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UE – Russia, le sanzioni russe ai funzionari europei nell’ambito dello scontro diplomatico

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Venerdì 30 aprile la Russia ha sanzionato otto cariche pubbliche europee, tra le quali figura il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, imponendo un divieto di accesso ai suoi territori. Le sanzioni russe sono giunte in risposta a quelle che l’UE ha imposto a sei cittadini russi in violazione dei diritti umani, il 2 e il 22 marzo. La reazione russa si inserisce in un più ampio contesto di “guerra diplomatica” che da tempo viene portata avanti tra la Russia e l’Occidente, in particolar modo per le violazioni dei diritti umani, per quanto accaduto ad Alexei Navalny e per la disputa con i paesi occidentali. Nell’ultimo periodo, oltre alla controversia con la Repubblica Ceca, la Russia ha infatti dichiarato “persona non grata” un dipendente dell’Ambasciata italiana a Mosca ed ha espulso sette diplomatici da Estonia, Slovacchia, Lettonia e Lituania.

Le sanzioni russe

Venerdì 30 aprile la Russia ha sanzionato 8 funzionari europei, impedendo loro l’accesso al Paese, in risposta alle misure limitative che l’UE ha introdotto il 2 e il 22 marzo 2021 nei confronti di sei cittadini russi. È stato il Ministero degli Esteri a rilasciare tale notizia, specificando anche chi sono i diretti interessati. In particolare, la “lista nera” si compone di 8 funzionari europei di diversa provenienza e con diverso ruolo. È stato sanzionato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, la vicepresidente per i valori e la trasparenza presso la Commissione europea, Vera Jourova, un membro della delegazione francese all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Jacques Maire, il pubblico ministero di Berlino, Jorg Raupach, e un funzionario dell’Agenzia svedese per la ricerca sulla difesa, Asa Scott. A questi cinque, si aggiungono tre funzionari delle repubbliche baltiche: Ilmar Tomusk, capo dell’Ispettorato Nazionale sulla Lingua estone, Ivars Abolins, presidente dell’Ente regolatore dei media della Lettonia e Maris Baltins, direttore del Centro linguistico statale della Lettonia.

“L’Unione Europea continua a perseguire la sua politica di misure restrittive illegittime e unilaterali contro i cittadini e le organizzazioni russe”, ha affermato il Ministero degli Esteri con un comunicato, motivando così le sanzioni. In aggiunta, ha accusato l’Unione europea di “minare apertamente e deliberatamente l’indipendenza della politica interna ed estera della Russia”. Quest’ultimo punto si riferisce alle sanzioni che l’UE ha imposto a marzo contro due cittadini russi accusati di persecuzione omofoba nella regione della Cecenia e contro quattro alti funzionari russi vicini a Putin. Infine, nel comunicato figura un’accusa più ampia all’Occidente, dato che quanto accusato all’UE avviene “con l’incoraggiamento degli USA, che non nascondono l’interesse di trasformare l’Europa in un’arena di aspro confronto geopolitico”.

Le reazioni in UE e le future relazioni con la Russia

Non appena appresa la notizia, non sono mancate le reazioni dei leader europei. “Condanniamo con la massima fermezza la decisione odierna delle autorità russe di vietare l’ingresso nel territorio russo a otto cittadini dell’Ue. Questa azione è inaccettabile, priva di qualsiasi giustificazione giuridica e di fondamento. Si rivolge direttamente all’Ue, non solo alle persone interessate”. Così in una nota congiunta i presidenti dell’UE Ursula Von der Leyen, Charles Michel e David Sassoli, aggiungendo che “l’UE si riserva il diritto di adottare misure appropriate in risposta alla decisione delle autorità russe”. Infine, è stato sottolineato come la decisione russa sia “l’ultima e sorprendente dimostrazione di come la Federazione russa abbia scelto di scontrarsi con l’UE invece di accettare di correggere la traiettoria negativa delle relazioni bilaterali”.

A tal proposito, anche l’Alto rappresentante dell’UE, Josep Borrell, ha evidenziato come “le relazioni tra l’Ue e la Russia continuano a deteriorarsi e sono ai minimi”, citando gli ultimi casi di “guerra diplomatica”, quali la concentrazione delle forze militari russe alle frontiere con l’Ucraina, il caso Navalny, la crisi diplomatica con la Repubblica Ceca e con gli altri paesi. Basti pensare che, di recente, la Russia ha espulso sette diplomatici da Estonia, Slovacchia, Lettonia e Lituania, nonché un dipendente dell’Ambasciata italiana a Mosca, invitato a lasciare il paese in quanto “persona non grata”, lunedì 26 aprile. Allo stesso modo, sono diversi i paesi in cui si è reagito con l’espulsione di diplomatici russi, avvenuta in Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ucraina e anche negli Stati Uniti.

“Dobbiamo essere pronti ad un lungo e difficile periodo nelle nostre relazioni con la Russia. Vedo una tendenza preoccupante delle autorità russe che sembrano scegliere di approfondire il conflitto in modo deliberato, anche con la disinformazione ed altre attività” ha concluso Josep Borrell.

L’intervento del Parlamento europeo

Appena un giorno prima dalla notizia delle sanzioni, anche il Parlamento europeo si è espresso condannando le operazioni russe intorno all’Ucraina e gli attacchi in Repubblica Ceca. In particolare, è stato dato pieno sostegno alla Repubblica Ceca nella disputa diplomatica con la Russia per le esplosioni avvenute nel 2014 nei depositi di munizioni di Vrbetice. Poi, è stata riconosciuta la gravità che comporterebbe un’invasione in Ucraina da parte della Russia e, infine, le autorità russe sono state individuate quali pienamente responsabili per le sorti di Navalny, al pari del presidente Putin. La risoluzione dell’Eurocamera è stata approvata con 569 voti favorevoli, 67 contrari e 46 astenuti: la direzione degli eurodeputati è, senza ombra di dubbio, di accusa verso le attività russe.

La questione rimane, dunque, aperta a possibili scenari: da una escalation della “guerra diplomatica” ad un ritorno sui propri passi da parte della Russia per proseguire nell’ambito della cooperazione.

Ambiente e clima: le sfide dell’Unione europea

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Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’accordo raggiunto con gli Stati membri dell’UE sul programma LIFE, l’unico programma dell’Unione europea dedicato esclusivamente all’ambiente e al clima che entrerà in vigore retroattivamente dal 1° gennaio 2021. LIFE diventerà il più ambizioso programma climatico e ambientale dell’UE e contribuirà a compiere la transizione verso un’economia ecologica, circolare, efficiente e sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché ad arrestare ed invertire la perdita di biodiversità. Tale approvazione arriva pochi giorni dopo il raggiungimento dell’intesa tra le istituzioni europee per la riduzione del 55% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera entro il 2030, nonché della Conferenza sul clima organizzata dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Le sfide ambientali e climatiche si confermano essere, dunque, al centro dell’agenda europea e mondiale.

