GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Il contrabbando di Sigarette: un fenomeno transnazionale

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Il 13 luglio al Centro studi americani, a Roma, è stato presentato lo studio integrato sul contrabbando di sigarette in Italia realizzato da Intellegit, start-up sulla sicurezza dell’Università degli studi di Trento, e con il contributo di British American Tobacco Italia (BAT Italia).

     La narrativa vede nascere il contrabbando internazionale con il soggiorno forzato a Napoli di Lucky Luciano che durante la Seconda guerra mondiale fa superare la dimensione locale al fenomeno di contrabbando camorrista. La storia successiva vede Napoli come centro del contrabbando negli anni ’70 e ’80. Successivamente l’attenzione si sposta dal tirreno all’adriatico per utilizzare le rotte esistenti, anche quelle del traffico umano. La modalità era di tipo extraispettivo, ovvero evitando di assoggettare la merce ai vincoli doganali, ma negli ultimi anni si è avuta una evoluzione di tipo intraspettiva: si sottopone la merce ai prescritti vincoli, ma effettuando manovre fraudolente tali da indurre in errore gli organi preposti all’accertamento sulla natura, quantità, qualità o destinazione della merce come, per esempio, con la presentazione di documenti falsi. Ad oggi i flussi via container partono dalla Cina e passano per la Grecia, mentre via terra seguono la rotta dell’est. La Sicilia è interessata dalla rotta del nord africa, specialmente attraverso la Tunisia, con piccole imbarcazioni o dentro autovetture sui traghetti. La Grecia è uno dei principali hub di transito delle sigarette illecite verso l’Italia, con i carichi di sigarette (sia di grandi che di piccole dimensioni) provenienti solitamente dai porti di Patrasso e del Pireo che raggiungono il nostro Paese specialmente tramite i porti di Ancona, Taranto e Bari. La maggior parte delle sigarette illecite in Grecia nel 2016 (quasi 4 miliardi in totale) è costituita da illicit whites o da pacchetti contrassegnati dalla dicitura del canale duty free. Prin­cipalmente provengono dall’Est Europa o dai Balcani (specialmente da Ucraina, Repubblica di Macedonia, Albania e Bulgaria), dall’Asia (Cina, Vietnam, Filippine), Egitto, Cipro e Turchia: spesso le spedizioni giungono in Grecia dopo aver transitato in zone di libero scambio (ad esempio Jebel Ali negli Emirati Arabi o Port Klang in Malesia). In Europa l’incidenza del consumo illecito varia molto da Stato a Stato. Nel 2016, in testa troviamo la Lettonia con più di 22 sigarette illecite ogni 100 fumate (anche se in calo rispetto al 2015). In coda Portogallo e Danimarca, dove sono illecite circa il 2% delle sigarette fumate. L’Italia si posiziona al 19° posto con 5,8 sigarette illecite ogni 100, incidenza invariata rispetto all’anno precedente ed inferiore a quella della gran parte degli altri Stati europei. Una delle principali leve del contrabbando si può identificare nella grande variabilità dei prezzi di vendita tra i vari Paesi: si passa infatti da prezzi inferiori o uguali ai 0,60 € in Bielorussia, Moldavia e Ucraina agli oltre 10 € in Norvegia e Irlanda. Il contrabbando è particolarmente radicato in alcune aree del Paese, specialmente al sud. La città più impattata è Napoli (1 pacchetto su 4 è di origine non domestica). Al secondo posto Trieste, principalmente a causa della vicinanza con il confine con la Slovenia, dove un pacchetto costa in media 1,25 € in meno rispetto all’Italia. A seguire Salerno (13,6%), Palermo (11,2%) e Messina (9%). La prima città del nord, ad esclusione di Trieste, è Milano (4,6%, con un trend in aumento). Da un’analisi dei soggetti coinvolti si nota un numero elevato di nazionalità sia di chi opera nell’offerta, sia di chi fa parte della domanda. Dal lato della domanda Filippo Spiezia, vicepresidente Eurojust, fa notare che i moti migratori offrono nuove opportunità poiché le condizioni di povertà fanno sì che per soddisfare il proprio bisogno di sigarette sia soddisfatto con le sigarette da contrabbando. Spiezia fa poi notare che Eurojust sta spostando sforzi e risorse su scenari operativi ma che servirebbe un rafforzamento del budget. Per fare ciò è necessario un appoggio politico anche da parte del nostro ministero della giustizia.

     Uno dei problemi che emerge è quello delle Illicit Whites e su cosa fare. Su questo punto di vista il primo problema consiste nel fatto che non vi è accordo sulla definizione e su cosa siano, quindi diventa difficile trovare una soluzione. La ricerca vuole dare una mappatura, che non esisteva, delle Illicit Whites e costruire una banca dati. Questo viene offerto come strumento di operatività. Le definizioni di illicit whites ad oggi presenti a livello nazionale, europeo e internazionale sono molto diverse tra di loro e non esiste nemmeno convergenza sulla terminologia da utilizzare (in alcuni casi si parla infatti di cheap whites). È auspicabile l’adozione di un approccio più strutturato nell’elaborazione di una definizione condivisa, che preveda un confronto tra istituzioni pubbliche, industrie private ed esperti del settore e che includa una definizione sufficientemen­te ampia da comprendere anche tutte le anomalie esistenti. Questo infatti, consentirebbe alle autorità e ai soggetti deputati di porre in essere una più efficace strategia di controllo, attraverso un intervento mirato che muova da una interpretazione univoca del fenomeno e delle basi su cui poggia. Nel rapporto sono stati catalogati, per la prima volta, i marchi di illicit whites rilevati sul mercato illecito italiano nel corso del 2017 riportando, per ciascun marchio, informazioni riguardo il pacchetto, come, ove disponibili, il produttore, il proprietario del marchio, eventuali varianti riscontrate, le città di vendita e il corrispettivo prezzo nel mercato illecito, la quota di mercato e l’eventuale presenza del tassello fiscale o dell’indicazione del canale duty free. Utile per agevo­lare la catalogazione (e dunque l’identificazione) delle illicit whites, sarebbe la creazione di un database condiviso e alimentato, a livello nazionale e sovranazionale dai diversi soggetti coinvolti, secondo regole condivise e che riporti, per ciascun marchio, dati, informazioni e annotazioni di rilievo. Le illicit whites costituiscono una fetta rilevante delle sigarette illecite in molti Stati europei. L’incidenza varia però molto da Stato a Stato: nel 2016 in Italia è stata particolarmente significativa (circa il 60% del totale delle sigarette illecite), con un deciso aumento rispetto all’anno precedente. Dall’incrocio dei dati a disposizione emerge inoltre come nel nostro Paese si consumino più sigarette contrabbandate che contraffatte, le quali sono in costante calo dall’inizio del 2016. Al sud si riscontra un consumo maggiore di illicit whites rispetto al nord. In testa Palermo (quasi il 70% del totale delle sigarette non domestiche), Napoli (59,5%), Catania (55,6%) e Messina (53,9%). La prima città del nord è Modena (50%). In Grecia il consumo di sigarette illecite è diffuso nel territorio in modo molto più uniforme rispetto a quanto non av­viene in Italia. I marchi noti principalmente presenti nel mercato illecito presenti sono Marlboro, Cooper, GR, Winston e Pall Mall. Tra le illicit whites, invece, i più diffusi sono Royal, Gold Mount, President, RGD e Raquel. Da sottolineare come, nel mercato illecito greco, vi sia una sostanziale omogeneità dei prezzi di vendita: indifferentemente dal marchio e dal fatto che si tratti di marchi noti o illicit whites, infatti, il prezzo è sempre fissato a 1,5 €.

     Carlo Sibilia, sottosegretario di Stato al ministero degli interni, ha dichiarato che questa si tratta di una possibilità importante per la politica e per poter passare da una trattazione folkloristica della Campania e del contrabbando a una trattazione fatta di dati. Secondo il sottosegretario è importante che ciò venga messo a disposizione del pubblico e delle start-up, analisi del genere contribuirebbero ad ottimizzare le forze in campo. Sibilia fa riferimento al fatto che occorre rinforzare e svegliare nel tempo le forze dell’ordine e che nel frattempo occorre utilizzare la tecnologia per poter far fruttare le risorse esigue. Occorre quindi che la politica investa sulle nuove tecnologie per spostare e concentrare risorse dove servono. Il sottosegretario ha dichiarato che vorrebbe proporre una collaborazione tra ministero degli interni e ministero per lo sviluppo economico per affrontare il tema delle Illicit Whites che vedono un consumo in Italia del 5,8% e che è destinato ad aumentare. Al momento di stima una perdita di 809 milioni euro. Sibilia ha concluso sottolineando come il fenomeno del contrabbando è collegato ad altri fenomeni come la tratta di esseri umani, il traffico di droghe e il terrorismo e ha detto che occorre “trasformare la scienza in sicurezza”.

     Il fenomeno del contrabbando rappresenta diversi problemi che vedono un minore introito della fiscalità generale e quindi del finanziamento del sistema sanitario, rischi per la salute stessa del consumatore, distorsioni sul piano della concorrenza e, infine, la problematica che vede i cospicui profitti come finanziamento delle mafie e dei gruppi armati. È l’aspetto più inquietante di questo traffico, già dopo gli attentati che hanno insanguinato Parigi nel 2015 gli esperti hanno messo in guardia sul fatto che molti dei terroristi avevano legami con la microcriminalità dedita allo spaccio di falsi e sigarette di contrabbando, e a volte erano essi stessi spacciatori. Una recente inchiesta della storica trasmissione di approfondimento Plusminus della Tv tedesca ARD ha rivelato come anche in Germania il contrabbando di sigarette sia nel mirino dell’Isis e di Al-Qaida. La guardia di finanza per contrastare il fenomeno da tempo svolge analisi di tipo strategico, di tipo tattico e di tipo operativo che vedono l’apporto della componente aeronavale, di unità cinefile e il controllo di porti ed aeroporti. Nella lotta al contrabbando è importante la cooperazione internazionale che deve passare attraverso la cooperazione amministrativa, di polizia, di intelligence e giudiziaria. Altro fattore importante da sottolineare è che da una parte il contrabbando è socialmente accettato poiché viene visto solo come un problema fiscale, dall’altra vi sono pene lievi. I rischi bassi e grossi guadagni potenziali portano l’enorme attenzione e convenienza per le mafie. Aspetti importanti quindi risultano la necessità di omogeneità tecnologica e un coordinamento con una banca dati sovrannazionale. Gli strumenti che si possono utilizzare sono il protocollo dell’OMS sul tabagismo che prevede norme sulla tracciabilità delle sostanze, il protocollo normativo che entrerà in vigore con una direttiva europea nel 2019 e le nuove disposizioni doganali. Tutto ciò serve per migliorare l’analisi del rischio e controllare i mercati anche attraverso una piattaforma elettronica. Importante è avere in futuro una armonizzazione dal punto di vista fiscale tra paesi in modo che non ci sia un incentivo al contrabbando per i differenziali dei prezzi delle sigarette.

     Ad introdurre la giornata di lavori è stato il Sottosegretario di Stato agli Interni On. Carlo Sibilia. Presenti all’appuntamento, moderato dal giornalista Marco Ludovico, oltre ai curatori dell’indagine anche Filippo Spiezia (Vice Presidente di Eurojust), Elisabetta Poso (Direttore ufficio analisi e strategie di controllo dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli), Luigi Vinciguerra (Capo Ufficio Tutela Entrate del III° Reparto Operazioni del Comando Generale della Guardia di Finanza), Eirini Gialouri (Direttore Generale del Dipartimento Dogane e Accise del Ministero dell’Economia della Repubblica Ellenica), Claudio Bergonzi (Segretario Generale di Indicam) e Paolo Messa, Direttore del Centro Studi Americani, che ha aperto i lavori. La ricerca è stata elaborata con la sinergia di Intellegit, start-up sulla sicurezza dell’Università degli studi di Trento, e di British American Tobacco Italia (BAT Italia). L’università degli studi di Treno nasce dai ricercatori e ha la volontà di coniugare ricercatori e imprenditori di capacità per produrre conoscenza che sia utile, pratica e trasmissibile alla società per cambiare il modo di operare. Con questo intento ha dato vita alla start-up Intellegit, un gruppo di ricercatori che lasciano l’approccio “disciplinare” per avere un approccio “trasversale” che vede un coro composto da criminologi, sociologi, giuristi, economisti, matematici e statistici per affrontare il tema della sicurezza. Il significato dello studio non vuole partire dalla scienza bensì dai problemi per creare una soluzione che vede la sintesi della ricerca di impresa, della ricerca universitaria e della ricerca istituzionale per fenomeni complessi e globali. La stessa ricerca parte da quattro idee: integrare i dati pubblici e privati, analisi geografica (dati italiani e transnazionali con focus sulla rotta Grecia-Italia), analisi di rischio e strumenti operativi.

