GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Cambiamenti climatici, la nuova strategia di adattamento dell’Unione europea

EUROPA di

Il 24 febbraio 2021 la Commissione europea ha adottato una nuova strategia di adattamento ai cambiamenti climatici per garantire la capacità degli Stati di saper reagire e di sapersi adattare con resilienza ai loro effetti. L’azione dell’UE in materia di cambiamenti climatici è volta, infatti, sia alla riduzione e alla mitigazione dei cambiamenti climatici, sia a migliorare le capacità di adattamento degli Stati membri, considerando le conseguenze che già vi sono e che causano all’economia danni per 12 miliardi di euro l’anno. “La pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili”. Queste le parole di Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo.

Continua la lotta ai cambiamenti climatici

L’Unione europea è divenuta un leader nel settore della lotta ai cambiamenti climatici e, anno dopo anno, non sono mancate nuove strategie e novità per far fronte ad uno dei principali problemi del 21° secolo. Ciononostante, anche se si riuscisse a mettere fine a tutte le emissioni di gas a effetto serra, per anni dovremo avere a che fare, ancora, con gli effetti dei cambiamenti climatici già in corso. Gli eventi climatici e metereologici estremi, dovuti all’emissione di gas a effetto serra, sono sempre più frequenti ed hanno un impatto diretto sulla società. Gli incendi boschivi, le ondate di calore e la siccità, gli uragani, le carenze idriche: sono tutti fenomeni causati dai cambiamenti climatici e che incidono direttamente sull’economia europea con perdite di circa 12 miliardi di euro l’anno. A risentirne sono, principalmente, l’agricoltura, l’acquacoltura, il turismo, il trasporto merci sui fiumi e così via.

È importante, dunque, garantire un continuo aggiornamento delle strategie europee in materia di cambiamenti climatici e, soprattutto, garantire la capacità di adattamento e resilienza degli Stati membri, che mentre promuovono politiche volte al contrasto del climate change, devono imparare a convivere con i suoi effetti.

La nuova strategia

La strategia adottata dalla Commissione europea il 24 febbraio va di pari passo con l’impegno dell’UE di diventare climaticamente neutra entro il 2050. Tuttavia, come detto, oltre ad agire per contrastare i cambiamenti climatici, l’UE considera fondamentale anche agire per garantire una miglior capacità di adattamento degli Stati membri, vista l’inevitabilità degli effetti. La strategia mira, dunque, ad intensificare l’azione in tutti i settori dell’economia e della società con un adattamento più intelligente, rapido e sistemico. In linea con quanto previsto dal Green Deal europeo, particolare importanza è rivolta alla modalità di raggiungimento di un buon livello di resilienza: è essenziale che, anche in questo caso, si faccia fede ad un modo giusto ed equo di azione.

Particolare attenzione è rivolta, poi, all’azione internazionale: l’UE intende continuare a cooperare con gli altri paesi, in particolar modo i paesi parte dell’accordo di Parigi, garantendo tre azioni. In primo luogo, aumentare il sostegno alla resilienza e alla preparazione ai cambiamenti climatici a livello internazionale. Poi, aumentare i finanziamenti internazionali per rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici, arrivati alla cifra di 21,9 miliardi di euro. Infine, rafforzare l’impegno e gli scambi a livello mondiale.

Gli obiettivi

La strategia persegue tre obiettivi: rendere l’adattamento più intelligente; rendere l’adattamento più sistemico; accelerare l’adattamento trasversale. La Commissione, nel perseguire questi obiettivi, continuerà a fornire orientamenti, capacità tecnica e opportunità di finanziamento per aiutare gli Stati membri, le regioni e le amministrazioni locali nell’attuazione delle strategie di adattamento. Inoltre, verrà potenziata la piattaforma europea Climate-ADAPT, realizzata per far ampliare le conoscenze in materia di adattamento, collegandola ad altri portali e fonti di informazioni e rendendole accessibili ai cittadini. In particolare, si possono approfondire con molteplici dati gli effetti dei cambiamenti climatici, gli aspetti socioeconomici connessi e i costi, ma anche i benefici, dell’adattamento. Si tratta di uno strumento alla portata di tutti che aiuterà nell’implementazione di politiche di resilienza.

L’intervento di Timmermans

Parlando della strategia europea sul tema, il vicepresidente della Commissione UE, nonché responsabile per il Green Deal europeo, ha riconosciuto l’importanza della strategia anche per le questioni legate al mediterraneo. In particolare, si è affermato che nel Mediterraneo “c’è un problema gigantesco” per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici. “Ci sarà anche una pressione migratoria enorme se non riusciamo a evitare conflitti per esempio sull’acqua, e mi sembra logico e necessario un dialogo con tutti i paesi del Mediterraneo” ha poi aggiunto.

Infine, richiamando la situazione attuale, il Vicepresidente ha affermato che “la pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili – che si fanno già sentire sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea”. “Se ci prepariamo oggi, possiamo ancora costruire un domani resiliente ai cambiamenti climatici”, ha concluso Timmermans.

Cooperazione UE-Cina in forte aumento dall’inizio della pandemia

ASIA PACIFICO/EUROPA di

Nel 2020, la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Unione europea, superando gli Stati Uniti. Con l’accordo globale sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investment, CAI) la collaborazione dell’UE e della Cina ha continuato a fare progressi, mentre sul versante transatlantico il futuro rimane ancora poco chiaro.

