in 29 blocchi da 1000–1600 km2, quindici dei quali venivano proposti in concessione. La gara si chiudeva nel novembre del 2014 e i risultati venivano annunciati al gennaio del anno in corso. Il 2 gennaio, il governo informava che cinque colossi dell’energia si fossero aggiudicati 10 settori. Si tratta di Marathon Oil, OMV, INA, Medoilgas ed ENI, che potranno esplorare le acque croate nell’Adriatico centrale e meridionale, esattamente di fronte alle isole Incoronate e al largo di Dubrovnik. Il ministro dichiarava che l’ammontare degli investimenti è di circa 523 milioni di euro. L’accordo si prevede possa essere raggiunto e siglato entro il 2 aprile prossimo e l’intera fase delle esplorazioni si aspetta possa durare ben 5 anni.

Contrari al progetto, oltre alle associazioni ambientaliste dell’intera area del Mediterraneo, pare si sia messa anche l’opposizione di stampo conservatore all’attuale governo. Si accusa il progetto di mancata trasparenza e lo si considera potenzialmente dannoso per l’economia del turismo croata, vero traino degli affari croati. Più di 1000 isole che attraggono circa 12 milioni di turisti all’anno sono i numeri ai quali si fa riferimento per mettere dei paletti alle trivellazioni nell’Adriatico.

E poi c’è l’UE. Entro il 2020, la Croazia, facendo riferimento alla direttiva europea sull’efficienza energetica, dovrebbe rinnovare e riadattare (in termini di adeguamento al risparmio energetico) il 20% degli edifici di proprietà statale, con una progressione che prevede il raggiungimento di almeno il 6% entro il primo gennaio 2016. Un obiettivo che, senza un approccio serio, al momento attuale sembra fuori portata.
Ma l’impegno sull’efficienza energetica delle strutture è improrogabile e ha per riferimento il pacchetto legislativo “clima-energia” che la Commissione europea ha assegnato a tutti gli stati membri e che, attraverso la formula 20-20-20, punta al raggiungimento di un traguardo non poco ambizioso: un risparmio energetico del 20%, una riduzione dei gas serra (causa primaria del riscaldamento globale) del 20%, rispetto ai valori del 1990, e un aumento del 20% dell’energia elettrica proveniente da risorse rinnovabili (che probabilmente salirà al 30% entro il 2030 in base alle ultime proposte della Commissione europea).
Ma come farà la Croazia a raggiungere i target se attualmente la percentuale di produzione di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili ha raggiunto solo il 5% della produzione totale? E la corsa al petrolio come meta finale e “soluzione” dei problemi croati, stando a sentire il futuro florido fantasticato dal suo ministro dell’economia?

In questa prospettiva, il governo di Zagabria deve ufficializzare le sue priorità in conformità con gli impegni europei.
Secondo la mappa diffusa dal ministero e riprodotta più volte nelle 450 pagine del suo studio di impatto ambientale, i 29 settori interessati dall’attività petrolifera rasentano tutti i parchi naturali e nazionali della costa croata: l’arcipelago delle Brioni al largo dell’Istria, il Parco naturale di Porto Taier (Telašćica), le celebri Incoronate (Kornati), l’isola di Lagosta (Lastovo) e, appunto, il parco di Mljet.

Sono circa un milione gli italiani che scelgono le coste croate nei mesi estivi. Il sito di petizioni “avaaz.it” ha deciso di rivolgersi proprio a loro per fermare l’azione del governo croato. “Se riusciamo a raccogliere 150.000 firme, potremo fare pressione sul governo di Zagabria”, riassume Francesco Benetti, attivista presso Avaaz.it. Oltre alla versione in croato della petizione, l’azione andrà a espandersi in circuiti europei. “I nostri colleghi tedeschi stanno pensando di pubblicare una petizione identica”, aggiunge Benetti.
Ora, il governo italiano, facendo seguito non solo alle istanze dal basso per la tutela ambientale, ma anche alla partecipazione italianissima di ENI e MEDIOLGAS nel progetto, può finalmente accedere agli atti e prendere posizione. Ci si augura che ciò possa avvenire in tempi utili, ovvero entro la scadenza del 2 aprile prossimo e che sia la migliore delle decisioni.

