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Green Deal europeo: il piano di investimenti e il meccanismo per una transizione verde

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Il Green Deal europeo è il nuovo piano della Commissione europea, presentato l’11 dicembre 2019, per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050 e per proteggere vite umane, animali e piante riducendo l’inquinamento. L’accordo della nuova Commissione ha anche l’obiettivo di aiutare le imprese a diventare leader mondiali nel campo delle tecnologie e dei prodotti puliti, nonché contribuire ad una transizione giusta e inclusiva. I settori in cui si intende agire sono quelli di clima, energia, ristrutturazione degli edifici, l’industria e la mobilità.

Il piano di investimenti per un’Europa sostenibile

Al centro del Green Deal europeo spicca il piano di investimenti per finanziare la transizione verde. Il piano per un’Europa sostenibile fa leva sugli strumenti finanziari dell’UE, in particolare InvestUE, per mobilitare investimenti pubblici e fondi privati – almeno mille miliardi di € di investimenti. La transizione verde è un processo che deve coinvolgere tutti gli attori: gli Stati membri, le regioni e i diversi settori connessi. È importante tuttavia sottolineare che l’impegno richiesto non è lo stesso per tutti, poiché alcune regioni saranno particolarmente colpite e saranno oggetto di una trasformazione socioeconomica. Il meccanismo in questione sarà dunque fondamentale per fornire loro un sostegno pratico e finanziario, così da aiutare i lavoratori e generare gli investimenti necessari. Il piano di investimenti del Green Deal europeo mobiliterà i fondi europei e creerà un contesto che sappia agevolare gli investimenti pubblici ma anche privati. L’obiettivo rimane quello iniziale: garantire una transizione verso un’economia climaticamente neutra, verde, competitiva e inclusiva. Il piano di investimenti si articola in tre dimensioni. Per quanto riguarda il finanziamento, si vogliono mobilitare almeno mille miliardi di euro di investimenti sostenibili entro i prossimi dieci anni; il bilancio europeo destinerà infatti all’azione per il clima e l’ambiente una quota di spesa pubblica molto importante rispetto a quella degli anni passati, attirando anche fondi privati e con l’aiuto della Banca europea per gli investimenti. In secondo luogo, si vuole garantire un quadro favorevole agli investimenti, prevedendo incentivi per sbloccare e riorientare gli investimenti pubblici e privati. L’Unione Europea cercherà di fornire strumenti utili agli investitori, basandosi sulla finanza sostenibile ed agevolando gli investimenti sostenibili da parte delle autorità pubbliche, con pratiche di bilancio e appalti verdi e con migliori soluzioni per semplificare le procedure di approvazione degli aiuti di Stato. Infine, sarà necessario un sostegno pratico da parte della Commissione verso le autorità pubbliche, nelle fasi di pianificazione, elaborazione e attuazione dei progetti sostenibili.

Il meccanismo per una transizione giusta

Insieme al piano di investimenti, il meccanismo per una transizione giusta ha un ruolo fondamentale. Si tratta di uno strumento chiave per garantire che la transizione verso un’economia climaticamente neutra avvenga in modo equo, senza lasciare indietro nessuno. Verrà fornito un sostegno mirato alle regioni più colpite, con l’obiettivo di attenuare l’impatto socioeconomico della transizione, per poi contribuire a generare gli investimenti di cui necessitano i lavoratori e le comunità. Il meccanismo per una transizione giusta concerne tre fonti principali di finanziamento. La prima è il Fondo per una transizione giusta: 7,5 miliardi di € saranno stanziati con i nuovi fondi UE; gli Stati membri ne potranno beneficiare individuando i territori ammissibili mediante appositi piani territoriali per una transizione giusta. Tale Fondo concederà sovvenzioni alle regioni: sosterrà i lavoratori, appoggerà le PMI, le start-up e chiunque creerà nuove opportunità economiche nelle regioni. La seconda fonte di finanziamento è un sistema specifico per una transizione giusta nell’ambito di InvestEU, che punta alla mobilitazione di 45 miliardi di € di investimenti, con lo scopo di attrarre investimenti privati a beneficio delle regioni interessate, aiutando le economie locali ad individuare nuove fonti di crescita. Infine, è stato previsto uno strumento di prestito per il settore pubblico in collaborazione con la BEI, sostenuto dal bilancio dell’UE, che dovrebbe mobilitare investimenti compresi tra 25 e 30 miliardi di €. A tal proposito, la Commissione presenterà la proposta legislativa a marzo 2020. Tale meccanismo potrà essere utilizzato tramite la piattaforma per la transizione giusta, nella quale la Commissione offrirà assistenza tecnica a Stati membri e investitori.

