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Il braccio di ferro tra la Commissione europea ed AstraZeneca

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Negli ultimi giorni è in corso un braccio di ferro tra la Commissione europea ed AstraZeneca dopo che l’azienda biofarmaceutica britannico-svedese ha annunciato ritardi nelle forniture dei vaccini contro il Covid-19 pianificate nei mesi scorsi. Tali ritardi mettono a rischio la campagna vaccinale in corso negli Stati europei, i quali avevano fatto affidamento sul vaccino di AstraZeneca a causa della sua facile conservazione nonché del suo minor costo rispetto ai vaccini prodotti da Pfizer-BioNTech e Moderna. Ne è derivata una dura contestazione da parte della Commissione europea che ha chiesto all’azienda di fornire maggiori dettagli sulle cause dei ritardi e in generale sulla produzione e distribuzione dei vaccini. La questione risulta, tuttavia, ancora aperta e da chiarire.

Il vaccino di AstraZeneca

Il vaccino contro il Covid-19 prodotto dall’azienda biofarmaceutica britannico-svedese AstraZeneca dovrebbe ricevere a breve un’autorizzazione di emergenza da parte dell’Unione Europea e da tempo alcuni Stati membri propongono che sia avviata in anticipo la distribuzione delle dosi disponibili, a causa della sua facile conservazione e del suo minor costo rispetto agli altri vaccini. Come avvenuto con gli altri produttori con cui aveva stretto accordi nel corso del 2020, la Commissione europea ha, pertanto, richiesto ad AstraZeneca di anticipare la produzione del vaccino, in modo da avere scorte da impiegare subito dopo la concessione dell’autorizzazione: nell’estate del 2020 la Commissione Europea ha, così, prenotato da AstraZeneca 400 milioni di dosi, confidando che il vaccino potesse diventare il più diffuso e utilizzato in Europa. Nei mesi seguenti sono emersi però dettagli poco incoraggianti sui test clinici del vaccino nonché la scoperta di un’efficacia inferiore a quanto atteso soprattutto nella somministrazione agli anziani. Si tratta di elementi prontamente smentiti dall’azienda ma nuovamente emersi negli ultimi giorni. Ciò ha rallentato l’iter di approvazione da parte dell’Unione europea, mentre, nonostante tale travagliata sperimentazione, a fine dicembre il governo del Regno Unito ha autorizzato l’impiego del vaccino prima di ogni altro Paese, seguito poi dall’Ungheria.

L’annuncio dei ritardi nelle forniture dei vaccini

In seguito alla stipulazione dell’accordo con AstraZeneca gli Stati membri dell’UE hanno organizzato la propria campagna vaccinale facendo affidamento sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese: invero, alcuni Paesi hanno scelto di non ordinare grandi quantità dei vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna, confidando di poter accelerare le campagne di vaccinazione con quello prodotto da AstraZeneca appena ottenuta l’approvazione. In tale contesto, nell’ultimo periodo, le istituzioni europee e gli Stati membri sono stati avvisati di alcuni ritardi nella fornitura di vaccini contro il Covid-19 da parte di alcune importanti aziende farmaceutiche. Nel dettaglio, dopo l’annuncio da parte di Pfizer-BioNTech, l’azienda tedesca che produce il vaccino al momento più diffuso in Europa, anche AstraZeneca ha comunicato che consegnerà tra il 60 e il 75% in meno di dosi sulle circa 80 milioni che si era impegnata a distribuire negli Stati membri entro il primo trimestre del 2021. Quest’ultimo annuncio ha suscitato maggiori preoccupazioni proprio perché AstraZeneca produce il vaccino più economico nonché quello più facile da conservare tra quelli che sono arrivati nelle ultime fasi di sviluppo e valutazione.

La reazione della Commissione europea

Il 25 gennaio, alcuni rappresentanti della Commissione Europea hanno partecipato a due incontri con i dirigenti di AstraZeneca al fine di ottenere maggiori informazioni circa le minori forniture annunciate. Al termine degli incontri, la Commissaria europea per la Salute, Stella Kyriakides, ha criticato le reticenze dell’azienda farmaceutica nel fornire spiegazioni: “Il confronto con AstraZeneca di oggi è stato insoddisfacente, con mancanza di chiarezza e spiegazioni insufficienti. Gli stati membri dell’UE sono uniti: i produttori di vaccini hanno responsabilità contrattuali e sociali da rispettare”. AstraZeneca non ha rilasciato pubblicamente una propria versione sulle cause della riduzione delle forniture di vaccini, tuttavia, sembra che l’azienda abbia comunicato alla Commissione europea di aver avuto problemi nel reperimento di alcune materie prime e nella gestione nel proprio stabilimento in Belgio. Tale spiegazione è stata, tuttavia, considerata parziale dalle autorità europee.

Rileva che il CEO dell’azienda britannico-svedese, Pascal Soriot, in un’intervista molto discussa, ha sostenuto di non avere obblighi specifici sul numero delle dosi da consegnare. La Commissaria Kyriakides ha contestato duramente tali dichiarazioni, definendo inaccettabile il comportamento dell’azienda ed ha poi fatto riferimento alle dichiarazioni di Soriot secondo cui l’Unione Europea avesse stretto un accordo con AstraZeneca tre mesi dopo il Regno Unito, che quindi avrebbe la precedenza nella ricezione delle dosi: “Respingiamo la logica del chi prima arriva meglio alloggia” questa la ferma reazione della Commissaria europea per la salute.

In aggiunta, il contratto – che non è pubblico poiché contiene diverse clausole di riservatezza – citerebbe due stabilimenti di produzione del vaccino nel Regno Unito, che dovrebbero produrre dosi per rifornire l’Unione Europea, produzione che attualmente non sta avvenendo.

Il clima è rimasto piuttosto teso tra le due parti anche in seguito alla scelta di AstraZeneca di non partecipare a una nuova riunione con i rappresentanti della Commissione, salvo poi giungere ad un ripensamento. La riunione in questione si è tenuta il 27 gennaio, Kyriakides l’ha definita “costruttiva”, ma non ha portato a grandi sviluppi. Permane, infatti, la mancanza di chiarezza sulle consegne dell’azienda.

Possibili scenari

La Commissione europea sospetta che AstraZeneca abbia scelto di vendere altrove le dosi del proprio vaccino, a paesi che avrebbero offerto maggiori quantità di denaro – come il Regno Unito – e proprio a fronte di tale sospetto ha chiesto informazioni dettagliate circa le quantità di dosi prodotte finora e le consegne effettuate. Inoltre, al fine di esercitare un maggiore controllo, la Commissione sta valutando di attivare un sistema che obblighi i produttori di vaccini nell’UE ad ottenere autorizzazioni preventive per esportare nei paesi extracomunitari, salvo che per motivi umanitari. Si tratta di un meccanismo simile a quello che era stato attivato nella primavera del 2020, quando negli Stati membri si registrò una grande scarsità di sistemi di protezione individuale contro il Covid-19.

Se, come sembra altamente probabile, la situazione non cambierà nei prossimi giorni, l’Unione europea dovrà, dunque, confrontarsi con una nuova scarsità di vaccini e le minori consegne implicheranno inevitabilmente un ritardo nell’avvio delle nuove fasi delle campagne di vaccinazione.