Nuova fase per il programma LIFE: l’approvazione del Parlamento europeo

Il programma LIFE è stato lanciato nel 1992 ed è l’unico programma dell’Unione europea dedicato specificamente all’azione ambientale e climatica: svolge, dunque, un ruolo cruciale nel sostenere l’attuazione della legislazione e delle politiche dell’UE in questi settori.  Ad oggi sono state attuate cinque fasi del programma, tramite il quale sono stati cofinanziati circa 4600 progetti in tutta l’Unione europea, con un contributo totale di circa 6,5 ​​miliardi di euro alla protezione dell’ambiente e del clima.

Con riguardo alla prossima fase del programma, relativa al periodo 2021-2027, il 29 aprile il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’accordo raggiunto con gli Stati membri dell’UE che entrerà in vigore retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021. Il testo è stato approvato senza votazione poiché non sono stati presentati emendamenti, in virtù dei termini previsti nell’ambito della procedura legislativa ordinaria in seconda lettura. LIFE diventerà il più ambizioso programma climatico e ambientale dell’UE e contribuirà a compiere la transizione verso un’economia ecologica, circolare, efficiente e sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché ad arrestare ed invertire la perdita di biodiversità.

Risorse e dichiarazioni

Il bilancio totale assegnato al programma LIFE nell’ambito del compromesso raggiunto sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 è di 5,4 miliardi di euro, di cui 3,5 miliardi saranno destinati alle attività ambientali e 1,9 miliardi di euro all’azione per il clima. La Commissione europea dovrebbe dare la priorità ai progetti che, tra le altre cose, hanno un chiaro interesse transfrontaliero, il più alto potenziale di replicabilità e di adozione (nel settore pubblico o privato) o di mobilitare maggiori investimenti.

Il programma contribuirà a rendere le azioni per il clima un aspetto fondamentale di tutte le politiche dell’UE e a raggiungere l’obiettivo generale di investire almeno il 30% del bilancio europeo per gli obiettivi climatici, nonché, dal 2024, il 7,5% per gli obiettivi della biodiversità, percentuale aumentata al 10% nel 2026 e nel 2027. La Commissione monitorerà e riferirà regolarmente sull’integrazione degli obiettivi del clima e della biodiversità, tracciando anche la spesa.

A margine dell’approvazione da parte del Parlamento europeo, il relatore Nils Torvalds ha dichiarato “Quando guardiamo a ciò che è stato raggiunto da LIFE finora, è chiaro che un bilancio più grande può aiutarci a raggiungere ancora di più in futuro. Anche se avrei preferito un budget maggiore per LIFE, sono molto contento che abbiamo raggiunto un nuovo livello di impegno verso la natura e il clima, in modo che il programma possa continuare a testare idee e mostrare soluzioni verdi future”.

L’intesa sul taglio delle emissioni e la Conferenza sul clima

Il via libera del Parlamento europeo alla nuova fase del programma LIFE arriva pochi giorni dopo il raggiungimento di un’intesa tra Parlamento, Consiglio dell’UE e Commissione europea per la riduzione, entro il 2030, del 55% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo risulta essere più ambizioso rispetto a quello attualmente in vigore, che si ferma al 40%, tuttavia si tratta del risultato di un compromesso raggiunto dopo mesi di trattative in cui il Parlamento europeo aveva chiesto una riduzione del 60%. 

L’Unione Europea ha altresì confermato l’obiettivo della neutralità carbonica – vale a dire il saldo netto delle emissioni di gas serra nell’atmosfera pari a zero – entro il 2050: anche in questo caso il Parlamento Europeo aveva chiesto una formula più ambiziosa, che prevedesse il raggiungimento di un obiettivo diverso per ogni singolo stato. Fissare un obiettivo a livello dell’UE, invero, risulta essere meno ambizioso poichè basterà che la media delle emissioni degli Stati membri sia pari a zero. Il Parlamento ha comunque ottenuto delle concessioni, come l’istituzione di un Comitato consultivo scientifico europeo, che sarà indipendente e valuterà l’andamento della situazione climatica nell’Unione Europea.

L’intesa tra le istituzioni europee è arrivata alla vigilia della Conferenza sul clima organizzata, in formato virtuale, dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in occasione della Giornata Mondiale della Terra. Il Presidente statunitense ha aperto il vertice annunciando l’ambizioso obiettivo di dimezzare le emissioni entro il 2030 e di azzerarle nel 2050. “Siamo risoluti ad agire. Rispondendo e combattendo i cambiamenti climatici vedo l’occasione di creare milioni di posti di lavoro. È il decennio decisivo per evitare le conseguenze peggiori: dobbiamo agire. Questo vertice è il primo passo del cammino che dobbiamo fare insieme” queste le parole di Joe Biden, tese a ribadire l’importanza cruciale degli obiettivi ambientali e climatici nell’attuale agenda mondiale.

La nuova strategia europea per la lotta contro la tratta di esseri umani

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Il 14 aprile la Commissione europea ha presentato una nuova strategia per la lotta contro la tratta di esseri umani, incentrata sulla prevenzione della criminalità, sulla consegna dei trafficanti alla giustizia, nonché sulla protezione e l’emancipazione delle vittime. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, la tratta di esseri umani rimane, infatti, una grave minaccia nell’UE e nel mondo. A fronte del trasferimento online delle attività dei trafficanti e dell’emergenza pandemica, la nuova strategia europea definisce le misure che consentiranno all’Unione europea e ai suoi Stati membri di continuare a rafforzare la lotta contro la tratta di esseri umani in nome della salvaguardia dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.

La lotta alla tratta di esseri umani

Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni e le strategie avviate allo scopo di frenare tale minaccia, la tratta di esseri umani risulta essere ancora un fenomeno globale, che continua a colpire anche l’Unione europea. Tale attività criminale ha un impatto notevole sul tessuto sociale, sullo Stato di diritto nonché sullo sviluppo sostenibile negli Stati membri dell’UE e nei Paesi partner.  Secondo gli ultimi dati disponibili, tra il 2017 e il 2018, vi sono state più di 14000 vittime registrate all’interno dell’Unione europea ed è probabile che il numero effettivo sia significativamente più alto, poiché le vittime della tratta di esseri umani rimangono spesso inosservate. Le vittime sono principalmente donne e ragazze, oggetto di tratta a fini di sfruttamento sessuale.

I trafficanti sfruttano le disuguaglianze e le vulnerabilità economico-sociali attualmente estremizzate dalla pandemia da Covid-19, la quale ostacola, altresì, l’accesso delle vittime alla giustizia e all’assistenza. Inoltre, recentemente i trafficanti hanno adottato un nuovo modello di reclutamento e sfruttamento online delle vittime, rendendo più difficile per le forze dell’ordine e la magistratura rispondere alla minaccia.

