GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Category archive

AMERICHE

Stati Uniti, nuovo record di contagi

AMERICHE/REGIONI di

Riprendono a salire le morti per Covid-19 negli USA; ogni giorno gli Stati, soprattutto quelli del Sud e della West Coast, registrano nuovi record di decessi. Si è interrotta quindi la recente tendenza per cui nonostante i contagi continuassero ad aumentare le morti rimanevano stabili, evidenziando tutti i limiti e le contraddizioni della politica del Presidente Trump, dalla comunità scientifica ritenuta insufficiente. La comunità nazionale già dalla scorsa settimana aveva previsto in un breve periodo l’aumento dei decessi, tra le voci di questo coro Catherine Troisi, epidemiologa della UTHealth School di Houston, aveva dichiarato ai media statunitensi che “anche se si potessero isolare i contagiati in una sola stanza, assisteremo ugualmente a un aumento dei decessi”.

Difatti ieri è arrivata puntuale la conferma; nuovo record di casi totali, oltre i 76.000, e nuovo picco di contagi anche in Texas, con quasi 15.000 nuovi casi di contagio.I decessi in questa settimana hanno toccato una media di 900 casi, un aumento allarmante rispetto alla media di 500 morti giornaliere che si è registrata verso fine giugno. Ad oggi più di 136.000 cittadini statunitensi sono deceduti a causa del virus, di cui una larga parte durante i primi mesi quando la media di decessi si attestava sui 2.000 casi giornalieri a livello nazionale, con epicentri nelle grandi metropoli americane come New York.

Questo brusco peggioramento risiede principalmente nell’ambiguità delle istituzioni americane. Per la comunità scientifica americana il tasso di mortalità è un indicatore meno immediato rispetto al tasso di contagio, i pazienti in genere impiegano da due a tre settimane per sviluppare i sintomi e quindi il primo tornerà a salire con tutta probabilità. Tuttavia l’amministrazione Trump si è spesso scontrata con gli esperti; il Presidente stesso ha ripetutamente eluso i consigli di questi e nell’ultimo mese ha dichiarato pubblicamente in più occasioni che il calo di casi giornalieri e di decessi a fine giugno sarebbero dovuti essere di conforto per l’opinione pubblica, allertata per un’eventuale ripresa dei morti. In settimana infatti il Segretario all’Ufficio Stampa di Washington, Kayleigh McEnany, ha detto che “se si guarda in questo momento al tasso di mortalità si possono apprezzare gli sforzi fin qui fatti dal Governo”.

I medici nel frattempo hanno sviluppato nuove tecniche per combattere la malattia che deriva dal virus, e dai risultati avuti negli ultimi mesi sembrerebbe che i nuovi casi di contagio riguardino perlopiù la fascia giovane della popolazione che, con la riapertura delle attività, lo ha contratto nei luoghi di svago e di lavoro, ma pur sempre con un minor tasso di mortalità.

Uno degli Stati che sta allertando l’opinione pubblica è l’Arizona; nonostante questa fin’ora abbia registrato circa 2.500 decessi dall’inizio della pandemia, un numero irrisorio rispetto alle 32.000 morti nello Stato di New York o alle 7.500 circa della California, lo Stato di Phoenix teme un rapido peggioramento. Il direttore della Sanità Pubblica, Farshad Fani Marvasti, ha dichiarato che il bilancio giornaliero delle vittime per Covid è aumentato del 60% nell’arco di una sola settimana, con 91 morti nella giornata di ieri. Lo stesso direttore ha consigliato ai residenti di applicare tutte le misure di distanziamento sociale tra cui l’isolamento della fascia più debole della comunità, ma nel frattempo gli ospedali hanno ordinato dispositivi portatili di raffreddamento.

Numeri ben più alti sono stati invece registrati in Texas e in Florida.

