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Bilancio UE 2021-2027, uno strumento per il futuro dell’Europa

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In seno all’Unione europea si accende il confronto sul bilancio europeo per il 2021-2027, il quadro finanziario pluriennale. In vista del Consiglio europeo straordinario di giovedì 20 febbraio, convocato dal Presidente Charles Michel, a Strasburgo, i deputati del Parlamento europeo riuniti in sessione plenaria, hanno chiesto di evitare una proposta al ribasso e troppo lontana dalla posizione del Parlamento europeo. In aula anche Nikolina Brnjac, Segretario di Stato croato per gli Affari Esteri ed Europei, in rappresentanza del Consiglio, e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

La posizione del Parlamento europeo

La maggioranza dei deputati europei ha affermato che darà il proprio consenso solo ad un bilancio di lungo termine che soddisfi le ambizioni dell’Unione europea, poiché parlare di bilancio significa parlare del futuro dell’UE.

Il Presidente dell’Europarlamento, David Sassoli ha avvertito: “Un accordo in Consiglio è importante ma se non sarà coincidente con le posizioni del Parlamento, il Parlamento andrà fino in fondo”. “Ho apprezzato molto le posizioni di tutti i gruppi politici nel sostenere la determinazione ad andare fino in fondo” ha sottolineato Sassoli. Andare fino in fondo significa bocciare l’eventuale decisione del Consiglio europeo a favore di un bilancio privo di tutte le risorse considerate necessarie per continuare a perseguire e realizzare le politiche caratterizzanti l’UE, come la coesione, l’agricoltura, la ricerca e la cultura. Per investire, al contempo, sui nuovi settori relativi alla lotta ai cambiamenti climatici, alla difesa, alle migrazioni, alla transizione digitale ed ecologica e per affrontare le conseguenze sociali di quest’ultima. Per continuare, in definitiva, a sostenere regioni, città, agricoltori, giovani, ricercatori ed imprenditori. Attuare il Green Deal con un budget ridotto, ad esempio, significherebbe tagliare i fondi a programmi UE di successo.

“I governi devono essere informati delle conseguenze negative di una eventuale bocciatura del budget pluriennale” ha sottolineato Jan Olbrycht, deputato popolare polacco e correlatore del Multiannual financial framework (MFF). In tale eventuale scenario, l’avvio dell’esercizio provvisorio a partire dal primo gennaio 2021, avrebbe un effetto perverso per gli Stati membri UE: questo si baserebbe sui dodicesimi del vecchio bilancio, comprensivo del contributo britannico. Il Presidente Sassoli ed il team parlamentare dei negoziatori, guidati dal Presidente della commissione Budget, il belga Johan van Overtveldt, hanno, inoltre, insistito su un altro punto: la capacità impositiva diretta dell’Unione europea, per ora limitata ad una quota dei diritti doganali, che in futuro potrebbe estendersi ad altre voci, dalla web tax alla carbon tax, ampliando la capacità di spesa del budget comunitario senza pesare sui bilanci degli Stati membri che oggi assicurano circa l’85% delle risorse necessarie a finanziare le politiche dell’Unione. “La discussione sul bilancio e sulle risorse proprie deve procedere in modo parallelo” ha affermato il Presidente del Parlamento europeo. Per raccogliere risorse proprie la Commissione europea propone una base imponibile comune per le società, la semplificazione dell’Iva, il contributo sulla plastica e una quota degli Emission trading scheme-ETS. Il Parlamento europeo appoggia queste ipotesi, aggiungendo la web tax, la tassa sulle transazioni finanziarie nonché una “carbon border adjustment tax”, al fine di limitare l’ingresso nel mercato interno di prodotti che non rispettino i limiti europei sulle emissioni di CO2, praticando dumping ambientale.

La Commissione ed il Consiglio europeo

La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in apertura del dibattito a Strasburgo, ha ribadito di aver chiesto agli Stati membri di tener conto delle richieste del Parlamento sulle risorse proprie, al fine di alleggerire la pressione sui bilanci nazionali. Sulla questione ambientale le sue dichiarazioni sono state nette: “Non accetterò nessun risultato che non garantisca che almeno il 25% del bilancio sia destinato alla lotta contro il cambiamento climatico, così come mi aspetto che il nuovo bilancio destini risorse fresche al Fondo per la transizione giusta, per sostenere le regioni e i lavoratori che saranno colpiti dalla transizione verde. Senza queste risorse non potremo farcela”.

Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, assente al dibattito dell’Europarlamento, è impegnato nella negoziazione con gli Stati, nel tentativo di giungere ad una proposta di mediazione tra le varie posizioni, da discutere al Consiglio Affari generali, che avrà luogo lunedì 17 febbraio e poi al vertice con i capi di stato e di governo il 20. Si tratta di un compito arduo, considerando la distanza esistente tra la posizione della Commissione e quella del Parlamento: la prima ha chiesto un budget complessivo pari all’1,1% del Pil UE; il secondo ha proposto l’1,3%, al fine di finanziare tutte le politiche, nuove e vecchie, conciliando le richieste dei cosiddetti stati “frugali” che vorrebbero scendere sotto l’1% e quelle dei soprannominati “amici della coesione”, i quali temono un taglio alle politiche regionali e, pertanto, chiedono un budget complessivamente più ambizioso.