 

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Ucraina, gli accordi di Minsk scricchiolano

EUROPA di

Merkel, Hollande, Poroshenko and Putin condannano la violazione del cessate il fuoco dopo la presa di Debaltseve da parte dei separatisti. Nel frattempo, è braccio di ferro tra Mosca e Nato, dopo la decisione di Stoltenberg di aumentare le forze di difesa nei Paesi Baltici.

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“Puzza di genocidio”. Queste le parole con cui il 25 febbraio il presidente russo Vladimir Putin ha bollato la decisione del governo ucraino di ridurre le forniture di gas nel Donbass. “Oltretutto, gli osservatori internazionali hanno parlato di catastrofe umanitaria nelle regioni di Donetsk e Lugansk”, ha ribadito.

Tuttavia, nelle ultime 24, per la prima volta dall’inizio dell’anno, in Ucraina non ci sono stati combattimenti. E ,nel rispetto del cessate il fuoco decretato a Minsk il 12 febbraio, le truppe regolari e filorusse dovrebbero ritirarsi dalla cosiddetta zona di sicurezza per almeno 50 chilometri.

Ma il livello di stress tra le parti in causa sta comunque aumentando. Per prima cosa, gli accordi di Minsk sono inconsistenti. L’esercito di Kiev e i separatisti, infatti, hanno continuato comunque a combattere dal 15 al 24 febbraio. In particolar modo, i filorussi sono riusciti a conquistare Debaltseve, importante nodo stradale e ferroviario a metà strada circa tra Donetsk e Lugansk. E, ancora, stanno pensando ad un’offensiva contro Mariupol, cruciale città portuale situata sul Mare di Azov.

In aggiunta, è in corso una guerra psicologia tra Russia e Nato. Nonostante le continue conferenze telefoniche tra Merkel, Hollande, Poroshenko e Putin, concordi nel denunciare le violazioni degli accordi di Minsk soprattutto da parte dei separatisti, la vera disputa in corso è tra Mosca e i membri dell’Alleanza Atlantica.

La recente decisione di Stoltenberg di incrementare le forze di difesa nei Paesi Baltici ha suscitato la stizzita reazione del Ministero per gli Affari Esteri russo, che ha parlato di “minaccia alla sicurezza nazionale”. In più, il presidente lituano Grybauskaite ha annunciato la reintroduzione della leva obbligatoria viste “le attuali dinamiche geopolitiche”. Mentre il premier britannico Cameron e il suo governo hanno parlato di “guerra calda”, dopo che, il 19 febbraio, l’aeronautica di Sua Maestà ha intercettato due caccia russi sopra i cieli della Cornovaglia.

Mentre Stati Uniti e Unione Europea stanno pensando a nuove sanzioni economiche, Francia e Germania devono riuscire ad imporre ad Ucraina e Russia il rispetto del cessate il fuoco così da permettere agli inviati Osce di intervenire nel Donbass. Le stime Onu, infatti, riportano di non meno di 5665 morti e almeno 13961 dall’inizio della crisi in Ucraina.

Giacomo Pratali

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Accordo Grecia – Troika: un sirtaki o un coro tragico?

ECONOMIA/EUROPA/POLITICA di

Atene e i suoi creditori della zona euro hanno concordato un accordo dell’ultima ora per estendere a 172bn di euro il programma di salvataggio del paese per quattro mesi, ponendo fine in questo  modo a intere settimane di incertezze che minacciavano di innescare l’ultima corsa agli sportelli greci, indirizzando la Grecia alla bancarotta.

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L’accordo, raggiunto in una riunione make-or-break dei ministri delle Finanze della zona euro il 20 febbraio scorso, lascia diverse questioni importanti pendenti, in particolare sulle riforme che  Atene dovrà adottare urgentemente al fine di ottenere i 7,2 miliardi di euro in aiuti che dovrebbero essere forniti al completamento del programma attuale.

Il nuovo governo greco sara tenuto a presentare le misure per la revisione al Fondo monetario internazionale e le istituzioni dell’UE lunedì e qualora non siano ritenute idonee, un’altra riunione dell’Euro-gruppo potrebbe essere chiamata già domani, martedì.

Criticamente, l’accordo del Venerdì impegna Atene ai fini del “completamento” del salvataggio, qualcosa che il nuovo governo greco ha da tempo promesso e ripetuto di voler evitare. “Fino a quando il programma non sarà stato completato, non ci sarà alcun pagamento”, ha dichiarato Wolfgang Schäuble, il potente ministro delle finanze tedesco.

