GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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ASIA PACIFICO - page 3

L’Iran, gli iraniani e il regime

ASIA PACIFICO di

Le nuove manifestazioni in Iran sono iniziate il 28 dicembre a Mashhad; potevano iniziare da  qualsiasi altra città e in qualsiasi altra data. In verità il malcontento diffuso nasce dopo pochi mesi dall’insediamento del regime teocratico in Iran. Le manifestazioni di protesta, a carissimo prezzo, ci sono state in molte città iraniane e, negli ultimi mesi, si sono estese per motivi economici. Chi conosce l’Iran, i suoi antichi e orgogliosi abitanti e il suo innaturale regime da decenni al potere, non è stato certo colto di sorpresa. Quando nel febbraio 79 Khomeini conquistò, con la complicità dell’Occidente, la leadership della rivoluzione democratica degli iraniani contro lo sciah, dopo poche settimane di luna di miele ci fu uno scollamento tra la popolazione e il regime. Infatti la nascita del famigerato Corpo dei pasdaran, con lo scopo  di difendere la Repubblica islamica per statuto, risale proprio al maggio 1979. Negli anni 80, oltre le catastrofiche vicende della guerra Iran-Iraq, il regime per mantenersi al potere dovette spedire al patibolo decine di migliaia di dissidenti. Terminata la guerra nel 1988, e soprattutto dopo la morte del fondatore della teocrazia iraniana Khomeini, 3 giugno 1989, con un paese economicamente e socialmente al tracollo, partì il fantomatico balletto dei “moderati” vs “oltranzisti”. Il “moderato” Rafsanjani aprì le porte alle privatizzazioni del patrimonio del paese, consegnandolo in sostanza ai pasdaran e ai suoi familiari e amici. In seguito, dal 2005 con “l’oltranzista” Ahmadinejad la porta fu spalancata ai pasdaran, che già facevano un corpo unico con il vero detentore del potere della teocrazia iraniana la guida suprema Ali Khamenei, in modo da monopolizzare la ricchezza. Insomma il Paese, il suo patrimonio e soprattutto la sua gente furono in balia dell’incapacità endemica degli uomini di regime e della loro insaziabile avidità. Ogni cenno di protesta popolare è stato represso nel sangue, come quello della metà degli anni 80 a Mashhad, Ghazvin, Arak e altre città, come quello degli studenti universitari del 99, e soprattutto la fiumana di protesta nel 2009. Il regime dittatoriale religioso non ammette l’opposizione. Gli screzi tra le fazioni del regime, per accaparrarsi fette di potere e coglierne vantaggi, non hanno nulla a che vedere con i bisogni della gente e non hanno mai rappresentato le sue reali istanze democratiche.

Le proteste del 28 dicembre 2017 di Mashhad, città santa per gli sciiti, si sono allargate in altre città della regione di Khorasan, terra natale di Khamenei, e da lì a tutto il Paese, oltre novanta città e almeno 30 caduti e migliaia di manifestanti arrestati. La rivolta è partita sì contro l’insopportabile carovita, ma subito s’è trasformata in una rivolta dalle istanze politiche tra cui il cambio radicale di tutto il regime. Chi cerca di addossare la paternità del movimento ai pasdaran e perfino a Ahmadinejad o è uno sprovveduto o interessato, mente e sa di mentire. Khamenei blatera il consueto ritornello che le manifestazioni sono opera del nemico straniero. Si vuole camuffare l’evidenza: il desiderio di un popolo che da oltre un secolo si batte per la libertà, che non ha mai accettato il regime religioso, perché questo non può dargli quello che non ha, cioè la libertà. Quando nel primissimo Novecento in Persia la monarchia al potere sconfisse il Movimento dei costituzionalisti a Teheran e in altre città, solo nella città di Tabriz il coraggioso Sattar Khan resisteva strenuamente con meno di venti uomini. Allora il console russo gli propose di issare la bandiera russa sulla sua dimora per aver “salva la vita”. L’orgoglioso combattente rispose:  “Generale console, io voglio che sette bandiere si sottomettano alla bandiera dell’Iran. Non andrò mai sotto la bandiera straniera”. Da lì a poco Sattar Khan arriva trionfalmente a Teheran. Era il 1908, altri tempi, ma gli uomini e le donne combattenti dell’Iran sono quelli e la loro dignità è quella. Nella rivolta in atto in Iran additare i patrioti al soldo del nemico straniero è fuorviante oltre che ridicolo. Io stesso che scrivo da tanti anni sull’Iran, potrei rivendicare il diritto d’autore per le posizioni prese in questi giorni dai vari membri dello establishment statunitense. Si tratta di giuste e sacrosante rivendicazioni di un popolo dalla grande dignità. L’espansione del “forte” regime iraniano è segno della debolezza altrui, dove la responsabilità dei governi occidentali è enorme. Bush gli ha regalato L’Iraq e Obama la Siria, ma alla fine i mullà devono fare i conti con gli iraniani in Iran. L’asse Afghanistan – Iraq – Siria – Libano per arrivare ad avere il fiato sul collo di Israele è solo una direttrice lungo la quale scaricare le tensioni interne; gli iraniani con la loro cultura millenaria non hanno mai sopportato il regime liberticida. Il regime iraniano “dona” almeno un miliardo di dollari all’anno ad Hezbollah libanese, e negli ultimi sei anni ha speso da dieci a quindici miliardi all’anno per mantenere il macellaio di Damasco. Ecco dove è andato il denaro scongelato dall’accordo nucleare, col quale Rouhani prometteva il miglioramento della situazione economica della popolazione, compreso un miliardo di dollari in contanti spedito da Obama a Teheran con un aereo militare. Oggi il 70% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Moltissimi giovani, spesso laureati, sono disoccupati, e la disoccupazione in alcune zone del paese tocca il 60%. Il regime religioso iraniano fomenta e diffonde odio nel Paese e nella Regione, e questo è in netto contratto con lo spirito dei persiani.