Gli ultimi dati dell’Eurostat mostrano che il volume degli scambi dell’UE con la Cina ha raggiunto i 586 miliardi di euro nel 2020, rispetto ai 555 miliardi di euro degli Stati Uniti. Le importazioni dell’UE dalla Cina sono aumentate del 5,6%, mentre le esportazioni verso la Cina sono aumentate del 2,2%. Allo stesso tempo, il commercio con gli Stati Uniti ha registrato un calo significativo sia delle importazioni (-13,2%) che delle esportazioni (-8,2%).

Il commercio di prodotti europei riguarda in particolare i settori automobilistico e dei beni di lusso. Nel frattempo, le esportazioni cinesi in Europa hanno beneficiato della forte domanda di apparecchiature mediche ed elettronica. “Molte forniture mediche anti-virus vengono trasportate nell’UE tramite i treni merci Cina-Europa in costante funzionamento”, ha affermato Cui Hongjian, direttore del dipartimento di Studi Europei presso il China Institute of International Studies.

Un record di 12.400 viaggi in treno merci Cina-Europa sono stati effettuati nel 2020, in crescita del 50% rispetto all’anno precedente, permettendo una maggiore cooperazione globale per combattere il COVID-19.

L’UE è il secondo partner commerciale della Cina nel 2020, superata dall’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), che ha visto i volumi commerciali con la Cina raggiungere i 4,74 trilioni di yuan lo scorso anno, un aumento del 7% su base annua.

“La dipendenza economica dell’UE dai prodotti cinesi, in particolare i prodotti per la prevenzione dei virus, è aumentata lo scorso anno, ma poiché l’UE ha invitato a costruire la propria catena di approvvigionamento, è ancora un punto interrogativo se il primato della Cina nel commercio con l’UE verrà mantenuto nel 2021 “, ha detto Cui al Global Times.

La perdita del primato degli Stati Uniti nel commercio con l’UE nel 2020 non si è verificata solo a causa della crisi sanitaria globale, ma è stata anche il risvolto naturale della presidenza statunitense sotto l’amministrazione Trump.

E’ certo che l’accordo CAI, i cui negoziati si sono conclusi alla fine del 2020, aumenterà la fiducia nei confronti delle società europee in Cina, purché quest’ultima si impegni a fornire un maggiore accesso agli investitori europei. In questo modo i legami bilaterali non potranno che rafforzarsi ulteriormente.

Nonostante gli ottimi pronostici, l’accordo CAI subirà ulteriori revisioni legali e tecniche prima di essere sottoposto all’approvazione del Consiglio europeo e del Parlamento europeo, un processo che l’UE ha dichiarato di voler completare entro l’inizio del 2022.

Le implicazioni politiche del caso Navalny coinvolgono la Corte di Strasburgo

EST EUROPA di
 

Sin dall’estate scorsa il panorama internazionale è stato monopolizzato dal caso Navalny che ha drammaticamente peggiorato le relazioni russo-europee portando le parti sulla strada dello scontro e ai livelli sperimentati nel 2014 a seguito della Crisi Ucraina.

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Commissione europea, al via una politica commerciale più sostenibile

EUROPA di

Il rapporto tra commercio e sostenibilità è al centro dell’agenda europea da diverso tempo, sia per l’importanza che ricopre il commercio come strumento di diffusione dei valori europei, sia per il modo in cui incide su ambiente e clima. A tal fine, il 18 febbraio la Commissione europea ha presentato la sua strategia commerciale per una politica aperta, sostenibile e assertiva, volta a riformare l’OMC con regole più eque e sostenibili. I prossimi anni, dunque, saranno caratterizzati da una apertura dell’UE per contribuire alla ripresa economica sostenendo anche la trasformazione verde e digitale e procedendo verso una riforma delle norme commerciali globali. La strategia lanciata dalla Commissione europea si basa su una consultazione pubblica ampia e inclusiva, lavorando a contatto con gli Stati membri, il Parlamento europeo, le imprese e la società civile.

Commercio e sviluppo sostenibile

L’Unione europea ha dimostrato il proprio impegno in materia di clima e ambiente sin da subito, diventando un attore di primo piano nella promozione del rispetto dell’ambiente e delle norme ambientali internazionali. In questa attività, è centrale la politica commerciale europea, sia come mezzo di diffusione dei valori, degli standard e dei principi dell’UE, sia perché se non gestita bene, è suscettibile di incidere negativamente su ambiente e clima, comportando ingenti scambi tra l’UE e i Paesi terzi. Negli ultimi anni, l’UE ha, dunque, sviluppato una serie di regole e strategie commerciali volte ad assicurare un commercio sostenibile ed equo sia negli accordi commerciali bilaterali, sia nei negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.

In particolare, tutti i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea contengono un capitolo apposito dedicato al rapporto tra Commercio e Sviluppo Sostenibile – Trade and Sustainable Development Chapter – con impegni specifici volti a ratificare ed attuare gli accordi multilaterali ambientali, tra cui l’Accordo di Parigi. Tale capitolo, generalmente, contiene norme sul clima, la biodiversità, la gestione delle foreste, la gestione dei rifiuti, la condotta aziendale responsabile e il rispetto dei diritti dei lavoratori. L’impegno dell’Unione europea in materia di sostenibilità, clima e protezione ambientale è presente da diversi anni e andrà via via aumentando e consolidandosi, fino a garantire effettivi meccanismi di applicazione e azioni efficaci in caso di mancato rispetto di tali capitoli.