Caso Navalny, la condanna dell’UE e le manifestazioni in Russia

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Lo scorso agosto, il principale oppositore del presidente Putin, Alexei Navalny, è stato ricoverato in terapia intensiva per un avvelenamento di cui è accusata la sicurezza russa. L’inchiesta internazionale è durata diversi mesi e per tutto il periodo della convalescenza Navalny è stato ospitato in Germania, pronto a fare rientro in Russia una volta migliorate le sue condizioni di salute. Consapevole dei rischi a cui andava incontro, Navalny ha deciso di tornare in patria domenica 17 gennaio ma, una volta atterrato all’aeroporto di Mosca, è stato subito fermato dagli agenti aeroportuali e consegnato alle autorità giudiziarie russe. Il suo arresto ha dato luogo a molte reazioni, scatenando una serie di proteste in Russia e forti prese di posizione da parte delle istituzioni europee.

Alexei Navalny, dall’avvelenamento all’arresto

Il più noto dissidente politico dell’attuale presidente russo Vladimir Putin, nonché uno dei migliori giornalisti investigativi, è al centro dell’attenzione già da diversi anni per la sua attività politica ed è stato più volte arrestato dalle autorità russe. Dopo anni di arresti, tentati omicidi e avvelenamenti, lo scorso 20 agosto, durante un volo tra Tomsk e Mosca, ha accusato dei malori, costringendo l’aereo ad un atterraggio di emergenza a Omsk. Non senza difficoltà è stato poi trasferito a Berlino, dove l’equipe di medici che lo ha preso in cura ha confermato l’avvelenamento avvenuto con una variante del novichok, un agente nervino di produzione russa: questa versione è stata poi confermata anche da altri laboratori indipendenti, nonché dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.

Navalny ha trascorso un primo periodo in coma, dopodiché si è risvegliato ed ha passato la sua convalescenza in Germania, consapevole che sarebbe voluto tornare in patria non appena possibile. Durante tutto il periodo, il governo russo ha ricevuto numerose accuse da parte della comunità internazionale e delle testate giornalistiche che hanno indagato in merito, fino a ricostruire gli spostamenti di agenti che per anni hanno pedinato l’oppositore di Putin. Sembrerebbe che degli agenti dell’FSB, il Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa, facciano parte di un gruppo clandestino specializzato nell’uso di tossine e sostanze velenose che seguiva Navalny sin dal 2017, dopo aver lanciato la sua candidatura alle presidenziali del 2018.

Pur consapevole della propria posizione rischiosa e convinto che dietro il proprio avvelenamento ci sia anche il presidente Putin, Navalny è comunque voluto tornare in Russia appena terminato il periodo di convalescenza. Fermato all’aeroporto di Mosca il 17 gennaio dalle autorità aeroportuali, Navalny è stato consegnato alle autorità giudiziarie russe che ne hanno disposto l’arresto in attesa di un’udienza che dovrà valutare l’accusa: secondo gli agenti, l’oppositore di Putin ha violato gli obblighi di una precedente sentenza detentiva che risale al 2014. Lo stesso governo russo aveva annunciato nei giorni precedenti al suo rientro che, una volta atterrato, sarebbe stato arrestato per questo motivo e nonostante la grande partecipazione popolare dei suoi sostenitori che lo attendevano in aeroporto, il suo destino è stato proprio questo, con una custodia cautelare di 30 giorni. Dopo 3 giorni, la polizia russa ha arrestato anche alcuni collaboratori di Navalny, tra cui la portavoce, gli avvocati e un altro membro dell’organizzazione.

Le reazioni dell’Unione europea

Non appena si è diffusa la notizia dell’arresto di Navalny, la comunità internazionale ha rinnovato la propria posizione in merito facendo sentire la propria voce e non sono mancate le accuse europee. In primo luogo, il Parlamento europeo ha preso una seria posizione adottando una risoluzione e richiedendo il rilascio “immediato e incondizionato” di quello che, a tutti gli effetti, è un prigioniero politico. In particolare, l’Eurocamera ha chiesto il rilascio anche di tutte le persone fermate in occasione del suo rientro in Russia, compresi giornalisti, collaboratori o cittadini che lo sostengono. Poi, tutti gli Stati membri sono stati invitati ad “inasprire sensibilmente le misure restrittive nei confronti della Russia”, anche sanzionando le persone fisiche e giuridiche coinvolte nell’arresto di Navalny. L’invito a tali sanzioni è stato poi allargato anche agli oligarchi russi legati al regime, nonché ai membri della cerchia di Putin. I deputati hanno anche chiesto una revisione della cooperazione con la Russia, in particolare sui progetti come il Nord Stream 2, chiedendo di fermare subito i lavori del completamento. La risoluzione è stata adottata con 581 voti favorevoli, 50 contrari e 44 astensioni: la stragrande maggioranza degli eurodeputati ha dunque preso una posizione ben precisa.

Il 25 gennaio, la questione di Navalny è stata al centro del Consiglio Affari Esteri dell’UE. L’Alto rappresentante dell’Unione europea Josep Borrell ha informato i ministri degli Esteri in merito alla Russia e alla detenzione di Alexei Navalny: il Consiglio ha condannato le detenzioni di massa e la brutalità della polizia durante le proteste in Russia ed ha invitato il paese di Putin a rilasciare quanto prima Navalny e i detenuti. In tale contesto l’Alto rappresentante ha informato i ministri che terrà una visita a Mosca prossimamente.

Anche la presidente della Commissione europea ha espresso la propria opinione in merito, chiedendo alle autorità russe di rilasciare immediatamente e garantire la sicurezza di Navalny, poiché “la detenzione di oppositori politici è contraria agli impegni internazionali della Russia”.

Nonostante tutti gli Stati membri condannino le azioni del governo russo, gli arresti da parte della polizia e il trattamento degli oppositori, non è semplice trovare una posizione comune sulle sanzioni. I Paesi Baltici, Polonia e Romania sono favorevoli alle sanzioni, così come l’Italia. Francia e Germania hanno mostrato una posizione meno netta verso le sanzioni, aspettando a sbilanciarsi in merito.

Le proteste in Russia

Dopo essere stato arrestato, Navalny ha lanciato sui propri social network un appello per far scendere in piazza i cittadini russi e manifestare contro il governo, con il preciso invito a “non tacere e resistere”. Dando seguito alla richiesta di Navalny, per il weekend del 23 e 24 gennaio sono state organizzate manifestazioni in più di 60 città russe tra cui Mosca, San Pietroburgo, Novosibirsk, che hanno portato a più di tremila arresti. La manifestazione principale è quella svolta a Mosca, vicino alle sedi delle istituzioni russe. Oltre migliaia di manifestanti hanno occupato le piazze e le strade principali provocando una forte reazione da parte della polizia che ha arrestato oltre mille persone. Non è mancata neanche in questo caso la reazione dell’UE: l’Alto rappresentante Borrell ha condannato gli arresti di massa, l’uso sproporzionato della forza e l’interruzione di internet e della rete telefonica.