Le dichiarazioni

Al centro del Green Deal europeo, che racchiude la nostra visione per un’Europa climaticamente neutra entro il 2050, ci sono le persone” ha dichiarato la Presidente della Commissione europea Von der Leyen, per poi aggiungere cheIl piano presentato, finalizzato a mobilitare almeno 1 000 miliardi di €, indicherà la rotta da seguire e provocherà un’ondata di investimenti verdi”.Inoltre, il Vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo Frans Timmermans ha affermato: L’indispensabile transizione verso la neutralità climatica migliorerà il benessere delle persone e aumenterà la competitività europea, ma sarà più impegnativa per i cittadini, i settori e le regioni che dipendono in maggior misura dai combustibili fossiliconcludendo che  “il meccanismo per una transizione giusta aiuterà chi ne ha più bisogno, rendendo più attraenti gli investimenti e proponendo un pacchetto di sostegno pratico e finanziario del valore di almeno 100 miliardi di €”.

L’Unione europea nella crisi tra Iran e USA

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In seguito all’escalation fra Stati Uniti ed Iran, dovuta all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani nell’ambito di un’operazione statunitense, si pone la questione relativa al ruolo ricoperto dai paesi europei e dall’Unione europea nella crisi internazionale. Nonostante la posizione scomoda, fra gli storici alleati degli Stati Uniti ed un Paese come l’Iran con cui l’Unione nel 2015 ha negoziato lo storico accordo sullo sviluppo non militare dell’energia nucleare, e nonostante lo scetticismo dei più critici, qualcosa sembra muoversi.

Nell’ambito di tali controversie internazionali, puntualmente, si torna a dibattere sul ruolo che è chiamata ad occupare l’UE e sull’incidenza della sua politica estera. Questo poiché spesso si reclama un ruolo maggiormente attivo e si lamenta un impegno insufficiente.

Le accuse

Politico ha accusato l’Unione Europea di essere “fuori fase” sulla questione iraniana, mentre gli alleati statunitensi stanno conducendo una politica estera molto aggressiva senza consultarsi con gli altri Stati.

Poche settimane fa la neopresidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, aveva promesso che l’istituzione che guida sarebbe stata una “commissione geopolitica”, con un aumento del peso dell’Unione europea tra i grandi attori globali che articolano le relazioni internazionali, punto debole fino ad oggi nell’articolazione del disegno europeo. Nonostante l’istituzione di organi impegnati nella definizione di una politica estera europea, come l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica sicurezza- carica ricoperta dallo spagnolo Josep Borrell, succeduto all’italiana Federica Mogherini- gli Stati membri più potenti ed aventi un ruolo maggiore nel consesso internazionale sono da sempre restii a cedere la propria sovranità.

In tal modo aumenta la difficoltà di trovare una posizione di compromesso tra i 28 e ciò indebolisce il ruolo dell’Unione, rallentando la sua reazione ufficiale ai grandi avvenimenti. Così come è accaduto in seguito all’uccisione del generale iraniano: la prima dichiarazione ufficiale di von der Leyen sulla morte di Suleimani è arrivata lunedì alle 18.30, a più di tre giorni di distanza dall’evento.

La soluzione diplomatica garantita dall’UE

Nonostante ciò, altri importanti leader dell’Unione europea, come lo stesso Alto rappresentante Borrell ed il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, hanno reagito più tempestivamente. Josep Borrell, formalmente anche vicepresidente della Commissione europea, si è mostrato come il più attivo leader europeo, convocando una riunione straordinaria dei ministri degli esteri degli stati membri per il 10 gennaio, al fine di “discutere sui recenti sviluppi in Iraq ed Iran” e concordare una linea comune, ribadendo il pieno impegno dell’UE “per evitare una escalation nella regione”. Soprattutto, Borrell ha tenuto un colloquio telefonico con il potente Ministro degli esteri iraniano, Javad Zarif- uno dei principali negoziatori dell’accordo del 2015 tra Iran, USA, Francia, Regno Unito, Cina e Germania, negoziato con successo con il grande contributo dell’Unione europea. Borrell ha riferito che Zarif ha “condannato molto chiaramente” l’uccisione di Soleimani, ma lo ha “rassicurato” sulla non intenzione di mettere in atto una escalation di violenze. Il Ministro degli esteri iraniano appartiene all’ala moderata, pertanto non hanno sorpreso le sue posizioni più concilianti se confrontate con quelle dei leader più conservatori. Tuttavia, alla luce dell’intenzione- anticipata da mesi in seguito al ritiro degli Stati Uniti ed annunciata da Zarif stesso- di non rispettare più i limiti imposti dallo storico accordo siglato nel 2015, i suoi toni hanno comunque avuto un forte valore simbolico. Nel dettaglio, il Ministro degli esteri iraniano ha dichiarato che non rispetterà più il numero massimo di centrifughe stabilito nel 2015- la cui costruzione per l’arricchimento dell’uranio è un passaggio fondamentale per la preparazione della bomba atomica- ma ha anche annunciato che continuerà a consentire le ispezioni internazionali nei siti iraniani, smentendo di essere uscito dall’accordo. Il governo iraniano ha così tenuto la porta aperta per una soluzione diplomatica della crisi, mandando un messaggio ai paesi che ancora sono rimasti fedeli all’accordo, gli stati europei, riconoscendo i loro sforzi. Sembra dunque che Borrell sia riuscito nel complicato compito di mantenere un canale di comunicazione e le relazioni reciproche fra Iran ed Unione europea, tassello fondamentale per evitare l’inasprimento della crisi.