La nuova strategia

Le sfide che ha dovuto affrontare l’Unione europea nell’ultimo anno sono molteplici e si aggiungono a quelle che dovranno essere affrontate prossimamente: la ripresa economica, i cambiamenti climatici e il degrado ambientale, le tensioni internazionali anche per la corsa ai vaccini e la difesa del multilateralismo. La nuova strategia pubblicata dalla Commissione europea si inserisce proprio in questo contesto: andrà ad intensificare l’integrazione della politica commerciale dell’UE nelle priorità economiche dell’UE, così come previsto dal Green Deal europeo, e affermerà il ruolo della politica commerciale dell’UE nell’ambito della ripresa economica post-Covid. Avere un ruolo di primo piano nella lotta ai cambiamenti climatici e nella protezione ambientale fa sì che l’UE debba integrare questi aspetti in ogni politica portata avanti e, per di più, la posizione di leader dell’UE nel commercio mondiale fa sì che si garantisca un commercio equo e sostenibile.

Gli obiettivi previsti

La nuova strategia ha come scopo la creazione di una politica commerciale aperta, sostenibile e assertiva. Queste tre caratteristiche figurano proprio come gli obiettivi fondamentali da portare a termine nell’ambito della strategia. In primo luogo, la politica commerciale dell’UE è volta al sostegno della ripresa e della trasformazione verde e digitale dell’economia; poi, definisce le norme per una globalizzazione più sostenibile ed equa; infine, vuole aumentare la capacità dell’UE di perseguire i propri interessi e far valere i propri diritti.

Questi tre obiettivi verranno conseguiti nell’ambito della riforma dell’OMC, sostenendo la transizione verde con catene del valore responsabili, rafforzando l’impatto normativo dell’UE, sviluppando ulteriori partenariati con i paesi vicini e l’Africa, e rafforzando la fase di applicazione degli accordi commerciali a parità di condizioni con gli altri Paesi. L’Unione europea investe molto sull’importanza del commercio con i Paesi terzi e si ritiene che il modo migliore per garantire la prosperità dell’UE sia proprio continuare con gli scambi commerciali globali. La novità principale della strategia è nel concetto di “autonomia strategica aperta”: l’UE vuole inserirsi e rimanere nella scena mondiale collaborando con quanti più partner possibili, e intensificando la cooperazione transatlantica ma, allo stesso tempo, rimanendo autonoma e affermandosi come attore principale, senza trovarsi ad essere indifesa. In particolare, si ritiene che l’apertura e l’impegno rappresentino una scelta strategica che favorisce la prosperità, la competitività e il dinamismo.

A tal proposito, il Vicepresidente esecutivo, nonché Commissario per il Commercio, Dombrovskis, ha dichiarato, presentando la strategia, “Adottiamo un approccio aperto, strategico e assertivo, che sottolinea la capacità dell’UE di compiere le proprie scelte e di plasmare il mondo che la circonda attraverso la leadership e l’impegno, e che rispecchia i nostri interessi strategici e i nostri valori”.

Il piano Hera incubator per un’UE pronta alla crescente minaccia delle varianti

EUROPA di

L’Unione europea deve fare i conti con nuove minacce, già presenti o che si profilano all’orizzonte: fra queste, la comparsa e il moltiplicarsi delle varianti del Covid-19 che si stanno sviluppando e diffondendo in Europa e nel mondo. A tal fine, il 17 febbraio, la Commissione europea ha proposto un’azione immediata tramite il Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”. Il piano sarà finalizzato ad individuare le nuove varianti, incentivare lo sviluppo di vaccini adattati e nuovi, accelerarne il processo di approvazione ed aumentare la capacità produttiva. Attualmente i vaccini autorizzati sono considerati efficaci per le varianti note, tuttavia, l’Unione europea deve essere pronta e preparata rispetto alla possibilità che future varianti siano resistenti ai vaccini esistenti. In definitiva, l’UE è chiamata ad agire, compensando i ritardi riscontrati in altre fasi dell’emergenza nonché fronteggiando le difficoltà emerse nella sua gestione.

L’evoluzione della strategia dell’UE sui vaccini

La strategia dell’Unione europea sui vaccini, frutto di un accordo tra la Commissione europea e gli Stati membri, ha permesso di accedere a 2,6 miliardi di dosi nell’ambito del più ampio portafoglio mondiale di vaccini contro il Covid-19. A meno di un anno di distanza dalla comparsa del virus in Europa, in tutti gli Stati membri dell’UE sono state avviate le vaccinazioni: si tratta di un risultato notevole, tuttavia, al contempo, si riscontrano numerose difficoltà nella gestione della campagna vaccinale europea, a cui si aggiunge la comparsa di nuove varianti del virus.

Quanto alle criticità riscontrate nella produzione dei vaccini, al fine di rafforzare la capacità produttiva in Europa, risulta essere necessaria una cooperazione pubblico-privato molto più stretta, integrata e strategica con l’industria. In quest’ottica la Commissione ha istituito una task force per l’aumento della produzione industriale di vaccini contro il Covid-19, per individuare le criticità e contribuire a rispondervi in tempo reale. Inoltre, al fine di fornire una risposta collettiva europea mirata ed immediata, la Commissione ha annunciato un nuovo piano per fronteggiare la comparsa di nuove varianti del virus.

Il piano “Hera Incubator”

Implementare azioni chiave per migliorare la preparazione, sviluppare vaccini per le varianti di Covid-19 e aumentare la produzione industriale: questo l’obiettivo del Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”, annunciato dalla Commissione europea il 17 febbraio per fronteggiare la nuova fase dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, vale a dire quella della scoperta di nuove varianti del virus nonché delle nuove sfide correlate all’aumento della produzione dei vaccini.

