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Industria, Ricerca ed Energia: la Commissione ITRE al Parlamento europeo

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La Commissione ITRE – Industria, Ricerca ed Energia – è una delle 20 commissioni interne al Parlamento europeo e fa parte di quelle permanenti: formata da un gruppo di eurodeputati, ha un ruolo fondamentale nella procedura legislativa ordinaria. La Commissione ITRE ha come Presidente Cristian-Silviu Buşoi, ed è composta da 72 membri che riflettono la composizione del Parlamento nel suo insieme. Tra i deputati italiani vi sono, tra gli altri, la Vicepresidente di Commissione Patrizia Toia, i deputati Carlo Calenda, Aldo Patriciello, Ignazio Corrao e la deputata Isabella Tovaglieri come membri effettivi, ed anche Simona Bonafè e Matteo Adinolfi come membri sostituti.

Il lavoro della Commissione

Trattandosi di una commissione permanente, tra i compiti dell’ITRE vi è l’approvazione delle relazioni di carattere legislativo, la presentazione di emendamenti da sottoporre all’aula, la nomina dei membri delle squadre indicate di negoziare la legislazione dell’UE con il Consiglio, l’approvazione delle relazioni di iniziativa, l’organizzazione di audizioni con esperti e il controllo dell’operato degli organismi dell’UE. Inoltre, la Commissione nomina solitamente un rapporteur che fa delle raccomandazioni alla Commissione e presenta la relazione in assemblea plenaria. Il lavoro delle Commissioni nel Parlamento è fondamentale, poiché la maggior parte della funzione legislativa del Parlamento si svolge proprio all’interno di queste.
La Commissione ITRE si occupa dell’industria, energia e ricerca, ed è responsabile di molteplici settori: la politica industriale dell’Unione e l’applicazione di nuove tecnologie, comprese le misure relative alle PMI; la politica di ricerca e innovazione dell’Unione, nonché la diffusione e lo sfruttamento dei risultati della ricerca; la politica spaziale europea; le attività del Centro comune di ricerca, del Consiglio europeo della ricerca, dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia e dell’Istituto per i materiali e le misure di riferimento; misure dell’Unione relative alla politica energetica, anche nel contesto del funzionamento del mercato interno dell’energia; ciò che riguarda il trattato EURATOM e la sua Agenzia di approvvigionamento; sicurezza nucleare, disattivazione e rifiuti smaltimento nel settore nucleare; la società dell’informazione, la tecnologia dell’informazione e le reti e i servizi di comunicazione, comprese le tecnologie e gli aspetti di sicurezza e la creazione e lo sviluppo di reti transeuropee nel settore delle telecomunicazioni.

Le priorità

Il rapporto delle attività 2014-2019 sintetizza al meglio le attività portate avanti dall’ITRE negli ultimi anni, e fa comprendere l’indirizzo che si sta seguendo ora e si seguirà in futuro. In particolare, il primo obiettivo è quello di contribuire a dare una nuova spinta per l’occupazione, la crescita e gli investimenti, il tutto attraverso il progetto dell’economia circolare e il quadro finanziario pluriennale di 2021-2027. La seconda priorità è creare un mercato unico digitale connesso, migliorando l’accesso ai beni e servizi digitali per consumatori e imprese, creando condizioni favorevoli alla crescita e condizioni di parità per reti digitali e servizi innovativi, massimizzando il potenziale di crescita dell’economia digitale. La terza priorità è creare un’unione energetica resiliente con una politica lungimirante sul cambiamento climatico, attraverso la sicurezza energetica, un mercato europeo dell’energia pienamente integrato, l’efficienza energetica che contribuisce alla moderazione della domanda, la decarbonizzazione dell’economia, investimenti in ricerca, innovazione e competitività. Il quarto obiettivo è garantire un mercato interno più profondo ed equo, con una forte base industriale, così come la quinta priorità è la garanzia di una più giusta Unione economica e monetaria.

La risposta al Coronavirus

In questo ultimo periodo, il coronavirus è diventato argomento centrale anche nell’agenda dell’ITRE: il Presidente del Parlamento europeo ha annunciato una serie di misure per contenere la diffusione dell’epidemia e salvaguardare le attività principali del Parlamento, che vengono ridotte ma mantenute nelle loro parti essenziali. Nell’ambito dell’ITRE, il 15 aprile la Commissione ha approvato una comunicazione sul ruolo dei test per un’efficace strategia di uscita coordinata tra loro, e gli scienziati del Centro comune di ricerca hanno sviluppato criteri di prestazione dei test per migliorare l’accuratezza complessiva dei test COVID-19. Il 17 aprile, il Parlamento ha adottato una risoluzione sulla crisi COVID-19, chiedendo un approccio coordinato post-lockdown nell’UE, compresi anche test su larga scala. Il 24 aprile, la Commissione europea ha discusso con la commissaria per l’innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù Mariya Gabriel e la commissaria per il mercato interno Thierry Breton sulla strada da seguire per le proposte del Parlamento. Molto importante è la piattaforma europea di dati COVID-19, lanciata per consentire la raccolta e la condivisione dei dati di ricerca disponibili. I ricercatori saranno in grado di archiviare, condividere e analizzare un’ampia varietà di risultati sul coronavirus. Infine, la Commissione europea, in stretta collaborazione con gli Stati membri dell’UE, ospiterà, con il patrocinio della Gabriel, il primo hackathon paneuropeo sul Covid-19, per collegare la società civile, gli innovatori, i partner e gli investitori da tutta Europa e oltre, al fine di sviluppare soluzioni innovative per le sfide legate al coronavirus.

Il Consiglio europeo del 23 aprile: risultati e nodi da sciogliere

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Il 23 aprile, il tanto atteso Consiglio europeo- l’organo dell’Unione europea che riunisce i capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi membri- ha accettato le proposte studiate dall’Eurogruppo, cioè dai ministri dell’economia e delle finanze dei Paesi che aderiscono all’Eurozona. L’Eurogruppo aveva studiato quattro tipi di strumenti per contrastare le conseguenze dovute dalla pandemia da coronavirus e tutti sono stati accettati dal Consiglio europeo riunito virtualmente. Il quarto strumento, il più importante data la portata dei finanziamenti coinvolti, è il cosiddetto Recovery Fund, di cui è stata delineata la cornice, ma il 6 maggio spetterà alla Commissione europea presentare una proposta per dettagliarlo, avviando il negoziato vero e proprio. L’accordo definitivo è stato dunque rimandato a giugno e restano vari punti in sospeso.

I risultati del vertice

Il Consiglio europeo ha, dunque, dato il via libera alle proposte elaborate dall’Eurogruppo, vale a dire la linea di credito agevolata del MES per le spese sanitarie, la cassa di integrazione europea (100 miliardi del Fondo Sure per integrare le casse integrazioni nazionali) ed un ampio intervento della Banca europea degli investimenti (BEI). Il pacchetto iniziale ha un valore di 540 miliardi di euro- ivi compresi i 240 miliardi del nuovo MES, calcolati come se tutti i Paesi membri ne facessero richiesta- e l’intenzione espressa dal Consiglio è di garantirne l’operatività a partire da giugno.

I Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’UE, inoltre, hanno discusso della creazione di un Fondo europeo per la ripresa, affidando alla Commissione europea il compito di presentare una proposta scritta ed elaborata circa i fondi da utilizzare per coprire le spese del Recovery Fund. Si tratta di un fondo considerato quasi un Piano Marshall, in quanto, oltre alle misure adottate nelle scorse settimane dalla Banca Centrale Europea (BCE), rappresenterà una delle principali misure europee di sostegno agli stati membri per mitigare gli effetti economici provocati dalla crisi sanitaria.