Colui che guida l’organo che riunisce i capi di Stato e di Governo dell’UE, Charles Michel, dal canto suo, ha pubblicato una dichiarazione a poche ore dall’evento, chiedendo ad ambedue le parti di evitare una escalation violenta. Egli nei giorni successivi si è anche confrontato con il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nonché con il Primo ministro canadese, Justin Trudeau.

Gli stati membri che hanno sottoscritto l’accordo del 2015

 

Anche gli Stati membri vincolati dall’accordo del 2015, si sono mossi con una cautela non differente da quella messa in atto dall’UE. Il Regno Unito, ad esempio, si trova ad affrontare un’ulteriore complicazione dovuta alla Brexit: il governo guidato da Boris Johnson deve trovare una posizione di compromesso fra gli Stati Uniti – con cui desidera rafforzare i legami commerciali dopo l’uscita dall’Unione Europea – ed i tradizionali alleati europei, con cui molto spesso negli ultimi anni ha trovato una linea comune in politica estera e con cui sta negoziando per la concretizzazione della Brexit. Pertanto, ciò ha condotto il governo britannico ad assumere posizioni piuttosto contraddittorie sull’uccisione di Souleimani, condannando Trump, senza citarlo direttamente, sottolineando l’influenza negativa dell’Iran nel quadrante Mediorientale, ma, al contempo, chiedendo agli USA di evitare un inasprimento della crisi.

Anche Germania e Francia hanno reagito in maniera diversa: il Ministro degli Esteri tedesco ha esplicitamente accusato il governo americano di “non aver reso più semplici le cose” con l’uccisione di Soleimani, mentre il Ministro francese si è detto preoccupato per le conseguenze sulla coalizione che sta combattendo contro l’ISIS in quel quadrante, coalizione guidata proprio dagli Stati Uniti.

Gli inglesi, i tedeschi ed i francesi, secondo Politico, hanno iniziato ad esprimere più chiaramente la loro vicinanza agli Stati Uniti dopo che il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, si è lamentato del fatto che “gli europei non sono stati di aiuto”. Come risposta, i tre paesi hanno pubblicato un comunicato congiunto sull’Iran in cui viene evidenziato il suo “impatto negativo” in Medio Oriente.

Il 14 gennaio i tre Paesi europei firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano hanno annunciato di avere demandato ad un meccanismo di risoluzione delle controversie, previsto dall’accordo del 2015, la decisione di Teheran di rivedere l’applicazione dell’intesa. La scelta di Germania, Francia e Regno Unito è politicamente significativa: al netto della comunicazione congiunta contro l’influenza negativa dell’Iran, si tratta di un tentativo di mantenere le relazioni con Teheran nel quadro dell’importante accordo.

In definitiva, la soluzione diplomatica sembra essere ancora la via prediletta e questo anche grazie all’Unione europea.

Relazioni Repubblica Ceca – Cina

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Le relazioni tra Repubblica Ceca e Cina sono al centro degli ultimi dibattiti nei due paesi: i recenti sviluppi sono caratterizzati da diverse questioni aperte, dall’attuale disputa tra Praga e Pechino, al commercio e allo spionaggio.

Sin dal 2014, le relazioni ceco-cinesi includevano un impegno nei confronti della “politica della Cina unica” e promettevano di portare enormi benefici economici, con il presidente Zeman che affermava di voler rendere la Repubblica ceca “la porta della Cina verso l’Europa”. Cinque anni dopo, gli investimenti promessi non si sono materializzati e vi è una crescente preoccupazione a Praga per gli sforzi di Pechino per aumentare la sua influenza nel paese.

