GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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ASIA PACIFICO

EUAM Iraq: il Consiglio proroga la missione fino al 2020

ASIA PACIFICO/EUROPA di

Il 15 ottobre 2018 il Consiglio dell’Unione Europea ha prorogato la missione consultiva dell’UE in Iraq EUAM – European Union Advisory Mission – fino al 17 aprile 2020. La missione consultiva dell’Unione europea si concentra sull’assistenza alle autorità irachene nell’attuazione degli aspetti civili della strategia di sicurezza nazionale irachena.

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La Cina in Europa, colonia o partner?

ASIA PACIFICO/ECONOMIA di

Si potrebbe semplicemente trattare di una scelta: visto che l’Europa politica non esiste, preferiamo essere una colonia americana o cinese? Fino a poco piu’ di trent’anni or sono il dilemma non si poneva. Sembrava che tutto il cammino davanti a noi fosse segnato: l’Europa sarebbe stata sempre piu’ unita e avrebbe riconfermato la sua appartenenza al mondo occidentale, vicina agli USA ma finalmente su un livello di parità. Quel sogno che sembrava scritto nel destino è praticamente svanito nel nulla e sarà già un miracolo se continuerà ad esistere almeno il mercato unico delle merci. Anche l’Euro, nato male perché fatto “prima” dell’omogeneizzazione finanziaria, fiscale e, soprattutto, politica mostra la corda e ci si domanda se, come e quanto tempo potrà sopravvivere.

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La Cina dilaga nel mondo, sostituirà gli stati Uniti?

ASIA PACIFICO/ECONOMIA di

Durante il suo recente viaggio in Cina, il nostro Ministro dell’economia Giovanni Tria ha anticipato che la Banca d’Italia includerà tra le nostre riserve valutarie anche i titoli di Stato cinesi in renminbi. La cosa potrebbe essere una delle risposte alla politica protezionista del Presidente americano Trump o anche una semplice prudenza per garantirsi da variazioni imprevedibili del valore del dollaro controllato dalla Federal Reserve.

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Rohingya: Save the Children, ad un anno dall’inizio della crisi numero allarmante di orfani

ASIA PACIFICO di

un allarmante numero di bambini rimasto orfano a causa delle brutali violenze in Myanmar

 

Ancora nessuna condanna o indagine imparziale e indipendente su questi crimini

 

Un bambino Rohingya su due fuggito in Bangladesh senza i genitori è rimasto orfano a causa delle brutali violenze. Lo afferma una nuova ricerca di Save the Children in occasione del primo anniversario dalla crisi il prossimo 25 agosto.

Al momento nel campo di Cox’s Bazar ci sono più di 6.000 bambini Rohingya non accompagnati, che sono senza genitori o adulti di riferimento, dove si trovano ad affrontare gravi conseguenze per la carenza di cibo e sono sempre più esposti al rischio di sfruttamento e abusi.

Secondo i dati raccolti, il 70% dei bambini intervistati[1] è stato separato dai genitori o da maggiorenni di riferimento per conseguenza diretta di attacchi violenti, il 63% durante assalti contro i villaggi e il 9% nella fuga verso il Bangladesh. Inoltre, sottolinea Save the Children, il 50% di loro ha dichiarato che i propri genitori (o chi si prendeva cura di loro) sono stati uccisi in questi stessi attacchi, lasciandoli definitivamente orfani dopo aver assistito a scene di violenza inaudita.

Save the Children chiede che gli autori di questi attacchi sistematici, spietati e deliberati in Myanmar siano chiamati a rispondere per i loro crimini ai sensi del diritto internazionale, e a tutti i paesi di sostenere con forza le iniziative ONU volte ad assicurare i responsabili alla giustizia.

“Dodici mesi fa, i nostri operatori sul campo hanno visto i bambini che arrivavano in Bangladesh da soli, così angosciati, affamati ed esausti da non riuscire neanche a parlare. Abbiamo subito creato degli spazi sicuri per questi bambini affinché potessero ricevere supporto 24 ore al giorno mentre cercavamo di rintracciare i loro familiari. Un anno dopo, ci è purtroppo chiaro che per molti di loro, questa riunificazione non avverrà mai” ha dichiarato Mark Pierce, Direttore in Bangladesh di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.