Il regime teocratico al potere da 39 anni non può e né vuole concedere alcuno spazio al popolo. Da qui la sua feroce oppressione e, quando non basta, le sue calunnie. Le istituzioni in Iran, talvolta dalle sembianze democratiche, sono del tutto prive di democrazia. Sotto la pressione interna il regime ha dovuto da subito inventare dei nemici. Morte all’America e morte ad Israele sono strumenti logori con cui cerca di resistere ad un popolo che ha altri progetti, non certo un governo religioso guidato dai corrotti. La rivolta contro un siffatto regime è un dovere sacrosanto.

Questa rivolta è del tutto diversa da quella del 2009. È estesa in un centinaio città, da nord a sud, da est a ovest. I manifestanti appartengono al ceto meno abbiente e molti di loro sono giovani confinati ai margini della vita economica del paese. L’età media degli arrestati è meno di venticinque anni. Soprattutto la rivolta è del tutto autonoma dalle fazioni del regime. Questa rivolta è un corpo estraneo ed antagonista al regime di cui chiede la fine.

Un altro cambiamento significativo è il contesto internazionale mutato. Nel 2009 mentre la gente veniva repressa a sangue a Teheran, il presidente Barack Obama sembrava che stesse a guardare con indifferenza. Dopo s’è saputo che appoggiava Ali Khamenei scrivendogli ripetute lettere di conciliazione. Ora l’Amministrazione statunitense, cominciando da Donald Trump,  ed altri politici americani hanno appoggiato la lotta degli iraniani. Perfino John Kerry fa autocritica di aver sottovalutato la situazione interna dell’Iran e Hillary Clinton spende parole in favore dei manifestanti. I paesi europei, l’Unione Europea e perfino l’Italia, anche se con toni conservativi, hanno difeso il diritto dei manifestanti e hanno “invitato” il regime iraniano a rispettare il loro diritto a manifestare. Non è superfluo ribadire che l’Iran sarà liberato dagli iraniani e da nessun altro; che la stabilità del Paese, visti questi anni, avverrà solo con il cambio del regime; che la stabilità dell’Iran contribuisce in misura determinante alla stabilità della Regione. Per queste ragioni e non solo dobbiamo sostenere la lotta degli iraniani per la libertà e la democrazia che, nonostante le brutali repressioni, mai cesserà. Il capo dei pasdaran  Jahfari può ancora una volta dichiarare che la rivolta è rientrata e la stampa internazionale fargli eco, ma tutti sanno che non è così.  Quando i Diritti fondamentali di un popolo vengono calpestati, quando la dignità di donne e uomini di una terra viene ignorata, allora  l’insurrezione diviene per il popolo il più sacro dei diritti e il più necessario dei doveri e merita il sostegno di ogni uomo libero dovunque si trovi.

 

La Corea del Nord e la corruzione: ecco l’ennesima ferita sanguinante per la middle-and low class coreana