L’insediamento Biden-Harris e l’auspicio di una nuova era per le relazioni transatlantiche

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Il giorno dell’Inauguration Day negli Stati Uniti, il Parlamento europeo riunitosi in sessione plenaria, ha affrontato il tema delle relazioni transatlantiche alla luce dell’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris rispettivamente come Presidente e Vicepresidente degli Stati Uniti. Gli europarlamentari hanno affermato che il cambio d’amministrazione rappresenta un’opportunità per rafforzare i legami UE-USA ed affrontare le sfide e le minacce comuni al sistema democratico. L’Unione europea, inoltre, ha accolto con favore la decisione del presidente Biden di firmare l’ordine esecutivo che prevede il rientro degli Stati Uniti nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici in nome di una responsabilità globale collettiva. “Questa nuova alba negli Stati Uniti è un momento che abbiamo atteso a lungo. L’Europa è pronta per un nuovo inizio” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

La reazione della sessione plenaria del Parlamento europeo

L’occasione di avviare una nuova era per le relazioni transatlantiche, negli ultimi quattro anni compromesse dall’amministrazione Trump: è questo lo spirito con cui, il 20 gennaio, il Parlamento europeo riunitosi in sessione plenaria, ha accolto l’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris rispettivamente come Presidente e Vicepresidente degli Stati Uniti. Gli europei, invero, si attendono dalla nuova amministrazione statunitense un atteggiamento di collaborazione in ambito internazionale e un rafforzamento delle relazioni UE-USA, basati sul rispetto reciproco e la reciproca comprensione dei vincoli e delle priorità della rispettiva controparte. “Il mondo ha bisogno di un forte rapporto fra Europa e Stati Uniti – ha dichiarato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli -insieme affrontiamo meglio le sfide che il nostro tempo ci presenta: lottare contro la crisi climatica e la perdita della biodiversità, affrontare da un punto di vista radicalmente democratico la trasformazione digitale e combattere le inaccettabili disuguaglianze in aumento”. Il Presidente Sassoli ha poi ricordato gli avvenimenti del 6 gennaio a Capitol Hill, dichiarando che dai quei fatti deriva un’evidenza: “le democrazie sono sistemi fragili, per non spegnerle vanno difese proteggendo il bene comune, con la partecipazione, la trasparenza ed il coinvolgimento dei cittadini”. Ribadendo che l’Unione europea e gli Stati Uniti sono partner naturali con valori e storia condivisi nonché un impegno congiunto di lunga data per lo stato di diritto, i diritti umani e il multilateralismo, Sassoli ha concluso invitando il neopresidente statunitense a recarsi presso il Parlamento europeo per tenere un discorso in sessione plenaria.  

In aula erano presenti anche il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. I due si sono uniti all’auspicio del Parlamento europeo circa l’avvio di una nuova fase di cooperazione transatlantica. “Questa nuova alba negli Stati Uniti è un momento che abbiamo atteso a lungo. L’Europa è pronta per un nuovo inizio. Dopo quattro lunghi anni, finalmente l’Europa avrà un amico alla Casa Bianca” queste le parole di Ursula von der Leyen, la quale ha sottolineato che il cambio di guarda sarà “un messaggio di guarigione per una nazione ferita”. La Presidente della Commissione europea, inoltre, congratulandosi con la prima donna vicepresidente degli Stati Uniti, si è soffermata sull’importanza del suo insediamento per le donne di tutto il mondo. Quanto al commento del Presidente del Consiglio europeo, parlando dinanzi alla plenaria del Parlamento europeo, Charles Michel ha proposto, a nome dell’Unione europea, la concretizzazione di un nuovo patto fondatore tra l’Europa e gli Stati Uniti “per un’Europa più forte, un’America più forte e per costruire insieme un mondo migliore”. Unendosi all’invito di David Sassoli anche Michel ha invitato il Neopresidente Biden in Europa per prendere parte a una riunione straordinaria del Consiglio europeo a Bruxelles che si possa tenere in parallelo ad un vertice Nato.

Il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul clima

Nel suo primo giorno di mandato, il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha firmato 17 ordini esecutivi, scardinando alcune delle principali politiche del suo predecessore Donald Trump. Invero, durante le sue prime ore nello Studio Ovale, il nuovo presidente statunitense si è subito impegnato ad invertire l’agenda ambientale del Paese, abbattere le politiche anti-immigrazione, ripristinare gli sforzi federali volti a promuovere la diversità ed incentivare l’adozione di misure di precauzione contro il Covid-19.

Nel dettaglio, uno degli ordini esecutivi firmati da Biden prevede il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul clima ed è stato accolto con favore dall’Unione europea: in una dichiarazione congiunta, il Vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, e l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, Josep Borrell, si sono congratulati con gli Stati Uniti ed hanno dichiarato che la crisi climatica è la sfida decisiva del XXI secolo e può essere affrontata solo unendo tutte le forze. “L’azione per il clima è la nostra responsabilità globale collettiva” hanno dichiarato Timmermans e Borrell affermando che la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) che si terrà a Glasgow il prossimo novembre sarà un momento cruciale in tal senso.

Inizia la fine dell’era Merkel in Germania, Armin Laschet è il nuovo leader della CDU

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La CDU, l’Unione Cristiano-Democratica, lo storico partito tedesco guidato da Angela Merkel nonché la principale forza politica in Germania, ha scelto il nuovo leader, Armin Laschet. Governatore del Nord-Reno Vestfalia ed ex eurodeputato, è stato eletto dal congresso del partito che si è tenuto in modalità telematica, a causa della pandemia in corso, il 16 gennaio scorso. Angela Merkel sarà cancelliere della Germania fino a fine settembre, quando ci saranno le elezioni federali. Se sarà Armin Laschet il candidato a cancelliere tedesco per la CDU ancora non si sa, ma il partito ha comunque scelto la linea della continuità tra i segretari.

L’era Merkel

L’Unione Cristiano-Democratica, la CDU, è stata per 18 anni guidata da una delle più importanti donne nel panorama politico europeo, Angela Merkel. Dall’aprile del 2000 al dicembre del 2018 ha ricoperto il ruolo di leader nel partito che, al momento, è la principale forza politica in Germania. Nel 2005 è stata nominata Cancelliera a seguito delle elezioni federali, diventando la prima donna in Germania e una delle poche donne in Europa a ricoprire tale ruolo. Dopo aver governato ben quattro volte, complice anche una diminuzione di consensi del suo partito, ha annunciato nel 2018 che non si sarebbe ricandidata né alla presidenza del partito, né alle elezioni del 2021. Nello stesso anno ha lasciato il posto da leader della CDU, pur restando alla guida del governo tedesco: il 7 dicembre 2018 Annegret Kramp-Karrenbauer è stata eletta dal congresso quale leader del partito, mostrando una forte continuità con la linea politica della Merkel. Di fatto, pur avendo lasciato la guida del partito, Angela Merkel è rimasta alla guida del paese, governando secondo il proprio indirizzo politico e in continuità con la nuova leader, costretta ad annunciare le proprie dimissioni nel febbraio 2020 per uno scandalo.

