GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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AMERICHE - page 8

Iran, stop sanzioni: i riflessi geopolitici ed economici

Con il sì del Consiglio di Sicurezza Onu, finisce l’embargo imposto a Teheran. Per il governo statunitense è “l’unica chance per fermare il piano nucleare”, mentre per l’Europa e l’Italia si apre un’importante opzione commerciale.

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Grazie alla risoluzione Onu del 20 luglio, il Consiglio di Sicurezza ha detto sì all’accordo e alla fine delle sanzioni contro l’Iran decise dalla stessa assemblea nel 2006. Via libera dunque al patto siglato tra il 5+1 e Teheran a Vienna il 14 luglio scorso. Il documento entrerà in vigore non prima di 90 giorni.

Un accordo storico per l’Occidente dal punto di vista geopolitico ed economico. Geopolitico in particolar modo per gli Stati Uniti, come ricordato il 23 luglio dal segretario di Stato Kerry: “Non potevamo di certo aspettarci la capitolazione dell’Iran – ha riferito al Congresso -. Ma era l’opzione migliore. Spero che il Congresso (rivolgendosi al Partito Repubblicano, ndr) approvi perché questa è l’unica chance per fermare il piano nucleare ed evitare il rischio di uno scontro militare”, ha poi concluso.

Ma oltre agli aspetti geopolitici e strategici nel mondo arabo, gli sbocchi sono anche commerciali. Il vicepresidente esecutivo e direttore generale di Saras (azienda italiana di raffinazione del petrolio) Dario Scaffardi, in un summit su business e finanza, oltre a sottolineare i benefici che il calo del prezzo del petrolio ha già portato sul mercato internazionale, ha riferito che, a seguito della fine dell’embargo, il proprio gruppo è stato contattato dall’Iran, tornatoad essere attore protagonista del mercato di greggio internazionale. Come già prospettato dopo l’accordo di Vienna, il ritorno alla produzione di greggio da parte di Teheran “potrà portare un milione di barili di greggio al giorno sul mercato una volta tolte le sanzioni. Con la possibilità di aggiungere altri 0,5-1 milione di barili abbastanza velocemente”, ha affermato il manager dell’industria della famiglia Moratti.

Sul fronte italiano, inoltre, i prossimi 4 e 5 agosto, il ministro degli Affari Esteri Gentiloni e il titolare dello Sviluppo Economico Federica Guidi si recheranno in Iran assieme ai rappresentati dei più grandi gruppi industriali italiani. Il fine è quello di mettere nero su bianco un interscambio commerciale significativo con Teheran. Infatti, prima della rivoluzione del 1979, l’Europa era il primo partner in termini di import-export dell’ex Persia. Primato che, al momento, dagli anni’90 appartiene alla Russia, la quale, oltre ai rapporti geopolitici di amicizia, ha effettuato importanti investimenti nei settori petrolifero e gasifero del Paese mediante la società Gazprom.

 

Giacomo Pratali

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Accordo nucleare Iran: i dubbi e i sospiri di sollievo

A Vienna, Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Cina, Russia firmano lo storico accordo con l’Iran. L’utilizzo per scopi civili e non militari dell’uranio arricchito da parte di Teheran fa da contraltare alla fine delle sanzioni e dell’embargo. Le reazioni di Israele e dell’Arabia Saudita, nonché le critiche provenienti dalla stampa statunitense, lasciano perplessità sui futuri sviluppi geopolitici nel Medio Oriente.

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Dopo 16 giorni di negoziati, ieri a Vienna è stata raggiunta la storica intesa tra Usa, Ue, Gran Bretagna Russia e Cina, e l’Iran sul programma nucleare. Un accordo di portata storica, come definito dalle parti in causa. Un’intesa che da una parte punta alla riduzione della produzione di uranio di Teheran per i prossimi 10 anni. Dall’altra, pone fine alle sanzioni e all’embargo per quanto riguarda il commercio. Sebbene ponga, in modo formale, fine a decenni di conflitto con l’Occidente, il cui apice c’è stato durante l’amministrazione di George W. Bush, le reazioni negative da parte di Israele e le contraddizioni con le alleanze di Washington con partner del Medio Oriente, Arabia Saudita su tutti, suonano come un campanello d’allarme per la comunità internazionale.