Alexis Tsipras, il primo ministro ha di contro ribadito che la Grecia  con l’accordo del Venerdì intende annullare gli impegni di austerity presi dal precedente governo conservatore, ma ha messo le mani avanti non promettendo miracoli. Saranno tempi duri per i greci.

“Abbiamo dimostrato che l’Europa è protesa a compromessi reciprocamente vantaggiosi, non a infliggere punizioni”, ha detto Tsipras il giorno dopo. Ma l’ accordo di venerdì non rappresenta la chiusura dei negoziati. “Stiamo entrando in una nuova fase. I negoziati diventeranno sempre più sostanziali, fino al raggiungimento di un accordo definitivo ai fini di una transizione dalle politiche catastrofiche del memorandum, delle politiche che si concentreranno sullo sviluppo, l’ occupazione e la coesione sociale”, ha continuato il primo ministro greco.

Tuttavia, l’accordo consente di evitare quello che i funzionari della Troika temevano avrebbe provocato forti scosse sui mercati e le borse. O meglio, se si fosse giunti all’accordo slittando di una settimana in più, si sarebbe dovuto arginare  la corsa dei greci al ritiro  dei depositi dal settore bancario del paese che, secondo quello che dichiarano i funzionari, stavano raggiungendo circa 800 euro al giorno, contribuendo alla creazione di un situazione al limite di una vera  e propria corsa agli sportelli. La premessa per la catastrofe.

“La trattativa  è stata intensa, perché si trattava mettere le basi di un rapporto di  fiducia tra noi”, ha detto Jeroen Dijsselbloem, il ministro delle Finanze e presidente dell’Eurogruppo olandese il quale ha mediato l’accordo, anche dopo aver fallito già due volte nel corso della scorsa settimana. “Stasera è stato fatto un primo passo nel processo di ricostruzione del rapporto di fiducia…”, ha proseguito.

Alla notizia dell’accordo le borse hanno “festeggiato” al loro modo. Wall Street è salito a livelli record. L’indice S & P 500 è cresciuto da 0,6 per cento a un record di 2.110, mentre il Dow Jones ha raggiunto il massimo storico di 18.144.

La decisione di chiedere una proroga del programma atutale è una significativa “mediazione” per Tsipras, che aveva promesso nella sua campagna elettorale di abbattere il piano di salvataggio esistente.

Alle istituzioni del FMI e dell’UE, della Banca centrale europea e la Commissione europea rimangono le redini e il controllo della valutazione delle misure delle future riforme economiche greche e l’erogazione dei fondi di salvataggio, nonostante il moto dei greci diretto alla liberarazione dalla tanto odiata “troika”. Tsipras dovrà essere abile a non deludere la sua gente, non glielo perdonerebbero, troppi sacrifici, troppa stanchezza.

“Anche se Atene si è impegnata a mantenere gli avanzi primari di bilancio e di prendere più di quanto spende, quando gli interessi sul debito non verranno conteggiati” – ha detto Mr Dijsselbloem.

“Siamo riusciti a scongiurare una serie di molti anni di avanzi primari soffocanti che la nostra economia non può produrre”, ha detto Yanis Varoufakis, il carismatico ministro delle Finanze greco.

Un alto funzionario coinvolto nei colloqui ha precistao che la posizione del bilancio greco in rapido deterioramento ha messo sotto pressione Atene per giungere a un accordo. “In verità, i greci sono  spalle contro il muro”. Indiscrezioni e pressioni di corridoio.

Pare che la BCE sia già pronta a erogare nuova liquidità alla Grecia già da questa settimana. All’inizio di questo mese la BCE di Mario Draghi aveva tagliato tale prestito, costringendo le banche a fare affidamento sui tassi molto elevati della liquidità di emergenza da parte della banca centrale greca.

Tra le concessioni fatte ad Atene vi è un patto per l’astensione da qualsiasi “rollback” o “cambiamenti unilaterali” dalle misure delle riforme già esistenti. L’accordo, inoltre, non prevede di tagliare i livelli di debito della Grecia, un’altra promessa che Alexis Tsipras aveva fatto durante la campagna elettorale.