 

Già alla vigilia del vertice era chiaro che il Consiglio europeo si sarebbe posto solo come un punto di partenza da cui iniziare a costruire il fondo della ripresa. Non è stato diffuso un documento finale con le conclusioni raggiunte- come accade spesso- e l’accordo tra i leader è stato sintetizzato in una dichiarazione del Presidente del Consiglio europeo. Nella sua dichiarazione finale, Charles Michel, ha spiegato che gli Stati membri hanno convenuto di lavorare per la creazione del Recovery Fund, descritto come “necessario ed urgente”, due aggettivi inseriti con la sollecitazione del Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte.

Dal suo canto, la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha incalzato i leader, avvertendo che il PIL europeo sta calando del 15%, dunque urge avere un piano, un Recovery Fund immediato, forte e flessibile. A fronte di questa caduta libera del PIL europeo, ogni governo dovrà riaggiornare i propri dati di finanza pubblica, mutati a causa della pandemia da coronavirus: in particolare diminuirà il PIL ed il deficit invece aumenterà così come il debito.

I nodi da sciogliere

Chi privilegia una visione ottimistica, considera i risultati conseguiti dal Consiglio europeo molto positivi, dato che fino a poche settimane fa regnava la frattura tra i Paesi dell’Europa meridionale e quelli dell’Europa settentrionale e questi ultimi si opponevano alla creazione di un Fondo di ripresa europeo. A tal proposito, occorre sottolineare che la frattura non è stata superata del tutto e gli Stati dell’Europa meridionale, Italia in primis, hanno fretta nel trovare una soluzione comune concreta, avendo un minor margine fiscale e necessitando di un aiuto immediato. Chi, viceversa, è più critico, si concentra invece sull’assenza di dettagli e sulla presenza di incognite nel compromesso trovato dai leader europei in seno al Consiglio. In particolare, non è stato trovato un accordo su come finanziare il fondo, sulla sua entità, sullo strumento per versare i soldi agli stati – prestiti o sussidi – e sui relativi tempi e modalità. Su questi punti dovrà rispondere la Commissione Europea, che presenterà il proprio piano il 6 maggio.

Con riguardo alla modalità di finanziamento del Fondo, la soluzione che attualmente risulta più probabile è l’aumento significativo del contributo di ciascuno stato al bilancio pluriennale dell’UE. La stessa Presidente della Commissione europea ha parlato della necessità di raddoppiare il contributo degli Stati membri per alcuni anni, fino ad arrivare al 2% del PIL nazionale, a partire dall’1,16% attuale. L’entità del fondo dipenderà oltre che da un compromesso sul bilancio dell’UE, altresì sulla possibilità di usare i soldi come garanzia per emettere titoli di stato. L’approvazione di quest’ultima proposta al Consiglio sembrava certa, ma nella dichiarazione di Michel e nelle interviste ai 27 leader non ve ne è alcuna traccia.

La trattativa più cruciale ruota e ruoterà sulla modalità di versamento agli Stati: Francia, Italia, Spagna e Portogallo spingono affinché il Fondo comprenda sussidi senza l’obbligo di restituzione; i Paesi del Nord preferiscono invece che il Fondo emetta dei prestiti, per evitare che l’Unione Europea sia costretta a fare debito. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, senza indicare con precisione quale sarà l’ammontare del Recovery Fund, ha suggerito di ripartire il Fondo sia in prestiti (che, pertanto, dovranno essere restituiti) che in aiuti (a fondo perduto), aggiungendo che gli stati dovranno accordarsi su quale equilibrio trovare tra le due misure.

Con riguardo all’ammontare probabile del fondo, nelle interviste successive al Consiglio europeo, la Von der Leyen ha spiegato che questo avrà una capacità in “migliaia di miliardi”, e non in “miliardi”. Il timore di alcuni è che le “migliaia di miliardi” evocati dalla Presidente della Commissione si riferiscano a qualche centinaio di miliardi prelevati dal budget europeo, che arrivano a qualche migliaia soltanto grazie agli ulteriori contributi degli stati membri. Probabilmente il Presidente francese, Emmanuel Macron, si riferiva a questo meccanismo, quando durante il Consiglio ha chiesto agli altri leader di non stanziare soldi “finti”, e nella conferenza stampa dopo la riunione ha auspicato il versamento di sussidi “veri”.

Molte questioni rimangono dunque aperte e nei prossimi giorni spetterà alla Commissione cercare di trovare un accordo negoziando con i Governi degli Stati membri.

 

 

 

Covid-19, la Repubblica Ceca tra riaperture, aiuti europei e prevenzione

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La Repubblica Ceca, colpita dalla pandemia del Covid-19 già dai primi di marzo, sta attraversando ora una fase molto simile a quella degli altri paesi europei: pianificare le prime riaperture ma continuare a prevenire l’ulteriore diffusione del virus, senza recare eccessivi danni all’economia. Un’impresa non da poco che Praga affronta grazie alle misure di aiuti di Stato approvati dalla Commissione europea e dal prestito della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, ed inoltre estendendo la “smart quarantine”, provata nella Moravia meridionale, in tutto il paese.

Le ultime misure del governo

In vista di un futuro allentamento delle misure di lockdown ma con la volontà di scongiurare l’ulteriore diffusione del coronavirus, il governo di Praga ha preso molteplici misure. Il ministro della Sanità Vojtech ha annunciato il 21 aprile il lancio di un test su larga scala di persone selezionate in modo casuale in determinate località del Paese. “Stiamo lanciando uno studio unico sull’immunità collettiva. 27.000 persone saranno testate per la presenza di coronavirus. Vogliamo scoprire quanta parte della popolazione ha riscontrato l’infezione e quale immunità hanno i diversi gruppi di età. Di conseguenza, saremo in grado di comprendere meglio la situazione e creare una previsione per lo sviluppo futuro”, ha dichiarato Vojtech su Twitter. Lo studio avrà luogo a Praga, Brno e dintorni, Olomouc e dintorni, Litoměřice, Litovel e Uničov. La partecipazione è volontaria, ma i partecipanti non devono avere alcun sintomo associato al Covid-19, né possono essere stati precedentemente contagiati dal virus.
Inoltre, a partire dal 20 aprile è stato possibile riaprire diverse attività: negozi di artigiani (evitando comunque il diretto contatto con i clienti), rivenditori di automobili e mercati all’aperto. Gli studenti universitari potranno tornare all’università per avere colloqui individuali con i docenti in caso di necessità; si possono celebrare matrimoni (con un massimo di 10 persone come ospiti) e gli atleti professionisti potranno tornare ad allenarsi all’aperto.
Un’altra importante misura riguarda gli aiuti che lo Stato fornisce alla popolazione: i lavoratori autonomi colpiti dalla pandemia riceveranno a maggio un pagamento di 15.000 corone dallo stato, secondo quanto ha dichiarato il Primo Ministro Babiš. “Il governo è anche pronto per i pagamenti a giugno, se necessario”, ha poi aggiunto. Già ad aprile era stata approvata una politica di aiuti, una somma forfettaria di 25.000 corone. Per accedere al pagamento, i richiedenti devono dimostrare di soddisfare due condizioni: essere un lavoratore autonomo; l’attività autonoma del richiedente deve essere la sua attività principale.

