GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Roma, incontri di geopolitica alla società Geografica Italiana

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Giovedi 12 ottobre si é aperto il ciclo “Nuovi orizzonti del pensiero geografico: la geopolitica oggi” che vedrà altri due incontri, presso la società geografica italiana di Roma. Quali sono i temi dei dibattiti? A chi sono diretti? Il primo incontro ha affrontato  la responsabilità degli intellettuali di fronte al potere, dove sono intervenuti Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali presso l Università di Milano, Dario fabbri, facente parte della redazione della rivista di geopolitica Limes, Maria Luisa Sturani dell Università di Torino e Lida Viganoni direttamente dall Orientale di Napoli. Oltre che per la provenienza, tutti questi “intellettuali” hanno presentato la loro posizione discordante o per lo meno differente  circa il tema proposto. Innanzitutto bisogna citare l’ organizzatore di questa serie di incontri:  il geografo Edoardo Boria, che a partire dal suo video “che cos’é la geopolitica” é stato lo spunto delle riflessioni. Da qui si distaccano due filoni principali di concezione del ruolo dell’intellettuale: un primo che sta al lato del “principe”, contribuendo quindi alle decisioni politiche orientandole verso le sue intuizioni, un secondo che invece ritiene che il suo lavoro  debba rimanere autonomo ed isolato dall’ esterno. Si sviluppa cosi l’idea della geopolitica come strumento per la sottomissione da parte del potere o istituzioni, spesso manipolatori delle informazioni poi trasmesse pubblicamente.

Colombo esordisce con la necessitá di intervenire nella realtà odierna, non potendo restare passivi e quindi oggetto di strategia del potere; l’ intellettuale  non vive più l’emarginazione  ma sono i suoi “costi” ora che lo inducono sovente a fargli restringere anziché allargare gli orizzonti. Il professore ritiene che l ‘intellettuale debba trovare la corretta focalizzazione delle vere problematiche dello scenario politico.
Secondo Fabbri poi, la geopolitica può influire sulla politica, soprattutto nella tattica o strategia, per quanto riguarda quindi le questioni strutturali. I compiti dell’ intellettuale ? Fornire una valutazione nella maniera più asettica possibile e non focalizzandosi su specifici aspetti. Ritiene poi che ci debba essere una minor intercambiabilità culturale tra i paesi, così da poter acquisire un’identità ben solida senza influenze esterne.
Sturani supporta il contributo che l’ intellettuale deve dare al sapere scientifico in generale, da un pubblico più o meno esperto.

La professoressa Viganoni ritiene infine fondamentale l’elemento locale insieme alle componenti territoriali di ciascuno Stato per la comprensione e approfondimento dei temi geopolitici. Gli intellettuali, a partire dagli insegnanti a contatto con gli studenti, devono assumere un atteggiamento critico così da poterlo trasmettere, influendo sulla creazione di un’opinione generale che non segua però quella di massa.
È senza dubbio complesso poter analizzare gli innumerevoli ruoli presenti nelle società odierne che interagiscono nei processi sociali e politici ma è altresì fondamentale saperli distinguere e che ciascuno contribuisca al miglioramento altrui, ma se non dopo aver pensato al proprio di miglioramento.
.. Al prossimo incontro.

LauraSacher

Dure parole dell’UE contro la Corea del Nord e il Myanmar.

Il 16 ottobre è stato un giorno intenso anche sotto il punto di vista delle operazioni più squisitamente politiche dell’UE.

Prima di tutto il Consiglio ha adottato delle conclusioni sul Myanmar/Birmania, abbastanza dure, in cui si legge che “la situazione umanitaria e dei diritti umani nello Stato di Rakhine è estremamente grave” per via delle notizie, recentemente diffuse, su violenze nei confronti della popolazione e di gravi violazioni dei diritti umani (uso di mine, violenza di genere, uso indiscriminato di armi da fuoco). Nel documento si parla della popolazione Rohingya, che sta fuggendo in Bangladesh, e si lancia un appello a tutte le parti in conflitto

Rohingya in fuga verso il Bangladesh su mezzi di fortuna (fonte www.rai.it)

affinché le violenze cessino. Nel frattempo, l’UE ha intensificato l’assistenza umanitaria a favore dei rifugiati Rohingya in Bangladesh e si è dichiarata pronta a estendere le proprie attività a favore di tutte le persone in stato di necessità nello Stato di Rakhine, una volta che venga consentito l’accesso ad una sua missione (in virtù del principio giuridico internazionale secondo il quale uno Stato in crisi debba necessariamente acconsentire all’ingresso di organizzazioni internazionali nel suo territorio). 

D’altro canto – si legge in una nota – l’UE si è compiaciuta del fatto che alcuni enti governativi si stiano occupando del triste fenomeno dell’apolidia dei Rohingya e che il governo si stia in qualche modo impegnando a consegnare alla giustizia  i responsabili delle violazioni dei diritti umani (spesso commesse anche nei confronti di minori) e lo ha invitato a collaborare con la Commissione Internazionale dei Diritti Umani dell’ONU, che ha stabilito una missione in quei territori.

Nel contempo però, l’UE ha stigmatizzato lo sproporzionato uso della forza da parte delle forze di sicurezza ed ha annunciato che rivedrà tutti gli accordi di cooperazione concreta in materia di difesa, confermando la permanenza del vigente embargo su armi e affini e promettendo anche misure più drastiche, in ogni sede, qualora la situazione dovesse non mutare.  Insomma: una situazione ancora in divenire, e dagli scenari mutevoli, anche perché in Myanmar esiste una Delegazione UE, ossia una vera e propria ambasciate dell’Unione, che dipende dal Servizio di Azione Esterna.

Una delle strade “deserte” di Pyongyang, capitale della Corea del Nord.

Altro fronte aperto rimane quello della Corea del Nord. Il 16 ottobre il Consiglio in versione “Affari esteri” ha infatti discusso del dossier, con particolare riferimento allo sviluppo di armi nucleari e di missili balistici che hanno violato totalmente ogni risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite al riguardo.