Prendendo spunto dall’intesa dello scorso 3 aprile, l’accordo messo nero su bianco dal ‘5+1’ consta di quattro punti fondamentale. Il taglio del 98% delle scorte di uranio arricchito. L’utilizzo delle centrifughe ridotto a due terzi. La possibilità, non automatica, degli ispettori di Alea di effettuare ispezioni presso gli impianti nucleari iraniani, dietro il consenso del tribunale arbitrario formato dagli stessi Paesi che hanno sottoscritto l’accordo. La graduale riduzione dell’embargo sulle armi entro i prossimi cinque anni. La risoluzione Onu in materia è prevista la prossima settimana, quando si riunirà il Consiglio di Sicurezza.

Punti che mirano al nocciolo della disputa tra Usa e Iran: l’utilizzo dell’uranio arricchito per usi civili e non militari. Ma che hanno anche l’intento di creare un corridoio diplomatico privilegiato con il più grande Stato sciita del Medio Oriente, capace di sostenere il regime di Assad in Siria o gli Hezbollah in Libano e determinante nella riconquista dei territori nord-occidentali iracheni, finiti sotto l’ombra del Califfato.

In più, questa intesa consente di aprire un vaso di pandora enorme dal punto di vista del commercio. Basti pensare al petrolio. L’Iran è il quarto produttore al mondo e, con la fine dell’embargo, è pronto ad aumentare la produzione di greggio, con una conseguente diminuzione del prezzo al barile sui mercati internazionali. Inoltre, fino agli anni Settanta, l’Europa era il primo mercato estero per Teheran.

Sono questi aspetti geopolitici ed economici a spingere le dichiarazioni entusiaste dei protagonisti dell’accordo di Vienna. Il presidente Usa Obama ha affermato che “grazie all’accordo, la comunità internazionale potrà verificare che l’Iran non sviluppi l’arma atomica. È un accordo che non si basa sulla fiducia ma sulla verifica”. E si è detto pronto a porre il veto, presso il Congresso, nel caso in cui i repubblicani “si opponessero all’attuazione della legge”, ha ammonito il capo della Casa Bianca.

“Penso che questo sia un momento storico: l’accordo non è perfetto ma è il migliore che potevamo raggiungere”, ha affermato il ministro degli Esteri iraniano Zarif. Mentre il presidente Rohani ha incalzato dicendo che “nessuno può dire che l’Iran si è arreso. L’accordo è una vittoria legale, tecnica e politica per l’Iran, che non sarà più considerato una minaccia mondiale”.

Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione Europea, parte attiva dei negoziati, parla di “nuovo capitolo nelle relazioni internazionali”, mentre per il presidente russo Putin “il mondo tira un grosso sospiro di sollievo”.

Il coro, però, non è stato unanime presso tutta la comunità internazionale. Come prevedibile, la reazione di Israele non si è fatta attendere: “ È un errore di portata storica – ha tuonato il presidente Netanyahu al telefono con Obama-. Questo accordo minaccia la sicurezza di Israele e il mondo intero. Quanto avete concordato con l’Iran gli consentirà di avere armi nucleari entro 10-15 anni se rispetteranno l’accordo. Altrimenti, anche in minor tempo”. Mentre un funzionario del governo dell’Arabia Saudita denuncia la possibilità che l’Iran possa “devastare la regione”.

Le contraddizioni in seno all’accordo, come la contemporanea alleanza degli Stati Uniti con la coalizione saudita nello Yemen contro gli Houtii (fazione sciita appoggiata da Teheran), portano dietro di sè una strategia di ben più ampio respiro. La chance data dagli Stati Uniti e i suoi alleati più che all’Iran è diretta alla società civile iraniana. L’apertura verso l’esterno e un’auspicabile e sempre più progressiva responsabilizzazione della classe politica dirigente, potrebbe portare al ritorno al dialogo e alla distensione tra gli sciiti e i sunniti del Medio Oriente. Questo nuovo equilibrio potrebbe essere un’arma efficace contro l’espansionismo dello Stato Islamico.

I critici sull’accordo non mancano, come detto. Negli Stati Uniti, aldilà del Partito Repubblicano, è stata parte della stampa stessa a sollevare ben più di un’ombra. Sul Wall Street Journal, ad esempio, l’editoriale di Bret Stephens tuona dicendo che “l’accordo fa acqua da tutte le parti” e che difficilmente la politica estera iraniana cambierà. Anzi, l’intesa di Vienna potrebbe rivelarsi un boomerang per gli Stati Uniti.