L’estensione della Smart Quarantine

Come ulteriore forma di prevenzione, a partire dal 20 aprile, il progetto di “quarantena intelligente” testato sulla regione della Moravia meridionale è stato esteso a tutto il paese. Si tratta di un progetto che prevede di rintracciare tutti i contatti avuti dalle persone che risultano positive al virus nei cinque giorni precedenti al tampone, creando delle mappe per ricostruire i loro movimenti con l’aiuto di banche e operatori di telefonia mobile. Tutti coloro con cui sono entrati in contatto i positivi verranno testati e messi in quarantena per evitare l’ulteriore diffusione del virus. La quarantena intelligente contribuirà all’accelerazione nel processo di identificazione dei nuovi casi di coronavirus, nonché nel processo di riapertura delle attività del Paese. Secondo quanto previsto, tutti i dati dovranno essere definitivamente cancellati dopo che la ricerca è stata completata, ed inoltre solo gli epidemiologi potranno accedere ai dati.

Aiuti dall’Europa

La Commissione europea ha approvato un regime di aiuti di Stato per la Repubblica ceca fino a 1 miliardo di CZK (circa 37 milioni di euro). Il Paese ha notificato alla Commissione, sotto il Temporary Framework, uno schema per sostenere gli investimenti delle piccole e medie imprese nella produzione di prodotti rilevanti per l’epidemia di coronavirus; lo schema iniziale prevede un budget di 300 miliardi di corone ceche, approssimativamente 11 milioni di euro, per poi poter essere incrementato fino a 37 milioni di euro. Il sostegno pubblico avverrà attraverso delle sovvenzioni dirette: coprirà il 50% dei costi ammissibili che le aziende devono sostenere per produrre i prodotti ora fondamentali. L’obiettivo è proprio migliorare e accelerare la produzione per contrastare la diffusione del coronavirus e curare chi è già stato contagiato attraverso ventilatori, indumenti, attrezzature protettive e strumenti diagnostici. Nell’ambito del regime, i progetti di investimento saranno completati entro sei mesi dalla data di concessione dell’aiuto. L’approvazione della Commissione è dovuta alla vitale importanza che ricoprono gli aiuti per il paese, essenziali al raggiungimento di un obiettivo di comune interesse; inoltre, il regime è necessario, appropriato e proporzionato per combattere la crisi sanitaria.
Infine, la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, ha approvato un prestito di 300 milioni di euro alla Repubblica Ceca per finanziare le spese sanitarie per combattere la diffusione e l’impatto della pandemia. Si tratta del primo prestito del governo con questa banca, supporterà il governo ceco nel proseguire i suoi sforzi per mitigare la diffusione e le conseguenze del Covid-19 coprendo il 90% del costo totale richiesto a breve termine. Consentirà l’acquisizione di materiale e attrezzature mediche, inclusi test, ventilatori e respiratori, nonché dispositivi di protezione per il personale in prima linea. Il prestito può anche coprire la riabilitazione e la conversione di spazi, unità mediche e ospedali per soddisfare le attuali esigenze di assistenza sanitaria di emergenza.

Francia, a Parigi “tracce minime” di Covid-19 nell’acqua non potabile

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Il 19 aprile, nella capitale francese, il laboratorio dell’azienda comunale “Eau de Paris”, in collaborazione con l’Università Inserm-Sorbonne, ha scoperto “tracce minime” di Covid-19 su 4 dei 27 punti testati della rete idrica non potabile. In virtù del principio di precauzione, è stato immediatamente sospeso l’uso della rete idrica in questione. Secondo il Comune di Parigi non vi è alcun rischio per l’acqua potabile: questa dipende da un’altra rete idrica indipendente e non presenta alcuna traccia del virus, pertanto ne è stato confermato l’uso senza alcun rischio.

Le reti idriche parigine e il principio di precauzione

A Parigi coesistono due reti idriche indipendenti, quella dell’acqua potabile (2.000 km) e quella dell’acqua non potabile (1800 km), una specificità ereditata dal XIX secolo e dal barone Haussmann.

L’acqua potabile proviene da due origini: dalle acque sotterranee e da due impianti di epurazione, dove subisce trattamenti permanenti multi-barriera, intesi a rimuovere tutte le tracce di inquinamento ed agenti patogeni, compresi i virus. “La rete idrica non potabile è fornita dalla cosiddetta acqua grezza, prelevata dalla Senna e dal canale Ourcq, ed instradata senza pesanti trattamenti” ha spiegato il Comune di Parigi, il quale ha precisato che la rete contaminata “viene utilizzata per innaffiare alcuni parchi e giardini, per pulire le strade e per far funzionare i laghi e le cascate di parchi e boschi, nonché alcune fontane ornamentali in parchi o giardini attualmente chiusi al pubblico”.

“Queste sono piccole tracce ma comunque tracce, quindi abbiamo deciso di applicare il principio di precauzione in modo da analizzare i possibili rischi” ha spiegato Célia Blauel, vicesindaca di Parigi, responsabile per le questioni ambientali e presidente del consiglio di amministrazione di Eau de Paris. “Nel contesto di crisi sanitaria, abbiamo rafforzato il nostro programma di monitoraggio sull’acqua potabile e acqua non potabile” ha aggiunto la vicesindaca.

Nel frattempo, con la chiusura della rete idrica dell’acqua non potabile, per disinfettare la città, le strade saranno pulite con acqua potabile mescolata con candeggina (cloro), con il disappunto di molti, poichè l’acqua di deflusso finisce nelle stazioni di purificazione, quindi nei fiumi e negli oceani.

Le indicazioni degli esperti

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), il mantenimento del Covid-19 nell’acqua potabile non è impossibile. Studi su virus simili dimostrano una durata di due giorni in acqua non clorata a 20 ° C. Tuttavia, il rischio di contaminazione tramite le reti di acqua potabile è considerato “basso”. A metà marzo, l’OMS ha, infatti, riferito che ad oggi non vi sono prove della persistenza del virus né nell’acqua potabile né nelle acque reflue, così come non vi è alcuna prova che il coronavirus possa essere trasmesso attraverso l’acqua potabile contaminata.

Nonostante la persistenza del Covid-19 nell’acqua potabile non possa essere definita impossibile, l’OMS avverte che i metodi di trattamento delle acque “dovrebbero annullare il Covid-19”. “I trattamenti forniti dalle fabbriche di acqua potabile eliminano qualsiasi rischio di contaminazione”, ha sottolineato anche Antoine Frérot, CEO di Veolia, un gigante globale del settore. Eau de Paris, che serve tre milioni di utenti nella capitale, ha spiegato che le sue fabbriche hanno istituito “diversi trattamenti successivi per eliminare tutti i virus, in particolare attraverso l’ozonizzazione, la disinfezione UV e clorazione”.

La concentrazione del virus è molto bassa nell’acqua e non si può affermare se sia contagioso o meno a questo livello. Su questo punto, Karine Lacombe, Capo del dipartimento di malattie infettive dell’ospedale Saint-Antoine di Parigi, è fiduciosa. Anche se “sappiamo che c’è materiale genetico, il virus non può moltiplicarsi nell’ambiente, perché ha bisogno di cellule umane e di prendere gli enzimi” ha dichiarato.