L’obiettivo iniziale della Commissione presieduta da Juncker era di approvare la proposta presentata nel 2018 entro il 2019, dedicando il 2020 all’esame ed all’approvazione dei regolamenti, in codecisione con il Parlamento, dando spazio agli Stati membri ed alle regioni per predisporre gli accordi ed i programmi operativi. Il ritardo fino ad ora registrato rischia di avere conseguenze sull’intero periodo di programmazione, registrando danni per le amministrazioni regionali maggiormente in difficoltà, tra le quali figurano anche quelle italiane.

UE – Vietnam, approvato l’accordo di libero scambio

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Il parlamento europeo ha approvato l’accordo di libero scambio UE-Vietnam: questo eliminerà quasi tutti i dazi doganali, include norme vincolanti su clima, lavoro e diritti umani ed è un vero e proprio passo avanti verso il commercio interregionale con il Sud-Est asiatico.

L’approvazione in Parlamento

“L’accordo più moderno e ambizioso mai concluso tra l’UE e un paese in via di sviluppo” ha ottenuto l’approvazione del Parlamento mercoledì 13 febbraio 2020. Con 401 voti a favore, 192 contrari e 40 astensioni, è stato adottato l’accordo con il Vietnam, accompagnato da una seconda risoluzione – di accompagnamento – anch’essa adottata con 416 voti favorevoli, 187 contrari e 44 astensioni. L’obiettivo è di contribuire a fissare gli standard commerciali nella regione ASEAN e di portare ad un probabile futuro accordo multilaterale di commercio e investimenti. Il Parlamento europeo considera l’accordo “un forte messaggio a favore di un commercio libero, equo e reciproco, in un periodo segnato da crescenti tendenze protezionistiche e da importanti sfide per il commercio multilaterale basato su norme”.

Anche la Commissione europea si ritiene soddisfatta per questi accordi: “L’accordo UE-Vietnam ha un enorme potenziale economico di cui beneficeranno i consumatori, i lavoratori, gli agricoltori e le imprese e non si tratta di meri vantaggi economici. Dimostra che la politica commerciale può fungere da catalizzatore di progresso”, ha osservato Hogan, il Commissario per il Commercio.

Il contesto

L’Unione europea e il Vietnam hanno firmato un accordo commerciale e un accordo sulla protezione degli investimenti il 30 giugno 2019. Gli accordi sono stati presentati dalla parte vietnamita all’Assemblea nazionale per la ratifica, e dalla parte dell’UE al Parlamento europeo per il suo consenso, nonché ai rispettivi parlamenti nazionali degli Stati membri dell’UE nel caso dell’accordo sulla protezione degli investimenti. Il Vietnam è il sedicesimo partner commerciale dell’UE per le merci e il secondo partner commerciale dell’UE nell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). Le principali esportazioni dell’UE verso il Vietnam sono prodotti ad alta tecnologia, compresi macchinari e attrezzature elettrici, aeromobili, veicoli e prodotti farmaceutici. Le principali esportazioni del Vietnam verso l’UE sono apparecchi telefonici, prodotti elettronici, calzature, tessuti e abbigliamento, caffè, riso, frutti di mare e mobili. Con uno stock totale di investimenti esteri diretti pari a 6,1 miliardi di euro (2017), l’UE è uno dei maggiori investitori stranieri in Vietnam. Il più grande settore di investimento da parte dell’UE è la lavorazione e la produzione industriale.

L’accordo

I negoziati commerciali e di investimento bilaterali con il Vietnam sono stati avviati nel 2012 e completati nel 2018. Gli accordi con il Vietnam sono i secondi (a seguito di quelli con Singapore) conclusi tra l’UE e un paese del sud-est asiatico e rappresentano un punto d’inizio per un maggiore impegno tra l’UE e la regione. Gli accordi commerciali e di investimento sviluppano la dimensione commerciale delle relazioni bilaterali tra l’UE e il Vietnam che trovano le loro basi e sono regolate dall’accordo quadro UE-Vietnam su partenariato e cooperazione (APC) entrato in vigore nell’ottobre 2016. L’accordo approvato dal Parlamento europeo eliminerà quasi la totalità dei dazi doganali tra le parti nei prossimi dieci anni, tempo che il Vietnam ha a disposizione, anche per ciò che riguarda i prodotti europei di esportazione verso il Paese. I servizi quali banche, trasporto marittimo e le poste sono compresi nell’estensione dell’accordo, e inoltre le imprese europee potranno partecipare a gare di appalto pubbliche del governo vietnamita.

