GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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EUROPA - page 3

Il vertice estivo franco-tedesco a Fort Bregançon

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La preoccupazione per l’aumento dei casi di Covid-19, il sostegno ad una mediazione europea in Bielorussia, l’allarme per le condizioni dell’oppositore russo Navalnyj e le tensioni nel Mediterraneo orientale: questi i principali temi affrontati dal Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e la Cancelliera tedesca Angela Merkel nel summit tenutosi il 20 agosto a Fort Bregançon, la residenza estiva del Presidente francese in Costa Azzurra. È il primo vertice tra i due leader in questa sede e la Cancelliera si è detta emozionata al pensiero che in quello stesso posto, nel 1985, François Mitterrand invitò il cancelliere Helmut Kohl. Merkel e Macron rafforzano, così, la ritrovata armonia tra le due potenze europee.

La sfida del Covid-19

Il 20 agosto, a Fort Bregançon, Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno passato in rassegna le principali questioni nell’agenda europea ed internazionale.

I due leader hanno espresso preoccupazione per l’aumento dei contagi da Covid-19 nei due Paesi ed in tutta Europa, chiarendo la linea comune nella politica di prevenzione e nella sperimentazione di un vaccino. Testare, tracciare, isolare: queste le parole d’ordine. “In questo momento ci sono più vaccini già nella fase 3 e abbiamo prospettive ragionevoli di avere un vaccino nei prossimi mesi” così Macron ha espresso la sua soddisfazione per la coordinazione europea nella ricerca. “Questo non risolve i problemi delle prossime settimane ma dei prossimi mesi” ha aggiunto.

I due leader hanno manifestato la volontà di non richiudere i rispettivi Paesi e di non privare ulteriormente i cittadini delle loro libertà, rimarcando la necessità di imparare a convivere con il virus, scovando ed isolando i focolai. “Vogliamo in ogni caso evitare che vengano di nuovo chiuse le frontiere nell’Unione europea” ha dichiarato Angela Merkel, per poi evidenziare l’importanza di concordare e sviluppare criteri simili nella gestione della pandemia, muovendosi su basi scientifiche.

Sulla scia del risultato raggiunto con il Recovery Fund, un programma finanziario senza precedenti per affrontare una crisi pandemica senza precedenti, Merkel e Macron hanno sottolineato che se l’obiettivo è comune a tutti gli Stati membri dell’Unione europea, il risultato è tangibile. L’imperativo è ora quello di scongiurare un nuovo confinamento, ridare slancio alla crescita europea ed unirsi in una sola voce nell’ambito della politica estera continentale.

Le altre questioni cruciali

Altro tema condiviso da Francia e Germania è la preoccupazione per le condizioni del leader dell’opposizione russa, Aleksej Navalnyj, avvelenato pochi giorni fa. I due leader hanno offerto a Continue reading “Il vertice estivo franco-tedesco a Fort Bregançon” »

Gli ultimi sviluppi in Bielorussia: proteste nelle città e sanzioni da parte dell’UE

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Non si fermano le proteste in Bielorussia: dopo due settimane dal giorno delle elezioni, continuano ed aumentano sempre più le proteste a Minsk, e in tutto il paese, contro Lukashenko e a favore dell’opposizione e della democrazia. Si tratta delle proteste più partecipate nella storia della Bielorussia, nonostante le ripetute violenze della polizia contro i manifestanti, e si svolgono sotto gli occhi di tutta Europa, che guarda preoccupata al destino del paese e agisce a tutela dei diritti e della democrazia. I leader europei si sono riuniti ben due volte nell’arco di pochi giorni: il 14 agosto c’è stata la riunione dei Ministri degli Esteri dell’Unione europea, i quali hanno affermato di non riconoscere il risultato delle elezioni e di voler sanzionare i responsabili delle violenze e delle repressioni, mentre il 19 agosto si sono incontrati virtualmente in sede di Consiglio europeo i capi di Stato e di Governo.

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Le elezioni presidenziali in Bielorussia tra proteste e arresti

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Domenica 9 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali in Bielorussia e dalle 08:00 ora locale, Alexander Lukashenko e Svetlana Tikhanouskaya, i due principali candidati, si sono sfidati in un clima tutt’altro che pacifico. Già negli ultimi mesi la situazione è risultata particolarmente delicata, con l’esclusione dalla corsa alle elezioni e gli arresti di numerosi candidati all’opposizione da parte del Presidente in carica; la notte prima delle elezioni vi sono stati nuovi numerosi arresti e dal giorno delle elezioni in poi vi sono state molteplici proteste contro il sistema vigente, i brogli elettorati e le violenze dello Stato. Nonostante l’assenza di risultati ufficiali, Lukashenko ha affermato di aver vinto le elezioni presidenziali con l’80% dei voti, a dispetto di quanto anticipato dai sondaggi indipendenti. Non sono mancate, dunque, le critiche della comunità internazionale, dai leader dei paesi europei fino ai rappresentanti delle istituzioni di Bruxelles.

