GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Il premier Giapponese si fida di Trump

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“Sono convinto che Trump sia un leader affidabile”. Dopo l’incontro di giovedì nella Trump Tower di Manhattan, il premier giapponese Shinzo Abe, primo leader mondiale ad incontrare il presidente-eletto Trump, si è detto certo che la nuova amministrazione americana si dimostrerà un partner affidabile per il suo paese. Di fronte ai cronisti il premier giapponese ha definito come “franco e sincero” il suo incontro con Trump.  “Il colloquio – ha dichiarato – mi ha convinto che possiamo costruire una relazione di fiducia reciproca.”

Probabilmente il governo giapponese sperava in una vittoria di Hillary Clinton alle elezioni americane dello scorso 8 novembre, anche in ragione delle dichiarazioni poco rassicuranti fatte da Trump in campagna elettorale. Abe aveva registrato con un certo allarme alcune affermazioni del candidato Trump circa la necessità per il Giappone di contribuire maggiormente, in termini economici, all’assistenza delle truppe americane sul suolo nipponico e di dotarsi di un arsenale nucleare come deterrente alle minacce della Corea del Nord. Un altro punto problematico emerso durante la campagna elettorale riguarda l’opposizione dichiarata da Trump all’accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica, su cui invece il governo giapponese ha fortemente puntato. Abe ha dunque voluto incontrare Trump per esprimere le proprie preoccupazioni e, al contempo, ribadire l’impegno del suo governo per rafforzare l’alleanza con gli USA, oggi più che mai centrale per il Giappone in termini diplomatici e strategici, soprattutto per contenere la Cina e le sue mire egemoniche sull’area del pacifico.

Il premier Abe non ha però fornito troppi particolari sui contenuti del colloquio. Sostanzialmente si è trattato di un incontro preliminare, di reciproca conoscenza, nel quale i due leader hanno evitato di scendere nel dettaglio. E’ stato però concordato che dopo il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, verrà concordato un nuovo incontro per “coprire un’area più vasta di questioni in modo più approfondito”. “Ogni ulteriore approfondimento – ha ribadito Kellyanne Conway, influente membro del team elettorale di Trump – circa le relazioni politiche tra Giappone e Stati uniti dovrà attendere fino al momento dell’inaugurazione (della nuova amministrazione)”.

Sembra comunque che l’incontro sia servito a ridimensionare le preoccupazioni giapponesi sulle future iniziative del nuovo presidente USA sullo scacchiere asiatico. Katsuyuki Kawai, consigliere del presidente Abe, ha incontrato a Washington diversi membri del transition team e alcuni legislatori, ricevendo rassicurazioni sul futuro delle relazioni USA-Giappone. “Non dobbiamo prendere ogni parola pronunciata pubblicamente dal sig. Trump in senso letterale”, ha dichiarato dopo il tour di colloqui.

L’incontro, nelle dichiarazioni dei protagonisti, è dunque servito a ribadire la solidità del legame tra i due alleati. Alcuni analisti considerano però prematura l’iniziativa del primo ministro giapponese, dal momento che Trump non ha ancora assunto ufficialmente la presidenza ed è completamento assorbito dalla formazione della propria squadra di governo. Koichi Nakano, politologo della Sophia Univesrity intervistato dalla CNN, ha espresso il suo scetticismo sulla mossa di Abe: “Cosa ci vuole guadagnare? Non ne ho idea. Non ha neanche parlato con un vero presidente, allo stato attuale”.

Meno categorico Jeffrey Kingston, direttore del dipartimento di Studi Asiatici alla Japan’s Temple University, che, interpellato nuovamente dalla CNN, ha dato una lettura positiva del colloquio, quanto meno dal punto di vista del primo ministro giapponese. Secondo Kingston infatti, Abe avrebbe una particolare simpatia per una certa categoria di leader, alla quale lo stesso Trump rischia di appartenere. “Se guardiamo alle figure che Abe ammira, a livello mondiale, vediamo che gli piacciono i leader forti come Putin, Modi e Erdogan, quelli che anno tendenze dispotiche”.

Al di là delle simpatie personali, la nuova amministrazione Trump dovrà guardare con grande attenzione all’Asia nei prossimi anni e si troverà a fronteggiare una Cina sempre più forte. In tale contesto l’alleanza col Giappone rivestirà un ruolo strategico ed imprescindibile.

Gli Stati Uniti cambiano direzione sotto la Presidenza Trump

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L’8 di novembre il popolo statunitense ha eletto il repubblicano Donald Trump come prossimo Presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, i risultati elettorali hanno preso alla sprovvista quasi tutti. La vittoria di Donald Trump è stata assolutamente inaspettata, soprattutto perché i sondaggi avevano previsto il successo di Hillary Clinton. In ogni caso, i risultati elettorali mostrano un Paese profondamente diviso tra due opposte visioni dell’America e opposte idee sul ruolo che gli Stati Uniti dovrebbero svolgere sul piano delle relazioni internazionali. Per comprendere perché gli statunitensi hanno eletto Donald Trump a dispetto delle previsioni, sarà utile esaminare le sue proposte di politica interna oltre a quelle di politica estera.