Governo inglese in crisi per la Brexit: dimissioni dei ministri Davis e Johnson

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Il raggiungimento dei negoziati con Bruxelles, per quanto riguarda la Brexit, non è stato affatto facile, tutt’altro. Con ciò che viene definito “terremoto Brexit” si intende il difficile contesto politico delle trattative Londra-Bruxelles, a partire dalle dimissioni delle principali figure istituzionali in tale ambito: il ministro della Brexit David Davis ed il ministro degli esteri Boris Johnson. Dunque, Theresa May sta affrontando una crisi molto difficile, insieme alla perdita della maggioranza in Parlamento dello scorso anno, che ora mette in pericolo anche la sua leadership nel partito e nel Paese.

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Il rapporto Istat su reati contro ambiente e paesaggio

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Nel 2017, secondo i dati di Legambiente, si è registrato l’incremento degli illeciti ambientali, del numero di persone denunciate e dei sequestri effettuati. Nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso è stato verbalizzato il 44% del totale nazionale di infrazioni. La Campania è la regione in cui si registra il maggior numero di illeciti ambientali (4.382 che rappresentano il 14,6% del totale nazionale), seguita dalla Sicilia (3.178), dalla Puglia (3.119), dalla Calabria (2.809) e dal Lazio (2.684). Secondo il report dell’Istat che prende a riferimento il periodo 2006-2016 l’aumento delle norme a tutela dell’ambiente e la maggiore attenzione ai temi ambientali hanno trovato corrispondenza in un maggior numero dei procedimenti presso le Procure. Questi sono passati dai 4.774 del 2007 (il Testo unico dell’ambiente è stato varato nel 2006) ai 12.953 del 2014. Il tema della “protezione dell’ambiente” soprattutto in relazione allo sviluppo economico e all’antropizzazione del territorio è di grande complessità e ha molteplici implicazioni che hanno sollevato nel tempo crescente attenzione per le problematiche ambientali e condotto ad una rapida crescita della produzione legislativa. Molta della normativa è relativamente recente in quanto al momento della Costituente in Italia erano in vigore solo una norma sui Beni culturali (L. 1089/1939) e una sulle Bellezze naturali (L. 1497/1939). La produzione normativa successiva è avvenuta spesso sulla spinta di direttive europee e convenzioni internazionali, ma anche di disastri di grandi proporzioni che hanno messo in luce come la problematica ambientale non può essere confinabile a un singolo Stato ma deve essere affrontata anche a livello sovranazionale. Dal 2006, anno d’introduzione del Testo Unico Ambientale (T.U.A.), fino al 2014, si osserva un aumento dei procedimenti definiti nelle Procure della Repubblica, con almeno un reato previsto dal codice ambientale, da poco più di mille casi a quasi 13mila. A partire dall’anno successivo si nota una contrazione continuata anche nel 2016, soprattutto dei procedimenti per cui inizia l’azione penale.

    Il T.U.A. considera come reato e punisce diverse azioni a danno dell’ambiente. Inoltre, i reati previsti si riferiscono a un pericolo di danno ambientale “astratto” cioè potenziale. Prevedono generalmente sanzioni di lieve entità con termini di prescrizione brevi, con possibilità di oblazione e sospensione condizionale della pena avendo quindi una debole funzione deterrente. La legge 68 del 22 maggio 2015 ha introdotto nuove fattispecie di delitto (anche colposo) nel Codice penale (Titolo VI-bis Libro II) incentrate sul danno ambientale effettivamente causato con pene elevate e, quindi, lunghi tempi di prescrizione (che sono funzione della gravità della pena). I dati che si riferiscono alle decisioni nelle Procure della Repubblica al termine delle indagini preliminari in tema di nuovi delitti ambientali sono ancora esigui: sono stati 72 nel 2016, di cui 56 archiviati e per cui è iniziata l’azione penale. Quasi tutti i reati riguardano l’inquinamento ambientale, residuali le altre voci come i delitti colposi contro l’ambiente, il disastro ambientale, morte o lesione come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale, impedimento del controllo, omessa bonifica dell’area inquinata. I nuovi delitti previsti dalla legge sugli ecoreati sono stati aggiunti a quelli per cui è prevista la responsabilità oggettiva dell’ente nel cui interesse i dirigenti hanno commesso il reato.

     Nel 2016 i procedimenti per violazioni delle regole di gestione delle acque reflue sono stati 1.636, quelli per le violazioni delle regole di gestione dei rifiuti 8.792, 170 per il trasporto non autorizzato di rifiuti e 164 per traffico organizzato di rifiuti. Per tali reati, sono diminuiti i procedimenti per cui è iniziata l’azione penale: dal 2013 per violazioni nella gestione delle acque reflue; dal 2015 per la gestione dei rifiuti (che coinvolge spesso, oltre ad attività economiche, anche singoli cittadini che non rispettano i regolamenti); dal 2014 per il traffico organizzato di rifiuti. Per questi ultimi si ha un aumento delle archiviazioni a denotare anche la difficoltà crescente, da parte degli inquirenti, nel trovare elementi di prova della violazione. Le violazioni della regolamentazione in materia di acque reflue hanno raggiunto il picco tra il 2010 e il 2012. Nel 2012 quasi il 56% del totale dei procedimenti per cui c’è stato l’avvio dell’azione penale è avvenuto nel Mezzogiorno. Tale percentuale, anche se in leggera diminuzione, negli anni seguenti si colloca sempre intorno al 50% (49% nel 2016) del totale italiano. Il tasso di reati più alto si è avuto in Basilicata (6,4 reati per 100mila abitanti). Hanno valori superiori a 3 reati per 100mila abitanti il Molise, il Lazio, l’Abruzzo e la Calabria. La scorretta gestione dei rifiuti è individuata e portata all’attenzione della magistratura in gran parte attraverso attività di controllo, per opera delle Forze di Polizia, sulle attività produttive che quei rifiuti devono gestire. Il numero medio di “Imputati per violazioni sulla gestione dei rifiuti” è pari a 1,5 persone. Il trasporto non autorizzato di rifiuti è punito con una contravvenzione ed è commesso da chi, senza titolo valido, trasporta i rifiuti anche in modo occasionale. Nel 2016, il dato si attesta su 93 violazioni, in lieve diminuzione rispetto ai due anni precedenti (111 casi). La Liguria è la regione in cui si sono riscontrati più casi nel periodo considerato (42). Per questo reato, il numero medio di autori coinvolti nei procedimenti varia da 1,2 a 2,5 nei dieci anni considerati. È pari a 1,7 nel 2016. Il traffico organizzato di rifiuti è l’attività posta in essere in modo sistematico e strutturato per nascondere o eliminare, illegalmente, anche grandi quantità di rifiuti e scarti senza riguardo alla loro tossicità. Nel 2016 si sono rilevati 58 casi, in netto calo su quasi tutto il territorio nazionale. L’andamento nel tempo evidenzia due picchi in corrispondenza del 2010 e del 2013 (104 e 105 casi rispettivamente) ascrivibili soprattutto al Sud. Il numero esiguo di procedimenti per cui inizia l’azione penale sottende in realtà una complessità investigativa connaturata con i tempi, le procedure di indagine e il numero di autori coinvolti per questo tipo di reati. Qui infatti il numero medio di imputati in associazione è molto più elevato, con valori che passano da un minimo di 4 per il 2008 a un massimo di 12 per il 2006. Dal 2010 la media si è stabilizzata intorno a 5,5 (5,7 nel 2015). Secondo il report di Legambiente sulle ecomafie, il 2017 è l’anno del rilancio delle inchieste contro i trafficanti di rifiuti e nel settore si concentra la percentuale più alta di illeciti. In crescita anche le tonnellate di rifiuti sequestrate dalle forze dell’ordine nell’ultimo anno e mezzo (1° gennaio 2017 – 31 maggio 2018) nell’ambito di 54 inchieste (in cui è stato possibile ottenere il dato, su un totale di 94) sono state più di 4,5 milioni di tonnellate. Pari a una fila ininterrotta di 181.287 Tir per 2.500 chilometri. Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone. Più che allo smaltimento vero e proprio è alle finte operazioni di trattamento e riciclo che in generale puntano i trafficanti, sia per ridurre i costi di gestione che per evadere il fisco.

     Nel quadro normativo è importante la legge 21 novembre 2000, n. 353 che ha introdotto, nel codice penale, il reato di incendio boschivo doloso e colposo, prima punito come aggravante dell’incendio, per una tutela più stringente del patrimonio forestale. Nel 76% dei casi, gli incendi boschivi si verificano tra giugno e settembre e il numero di procedimenti per incendio boschivo con autore noto, definiti dalle procure della repubblica, si attesta nel 2016 su un valore pari a 500, senza apprezzabili variazioni nel periodo considerato, tranne il picco di 701 casi nel 2012. Per poco meno di 7 procedimenti su 10 inizia l’azione penale. Di questi (334 nel 2016), il 28,4% riguardano il Sud, il 29% il Centro, il 24,6% il Nord. Oltre all’incendio boschivo doloso (volontario) è punito anche quello colposo, cioè commesso da chiunque cagiona involontariamente un incendio su boschi (anche propri). Nei casi l’incendio sia stato provocato nei propri terreni, perché possa configurarsi l’illecito penale, è necessario tuttavia provare (oltre alla colpa del proprietario) che l’incendio abbia causato un concreto pericolo per la pubblica incolumità. L’incidenza degli incendi non colposi sul totale degli incendi è aumentata negli ultimi anni (dal 60,5% del 2012 al 72,2% del 2015) anche grazie alle nuove tecniche di investigazione. Il territorio forestale copre al 2015 circa 11 milioni di ettari21 pari a un terzo della superficie italiana. Nonostante l’impegno nel controllo del patrimonio forestale, il reato di incendio boschivo è in gran parte di origine dolosa e resta senza un colpevole. L’incendio colposo, anche grazie alle tecniche innovative di indagine, rappresenta un numero ridotto di casi.