ASIA PACIFICO/POLITICA di

Un’altra “pedina” da eliminare, quella della corruzione che ultimamente sta dilagando in Corea del Nord. Dall’altra parte della scacchiera un avversario forte e temibile: Kim Jong-un. Una partita ancora aperta, ma che al momento vede in netto vantaggio il dittatore nordcoreano. Quest’ultimo ha, infatti, disposto che le autorità richiedano pagamenti di una certa somma utilizzando pretese diversificate ed in continuo aumento; a poco serve il rifiuto governativo dell’accumulazione di ricchezza personale di stampo anti-socialista. Decine di unità di polizia e personale dell’esercito sono tenuti a fermare le auto ed i camion che trasportano merci per domandare loro “i soldi per il pranzo”, costringendo gli sventurati a concedere circa 30-40 dollari ai gruppi militari. Questa pratica tanto scorretta quando improbabile in altri Paesi, si sta presto trasformando in consuetudine e si diffonde sempre più l’usanza, per gli autotrasportatori, di tenere preventivamente da parte una somma di denaro da donare alle unità di polizia.
Ma automobilisti e camionisti non sono gli unici a dover soccombere a queste nuove regole: pare che anche le classi più agiate, le cosiddette élites, non siano immuni al pagamento di tali tangenti. Ma se è vero che in questo ordine mentale creato da Kim Jong-un ogni classe è uguale alle altre, è pur vero che “l’ordine sociale” creato tra le varie stratificazioni sociali sembra non procedere nella stessa direzione. Le tangenti imposte all’upper class ricadono inevitabilmente sulla middle-and low class, a riprova del detto infantile, ma quanto mai veritiero “ciò che è mio è mio, ciò che è tuo è mio”.
L’effetto che inevitabilmente viene a crearsi all’interno di questo contesto sociale è un sentimento pubblico che si sta portando ai minimi livelli, in una proporzione diretta con l’intensificazione del livello di tirannia prodotta da Kim Jong-un. Capita, a volte, che i gruppi militari vengano accusati di corruzione, ma non esiste, di fatto, un reale interesse nel punire i colpevoli e quindi accade sempre che le stesse accuse cadano poi nel dimenticatoio.
Persino la polizia pare sia costretta al pagamento di tangenti pari a 70 dollari ed ogni squadra militare abbia ordinato ai propri sottoposti di riscuotere l’importo richiesto in segno di lealtà al regime. Condizione, questa, che fa vivere l’intero sistema sociale in un clima di totale soggezione ed ansia legata al timore di non essere all’altezza delle aspettative della guida suprema della Repubblica coreana.
“Se non si può utilizzare la legge per estorcere denaro, allora non si ha ciò che serve per portare a termine il proprio lavoro” è, di fatto, una frase più volte pronunciata dai gruppi militari di rango elevato nei confronti dei propri sottoposti. Applicando questa “nuova norma”, le squadre militari si stanno diffondendo a macchia d’olio per tutta Pyongyang, attraverso un sistema che potremmo tranquillamente definire una rapina legittimata. La vendita di merci contrarie alla politica socialista vede come unico mezzo di espansione la corruzione delle autorità coreane ed il conseguente dilagarsi di un sistema di corruzione che non trova ancora fine.
La situazione nordcoreana non ha quindi condotto solo ad un malcontento interno generale, bensì ha ottenuto come risposta una serie di sanzioni internazionali, le quali non permettono da tempo ormai alla Corea del Nord di guadagnare valuta estera, producendo così una serie di ripercussioni interne ed esterne che non accennano ad arrestarsi.

I raid della coalizione in Iraq e Siria colpiscono l’Isis incessantemente

ASIA PACIFICO/SICUREZZA di

Tra il 21 e il 22 ottobre, sono stati condotti 25 raid aerei che hanno provocato un totale di 28 attacchi a target dell’ISIS in Siria e in Iraq. Le operazioni sono state condotte all’interno di un progetto patrocinato dal dipartimento della difesa americano; il progetto si chiama Operation Ineherent Resolve, è attivo dal 2014 e riunisce 12 nazioni con l’obbiettivo di attaccare con raid aerei e attacchi missilistici punti strategici nei territori che lo Stato Islamico rivendica di proprio dominio.

I target delle operazioni degli ultimi giorni sono stati principalmente veicoli, autobombe, aeri e anche degli stabili. L’Operation Ineherent Resolve, secondo il suo sito ufficiale, afferma che dalla nascita del progetto sono stati sottratti all’ISIS il 55% dei territori. I costi finanziari di questa operazione sono ingenti, si parla di un totale dall’8 agosto 2014 al 30 giugno 2017, di 14 356 milioni di dollari, con una stima di un costo giornaliero di 13,6 milioni di dollari. Non ci sono, invece, stime dei costi umani di suddette operazioni.

Dure parole dell’UE contro la Corea del Nord e il Myanmar.

Il 16 ottobre è stato un giorno intenso anche sotto il punto di vista delle operazioni più squisitamente politiche dell’UE.

Prima di tutto il Consiglio ha adottato delle conclusioni sul Myanmar/Birmania, abbastanza dure, in cui si legge che “la situazione umanitaria e dei diritti umani nello Stato di Rakhine è estremamente grave” per via delle notizie, recentemente diffuse, su violenze nei confronti della popolazione e di gravi violazioni dei diritti umani (uso di mine, violenza di genere, uso indiscriminato di armi da fuoco). Nel documento si parla della popolazione Rohingya, che sta fuggendo in Bangladesh, e si lancia un appello a tutte le parti in conflitto

Rohingya in fuga verso il Bangladesh su mezzi di fortuna (fonte www.rai.it)

affinché le violenze cessino. Nel frattempo, l’UE ha intensificato l’assistenza umanitaria a favore dei rifugiati Rohingya in Bangladesh e si è dichiarata pronta a estendere le proprie attività a favore di tutte le persone in stato di necessità nello Stato di Rakhine, una volta che venga consentito l’accesso ad una sua missione (in virtù del principio giuridico internazionale secondo il quale uno Stato in crisi debba necessariamente acconsentire all’ingresso di organizzazioni internazionali nel suo territorio). 