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Ucraina, aspettando Minsk

EUROPA di

Germania e Francia tentano la linea del dialogo con la Russia per fermare il conflitto in Ucraina. Ma linea oltranzista di Putin e il riarmo annunciato dalla Nato non giocano a favore del vertice di Minsk

In attesa dell’incontro tra Merkel, Hollande, Poroshenko e Putin in programma a Minsk l’11 febbraio, siamo di fronte alla presenza di tre gruppi di giocatori seduti al tavolo dell’Ucraina. Il primo mette assieme gli Stati Uniti (Nato) e i Paesi dell’Est Europa come Bulgaria, Romania, Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania. Il secondo comprende la Russia. Il terzo vede presenti Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna.

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La guerra civile tra l’esercito ucraino e i filorussi ha prodotto numerosi morti dall’inizio di gennaio, quando la situazione ha iniziato a degenerare. Mentre Putin viene ancora accusato di aiutare i separatisti con armamenti, truppe e sostegno finanziario, Usa e Ue stanno pensando di aumentare le sanzioni economiche e di allargare la lista nera degli oligarchi russi.

Ma alcuni Paesi europei e la Nato hanno in mente due diverse prospettive per porre fine al conflitto. Merkel e Hollande, in rappresentanza della maggioranza degli Stati Ue, sono convinti che il dialogo con Putin sia la strada giusta. Viceversa, il 5 febbraio, la Nato ha annunciato l’insediamento di sei centri di comando e di controllo in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania e il rafforzamento delle sue linee di difesa: “Il contingente militare Nato verrà aumentato fino a 30000 truppe”, ha riferito il segretario generale Stoltenberg,

L’incontro in programma l’11 febbraio sarà un momento cruciale per le sorti della guerra civile ucraina. Tre i differenti punti di vista sul tavolo. L’iniziativa franco-tedesca si basa sugli accordi di Minsk del settembre scorso: richiamo immediato delle truppe da parte dei separatisti, ritiro immediato degli armamenti da parte di Mosca, l’immediata creazione di un corridoio umanitario, apertura per una parziale autonomia del Donbass.

Di contro, Putin e Poroshenko hanno due visioni diverse. Il primo vuole il pieno rispetto dell’indipendenza delle repubbliche di Crimea, Donetsk e Lugansk. Il secondo pretende di tutelare l’unità nazionale ucraina e ha chiesto più volte ad Obama un aiuto militare per combattere i separatisti, ma il Presidente degli Stati Uniti è apparso indeciso a riguardo.

Tuttavia, occorre ricordare che la crisi ucraina altro non è che la prosecuzione della Guerra Fredda. Pertanto, Washington e Mosca devono tornare a parlare insieme di una comune strategia geopolitica. Gli interessi “Atlantici” di Obama e il tornaconto di Putin nell’est Europa devono trovare un punto di incontro.

Giacomo Pratali

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Andrew Spannaus: “La sfida della Grecia all’Europa”

EUROPA di

Dopo il trionfo di Alexis Tsipras nelle elezioni in Grecia e la formazione del nuovo governo, si è aperta una nuova partita politica tra Atene, che vorrebbe la cancellazione del suo debito, e Bruxelles, che chiede invece il rispetto delle politiche di austerità. European Affairs ha chiesto ad Andrew Spannaus, giornalista e Direttore di Transatlantico.info, un’opinione su questa tematica.

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“La vittoria di Tsipras alle elezioni greche pone l’Europa ad un bivio: è evidente la necessità di abbandonare la politica di austerità, ma le istituzioni europee non possono ammettere che il loro modello è fallito. Si crea dunque una tensione tra l’apparenza politica – da salvare ad ogni costo – e le necessità reali della popolazione.

Nel corso della campagna elettorale Tsipras ha espresso una posizione netta in merito alla rinegoziazione del debito greco, che in apparenza lascia solo due alternative nette: o va fino in fondo e costringe l’Europa ad accettare una sorta di default, oppure cede alle pressioni e alla ‘ragione di (super)stato’.

Il nuovo capo del governo ha lavorato per rassicurare tutti che non intende portare la Grecia fuori dall’Euro, in ossequio alla necessità espressa di evitare un crollo dei mercati finanziari in risposta alla vittoria del suo partito. Tuttavia il messaggio degli elettori greci è chiaro: no al memorandum, no al cosiddetto rigore che ha causato tanta sofferenza. La proposta di Tsipras sfida direttamente le fondamenta dell’Unione Europea: rifiutarsi di rispettare la politica del bilancio fin quando non ci sarà una crescita economica sostenuta. Proposta che è esattamente il contrario della linea degli ultimi decenni, da Maastricht al Patto di Stabilità al Fiscal Compact.