Il Piano prevede la collaborazione tra ricercatori, aziende di biotecnologie, produttori e autorità pubbliche nell’UE e a livello mondiale. In primo luogo, al fine di individuare, analizzare e valutare le varianti, sarà necessario lo sviluppo di test specializzati nonché il sostegno al sequenziamento del genoma negli Stati membri con finanziamenti per almeno 75 milioni di €; la Commissione europea mira, inoltre, ad intensificare la ricerca e lo scambio di dati sulle varianti stanziando ulteriori 150 milioni di €. In secondo luogo, l’UE sarà chiamata ad attuare la velocizzazione delle procedure di approvazione dei vaccini mettendo a punto un meccanismo di approvazione accelerata. Infine, sarà altresì necessario aumentare la produzione dei vaccini, aggiornando gli accordi preliminari di acquisto, stipulandone nuovi e collaborando strettamente con i produttori.

Le azioni annunciate dalla Commissione europea andranno ad integrare la cooperazione globale nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e le altre iniziative su scala mondiale in tema di vaccini. Esse serviranno, inoltre, a preparare il terreno all’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, HERA, la quale costituirà una struttura permanente operante nel settore.

Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen

“La nostra priorità è fare in modo che tutti gli europei abbiano accesso quanto prima a vaccini sicuri ed efficaci contro la COVID-19. La comparsa di nuove varianti del virus è molto rapida e dobbiamo essere ancora più veloci nell’adattare la nostra risposta” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciando le nuove misure nell’ambito del piano Hera Incubator. Quest’ultima, pochi giorni prima, nell’ambito di una riunione plenaria del Parlamento europeo, parlando dello stato della campagna vaccinale in Europa e delle difficoltà riscontrate nelle ultime settimane nel fornire ai paesi membri sufficienti dosi, aveva dichiarato “Non siamo al punto dove vorremmo essere. Ci siamo mossi in ritardo con le autorizzazioni. Siamo stati troppo ottimisti riguardo alla produzione di massa e forse troppo fiduciosi che quelli che avevamo ordinato sarebbero stati consegnati in tempo”. Ursula von der Leyen ha, dunque, ammesso i ritardi riscontrati nella vaccinazione di massa, ribadendo però la promessa che entro la fine dell’estate il 70% degli adulti sarà vaccinato e sottolineando l’importanza di un impegno collettivo.

In questa nuova fase, dunque, emerge come l’Unione europea voglia riconoscere gli errori compiuti nel passato, imparando da essi ed agendo in maniera preventiva e mirata.

La controversa visita di Borrell in Russia e la difficoltà dell’UE di affermarsi come attore geopolitico globale

EUROPA di

La scorsa settimana, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si è recato in Russia per una visita ufficiale nell’ambito della quale ha incontrato Sergei Lavrov, il Ministro degli esteri russo. La visita era molto attesa: si è trattato, invero, della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato nel 2019; inoltre, recentemente i rapporti tra l’Unione europea e la Federazione russa sono molto tesi per via del caso Navalny. Uno degli obiettivi primari di Borrell era proprio quello di esercitare delle pressioni per la liberazione del dissidente russo, tuttavia, la sua visita in Russia è stata considerata fallimentare e Lavrov ha definito l’UE “un partner inaffidabile” nelle questioni di politica estera. Inoltre, proprio durante la visita, vi è stata è stata l’espulsione da parte delle autorità russe di tre diplomatici europei. La condanna alla visita di Borrell è stata, dunque, pressoché unanime e non sono mancate critiche anche dalle istituzioni europee. In definitiva, emerge, ancora una volta, la difficoltà dell’Unione europea di affermarsi come un attore geopolitico globale, dovuta altresì ai differenti approcci dei singoli Stati membri nei rapporti con Mosca.

L’ obiettivo della visita di Borrell

Nell’ambito della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, considerato il capo della diplomazia europea, ha incontrato il Ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, affrontando questioni come il rilascio di Navalny, le relazioni bilaterali UE-Russia, il rispetto dello stato di diritto, dei diritti umani e della libertà politica.

Uno degli obiettivi primari della visita era, dunque, esercitare pressioni sulle autorità russe per il caso Navalny: l’avvelenamento del dissidente russo, il suo arresto e la condanna a tre anni e mezzo di detenzione, nonché la repressione delle proteste che ne sono conseguite, hanno, invero, incrementato le tensioni bilaterali tra la Federazione Russa e l’Unione europea.

Nei giorni precedenti alla visita diversi osservatori avevano, tuttavia, avvertito che incontrare le autorità russe in tale contesto avrebbe comportato una legittimazione dei comportamenti perpetrati da Mosca. Borrell aveva però respinto i timori sottolineando l’importanza di trovare «un comune denominatore» su cui avviare un dialogo.

Il fallimento

Non solo Borrell non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è stato anche “maltrattato” da Lavrov durante la conferenza stampa congiunta. Nell’ambito di quest’ultima, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha mantenuto un approccio costruttivo e conciliante, auspicando l’autorizzazione da parte delle autorità europee del vaccino russo contro il coronavirus, lo Sputnik V, limitando al massimo le critiche nei confronti di Putin – mai citato – e concentrandosi sui settori in cui l’Unione europea e la Russia potrebbero collaborare, come la lotta al cambiamento climatico, la gestione del Mare Artico e la ricerca scientifica. Lavrov, invece, ha approfittato della conferenza stampa per attaccare l’Unione europea, accusandola di interferenza negli affari interni della Russia, di avere approvato sanzioni “illegittime” per l’invasione della Crimea e dell’Ucraina orientale, e in definitiva di essere «un partner inaffidabile» nelle questioni di politica estera. Quanto al caso Navalny, il Ministro degli esteri russo ha anche respinto la tesi – accettata da tutte le agenzie di intelligence occidentali e confermata da uno degli agenti coinvolti nell’operazione – secondo cui Navalny sarebbe stato avvelenato dai servizi di sicurezza russi. In aggiunta, un giornalista russo ha sottoposto a Borrell la questione dell’embargo USA – alleati storici dell’UE – nei confronti di Cuba – alleata della Russia – spingendolo a criticare gli Stati Uniti.