     Nel 2016, tra tutti gli illeciti amministrativi inerenti ai reati ambientali contestati, l’8% ha riguardato gli ecoreati. Il paesaggio si connota contemporaneamente come bene ambientale e come bene culturale. Fra i reati previsti dal “Codice del paesaggio” (D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42) sono stati analizzati i procedimenti collegati ai lavori edilizi, in totale difformità o assenza del permesso di costruzione o di prosecuzione degli stessi nonostante l’ordine di sospensione e le lottizzazioni abusive e/o opere di qualsiasi genere eseguite su beni paesaggistici in assenza di autorizzazione o in difformità da essa. Violazioni, queste, che incidono sull’uso del territorio e sono da ritenersi più gravi. I procedimenti penali per le lottizzazioni e le violazioni su beni con vincolo paesaggistico, che sono un tipo specifico di violazione edilizia grave, dopo un picco nel 2010, diminuiscono in valore assoluto negli anni. Tuttavia, la loro proporzione sul totale delle violazioni edilizie aumenta (17% del totale dei procedimenti nel 2006, 32,2% nel 2016). Soprattutto al Sud aumenta la percentuale dei procedimenti per violazione del vincolo paesaggistico (40,6% nel 2016). Il lavoro delle forze dell’ordine nel 2017 ha portato alla luce 3.908 infrazioni sul fronte “ciclo illegale del cemento”, una media di 10,7 ogni ventiquattro ore, e alla denuncia di 4.977 persone. Un dato in leggera flessione rispetto all’anno precedente, ma che testimonia come – dopo anni di recessione significativa – l’edilizia, e quindi anche quella in nero, abbia ricominciato a lavorare. Il 46,2% dei reati si concentra nelle quattro cosiddette regioni a tradizionale presenza mafiosa, ossia Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. Occorre ricordare come la natura profonda del crimine ambientale è economica e ha per principali protagonisti imprese e faccendieri, ma le mafie continuano a svolgere un ruolo cruciale, spesso di collante. I clan censiti da Legambiente finora e attivi nelle varie forme di crimine ambientale sono 331. Il 2018 è anno da record per lo scioglimento delle amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose. Sedici i Comuni sciolti da gennaio, 20 nel 2017. Mentre i comuni attualmente commissariati dopo lo scioglimento sono 44 (ci sono anche alcuni sciolti nel 2016 e prorogati). Sono soprattutto i clan a minacciare gli amministratori pubblici che difendono lo stato di diritto e la salvaguardia dell’ambiente. Secondo i dati elaborati di Avvivo Pubblico, sono state 537 le intimidazioni nel 2017, se si considerano invece gli ultimi cinque anni il numero sale a 2.182.

Violenza domestica e violenza assistita, abbattiamo il muro del silenzio!

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Un padre rientra nervoso dal lavoro e incomincia a insultare la propria moglie. Nella sua mente non è stata una donna capace di sistemare la casa prima del suo rientro, non è stata capace di essere un perfetto robot delle pulizie ed è solo stata capace di “spendere soldi”. Le urla si fanno sempre più insistenti e si sente il fragore dei piatti che vengono lanciati. Dà la colpa di questo suo comportamento alla moglie: “sei tu che mi costringi”. Le colpe di cui viene accusata la moglie diventano sempre di più, non sarebbe capace di cresce il figlio secondo l’ideale del padre e ripete “mi fai schifo come madre, mi fai schifo come donna”. Urla che non gli frega nulla del figlio e se ne esce di casa sbattendo la porta. Nella stanza accanto, il bambino ascolta tutto nella penombra, forse cerca di tapparsi le orecchie per non ascoltare o forse cerca di nascondersi in un luogo che ritiene sicuro. Cerca di diventare invisibile o vorrebbe essere altrove. I suoi sfoghi diventano quei fogli dove dovrebbe disegnare i propri sogni e le proprie fantasie ma quei fogli diventano l’espressione dei propri disagi e incubi, oppure si sfoga strappando uno dei peluche che ha nella stanza. Possiamo solo avvicinarci alle emozioni che questo bambino sta passando. Potremmo pensare a quelle volte che litighiamo con qualcuno che amiamo o a quando abbiamo visto maltrattato un nostro amico o amica per capire il malessere che c’è dopo ma non sarebbe abbastanza. Questa, è la storia fatta di urla e violenza che troppo spesso diventa la storia silenziosa di molte case e di molte famiglie. Save the Children conta in Italia 427 mila bambini, in soli 5 anni, testimoni diretti o indiretti dei maltrattamenti in casa nei confronti delle loro mamme e quasi sempre per mano dell’uomo; sono più di 1,4 milioni le madri vittime di violenza domestica nella loro vita. A questo proposito è stata avviata l’iniziativa di sensibilizzazione “Abbattiamo il muro del silenzio” per accendere i riflettori su una piaga invisibile “Violenza assistita” che ha conseguenze devastanti sulla vita e sul futuro dei minori. A questo proposito dal 5 al 7 luglio, a Palazzo Merulana a Roma, vi è una installazione immersiva per provare in prima persona il dramma che tanti bambini vivono quotidianamente.

     A questa si accompagna la pubblicazione, dopo un’indagine complessa, del rapporto “Abbattiamo il muro del silenzio” che cerca di analizzare la questione e riguardo al tema e all’iniziativa abbiamo intervistato Antonella Inverno, responsabile Policy and Law Save the Children e curatrice del rapporto.

EA: come nasce l’iniziativa “abbattiamo il muro del silenzio” e la mostra annessa?

Antonella Inverno: Noi abbiamo diversi servizi sul territorio che si occupano di mamme, abbiamo degli spazi mamme che sono dei centri aggregativi dove le mamme con i loro figli possono andare per ricevere un supporto, fare delle attività e anche per fare dei corsi di genitorialità positiva o rivolgersi ai nostri sportelli legali. Oltre a quello abbiamo un progetto sparso sul territorio nazionale che si chiama “fiocchi in ospedale” e che prevede un intervento precoce direttamente al momento del parto. Insomma, quindi un’osservazione precoce e un supporto per quelle donne che risultano essere più a rischio. Attraverso queste attività noi abbiamo un centro dedicato alle mamme vittime di violenza con figli e attraverso queste attività abbiamo constatato che il fenomeno è molto più diffuso di quanto si pensi. Da lì c’è venuta un’idea di fare un’iniziativa per sensibilizzare prima di tutto le mamme stesse e per non farle sentire sole ma anche per l’opinione pubblica e le istituzioni competenti.

EA: secondo lei per quale motivo spesso le stesse madri sono omertose e perché non se ne parla a livello di opinione pubblica? Come si interpretano i dati riguardo alla fascia di età e delle periferie urbane?

Antonella Inverno: Io più di omertà parlerei di Solitudine. Nel senso che le donne sono restie laddove si ritrovano isolate e non sono indipendenti economicamente e non vedono un’alternativa dentro quella casa dove stanno e subiscono la violenza. Proprio questo è il fattore su cui dovremmo tutti cercare di intervenire, nel senso che bisogna parlare di più. Purtroppo, l’Italia è un paese dove la condizione delle donne e delle mamme in particolare, è una condizione svantaggiata. Noi abbiamo pubblicato qualche mese fa un altro rapporto che si chiama “Le Equilibriste” e che parla proprio del difficilissimo lavoro che fanno le mamme in Italia. Sono donne che non riescono a conciliare il lavoro con la vita privata perché non ci sono adeguati servizi e che molto spesso vengono espulse dal mercato del lavoro quando diventano mamme e che si ritrovano a subire tutto il carico familiare sulle spalle. Non solo le cure dei figli ma anche quella dei propri genitori. Quindi questo è chiaro che le rende più deboli di fronte a una situazione di violenza perché non hanno modo di uscire, non c’è un sostegno per loro e per i loro figli. Per questo noi chiediamo che i servizi di sportelli, anche dei centri antiviolenza, siano strutturalmente rafforzati e che siano dedicate loro più risorse e che possano essere anche numericamente più consistenti sul territorio. Rispetto ai dati sui padri e sulle vittime diciamo che la percentuale è di poco maggiore in periferia che in centro, il dato che volevamo evidenziare è che è un fenomeno trasversale ovunque. Parliamo di pochi punti percentuali e tra l’altro il dato sul centro e periferia si riferisce solo alle risposte delle cittadine italiane, non anche a quelle straniere ed è un dato che però ci fa riflettere rispetto al fatto che spesso si è portati a pensare che la violenza sia un fenomeno legato alla povertà o all’ignoranza, alla non istruzione. Invece i dati dimostrano proprio che è un fenomeno trasversale. Ci sono nel rapporto anche i dati sul titolo di studio e si vede che non si salva nessuno. Dai reati, alle persone che hanno la quinta elementare, da chi vive in periferia, a chi vive al centro. Anche al centro delle città sono presenti queste situazioni che molto spesso rimangono anche meno visibili perché si preserva di più il buon nome e l’identità sociale che ci si è costruiti come nucleo familiare.

EA: A livello di istituzione, sia europee che italiane, cosa si potrebbe fare per il futuro e per quella che comunque ci  ha descritto come una violenza generalizzata?

Antonella Inverno: In questo momento, sul tavolo del sottosegretario alle pari opportunità, al suo vaglio, c’è il piano nazionale contro la violenza di genere. Noi auspichiamo che questo percorso di introduzione di questo strumento possa andare avanti e dobbiamo però essere consapevoli che siamo tutti coinvolti. Le scuole sono un fattore fondamentale nella rivelazione dei disagi che i bambini possono presentare quando vivono una situazione di violenza dentro casa. Nessuno dovrebbe girarsi dall’altra parte quando sente delle urla nella casa del vicino. Noi pensiamo veramente che una maggiore attenzione a quelli che sono i segnali di violenza possa portare anche a un intervento sicuramente tempestivo, e questo fa molto nel caso dei bambini, ma anche più in rete tra i tanti attori coinvolti.

     Violenza assistita significa guardare, ascoltare, vivere l’angoscia, esserne investiti, contagiati e sovrastati senza poter far nulla. Significa esporre un bambino a qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative all’interno di ambienti domestici e familiari. È un fenomeno ancora sommerso, quasi “invisibile”, contraddistinto da segnali plurimi, i cui effetti possono essere devastanti sullo sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale dei bambini. L’esposizione alla violenza all’interno delle mura domestiche può provocare una grave instabilità emozionale nei bambini e tradursi in molteplici sentimenti negativi, come ansia, paura, angoscia, senso di colpa, insicurezza. Può inoltre provocare disturbi del comportamento, tra cui l’isolamento, la depressione, l’impulsività e l’aggressività e può portare gravi disturbi nell’alimentazione. Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, ha dichiarato che “La casa dovrebbe essere per ogni bambino il luogo più sicuro e protetto e invece per tanti si trasforma in un ambiente di paura e di angoscia permanente. Per un bambino assistere ad un atto di violenza nei confronti della propria mamma è come subirlo direttamente. Moltissimi bambini e adolescenti sono vittime di questa violenza silenziosa, che non lascia su di loro segni fisici evidenti, ma che ha conseguenze devastanti: dai ritardi nello sviluppo fisico e cognitivo alla perdita di autostima, da ansia, sensi di colpa e depressione all’incapacità di socializzare con i propri coetanei. Un impatto gravissimo e a lungo termine che tuttavia, nel nostro Paese, è ancora sottovalutato. Ề indispensabile mettere in campo un sistema di protezione diffuso capillarmente che non lasci mai da sole le donne ad affrontare il complesso e doloroso percorso di liberazione dalla violenza domestica e che si prenda cura immediatamente dei bambini fin dalle prima fasi in cui questa emerge, senza attendere la conclusione degli iter giudiziari. Ề poi fondamentale che tutti gli adulti che sono a contatto con i minori – a partire dalle scuole e dai servizi sanitari – assumano una responsabilità diretta per far emergere queste situazioni sommerse, attrezzandosi per riconoscere tempestivamente ogni segnale di disagio, senza trascurarlo o minimizzarlo”.