Il vero passo in avanti, dunque, è arrivato con il nuovo anno. Il 16 gennaio vi sono state le elezioni del nuovo leader della CDU e l’attuale cancelliera ha già affermato di non partecipare alle prossime elezioni, rendendo il nuovo leader anche il probabile nuovo candidato a cancelliere.

Il congresso della CDU

Il Congresso dell’Unione Cristiano-Democratica si è riunito online il 15 e 16 gennaio con il compito di eleggere il nuovo leader del partito, probabile prossimo cancelliere tedesco. I candidati in lizza erano tre uomini, europeisti, centristi e nati nello Stato Nord-Reno Vestfalia. In particolare, Friedrich Merz, appartenente all’ala destra del partito e con posizioni anti-Merkel: conosciuto principalmente per il suo conservatorismo sulle questioni fiscali e per le sue posizioni dure sull’immigrazione; è vicino ai paesi frugali per quanto concerne il dibattito europeo sugli aiuti per l’epidemia da Covid-19, ma riconosce l’importanza di una politica estera europea coordinata e più efficace. Norbert Röttgen è il più giovane tra i candidati, già presidente della commissione Esteri del Bundestag, è tra i più esperti di politica estera del partito e tra le voci più credibili in materia. Da ultimo, Armin Laschet, più moderato e già primo ministro dello Stato della Renania Settentrionale: senz’altro la scelta di maggior continuità con Angela Merkel. Dopo 20 anni di leadership femminile, la competizione è stata tutta al maschile.

Il nuovo leader: Armin Laschet

Con 521 voti ottenuti al ballottaggio con Friedrich Merz, Armin Laschet, 59 anni, è stato eletto segretario dell’Unione Cristiano-Democratica. Dopo vent’anni di Angela Merkel tra partito e governo, continua a premiare il suo indirizzo politico: Laschet è infatti il candidato più in linea con l’attuale cancelliere tedesco e con la classe dirigente. Tuttavia, la votazione è stata tutt’altro che semplice e immediata. Al primo turno era in vantaggio Friedrich Merz di cinque voti, appoggiato dalla base della CDU e dalla maggior parte degli elettori. Al ballottaggio la situazione è cambiata totalmente: i voti che al primo turno sono andati sul terzo candidato, Norbert Röttgen, si sono riversati su Laschet, considerato parte dell’establishment e centrista, che è riuscito dunque a superare Merz, non senza polemiche da parte dei cosiddetti “merziani”.

Ex eurodeputato e attuale governatore del Land più popoloso della Germania, Laschet è stato appoggiato da gran parte del partito soprattutto nella competizione con il radicale Merz e da importanti figure quali Manfreb Weber, capogruppo del PPE a Bruxelles, nonché dall’ex segretaria della CDU. Dal suo programma emerge la volontà di rimanere un partito europeista e centrista, con lotta alla criminalità e al terrorismo come priorità in politica interna e promozione dell’europeismo e del multilateralismo in politica estera.

La corsa a cancelliere tedesco

Nonostante la vicinanza e la continuità tra Laschet e Merkel, non è affatto scontata la successione anche per il ruolo di cancelliere. Di norma, il leader della CDU ha accesso diretto alla corsa per cancelliere tedesco del partito ma, in questo caso, la situazione è più complessa del previsto e i nomi verranno svelati tra qualche mese. Ci sono altre figure come quella di Markus Söder, il leader della CSU in Baviera (partito fratello della CDU, con candidato in comune), o Jens Spahn, il Ministro della Salute che sta gestendo molto bene la pandemia, che risultano molto apprezzate nei sondaggi come futuri cancellieri, pur non avendo ancora confermato la loro volontà di candidarsi. Lo stesso Laschet non ha ancora sciolto le riserve e, data la situazione all’interno del partito, è difficile prevedere chi sarà a candidarsi al ruolo di cancelliere in vista delle elezioni federali del prossimo 26 settembre.

L’accordo globale UE-Cina in materia di investimenti

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Il 2020 è stato molto intenso per l’Unione europea e anche gli ultimi giorni dell’anno hanno visto le istituzioni europee molto impegnate. Sebbene gran parte delle attenzioni fosse per concludere l’accordo Brexit e dar via alle campagne di vaccinazione in tutta Europa, molta importanza è stata data anche all’accordo globale UE-Cina in materia di investimenti, raggiunto il 30 dicembre scorso e passato un po’ inosservato. Si tratta di un accordo in materia di investimenti che ha una grande rilevanza economica e contribuirà a riequilibrare le relazioni commerciali tra l’UE e la Cina, basandole sui valori comuni e sui principi dello sviluppo sostenibile.

Le relazioni UE-Cina

La conclusione dell’accordo di investimenti ha fatto seguito all’incontro in videoconferenza del 30 dicembre tra Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Xi Jinping, presidente cinese. A margine dell’incontro, si è tenuto anche uno scambio di opinioni tra il presidente francese Macron, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente Xi Jinping. Tale riunione ha dato seguito al 22° vertice UE-Cina del 22 giugno scorso, nonché alla riunione dei leader in videoconferenza del 14 settembre e rientra nel più ampio approccio europeo alle relazioni con la Cina.

L’Unione europea e la Cina sono due dei maggiori attori commerciali al mondo: la Cina è il secondo partner commerciale dell’UE dopo gli Stati Uniti mentre l’UE figura come il primo partner commerciale della Cina. A fronte di ciò, è fondamentale per l’UE stabilire delle relazioni commerciali con la Cina, volte a garantire una convenienza reciproca negli scambi commerciali, che include anche la volontà di operare in modo equo, il rispetto degli stessi diritti e degli standard ambientali.

I negoziati per un accordo sugli investimenti sono iniziati nel 2013 proprio con l’obiettivo di fornire agli investitori cinesi ed europei un accesso a lungo termine, equo e prevedibile ai mercati dell’UE e della Cina, proteggendo i propri investitori. L’agenda strategica per la cooperazione UE-Cina del 2020 ha posto tale accordo al centro delle relazioni bilaterali, impegnandosi per la sua conclusione proprio entro il 2020, dopo 7 anni di negoziati e 35 round negoziali.

Gli elementi principali dell’accordo

Il Comprehensive Agreement on Investment, il CAI, è stato raggiunto come accordo “di principio” da Bruxelles e Pechino al fine di rendere più interdipendenti i due blocchi economici e rafforzare la cooperazione economica. Si tratta di un accordo di fondamentale interesse dal punto di vista commerciale: l’accordo garantisce agli investitori europei l’accesso a diversi settori del mercato cinese, dalle telecomunicazioni alla finanza e così via. L’accordo è molto importante per gli investitori europei in quando rende le condizioni di accesso al mercato per le imprese europee chiare e indipendenti dalle politiche cinesi ed altresì consente all’UE di ricorrere al meccanismo di risoluzione delle controversie in caso di violazione degli impegni. L’UE ha negoziato anche l’eliminazione di restrizioni che ostacolano l’attività delle imprese europee in Cina, garantendo un ambizioso accordo. Agli investitori cinesi ed europei verrà dunque assicurato un trattamento equo, senza condizioni discriminatorie e con condizioni di reciprocità tra investitori.