L’UE ha comminato ulteriori sanzioni, che rafforzano quelle già decise in ambito ONU:

 

  • il divieto totale di investimenti dell’UE in Corea del Nord, in ogni settore: in precedenza il divieto era circoscritto agli investimenti nell’industria nucleare e delle armi convenzionali, nei settori minerario, della raffinazione e delle industrie chimiche, della metallurgia e della lavorazione dei metalli, nonché nel settore aerospaziale. Ora non si può investire più in Nord Corea. 
  • il divieto totale della vendita di prodotti petroliferi raffinati e petrolio greggio, senza alcuna limitazione in pejus. Prima c’erano dei limiti, già insopportabili, che comunque permettevano un minimo commercio di idrocarburi. Ora tutto questo non sara proprio più possibile. 
  • la riduzione dell’importo delle rimesse personali, da parte dei nordocreani residenti all’estero, da 15.000  a 5.000 euro, in ragione dei sospetti che queste siano utilizzate per sostenere programmi illegali connessi al nucleare o ai missili balistici. Quindi, difficoltà anche a spedire i soldi a casa: non verranno nemmeno rinnovati i permessi di lavoro per i cittadini nordcoreani presenti nel territorio dell’Unione (tranne per coloro che godono della protezione internazionale, perché rifugiati. In poche parole, solo ai dissidenti del regime dei Kim verranno garantiti lavoro ed assistenza). 

Il Consiglio ha inoltre inserito negli elenchi delle persone ed entità soggette al congelamento dei beni e a restrizioni di viaggio tre persone e sei società che sostengono i programmi nucleari illeciti. Sono quindi 41 le persone e 10 le società sottoposte a misure restrittive nei confronti della Corea del Nord – che si aggiungono alle 63 persone e 53 entità designate dalle Nazioni Unite – a cui si sta cercando in tutti i modi di “tarpare le ali” per fare pressione sul (pericoloso) governo di Pyongyang. 

(fonte www.consilium.europa.eu)

L’UE sempre più “operativa” nelle aree di crisi: nuova missione in Iraq, confermata missione in Bosnia, adottata nuova strategia per l’Afghanistan

Il 16 ottobre è stata una giornata impegnativa per la politica di sicurezza dell’UE, per vari motivi.

In primis, il Consiglio ha lanciato una nuova missione civile nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) in Iraq. La missione sarà incentrata sul sostegno alle autorità irachene nell’attuazione degli aspetti civili della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq, e sarà guidata dal tedesco Markus Ritter. Saranno 35 gli esperti dell’UE che forniranno consulenza e assistenza in diversi settori fondamentali identificati come “critici” (nel senso anglosassone del termine) dalle autorità irachene.  La missione dovrebbe essere dispiegata a Baghdad entro la fine dell’anno, e dovrebbe avere un costo (inziale) di 14 milioni di euro. La missione, sotto egida PSDC si inquadra nelle missioni così dette “civili” dell’UE: ossia quelle missioni che hanno il principale obiettivo di ricostruire le istituzioni nei paesi martoriate dalla guerra, che ne siano usciti o ne stiano uscendo. Normalmente l’UE invia degli esperti (per l’appunto) civili, affinché affianchino le autorità locali e tentino di riformare e rifondare i settori della pubblica amministrazione: polizia, apparato giudiziario, sanità. Ma gli esperti possono fornire consulenza anche in settori come l’uguaglianza di genere ed i diritti umani; insomma: tentano in ogni modo di ripristinare o di stabilire lo stato di diritto. Le missioni dell’UE vengono dirette dal Comitato Politico di Sicurezza, che risponde all’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE (ora Federica Mogherini). L’Alto Rappresentante è a capo del SEAE, il Servizio di Azione esterna dell’UE, e presiede anche il Consiglio dell’UE nella sua versione “Affari Esteri” (cosa anomala per il Consiglio, la cui presidenza nei diversi settori

La sede del Servizio Europeo di Azione Esterna a Bruxelles

di legiferazione, normalmente, è a rotazione).  L’Alto Rappresentante è anche uno dei Vice Presidenti della Commissione europea: è l’unica figura, quindi, a cavallo sia del Consiglio che della Commissione. Il Comitato Politico di Sicurezza ha due ulteriori entità alle sue dipendenze: il Comitato Militare dell’UE, che guida le missioni di taglio più “robusto” o militare, ed il così detto CIVCOM o comitato per la gestione civile delle crisi. A occhio e croce questa nuova missione in Iraq dovrebbe inquadrarsi sotto l’egida del CIVCOM. L’obiettivo della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq è creare istituzioni statali capaci di consolidare la sicurezza e la pace e di prevenire i conflitti, rispettando nel contempo lo Stato di diritto e le norme in materia di diritti umani. La strategia individua una serie di minacce urgenti alla sicurezza nazionale – tra cui terrorismo, corruzione, instabilità politica e polarizzazione etnica e settaria – che la missione PSDC contribuirà ad affrontare.

La missione opererà in stretto coordinamento con la delegazione dell’UE in Iraq e con i partner internazionali presenti nel paese, compresi il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), la NATO e la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Il che significa che le questioni squisitamente militare

Soldati dell’EUFOR e forze di polizia della Bosnia Erzegovina (fonte www.euforbih.org)

resteranno un affaire della NATO.

In secundis, il Consiglio ha ribadito e confermato il suo impegno a favore della prospettiva europea della Bosnia-Erzegovina come paese unico, unito e sovrano ed ha ufficialmente stigmatizzato il fatto che, negli ultimi mesi, le riforme siano state rallentate a causa di politiche legate al (triste) passato e di polemiche sorte in occasione delle elezioni anticipate.

Per tale motivo, l’Istituzione europea ha dichiarato, con una nota, che approva ed accetta di buon grado il fatto che l’operazione ALTHEA continui ad esistere in BiH. Le forze militari impegnate nell’operazione contribuiscono ormai da tempo alla capacità di deterrenza delle legittime autorità bosniache nelle situazioni di crisi. Inoltre, non si può non dire che la forza multinazionale europea, con sede presso la base di Butmir e “succursali” in tutto il paese,  ha effettivamente contribuito anche a formare ed incrementare le capacità delle forze armate e di polizia bosniache e, più in generale, a sostenere tutti i settori della pubblica amministrazione che andavano riformati.

