GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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AMERICHE - page 3

La tegola venezuelana di Trump

AMERICHE di


La crisi presidenziale avvenuta con la nomina da parte dell’Assemblea Nazionale, ovvero il parlamento venezuelano, di Juan Guaidò come presidente ad interim al posto di Maduro, considerato illegittimo, non si è arrestata neanche in un periodo di pandemia mondiale.

Domenica due maggio infatti, secondo quanto riportato sia dalla BBC che dal Washington Post, oltre che dallo stesso governo venezuelano, è stata intercettato un gruppo di uomini armati, sbarcato in segreto a Macuto. La missione, denominata “Operazione Gedéon” , proprio come quella lanciata da Maduro nel 2018 e conclusasi con l’uccisione di uno dei capi dell’opposizione, nota come il massacro di El Junquito, aveva l’obbiettivo di catturare e di portare in America il presidente venezuelano, ed era stata progettata da Jordan Gaudreau, ex Berretto verde, ora a capo dell’associazione di sicurezza Silvercop, che ne ha spiegato i dettagli al momento del suo fallimento.

Il presidente Maduro e il ministro della giustizia e degli interni l’hanno definita un’operazione terroristica, attribuendo la colpa pubblicamente a Stati Uniti e Colombia oltre che al leader dell’opposizione Guaidò. Tutte le parti chiamate in causa hanno prontamente negato il loro coinvolgimento, e la stessa amministrazione Trump ha dichiarato di “voler fare di tutto” per estradare due uomini americani rei agli occhi venezuelani di aver partecipato alla missione. Sempre il Washington post ha però dimostrato un versamento di 213 mila dollari effettuato dall’opposizione alla Silvercops, mentre il 26 marzo gli Stati Uniti hanno giudicato Maduro colpevole di narcotraffico, offrendo fino a 15 milioni di dollari per informazioni che avrebbero portato al suo arresto e fino a 10 per l’arresto di suoi collaboratori. Per quanto riguarda la partecipazione della Colombia, secondo quanto riporta la testata americana Associated Press, quest’utlima avrebbe fornito tre basi per l’addestramento di truppe dell’opposizione a Cliver Alcalà, un ex generale venezuelano. Il predetto è stato anche arrestato per tali accuse dalla Colombia, che però lo ha estradato negli Usa, dove è stata liberato ed “assunto” alla DEA, per occuparsi del narcotraffico, e conseguentemente quindi di Maduro, data la condanna statunitense al suddetto, in quanto narcotrafficante.

Ma non è finita qui.
Trump aveva affermato che se avesse voluto invadere il Venezuela l’avrebbe fatto con un esercito e con un’invasione su larga scala. L’ex capitano della “FuerzaArmada Nacional Bolivariana”, ovvero l’esercito venezuelano, ha affermato in un’intervista a NapoleonBravo, giornalista anch’egli venezuelano in esilio, di aver collaborato all’operazione, che progettava da un anno. Come riporta anche efecto cocuyo, una testata indipendente venezuelana che si occupa della libera informazione nel paese, il Capitano ha spiegato che quel gruppo di 20 uomini non era che un’avanguardia, e che ne sono pronti ben 3000 uomini, che sarebbero intervenuti per liberare il Paese, se quel gruppo non fosse stato catturato. Sarà questo l’esercito di cui parla Trump?

Di Giulio Consoli

La tegola venezuelana di Trump

AMERICHE di


La crisi presidenziale avvenuta con la nomina da parte dell’Assemblea Nazionale, ovvero il parlamento venezuelano, di Juan Guaidò come presidente ad interim al posto di Maduro, considerato illegittimo, non si è arrestata neanche in un periodo di pandemia mondiale.

Domenica due maggio infatti, secondo quanto riportato sia dalla BBC che dal Washington Post, oltre che dallo stesso governo venezuelano, è stata intercettato un gruppo di uomini armati, sbarcato in segreto a Macuto. La missione, denominata “Operazione Gedéon” , proprio come quella lanciata da Maduro nel 2018 e conclusasi con l’uccisione di uno dei capi dell’opposizione, nota come il massacro di El Junquito, aveva l’obbiettivo di catturare e di portare in America il presidente venezuelano, ed era stata progettata da Jordan Gaudreau, ex Berretto verde, ora a capo dell’associazione di sicurezza Silvercop, che ne ha spiegato i dettagli al momento del suo fallimento.