La sensazione che ne è derivata è che Borrell non fosse in grado di difendersi o di contrattaccare.

Proprio durante la conferenza stampa congiunta, inoltre, è stata diffusa la notizia dell’espulsione da parte del governo russo di tre diplomatici europei, rispettivamente di Svezia, Germania e Polonia, accusati di aver partecipato alle manifestazioni contro l’arresto di Navalny.

Il giudizio pressoché unanime è che la visita di Borrell in Russia sia stata fallimentare e lui stesso, al rientro, ha ammesso che al momento la Russia «non vuole cogliere l’occasione di avviare un dialogo costruttivo con l’Unione Europea».

La condanna da parte del Parlamento europeo

Il 9 febbraio, nell’ambito di un dibattito sulla situazione in Russia tenuto in presenza dell’Alto Rappresentante, molti membri del Parlamento europeo hanno condannato il suo viaggio a Mosca.  Gli Eurodeputati hanno sottolineato che la visita di Borrell non è stata effettuata in un buon momento, a causa del prolungato deterioramento delle relazioni UE-Russia, della continua aggressione russa in Ucraina, della repressione dei manifestanti, dell’espulsione dei diplomatici UE dal paese e del caso Navalny.

Dal canto suo, Borrell ha dichiarato di essersi recato a Mosca per capire, con l’ausilio della diplomazia, se il governo russo fosse interessato ad affrontare le differenze e ad invertire gli sviluppi negativi nelle relazioni UE-Russia, tuttavia, la reazione che ha ricevuto indica una direzione diversa.

Molti eurodeputati hanno sottolineato che il governo russo non è interessato ad invertire la tendenza negativa nelle relazioni bilaterali con l’UE, finché l’Unione europea continuerà a sollevare questioni relative ai diritti umani ed allo Stato di diritto. Essi hanno altresì fortemente criticato il comportamento e l’atteggiamento tenuto dalle due parti nei loro incontri nonché nell’ambito della conferenza stampa, che aveva l’obiettivo di minare l’immagine dell’UE. In aggiunta, è stata stigmatizzata l’incapacità dei governi dell’UE, in seno al Consiglio, di porre in essere una reazione più decisa contro la Russia, comprese ulteriori sanzioni. Infine, alcuni Stati membri dell’UE sono stati accusati di non aver risposto in modo appropriato al deterioramento delle relazioni UE-Russia.

Gli Stati membri, che mantengono una grandissima autonomia nella propria politica estera, sono, infatti, da tempo divisi sull’approccio da tenere nei confronti della Russia: ad esempio, la Germania ha avviato da alcuni anni una politica più conciliante sia nei confronti della Cina che della Russia – con cui ha in progetto di costruire un nuovo controverso gasdotto, il Nord Stream 2 – mentre i paesi baltici e la Polonia temono la crescente aggressività di Mosca e chiedono all’Unione Europea posizioni più nette. In mezzo, vi sono tutti gli altri Paesi.

In virtù di tali differenti approcci, l’approvazione di ulteriori sanzioni appare, pertanto, molto improbabile, in quanto necessiterebbe di un’approvazione all’unanimità.

In definitiva, permangono le difficoltà dell’UE nel presentarsi al mondo con una sola voce.

Recovery Fund, i presidenti UE firmano il regolamento del dispositivo di ripresa e resilienza

EUROPA di

Il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE a metà dicembre hanno approvato il testo del Recovery Fund, il principale strumento previsto per bilanciare la crisi economica provocata dalla diffusione del Covid-19 in Europa. Dopo oltre un mese, è arrivata l’approvazione definitiva: il Parlamento europeo e il Consiglio hanno approvato e adottato il regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza da 672,5 miliardi di euro. Si tratta dello strumento centrale, nonché della parte più cospicua, del Next Generation EU, il piano concordato lo scorso luglio dai leader europei. La presidente della Commissione Von der Leyen, il presidente del Parlamento Sassoli e il presidente di turno del Consiglio Costa, lasciano ora la palla in mano agli Stati membri, invitandoli a ratificare quanto prima la decisione sulle risorse proprie, sbloccando i fondi del Recovery Fund nel rispetto dei requisiti previsti.

L’approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio

Il 10 febbraio 2020, riunito in sessione plenaria, il Parlamento europeo ha dato il via libera al dispositivo per la ripresa e la resilienza da 672,5 miliardi di euro. In particolare, il regolamento sugli obiettivi, il finanziamento e le regole di accesso al Recovery and Resilience Facility, è stato approvato con 582 voti favorevoli, 40 contrari e 69 astensioni, dunque la larga maggioranza dell’Eurocamera si è espressa a favore. Il giorno seguente, l’11 febbraio, anche il Consiglio dell’Unione europea, con presidenza portoghese, ha adottato il regolamento in questione, garantendo agli Stati membri la possibilità di attuare investimenti pubblici e riforme e, dunque, aiutandoli ad affrontare l’impatto della pandemia.