Portando avanti le loro indagini, i ricercatori hanno capito che la quantità di virus rilevata nelle acque reflue potrebbe essere un “buon indicatore per monitorare il numero di malati”, come ha spiegato Laurent Moulin, capo del laboratorio di ricerca e sviluppo di Eau de Paris. “Dal 5 marzo abbiamo effettuato un test al giorno per lo screening del virus nelle acque reflue in tre impianti di trattamento (misurazione del carico vitale mediante la cosiddetta tecnica PCR) e abbiamo scoperto che la quantità del genoma virale stava diminuendo” ha dichiarato Vincent Maréchal, professore di virologia alla Sorbona e ricercatore all’Inserm. “Ciò conferma indirettamente una minore circolazione del virus, e quindi l’efficacia del contenimento” ha sottolineato. Essendo semplice, veloce, economico, tale studio è un buon potenziale strumento per trasmettere ai paesi che non hanno i mezzi per testare le persone asintomatiche in ospedale, ha dichiarato Maréchal. Quest’ultimo sta cercando di attuare questo metodo con urgenza, in particolare in Africa, con l’aiuto dell’OMS e dell’Armed Biomedical Research Institute (IRBA).

Flussi migratori e Covid-19: la Commissione europea presenta linee guida per gli Stati membri

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Nel pieno dell’emergenza dovuta alla pandemia da Covid-19, le pressioni alle frontiere esterne dell’Unione non sono scomparse. I flussi migratori non si fermeranno in questa nuova crisi e l’Unione dovrà certamente occuparsene ora ed in futuro.

Il 16 aprile la Commissione europea ha presentato le linee guida per l’attuazione delle pertinenti norme dell’UE in materia di asilo, procedure di rimpatrio dei migranti e reinsediamenti dei profughi durante l’emergenza del coronavirus. Ciò risponde alla richiesta di consulenza invocata dagli Stati membri su come garantire la continuità delle procedure ed il rispetto dei diritti fondamentali.

I flussi migratori al tempo del Covid-19

Nel giro di pochi mesi si è passati dal timore di una nuova stagione di sbarchi, alla tensione in prossimità della frontiera greco-turca, fino a giungere all’emergenza dovuta al coronavirus, durante la quale i riflettori sul tema dei flussi migratori sembrano apparentemente spenti.

L’Unione europea si è materializzata fisicamente e simbolicamente il 4 marzo al confine tra Grecia e Turchia, quando la tensione fra le forze dell’ordine greche ed i profughi siriani, che tentavano di entrare in Grecia e dunque in Europa, era arrivata all’apice. La Presidente della Commissione europea, il Presidente del Consiglio e quello dell’Europarlamento, si sono dunque recati al confine per testimoniare solidarietà alla Grecia. Ursula von der Leyen, in quell’occasione, ha promesso 700 milioni ad Atene e ha parlato della Grecia come uno scudo per l’Europa, mostrando il volto di un’Unione europea molto diversa da quella del 2015, quando, in qualità di patria dei diritti umani, accoglieva i profughi in fuga dal conflitto. Oggi, l’Europa sembra difendersi dagli stessi.

In linea con questo atteggiamento di chiusura, nella gestione dell’emergenza sanitaria, il 17 marzo i 27 stati membri dell’UE hanno deciso di prendere tutte le misure necessarie per impedire qualsiasi ingresso non essenziale in Europa proveniente da Paesi terzi, per un periodo iniziale di 30 giorni, poi prorogato fino al 15 maggio. Da allora tutti gli Stati membri dell’UE-eccetto l’Irlanda-e i paesi Schengen non appartenenti all’UE, hanno assunto decisioni nazionali per attuare questa misura restrittiva. Le restrizioni ai viaggi si estendono anche alle persone bisognose di protezione internazionale o per altri motivi umanitari, nel rispetto del principio di non respingimento.

Al contempo, il coronavirus sembra bloccare le intenzioni di approdare in Europa: gli sbarchi si sono ridotti di circa l’80% in pochi giorni. Ciò vale per chi parte dai Paesi in cui le condizioni di vita possono essere definite “accettabili”. Mentre dalla Libia si continua ancora a partire: qui però i migranti spesso vengono intercettati dalla Guardia costiera libica e riportati indietro. La situazione è così più complessa di quello che appare. Malgrado il crollo degli sbarchi e l’attenzione focalizzata sull’emergenza sanitaria attuale, il tema dei migranti resta dunque centrale.

Le linee guida della Commissione europea

Il 16 aprile la Commissione europea, in collaborazione con l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO) e l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), nonché delle autorità nazionali, ha presentato delle linee guida l’attuazione delle pertinenti norme dell’UE in materia di asilo, procedure di rimpatrio dei migranti e reinsediamenti dei profughi durante l’emergenza del coronavirus.

In merito alle procedure di asilo è stato sottolineato come le misure sanitarie adottate per limitare l’interazione sociale tra il personale ed i richiedenti abbiano un impatto notevole sui processi di asilo, pertanto, si raccomanda l’applicazione della flessibilità prevista dalle norme dell’UE. In particolare, la massima flessibilità dovrebbe essere consentita in relazione alle scadenze ed alla durata del trattamento e dell’esame delle richieste d’asilo. Per quanto riguarda le interviste personali, necessarie all’espletazione del processo di richiesta d’asilo, queste possono essere condotte mediante accordi specifici, da remoto tramite videoconferenza o addirittura omesse se necessario.

Una stretta cooperazione tra gli Stati membri è di fondamentale importanza per il buon funzionamento del sistema di Dublino. La Commissione incoraggia tutti gli Stati membri a riprendere i trasferimenti dei richiedenti il prima possibile, alla luce delle circostanze in evoluzione. Prima di effettuare qualsiasi trasferimento, inoltre, è necessario considerare la situazione relativa al coronavirus, compresa quella risultante dalla forte pressione sul sistema sanitario, nello Stato membro responsabile. Laddove i trasferimenti verso lo Stato membro normalmente responsabile non possano aver luogo entro il termine applicabile, gli Stati membri possono concordare bilateralmente il trasferimento in una data successiva, la quale deve essere incoraggiata ad esempio per i minori non accompagnati e nei casi di ricongiungimento familiare.

Con riguardo alle condizioni di accoglienza, le misure di quarantena e di isolamento devono essere ragionevoli, proporzionate e non discriminatorie. I richiedenti asilo devono ricevere l’assistenza sanitaria necessaria. Coloro che sono in detenzione devono continuare ad avere accesso all’aria aperta e qualsiasi restrizione, come la limitazione dei visitatori, deve essere spiegata con attenzione.

In linea con il regolamento Eurodac- European Dactyloscopie- laddove non sia possibile prendere le impronte digitali di un richiedente a causa delle misure adottate per proteggere la salute pubblica, gli Stati membri dovrebbero provvedere il prima possibile e comunque entro 48 ore dal cessare di tali motivi di salute.

 

Gli Stati membri dell’UE, nonché l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) hanno temporaneamente sospeso le operazioni di reinsediamento e rimpatrio. Le attività preparatorie, tuttavia, dovrebbero continuare nella misura del possibile, affinché tali operazioni possano riprendere una volta cessate le misure restrittive. Oggi più che mai è opportuno dare priorità ai rimpatri volontari, nell’ottica secondo cui esse rappresentano un rischio inferiore per la salute e la sicurezza. A tal proposito, l’agenzia europea Frontex è pronta ad assistere gli Stati membri nell’organizzazione delle operazioni aeree.

Nel ribadire il sostegno agli Stati membri nell’attuazione di tali linee guida, la Commissione europea ha annunciato che le stesse saranno integrate da incontri tematici organizzati dalle agenzie dell’UE, al fine di fornire consigli pratici e facilitare la condivisione delle migliori pratiche.

