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Bilancio pluriennale dell’Unione europea: l’accordo tra il Parlamento ed il Consiglio

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Il 10 novembre, il Parlamento europeo ed il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo preliminare sulla cruciale questione del budget pluriennale per il periodo 2021-2027. Si tratta di un passo decisivo per l’attuazione del Recovery Fund, il principale strumento comunitario per fronteggiare la crisi economica provocata dalla pandemia da coronavirus, rinominato Next Generation EU, nonché del nuovo meccanismo di condizionalità per il rispetto dello stato di diritto. Tra le voci che il Parlamento europeo è riuscito ad incrementare rispetto alla proposta iniziale del Consiglio – tradizionalmente più conservativa – figurano spese per la salute e la ricerca. Inoltre, è stato raggiunto un accordo vincolante – se sarà approvato in maniera definitiva – per dotare l’UE di risorse proprie da qui al 2027. Tuttavia, permangono diversi nodi che dovranno essere sciolti nelle prossime settimane dalle istituzioni europee.

Il compromesso

Martedì 10 novembre, il Presidente della Commissione Bilanci del Parlamento europeo, Johan Van Overtveldt, ha annunciato che l’Europarlamento ed il Consiglio dell’Unione europea – l’organo che comprende i rappresentanti dei 27 governi dell’UE – hanno raggiunto un compromesso sul bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2021-2027. Quest’ultimo è finanziato in maniera proporzionale dagli Stati membri dell’UE ed è il serbatoio utilizzato per il funzionamento delle istituzioni europee e per i cosiddetti fondi europei.  Le sue voci principali sono approvate ogni sette anni, anche se ogni anno vi sono dei piccoli aggiustamenti.

L’accordo raggiunto da Parlamento e Consiglio risulta essere molto importante in vista dell’attuazione di importanti misure al centro del dibattito negli ultimi mesi, in particolare del Recovery Fund, il principale strumento comunitario per fronteggiare la crisi economica dovuta alla diffusione del Covid-19, rinominato Next Generation EU, nonché del nuovo meccanismo di condizionalità per il rispetto dello stato di diritto.

 

Con riguardo all’entità del compromesso, escluso il Recovery Fund, il nuovo bilancio prevederà circa 1.074 miliardi di euro: una cifra molto simile a quella del bilancio precedente, pari a circa l’1% del PIL dell’UE. È il prezzo che i leader più progressisti e quelli più inclini ad aumentare il bilancio europeo hanno dovuto pagare per l’approvazione del Recovery Fund da parte dei Paesi più scettici. Anche le singole voci di spesa del bilancio non subiranno modifiche radicali. All’inizio dei negoziati il Parlamento europeo aveva chiesto ai singoli Stati di aumentare la disponibilità del bilancio in maniera significativa, fra 40 e 110 miliardi di euro, mentre il compromesso finale prevede 16 miliardi in più rispetto alla bozza proposta dal Consiglio, che perlopiù agiscono sulle voci di bilancio della salute e della ricerca.

Il pacchetto politico concordato dalle due istituzioni europee comprende: un rafforzamento mirato dei programmi dell’UE, tra cui Orizzonte Europa, EU4Health ed Erasmus+, pari a 15 miliardi; maggiore flessibilità per consentire all’UE di rispondere ad esigenze impreviste; maggiore coinvolgimento dell’autorità di bilancio nel controllo delle entrate nell’ambito di Next Generation EU; maggiore ambizione in materia di biodiversità, nonché un rafforzamento del monitoraggio della spesa per quanto riguarda la biodiversità, il clima e le questioni di genere; infine, una tabella di marcia per l’introduzione di nuove risorse proprie dell’UE.

Un fattore da tenere in considerazione è che tali fondi non saranno immediatamente disponibili: saranno infatti reperiti dalle eventuali multe che il dipartimento della Concorrenza dell’UE imporrà nei prossimi anni alle imprese che non rispettano le norme europee, dando per scontato che eccederanno quella cifra e che saranno effettivamente riscossi.