Lo scenario che si apre mette quindi in dubbio l’esistenza stessa dell’Euro e la coesione dell’Europa. Non ci sono dubbi però che si cercherà una soluzione che salvi l’immagine dell’Unione, tentando di derubricare un eventuale compromesso come un “caso singolo” che non deve applicarsi agli altri paesi.

La prima conseguenza di una tale soluzione è che servirà un passo indietro dei greci, almeno nei fatti. L’Europa esigerà un qualche atto di sottomissione, per evitare che anche gli altri paesi arrivino con le richieste più varie.

E saranno cruciali proprio gli altri paesi. Se ormai è evidente che la ricetta tagli e tasse non funziona, cosa diranno gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi? Continueranno a difendere l’impoverimento della popolazione perché ora è in arrivo “la ripresa” oppure coglieranno l’occasione per alzarsi in piedi e rivendicare un cambiamento più profondo?

Si accontenteranno di ulteriori soldi dati ai mercati finanziari attraverso il Quantitative Easing e dei soldi riciclati del Piano Juncker, o chiederanno un ritorno agli investimenti pubblici?

Finora le battaglie di politica economica europea hanno portato a cambiamenti molto piccoli; c’è chi voleva battere i pugni sul tavolo, chi allentare i parametri sul deficit. Ma l’impianto di base rimane quello stabilito oltre vent’anni fa, quando l’ordine di marcia fu di rimuovere la sovranità nazionale e garantire una politica favorevole ai grandi interessi finanziari.

Come si è visto dal 2008 in poi una siffatta politica non può reggere a lungo: sarà modificata o in modo ordinato, o attraverso degli sconvolgimenti sociali. Le elezioni greche offrono un’occasione per cambiare in modo ragionevole, ma questo richiederà dei passi coraggiosi da parte di numerosi governi, che finora non si sono distinti in questo senso”.

Giacomo Pratali

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Escalation di violenza in Ucraina, botta e risposta tra Kiev/Nato e Mosca

EUROPA di

Durante gennaio, il livello di scontri nell’est ucraino è tornato ai massimi livelli. Di pari passo, lo scontro verbale tra Kiev e la Nato da una parte e Mosca dall’altra non accenna a placarsi

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Dopo i violenti scontri armati tra gli eserciti ucraino e separatista nella regione del Donbass avvenuti nel corso di gennaio, nei quali molti civili hanno perso la vita, Kiev ha proclamato lo stato d’allerta nazionale durante il 26 gennaio: “Dobbiamo assicurare la sicurezza e la protezione della popolazione”, ha detto il primo ministro Yatseniuk spiegando tale decisione.

La preoccupante escalation di conflitti e dimostrazioni terroristiche, dopo il cessate il fuoco di dicembre, ha causato uno scambio di accuse tra Kiev e Mosca. Il governo ucraino ha sempre accusato i filorussi di essere i responsabili di tutte le strgi compiute nell’est del Paese. Viceversa, Putin, parlando dell’esercito regolare, ha detto: “Non è un esercito, bensì una legione straniera, in questo caso una legione straniera della Nato, che, sicuramente, non persegue gli interessi nazionali dell’Ucraina”.

Le parole espresse dal Capo del Cremlino sono in totale antitesi con il discorso del Segretario Generale Natio dopo gli scontri di Mariupol, dove l’attacco nei confronti della zona residenziale della città da parte dei separatisti che controllano il territorio ha causato la morte di 20 persone e il ferimento di molte altre: “Per molti mesi, abbiamo visto la presenza di un contingente russo nell’est dell’Ucraina, così come un sostanziale aumento dell’equipaggiamento militare russo come carri armati, artiglieria e avanzati sistemi di difesa aerea. Chiedo in maniera forte alla Russia di cessare il suo supporto militare, politico e finanziario destinato ai separatisti, di cessare la destabilizzazione dell’Ucraina e di rispettare i suoi impegni internazionali”, ha affermato Stoltenberg il 24 gennaio 2015.

