GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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EUROPA - page 31

Crisi Ucraina, Obama e Putin: botta e risposta in uno scenario da Guerra Fredda

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L’atteggiamento di Mosca spaventa l’Europa, mentre Washington parla dell’apertura di nuove basi in Polonia e nei Paesi Baltici. Gli ultimatum di Putin e i diktat di Obama, intanto, sembrano lasciare sullo sfondo il rovente contesto mediorientale.

Il conflitto in Ucraina è sempre più sinonimo di Guerra Fredda. Il messaggio fatto recapitare da Vladimir Putin al vertice europeo riunitosi il 1° settembre a Bruxelles (“Se voglio mi prendo Kiev in due settimane”) rivela quanto Mosca si senta più che mai accerchiata dai Paesi aderenti al Patto Atlantico. E, dopo le diverse mediazioni intercorse tra Merkel e il capo del Cremino così come i colloqui del vertice di Minsk di fine agosto, ci ha pensato Barack Obama, con l’annuncio dell’apertura di basi Nato in Polonia e nei Paesi Baltici, ad acuire lo scontro.

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Due, come ormai appare evidente dall’inizio del conflitto in Ucraina, i blocchi contrapposti: Usa e Russia. Ma diverso lo scenario internazionale rispetto alla caduta del Muro di Berlino nel 1989. L’espansione Nato e la riduzione dell’influenza moscovita sui paesi europei confinanti hanno fatto esplodere uno scenario di tensione, in cui il nazionalismo russo la fa da padrona.

In Europa, questa escalation di violenza ha fatto breccia negli ultimi vertici e incontri tra le massime autorità continentali. L’ultimatum di sette giorni lanciato dalla Russia, affinché rimuova i propri armamenti dall’Est dell’Ucraina, e la minaccia di nuove sanzioni, rivelano un traccheggiamento figlio della spaccatura in seno ai 28 membri dell’Unione Europea.

Dagli intransigenti e favorevoli all’istituzione di nuove basi Nato dentro i propri confini (Polonia e Paesi Baltici), a chi vorrebbe una linea morbida a causa dei numerosi interessi economici che condivide con Mosca (Cipro, Slovacchia ed Ungheria). In mezzo, Germania, Francia, Italia e Spagna guardano con irritazione all’atteggiamento di Putin non favorevole alla ricerca di una risoluzione del conflitto, ma cercano di temporeggiare per cercare una via diplomatica che risolva l’impasse e che non metta a rischio la fornitura di gas proveniente dalla Russia.

La via indicata da Putin, creazione di uno Stato nell’Ucraina Orientale e la non adesione di Kiev all’Ue, mettono a dura prova il fronte del dialogo con Cremlino, inaugurato, anche se senza successo, a fine maggio a Ginevra.

Quello che appare chiaro, comunque, è che, anche se i morti nell’est ucraino sono stati 2600 negli ultimi cinque mesi (dati Onu), la soluzione del conflitto si gioca su un tavolo composto da Nato e Russia. Occorre ricordare che, rispetto al secondo dopoguerra, lo scenario geopolitica internazionale è cambiato. Altri attori sono comparsi: vedi la Cina. Conflitti di ben altra natura sono esplosi: vedi Siria, Iraq e Libia. Ma, soprattutto, l’egemonia economica mondiale non è più solo un affare tra Washington e Mosca.

Proprio la risoluzione dei conflitti in aree come la Siria, l’Iraq e la Libia, così come la ridefinizione del ruolo dell’Occidente nello scacchiere internazionale, potrebbero essere i deterrenti per la fine delle scaramucce da guerra fredda tra Nato e Russia e per una conseguente soluzione diplomatica della crisi in Ucraina.

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Disastro aereo Ucraina: tra le responsabilità dei separatisti e l’escalation della guerra verbale tra Putin e i leader mondiali

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Il Boeing 777 della Malaysia Airlines abbattuto da un missile Buk in dotazione ai filorussi. Il rimpallo di accuse fa da contraltare alle polemiche al permesso negato agli osservatori dell’Ocse di condurre le indagini sul luogo dello schianto

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“La responsabilità di quanto è accaduto è da attribuire a Putin, colpevole di aver armato i separatisti filorussi. Adesso auspico che agevoli le indagini”. È l’ennesimo richiamo ufficiale, a pochi giorni dall’abbattimento del Boeing 777 della Malaysia Airlines nei cieli dell’Ucraina orientali in cui sono morti 298 civili, rivolto dal presidente Obama al capo del Cremlino.

Il rimbalzo di responsabilità a poche ore dal disastro aereo tra Kiev e i combattenti secessionisti ha lasciato spazio alla quasi certezza che sono stati quest’ultimi ad avere abbattuto l’aereo di linea partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur. La mancanza di uno dei due radar necessari per riconoscere l’obiettivo ha fatto sì che il missile Buk (lanciato probabilmente dalla cittadina di Snizhne) abbia abbattuto il Boeing 777, nonostante questo fosse un velivolo di natura civile.

Ma l’incancrenimento del conflitto e dell’astio tra Kiev e Mosca e separatisti filorussi ha portato ad un clamoroso rallentamento delle indagini. Da subito gli Usa, l’Ue, la Nato e il premier malese Razak hanno chiesto un’indagine veloce, che faccia al più presto luce sull’accaduto. Nonostante i corpi olandesi siano sulla via del ritorno, i ribelli di Donetsk hanno cercato di ostacolare, a più riprese, le ricerche degli operatori internazionali sul luogo dello schianto.