La politica interna di Donald Trump può essere sintetizzata nello slogan “Make America great again”. Trump ha svolto la sua campagna elettorale concentrandosi sulla classe lavoratrice ed enfatizzando l’idea che l’America abbia un grande potenziale che non è stato a pieno utilizzato fin’ora. Secondo Trump, le ragioni di tale situazione sono da riscontrarsi nell’eccessivo sviluppo dell’economia finanziaria a scapito di quella reale. L’economia reale sostiene la crescita economica e rende possibile un miglioramento del benessere, mentre l’economia finanziaria è considerata responsabile della bolla immobiliare, che è esplosa nel 2007. Trump si è riferito ai suoi sostenitori definendoli un grande movimento, volenteroso di cambiare l’America. La sua retorica è stata considerata come populismo da gran parte del Paese, tuttavia la maggioranza ha visto in essa un modo per sentirsi in potere di cambiare le sorti dell’America. Secondo alcuni esperti, i votanti hanno preso posizione contro l’establishment. Il rifiuto della classe politica tradizionale non è un fenomeno isolato nello scenario internazionale come abbiamo potuto osservare in occasione del referendum sulla Brexit, oltre che nei recenti risultati elettorali in diversi Paesi europei. I principali strumenti per ridare grandezza all’America, secondo Trump, sono i tagli alle tasse per le imprese, misure più restrittive sull’immigrazione e leggi inflessibili contro criminali e terroristi. Il taglio delle tasse è pensato per sostenere la crescita economica aiutando le imprese a restare negli Stati Uniti invece di delocalizzare la produzione all’estero. La posizione di Trump sull’immigrazione è stata largamente criticata, poiché ha proposto di costruire un muro al confine con il Messico e di espellere tutti gli stranieri irregolari che risiedono negli Stati Uniti. Infine, la sua posizione sui criminali ed i terroristi è stata considerata razzista da gran parte dei cittadini americani. In particolare, Trump ha proposto di introdurre leggi stringenti e rafforzare i poteri della polizia per risolvere il problema della conflittualità razziale negli USA. Tuttavia, questo tipo di misure preoccupa la popolazione afroamericana che è stata protagonista di numerose proteste durante l’ultimo anno poiché si sente discriminata dalla polizia. La durezza della posizione di Donald Trump in merito alla questione razziale potrebbe portare ad incrementare la conflittualità già esistente tra il governo e le comunità afroamericane.

Passiamo ora ad analizzare la politica estera di Donald Trump. Il suo progetto può essere identificato nell’espressione “isolazionismo”. Per quanto riguarda le relazioni economiche con altri Paesi, Trump vorrebbe introdurre misure protezionistiche, poiché ritiene che i problemi economici degli USA siano principalmente dovuti al processo di globalizzazione. Non si tratta di una posizione isolata se pensiamo al Regno Unito che probabilmente negozierà l’uscita dal Mercato Unico Europeo. L’idea di focalizzarsi sui problemi interni degli USA, piuttosto che realizzare interventi militari in tutto il mondo, è l’argomento di politica estera che ha convinto maggiormente gli elettori. Gli statunitensi non comprendono le ragioni del consistente coinvolgimento degli USA in Medio Oriente come in altre parti del mondo, anche perché non percepiscono alcun vantaggio diretto da tali operazioni. Trump ha sostenuto, durante la sua campagna, che gli USA dovrebbero spendere meno soldi nel finanziare la NATO e gli interventi all’estero, concedendo maggiore indipendenza militare ai loro alleati ed usando il denaro per migliorare lo standard di vita americano. Tale isolazionismo in politica estera porta ad alcune importanti conseguenze. In primo luogo, le relazioni con l’UE cambieranno, in campo militare ma anche nel settore economico. Infatti, Trump ha espresso la sua opposizione al Trattato di Partenariato Transatlantico sul commercio e gli investimenti, che dovrebbe essere firmato tra l’UE e gli USA. Ciò nonostante, il più importante cambio nelle relazioni internazionali sarebbe dato da un mutamento di attitudine verso la Russia. Dal canto suo, il Presidente Putin ha subito espresso la sua volontà di ripristinare relazioni amichevoli con gli Stati Uniti. La principale conseguenza di una riconciliazione tra gli USA e la Russia sarebbe un possibile accordo sulle crisi in Siria ed in Ucraina. La stabilizzazione del Medio Oriente, oltre alla soluzione della crisi in Ucraina, allontanerebbe la minaccia di uno scontro diretto tra Russia e Stati Uniti. D’altro canto, le future relazioni con la Cina sono incerte. Trump ha fatto alcune dichiarazioni contro la strategia economica cinese ed ha espresso la volontà di essere più economicamente indipendente dalla Cina. Tuttavia, dobbiamo tenere a mente che la Cina possiede la maggior parte del debito statunitense. Un altro aspetto della politica estera di Trump, in grado di influenzare tutto il mondo, è la scelta di rispettare o meno l’accordo sul cambio climatico negoziato a Parigi lo scorso anno ed entrato in vigore pochi giorni fa. Infine, non è chiaro se Trump proseguirà nella riconciliazione con l’Iran e se rispetterà l’accordo sul nucleare concluso lo scorso anno con tale Paese.

In conclusione, è ancora troppo presto per fare previsioni su come gli Stati Uniti e le loro relazioni con il resto del mondo cambieranno. La questione dipende fondamentalmente dal fatto che Trump  rispetti o meno il programma elettorale. Secondo le sue prime dichiarazioni, tuttavia, sembra che l’intenzione sia quella di moderare alcuni punti controversi del programma elettorale (si veda la posizione sulla questione razziale, sugli omosessuali e sui musulmani). Trump ha annunciato la volontà di collaborare con l’amministrazione Obama per preservare le maggiori conquiste ottenute negli ultimi 8 anni. Obama, da parte sua, ha manifestato il proprio sostegno al nuovo Presidente ed ha dichiarato che farà tutto il necessario per aiutarlo a svolgere in modo soddisfacente il proprio mandato.

L’incerto futuro delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti

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Negli ultimi due anni, le relazioni tra Cuba e Stati Uniti sono migliorate significativamente. L’amministrazione Obama ha condotto una serie di proficui negoziati nel corso dell’ultimo mandato presidenziale. I principali punti della politica estera del Presidente Barack Obama verso Cuba sono stati: la storica ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, gli sforzi per far cessare l’embargo economico e l’impegno a chiudere la prigione di Guantanamo. Tuttavia, questo periodo di riconciliazione tra i due Paesi è oggi minacciato dall’incertezza della posizione che assumerà al riguardo il prossimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Cuba e Stati Uniti ruppero le relazioni diplomatiche nel 1961, dopo che i rivoluzionari guidati da Fidel Castro presero il potere nel 1959. Tale decisione fu influenzata principalmente dal fatto che il nuovo governo cubano nazionalizzò tutte le imprese e proprietà statunitensi presenti sull’isola. Come conseguenza, dal 1960 il governo statunitense adottò progressive sanzioni economiche contro Cuba.