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La ricostruzione di Beirut passa per la Francia

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“Perché è il Libano. Perché è la Francia. Perché siete voi, perché siamo noi” queste le parole del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, che, dopo aver immediatamente mandato due aerei militari e un aereo civile per i primi aiuti di emergenza, ha interrotto le sue vacanze e si è precipitato a Beirut a poche ore dall’esplosione che il 4 agosto ha dilaniato la città. Macron ha incontrato le autorità locali, le forze politiche ed il popolo libanese, cogliendo così l’occasione per riaprirsi uno spazio di influenza in Medio Oriente. La Francia è, infatti, considerata una seconda patria da molti libanesi a causa dei forti legami storici tra i due Paesi. In virtù di questa cruciale relazione il 9 agosto Macron ha altresì organizzato una videoconferenza dei donatori, alla quale hanno partecipato anche i vertici delle istituzioni europee: i leader mondiali, riuniti in videoconferenza dal Presidente francese con il sostegno delle Nazioni Unite, hanno annunciato lo stanziamento di 250 milioni di euro per aiutare il Libano nella ricostruzione. Come ulteriore gesto di solidarietà, il 13 e 14 agosto la Ministra della Difesa francese, Florence Parly, si è recata a Beirut per accogliere la portaelicotteri Tonnere carica di aiuti per la capitale libanese.

L’esplosione e il viaggio di Macron

Quindici anni dopo l’esplosione dell’autobomba che uccise il Primo Ministro Rafiq Hariri – la cui morte mise fine all’occupazione siriana del Libano e cambiò la storia successiva del Paese – il 4 agosto un’altra tremenda deflagrazione ha ferito la Capitale libanese. Secondo la versione ufficiale riferita dal Presidente del Libano, Michel Aoun, a provocarla sarebbe stato un incendio in un deposito nel porto della città dove erano immagazzinate 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, sequestrate diversi anni fa da una nave. A poco più di una settimana dall’enorme esplosione, le operazioni di recupero dei corpi dalle macerie sono ancora in corso e ci sono grandi difficoltà ad affrontare le scarsità alimentari e i problemi sanitari che ne sono derivati. Non si è fatta attendere la reazione del popolo libanese che ha sin da subito manifestato contro quello che hanno definito “il crimine del secolo”, denunciando la corruzione sistemica presente nel Paese e la situazione già precaria del governo è precipitata con l’annuncio delle dimissioni l’11 agosto.

 

Neppure la manifestazione di solidarietà da parte dei leader mondiali, Francia in testa, si è fatta attendere. Il 6 agosto, due giorni dopo l’esplosione, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, si è recato a Beirut per testimoniare la solidarietà della Francia dopo la tragedia, ponendosi come primo Capo di Stato giunto sul posto. Macron, in nome dei legami storici tra i due Paesi, dopo aver incontrato le autorità locali, le forze politiche ed il popolo libanese, ha sottolineato che in Libano c’è bisogno di “profondi cambiamenti” da parte delle autorità, promettendo aiuti in cambio di riforme strutturali ed ha chiesto inoltre l’apertura di un’inchiesta internazionale sull’esplosione.

Il forte legame tra i due Paesi è di lunga data e deriva in particolar modo dal mandato francese della Siria e del Libano, un mandato della Società delle Nazioni di classe A creato dopo la Prima guerra mondiale in seguito alla caduta dell’Impero ottomano. Successivamente, la Francia ha coltivato le relazioni bilaterali e dunque l’influenza nel Paese Mediorientale, a causa del valore geopolitico del Libano, al fine di assicurarsi un posto privilegiato nel quadrante più cruciale e decisivo nelle grandi dinamiche globali. “Perché è il Libano. Perché è la Francia. Perché siete voi, perché siamo noi” queste le parole del Presidente Macron atterrato a Beirut.

A testimonianza del legame tra i due Paesi, nonché della frustrazione dei libanesi per la totale incapacità del governo nel garantire la sicurezza e la gestione dello Stato, rileva che una petizione per ricostituire un mandato francese in Libano ha raccolto più di 50.000 firme in 24 ore.

La conferenza internazionale dei donatori

Il 9 agosto la Francia ha altresì organizzato una videoconferenza dei donatori, alla quale hanno partecipato anche i vertici delle istituzioni europee. Macron, aprendo la conferenza internazionale da lui voluta ha affermato che “il mondo deve agire in fretta e con efficacia” per aiutare il Libano, sottolineando che “il caos e la violenza non devono vincere”.

I leader mondiali, con il sostegno delle Nazioni Unite, hanno annunciato lo stanziamento di 250 milioni di euro per aiutare il Libano nella ricostruzione. La Commissione europea donerà altri 30 milioni di euro al Libano per affrontare le prime necessità del post esplosione, come annunciato dal Commissario europeo per la gestione delle crisi, Janez Lenarcic. “L’Ue ha aiutato il Libano subito dopo l’esplosione mobilitando centinaia di soccorritori e inviando a Beirut equipaggiamento medico” ha dichiarato il Commissario, ringraziando tutti i Paesi europei che hanno manifestato solidarietà.  Lo stanziamento dei 30 milioni di euro si va ad aggiungere agli altri 33 milioni annunciati dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in una telefonata con il Presidente libanese, Michel Aoun. Gli aiuti europei saranno distribuiti attraverso le agenzie dell’ONU, le quali in una bozza dell’Emergency response framework’ (Efr) hanno stimato che al Libano serviranno 117 milioni di dollari nei prossimi tre mesi per rispondere alla crisi generata dalla devastante esplosione.