“Questi bambini sono tra i più vulnerabili del pianeta e hanno dovuto ricostruirsi in qualche modo un’esistenza completamente nuova nei campi, senza la madre o il padre, in un ambiente in cui sono molto più vulnerabili ed esposti al rischio di tratta, matrimoni precoci e altre forme di sfruttamento”.

“I nostri dati non possono pretendere di essere rappresentativi di tutti i bambini rifugiati orfani e soli a Cox’s Bazar, ma dipingono comunque il quadro spaventoso di un sanguinoso conflitto in cui i civili sono stati presi di mira e uccisi in massa” continua Pierce. “Per garantire che le organizzazioni umanitarie possano proseguire a fornire un supporto essenziale a questi bambini, la comunità internazionale dei donatori deve sovvenzionare interamente il piano di risposta congiunta di 950 milioni di dollari per il 2018, finanziato attualmente solo per un terzo. Dobbiamo anche garantire che i bambini rifugiati Rohingya, nonostante la loro condizione di sfollati, possano ricevere un’educazione di qualità ed inclusiva, e sia garantito un supporto psicologico adeguato nei casi di maggiore fragilità.”

Save the Children, ha raggiunto oltre 350.000 bambini Rohingya a Cox’s Bazar negli ultimi 12 mesi, compresa una grande maggioranza di coloro che sono rimasti orfani o sono stati separati dai propri genitori, creando circa 100 spazi dedicati per i bambini e le ragazze nei campi profughi Rohingya a Cox’s Bazar, che forniscono a quasi 40.000 bambini uno spazio sicuro per giocare, riprendersi e tornare ad essere bambini, e attraverso programmi di protezione e accesso all’istruzione, di salute e nutrizione, di distribuzione di acqua e cibo, e garantendo servizi igienico-sanitari.

Tra i minori che Save the Children supporta c’è Humaira[2], 17 anni, fuggita in Bangladesh con alcuni vicini del suo villaggio dopo che i suoi genitori sono stati uccisi davanti ai suoi occhi negli attacchi di agosto dell’anno scorso. L’operatrice, Rashna Sharmin Keya ha raccontato che solo dopo un mese e gli incontri con uno psicologo Humaira è riuscita a parlare della sua storia. Ma, dopo mesi di ricerche, è stato finalmente possibile ricongiungerla con i suoi due fratelli più piccoli. Ora vivono insieme, con la responsabilità del resto della famiglia sulle sue spalle.

“Quando l’ho incontrata per la prima volta, non parlava molto. Nel suo cuore c’era molta paura e non si fidava di nessuno” ha dichiarato Keya. “Mentre piangeva mi ha detto: ‘Sono morti tutti. Tutta la mia famiglia è stata uccisa in Myanmar. Li ho visti, so che sono morti tutti. Non c’è più nessuno lì’.

“È passato un anno da quando a questi bambini è stata strappata via l‘infanzia. Il mondo non è riuscito a condannare gli autori di questi barbari attacchi, compreso l’esercito del Myanmar. Crimini straordinari richiedono una risposta straordinaria. Un’indagine credibile, imparziale e indipendente su questi crimini e tutte le violazioni dei diritti dei bambini commessi nello Stato settentrionale del Rakhine è un primo passo fondamentale per accertare le responsabilità,” ha dichiarato Michael McGrath, Direttore di Save the Children in Myanmar. “La comunità internazionale deve fare di più per trovare una soluzione duratura alla crisi che consenta il rimpatrio sicuro, dignitoso e volontario dei rifugiati Rohingya, che rispetti i diritti fondamentali dei bambini e delle loro famiglie e sia sostenuto dal diritto internazionale”.

 

Sisma in Indonesia, forte preoccupazione per i bambini

ASIA PACIFICO di

Sisma in Indonesia: Save the Children, forte preoccupazione per l’impatto psicologico sui bambini del terremoto che ha colpito l’isola di Lombok

 

Save the Children è estremamente preoccupata circa l’impatto psicologico che il terremoto che ha colpito Lombok rischia di avere sui bambini, mentre il bilancio delle vittime continua ad aggravarsi. L’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro mette inoltre in guardia dai gravi rischi per la propria sicurezza e incolumità ai quali i minori potrebbero essere esposti quando, nei prossimi giorni, torneranno a scuola, a causa dei danni ingenti registrati nelle strutture scolastiche della zona colpita.