Elementi innovativi e positivi dell’accordo sono la tutela ambientale, agendo per la conservazione e gestione sostenibile della fauna selvatica, della biodiversità, della silvicoltura e della pesca; il sostegno del progresso sociale in Vietnam e la tutela dei diritti dei lavoratori. L’accordo prevede inoltre il rispetto e l’applicazione dell’accordo di Parigi e l’approvazione dei progetti di legge sull’abolizione del lavoro forzato e sulla libertà di associazione, entro il 2020 e 2023, con la ratifica delle otto convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro, per rispettare, promuovere ed attuare in modo efficace i principi dell’ILO in materia di diritti fondamentali. Fondamentale è anche la clausola di sospensione dell’accordo in caso di violazione dei diritti umani.

Il testo dell’accordo commerciale entrerà in vigore una volta che il Consiglio concluderà l’accordo commerciale e le parti chiuderanno le procedure, mentre per l’accordo sulla protezione degli investimenti si dovrà aspettare la ratifica di parlamenti degli Stati membri dell’UE: Una volta ratificato, andrà a sostituire gli accordi bilaterali in materia di investimenti attualmente in vigore tra 21 Stati membri dell’UE e il Vietnam.

Macron in Polonia: rilancio costruttivo delle relazioni franco-polacche

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Il 3 e 4 febbraio, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, si è recato in Polonia per la sua prima visita ufficiale nel Paese, una visita che si è rivelata complessa e fortemente simbolica, nel segno di un rilancio costruttivo, sia bilaterale che europeo. Continue reading “Macron in Polonia: rilancio costruttivo delle relazioni franco-polacche” »

Consiglio d’Europa, la Repubblica Ceca e le misure per la tratta di esseri umani

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Il Consiglio d’Europa ha affermato che la Repubblica ceca ha adottato importanti misure per combattere la tratta di esseri umani, ma sono necessari miglioramenti attraverso misure legislative, politiche e pratiche, in particolare per quanto riguarda l’identificazione, la protezione e il risarcimento delle vittime, nonché l’efficacia delle indagini e delle azioni penali. Continue reading “Consiglio d’Europa, la Repubblica Ceca e le misure per la tratta di esseri umani” »

Patto di Stabilità, al via la revisione in Commissione europea

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La Commissione europea ha dato il via alla revisione del Patto di Stabilità e Crescita attraverso un riesame della governance economica, presentando un documento per aprire il dibattito con gli Stati membri: “Rivedere le regole UE che fissano i vincoli per i conti pubblici dei Paesi dell’Eurozona” è uno degli obiettivi principali, mantenendo un equilibrio tra stabilità e investimenti.

L’analisi della Commissione

A seguito delle misure adottate dall’Unione Europea per far fronte alla crisi 2007-2008, si è resa necessaria la periodica revisione e la sorveglianza del bilancio nell’ambito del patto di stabilità e crescita. Il Six-pack e il Two-pack prevedono che la Commissione riveda e riferisca sull’applicazione della legislazione ogni cinque anni. Da quando sono state introdotte le regole principali dell’economia europea il mondo è cambiato, così come il contesto economico: c’è dunque bisogno di una semplificazione per Bruxelles, anche in vista della comprensione dei cittadini; allo stesso tempo, anche l’inizio di un nuovo ciclo politico a livello europeo è un momento opportuno per valutare l’efficacia delle norme attuali.

Il 5 febbraio 2020 La Commissione ha presentato una comunicazione che esamina il quadro di governance economica dell’UE, basandosi su tre obiettivi: “garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche e della crescita economica evitando squilibri macroeconomici; consentire un maggiore coordinamento delle politiche economiche e promuovere la convergenza dei risultati economici degli Stati membri”. La comunicazione stabilisce inoltre come la Commissione intende consultare le parti interessate per ricevere le loro opinioni sul funzionamento del quadro economico finora e sui possibili modi per migliorarne l’efficacia. In realtà, la commissione europea non dà indicazioni sul futuro ma si limita ad analizzare gli ultimi anni: ciò che è emerso è che alcuni Paesi hanno un debito elevato e vi sono bassi livelli di investimenti. Allo stesso tempo, vi è stata una convergenza duratura dei risultati economici degli Stati membri e un coordinamento più stretto delle politiche di bilancio nella zona euro.

Senz’altro, si può affermare che il quadro di bilancio è diventato eccessivamente complesso a causa della necessità di tener conto di un’ampia gamma di circostanze in continua evoluzione; questa complessità ha reso il quadro meno trasparente e prevedibile.

Il dibattito

Un momento fondamentale è stato senz’altro il riconoscimento dell’importanza del dibattito inclusivo tra gli attori coinvolti, poiché per la Commissione europea “è fondamentale che tra tutti i principali portatori d’interessi vi sia un grado di consenso e di fiducia ampio, perché la sorveglianza economica nell’UE sia efficace”. Tutti i portatori di interesse – le altre istituzioni europee, le autorità nazionali, le parti sociali e il mondo accademico – sono stati invitati a partecipare ad un dibattito per esprimere il loro parere sul quadro di governance economica, se questo abbia funzionato o meno e su come rafforzarne l’efficacia.