Infine, sempre il Consiglio ha adottato delle conclusioni su una strategia dell’UE relativa all’Afghanistan. Nel documento è stato ribadito l’impegno a lungo termine dell’UE e degli Stati membri in Afghanistan per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile. La strategia si concentra su quattro settori prioritari, così come elencati nel documento: la promozione della pace, della stabilità e della sicurezza nella regione; il rafforzamento della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani e la promozione della buona governance e dell’emancipazione delle donne; il sostegno allo sviluppo economico e umano; la gestione delle sfide legate alla migrazione. L’UE vanta ormai una lunga storia di cooperazione con l’Afghanistan ed in Afghanistan volta a contrastare la corruzione e la povertà ed a favorire la crescita economica ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche.

In un solo giorno tre segnali da parte di un UE sempre più impegnata ben oltre i suoi confini, e – come nell’ultimo caso esaminato – ben oltre le così dette politiche di vicinato. In futuro, aspettiamoci un’Europa sempre più solida e più compatta nel campo della risoluzione (militare o civile) delle crisi internazionali, magari anche al fianco della NATO e, sicuramente, su mandato dell’ONU.

 

(fonte www.consilium.europa.eu)

Trump e l’Europa, prove generali dello scontro?

AMERICHE/EUROPA/POLITICA/SICUREZZA di

Rilevata l’importanza dell’asse Francia-Germania all’interno dell’Unione Europea (https://goo.gl/fU4azs) e quanto dipenderà soprattutto da esso lo sviluppo dell’integrazione in materia di Difesa e Sicurezza, è necessario sottolineare che la relazione tra l’UE e il partner transatlantico continua e continuerà ad influenzare i progressi comunitari in ambito di “hard policies” sia agendo che non agendo.

Lungi dal voler ridurre il rapporto tra NATO e Difesa UE ad una mera compensazione per cui se la NATO difetta, gli alleati europei danno nuovo impulso all’integrazione UE di Difesa e Sicurezza, e viceversa, è, però, da notare come negli ultimi mesi la retorica europea abbia evidenziato la necessità di maggiore integrazione UE proprio a causa di una sopraggiunta inaffidabilità del partner americano (in particolare si rimanda alla dichiarazione della Cancelliera Merkel “The times in which we could rely fully on others — they are somewhat over”, a margine del summit NATO a Bruxelles).

Neanche dopo 5 mesi dal summit NATO di Bruxelles, il rapporto UE-NATO sembra essere messo alla prova su un dossier scottante, l’Iran. Durante la conferenza stampa del 13 ottobre, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato una nuova strategia USA per l’Iran che si fonderà su:

  1. Un lavoro congiunto con gli alleati per lottare contro il ruolo destabilizzante di Teheran.
  2. Un nuovo regime di sanzioni contro il paese.
  3. Nuove azioni per contrastare non più solo la corsa al nucleare, ma la proliferazione missilistica e di armi che possano minacciare la regione, il commercio internazionale e la libertà di navigazione.
  4. Un rinnovato impegno contro ogni possibile percorso iraniano verso il nucleare.

Concludendo, il Presidente Trump ha annunciato che non certificherà più l’effettivo rispetto dell’accordo da parte iraniana presso il Congresso, de facto delegando ad esso la stesura di un nuovo set di requisiti per l’Iran che comprenda anche misure di contro-proliferazione missilistica. Nel caso in cui il Congresso non riuscisse nel suo intento, il Presidente si riserva di “terminare l’accordo”.

Quello che Trump sembra proporre più che una nuova strategia sembra un ritorno all’approccio pre-2015 e in maniera neanche troppo radicale. Le uniche due manovre dichiarate, nuove sanzioni contro le Guardie della Rivoluzione Islamica e la non-certificazione, non implicano l’uscita degli USA dall’accordo. Ci si chiede se, quindi, le discussioni in Congresso siano un pro-forma e il Partito Repubblicano, facendo fallire qualsiasi compromesso, voglia appoggiare il Presidente (che ha criticato aspramente l’Iran Deal) permettendogli, così, di tirare fuori gli Stati Uniti dall’accordo, oppure se, effettivamente, Trump abbia delegato al Congresso la gestione di un dossier così importante come quello dell’accordo iraniano.

Intanto, le reazioni dei leader europei non si sono fatte attendere. Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel hanno preso parola congiuntamente con un comunicato stampa che recita:

We stand committed to the JCPoA and its full implementation by all sides. Preserving the JCPoA is in our shared national security interest. […] Therefore, we encourage the US Administration and Congress to consider the implications to the security of the US and its allies before taking any steps that might undermine the JCPoA, such as re-imposing sanctions on Iran lifted under the agreement.”

Simili le parole di Paolo Gentiloni:

L’Italia […] si unisce alla preoccupazione espressa dai Capi di Stato e di Governo di Francia, Germania e Regno Unito per le possibili conseguenze. Preservare l’accordo, unanimemente fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2231, corrisponde a interessi di sicurezza nazionali condivisi.”

Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, in maniera più dura ha dichiarato che:

We cannot afford as the international community to dismantle a nuclear agreement that is working. This deal is not a bilateral agreement […] The international community, and the European Union with it, has clearly indicated that the deal is, and will, continue to be in place.”

Stiamo osservando una cristallizzazione delle posizioni transatlantiche sull’Iran che porterà a risultati incerti per quanto riguarda la tenuta dell’accordo. Quello che è chiaro è che lo scontro sull’accordo iraniano è stato semplicemente ritardato e che, quando sorgerà, avrà delle conseguenze anche sul ruolo della NATO in Europa.

Guarda anche “Sull’Iran, tutti contro Trump – Infografica

Lorenzo Termine

12 e 13 ottobre: i Ministri della Giustizia e dell’Interno europei si incontrano a Bruxelles.

Il Palazzo Justus Lipsius, sed eprincipale del Consiglio dell’UE.