     Dal rapporto emerge che tra le donne che in Italia hanno subito violenza nella loro vita (oltre 6,7 milioni secondo l’Istat), più di 1 su 10 ha avuto paura che la propria vita o quella dei propri figli fosse in pericolo. In quasi la metà dei casi di violenza domestica (48,5%), inoltre, i figli hanno assistito direttamente ai maltrattamenti, una percentuale che supera la soglia del 50% al nord-ovest, al nord-est e al sud, mentre in più di 1 caso su 10 (12,7%) le donne dichiarano che i propri bambini sono stati a loro volta vittime dirette dei soprusi per mano dei loro padri. Per quanto riguarda gli autori delle violenze, i dati sulle condanne con sentenza irrevocabile per maltrattamento in famiglia – più che raddoppiate negli ultimi 15 anni, passando dalle 1.320 nel 2000 alle 2.923 nel 2016 – evidenziano che nella quasi totalità dei casi (94%) i condannati sono uomini e che la fascia di età maggiormente interessata è quella tra i 25 e i 54 anni, l’arco temporale nel quale solitamente si diventa padri o lo si è già. Il tasso di occupazione in Italia varia sensibilmente non soltanto al genere, ma anche rispetto al fatto di essere o meno genitori e al numero di figli. Essere madre significa riuscire a conciliare la vita lavorativa con quella famigliare con tutte le sfide che questa società impone. Investire sul futuro significa garantire che i genitori, e in particolare le madri, siano sostenuti da adeguate politiche che favoriscono la genitorialità e la conciliazione tra vita privata e professionale, a partire da forme di lavoro flessibile, congedi parentali e di paternità e una adeguata copertura dei servizi educativi per l’infanzia. Ma a questo occorre aggiungere che sono oltre 1,4 milioni le madri che nel corso della loro vita hanno subito maltrattamenti in casa da parte dei loro mariti o compagni. Tra queste, più di 446.000 vittime vivono ancora con il partner violento e spesso non vedono possibili vie di uscita dalla relazione, spesso anche perché non indipendenti dal punto di vista economico. 174.000 mamme che hanno subito violenza dal loro attuale compagno dichiarano che i figli hanno visto o subito direttamente i maltrattamenti. Si tratta, in particolare, di donne che nel 97% dei casi sono sposate, nel 71% sono italiane, nel 41% hanno tra i 30 e i 49 anni, nel 40% dei casi sono casalinghe e in quasi 4 casi su 10 (34%) hanno il diploma superiore. Prendendo invece in considerazione le oltre 455.000 madri che non vivono più con l’ex partner violento e che hanno dichiarato che i propri bambini hanno visto o subito la violenza, 7 su 10 sono separate o divorziate, 8 su 10 sono italiane, nel 42% dei casi hanno 30-49 anni di età, mentre più di 1 su 3 (34%) è dirigente, imprenditrice, libera professionista, quadro o impiegata, e quasi la metà (46%) ha conseguito il diploma superiore.

     La famiglia dovrebbe essere il luogo dell’amore e degli affetti ma c’è un lato oscuro che porta a dire che “la violenza fra i membri della famiglia probabilmente è tanto diffusa quanto l’amore”. Il problema è caratterizzato dal fatto che in molti uomini vi è la concezione del dominio maschile all’interno del matrimonio. Gli uomini con una visione tradizionale o non egualitaria nei confronti dei ruoli di genere all’interno delle relazioni, sono più disposti ad accettare l’uso della violenza nei confronti delle mogli. Gli episodi di violenza hanno maggiori probabilità di verificarsi nelle famiglie in cui il potere decisionale si concentra nelle mani del marito. Quando le donne dispongono di maggiori risorse sociali ed economiche, come ad esempio un lavoro che permetta loro di essere indipendenti economicamente, hanno probabilità minori di subire abusi e più possibilità di lasciare un uomo che abusa di loro. A ciò si aggiunge che una donna con pochi contatti con persone diverse dal coniuge ha minori possibilità di definire tale abuso come ingiustificato e di chiedere aiuto. Del totale di donne che in Italia hanno ripetutamente subito forme di violenza domestica per mano di partner o ex partner – più di 1,6 milioni di donne secondo i dati elaborati dall’Istat per Save the Children – solo il 7% (pari a 118.330 vittime) si è mostrata molto consapevole del reato subito e ha attivato dei percorsi di uscita dalla violenza. Si tratta, in particolare, di donne che in ben il 75% dei casi sono anche madri e che sono state vittime di violenze fisiche molto evidenti: nell’81% dei casi hanno riportato ferite, nel 36% hanno subito maltrattamenti durante la gravidanza, in più del 19% delle situazioni il partner era in possesso di un’arma e in oltre il 43% era sotto l’effetto di alcool o sostanze stupefacenti. Su queste donne, molto gravi  sono state poi le conseguenze stesse dei maltrattamenti: 1 su 4 ha fatto ricorso ai medicinali, 2 su 5 sono andate in terapia psicologica o psichiatrica, circa 1 su 5 (22%) ha pensato al suicidio e a forme di autolesionismo o non è riuscita a portare avanti le normali attività quotidiane o andare al lavoro per un certo periodo; presentano, inoltre, difficoltà nella gestione dei propri figli (35%), hanno sviluppato forme d’ansia (70%) e disturbi del sonno e dell’alimentazione (65%).Di queste donne, quasi 9 su 10 considerano la violenza subita un reato e nella quasi totalità dei casi (99%) hanno denunciato la violenza subita, ricevendo conseguentemente il supporto necessario per attivare percorsi di uscita dalla violenza che in oltre il 58% dei casi le hanno portate a lasciare il partner violento. Accanto a queste donne fortemente consapevoli delle violenze subite, tuttavia, ce ne sono moltissime – più di 548.000, il 33% del totale di coloro che hanno subito ripetutamente la violenza domestica –  che, nonostante riportino ferite o altri segni di maltrattamenti e subiscano le conseguenze, anche a lungo termine, dei soprusi perpetrati da partner o ex partner, faticano a dichiarare che i propri figli hanno assistito alle violenze, preferiscono chiudersi nel silenzio e non denunciare quanto subito. Di queste, più della metà (56%) ha figli o convive ancora con il marito o il partner violento, quasi 6 su 10 (57%) considerano la violenza subita solo come qualcosa di sbagliato, ma non un reato, e solo nel 4% delle situazioni hanno sporto denuncia e nel 2% si sono rivolte a un medico o a un consultorio.

Raffaella Milano ha poi affermato che “Ề impressionante il numero di donne con bambini, che pur in presenza di continue violenze non denuncia. Questo dato interpella le istituzioni e la comunità civile sulla necessità di garantire ad ogni mamma un clima di fiducia e un sostegno concreto e tempestivo, tale da spezzare la catena della violenza e consentire di riconquistare una vita autonoma e serena. Troppe mamme, ancora oggi, continuano a subire in silenzio con i loro bambini perché si sentono in trappola e non vedono alternative. In questo senso, è più che mai urgente e necessario strutturare una strategia di contrasto alla violenza assistita, a partire dal pieno rispetto della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata nel 2013. Occorre creare una vera e propria rete di prevenzione, emersione e protezione che coinvolga istituzioni, enti locali, scuole, servizi territoriali e associazioni. Allo stesso tempo, è necessario potenziare su tutto il territorio nazionale la rete antiviolenza e i servizi psico-sociali territoriali. Ề importante inoltre il coinvolgimento delle scuole, sia sul piano educativo nei confronti dei bambini e dei genitori, che per il riconoscimento precoce delle vittime della violenza domestica, attraverso percorsi formativi qualificati. Ề inoltre essenziale garantire la protezione giuridica dei minori coinvolti nella violenza per consentire l’avvio tempestivo di una presa in carico volta al recupero dei danni subiti, senza attendere l’iter dei processi”.

Per contrastare la violenza assistita, a fine 2016, Save the Children ha avviato nel territorio di Biella il progetto “I Germogli”: un intervento integrato di accoglienza, prevenzione, sostegno e accompagnamento all’autonomia di nuclei mamma- bambino vittime di violenza assistita. Il progetto consiste in una comunità mamma-bambino in cui vengono ospitate e supportate in un percorso di autonomia e reinserimento sociale, mamme vittime di violenza domestica, ed in un centro polifunzionale che offre percorsi laboratoriali, educativi e di supporto alla genitorialità per le donne del territorio. Il progetto “Germogli” si inserisce all’interno della più ampia azione dell’Organizzazione di sostegno alle famiglie e ai bambini che si trovano in condizioni di vulnerabilità sociale, educativa ed economica, realizzata attraverso la rete di Punti Luce, Spazi Mamme e Fiocchi in Ospedale attivati da Save the Children su tutto il territorio nazionale.

L’installazione “La stanza di Alessandro” è possibile visitarla a Palazzo Merulana giovedì 5 luglio dalle ore 18 alle ore 20venerdì 6 luglio dalle ore 14 alle ore 20sabato 7 luglio dalle ore 14 alle ore 20.
Per partecipare è necessario prenotarsi cliccando qui. L’installazione immersiva è stata ideata dall’agenzia di comunicazione The Embassy, in collaborazione con ECCETERABC TODAY e con il coinvolgimento degli studenti della “Scuola Politecnica di Design”.

 

Parlamento europeo al voto sulla nuova legge elettorale per il 2019

EUROPA di

In vista delle elezioni di maggio 2019, il Parlamento europeo di Strasburgo ha votato una nuova legge elettorale con cui si cerca di rafforzare la partecipazione dei cittadini alle elezioni europee, prevedendo una soglia obbligatoria per collegi elettorali con più di 35 seggi e la possibilità del voto postale ed elettronico, misure contro il doppio voto e uno “sbarramento” obbligatorio.

Mercoledì 4 luglio 2018 l’Europarlamento ha approvato nuove misure per modernizzare la legge elettorale europea, il cui scopo principale è quello di migliorare il carattere europeo della procedura, aumentando anche la partecipazione. Al termine di oltre due anni di difficili trattative con i paesi membri dell’Unione Europea, le nuove misure sono state approvate con una maggioranza di 397 voti, mentre vi sono stati 207 voti contrari e 62 astensioni. I membri del Parlamento europeo hanno votato per modificare la legislazione che regola le elezioni europee, ma le riforme adottate sono lontane dagli ambiziosi piani che molti deputati europei avevano previsto. Ciononostante, alcune delle proposte saranno in vigore in tempo per le elezioni del prossimo anno.

Considerando le nuove disposizioni previste, il Parlamento ha approvato una proposta per introdurre una soglia obbligatoria per i collegi elettorali con più di 35 seggi, per evitare un’ulteriore frammentazione della Camera: questa soglia non deve scendere al di sotto del 2% e non superare il 5% dei voti espressi. In particolare, i paesi dell’Unione Europea con più di 35 seggi hanno tutti una soglia elettorale per le elezioni europee, tranne la Spagna e la Germania; alla luce di ciò, questi paesi dovranno quindi conformarsi al nuovo obbligo e introdurre una soglia per le elezioni europee del 2024.

Inoltre, la nuova legge elettorale prevede l’obbligo per i paesi dell’Unione Europea di introdurre ed applicare delle sanzioni volte ad evitare il doppio voto, cioè il caso in cui un cittadino europeo voti due volte in più di un paese. Gli Stati membri andranno a designare inoltre un’autorità di contatto responsabile dello scambio di informazioni sui cittadini dell’Unione Europea che desiderano votare o essere candidati politici in un paese di cui non sono cittadini. Tuttavia, questo scambio di informazioni deve avvenire almeno sei settimane prima delle elezioni europee. I paesi dell’Unione Europea possono consentire che il nome e il logo dei partiti politici europei siano visualizzati nelle schede nazionali e prevedere la possibilità di voto anticipato, postale, elettronico e via internet, purché vengano rispettati determinati criteri, come la protezione dei dati personali e il segreto del voto.

In conformità con le loro leggi nazionali, i paesi dell’Unione Europea sono anche liberi di consentire ai loro cittadini che vivono in paesi al di fuori dell’Unione Europea di votare alle elezioni europee, nonché di fissare un termine per la presentazione di candidati politici, di almeno tre settimane prima della data delle elezioni. A Strasburgo si ritiene che queste misure vadano a rafforzare la trasparenza e la fiducia nelle elezioni. In particolare, la correlatrice del Parlamento, Danuta Maria Hübner (PPE, PL), ha dichiarato: “La riforma della legge elettorale europea è un grande successo e un risultato per il Parlamento europeo. Renderà le elezioni più accessibili a milioni di cittadini e renderà più trasparente il modo in cui sono preparate e gestite. Inoltre, sono state introdotte misure contro il doppio voto e una scadenza minima per stabilire le liste elettorali”; la correlatrice del Parlamento Jo Leinen (S & D, DE) ha dichiarato: “La nuova legge offrirà ai cittadini più opzioni per partecipare alle elezioni europee, non solo introducendo la possibilità del voto postale ed elettronico, ma anche incoraggiando gli Stati membri a consentire ai loro cittadini che vivono in paesi non UE di votare. Infine, con le nuove regole, i cittadini saranno più consapevoli del legame tra partiti nazionali e candidati alle elezioni e la loro affiliazione a un partito politico europeo”.

