GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Dopo il ritiro di Trump, quale futuro per la Siria?

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Gli Stati Uniti hanno annunciato qualche giorno fa un cambiamento nella loro politica estera che avrà conseguenze molto rilevanti in tutto il medio oriente. Anche se in proposito ci sono versioni contrastanti (un funzionario dell’amministrazione Trump durante una conference call ha parlato infatti di una misura che interesserà solo un centinaio di soldati americani), la versione riportata dai principali quotidiani è che il Presidente Donald Trump ha deciso di ritirare le truppe di soldati americani presenti nel nord della Siria.

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Via ai dazi Usa: il tentativo di mediazione dell’Italia

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É appena stato pubblicato il documento stipulato da Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio con sede a Ginevra, che doveva valutare l’entità dei danni che potranno chiedere gli Usa all’Ue come compensazione agli aiuti economici offerti illecitamente da quest’ultima alla compagnia Airbus. Sull’entità della cifra da riscuotere circolavano già da mesi parecchie indiscrezioni, si parlava di 20 miliardi di euro a maggio ma il documento finale del Wto ha fissato la penale a 7 miliardi, cifra che Trump riscuoterà attraverso l’imposizione di dazi a molti settori europei, tra i quali soprattutto quello aerospaziali e agroalimentare.

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Armi nucleari: Croce Rossa e Anci lanciano campagna social per messa al bando definitiva

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Il 26 settembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione delle armi nucleariCRI ha deciso di lanciare, in questa data simbolica, “Nuclear Experience – Croce Rossa Italiana per il disarmo nucleare”, una campagna che durerà fino al 2020, finalizzata a porre l’attenzione sulla minaccia costituita dalle armi nucleari e chiedere che l’Italia aderisca al Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, iniziativa dell’ONU votata da 122 Paesi membri, che il nostro Paese non ha ancora firmato. Il primo step dell’iniziativa, in collaborazione con ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, prevede l’adesione dei Comuni italiani e dei Comitati CRI attraverso la diffusione dei contenuti di Nuclear Experience sui social network.

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A Montreal il 17° Summit Euro Canadese

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Il 17 e 18 luglio si è tenuto a Montreal il 17° vertice Unione europea – Canada. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker rappresentavano l’Unione europea, mentre il Canada era rappresentato dal suo primo ministro, Justin Trudeau; all’incontro ha partecipato anche la commissaria europea per il commercio Cecilia Malmström, vista l’importanza dell’accordo commerciale con il Canada, il CETA. Continue reading “A Montreal il 17° Summit Euro Canadese” »

Venezuela, Maduro accusa Guaidò di tentato assassinio e colpo di stato

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Calata l’attenzione mediatica internazionale sulla crisi venezuelana non si è certo rasserenato il clima del paese. In questi giorni è lo stesso Maduro che rilancia sulla posta in gioco accusando il suo rivale Guaidò di aver ordito un complotto che aveva l’obiettivo di assassinarlo per poi attuare un colpo di stato. Continue reading “Venezuela, Maduro accusa Guaidò di tentato assassinio e colpo di stato” »

Venezuela: aria di Guerra Fredda

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Il Venezuela è la nuova Cuba? Se notiamo quello che sta succedendo nelle relazioni bilaterali tra Usa e Russia, le somiglianze sono tante. Mentre il Paese sudamericano si avvicina ad una possibile guerra civile dalle conseguenze imprevedibili, le tensioni crescono tra le due potenze. Incroci di accuse, minacce, interferenze nelle politiche nazionali, cospirazioni con la leadership militare, ecc. Mosca e Washington ridanno vita in un territorio familiare alle rivalità che hanno segnato i decenni della Guerra Fredda. Mentre il governo di Vladimir Putin sostiene l’attuale presidente Nicolas Maduro, inviandogli aiuti economici e militari per risollevare un’economia la cui crisi lo vede come principale responsabile, l’amministrazione Trump difende i tentativi  da parte del presidente incaricato Juan Guaidò per scalzare dal trono Maduro, tentando di far cadere il regime boicottando il petrolio venezuelano, senza escludere la possibilità di prendere ulteriori misure. Nel frattempo, la popolazione affronta la peggiore crisi umanitaria della storia recente del subcontinente americano.