Varie volte su queste colonne abbiamo avuto modo di parlare delle istituzioni europee deputate alla sicurezza interna, ossia all’interno delle frontiere dell’Unione. Una di queste è di sicuro il Consiglio Giustizia  Affari Interni, che riunisce a Bruxelles, con cadenza mensile, tutti i ministri dell’Interno e della Giustizia degli Stati membri. Ovviamente gli argomenti oggetto di discussione si soffermano sulle proposte legislative in itinere tra le viari istituzioni europee coinvolte. Di volta in volta, vuoi su input della Commissione europea, vuoi sulla base del lavoro dei  sottogruppi strategici e tecnici che sempre in seno al Consiglio si riuniscono, il Consiglio GAI affronta gli argomenti più disparati: dalla gestione delle frontiere esterne, all’ordinamento delle agenzie europee che operano nel settore, dal terrorismo all’eguaglianza di genere, dal cybercrime all’immigrazione ed all’asilo, dalla cooperazione giudiziaria alla procura europea. A distanza di qualche mese dall’avvio delle primissime attività della Presidenza estone, non possiamo non lodare le numerosissime iniziative intraprese nel settore dallo Stato membro baltico, di cui abbiamo esaltato parecchie peculiarità diverse volte qui su Europeanaffairs.it (qui, qui e qui ): un particolare impulso è stato dato proprio alle banche dati, allo scambio delle informazioni tra forze di polizia, alla cooperazione con le agenzie GAI specializzate; il tutto nell’ottica di una visione sempre più analitica e statisticamente intellegibile dei fenomeni securitari dell’Unione, volta a cercare rimedi e soluzioni altrettanto analiticamente misurabili e subito operativi sul campo.

Non a caso, la velocità con cui il Consiglio GAI promuove l’iter legislativo, la rapidità con cui discute di quanto portato alla sua attenzione in sede strategica e tecnica e l’efficacia delle azioni intraprese, molto dipendono dalla Presidenza di turno. Repetita iuvant, chi assume la Presidenza del Consiglio dell’Unione, guida tutti i tavoli  anche a livello ministeriale, quando il Consiglio si riunisce in diverse “versioni” per legiferare rispettivamente in “diverse” materie.

Ma veniamo a noi: il 12 ed il 13 ottobre a Bruxelles si è riunito un’altra volta il Consiglio GAI. Sono stati affrontati vari argomenti. Ci soffermeremo su quelli più inerenti gli home affairs, facendo un volo in planata sulle questioni attinenti alla giustizia.

Dopo un breve scambio di vedute sulla proposta di modifica del Codice Frontiere Schengen, già da tempo all’ordine del giorno del Consiglio, i Ministri hanno subito rinviato a quanto verrà loro suggerito a livello tecnico: la riforma del Codice Schengen prevede dei cambiamente nelle regole che disciplinano la reintroduzione dei controlli alle frontiere interne agli Stati membri. Inutile nascondere che l’argomento è un topic sensibile e non è facile, almeno a livello politico, raggiungere immediati accordi: pertanto è necessario che i tecnici, i così detti “eurocrati” (termine che noi non consideriamo dispregiativo, anzi) trovino prima delle possibili soluzioni compromissorie, sul campo.

A sinistra il commissario europeo per la Migrazione,Avramopoulos e a destra, il Ministro dell’Interno Estone, presidente del Consiglio GAI, Andreas Anvelt (foto www.consilium.europa.eu)

Alto argomento dibattuto è stato il terrorismo: è già il secondo mese che la Presidenza propone scambi di vedute sullo scambio di informazioni in chiave anti-terrorismo tra le Forze Armate e le Forze di Polizia. Anche questo argomento è però di difficile evoluzione: come abbiamo già detto su questo giornale (qui) non intravediamo nel breve periodo la nascita di una intelligence europea. Nessuno la intravede. E questo gli Stati membri, tutti gelosi della loro intelligence – dove non esistono alleanze – lo sanno bene. Si sta tentando allora di diffondere chiaramente l’idea che le Forze Armate, ormai da parecchi anni impegnate in medio-oriente ed in altre aree di crisi, godono dell’immenso privilegio di raccogliere intelligence durante le operazioni da loro condotte in queste aree e sono, sull’argomento, molto ferrate. Le loro informazioni, che sono quindi processate ed analizzate con rigore scientifico e , per l’appunto, militare, sono una risorsa preziosa. Queste informazioni sarebbero utilissime se condivise tra gli Stati e, ancora di più, tra le loro forze di polizia. Di sicuro i Paesi di origine “latina”, che annoverano tra le loro forze di polizia delle componenti di gendarmeria (ossia di forze di polizia a statuto militare, con competenza anche sulle questioni civili e di ordine pubblico) saranno avvantaggiati in questo ambito, proprio perché le gendarmerie possono dialogare indistintamente ed efficacemente sia con le forze militari sia con le forze di polizia ad ordinamento civile. Ma a parole sono bravi tutti: come abbiamo cercato di dimostrare in passato, un conto è scambiare informazioni di polizia, di taglio investigativo, ed un conto è scambiare ed utilizzare in ambito giudiziario informazioni coperte dal segreto perché raccolte dall’intelligence militare. Ogni ordinamento giuridico, e giudiziario,  di ogni Stato membro, è diverso dall’altro:  in qualche caso, molti Stati sono favorevoli ad una raccolta ed una condivisione dell’intelligence senza limitazioni ed a tutta birra; in alcuni Stati – sembrerà assurdo – l’azione penale non è obbligatoria da parte degli inquirenti (il che significa che un magistrato od un poliziotto potrebbero anche tenere per sé un’informazione relativa ad un reato, utilizzandola in un secondo momento… cosa impossibile in Italia!); in altri Stati la privacy, la corretta utilizzazione delle informazioni in sede giudiziaria, la più precisa separazione tra “poteri”, rappresentano capisaldi del diritto, che non possono essere intaccati se non in casi eclatanti, per necessità ampiamente comprovate. Ma va da sé che se l’intelligence si chiama così proprio perché è molto difficile parlare di dati “comprovati”. Insomma, l’Europa è in realtà ancora lontana, secondo chi scrive, dal raggiungere un accordo in materia. Altro argomento spinoso, di cui i Ministri hanno discusso, è quello dell’immigrazione: avanza l’iter legislativo per l’istituzione di un Sistema Europeo Comune di Asilo (CEAS – Common European Asylum System), e per il miglioramento del sistema EURODAC (che consente di identificare in maniera chiara ed incontrovertibile l’identità dei richiedenti asilo, principalmente per evitare che una persona possa richiederlo in più paesi contemporaneamente o in caso di diniego da parte di uno degli Stati membri). È una novità invece il tentativo della Presidenza di ricevere mandato dal Consiglio per avviare i negoziati con il Parlamento europeo su una normativa che disciplini e regoli la ricollocazione dei migranti e le prescrizioni in capo agli Stati membri nel settore della loro accoglienza. Una norma che, se approvata come piace a noi, metterebbe in mora gli Stati che fanno finta di non sentirci, quando si tratta di accoglienza dei migranti e, in più, metterebbe in ridicolo tutti quei movimenti di destra più o meno estrema che, cavalcando la tigre dell’intolleranza e della disoccupazione dei connazionali, rendono impossibile il processo di integrazione europea ed espongono i propri governi alle ire della Commissione, sempre pronta – con draconiana e giusta severità – ad avviare procedure di infrazione contro gli inadempienti.