La lotta alla tratta di esseri umani è da tempo una priorità per l’Unione europea. Negli anni sono stati compiuti progressi sotto molti aspetti: la cooperazione tra attori chiave, anche a livello politico, sia a livello nazionale che europeo, ha condotto a procedimenti giudiziari e condanne, oltre che ad un migliore processo di identificazione, assistenza e sostegno alle vittime; inoltre, sono state realizzate rilevanti campagne di sensibilizzazione e formazione, mentre studi e rapporti hanno aumentato la conoscenza del fenomeno, contribuendo allo sviluppo di strategie di risposta adeguate.

La strategia della Commissione europea

Nell’ambito di tale sforzo volto a interrompere la tratta di esseri umani, il 14 aprile la Commissione europea ha approvato una nuova strategia per il periodo 2021-2025, incentrata sulla prevenzione della criminalità, sulla consegna dei trafficanti alla giustizia, nonché sulla protezione e l’emancipazione delle vittime. Tale strategia si fonda sul quadro giuridico e politico globale dell’UE in vigore, sancito nella Direttiva anti-tratta risalente al 5 aprile 2011, per la cui applicazione la Commissione continuerà a sostenere gli Stati membri e, se necessario, a proporre revisioni per garantirne l’idoneità allo scopo.

Nel dettaglio, la nuova strategia si concentra: sulla riduzione della domanda che favorisce la tratta di esseri umani; sullo smantellamento del modello commerciale dei trafficanti, online e offline; sulla protezione, sostegno ed emancipazione delle vittime, con particolare attenzione alle donne e ai bambini; sulla promozione della cooperazione internazionale.

Poiché la tratta di esseri umani è spesso in mano a gruppi della criminalità organizzata, la strategia per combatterla risulta essere strettamente collegata alla strategia dell’Unione europea per la lotta alla criminalità organizzata, anch’essa presentata il 14 aprile. La protezione della società europea dalla criminalità organizzata, ivi inclusa la lotta contro la tratta di esseri umani, costituisce, infatti, una priorità della strategia europea nell’ambito della più vasta Unione della sicurezza.

Ruolo della Commissione e dichiarazioni

Con questa strategia, la Commissione europea definisce un forte quadro politico e un rinnovato impegno, al centro del quale vi sono donne e bambini. Le priorità e le misure previste saranno attuate tra il 2021 e il 2025 ma, in tale periodo, la Commissione continuerà a monitorare i nuovi sviluppi e tendenze basate sull’analisi delle modalità con cui evolve la tratta gli esseri umani nell’Unione europea e non solo. La Commissione sarà, inoltre, chiamata a lavorare a stretto contatto con tutti i partner al fine di massimizzare l’impatto delle azioni previste. Il coordinatore dell’UE contro la tratta degli esseri umani contribuirà a garantire il coordinamento e la coerenza tra le istituzioni, le agenzie dell’UE, gli Stati membri e gli attori internazionali. Unire le forze nella lotta contro la tratta di esseri umani risulta essere, infatti, essenziale per garantire la sicurezza europea, la protezione delle persone vulnerabili e dell’economia, nonché la salvaguardia dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.

“La lotta contro la tratta di esseri umani rientra nel nostro lavoro per costruire un’Europa che protegge – queste le parole della Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, Margaritis Schinas – Con la strategia odierna, stiamo adottando un triplice approccio, utilizzando in parallelo la legislazione, il sostegno politico e operativo e i finanziamenti allo scopo di ridurre la domanda, smantellare le attività criminali ed emancipare le vittime di questo reato abominevole”. Ylva Johansson, Commissaria per gli Affari interni, ha invece dichiarato: “Dobbiamo proteggere le vittime e consegnare alla giustizia i responsabili che considerano gli esseri umani come fossero una merce. Esamineremo le norme in vigore per verificare se siano ancora adatte allo scopo e prenderemo in considerazione la possibilità di qualificare come reato l’utilizzo dei servizi derivanti dallo sfruttamento delle vittime della tratta”.

Criminalità organizzata, la nuova strategia dell’UE per rafforzare la lotta e la cooperazione

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La Commissione europea non rallenta la sua lotta alla criminalità organizzata: il 12 aprile, la Commissaria per gli Affari interni ha partecipato all’evento di presentazione dell’ultima relazione dell’Europol sulla valutazione della minaccia rappresentata dalla criminalità organizzata e dalle forme di criminalità nell’UE. Contestualmente, il 14 aprile, la Commissione ha pubblicato una nuova strategia quinquennale per rafforzare la cooperazione nell’UE e per potenziare gli strumenti digitali nelle indagini. La strategia pubblicata dalla Commissione UE si basa proprio sulla relazione dell’Europol, copre il periodo 2021-2025 e fa parte del lavoro dell’UE per rafforzare la sicurezza europea.

La relazione dell’Europol

L’Ufficio europeo di polizia (Europol) è l’agenzia di contrasto dell’Unione europea che aiuta gli Stati membri dell’UE a combattere le forme gravi di criminalità internazionale e terrorismo. Ogni quattro anni, si analizza la minaccia delle reti criminali, in particolare quelle che commettono atti di violenza, corruzione e riciclo, e si prepara una relazione che guiderà l’attività congiunta delle autorità di contrasto europee nel quadro della piattaforma multidisciplinare europea di lotta alle minacce della criminalità fino al 2025.

In particolare, la relazione pubblicata dedica attenzione agli attacchi informatici, ai reati contro le persone – dalla tratta di essere umani a fini di sfruttamento lavorativo al traffico dei migranti e la criminalità ambientale – e si concentra anche sull’impatto della pandemia di Covid-19 sul panorama criminale europeo. Si tratta di una valutazione che segue un’analisi dettagliata della minaccia di criminalità organizzata che affronta l’UE e fornisce importanti informazioni agli operatori, ai responsabili delle decisioni e agli Stati membri in generale. È un documento lungimirante che valuta i cambiamenti a medio-lungo termine nel panorama della criminalità organizzata, identifica i principali gruppi criminali e descrive quali fattori danno forma alla criminalità grave. In definitiva, fornisce una panoramica dello stato attuale delle conoscenze sulle reti criminali e sulle loro operazioni sulla base dei dati forniti all’Europol dagli Stati membri.

La strategia della Commissione europea

Il lavoro pubblicato dalla Commissione europea parte dal presupposto che la criminalità organizzata e le forme gravi di criminalità sono una grave e persistente minaccia alla sicurezza dei cittadini europei. La strategia presentata dalla Commissione europea è volta a definire gli strumenti e le misure da adottare nei prossimi anni per smantellare i modelli economici e le strutture delle organizzazioni criminali a livello transfrontaliero. In particolare, si mira a rafforzare la cooperazione tra le autorità di contrasto e le autorità giudiziarie per combattere le strutture della criminalità organizzata, eliminare i proventi di reato e rispondere prontamente agli sviluppi tecnologici.