 

A rimarcare il ruolo della Francia in questa crisi è il viaggio della Ministra della Difesa francese, Florence Parly, a Beirut per accogliere la portaelicotteri Tonnere carica di aiuti per la capitale libanese. “Uno degli obiettivi è rendere il porto nuovamente operativo”, ha dichiarato Parly.

Cybersecurity, per la prima volta l’UE impone sanzioni contro gli attacchi informatici

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L’Unione europea affronta le sfide in materia di cibersicurezza ormai da diversi anni, cercando di fornire una risposta agli attacchi cibernetici subiti dagli Stati membri e dalle istituzioni europee. Tali sfide impattano gravemente sulla sicurezza, sulla stabilità e anche sull’ordine democratico, soprattutto vista la sempre maggiore connessione a dispositivi digitali che si compie giornalmente, ormai in modo naturale. Per questi motivi, per la prima volta nella storia dell’UE, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di imporre misure restrittive nei confronti di sei persone e tre entità responsabili di aver compiuto vari hackeraggi, fra i quali “WannaCry”, “NotPetya” e “Operation Cloud Hopper”.

La cibersicurezza in Europa – evoluzione della materia

Le attività portate avanti dall’Unione europea in materia di cibersicurezza sono dovute principalmente a due fattori, molto connessi tra loro: il sempre maggior sviluppo delle tecnologie e del digitale, nella vita di ognuno di noi; i conseguenti attacchi informatici che ne derivano. In particolare, secondo i dati della Commissione europea, gli attacchi perpetrati per mezzo di ransomware, ovvero un malware che infetta i dispositivi, sono triplicati tra il 2013 e il 2015 e l’impatto economico della criminalità informatica si è quintuplicato tra il 2013 e il 2017, tanto da far considerare questo tipo di criminalità una vera e propria sfida per la sicurezza interna dell’Unione europea.

Le prime norme di cibersicurezza adottate dal Consiglio a livello europeo risalgono a maggio 2016: si tratta della direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, introdotta per accrescere la cooperazione tra Stati membri in materia, definendo obblighi di sicurezza per gli operatori di servizi essenziali, in settori quali energia, trasporti, sanità e finanza. Nel giugno 2017 è stato istituito il pacchetto di strumenti della diplomazia informatica, che consente all’UE di utilizzare tutte le misure PESC a fini di prevenzione e deterrenza nei confronti delle attività informatiche dolose. Nel settembre del 2017 è stato varato, invece, un pacchetto di riforme per l’introduzione di sistemi di certificazione a livello europeo per prodotti, servizi e processi TIC, al fine di consentire la crescita del mercato europeo in materia. Negli anni, le istituzioni europee hanno continuato a monitorare la situazione, adottando conclusioni e cercando di rafforzare le proprie capacità di risposta a minacce di questo tipo: nel 2018, il Consiglio ha avviato i negoziati con il Parlamento europeo per giungere ad un accordo sul regolamento sulla cibersicurezza – adottato il 9 aprile 2019 –  istituendo un quadro europeo di certificazione per prodotti, servizi e processi TIC e potenziando l’Agenzia dell’UE per la sicurezza delle reti e dell’informazione.

Ulteriore passo in avanti è stato fatto il 17 maggio 2019, quando il Consiglio ha istituito un quadro che consente all’Unione europea di imporre misure restrittive mirate a scoraggiare e contrastare ogni forma di hackeraggio. L’UE può quindi imporre sanzioni a persone o entità responsabili di attacchi informatici, che forniscono sostegno finanziario, tecnico e materiale per attacchi o sono coinvolti in qualche altro modo.

Diplomazia informatica: le prime sanzioni imposte

Per la prima volta nella storia, il 30 luglio 2020 il Consiglio ha imposto misure restrittive nei confronti di sei persone e tre entità responsabili di aver compiuto attacchi informatici o di avervi preso parte. In particolare, ci si riferisce al tentato attacco informatico ai danni dell’OPCW – Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – e agli attacchi “WannaCry”, “NotPetya” e “Operation Cloud Hopper”; si tratta di entità russe, cinesi e della Corea del Nord. Le sanzioni imposte, parte del pacchetto di strumenti della diplomazia informatica, includono il divieto di viaggio e il congelamento dei beni, oltre al divieto di mettere fondi a disposizione delle persone ed entità inserite nell’elenco delle sanzioni.

Le persone sanzionate sono i cinesi Qiang Gao e Shilong Zhang (coinvolti nell’Operation Cloud Hopper) e i russi Alexey Valeryevich Minin, Aleksei Sergeyvich Morenets, Evgenii Mikhaylovich Serebriakov e Oleg Mikhaylovich Sotnikov (per il tentato attacco contro l’Opcw). Le entità sono invece Tianjin Huaying Haitai Science and Technology Development Co. Ltd (Cina); Chosun Expo (Corea del Nord); il GTsST, centro per le tecnologie speciali del Gru, i sevizi segreti militari russi. Quanto agli attacchi in questione, WannaCry è stato un attacco responsabile di un’epidemia su larga scala avvenuta nel maggio 2017 sui computer con Microsoft Windows: il virus cripta ogni file presente sul computer e chiede un riscatto di centinaia di dollari per decriptarli; il malware ha infettato i sistemi informatici di molte aziende, organizzazioni ed anche università, tra le quali l’italiana Milano-Bicocca. NotPetya, lanciato sempre nel 2017, va invece ad infettare i sistemi dei PC nel loro momento di avvio, impedendo agli utenti di riuscire ad accedere ai computer; successivamente, richiede che l’utente effettui un pagamento di Bitcoin per riottenere l’accesso al sistema. Questo tipo di attacco è stato fatto ricadere su un gruppo di hacker russi.