D’altro canto – si legge in una nota – l’UE si è compiaciuta del fatto che alcuni enti governativi si stiano occupando del triste fenomeno dell’apolidia dei Rohingya e che il governo si stia in qualche modo impegnando a consegnare alla giustizia  i responsabili delle violazioni dei diritti umani (spesso commesse anche nei confronti di minori) e lo ha invitato a collaborare con la Commissione Internazionale dei Diritti Umani dell’ONU, che ha stabilito una missione in quei territori.

Nel contempo però, l’UE ha stigmatizzato lo sproporzionato uso della forza da parte delle forze di sicurezza ed ha annunciato che rivedrà tutti gli accordi di cooperazione concreta in materia di difesa, confermando la permanenza del vigente embargo su armi e affini e promettendo anche misure più drastiche, in ogni sede, qualora la situazione dovesse non mutare.  Insomma: una situazione ancora in divenire, e dagli scenari mutevoli, anche perché in Myanmar esiste una Delegazione UE, ossia una vera e propria ambasciate dell’Unione, che dipende dal Servizio di Azione Esterna.

Una delle strade “deserte” di Pyongyang, capitale della Corea del Nord.

Altro fronte aperto rimane quello della Corea del Nord. Il 16 ottobre il Consiglio in versione “Affari esteri” ha infatti discusso del dossier, con particolare riferimento allo sviluppo di armi nucleari e di missili balistici che hanno violato totalmente ogni risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite al riguardo.

L’UE ha comminato ulteriori sanzioni, che rafforzano quelle già decise in ambito ONU:

 

  • il divieto totale di investimenti dell’UE in Corea del Nord, in ogni settore: in precedenza il divieto era circoscritto agli investimenti nell’industria nucleare e delle armi convenzionali, nei settori minerario, della raffinazione e delle industrie chimiche, della metallurgia e della lavorazione dei metalli, nonché nel settore aerospaziale. Ora non si può investire più in Nord Corea. 
  • il divieto totale della vendita di prodotti petroliferi raffinati e petrolio greggio, senza alcuna limitazione in pejus. Prima c’erano dei limiti, già insopportabili, che comunque permettevano un minimo commercio di idrocarburi. Ora tutto questo non sara proprio più possibile. 
  • la riduzione dell’importo delle rimesse personali, da parte dei nordocreani residenti all’estero, da 15.000  a 5.000 euro, in ragione dei sospetti che queste siano utilizzate per sostenere programmi illegali connessi al nucleare o ai missili balistici. Quindi, difficoltà anche a spedire i soldi a casa: non verranno nemmeno rinnovati i permessi di lavoro per i cittadini nordcoreani presenti nel territorio dell’Unione (tranne per coloro che godono della protezione internazionale, perché rifugiati. In poche parole, solo ai dissidenti del regime dei Kim verranno garantiti lavoro ed assistenza). 

Il Consiglio ha inoltre inserito negli elenchi delle persone ed entità soggette al congelamento dei beni e a restrizioni di viaggio tre persone e sei società che sostengono i programmi nucleari illeciti. Sono quindi 41 le persone e 10 le società sottoposte a misure restrittive nei confronti della Corea del Nord – che si aggiungono alle 63 persone e 53 entità designate dalle Nazioni Unite – a cui si sta cercando in tutti i modi di “tarpare le ali” per fare pressione sul (pericoloso) governo di Pyongyang. 

(fonte www.consilium.europa.eu)

L’UE sempre più “operativa” nelle aree di crisi: nuova missione in Iraq, confermata missione in Bosnia, adottata nuova strategia per l’Afghanistan

Il 16 ottobre è stata una giornata impegnativa per la politica di sicurezza dell’UE, per vari motivi.

In primis, il Consiglio ha lanciato una nuova missione civile nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) in Iraq. La missione sarà incentrata sul sostegno alle autorità irachene nell’attuazione degli aspetti civili della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq, e sarà guidata dal tedesco Markus Ritter. Saranno 35 gli esperti dell’UE che forniranno consulenza e assistenza in diversi settori fondamentali identificati come “critici” (nel senso anglosassone del termine) dalle autorità irachene.  La missione dovrebbe essere dispiegata a Baghdad entro la fine dell’anno, e dovrebbe avere un costo (inziale) di 14 milioni di euro. La missione, sotto egida PSDC si inquadra nelle missioni così dette “civili” dell’UE: ossia quelle missioni che hanno il principale obiettivo di ricostruire le istituzioni nei paesi martoriate dalla guerra, che ne siano usciti o ne stiano uscendo. Normalmente l’UE invia degli esperti (per l’appunto) civili, affinché affianchino le autorità locali e tentino di riformare e rifondare i settori della pubblica amministrazione: polizia, apparato giudiziario, sanità. Ma gli esperti possono fornire consulenza anche in settori come l’uguaglianza di genere ed i diritti umani; insomma: tentano in ogni modo di ripristinare o di stabilire lo stato di diritto. Le missioni dell’UE vengono dirette dal Comitato Politico di Sicurezza, che risponde all’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE (ora Federica Mogherini). L’Alto Rappresentante è a capo del SEAE, il Servizio di Azione esterna dell’UE, e presiede anche il Consiglio dell’UE nella sua versione “Affari Esteri” (cosa anomala per il Consiglio, la cui presidenza nei diversi settori