Il Parlamento europeo, riunito in seduta plenaria, ha discusso anche della partecipazione politica e del diritto di voto per tutte le persone con disabilità, dopo che l’eurodeputata Wikström, presidente della Commissione Petizioni del Parlamento europeo, ha proceduto con un’interrogazione su tale questione. La partecipazione politica e il diritto di voto per tutte le persone con disabilità sono questioni destinate ad assumere sempre maggiore visibilità, soprattutto alla luce delle Elezioni Europee del 2019 e delle consultazioni nei Paesi Membri dell’Unione, grazie all’impegno in questo ambito dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità.

È importante sottolineare che una volta che le disposizioni saranno state adottate in plenaria, dovranno anche essere approvate da tutti i paesi dell’Unione Europea, in linea con le loro rispettive norme costituzionali, prima che possano entrare in vigore. Ogni disposizione prevista dovrà essere adottata dagli Stati membri.

 

Apertura dell’Unione Europea a Macedonia e Albania, al via i negoziati nel 2019

EUROPA di

Il 26 giugno 2018 il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato un testo finale sulla politica di allargamento dell’UE e sul processo di stabilizzazione e associazione dei paesi dei Balcani occidentali nell’Unione Europea. Tale politica è stata intrapresa dal Consiglio sulla base di quanto proposto dalla Commissione per una prospettiva di allargamento credibile e un maggiore impegno dell’UE nei confronti dei Balcani occidentali, il 6 febbraio 2018.

Il Consiglio ha ribadito il suo impegno nei confronti dell’allargamento ad est, che è da sempre una politica chiave dell’Unione europea, poiché rappresenta un investimento strategico per la pace, la democrazia, la prosperità, la sicurezza e la stabilità europea. Nell’attuazione di tale politica, il Consiglio si aspetta che tutti gli Stati membri si assumano la titolarità e si impegnino pienamente nel rispetto dei valori europei e nel perseguimento delle riforme. Il Consiglio ha quindi confermato il sostegno inequivocabile dell’Unione Europea alla prospettiva europea dei Balcani occidentali: l’Unione Europea è determinata a rafforzare il suo impegno per sostenere la trasformazione politica, economica e sociale della regione, anche attraverso una maggiore assistenza con delle riforme socioeconomiche per i Balcani occidentali.

In particolare, la presidenza bulgara del Consiglio ha annunciato un’apertura dell’Unione Europea nei confronti di Macedonia e Albania, così da dare loro una “chiara prospettiva europea”. L’accordo di compromesso raggiunto prevede che nel giugno 2019 partiranno i negoziati di adesione all’Unione Europea per Skopje e Tirana. Nelle conclusioni adottate dal Consiglio, si richiede alla Commissione europea di procedere con i lavori per l’avvio dei negoziati di Macedonia e Albania, ma il raggiungimento di tale obiettivo non è stato facile.Il ministro degli Esteri bulgaro Ekaterina Zaharieva ha detto che quello di martedì è stato “un giorno importante” per le due nazioni e “per i Balcani occidentali nel loro complesso”.Si parla, tuttavia, di accordo di compromesso perché non vi è stata una decisione unanime in tal senso: vi sono state delle discussioni al Consiglio Affari generali, a Lussemburgo, che hanno portato al raggiungimento di un accordo dei ministri europei ma solo dopo alcuni giorni. Alcune fonti diplomatiche hanno definito tale risultato come positivo e di incoraggiamento per i paesi coinvolti ma, ad ogni modo, avrebbe potuto essere raggiunto in modo politicamente diverso.

Paesi come Francia e Olanda hanno espresso la loro posizione contraria all’avvio dei negoziati per l’adesione di Skopje e Tirana all’Unione Europea, causando non poche difficoltà al Consiglio, che si è visto costretto ad aspettare per aprire i negoziati. In particolare, il Ministro degli Esteri olandese, Stef Blok, ha affermato che i progressi fatti sulla lotta alla corruzione, alla criminalità e sullo stato di diritto non sono sufficienti per poter entrare a far parte dell’Unione Europea, aggiungendo che la decisione migliore era quella di rinviare i negoziati. La posizione del ministro Blok è stata supportata anche dal Parlamento olandese che, con un’ampia maggioranza, ha deciso di porre il veto ai negoziati con Tirana. Anche la Francia si è posta in modo contrario all’inizio dei negoziati che avrebbero portato un allargamento ad est, rifiutando quindi l’entrata nell’Unione Europea di Macedonia e Albania. In realtà, il rifiuto di Francia e Olanda non era tanto per la Macedonia, soprattutto alla luce dell’accordo raggiunto con la Grecia che ha posto fine alla disputa pluridecennale, quanto piuttosto per l’Albania; tale rifiuto era inoltre sostenuto anche da altri paesi, come ad esempio la Danimarca.

È stato necessario, in sede di Consiglio, l’intervento di altri Stati membri dell’Unione Europea, che sono riusciti a far raggiungere l’obiettivo finale coinvolgendo anche Olanda e Francia. In particolare, paesi come Germania e Italia sono risultati fondamentali in tale operazione. Il ministro degli Affari europei tedesco, Michael Roth, ha affermato che la Germania è “pronta a dare luce verde” all’apertura dei negoziati, chiedendo inoltre all’Olanda e alla Francia di unirsi agli altri paesi. Si crede, infatti, che chiudere ai paesi balcanici potrebbe comportare una destabilizzazione dell’area, che invece migliorerebbe se fosse parte dell’Unione Europea.

Anche l’Italia ha contribuito a risolvere l’impasse, ponendosi a favore dell’apertura dell’Unione Europea verso i Balcani e, quindi, dell’integrazione dei due paesi nell’UE. Si è arrivati ad avere un vero e proprio schieramento, 26 contro 2, e proprio per questo è stato necessario mettere in atto un accordo di compromesso. La dura opposizione di Francia e Olanda ha fatto sì che l’apertura dei negoziati venisse rimandata a giugno del 2019: i due paesi hanno accettato proprio in vista del lungo periodo di attesa, rifiutando l’apertura immediata dei negoziati.

L’accordo di compromesso è stato raggiunto con l’obiettivo di soddisfare tutti i paesi, grazie anche al lavoro di mediazione svolto da Germania e Italia, che hanno permesso di terminare i lavori del Consiglio con una conclusione politica accettata da tutti.

La Turchia alle urne, Erdogan rieletto con l’52% delle preferenze

EUROPA di

“Una lezione di democrazia”, così Recep Tayyip Erdoğan ha definito il proprio trionfo al primo turno delle elezioni presidenziali e politiche turche, tenutesi il 24 giugno.

Circa l’87% dei 59 milioni di cittadini aventi diritto di voto si è recato alle urne, facendo registrare un’altissima affluenza. Erdoğan, a capo del Paese da 16 anni, ha ottenuto il 52% dei consensi, mentre il 30% dei votanti si è espresso a favore di Muharrem Ince, rivale del leader dell’AKP e principale candidato dell’opposizione nel voto presidenziale, il quale ha raggiunto un risultato insperato fino a pochi mesi fa che, tuttavia, non gli consente di arrivare al ballottaggio.

Si tratta dunque di un’amara sconfitta per l’opposizione turca. Le aspettative di rovesciare il sistema corrotto e totalitario del Sultano del Bosforo, nella convinzione che fosse sufficiente la vittoria di un candidato diverso per dare avvio ad un vero cambiamento, sono state deluse anche dal risultato delle elezioni politiche, le quali sono state anticipate dal Presidente Erdoğan lo scorso aprile.

Tali elezioni si sono svolte secondo le disposizioni della nuova legge elettorale, approvata a marzo e voluta dall’AKP: in particolare, il nuovo sistema elettorale favorisce le coalizioni e permette ai piccoli partiti che si alleano con forze politiche maggiori di entrare in Parlamento, senza dover superare l’alta soglia di sbarramento. In virtù di tale nuova legislazione, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP) ed il Partito del Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi, MHP) hanno fondato la coalizione denominata Alleanza del popolo, inoltre quattro forze di opposizione, quali il Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP), il Partito Buono (iYi) di Meral Aksener, il Partito della felicità (Saadet Partisi, SP) dell’islamista Saadet ed il Partito democratico, si sono unite nella coalizione denominata Millet.

Nel dettaglio, la coalizione che sostiene il Presidente, ha ottenuto il 53% dei voti e dunque la maggioranza assoluta; decisivo per la vittoria è stato il risultato del Partito del Movimento Nazionalista, a cui si appoggerà il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo per governare; quest’ultimo ha ottenuto il 42% dei consensi, registrando un calo del 7% rispetto alla precedente legislatura.

Relativamente al cosiddetto “blocco d’opposizione”, esso rimane intorno al 34%; il Partito Popolare Repubblicano, il più antico partito politico della Turchia,ha ottenuto il 22%, registrando un calo del 23% circa, rispetto alle elezioni del 2015; tutti gli altri partiti d’opposizione alleati si trovano intorno alla soglia di sbarramento del 10%.

Risulta essere rilevante l’ingresso in parlamento di una settantina di deputati della formazione politica filo curda di Selahattin Demirtas e ciò consente un’attenuazione della questione del Kurdistan turco.

L’opposizione, ancora prima dell’apertura delle urne, ha denunciato dei brogli elettorali, contestando i dati ufficiali ed alludendo ad una manipolazione governativa; lo stesso Ince ha affermato: “La competizione non è stata equa ma accetto il risultato”. “Nessuno si azzardi a danneggiare la democrazia gettando ombre su questo risultato elettorale per nascondere il proprio fallimento” ha ammonito il leader dell’AKP con riferimento a tali contestazioni.

In alcuni seggi elettorali lo scrutinio si è rivelato complicato, come ad esempio nel sud-est dell’Anatolia e molti osservatori internazionali sono stati fermati dalle autorità; in particolare, una cittadina italiana, Christina Cartafesta, è stata bloccata a Batman, altri tre cittadini italiani sono stati fermati a Diyarbakir (Kurdistan), tre francesi ad Agri e tre tedeschi a Sirnak; essi sono stati prelevati dai vari seggi da parte degli agenti di polizia, condotti nei commissariati e sottoposti a delle indagini.

L’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che essi si sono presentati come osservatori dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, presenti sul territorio turco al fine di verificare la regolarità delle elezioni, ma hanno tentato di interferire nelle operazioni di voto.

Con la conferma di Erdoğan, si profila un nuovo mandato quinquennale caratterizzato da vastissimi poteri accentrati nella figura presidenziale: secondo la riforma costituzionale, approvata dal Parlamento turco nel gennaio del 2017 e confermata con un referendum del 16 aprile 2017, il Presidente è anche capo dell’esecutivo, incorporando le funzioni proprie del Primo Ministro, come il potere di nomina del governo, dei vicepresidenti, di alti funzionari dello Stato, di 12 dei 15 componenti della Corte Costituzionale, di 6 dei 13 membri del Csm, di diplomatici e di rettori universitari, senza la necessità di ricorrere alla fiducia del Parlamento.

Con tale risultato elettorale, dunque, Erdoğan ha formalizzato il processo di trasformazione della Turchia in una Repubblica presidenziale di stampo autoritario.

Il contesto in cui si inserisce il nuovo mandato di Erdoğan risulta essere molto complesso: soprattutto negli ultimi quattro anni le istituzioni statali, le amministrazioni locali, l’esercito, la diplomazia e la giustizia sono stati fortemente provati dalle misure politiche adottate dal Presidente.

In primis, il Sultano ha commesso vari errori economici. Ad oggi gli indici dell’inflazione, dei tassi d’interesse, del rapporto tra il PIL ed il debito pubblico e del disavanzo di bilancio continuano a salire ed al contempo la lira turca sta perdendo valore. La priorità del nuovo governo sarà, dunque, l’economia.