Ieri in Texas sono state schedate 174 morti per Covid, battendo il record di 129 decessi del giorno prima; lo Stato ha più di 10.000 pazienti in ospedale e cosa ben più grave gli ospedali non hanno strutture sufficienti per trattare i pazienti. Ivan Mendelez, capo della Sanità nella contea di Hidalgo, ha affermato che il corpo di un paziente deceduto può giacere su una barella fino a dieci ore prima che gli venga trovata una sistemazione fuori dalla terapia intensiva e che lo spazio all’interno di questi reparti è arrivato al limite, per cui i posti si liberano solo con il decesso dei casi più gravi.

Anche la Florida sta facendo i conti con gravi carenze all’interno delle strutture sanitarie; Sergio Segarra, direttore del complesso Baptist Hospital di Miami, ha riferito che undici ospedali hanno esaurito nella giornata di ieri le forniture di remdesivir. A detta di Segarra la carenza del farmaco sta aumentando considerevolmente la mortalità all’interno delle terapie intensive, e le forniture già da ora non sono adeguatamente garantite. L’aumento di mortalità ha infatti colpito anche Miami, il cui Stato nella sola giornata di ieri ha contato 130 morti, circa il 35% in più rispetto a una settimana fa.

Tuttavia, nonostante i dati tragici che ogni giorno vengono registrati negli Stati Uniti, la politica americana non è capace di rispondere adeguatamente all’emergenza sanitaria e gli stessi Stati, che godono di libertà normative, sono in contrasto con le proprie municipalità; ad esempio i funzionari della contea di Miami-Dade, la zona più colpita in Florida, hanno emanato giovedì una nuova ordinanza che obbliga i residenti ad indossare le mascherine, tuttavia questa nuova norma non è stata supportata a livello statale dal governatore Ron De Santis, il quale non ritiene l’utilizzo di queste una norma prioritaria. Oltre queste opposizioni eclatanti alcuni Stati come l’Arkansas, l’Alabama e il Colorado hanno già reso obbligatorio l’utilizzo di mascherine in luoghi pubblici malgrado a livello federale manchi ancora una politica decisa.

Il Coronavirus in America Latina: in Brasile il virus dilaga, a Cuba la pandemia è (quasi) un ricordo.

AMERICHE di

In Sudamerica il Covid-19 si è innestato su sistemi sanitari già fragili e profonde disuguaglianze sociali. Con qualche eccezione. Con lAsia e lEuropa che sembrano essere in via di faticosa e lenta guarigione, la corsa per linfausto primato mondiale nella terribile classifica dei contagi e delle morti per Covid si riduce ormai ad un macabro testa a testa tra Nord America e America Latina. Continue reading “Il Coronavirus in America Latina: in Brasile il virus dilaga, a Cuba la pandemia è (quasi) un ricordo.” »

Gli Italoamericani si uniscono in difesa di Colombo

AMERICHE di

Le cinque maggiori organizzazioni di italoamericani uniscono le forze per difendere la memoria di Cristoforo Colombo. L’Ordine dei Figli d’Italia in America (www.osia.org), insieme alle altre importanti organizzazioni a supporto degli americani di discendenza Italia, la Columbus Citizens Foundation, l’ISDA, la NIAF ed UNICO National, hanno unito le forze per un’operazione senza precedenti finanziando la costituzione della National Columbus Education Foundation

Continue reading “Gli Italoamericani si uniscono in difesa di Colombo” »

La “propulsione al plasma”: la sfida tra Wuhan e Boston sulla costruzione di aerei a zero emissioni.

Sin dal primo volo aereo più di 100 anni fa, gli aeroplani sono stati azionati utilizzando superfici mobili come eliche e turbine. La maggior parte è stata alimentata dalla combustione di combustibili fossili. L’Electroaerodynamics, in cui le forze elettriche accelerano gli ioni in un fluido, viene proposta come metodo alternativo di propulsione di aeroplani — senza parti in movimento, quasi silenziosamente e senza emissioni di combustione. Tuttavia, nessun aereo con un tale sistema di propulsione a stato solido, è riuscito a spiccare il volo. La rivista Nature nel suo studio “Flight of an aeroplane with solid-state propulsion” dimostra come un sistema di propulsione a stato solido può sostenere il volo a motore, progettando e pilotando un aereo più pesante dell’aria a propulsione elettro-aerodinamica.