Dallo studio dell’Europol emerge come i gruppi della criminalità organizzata presenti in Europa siano coinvolti in attività quali il traffico di stupefacenti, i reati organizzati contro il patrimonio, frodi, traffico di migranti e tratta di esseri umani. La strategia della Commissione definisce gli strumenti e le misure da sviluppare entro il 2025 per smantellare il modello operativo delle organizzazioni anche a livello transfrontaliero.

Gli obiettivi previsti

La strategia della Commissione UE prevede molteplici importanti obiettivi. In primo luogo, rafforzare la cooperazione tra autorità di contrasto e autorità giudiziarie: il 65% dei gruppi criminali attivi nell’UE è composto da varie cittadinanze e questo rende necessario avere una cooperazione più efficace, disporre di uno scambio effettivo d’informazioni tra le varie autorità degli Stati membri e garantire una lotta europea e non più solo nazionale. A tal fine, è previsto l’ampliamento della piattaforma multidisciplinare europea di lotta alle minacce della criminalità aggiungendo anche lo scambio di informazioni su DNA, impronte digitali e immatricolazione dei veicoli. In aggiunta, la Commissione proporrà un codice europeo di cooperazione di polizia che sostituirà i numerosi codici attuali, con l’obiettivo di rendere interoperabili i sistemi per la gestione della sicurezza. In secondo luogo, la Commissione intende sostenere indagini più efficaci per smantellare le strutture della criminalità organizzata concentrandosi su reati specifici e prioritari. In questo periodo, dunque, la Commissione intende agire contro i reati ambientali, contro la contraffazione dei dispositivi medici e contro il commercio illecito di beni culturali. Tra le priorità rientra, inoltre, la tratta degli esseri umani: questione centrale che ha richiesto una strategia ad hoc. Poi, altro obiettivo della Commissione europea è assicurarsi che il crimine non paghi: basti pensare che nel 2019 i proventi da attività illecite nei principali mercati criminali rappresentavano l’1 % del PIL dell’UE, pari a 139 miliardi di euro. Si vuole riesaminare il quadro UE sulla confisca dei proventi di reato, sviluppare le norme antiriciclaggio dell’UE, velocizzare le indagini finanziarie e valutare la regolamentazione dell’anticorruzione dell’UE. Infine, un obiettivo fondamentale: garantire la prontezza per l’era digitale. Le prove digitali acquistano sempre maggior importanza nel panorama attuale, con comunicazioni online e un’alta componente digitale dei reati. È fondamentale riuscire a sfruttare le moderne tecnologie e gli strumenti a disposizione per contrastare la criminalità online.

Le dichiarazioni

Margaritis Schinas, Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, ha dichiarato: “Le organizzazioni criminali usano sempre più le nuove tecnologie e colgono ogni occasione utile per ampliare le loro attività illegali online o offline. La strategia presentata oggi aiuterà a colpire duramente i criminali smantellandone il modello operativo che approfitta della mancanza di coordinamento tra Stati”.

Ylva Johansson, Commissaria per gli Affari interni, ha aggiunto: “La nostra strategia è un programma quinquennale per rafforzare le attività di contrasto europee nell’ambiente fisico e digitale. Con le misure presentate oggi passeremo da una cooperazione di polizia occasionale a partenariati di polizia permanenti e seguiremo le tracce del denaro per identificare i criminali nelle indagini finanziarie”.

UE – Turchia, dall’agenda positiva all’incidente diplomatico

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Il 6 aprile il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen si sono recati ad Ankara per incontrare il presidente turco Erdogan e discutere delle relazioni tra Unione europea e Turchia. Al centro dell’incontro vi sono stati lo stato di diritto e i diritti umani, nonché la Convenzione di Istanbul e le relazioni economiche tra le parti. Dopo gli ultimi passi falsi della Turchia in tali ambiti, il Consiglio europeo ha voluto rilanciare i rapporti tra Ankara e Bruxelles con un’agenda positiva, ma non sono mancati incidenti diplomatici che hanno dato luogo a dibattiti: nella stanza dove si è tenuto l’incontro non era stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera.

Le relazioni tra Unione europea e Turchia

Le relazioni tra UE e Turchia sono da sempre altalenanti, con periodi più tesi e periodi più favorevoli alle relazioni tra le parti. Nell’ultimo anno, vi sono stati notevoli momenti di tensione per vari motivi, dalla questione delle esplorazioni delle navi di Ankara nelle acque greche e cipriote, frutto delle ambizioni di Erdogan nel Mediterraneo orientale, alla questione migratoria e all’uscita dalla Convenzione di Istanbul, ulteriore schiaffo ai diritti umani. Per questo motivo, in occasione della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo del 25 marzo, è stato programmato l’incontro tenutosi il 6 aprile scorso: Charles Michel ha riconosciuto l’interesse strategico dell’Unione europea ad avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale, nonché relazioni positive e vantaggiose con la Turchia. Anche l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Josep Borrell, ha sottolineato più volte la necessità di un negoziato “graduale, proporzionale e reversibile” con la Turchia.

Obiettivi e risultati

Al centro del bilaterale vi sono state le principali questioni del rapporto tra UE e Turchia: Convenzione di Istanbul, lo stato di diritto, i diritti umani, i legami economici e le relazioni commerciali e, non da ultimo, la questione migratoria ed il rinnovo dell’accordo di marzo 2016 sui rifugiati siriani. Quest’ultimo punto era la vera priorità dell’UE: l’accordo è volto a bloccare il flusso migratorio di rifugiati siriani in Europa e prevede l’impegno europeo per circa sei miliardi di euro. Ankara, in questi anni, ha accolto circa quattro milioni di rifugiati siriani e continuerà a farlo, ma ha chiesto alle istituzioni europee un aumento dei fondi previsti. L’Unione europea ha risposto positivamente, dunque ha finanziato e finanzierà l’assistenza ai profughi bloccati in Turchia anche con un aumento dei fondi; in aggiunta, vuole puntare sui progetti di cooperazione e assistenza anche per i rifugiati siriani presenti in Libano e Giordania.

In seguito, è stato affrontato il tema dei diritti umani: la decisione del governo turco di fare un passo indietro ed abbandonare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione sulla violenza sulle donne ha dato luogo a molte critiche in Europa e non solo. I leader europei hanno mostrato la loro “profonda inquietudine” per gli ultimi sviluppi in Turchia, anche per quanto concerne la libertà di parola, gli attacchi ai partiti politici di opposizione e ai media. “Lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono valori fondamentali dell’UE” ha affermato Michel.