La sede del Servizio Europeo di Azione Esterna a Bruxelles

di legiferazione, normalmente, è a rotazione).  L’Alto Rappresentante è anche uno dei Vice Presidenti della Commissione europea: è l’unica figura, quindi, a cavallo sia del Consiglio che della Commissione. Il Comitato Politico di Sicurezza ha due ulteriori entità alle sue dipendenze: il Comitato Militare dell’UE, che guida le missioni di taglio più “robusto” o militare, ed il così detto CIVCOM o comitato per la gestione civile delle crisi. A occhio e croce questa nuova missione in Iraq dovrebbe inquadrarsi sotto l’egida del CIVCOM. L’obiettivo della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq è creare istituzioni statali capaci di consolidare la sicurezza e la pace e di prevenire i conflitti, rispettando nel contempo lo Stato di diritto e le norme in materia di diritti umani. La strategia individua una serie di minacce urgenti alla sicurezza nazionale – tra cui terrorismo, corruzione, instabilità politica e polarizzazione etnica e settaria – che la missione PSDC contribuirà ad affrontare.

La missione opererà in stretto coordinamento con la delegazione dell’UE in Iraq e con i partner internazionali presenti nel paese, compresi il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), la NATO e la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Il che significa che le questioni squisitamente militare

Soldati dell’EUFOR e forze di polizia della Bosnia Erzegovina (fonte www.euforbih.org)

resteranno un affaire della NATO.

In secundis, il Consiglio ha ribadito e confermato il suo impegno a favore della prospettiva europea della Bosnia-Erzegovina come paese unico, unito e sovrano ed ha ufficialmente stigmatizzato il fatto che, negli ultimi mesi, le riforme siano state rallentate a causa di politiche legate al (triste) passato e di polemiche sorte in occasione delle elezioni anticipate.

Per tale motivo, l’Istituzione europea ha dichiarato, con una nota, che approva ed accetta di buon grado il fatto che l’operazione ALTHEA continui ad esistere in BiH. Le forze militari impegnate nell’operazione contribuiscono ormai da tempo alla capacità di deterrenza delle legittime autorità bosniache nelle situazioni di crisi. Inoltre, non si può non dire che la forza multinazionale europea, con sede presso la base di Butmir e “succursali” in tutto il paese,  ha effettivamente contribuito anche a formare ed incrementare le capacità delle forze armate e di polizia bosniache e, più in generale, a sostenere tutti i settori della pubblica amministrazione che andavano riformati.

Infine, sempre il Consiglio ha adottato delle conclusioni su una strategia dell’UE relativa all’Afghanistan. Nel documento è stato ribadito l’impegno a lungo termine dell’UE e degli Stati membri in Afghanistan per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile. La strategia si concentra su quattro settori prioritari, così come elencati nel documento: la promozione della pace, della stabilità e della sicurezza nella regione; il rafforzamento della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani e la promozione della buona governance e dell’emancipazione delle donne; il sostegno allo sviluppo economico e umano; la gestione delle sfide legate alla migrazione. L’UE vanta ormai una lunga storia di cooperazione con l’Afghanistan ed in Afghanistan volta a contrastare la corruzione e la povertà ed a favorire la crescita economica ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche.

In un solo giorno tre segnali da parte di un UE sempre più impegnata ben oltre i suoi confini, e – come nell’ultimo caso esaminato – ben oltre le così dette politiche di vicinato. In futuro, aspettiamoci un’Europa sempre più solida e più compatta nel campo della risoluzione (militare o civile) delle crisi internazionali, magari anche al fianco della NATO e, sicuramente, su mandato dell’ONU.

 

(fonte www.consilium.europa.eu)

Giornalista uccisa a Malta: l’OSCE e l’UE impegnati nei diritti umani, nella libertà di stampa e di espressione.

È stato comunicato ufficialmente oggi dall’OSCE che la 19esima conferenza sull’Open Journalism in Asia Centrale (che si terrà a Tashkent dal 17 al 19 ottobre), verrà presieduta dal Rappresentante dell’OSCE per la libertà di stampa, Harlem Désir, che ricopre questo incarico dal luglio scorso. La conferenza sull’Open journalism nell’Asia Centrale si tiene ogni anno e garantisce un form per la discussione di questioni relative alla libertà di espressione ed integrai