Data la molteplicità degli attori, il dibattito si articolerà in diverse forme, quali riunioni dedicate, seminari, una piattaforma di consultazione online. Entro la fine del 2020, la Commissione concluderà il processo considerando i pareri di ogni gruppo interessato, e basandosi sulle conclusioni di ognuno di questi.

Argomento delicato sarà l’obiettivo di Ursula von der Leyen, il piano decennale da 1,000 miliardi di euro per raggiungere la neutralità climatica: questo si dovrà conciliare con la promozione degli investimenti e con il sostegno all’economia. Il dibattito servirà anche a comprendere come far quadrare tutti questi aspetti fondamentali da portare avanti.

Le dichiarazioni

Valdis Dombrovskis, Vicepresidente esecutivo per Un’economia al servizio delle persone, ha dichiarato: “Le nostre regole di bilancio condivise sono fondamentali per la stabilità delle nostre economie e della zona euro. Garantire la stabilità finanziaria è un requisito essenziale per la crescita economica e la creazione di posti di lavoro.” Tuttavia, riconoscendo la complessità delle regole e la difficoltà nel comunicarle, Dombrovskis aggiunge che “auspichiamo una discussione aperta su ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato, e sul modo di creare consenso per razionalizzare le regole e renderle ancora più efficaci”.

Paolo Gentiloni, Commissario per l’Economia, ha aggiunto che “le politiche economiche in Europa devono affrontare le sfide odierne, che sono palesemente diverse da quelle di un decennio fa. La stabilità resta un obiettivo essenziale, ma vi è l’altrettanto urgente necessità di sostenere la crescita e in particolare di mobilitare gli enormi investimenti che servono per affrontare i cambiamenti climatici. Dobbiamo inoltre elaborare politiche di bilancio più anticicliche, tenuto conto dei vincoli crescenti con cui deve confrontarsi la BCE”.

Economia blu: la Commissione europea vara il fondo BlueInvest

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Nel corso della conferenza BlueInvest Day a Bruxelles, la Commissione europea, in collaborazione con il Fondo europeo per gli investimenti, ha varato il fondo BlueInvest: un fondo di investimento a sostegno dell’economia blu con una dotazione di 75 milioni di €. Nel dettaglio, si tratta di un’azione congiunta condotta dalla Vicepresidente della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), Emma Navarro e da Virginijus Sinckevicius, Commissario europeo per l’Ambiente, gli oceani e la pesca.

Il contesto

L’economia blu è un modello di economia globale dedicato alla creazione di un ecosistema sostenibile grazie alla trasformazione di sostanze precedentemente sprecate in merce redditizia. Il modello prevede attività legate a oceani, mari e coste, e comprende tutte le imprese operanti nella produzione di beni e servizi che contribuiscono all’economia marittima, attive in mare e a terra. Nel settore rientrano molte iniziative ed imprese promettenti, nate spesso da programmi di ricerca e di sviluppo finanziati dall’Unione europea. Queste sviluppano soluzioni per le energie rinnovabili, i prodotti ittici sostenibili, le biotecnologie blu, i sistemi informatici marittimi e molto altro ancora.

BlueInvest si pone come un’iniziativa della Commissione europea che persegue il miglioramento dell’accesso ai finanziamenti, la loro predisposizione per le start-up, le imprese e le PMI in fase iniziale attive nell’economia blu. L’iniziativa prevede una comunità online, l’assistenza alle imprese per stimolarne la propensione agli investimenti, l’impegno degli investitori, molteplici eventi, un’accademia nonché la preparazione di vari progetti.

Il contesto è quello del Piano di investimenti per l’Europa, il quale intende stimolare gli investimenti per creare crescita ed occupazione, facendo ricordo ad un uso più intelligente delle risorse finanziarie, eliminando gli ostacoli agli investimenti ed offrendo visibilità ed assistenza tecnica ai progetti di investimento. Il nuovo programma è sostenuto dal Fondo europeo per gli investimenti strategici, pilastro finanziario del Piano di investimenti per l’Europa.

Fondo BlueInvest: i dettagli

Il fondo BlueInvest varato a Bruxelles sarà gestito dal Fondo europeo per gli investimenti e finanzierà fondi sottostanti che si rivolgono strategicamente all’economia blu e la sostengono. Si tratta di un settore cruciale, in grado di svolgere un ruolo importante nella transizione verso un’economia neutra, in termini di emissioni di carbonio, entro il 2050, una delle ambizioni annunciate nel Green Deal europeo.

Il fondo è completato dalla piattaforma BlueInvest della Commissione europea che stimola la propensione agli investimenti e l’accesso ai finanziamenti per le imprese, le PMI e le scale-up in fase iniziale.

Attraverso il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca, la Commissione finanzia, inoltre, un regime supplementare di sovvenzioni di 40 milioni di € per sostenere le PMI dell’economia blu a sviluppare e commercializzare prodotti, tecnologie e servizi nuovi, innovativi e sostenibili.