672,5 miliardi di euro, concessi con sovvenzioni e prestiti, verranno messi a disposizione degli Stati membri dell’UE per finanziare le misure nazionali necessarie a far fronte alla crisi economica, sociale e sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19. I finanziamenti saranno disponibili per tre anni e i governi europei potranno richiedere fino al 13% di prefinanziamento per i loro piani di ripresa e resilienza, che assumono ora un ruolo centrale.

Requisiti di ammissibilità e misure previste

Gli Stati membri avranno accesso allo strumento di ripresa e resilienza solo se i piani nazionali previsti garantiranno il rispetto dei requisiti. In primo luogo, i piani nazionali si dovranno incentrare sulle politiche chiave dell’Unione europea: transizione verde, biodiversità, trasformazione digitale, coesione economica e competitività, coesione sociale e territoriale, occupazione e crescita intelligente, nonché politiche per la prossima generazione. Inoltre, potranno ricevere i fondi previsti da questo dispositivo solamente quei paesi membri impegnati nel rispetto dello Stato di diritto e dei valori fondamentali dell’Unione europea. A tali requisiti base, verranno aggiunte di volta in volta nuove raccomandazioni a seconda delle priorità individuate nell’ambito del semestre europeo.

Tra i requisiti fondamentali, come detto, risultano gli obiettivi verdi e digitali. Considerati delle priorità, nel regolamento è stato specificato che almeno il 37% della dotazione di ciascun piano deve sostenere la transizione verde e almeno il 20% deve essere a supporto della trasformazione digitale. Più in generale, poi, tutte le misure incluse nei piani degli Stati membri dovrebbero rispettare il principio “non arrecare un danno significativo”, al fine di rispettare in toto gli obiettivi ambientali europei. A tal fine, il 12 febbraio la Commissione ha presentato le sue linee guida sull’attuazione di tale principio, con l’obiettivo di sostenere gli Stati membri nel garantire che tutti gli investimenti e le riforme previste dallo strumento di ripresa e resilienza non danneggino gli obiettivi ambientali europei, delineando i principi chiave e una metodologia ben precisa in materia. Il rispetto di questo principio è considerato una condizione preliminare per l’approvazione dei piani da parte della Commissione europea e del Consiglio.

Da ultimo, vista l’ingente quantità di denaro che verrà fornita agli Stati, è importante garantire l’impegno anche per adeguati sistemi di controllo volti a prevenire, individuare e correggere casi di corruzione, frode e conflitto di interessi.

La cerimonia della firma e la procedura di approvazione

Il 12 febbraio si è svolta la cerimonia della firma del regolamento sul dispositivo di ripresa e resilienza. “I cittadini e le imprese non possono aspettare, per questo lanciamo un appello ai parlamenti nazionali che possono accelerare e dare subito il via libera allo strumento che inietterà nelle economie dei 27 Stati Ue 750 miliardi di euro, e assicurerà che ci sia una ripresa europea, di tutti”. Queste le parole del presidente del PE Sassoli. Antonio Costa ha invece ricordato che l’ambizione è far approvare dalla Commissione Ue i piani nazionali definitivi entro fine aprile. All’appello dei due leader si è aggiunta anche la Von der Leyen, invitando gli Stati membri a ratificare quanto prima la decisione sulle risorse per dare il via libera al Next Generation EU. La presidente poi, ha sottolineato come questo sia “davvero un momento storico” e come nessuno stato membro da solo sarebbe stato in grado di gestire questa crisi economica.

Gli Stati membri, per presentare alla Commissione i loro piani per la ripresa e la resilienza, hanno tempo fino al 30 aprile 2021. Dopodiché, per i due mesi successivi, la Commissione valuterà i piani e il Consiglio, in un mese circa, dovrà adottare la sua decisione in merito all’approvazione di ciascun piano. Ad ogni modo, affinché i fondi possano diventare disponibili, i 27 Stati membri dovranno ratificare la decisione sulle risorse europee: è la decisione stessa ad autorizzare la Commissione a contrarre prestiti sui mercati dei capitali e sbloccare le risorse. Una volta terminati questi primi passaggi, ogni Stato membro otterrà un anticipo del 13% della cifra totale – per l’Italia circa 27 miliardi sui 209 totali – mentre le successive tranche saranno erogate ogni sei mesi a seguito delle valutazioni della Commissione europea sugli obiettivi stabiliti nel piano nazionale.

L’appello lanciato dai tre presidenti delle istituzioni europee è spinto dal fatto che, al momento, nessun paese europeo ha consegnato il proprio piano. 18 paesi membri hanno mandato una bozza definitiva che verrà analizzata dalla Commissione europea, ma la strada per ottenere le risorse è ancora lunga per tutti i 27 paesi dell’UE.

La crisi sanitaria in Francia: i numeri, la strategia e i punti di crisi

EUROPA di

La situazione epidemiologica in Francia è piuttosto fragile. Con 143 325 nuovi casi tracciati la settimana scorsa, la circolazione del coronavirus si è stabilizzata a un livello molto alto, come rilevato dal bollettino giornaliero della Santé publique France (SpF).L’esecutivo ha adottato nuove misure restrittive al fine di scongiurare un terzo confinamento, ma i punti di crisi restano gravosi.
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Fondo Sociale Europeo Plus, raggiunto l’accordo per il 2021-2027

EUROPA di

Il 28 gennaio il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo politico sul progetto di regolamento che istituisce il Fondo sociale europeo Plus, parte del bilancio europeo per il periodo 2021-2027. Il FSE+ contribuisce al finanziamento dell’attuazione dei principi dei diritti sociali: sosterrà gli investimenti nella creazione di posti di lavoro, nell’istruzione e nella formazione, nonché nell’inclusione sociale, nell’accesso all’assistenza sanitaria e nelle misure volte all’eliminazione della povertà. L’attuale FSE+ riunisce il Fondo sociale europeo, l’iniziativa per l’occupazione giovanile, il Fondo di aiuti europei agli indigenti e il programma per l’occupazione e l’innovazione sociale. L’accordo politico raggiunto verrà sottoposto all’approvazione degli ambasciatori degli Stati membri presso l’UE e alla Plenaria del Parlamento europeo.