Giacomo Pratali

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Brasile: lancia piano per infrastrutture da 198 mld reais

AMERICHE/BreakingNews/ECONOMIA di

Il Governo brasiliano ha annunciato un nuovo piano di investimenti in infrastrutture e logistica che include una serie di progetti per un valore stimato intorno ai 198 miliardi di reais (circa 57 miliardi di euro). In particolare, 66 mld di reais saranno destinati al settore ferroviario, 66 mld al comparto autostradale, 37,4 mld a quello portuale e 8,5 mld agli aeroporti. Il Brasile prevede una prima fase di concessioni per circa 70 miliardi di reais nel triennio 2015-2018. Gli altri progetti fanno parte di una seconda tappa, con inizio nel 2019. Nel settore ferroviario, il progetto principale e’ legato all’accordo internazionale per la costruzione della linea Transoceanica, che collegherà la costa atlantica brasiliana a quella peruviana sul Pacifico.

Nel settore autostradale, oltre al rinnovo della concessione per il ponte che collega Rio de Janeiro alla citta’ di Niteroi, le gare riguarderanno la realizzazione di collegamenti fra Stati chiave nella produzione di commodities agricole e a piu’ forte vocazione manifatturiera. In ambito portuale sono previsti gli affidamenti in gestione di 50 terminali gia’ esistenti nei porti brasiliani, oltre alla concessione per la realizzazione di 63 nuovi terminali a uso privato. Per gli aeroporti, infine, le concessioni riguarderanno la gestione degli scali di quattro capitali di Stati: Salvador, Fortaleza, Florianopolis e Porto Alegre

Panama: nuovo Canale supera test dell’Oceano

AMERICHE/BreakingNews/ECONOMIA di

Il nuovo canale di Panama ha superato con successo il test dell’inondazione delle chiuse sul versante dell’Oceano Atlantico, realizzate da un consorzio di cui fa parte Salini Impregilo.

L’apertura delle valvole e l’inondazione delle vasche alimentate dalle acque del lago Gatun permetteranno di avviare ulteriori test relativi al funzionamento delle otto gigantesche paratoie, di quasi 4000 tonnellate, costruite dal gruppo italiano di Pordenone, Cimolai. Dopo questo test seguiranno continue prove di funzionamento, per un periodo di almeno tre, quattro mesi.

Salini Impregilo ritiene che per l’inizio del prossimo anno potrebbe avere luogo il passaggio della prima nave che transitera’ da un Oceano all’altro in solo otto ore, evitando una circumnavigazione di oltre 20.000 chilometri (pari a circa un mese di navigazione).

Il nuovo Canale permettera’ il transito di navi post-Panamax lunghe oltre 400 metri e con capacita’ di carico notevolmente superiori alla capacita’ attuali.

AIIB: USA contro Cina

AMERICHE/Asia/ECONOMIA di

Ovvero la competizione Cino – americana per la governance dell’economia mondiale

Nelle prossime settimana verra’ definita la Carta Fondativa dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la Banca asiatica di investimento promossa dalla Cina che sta destando un intenso dibattito in tutto il mondo.

Bretton Woods, un sistema al tramonto

L’iniziativa cinese trae le mosse dall’insoddisfazione che l’attuale governance mondiale dell’economia suscita nei paesi emergenti.

Il sistema di Bretton Woods nasce durante la Seconda Guerra Mondiale su iniziativa degli Stati Uniti per definire un sistema multilaterale in grado, dopo la conclusione del conflitto, di garantire un assetto condiviso per il governo dell’economia.

Sono nate cosi la World Bank e l’International Monetary Fund (IMF), istituzioni che per 70 anni sono state lo strumento con cui americani e i soci minori europei hanno ricostruito e guidato le economie del dopoguerra, con il resto del mondo a seguire.

Ma la travolgente crescita economica dei paesi BRICS ha determinato un epocale spostamento degli equilibri mondiali, e la conseguente richiesta da parte di questi ultimi di rivedere il sistema.

Oggetto di approfondito dibattito e’ stato in particolare proprio l’IMF, il cui Board gia’ dal 2010 si e’ impegnato a modificarne la Carta Fondativa nel senso di attribuire maggiore peso nelle decisioni ai nuovi leader dell’economia.