Il presidente Maduro e il ministro della giustizia e degli interni l’hanno definita un’operazione terroristica, attribuendo la colpa pubblicamente a Stati Uniti e Colombia oltre che al leader dell’opposizione Guaidò. Tutte le parti chiamate in causa hanno prontamente negato il loro coinvolgimento, e la stessa amministrazione Trump ha dichiarato di “voler fare di tutto” per estradare due uomini americani rei agli occhi venezuelani di aver partecipato alla missione. Sempre il Washington post ha però dimostrato un versamento di 213 mila dollari effettuato dall’opposizione alla Silvercops, mentre il 26 marzo gli Stati Uniti hanno giudicato Maduro colpevole di narcotraffico, offrendo fino a 15 milioni di dollari per informazioni che avrebbero portato al suo arresto e fino a 10 per l’arresto di suoi collaboratori. Per quanto riguarda la partecipazione della Colombia, secondo quanto riporta la testata americana Associated Press, quest’utlima avrebbe fornito tre basi per l’addestramento di truppe dell’opposizione a Cliver Alcalà, un ex generale venezuelano. Il predetto è stato anche arrestato per tali accuse dalla Colombia, che però lo ha estradato negli Usa, dove è stata liberato ed “assunto” alla DEA, per occuparsi del narcotraffico, e conseguentemente quindi di Maduro, data la condanna statunitense al suddetto, in quanto narcotrafficante.

Ma non è finita qui.
Trump aveva affermato che se avesse voluto invadere il Venezuela l’avrebbe fatto con un esercito e con un’invasione su larga scala. L’ex capitano della “FuerzaArmada Nacional Bolivariana”, ovvero l’esercito venezuelano, ha affermato in un’intervista a NapoleonBravo, giornalista anch’egli venezuelano in esilio, di aver collaborato all’operazione, che progettava da un anno. Come riporta anche efecto cocuyo, una testata indipendente venezuelana che si occupa della libera informazione nel paese, il Capitano ha spiegato che quel gruppo di 20 uomini non era che un’avanguardia, e che ne sono pronti ben 3000 uomini, che sarebbero intervenuti per liberare il Paese, se quel gruppo non fosse stato catturato. Sarà questo l’esercito di cui parla Trump?

Di Giulio Consoli

Covid-19: una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale

Con “trappola di Tucidide” il grande storico attribuiva lo scoppio della guerra fra Atene e Sparta alla crescita della potenza ateniese, e alla paura che tale crescita causava nella rivale Sparta. Oggi mentre il mondo affronta una delle sue sfide più importanti, lo scenario internazionale ci pone di fronte alla possibilità che questa trappola scatti. Ancor prima dell’emergenza Covid-19, si scorgeva una fase storica in cui una potenza a lungo dominante -gli Stati Uniti- fronteggiava una potenza emergente -la Cina- e in molti, sullo scenario internazionale, temevano per gli effetti di questa competizione.

Un duello già visto

Quest’anno per l’economia globale sarà il peggiore degli ultimi cent’anni. Solo negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione nel mese di aprile è passato al 14,7%, il più alto dalla Grande Depressione, e sicuramente le continue pressioni tra Stati Uniti e Cina non porteranno a sviluppi migliori. Nel giro di pochi mesi gli umori dell’amministrazione americana verso Pechino si sono più volte capovolti. Prima le battaglie su Huawei, il 5g e lo spionaggio informatico che, ad un certo punto, sembravano risolte con una stretta di mano tra i due leader, ma con lo scoppio del contagio il Covid-19 è diventato una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale.

Il Coronavirus appare in Cina a “fine dicembre” e per il mese di gennaio si rivela un problema solo cinese. Trump e i suoi esperti non esternano preoccupazione, anzi per tutto il mese e quello successivo, Trump elogerà la Cina: il 24 gennaio sul suo profilo Twitter il Presidente statunitense scriveva: “China has been working very hard to contain the Coronavirus. The United States greatly appreciates their efforts and transparency. I twill out well. In particular, on behalf of the American People. I want to thank President Xi”. Non solo Trump ringraziava il Presidente Xì per il lavoro svolto, ma il 10 febbraio si congratulava anche con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per poi accusarla a metà aprile di aver “portato avanti la disinformazione della Cina riguardo al coronavirus” e decidere la sospensione degli aiuti per un periodo tra i 60 e i 90 giorni.