Leggi la pubblicazione originale sulla rivista scientifica Nature: Flight of an aeroplane with solid-state propulsion.

Propulsione al plasma al MIT di Boston

La propulsione al plasma accende l’onnipresente sfida tecnologica tra Usa e Cina, entrambe pronte a rincorrersi sulla propulsione elettrica applicata all’aeronautica.

Il Massachusetts Institute of Technology di Boston e l’Institute of Technological Sciences di Wuhan hanno sviluppato due prototipi molto diversi del motore a zero emissioni per gli aerei del futuro. Il prototipo messo a punto dal MIT ha dimostrato la possibilità di volare in condizioni atmosferiche soltanto con la creazione di un vento ionico, ottenuto grazie alla generazione di plasma attraverso una differenza di potenziale elettrico di ben 40.000 Volt e senza parti in movimento. Il plasma è uno dei quattro stati fondamentali della materia. Quello in cui gli atomi vengono ionizzati in particelle cariche. Quindi un motore al plasma utilizza l’elettricità per generare plasma e quindi espellere gli ioni per produrre la spinta.

Il primo volo allo stato solido della storia

Il primo volo della storia aeronautica mondiale di un aereo con propulsione al plasma, senza parti in movimento, avviene nella grande palestra del DuPont Athletic Center del Massachusetts Institute of Technology di Boston. Il prototipo messo a punto dal professor Steven Barrett, direttore del Laboratorio per l’aviazione e l’ambiente del MIT, e dai suoi colleghi di diversi laboratori coinvolti nell’impresa, è lungo 60 metri e viene ripetuto dieci volte con caratteristiche simili.

Il vento ionico che si dimostra capace di sostenere il volo del prototipo è ottenuto generando plasma grazie alla differenza di potenziale tra un primo filo caricato a +20.000 Volt e un secondo che invece è a -20.000 Volt. Questo permette di sottrarre elettroni alle molecole di azoto naturalmente presenti in atmosfera e di ionizzarle, inducendo la loro forte attrazione da parte dell’elettrodo negativo.

Il flusso crea un vero e proprio vento ionico, capace di trasportare con sé le molecole d’aria con le quali entra in contatto nella migrazione. Le molecole d’aria vengono spinte verso il profilo alare e permettono l’ottenimento di una portanza e il volo dell’aereo.

The Institute of Technological Sciences Wuhan University rilancia al MIT di Boston

La megalopoli dello Hubei, nota oggi nel mondo come luogo di origine della pandemia mondiale di Coronavirus, è un centro di grande importanza dal punto di vista scientifico e tecnologico ed è sede dell’eccellente ITS – Institute of Technogical Sciences.

La sfida per il raggiungimento della propulsione al plasma in atmosfera per uso aeronautico è stata raccolta immediatamente dai ricercatori di Wuhan. Il gruppo del professore Jau Tang dell’Institute of Technological Sciences Wuhan University punta su una soluzione diversa rispetto a quella del MIT di Boston.

In questo caso non si crea un vento ionico per sostenere il volo ma si attiene un vero e proprio sistema con propulsione a getto, simile nella fisica del volo a quella degli attuali aerei turbo-jet.

Il getto, quindi, è la vera chiave della tecnologia cinese. I risultati dell’ITS, pubblicati nella rivista “AIP Advances”, di AIP Publishing, ci mostrano che il prototipo dell’ITS utilizza plasma ad aria a microonde (microwave air plasmas) per alimentare un motore jet.