D’altra parte, l’accordo ha una valenza fondamentale anche dal punto di vista politico. Infatti, i vantaggi per la Cina sono di carattere più geopolitico: a poca distanza dalla conclusione dell’accordo commerciale con i paesi del Sud-Est asiatico, nonché Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, la Cina intensifica i propri rapporti commerciali anche con 27 paesi occidentali. Nell’ambito delle relazioni internazionali, è fondamentale che la Cina garantisca un clima più disteso con l’Europa, soprattutto alla luce dei consensi ottenuto dalla presidenza Biden-Harris nel vecchio continente.

I diritti umani e la tutela ambientale

Sebbene si tratti di un accordo commerciale e sebbene il volume degli scambi tra UE e Cina nel 2020 sia arrivato a 477 miliardi di euro, non si può ridurre tutto all’aspetto economico. Nell’ambito della negoziazione del CAI, si è parlato molto del rispetto dei diritti umani – in particolare contro il lavoro forzato – e delle disposizioni a tutela dell’ambiente e della lotta ai cambiamenti climatici. Lo stesso Parlamento europeo ha votato una risoluzione proprio per far sì che l’accordo includesse adeguati impegni in questo senso. Come tutti i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea, anche nel CAI figurano disposizioni in materia di norme del lavoro, nonché in materia di ambiente e clima, in particolar modo per attuare efficacemente l’accordo di Parigi. I principi dello sviluppo sostenibile figurano, invero, tra i valori comuni sul quale il CAI si fonda. Tuttavia, è necessario sottolineare che, pur avendone tutte le intenzioni, non sempre l’UE riesce a garantire efficacemente il rispetto di tali disposizioni.

I prossimi passi

Il 30 dicembre è stato raggiunto un accordo “di principio”. Ciò significa che alla volontà politica europea e cinese di raggiungere tale accordo, dovranno seguire numerose fasi. Anzitutto, conformemente alle norme giuridiche, l’accordo dovrà essere firmato. Dopodiché si passerà alla ratifica dello stesso, fino alla sua conclusione effettiva. A partire dalla firma dell’accordo, le due parti mirano a concludere i negoziati entro due anni. A quel punto, entrerà in gioco il meccanismo di applicazione e monitoraggio: sarà la Commissione europea a monitorare l’attuazione degli impegni assunti dall’UE in merito all’accordo.

Per l’Unione europea l’accordo raggiunto “ha un grande significato economico e lega le due parti a una relazione sugli investimenti fondata sui valori e basata sui principi dello sviluppo sostenibile”, mentre per Xi Jinping, l’accordo “fornirà agli investimenti reciproci un maggiore accesso al mercato, un livello più elevato di ambiente imprenditoriale, maggiori garanzie istituzionali e una cooperazione più brillante”, stimolando anche “con forza la ripresa mondiale nel periodo post-epidemia”.

Politica spaziale europea: l’UE investe 300 milioni di euro per promuovere l’innovazione nel settore

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Il 13 gennaio, nell’ambito della 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI) hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore. Si tratta di investimenti in un settore cruciale per l’Unione europea: nell’ultimo decennio, invero, gli importanti risultati ottenuti in materia spaziale hanno permesso all’Europa di accrescere il proprio prestigio scientifico e tecnologico, rafforzandone l’indipendenza strategica e la posizione di attore globale.

L’UE e la politica spaziale

Il tema dell’accesso allo spazio ha una rilevanza strategica alla quale i principali attori spaziali europei, e dunque l’Unione europea, l’Agenzia spaziale europea (ESA) ed i rispettivi Stati membri, sono chiamati a dare un chiaro indirizzo politico, industriale e tecnologico che permetta di consolidare la Politica spaziale europea. Quest’ultima fornisce agli europei innovazioni nelle attività quotidiane sulla Terra: infatti, lo sviluppo e l’utilizzo di complessi sistemi spaziali ed i servizi ad essi associati concorrono all’efficacia delle politiche europee in ambiti come la sicurezza e la difesa, l’agricoltura e la pesca, lo sviluppo e la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, i cambiamenti climatici e l’ambiente, i trasporti e l’energia. Inoltre, lo spazio offre l’opportunità di ampliare la competitività e l’innovazione dell’industria europea, di stimolare la crescita economica e di accrescere il sapere scientifico e tecnologico.

L’UE ha tre programmi spaziali faro: Copernicus, il più avanzato sistema di osservazione della Terra a livello mondiale, è un fornitore leader di dati di osservazione della Terra, aiuta a salvare vite in mare, migliora la risposta ai disastri naturali e consente agli agricoltori di gestire meglio i propri raccolti; Galileo, il sistema di navigazione satellitare globale europeo, fornisce informazioni di posizionamento e temporizzazione più accurate e affidabili per automobili autonome e connesse, ferrovie, aviazione e altri settori; EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service), infine, fornisce servizi di navigazione “safety of life” agli utenti del trasporto aereo, marittimo e terrestre in gran parte dell’Europa.

Il programma spaziale dell’Unione europea 2021-2027

Attualmente l’UE sta lavorando ad un programma spaziale pienamente integrato per il periodo 2021-2027 che riunisca tutte le attività delle istituzioni europee in un unico programma e fornisca in tal modo un quadro coerente per gli investimenti. A tal riguardo, il 16 dicembre 2020 il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sulla proposta di regolamento che istituisce il futuro Programma spaziale dell’Unione 2021-2027 e l’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale. La proposta dovrebbe essere finalizzata a breve nel contesto del più generale del Quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2027, ed applicarsi retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021.

Il nuovo regolamento intende assicurare in particolare: un ruolo più forte dell’UE quale attore di primo piano nel settore spaziale; dati e servizi spaziali di alta qualità, aggiornati e sicuri; migliori benefici socioeconomici derivanti dall’utilizzo di tali dati e servizi, per esempio maggiore crescita e creazione di posti di lavoro nell’UE; infine, maggiore sicurezza e autonomia dell’UE.

I nuovi investimenti

Nell’ambito della definizione di tale nuovo programma, il 13 gennaio, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), in seno alla 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore.

Nel dettaglio, Orbital Ventures, un fondo paneuropeo dedicato alle aziende nelle fasi di avviamento e iniziali, si concentra sulle tecnologie spaziali, comprese quelle a valle (comunicazioni, crittografia, conservazione e trattamento dei dati, geolocalizzazione, osservazione della Terra) e a monte (hardware, materiali, elettronica, robotica, razzi, satelliti). Quanto, invece, a Primo Space, un investitore italiano dedicato al trasferimento tecnologico in fase iniziale, è stato il primo fondo selezionato dal FEI nell’ambito del progetto pilota; si tratta di uno dei primi fondi dedicati al trasferimento tecnologico in Europa, nonché del primo in Italia, a dedicarsi esclusivamente alle tecnologie spaziali; esso investe in progetti o imprese nelle fasi iniziali e promuoverà la commercializzazione di innovazioni pionieristiche nell’industria spaziale in Europa.