Il Ministro italiano Orlando, il 12 ottobre, alla riunione dei Ministri della Giustizia (foto www.consilium.europa.it)

In ogni caso, non si può negare che ciascuno – a modo suo – sta cercando di far confluire in uno sforzo congiunto il tentativo di risolvere i problemi e le paure dei cittadini in questi settori.

Il giorno 12 ottobre, invece, i ministri della Giustizia hanno portato avanti l’iter legislativo per la creazione di una procura europea (EPPO – Europeana Public Prosecutor’s Office), che avrà tra i primi incarichi quello di indagare e punire chi si macchierà di offese agli interessi finanziari dell’Unione. Altro tassello  che si sta felicemente incasellando è quello della creazione del sistema ECRIS: European Criminal Records Information System, una banca dati centralizzata dei casellari giudiziali degli Stati membri, che dovrebbe facilitare il contrasto a vari fenomeni criminali, specialmente ste transfrontalieri e transazionali.

Parigi e Berlino alla prova sulla Difesa UE

EUROPA/POLITICA/SICUREZZA di

In Unione Europea, Francia e Germania sono i paesi (insieme all’Italia) con le Forze Armate più grandi, i primi due Stati per bilancio della Difesa (escluso il fuoriuscente Regno Unito) e, infine, Parigi detiene il primato per la flotta navale più numerosa. Viene da sè, quindi, che, quando si tratta di Difesa e Sicurezza dell’UE, Parigi e Berlino sono i due interlocutori principali.


Angela Merkel e Emmanuel Macron durante la visita del secondo a Berlino.

Negli ultimi anni, le possibilità di progresso dell’integrazione aperte dal Trattato di Lisbona in ambito di azione esterna sembrano aver iniziato a concretizzarsi. Fattori endogeni e fattori esogeni hanno contribuito a questo risultato. Tra i primi:

  1. Una cittadinanza in Francia e Germania favorevole (o almeno non ostile) all’integrazione UE in materia di Difesa e Sicurezza.
  2. L’elezione di Macron, sostenitore (almeno durante la campagna elettorale) dell’integrazione in sede comunitaria.
  3. La possibilità di approfondire tale integrazione senza dover cambiare i trattati vigenti.

Tra i secondi:

  1. La crescente instabilità nel vicinato Sud (primavere arabe, terrorismo, state-failures, migrazioni) ed Est (Ucraina in particolare).
  2. L’esito referendario sulla Brexit, che porterà il Regno Unito, attore tradizionalmente ostile all’integrazione di difesa e sicurezza, fuori dall’UE.
  3. L’ondata di incertezza circa l’affidabilità della garanzia di sicurezza nord-americana seguita sia in Francia che in Germania all’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca.

L’azione congiunta franco-tedesca sul dossier ucraino e il neonato attivismo tedesco in Africa, in cui storicamente non si è mai invischiata, testimoniano, infine, una moderata, parziale ma importante convergenza strategica.

Un passaggio chiave in cui Berlino e Parigi dovranno dimostrare solidità e lungimiranza sarà quello della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO). Nel luglio 2017, infatti, il Consiglio Europeo ha approvato il lancio della PESCO delegando agli Stati membri dell’UE la definizione di criteri per l’accesso a questa “Unione della Difesa”. Il Trattato sull’UE all’articolo 42, infatti, recita: “gli Stati membri che rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militari e che hanno sottoscritto impegni più vincolanti in materia ai fini delle missioni più impegnative instaurano una cooperazione strutturata permanente nell’ambito dell’Unione”. La presentazione dei criteri deve avvenire entro 3 mesi. Francia e Germania dovranno essere capaci di presentare congiuntamente criteri realistici, ambiziosi e inclusivi, in questo che potremmo definire un vero e proprio “trilemma”. Un segnale positivo potrebbe essere arrivato dal vertice congiunto di luglio ma si attendono ancora sviluppi concreti.

Il principale ostacolo rimangono, però, le diverse percezioni, culture strategiche e ambizioni dei paesi UE. Le principali linee di faglia nella visione franco-tedesca sono: Europeismo e Nazionalismo per la Francia, Europeismo-Multilateralismo e Isolazionismo militare e politico per la Germania. Diverse visioni si scontrano anche sul ruolo della forza militare tra i paesi più forti in Europa: in Francia persiste un generale interventismo (almeno a livello esecutivo e nonostante una politica di tagli massicci alla difesa) mentre in Germania, dopo il 1989, vige un principio di “less is better” per le forze armate.