Sebbene i propulsori ionici non siano nuovi – diversi satelliti e missioni interplanetarie, inclusa la sonda Dawn della Nasa lanciata nel 2007, li hanno usati – i dispositivi attuali producono solo un propellente a pressione molto bassa e possono quindi essere utilizzati solo nello spazio e in assenza di gravità dove non c’è attrito atmosferico. Il dispositivo sviluppato a Wuhan inoltre comprime e quindi ionizza l’aria, anziché argon, xeno o idrogeno usati dai veicoli spaziali. Avrebbe quindi una fonte illimitata di propellente e sarebbe molto più potente.

Nell’attesa di un futuro che orienti il nostro pianeta verso strade più sicure, la sfida perpetua tra i due Paesi si manifesta anche in questo ambito, aprendo la strada a quella tecnologia che probabilmente un giorno potrà farci inaugurare l’aereo del futuro.

Per approfondimenti Propulsione al plasma, sfida tra il MIT di Boston e Wuhan per il motore del futuro.

 

 

Bolivia, politica e Coronavirus

AMERICHE di

La tensione nella politica boliviana non sembra volersi arrestare dallo scorso novembre, mese della crisi politica provocata dai brogli elettorali di Evo Morales, presidente in carica dal 2006 ed in cerca di un quarto mandato alle elezioni generali, che è riuscito ad ottenere solo a seguito di irregolarità. Ciò ha portato, dopo scontri e proteste per un totale di 715 feriti e 32 morti, alle dimissioni e all’esilio politico del presidente e alla nomina di un governo ad Interim presieduto da Jeanine Añez. Continue reading “Bolivia, politica e Coronavirus” »

I vestiti nuovi di Bolsonaro

AMERICHE di

Chi non ricorda il celebre racconto di un re, la cui assoluta certezza delle sue convinzioni scade nella follia quando si presenta nudo davanti ai sudditi sicuro di avere il più bell’abito? E come dimenticare lo stuolo di gente pronta ad assecondarlo in tutto e per tutto, temendo di essere loro nel torto? Tutto ciò sta accadendo attualmente in Brasile, ma al posto dei semplici vestiti con al massimo un po’ di vergogna come conseguenza, in una situazione Kafkiana, il presidente Bolsonaro mette a rischio la vita dei cittadini, non prendendo misure rigide per contrastare il virus, dichiarando che il problema non sussiste, ed annunciando, con tono beffardo e sardonico, che avrebbe organizzato un barbecue da trenta persone per quanto lui era tranquillo. La dichiarazione risale all’8 maggio, quando al momento erano 145 mila i contagiati e diecimila i morti. Ora sono 14 mila le vittime e e 220 mila i casi. Continue reading “I vestiti nuovi di Bolsonaro” »

La tegola venezuelana di Trump

AMERICHE di

La crisi presidenziale avvenuta con la nomina da parte dell’Assemblea Nazionale, ovvero il parlamento venezuelano, di Juan Guaidò come presidente ad interim al posto di Maduro, considerato illegittimo, non si è arrestata neanche in un periodo di pandemia mondiale.

Domenica due maggio infatti, secondo quanto riportato sia dalla BBC che dal Washington Post, oltre che dallo stesso governo venezuelano, è stata intercettato un gruppo di uomini armati, sbarcato in segreto a Macuto. La missione, denominata “Operazione Gedéon” , proprio come quella lanciata da Maduro nel 2018 e conclusasi con l’uccisione di uno dei capi dell’opposizione, nota come il massacro di El Junquito, aveva l’obbiettivo di catturare e di portare in America il presidente venezuelano, ed era stata progettata da Jordan Gaudreau, ex Berretto verde, ora a capo dell’associazione di sicurezza Silvercop, che ne ha spiegato i dettagli al momento del suo fallimento.