Inoltre, cruciale sarà la politica estera, caratterizzata negli ultimi anni dalle tensioni con l’Iraq, dall’occupazione della Siria, dalla questione del Kurdistan e dalle relazioni sempre più complesse con i Paesi limitrofi ed occidentali.

Rilevante è anche la presenza nel Paese dei profughi siriani ed il numero cospicuo di jihadisti bloccati nel territorio tra Siria e Turchia.

A ciò si aggiungono le tensioni interne, le quali rischiano di degenerare in un conflitto.

La situazione turca così descritta attira l’attenzione dell’Unione Europea ed in particolare, all’indomani di tali elezioni turche, il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha affermato: “La Commissione europea si augura che sotto la presidenza di Erdogan la Turchia rimanga impegnata con l’Unione europea sui principali temi comuni come le migrazioni, la sicurezza, la stabilità regionale e la lotta contro il terrorismo”.

 

 

 

 

Vertice Conte – Merkel: collaborazione su più fronti

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Il 18 giugno 2018 a Berlino ha avuto luogo il primo incontro tra il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e la Cancelliera delle Repubblica Federale di Germania, Angela Merkel.

Il vertice ha avuto come tema principale la questione dei migranti, da sempre centrale nella politica nazionale ed internazionale, ma ancor di più nell’ultimo periodo, caratterizzato da posizioni divergenti sia da un punto di vista interno nei governi, sia da un punto di vista esterno negli Stati. Il contesto in cui si è svolto il colloquio tra Giuseppe Conte e Angela Merkel è infatti molto particolare, poiché l’immigrazione è uno degli aspetti più delicati e dibattuti in politica.

Nel governo tedesco è in atto un dibattito politico fra la Merkel e il ministro dell’Interno Seehofer, esponente dell’importante partito della Baviera, il CSU (Unione Cristiano-Sociale in Baviera), che dispone della maggioranza assoluta nello Stato federato conservatore, che si pone come primo Stato tedesco raggiunto dai flussi migratori provenienti da sud. Alla luce di ciò, Seehofer ha presentato un piano al governo tedesco per affrontare la questione dell’immigrazione. In particolare, tra gli altri punti, si richiede di conferire ai Länder il potere di respingere al confine quei rifugiati che hanno la propria domanda registrata in un altro paese europeo di arrivo. La Cancelliera ha preso in considerazione il piano del ministro dell’Interno, ma allo stesso tempo ha posto il veto su quest’ultimo punto, guadagnando maggior tempo per poter negoziare degli accordi con gli altri Stati membri dell’Unione Europea interessati dal fenomeno dell’immigrazione. La Merkel in concreto ha accettato di risolvere entro due settimane con gli Stati europei il problema dell’immigrazione, entro il prossimo vertice di fine giugno.

Anche la questione italiana è altrettanto delicata, ed infatti Conte ha portato all’attenzione della Cancelliera non soltanto la questione dell’immigrazione ma anche altri temi cruciali nella politica italiana di oggi: riforma dei centri di pubblico impiego, disoccupazione, inclusione sociale. Per quanto riguarda il tema migranti, Conte ha ribadito il principio che aveva già espresso a Parigi, secondo cui “chi mette piede in Italia, mette piede in Europa”, ed ha richiesto un cambio di prospettiva all’Unione Europea, ritenuta fondamentale in questa situazione di crisi, alla quale si richiede solidarietà verso l’Italia. Conte sottolinea come anche la Germania sia consapevole del cambiamento che deve avvenire nelle politiche comunitarie in tema di immigrazione, facendo riferimento anche alla crisi di governo tedesca in questo ambito; è necessaria quindi una gestione europea del fenomeno così da garantirne il controllo. La Cancelliera tedesca Merkel si è dimostrata comprensiva nei confronti dell’Italia, affermando di essere disponibile a collaborare in quest’ambito poiché il fenomeno delle migrazioni non riguarda solo l’Italia ma anche la Germania. La Merkel ha condiviso quindi la richiesta del Primo Ministro italiano di solidarietà da parte dell’Unione Europea, il quale ritiene che se l’UE non riesce a cambiare approccio si arriverà alla fine dell’accordo di Schengen, cioè l’insieme delle normeintegrate nel diritto dell’Unione europeavolte a favorire la libera circolazione dei cittadini all’interno dello Spazio Schengene che regolano i rapporti tra gli Stati che hanno siglato la Convenzione di Schengen. Il Premier Conte ha fatto presente che le frontiere italiane sono frontiere europee, sottolineando che l’Italia ha bisogno del sostegno degli altri Stati. La Merkel ha quindi mostrato un’apertura: sulla politica della migrazione si lavorerà a un “pacchetto complessivo”, che comprenda diversi aspetti, quali il rafforzamento delle frontiere esterne, la gestione dei flussi e i movimenti secondari. Inoltre, si vuole potenziare Frontex – l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, il sistema di controllo e gestione delle frontiere esterne dello Spazio Schengen e dell’Unione europea che comprende le autorità nazionali competenti per il controllo delle frontiere (guardia costiera e guardia di frontiera) degli stati membri dell’Unione europea e dello Spazio Schengen e una nuova agenzia– per poi prevedere dei centri di accoglienza dei migranti nei paesi di transito, ma anche delle politiche per la stabilizzazione della Libia che consentano di diminuire i flussi migratori.

Il Presidente del Consiglio italiano ha voluto portare all’attenzione della Cancelliera anche altre questioni cruciali nel governo italiano, che si trova ad affrontare anche problematiche legate alla disoccupazione giovanile e all’inclusione sociale: Conte ha riportato i dati della povertà in Italia, affermando che “lo scorso anno 2,7 milioni di persone, di cui 445 mila bambini sotto i 15 anni, sono state costrette a chiedere aiuto per poter mangiare, contando anche 200mila anziani sopra i 65 anni e circa 100mila persone senza fissa dimora”. L’Europa è quindi essenziale anche sul piano finanziario, e l’Italia esporrà le proprie necessità al prossimo Consiglio europeo, in sede di discussione sul bilancio pluriennale, al fine di orientare i fondi europei verso misure di sostegno a favore dell’inclusione sociale in Italia. Conte ha quindi richiesto una maggiore condivisione dei rischi tra gli Stati membri dell’Unione Europea in ogni campo, non solo quello fondamentale delle migrazioni, ma anche in quello economico e sociale.

La cancelliera Merkel ha riconosciuto i problemi interni italiani dal punto di vista lavorativo e sociale ed anche in questi ambiti si è detta pronta a collaborare con l’Italia, a partire dall’incontro già avvenuto tra i ministri del Lavoro italiano e tedesco. Conte ha infine affermato che “le questioni dell’immigrazione e dell’economia europea sono un’occasione per costruire un’Europa più forte e più equa che possa rispondere ai bisogni primari dei cittadini”.

Minori Stranieri non accompagnati: una valutazione dei minori, di AGIA e UNHCR

EUROPA di

Recentemente è stata diffusa l’anticipazione del rapporto “Minori stranieri non accompagnati: una valutazione partecipata dei bisogni: una relazione sulle visite nei centri emergenziali, di prima e seconda accoglienza in Italia realizzata congiuntamente dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (AGIA), Filomena Albano, e l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati (UNHCR). Al momento sono 15 i centri coinvolti, 134 i minori incontrati, 21 le nazionalità rappresentate nelle attività di ascolto e 17 anni l’età media dei ragazzi. Le visite proseguiranno fino a fine 2018, dopo di che sarà diffuso il rapporto conclusivo. Nei casi di Minore straniero non accompagnato il “superiore interesse del minore” è una considerazione permanente poiché lo si considera come “il benessere del minore” per circostanze individuali e decisioni assunte sulla base di diritti e bisogni specifici. Questo è un diritto sostanziale in quanto ha diritto che sia valutato, è un principio legale poiché deve essere scelta l’interpretazione più efficace a tutelare il suo interesse e una regola procedurale in quanto ogni decisione deve prima valutare ogni possibile impatto sul minore. Ciò trova la sua logica nell’articolo 12 della convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che inquadra il concetto di partecipazione dei minori e degli adolescenti poiché gli stati contraenti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa tendo conto dell’età e del suo grado di maturità. Questo rappresenta il passaggio fondamentale per cui i bambini e gli adolescenti passano dall’essere “oggetti” a essere “soggetti”, attivi e informati, di diritto. Ciò si esprime attraverso due diritti cardine sanciti dalla convenzione: il diritto del minore di esprimere un’opinione e il diritto di vedere riconosciuto a questa il dovuto peso. Su questi presupposti si basa la ricerca intrapresa da AGIA e UNHCR.

Nell’80% dei 15 centri visitati sono risultate carenti informazioni e orientamento, nel 53% di essi emerge la mancanza di attività di socializzazione, nel 47% delle 15 strutture coinvolte la permanenza in centri di prima accoglienza o emergenziali vanno ben oltre i 30 giorni previsti dalla legge. La problematica più segnalata dagli enti gestori è stata quella dei tempi gravosi per la nomina dei tutori. Ragazzi ed enti insieme hanno tra l’altro fatto rilevare l’impossibilità per i minori stranieri non accompagnati di tesserarsi con la Federazione gioco calcio. Nell’ambito della ricerca sono stati evidenziati i cosiddetti “Protection Gaps”, ovvero fattori di rischio, elementi di vulnerabilità e bisogni di tutela. Tra le problematiche di carattere sistemico vi è la permanenza dei minori nelle strutture di prima accoglienza, anche di carattere temporaneo, oltre i 30 giorni fissati dalla normativa e che si protrae nella maggior parte dei casi sino al compimento della maggiore età, comportando il mancato accesso ai progetti di seconda accoglienza della rete SPRAR, e ai servizi di assistenza e integrazione espressamente previsti per questa categoria di soggetti vulnerabili. In Italia, quasi il 60% dei circa 9.000 minori non accompagnati ospitati nei centri di accoglienza diventeranno maggiorenni nel 2018. La preoccupazione crescente è che, senza opportunità di istruzione o formazione professionale nonché privi di informazioni sui loro diritti e responsabilità, correranno un alto rischio di essere coinvolti in attività illegali e di sfruttamento. A questo si aggiunge l’assenza di procedure definite e omogenee per la Relocation e il Ricongiungimento Familiare ai sensi del regolamento Dublino III dei Minori non accompagnati. La mancanza di informazioni adeguate e credibili comporta il rischio di produrre disorientamento e sfiducia, provocando l’aumento dell’incidenza degli abbandoni volontari dalle strutture. Inoltre, il protrarsi indefinito dell’attesa e nelle incertezze sulle modalità ed esiti delle procedure comporta un ulteriore elemento di frustrazione e angoscia in cui il minore non sa se partirà e in che paese andrà. Ciò non permette al minore, magari, di imparare una lingua per integrarsi nel paese di destinazione. Poi, limitatamente alle strutture di accoglienza temporanea, viene sempre più richiesta la necessità di garantire il regolare svolgimento di attività di informazione e orientamento a misura di minore. A ciò si aggiunge la necessità di garantire percorsi coerenti di integrazione, a partire da una progettualità individuale che consenta l’individuazione dei bisogni specifici e delle risorse e competenze individuali per evitare il disorientamento sul proprio futuro dopo il compimento della maggiore età.

Alle problematiche di carattere sistemico si aggiungono quelle particolari di ogni centro che vedono i minori collocati in strutture destinate agli adulti e in cui non hanno i propri spazi; restrizioni della facoltà di movimento per proteggere le potenziali vittime di tratta; mancate garanzie di condizioni di vita adeguate riguardo alla protezione, al benessere e allo sviluppo sociale del minore o la mancanza del soddisfacimento dei bisogni e delle esigenze del minore. Si sono registrati casi in cui un minorenne ha dovuto scegliere come spendere i propri 15€: se telefonare la madre o comprare scarpe più adatte all’inverno. Un’altra problematica è legata nell’eccessivo isolamento delle strutture che creano impossibilità nelle attività ricreative e di socializzazione ma anche di difficoltà per poter raggiungere i luoghi di istruzione. Spesso per poter raggiungere un centro abitato occorre percorrere una strada provinciale senza illuminazione o marciapiedi, comportando un enorme rischio alla sicurezza. Quello che sembra risultare è che molte delle problematiche siano legate all’esistenza di una normativa contraddittoria e a problemi infrastrutturali che vedono posti isolati privi di trasporti. Durante la ricerca sono stati gli stessi minori ad avanzare delle proposte come quelle di sostegno all’integrazione personalizzato; incontro con le comunità locali per combattere episodi di razzismo; contatto con famiglie per conoscere la cultura italiana; corsi di italiano; possibilità di socializzare con i coetanei e tutori volontari in grado di attivare un rapporto di conoscenza.