Lorenzo Termine

Guarda anche l’infografica “I recenti sviluppi in materia di Difesa UE

Donbass; interviene Alexander Hug, vice capo della missione OSCE

EUROPA/SICUREZZA di

 

lo scorso 6 ottobre 2017 è intervenuto in una conferenza a Kiev il vice capo della missione speciale di monitoraggio dell’OSCE, Alexander Hug. L’OSCE è un’organizzazione regionale per la promozione della pace, del dialogo politico e della cooperazione in Europa.

In particolare Alexander Hug si è espresso in merito alla situazione nella regione del Donbass, al confine tra Russia e Ucraina. La missione dell’OSCE consiste nel monitoraggio della situazione di tregua, con l’invio di circa 500 civili non armati nella zona interessata. Il cessate il fuoco è stato pattuito tra le parti il 5 settembre scorso.

La decisione era arrivata in seguito alla situazione di violentissimi scontri, con l’utilizzo di armi pesanti, che si era creata ed intensificata nei mesi precedenti, con il numero dei civili coinvolti in costante crescita. Il patto è stato, però, ripetutamente interrotto nei giorni seguenti , con bombardamenti pesanti che si sono registrati nella periferia di Mariupol, una città nell’Ucraina sudorientale, nella notte del 7 settembre. Inoltre sono stati avvistati dei carrarmati nella zona che intercorre tra il confine ed i 15 km di distanza da rispettare.

Alexander Hug nel suo intervento  ha continuato a fornire dati sugli ultimi attacchi. In particolare ha parlato degli eventi più vicini in ordini di tempo, riferendosi soprattutto alla giornata del 2 ottobre, quando le forze militari ibrido-Russe hanno attaccato le posizioni dell’esercito Ucraino 14 volte in 24 ore. Queste ultime hanno infatti aderito al cessate il fuoco nella zona di Donetsk, riversandosi però, con l’utilizzo di granate nei pressi del villaggio di Zaitseve, mettendo in grave pericolo numerosi civili.

In merito alla questione civili si è poi espresso riportando dati, “positivi”, se comparati con quelli degli ultimi mesi. Attraverso i monitoraggi, è stato possibile sapere che nell’ultimo mese il numero dei civili coinvolti nel conflitto è pari a 15, tra morti e feriti, ma rappresentano addirittura il 62% in meno rispetto ai mesi precedenti.

Alexander Hug, ha concluso il suo intervento citando chi realmente si trova nelle posizioni di potere in questo conflitto, chi potrebbe decidere di farlo cessare. “ Le persone che si trovano da entrambi i lati della linea di confine non aspettano altro che le figure in posizioni di potere facciano cessare il fuoco”, e continua “ Le persone armate, ma soprattutto chi li comanda, si stanno forse dimenticando di una cosa; i civili coinvolti, ed i 500, non armati, inviati dall’OSCE, vengono da 44 paesi differenti, ed hanno un solo obiettivo; la pace” .

Approvata dal parlamento europeo la Euro Procura

EUROPA di

Il 5 ottobre a Bruxelles, il Parlamento europeo ha votato a favore dell’istituzione di una Procura europea. Il voto in Parlamento segue la decisione dell’8 Giugno da parte del Consiglio “Giustizia” di accogliere la proposta di 20 Stati membri di istituire la suddetta Procura. Questa decisione si inserisce nel quadro della cooperazione rafforzata, ovvero quella procedura che include più di nove Stati membri, i quali decidono di stabilire un più stretta cooperazione in un settore specifico. Il settore in questo caso è quello delle frodi finanziarie a danno del bilancio dell’Unione Europea e la base giuridica per la formazione della Procura si rintraccia nel Trattato di Lisbona e in particolare nell’articolo 86 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).
L’istituzione di una Procura europea si rende, infatti, necessaria dal momento che gli organi attualmente esistenti all’interno dell’Unione Europea nel campo della lotta antifrode, come l’OLAF, non possono intraprendere azioni penali ma solo svolgere indagini amministrative i cui rapporti vengono trasmessi alle autorità nazionali, le quali possono scegliere o meno di intraprendere un’indagine penale al riguardo. Ad oggi solo il 50% delle raccomandazioni giudiziarie trasferite dall’OLAF alle autorità nazionali si sono concluse con un rinvio a giudizio, e vi è un’alta variabilità di tale numero da stato a stato. La necessità della Procura va ben oltre la limitata operatività degli organi già esistenti nell’Unione Europea. La Procura infatti sarà incaricata di perseguire i reati di frodi transfrontaliere in materia di IVA, frodi che fino ad oggi sono rimaste impunite in quanto le autorità giudiziarie nazionali incontrano numerosi ostacoli quando si parla di oltrepassare i confini dello Stato; dalle barriere linguistiche ad una eccessiva lentezza dell’iter dato dalla diversità del diritto interno fra i diversi stati.
La Procura europea nasce invece per facilitare e rendere efficace l’indagine transfrontaliera, per assicurare che chiunque commetta un reato di frode venga processato e infine per accertare che l’importo delle malversazioni sia recuperato più rapidamente. Per sottostare ai suoi compiti e per tener fede al principio di indipendenza e autonomia, la Procura sarà sviluppata su due livelli: una sede centrale, dotata di un Procuratore generale, che sorveglierà sulle indagini nazionale; e una serie di procuratori decentrati, con duplice funzione di procuratori nazionali, i quali assicureranno una conoscenza profonda degli ordinamenti nazionali in modo da facilitare la cooperazione con altri stati.
Il Presidente Junker nel discorso sullo stato dell’Unione ha affermato che la nuova Procura è uno strumento di tutela dei cittadini e del denaro dei contribuenti, con la prospettiva che un domani potrà essere soggetto importante della lotta al terrorismo transfrontaliero. I membri fondatori sono oggi 20, ma la Commissaria UE per la Giustizia, V. Jourovà, ha espresso le sue speranze per un ancor più alto coinvolgimento di stati, i quali si potranno aggiungere ai primi dopo l’adozione in via definitiva del regolamento da parte del Consiglio “Giustizia” il 12 ottobre.