Pechino – Praga

Il sindaco di Praga Zdeněk Hřib ha definito la Cina un “partner inaffidabile” ed ha annullato l’accordo di gemellaggio che era stato portato avanti da Praga e Pechino: l’accordo risale al 2016, ma in seguito ad alcune clausole controverse sulla politica cinese è stato annullato. Il sindaco ceco ha voluto proseguire però questa sua politica di gemellaggi ed ha deciso che Praga firmerà un accordo di gemellaggio con la capitale di Taiwan, Tapei. “In questo modo, abbiamo perso un partner ma ne abbiamo vinto un altro”, ha detto il sindaco, ben consapevole del ruolo geopolitico di Taiwan, e del valore che ha l’isola per la Cina – Pechino vede Taiwan come proprio territorio. Stando alle parole del sindaco di Praga, si può parlare di una vera e propria disputa in corso tra Praga e Pechino che ha inasprito le relazioni ceco-cinesi. Zdenek ha affermato di non sostenere la rottura dei legami diplomatici o economici con la Cina ma, allo stesso tempo, ha esortato le democrazie europee a riflettere intensamente sull’avere “un partner così rischioso e inaffidabile”. “Chiedo a tutti voi di non rinunciare ai vostri valori e all’integrità personale di fronte a minacce e ricatti”, ha poi aggiunto. Inoltre, Zdenek ha anche accusato il governo ceco di “trascurare” gli ideali della pacifica Rivoluzione di velluto del 1989 che pose fine a quattro decenni di dominio comunista nella Repubblica ceca: “Come sindaco sto lavorando per mantenere la promessa della mia campagna di tornare al rispetto per la democrazia e i diritti umani. Questi sono i valori della Rivoluzione di velluto che l’attuale leadership della nostra repubblica sta trascurando”.

I mancati investimenti

Anche il Presidente della Repubblica Ceca ha espresso la propria opinione in merito alla scarsa affidabilità della Cina come partner, affermando che non andrà in Cina per prendere parte al vertice “17 + 1” dei capi della Cina e dei paesi dell’Europa centrale e orientale che si terrà ad aprile; uno dei suoi motivi è proprio che la Cina ha promesso di investire in Repubblica Ceca ma non l’ha fatto. Allo stesso tempo, Zeman riconosce che la politica portata avanti dal sindaco di Praga Zdenek – la cancellazione di una dichiarazione sulla politica della Cina dall’accordo di partenariato Praga-Pechino – potrebbe irritare la Cina.

Spionaggio

I mancati investimenti sono seguiti da recenti scandali sullo spionaggio cinese verso la Repubblica Ceca: il rettore della Charles University ha recentemente dovuto rispondere delle sue dimissioni dopo che è emerso che i cinesi avevano finanziato alcune delle conferenze dell’università a Praga; inoltre, è emerso anche che l’istituto finanziario internazionale Home Credit, che ha interessi commerciali in Cina, aveva pagato un’agenzia di pubbliche relazioni per lavorare sul miglioramento dell’immagine della Cina nei media cechi. Le notizie di crescenti sforzi cinesi per ottenere maggiore influenza nel paese hanno portato la camera bassa ceca a discutere l’istituzione di una commissione speciale che andrebbe a monitorare l’influenza dei regimi autoritari sugli affari cechi. Il ministro degli Esteri Petříček afferma che accoglierebbe con favore una simile mossa: “Tale commissione potrebbe contribuire al dibattito su come compensare l’influenza dei regimi stranieri sugli affari cechi. È nostro dovere rafforzare la nostra democrazia e rendere la nostra società più resistente alla minaccia di campagne di disinformazione e attacchi informatici dall’estero”.

Infine, il primo ministro Ceco Babis, rendendosi conto delle delicate relazioni con la Cina, ha riconosciuto la necessità di cercare un rapporto pragmatico con la Cina, bilanciando attentamente i valori cechi e gli interessi commerciali, per essere pronti a tenere un dibattito aperto su tutte le questioni, compresi i diritti umani.

Parigi: il corpo di un quattordicenne è stato ritrovato a Charles de Gaulle, sognava l’Europa

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L’8 gennaio, a bordo del volo Air France AF 703 proveniente da Abidjan ed atterrato a Parigi, è stato trovato il cadavere di un passeggero clandestino in un carrello. A seguito delle indagini, il Ministero dei trasporti della Costa d’Avorio, dopo aver consultato la famiglia, ha rivelato la sua identità: Ani Guibahi Laurent Barthélémy, 14 anni. Era nato il 5 febbraio 2005 a Yopougon, nel distretto di Abidjan in Costa d’Avorio ed era uno studente regolare a Niangon Lokoua, un sobborgo dello stesso distretto.