         Nel rapporto si sottolinea la necessità di garantire e promuovere spazi protetti di ascolto per i minorenni che giungono in Italia da soli e che hanno dunque specifiche esigenze di protezione, tanto più se fuggono da conflitti o da persecuzioni. A tribunali e garanti si raccomanda di assicurare informazioni esaustive sulla figura e i compiti dei tutori, dei quali è stata sollecitata ancora una volta la nomina.  Si chiede di chiarire e uniformare su tutto il territorio l’applicazione della procedura di ricongiungimento familiare dei minori non accompagnati ai sensi di Dublino III. La pubblicazione dell’anticipazione vuole sollecitare i responsabili a far in modo che le permanenze nelle varie strutture siano contenute nei tempi strettamente necessari. Altra raccomandazione è quella di attivare le procedure di accertamento dell’età solo qualora ci siano fondati dubbi su di essa e sempre su disposizione della Procura presso il Tribunale per i minorenni. Ai servizi sociali, infine, è stato chiesto di vigilare su chi realizza, a livello locale, gli interventi sociali.

La garante Filomena Albano ha affermato che “l’Autorità̀ garante deve essere il ponte tra la persona di minore età e le istituzioni nell’obiettivo di perseguire il diritto all’uguaglianza. Attraverso l’ascolto istituzionale, si intercettano le richieste e i bisogni, traducendoli in diritti e si individuano le modalità̀ per renderli esigibili, portando le istanze di bambini e ragazzi davanti alle istituzioni”. Felipe Camargo, rappresentante dell’UNHCR per il Sud Europa, ha aggiunto che “l’ascolto delle persone di minore età è indispensabile per far emergere i loro bisogni e le loro opinioni, e quindi, assicurare il rispetto dei loro diritti. Con questa importante iniziativa, vogliamo assicurare a questi bambini e adolescenti in condizioni di particolare vulnerabilità misure di protezione adeguate a soddisfare le loro specifiche esigenze di protezione e sviluppo. In particolare, dalle attività fin ora realizzate con i minori, è emerso con forza, il bisogno di essere supportati nel loro percorso di integrazione, in un contesto di accoglienza che deve essere dignitoso e rispettoso del loro superiore interesse”.

          Il 15 giugno AGIA e UNICEF hanno firmato un Protocollo di intesa, della durata di due anni, per sviluppare azioni congiunte di sostegno ai minorenni migranti e rifugiati in Italia con l’obiettivo di facilitare il processo di potenziamento e le attività di inclusione sociale, partecipazione, promozione dei loro diritti. In questo modo le associazioni si impegnano a collaborare per promuovere e realizzare attività di informazione e sensibilizzazione rivolte ai minori stranieri non accompagnati (MSNA) a proposito dei diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (CRC). La comunicazione farà uso di un linguaggio “a misura di bambino/adolescente”, e sarà proposta in un’ottica di valorizzazione delle diversità culturali attraverso azioni che promuoveranno in modo permanente il confronto, l’ascolto e la partecipazione dei bambini e degli adolescenti in tutte le occasioni e sedi opportune, anche e soprattutto a livello istituzionale. Tramite la sottoscrizione del Protocollo di intesa l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e l’UNICEF si impegnano in particolare a diffondere l’uso della piattaforma digitale U-Report on the Move , già sperimentata da UNICEF in oltre 40 Paesi e sviluppata in Italia per favorire l’ascolto e l’accesso alle informazioni dei giovani migranti e rifugiati (U-Reporters). La piattaforma digitale consente ai giovani che si iscrivono di esprimere la propria opinione, in forma anonima, sulle tematiche per loro più rilevanti. In Italia, il progetto U-Report on the Move è stato lanciato dall’UNICEF nel 2017 a sostegno dei minorenni migranti e rifugiati e conta più di 600 iscritti.

Ripartire dalle persone per tutelare i diritti umani

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Il 18 giugno il Centro studio Roma 3000 ha tenuto il convegno “La tutela dei diritti Umani nelle Aree di Crisi” ed è stata l’occasione per riflettere con ospiti importanti su ciò che succede e su cosa occorrerebbe fare. Le aree di crisi sono ovunque e di molti tipi. Possiamo pensare ai conflitti armati che si svolgono nel mondo, agli scenari dovuti all’economia e alle crisi economiche o a ciò che succede dopo i disastri ambientali. Il filo conduttore vede disagi, necessità di assistenza, diritti negati che hanno bisogno di tutela per uomini, donne e bambini.

     Alessandro Forlani (esperto di diritti umani e affari internazionali), ha sottolineato che ormai nella nostra società è sempre più importante e inevitabile porre l’attenzione alle relazioni internazionali e ai fenomeni collegati. A ciò si collega la necessità di coinvolgere e rendere partecipe l’opinione pubblica poiché certi fenomeni, come i conflitti che cadono in larga misura nel nord africa e nel Medioriente, assumono carattere di cronicità. Nella maggior parte dei casi vi sono attori che hanno interesse a mantenere il caos in casi come quelli del conflitto arabo-israeliano, quello siriano e quello libico. In questi contesti, come ha evidenziato Rosario Valastro (vicepresidente Croce Rossa Italiana), si aggiungono questioni come la pericolosità per gli operatori umanitari. A riguardo abbiamo scambiato qualche rapida domanda:

EA: ultimamente viene messo in risalto la sicurezza degli operatori sanitari, cosa sta accadendo?

Rosario Valastro: ci troviamo in un periodo in cui veramente sembra che le norme del vivere civile abbiano avuto un’involuzione clamorosa di oltre un secolo e mezzo. Abbiamo delle problematiche di pericolo di tutela degli operatori sanitari dove esistono dei conflitti in questo momento. La Siria è quella che purtroppo va alla ribalta per la quantità dei numeri, abbiamo circa 90 tra volontari e operatori che hanno perso la vita in questi anni. Anni in cui anche l’ONU ha perso il conto di quanti civili sono stati uccisi durante la guerra. Ma quello della Siria, ripeto, è alla ribalta per l’enormità dei numeri ma questo accade anche in Yemen, accade anche altrove e pone un serio problema circa la reale volontà delle parti di tutelare la popolazione civile. Noi sappiamo che la tutela degli operati sanitari, delle strutture sanitarie e del materiale sanitario è funzionale alla cura della popolazione civile e alla cura dei soldati feriti. Per questo le strutture sanitarie di per sé sono riconosciute come neutrali, non sono riconosciute come parti del conflitto e vanno tutelate. Se viene a mancare, come sta venendo a mancare, con gli esempi che ho fatto e con altri che si possono fare, allora anche la guerra diventa qualcosa di non più governabile nei confronti delle popolazioni inermi.

EA: può dirci a cosa può essere legata questa escalation?

Rosario Valastro: certamente c’è una mancanza di rispetto per quelle che sono le convenzioni internazionali che hanno fondato il vivere civile delle nazioni. Cioè la guerra, chiunque parli della guerra, ha nel suo immaginario qualcosa che non ha delle regole. In realtà, la guerra ha delle regole che sono state costruite nel corso di questo secolo e mezzo dalle convenzioni di Ginevra in poi. Se questo non è più considerato prioritario, se il rispetto della vita umana viene in secondo luogo rispetto a tutto il resto, e quindi comunque l’obiettivo è vincere a discapito dei morti che riesco a fare, allora queste escalation producono un ulteriore disumanizzazione della guerra, un ulteriore aumento non solo di vittime, quindi morti, ma anche di persone che perdono le case e di persone le cui famiglie vengono separate a forza. Un aumento esponenziale di vulnerabilità che ben poco ha a che vedere con la guerra. La guerra è, come noi sappiamo, colpisci le zone strategiche del nemico, colpisci i depositi di armamenti, colpisci quartier generali. Non colpisci la popolazione civile che non partecipa alle operazioni di guerra. Se tu lo fai, come è stato anche fatto durante alcuni conflitti in Europa negli anni ’90, lo fai con delle idee di genocidio, di pulizia etnica, che sono fuori dall’orbita umanitaria.

 

Nel corso dell’intervento ha poi sottolineato che il diritto internazionale umanitario è nato per garantire l’incolumità di operatori umanitari, civili e feriti di guerra ma ad oggi sembra essere ritornati a quei tempi in cui tutto ciò non era garantito. È messo tutto in discussione e stiamo registrando l’imbarbarimento delle condizioni di vita dei civili nelle zone di guerra. Dobbiamo ricordarci che senza gli operatori umanitari si indeboliscono i civili poiché viene meno il rispetto della vita umana, ovvero la condizione principe per il rispetto del diritto dell’uomo.

Grazie all’intervento di padre Mussie Zerai (direttore agenzia di stampa Habeshia) è stato possibile approfondire la questione e affrontare il tema delle migrazioni di cui noi assistiamo solo il fenomeno più visibile, quello degli sbarchi. Il tema degli sbarchi è un tema divisivo della politica e dei rapporti tra stati e all’interno degli stati. È un tema che richiama la necessità di adeguate misure di accoglienza per persone che altrimenti rimangono senza futuro, senza storia e senza la possibilità di dare un futuro ai propri figli. A questo proposito abbiamo potuto chiedere un commento sui recenti fatti dell’Aquarius:

EA: può dirci, secondo lei, cosa può significare quello che è successo con la nave Aquarius?

Padre Mussie Zerai: La settimana appena trascorsa, il fatto che l’Aquarius con tutto il suo carico umano è stata respinta, non è un segnale positivo. Non era il modo di gestire o di fare un braccio di ferro con l’unione europea o con malta per arrivare a una soluzione perché usare persone già provate dal viaggio, persone in cerca di protezione e di sicurezza, usate come “armi di ricatto” verso l’Europa non è il modo di fare politica, non è il modo gestire le cose umanamente e civilmente. Io spero che sia una forma provocatoria e isolata che però al tavolo dell’unione europea alla fine mese, in cui i vari paesi o ministri che si incontreranno, troveranno una soluzione complessiva e basata soprattutto sulla solidarietà e non sulle chiusure ed esternalizzazione delle frontiere o su tentativi di scaricare il peso su paesi già fragili sia economicamente che politicamente. Perché scaricare tutto sui paesi del nord africa o dell’africa subsahariana, pesa in tutti i sensi perché quei paesi sono già democraticamente fragili e alcuni addirittura non garantiscono il minimo standard del rispetto dei diritti umani. Vuol dire consegnare queste persone nelle mani di chi violerà questi diritti. Abbiamo visto anche gli accordi fatti con la Libia e i Lager che ci sono nella Libia, sono la chiara testimonianza.

EA: Tramite questa criminalizzazione delle ong e con questo gioco di forza su associazioni che non rappresentano un governo, viene messo in dubbio quel principio di sussidiarietà del privato, ovvero viene messa in discussione anche la nostra capacità di portare il nostro contributo li dove lo stato non riesce o non aiuta dove mette in difficoltà le stesse associazioni?