Giacomo Pratali

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L’Occidente e i sui confini sensibili

Ottobre 2014, i notiziari albanesi danno risalto a una notizia in particolare: 76 cittadini siriani sono stati fermati in territorio albanese, al confine con la Grecia. Provati dalla traversata notturna dei monti che separano i due paesi, chiariscono di provenire “dalla guerra in Siria” e chiedono asilo politico allo Stato albanese. Erano stati avvistati mentre camminavano in colonna e, una volta fermati, hanno chiarito la loro provenienza senza indugi. Stessa sorte, ma con delle zone d’ombra fitte abbastanza da far sollevare un groviglio di ipotesi è stata riservata a 24 cittadini siriani, fermati mentre attraversavano il paese a bordo di mezzi a pagamento. Erano diretti in Montenegro e da lì, non è dato sapere.

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Del primo gruppo, intervistato dalla tv albanese Top Channel, ne parla Ahmed, un profugo palestinese, che dal campo profughi in Siria è dovuto scappare di nuovo con moglie e figli. “ Abbiamo camminato per circa un mese. Dalla Turchia, alla Grecia e infine qui in Albania”, spiega, “ camminavamo perché non avevamo scelta. Non abbiamo denaro e non possiamo pagare nessuno che ci aiuti”. Non hanno progetti o paesi di riferimento che vorrebbero raggiungere, vorrebbero soltanto mettersi in sicurezza e assicurare le famiglie da guerra e miseria.

A dicembre 2014, i media albanesi parlano di cittadini siriani, richiedenti asilo, scappati dai centri di permanenza. Voci non ufficiali parlano di condizioni difficili a cui erano costretti, ma le autorità negano ogni noncuranza o mancanza di adeguate condizioni di vita all’interno dei centri.

Alla stregua delle stragi di Parigi che stanno costringendo l’intelligence dei paesi europei a dichiarare allerta n.10 in Francia, in Italia n.7, i quesiti si moltiplicano.

Ormai è abbastanza chiaro che gran parte degli autori e ideatori degli attacchi terroristici in Occidente hanno potuto viaggiare in modalità A/R per prendere contatti, indottrinarsi, addestrasi alla guerra e fare rientro in Europa per portare a termine le stragi ideate. E’ notizia di oggi che è stato scovato in Grecia un esponente dell’ISIS che coordinava il reclutamento di aspiranti terroristi in Europa, pronti a replicare il terrore dei primi giorni sanguinosi di questo mese di inizio anno. Tal Abdelamid Abaoud, o meglio conosciuto come Abu Soussi, cittadino belga (!), originario del quartiere Molenbeek a Bruxelles.

Dunque, la mappa pare consolidata. V’è una rete di confini sensibili che rendono friabile l’entrata nei grandi paesi europei. Dalla Siria, in Turchia, in Grecia, Albania, Montenegro o Kossovo, via mare verso l’Italia (anche se dimostrato fin troppo bene dai fatti che l’allerta profughi nelle coste siciliane è molto inferiore ai movimenti migratori via terra) o altrimenti verso Germania, Francia o Belgio.

Oltre a un mero fattore geografico favorevole agli scambi e per questo conteso nei secoli, le ragioni della traversata “agevolata” dei profughi, uomini, donne e bambini, ma con la alta probabilità di militanti di Isis o Al Qaeda al loro interno, vanno ricondotte anche alla  malagestione dei paesi di confine da parte delle grandi potenze.

Con uno sguardo al passato, nella guerra di Bosnia, 1992-1995, USA, Arabia Saudita, Turchia e Unione Europea si schierarono con i mussulmani bosniaci nel conflitto contro i serbi. In palio c’erano l’allargamento a est della Nato e il controllo di un’area geografica strategicamente utile per il passaggio degli oleodotti che portano gas e petrolio dall’Asia Centrale all’Europa, senza passare per l’Ucraina, fino a ieri legata alla Russia. Tra i mussulmani sostenuti dall’Occidente e dai suoi alleati, militavano anche migliaia mujaheddin provenienti dall’Asia e dall’Africa Settentrionale, che porteranno il radicalismo islamico nei Balcani, prima in Bosnia e in seguito  anche in Kossovo.  Il 3% della popolazione bosniaca oggi si dichiara wahabita e varie operazioni di antiterrorismo hanno portato a centinai di arresti in Bosnia e Kossovo. L’Al Qaeda spagnola (responsabile degli attentati di Madrid) era composta di mujaheddin addestrati nei campi presso Zenica.