Il ritrovamento e le indagini

Il Boeing 777, dopo un volo di sei ore, è arrivato all’aeroporto Charles de Gaulle verso le 6 di mattina ed il corpo è stato trovato intorno alle 6:40. Dopo aver fatto scendere i passeggeri, sono cominciati i preparativi per il viaggio in direzione opposta verso il Paese africano. I tecnici si sono avvicinati come di routine al carrello di atterraggio scoprendo la presenza di un cadavere. Un portavoce della compagnia aerea francese ha confermato la morte di un passeggero clandestino- privo di documenti o lettere- senza specificare la sua età e deplorando un “dramma umano”. Il corpo del bambino è stato portato all’istituto medico-legale ed i gendarmi dei trasporti aerei hanno condotto l’inchiesta.

Sembrerebbe che il 14enne sia morto per asfissia o per congelamento, come tante persone prima di lui, nel tentativo di raggiungere l’Europa da clandestino.  Le temperature scendono a -50 gradi tra i 9 e i 10mila-l’altitudine alla quale volano gli aerei di linea- e l’ambiente dove si trovava il quattordicenne non è né riscaldato né pressurizzato.

Le immagini delle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto mostrano come Ani Guibahi Laurent Barthélémy abbia raggiunto il carrello di atterraggio dell’aeromobile afferrandolo mentre si preparava al decollo, verso le 22,55. In un’intervista, il Ministro dei trasporti ivoriano Amadou Koné ha spiegato come nel video “si vede un individuo che indossa una maglietta (…) Pensiamo sia riuscito a entrare sulla pista scavalcando le recinzioni. Poi si deve essere nascosto nelle siepi per infine correre ad afferrare il carrello di atterraggio dell’aereo proprio al momento del decollo”.

Un caso non isolato

Si tratta di un caso non isolato: negli ultimi anni, diversi clandestini, tra cui adolescenti africani, sono stati trovati morti per il freddo o investiti. Secondo i dati dell’ong International Volunteer Center (Cevi), nel 2017 sono arrivati in Italia dalla Costa d’Avorio 8.753 migranti tra i 14 e i  24 anni. Tra questi 1.263 sono donne e 1.474 sono minori non accompagnati. Un evento simile si è verificato nell’aeroporto di Milano Malpensa, nei primi anni 2000.  Lo scorso primo luglio, invece, il corpo di un clandestino è stato ritrovato nel giardino di una casa di Clapham, poco lontano dall’aeroporto di Heathrow: era caduto dal volo Nairobi-Londra della Kenya Airways. Nel 2012 un altro clandestino, José Matada, era precipitato vicino a Heathrow da un aereo proveniente dall’Angola. Così era accaduto anche a Yahuine Koita e Fode Tounkara: avevano 14 e 15 anni quando si nascosero il 29 Luglio del 1999 in un carrello di un aereo partito da Conakry in Guinea e diretto a Bruxelles. Morirono assiderati, ma i due bambini portavano una lettera scritta a mano con destinatario l’Europa: “Signori membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente in Africa, aiutateci, abbiamo dei problemi e i bambini non hanno diritti…in Guinea, abbiamo molte scuole ma una grande mancanza di istruzione e d’insegnamento, salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono molti soldi, e i nostri genitori sono poveri, in media ci danno da mangiare. E poi non abbiamo scuole di sport come il calcio, il basket, il tennis, eccetera. Dunque in questo caso noi africani, e soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l’Africa perché progredisca”.

La sicurezza dell’aeroporto

Oltre alla tragedia umana, l’evento indica una grave violazione della sicurezza all’aeroporto ivoriano di Abidjan e ci si domanda come un ragazzo di 14 anni possa ottenere clandestinamente l’accesso ad un aereo e se ha beneficiato della complicità di qualcuno. Si sospetta, infatti, che un complice adulto lo abbia aiutato a passare, pur sapendo che il tentativo si sarebbe concluso molto probabilmente con la sua morte.

Da parte sua, il Governo della Costa d’Avorio ha dichiarato di aver “intrapreso il rafforzamento” delle disposizioni di sicurezza nell’aeroporto: sono state adottate diverse misure, in particolare il divieto di passaggio nella zona adiacente all’area aeroportuale per creare “una zona cuscinetto di sicurezza intorno l’aeroporto”.