Il Fondo sociale europeo

Il Fondo sociale europeo investe nei cittadini europei da oltre 60 anni. Contribuisce all’inclusione sociale, alle opportunità di lavoro, alla lotta alla povertà, all’istruzione, alle competenze e all’occupabilità dei giovani, nonché a migliori condizioni di vita, salute e società più eque. Allo stesso tempo, i singoli progetti e programmi sviluppati devono contribuire a migliorare la coesione economica, sociale e territoriale. Si tratta dunque del principale strumento di cui si avvale l’UE per promuovere l’occupazione e l’integrazione sociale. La crisi da coronavirus ha reso necessario un cambiamento anche in tale contesto: lo scorso maggio la Commissione ha presentato i cambiamenti dei programmi di finanziamento sociale dell’UE necessari per affrontare le sfide sociali e occupazionali nell’era post crisi; è stato previsto lo strumento REACT-EU per sostenere l’occupazione e sono state presentate delle modifiche relative al FSE+ nel quadro del futuro bilancio dell’UE per il periodo 2021-2027.

L’accordo raggiunto sul FSE+

Il nuovo Fondo sociale europeo Plus, composto dal Fondo sociale europeo, l’iniziativa per l’occupazione giovanile, il Fondo di aiuti europei agli indigenti e il programma per l’occupazione e l’innovazione sociale, rientra nel quadro finanziario pluriennale 2021-2027 con una somma di quasi 88 miliardi di euro circa.

La presidenza portoghese del Consiglio dell’UE e i membri del Parlamento europeo hanno raggiunto l’accordo politico sul progetto di regolamento che istituisce il FSE+: il fondo è stato proposto per la prima volta dalla Commissione europea nel 2018 proprio per essere inserito nel QFP del 2021 e con la pandemia da Covid-19 le sue misure sono state rafforzate. I gruppi negoziali che hanno discusso del FSE+ hanno concordato i requisiti relativi all’assegnazione delle risorse del FSE+ a livello nazionale in base agli obiettivi strategici del fondo, tra cui l’inclusione sociale, il sostegno ai giovani inattivi e così via.

Il supporto ai giovani e ai più vulnerabili

Il FSE+ investirà nei giovani, tra i più colpiti dalla crisi socioeconomica che ha causato il Covid-19: in molti Stati membri dell’UE, tra cui l’Italia, c’è un’alta percentuale di NEET, coloro che hanno tra i 15 e i 29 anni, non lavorano e non seguono un percorso scolastico o formativo. L’obiettivo è di destinare almeno il 12,5% delle risorse del FSE+ ad azioni concrete volte ad aiutare i giovani permettendogli di trovare un lavoro e conseguire una qualifica. A tal fine, è previsto che ogni Stato membro destini un importo adeguato ad azioni mirate a sostegno di misure per l’occupazione giovanile. Il FSE+ si occuperà, poi, di sostenere direttamente l’innovazione sociale nella sua nuova componente Occupazione e innovazione sociale, con una dotazione finanziaria di 676 milioni di euro.

Il Fondo sociale europeo plus, inoltre, sosterrà le persone più vulnerabili colpite dalla perdita di posti di lavoro e da diminuzioni di reddito: per questo motivo, è richiesto agli Stati membri di destinare almeno il 25% delle proprie risorse del FSE+ alla promozione dell’inclusione sociale. Per di più, verranno forniti prodotti alimentari e assistenza materiale di base alle persone indigenti con l’integrazione di FSE+ e FEAD, il fondo di aiuti agli indigenti. Infine, è previsto un forte investimento sui minori che hanno sofferto e soffriranno le conseguenze della crisi: la povertà infantile è un fenomeno molto diffuso negli Stati membri UE e per questo si richiede un investimento di almeno il 5% delle risorse alla lotta di questo problema in quegli Stati con un livello di povertà infantile superiore alla media europea; gli altri Stati membri dovranno comunque destinare un importo adeguato alla gestione di tale fenomeno.

Prossime tappe e dichiarazioni

Il 28 gennaio scorso è stato raggiunto l’accordo politico. Ciò significa che il Parlamento europeo e il Consiglio dovranno approvare formalmente il regolamento relativo al FSE+, che dovrà passare al vaglio anche dagli ambasciatori degli Stati membri che compongono il Coreper: solo allora potrà entrare in vigore.

Le istituzioni europee hanno mostrato un forte entusiasmo per il raggiungimento di tale accordo. Il ministro portoghese della Pianificazione ha affermato che “Il Fondo sociale europeo Plus fornirà un contributo decisivo per attenuare le conseguenze negative dell’attuale crisi promuovendo l’occupazione e riducendo i livelli di povertà, creando migliori opportunità per tutti, soprattutto per i giovani e i bambini. Anche i gruppi più vulnerabili saranno favoriti dal FSE+”. Valdis Dombrovskis, il Vicepresidente esecutivo per un’economia al servizio delle persone, ha dichiarato: “Questo strumento di finanziamento segnerà il nostro principale percorso per investire nelle persone e costruire un’Europa più sociale e inclusiva nel processo di uscita dalla crisi. Il FSE+ contribuirà a creare maggiori pari opportunità, un migliore accesso al mercato del lavoro, condizioni di lavoro più eque e una protezione sociale rafforzata”.