Le dichiarazioni

Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, in prima linea per l’attivazione di questo fondo, ha dichiarato: “Se gli oceani sono tra i più colpiti dai cambiamenti climatici, essi offrono anche molte soluzioni in ogni singolo settore marino – dalla pesca e acquacoltura, all’energia eolica offshore, del moto ondoso e mareomotrice, alle biotecnologie blu e a molti altri settori legati all’innovazione – che consentono di rispondere all’emergenza climatica. Il fondo di investimenti di 75 milioni di € serve a sbloccare il potenziale dell’economia blu per contribuire al Green Deal europeo e provvedere alla crescita economica delle PMI europee che sviluppano prodotti e servizi innovativi e sostenibili”.

La Vicepresidente della BEI, Emma Navarro, responsabile per l’economia blu, ha invece affermato: “Gli oceani sono indispensabili per la vita sulla Terra, eppure sono in pericolo e occorre proteggerli. È per questo che stiamo sviluppando soluzioni innovative di finanziamento a sostegno dell’economia blu che ci consentano di stanziare finanziamenti per proteggere gli oceani e trasformare le superfici marine in una risorsa economica sostenibile. Il fondo BlueInvest che avviamo oggi darà un contributo importante per mobilitare investimenti privati in questo settore e far decollare progetti essenziali. Questa iniziativa rappresenta un altro partenariato fondamentale tra il Fondo europeo per gli investimenti e la Commissione europea”.

“Gli oceani offrono un potenziale enorme di crescita economica che deve però essere sostenibile. Gli investimenti nel settore dell’economia blu che abbiamo sottoscritto oggi mostrano come i finanziamenti pubblici dell’UE possano essere impiegati per attirare gli investimenti privati e catalizzare lo sviluppo in questo settore. Sono lieto che possiamo varare oggi il fondo BlueInvest che, insieme agli ulteriori capitali privati, contribuirà a portare avanti il programma europeo di economia blu” queste, infine, le parole di Alain Godard, amministratore unico del Fondo europeo per gli investimenti.

Abbattimento PS752: l’Ucraina rilascia comunicazioni intercettate sulla torre dimostrando che l’Iran era a conoscenza del lancio di missili

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L registrazioni dimostrano che gli iraniani hanno visto il missile dal momento in cui è stato lanciato e nel momento in cui ha colpito l’aereo ucraino.

Nelle ultime notizie dall’Ucraina, TSN ha intercettato comunicazioni intercettate.Tyzhden tra la torre dell’aeroporto di Teheran e il secondo pilota del volo iraniano Aseman Airlines al momento dello schianto del volo Ukraine International Airlines PS752.

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Brexit day, il Parlamento europeo approva l’uscita del Regno Unito

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La sera del 29 gennaio 2020, il Parlamento europeo riunito a Bruxelles ha approvato l’Accordo di recesso del Regno Unito dall’Unione Europea. Dopo tre anni e mezzo dal referendum del 2016 e da numerosi negoziati, il Regno Unito lascerà l’UE alla mezzanotte del 1° febbraio 2020: si apre la fase della transizione.

L’approvazione del Parlamento

Con 629 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato l’Accordo di recesso per portare a compimento la Brexit, l’ultimo passaggio necessario per l’uscita dall’UE, secondo quanto concordato dal governo britannico e dalla Commissione europea.

Il referendum del 23 giugno 2016 – quando 17.4 milioni di persone hanno votato per l’uscita – ha dato inizio al processo; i tre anni di negoziato sono stati tutt’altro che facili, vi sono stati diversi rinvii e molteplici negoziazioni. Proprio per questo motivo, il voto del 29 gennaio è ritenuto di storica importanza. La votazione in Plenaria si è svolta dopo il completamento del processo di ratifica nel Regno Unito, con la raccomandazione positiva della commissione per gli affari costituzionali. I numerosi interventi che si sono susseguiti durante l’assemblea hanno ricordato l’importanza delle relazioni con il Regno Unito, e non sono mancati momenti emozionanti di saluti.

Dopo il voto, gli eurodeputati si sono presi per mano ed hanno cantato una canzone scozzese – Auld Lang Syne – conosciuta anche in Francia con il titolo “Ce n’es qu’un au revoir”, non è che un arrivederci. È stato proprio questo lo spirito che ha accompagnato gli eurodeputati nell’arco della serata: la tristezza dei saluti e la certezza di un futuro ancora insieme, seppur non da Stato membro. Non sono mancati i festeggiamenti però, soprattutto da chi negli ultimi tre anni ha spinto per l’uscita del Regno Unito: Nigel Farage ha affermato di adorare l’Europa e di odiare l’Unione Europea, aggiungendo “Niente più contributi finanziari, niente più Corte di Giustizia Europea, niente più Politica Comune della Pesca, niente più discussioni, niente più bullismo”.