La comunicazione si fa sempre più difficile

Mentre l’epidemia cresce negli Stati Uniti, a inizio marzo gli infètti sono 1300 e i morti 36, Trump dichiara emergenza nazionale e il tono nei confronti di Pechino cambia. Il Covid-19 inizia e diventare il “virus cinese” mentre il portavoce del Ministro degli esteri cinese accusa “il virus potrebbe essere partito dagli Stati Uniti e portato a Wuhan dall’esercito statunitense, quando lo scorso ottobre più di 300 soldati americani si trovavano a Wuhan per il campionato mondiale di giochi militari”.

La battaglia si sposta sul controllo della narrazione della pandemia e la comunicazione diventa la chiave per decidere chi uscirà vincitore su scala mondiale. Iniziano le ripercussioni sui giornalisti. Il 19 febbraio Pechino espelle tre cronisti del “Wall street journal”, accusati di aver utilizzato un titolo dispregiativo “China is Real Sick Man of Asia”, a cui si accoderanno più tardi anche i giornalisti del New York Times e del Washington Post. D’altra parte, Washington risponde allontanando 60 inviati cinesi dei principali media filogovernativo.

Nel frattempo, le voci che il virus possa provenire dai laboratori di Wuhan, viene smentita il 17 marzo dalla rivista scientifica “Nature medicine”. Il Covid-19 è il risultato di un’evoluzione naturale, arrivata dal pipistrello, ma questo non ferma né la propaganda americana né il Presidente Trump che annuncia l’intervento dell’intelligence americana per investigare sulle origini del Covid-19, mentre la Cina rispedisce le accuse al mittente affermando che gli Stati Uniti spostano l’attenzione dei loro ritardi nell’agire contro il coronavirus.

Lo scontro comunicativo si rinvigorisce con le esternazioni del segretario di Stato americano, Mike Pompeo che domenica scorsa davanti all’Abc, affermava di avere enormi prove che il virus provenga dai laboratori di Wuhan. Posizione ritrattata parzialmente pochi giorni dopo, “ci sono solo delle evidenze ma non delle certezze” e riaccusa Pechino di mancata trasparenza nella fase iniziale del contagio e di continuare a essere “opaca” e a “negare l’accesso” alle informazioni.

Il Covid-19 e la leadership internazionale

Quello che oggi appare più evidente non sono solo le conseguenze del Covid-19 nel mondo ma anche il ruolo che esso ha assunto nella contrapposizione tra Stati Uniti e Cina. Quello che la storia ci dirà è che quel “rinoceronte grigio” (espressione coniata dall’analista politico americano Michele Wucker che si riferisce ai pericoli grandi e trascurati) è già in casa nostra ed ha subito un processo di fusione. Come i tentacoli di una piovra che si legano immediatamente a qualsiasi cosa, il Covid-19 è progressivamente diventato la nuova pedina da sfruttare per respingere l’ambizione della Cina di colmare il vuoto di leadership con gli Stati Uniti. E l’Europa? La sensazione è che l’Ue abbia bisogno di un processo rigenerativo per poter acquisire quel sentimento di unione tanto promosso quanto artificioso. Nell’attesa che questo processo possa presto manifestarsi, la speranza è quella di non restare intrappolati nello scontro tra Usa e Cina. La sensazione è che l’Ue non dovrà fronteggiare solo le gravi conseguenze che il Covid-19 lascerà, oltre a far fronte a questa pandemia che colpisce in maniera orizzontale ogni paese, l’Ue dovrà contrastare da un lato, il forte euroscetticismo presente nei propri confini e dall’altro, la prospettiva di una contrapposizione sempre più forte tra Cina e Usa. Dalle sue risposte dipenderà il suo futuro, la sua leadership internazionale e la sua indipendenza rispetto ai due principali contendenti a livello globale.

Terre e comunità rare. Gli indios chiudono le loro terre.

Americas/AMERICHE/Diritti umani di

Il numero dei contagiati da coronavirus in America Latina ha ormai raggiunto quota 90.059, dei quali 4.247 sono morti. É quanto emerge da una statistica elaborata dall’ANSA sulla situazione esistente in 34 nazioni e territori latinoamericani. In appena tre giorni la regione è passata da 80.120 contagi e 3.364 morti, al bilancio odierno. Il Brasile continua a essere il primo Paese nella regione per numero di casi e di deceduti, registrando oltre un terzo dei positivi dell’America Latina.