Step successivi e criticità

Quanto agli step successivi, l’accordo dovrà completare il suo iter legislativo e dunque essere approvato all’unanimità dalla plenaria del Parlamento Europeo – si tratterà perlopiù di una formalità – ma anche dal Consiglio dell’UE, dove, ai sensi dei trattati europei sarà necessario l’assenso di tutti i 27 Stati membri.

L’approvazione da parte del Consiglio dell’UE appare più complessa. Nel dettaglio, il Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán, ha già minacciato di porre il veto sull’intero bilancio pluriennale se il meccanismo di condizionalità economica non verrà modificato. D’altra parte, dallo scorso bilancio l’Ungheria ha ottenuto quasi 30 miliardi di euro, una cifra considerevole considerando che si tratta di un Paese che ha un PIL annuale da 160 miliardi di euro, pertanto, difficilmente potrà permettersi dei ritardi nell’erogazione dei suddetti fondi.

Inoltre, permangono dei nodi da sciogliere in merito al Recovery Fund, il quale dovrà essere negoziato nel dettaglio. A tal proposito, proprio il 10 novembre, in una decisione separata dai negoziati per il bilancio pluriennale, la commissione Bilanci del Parlamento ha approvato altresì la base negoziale per le trattative con il Consiglio, che si terranno nelle prossime settimane: fra le altre cose l’Europarlamento chiede di aumentare l’anticipo dei fondi totali ai governi nazionali passando dal 10 al 20 %, da versare entro la prima parte del 2021 per far partire subito i progetti selezionati.

Infine, una volta raggiunto l’accordo sia sul bilancio pluriennale sia sul Recovery Fund, prima di iniziare ad erogare i fondi, si dovrà ottenere l’approvazione da parte di tutti i parlamenti nazionali in merito alla procedura con cui l’Unione Europea produrrà titoli comunitari per reperire i 750 miliardi di euro del Fondo per la ripresa sui mercati finanziari.

Le dichiarazioni

“Ottimo lavoro del Parlamento europeo e del team negoziale! L’accordo sul Quadro finanziario pluriennale e sulle risorse proprie raggiunto oggi è un ottimo risultato per i nostri cittadini. Adesso l’Europa può cominciare a ricostruire da questa crisi” è quanto scritto dal Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un Tweet, ringraziando anche la Presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue e la commissione europea per l’accordo trovato a Bruxelles sul bilancio pluriennale.

“Il risultato è impressionante” ha dichiarato invece il Ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, “Il tempo stringe e il denaro è necessario con urgenza per molti paesi – ha aggiunto il Ministro tedesco – dobbiamo agire velocemente in modo da poter contrastare con tutte le nostre forze gli effetti della pandemia anche a livello europeo”.

Balcani, l’auspicata ripresa del dialogo

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Il prossimo incontro nell’ambito del processo di Berlino riunirà i leader dei Balcani occidentali e dell’Unione europea che si incontreranno nella capitale della Bulgaria, a Sofia. I leader dovrebbero adottare un piano per la creazione di un mercato regionale comune nel prossimo summit del 10 novembre.

Lanciato nel 2014 a seguito della Dichiarazione Juncker sull’allargamento e sulle sfide geopolitiche per l’UE, il processo di Berlino è un’iniziativa volta a mantenere lo slancio dell’integrazione europea nei Balcani occidentali. Inizialmente limitato nel tempo (2014-2018) e nel suo ambito, si è però sviluppato diventando un processo sfaccettato senza una fine prevedibile.  Continue reading “Balcani, l’auspicata ripresa del dialogo” »

Gaetano Armao componente della Task-Force per la risposta al Coronavirus del Gruppo del PPE al Comitato europeo delle Regioni

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Il Gruppo del Partito popolare europeo (EPP-PPE) al Comitato europeo delle Regioni (COR) ha costituito la Task-Force per la risposta al Coronavirus.
Dell’organismo è stato chiamato a far parte il Vicepresidente ed assessore all’economia della Regione siciliana, prof. Gaetano Armao, in rappresentanza dell’area dell’Europa meridionale.