Nel 2014, dopo un periodo di negoziati bilaterali, Obama e Raúl Castro hanno annunciato la volontà di ripristinare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. In tale occasione i due leader hanno anche raggiunto un accordo per lo scambio di prigionieri. I negoziati sono stati incoraggiati da Papa Francesco.

Nell’aprile 2015, il Presidente Obama e Raúl Castro si sono incontrati al Summit delle Americhe di Panama. Per la prima volta dal 1961 i capi di Stato di Cuba e Stati Uniti hanno avuto modo di incontrarsi di persona. Infine, nel luglio 2015 Cuba e Stati Uniti hanno ripristinato le relazioni diplomatiche ed aperto ambasciate in entrambi i Paesi. Il riavvicinamento è stato poi coronato dalla visita formale di Obama a Cuba avvenuta nel marzo 2016.

Ciò nonostante, vi sono ancora dei problemi irrisolti tra i due Paesi. Il primo e più difficile problema da risolvere è senza dubbio l’embargo. Il blocco economico verso l’isola è stato parzialmente rimosso dall’amministrazione Obama, la quale ha ripristinato i voli commerciali tra i due Paesi, rimosso i divieti di viaggio, nonché le restrizioni sulle rimesse e i servizi bancari. Tuttavia, Obama non ha potuto abolire completamente l’embargo a causa dell’opposizione del Congresso, il quale deve necessariamente approvare la misura. Un altro problema irrisolto nei negoziati tra Stati Uniti e Cuba riguarda la prigione di Guantanamo. Il carcere è stato aperto nel 2002 su una porzione del territorio cubano, che era stato occupato dagli Stati Uniti fin dal 1903 come compenso per aver sostenuto Cuba nella guerra di indipendenza contro i coloni spagnoli. Cuba ha poi rivendicato il territorio di Guantanamo dal trionfo della rivoluzione. Obama ha promesso di chiudere la prigione di Guantanamo perché l’opinione pubblica e diverse organizzazioni hanno protestato per le violazioni di diritti umani che in essa avevano luogo. Nella prigione in questione, persone sospettate di terrorismo venivano incarcerate a seguito degli attacchi terroristici del 2001, senza avere accesso ad un giusto processo. Anche se Obama ha trasferito gran parte dei prigionieri in altri luoghi, assicurando il rispetto dei loro diritti, ad oggi non ha ancora potuto chiudere la prigione.

La recente elezione del Presidente Donald Trump, avvenuta l’8 di novembre, influenzerà molto probabilmente le relazioni tra i due Paesi. Anche se il modo in cui la situazione cambierà non è ancora sufficientemente chiaro. Trump, infatti, non ha espresso una chiara posizione sulla questione cubana, limitandosi a criticare l’accordo raggiunto da Obama con l’isola caraibica e sostenendo che tenterà di rinegoziare un nuovo accordo più vantaggioso. D’altro canto va menzionato il fatto che, durante la campagna elettorale, Trump è stato apertamente accusato di aver violato l’embargo economico contro Cuba alcuni anni fa, avendo inviato dei manager della sua società a Cuba per verificare se vi fossero condizioni per poter fare affari sull’isola.

 

 

L’incontro tra Obama e Renzi alla Casa Bianca

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Il 18 ottobre il Presidente statunitense Barack Obama ha ricevuto il Presidente del Consiglio Matteo Renzi a Washington. L’incontro è iniziato con una cerimonia alla Casa Bianca ed un discorso pubblico di entrambi i leader. In seguito, Obama ha invitato Renzi ed altre importanti personalità italiane, all’ultima cena di Stato organizzata dalla sua amministrazione presso la Casa Bianca.

I due leader hanno espresso la volontà di rafforzare l’alleanza e la cooperazione in atto tra i due Paesi. L’Italia è infatti uno dei maggiori sostenitori in Europa degli accordi di libero scambio promossi dagli Stati Uniti e dal Canada, rispettivamente il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) e l’Accordo economico e commerciale globale (CETA). In cambio, gli Stati Uniti hanno sostenuto la posizione italiana sulla crisi migratoria, affermando che i Paesi dell’Unione Europea dovrebbero condividere gli oneri derivanti dalla crisi in questione.

Inoltre, Obama ha espresso il suo sostegno alle riforme promosse dall’Italia ed ha, invece, criticato le politiche di austerity intraprese dalle istituzioni dell’Unione Europea. Il Presidente statunitense ha affermato che le misure economiche espansive adottate dal suo Paese in occasione della crisi del 2007 hanno ottenuto importanti successi nel permettere agli USA di superare la crisi economica. Al contrario, le misure economiche restrittive poste in essere dall’Europa hanno portato ad una lunga recessione e a gravi problemi sociali come la diffusa disoccupazione. Inoltre, Obama ha messo in guardia l’Europa sul fatto che la lunga crisi economica unita all’alto livello di disoccupazione hanno creato le condizioni per l’affermazione di movimenti populisti in numerosi Paesi.

Indubbiamente, gli Stati Uniti considerano l’Italia un importante membro della NATO ed un interlocutore privilegiato in Europa. Renzi, da parte sua, ha assicurato l’impegno italiano a sostenere la coalizione internazionale impegnata in Medio Oriente contro l’ISIS. Ricordiamo, inoltre, che l’Italia ha concesso agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi militari per portare a termine i raid aerei in Libia e che pochi giorni fa il governo italiano ha accettato di partecipare ad una missione NATO nell’Est Europa.

Infine, è importante evidenziare che l’incontro si è svolto a circa due mesi dal referendum costituzionale italiano promosso da Matteo Renzi. Per quanto riguarda il referendum fissato per il 4 dicembre prossimo, il Presidente Obama ha espresso il suo sostegno alle riforme costituzionali, così come aveva già fatto prima di lui l’Ambasciatore statunitense in Italia. Se da un lato tale sostegno ha rafforzato la credibilità internazionale del governo Renzi, dall’altro la presa di posizione degli Stati Uniti sulla riforma costituzionale ha provocato numerose critiche in Italia. Infatti, diversi partiti politici che si oppongono alla riforma, hanno definito la posizione statunitense come un’indebita ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano.