Aiuti di Stato, la Commissione approva il doppio regime di garanzia dell’Italia: via libera al Decreto Liquidità

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Il 14 aprile 2020, la Commissione europea ha approvato un pacchetto di aiuti nell’ambito del temporary framework previsto per gli aiuti di Stato: le misure di garanzia approvate dall’UE rientrano nelle norme previste nel Decreto Liquidità. Con due decisioni diverse, Bruxelles ha approvato delle misure a sostegno dell’economia di circa 200 miliardi e delle garanzie a sostegno di lavoratori autonomi, PMI e imprese a media capitalizzazione che risentono dell’emergenza coronavirus. In questo periodo, gli aiuti di Stato diventano fondamentali per le imprese: la Commissione ha adottato 54 decisioni per dare il via libera a 66 misure nazionali notificate dai governi di 22 Stati membri e del Regno Unito.

Il regime generale

Il primo dei due regimi approvati dalla Commissione europea riguarda un regime di aiuti a sostegno dell’economia italiana. Nell’ambito del temporary framework previsto in materia di aiuti di Stato, l’Italia ha notificato alla Commissione le misure di garanzia per i nuovi prestiti concessi dalle banche a sostegno delle imprese colpite dall’emergenza Covid-19. Sarà l’agenzia statale SACE ad erogare gli aiuti alle imprese attraverso gli enti finanziari. L’obiettivo è di limitare i rischi associati all’erogazione di prestiti alle imprese maggiormente colpite dall’impatto economico del coronavirus, aiutandole a coprire il fabbisogno immediato di capitale di esercizio e per gli investimenti. Per questo regime, le autorità italiane hanno comunicato un bilancio totale di 200 miliardi di euro: la Commissione lo ha approvato, constatando che la misura è in linea con le condizioni del quadro temporaneo: si tratta di una misura necessaria, opportuna e proporzionata a quanto necessario per porre rimedio alla crisi economica.

La Vicepresidente esecutiva della Commissione, responsabile della politica di concorrenza, Margrethe Vestager, ha dichiarato: “Il regime di garanzia dell’Italia con un bilancio totale di 200 miliardi di euro consentirà di ottenere garanzie pubbliche su nuovi prestiti e sul rifinanziamento di quelli esistenti per tutte le imprese, comprese le grandi”, aggiungendo “Continueremo a lavorare in stretta collaborazione con gli Stati membri per garantire che le misure di sostegno nazionali possano contribuire ad attenuare gli effetti dell’emergenza del coronavirus”.

Il regime per lavoratori autonomi e PMI

La seconda approvazione di Bruxelles riguarda i lavoratori autonomi e le imprese con un massimo di 499 dipendenti che risentono dell’emergenza coronavirus, dopo la notifica del regime di aiuti dell’Italia. Nell’applicare tale regime, gli enti finanziari potranno erogare sostegni dal fondo statale di garanzia per le PMI sotto forma di: garanzie di Stato sui prestiti per gli investimenti e per il capitale di esercizio; sovvenzioni dirette sotto forma di rinuncia alla commissione applicabile alle garanzie concesse. L’obiettivo di tale regime è sopperire al fabbisogno immediato di capitale, di esercizio e per gli investimenti, così da consentire alle imprese di procedere con la loro attività. In particolare, si possono concedere garanzie su prestiti che coprono il 100% del rischio fino al valore di 800.00 euro per impresa, oppure in tutti gli altri casi (garanzie che coprono fino al 90% del rischio legato ai prestiti, l’importo del prestito limitato a quanto necessario in termini di liquidità, le garanzie saranno concesse fino a dicembre 2020, hanno durata non superiore a sei anni e si tratta di premi in linea con il quadro contemporaneo).

“Questo regime consentirà all’Italia di concedere garanzie di Stato per sostenere i lavoratori autonomi, le PMI e le imprese a media capitalizzazione che si trovano in difficoltà a causa dell’emergenza coronavirus” ha dichiarato la Vestager, aggiungendo “La misura […] aiuterà le imprese più piccole a sopperire al fabbisogno immediato di capitale di esercizio e per gli investimenti, permettendo loro di portare avanti le loro attività”.

Il via libera al Decreto Liquidità

L’approvazione dei due regimi da parte della Commissione europea serve a garantire le misure previste dal Decreto Liquidità. Con la pubblicazione del decreto-legge il 6 aprile scorso e la sua approvazione, sono diventate operative le misure a supporto di imprese e lavoratori autonomi, così come è attivo anche il Fondo di Garanzia. Si può fare richiesta per accedere alle garanzie statali con finanziamenti fino a 25.000 euro attraverso un modulo reso disponibile dal Ministero del Lavoro e compilabile online. Vincenzo Amendola, ministro per gli Affari europei, ha commentato positivamente l’approvazione della Commissione europea: “Una buona notizia: la Commissione UE ha autorizzato in tempi record gli Aiuti di Stato di 200 miliardi del #DLimprese. Misure del Governo che permettono una forte iniezione di liquidità a favore del tessuto produttivo e con cui tendiamo la mano a PMI e lavoratori autonomi” scrive il ministro su Twitter.

Repubblica Ceca, scontro tra Governo e Parlamento per lo Stato di emergenza

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L’emergenza del virus Covid-19, diffuso in tutto il mondo, ha comportato l’adozione di misure anche in Repubblica Ceca, dove sin da subito sono stati presi importanti provvedimenti. Attualmente, lo stato di emergenza, e le misure che questo comporta, è stato prolungato dall’11 al 30 aprile, non senza discussioni tra Parlamento e Governo. In una riunione straordinaria di giovedì 9 aprile, i ministri hanno inoltre discusso di vari cambiamenti nelle misure di emergenza già annunciati e hanno anche approvato l’assistenza finanziaria a istituzioni culturali statali e non statali. Hanno infine deciso di rafforzare il coinvolgimento dell’esercito ceco nell’affrontare la pandemia di coronavirus, con altri 2.000 soldati.

La richiesta del Governo

Il 7 aprile scorso, Il primo ministro Andrej Babiš ha chiesto alla Camera dei deputati di prorogare di un mese lo stato di emergenza sull’epidemia di coronavirus. Lo Stato di emergenza è stato infatti dichiarato il 12 marzo e può avere durata massima di un mese. Nell’esporre la sua richiesta, il Primo ministro ha affermato “non voglio che le libertà siano limitate un secondo in più di quanto sia assolutamente necessario”; ha sottolineato i pilastri su cui è stata costruita l’UE, come la libera circolazione delle persone, e ha riconosciuto che la democrazia differisce dalla dittatura per la sua cura per ogni singola vita umana. Nel suo discorso, ha riconosciuto l’imprevedibilità della situazione in cui ci si trova e l’impossibilità di promettere ai parlamentari di prolungare lo Stato di emergenza per l’ultima volta, pur considerando l’essenziale aspetto della ripresa economica. “Oltre a fermare l’epidemia, il nostro compito fondamentale è far funzionare l’economia. Soprattutto dobbiamo sopravvivere nei primi mesi che potrebbero essere difficili” ha affermato Babiš. Le sue azioni hanno come obiettivo il controllo dell’epidemia, evitando di sovraccaricare il sistema sanitario attraverso l’isolamento dei positivi al Covid, tenendo sotto controllo la diffusione.