Gli indigeni abbandonati di fronte alla pandemia

Per evitare il contagio, in almeno 12 Stati del Brasile, gli indios di varie etnie hanno chiuso l’accesso alle loro terre per cercare di impedire l’arrivo del coronavirus: lo rende noto il portale di notizie Uol, sottolineando che coloro che vivono nei villaggi sono più vulnerabili alle epidemie virali e temono che i casi di Covid-19 si diffondano nei loro territori. “Per il momento non abbiamo nessun caso sospetto, ma stiamo chiudendo il villaggio per non far entrare persone da fuori che possano contaminarci”, ha spiegato il capo tribù Almir Narayamoga, dell’etnia Suruì, che vive a Rondonia.

Il primo nativo sconfitto dal coronavirus è stato Alvanir Xirixana, 15enne che viveva nel villaggio Rehebe, lungo il fiume Uraricoera, una regione dove trafficano migliaia di garimpeiros (ricercatori illegali d’oro) che fanno affari illeciti nella Terra indigena yanomami. “La morte del ragazzo ha diffuso la preoccupazione tra gli yanomami”, scrive la Folha de S.Paulo. “Molti temono che si ripeta la tragedia provocata dall’invasione dei ricercatori d’oro tra gli anni sessanta e ottanta del novecento, quando il 15 per cento della popolazione morì a causa di malattie virali, in particolare del morbillo”. La stessa organizzazione che rappresenta i diritti degli Yanomami, l’Hutukara Associação Yanomami, pone l’attenzione sulle migliaia di ricercatori d’oro che ogni anno attraversano queste zone, sottolineando come il villaggio dove viveva Alvanir sia un loro percorso.

La diffusione del virus nei popoli nativi dell’America Latina è particolarmente preoccupante se consideriamo che per queste popolazioni la situazione è già estremamente drammatica. La malattia si aggiungerebbe ad altri problemi cronici come la malnutrizione o la carenza d’acqua potabile. Una delle raccomandazioni di base per evitare la diffusione del coronavirus è proprio il lavaggio frequente delle mani con acqua e sapone. Tuttavia, in America Latina, questa semplice raccomandazione può essere difficile da soddisfare poiché la regione convive con una costante contraddizione. Sebbene la regione abbia il 31% delle fonti di acqua dolce del mondo, quasi 37 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, secondo fonti della Banca mondiale. Mentre in Bolivia le comunità indigene praticano la semina dell’acqua, in Perù l’acqua viene catturata dalla nebbia. La popolazione zapoteca in Messico svolge da molti anni lavori di raccolta dell’acqua in buche costruite a tale scopo.

Oltre a tutto questo, le popolazioni native continuano ad affrontare vecchie sfide, come l’invasione delle loro terre, il disboscamento illegale o le estrazioni minerarie illegali che probabilmente, sono gli stessi vettori del virus. Per il momento i nativi stanno facendo la loro parte, cercando di non entrare in contatto con i ricercatori d’oro o con i narcotrafficanti che hanno grandi interessi economici nella regione, ma fin quando sarà presente il disinteresse dello stato, e nel caso del Brasile di Jair Bolsonaro gli attacchi frontali alle comunità indigene, l’autoisolamento dei nativi sarà fragile e forse inutile. Per tutte queste ragioni è necessario articolare un piano nazionale di emergenza che veda la partecipazione di organizzazioni indigene e istituzioni partner per riuscire a evitare il crollo di queste rare comunità.

 

La criminalità organizzata in America Latina, azioni e reazioni ai tempi del Covid-19.

L’attuale crisi provocata dal coronavirus in ogni angolo del mondo ha effetti sociali, economici e politici che sono riscontrabili anche negli affari delle organizzazioni criminali.

In Italia come negli altri paesi per frenare il contagio da Covid-19 si fermano imprese e industrie, e anche le mafie rallentano in alcuni settori criminali come la prostituzione, la tratta dei migranti o lo spaccio di droga. Tuttavia, come ha ben sottolineato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, le “Mafie sono presenti dove c’è da gestire denaro e potere. E le élite delle mafie fanno molte operazioni non per arricchirsi, ma per avere consenso, potere…”

Ora, se per un’istante pensiamo di far valere questo monito non solo per le organizzazioni criminali italiane, possiamo pensare che tutta la criminalità organizzata mondiale oggi patisce e reagisce agli effetti del Covid-19. Le parole del procuratore di Catanzaro hanno una grande rilevanza universale e riassumono benissimo le intenzioni delle organizzazioni criminali di tutto il mondo.