Mario Draghi: il retaggio dell’esperienza europea al servizio del nuovo incarico

EUROPA di

Economista di formazione, ex Governatore della Banca d’Italia ed ex Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, considerato il salvatore dell’euro, ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per provare a formare un nuovo governo. Si tratta di uno degli italiani più noti e probabilmente stimati nel mondo che ha avuto un ruolo cruciale nel determinare la politica economica e finanziaria dell’Italia, come governatore della Banca d’Italia, e poi dell’Europa, come presidente della BCE. In quest’ultimo ruolo, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano che aveva messo a rischio la moneta unica dell’UE, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro: divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. “Whatever it takes” è l’emblema dello spirito con cui Draghi ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica: è fondamentale fare tutto il necessario affinché l’attuale crisi di governo si risolva e l’Italia possa presentare un piano di investimenti strategici per usufruire dei fondi europei del Recovery Fund. Politica italiana e politica europea si intrecciano dunque proprio nella figura di Mario Draghi.

Chi è Mario Draghi

Nato nel 1947 a Roma da una famiglia benestante – il padre era un dirigente della Banca d’Italia, la madre una farmacista – orfano di entrambi i genitori da quando aveva 15 anni, Mario Draghi si laureò in Economia nel 1970 all’Università La Sapienza di Roma avendo come relatore Federico Caffè, uno dei più importanti e influenti economisti italiani. Si trasferì poi negli Stati Uniti per frequentare il Massachusetts Institute of Technology (MIT), una delle università più prestigiose del mondo, dove nel 1977 ottenne un dottorato sotto la supervisione dei due premi Nobel Franco Modigliani e Robert Solow. Dopo aver insegnato economia in alcune università italiane, Draghi iniziò una brillante carriera pubblica: divenne Direttore generale del Tesoro nel 1991 e fu protagonista di un lungo periodo di manovre economiche di grande impatto; a lui si deve, infatti, tra le altre cose, la norma che regola il funzionamento del mercato finanziario italiano, e che ancora oggi è conosciuta come “Legge Draghi”. Dopo una parentesi di impiego nel settore privato in cui ricoprì la carica di vicepresidenza per l’Europa di una delle più prestigiose banche d’affari al mondo, la Goldman Sachs, nel 2005 fu nominato governatore della Banca d’Italia, riformandola e modernizzandola. Da governatore Draghi si mantenne piuttosto aderente all’ortodossia economica e questa sua peculiarità lo rese benvoluto in gran parte dei circoli finanziari europei, favorendo la sua ascesa a Presidente della BCE, avvenuta nel 2011.

Draghi nell’UE

Sin dall’inizio della sua Presidenza della Banca Centrale Europea, Mario Draghi si trovò a fronteggiare un’emergenza gravissima: la crisi finanziaria del 2008 aveva provocato nell’Unione Europea una grave recessione e, a partire dal 2010, la cosiddetta crisi del debito sovrano. Queste difficoltà avevano fatto temere che l’Eurozona rischiasse una serie di default a catena e che l’unione monetaria si sarebbe potuta spezzare, innescando una grave speculazione sui mercati. Fu in questo contesto che, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano, Mario Draghi pronunciò il discorso più importante ed emblematico della sua carriera, nonché uno dei più importanti della storia recente dell’Unione europea. Durante un forum di investitori a Londra, il Presidente della BCE, invero, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro, aggiungendo “E credetemi, sarà abbastanza”. “Whatever it takes” divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. Le sue parole ebbero un effetto immediato: gli spread iniziarono a calare e da allora non sono più tornati ai livelli che avevano raggiunto in quei giorni di crisi. Christine Lagarde, succeduta a Draghi alla presidenza della BCE, ha definito quelle parole come “le più potenti nella storia delle banche centrali”.

Draghi mantenne fede alla sua promessa attuando una serie di misure per dare forza al suo «whatever it takes»: ridusse in maniera massiccia i tassi d’interesse, approvò un piano di rifinanziamento a basso costo delle banche europee (LTRO) e soprattutto, nel 2014 annunciò un piano di “Quantitative Easing” (QE) – ribattezzato dai giornalisti economici come “bazooka”- vale a dire un piano, non privo di critiche, di acquisto di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e stimolare l’economia.

È proprio grazie al “whatever it takes” e a tutte le misure impiegate in seguito per dare consistenza alle sue parole che Draghi è considerato oggi come il salvatore dell’euro.

Il legame tra politica italiana ed europea

In seguito al conferimento da parte del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, dell’incarico di formare un nuovo governo e mettere fine alla crisi in corso, non sono tardate ad arrivare le reazioni da parte delle istituzioni europee che accolgono con buon auspicio la possibilità di un Governo Draghi, nella cui figura si intrecciano politica italiana ed europea. “Sta al governo italiano e alle istituzioni democratiche decidere ma non è una grande sorpresa se dico che Mario Draghi è rispettato e ammirato in questa città e oltre” queste le parole del Vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas.

L’interesse europeo delle vicende italiane è chiaro anche al Financial Times: per il quotidiano economico britannico “se Draghi riuscirà a creare un governo di unità nazionale, diventerà premier in un momento in cui l’Italia affronta la più grande crisi economica dalla Seconda guerra mondiale e deve elaborare dei progetti decisivi per spendere 200 miliardi di euro dell’Unione europea per affrontare i danni causati dalla pandemia”.

Francesca Scalpelli
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