Il presidente Maduro e il ministro della giustizia e degli interni l’hanno definita un’operazione terroristica, attribuendo la colpa pubblicamente a Stati Uniti e Colombia oltre che al leader dell’opposizione Guaidò. Tutte le parti chiamate in causa hanno prontamente negato il loro coinvolgimento, e la stessa amministrazione Trump ha dichiarato di “voler fare di tutto” per estradare due uomini americani rei agli occhi venezuelani di aver partecipato alla missione. Sempre il Washington post ha però dimostrato un versamento di 213 mila dollari effettuato dall’opposizione alla Silvercops, mentre il 26 marzo gli Stati Uniti hanno giudicato Maduro colpevole di narcotraffico, offrendo fino a 15 milioni di dollari per informazioni che avrebbero portato al suo arresto e fino a 10 per l’arresto di suoi collaboratori. Per quanto riguarda la partecipazione della Colombia, secondo quanto riporta la testata americana Associated Press, quest’utlima avrebbe fornito tre basi per l’addestramento di truppe dell’opposizione a Cliver Alcalà, un ex generale venezuelano. Il predetto è stato anche arrestato per tali accuse dalla Colombia, che però lo ha estradato negli Usa, dove è stata liberato ed “assunto” alla DEA, per occuparsi del narcotraffico, e conseguentemente quindi di Maduro, data la condanna statunitense al suddetto, in quanto narcotrafficante.

Ma non è finita qui.
Trump aveva affermato che se avesse voluto invadere il Venezuela l’avrebbe fatto con un esercito e con un’invasione su larga scala. L’ex capitano della “FuerzaArmada Nacional Bolivariana”, ovvero l’esercito venezuelano, ha affermato in un’intervista a NapoleonBravo, giornalista anch’egli venezuelano in esilio, di aver collaborato all’operazione, che progettava da un anno. Come riporta anche efecto cocuyo, una testata indipendente venezuelana che si occupa della libera informazione nel paese, il Capitano ha spiegato che quel gruppo di 20 uomini non era che un’avanguardia, e che ne sono pronti ben 3000 uomini, che sarebbero intervenuti per liberare il Paese, se quel gruppo non fosse stato catturato. Sarà questo l’esercito di cui parla Trump?

Di Giulio Consoli

La tegola venezuelana di Trump

AMERICHE di

La crisi presidenziale avvenuta con la nomina da parte dell’Assemblea Nazionale, ovvero il parlamento venezuelano, di Juan Guaidò come presidente ad interim al posto di Maduro, considerato illegittimo, non si è arrestata neanche in un periodo di pandemia mondiale.

Domenica due maggio infatti, secondo quanto riportato sia dalla BBC che dal Washington Post, oltre che dallo stesso governo venezuelano, è stata intercettato un gruppo di uomini armati, sbarcato in segreto a Macuto. La missione, denominata “Operazione Gedéon” , proprio come quella lanciata da Maduro nel 2018 e conclusasi con l’uccisione di uno dei capi dell’opposizione, nota come il massacro di El Junquito, aveva l’obbiettivo di catturare e di portare in America il presidente venezuelano, ed era stata progettata da Jordan Gaudreau, ex Berretto verde, ora a capo dell’associazione di sicurezza Silvercop, che ne ha spiegato i dettagli al momento del suo fallimento.