Una corsa che è passata inosservata e un dramma umano, emblema della gravità di un fenomeno a cui urge trovare una soluzione.

Il rispetto dello Stato di diritto in Europa, l’emblematico caso della Polonia

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La Polonia ed il rispetto dello Stato di diritto continuano ad essere nel mirino in Europa. Sia l’Unione europea che il Consiglio d’Europa, infatti, negli ultimi giorni hanno discusso e deliberato su questo tema.

 

Le valutazioni del Consiglio d’Europa

Con riguardo al Consiglio d’Europa, il Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO) ha stabilito che la Polonia ha attuato meramente 7 delle 16 raccomandazioni che le sono state rivolte e solo una della recente procedura “ad hoc” relativa a specifiche riforme giudiziarie avvenute nel periodo tra il 2016 ed il 2018. Le raccomandazioni indirizzate alla Polonia riguardano la necessità di rendere più trasparenti le interazioni dei parlamentari con i lobbisti ed altre parti terze che cercano di influenzare il procedimento legislativo ed il miglioramento dell’orientamento etico in materia di conflitti di interesse. Il livello di conformità a tali raccomandazioni è stato giudicato come “globalmente insoddisfacente” e risulta essere invariato rispetto ad un precedente rapporto del 2014. Di conseguenza, il Gruppo di Stati contro la corruzione ha chiesto al capo della delegazione polacca presso il Consiglio d’Europa di fornire una relazione su progressi concreti entro il 31 dicembre 2020.

Nel dettaglio, il Gruppo di Stati ritiene “deplorevole” che la procura nazionale polacca non abbia ancora deciso le modalità per stabilire una consulenza dedicata a questioni di etica e condotta. Sia per i giudici che per i pubblici ministeri, ulteriori modifiche al sistema di dichiarazione patrimoniale sembrano essere oggetto di un progetto di legge sulla trasparenza della pubblica amministrazione, ma questo processo è ancora solo in una fase iniziale.

Soprattutto con riferimento ai giudici, a seguito delle riforme giudiziarie fortemente criticate tra il 2016 ed il 2018, il Consiglio d’Europa ha aggiunto sei ulteriori raccomandazioni alla Polonia per garantire il rispetto dello Stato di diritto ed il Gruppo di Stati si è compiaciuto del fatto che le disposizioni sul pensionamento anticipato dei giudici della Corte suprema siano state abrogate. Tuttavia, le misure adottate per rispondere ad una qualsiasi delle altre raccomandazioni rimangono “insufficienti”. Ad esempio, alcuna azione è stata intrapresa per modificare le disposizioni relative all’elezione dei membri del Consiglio nazionale della Magistratura, che, nella sua composizione attuale, non soddisfa gli standard del Consiglio d’Europa. Inoltre, nessuna misura è stata presa per ridurre il coinvolgimento dell’esecutivo nell’organizzazione interna della Corte suprema, per modificare le procedure disciplinari applicabili ai giudici della Corte suprema, per modificare le procedure per la nomina e il licenziamento di presidenti e vicepresidenti dei tribunali ordinari o per modificare procedure disciplinari applicabili ai giudici dei tribunali ordinari.

In particolare, ciò che si critica al sistema polacco e dunque ciò che non garantisce il rispetto dei valori propugnati dal Consiglio d’Europa è la possibilità del potere legislativo ed esecutivo di influenzare in maniera rilevante il funzionamento del sistema giudiziario, indebolendo in tal modo l’indipendenza della giustizia polacca. L’attuale sistema rende i giudici sempre più vulnerabili al controllo politico, minando la stessa democrazia.

 

Le procedure avviate dall’UE

Anche in seno all’Unione europea la problematica del rispetto dello Stato di diritto in Polonia risulta essere attuale e cruciale. Lunedì 16 dicembre gli eurodeputati hanno dibattuto sul tema nell’ambito della Commissione per le libertà civili, occupandosi anche del caso dell’Ungheria. In particolare, è stato avviato il processo che mira a determinare se un paese è a rischio di violazione dei valori fondanti dell’Unione europea- avviato dal Parlamento nel caso dell’Ungheria e dalla Commissione nel caso della Polonia. Gli Stati membri dell’UE possono decidere, infatti, a maggioranza di quattro quinti e dopo aver ricevuto il consenso del Parlamento, di avviare la procedura di cui all’articolo 7 del trattato sull’UE, che può eventualmente condurre a sanzioni, come la sospensione dei diritti di voto in Consiglio. Le preoccupazioni del Parlamento relative all’Ungheria comprendono l’indipendenza giudiziaria, la libertà di espressione, la corruzione, i diritti delle minoranze e la situazione dei migranti e dei rifugiati. Nel caso della Polonia, i deputati sono più preoccupati per la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e i diritti fondamentali.