La crescente minaccia rappresentata dal coronavirus ha portato in superficie le già presenti disuguaglianze sociali sottostanti e ciò vale anche per le lacune della presenza statale e il ruolo dei gruppi criminali nel colmare tale vuoto.

Basta guardare al Brasile per vedere come i trafficanti di droga del Comando rosso (Comando Vermelho – CV) nella favela Ciudade de Deus di Rio de Janeiro, scalcando il governo centrale, soffocano l’espansione del virus imponendo il coprifuoco ai residenti.

Al contempo, l’esercito nazionale di liberazione in Colombia (Ejército de Liberación Nacional – ELN) ha annunciato il 30 marzo un cessate il fuoco di un mese, che è arrivato in seguito all’appello dell’ex leader ribelle Francisco Galá, il quale ha dichiarato “di cessare il fuoco… e di liberare il paese dalla paura della guerra, almeno per questi tempi di emergenza”, secondo El Tiempo.

Mentre nel vicino Venezuela diversi video testimoniano che gruppi di “colectivos” o gruppi armati filo-governativi impongono ai residenti nel quartiere 23 di Enero di Caracas e nel quartiere di Petare vicino a Caracas di rispettare i protocolli di igiene e di quarantena. Inoltre, secondo i media locali lo stesso regime di Nicolás Maduro ha invitato i civili armati ad affiancare i membri delle forze armate per imporre le restrizioni di quarantena.

In Guatemala, l’emergenza dichiarata dal governo ha spinto i membri della banda del Barrio 18 a concedere la sospensione del pizzo da parte dei venditori locali. Tuttavia, bande come la Unión de Tepito a Città del Messico, hanno mantenuto il racket nonostante la pandemia. In El Salvador, membri della banda della MS13 ed entrambe le fazioni del Barrio 18, i Rivoluzionari e Sureños, minacciano la popolazione locale con violenza a restare in quarantena.

Angélica Durán-Martínez, criminologa dell’Università di Chicago e Benjamin Lessing professore all’Università del Massachusetts, studioso di violenza criminale e governance in America Latina, hanno sostenuto a InSight Crime, che le ragioni delle bande per esercitare questo tipo di governance vanno ben oltre il semplice garantire il loro potere e controllo. Il loro tentativo è indirizzato a ottenere più capitale sociale, per favorire le loro operazioni criminali. Benjamin Lessing sostiene che, quando lo Stato non agisce, spesso gli attori criminali si assumono la responsabilità nel prendersi cura delle loro comunità.

“Riflette il loro interesse a mantenere il supporto sociale”, ha dichiarato Durán-Martínez. “Questi gruppi vedono sul territorio i chiari rischi che la comunità deve affrontare come il mancato accesso ad acqua pulita, sapone o disinfettante e nel momento in cui lo stato non adotta misure concrete per la tutela della salute pubblica, la responsabilità di quest’ultima finisce per essere nelle loro mani.”

Il paradosso del modus operandi delle organizzazioni criminali sta nel non essere sempre contraria o antagonista a come lo stato vuole governare. L’attuale crisi sanitaria, sociale ed economica riflette in realtà un caso in cui sia gli interessi statali e quelli criminali sembrano essere abbastanza convergenti. Proprio per questo è da considerare che l’altro virus che punta a rafforzarsi, sfruttando l’emergenza della pandemia, sono le varie organizzazioni. D’altronde quando lo stato è assente o come nel caso brasiliano sopraffatto dalla superficialità, la criminalità organizzata trova terreno fertile per proliferare e rafforzarsi.

Il Coronavirus mette all’angolo Bolsonaro: l’emergenza Covid-19 evidenzia l’incapacità di gestione e coordinamento del leader brasiliano.

Americas/AMERICHE/POLITICA di

L’America Latina oggi è alle prese, come altre parti del mondo, con la pandemia di Covid-19. Il virus oltre a recare preoccupazione nella popolazione sta mettendo a dura prova i consolidati equilibri politici ed economici locali. Il morbo è ormai presente in tutti gli Stati di quest’area del mondo ed ha colpito in particolar modo il Brasile, con 2611casi, il Cile con 1306 contagi, l’Ecuador dove i casi sarebbero 1382 ed Argentina e Messico, entrambi con più di 400 casi.