 

Hillary Clinton vince il primo dibattito presidenziale

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Il primo dibattito presidenziale tra Hillary Clinton e Donald Trump si è svolto il 26 settembre all’Hofstra University di Hempstead, New York, a partire dalle 9 di sera. La candidata democratica Hillary Clinton ed il repubblicano Donald Trump si sono sfidati in un acceso dibattito su importati temi di politica interna ed estera. Questo primo dibattito ha rappresentato per gli statunitensi l’opportunità di conoscere meglio le proposte politiche e la personalità dei due candidati alla Casa Bianca. Le elezioni presidenziali sono programmate per il prossimo 8 novembre ed il consenso verso i due candidati dipenderà in parte dalla loro performance nel corso dei tre dibattiti in programma.

Il dibattito è durato 90 minuti ed è stato suddiviso in tre principali aree tematiche: la prosperità, la direzione che seguirà il Paese e la sicurezza. Per quanto riguarda la prima area tematica, i candidati sono stati invitati ad esprimere la loro posizione sul tema del lavoro. Clinton ha proposto al riguardo di creare un’economia che sia in grado di avvantaggiare tutte le classi sociali e non soltanto i più ricchi. L’idea è creare nuovi posti di lavoro investendo in infrastrutture, innovazione, tecnologia, energie rinnovabili e piccole imprese. Inoltre, Hillary ha sostenuto la necessità di rendere la società più equa alzando il salario minimo, promuovendo il diritto alla retribuzione dei giorni di malattia, i permessi familiari retribuiti e l’università gratuita. D’altra parte, Donald Trump ha sostenuto che il principale problema relativo al lavoro negli Stati Uniti è la fuga delle imprese all’estero. Ciò si verifica a causa delle tasse elevate che le imprese pagano nel Paese. Successivamente, ai due candidati è stato chiesto di esporre i loro programmi relativamente alla tassazione. Donald Trump ha quindi proposto di tagliare le imposte alle imprese in modo consistente dal 35% al 15%, in modo da attrarre imprese nel Paese e creare nuovi posti di lavoro. La Clinton, invece, ha espresso una visione opposta sul prelievo fiscale, affermando che il suo programma prevede un incremento delle imposte sulle classi abbienti ed una riduzione delle imposte per le piccole imprese e le classi sociali più svantaggiate. Il suo scopo è permettere l’affermarsi di una più consistente classe media e ridurre le disuguaglianze. A questo punto del dibattito, è stata sollevata la questione della mancata pubblicazione da parte di Trump delle imposte da lui pagate. Pur non trattandosi di un obbligo, i precedenti Presidenti degli Stati Uniti hanno adottato una prassi relativa alla pubblicazione dei documenti relativi al pagamento delle imposte, in modo da dare prova della loro correttezza di fronte agli elettori. Trump ha risposto all’accusa affermando che renderà noti tali documenti quando Hillary pubblicherà le sue email.

Con riferimento alla seconda area tematica, i due candidati sono stati interrogati sulla delicata questione razziale esistente nel Paese. Hillary Clinton ha evidenziato come la prima sfida sarà ristabilire fiducia tra le collettività statunitensi e la polizia. Tale sfida richiede, a suo avviso, una riforma della giustizia e l’introduzione di restrizioni al possesso di armi. Diversamente, Trump ha affermato la necessità di ristabilire legge ed ordine rafforzando i poteri della polizia e promuovendo metodi come lo “Stop and frisk”. Si tratta di una pratica usata dalla polizia che consiste nel fermare persone ritenute sospette e sottoporle a perquisizione. Tuttavia, la Clinton ha ricordato che tale metodo è stato dichiarato incostituzionale.

In relazione alla terza area tematica, relativa alla sicurezza, i candidati hanno affrontato il tema degli attacchi informatici diretti a sottrarre informazioni riservate al Paese. La Clinton ha evidenziato come la sicurezza informatica sarà una priorità per il prossimo Presidente degli Stati Uniti ed ha accusato espressamente la Russia di essere responsabile di un recente attacco informatico. Trump, invece, ha chiarito che non è stata provata la responsabilità della Russia nell’attacco, che potrebbe esser stato orchestrato da un altro Paese. Successivamente, é stato approfondito il tema dell’home grown terrorism e dell’ISIS. Anche su questo punto i candidati hanno espresso posizioni diverse. Trump ha sostenuto che la nascita dell’ISIS è stata il prodotto dei maldestri interventi in Medio Oriente realizzati dai precedenti governi USA. Ha, inoltre, criticato una politica estera fondata sugli interventi militari all’estero e l’alleanza della NATO, considerata un peso economico considerevole per il Paese. D’altra parte Hillary Clinton ha espresso il proprio supporto alla politica estera del Presidente Obama, ricordando che sono state ottenute importanti vittorie senza l’uso delle armi, come l’accordo con l’Iran. Ha inoltre ricordato l’importanza della NATO per garantire la sicurezza degli Stati Uniti, così come la validità degli altri trattati internazionali stipulati dagli USA con i suoi alleati.

Una volta conclusosi il dibattito, un sondaggio ha rilevato che il 62% dei telespettatori ha preferito Hillary Clinton, mentre solo un 27% ha votato per Donald Trump. Hillary Clinton è apparsa al pubblico molto più preparata sul programma politico ed allo stesso tempo ha saputo gestire gli attacchi rivolti contro la sua persona da Trump sorridendo e mantenendo la calma nelle risposte. Al contrario, Trump ha reagito alle provocazioni di Hillary Clinton in modo più spontaneo ed irrequieto, arrivando anche ad alzare il tono della voce. I prossimi dibattiti tra i due candidati, in programma per il 9 ed il 19 di ottobre, saranno fondamentali per capire chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti.