Basti pensare che oggi la Cina, che si avvia a diventare la prima economia del pianeta, possiede una quota di diritti di voto inferiore alla Francia. La riforma tuttavia, si e’ arenata nel 2014 a seguito della mancata ratifica da parte del Congresso di Washington.

Iniziativa cinese

La risposta di Pechino e’ stata rapida e concludente, con il lancio di diverse iniziative  fra le quali il New Development Fund, il Silk Road Fund e, appunto, l’AIIB.

Una banca destinata a finanziare le opere infrastrutturali di cui l’Asia e’ affamata per un fabbisogno stimato in 8 trilioni di dollari.

Basata a Pechino, la Banca avra’ un capitale sottoscritto iniziale di 100 miliardi di dollari, di cui il 50% cinese, e sara’ guidata da Jin Liqun.

La reazione iniziale degli USA e’ stata fortemente critica, in quanto ritenuta uno strumento “doppione” dell’IMF.

L’amministrazione Obama in un secondo momento ha invece preso una posizione piu’ blanda, limitandosi a criticarne la capacita’ di essere al passo con le “best practice” consolidate in materia di investimenti allo sviluppo.

Nel frattempo la diplomazia cinese ha agito silenziosa ed efficace, incassando molte adesioni fra la fine del 2014 e l’inizio del 2015.

La svolta arriva nel Marzo di questo anno, quando, a sorpresa, la Gran Bretagna annuncia la propria partecipazione in qualitè di socio fondatore, suscitando aspre reazioni americane. Seguono quasi immediate le adesioni di Francia, Germania e Italia.

Infine, a pochi giorni dalla scadenza dei termini, anche l’Australia decide di entrare come socio fondatore. Ad oggi, fra le grandi economie del mondo, rimangono fuori solo gli Stati Uniti e il Giappone, che si riserva di decidere cosa fare in un secondo momento.

Gli Europei rompono il fronte occidentale

Forte di riserve valutarie stimate alla fine del 2014 in 3,8 trilioni di dollari, la Cina ha saputo dimostrare la propria capacita’ di leadership e contrasto dell’egemonia a stelle e strisce.

Il successo dell’offensiva diplomatica, che ha suscitato vivaci discussioni in tutto il mondo, consiste nell’essersi saputa incuneare fra i punti di faglia degli alleati occidentali, agendo in primis su quel Regno Unito che ha sempre vantato una “special relationship” con gli Stati Uniti. Stretti fra le esigenze di mantenere il primato finanziario di Londra, gestire le spinte autonomistiche scozzesi e rimodellare il rapporto con la UE, i britannici non hanno voluto rischiare di rimanere fuori dal ricco mercato asiatico. A quel punto, secondo consolidata tradizione del Vecchio Continente, gli altri non hanno voluto esser da meno. L’Italia si e’ accodata, supinamente.

La (non) posizione italiana

Fa notizia la totale mancanza di dibattito pubblico del nostro paese, che si e’ limitato ad uno striminzito comunicato stampa del Ministero dell’Economia e delle Finanza e a qualche “breve” su internet.

Eppure, il potenziale accesso delle nostre imprese ad un mercato immenso avrebbe dovuto dar luogo a ben altra “narrazione” da parte del Governo Italiano.

Sembra di capire che, nonostante la decisione di aderire, i nostri esponenti politici non vogliano dare ulteriori dispiaceri all’alleato americano, gia’ piccato per la nostra condotta verso la Russia.

Come contropartita, mentre alle porte di casa la Libia e tutto il Mediterraneo bruciano, il Governo continua a garantire la costosa presenza di un contingente militare in Afghanistan.

La vicenda dell’AIIB fa il paio con la questione del TTIP, una delle principali issue in materia di governance dell’economia attualmente in discussione in sede di Unione Europea, di cui in Italia si parla a malapena, aggiungendo indifferenza alla confusione che circonda questo trattato dai contenuti misteriosi.

Prima ripresa cinese, in attesa della reazione USA

Nel frattempo, Pechino brinda al successo, consapevole di aver dimostrato al mondo la propria capacita’ di leadership e aggregazione attorno al progetto.

L’amministrazione americana, tuttavia, ha ancora molte opzioni da percorrere.

Infatti, rimane tutta da verificare la concreta operativita’ della Banca, in quanto sembra che la Cina sia disposta a rinunciare, a differenza di quanto avviene nell’IMF a trazione USA, al diritto di veto all’interno del Board.