In definitiva, il confronto è stato definito “franco e aperto”: è emersa la volontà di costruire con Ankara un’agenda positiva e rafforzare i rapporti economici. I leader europei ritengono di fondamentale importanza la recente distensione delle relazioni che va sostenuta e rafforzata attraverso un percorso comune, basato su cooperazione economica, immigrazione, contatti interpersonali e mobilità. Charles Michel e Ursula Von der Leyen hanno fatto importanti passi in avanti verso la Turchia di Erdogan, con l’auspicio che il presidente turco colga questa opportunità.

Per dar seguito a quanto affermato, al Consiglio europeo di giugno verranno valutati i progressi fatti e i passi avanti compiuti dalla Turchia, al fine di monitorare le relazioni passo dopo passo.

L’incidente diplomatico

Nella stanza dove si è tenuto l’incontro, non è stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera, portando alla luce diverse questioni: il sessismo e la mancanza di rispetto nei confronti della leader Von der Leyen, la scarsa attenzione nei confronti dei capi delle istituzioni europee da parte dei leader stranieri, la difficoltà di collaborazione tra le istituzioni dell’Unione europea. Se è vero che lo staff del presidente turco non ha predisposto la sedia per la Von der Leyen, è altrettanto vero che Charles Michel non ha agito in favore della Presidente della Commissione, lasciando che si sedesse in disparte, di fronte al ministro degli Esteri turco. Secondo il protocollo ufficiale, il presidente del Consiglio Michel ricopre una carica più alta rispetto a quella della Commissione nell’ambito della rappresentanza esterna, tuttavia, per prassi, nessun leader ha mai trattato la Von der Leyen come se fosse di grado inferiore.

Agli occhi di chi ha osservato questa scena, quindi, tale incidente diplomatico non è stato altro che un sintomo del sessismo che le leader donne subiscono in politica ad ogni livello: sessismo così grave ed evidente che ha in parte oscurato il contenuto del vertice. Il portavoce della Von der Leyen ha affermato che la presidente “chiaramente è rimasta sorpresa, lo si vede nel video, ma ha preferito dare priorità alle questioni di sostanza rispetto al protocollo”, per poi aggiungere “Non so se Erdogan abbia voluto far passare un messaggio di qualche tipo ieri, ma quello che a noi interessa è stato far passare il nostro messaggio”: vale a dire fare avanzare un processo politico fra l’Ue e la Turchia, sul rispetto dei diritti umani.

Il braccio di ferro tra Unione europea e Cina: le sanzioni reciproche

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Lo scorso 22 marzo, l’Unione europea ha approvato delle sanzioni indirizzate alla Cina a causa delle violazioni compiute nel paese nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. Si tratta di una misura concordata con i partner occidentali che assume soprattutto un valore simbolico: sono le prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dai fatti di Tienanmen del 1989. Come reazione, la Cina ha annunciato che sanzionerà importanti politici e accademici dell’Unione Europea, nonché quattro istituzioni. Finora, nei rapporti con Pechino, rivale sistemico ma anche uno dei principali partner commerciali dell’UE, Bruxelles aveva cercato di mantenere un difficile equilibrio, tra interessi e valori democratici. L’approvazione di sanzioni incrociate mostra come il clima sia decisamente cambiato nelle ultime settimane: ora a prevalere è una turbolenza politica.

Le violazioni nei confronti degli Uiguri

Gli Uiguri sono una minoranza etnica, prevalentemente di religione musulmana, insediatasi principalmente nella regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Nella regione vive circa l’1,5% della popolazione cinese, ma secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders si verifica il 20 % degli arresti del paese. Diverse inchieste giornalistiche, testimonianze e rapporti delle Nazioni Unite hanno rivelato che la Cina ha detenuto e tuttora detiene milioni di Uiguri in campi di prigionia, definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”. Il governo ha sempre negato la repressione sistematica contro tale minoranza, giustificandola come una campagna antiterroristica. Ciò che appare evidente è che l’autorità centrale cinese ha sempre mal sopportato gli Uiguri a causa delle loro antiche spinte indipendentiste, che portarono a repressioni già nell’epoca di Mao Zedong e che si sono inasprite negli ultimi vent’anni fino a far divenire la regione uno dei posti più sorvegliati al mondo. Nel dettaglio gli abitanti dello Xinjiang sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Queste forme di oppressione si configurano come gravi violazioni dei diritti umani che deteriorano il tessuto sociale locale, provocando profonde ferite nelle comunità e nelle famiglie.

Le sanzioni dell’UE

Le sanzioni approvate il 22 marzo da parte dell’Unione Europea sono rivolte a quattro funzionari di stato cinesi nonché ad un’istituzione del paese, ritenuti responsabili della repressione degli Uiguri. Le misure punitive prevedono divieti di viaggio verso l’Unione Europea nonché di ingresso per affari e hanno soprattutto un valore simbolico: si tratta, invero, delle prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dal 1989, quando fu adottato un embargo di armi dopo la strage compiuta dal governo cinese nella manifestazione di piazza Tienanmen a Pechino, tuttora in vigore.

Le sanzioni europee – le prime nel quadro del cosiddetto “Magnitsky Act” approvato a fine 2020 – fanno parte di un pacchetto di misure approvate all’unanimità e indirizzate a vari paesi, teatro di violazioni dei diritti umani. Nel caso della Cina, i funzionari di alto rango selezionati includono Zhu Hailun, al vertice del programma su larga scala di sorveglianza, detenzione e indottrinamento degli uiguri. Gli altri tre sono Wang Junzheng, Wang Mingshan e Chen Mingguo, ritenuti responsabili di “detenzioni arbitrarie e trattamenti degradanti inflitti a uiguri e persone di altre minoranze etniche musulmane, nonché di violazioni sistematiche della loro libertà di religione o credo”.

“La decisione europea è basata su nient’altro che bugie e disinformazione” e “interferisce con gli affari interni della Cina” questo il commento di un portavoce del ministero degli affari esteri cinese, il quale ha invitato l’Unione europea “a tornare sui propri passi, ad affrontare apertamente la gravità del suo errore e rimediare”.