Referendum Venezuela

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Sfidando logica e buonsenso, il più paese con le più grandi riserve di greggio al mondo è in bancarotta: economica, sociale, politica. A causa del crollo del prezzo del greggio (sceso dai 108 dollari al barile del 2014 agli attuali 24), ma non solo: assistenzialismo e crisi della politica si sono intrecciate formando un cocktail esplosivo, e che sta, infatti, esplodendo.

Andiamo con ordine.

La “rivoluzione bolivariana” promossa dal defunto Presidente Chavez, ininterrottamente al potere dal 1999 al 2013 si fondava su due assunti: contrastare lo strapotere statunitense e sostenere lavoratori e poveri contro lo sfruttamento da parte dell’elite economica venezuelana.

Per ottenere lo scopo sono state varati programmi sociali, assicurata la previdenza sanitaria e l’istruzione gratuita per tutti. Sono stati inoltre introdotti sussidi di tutti i tipi, tra cui quelli sulla benzina (costo al consumatore 28 volte in meno rispetto a quello al produttore) con un peso sulle casse dello stato di 26 miliardi di dollari l’anno, o sul riso (costo al consumatore meno della metà di quello al produttore).

L’effetto combinato della grande recessione mondiale e del crollo del prezzo del petrolio ha però portato i nodi al pettine, lasciando un paese, già povero, ingabbiato nelle maglie di una durissima crisi economica innestatasi su un tessuto sociale dipendente un assistenzialismo sfrenato.

Risultato: la povertà del Venezuela è del 33,1% con 683.370 famiglie che vivono sotto la soglia di povertà estrema (quadriplicata nel giro di un anno). I prodotti di prima necessità sono aumentati del 2985% . Si è innescata un’emergenza sanitaria per la quale, secondo un report di sondaggio nazionale di ospedali, scarseggerebbero il 76% delle medicine e l’81% di materiale chirurgico. L’inflazione, per completare il quadro, viaggia al 565%.

LA GRAN TOMA DI CARACAS

Inevitabile l’avvelenamento della lotta politica. Dalla morte di Chavez, il paese è retto dal suo ex braccio destro Nicolas Maduro, che controlla, de facto, l’intero paese: forze armate, pubblica amministrazione, sindacati, e quel che ancora funziona dell’industria petrolifera. Le opposizioni, per la prima volta nella storia del paese unite, controllano invece il Congresso grazie alla vittoria elettorale ottenuta a dicembre del 2015.

Cavalcando il malcontento e il disagio che serpeggia nel paese stanno cercando, tramite la richiesta di referendum prevista dalla Costituzione, di far cadere il governo e andare ad elezioni presidenziali anticipate.

Il governo, considerato il rischio che una simile consultazione presenterebbe nello scenario attuale, sta cercando di disinnescare la situazione contestando sia la regolarità delle firme raccolte che del procedimento seguito, in modo da posticipare la data del referendum al 2017, garantendosi una prorogatio, in virtu’ di una norma introdotta da Chavez, fino alla scadenza naturale prevista per il 2018.

E’ in questo contesto esplosivo che si è svolta la manifestazione del 1° settembre detta Gran Toma di Caracas, che ha visto una mobilitazione di massa dei venezuelani da tutto il paese, preceduta da arresti e atti intimidatori nei confronti di membri dei partiti di opposizione.

Tuttavia anche questo evento non è risultato risolutivo, anzi, molti cittadini sono rimasti disillusi dal fatto che la prova di forza non abbia condotto ad alcun esito reale. I leader dell’opposizione hanno cercato di minimizzare, definendola solo un passo di avvicinamento, una prova di forza.

Anche un terzo attore, molto influente nel paese, la Chiesa Cattolica, ha preso posizione tramite una dichiarazione pubblica dei vescovi hanno invitato tutte le parti in gioco a prendersi cura del bene pubblico e delle parti sociali più deboli.

Tradotto, una sconfessione, del governo certamente, ma anche della politica delle opposizioni.

Nel frattempo la situazione nel paese si aggrava sempre di più: a seguito di una serrata dell’industria alimentare, manca il cibo e Maduro ha prorogato lo stato di emergenza di altri due mesi, accusando gli industriali di sabotaggio.

Lo scontro durissimo, non risparmia nessuno e gli esiti al momento sembrano ancora imprevedibili.

Messico: le proteste degli insegnanti continuano

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In Messico continuano le proteste degli insegnanti contro la riforma educativa approvata dal governo all’inizio del 2013. Nell’ultimo mese lo scontro tra il governo ed il CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación) si è intensificato, sfociando nel “massacro di Nochixtlán” del 19 giugno, in cui sono rimasti uccisi 8 civili in uno scontro con armi da fuoco.

La riforma educativa decisa dal governo di Enrique Peña Nieto è stata pensata per migliorare la qualità del sistema educativo messicano. In particolare, il governo vuole eliminare le relazioni clientelari che si sono create in alcune zone del Paese per quanto riguarda l’accesso alla professione di insegnante. Una delle misure previste dalla riforma è la selezione degli insegnanti tramite concorso pubblico, oltre ad un sistema di valutazione della preparazione degli insegnanti già in servizio e l’organizzazione di corsi di aggiornamento per i docenti. Questa misura è il principale motivo che ha mobilitato moltissimi insegnanti che lavorano nelle zone del Sud del Messico: in particolare gli Stati di Oaxaca, Guerrero e Chiapas. Si tratta soprattutto di professori che operano nelle zone rurali a maggioranza indigena, dove parte della popolazione parla ancora solo la lingua locale e non conosce lo spagnolo. Questi professori ritengono che i criteri di valutazione a cui verranno sottoposti non tengano conto delle specificità locali e delle esigenze delle comunità in cui lavorano. In tal modo, è probabile che questi insegnanti verranno esclusi dalla professione poiché ritenuti non in linea con i criteri richiesti, mentre loro affermano di essere essenziali soprattutto per il loro bilinguismo. In tali comunità agricole molto isolate dal resto del Paese, infatti, gli insegnanti del luogo svolgono una funzione molto importante: da un lato insegnano ai ragazzi lo spagnolo, dall’altro comunicano efficacemente con i loro genitori, i quali a volte parlano solo la lingua indigena. Inoltre, trattandosi di località molto isolate, dove a volte manca addirittura la copertura telefonica, difficilmente degli insegnanti provenienti da altre zone del Paese sarebbero disposti a trasferirvisi.