In questa preoccupante situazione Jair Bolsonaro, considerato da alcuni come una figura politica divisiva, fino a pochi mesi fa godeva di una grande stima da parte della popolazione: diverse inchieste demoscopiche lo vedevano nettamente in testa nelle intenzioni di voto, 29 per cento a 17, nei confronti dell’ex presidente Lula. La popolarità di Bolsonaro probabilmente veniva aiutata dallo stato di salute dell’economia che vedeva una prospettiva di crescita, nel 2020, dell’1,6 per cento e nel 2021 del 2,3 per cento.

Caos ed instabilità

Il Presidente brasiliano si trova oggi sotto il fuoco incrociato per la gestione dell’epidemia, che ha prima bollato come una “fantasia” e poi come “isteria” promossa dai media per indebolire il suo governo. La mancata accortezza della crisi da parte di Bolsonaro ha infatti aperto la strada ai governatori locali, che ritenendo rischioso l’atteggiamento del leader brasiliano, hanno preso l’iniziativa introducendo misure più restrittive e rigorose per il contenimento dell’espansione del virus nel Paese.

João Doria nello stato di São Paulo ha così varato una quarantena di quindici giorni, chiudendo tutte le attività commerciali, i bar e i ristoranti a partire dal 24 marzo. “Stiamo facendo quello che lui non fa: guidare una risposta, la lotta contro il coronavirus, dare informazioni chiare e non minimizzare,” ha dichiarato Doria. Dal canto suo, il governatore Wilson Witzel per Rio de Janeiro ha minacciato di schierare i pompieri per bloccare l’accesso alle spiagge e di chiudere la tratta aerea con São Paulo.

La risposta di Bolsonaro, secondo il quotidiano “la Folha de S. Paulo”, è stata quella di ribadire, con una misura provvisoria, che solo lo Stato centrale ha l’autorità sulla chiusura di aeroporti e ferrovie. La sua opinione è che le attività economiche non debbano essere interrotte per nessun motivo. “[Doria] è un lunatico. Sta approfittando della situazione per fare politica,” ha poi dichiarato in tutta risposta, in un’intervista alla Cnn, sostenendo che le misure di quarantena sono “una dose di medicina eccessiva che finisce per trasformarsi in veleno.”

Le ricadute dell’atteggiamento di Bolsonaro potrebbero essere catastrofiche: non solo la classe politica brasiliana potrebbe rivoltarsi contro il presidente assumendo la gestione della crisi, ma un’epidemia incontrollata di Covid-19 piomberebbe come un’ascia sulle prospettive di crescita del Brasile, la cui economia è cresciuta di appena l’1,1 per cento nel 2019 e che stenta a riprendersi dopo anni di crisi.

Il Covid-19 arriva nelle favelas di Rio de Janeiro e la criminalità organizzata chiama al coprifuoco

Mentre si assiste a questa diatriba tra governatori e governo centrale, il coronavirus avanza e la criminalità organizzata, presente nelle favelas di Rio, si sta preparando all’attacco. La preoccupazione dei gruppi criminali per l’epidemia fa eco alle paure a livello nazionale per il destino dei quasi 15 milioni di residenti delle favelas brasiliane. In alcuni quartieri poveri di Rio de Janeiro, il New York Times riporta che le organizzazioni criminali hanno preso il controllo della situazione, intimando agli abitanti il coprifuoco. “Se il governo non ha la capacità di gestire la situazione,” recita un messaggio trasmesso tramite altoparlanti, “lo farà il crimine organizzato.”

Una bomba a orologeria è forse il modo più rapido per descrivere quello che potrebbe provocare la diffusione della pandemia del coronavirus in luoghi in cui, insieme alla criminalità organizzata, governano la povertà, la precarietà dei servizi sanitari e la carenza di acqua potabile. Le favelas infatti, sono sinonimo di calca, assenza di distanza sociale, e l’arrivo del virus rischierebbe di provocare non “un semplice raffreddore”, come ha enunziato il Presidente brasiliano, ma una vera strage tra i poveri.