Gli operatori del partner locale di Save the Children in Indonesia (Yayasan Sayangi Tunas Cilik – YSTC) hanno raccontato della forte devastazione lungo la strada che dalla parte settentrionale dell’isola di Lombok porta verso la capitale Mataram, con una stima di 8 case su 10 gravemente danneggiate e migliaia di persone rimaste senzatetto. Le aree maggiormente colpite, inoltre, sono ancora prive di corrente elettriche.

“Ci sono bisogni e necessità enormi in una zona molto ampia. Almeno 80.000 persone si trovano attualmente in alloggi informali o dormono all’aperto perché sono troppo spaventate per stare all’interno delle abitazioni”, ha affermato, parlando da un ufficio di fortuna allestito in conseguenza dei forti danni subiti dalla sede locale dell’organizzazione, Silverius Tasman, che lavora per il partner locale di Save the Children.

Tasman ha anche annunciato che l’organizzazione ha lanciato un piano di risposta all’emergenza: “Nei prossimi giorni distribuiremo kit di prima necessità, zanzariere e taniche per l’acqua per permettere alle persone di poter soddisfare i propri bisogni primari. Per quanto riguarda i bambini, la nostra preoccupazione principale è il loro benessere psicologico. I nostri team forniranno un primo supporto psicologico ai minori e formeranno gli insegnanti per permettere loro di implementare attività di supporto psicosociale. Il nostro staff lavorerà inoltre con i genitori e con le figure di riferimento per i minori in modo che possano riconoscere segnali di sofferenza nei bambini e dare loro il supporto di cui hanno bisogno”, ha detto ancora Silverius Tasman.

“Inoltre – ha proseguito – metteremo a disposizione dei minori spazi sicuri e protetti dove potranno giocare e vivere un momento di serenità in questa situazione complicata, e stiamo collaborando con il governo per garantire la sicurezza delle strutture scolastiche prima che i bambini possano tornare a studiare. Nel frattempo, supporteremo l’educazione dei minori, affinché possano ritrovare un senso di normalità e di routine, fornendo soluzioni educative alternative, come spazi temporanei per lo studio e distribuzioni di materiali scolastici agli insegnanti”.

Myanmar: Amnesty International accusa il gruppo armato Rohingya di stragi civili

ASIA PACIFICO di

Una ricerca condotta da Amnesty International nello stato di Rakhine, in Myanmar, ha rilevato che “L’Esercito di salvezza dei Rohingya dell’Arakan” (Arsa) è responsabile di almeno un massacro che conta almeno 99 persone tra uomini, donne e bambini indù e di ulteriori uccisioni illegali e di rapimenti di civili verificatisi nell’agosto 2017. L’Arsa è un gruppo di insorti Rohinghya che il Comitato Centrale Anti-Terrorismo del Myanmar ha dichiarato essere un gruppo terroristico il 25 agosto 2017 in conformità con la legge antiterrorismo del Paese. Il governo birmano ha affermato che il gruppo è coinvolto e finanziato da islamisti stranieri, nonostante non ci siano prove certe che dimostrino tali accuse. L’Arsa ha rilasciato una dichiarazione il 28 agosto 2017 in cui ha definito le accuse del governo come “infondate” e sostenendo che il suo scopo principale è quello di difendere i diritti dei Rohingya. La ricerca, svolta sulla base di interviste e analisi condotte da antropologi forensi, risponde al bisogno di fare luce sulle violazioni dei diritti umani, sottovalutate, commesse dall’Arsa. La brutalità delle azioni ha avuto un impatto indelebile sui sopravvissuti e Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per le risposte alle crisi, ha sottolineato che occorre “chiamare a rispondere i responsabili di quelle atrocità, è fondamentale tanto quanto farlo per i crimini contro l’umanità commessi dalle forze di sicurezza di Myanmar contro i civili Rohinghya”.