Per queste ragioni, gli insegnanti riuniti nel CNTE hanno organizzato scioperi prolungati e blocchi alla circolazione nelle strade strategiche per il trasporto di generi di prima necessità. La popolazione delle aree coinvolte, se a detta del governo sembra aver appoggiato la riforma educativa, ha talvolta offerto il suo sostegno alle rivendicazioni degli insegnanti.

L’episodio del 19 giugno nella cittadina di Nochixtlán dello Stato di Oaxaca, merita di essere menzionato per la gravità dei fatti accaduti. La polizia è intervenuta per sgomberare il blocco di una strada che gli insegnanti del CNTE occupavano da una settimana. La versione ufficiale del governo è che le forze di polizia abbiano aperto il fuoco in risposta a qualche manifestante che aveva estratto armi da fuoco. La versione degli abitanti del villaggio è invece diversa: affermano che sia stata la polizia ad aprire il fuoco e che loro si siano difesi con armi rudimentali come pietre ed altri oggetti. Resta il fatto che il bilancio dello scontro a fuoco è stato di 8 civili morti (ma gli abitanti del villaggio affermano che siano 11) e 3 agenti feriti. L’ONU ha chiesto al governo del Messico di fare chiarezza sull’episodio.

Dopo l’incidente del 19 giugno il governo ha deciso di cambiare strategia e di offrire al CNTE la ripresa dei negoziati in cambio della cessazione dei blocchi alle principali vie di comunicazione della regione. Il 5 luglio i rappresentanti del governo e del CNTE si sono incontrati a Città del Messico per scambiarsi le reciproche proposte di soluzione del conflitto. Hanno poi fissato un nuovo incontro per l’11 luglio, data che precede di pochi giorni l’inizio delle vacanze scolastiche, previsto per il 15 luglio.

Gli insegnanti sono aperti al dialogo, ma chiedono con fermezza il ritiro della riforma educativa e si dicono disposti a rispondere con tutte le armi in loro possesso in caso di un nuovo uso della forza da parte del governo centrale. Ricordiamo che nel Sud del Messico sono presenti gruppi armati legati alla popolazione indigena tra cui l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

La svolta a destra dell’Argentina

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I primi sei mesi di presidenza Macri hanno segnato una svolta nella storia dell’Argentina. Dopo 12 anni di governo dei coniugi Kirchner di ispirazione peronista, l’Argentina ha effettuato una netta inversione di rotta sia sotto il profilo della politica interna, che della sua posizione a livello internazionale. Dopo aver vinto le elezioni il 22 novembre 2015, Mauricio Macri ha intrapreso una serie di riforme in netto contrasto con le politiche adottate dai suoi predecessori.

In primo luogo, il governo Macri ha adottato una serie di misure volte ad alleggerire le spese sostenute dallo Stato in campo sociale. Le misure in questione, tra cui l’eliminazione dei sussidi sul prezzo dei trasporti pubblici, sull’energia e la benzina ed il licenziamento di parte dei dipendenti pubblici, hanno sollevato malcontento in buona parte della popolazione. D’altro canto, va sottolineato come il governo abbia ridotto le imposte per le imprese, incentivando le esportazioni dei principali prodotti del Paese: grano, mais, carne, prodotti minerari. Una delle ultime proposte di legge avanzate dal governo riguarda la modifica del sistema elettorale, che andrebbe ad includere la sostituzione del voto cartaceo con quello elettronico. L’intento dichiarato del Presidente è quello di promuovere la modernizzazione e la ripresa economica del Paese. Un’altra misura di importanza storica per il Paese è stato il raggiungimento di un accordo con i creditori esteri per il pagamento dei debiti contratti ed in cambio ottenere nuovamente fiducia sul mercato internazionale in modo da poter ricominciare a finanziarsi emettendo titoli di Stato. A ciò si aggiunge una politica di forte attrazione degli investimenti esteri.

Non vi è dubbio che le misure di riconciliazione con i creditori esteri abbiano avuto un immediato impatto sulle relazioni del Paese sudamericano con Stati Uniti ed Europa. Si è infatti verificato un significativo riavvicinamento con questi Paesi, coronato da una visita ufficiale del Presidente Obama dopo 20 anni di allontanamento tra i due Paesi, ma anche del presidente del consiglio Matteo Renzi, e François Hollande. La nuova collocazione dell’Argentina sul piano internazionale ha incluso un allontanamento dai suoi precedenti alleati: il Venezuela e la Russia. Una delle sfide che si propone di realizzare Macri dal punto di vista della politica estera è quella di rilanciare il Mercosur ed il libero scambio in America Latina, nonché aprire nuove opportunità commerciali verso l’area del Pacifico.

Occorre, tuttavia, menzionare il rapporto di freddezza che si è sviluppato tra il nuovo governo argentino ed il Vaticano, anche se non si tratta di una completa novità rispetto ai precedenti rapporti che Bergoglio intratteneva con i Kirchner. Il 9 giugno l’associazione Scholas Ocurrentes, una fondazione pontificia che ha aperto scuole in Argentina e nel Mondo, ha rifiutato su ordine del Papa di ricevere la donazione di 16 milioni di pesos fatta dal presidente Macri. Il Papa ha motivato il suo rifiuto dicendo che l’associazione deve stare attenta a non cadere nella corruzione. Il gesto compiuto dal Presidente è stato, infatti, interpretato dal Papa come un escamotage per migliorare le relazioni con la Santa Sede. La risposta pubblica di Bergoglio è stata che “Il governo argentino deve far fronte a tante necessità del popolo, così che i dirigenti della fondazione non sono in diritto di chiedergli nemmeno un centesimo”. La Casa Rosada è rimasta stupita visto che la cifra era stata richiesta dalla stessa fondazione per far fronte a delle spese amministrative. Macri ha inoltre evidenziato come il sostegno a Scholas Ocurrentes sia stata una linea comune al precedente governo di Cristina Fernández de Kirchner. Il Papa sembra piuttosto aver voluto lanciare un messaggio al Presidente sul fatto che le loro relazioni potranno migliorare se questi adotterà un altro tipo di approccio fondato sul dialogo e sull’attenzione alle necessità delle classi più deboli del Paese.