 

Giornata per le vittime dell’immigrazione

EUROPA di

Il 3 ottobre è la giornata per le vittime dell’immigrazione, in ricordo di quel 3 ottobre 2013 in cui, a causa di un naufragio al largo delle coste di Lampedusa, persero la vita 368 persone, alcune delle quali sono tutt’ora disperse. Questa fu una delle più gravi tragedie avvenuta nel Mediterraneo. In occasione di questa giornata la Croce Rossa Italiana ha pubblicato un video, chiamato “Pioggia d’Agosto”, che raccoglie le testimonianze di alcuni volontari della CRI nella regione Sicilia.

Il video insiste sul lato umano di questa “migrazione disordinata”, come la definisce uno dei volontari. Il fenomeno migratorio perde infatti quei connotati di impersonalità e distanza se lo si vive in prima persona, assistendo i migranti e cercando di fornire loro servizi fondamentali come vitto, alloggio, alfabetizzazione, vestiti, tutela del diritto alla famiglia, solo alcuni dei campi in cui la Croce Rossa Italiana è attiva nei centri di accoglienza, porti e safe points italiani. Per i volontari del CRI non è più possibile dare una definizione di migrante; ciò che loro vedono e vivono sono storie di uomini che soffrono a causa di altri uomini, e che per scappare da questa sofferenza trovano spesso la morte in mare.
In occasione di questa giornata di ricordo, la Croce Rossa Italiana ha emesso anche un comunicato stampa, nel quale, oltre a rimandare al video, in cui si ricordano i punti fondamentali dell’organizzazione. Secondo le parole del Presidente nazionale della Croce Rossa Italiana, Francesco Rosi, è necessaria una maggiore partecipazione dell’Unione Europea dato che il 90% dei migranti che sbarcano in Italia non sono intenzionati a rimanervi.

Inoltre l’Italia si pone ancora a porte chiuse e con un piano di ricollocamento fallimentare, che ha toccato fino ad ora solo tremila dei trentamila rifugiati previsti. Le vie d’azione su cui l’Europa deve lavorare per il Presidente della CRI sono chiare: vie più sicure e legali per entrare in Europa e un’azione concreta che attacchi le cause dell’emigrazione. Ciò che l’Europa ha promosso fino ad ora invece è bloccare i migranti al di là del mare, come in Libia, in cambio di sovvenzioni e accordi monetari; una politica insomma che sembra più dilazionare e spostare il centro del problema che risolverlo.

 

Uno sguardo Internazionale in Festival

BOOKREPORTER/EUROPA di

La città emiliana ha ospitato l’XI edizione del festival dell’Internazionale, il settimanale che raccoglie testimonianze ed articoli di giornalisti da tutto il mondo. Dal 29 settembre al 1 ottobre quest’anno sono stati invitati ben 250 ospiti provenienti da 40 paesi e 4 continenti. All’insegna della “prospettiva”, per combattere i moti xenofobi ed i populismi che nell’ultimo periodo hanno attaccato gli scenari politici e sociali; gli incontri organizzati avevano l’obiettivo di informare innanzittuto e coinvolgere anche coloro che per pura curiosità si erano avvicinati ad ascoltare, dai più ai meno giovani. La città era gremita di persone così come di incontri e proiezioni, che spesso era difficile scegliere a quale partecipare. Andiamo ora a scoprire gli incontri concernenti la questione del Medio Oriente e gli eventi rivoluzionari più vicini ma anche quelli più lontani, dalla Brexit ai flussi migratori.

Per iniziare.. Can Dündar, scrittore arrestato nel novembre del 2015, sotto il regime di Erdogan, per aver pubblicato delle documentazioni circa l’invio di armi segrete da parte dell’intelligence turca ai combattenti siriani, vive oggi esiliato in Germania e ha vinto il premio della stampa internazionale per la libertà. Il cinema Apollo di Ferrara lo ha ospitato per testimoniare la sua esemplare esperienza; ai populismi che stanno prendendo piede in più parti del mondo, Dündar risponde che si deve combattere uniti, resistendo alla minaccia. Descrive poi Erdogan come un abile prestigiatore di personalità: può essere il miglior nemico così come il miglior amico e denunciando gli errori che ha commesso, sostiene che la Turchia risentirà, e già ne risente, delle conseguenze.

Nel primo pomeriggio Timothy George Kelly, giovane regista australiano che ha voluto intraprendere una nuovo progetto con il popolo inglese: ha prodotto un documentario fatto da 49 interviste in cui gli stessi inglesi spiegavano il loro voto del referendum del giugno scorso circa il futuro dell’Inghilterra all’interno o all’esterno dell’UE. In 92’ si spazia da persone con idee chiare e realmente convinte di ciò che pensano a persone, di ceti sociali minori, che giustificano il loro voto con pensieri che sfiorano il ridicolo, spesso a causa della loro ignoranza. L’ignoranza è proprio il fattore che denota la sottovalutazione di un voto che avrebbe invece modificato radicalmente la storia del loro paese; accanto ad essa si affianca la confusione che alcuni interventi dimostrano circa il significato di UE e cosa davvero significhi essere europei o meno. Il documentario mostra poi come l’origine della famiglia influenzi profondamente il pensiero di una persona, dal contadino la cui unica preoccupazione è di allevare le pecore e che dunque non è afflitto minimamente da una questione del genere, alla ragazza con i genitori immigrati per cui l’UE è stato invece un aspetto fondamentale della loro integrazione. Interessante in questo documentario anche le scelte del regista per quanto riguarda l’inquadratura e l’uso del bianco e nero.

Ci spostiamo poi in “Altre Afriche, racconti di paesi sempre più vicini” un libro di Andrea de Georgio con Hassane Boukar con la prefazione di Lucio Caracciolo; il cortile di Palazzo Crema ha ospitato un’interessante dibattito circa la situazione attuale del Sud Africa, in particolare il Niger, che è sempre più vicina all’Occidente per molteplici fattori. Innanzitutto i flussi migratori stanno mettendo sempre più in contatto la nostra cultura con la cultura africana; l’atteggiamento di alcuni paesi, la Francia in primis, che perseverano una pressione inadeguata nei confronti di questi popoli: l’uso del franco CFA ne è una chiara dimostrazione. Lo scrittore nigerino ha testimoniato come al giorno d’oggi queste questioni vadano spesso ad oscurare la vera realtà delle società, dove le decisioni delle istituzioni nascondono le necessità primarie dei popoli, che sono ancora tutto tranne che liberi.