Il Presidente dell’eurocamera è stato invece di tutt’altro avviso: “Mi rattrista profondamente pensare di essere arrivati a questo punto. Cinquant’anni di integrazione non possono dissolversi facilmente” ha affermato Sassoli, aggiungendo che “Dovremo impegnarci, tutti, per costruire nuove relazioni mettendo sempre al centro gli interessi e la protezione dei diritti dei cittadini. Niente sarà semplice. Ci saranno situazioni difficili che metteranno anche alla prova i nostri rapporti futuri. Ma questo lo sapevamo sin dall’inizio della Brexit”. Il Presidente rimane certo del fatto che, in ogni caso, le divergenze verranno sempre superate. Anche il capo negoziatore europeo Michel Barnier si è detto molto toccato dopo il dibattito, che è stato “emozionante e ha avuto toni gravi”.

Il periodo di transizione

Il Regno Unito lascerà l’Unione Europea a partire dal 1° febbraio 2020. Tuttavia, la fase che inizia può essere definita un vero e proprio periodo di transizione, in quanto ci vorrà ancora del tempo prima che i rapporti tra Regno Unito ed Unione Europea si definiscano, precisamente circa un anno. Scadrà a dicembre 2020 tale periodo, dunque qualsiasi accordo sulle relazioni future UE – Regno Unito dovrà essere concluso prima di tale data, così da entrare in vigore il 1° gennaio 2021. Anche questo periodo può essere sottoposto a una proroga, per uno o due anni, ma si dovrà decidere entro il 1° luglio dalla commissione congiunta UE – Regno Unito. Il Parlamento dovrà approvare qualsiasi accordo sulle relazioni future e, se tale accordo fa riferimento a competenze che l’UE condivide con gli Stati membri, anche i parlamenti nazionali dovranno ratificarlo.

Il ruolo del parlamento europeo risulta importante nelle relazioni future, poiché dovrà approvare anche l’accordo finale. Il gruppo di coordinamento del Regno Unito coopererà con la task force dell’UE per le relazioni con il Regno Unito e con le commissioni parlamentari per gli affari esteri e per il commercio internazionale e con tutte le altre commissioni competenti.

Durante questo periodo di 11 mesi, il Regno Unito continuerà a seguire tutte le norme dell’UE e le sue relazioni commerciali rimarranno le stesse, ma non potrà prendere parte ai suoi organi decisionali.

Il futuro accordo di libero scambio

Il periodo di transizione dovrebbe dare luogo ad un nuovo accordo di libero scambio, necessario perché il Regno Unito lascerà il mercato unico e l’unione doganale alla fine della transizione. Tale accordo consentirà alle merci di circolare nell’UE senza controlli o costi aggiuntivi. In mancanza dell’accordo invece, vi sarebbero maggiori tariffe da pagare e altri tipi di barriere commerciali. Commercio e sicurezza sono i due temi principali dei futuri accordi: dal sistema dei dazi al rapporto di concorrenza tra aziende britanniche ed europee, alla tutela dei diritti dei cittadini e alla salvaguardia di importanti progetti come l’Erasmus. Il Parlamento europeo è riuscito ad includere tutti i benefici e i diritti di sicurezza sociale nell’ attuale accordo, così come i diritti per le generazioni future e il controllo giudiziario della Corte di giustizia europea.

Il coordinatore del Parlamento per la Brexit Guy Verhofstadt ha affermato: “Idealmente, dovremmo essere in grado di andare oltre un accordo di libero scambio con il Regno Unito. Non soltanto “no tariffe” e “no quote” ma anche “no abbandono” – questo significa che le nostre norme sociali e ambientali europee saranno pienamente rispettate nelle nostre future relazioni commerciali”.

Bruxelles: la cerimonia in memoria delle vittime dell’olocausto ed il discorso di Liliana Segre

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Il 29 gennaio il Parlamento europeo ha aperto la sessione plenaria a Bruxelles con una cerimonia solenne in memoria delle vittime dell’olocausto.

La Giornata internazionale della memoria per le vittime dell’Olocausto si celebra il 27 gennaio per ricordare l’Anniversario della Liberazione del campo di concentramento di Auschwitz nel 1945. Con il termine Olocausto si fa riferimento allo sterminio di 6 milioni di ebrei, rom e altri gruppi perseguitati dai regimi nazisti e fascisti.

“È mio dovere testimoniare”

Aprendo la cerimonia, il Presidente del Parlamento, David Sassoli, ha affermato: “Oggi ci inchiniamo davanti a tutte le vittime della Shoah e vogliamo assumerci il nostro dovere di ricordare”. Sassoli ha poi sottolineato che “il nazismo e il razzismo non sono opinioni, ma sono crimini, e ogni volta che leggiamo sul giornale notizie di violenze e insulti, noi dobbiamo considerarli rivolti a ciascuno di noi. Sono attacchi all’Europa e ai valori che essa rappresenta”.

La senatrice a vita Liliana Segre è intervenuta durante la cerimonia parlando della liberazione, con un discorso memorabile in cui ha condiviso la memoria del male inflitto ad Auschwitz ed il dovere di testimoniare con i deputati europei.