In questo caso, sostengono molti analisti, la capacita’ dei paesi occidentali guidati da Washington di influenzarne ed eventualmente paralizzarne le decisioni sarebbe molto alta.

Cosi come una mancata adesione del Giappone, che e’ gia’ azionista di maggioranza della concorrente Asian Development Bank, sarebbe un altro limite, e non da poco.

Infine il Congresso potrebbe sempre tornare sulle proprie posizioni e ratificare una riforma del diritto di voto all’interno dell’IMF, che a sua volta potrebbe nominare un esponente dei BRICS come successore di Christiane Lagarde, vanificando il successo cinese.

Sembra che la partita sia solo all’inizio.

di Leonardo Pizzuti

 

La sicurezza americana nella Strategia 2025, focus sul clima.

AMERICHE/Difesa di

La problematica della sicurezza legata ai cambiamenti climatici torna ad essere affrontata dagli strateghi americani come una priorità politica oltre che militare e di difesa civile. All’interno della “Strategia 2025” i cambiamenti climatici sono individuati come minaccia alla sicurezza nazionale: una minaccia che gravita attorno a tutta la sicurezza interna ed in grado di influenzare pesantemente la sicurezza esterna degli Stati Uniti.

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Il tema non è nuovo alla sensibilità degli analisti militari che sottolineano ancora una volta, come riportato dal C&S : “OASA (IE&E) Strategy 2025 is important, as it serves to guide and shape the Army’s future and current actions related to Installations, Energy and Environment, as well as provide the strategic roadmap to achieve its vision.”. La visione dunque è a 360 gradi. Coinvolge appieno la sfera militare e di conseguenza preserva quella civile, rendendo chiaro come nella strategia per la difesa la sicurezza climatica sia parte fondamentale per una consapevole guida politica. Gli obiettivi a lungo termine presenti nella strategia hanno lo scopo di permettere la realizzazione nel breve periodo di piani e progetti su scala regionale e nazionale, garantendo al comparto della difesa una più accurata valutazione degli scenari di rischio per le operazioni militari.

All’interno di tale prospettiva al cambiamento climatico vengono riservate particolari attenzioni. La resilienza innanzitutto: dato il numero di eventi climatici estremi che ogni anno vengono registrati negli Stati Uniti e basandosi su statistiche che prevedono che tali fenomeni con molta probabilità saranno sempre maggiori, migliorare la resistenza all’impatto di infrastrutture e sistemi è un punto chiave, insieme alla capacità di ripresa industriale e sociale del tessuto locale e nazionale.

L’adattamento poi è declinato in due concezioni: a livello microscopico l’adattamento a condizioni sempre più imprevedibili resta una priorità nello lo sviluppo di strategie regionali e nazionali nei settori idrico, energetico, per ciò che riguarda la sicurezza del territorio predisponendo pratiche in grado di far fronte alle emergenze nell’immediato; il livello macroscopico invece rappresenta l’evoluzione della strategia nel tempo sulla base dell’individuazione di quei cambiamenti in grado di aumentare il rischio per le installazioni ed il personale militare e quindi integrare le analisi climatiche nella pianificazione di interventi armati piuttosto che nelle modifiche agli assetti sul suolo nazionale.

 

Tag: Strategia sicurezza americana

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Las Americas: cambia il vento su Cuba

AMERICHE di

Dalla “Baia dei Porci” alla crisi dei 13 giorni; dai mille sigari cubani ordinati da J.F.K. nella vigilia del “bloqueo” all’inserimento dell’isola da Reagan nella lista dei paesi terroristici. Dopo più di mezzo secolo, cambia la Storia dei rapporti tra USA e Cuba.

Mentre i media annunciavano la liberazione di Alan Gross, il 64enne americano, ingaggiato dall’USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale), già arrestato a Cuba il 3 dicembre 2009 e condannato a 15 anni di carcere per aver commesso “azioni contro l’integrità territoriale dello Stato”, il 17 dicembre scorso, non si riusciva a commentare la notizia che qualcosa di epocale stava per battere il tempo. In due conferenze stampa simultanee, Raoul Castro e Barack Obama dichiaravano di aver “concordato il ristabilimento delle relazioni diplomatiche”.