Si prevede che InnovFin Space Equity Pilot sarà pienamente implementato nelle prossime settimane e sosterrà circa 50 società di tecnologia spaziale in tutta Europa.

Le dichiarazioni

Il Commissario per il Mercato interno, Thierry Breton, commentando i nuovi investimenti nel settore spaziale, ha dichiarato “Il rafforzamento della competitività nell’industria spaziale è un elemento essenziale per la ripresa del settore. Accolgo con grande favore questo investimento nelle PMI del settore delle tecnologie spaziali, che ci avvicina al nostro obiettivo di transizione digitale”. “Lo sviluppo del nostro settore spaziale ci aiuterà a rafforzare la nostra autonomia strategica, a mio avviso l’obiettivo principale della nostra generazione, che ingloba tutti i nostri obiettivi operativi” questo invece il commento del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

 

Il via libera della Commissione europea al vaccino di Moderna

EUROPA di

Il 6 gennaio la Commissione europea ha rilasciato un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata per il vaccino anti COVID-19 sviluppato da Moderna, il secondo vaccino autorizzato dall’Unione europea, dopo quello di Pfizer-BioNTech, già in fase di somministrazione negli Stati membri. L’autorizzazione fa seguito ad una raccomandazione scientifica positiva, basata su una valutazione approfondita della sicurezza, dell’efficacia e della qualità del vaccino in questione, condotta dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna, e già impiegato da qualche settimana negli Stati Uniti, ha fatto rilevare un’efficacia del 94% nel prevenire il Covid-19, simile a quella del 95% del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech e potrà essere somministrato ai maggiori di 18 anni.

L’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata

Lo scorso 30 novembre, Moderna, azienda statunitense che opera nel campo delle biotecnologie, ha presentato una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio per il vaccino anti COVID-19 all’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Quest’ultima aveva già avviato una valutazione progressiva dei dati nel corso del mese, analizzando la qualità, la sicurezza e l’efficacia del vaccino man mano che i dati diventavano disponibili. Il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA ha esaminato attentamente questi dati e raccomandato per consenso il rilascio di un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata formale. L’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata è uno dei meccanismi di regolamentazione dell’Unione europea tesi a facilitare l’accesso tempestivo a medicinali che rispondono ad un’esigenza medica non soddisfatta, anche in situazioni di emergenza come l’attuale pandemia da Covid-19. Tale autorizzazione si basa, dunque, su dati meno completi rispetto a quelli che sono richiesti per una normale autorizzazione all’immissione in commercio e vi si può ricorrere se il beneficio della disponibilità immediata di un medicinale risulta essere chiaramente superiore al rischio connesso alla disponibilità ancora parziale di dati. Tuttavia, una volta rilasciata l’autorizzazione condizionata, le aziende devono fornire, entro un certo termine, ulteriori dati anche da studi nuovi o in corso, a conferma del fatto che i benefici restano superiori ai rischi connessi.

Sulla base del parere positivo dell’EMA sul vaccino prodotto e sviluppato da Moderna, la Commissione europea ha verificato tutti gli elementi a sostegno dell’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata (motivazioni scientifiche, informazioni sul prodotto, materiale esplicativo per gli operatori sanitari, etichettatura, obblighi per i titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio, condizioni d’uso e così via) e ha consultato gli Stati membri prima di rilasciarla, in quanto responsabili dell’immissione in commercio dei vaccini e dell’uso del prodotto nei rispettivi paesi, ottenendo la loro approvazione.

I dettagli del vaccino

Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna, e già impiegato da qualche settimana negli Stati Uniti, potrà essere somministrato ai maggiori di 18 anni. Come il vaccino di Pfizer-BioNTech, il primo ad essere stato autorizzato nell’UE il 21 dicembre 2020, anche quello di Moderna è basato sull’RNA messaggero, mRNA, la molecola coinvolta nella codifica del materiale genetico per produrre le proteine trasferendo le istruzioni dal DNA al meccanismo di produzione delle proteine delle cellule. In un vaccino a mRNA, tali istruzioni permettono la produzione di frammenti innocui del virus che il corpo umano utilizza per costruire una risposta immunitaria al fine di prevenire o combattere la malattia. Nella somministrazione le cellule leggono le istruzioni genetiche e producono una proteina “spike”, cioè una proteina che si trova sulla superficie esterna del virus e attraverso la quale quest’ultimo entra nelle cellule e causa la malattia. Il sistema immunitario riconosce quindi tale proteina come estranea e produce difese naturali per contrastarla, vale a dire anticorpi e cellule T.

Nei test clinici, il vaccino di Moderna ha fatto rilevare un’efficacia del 94% nel prevenire il Covid-19, simile a quella del 95% del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech. Come quest’ultimo, anche quello di Moderna richiede la somministrazione di due dosi a distanza di circa tre settimane, ma la sua conservazione risulta essere meno complicata poichè richiede una temperatura di -20 °C contro gli almeno -70 °C richiesti da quello di Pfizer-BioNTech. Il vaccino di Moderna sembra essere però sensibilmente più costoso: quasi 15 euro a dose, contro i 12 di quello di Pfizer-BioNTech.

Prossime tappe e dichiarazioni

Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna fornirà all’UE, tra il primo e il terzo trimestre del 2021, un totale di 160 milioni di dosi, che si aggiungeranno alle 300 milioni di dosi del vaccino distribuito da BioNTech-Pfizer. Sulla divergenza nel numero di prenotazioni ha probabilmente inciso la minore capacità produttiva di Moderna, con i primi 20 milioni di dosi prodotti alla fine del 2020 destinati ai soli Stati Uniti. L’azienda sostiene, tuttavia, che nel 2021 potrà produrre tra i 500 e i 600 milioni di dosi per soddisfare la domanda globale, anche se non è chiaro quante di queste saranno destinate all’Unione Europea.

Secondo diversi osservatori, l’autorizzazione del vaccino di Moderna difficilmente cambierà lo stato della vaccinazione in Europa, per lo meno nell’attuale fase iniziale della campagna vaccinale. Gli stati membri hanno, invero, ricevuto le prime centinaia di migliaia di dosi, ma sono quasi tutti in ritardo nella loro somministrazione, anche a causa di alcune mancanze nell’organizzazione e della concomitanza con le festività natalizie. Quanto all’Italia, stando ai dati più recenti forniti dal governo, sono state impiegate circa 260mila dosi sulle quasi 470mila consegnate, posizionandosi prima in Europa e ottava al mondo nella campagna vaccinale.

Stella Kyriakides, Commissaria europea per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Questa impresa ci vede tutti coinvolti e tutti uniti. È per questo che abbiamo negoziato il più ampio portafoglio di vaccini al mondo per tutti gli Stati membri. Autorizziamo oggi un secondo vaccino sicuro ed efficace prodotto da Moderna che, insieme al vaccino BioNTech-Pfizer, garantirà una più celere distribuzione di 460 milioni di dosi nell’UE. E ne arriveranno altre. Gli Stati membri devono garantire che le vaccinazioni procedano a un ritmo altrettanto rapido. I nostri sforzi non cesseranno finché i vaccini non saranno disponibili per tutti nell’UE”.