Rileva che le sanzioni in questione non sono il frutto di una mera escalation nelle relazioni bilaterali: la misura europea si inserisce, invero, nell’ambito di un’azione coordinata con Stati Uniti, Regno Unito e Canada, che a loro volta hanno annunciato misure punitive contro gli stessi cinque obiettivi cinesi e potrebbe segnare un significativo step nella creazione di un fronte internazionale volto a contrastare l’ascesa della Cina, uno dei principali obiettivi del neopresidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Le sanzioni della Cina

La risposta di Pechino alle sanzioni europee risulta essere particolarmente drastica, a dimostrazione di quanto il tema sia delicato per Pechino: 11 personalità sanzionate, tra cui parlamentari, accademici ed enti europei. Ai sanzionati, nonché alle loro famiglie, sarà proibito l’ingresso in Cina, Hong Kong e Macao, mentre alle aziende e alle istituzioni coinvolte sarà proibito di fare affari con la Cina stessa. Fra le persone colpite vi sono cinque parlamentari europei: Reinhard Butikofer dei Verdi, Michael Gahler e Miriam Lexmann del PPe, Raphael Glucksmann dei Socialisti e Democratici e Ilhan Kyuchyuk adi Renew Europe. Ma anche un politico olandese, Sjoerd Wiemer Sjoerdsma, un deputato del parlamento belga di origine italiana, Samuel Cogolati, e una di quello lituano, Dovile Sakaliene, insieme al ricercatore tedesco Adrian Zenz e allo svedese Bjorn Jerden. Tutti colpevoli di «aver seriamente danneggiato la sovranità e gli interessi della Cina e volontariamente diffuso menzogne e disinformazione»

A circa tre mesi dalla firma della super intesa sugli investimenti – Comprehensive Investment Agreement  (CAI) – frutto di sette anni di complessi negoziati e presentata come una nuova, importante pagina nelle relazioni bilaterali, tra Bruxelles e Pechino il clima è decisamente cambiato.

Una nuova ripartenza per il Kosovo: Osmani-Sadriu Presidente del paese

EST EUROPA di

Il parlamento del Kosovo ha eletto l’ex presidente del parlamento Vjosa Osmani-Sadriu come nuovo presidente del paese. Con un mandato di cinque anni, Osmani-Sadriu è la seconda donna leader della nazione balcanica nel dopoguerra.

Il parlamento composto di 120 seggi si è riunito in sessione straordinaria per due giorni, decretando la vittoria di Osmani, eletta con 71 voti, nonostante i tentativi di boicottaggio dei partiti di opposizione e del partito di minoranza etnica serba.

Già nel novembre dell’anno scorso, la 38enne Osmani-Sadriu ha sostituito temporaneamente l’ex presidente Hashim Thaci, dimessosi dopo essere stato accusato dal tribunale speciale del Kosovo con sede all’Aia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Thaçi ha annunciato le sue dimissioni in una conferenza stampa a Pristina, comunicando la necessità di “proteggere l’integrità della presidenza del Kosovo”. Secondo l’accusa dell’ufficio del procuratore l’ex presidente Thaçi e altri capi dell’esercito di liberazione del Kosovo (KLA) sono stati “penalmente responsabili di quasi 100 omicidi”.

Osmani-Sadriu, settimo presidente del Kosovo del dopoguerra e seconda donna, ha avuto il sostegno del Movimento di autodeterminazione di sinistra, o Vetevendosje!, che ha vinto in modo schiacciante le elezioni anticipate del Kosovo il 14 febbraio.

In qualità di presidente avrà in gran parte un ruolo cerimoniale come capo di stato. Ricoprirà anche una posizione di leadership nella politica estera, e rivestirà il ruolo di comandante delle forze armate.

Nella sua agenda politica, in primo piano spicca la ripresa dei colloqui di normalizzazione con l’ex nemico della guerra, la Serbia. Il Kosovo è diventato indipendente nel 2008 dopo che la NATO è intervenuta nel 1999 per fermare la sanguinosa repressione dei combattenti per l’indipendenza albanese. Il Kosovo è infatti riconosciuto da più di 100 paesi ma non dalla Serbia o dagli alleati serbi come Russia e Cina.

Il caso AstraZeneca

EUROPA di

AstraZeneca, azienda biofarmaceutica britannico-svedese, sin dall’inizio della campagna vaccinale è stata al centro dell’attenzione: in un primo momento l’azienda ha annunciato ritardi nelle forniture dei vaccini contro il Covid-19, contrariamente agli accordi presi con la Commissione europea nei mesi scorsi. In questi giorni è tornata a far parlare di sé dopo che diversi paesi europei hanno deciso di interrompere, in via precauzionale, le somministrazioni del vaccino prodotto dall’azienda a causa di timori legati a possibili controindicazioni, quali problemi circolatori e trombosi. Tuttavia, sia l’Agenzia europea per i medicinali che l’Agenzia italiana del Farmaco hanno chiarito che non vi è nessun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e quanto accaduto, invitando i paesi a riprendere al più presto le vaccinazioni con AstraZeneca.

I primi controlli e la sospensione del lotto

Nel pieno della campagna vaccinale e dell’emergenza da Covid-19, la somministrazione del vaccino prodotto dall’azienda farmaceutica AstraZeneca ha destato i primi sospetti. La prima settimana di marzo, l’Austria ha deciso di interrompere l’utilizzo di un lotto di AstraZeneca per alcuni casi di trombosi. L’11 marzo scorso, la Danimarca ha sospeso l’utilizzo di tale vaccino in quanto sono stati riscontrati problemi circolatori su persone vaccinate da poco. A tal punto, l’EMA – Agenzia europea per i medicinali – ha diffuso un comunicato stampa sostenendo l’assenza di una casualità diretta tra vaccino e trombosi, affermando che i benefici superano i rischi.

Tuttavia, onde evitare alcun peggioramento della situazione, anche l’AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco – ha disposto, in via precauzionale, un divieto di utilizzo su un lotto di vaccini AstraZeneca (ABV2856) per farlo analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità e verificare se effettivamente vi fossero eventuali anomalie. In questo primo momento, è stata disposta la sospensione soltanto per questo preciso lotto di AstraZeneca, decidendo dunque di non incidere sull’intera campagna vaccinale per non rallentare ulteriormente la distribuzione di vaccini. In particolare, il processo di consegna dei vaccini prevede numerosi controlli da parte del produttore, con verifiche incrociate e mantenendo la tracciabilità di ogni dose, assicurandosi che ogni vaccino fosse sicuro. La stessa AIFA, nel primo rapporto emesso, non aveva riscontrato alcuna anomalia nei vaccini.

Le notizie di cronaca con decessi e trombosi a persone vaccinate, la confusione mediatica della campagna vaccinale e l’influenza degli altri paesi europei hanno senz’altro reso la situazione più complessa ed hanno comportato l’aumento di controlli e verifiche ulteriori rispetto a quelle effettuate in fase di produzione del vaccino, fino a deciderne la sospensione temporanea.

La sospensione di AstraZeneca

Il 15 marzo il governo Draghi ha deciso per la sospensione della somministrazione dei vaccini prodotti da AstraZeneca, bloccando non più un singolo lotto ma l’intera produzione. L’annuncio è stato un po’ una sorpresa perché soltanto il giorno prima l’AIFA aveva parlato di allarme ingiustificato nei confronti del vaccino, invitando tutti a non allarmarsi. Tuttavia, la decisione di sospendere la somministrazione del vaccino è giunta dal governo italiano in coordinamento con gli altri paesi europei. Oltre alla Danimarca, anche la Francia e la Germania hanno deciso di sospendere l’uso di AstraZeneca per procedere con verifiche e controlli, così come Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda e Portogallo.