Il presidente Maduro e il ministro della giustizia e degli interni l’hanno definita un’operazione terroristica, attribuendo la colpa pubblicamente a Stati Uniti e Colombia oltre che al leader dell’opposizione Guaidò. Tutte le parti chiamate in causa hanno prontamente negato il loro coinvolgimento, e la stessa amministrazione Trump ha dichiarato di “voler fare di tutto” per estradare due uomini americani rei agli occhi venezuelani di aver partecipato alla missione. Sempre il Washington post ha però dimostrato un versamento di 213 mila dollari effettuato dall’opposizione alla Silvercops, mentre il 26 marzo gli Stati Uniti hanno giudicato Maduro colpevole di narcotraffico, offrendo fino a 15 milioni di dollari per informazioni che avrebbero portato al suo arresto e fino a 10 per l’arresto di suoi collaboratori. Per quanto riguarda la partecipazione della Colombia, secondo quanto riporta la testata americana Associated Press, quest’utlima avrebbe fornito tre basi per l’addestramento di truppe dell’opposizione a Cliver Alcalà, un ex generale venezuelano. Il predetto è stato anche arrestato per tali accuse dalla Colombia, che però lo ha estradato negli Usa, dove è stata liberato ed “assunto” alla DEA, per occuparsi del narcotraffico, e conseguentemente quindi di Maduro, data la condanna statunitense al suddetto, in quanto narcotrafficante.

Ma non è finita qui.
Trump aveva affermato che se avesse voluto invadere il Venezuela l’avrebbe fatto con un esercito e con un’invasione su larga scala. L’ex capitano della “FuerzaArmada Nacional Bolivariana”, ovvero l’esercito venezuelano, ha affermato in un’intervista a NapoleonBravo, giornalista anch’egli venezuelano in esilio, di aver collaborato all’operazione, che progettava da un anno. Come riporta anche efecto cocuyo, una testata indipendente venezuelana che si occupa della libera informazione nel paese, il Capitano ha spiegato che quel gruppo di 20 uomini non era che un’avanguardia, e che ne sono pronti ben 3000 uomini, che sarebbero intervenuti per liberare il Paese, se quel gruppo non fosse stato catturato. Sarà questo l’esercito di cui parla Trump?

Di Giulio Consoli

Covid-19: una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale

Con “trappola di Tucidide” il grande storico attribuiva lo scoppio della guerra fra Atene e Sparta alla crescita della potenza ateniese, e alla paura che tale crescita causava nella rivale Sparta. Oggi mentre il mondo affronta una delle sue sfide più importanti, lo scenario internazionale ci pone di fronte alla possibilità che questa trappola scatti. Ancor prima dell’emergenza Covid-19, si scorgeva una fase storica in cui una potenza a lungo dominante -gli Stati Uniti- fronteggiava una potenza emergente -la Cina- e in molti, sullo scenario internazionale, temevano per gli effetti di questa competizione.

Un duello già visto

Quest’anno per l’economia globale sarà il peggiore degli ultimi cent’anni. Solo negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione nel mese di aprile è passato al 14,7%, il più alto dalla Grande Depressione, e sicuramente le continue pressioni tra Stati Uniti e Cina non porteranno a sviluppi migliori. Nel giro di pochi mesi gli umori dell’amministrazione americana verso Pechino si sono più volte capovolti. Prima le battaglie su Huawei, il 5g e lo spionaggio informatico che, ad un certo punto, sembravano risolte con una stretta di mano tra i due leader, ma con lo scoppio del contagio il Covid-19 è diventato una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale.

Il Coronavirus appare in Cina a “fine dicembre” e per il mese di gennaio si rivela un problema solo cinese. Trump e i suoi esperti non esternano preoccupazione, anzi per tutto il mese e quello successivo, Trump elogerà la Cina: il 24 gennaio sul suo profilo Twitter il Presidente statunitense scriveva: “China has been working very hard to contain the Coronavirus. The United States greatly appreciates their efforts and transparency. I twill out well. In particular, on behalf of the American People. I want to thank President Xi”. Non solo Trump ringraziava il Presidente Xì per il lavoro svolto, ma il 10 febbraio si congratulava anche con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per poi accusarla a metà aprile di aver “portato avanti la disinformazione della Cina riguardo al coronavirus” e decidere la sospensione degli aiuti per un periodo tra i 60 e i 90 giorni.