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La Crisi del Nagorno-Karabakh: un’escalation senza fine 

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La ripresa dei combattimenti tra Armenia e Azerbaijan per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, riconosciuta internazionalmente come territorio azero ma sotto il controllo di Yerevan, rischia di sprofondare in un conflitto di portata superiore rispetto alla guerra termina 26 anni fa. Le ostilità riprese il 27 settembre questa volta vedono un coinvolgimento nella vicenda di paesi terzi che rischia di far scattare una reazione a catena che sarebbe difficile da bloccare per la comunità internazionale.  Continue reading “La Crisi del Nagorno-Karabakh: un’escalation senza fine ” »

Condizionalità economica e stato di diritto: l’accordo tra Consiglio e Parlamento europeo per vincolare i fondi al rispetto dei principi UE

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Il Consiglio europeo, nel pianificare ed approvare il Recovery Fund, il Piano per la ripresa dalla crisi economica causata dalla pandemia di Covid-19, ha stabilito che l’erogazione delle misure economiche previste siano in qualche modo subordinate al rispetto dei principi dello Stato di diritto. Dello stesso avviso sono anche le altre due importanti istituzioni europee che, in merito, hanno raggiunto un accordo di fondamentale importanza: secondo il Parlamento europeo e il Consiglio, i Paesi dell’UE che non rispettano lo stato di diritto potrebbero perdere l’accesso ai fondi europei.

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Gli attacchi terroristici in Francia ed Austria e l’esigenza di una strategia comune europea

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Stiamo assistendo ad un ritorno del terrorismo di matrice jihadista in Occidente: negli ultimi giorni il terrore è tornato in Francia e Austria. Nella notte del 2 novembre Vienna è stata teatro di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico il giorno successivo; l’autore dell’attentato, il ventenne Kujtim Fejzulai, ha ucciso almeno 4 persone e ne ha ferite 17, prima di essere neutralizzato dalla polizia austriaca. Pochi giorni prima, il 29 ottobre, in Francia, a Nizza, Brahim Aoussaoui, 21 anni, armato di coltello, ha attaccato la chiesa di Notre-Dame, uccidendo 3 persone; si è trattato del terzo attacco avvenuto in Francia nel giro di poche settimane, dopo la ripubblicazione, ad inizio settembre, da parte della rivista satirica francese, Charlie Hebdo, di alcune vignette del Profeta Maometto, considerate offensive e “islamofobe”. Da sempre la Francia è nel mirino, a causa della memoria coloniale e della contestata laicità assoluta. La centralità dell’obiettivo francese, pertanto, sorprende meno rispetto a quanto accaduto a Vienna. Al fine di scongiurare nuovi attacchi risulta essere prioritaria una reazione coordinata a livello europeo. Non a caso, in un colloquio telefonico, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, hanno concordato sulla necessità di elaborare una strategia comune europea contro il terrorismo.

Gli attacchi terroristici in Francia

Il 29 ottobre, intorno alle nove di mattina, il ventunenne tunisino Brahim Aoussaoui ha accoltellato e ucciso tre persone nella basilica di Notre-Dame de l’Assomption a Nizza, città francese già duramente colpita in passato, in quello che il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha definito «un attacco terroristico islamista». Le tre vittime sono il custode della chiesa di 55 anni, una donna di 60 anni e un’altra di 44 morta in un ristorante limitrofo dopo essere stata accoltellata nella chiesa. L’aggressore era arrivato in Europa passando per l’Italia: era sbarcato a Lampedusa a fine settembre ed era passato per Bari il 9 ottobre; tuttavia, secondo le ricostruzioni, non era stato segnalato dalle autorità tunisine, né era noto all’intelligence. Il sindaco di Nizza, Christian Estrosi, giunto sul luogo dell’attacco, ha riferito alla stampa che l’uomo «continuava a ripetere “Allah akbar”».

Su Twitter, il Presidente del Consiglio francese per il culto musulmano (CFCM), Mohammed Moussaoui, ha condannato fermamente l’attacco terroristico e «in segno di lutto e solidarietà con le vittime e i loro cari» ha chiesto «ai musulmani di Francia di annullare tutti i festeggiamenti del Mawlid» l’anniversario della nascita di Maometto.