Il massacro di Kha Maung Seik

Erano le 8 di mattina del 25 agosto 2017 quando l’Arsa ha attaccato la comunità indù che viveva in una parte di una serie di villaggi nella zona chiamata Kha Maung Seik. Qui gli indù vivevano in prossimità dei villaggi della comunità musulmana Rohinghya e della comunità prevalentemente buddista rakhine. Uomini armati vestiti di nero e Rohinghya in abiti civili hanno rastrellato decine di uomini, donne e bambini indù, li hanno depredati dei loro averi e li hanno condotti bendati fuori dal villaggio. Dopo aver separato le donne e i bambini dagli uomini, i militanti dell’Arsa hanno ucciso 53 persone, a iniziare dagli uomini. Otto donne e otto dei loro figli sono sopravvissuti dopo che l’Arsa ha obbligato le donne a convertirsi all’Islam. Le 16 persone sono state poi obbligate a seguire i combattenti in Bangladesh e sono state rimpatriate nell’ottobre 2017 con il coinvolgimento delle autorità di entrambi i paesi. I sopravvissuti hanno riferito di aver visto parenti uccisi o di aver sentito le loro urla, di aver visto gli uomini sgozzati mentre venivano intimati a non guardare, di aver visto i combattenti dell’Arsa tornare indietro col sangue sulle spade e sulle mani, di aver visto l’uccisione di donne e bambini. In molti hanno perso padri, zii e fratelli ma anche madri e sorelle che sono stati massacrati. Sono morti 20 uomini, 10 donne e 23 bambini, 14 dei quali non avevano neanche otto anni. Bina Bala, una ventiduenne sopravvissuta al massacro ha raccontato le violenze di quei momenti: “Avevano coltelli e lunghi cavi metallici. Ci hanno legato le mani dietro la schiena e bendati. Ho chiesto loro cosa avessero intenzione di fare e uno di loro ha risposto, nel dialetto Rohinghya: ‘Voi e i rakhine siete la stessa cosa, praticate una religione diversa dalla nostra, non potete vivere qui!’. Poi hanno chiesto di consegnare tutto ciò che avevamo e hanno iniziato a picchiarci. Io alla fine gli ho dato i soldi e i gioielli d’oro che avevo”. Nello stesso giorno i 46 abitanti del vicino villaggio di Ye Bauk Kyar sono scomparsi, la comunità indù locale ritiene che l’intero villaggio sia stato assassinato dall’Arsa. Sommando le vittime dei due massacri, il totale è di 99 morti. Inoltre, il giorno successivo, l’Arsa ha ucciso due donne, un uomo e tre bambini nei pressi del villaggio di Myo Thu Gyi, sempre nella zona. Durante l’ondata di violenza nello stato di Rakhine, decine di migliaia di appartenenti a comunità etniche e religiose sono state costrette a fuggire. Molti di loro sono rientrate nei loro villaggi, altre continuano a restare in rifugi temporanei poiché le loro case sono state distrutte o per il timore di ulteriori attacchi dell’Arsa.