La comunicazione si fa sempre più difficile

Mentre l’epidemia cresce negli Stati Uniti, a inizio marzo gli infètti sono 1300 e i morti 36, Trump dichiara emergenza nazionale e il tono nei confronti di Pechino cambia. Il Covid-19 inizia e diventare il “virus cinese” mentre il portavoce del Ministro degli esteri cinese accusa “il virus potrebbe essere partito dagli Stati Uniti e portato a Wuhan dall’esercito statunitense, quando lo scorso ottobre più di 300 soldati americani si trovavano a Wuhan per il campionato mondiale di giochi militari”.

La battaglia si sposta sul controllo della narrazione della pandemia e la comunicazione diventa la chiave per decidere chi uscirà vincitore su scala mondiale. Iniziano le ripercussioni sui giornalisti. Il 19 febbraio Pechino espelle tre cronisti del “Wall street journal”, accusati di aver utilizzato un titolo dispregiativo “China is Real Sick Man of Asia”, a cui si accoderanno più tardi anche i giornalisti del New York Times e del Washington Post. D’altra parte, Washington risponde allontanando 60 inviati cinesi dei principali media filogovernativo.

Nel frattempo, le voci che il virus possa provenire dai laboratori di Wuhan, viene smentita il 17 marzo dalla rivista scientifica “Nature medicine”. Il Covid-19 è il risultato di un’evoluzione naturale, arrivata dal pipistrello, ma questo non ferma né la propaganda americana né il Presidente Trump che annuncia l’intervento dell’intelligence americana per investigare sulle origini del Covid-19, mentre la Cina rispedisce le accuse al mittente affermando che gli Stati Uniti spostano l’attenzione dei loro ritardi nell’agire contro il coronavirus.

Lo scontro comunicativo si rinvigorisce con le esternazioni del segretario di Stato americano, Mike Pompeo che domenica scorsa davanti all’Abc, affermava di avere enormi prove che il virus provenga dai laboratori di Wuhan. Posizione ritrattata parzialmente pochi giorni dopo, “ci sono solo delle evidenze ma non delle certezze” e riaccusa Pechino di mancata trasparenza nella fase iniziale del contagio e di continuare a essere “opaca” e a “negare l’accesso” alle informazioni.

Il Covid-19 e la leadership internazionale

Quello che oggi appare più evidente non sono solo le conseguenze del Covid-19 nel mondo ma anche il ruolo che esso ha assunto nella contrapposizione tra Stati Uniti e Cina. Quello che la storia ci dirà è che quel “rinoceronte grigio” (espressione coniata dall’analista politico americano Michele Wucker che si riferisce ai pericoli grandi e trascurati) è già in casa nostra ed ha subito un processo di fusione. Come i tentacoli di una piovra che si legano immediatamente a qualsiasi cosa, il Covid-19 è progressivamente diventato la nuova pedina da sfruttare per respingere l’ambizione della Cina di colmare il vuoto di leadership con gli Stati Uniti. E l’Europa? La sensazione è che l’Ue abbia bisogno di un processo rigenerativo per poter acquisire quel sentimento di unione tanto promosso quanto artificioso. Nell’attesa che questo processo possa presto manifestarsi, la speranza è quella di non restare intrappolati nello scontro tra Usa e Cina. La sensazione è che l’Ue non dovrà fronteggiare solo le gravi conseguenze che il Covid-19 lascerà, oltre a far fronte a questa pandemia che colpisce in maniera orizzontale ogni paese, l’Ue dovrà contrastare da un lato, il forte euroscetticismo presente nei propri confini e dall’altro, la prospettiva di una contrapposizione sempre più forte tra Cina e Usa. Dalle sue risposte dipenderà il suo futuro, la sua leadership internazionale e la sua indipendenza rispetto ai due principali contendenti a livello globale.

Terre e comunità rare. Gli indios chiudono le loro terre.