Il voto in Parlamento

Vista la scadenza il 12 aprile, è stata richiesta la proroga dello Stato di emergenza fino all’11 maggio. In una sessione di emergenza di sette ore, il 7 aprile i parlamentari cechi hanno discusso di queste misure, ma hanno approvato un’estensione dello stato di emergenza fino alla fine di aprile, anziché approvare la data dell’11 maggio proposta dal governo. Novanta dei 101 parlamentari presenti hanno votato a favore dell’estensione dello stato di emergenza fino al 30 aprile. I parlamentari dei TOP 09 (partito liberal-conservatore), STAN (sindaci e indipendenti) e Tricolor (partito euroscettico e conservatore) erano contrari a prolungare lo stato di emergenza, in gran parte a causa della mancanza di un piano chiaro presentato dal governo per le prossime settimane, e hanno proposto una proroga di sole due settimane. “Nessuno di noi ha un piano dettagliato con punti A, B, C o D, su come possiamo gestire l’epidemia, perché la situazione è in continua evoluzione”, ha affermato il ministro dell’Interno Hamáček, in difesa su questo punto. Di diverso avviso sono stati il Partito Pirata, il Partito Comunista e l’SPD di estrema destra, che hanno suggerito la fine del mese.
I 101 deputati presenti hanno quindi votato separatamente su ciascuna proposta; 36 hanno votato a favore della proroga di 14 giorni, 48 a favore della proroga di 30 giorni del governo e 84 a favore della scadenza del 30 aprile. Nella votazione finale sull’opzione più popolare, l’estensione fino al 30 aprile è passata di 90 voti a 5. Sulla base di quanto votato in Parlamento, il governo ceco ha approvato, nella riunione del 9 aprile, l’estensione dello Stato di emergenza fino al 30 aprile 2020.

Le prime misure allentate

Lo stato di emergenza consente alle attuali misure, imposte per affrontare l’epidemia di coronavirus, di rimanere in vigore, dando al governo il diritto di limitare gli spostamenti e i viaggi, così come la libertà di movimento e di decidere sulla chiusura delle imprese. Inoltre, consente al governo di riuscire ad ottenere tutto ciò che è necessario per gestire la crisi sanitaria in modo più rapido e semplice, evitando le normali procedure come i contratti di appalto soliti, usati per le forniture di servizi. Babiš ha voluto comunque sottolineare che in alcun modo lo stato di emergenza verrà utilizzato per tornare ad uno Stato onnipotente nel senso dei pieni poteri, rassicurando la popolazione che le misure verranno revocate al più presto.
Infatti, nonostante il prolungarsi dello Stato di emergenza, le norme anti-coronavirus del governo hanno iniziato ad essere allentate, a partire dalla scorsa settimana con l’apertura di alcuni negozi e impianti sportivi. Il ministro della sanità ceco, Adam Vojtěch, ha dichiarato che ulteriori misure sarebbero state allentate e che sarebbero stati riaperti altri negozi dopo le vacanze di Pasqua. Tuttavia, il tutto è accompagnato da norme igieniche più rigorose che devono essere osservate in tutti i negozi aperti. In aggiunta, il governo consente di compiere attività di sport all’aria aperta, come la corsa o il ciclismo, purché si compiano in solitaria. Dal 14 aprile infine, i cittadini cechi e stranieri con residenza permanente o temporanea di oltre 90 giorni possono di nuovo di viaggiare all’estero, in casi necessari e chiaramente giustificati, come lavoro, salute e visite mediche o assistere membri della famiglia in difficoltà. Tuttavia, a causa della diffusione del virus, i confini rimangono chiusi e i cittadini stranieri non possono entrare nel paese: per chi torna a casa dopo un periodo all’estero è previsto l’isolamento per 14 giorni ed è ancora obbligatorio l’uso di mascherine negli spazi pubblici.

Il discorso di Macron: in Francia “déconfinement” graduale dopo l’11 maggio

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Il 13 aprile, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, si è rivolto nuovamente al Paese in un discorso di 30 minuti, in cui ha annunciato l’estensione almeno fino all’11 maggio delle misure restrittive in vigore per contenere la pandemia da coronavirus. Macron ha confermato tutti gli aiuti messi in campo per sostenere le imprese e ha ricordato i meriti del personale sanitario. Il Presidente francese ha, altresì, ammesso i problemi riscontrati dalla Francia nella gestione della crisi attuale-come l’insufficienza di mascherine e test- ed ha spiegato che le prossime settimane di “confinement” serviranno proprio a risolvere tali problemi, oltre che ad introdurre forme di aiuto economico più inclusive e a definire la fase due.

 Il discorso del Presidente francese

 Il lockdown deve ancora continuare anche se la pandemia da Covid-19, il cui bilancio si avvicina a circa 15.000 morti in Francia, sta iniziando a rallentare: è quanto affermato dal Presidente della Repubblica francese nella serata di lunedì, in diretta televisiva dal Palazzo dell’Eliseo. Per non vanificare “lo sforzo fatto da tutti” Emmanuel Macron ha così deciso di tenere ancora i francesi a casa e l’appuntamento per la ripresa è prorogato a dopo l’11 maggio.

Dopo aver annunciato l’estensione del lockdown, aver ringraziato il personale sanitario ed aver fatto luce sui problemi francesi nella gestione dell’emergenza sanitaria, Macron ha affermato che sono in corso di definizione i tempi e le modalità della fase due, cioè del ritorno alla vita dopo aver superato almeno la fase più critica dell’emergenza dovuta al Covid-19. Il Presidente ha, così, dato un orizzonte ai francesi. “Il prossimo 11 maggio (…) sarà l’inizio di una nuova fase”, ha promesso il Capo dello Stato.

Dal giorno della fine del lockdown, gli ospedali, i laboratori di analisi, i medici di famiglia, dovranno essere in grado di testare chiunque al primo sintomo e metterlo in quarantena immediatamente. Dopo l’11 maggio, se il numero dei contagi sarà diminuito, Macron spera di riaprire le scuole-ma non i licei- e le università, la cui chiusura aumenta le diseguaglianze sociali, soprattutto nei quartieri popolari e nelle campagne francesi. Non tutti i bambini, infatti, hanno a disposizione strumenti digitali o l’aiuto dei genitori. “Vedremo dopo due settimane di riapertura se l’impatto è negativo”, ha affermato Pascal Crépey, epidemiologo presso la School of Advanced Studies in Public Health (EHESP).

 

Dopo l’11 maggio il Presidente francese vorrebbe anche riaccendere il motore economico del Paese, di concerto con le imprese. “L’11 maggio si tratterà di consentire a quante più persone possibile di tornare al lavoro, di riavviare il nostro settore, le nostre attività e i nostri servizi”, ha dichiarato nel suo discorso. “Le persone anziane e i più vulnerabili” rimarranno invece ancora a casa per scongiurare un contagio. Per lo stesso motivo, non potranno ancora riaprire bar, ristoranti, alberghi, teatri, sale da concerto e musei. “I principali festival ed eventi con un vasto pubblico non potranno essere tenuti almeno fino a metà luglio prossimo”, ha aggiunto Macron, indicando che “la situazione sarà valutata collettivamente da metà maggio, ogni settimana”. Ogni francese sarà “dotato di una mascherina per la circolazione in pubblico”, l’obbligo di indossarla potrebbe, infatti, diventare “sistematico”, in particolare sui mezzi pubblici.

“La speranza rinasce, ma nulla è già acquisito”, ha avvertito il Presidente, precisando che non bisognerà abbassare la guardia ed allentare i controlli, bensì, sarà necessario continuare a rispettare le misure di precauzione, poiché il virus probabilmente non sarà debellato presto e sarà necessario imparare a conviverci. “Le regole potrebbero essere adattate in base ai nostri risultati, perché l’obiettivo principale rimane la salute di tutti i francesi” ha insistito il Presidente. Il confinamento, in quest’ottica, sarebbe revocato gradualmente.

Infine, Emmanuel Macron, nel suo discorso, ha altresì invitato l’Europa ad una “maggiore audacia” ed i Paesi più ricchi a “ridurre in modo massiccio” il debito degli Stati africani.