La Svolta

“Anche se questo, per ora, non vuol dire la fine del bloqueo”, ovvero l’embargo USA che dura da 53 anni, ha dichiarato Raoul Castro.  Obama, dal canto suo, ha ammesso che “gli ultimi 50 anni hanno dimostrato che l’isolamento di L’Avana non ha funzionato. Per questo, ho dato mandato al segretario di stato John Kerry di avviare negoziati immediati con Cuba per riavviare il dialogo fermo dal 1961. Personalmente, invece, chiederò la rimozione dell’embargo al Congresso”.

Non sarà una passeggiata per il Presidente americano confrontarsi con i senatori repubblicani, soprattutto quelli, come Marco Rubio (di origini cubane e aspirante Casa Bianca), vicini alle lobbies anticastriste della Florida. Intanto incassa un risultato epocale, laddove Clinton aveva fallito, segnando una settimana molto positiva dopo il crash democatico nelle elezioni del Middterm, il fronte aperto contro l’ISIS e il conflitto in piena contro Mosca.

In seguito, si è reso noto che le trattative andavano avanti da un anno e che una parte importante pare abbia giocato anche la mediazione di Papa Bergoglio.

La spiegazione della liberazione di Gross per ragioni umanitari (gravi condizioni di salute dell’americano), vanno invece collocate in uno scenario di scambio di prigionieri. Di fatti, gli USA avevano precedentemente liberato Gerardo, Antonio e Ramon, tre cittadini cubani, detenuti negli States dal 1998. A seguito di un processo, definito più volte “una farsa” dal governo di L’Avana, i tre erano stati condannati, rispettivamente a 23, due ergastoli e 30 anni. Erano stati fermati mentre stavano monitorando l’attività della mafia cubana negli USA, impiegata negli anni da forze di destra anticastriste in innumerevoli tentativi di rovesciare il regime dei Castro e di attentare alla vita del Leader Maximo.

Cuba non si è piegata, ma qualcosa è cambiato

La prima mossa e la più annunciata delle novità imminenti sarà l’apertura delle ambasciate. Le istituzioni americane potranno aprire conti di corrispondenza presso istituzioni finanziarie cubane. Verrà consentito l’uso di carte di credito a Cuba, dove i livelli delle rimesse saranno aumentati da 500 dollari a 2.000 dollari a trimestre e sarà autorizzata l’importazione di beni da Cuba fino a 400 dollari.

Nell’ottica degli scambi commerciali, sarà autorizzata l’esportazione di alcune categorie di beni e servizi, tra cui materiali per l’edilizia privata e apparecchiature per i piccoli agricoltori e  crescerà sull’isola la possibilità di accedere a internet. Inoltre, sarà avviata una revisione della posizione di Cuba, da mezzo secolo inserita nella lista nera di Washington. L’Avana parteciperà così al vertice delle Americhe del 2015.

La realtà e il futuro

Queste le misure già auspicate verso la normalizzazione dei rapporti, ma come deve essere letta l’apertura di Obama? In quale chiave, oltre la totale inutile, chiusura forzata e addirittura, seguita dall’inserimento da parte di Reagan nel 1982 nella lista dei paesi terroristi della piccola isola resistente?

I benefici dell’apertura, per ora, saranno quasi esclusivamente di Cuba, ma un’analisi reale va ravvisata, secondo gli esperti, nella crisi del vicino Venezuela. Come Raoul stia cercando di modernizzare l’economia cubana, ancora legata a un socialismo vecchio stampo, che nega la libera iniziativa, la proprietà privata dei mezzi di produzione, è ben noto. L’isola è allo stremo, mentre rischia la catastrofe,qualora il Venezuela smettesse di venderle il petrolio quasi gratis. La politica di Chavez prima e del suo successore Maduro, nell’intento di creare una rete di paesi socialisti bolivariani con il piano Petrocaribe, pare non abbia un futuro florido. La generosità degli aiuti che consistono nell’esportazione del petrolio ai paesi amici a prezzi politici, i cui oneri ricadono sul bilancio del governo di Caracas, sta creando grossi problemi al Venezuela. Dal canto suo, Cuba attende a questi accordi con l’invio in Venezuela di contingenti di medici, vere eccellenze, e militari, migliaia ogni anno. Il crollo delle quotazioni del gregge, la situazione compromessa di Putin e quindi, la mancanza di un appoggio importante in caso di crisi dei paesi del Petrocaribe, sta portando a una serie di misure di apertura non più delegabili.