In più, per quanto concerne il caso polacco, nella risoluzione adottata mercoledì 18 dicembre con 463 voti favorevoli, 107 contrari e 105 astensioni, il Parlamento europeo ha espresso profonda preoccupazione per il crescente numero di attacchi contro le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI) nell’UE da parte di Stati, funzionari statali, governi nazionali e locali e politici. Casi recenti includono dichiarazioni omofobe effettuate durante una campagna referendaria in Romania e discorsi di odio nei confronti delle persone LGBTI nel contesto delle elezioni in Estonia, Spagna, Regno Unito, Ungheria e Polonia.

In particolare, gli eurodeputati condannano l’istituzione, dall’inizio del 2019, delle aree “libere dall’ideologia LGBTI” da parte di vari comuni, contee e regioni del sud-est della Polonia. Tramite atti non vincolanti, i governi locali sono stati invitati dal Parlamento europeo ad astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che incoraggi il rispetto verso persone LGBTI e ad evitare di fornire assistenza finanziaria alle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti. Il Parlamento inoltre ha deplorato gli attacchi contro le persone LGBTI da parte delle autorità pubbliche di alcuni Stati membri, che hanno avuto come obiettivo le istituzioni educative e le scuole.

In aggiunta gli eurodeputati hanno chiesto alla Commissione di monitorare come vengono utilizzati tutti i finanziamenti comunitari in tale Stato membro, sottolineando che tali fondi non devono essere utilizzati a fini discriminatori.

Appare chiaro così come, sebbene nella maggior parte degli Stati membri siano in vigore misure legali contro la discriminazione e contro la violazione dello stato di diritto, queste attualmente non risultano essere sufficientemente attuate nella pratica.

Brexit, a un mese dal trionfo di Boris Johnson

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Il 12 dicembre si sono svolte in Gran Bretagna le elezioni politiche per il rinnovo della Camera dei Comuni, ben 650 membri, e per la scelta del nuovo Primo Ministro: a trionfare – e dunque confermare la carica – è Boris Johnson. Quello appena formatosi è un “Governo del popolo” secondo Johnson, con lo scopo di garantire pari opportunità e uguaglianza, per dar voce alle ambizioni del paese post-Brexit e riportare il Regno Unito a “svettare sul mondo”.

Le elezioni

Le elezioni del 12 sono state chieste proprio da Boris Johnson in via eccezionale; si tratta infatti di elezioni anticipate richieste poiché nelle elezioni del 2017 non è emersa una maggioranza, e ciò ha portato i Conservatori a doversi alleare con un piccolo partito nordirlandese, il DUP. Quello scorso è stato dunque un governo debole ed inefficace, anche per la Brexit. Quest’ultimo è forse l’argomento centrale della campagna elettorale ed anche motivo principale della vittoria di Johnson, che ha garantito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea entro il limite previsto, 31 gennaio, per poi tornare ad occuparsi di tutto ciò che in questi anni è stato trascurato per i lunghi negoziati.

I principali partiti che si sono sfidati in questa tornata elettorale sono i Conservatori ed i Laburisti. I primi sono al governo dal 2010, le principali figure sono state David Cameron, Theresa May e per l’appunto Boris Johnson, e risulta essere il partito più votato dagli anziani over 65 anni; i Laburisti sono guidati da Jeremy Corbyn, leader di sinistra che in campagna elettorale ha proposto di alzare la soglia per gli stipendi minimi, nazionalizzazioni, rendere più proporzionale la distribuzione delle tasse, importanti investimenti nelle energie rinnovabili. Per ciò che riguarda la Brexit, Corbyn non ha una posizione decisa poiché il suo stesso elettorale è diviso tra favorevoli e contrari. Altri importanti partiti che hanno preso parte alle elezioni sono i Liberal Democratici – contrario a Brexit – e lo Scottish National Party, presente solo in Scozia.

A vincere è stato Boris Johnson: i Conservatori hanno infatti ottenuto 365 seggi, guadagnandone 47 rispetto a prima, garantendo dunque un’ampia maggioranza e permettendo al Primo Ministro di poter governare senza ulteriori partiti. Se la vittoria dei Conservatori è definita un trionfo, per i Laburisti si può parlare di disastro: hanno ottenuto 203 seggi, 59 in meno rispetto alle precedenti elezioni, ed hanno perso in una zona sempre stata “rossa”, il Nord; per questi motivi, è senz’altro la sconfitta laburista più grave dal 1935. Le principali critiche mosse a Corbyn sono state sicuramente la mancanza di una decisa posizione sulla Brexit, nonché l’elaborazione di un programma radicale e la scarsa leadership dimostrata. Quanto all’affluenza, gli elettori che si sono recati alle urne sono stati circa il 62%.