L’Unione Europea è la protagonista del dibattito di Romano Prodi e Ilvo Diamanti. Prodi esordisce, commentando con gran naturalità i risultati delle elezioni tedesche, ammettendo che non poteva che aspettarsi la vittoria della cancelliera, alla quale riconosce il merito di aver messo in pratica un programma progressista che ha accompagnato lo sviluppo del paese, ed è stato uno tra i motivi che le ha permesso di essere rieletta. Alla questione Unione Europea, Diamanti risponde citando non tanto l’allargamento quanto la mala gestione all’interno della società internazionale che continua a causare incomprensioni e sollevamento di questioni che anzichè risolvere, bisognerebbe evitare che sorgano. A ciò connesso è senza dubbio la crisi della democrazia rappresentativa che sta attraversando praticamente ogni angolo del mondo; i due ospiti riflettono sul problema del delegare al “solo” il potere, a volte persino incostituzionalmente come nel caso di Polonia ed Ungheria, non rispecchiando quindi la volontà generale dei popoli elettori.

La crisi non giustifica la disumanità: apre così il dibattito Erri de Luca, gran sostenitore dei rifugiati e testimone attivo dei viaggi che li vedono protagonisti nella ricerca disperata di raggiungere le coste italiane. Testimone attivo perché è salito su una nave di Medici Senza Frontiere: ciò che più lo colpisce è la serietà con la quale i giovani volontari lavorano per portare a salvo più persone possibili, la grande forza con la quale si prende questo incarico, influenzando persino chi lì lavora per un contratto. E’ la fraternità il primo valore portato avanti, ma anche soppresso in poco tempo a causa dell’eliminazione del diritto di appello per i migranti prevista dal governo italiano. Da qui il dibattito inizia a prendere toni polemici e di protesta nei confronti delle decisioni prese nei mesi precedenti dalla politica italiana (dalle diffamazioni alle ONG, alla pubblicazione del codice di regolamento, in cui MSF ha dichiarato fin dall’inizio non aderire), con la partecipazione anche del presidente italiano di Medici Senza Frontiere Loris de Filippo.

La giornata di sabato ha visto altrettanti attori della scena moderna internazionale e mondiale..Tra cui: “Ripartire da sinistra”. Si assiste progressivamente alla perdita dei valori tradizionali della sinistra, di quei modelli che hanno costruito le vere menti fondatrici di una scuola di pensiero che risale oramai a molti anni fa. Ciò che critica soprattutto l’ex ministro della giustizia del governo Valls,Christiane Taubira, è la mancanza di comunicazione con e fra le classi della società, utilizzando il termine “depoliticizzazione”. Le classi tuttavia hanno perso quasi completamente il significato di cui godevano una volta, non si può più parlare di classe media infatti e il bisogno ricade inevitabilmente nell’individuazione di un rappresentante. La crisi di cui sentiamo parlare sempre più spesso è diventata un modo di gestire il sistema, insidiando così paura e mancanza di fiducia nei cittadini. L’obiettivo deve essere quello di poter tornare a parlare di solidarietà nazionale: terrorismo, immigrazione, ecologia devono rappresentare proprio il punto di partenza, essendo i problemi che accomunano la maggior parte degli attori internazionali e proprio quelli che li possono unire.

“Love & Revolution”. Un dibattito fuori dalle righe per i temi e i protagonisti che ne hanno preso parte: il giovane scrittore Saleem Haddad, lo scrittore egiziano Ayman El Amir insieme a sua moglie Nada Riyadh e la giornalista inglese, nata in Canada, Shereen El Feki che hanno discusso sul significato dell’amore e di un aspetto intimo quale quello dell’omosessualità in Medio Oriente. Shereen El Feki ha svolto un’inchiesta sul sesso nel mondo arabo, per comprendere a fondo cosa passa nella mente di un individuo di una realtà un pò diversa dalla nostra, ma pur sempre con istinti umani. Nel linguaggio arabo si distaccano in particolar modo i due termini “habram” e “haib”, in cui il primo sta a significare tutto ciò che va contro la religione, mentre il secondo significa vergogna, il timore di non fare pur di non essere giudicato; da qui si delinea come la vita al letto è strettamente connessa con la vita esterna. A volte è la sola paura del pregiudizio a non liberare sentimenti che appartengono da sempre all’essere umano, sia esso uomo o donna.

E per concludere.. la Corea. In Corea del Sud 30 anni fa finiva la dittatura e si può dunque definire la democrazia una democrazia piuttosto giovane. A raccontarci questa realtà sono stati Chang Kyung-Sup, dell’università di Seoul, Kim Young-ha, scrittore e giornalista e Anna Fiefield del Washington Post. Fino al 2007 il popolo coreano era l’unico a stare sui libri per più di 2000 ore all’anno e il tasso di suicidi era davvero fuori dal normale ma altresì la produzione molto alta lo faceva posizionare tra i posti più alti per la prosperità economica: un quadro molto vario dunque. L’influenza americana e l’abitudine oramai divenuta quotidianità fa sì che la Corea del sud sia comunque dinamica nel relazionarsi, nel trovare più spazio all’impegno piuttosto che al tempo libero, la vita è paragonabile ad una macchina in continuo movimento e l’industrializzazione da questo punto di vista ha certamente contribuito molto. L’ultima elezione della presidente è avvenuta, secondo il sociologo presente, per la paura dei cittadini di non sapere dove si sarebbe andati a finire se il potere fosse stato affidato ad altri. Per quanto riguarda poi la minaccia della Corea del Nord, che forse spaventa più l’occidente che la Corea stessa, viene descritta come un muro, al di là del quale non si vuole oltrepassare, o meglio neanche ci si vuole immaginare cosa possa esserci; a livello di pericolo effettivo le dichiarazioni provenienti dal nord si ripetono da così tanto tempo che hanno perso la loro credulità.

Alla prossima edizione..

Laura Sacher

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