La svolta dell’Argentina si inserisce in un più ampio contesto latinoamericano che sembra preannunciare la fine della stagione dei governi socialisti che hanno avuto largo sostegno dall’inizio degli anni 2000. Il governo argentino non potrà in ogni caso rinnegare totalmente il lascito del Kirchnerismo e la volontà del popolo di non rinunciare alle importanti conquiste sociali ottenute nell’ultimo decennio.

 

di Elena Saroni

Il Venezuela verso il referedum revocatorio

AMERICHE di

La crisi economica, politica e sociale del Venezuela si è acuita considerevolmente negli ultimi mesi. L’esasperazione della popolazione che fa i conti tutti i giorni con la scarsità di prodotti alimentari, beni di prima necessità e con un’inflazione che ha raggiunto il 180%, è ormai giunta al culmine. Tutto il Paese è in attesa dell’evento di partecipazione democratica che sembra prospettare un cambiamento di rotta: il referendum revocatorio sul mandato presidenziale di Nicolás Maduro, promosso dall’opposizione lo scorso aprile.

Il Presidente Nicolás Maduro vinse le elezioni nell’aprile 2013, sull’onda di commozione che attraversava il Paese per la recente morte di Hugo Chávez, avvenuta il 5 marzo dello stesso anno. Maduro, pur essendo stato indicato come auspicabile successore da Chávez, non ha mostrato lo stesso carisma del suo predecessore. Se nel 2013 vinse le elezioni ottenendo il 50,61% dei voti, contro un 49,12% del candidato dell’opposizione Capriles Radonski, da quel momento il consenso attorno alla sua figura non ha fatto che sgretolarsi lentamente.Il segno più evidente di tale perdita di consenso, oltre alle numerose manifestazioni dell’opposizione, sono state senza dubbio le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale tenutesi lo scorso 6 dicembre. In tale occasione l’opposizione riunita nel MUD (Mesa de Unidad Democrática) ha ottenuto 109 seggi su un totale di 167.

La Costituzione venezuelana, che è stata riscritta nel 1999 sotto la presidenza Chávez, prevede, all’articolo 72, la possibilità di sottoporre ad un referendum revocatorio qualsiasi carica pubblica elettiva una volta trascorsa metà del mandato. Per questa ragione, ad aprile l’opposizione venezuelana ha sottoposto al Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) la richiesta per indire un referendum sulla permanenza in carica del Presidente Maduro. La procedura per organizzare il referendum secondo la legge venezuelana si articola in 4 fasi: la prima consiste nel sottoporre la richiesta al CNE. La seconda fase consiste nel raccogliere le firme dell’1% degli iscritti al registro elettorale di tutto il Paese (197.978 firme) e consegnarla al CNE il quale procede a verificare la validità di tali firme. Il 10 giugno scorso la Presidente del CNE, Tibisay Lucena, ha reso pubblici i risultati del processo di convalida delle più di 1 milione e 900 mila firme presentate dall’opposizione. Sono state ritenute invalide circa 605 mila firme (sostenendo che si tratta di firme ripetute più volte o nominativi riferiti a persone decedute), permettendo comunque all’opposizione di ottenere la convalida di un milione e 352 mila firme (a fronte delle 197.978 richieste). Questo ha permesso al CNE di passare alla terza fase che avrà luogo dal 20 giugno al 26 luglio prossimo e che prevederà la raccolta di almeno il 20% delle firme degli iscritti ai registri elettorali (si tratta di un minimo di circa 3 milioni e 900 mila firme). Una volta completata anche tale fase, potrà essere fissata la data per il referendum revocatorio. Il referendum potrà dunque decretare la fine anticipata del mandato presidenziale se voteranno per la revoca un numero di elettori almeno uguale a coloro che nel 2013 votarono per l’elezione di Maduro.

Nel frattempo la tensione è elevata ed il rischio di scontri tra chavistas e opposizione nel Paese è concreto, tanto che la Presidente del CNE ha invitato le forze politiche a non intraprendere nessun atto di violenza, pena la sospensione del processo di convalida della richiesta referendaria.

L’instabilità del Paese è causata in primo luogo dalla crisi economica provocata dal basso prezzo del petrolio a livello internazionale, il quale rappresenta la principale fonte di sostentamento per l’economia venezuelana. Il Venezuela possiede secondo le stime dell’OPEC le maggiori riserve di petrolio a livello internazionale ed è tra i primi dieci Paesi produttori nel settore. Tuttavia, il Paese non è riuscito a trarre sufficientemente profitto da questa risorsa. Le opposte fazioni politiche si incolpano l’un l’altra della situazione di emergenza in cui versa il Paese. Da un lato l’opposizione ritiene che la crisi sia dovuta alla cattiva gestione del Partito socialista Unito del Venezuela al governo ormai da 17 anni, dall’altro il governo incolpa le élites economiche del Pase di aver volontariamente interrotto la produzione di alcuni beni per far collassare il governo ed indurre la popolazione a preferire un cambio di regime. A tale proposito, Maduro ha spesso parlato nei sui discorsi di una “guerra economica” messa a punto dalle élites locali con il sostegno degli Stati Uniti. Ad aggravare la crisi si è inoltre aggiunto il fenomeno del Niño, una siccità che ha ridotto il funzionamento delle principali centrali idroelettriche del Paese (da cui dipende circa il 70% delle forniture energetiche del Paese). Ciò ha costretto il governo ad imporre un risparmio energetico a tutto il Paese, riducendo per esempio l’orario di lavoro dei dipendenti pubblici.