Due ore dopo l’attacco, la radio francese Europe 1 ha segnalato che in mattinata, ad Avignone, un uomo armato era stato ucciso dai poliziotti dopo aver tentato di aggredire delle persone per strada, inoltre l’Ambasciata francese in Arabia Saudita ha annunciato in un comunicato che una guardia giurata fuori dal loro edificio era stata aggredita da un uomo con un coltello.

Da sempre la Francia è nel mirino e ha costituito la colonna principale dei foreign fighters europei. Non a caso, recentemente, in diversi Paesi islamici, vi sono state manifestazioni e proteste contro il Presidente francese Macron. La difesa della laicità assoluta, che espelle ogni simbolo religioso dalla vita pubblica, nonché la lotta contro l’Islam radicale, sono tra i temi che hanno maggiormente impegnato l’attuale governo. Proprio qualche settimana prima dell’attacco di Nizza, Emmanuel Macron aveva annunciato un nuovo Disegno di legge contenente misure dure contro il «separatismo», termine che impiega per indicare il fatto che molti membri della comunità musulmana vivrebbero in una «società parallela», affine al fondamentalismo islamico e contraria ai valori della Repubblica francese. In un’affermazione molto contestata, Macron ha descritto l’Islam come una religione “in crisi” in tutto il mondo e ha dichiarato che il governo francese è intenzionato a “difendere la Repubblica e i suoi valori”. La decisione di prevedere nuove misure era stata presa dopo un altro evento, l’uccisione di Samuel Paty, l’insegnante di scuola media decapitato il 16 ottobre nella periferia nord di Parigi, dopo aver mostrato vignette satiriche sul profeta Maometto nell’ambito di una lezione sulla libertà d’espressione. Proprio la rivista satirica Charlie Hebdo ha scelto di ristampare le caricature di Maometto in occasione dell’apertura del processo sulla strage del 7 gennaio 2015, tuttavia, poco dopo l’avvio del processo, il 25 settembre, un 18enne di origine pakistana arrivato in Francia tre anni prima, ha accoltellato due persone fuori dagli ex uffici della rivista, riseminando il terrore in Francia.

La notte di terrore a Vienna

Nella notte del 2 novembre, alla vigilia dell’entrata in vigore di un coprifuoco nazionale per frenare la diffusione della pandemia da Covid-19, il terrore è giunto anche a Vienna, teatro di un attentato terroristico, rivendicato il giorno successivo dallo Stato Islamico. L’autore dell’attentato, che ha ucciso almeno 4 persone e ne ha ferite 17, prima di essere neutralizzato dalla polizia austriaca, si chiamava Kujtim Fejzulai, aveva 20 anni, era nato a Vienna ma aveva origini albanesi della Macedonia del Nord. Era stato condannato, nell’aprile 2019, a 22 mesi di prigione perché aveva tentato, insieme ad altri 90 islamisti austriaci, di recarsi in Siria per unirsi al gruppo dello Stato Islamico ma a dicembre gli era stata concessa la scarcerazione anticipata in virtù del diritto minorile. Secondo le ricostruzioni, poco prima di entrare in azione, il ventenne aveva prestato giuramento di fedeltà al nuovo leader dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi.

Il Cancelliere austriaco Kurz ha descritto l’episodio con termini duri definendolo un “attacco terroristico ripugnante”. “Si è trattato di un attacco alla nostra libera società, ma è chiaro che non ci lasceremo spaventare e difenderemo con tutte le nostre forze il nostro modello di vita” queste le parole di Kurz, il quale ha aggiunto “Non cadremo nella trappola del terrorismo”.

L’esigenza di una strategia comune

Al fine di scongiurare nuovi attacchi terroristici in Europa risulta essere prioritaria una reazione coordinata alla nuova ondata di terrore. Non a caso, in un colloquio telefonico, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, hanno concordato sulla necessità di elaborare una strategia comune europea contro il terrorismo. Nell’ambito della telefonata, il Cancelliere Kurz ha ringraziato il Presidente francese per la sua visita presso l‘ ambasciata austriaca nel giorno successivo all’attacco terroristico e ha assicurato che la collaborazione tra i due Paesi sarà fortificata anche in ambito europeo.

 

L’allargamento nell’UE: a che punto siamo in Bosnia-Erzegovina?