Successivi sviluppi

“Adesso faremo la Brexit in tempo entro il 31 gennaio, senza se, senza ma e senza forse” dichiara Boris Johnson all’indomani delle elezioni. Dopo la sua vittoria, Johnson ha intrapreso un tour di celebrazione per il risultato ottenuto, basato sul “Get Brexit done” e “unificazione del Paese”. Ha dichiarato quindi di assumersi l’impegno di ripagarne la fiducia agli elettori, sia sulla Brexit che su tutto il resto. “Ricostruiremo la nostra autostima, la nostra magia, la fede in noi stessi. Sarà un tempo meraviglioso per il nostro Paese, meraviglioso. E torneremo a svettare sul mondo”, ha affermato il Premier nel pieno dell’entusiasmo per la sua vittoria.

La questione brexit rimane al centro dei dibattiti, ma essendo molto chiara la posizione di Boris Johnson si crede che si inizi da subito a discutere l’accordo negoziato ad ottobre con l’UE, al fine di garantire l’uscita dall’UE proprio il 31 gennaio 2020. Le elezioni della Camera dei Comuni sono state in parte interpretate anche come un referendum indiretto sull’uscita dall’UE, obiettivo principale di Johnson stesso. “Con Boris Johnson abbiamo concordato di lanciare i negoziati per la partnership tra Ue e Regno Unito al più presto. Ci incontreremo all’inizio del 2020” afferma la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, dopo aver dato le sue congratulazioni al premier per la vittoria elettorale; inoltre, ricorda anche che il Regno Unito sarà sempre un amico, un partner ed un alleato.

Proprio venerdì 20 dicembre si è avviato l’iter per la ratifica parlamentare a Westminster della legge sul recesso britannico dall’UE, mentre l’approvazione finale del negoziato verrà attuata prima del 31 gennaio. Inizieranno poi le trattative commerciali per un accordo tra UK e UE che dovrà essere ratificato dagli Stati Membri. Se tale accordo verrà concluso entro tre mesi, il Regno Unito lascerà l’Unione Europea il 1° gennaio 2021.

Brno, minacce alla moschea della città

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Il quattro gennaio, su una parete esterna della moschea di Brno, seconda città della Repubblica Ceca, è stata ritrovata una scritta nera che può definirsi un atto vandalico, ma non solo. “Non diffondere l’Islam nella Repubblica Ceca, altrimenti ti uccideremo”, appare scritto in ceco: una minaccia di morte per tutti coloro che intendono diffondere la religione islamica nella città e nell’intero paese.

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Attacco a Villejuif: in Francia la lotta contro il terrorismo torna al centro dell’attenzione

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Cinque anni dopo gli attacchi terroristici che hanno colpito Parigi nel 2015, venerdì 3 gennaio, a Villejuif, comune francese a pochi chilometri dalla capitale, un uomo ha accoltellato diversi passanti: un uomo è morto e due donne sono state ferite gravemente. L’aggressore, noto come Nathan C., ventiduenne, è stato ucciso dalla polizia dopo aver tentato una fuga. Continue reading “Attacco a Villejuif: in Francia la lotta contro il terrorismo torna al centro dell’attenzione” »

Gruppo di Visegrád, i quattro sindaci delle capitali uniti nel “Patto delle Città Libere”

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Il Gruppo di Visegrád è un’alleanza culturale e politica di quattro paesi dell’Europa centrale – Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia e Polonia – istituita nel 1991 con il fine di garantire l’avanzamento militare, culturale, economico ed energetico, nonché di promuovere l’integrazione dei singoli stati nell’Unione Europea. Continue reading “Gruppo di Visegrád, i quattro sindaci delle capitali uniti nel “Patto delle Città Libere”” »

Francia ancora in subbuglio: sviluppi delle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni

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Età pensionabile ferma a 62 anni ed abolizione dei 42 diversi regimi del sistema pensionistico attualmente in vigore: l’11 dicembre, il Primo Ministro francese, Édouard Philippe ha annunciato il contenuto dell’attesa riforma delle pensioni, che ha provocato e continua a provocare diverse manifestazioni e proteste in tutta la Francia. Continue reading “Francia ancora in subbuglio: sviluppi delle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni” »

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Francesca Scalpelli
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