Forse è John Bolton, il consulente americano per la sicurezza nazionale, che ha chiaramente espresso la sua preoccupazione per la presenza russa in America Latina affermando che tutte le opzioni per rovesciare Maduro, incluse quelle militari, sono sul tavolo. Sul New Yorker, Dexter Filkins descrive  il profilo di quello che è senza dubbio il più grande falco dell’amministrazione Trump. Lo stesso presidente aveva le sue riserve  prima di assumerlo, scherzando sul fatto che il consulente volesse “bombardare il mondo intero”. Il veterano Bolton, dice Filkins, è un uomo umile, autodidatta e disprezzato dall’élite liberali che hanno condiviso con lui la classe alla Yale University. Un’esperienza che lo ha rianimato nella lotta per la causa conservatrice, rendendolo un patriota esaltato. Con una larga carriera nelle amministrazioni repubblicane, da Nixon a Bush jr, Bolton afferma che la Dottrina Monroe è più viva che mai: “America agli americani”. Dal 1823, tale Dottrina stabilì che qualsiasi intervento degli europei in America sarebbe stato visto come un atto di aggressione che avrebbe richiesto l’intervento degli Stati Uniti. L’interferenza russa in Venezuela richiede quindi una risposta. E non necessariamente con un consenso internazionale. Bolton concorda col suo capo nel disprezzo per l’architettura dei trattati e delle alleanze emerse alla fine del secondo conflitto mondiale. Calcola che sono circa 20.000 i cubani presenti in Venezuela agli ordini di Mosca e un centinaio i soldati russi e mercenari disposti a garantire che Maduro continui al potere. “Per espellere i russi devi cambiare regime”, dice fermamente. Questo neoconservatore è riuscito a portare al centro dell’attenzione di Washington il caso sulla presenza di Putin in Venezuela, nonostante i legami tra quest’ultimo e Trump. Bolton accusa Maduro di formare insieme a Cuba e al Nicaragua la “troika della tirannia nell’emisfero occidentale”. Nel subcontinente, con una storia di violenze legata soprattutto alle azioni statunitensi nella regione, questa affermazione suscita tremendi dubbi, causando chissà qualche problema in più a Guaidò, riconosciuto dall’Unione Europea, dal Canada e dalla maggior parte dei Paesi sudamericani (eccetto Messico, Bolivia e Cuba), nella sua corsa alla legittimazione dell’opposizione al regime, difesa con massicce proteste  nelle strade delle principale città venezuelane, nonostante la repressione militare avviata da Maduro. E mentre Washington e Mosca mantengono le proprie posizione, il resto del mondo è preoccupato per la possibilità di un’esplosione del conflitto civile. Come ai vecchi tempi.

Una soluzione negoziata del conflitto è fondamentale: i diritti umani devono stare al di sopra dell’ideologia. I dati del dramma venezuelano sono in questo senso incontestabili: secondo la Banca Mondiale, il PIL del Paese precipiterà del 25% nel 2019 dopo aver accumulato un calo del 60% dal 2013, il tasso di povertà è del 90% e l’inflazione raggiunge il 10.000.000% (o per dirla in altri termini, i prezzi aumentano del 280%). L’Unicef stima che 3,2 milioni di bambini nel paese abbiano bisogno di aiuti umanitari per malnutrizione e malattie. Come il milione di minorenni che hanno abbandonato il paese insieme ai tre milioni di adulti in un esodo paragonabile a quello avvenuto per il conflitto siriano.