In risposta alla decisione dei paesi europei, l’EMA ha avviato una revisione dei dati degli affetti avversi che si è conclusa il 18 marzo. Dunque, pur ribadendo la propria posizione e perciò l’assenza di problemi e di correlazione con quanto accaduto, l’EMA si è impegnata in un controllo più approfondito per far riprendere quanto prima le vaccinazioni.

La conferenza stampa dell’EMA

Nel pomeriggio del 18 marzo, dopo i tre giorni di controllo approfondito dei vaccini AstraZeneca, l’agenzia europea per i medicinali ha tenuto una conferenza stampa per esporre quanto emerso dall’indagine. Come anticipato, per l’EMA il vaccino prodotto da AstraZeneca è sicuro e dunque si può riprendere a vaccinare poiché in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo, i benefici superano di gran lunga i rischi. Non è emerso alcun nesso causale tra i casi di trombosi e l’utilizzo del vaccino contro il Covid-19, e si è consigliato caldamente ai paesi europei di ripristinare le vaccinazioni e procedere con la campagna. Infatti, la sospensione in Italia delle dosi di AstraZeneca ha comportato un ritardo di circa 200.000 dosi.

Tuttavia, considerando che vi sono degli aspetti da approfondire sui casi di trombosi cerebrale, anche se molto rari, l’EMA ha consigliato di aggiungere una nuova avvertenza al vaccino. In particolare, su circa 20 milioni di dosi somministrate, ci sono stati 18 casi di trombosi cerebrale, per cui l’EMA ha dichiarato che “Un nesso causale con la vaccinazione non è stato provato, ma è possibile e richiederà ulteriori analisi”. Ad ogni modo, vi sono molti più rischi nelle complicazioni del Covid-19 che nei vaccini, e soprattutto i rischi da Covid-19 sono molto più frequenti di quanto non siano quelli da vaccino.

I certificati verdi digitali per la ripresa del turismo: la proposta della Commissione europea

EUROPA di

Il 17 marzo la Commissione europea ha proposto di creare un certificato verde digitale per agevolare e rendere sicura la libera circolazione all’interno dell’UE durante la pandemia da Covid-19. Il progetto prevede di emettere un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione, un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. L’impiego di certificati e “passaporti di immunità” risulta essere discusso da tempo in numerose aree del mondo, soprattutto come una possibile soluzione volta a tutelare, almeno in parte, il settore del turismo, messo in crisi dalla pandemia, tuttavia, vi è ancora molto scetticismo sulla possibilità di sviluppare una soluzione condivisa e soprattutto funzionale.  

La proposta

Il 17 marzo 2021 la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa intesa a creare un certificato verde digitale per agevolare la libera circolazione sicura dei cittadini nell’UE durante la pandemia da Covid-19 e tutelare il settore del turismo, messo a dura prova dalla pandemia.

Il 25 e 26 febbraio, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea avevano discusso l’istituzione del certificato verde ed era emerso come i leader dei paesi europei meridionali, la cui economia dipende molto dal turismo, fossero favorevoli, mentre qualche scetticismo era stato avanzato dagli Stati membri dell’Europa settentrionale. Il confronto in seno al Consiglio europeo si era concluso con la decisione di proseguire in tale direzione. La proposta della Commissione è dunque un primo passo compiuto nell’ambito di questo progetto.

Quest’ultimo prevede l’emissione di un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione o un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. Ogni certificato potrà essere digitale o cartaceo, dotato di un QR code per poterne fare una scansione e verificarne l’autenticità. L’ emissione sarà a carico dei singoli stati membri, che potranno scegliere le modalità di distribuzione in modo centralizzato, oppure affidando il compito ai centri dove si effettuano le vaccinazioni e i test per rilevare l’eventuale positività al coronavirus o agli operatori sanitari che verificano la guarigione dal virus. Ogni organismo autorizzato a produrre certificati disporrà di una propria chiave digitale, cioè di un sistema che consenta di ridurre i rischi di contraffazione. Il registro delle chiavi digitali sarà mantenuto da ogni paese e la verifica, a livello europeo, non prevederà l’impiego di un sistema centralizzato: questa soluzione dovrebbe garantire la tutela della privacy, considerato che i certificati avranno informazioni sensibili come quelle relative allo stato di salute. In generale il certificato conterrà comunque il minor numero possibile di dati: nome e cognome, data di nascita, giorno di rilascio, un codice identificativo univoco e informazioni sulla vaccinazione o l’esito di un test recente o sulla guarigione. I controlli nei paesi di destinazione serviranno esclusivamente per verificare l’autenticità del certificato, mentre non potranno essere conservate le informazioni personali.

Lo scetticismo

Il progetto avanzato dalla Commissione europea risulta essere piuttosto ambizioso e vi sono forti dubbi che possa essere pronto e funzionante per la prossima estate. I paesi del Nord Europa mantengono, inoltre, un certo scetticismo, poiché ogni Stato membro sarà libero di imporre o meno proprie limitazioni ai viaggi. Dal canto loro, invece, i Paesi del Sud Europa chiedono che il piano sia portato avanti velocemente per garantire la ripresa del settore turistico.

In aggiunta, molti ritengono che includere nell’emissione dei certificati i guariti o i negativi ai test al coronavirus non sia una buona idea, sostenendo che l’avvenuta vaccinazione sia più semplice ed immediata da certificare e renderebbe più rapida e chiara l’emissione dei certificati nonché la loro verifica. Altri affermano che una soluzione di questo tipo sia discriminatoria nei confronti di chi sarà ancora in attesa di ricevere il vaccino, o di chi non potrà essere sottoposto alla vaccinazione a causa di altri problemi di salute.

A questi dubbi si aggiungono le incertezze circa la capacità dei vaccini di rendere meno contagiosi e quindi di contribuire a ridurre la diffusione del coronavirus: i vaccini finora autorizzati hanno, invero, mostrato di avere un’alta efficacia nel proteggere contro le forme gravi di Covid-19, mentre sono ancora in corso le verifiche volte a comprendere se rendano meno contagiosi. Resta, infine, da capire quanto duri l’immunità acquisita tramite il vaccino.

In definitiva, molti ritengono che i tempi non siano ancora maturi per certificati e passaporti di immunità, visto che alcuni importanti studi e valutazioni sono ancora in corso.

La Commissione europea risponde a tali scetticismi affermando che questi problemi potrebbero essere superati poiché il progetto proposto è caratterizzato dalla flessibilità e dalla possibilità di essere aggiornato. Le pressioni da parte del settore del turismo sono, del resto, molto alte e vi è il timore che si possa perdere un’opportunità.