La medesima riflessione si estende alla posizione dei paesi del Caucaso: dall’Afghanistan, dove il ritiro delle forze internazionali non ha manifestamente contribuito alla stabilità dell’area o semplicemente a limitare il numero di vittime civili di guerra, affatto limitato; alla Cecenia e i suoi trascorsi di sangue, nonché Daghestan, Ossezia Settentrionale e così via.

Solo apparentemente in secondo piano pare sia collocato il conflitto in Libia, paese in balia della totale incontrollabilità e della guerra interna tra islamisti radicali. Dall’attacco di USA, Francia e Gran Bretagna nell’estate del 2011 con conseguente morte di Gheddafi, la situazione va irrimediabilmente peggiorando. Se non ne sentiamo parlare o non ne leggiamo, non significa che non esiste.

Quando ci chiediamo chi sono, da dove vengono, chi li finanzia, domanda, in verità spesso omessa dai media mainstream, ma anche evitata con acrobazie lessicali magistrali dalla politica, chiediamoci anche perché vengono in Occidente; perché da qui partono, fanno propria quella guerra e tornano per punirci? Perché continuiamo a destabilizzare tutto intorno a noi? Le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte lo sono (cit.), ma non facciamoci crollare i diritti addosso, non scontiamoli a beni ereditati con beneficio d’inventario.

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Siria: liberate Greta Ramelli e Vanessa Marzullo

EUROPA/Medio oriente – Africa di

“Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sono libere, torneranno presto in Italia”. Questo il tweet di Palazzo Chigi che, poco dopo le ore 18 del 15 gennaio, ha annunciato la liberazione delle due volontarie italiane rapite in Siria dal gruppo Jabhat al Nusra il 31 luglio 2014. Secondo indiscrezioni non ancora confermate, il Governo italiano avrebbe pagato un riscatto di 12 milioni di dollari. Le donne partiranno alla volta della Turchia il 16 gennaio.

Il silenzio post sequestro, le indiscrezioni rimbalzate circa la loro sorte durante l’autunno e il videomessaggio pubblicato su YouTube il 31 dicembre 2014 avevano fatto presagire il peggio per le due ragazze, andate in Siria sotto l’insegna della Ong ‘Horryaty” per aiutare la popolazione siriana. Il vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito (Ncd-Udc) ha parlato di “vittoria della nostra intelligence”, mentre la Camera dei Deputati, riunita in seduta, ha applaudito alla notizia della liberazione. Reazione di segno opposto, invece, da parte di account di persone appartenenti all’Isis che si sono scagliati contro al Nusra rea, a loro parere, di avere rilasciato gli ostaggi.

Giacomo Pratali

 

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Parlamento Europeo: “Sì al rimpatrio dei due marò”

BreakingNews/EUROPA di

Con una larghissima maggioranza, il Parlamento Europeo ha approvato, il 15 gennaio 2014, la risoluzione sul rimpatrio e il cambio di giurisdizione per i marò, detenuti in India da tre anni: “Si auspica – si legge nel documento finale – che la competenza giurisdizionale sia attrbiuta alle autorità italiane e/o ad un arbitraggio internazionale”. L’organo legislativo di Strasburgo ha, tuttavia, ribadito di “preoccupazione per la detenzione senza capi d’accusa”.

Un cambio di passo importante a livello internazionale, forse un po’ tardivo, visto che la controversia sui fucilieri di Marina era stata portata all’attenzione dell’Unione Europea già nel 2013 dal ministro degli Esteri Emma Bonino. Un cambio di passo che, però, segna un probabile cambiamento nei rapporti tra i governi di Roma e New Delhi per la risoluzione della controversia.

E, in questo senso, un importante segnale di un attivo dialogo sotto banco tra le due amministrazione è senz’altro la decisione presa dalla Corte Suprema indiana di prolungare di tre mesi, per motivi di salute, la permanenza in Italia di Massimiliano La Torre, colpito da ischemia a fine agosto e operato per una malformazione cardiaca a Milano il 5 gennaio 2014. Un ammorbidimento della linea dura finora tenuta dall’India che potrebbe andare nella direzione del rimpatrio dell’altro fuciliere sotto processo, Salvatore Girone.

Giacomo Pratali

Giacomo Pratali
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