Foto di Gabriele Orlini DooG Reporter

Moto for peace, bloccati a La Paz gli operatori della Onlus, difficile il rientro

AMERICHE di

l’associazione MotoForPeace ONLUS – costituita da appartenenti al corpo della Polizia di Stato, Carabinieri, e Corpi di Polizia internazionale –  si trova in Sud America per una attività umanitaria che prevedeva di percorrere le strade di cinque stati del Latino America partendo dal Cile, attraverso l’Argentina, poi il Paraguay, Bolivia, per concludersi in Perù dopo 2 mesi di viaggio. Continue reading “Moto for peace, bloccati a La Paz gli operatori della Onlus, difficile il rientro” »

Covid-19, in America Latina. L’infettivologo Castro Méndez “In Venezuela scenario da incubo”

Americas/AMERICHE di

Dopo settimane di rinvii l’Oms l’11 marzo ha pronunciato l’inevitabile parola “Pandemia” e quello che pochi giorni prima sembrava interessare solo pochi paesi del globo, ha bruscamente coinvolto sempre più aree del mondo. Oltre Italia, Spagna, Germania, Francia e Regno Unito si registrano un numero crescente di casi anche negli Stati Uniti e nel Sudamerica. L’espansione del virus e della sua minaccia ha costretto alcuni di questi paesi a correggere il tiro introducendo misure sempre più rigorose. Angela Merkel si è spinta a rievocare la Seconda guerra mondiale per far capire quanto sia grave l’emergenza in Germania: “È la sfida più grande da allora”, ha detto in un discorso alla nazione, il primo attraverso i canali della tv pubblica in 14 anni, cioè da quando è cancelliera.

I timori ormai sono tanti e in differenti misure ogni paese sta attuando le sue scelte, più o meno rigorose, che puntano a rallentare la diffusione del virus che minaccia di riuscire a sopraffare, non solo le economie e i sistemi sanitari dei Paesi in via di sviluppo, ma anche quelli dei Paesi più avanzati. “La Germania – ha avvertito la cancelliera – ha un eccellente sistema sanitario, forse uno dei migliori al mondo”, ma “anche i nostri ospedali sarebbero totalmente travolti se troppi pazienti arrivassero in un tempo troppo breve “.

In Germania si sono registrati 2.800 casi in sole 24 ore, il totale è 10.082 casi, 27 morti. Nella giornata di oggi il Regno Unito ha visto i suoi casi attestarsi a 2.626 casi positivi, 104 decessi. Il premier Boris Johnson ha perciò invertito la rotta e, davanti a una Camera dei Comuni semivuota, annuncia il nuovo obiettivo di “25.000 tamponi al giorno”. La Spagna registra +30% di morti in 24 ore. La Cina ha avuto mercoledì 13 nuovi casi di coronavirus: uno solo a Wuhan (per il secondo giorno di fila) e 12 importati, di cui cinque nel Guangdong, tre a Pechino e a Shanghai e uno nel Sichuan. I contagi di ritorno sono saliti a 155, si legge nel bollettino della Commissione sanitaria nazionale, secondo cui gli 11 morti aggiuntivi sono tutti nell’Hubei. Cresce così il timore per l’aumento dei casi importati: il Global Times sottolinea come dei 155 accertati, 47 siano legati all’Iran e 41 all’Italia. Seguono, stando al quotidiano, la Spagna (21 casi), il Regno Unito (12) e gli Stati Uniti (7). In totale dall’inizio dell’emergenza i dati cinesi parlano di 3.237 morti e 80.894 casi positivi. A New York, il sindaco chiede la chiusura dell’intera città. In Australia e Nuova Zelanda chiudono le frontiere a chi non ha la cittadinanza, il Giappone a 38 Paesi, tra cui l’Italia. Il caponegoziatore UE per la Brexit, Michel Barnier positivo al test. L’Ue lavora al rimpatrio di 100mila cittadini e crea una riserva strategica di materiale sanitario di protezione, ventilatori, e vaccini quando saranno disponibili ai 27 Paesi. Iran: “Un morto ogni 10 minuti”.

Pertanto, quella che poche settimane fa sembrava una minaccia lontana, oggi preoccupa allo stesso modo varie aree del mondo. L’epicentro oggi è in Europa ma la preoccupazione che questo possa spostarsi in quei paesi dove le economie e i sistemi sanitari sono più vulnerabili, si sta rafforzando l’inquietudine anche in quei governi e leader che si sono mostrati spavaldi difronte lo scoppio di un’epidemia nel proprio paese.

Sudamerica – Le ripercussioni della rapida diffusione del Covid-19 nel continente sud-americano ha evidenziato che il virus non ha confini. Come sappiamo la diffusione del virus, che in questi giorni sta già maturando le sue prime vittime in Sudamerica, ha il doppio effetto di minacciare le economie e di portare al collasso i sistemi sanitari nazionali. Insomma, se la diffusione del Covid-19 ormai è assai probabile anche in America Latina, è altrettanto preoccupante chiedersi cosa potrà succedere in quei paesi, come il Venezuela, dove l’impossibilità di farvi fronte sembra quasi certa.