Ma la retorica bellicosa di Bolton va oltre il Venezuela. Esperto nell’accumulare, e se necessario produrre, prove per giustificare attacchi come l’invasione dell’Iraq nel 2003, Bolton è uno dei più fedeli sostenitori della guerra all’Iran, all’interno dell’Amministrazione Trump. Una sua ossessione da anni. Quello che sarebbe il sogno del principale alleato americano nella zona, l’Arabia Saudita, visto che indebolirebbe il suo più grande rivale regionale, è una pazzia per molti, incluso alcuni suoi sostenitori. Anche se Trump nella sua campagna elettorale ha promesso di non imbarcarsi più in guerre in Medio Oriente, ritirando le sue truppe da Siria, Arabia Saudita e Israele, entrambi sono favorevoli ad un’azione militare per forzare un cambiamento del regime iraniano. E l’idea guadagna terreno alla Casa Bianca.

Per il premio nobel Joseph Stiglitz il modus operandi di Trump, bellicoso e isolazionista, lascerà un’eredità oscura: “individuare la cosa peggiore del governo Trump non è facile”, afferma in un articolo pubblicato da Project Syndicate, “una politica di immigrazione terribile, la sua misoginia, volgarità e crudeltà, il chiudere un occhio ai suprematisti bianchi, abbandonare il Trattato di Parigi sul clima, come l’Accordo sul nucleare con l’Iran, il disprezzo per l’ambiente, ecc., la lista è devastante”. Ma, per l’economista, il danno più preoccupante è quello fatto alle istituzioni a causa del suo egoismo ed egolatria. “L’attacco che Trump e il suo governo hanno intrapreso contro ciascuno dei pilastri della società americana, e la demonizzazione aggressiva delle istituzioni giudiziarie, minaccia la prosperità degli Stati Uniti e la loro democrazia”.

Di Mario Savina

20 anni di Chavismo: il Venezuela e il suo inarrestabile declino

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Nicolas Maduro si confronta in questi giorni con i leader alleati, ad un mese dal rinnovo ufficiale del suo mandato, cercando di affrontare il rifiuto di una parte significativa della comunità internazionale. L’incontro con il suo omologo russo, Vladimir Putin, è l’ultima esibizione della sua limitata accettazione della situazione critica e della ricerca di cooperazione  per far fronte alla crisi economica del paese latinoamericano.

Dopo 20 anni di chavismo al potere, il paese è in rovina e al governo manca sia il supporto interno che esterno. La popolarità di Maduro è scesa ai livelli più bassi da quando il tenente Hugo Chávez aveva vinto le elezioni presidenziali, il 6 dicembre del 1998. Maduro è stato eletto il 14 aprile 2013, un mese dopo la morte del suo leader, con quasi il 51% dei voti contro il 49% dell’oppositore Henrique Capriles. A novembre di quest’anno, il politico aveva a malapena il 20% dell’elettorato a favore, secondo il sondaggio Omnibus della società Datanalisis. Parte di questo rifiuto è direttamente attribuito al collasso finanziario del paese sudamericano, una delle nazioni con la maggior parte di risorse petrolifere  del pianeta.

Il Venezuela è, d’altronde, tra le economie con il rendimento peggiore del mondo, con uno dei più alti tassi di povertà, secondo gli ultimi dati. La causa principale è l’iperinflazione. I dati ufficiali sono occultati dal governo venezuelano, ma la sfortuna finanziaria, accompagnata da un deterioramento istituzionale, trabocca la realtà. Il Fondo Monetario Internazionale, senza andare troppo lontano nel tempo, prevede che i prezzi cresceranno nei prossimi anni a un tasso inimmaginabile del 10.000.000%.

Molti sono quelli che hanno votato Chavez e che all’inizio del suo mandato potevano vivere una vita più che dignitosa, ma che ora riescono a malapena a mangiare due volte al giorno. Per alcuni sociologi, la causa del disagio economico è da ricercarsi nel modello chavista, che ha avuto al centro la campagna denominata “Plan Socialista de la Nación”, dove la linea strategica è stata basata su una sostituzione  della proprietà privata con la proprietà pubblica. Fin dal principio il Presidente aveva annunciato che avrebbe impiantato nel paese il socialismo del XXI secolo. Tra il 2005 e il 2011 c’è stata un’ondata di espropri da parte dello Stato, che oggi è in possesso di 576 aziende, di cui almeno 441 sono state create o acquisiti con diversi modalità, tra cui la confisca e la nazionalizzazione durante i governi prima di Chavez e poi di Maduro, secondo un rapporto della ong Transparency International. Pochi imprenditori trovano redditizio operare nel paese. Molte multinazionali e compagnie aree hanno lasciato il paese dal 2005, fra queste Parmalat, Pirelli, Kellogg, Kraft e Heinz.