L’Alto rappresentante Josep Borrell, in merito alla questione, ha dichiarato: “L’Unione europea e gli Stati membri continueranno a promuovere con forza comportamenti responsabili nel cyberspazio e inviteranno tutti i paesi a cooperare a favore della pace e della stabilità internazionali, ad esercitare la dovuta diligenza e ad adottare le misure appropriate contro gli attori che conducono attività informatiche dannose”.

Lo Stato agonizzante della libertà di stampa in Ungheria

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La scorsa settimana, Szabolcs Dull, il direttore del giornale ungherese Index.hu – una delle poche testate ancora indipendenti – è stato licenziato per aver parlato delle pressioni esercitate dal Governo di Orban sul suo giornale. Dinanzi al rifiuto da parte del Consiglio di amministrazione di reintegrare Dull, oltre 70 membri della redazione hanno rassegnato le dimissioni in segno di protesta, accusando il governo ungherese di interferire sulla libertà di stampa e di minare l’indipendenza dei media. Negli ultimi anni, infatti, i sostenitori del Primo ministro nazionalista e conservatore, Viktor Orban, hanno assunto gradualmente il controllo dei media ungheresi e l’Ungheria è passata dal 23° all’89° posto, su 180 paesi, nell’indice sulla libertà di stampa stilato da Reporter senza frontiere. L’opposizione protesta ed il caso ungherese scuote l’Europa intera.

Il caso Dull

Fondato nel 1999, il sito di informazione indipendente ungherese Index.hu è diventato il portale di notizie più letto nel Paese dopo la chiusura nel 2014 e nel 2016 dei quotidiani Origo e Nepszabadsag. Index.hu è molto seguito in Ungheria – circa 1,5 milioni di visite giornaliere sul sito, in un paese con una popolazione di 10 milioni – grazie alla sua linea editoriale trasparente che promette di perseguire solo l’interesse dei lettori: ne risulta un giornalismo serio e competente.

Proprio in virtù dei valori propugnati dal giornale, il direttore Szabolcs Dull, la scorsa settimana, ha pubblicato un editoriale in cui ha avvisato i lettori che l’indipendenza della testata giornalistica era a rischio e di conseguenza quella dello staff editoriale. In particolare, questi timori si erano concretizzati alcuni mesi fa quando Miklos Vaszily, imprenditore vicino al Primo Ministro Orban, aveva acquisito il 50% di una società che controlla la pubblicità e le entrate di Index.hu. Vaszily gestisce tra le altre TV2, un’emittente vicina al governo ed è considerato uno dei fautori nella trasformazione della testata Origo in un portale pro-Orban.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’editoriale Dull è stato licenziato con l’accusa di aver inoltrato documenti riservati ad altri media. Come reazione, oltre 70 giornalisti si sono licenziati denunciando una manovra delle autorità finalizzata a compromettere il libero esercizio della professione. Anche la reazione dei cittadini ungheresi non è tardata ad arrivare: a Budapest migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare solidarietà ai giornalisti di Index.hu, in una manifestazione di protesta organizzata dal partito di opposizione Momentum.

È importante sottolineare che anche il proprietario del giornale online 24.hu, Zoltán Varga, che dirige il principale concorrente di Index, ha dichiarato che il governo ungherese sta cercando di screditare la sua società di media, la Central Media Group (Central Médiacsoport).

Il contesto e il ruolo dell’UE

Negli ultimi anni il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban, ha progressivamente adottato politiche sempre più autoritarie, assumendo anche il controllo dei media indipendenti del Paese. In Ungheria, infatti, molte testate sono state acquistate da uomini dell’entourage di Orban e circa 500 società di media – tra cui portali online, giornali locali, radio e canali televisivi – sono state raggruppate in un’unica fondazione finalizzata alla propaganda governativa. Non a caso l’Ungheria è passata dal 23° all’89° posto su 180 paesi nell’indice sulla libertà di stampa, stilato da Reporter senza frontiere, e circa il 90% dei media sono controllati dal governo.

Tale rapporto del governo ungherese con i media crea indignazione ed imbarazzo in Europa. Nel 2018 il Parlamento europeo ha chiesto al Consiglio di adottare provvedimenti per evitare che l’Ungheria violasse i valori fondanti dell’Unione in materia di indipendenza giudiziaria, libertà di espressione, corruzione, diritti di minoranze, migranti e rifugiati. Contro Budapest è stata avviata la cosiddetta procedura sullo Stato di diritto, ai sensi dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona. Tuttavia, nei primi mesi del 2020, una risoluzione del Parlamento Europeo ha denunciato che “l’incapacità del Consiglio di applicare efficacemente l’articolo 7 continua a compromettere l’integrità dei valori comuni europei e così a Strasurgo il partito di Orban, Fidesz, continua a restare nel Partito popolare europeo”.