La senatrice italiana ha ricordato l’assoluta disumanità dei campi e delle cosiddette “marce della morte” organizzate dai nazisti nel 1945, alle quali sopravvisse da ragazza a differenza di molti altri che non ce l’hanno fatta. “La loro unica colpa era quella di essere nati”, ha affermato.

La senatrice ha poi spiegato il motivo per cui ha deciso di porre fine agli incontri con gli studenti sulla Shoah (l’ultimo si terrà in primavera ad Arezzo): “Da trent’anni parlo nelle scuole e sento una difficoltà psichica molto forte di continuare. È mio dovere testimoniare”, tuttavia “da tre anni sento di essere io che salto fuori dalle mie memorie, quella ragazzina magra, denutrita, disperata, sola e non la posso più sopportare. Sono la nonna di me stessa e sento che se non la smetto di parlare, se non mi ritiro quel tempo che mi resta a ricordare da sola e a pensare alle grandi gioie della mia famiglia ritrovata, non lo potrò più fare comunque perché non ce la farò più”, ha continuato. “Sento che i ricordi di quella ragazzina che sono stata non mi danno pace: quella ragazzina lì che ha fatto la marcia della morte, che ha brucato nei letamai e non piangeva più è un’altra da me e io sono anche la nonna di me stessa ed è una sensazione che non mi abbandona”, ha concluso.

“L’antisemitismo ed il razzismo ci sono sempre stati”

“Anche oggi qualcuno non vuole guardare e anche adesso qualcuno dice che non è vero” ha detto la senatrice. Ha poi ricordato con le parole di Primo Levi “lo stupore per il male altrui”, che “nessuno che è stato prigioniero ha mai potuto dimenticare”.

Liliana Segre ha continuato soffermandosi sulla constatazione che “l’antisemitismo ed il razzismo ci sono sempre stati “ci sono corsi e ricorsi storici”. La parola razza ancora è utilizzata e per questo è necessario combattere il razzismo strutturale, che c’è ancora.

Durante il suo discorso, ha ricordato una bambina del campo di Terezin, che – prima di essere uccisa dai nazisti – disegnò una farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati. “Anche oggi fatico a ricordare”, ha detto la senatrice, provata da molti anni passati a essere testimone dell’Olocausto, “ma mi è sembrato un grande dovere accettare questo invito per ricordare il male altrui, ma anche per ricordare che si può, una gamba davanti all’altra, essere come quella bambina di Terezin”.

“Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali: che siano in grado di fare la scelta della non indifferenza e con la loro responsabilità e la loro coscienza essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati” ha concluso.

Un lungo applauso del Parlamento europeo ha salutato il discorso della senatrice a vita. L’Europarlamento ha poi osservato un minuto di silenzio su richiesta del Presidente David Sassoli. Molto emozionati gli europarlamenti. stando alle immagini diffuse. Era presente anche Anita Lasker-Wallfisch, membro sopravvissuto dell’orchestra delle donne ad Auschwitz.

Gli altri contributi

È stato poi il turno delle dichiarazioni della Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sull’inviolabilità della dignità di ogni persona e sul dovere dei cittadini europei di lottare contro l’antisemitismo, il razzismo e la discriminazione. “Lo sterminio di 6 milioni di ebrei è il male assoluto, la barbarie peggiore che l’umanità ha potuto realizzare ad altri uomini e come tedesca avverto un senso profondo di colpa”-ha dichiarato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen-“Come tedesca sento anche un senso di responsabilità particolare, perché in Europa so che sono stati i nostri vicini a tenderci la mano riaccogliendoci tra i popoli democratici”. “Lottiamo contro ogni forma di antisemitismo, non dimentichiamo mai” ha concluso.

“Per noi italiani è una grandissima emozione e anche motivo di orgoglio perché certamente l’esperienza di Liliana Segre è una esperienza che può dare insegnamenti e può essere di straordinaria importanza non solo per noi italiani ma per tutta l’Europa” ha detto il Commissario europeo Paolo Gentiloni. “Il fatto che oggi sia Liliana Segre a prendere la parola” ha aggiunto “è un grandissimo motivo di orgoglio e di soddisfazione, è un modo per dire che l’Italia è uno di quei Paesi in cui si coltiva la memoria e in cui nonostante qualche gesto estremista e incredibile, i cittadini, le istituzioni e le grandi figure di prestigio tengono alto l’onore del nostro Paese sui temi della memoria”.

Francia, chiusura di 14 reattori nucleari per un approvvigionamento differenziato

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Électricité de France (EDF), la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, ha presentato un piano per la chiusura, entro il 2035, di 14 reattori nucleari in 7 centrali presenti nel territorio nazionale. Si tratta dei reattori più vecchi, vale a dire a più alto rischio e con la manutenzione più complessa. Le 7 centrali interessate non saranno eliminate, bensì lavoreranno a metà servizio.