“Todos somos americanos”, ha enunciato Barack Obama. Una frase storica e significativa che potrà essere letta, sia in una disincantata, anche un poco maliziosa, chiave imperialistica delle volontà statunitensi, ma soprattutto e lo si augura, in una vera possibilità di pieno riconoscimento del diritto di ogni popolo di non cedere la sua libertà nel perseguimento della felicità dei propri cittadini e nel rispetto della pacifica convivenza tra popoli. E’ già Storia.

Dossier Cia, le giustificazioni di Brennan e Cheney sulle torture ai detenuti sospettati di terrorismo

AMERICHE di

Il report del Senate Intelligence Committee ha reso pubbliche pratiche come il waterboarding, abusi sessuali e molte altre tecniche di interrogatorio adottate nei confronti dei prigionieri nel corso degli anni 2000. E George W. Bush e il governo britannico non appaiono esenti da colpe

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“Le nostre analisi indicano che il programma di detenzione e di interrogatori ha prodotto un utile lavoro di intelligence grazie al quale gli Stati Uniti sono riusciti a contrastare gli attacchi terroristici, a catturare i responsabili e a salvare le vite”. Questo il discorso di John O. Brennan, Capo della Cia, rilasciato a seguito della pubblicazione del dossier sulle torture redatto dal Senate Intelligence Committee degli Stati Uniti i primi di dicembre.

Il dossier, 524 pagine, ha destato clamore presso la comunità internazionale mentre l’opinione degli americani rimane divisa. Quello che appare palese dagli atti è l’inutilità delle pratiche di tortura esercitate per estorcere le confessioni ai prigionieri. Non solo i funzionari della Cia, ma anche gli psicologi sono coinvolti nell’utilizzo di metodi come il waterboarding fino al 2009. Lo scopo era uno solo: assoggettare mentalmente e rendere schiavo il sospettato terrorista in modo da estorcergli la confessione. Tra questi, John Mitchell e Bruce Jessen, psicologi militari, hanno collaborato con l’organizzazione di intelligence a stelle e strisce per sette anni e hanno percepito uno stipendio totale di 80 milioni di dollari. Secondo quanto dice il report, i due medici si sono rifatti agli esperimenti mentali studiati nel corso degli anni ’60.

waterboarding, calci e pugni allo stomaco, uomini costretti a rimanere svegli per giorni, abusi sessuali: questi sono alcune delle torture perpetuate dai militari americani nei confronti dei sospetti terroristi reclusi. Nel corso della trasmissione televisiva “Meet the Press”, in onda sulla Nbc, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti (2000-2009) Dick Cheney ha difeso il suo operato dicendo di non provare “alcun rimorso perchè la tortura per me…è un cittadino americano che telefona per l’ultima volta alle sue quattro figlie prima di morire nel corso dell’attacco al World Trade Center nel 2001. In più, George W. Bush era a conoscenza di tutto ciò perchè approvò personalmente queste tecniche di interrogatorio”, ha poi aggiunto.

Non solo gli Stati Uniti sono coinvolti in questa spinosa vicenda. Pure il governo britannico è stato messo sotto accusa dalla stampa del proprio Paese poichè le amministrazioni Blair e Brown erano a conoscenza, con molta probabilità, di quanto scritto oggi nel dossier. Come riportato da The Guardian, infatti, dal 2009 alcuni funzionari dell’esecutivo di Sua Maestà hanno incontrato alcuni membri del Senate Intelligence Committee degli Stati Uniti.

Giacomo Pratali

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Disgelo Usa – Cuba, cade l’ultimo muro della guerra fredda

AMERICHE di

Un annuncio epocale che spezza decenni di embargo verso l’isola dei caraibi durato ancora dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda.

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Uno degli sviluppi attesi è l’incremento del flusso turistico dagli USA verso le coste cubane con un incremento deciso  dei volumi che fino ad oggi si sono attestati intorno ai due milioni di presenze all’anno.

L’annuncio di Barack Obama non prevede specificatamente la liberalizzazione dei viaggi turistici ma avendo citato tra i capitoli interessati le autorizzazioni per familiari, ricercatori, giornalisti, attori, progetti umanitari, sportivi ci si aspetta sicuramente un via libera anche per i vacanzieri.

Resta comunque difficile fare impresa a Cuba che soffre ancora di una lentezza burocratica importante e un pacchetto di regolamenti insidiosi che fanno desistere gli investitori stranieri.