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Da quando la nuova Commissione è entrata in carica alla fine del 2019, sono ripresi gli sforzi nella tabella di marcia a sostegno dei Balcani occidentali, regione dove la strategia si è concentrata sui settori in cui sono necessari ulteriori riforme da parte dei partner dell’area. Nonostante il continuo sostegno sul rafforzamento degli impegni presi a partire dall’agenda del vertice di Sofia nel 2018, nel nuovo rapporto presentato dalla Commissione Europea, la mancanza di progressi ha caratterizzato il quadro della Bosnia-Erzegovina, un paese dove la libertà dei media è quasi completamente soppressa e la corruzione permea ogni segmento della società

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La corsa di Albania e Macedonia del Nord nell’adesione All’UE

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“Fin dall’inizio del suo mandato, questa commissione ha rinforzato l’impegno nei confronti dei paesi vicini, quale caratteristica prioritaria. Dobbiamo impegnarci energicamente per arrivare alla pace e alla prosperità dei paesi vicini. Questo principio è alla base del nostro lavoro non solo per il nostro interesse ma anche per la credibilità della commissione e della stessa Unione Europea”.

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L’accordo per il coordinamento delle misure che limitano la libera circolazione nell’Unione europea

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Il 13 ottobre, il Consiglio dell’Unione europea ha raggiunto un accordo grazie al quale le misure che limitano la libera circolazione a causa della pandemia da coronavirus saranno più chiare e prevedibili. L’obiettivo è evitare frammentazioni e interruzioni ed accrescere la trasparenza e la prevedibilità appannaggio di cittadini ed imprese. Nel dettaglio, i Ministri competenti per ogni Stato membro hanno concordato un approccio coordinato che comprende una cartina unica, pubblicata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in cui il livello di rischio delle regioni europee sarà indicato utilizzando un sistema a semaforo. Un approccio ben coordinato, prevedibile e trasparente all’adozione delle restrizioni alla libertà di circolazione è necessario per prevenire la diffusione del virus, tutelare la salute dei cittadini e al contempo salvaguardare la libera circolazione nell’Unione, in condizioni di sicurezza.

Il contesto

La libera circolazione e dunque il diritto dei cittadini europei di spostarsi e risiedere liberamente nell’Unione europea, nonché l’assenza di controlli alle frontiere interne, sono alcuni dei risultati più importanti dell’UE e un motore importante dell’economia europea. Di conseguenza, le restrizioni al diritto fondamentale alla libera circolazione nell’UE dovrebbero essere imposte solo se strettamente necessarie per far fronte a rischi per la salute pubblica e dovrebbero essere coordinate, proporzionate e non discriminatorie.

Per limitare la diffusione della pandemia da coronavirus i 27 Stati membri dell’UE hanno adottato varie misure, alcune delle quali, come l’obbligo di sottoporsi a una quarantena o a un test, hanno inciso su tale libertà fondamentale. Pur mirando a salvaguardare la salute e il benessere dei cittadini, le misure in questione hanno avuto conseguenze notevoli per l’economia europea e per i diritti dei cittadini. Pertanto, il 4 settembre, la Commissione europea, ha presentato una proposta di raccomandazione del Consiglio dell’UE per un approccio coordinato alla limitazione della libertà di circolazione.

La raccomandazione del Consiglio dell’UE

Al fine di limitare tali conseguenze, il Consiglio dell’UE ha accolto la proposta della Commissione ed ha concordato un approccio coordinato alle restrizioni di viaggio connesse alla pandemia da Covid-19, il quale comprende una cartina unica, pubblicata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in cui il livello di rischio delle regioni europee sarà indicato utilizzando un sistema a semaforo. Le regioni saranno contrassegnate dai colori “verde”, “arancione”, “rosso” e “grigio” (se le informazioni disponibili non risultano essere sufficienti). I fattori considerati saranno: il “tasso cumulativo dei casi di infezione da coronavirus registrati in 14 giorni“, vale a dire il numero totale di nuovi casi di infezione da coronavirus registrati ogni 100 000 abitanti negli ultimi 14 giorni; il “tasso di positività dei test“, ossia la percentuale di test positivi all’infezione da coronavirus nell’ultima settimana; il “tasso di test effettuati“, cioè la percentuale di test del coronavirus effettuati ogni 100 000 abitanti nell’ultima settimana.