Venezuela – E se arriva in Venezuela? “Il problema non è se arriva in Venezuela – taglia corto il Dottor Julio Castro Méndez, medico infettivologo, referente dell’ONG Médicos por la Salud (Medici per la salute), che redige un periodico rapporto sulla situazione degli ospedali venezuelani –. Il problema è quando arriva. Io ritengo che la cosa sia inevitabile, è solo questione di tempo, visto che il Covid-19 ha iniziato a diffondersi negli altri Paesi del Sudamerica”. Uno scenario da incubo, quello che si verificherebbe all’arrivo del coronavirus, “dato che la situazione sanitaria, in Venezuela, è da tempo compromessa. Negli ospedali spesso manca l’acqua, fondamentale nel prevenire la diffusione del virus, si verificano continuamente blackout elettrici. Il 53% delle strutture sanitarie è completamente privo di mascherine”.

Sistema sanitario al collasso. É il Venezuela, appunto, il Paese che suscita le maggiori preoccupazioni. Non mancano gli interrogativi sulla reale possibilità che eventuali positività vengono comunicate, dato che l’attuale governo di Maduro non ha mai comunicato qualcosa relativamente alle altre epidemie in atto nel Paese. “Ce ne sono tre in particolare, in questo momento: malaria, morbillo, difterite, mentre il dengue, che sta causando numerosi contagi in altri Paesi, soprattutto Brasile e Paraguay, non sta contagiando particolarmente il Venezuela”, dice il medico. Ma nel Paese ci sono anche diversi casi di tubercolosi. Castro Méndez spiega: “da tre anni ci sono queste epidemie in atto, ma a denunciarlo sono state le organizzazioni internazionali, non certo il Governo” e continua spiegando come “nell’attuale contesto di poca trasparenza e crisi generalizzata, pensare alla possibilità di poter effettuare diagnosi a gruppi numerosi di persone sia tecnicamente impraticabile per il sistema sanitario venezuelano”. Per le prossime settimane, “molto dipenderà da quanti saranno i casi che si presenteranno. Ma se si arrivasse a numeri simili a quelli di Corea o Italia, nel giro di due settimane la situazione sarebbe di completo collasso”. Il rapporto 2019 di Médicos por la Salud, del resto, è eloquente. Lo studio documenta che durante il 2019 il 78% degli ospedali venezuelani ha avuto problemi di rifornimento idrico. Nel mese di dicembre, solo il 16% delle strutture ha avuto acqua tutti i giorni. Restano frequenti i blackout, che lo scorso anno hanno coinvolto oltre il 60% degli ospedali. La presenza di medici, nel Paese, è scesa del 10%, quella del personale infermieristico del 24%. Le unità di terapia intensiva funzionano al 60-70%, a seconda dei momenti, le sale operatorie a poco meno del 50%.

Il Presidente Nicolás Maduro, dopo aver annunciato nei giorni scorsi una “quarantena totale” per il paese, ove finora ci sono stati 33 contagi senza vittime, sospende tutte le attività escluse quelle legate alla distribuzione alimentare, alla sicurezza, ai servizi sanitari e ai trasporti, per poi aver visto tramontare la sua richiesta di aiuti al Fmi per rafforzare le capacità di risposta del sistema sanitario venezuelano per il contenimento del Covid-19.

Il perché delle proteste in Cile

AMERICHE/Senza categoria di

Circa due settimane fa sono cominciate per le strade di Santiago (Cile) delle proteste, le cui immagini riportate su tutti i principali media hanno molto scosso l’opinione pubblica . «Siamo in guerra», ha dichiarato l’attuale presidente cileno Sebastiàn Piñera, riferendosi alle violente proteste e guerriglie che, dal 18 ottobre ad oggi, hanno causato 13 morti, più di 2000 feriti, centinaia di arresti e incendi dolosi appiccati a banche, supermercati e aziende, come la sede italiana di Enel nella capitale cilena. Le reazioni di sgomento sono anche date dal fatto che il Cile rappresenta da sempre “il miracolo sudamericano”, per la sua stabilità nella regione e per la sua economia forte, ma attualmente è stato dichiarato lo “Stato d’emergenza”. Continue reading “Il perché delle proteste in Cile” »

Martina Lombardo
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