Inoltre, rileva che nell’intesa raggiunta in seno al Consiglio europeo straordinario del 17-21 luglio, per evitare lo stallo nell’approvazione del Recovery Fund, si è approdati ad una formulazione abbastanza vaga sul meccanismo di condizionalità tra rispetto dello Stato di diritto e stanziamento dei fondi europei. A tal proposito, il presidente del partito Renew Europe, Dacian Ciolos ha dichiarato che “Il direttore è stato licenziato nella stessa settimana in cui Viktor Orban è tornato a Budapest dichiarando che i leader dell’Ue avevano promesso di far cadere contro il suo governo le procedure dell’articolo 7”. Ciolos, pertanto, ha chiesto al Consiglio europeo ed alla Commissione di “agire con urgenza” puntando il dito contro l’Europarlamento accusandolo “di legittimare il percorso illiberale di Orban”.

Gli ultimi sviluppi del Covid-19 in Repubblica Ceca

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La pandemia di Covid-19 in corso coinvolge ancora la Repubblica Ceca, con ormai 15.000 casi affermati. Il perdurare della crisi ha portato all’istituzione di un nuovo Consiglio governativo per i rischi sanitari, diventato il nuovo organo consultivo permanente per la pandemia. Tuttavia, la pandemia non interessa nello stesso modo tutto il Paese ma è diffusa in aree più o meno contagiate: per questo, il governo ha previsto anche un sistema di classificazione regionale a mo’ di semaforo che comprende quattro livelli di diffusione del virus, zero, verde, giallo e rosso.

Il Consiglio governativo per i rischi sanitari

Il Consiglio governativo per i rischi sanitari è diventato il nuovo organo consultivo permanente del governo di Praga. Il gabinetto di Andrej Babiš, il Primo ministro, ha deciso di istituirlo nella riunione di lunedì 27 luglio 2020. I ministri hanno approvato, tra le altre cose, l’annuncio di un nuovo programma di sussidi per la remunerazione dei dipendenti nelle strutture di cura ospedaliere a lavoro durante l’epidemia di Covid-19. Il nuovo organo consultivo, il Consiglio governativo per i rischi sanitari, affronterà le principali questioni sanitarie che potrebbero presentare una minaccia per i cittadini o per il territorio della Repubblica ceca. Il Primo ministro ha affermato che questo Consiglio è stato istituito non solo per affrontare al meglio la pandemia da coronavirus, ma anche per tutti gli altri rischi per la salute che si presenteranno in futuro. Il punto è dunque unire le forze in un sistema che deve avere un chiaro apparato di gestione. Il Primo ministro, inoltre, nell’annunciare l’istituzione del Consiglio, ha comunicato anche il suo ruolo quale presidente del Consiglio. I vicepresidenti sono il ministro dell’Interno e il ministro della Sanità, mentre gli altri membri sono il ministro della Difesa, i delegati del governo per la digitalizzazione, la scienza e la ricerca nel settore sanitario, il presidente dell’Associazione delle regioni della Repubblica ceca e i rappresentanti delle compagnie di assicurazione sanitaria.

Il Consiglio riferirà al gruppo di gestione centrale integrato, che sarà l’organo operativo esecutivo e si occuperà dei problemi a livello operativo. Questo organo sarà gestito dal Capo Igienista della Repubblica Ceca e, oltre al Ministero della Salute, coinvolgerà anche esperti dell’Esercito ceco, che aiuteranno sia la gestione efficace del progetto Smart Quarantine sia la fornitura di campioni.

Il riconoscimento agli operatori sanitari

Nella riunione di lunedì 27, il governo ha anche deciso come premiare gli operatori sanitari e non sanitari che hanno affrontato, in prima persona, gli effetti dell’epidemia di coronavirus nelle strutture ospedaliere. Le strutture mediche ospedaliere saranno in grado di richiedere i soldi previsti al Ministero della Salute attraverso il nuovo programma di sussidi per sostenere economicamente la straordinaria valutazione dei dipendenti e, più in generale, i fornitori di cure ospedaliere in relazione all’epidemia di COVID-19, che avrà un importo di 11,25 miliardi di corone. Il fattore decisivo nella concessione della remunerazione prevista sarà se i dipendenti hanno lavorato a tempo pieno nel periodo che va dal 1° marzo al 31 maggio 2020. In tal caso, le professioni mediche avranno diritto a una remunerazione straordinaria di 25.000 CZK al mese e i professionisti non sanitari a 10.000 CZK al mese, a seconda del numero di ore effettivamente prestate.

La prima riunione del Consiglio

Il Consiglio governativo per i rischi sanitari si è riunito per la riunione inaugurale presso l’Accademia Straka martedì 28 luglio. Allo stesso tempo, anche il gruppo di gestione centrale integrato, che è l’organo operativo esecutivo del Consiglio, si è riunito per la prima volta e ha assunto il controllo del progetto Smart Quarantine, attuando una cooperazione con le stazioni regionali e la gestione del sistema di campionamento. Nella prima riunione congiunta, i membri del Consiglio hanno affrontato principalmente l’attuale situazione ed hanno anche discusso i prossimi passi necessari nella lotta contro l’epidemia di coronavirus, come la gestione del sistema di classificazione a semaforo pianificato per la Repubblica ceca.