Da quando Maduro, all’incirca tre mesi fa, ha attuato un piano di recupero, si continua a non vedere nessun tipo di miglioramento dal punto di vista economico e non solo. Secondo molto analisti, il 20% dei negozi non aprirà battenti nel prossimo anno. Le conseguenze dell’iperinflazione si riscontrano nella devastazione dell’apparato produttivo. Il governo non offre cifre per poter indicizzare il salario dei venezuelani e ciò accentua il declino del potere d’acquisto. Inoltre, molte aziende hanno un calo delle richieste di prodotti, naturalmente. Il panorama futuro non è positivo: è necessario generare credibilità per creare fiducia e, secondo molti, questo governo fa solo annunci che poi non realizza. A giudizio di molti economisti, questo processo di aumento senza fine dei prezzi viene definito come il più dannoso dell’America Latina degli ultimi anni: solitamente l’iperinflazione porta ad un cambio della politica economica o ad un cambio dei politici che detengono il potere. Queste situazioni hanno una “media di vita” di 20 mesi (nel caso del Nicaragua 5 anni), mentre nel caso venezuelano non si sa quanto durerà, ma l’unica certezza al momento è che sia diventata già qualcosa di storico.

Il collasso di Pdvsa. Il fallimento di Petróleos de Venezuela (Pdvsa) è fondamentale in questo labirinto di errori. Chávez, assediato da uno sciopero petrolifero, ha licenziato i più alti funzionari del settore, nel 2002. E non tutti i nuovi membri si sono distinti per la loro professionalità, ma soltanto per la loro fedeltà nei confronti del presidente. Il nuovo presidente della compagnia petrolifera, Manuel Quevedo, un militare senza esperienza nel settore energetico, è stato scelto, dopo che Maduro aveva accusato l’ex consiglio di corruzione nel 2017. Ad occhio niente sembra essere cambiato in questi anni.

Il petrolio era diventata una bandiera per Chavez. Il governo con il suo slogan “ahora Pdvsa es de todos”(ora Pdvsa appartiene a tutti) voleva dimostrare  che la distribuzione del petrolio avrebbe fruttato introiti per l’intero paese, ordinando di diversificare le funzioni dell’industria petrolifera che doveva farsi carico anche dei programmi sociali. Nel 2008, i prezzi del greggio hanno superato i 120 dollari a barile, ma lo Stato non ha approfittato del reddito milionario in entrata per investire nel settore stesso. Contrariamente a ciò che si pensava durante il “periodo positivo”, il gioiello del paese è caduto in disgrazia portandosi dietro anche la maggior parte dei venezuelani. Nel 2014, Maduro  ha escluso una crisi causata dalla diminuzione del costo del barile: “Un governo rivoluzionario con potere economico, come quello che presidio, ha piani per sopravvivere a qualsiasi situazione, così che possono diminuire i prezzi quanto vogliono”, cambiando idea soltanto pochi mesi dopo, accusando il ribasso dei prezzi come causa della crisi venezuelana.

Oggi, a distanza di anni, la situazione è ancora critica. Il danno all’industria petrolifera è impossibile da nascondere o giustificare, il che ha portato il governo ad ammettere che sono stati commessi errori.

Di Mario Savina

Messico, attacco contro polizia e Croce Rossa, quattro morti tra polizia e medici

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Durante una attività di aiuto alla popolazione dello stato meridionale del Messico il gruppo di medici della Croce Rossa Messicana è stato attaccato da un gruppo di venti uomini armati che hanno sparato indiscriminatamente sul gruppo di soccorritori, uccidendo quattro persone tra poliziotti e medici e ferendone altri sei. Continue reading “Messico, attacco contro polizia e Croce Rossa, quattro morti tra polizia e medici” »

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Alessandro Conte
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