“Con il vaccino Moderna, il secondo ora autorizzato nell’UE, avremo 160 milioni di dosi in più. E ne arriveranno altri: l’Europa si è assicurata fino a 2 miliardi di dosi di potenziali vaccini contro la COVID-19. Disporremo di vaccini sicuri ed efficaci in quantità più che sufficiente per proteggere tutti gli europei” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Il Portogallo guiderà il Consiglio dell’UE per i prossimi sei mesi

EUROPA di

Dal 1° gennaio al 30 giugno 2021 è il Portogallo a tenere la Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Insieme alla Germania e alla Slovenia, il Portogallo è parte del trio che si alternerà alla guida del Consiglio: Angela Merkel ha così passato il testimone ad Antonio Costa, il premier portoghese, che guiderà l’istituzione europea presiedendo le riunioni e garantendo la continuità dei lavori europei in seno al Consiglio. Tra le priorità portoghesi figura l’importanza di mantenere un alto tasso di vaccinazioni, nonché introdurre gli strumenti per la ripresa economica e sociale europea e garantire la transizione verde.

Il funzionamento del Consiglio dell’UE

Il Consiglio dell’Unione europea prevede l’assegnazione della propria Presidenza a tutti gli Stati membri, ognuno per un periodo di sei mesi, che si alternano a rotazione a gruppi di tre. Il trio stabilisce un programma comune per i 18 mesi, sulla base del quale ogni paese porta avanti un programma semestrale più dettagliato. La collaborazione tra i paesi del trio è un sistema di fondamentale importanza introdotto con il trattato di Lisbona nel 2009 che permette al Consiglio dell’Unione europea di mantenere un determinato indirizzo nelle politiche svolte e nell’agenda dei lavori. Da luglio 2020 a gennaio 2021 la Germania ha presieduto il Consiglio dell’UE, passando il testimone al Portogallo a inizio 2021.

La Presidenza del Consiglio UE ha due compiti principali: pianificare e presiedere le sessioni del Consiglio e le riunioni degli organi preparatori, ad eccezione del Consiglio Affari Esteri, e rappresentare il Consiglio nelle relazioni con le altre istituzioni dell’Unione europea, lavorando in stretto coordinamento con il presidente del Consiglio europeo e l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

La presidenza del Portogallo

“Tempo di agire: per una ripresa equa, verde e digitale”. È questo il motto della presidenza portoghese, al quale si ispirano le priorità di Antonio Costa. In particolare, il programma del Portogallo si concentra su cinque diversi settori, i principali, in linea con gli obiettivi dell’agenda strategica dell’Unione europea. Rafforzare la resilienza dell’Europa, promuovere la fiducia nel modello sociale europeo, promuovere una ripresa sostenibile, accelerare una transizione digitale equa e inclusiva, riaffermare il ruolo dell’UE nel mondo, facendo in modo che sia basato su apertura e multilateralismo.

Come affermato, le priorità del Portogallo e l’agenda stabilita per questo semestre si rifanno a quella prevista dal trio e, più in generale, ai valori e alle azioni dell’UE. Le priorità rimangono le stesse anche con il cambiare della presidenza: la lotta al covid-19 e l’intensificazione della resilienza dell’UE, l’importanza della transizione verde e digitale e affermare il ruolo dell’UE sono tra le priorità di tutte le istituzioni europee. In particolare, se la presidenza tedesca si è trovata nel pieno della pandemia e degli accordi complessi da negoziare (recovery fund, bilancio pluriennale, Brexit), la presidenza portoghese si concentrerà sul superamento della pandemia di Covid-19 e sulla distribuzione dei fondi europei, promuovendo altresì un’UE innovativa e solidale, con i valori della convergenza e della coesione. “Ottimo incontro per il passaggio del testimone della presidenza di turno del Consiglio Ue con la cancelliera Angela Merkel. Abbiamo concordato sull’importanza di mantenere un alto tasso di vaccinazioni e mettere in campo gli strumenti per la ripresa economica e sociale” ha scritto il premier portoghese su Twitter, riaffermando la vicinanza di intenti con la Germania. Il Portogallo dovrà anche vigilare sul rispetto delle norme ambientali e del Green Deal europeo, soprattutto nell’ambito della ripresa economica degli Stati membri. La ripresa economica si vuole, invero, far conciliare in toto con la sostenibilità socio-ambientale, in modo del tutto fedele alla posizione politica del premier portoghese, ex segretario del Partito socialista. Quanto alla Brexit, tema molto caldo a Bruxelles, l’ambasciatore portoghese presso l’Ue ha affermato che tutti si augurano “che l’Eurocamera approvi l’accordo post Brexit il prima possibile, nell’ambito di uno spirito di leale cooperazione con il Parlamento europeo”.

La visita di Charles Michel a Lisbona

Lunedì 4 gennaio sono iniziati i lavori della presidenza portoghese con la prima riunione di coordinamento Coreper, al fine di preparare la settimana di lavoro mentre, il giorno seguente, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è recato in visita a Lisbona per l’avvio del semestre portoghese. “Questi sono tempi difficili, ma possiamo uscirne più forti solo se combattiamo il Covid insieme e uniamo i percorsi di ripresa economica”, ha scritto Michel su Twitter a proposito. L’incontro di lavoro è stato poi seguito da una breve visita al monastero di Jeronimos, dove nel 1985 è stato firmato il Trattato di adesione del Portogallo all’allora Comunità economica europea.

Il Portogallo rimarrà in carica fino al 30 giugno 2021, dopodiché la presidenza del Consiglio dell’UE passerà alla Slovenia, il terzo dei tre paesi protagonisti nel 2020-2021.

Con Maia Sandu la Moldova si riorienta a Ovest

EST EUROPA di

Il 24 dicembre Maia Sandu ha giurato come Presidente della Repubblica di Moldova. L’esponente del Partito di Azione e Solidarietà è stata eletta lo scorso 15 novembre dopo aver vinto il ballottaggio con il Presidente uscente Igor Dodon, capo e fondatore del Partito Socialista Moldavo. Maia Sandu è stata economista alla Banca Mondiale, ha ricoperto l’incarico di Primo Ministro per circa cinque mesi nel 2019 ed è stata eletta al ballottaggio con un margine di circa 15punti su Dodon. I due si erano sfidati anche nel 2016, quando al ballottaggio in quel caso Dodon aveva vinto con distacco del 5%. Al ballottaggio hanno partecipato più del 50% degli elettori, in netto aumento rispetto al primo turno. Generalmente l’affluenza alle elezioni nei paesi dell’Est Europa è molto bassa, ma queste ultime consultazioni avevano un significato particolare: Dodon è vicinissimo a Mosca e capo del partito al quale appartiene il Primo Ministro in carica (Ion Chicu); Mandu invece è la leader di un partito che attualmente ha 15 seggi in parlamento, è pro-occidente anche per formazione culturale, come evidenziato dall’ analista Vladimir Socor. La consultazione era considerata cruciale per le scelte in politica estera, fino ad oggi filorussa, che il paese dovrà fare nei prossimi anni. Continue reading “Con Maia Sandu la Moldova si riorienta a Ovest” »