Il sistema di classificazione regionale

Al fine di combattere l’aumento dei casi di coronavirus nel paese, il Ministro della sanità Vojtěch ha presentato il sistema di classificazione a semaforo per la Repubblica Ceca, che dispone di quattro livelli. La situazione epidemiologica generale nella Repubblica Ceca procede piuttosto bene, ma alcune aree sono da tenere sotto un maggior controllo. La situazione peggiore è ancora nella capitale Praga, nella regione moravo-slesiana e nella regione di Jihlava. “Ci sono quattro livelli”, ha annunciato Vojtěch in una conferenza stampa. Le aree con zero gradi mostrano dove il rischio di infezione è minimo o zero, poi si procede come un vero e proprio semaforo. Il primo livello è contrassegnato in verde e indica episodi sporadici di Covid-19 ma senza rischio di trasmissione della comunità. Il secondo grado è di colore giallo: in queste aree si sta riscontrando un certo livello di trasmissione della malattia nella comunità. L’ultimo livello, il terzo, è di colore rosso: si tratta di aree in cui si sta monitorando la crescente trasmissione del virus nella comunità e il rischio di infezione è significativamente più elevato. “La prima pubblicazione di mappe, che passerà anche attraverso gli Uffici sanitari pubblici regionali, avrà luogo all’inizio della prossima settimana, il 3 agosto”, ha precisato il responsabile delle statistiche, aggiungendo che le mappe verranno aggiornate ogni settimana in base a come evolve la situazione.

Governo Castex al completo: la nomina di 11 Segretari di Stato

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“La squadra è completa” ha dichiarato il Primo Ministro francese Jean Castex. Con la nomina di 11 nuovi Segretari di Stato, salgono a 43 i membri dell’esecutivo: 21 uomini e 22 donne, di cui 16 Ministri, 14 Vice Ministri e 12 Segretari di Stato (di cui solo uno, Gabriel Attal, portavoce del governo, è stato nominato il 6 luglio), oltre al Primo Ministro. Si tratta del Governo francese più numeroso della storia politica recente. Gli ex Primi Ministri, François Hollande, Nicolas Sarkozy e lo stesso Primo Ministro uscente Edouard Philippe, non hanno, infatti, mai avuto così tanti ministri nel loro entourage. Dobbiamo tornare all’era di Alain Juppé, nel 1995, per trovare un governo così numeroso. I profili selezionati, che rappresentano le diverse forze politiche della maggioranza, dimostrano il desiderio di premiare alcuni deputati meritevoli, ma anche di concentrarsi sulla sfera sociale, poiché la crisi economica dovuta al Covid-19 occuperà l’agenda per i prossimi due anni.

Le conferme

Il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, nella formazione del nuovo Governo guidato da Castex era ansioso di trovare “il giusto equilibrio tra continuità e necessario rinnovamento”. Non a caso, tra gli 11 Segretari di Stato nominati domenica 26 luglio – 20 giorni dopo la nomina di Ministri e Vice Ministri – 5 sono stati riconfermati, o addirittura “rafforzati” all’interno dell’esecutivo: si tratta di Sophie Cluzel, Jean-Baptiste Lemoyne, Cédric O, Laurent Pietraszewski e Adrien Taquet. Quest’ultimo, che ha guidato la riforma delle pensioni dallo scorso dicembre, nel nuovo Governo sarà responsabile della realizzazione del fascicolo sospeso a causa della pandemia di Covid-19 e su cui Macron punta molto per perfezionare il suo percorso di presidente riformatore. Inoltre, la crisi sanitaria richiede a Pietraszewski di occuparsi del portafoglio relativo alla salute sul lavoro. Sophie Cluzel, riconfermata Segretario di Stato per la disabilità, ha dichiarato “È una grande gioia poter riprendere il mio lavoro” ed ha aggiunto di voler “accelerare le misure a favore delle persone con disabilità”. La sua relegazione a semplice Segretario di Stato non ha convinto tutte le principali parti interessate: “L’assenza di un ministero delegato all’handicap è un segnale molto negativo” aveva lamentato il Presidente del Consiglio consultivo nazionale delle persone disabili, Jérémie Boroy. Anche Jean-Baptiste Lemoyne, Segretario di Stato incaricato del turismo, dei francesi all’estero e della Francofonia, continuerà il suo lavoro in un contesto fortemente segnato dalla crisi sanitaria ed economica. Da marzo, in particolare, ha lavorato per riferire le preoccupazioni dei professionisti del settore turistico, presenziando ad un comitato settoriale settimanale ed organizzando il rimpatrio di 190.000 turisti francesi bloccati all’estero. Cédric O, è invece il Segretario di Stato incaricato per la transizione digitale e le comunicazioni elettroniche: responsabile della diffusione dell’applicazione per il tracciamento dei contagi, StopCovid, Cédric O lavora in particolare su un sistema di identità digitale fornito dallo Stato, in modo che gli utenti di Internet possano identificarsi online con un’affidabilità pari a quella offerta dalla carta identità nel mondo reale. Infine, Adrien Taquet è stato rinnovato nelle sue funzioni di Segretario di Stato per l’infanzia e le famiglie. In particolare, Taquet sarà impegnato nel proseguimento del lavoro sui “primi 1000 giorni” del bambino, le cui conclusioni sono attese per settembre. Tra le questioni attuali vi sono poi l’estensione del congedo di paternità, la remunerazione del congedo parentale e la riflessione sulle disposizioni in materia di assistenza all’infanzia.