(fonte www.osce.org)

doveri istituzionali dell’OSCE nello specifico settore, ovviamente in territorio centroasiatico. Désir incontrerà nella circostanza alti funzionari degli Stati aderenti e rappresentanti della società civile e dei media per discutere, in particolare, dello stato della libertà di stampa in Uzbekistan ed in tutte le aree di competenza dell’OSCE. Ma oltre alla rappresentativa uzbeka, lo stato dell’arte in materia verrà discusso in questi due giorni da oltre 100 partecipanti, tra cui attori istituzionali, giornalisti ed accademici provenienti da Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Turkmenistan, con rappresentanti provenienti persino dalla Mongolia ed altri esperti internazionali. Il Rappresentante OSCE ha il compito di monitorare gli sviluppi della libertà di stampa e di espressione presso i 57 Stati membri dell’OSCE e di denunciare le violazioni in tali settori, indicando anche quali siano le prescrizioni dell’OSCE in materia. E proprio oggi, per esempio, ha chiesto alle autorità maltesi di indagare velocemente sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia, giornalista uccisa in questi giorni sull’isola. Nel formulare le sue condoglianze alla famiglia, Désir si è detto “profondamente scioccato ed offeso dall’omicidio” della giornalista, che ha definito “fiera, investigatrice e coraggiosa”, ed ha chiesto che tutto il mondo conosca chi ne ha cagionato la morte.

Daphne Caruana Galizia (fonte www.wikipedia.it)

La collega era infatti autrice su Malta Indipendent, e scriveva su un suo blog personale. È  morta questo lunedì (16 ottobre) pomeriggio in una macchina appena noleggiata, che è esplosa con lei a bordo: aveva denunciato di essere stata minacciata di morte due settimane prima. Già da febbraio – si legge in una nota dell’OSCE – l’ufficio del Rappresentante per la libertà di stampa aveva invitato le autorità maltesi a proteggere la giornalista e la libertà di stampa, in generale. È pur vero che lo stesso Rappresentante – cha ribadito come “silenziare i giornalisti uccidendoli sia un fatto inaccettabile” ha apprezzato sin da subito le indagini immediatamente avviate dagli inquirenti della polizia maltese ed ha ulteriormente espresso apprezzamento per il fatto che il Primo Ministro Muscat e le altre autorità abbiano immediatamente condannato l’attacco. Non esistono delle stime ufficiali e universalmente condivise sullo stato della libertà di stampa nel mondo. Annualmente l’organizzazione Reporters san frontières stila una classifica di 180 Paesi: quest’anno l’Italia si è classificata solamente al 52° posto. Ma come vengono compilati questi elenchi? Ce lo spiega in un suo articolo di aprile u. s. la giornalista de La Stampa Nadia Ferrigo. L’ONG per giornalisti invia ai suoi partners dei questionari da compilare in merito a  “pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusi”. All’ultimo posto? Ovviamente la Corea del Nord, di cui abbiamo svariate volte esaltato le prodezze geopolitiche su questa rivista. Ma come mai l’Italia è in una zona quasi di pericolo? Parrebbe che i giornalisti si sentano in parte minacciati dalla pressioni politiche, ed optino talvolta per non esprimersi. La colpa, sembrerebbe, è da attribuirsi ad alcuni partiti populisti, che hanno assunto talvolta posizioni anti-media. Ma per correttezza (e non per paura) preferiamo non entrare nella discussione politica.

Harlem Désir, rappresentante OSCE per la libetà di stampa (fonte www.OSCE.org)

Apprezziamo invece il lavoro dell’OSCE e ci rammarichiamo davvero per la scomparsa di una collega, vittima della sopraffazione e dell’ignoranza che, purtroppo, non hanno bandiera e non hanno colore. Anzi: forse hanno proprio tutte le bandiere e tutti i colori. Alla sua famiglia ed ai suoi colleghi, le espressioni più sentite della redazione di European Affairs.

Ci fa piacere e ci entusiasma, invece, come proprio oggi anche l’UE abbia ribadito l’importanza dei diritti umani e, tra questi, quello ad esprimersi liberamente. Il Consiglio “Affari esteri”, in data odierna, ha discusso infatti della politica dell’UE in materia di diritti umani e delle modalità migliori per promuoverli nei contesti bilaterali e multilaterali. L’Istituzione europea ha ribadito l’impegno dell’UE a promuovere e proteggere i diritti umani ovunque nel mondo, adottando conclusioni sulla revisione intermedia del piano d’azione per i diritti umani e la democrazia. Ha adottato anche la sua relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2016. Ma questa è (anche) un’altra storia.

Kurdistan, Bagdad muove le truppe verso Kirkuk dopo il referendum

ASIA PACIFICO di

Dopo il voto referendario dello scorso 25 settembre il governo  della regione autonoma del Kurdistan aveva assunto una posizione attendista non dichiarando subito l’indipendenza e lasciando una porta aperta al dialogo con il governo centrale di Bagdad che però sembra non essere rimasta tale.

In un comunicato diramato dal governo regionale di Erbil viene denunciata una massiccia operazione militare da parte dell’esercito regolare Iracheno e delle milizie Ashd e Shaabi si sta svolgendo in queste ore nella regione con l’obiettivo dichiarato dall’intelligence Kurda di prendere possesso delle citta di Mosul e di Kirkuk e i relativi giacimenti petroliferi.

Il governo della regione autonoma del Kurdistan Iracheno chiede alla comunità internazionale di intervenire e di salvaguardare la sicurezza dell’autonomia e della popolazione Kurda che tanto ha dato nella lotta al terrorismo nell’area.