Qualcosa comunque cambia e lo si può vedere dagli ultimi provvedimenti del governo cubano tra cui La Ley de inversion extranjera, che  offre benefici fiscali agli investitori esteri e riduce gli ostacoli all’importazione di macchinari per l’industria.

 

Alessandro Conte

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La “linea promessa” della politica estera russa ed il nuovo hub finanziario targato BRICS. Certe mode non passano mai.

AMERICHE/Asia/ECONOMIA/Energia di

Dal viaggio in America Latina al nuovo accordo dei Brics: la Russia tra una più consolidata politica estera e la creazione di un nuovo hub finanziario.

Il vecchio mondo bipolare sembra aver voltato pagina ma lo strascico di rivalità è tutt’altro che passato di moda: solo si sono modificate le modalità di confronto. Il viaggio di Putin effettuato in America Latina aveva come obiettivo nuove e più proficue relazioni politico commerciali con i Paesi oggetto di visita. Il messaggio ufficiale era quello di stabilire una linea promessa di alleanze. Quello indiretto poteva leggersi in due maniere: da un lato Putin arrivava oltreoceano per andare a stringere le mani ai vicini di casa degli statunitensi; dall’altro si trattava di un invito di più larga portata, per stimolare altri possibili partner ad entrare in un nuovo e diverso sistema di coalizioni politiche ed economiche tese a creare un sistema alternativo di preferenze e scambi commerciali.

Siamo onesti: il problema ucraino è qualcosa di politicamente molto fastidioso e la portata di questa nuova crisi a cavallo tra Russia e Stati Uniti è ampia ed ha influenze in molti settori. La Russia, così come tutti gli altri attori coinvolti loro malgrado deve prenderne atto. Questo rallentamento che Putin ha subito ad occidente ha però i suoi risvolti dall’altra parte del mondo: la visita presso numerosi Paesi latinoamericani; il ritorno di un presidente Russo in Nicaragua; il taglio di una  fetta enorme del debito cubano (debito che con l’attuale trend Cuba non sarebbe comunque stata in grado di saldare) con la prospettiva di rinsaldare la vecchia alleanza; nuove intese con il governo argentino sul fronte dei prestiti e degli investimenti anche e soprattutto sul nucleare; una tappa brasiliana che ha rivelato possibili accordi futuri nel settore militare, della collaborazione per lo sfruttamento del petrolio e, cosa più importante un positivo atteggiamento di fiducia nell’inaugurazione di proficui rapporti con il Cremlino. Insomma, la nazionale russa non avrà giocato la finale dei mondiali di calcio ma il suo presidente è tornato a casa soddisfatto della sua trasferta. Soddisfatto poi di un’ulteriore ma altrettanto significativo appoggio politico. Si perchè la sua visita ha raccolto consenso, da parte di alcuni dei probabili futuri partner di questa ritrovata alleanza russa, per quanto riguarda la questione ucraina. In breve, Putin offre aiuto economico a nazioni che geograficamente o economicamente (vedi l’Argentina) sono stretti nell’abbraccio di un ingombrante vicino (gli Stati Uniti) che a torto o a ragione li considera suoi condomini, con tutto quello che ne consegue. In cambio (e questo è solo uno dei successi attualmente riscontrabili), alcuni di questi Paesi considerano l’opzione di appoggiare politicamente il presidente russo in quello che si prospetta un lungo autunno.

Ed è proprio nel cortile di casa degli Stati Uniti che Putin ha segnato un importante punto. A Fortaleza la sfida è stata delle più importanti: l’ufficializzazione della creazione di un fondo monetario alternativo (CRA, Accordo di Riserva Contingente) e di una nuova banca di sviluppo. L’obiettivo è scalzare l’egemonia del dollaro e promuovere progetti nel continente africano, dando allo stesso tempo un’alternativa alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale e sviluppando i propri settori produttivi interni, che diverrebbero meno esposti alle turbolenze finanziarie internazionali. Data la proporzione rilevante della popolazione dei BRICS sul totale mondiale e del PIL realizzato dallo stesso gruppo sul totale del Prodotto mondale, la nuova forza di questo accordo sta non solo nella sottrazione di spazio geografico agli ormai già stabiliti hubs economici e finanziari “occidentali”, che si vedrebbero mancare di importanti mercati e spazi di espansione economica, ma alla preparazione di un nuovo blocco di alleanze che assumerà con ogni probabilità il ruolo di frangiflutti e di strategica alleanza al tempo stesso.

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Francesco Danzi
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