Prossimi step e dichiarazioni

Per essere pronta prima dell’estate, la proposta avanzata dalla Commissione europea dovrà essere rapidamente valutata e poi eventualmente approvata dal Parlamento Europeo e dai singoli Stati membri dell’UE. Mentre proseguirà tale processo di approvazione, la Commissione ha raccomandato ai governi dell’Unione di attivarsi per gestire i sistemi di emissione e di verifica dei certificati.

Quanto alle dichiarazioni delle parti coinvolte, Věra Jourová, vicepresidente per i Valori e la trasparenza, ha affermato che “Il certificato verde digitale offre una soluzione a livello dell’UE che garantisce a tutti i cittadini europei la disponibilità di uno strumento digitale armonizzato che agevoli la libera circolazione nell’Unione. È un messaggio positivo a sostegno della ripresa”. “Con il certificato verde digitale, stiamo adottando un approccio europeo per garantire che quest’estate i cittadini dell’UE e i loro familiari possano viaggiare in sicurezza e con restrizioni minime-queste, invece, le parole del Commissario per la giustizia, Didier Reynders -Un approccio comune a livello dell’UE non solo ci aiuterà a ripristinare gradualmente la libera circolazione nell’Unione e ad evitare frammentarietà, ma sarà anche un’opportunità per influenzare le norme mondiali e per fungere da esempio sulla base dei nostri valori europei come la protezione dei dati.”

Conferenza sul futuro dell’Europa: la firma della dichiarazione comune

EUROPA di

Il 10 marzo, il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il Primo ministro portoghese António Costa e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno firmato, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, la dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un passo preliminare all’avvio di una serie di dibattiti e discussioni che consentiranno ai cittadini europei di condividere le loro idee per contribuire a plasmare il futuro dell’Europa. Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi i temi principali della Conferenza, i quali coincidono con le priorità generali dell’Unione europea.

L’origine della Conferenza

L’istituzione di una Conferenza sul futuro dell’Europa è stata inizialmente proposta dal Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, nel marzo del 2019, nell’ambito della sua lettera aperta ai cittadini dell’UE intitolata “Per un Rinascimento europeo”. La proposta è stata poi formalmente avanzata dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, all’inizio del suo mandato, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’Unione. Negli orientamenti politici presentati nel luglio 2019, Ursula von der Leyen aveva, in particolare, indicato che: la Conferenza si sarebbe dovuta avviare nel 2020 con una durata di due anni e avrebbe dovuto riunire i cittadini, la società civile e le istituzioni europee in qualità di partner paritari; la portata e gli obiettivi delle Conferenza sarebbero stati definiti di comune accordo tra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione; vi sarebbe stato un impegno politico a dar seguito alle decisioni della Conferenza, se opportuno anche mediante un’azione legislativa o eventuali modifiche del trattato.

I lavori di tale Conferenza, rimandati di un anno anche a causa della pandemia da Covid-19, dovrebbero avviarsi il 9 maggio 2021, a Strasburgo. Il suo obiettivo primario è il conferimento ai cittadini europei di un ruolo più incisivo nella definizione delle politiche e delle ambizioni dell’UE, migliorando la resilienza dell’Unione alle crisi, sia economiche che sanitarie. La Conferenza costituirà un nuovo spazio d’incontro pubblico per un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini europei sulle questioni che li riguardano e che incidono sulla loro vita quotidiana.

La firma della dichiarazione comune

L’atto che segna l’inizio del processo che permette ai cittadini di partecipare alla ridefinizione delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea è arrivato il 10 marzo con la firma da parte del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il Presidente di turno del Consiglio dell’UE, Antonio Costa, e la Presidente della Commissione europea, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, di una dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa.

La dichiarazione comune definisce la portata, la struttura, gli obiettivi ed i principi della Conferenza. Essa, inoltre, getta le basi per eventi avviati dai cittadini, da organizzare in collaborazione con tutte le parti coinvolte. La partecipazione dei cittadini al processo è infatti essenziale per garantire il massimo coinvolgimento e la massima diffusione ed una particolare attenzione è attribuita alle iniziative avviate dai giovani europei.

Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi temi, considerati fondamentali nell’ambito della Conferenza, coincidono con le priorità generali dell’UE nonché con le principali questioni sollevate dai cittadini nell’ambito dei sondaggi d’opinione.

La dichiarazione comune, inoltre, sancisce che la conferenza si articolerà in vari spazi, virtuali e, possibilmente, fisici, nel rispetto delle norme anti COVID. Una piattaforma digitale multilingue interattiva consentirà ai cittadini ed ai portatori d’interessi di presentare idee online e li aiuterà a partecipare o ad organizzare eventi. La piattaforma e tutti gli eventi organizzati sotto l’egida della conferenza dovranno basarsi sui principi di inclusività, apertura e trasparenza, nel rispetto della privacy e delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati.

Prossime tappe e commenti dei leader delle istituzioni UE

Quanto ai prossimi step, presto sarà istituito un comitato esecutivo che rappresenterà in modo equilibrato il Parlamento europeo, la Commissione ed il Consiglio dell’UE, le tre istituzioni che guidano l’iniziativa, con i parlamenti nazionali nel ruolo di osservatori. Tale comitato esecutivo supervisionerà i lavori e preparerà le riunioni plenarie della conferenza, compresi i contributi dei cittadini e il loro follow-up.

“La giornata di oggi segna un nuovo inizio per l’Unione europea e per tutti i suoi cittadini – ha commentato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al momento della firma della dichiarazione comune – Con la conferenza sul futuro dell’Europa tutti i cittadini europei e la nostra società civile avranno l’occasione unica di plasmare il futuro dell’Europa, un progetto comune per una democrazia europea funzionante. Chiediamo a tutti voi di farvi avanti per partecipare, con le vostre opinioni, alla costruzione dell’Europa di domani, la VOSTRA Europa”. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha, invece, dichiarato: “Oggi vogliamo invitare tutti gli europei a esprimersi. Per spiegare in quale Europa vogliono vivere, per plasmarla e per unire le forze e aiutarci a costruirla. Le aspettative dei cittadini sono chiare: vogliono dire la loro sul futuro dell’Europa, sulle questioni che incidono sulla loro vita. La nostra promessa di oggi è altrettanto chiara: noi li ascolteremo. E poi agiremo.” Infine, il Primo Ministro portoghese Costa ha definito la convocazione della Conferenza “un messaggio di fiducia e speranza per il futuro che inviamo gli europei. Fiducia nel fatto che riusciremo a superare la pandemia e la crisi; speranza nel fatto che, insieme, riusciremo a costruire un’Europa equa, verde e digitale”.

Francesca Scalpelli
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