I nuovi Segretari di Stato

Tra i nuovi Segretari di Stato figura Clément Beaune, responsabile degli affari, che succede a Amélie de Montchalin. Precedentemente consigliere per l’Europa di Emmanuel Macron, Beaune, 37 anni, è stato molto influente nel dare forma alla politica europea del Presidente, dai negoziati sulla Brexit alla riforma dell’area dell’euro. Olivia Grégoire è la nuova responsabile dell’economia sociale, solidale e responsabile: ex direttrice aziendale, era Vicepresidente del comitato finanziario dell’Assemblea Nazionale; fondatrice di una società di consulenza di strategia aziendale per le PMI e le start-up, impegnata da molto tempo con la destra liberale e la destra centrale, Grégoire ha lavorato presso gli uffici ministeriali di Jean-Pierre Raffarin e Xavier Bertrand. Joël Giraud, è invece il Segretario di Stato incaricato per la ruralità. Il deputato per le Hautes-Alpes, delle fila del Partito radicale di sinistra ed eletto con LREM, è stato relatore generale per il bilancio. Egli entra nel governo per occuparsi di un portafoglio inesistente nell’esecutivo di Edouard Philippe ma che fa eco all’arrivo a Matignon di Jean Castex presentatosi come un uomo dei “territori”. Giraud è stato notato nell’ambito dei lavori dell’Assemblea nazionale nel 2019 per aver richiesto una seconda deliberazione sul voto di un controverso emendamento su un vantaggio fiscale concesso all’olio di palma.  Sarah El Hairy, è la responsabile dei giovani e dell’impiego: prima della sua elezione in Assemblea, la giovane donna è stata responsabile delle vendite nella cooperativa del voucher del Groupe Up. Lo scorso giugno aveva presentato al governo un rapporto “Per la filantropia francese”. Presso lo stesso Ministero dell’istruzione nazionale, della gioventù e dello sport, Nathalie Elimas, è stata nominata responsabile dell’educazione primaria. Elimas era membro della Commissione Affari sociali dell’Assemblea nazionale ed è stata anche consigliere regionale. Infine, in virtù della svolta ambientalista che intende compiere l’esecutivo, Bérangère Abba, è la Segretaria di Stato responsabile della biodiversità presso il Ministero della transizione ecologica. Nel 2019, ha co-firmato una rubrica su Le Monde che afferma che “l’ecologia è al centro dell’Atto II del quinquennio” e un’altra, nel 2018, su Le Journal du Dimanche, promuovendo l’”efficienza energetica” e chiedendo la chiusura delle centrali a carbone e nucleari. In questo fascicolo, è stata criticata dal sito Reporterre dopo la sua nomina al consiglio di amministrazione di Andra-l’agenzia nazionale di gestione dei rifiuti radioattivi- responsabile della discarica di Bure contro la quale Bérangère Abba era attiva. È stata altresì criticata per la sua posizione sul divieto d’uso del glifosato, che ha difeso, mentre votava a settembre 2018 contro la sua inclusione nella legge.

Il Recovery Fund e il bilancio UE in esame al Parlamento europeo

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Il 23 luglio 2020 i deputati del Parlamento europeo si sono riuniti in una plenaria straordinaria per valutare i risultati del Consiglio europeo straordinario del 17-21 luglio. Presenti in aula anche i Presidenti di Consiglio e Commissione, Charles Michel e Ursula von der Leyen, che hanno tenuto dei discorsi di fronte agli eurodeputati. Dopo un acceso dibattito, i deputati hanno adottato una risoluzione sul Quadro Finanziario Pluriennale, sul sistema di risorse proprie e sul piano di ripresa per l’Europa, il Recovery Plan.

Il dibattito in plenaria

Il 23 luglio si è tenuta a Bruxelles la plenaria del Parlamento europeo che esamina i risultati ottenuti dal Consiglio europeo straordinario del 17-21 luglio. Il Presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, nel commentare i risultati del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo, ha affermato: “Dopo giorni di discussioni i cittadini europei si aspettano una conclusione all’altezza di questa fase storica. Siamo preoccupati per un futuro che mortifichi la solidarietà europea e il metodo comunitario. Il Parlamento europeo ha indicato le proprie priorità e si aspetta che vengano rispettate. Il Quadro finanziario pluriennale deve assicurare nel medio periodo la copertura adeguata delle principali sfide europee, come il green deal, la digitalizzazione, la resilienza e la lotta alle disuguaglianze”. Come si evince dunque, il Parlamento europeo ha voluto fissare delle condizioni, quali nuove risorse, una efficace difesa dello stato di diritto, la soppressione dei rebates, senza le quali, non darà il proprio consenso.