La prima necessità del Venezuela è oggi ritrovare un clima di conciliazione, un compromesso per il bene collettivo, superare la violenta e cieca opposizione tra sostenitori di forze politiche opposte e sostenere insieme le misure per risolvere i problemi di base del Venezuela: la criminalità, la forte disuguaglianza tra classi sociali, la carenza di servizi pubblici di qualità accessibili a tutti (istruzione e sanità) e la corruzione. La creazione di una classe media più numerosa, attenuando le differenze economiche sociali e culturali tra la popolazione, non solo andrebbe a risolvere il primo ed il secondo problema, ma creerebbe anche le condizioni per attenuare il clima di polarizzazione e violenza nelle posizioni politiche. Infine, dal punto di vista economico una redistribuzione della ricchezza a sostegno della classe media favorirebbe un incremento dei consumi, delle piccole attività imprenditoriali e dunque sosterrebbe la ripresa economica di un Paese che si trova all’orlo del collasso.

Ad oggi il governo di Maduro ha perso il sostegno della maggioranza della popolazione venezuelana e se l’insoddisfazione generale della popolazione non troverà espressione nel referendum revocatorio, vi è il rischio di una sollevazione popolare simile a quella già avvenuta nel 1989 (Il “Caracazo”). Il probabile successo del referendum revocatorio apre dunque la strada al ritorno dell’opposizione al governo dopo 17 anni di chavismo, ma lascia aperte le ferite di un popolo socialmente diviso in blocchi contrapposti. La vera sfida consisterà nel riuscire a sanare questa ferita aperta da tempi immemori.

di Elena Saroni

Pechino risponde a Washington: la nuova strategia cyber cinese

AMERICHE/Asia/POLITICA di

Mentre in Italia si pensa alle poltrone e l’Unione Europea si balocca per l’approvazione di una Direttiva che diverrà forse un giorno operativa, nel resto del mondo la Cyberwar è reale.

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Se sembra quasi assodato che i black out che hanno colpito Ucraina e Israele siano stati causati da attacchi cibernetici, anche se le notizie sono lacunose e le dichiarazioni ufficiali sollevano più interrogativi di quanti ne chiariscano, il vero fatto di rilievo è la risposta cinese alla dottrina Cyber degli Stati Uniti.

DAVOS NEL PACIFICO

Nel mese di Dicembre, infatti, sono arrivate da Pechino iniziative in materia che mirano a perpetuare la perenne partita a scacchi che caratterizza il fronte del Pacifico.

In occasione della seconda edizione della China’s Internet Conference, il Presidente Xi Jinping è intervenuto a Wuzhen con un appassionato discorso finalizzato a spiegare al mondo la vision che ha in mente per la governance del world wide web.

Internet, infatti, dovrebbe essere uno spazio non libero dalla sovranità statale, ma, al contrario, ogni Stato deve poter esercitare le proprie prerogative sovrane nel determinare le regole di governance del cyberspazio nel quale navigano i propri cittadini.

Non, quindi, una rete di rete collegate a livello globale nell’ambito delle quali gli Stati sono soggetti come altri, ma un coacervo di “bolle”, ognuna delle quali governata e delimitata negli accessi dal potere sovrano degli Stati.

Una visione decisamente diversa rispetto a quella americana, che invece ritiene la libertà di accesso e di espressione in Internet consustanziale agli ideali di libertà di commercio che caratterizzano la globalizzazione ( e i valori americani).

La posizione cinese riflette la paura, come dimostrato anche dalle limitazioni che sono state imposte ai grandi motori di ricerca come google, che i cinesi possano, accedendo alle “libertà” occidentali, mettere in discussione lo status quo nel proprio paese.

Da questa posizione ne discende il corollario, secondo il Presidente Xi, che nessun paese dovrebbe arrogarsi il diritto di definire i giusti comportamenti in ambito cyber: pur condannando il cyber spionaggio industriale, in accordo con la dichiarazione congiunta espressa durante il summit con Obama, il leader cinese non menziona invece le operazioni cyber in ambito militare (che i cinesi non hanno mai ammesso di condurre, mentre gli Stati Uniti le ritengono legittime).

SSF: LE FORZE CYBER CINESI

Ne consegue, per logica, che la riorganizzazione del comando dedicato alla cyber war annunciata all’interno di una più vasta riorganizzazione delle forze armate, è del tutto legittima.

Il 31 dicembre del 2015, infatti, la Commissione Centrale Militare ha annunciato che il PLA (Esercito di liberazione del popolo) ha  visto, fra le altre cose, la nascita di una Forza di Supporto Strategico (SSF). Gli osservatori più attenti hanno rilevato, nonostante le scarse informazioni a disposizione, come questo comando disponga di assetti finalizzati alla guerra elettronica, cyber e spaziale.

Il neocostituito SSF gestirà quindi due asset della Triade Strategica (nuclear, space, cyber), con l’obiettivo di pianificare ed eseguire missioni a lungo raggio finalizzate a distruggere i network militari nemici contemporaneamente gestendo e garantendo la difesa dei network del PLA.

Alla base della filosofia operativa del SSF è un concetto -weshe- che comprende sia la deterrenza in senso occidentale -rendere i costi di un attacco così alti da dissuadere l’attaccante dall’agire – che l’assertività – mostrare la propria forza a fini dissuasivi.

UNA POLITICA COERENTE

Come in altri contesti, queste due azioni sono evidentemente parte di un unica strategia, finalizzata  a recuperare spazi di manovra cinesi in un mondo plasmato dalla dottrina americana, a cui rispondono sia in ambito civile che militare, in dottrina e nella pratica. Una politica non aggressiva ma chiaramente revisionista rispetto allo status quo, finalizzato a dare alla Cina un posto di primo piano nel sistema delle relazioni internazionali.

 

Leonardo Pizzuti

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Leonardo Pizzuti
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