Le violenze contro i Rohingya

Gli episodi di Kha Maung Seik hanno coinciso con una serie di attacchi condotti dall’Arsa contro una trentina di posti di blocco delle forze di sicurezza di Myanmar. Le forze di sicurezza hanno reagito avviando una campagna illegale e sproporzionata contro la comunità Rohinghya, fatta di uccisioni, stupri, torture, incendi di villaggi, affamamento e altre violazioni dei diritti umani che costituiscono crimini contro l’umanità. I peggiori episodi di violenza chiamano in causa specifiche unità delle forze armate, come il Comando occidentale dell’esercito, la 33ma Divisione di fanteria leggera e la Polizia di frontiera. Le forze di sicurezza si sono vendicate brutalmente nei confronti dell’intera popolazione Rohinghya dello stato di Rakhine con l’intento di cacciarla dal paese. Uomini, donne e bambini furono vittime di un attacco sistematico e massiccio, costituendo un crimine contro l’umanità. Nell’ondata di violenza contro i Rohinghya sono state riscontrate almeno 6 degli 11 atti che secondo lo statuto di Roma del tribunale penale internazionale, quando sono commessi intenzionalmente durante un attacco, costituiscono crimini contro l’umanità: omicidio, deportazione, sfollamento forzato, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione oltre a ulteriori atti inumani come il diniego di cibo e di altre forniture necessarie per salvare vite umane. Le forze di sicurezza di Myanmar, a volte con la collaborazione di gruppi locali di vigilantes, hanno circondato i villaggi Rohinghya nella zona settentrionale dello stato di Rakhine, uccidendo o ferendo gravemente centinaia di abitanti in fuga. Inoltre, persone anziane e con disabilità, impossibilitate a fuggire, sono state arse vive nelle loro abitazioni date alle fiamme dai soldati. I testimoni hanno raccontato che l’esercito di Myanmar, appoggiato dalla polizia di frontiera e da vigilantes locali, ha circondato il villaggio aprendo il fuoco su chi cercava di fuggire e poi ha incendiato sistematicamente le abitazioni. I medici incontrati in Bangladesh hanno dichiarato di aver curato molte ferite causate da proiettili sparati da dietro il che coincide con le testimonianze di coloro che hanno visto i militari sparare contro le persone in fuga. La mattina del 30 agosto i soldati sono entrati a Min Gyi, hanno inseguito gli abitanti in fuga fino alla riva del fiume e poi hanno separato gli uomini e i ragazzi più grandi dalle donne e dai ragazzi più piccoli. Dopo aver aperto il fuoco uccidendo decine di persone i soldati hanno diviso le donne in gruppi portandole nelle case più vicine. Poi le hanno stuprate e infine hanno dato fuoco a quelle e ad altre abitazioni. Il 3 ottobre Unosat (l’operazione satellitare della Nazioni Unite) ha dichiarato di aver identificato un’area di 20,7 kmq di edifici distrutti da incendi nelle zone di Maungdaw e Buthidaung a partire dal 25 agosto: un dato persino probabilmente sottostimato a causa della densa copertura nuvolosa del periodo. Un ulteriore esame dei dati forniti dai sensori satellitari è giunto alla conclusione che dal 25 agosto sono stati appiccati almeno 156 vasti incendi ma anche questo numero potrebbe essere inferiore alla realtà. Le immagini satellitari riprese prima e dopo gli incendi confermano le testimonianze raccolte, ossia che le forze di sicurezza hanno dato alle fiamme solo abitazioni o zone abitate dai Rohinghya. A Inn Din e Min Gyi vi sono ampie parti di territorio con strutture incendiate fianco a fianco ad abitazioni rimaste intatte. L’esame delle caratteristiche delle zone risparmiate dalle fiamme, incrociato con i racconti dei testimoni sulla diversa composizione etnica di queste ultime, conferma che sono state incendiate solo le zone dei Rohinghya. Le violenze di quei giorni hanno costretto oltre 693.000 rohingya a fuggire in Bangladesh, dove si trovano tuttora. A proposito Tirana Hassan ha precisato che “I feroci attacchi dell’Arsa sono stati seguiti dalla campagna di pulizia etnica condotta dall’esercito di Myanmar contro l’intera popolazione rohingya. La condanna dev’essere totale: le violazioni commesse da una parte non possono giustificare quelle commesse dall’altra. Ogni sopravvissuto e ogni famiglia delle vittime hanno diritto alla giustizia, alla verità e alla riparazione per l’immensa sofferenza che hanno patito”.

Le dichiarazioni da parte di Myanmar

La settimana scorsa, il rappresentante permanente di Myanmar presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha criticato alcuni stati membri per aver ascoltato “solo una parte” della storia e non aver riconosciuto la violenza dell’Arsa. In riferimento a queste dichiarazioni Tirana Hassan ha dichiarato che “Il governo di Myanmar non può accusare la comunità internazionale di essere unilaterale se non permette l’ingresso nello stato di Rakhine. L’esatta dimensione delle violenze commesse dall’Arsa resterà sconosciuta se gli investigatori indipendenti sui diritti umani, compresa la Missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite, non potranno avere libero e pieno accesso nello stato di Rakhine”. A questo proposito Amnesty International rinnova il proprio appello per fermare le violenze.