I miliziani filorussi hanno dapprima avuto la responsabilità di aver recuperato resti e corpi e di averli messi su un camion diretto a Donetsk, senza permettere agli osservatori Ocse di poter svolgere la necessaria indagine sul campo per ricostruire in modo fedele le dinamiche dell’incidente. Oppure, di non avere consegnato subito le due scatole nere recuperate a terra. In più, gli stessi ispettori sono stati ostacolati nelle loro ricerche: ad esempio, gli è stato consentito di visionare un’area distante solo 200 metri da luogo del disastro, quando detriti e resti di cadaveri sono stati ritrovati a 20 chilometri di distanza.

Dopo la ripresa degli scontri nell’Ucraina orientale, dopo la breve tregua seguita all’incidente aereo, Putin continua ad accusare Kiev del disastro aereo. Ma la richiesta dei leader mondiali di una maggiore collaborazione nelle indagini e di un’adeguata opera di dissuasione presso il fronte filorusso, non potrà rimanere inascoltata dal Cremlino.

Questo avvenimento ha portato una nuova ventata di gelo nei rapporti tra Mosca e Kiev e continue minacce di sanzioni e provvedimenti da parte dell’Unione Europea (duro è stato il colloquio telefonico di sabato tra Cameron e Putin) e degli Stati Uniti. Ma quello che appare evidente è che l’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines ha reso, se possibile, ancora più internazionale la crisi ucraina. La dotazione militare fornita ai sepatisti filorussi, rende la Russia corresponsabile di quanto avvenuto. E rende ancora più chiaro che la risoluzione diplomatica del conflitto nel paese ex sovietico passi dal dialogo tra Putin da una parte e Obama (e Nato) dall’altra.

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Crisi Ucraina, la politica doppiogiochista di Poroshenko e il silenzio assordante degli Stati Uniti

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Il piano di pace e l’accordo con l’Ue firmato dal neo presidente dimostrano che la vera partita è tra Russia e Nato, dove il rifiuto di Putin di prolungare il cessate il fuoco chiesto si contrappone alla richiesta di Rasmussen di istituire un fondo fiduciario per Kiev

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Negli ultimi tempi la crisi in Ucraina sembra diventata un gioco di specchi tra i diversi attori in campo. Da una parte assistiamo ad un atteggiamento doppiogiochista del presidente Poroshenko, che strizza l’occhio sia all’Ue sia alla Russia. Dall’altra c’è Putin, possibilista rispetto al piano di pace proposto da Kiev, ma irritato di fronte all’accordo di associazione firmato da questi ultimi, dalla Georgia e dalla Moldova con l’Europa.

Nelle ultime due settimane, abbiamo assistito ad un atteggiamento compassato degli Stati Uniti: Obama, così come i membri della sua Amministrazione, non si sono esposti in prima persona sugli ultimi avvenimenti. Ma anche in questo caso possiamo parlare di gioco di specchi.

A fronte degli scontri che sono proseguiti malgrado il cessate il fuoco proclamato da Kiev, Poroshenko ha cercato di muovere a suo favore le pedine sullo scacchiere proponendo un piano di pace a cui, sia Putin sia i leader europei, hanno risposto favorevolmente. Disarmo dei filorussi, creazione di una zona cuscinetto al confine con la Russia, salvaguardia dei poteri locali e della lingua russa: sono questi i punti salienti proposti dal neo primo cittadino ucraino. Punti che evidenziano come il “re del cioccolato” stia giocando la sua partita su due fronti. Quello russo, il più caldo, in cui la questione più importante si chiama “guerra del gas”. Quello europeo e quello Nato, da cui l’Ucraina cerca di avere un supporto sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista militare.

E se, ancora in apparenza, i giochi sembrano essere a due tra Ucraina e Russia, questa crisi geopolitica è tornata ad acuirsi non appena Europa e Nato sono rientrare materialmente in gioco. L’adesione all’Ue di Ucraina, Georgia e Moldova, infatti, ha avuto l’effetto di irritare Putin, che a maggio aveva firmato con i paesi ex sovietici l’accordo sull’Unione Euroasiatica. L’Amministrazione russa ha in più denunciato il possibile aggravarsi della spaccatura in due della società ucraina.

E se non bastasse il piano economico varato dall’Ue per aiutare Kiev nel pagamento delle forniture di gas, abbiamo assistito pure ad una escalation verbale tra Russia e Nato. Le migliaia di soldati russi schierate al confine ucraino hanno spinto il segretario generale Rasmussen a minacciare nuove sanzioni e a spingere questo organismo internazionale a creare “un fondo fiduciario a sostegno dell’esercito dell’Ucraina”.

Di contro, il rifiuto della richiesta di Putin di prolungare il cessate il fuoco da parte di Poroshenko ha scatenato la dura reazione di Mosca. Il ministro degli Affari Esteri Lavrov ha accusato gli Usa di aver influenzato questa scelta e di muovere i fili della politica estera ucraina. Malgrado gli accordi tra Ucraina, Russia, Germania e Francia sull’istituzione di guardie di frontiera ucraine e sull’impiego degli osservatori Ocse al confine, l’ultimo ping pong di dichiarazioni evidenzia che la vera partita si gioca tra l’ex Unione Sovietica da una parte e gli Usa e la Nato dall’altra. Il silenzio di Obama delle ultime settimane è stato apparente, assordante. E la riedizione della politica dei blocchi contrapposti è già in atto.

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Giacomo Pratali
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