Aung San Suu Kyi, l’incongruenza di un simbolo

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Aung San Suu Kyi è il Consigliere di Stato e Ministra degli Esteri della Birmania. E’ famosa in tutto il mondo come “the Lady”, titolo anche di un film che la ritrae come paladina della democrazia e dei diritti umani. Allo stesso modo deve averla vista anche la commissione che le ha assegnato un premio Nobel nel 1991, e non a torto. Aung San Suu Kyi ha vissuto prigioniera in casa sua per venti anni, combattente non violenta per la democrazia. Battaglia che ha vinto con le elezioni del 2013, anno in cui il partito National League of Democracy viene eletto a guidare il passaggio del Paese alla democrazia. Il suo governo negli ultimi 18 mesi ha lavorato ad un progetto di pace e di sviluppo sostenibile che ha però incontrato molte critiche.

Tra le ultime voci che si sono levate contro la premio Nobel, ci sono i suoi colleghi premio Nobel, Malala e Desmond Tutu, nonché una partecipatissima petizione per revocarle il premio. Il motivo di queste critiche sta nel fatto che una regione del Myanmar, il Rakhine, è oggi occupata militarmente, chiuso ad ogni accesso sia da parte di missioni umanitarie che di media, e la popolazione che abita la regione, musulmani Rohingya, sta emigrando in massa verso il Bangladesh (mezzo milione di persone nelle ultime quattro settimane) 

Ora, la difficoltà di accesso alla regione rende di conseguenza difficile avere notizie certe su ciò che sta succedendo in Rakhine. Certe però, sono le testimonianze di chi è fuggito e di chi si sta rifugiando in Bangladesh. Sono notizie di persecuzioni, violenze, stupri e infanticidi commessi dall’esercito di Myanmar contro la popolazione musulmana Rohingya. L’ONU ha definito i recenti avvenimenti un esempio testuale di pulizia etnica. Di qui le accuse a Aung San Suu Kyi, leader di fatto di un paese sconvolto da una tragedia umanitaria, accuse mosse in relazione al suo status di premio Nobel per la Pace.  

Un aspetto da considerare è il fatto che Aung San Suu Kyi è una figura decisamente secondaria quando si parla di sicurezza e difesa dello stato. Il passaggio alla democrazia non è ancora ultimato, e per essere eletta, la leader è dovuta giungere ad un compromesso con l’esercito, lasciandolo a capo di tre ministeri fondamentali del Myanmar: Difesa, Frontiere e Interno. È perciò presumibile che quando si parli di una persecuzione interna, mossa dall’esercito, Aung San Suu Kyi non abbia i mezzi né i poteri per fermarli. Altro è esigere dalla leader quantomeno una dichiarazione, un riconoscimento della situazione. Ciò non è ancora avvenuto; nella sua ultima dichiarazione, la Lady ha parlato di attacchi terroristici contro la polizia, di una maggioranza di popolazione che non è emigrata e di una sostanziale ignoranza da parte del governo delle cause per cui quel mezzo di milione di persone sono oggi in Bangladesh come rifugiati. Nulla insomma, sui Rohingya, sulla persecuzione di questo gruppo etnico né sulla discriminazione sistemica che il governo ha portato avanti negli ultimi 50 anni nei confronti di questa minoranza musulmana. Non sembra perciò che le posizioni di Aung San Suu Kyi e dell’esercito siano discordi sull’argomento, o almeno fino ad ora la leader non si è pronunciata contro le azioni dell’esercito.  

Desmond Tutu, nella sua dichiarazione sull’operato della Lady, ha parlato di incongruenza di un simbolo, della discrepanza tra ciò che Aung San Suu Kyi dovrebbe rappresentare in quanto premio Nobel per la Pace e la realtà della Birmania oggi. Aung San Suu Kyi ha certamente rappresentato l’elemento fondamentale del passaggio alla democrazia per il suo paese, passaggio che come lei stessa afferma non è ancora perfezionato e richiede tempo. Detto ciò il problema che va oggi affrontato non si esaurisce con una dichiarazione di una leader che non ha potere sull’esercito, o con il ritiro del suo premio. Il problema rimane in quel campo profughi in Cox Bazar di mezzo milione di persone, che non diminuiranno nel prossimo futuro, e nei villaggi che continuano a bruciare in Rakhine ma sono inaccessibili ad aiuti umanitari.  

Richiamando le parole di Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana, attualmente in missione in Cox Bazar, serve uno sforzo consistente da parte della comunità internazionale, aiuti concreti al campo profughi e una strategia di risoluzione della crisi in Rakhine, che affronti l’origine dell’emigrazione. Queste devono essere le direttrici dello sforzo internazionale, queste le priorità.

Campi profughi Rohingya, Rocca, situazione inimmaginabile

ASIA PACIFICO di

I campi profughi che sono stati allestini nella regione del Cox’s Bazar, in Bagladesh , sono al collasso. Quattrocentomila persone ammassate in tende di fortuna senza luce e acqua, nella maggior parte donne e bambini fuggiti dalla violenza nella vicina Myanmmar. Dopo chilometri nella giungla questo riparo di fortuna non è certo il posto più sicuro.