 

BANGLADESH: I RITORNI DEI RIFUGIATI ROHINGYA DEVONO ESSERE SICURI, VOLONTARI E DIGNITOSI

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Amnesty International ha chiesto al governo del Bangladesh di tenere fede al suo impegno affinché i rifugiati rohingya vengano rimpatriati solo in condizioni sicure, volontarie e dignitose.
In un incontro con il primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, il segretario generale di Amnesty International, Salil Shetty, ha riconosciuto la generosità che il paese ha mostrato a quasi un milione di rifugiati rohingya costretti a lasciare le loro case nello stato di Rakhine in Myanmar a causa dei crimini contro l’umanità commessi dall’esercito di Myanmar.
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Rohingya: Save the Children, il rischio di epidemie per migliaia di bambini

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Il rischio di epidemie minaccia la vita di migliaia di bambini malnutriti con la stagione dei monsoni alle porte. Le piogge monsoniche combinate con il sovraffollamento e gli scarsi servizi nei campi rifugiati del sud del Bangladesh rendono concreto il rischio di diffusione di malattie letali nel campo di Cox’s Bazar. Le Nazioni Unite chiedono 950 milioni di dollari per far fronte ai bisogni dei rifugiati rohingya e delle comunità ospitanti.

Con l’avvicinarsi della stagione dei monsoni [1], nei campi di Cox’s Bazar che ospitano i rifugiati rohingya [2] il rischio di una nuova e devastante crisi sanitaria è altissimo. A denunciarlo è Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, in occasione del lancio di un Piano congiunto di risposta alla crisi con il quale le Nazioni Unite e alcune organizzazioni non governative internazionali chiedono risorse per far fronte ai bisogni dei rifugiati rohingya e della comunità bengalese ospitante [3].

“Un quarto delle toilette e la metà dei pozzi all’interno dei campi verranno danneggiati dalle piogge monsoniche. La combinazione di rifiuti umani straripanti e acque alluvionali è la ricetta per un disastro. Abbiamo già avuto epidemie di morbillo e difterite e ora, con un sovraffollamento estremo, allarmanti livelli di malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni e il monsone alle porte, ci aspettiamo un’altra emergenza sanitaria”, ha dichiarato Myryam Burger, specialista per la salute di Save the Children a Cox’s Bazar.

Sulla base degli attuali livelli di malnutrizione [4] il Piano congiunto avverte che “qualsiasi epidemia porterebbe via rapidamente la vita di migliaia di bambini malnutriti”. Per smaltire i rifiuti umani sono necessari 50.000 latrine e almeno 30 strutture.

“A meno che i lavori di preparazione al monsone non siano intensificati con urgenza, includendo il rafforzamento delle infrastrutture chiave e la ricollocazione delle famiglie maggiormente vulnerabili in aree più sicure, le condizioni meteorologiche in arrivo getteranno Cox’s Bazar nel caos. Vedremo tante case distrutte, strade e insediamenti allagati e ponti frantumati, così come c’è il rischio di frane letali. Un disastro nel disastro, che minaccia la vita di migliaia dei bambini”, ha proseguito Burger.

Il Piano congiunto di risposta include fondi per ampliare i lavori di preparazione al monsone, per assicurare la distribuzione di cibo a centinaia di migliaia di rohingya, per offrire un migliore accesso ai servizi sanitari e per rafforzare i rifugi. “È cruciale che i donatori finanzino completamente il Piano, specie con la stagione delle piogge dietro l’angolo”, ha affermato Burger. “Diversi paesi hanno già donato con generosità, ma la portata dei bisogni è talmente ampia da richiedere questo impegno ancora una volta”.

Con ulteriori fondi aumenterebbe in modo significativo anche il supporto alle comunità ospitanti di Cox’s Bazar, sulle quali l’arrivo di centinaia di migliaia di rohingya ha avuto un impatto pesante, come l’aumento della competizione nel mercato del lavoro, la deforestazione e l’inflazione. Sarebbe invece possibile rafforzare i servizi governativi dedicati alla salute e all’educazione e dei mezzi di sussistenza e lo sviluppo di piccole attività, così come la realizzazione di vivai per la riforestazione.

Il Piano di risposta chiede anche 47 milioni di dollari per l’accesso all’educazione di oltre mezzo milione di bambini rohingya e della comunità ospitante di Cox’s Bazar: sono necessarie almeno 5.000 classi attrezzate con insegnanti qualificati e facilitatori. In situazioni come il passaggio del monsone, le classi rappresentano un luogo vitale per la prevenzione dei disastri [5]. “L’educazione è importante per salvaguardare il futuro dei bambini, ma i centri per l’apprendimento all’interno dei campi sono anche una strada per parlare ai bambini di come restare al sicuro e in salute, di come prepararsi e reagire alla minaccia monsonica, prevenendo tra le altre cose il rischio che le famiglie restino separate” ha spiegato Heather Carroll, specialista per l’educazione di Save the Children. “Solo un quarto dei bambini rohingya in Bangladesh ha attualmente accesso a qualche forma di educazione, mentre quasi metà dei bambini della comunità ospitante di Cox’s Bazar non porta a termine la scuola primaria”.