Deal! L’accordo sulle relazioni future tra Regno Unito e Unione europea

EUROPA di

Dopo quasi un anno di negoziati, scadenze disattese e posticipate, alla Vigilia di Natale, l’accordo sui futuri rapporti tra Regno Unito ed Unione europea è finalmente arrivato.  L’accordo garantirà alle due parti la possibilità di continuare a scambiare le merci senza l’imposizione di dazi e quote, nonché di proseguire la cooperazione su questioni di polizia e sicurezza, cambiamento climatico, energia e trasporti. Si tratta del più grande accordo commerciale bilaterale firmato da entrambe le parti, nonché dell’ultima intesa necessaria al completamento di una Brexit “ordinata” ed entrerà in vigore il 1° gennaio 2021, quando il Regno Unito concluderà l’uscita dall’Unione Europea, dando fine al processo iniziato con il referendum del 23 giugno 2016. Tuttavia, l’accordo pone altresì fine alla libera circolazione tra le due parti oltre a determinare l’uscita britannica da molti programmi europei, tra cui il programma di studio Erasmus+. Un Brexit Deal che evita il peggio, cioè l’uscita del Regno Unito senza accordo, ma crea pur sempre due mercati separati, per quanto interconnessi.

Il raggiungimento dell’accordo

Il 24 dicembre, quando ormai l’hard Brexit-vale a dire l’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo-sembrava essere vicina, l’Unione Europea e il Regno Unito hanno trovato un compromesso sull’accordo relativo alle relazioni future che entrerà in vigore il 1° gennaio 2021, quando il Regno Unito concluderà le fasi del recesso dall’Unione Europea. L’accordo sulle relazioni future rappresenta l’ultimo passo per completare una Brexit “ordinata”, dopo l’intesa sul recesso raggiunta nell’ottobre 2019 ed entrata in vigore lo scorso 1° febbraio.

L’accordo permetterà alle due parti di continuare a scambiare merci senza l’imposizione di dazi – quindi non si dovrà pagare quando le merci attraverseranno i rispettivi confini – né di quote – cioè non vi saranno limiti sulle quantità di beni commerciati – inoltre consentirà di proseguire la cooperazione già esistente in alcuni settori come polizia e sicurezza, cambiamento climatico, energia e trasporti. L’intesa offrirà, inoltre, alle aziende britanniche ed europee un accesso preferenziale al mercato della controparte rispetto alle regole minime stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Michel Barnier, Capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, ha dichiarato: “Siamo giunti al termine di quattro anni molto intensi, in particolare per quanto riguarda gli ultimi nove mesi durante i quali abbiamo negoziato il recesso ordinato del Regno Unito dall’UE e un partenariato completamente nuovo, che abbiamo finalmente concordato oggi. La protezione dei nostri interessi è stata la nostra preoccupazione principale durante tutti questi negoziati e sono lieto di quanto abbiamo conseguito. Spetta ora al Parlamento europeo e al Consiglio pronunciarsi su questo accordo”. “Deal is done”, l’accordo è fatto: così Boris Johnson, dal canto suo, ha confermato l’intesa raggiunta con l’Ue sul dopo Brexit sul suo account Twitter.

Le questioni più discusse

Le trattative tra Unione europea e Regno Unito sono durate circa otto mesi: sono state ostacolate dalla pandemia da Covid-19 – entrambi i capi negoziatori sono stati contagiati in primavera – e rese particolarmente complesse dall’ampia distanza tra le posizioni delle due parti su alcune questioni cruciali. Nel dettaglio, le principali questioni sul tavolo dei negoziati sono state il cosiddetto level playing field, vale a dire le regole per impedire che nel medio-lungo termine le aziende britanniche possano fare concorrenza sleale a quelle europee, il meccanismo di risoluzione per eventuali controversie e l’accesso dei pescatori europei alle acque britanniche.

Quanto all’ultimo punto – una questione di ridotta importanza economica ma di grande valore simbolico e politico sia per il Regno Unito che per alcuni Stati membri dell’UE come Francia, Danimarca e Paesi Bassi – si è trovato un accordo che prevede, nei prossimi cinque anni e mezzo, una riduzione del 25% del pesce pescato dalle imbarcazioni europee in acque britanniche. Il Regno Unito aveva inizialmente chiesto una riduzione di gran lunga maggiore (tra il 60 e l’80%) e in tempi più rapidi (tre anni) ma ha dovuto ridimensionare le sue pretese per il raggiungimento di un’intesa. Secondo l’associazione di categoria dei pescatori britannici, nel periodo di transizione che durerà fino al 2026, la quota di pesce pescato dalle imbarcazioni europee dovrà essere ridotta del 15% nel primo anno e poi per 2,5 % ogni anno successivo fino ad arrivare al 25 % nel 2025.

Sul cosiddetto level playing field Regno Unito e Unione europea hanno concordato un livello minimo di standard ambientale, sociale e sui diritti dei lavoratori da rispettare. L’accordo prevede la possibilità di intervenire nel caso in cui una delle due parti ritenga che l’altra stia praticando concorrenza sleale. Di qui la terza questione cruciale, il punto più importante che è stato oggetto di contesa negli ultimi mesi, vale a dire la governance dell’accordo e dunque il meccanismo di risoluzione per eventuali controversie: ai sensi del compromesso raggiunto le misure adottate per ristabilire la giusta concorrenza saranno valutate in un arbitrato entro 30 giorni dalla loro approvazione, con eventuali compensazioni nel caso in cui le misure venissero giudicate eccessive o ingiuste.

La fine della libera circolazione e del programma Erasmus +

L’aver raggiunto un’intesa sulle relazioni future tra Regno Unito ed Unione europea non significa che i cittadini britannici ed europei potranno agire come prima. Per quanto riguarda la libertà di movimento, i cittadini britannici non potranno più lavorare, studiare, iniziare un’attività o vivere negli Stati membri dell’Unione Europea liberamente e dovranno richiedere visti per soggiorni superiori ai 90 giorni. L’accordo stabilisce altresì la fine della libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea nel Regno Unito, punto indicato dal governo britannico come uno dei vantaggi della Brexit.

Il governo britannico, inoltre, non parteciperà più al programma di studio Erasmus+. A tal proposito il Primo Ministro Johnson ha dichiarato che il programma verrà sostituito con un altro, chiamato “Turing Scheme”, dal nome del matematico Alan Turing, il quale consentirà agli studenti del Regno Unito di studiare nelle università europee e nelle «migliori università del mondo». Il Regno Unito uscirà inoltre da molti altri programmi europei, come Galileo, il sistema di satelliti europeo che permette una maggiore precisione nell’utilizzo della tecnologia GPS.

I prossimi step

Data la portata dell’accordo, il più grande accordo commerciale bilaterale firmato da entrambe le parti, nei prossimi mesi il testo sarà presumibilmente ancora oggetto di micro-negoziati per risolvere questioni lasciate aperte.

Quanto ai prossimi step, prima di produrre definitivamente effetti giuridici, l’accordo dovrà ora essere approvato da tutte le parti interessate per poi, salvo sorprese, dare avvio alla concretizzazione della Brexit.

Francesca Scalpelli
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