In base alla cartina gli Stati membri decideranno se introdurre determinate restrizioni o misure di precauzione, come la quarantena o un test, nei confronti di viaggiatori provenienti da altre zone dell’UE. In particolare, gli Stati membri hanno convenuto che non vi saranno restrizioni per i viaggiatori provenienti da regioni “verdi”, mentre i viaggiatori provenienti da regioni “arancioni” o “rosse” potranno essere soggetti all’imposizione di misure restrittive.

Consultata insieme alle informazioni messe a disposizione sulla piattaforma web “Re-open EU”, la cartina permetterà così ai viaggiatori di sapere a quali misure saranno soggetti recandosi in un’altra regione dell’UE.

Ai sensi della raccomandazione del Consiglio dell’UE, la quale non risulta essere giuridicamente vincolante, gli Stati membri dovrebbero fornire informazioni chiare, complete e tempestive sulle eventuali restrizioni alla libera circolazione, con il massimo anticipo possibile rispetto all’entrata in vigore delle nuove misure. Come regola generale, tali informazioni dovrebbero essere pubblicate 24 ore prima della loro entrata in vigore, tenendo conto del fatto che le emergenze epidemiologiche necessitano una certa flessibilità.

Quanto all’estensione dell’accordo raggiunto il 13 ottobre, esso si applica a tutti i paesi dell’UE e al Regno Unito durante il periodo di transizione, inoltre la cartina comprenderà anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia.

Le dichiarazioni

“A causa delle restrizioni di viaggio, per alcuni dei nostri cittadini è oggi difficile recarsi al lavoro, all’università o far visita ai propri cari. È nostro dovere comune garantire il coordinamento di tutte le misure suscettibili di incidere sulla libera circolazione e fornire ai nostri cittadini tutte le informazioni di cui hanno bisogno per decidere in merito al loro viaggio” ha dichiarato Michael Roth, Ministro aggiunto per l’Europa della Germania.

Quanto alla Commissione europea, compiacendosi per l’accordo raggiunto dal Consiglio ha affermato: “Accogliamo con favore questo accordo, che fa maggiore chiarezza nella situazione di confusione attuale. La coesione fra gli Stati membri invia un segnale forte ai cittadini ed è un chiaro esempio di come l’UE agisca dove e quando è assolutamente necessario. Abbiamo imparato la lezione: non sormonteremo la crisi chiudendo unilateralmente le frontiere, ma attraverso uno sforzo collettivo”.

 

 

Green Deal europeo: le due nuove strategie della Commissione europea

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Il 14 ottobre, nell’ambito del Green Deal europeo, la Commissione europea ha presentato due nuove strategie che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi previsti dal progetto dell’UE, tra i quali ridurre le emissioni di gas a effetto serra. In particolare, sono state presentate le strategie sul metano e sulle sostanze chimiche per un ambiente privo di sostanze tossiche. La prima strategia è volta a ridurre le emissioni di metano, il secondo agente climalterante più importante dopo il carbonio, e definisce proprio le misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale. La seconda strategia è finalizzata ad azzerare l’inquinamento e creare un ambiente privo di sostanze tossiche, innovando le sostanze chimiche e rendendole più sostenibili.

La strategia per ridurre le emissioni di metano

Gli obiettivi climatici previsti dal Green Deal europeo prevedono importanti riduzioni di emissioni di gas a effetto serra per il 2030, fino a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Per arrivare a tale obiettivo, si deve intervenire in quanti più settori possibili, a partire da quello dei gas climalteranti. In particolare, la strategia proposta dalla Commissione definisce le misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale, gas responsabile del 10% delle emissioni totali di gas a effetto serra: contiene interventi legislativi e non nei settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti. Questi tre settori, insieme, rappresentano circa il 95% delle emissioni di metano associate all’attività umana nel mondo, mentre l’Unione europea produce il 5% delle emissioni mondiali di metano a livello interno. Proprio per questo, la Commissione collaborerà con i partner internazionali dell’UE e con l’industria per conseguire riduzioni delle emissioni.