Americas/AMERICHE/Diritti umani di

Il numero dei contagiati da coronavirus in America Latina ha ormai raggiunto quota 90.059, dei quali 4.247 sono morti. É quanto emerge da una statistica elaborata dall’ANSA sulla situazione esistente in 34 nazioni e territori latinoamericani. In appena tre giorni la regione è passata da 80.120 contagi e 3.364 morti, al bilancio odierno. Il Brasile continua a essere il primo Paese nella regione per numero di casi e di deceduti, registrando oltre un terzo dei positivi dell’America Latina.

Gli indigeni abbandonati di fronte alla pandemia

Per evitare il contagio, in almeno 12 Stati del Brasile, gli indios di varie etnie hanno chiuso l’accesso alle loro terre per cercare di impedire l’arrivo del coronavirus: lo rende noto il portale di notizie Uol, sottolineando che coloro che vivono nei villaggi sono più vulnerabili alle epidemie virali e temono che i casi di Covid-19 si diffondano nei loro territori. “Per il momento non abbiamo nessun caso sospetto, ma stiamo chiudendo il villaggio per non far entrare persone da fuori che possano contaminarci”, ha spiegato il capo tribù Almir Narayamoga, dell’etnia Suruì, che vive a Rondonia.

Il primo nativo sconfitto dal coronavirus è stato Alvanir Xirixana, 15enne che viveva nel villaggio Rehebe, lungo il fiume Uraricoera, una regione dove trafficano migliaia di garimpeiros (ricercatori illegali d’oro) che fanno affari illeciti nella Terra indigena yanomami. “La morte del ragazzo ha diffuso la preoccupazione tra gli yanomami”, scrive la Folha de S.Paulo. “Molti temono che si ripeta la tragedia provocata dall’invasione dei ricercatori d’oro tra gli anni sessanta e ottanta del novecento, quando il 15 per cento della popolazione morì a causa di malattie virali, in particolare del morbillo”. La stessa organizzazione che rappresenta i diritti degli Yanomami, l’Hutukara Associação Yanomami, pone l’attenzione sulle migliaia di ricercatori d’oro che ogni anno attraversano queste zone, sottolineando come il villaggio dove viveva Alvanir sia un loro percorso.

La diffusione del virus nei popoli nativi dell’America Latina è particolarmente preoccupante se consideriamo che per queste popolazioni la situazione è già estremamente drammatica. La malattia si aggiungerebbe ad altri problemi cronici come la malnutrizione o la carenza d’acqua potabile. Una delle raccomandazioni di base per evitare la diffusione del coronavirus è proprio il lavaggio frequente delle mani con acqua e sapone. Tuttavia, in America Latina, questa semplice raccomandazione può essere difficile da soddisfare poiché la regione convive con una costante contraddizione. Sebbene la regione abbia il 31% delle fonti di acqua dolce del mondo, quasi 37 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, secondo fonti della Banca mondiale. Mentre in Bolivia le comunità indigene praticano la semina dell’acqua, in Perù l’acqua viene catturata dalla nebbia. La popolazione zapoteca in Messico svolge da molti anni lavori di raccolta dell’acqua in buche costruite a tale scopo.

Oltre a tutto questo, le popolazioni native continuano ad affrontare vecchie sfide, come l’invasione delle loro terre, il disboscamento illegale o le estrazioni minerarie illegali che probabilmente, sono gli stessi vettori del virus. Per il momento i nativi stanno facendo la loro parte, cercando di non entrare in contatto con i ricercatori d’oro o con i narcotrafficanti che hanno grandi interessi economici nella regione, ma fin quando sarà presente il disinteresse dello stato, e nel caso del Brasile di Jair Bolsonaro gli attacchi frontali alle comunità indigene, l’autoisolamento dei nativi sarà fragile e forse inutile. Per tutte queste ragioni è necessario articolare un piano nazionale di emergenza che veda la partecipazione di organizzazioni indigene e istituzioni partner per riuscire a evitare il crollo di queste rare comunità.

 

1 2 3 7
Antonello Salvatore Cossu
× Contattaci!
Vai a Inizio