 Le reazioni politiche

 Quella di Macron è una scelta politica non priva di rischi. Il suo annuncio è stato, infatti, immediatamente criticato dall’opposizione.

A destra, il Presidente dei repubblicani, Christian Jacob, ha invocato una gestione della crisi che includa un buon uso della logistica. Intervistato da Agence France-Presse (AFP), Jacob ha spiegato: “Tutto ciò dipenderà dalla sua capacità di suonare realmente la mobilitazione generale. Le parole non saranno più sufficienti. Possiamo vedere il ritardo che abbiamo in mascherine, attrezzature, test, ecc. Ora dobbiamo anticipare la ripresa economica, settore di attività per settore di attività”.

A sinistra, il Segretario del Partito Socialista, Olivier Faure, ha chiesto anche lui di verificare che le condizioni logistiche siano soddisfatte. “Per l’11 maggio abbiamo bisogno di garanzie di fattibilità, vedremo, è un obiettivo ambizioso, che dobbiamo condividere, dobbiamo mettere tutti i nostri sforzi insieme per raggiungerlo” ha ammonito in un programma in onda sul canale televisivo TF1.

All’estrema destra, il vicepresidente di Rassemblement National (RN), Jordan Bardella, ha descritto il graduale “deconfinamento” delle scuole come “estremamente pericoloso”. “Il Capo dello Stato ha indicato che renderebbe possibile il test per tutte le persone che presentano sintomi, eppure sappiamo che il 50% delle persone infette dal coronavirus è asintomatico e, tra questi asintomatici, ci sono anche molti bambini; quindi iniziare il deconfinamento rimettendo migliaia di bambini nelle classi scolastiche, lo trovo estremamente pericoloso, lo trovo una decisione sbagliata” ha dichiarato Bardella. Anche il leader dei deputati di La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, considera “estremamente pericoloso” il piano annunciato da Macron, descritto anche dagli ecologisti come una “una follia”.

Le prossime settimane, dunque, saranno un banco di prova per il Governo francese.

“We will meet again”: il quarto discorso nella storia del regno della Regina Elisabetta

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Domenica 5 aprile, la Regina d’Inghilterra ha rotto il suo tradizionale silenzio per parlare alla nazione: è il quarto discorso in 68 anni di regno. Alle 19, la sovrana inglese ha ringraziato il governo e la popolazione per gli sforzi fatti finora per contenere la diffusione del coronavirus ed ha richiamato gli inglesi all’autodisciplina: nessun pericolo solo se tutti rispettano le regole date dal Governo.

Un discorso storico

Ancora prima dei contenuti, il discorso della Regina Elisabetta è di per sé un fatto storico. Nei suoi 68 anni di regno -il più lungo della monarchia inglese- la sovrana ha parlato ai suoi cittadini soltanto quattro volte. Tradizionalmente la Regina parla agli inglesi solo il giorno di Natale: in ossequio alla regola aurea della monarchia, fin dalla Gloriosa Rivoluzione del 1688, la monarchia inglese non interferisce mai nelle vicende politiche del Paese. L’ultima volta che la sovrana si era rivolta ai sudditi risale a 18 anni fa: nel 2002, in occasione della morte della mamma, la Regina Madre, Elizabeth Bowes-Lyon, moglie del Re Giorgio VI, vissuta 102 anni. La volta precedente, Elisabetta intervenne per un discorso anch’esso storico, per un’altra morte, quella di Lady Diana, nel 1997. Prima di allora, la Regina Elisabetta aveva parlato nel 1991, per la prima Guerra del Golfo contro Saddam Hussein.

Il discorso della Regina del 5 aprile ha ricordato quello che suo padre, il Re Giorgio VI, pronunciò nel 1939 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale contro la Germania. Dopo 70 anni, dalla stessa località, ma stavolta con la presenza di una pandemia globale, la sovrana si rivolge alla Gran Bretagna- ed indirettamente ai governi mondiali- con il record personale di Capo di stato in carica da più tempo tra tutti i paesi del mondo.

Le parole della Regina

Elizabeth Windsor, alle ore 19 di Domenica 5 aprile, si è presentata sullo schermo dei sudditi vestita di verde, come per evocare la speranza. Ha parlato da una stanza del Castello di Windsor, fuori da Londra, dove la sovrana è stata trasferita per precauzione, assieme al marito, il Principe Filippo. Non era un discorso in diretta: è stato registrato giovedì scorso e mandato poi in onda domenica dalla BBC, a reti unificate, nell’ora di punta in cui inglesi sono a casa davanti alla televisione.

Nel suo discorso, durato cinque minuti, la sovrana ha descritto l’epidemia come “un momento di turbamento nella vita del nostro paese: un turbamento che ha causato dolore ad alcuni, difficoltà finanziarie a molti ed enormi cambiamenti alla vita quotidiana di tutti noi”.

Poi è stato il momento del ringraziamento speciale ai medici ed al personale del NHS-National Health System (l’equivalente del Servizio Sanitario Nazionale italiano): gli ospedali pubblici stanno, infatti, compiendo un lavoro notevole, oberati di casi positivi, con pochissimi posti letto per la terapia intensiva (5mila in tutto il paese, per una popolazione di 60 milioni).

In quello che ha definito un “messaggio profondamente personale” – sebbene nessun messaggio pubblico di un sovrano lo possa essere davvero- Sua Maestà ha fatto leva sull’orgoglio britannico, parlando di una nazione fondata sulla “autodisciplina”, i cui cittadini potranno in futuro raccontare di aver sconfitto il virus e superato la crisi con quel valore che ne ha decretato il successo nelle epoche passate: il rispetto delle regole. La Regina ha dichiarato di avere la speranza che negli anni a venire tutti siano orgogliosi di come gli inglesi hanno risposto a questa sfida. “L’orgoglio per ciò che siamo non è parte del nostro passato, ma definisce il nostro il presente e il nostro futuro” ha affermato.

La sovrana ha poi ricordato quando, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1940, lei e sua sorella, la Principessa Margaret, che all’epoca avevano rispettivamente 14 e 10 anni, inviarono un messaggio via radio alla nazione rivolgendosi ai bambini che erano stati evacuati dalle proprie abitazioni: “Oggi, ancora una volta, molti sono addolorati dalla separazione dai propri affetti. Ma oggi, come allora, sappiamo nel profondo che questa è la cosa giusta da fare”.

Infine, Sua Maestà ha concluso il suo discorso con l’augurio che possano arrivare in futuro giorni migliori, e con una citazione di una famosa canzone del 1939 di Vera Lynn, diventata un simbolo di speranza per i soldati al fronte durante la Seconda guerra mondiale. “Dobbiamo consolarci che mentre potremmo avere ancora molto da sopportare, torneranno giorni migliori: saremo di nuovo con i nostri amici; saremo di nuovo con le nostre famiglie”- ha concluso la Regina- “We will meet again”.

Indisciplina dilagante e lo stato di salute di Boris Johnson

Dietro al discorso della Regina si cela un problema concreto: l’indisciplina dilagante dinanzi alle misure restrittive imposte dal governo inglese. Nella capitale Londra, la città con il picco di contagi e morti, le persone sembrano far fatica a seguire l’invito del Governo di rimanere a casa-“Stay at home”- tanto che il Ministro della Salute, Matt Hancok- risultato anche lui positivo al Covid-19- ha minacciato di vietare lo sport e le attività all’aperto se le persone continueranno a uscire.