Nonostante gli sforzi compiuti in sede di Consiglio europeo per arrivare ad un accordo, gli eurodeputati sono stati tutt’altro che entusiasti di quanto si è compiuto. In particolare, sebbene il Recovery Fund rappresenti un “passo storico” per l’Unione europea, le priorità a lungo termine dell’UE sono a rischio. Durante il dibattito, si riconosce l’importanza del Fondo di ripresa, in quanto per la prima volta i paesi accettano di emettere un debito congiunto, ma i deputati non si dicono soddisfatti dei tagli apportati al bilancio a lungo termine. “Non siamo pronti ad inghiottire il boccone del QFP” ha dichiarato Weber del PPE; “non si dovrebbero accettare tagli in un momento in cui dobbiamo rafforzare la nostra autonomia strategica e ridurre le disparità tra gli Stati membri” ha aggiunto il leader del gruppo S&D, Garcìa Pérez. Alcuni deputati hanno sottolineato come la questione del rimborso del debito non sia stata risolta, insistendo sul fatto che l’onere non deve ricadere sui cittadini e raccomandando la necessità di un solido sistema di nuove risorse proprie. Altri deputati hanno sottolineato come “l’UE non è un bancomat per i bilanci nazionali”.

In generale, ciò che emerge è che i deputati hanno riscontrato delle criticità in quanto accordato dal Consiglio e, dunque, si sono detti pronti a negoziare per apportare i necessari miglioramenti alle posizioni del Consiglio.

La risoluzione: il Parlamento rifiuta l’accordo sul bilancio e pone paletti su risorse proprie e Stato di diritto

Dopo il dibattito, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione: con 465 voti a favore, 150 contrari e 67 astensioni, i deputati hanno voluto esprimere il cordoglio per le vittime del coronavirus, rendere omaggio ai lavoratori che hanno lottato contro la pandemia e hanno espresso la loro posizione in merito al Recovery Fund e al bilancio europeo. In particolare, il Parlamento ha accolto con favore il Recovery Fund ma, allo stesso tempo, lo stesso non è avvenuto con il bilancio europeo. I deputati hanno criticato i pesanti tagli apportati ai programmi orientati al futuro – dal 2024, il bilancio dell’UE sarà sotto i livelli del 2020 – in quanto mineranno le basi di una ripresa sostenibile e resiliente. Il Parlamento ha dunque rifiutato l’accordo politico sul QFP 2021-2027, dicendo che “non è disposto ad avallare formalmente una decisione già presa”. I deputati si dicono pronti “a non concedere l’approvazione” fino a quando non sarà raggiunto un accordo soddisfacente nei prossimi negoziati fra il Parlamento europeo e la Presidenza tedesca del Consiglio, con l’obiettivo di ottenere un quadro definitivo entro ottobre, per non compromettere un inizio agevole da gennaio 2021. Altro argomento spinoso è lo Stato di diritto: il Parlamento critica fortemente il fatto che il Consiglio abbia indebolito gli sforzi di Commissione e Parlamento volti a difendere lo Stato di diritto, i diritti fondamentali e la democrazia nel quadro del QFP e del piano per la ripresa. Infine, i deputati affermano che non daranno la loro approvazione al QFP senza un accordo sulla riforma del sistema delle risorse proprie dell’UE, che includa uno strumento per la copertura dei costi relativi al rimborso del Next Generation EU. I parlamentari affermano che, in quanto contrari ad ulteriori tagli ai programmi chiave e all’aumento dei contributi nazionali, la creazione di nuove risorse è “l’unico metodo di rimborso accettabile”.

La divisione di PD e M5S in Europa sul MES

In Italia, i principali partiti di maggioranza hanno accolto in modo estremamente positivo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale, di rientro da Bruxelles, si è recato alla Camera e in Senato per esporre ai deputati italiani quanto avvenuto in sede di Consiglio europeo. A Bruxelles, invece, i partiti di maggioranza si sono divisi, così come accade anche da mesi in politica interna per quanto riguarda l’attivazione del Meccanismo europeo di Stabilità. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno votato in modo diverso sull’emendamento presentato dalla Lega e dal gruppo Identità e democrazia alla risoluzione del Parlamento europeo. L’emendamento chiedeva di respingere un utilizzo del MES per stimolare l’economia in seguito alla crisi degli ultimi mesi: Lega, Fratelli d’Italia e M5S hanno votato a favore dell’emendamento, poi bocciato con 560 voti contrari; i democratici – PD, Azione e Italia Viva – insieme a Forza Italia, hanno invece respinto l’emendamento.

La Repubblica Ceca nei negoziati europei, il bilaterale con l’Italia e la posizione di Visegrad

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Nella settimana chiave per il futuro dell’Unione europea, fondamentali sono stati gli incontri bilaterali tra paesi, i veri momenti di negoziazione dell’accordo sul Recovery Fund. Per questo motivo, il 20 luglio Il Sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto, ha avuto un colloquio in videoconferenza con il Viceministro degli esteri della Repubblica ceca, Chmelař. Nello stesso momento, il premier Babis giocava la partita più importante, quella a Bruxelles, facendo squadra con i paesi Visegrad.

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Flaminia Maturilli
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