Il presidente della Croce Rossa Italiana ha voluto constatare di persona la situazione recandosi in Bangladesh per un meeting con gli esponenti locali della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa internazionale per verificare di persona la situazione dei campi profughi.

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente dopo la visita in Cox’s Bazar.

AC: “Presidente Rocca, noi la raggiungiamo in Bangladesh per una missione che sta portando avanti. Qual è la situazione nel Cox Bazar?”

FR: “Guardi, è una situazione molto difficile, nell’arco di quattro settimane circa mezzo milione di persone si sono riversate dal Myanmar e vivono in condizioni estreme. Per dare un’idea, è come se si fosse spostata l’intera città di Genova, insomma, è un numero di persone impressionante che vive in condizioni inumane perché manca acqua potabile, elettricità, i servizi di base e veramente c’è bisogno di tutto; è una situazione disperata.” 

AC: “Ma come riescono a sopravvivere, le condizioni di vita nei campi non sono sufficienti quindi?”

FR: “No, le condizioni non sono sufficienti, l’ambiente è un’area infinita baracche, teli e vivono in alloggi di fortuna; è una situazione che veramente va oltre ogni immaginazione, mi creda. Io ho avuto la possibilità di vivere diverse sfide umanitarie nel corso degli ultimi anni, ma questa, una cosa così, onestamente è la prima volta. E’ una situazione che mette a dura prova la tenuta emotiva davanti a un evento di quel tipo.”  

AC: “Ma quali sono, secondo lei, le prospettive a medio termine per la situazione dei profughi Rohingya?”

FR: “Guardi, la situazione è che c’è un dialogo aperto tra i due governi, quello di Myanmar e quello del Bangladesh. Al momento non vengono comunque riconosciuti come rifugiati, anche se, bisogna dire che il governo del Bangladesh si sta adoperando nei limiti di quelle che sono le possibilità di uno stato che comunque è poverissimo e, ricordiamolo, quest’anno, nel primo semestre, ha avuto un’inondazione a causa di alluvioni terribili e diverse milioni di persone sono finite sott’acqua. Il Bangladesh, a causa dell’alluvione, è quindi uno stato povero già di per se’ provato da disastri naturali enormi e ce la stanno mettendo tutta, però ovviamente la risposta è inadeguata.” 

AC: “Avete un piano, la Croce Rossa Internazionale, la Mezza Luna Rossa ha un piano di supporto per questa situazione?”

 FR: “Noi ci stiamo organizzando, da domenica sarà operativo un ospedale da campo con cento letti, che ovviamente è una goccia nel mare, però comincerà ad operare e a funzionare. Abbiamo diversi team cliniche mobili che girano per i campi cercando di dare ovviamente quel minimo di assistenza di base. Come Croce Rossa Italiana rafforzeremo le cliniche mobili mandando medici e infermieri già dalla prossima settimana, con la Croce Rossa Danese stiamo lavorando per il supporto psico-sociale già nei prossimi giorni, per far andare dei team che possano comunque lavorare nel campo. Lei provi a immaginare quello che può accadere in questi campi, dove di notte c’è il buio, non c’è elettricità, i bambini e le donne perché, anche questo va detto, sono le persone di maggioranza, insomma i soggetti particolarmente fragili sono esposti a tutto e quindi anche a ogni genere di violenza; per cui è importante anche un lavoro di sostegno ai soggetti più fragili. Però ripeto, è una sensazione di grande difficoltà quella che mi accompagna, perché noi, come Croce Rossa, tutto il movimento internazionale, ce la sta mettendo tutta; devo dire anche le altre organizzazioni sono in campo. Però i bisogni sono enormi, qui occorre uno sforzo straordinario della comunità internazionale, che mi sembra non stia parlando di questo. E’ una catastrofe senza precedenti, noi siamo portati a lamentarci, noi, nel nostro paese, per dei numeri che se li andiamo a comparare rispetto a quello che sto vivendo qua sono numeri risibili. Mezzo milione in quattro settimane è una cosa oltre ogni immaginazione.” 

Di Alessandro Conte

Bangladesh, il Presidente Rocca in missione tra i profughi del Myanmar

ASIA PACIFICO di

Il Presidente nazionale di Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, si trova in questi giorni in missione in Bangladesh, per toccare con mano la situazione e fornire il maggior supporto possibile riguardo alla delicata situazione delle oltre 507.000 persone che, dallo scorso 27 agosto, hanno attraversato il confine tra Myanmar e Bangladesh, fuggendo dalla violenza nelle aree settentrionali dello stato di Rakhine. La maggior parte di loro sono donne e bambini che, in questo momento, vivono in insediamenti improvvisati nel Cox’s Bazar, in condizioni difficilissime. Questa è una delle crisi più grandi e complesse della regione da decenni.

 

 

Alessandro Conte
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