Padre Mussie Zerai: questo è il tentativo di scaricare le proprie responsabilità perché le ong sono intervenute li dove gli stati hanno lasciato un vuoto. Dopo la chiusura di mare nostrum, si è creato un vuoto da colmare perché la gente continuava a morire. Ecco, la società civile, anche con la presenza delle ong, è venuta in soccorso. Anche tramite l’aiuto delle ong che hanno soccorso, l’Italia, oltre che ha potuto continuare a salvare le vite umane, ha anche risparmiato un miliardo di euro che altrimenti avrebbe dovuto spendere per sforzarsi a salvare vite umane se non si vuole lasciar morire queste persone. Quindi sia sull’aspetto morale etico e civile ma anche sull’aspetto economico, la presenza delle ong per l’Italia e l’Europa è stato di grande aiuto. Criminalizzarli vuol dire scaricare su di loro le proprie responsabilità. Bisognerebbe chiedere agli stati perché hanno lasciato quel vuoto, perché nessun altro programma simile al mare nostrum è subentrato a fare quel lavoro che mare nostrum faceva. Ricordiamo che mare nostrum è nato dopo due grandi tragedie successe a distanza di una settimana nel 2013, il 3 ottobre e successivamente l’11 di ottobre. Che cosa si doveva continuare a vedere? Si voleva continuare a raccogliere cadaveri? Non è quello status che l’Unione Europea, la sua fondazione e i suoi valori  gridati corrispondevano a quella realtà che stavamo assistendo per cui il mediterraneo è diventato un cimitero a cielo aperto e quindi le ong hanno salvato la faccia e l’onore di tutta l’Europa. Criminalizzarli significa essere responsabili.

Padre Mussie Zerai ha poi sottolineato che il diritto dei deboli è di fatto un diritto debole perché non viene rispettato tanto che oggi parliamo di dover tutelare le leggi e le convenzioni. 27 anni fa padre Mussie è arrivato come minore non accompagnato e venne affidato al comune di Roma ma ricevette aiuti non previsti dalla legge. Ad oggi molti minori scappano dai centri perché si sentono in gabbia e non vedono una prospettiva per il proprio futuro, in molti spariscono e non si sa che fine fanno. È quello che succede a chi arriva per mare nei casi di respingimento, soprattutto nei casi di respingimento in Libia dove non sono assicurati i diritti umano e dove le persone (soprattutto chi migra) possono essere soggette a trattamenti inumani e degradanti. A ciò si aggiunge che la corte internazionale dovrebbe pronunciarsi dato che l’ONU ha recentemente condannato uno di quei comandanti con cui ci si sono fatti accordi per contenere i flussi migratori. È una di quelle persone che di giorno indossano la divisa e di notte lavorano con e come trafficanti. È un fenomeno che per poter essere risolto ha bisogno di prevenzione e lavoro costante nel lungo termine. L’Eritrea è l’esempio che anche la dittatura crea dei rifugiati. Una dittatura che usa la presenza di un vicino scomodo come giustificazione per costringere i giovani a una leva obbligatoria indeterminata che non dà futuro. In Eritrea non vi è una costituzione che tutela i cittadini, non vi è una stampa libera, non vi è libertà di movimento o libertà religiosa. Tutto questo produce una fuga di massa verso il paese più vicino ma spesso trovano condizioni peggiori e, non potendo tornare a casa, proseguono il viaggio. Una delle poche soluzioni perseguibili è quello di risolvere, certamente nel lungo termine, i conflitti ma spesso vi è un’immobilità politica. Per esempio, l’Etiopia ha comunicato di voler fare pace con l’Eritrea ma l’Italia, che è tra i garanti per la pace di Algeri, non ha fatto alcuna mossa. Se si facesse questa pace cadrebbe ogni alibi del regime e finirebbe l’esodo di giovani e giovanissimi che scappano prima che scatti l’obbligo della leva. Ultimamente si parla di istituire degli Hotspot dell’Unione Europea in Africa, campi di identificazione, ma non si tiene conto che ci sono tanti campi rifugiati che hanno un problema di sicurezza. Anzi, gli stessi campi sono il centro del traffico degli esseri umani come accade tra il Sudan e il Sinai: il campo era sotto gestione dell’UNHCR ma i militari sudanesi, addetti alla sicurezza, erano pagati dai trafficanti. I militari la notte facevano entrare i trafficanti che sceglievano le persone da vendere o a cui togliere gli organi per il traffico di organi. Le prove si hanno grazie al lavoro di BBC e CNN che ha documentato il ritrovamento dei corpi abbandonati nel deserto e che, dopo un’attenta autopsia, riportavano l’estrazione di organi.

L’Africa non ha bisogno di aiuto in denaro, è ricco di risorse già di suo, ma serve aiuto per trasformare la ricchezza in democrazia e diritti. L’Africa perde 190 miliardi in risorse naturali e umane ogni anno e ne riceve 30 dai donatori. Il vero peso delle migrazioni è quindi nei paesi di partenza poiché il costo del viaggio può essere sostenuto solo da pochi. Per esempio, in Etiopia un visto per l’Italia costa 10.000 dollari, un visto Schengen costa 15.000 dollari, mentre la tratta che fanno milioni di persone per arrivare da noi costa 5.000 dollari. Occorre che quei 190 miliardi siano trasformati in dignità, diritti e futuro. Occorre, poi, ricordare che la guerra in Libia non è stata una guerra libica ma una guerra tra stati dell’Europa, i libici sono stati sotto Gheddafi per 42 anni. Lo stesso vale per la guerra in Sud Sudan in cui combatte chi ha investito nelle pipeline per portarle nel Mar Rosso o nel Mar Indiano. Ciò che va sottolineato è che nessuno paese africano produce armi e che queste vengono comprate da paesi come la Russia, la Germania, la Cina, gli Stati Uniti e dalla stessa Italia (solo per citarne alcuni) e che andrebbe vietata la vendita di armi in queste zone.

     Yehven Perelygin (ambasciatore della Repubblica di Ucraina in Italia) ha portato sul piatto della discussione anche i conflitti che sono ancora aperti nella nostra Europa e di cui si parla troppo poco come quello in Ucraina e nella regione del Donbass (a riguardo il Centro Studi Roma 3000 ha tenuto un convegno a novembre). L’ambasciatore spera che quella che viene chiamata “guerra silenziosa” non diventi la “guerra dimenticata” poiché sono state riscontrate gravi violazioni di diritti umani nella penisola della Crimea dove avvengono sistematiche restrizioni alle libertà di espressione, di credo, di riunione e di partecipazione. In questo senso vi è un’impossibilità di avere un’educazione o una formazione nella propria lingua (tataro o ucraino), vi è la chiusura dei mezzi di informazione e vi sono 64 cittadini prigionieri politici tra tatari e registi e scrittori ucraini che dal 2014 sono in condizioni paragonabili ai Gulag sovietici. Oltre a questo vi è il reclutamento di giovani ucraini da parte dei russi. Il 14 giugno il parlamento europeo ha votato una risoluzione per cui chiede il rispetto dei principi democratici e la libertà per Oleg Sentsov e tutti gli altri cittadini ucraini detenuti illegalmente in Russia.

In tutti queste problematiche vi sono anche i bambini, come l’intervento di Daniela Fatarella (vicedirettore generale “Save the Children”) ha sottolineato. Un miliardo e 500 mila bambini ad oggi non hanno una protezione, cioè più della metà dei bambini al mondo, e 357 milioni di bambini vivono in aree di conflitto (1 bambino su 6), ciò rappresenta un aumento del 75% dagli anni Novanta. Queste guerre lunghe e croniche colpiscono i bambini e spesso vengono colpiti volontariamente per tattica. Colpire loro vuol dire colpire l’infanzia, le famiglie, la comunità e il futuro. Le guerre vedono concentrare i propri obiettivi sulle scuole e gli ospedali, quelli che una volta erano i luoghi sacri di protezione e assistenza a civili e ai feriti. La relatrice recentemente è stata nel campo profughi di “Zaatari” dove si sono rifugiati i bambini o dove sono nati. Solo in questo campo nascono 80 bambini a settimana e la permanenza media è di 15 anni. Le persone che vi ci sono rifugiate all’inizio pensavano di tornare in Siria in breve tempo, poi sono state prese dallo sconforto e infine hanno sviluppato la resilienza. I genitori intervistati nei campi pensano che dare un’educazione ai bambini è un’arma per poter tornare a casa, in Siria, dove il sistema scolastico e quello sanitario è collassato completamente. In questo senso è importante lavorare anche dopo la guerra dato che deve essere stimolata e assistita la resilienza delle persone in modo da poter avere un futuro e una prospettiva.

Nei contesti di crisi, come evidenziato da Cristina Nasini (componente del direttivo di “Vivere Impresa”) nel suo intervento, può essere importante l’apporto delle aziende. In questo senso è importante l’aspetto privatistico che emerge nel rapporto “datore di lavoro – lavoratore”: i datori di lavoro, ancora prima del rapporto stesso, non devono avere una condotta discriminatoria verso le persone per etnia, religione o orientamento sessuale. Tutto ciò rientra anche a livello internazionale tramite l’impegno dell’ILO nel dettare linee guida per le aziende come quella che riguarda la tutela e la libertà di associazione e sindacati in quanto necessari per tutelare i propri diritti. Nelle linee guida vengono prese in considerazioni tematiche quali il lavoro minorile e le categorie vulnerabili come migranti, donne incinte o donne di ritorno dalla maternità. Inoltre, è importante l’aspetto pubblicistico rappresentato dal rapporto “Azienda – Stato”. In questo senso deve esserci una responsabilità sociale delle imprese che da una parte, tramite l’esportazione di lavoro all’estero, hanno opportunità di business e dall’altra possono portare forme di sviluppo economico per quei paesi in via di sviluppo o in crisi. L’apporto di imprese rispettose dei diritti umani è importante per evitare quei fenomeni che vanno dal disastro del Rana Plaza ai campi di Rosarno, in cui lo sfruttamento e la violazione dei diritti umani viene fatta in nome del profitto. Oltre a questi aspetti le imprese che lavorano in aree di crisi, magari essendo imprese di ricostruzione edile o di ristorazione, possono apportare il proprio sostegno alle varie Ong.

In Afghanistan sono morti 10.000 civili, in Yemen 50.000, in Siria non ci sono dati ufficiali dell’ONU ma la Croce Rossa Italiana conta la morte di 70 operatori umanitari, nel 2017 Save the Children ha perso 4 persone in un attacco kamikaze nel centro operativo in Afghanistan, in Donbass negli ultimi 3 anni si contano più di 10.000 vittime e di 1 milione e 700 mila persone spostane nel proprio paese. A questi numeri si aggiungono quelli che vedono la nascita, solo quest’anno, di 18.000 bambini nei campi profughi e nelle pessime condizioni dei campi. Questi sono numeri ma i vari interventi hanno trovato un punto fondamentale di incontro, dietro a questi numeri ci sono le storie di persone, di uomini, di donne, di bambini e di famiglie. Dall’incontro esce la volontà di voler parlare innanzitutto delle persone e delle vite delle persone e si ricorda che l’assistenza ai più deboli è richiesta degli stessi pilastri dell’unione europea e della nostra cultura. Questi pilastri ci impongono di aiutare chi è in difficoltà, di mettere le persone al centro del dibattito, di mettere il singolo con la propria storia di fronte all’enormità del numero e di mettere al centro le persone e non il profitto. Parlare di persone nei vari casi dibattuti ci permette di lottare la disumanizzazione che spesso viene fatta anche involontariamente e di tutelare il diritto dei più deboli per renderlo il diritto più forte perché spesso si fa abuso della parola sicurezza ma sono i più vulnerabili ad averne bisogno. Occorre ripartire dalle persone per tutelare i diritti umani e rispettare la vita, perché tutte le vittime che abbiamo ricordato sono vittime della mancanza di rispetto alla vita.

 

Durante il convegno sono intervenuti: Alessandro Conte (presidente Centro Studi Roma 3000), Alessandro Forlani (esperto di diritti umani e affari internazionali), Rosario Valastro (vicepresidente Croce Rossa Italiana), Daniela Fatarella (vicedirettore generale “Save the Children”), Yehven Perelygin (ambasciatore della Repubblica di Ucraina in Italia), Mussie Zerai (direttore agenzia di stampa Habeshia), Cristina Nasini (componente del direttivo di “Vivere Impresa”).

 

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Rainer Maria Baratti
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