Lo stesso Primo Ministro, è stato contagiato ed è stato in terapia intensiva all’ospedale St Thomas di Londra dal 6 al 9 aprile, dove gli è stato somministrato ossigeno per facilitare la respirazione, senza però ricorrere a ventilatori o a supporti respiratori invasivi. Un portavoce del governo ha dichiarato che Johnson si trova attualmente in un reparto dove “sarà attentamente seguito durante la prima fase di guarigione. È di ottimo umore”. Tutto è nelle mani del team di medici del Premier britannico, guidato dal dottor Richard Leach, la massima autorità medica specializzata in malattie polmonari in Regno Unito. Tra questi vi è il professore italiano Luigi Camporota, uno dei luminari oltremanica di problemi ai polmoni e ventilazione polmonare, proprio quello che serve in questo momento a Boris Johnson per uscire dalla terapia intensiva.

Il ricovero di Boris Johnson ha avuto come conseguenza anche il passaggio di consegne formale tra il Primo Ministro e Dominic Raab, suo vice e Segretario di stato. Raab si è fatto spesso portavoce delle decisioni del governo partecipando a programmi televisivi, campagne elettorali e dibattiti: a livello mediatico è considerato come la figura adatta per poter andare avanti nella gestione dell’emergenza e promuovere le decisioni dell’esecutivo inglese.

Eurogruppo, le divisioni sugli Eurobond e l’accordo sul MES

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Il 26 marzo i membri del Consiglio europeo hanno affrontato, in videoconferenza, la questione dell’emergenza da Covid-19: non riuscendo a trovare alcun accordo in merito alle misure da adottare per far fronte alla pandemia, i leader europei hanno rinviato il tutto di due settimane, incaricando i ministri di elaborare delle proposte. Dal 7 al 9 aprile si è svolto quindi l’Eurogruppo, l’organo che riunisce i ministri dell’economia e delle finanze, che continua ad essere centro di discussioni tra i leader europei, in particolare sulla decisione tra MES ed Eurobond: ciononostante, il 9 aprile sembra essere stato raggiunto un accordo.

Gli Eurobond

Quando si parla di Eurobond – chiamati anche Coronabond vista la causa dell’emergenza – si intende dei titoli di debito pubblico da cedere ai mercati finanziari in cambio di denaro in prestito, tramite i quali gli Stati dell’Eurozona diventano responsabili del debito in modo congiunto. L’idea di emettere Eurobond ha l’obiettivo di rendere i debiti nazionali dei paesi dell’area euro non distinguibili l’uno dall’altro. Gli Stati dell’eurozona si dovrebbero impegnare a condividere la responsabilità di ciascuno di essi.

Nel caso dei Coronabond, si tratterebbe di strumenti di creazione di debito comune, con garanzie a livello europeo, per chiedere credito ai mercati ed usare i soldi per dei fondi comuni da destinare ai paesi in difficoltà. Così facendo, si darebbe una garanzia maggiore di tutta l’Europa, e potrebbero abbassarsi i tassi di interessi che in alcuni paesi sono molto più alti che in altri, bilanciandosi tra di loro. È evidente quindi qual è il problema alla base della discussione tra i leader europei: in paesi come l’Italia, gli Eurobond sarebbero fondamentali per finanziare tutte le spese sostenute dal governo in questa fase di emergenza; in paesi come la Germania, gli Eurobond non porterebbero beneficio, anzi.

Quella che sembrava un’iniziale incomprensione tra i vari paesi dell’UE, è diventata una vera e propria discussione su due fronti, poiché i paesi del Nord hanno una visione opposta ai paesi del Sud: i primi propongono infatti l’utilizzo del MES.

Il Meccanismo europeo di stabilità

Il MES è l’istituzione europea che ha lo scopo di aiutare i paesi in difficoltà, opera come un normale fondo di investimento, che con il suo capitale vende e compra titoli, ma sembra funzionare come una sorta di assicurazione. Gli Stati membri del MES hanno infatti versato ingenti somme di denaro in risorse comuni, da far loro utilizzare in caso di difficoltà economica. Il problema del MES è che generalmente interviene inserendo delle condizioni subordinate alla consegna dei fondi, come ad esempio un piano di riforme, fare tagli alla spesa pubblica, intervenire sulle privatizzazioni e così via. Tuttavia, la situazione attuale di crisi risulta essere senza precedenti, e si richiede dunque una maggior flessibilità, un aiuto senza condizioni, in modalità emergenza. Anche in questo caso però non sono mancati gli scontri tra i leader europei: la proposta è stata inizialmente respinta dai paesi del Nord, più rigorosi sui conti pubblici, per poi essere approvata solo in parte, dopo ore di negoziati.

I due fronti di discussione all’Eurogruppo e l’accordo finale

Il 25 marzo scorso, Giuseppe Conte insieme ad altri otto leader europei (Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna), ha scritto una lettera a Charles Michel, il Presidente del Consiglio europeo. Facendo presente le enormi difficoltà che stanno attraversando a causa del Covid-19 e delle misure “senza precedenti” adottate per contenere la diffusione del virus, i Paesi sottolineano la necessità di allineare le prassi adottate in tutta Europa e di elaborare linee guida condivise. Infine, il Presidente Conte ha richiesto “uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia”.

I leader dei paesi europei firmatari hanno proposto lo strumento di debito comune anche in sede di Consiglio europeo, il 26 marzo. I paesi contrari alla sua creazione, principalmente Germania, Olanda, Austria e Finlandia, hanno mostrato massima resistenza in tutti gli incontri svolti fin ora, anche in quello del 7 aprile, nonostante le due settimane di pausa previste per i ministri per lavorare a delle nuove proposte economiche. Dopo circa 16 ore di riunione, conclusa di nuovo con un nulla di fatto, l’incontro è stato rimandato al 9 aprile. Il paese maggiormente contrario all’utilizzo di questo strumento è l’Olanda: il Parlamento ha approvato due risoluzioni che invitano il governo a non accettare gli Eurobond e ad esortare l’utilizzo del MES, l’alternativa proposta dal fronte del Nord Europa. Dello stesso avviso è la Germania: la cancelliera Merkel ha affermato “Non credo che si dovrebbe avere una garanzia comune dei debiti e perciò respingiamo gli Eurobond”, tuttavia, ha riconosciuto la situazione in cui si trova l’Italia ed ha quindi aggiunto “Ci sono così tanti strumenti di solidarietà che si possono trovare buone soluzioni”, oltre agli Eurobond. Ad essere favorevole agli Eurobond è invece l’Alto Rappresentante Borrell, che afferma “L’attività economica in Italia e Spagna è ferma, noi dobbiamo garantire che tutti possano andare sui mercati allo stesso modo per affrontare la crisi”.

La sera del 9 aprile, l’Eurogruppo ha finalmente trovato un accordo per una risposta congiunta alla crisi economica: “un pacchetto di dimensioni senza precedenti per sostenere il sistema sanitario, la cassa integrazione, la liquidità alle imprese e il Fondo per un piano di rinascita” ha twittato il Commissario Gentiloni, concludendo con “l’Europa è solidarietà”. Gli Eurobond non sono parte dell’accordo, che invece ha ad oggetto il MES. Questo fornirà assistenza finanziaria ai Paesi senza condizioni per sostenere il sistema sanitario e le spese mediche, e sarà disponibile per il sostegno economico ma a condizioni. Infine, si prevede la nascita di un Fondo possibilmente finanziato da titoli in comune, del valore di 500 miliardi di euro. “Abbiamo trovato un piano di rilancio dell’economia” afferma soddisfatto il presidente dell’Eurogruppo Centeno.

Flaminia Maturilli
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