Save the Children ha oltre 100 centri in cui i bambini hanno accesso a opportunità di apprendimento nella loro lingua madre, il rohingya e ulteriori 86 spazi a misura di bambino, in cui è promosso il benessere psicosociale dei minori. “Questi luoghi offrono ai bambini uno spazio sicuro dove sono protetti da pericoli quali abusi, matrimoni forzati o precoci, lavoro minorile, sfruttamento e traffico di essere umani. E forniscono al nostro staff l’opportunità di individuare quei bambini che hanno bisogno di un supporto extra perché necessitano protezione, sono malati, soffrono di forme di stress o hanno subito traumi” conclude Carroll.

Korea del Nord, sulle sanzioni guerra fredda USA-Cina

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Martedì 16 gennaio si è tenuto a Vancouver un Vertice tra venti Nazioni per discutere l’attivazione delle misure sanzionatorie nei confronti della Nord Corea. Canada e Stati Uniti hanno coordinato l’incontro affermando il loro impegno nell’assicurare che le sanzioni già approvate dalle Nazioni Unite vengano rispettate e che ad esse si aggiungano ulteriori sanzioni unilaterali e azioni diplomatiche da parte degli Stati al fine di costringere Pyongyang ad abbandonare i programmi missilistici e nucleari. Ciò che è sorprendente è stata l’esclusione di Russia e Cina al tavolo delle discussioni. La Cina ha infatti reagito denunciando i Vancouver Talks di farsi portatori di una mentalità da guerra fredda. Già da tempo il Presidente cinese Xi Jinping aveva collaborato con gli States affinché fosse aperto il dialogo con la Nord Corea e fossero previste azioni di denuclearizzazione, attraverso la riduzione delle esportazioni di greggio, anche a costo di far lievitare il costo della benzina in madrepatria. Pertanto la decisione di escludere la Cina e la Russia, peraltro due dei restanti partner commerciali della Nord Corea, è stata interpretata come il segno che gli Stati Uniti caldeggino ancora la possibilità di un attacco militare nella zona.

Durante l’incontro a Vancouver, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha infatti avvertito Pyongyang di innescare una risposta militare se non accetta le negoziazioni. Questo metodo, secondo Lu Kang, portavoce del Ministro degli esteri cinese, potrebbe dividere la comunità internazionale e minare le occasioni di una soluzione pacifica nella penisola. “Solo attraverso il dialogo” continua il portavoce, “nonché affrontando le preoccupazioni di tutti i coinvolti, è possibile trovare la strada per una soluzione effettiva e pacifica”.

Secondo Wang Sheng, un ricercatore del Centro di “Co-Innovation for Korean Penincula”, il tempismo di questo incontro appare peraltro inappropriato, dal momento che la situazione nella penisola coreana era di recente stata contraddistinta da un grande avvicinamento tra le due Coree, ovvero dalla riapertura del canale intercoreano di comunicazione diretta. Ovviamente questo riavvicinamento, molto gradito a Cina e Russia, non può essere visto con grande ottimismo da Trump. Alla notizia dell’incontro tra i due leader coreani Trump aveva specificato di esserne in qualche modo soddisfatto, dando il merito di questo «passo» alle sanzioni e alle pressioni esercitate su Kim. Tuttavia, appare evidente che la penisola coreana riappacificata permetterebbe all’Asia di tornare a concentrarsi sul futuro delle relazioni commerciali ed economiche e ridurrebbe il peso americano in termini di vendita di armi e di «garante» della sicurezza nella regione. Seul aveva inoltre confermato la necessità di interrompere le esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti, ribadendo la volontà di trattare con Kim, anche a condizione di “dire dei no” – come aveva affermato il Presidente Moon in campagna elettorale – all’alleato americano.

Roberta Ciampo
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