Il piano di EDF

La scadenza per il processo di chiusura è fissata tra 15 anni ma già durante quest’anno verranno spenti due reattori, al confine con la Germania, nella località di Fessenheim. Gli altri reattori sono presenti negli impianti di Blayais, Bugey, Chinon, Cruas, Dampierre, Gravelines e Tricastin.

Puntare sull’energia rinnovabile e liberarsi dei reattori più vecchi sono gli obiettivi del piano presentato da EDF al Governo, con la prospettiva di un passaggio dalla condizione attuale in cui oltre il 70% di energia è prodotta dalle centrali nucleari, ad un approvvigionamento maggiormente differenziato. Nel dettaglio, l’obiettivo è un calo del 20% dell’energia proveniente dalle centrali nucleari entro il 2035.

“Il principio generale sarà quello di spegnere i reattori, escluso Fessenheim, al termine della loro quinta interruzione decennale, vale a dire spegnimenti tra il 2029 e il 2035” come si legge nella prima versione della Programmazione pluriennale dell’energia, che stabilisce le priorità del Governo per l’azione energetica nella Francia continentale nei prossimi sei anni. Il testo sarà sottoposto alla consultazione pubblica fino al 19 febbraio.

Maxence Cordiez, ingegnere nel settore energetico, ha posto l’accento sull’importanza della fusione tra la necessaria lotta contro il cambiamento climatico e la volontà politica di chiudere le centrali nucleari ai massimi livelli dello stato.

L’azione del Governo

Da parte sua, il Governo francese ha stanziato 1 miliardo e 800 milioni di euro per la produzione del biogas. Un altro campo che attira molto l’amministrazione francese è l’eolico: la scommessa è quella di raddoppiare l’energia prodotta da pale off shore, sfruttando l’oceano. “La visualizzazione di una traiettoria leggibile e anticipata consentirà alle regioni e ai dipendenti di prepararsi meglio, iniziare la loro conversione con largo anticipo e strutturare il settore dello smantellamento. Porterà inoltre visibilità a tutte le parti interessate nel sistema elettrico per i loro investimenti”, ha aggiunto il Governo francese.

La Ministra della transizione ecologica e solidale, Élisabeth Borne in un’intervista rilasciata lunedì 20 gennaio al quotidiano Le Monde, ha dichiarato: “Questa è la prima strategia nazionale a basse emissioni di carbonio che fornisce una traiettoria settore per settore per raggiungere il neutralità del carbonio a metà del secolo”. La Ministra ha poi aggiunto “Diamo obiettivi credibili, che traduciamo in azione, spegnendo il primo reattore della centrale di Fessenheim a febbraio e spegnendo le centrali a carbone”.

François Brottes, il Presidente del Consiglio Direttivo di Réseau de Transport d’Électricité (RTE) -il gestore della trasmissione di elettricità- ha spiegato in una conferenza stampa che “Entro il 2030, 45 GW di carbone saranno chiusi (equivalente di 45 reattori nucleari), 27 reattori nucleari entro il 2035 tra Francia e paesi vicini in Europa. Questo è ciò che è in gioco, è la decarbonizzazione”.

I precedenti

L’attenzione della Francia al tema della differenziazione energetica è riconducibile a due eventi: la canicola estiva, che ha costretto a spegnere le centrali nucleari per il rischio di surriscaldamento, ed un recente terremoto di 5,4 gradi sulla scala Richter al Sud Est del Paese che ha fatto temere il peggio per una centrale, spenta per qualche giorno. In particolare, dopo quest’ultimo evento l’associazione “Sortir du nucleaire”, che milita per l’abbandono del nucleare ha ricordato che le centrali nucleari sono a norma per scosse fino a 5,2, mentre è stata espressa un’opinione diversa dal Direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare Rémy Catteau, il quale ha dichiarato che “le installazioni sono pensate per resistere a scosse molto più elevate”. L’indice SMS (Sisma maggiorato di sicurezza) è stato calcolato nuovamente in seguito al disastro di Fukushima: è superiore al terremoto più grave che verosimilmente può prodursi una volta ogni mille anni, e che nel caso del Sud della Francia risale all’8 agosto 1873 di 4,7 gradi sulla scala Richter, a Chateauneuf-du-Rhone, a pochi chilometri dall’attuale centrale di Tricastin.

Un sondaggio pubblicato lo scorso giugno ha mostrato che il 69% della popolazione francese ritiene che l’energia nucleare contribuisca al cambiamento climatico. Date le sfide poste dal cambiamento climatico, l’obiettivo è evitare un atteggiamento sia irresponsabile che pericoloso.

Attualmente sono 417 i reattori nucleari esistenti al mondo e i Paesi che li gestiscono sono 31. È importante sottolineare, tuttavia, che la costruzione di centrali è diminuita negli ultimi 5 anni a causa del disastro di Fukushima del 2011, dovuto principalmente allo tsunami che ha seguito il terremoto di Tohoku.

 

 

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Francesca Scalpelli
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