I punti previsti dalla strategia sono molteplici: senz’altro, si punta a migliorare la misurazione e la comunicazione delle emissioni di metano. Il livello di monitoraggio attuale, infatti, varia secondo i settori e gli Stati membri, mentre la Commissione vuole rafforzare le norme in materia di misurazione e sosterrà la creazione di un osservatorio internazionale delle emissioni di metano in collaborazione con il programma dell’ONU per l’ambiente, la Coalizione per il clima e l’aria pulita e l’Agenzia internazionale per l’energia. Nel settore energetico, la riduzione delle emissioni di metano sarà garantita attraverso l’obbligo di migliorare il rilevamento e la riparazione delle perdite nelle infrastrutture del gas, nonché attraverso il dialogo con i partner internazionali. La Commissione si occuperà anche di migliorare la comunicazione delle emissioni prodotte dall’agricoltura attraverso una migliore raccolta di dati, promuovendo opportunità di riduzione delle emissioni con il sostegno della politica agricola comune. Nel settore dei rifiuti, la Commissione valuterà l’opportunità di ulteriori azioni per migliorare la gestione dei gas di discarica, sfruttandone il potenziale di consumo energetico.

La strategia in materia di sostanze chimiche

Insieme alla strategia per la riduzione di metano, la Commissione europea ha adottato la strategia dell’Unione in materia di sostanze chimiche per la sostenibilità: si tratta del primo passo da compiere per azzerare l’inquinamento e creare un ambiente privo di sostanze tossiche. In particolare, tale strategia darà impulso all’innovazione per creare sostanze chimiche più sicure e sostenibili, nonché garantire una migliore protezione della salute umana e dell’ambiente dalle sostanze chimiche pericolose. Tale obiettivo verrà perseguito anche attraverso il divieto di utilizzare le sostanze chimiche più nocive in prodotti di consumo quotidiano, oppure con la possibilità di usare le sostanze solo in modo sostenibile e sicuro. La strategia è molto ampia e comprende diverse azioni da svolgere, in particolare al fine di migliorare la protezione della salute e dell’ambiente, stimolare l’innovazione e promuovere la competitività dell’UE. L’obiettivo è quello di consentire la transizione verde del settore chimico e delle catene del valore per evitare gli effetti più nocivi delle sostanze chimiche e per garantirne il minor impatto possibile sul clima, l’uso delle risorse, gli ecosistemi e la biodiversità. La strategia prevede che l’industria dell’UE diventi un soggetto competitivo a livello mondiale nella produzione e nell’uso di sostanze chimiche sicure e sostenibili. Un aspetto importante è anche il fatto che la Commissione propugnerà l’adozione a livello mondiale di norme di sicurezza e sostenibilità, promuovendo un approccio coerente per impedire che le sostanze pericolose vietate nell’UE siano prodotte e poi esportate.

Le dichiarazioni

Virginijus Sinkevicius, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, ha dichiarato: “Dobbiamo il nostro benessere e gli elevati standard di vita alle numerose sostanze chimiche utili inventate negli ultimi 100 anni. Non possiamo tuttavia ignorare i danni causati da molte sostanze chimiche pericolose alla salute umana e all’ambiente. Dopo aver compiuto molti progressi per regolamentare le sostanze chimiche nell’UE, con la presente strategia intendiamo valorizzare i risultati fin qui ottenuti e spingerci oltre per impedire che le sostanze chimiche più pericolose si diffondano nell’ambiente e nel nostro organismo, con conseguenze negative soprattutto per le persone più fragili e vulnerabili”.

Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal, ha dichiarato: “Per diventare il primo continente climaticamente neutro l’Unione europea deve tagliare tutti i gas a effetto serra. Il metano è il secondo più potente gas a effetto serra e una causa determinante dell’inquinamento atmosferico. La strategia sul metano garantisce tagli delle emissioni in tutti i settori, in particolare l’agricoltura, l’energia e i rifiuti. Crea per le zone rurali l’opportunità di produrre biogas a partire dai rifiuti. La tecnologia satellitare dell’Unione europea consentirà di monitorare da vicino le emissioni e di innalzare gli standard internazionali”.

Flaminia Maturilli
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