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Trump e l’Europa, prove generali dello scontro?

AMERICHE/EUROPA/POLITICA/SICUREZZA di

Rilevata l’importanza dell’asse Francia-Germania all’interno dell’Unione Europea (https://goo.gl/fU4azs) e quanto dipenderà soprattutto da esso lo sviluppo dell’integrazione in materia di Difesa e Sicurezza, è necessario sottolineare che la relazione tra l’UE e il partner transatlantico continua e continuerà ad influenzare i progressi comunitari in ambito di “hard policies” sia agendo che non agendo.

Lungi dal voler ridurre il rapporto tra NATO e Difesa UE ad una mera compensazione per cui se la NATO difetta, gli alleati europei danno nuovo impulso all’integrazione UE di Difesa e Sicurezza, e viceversa, è, però, da notare come negli ultimi mesi la retorica europea abbia evidenziato la necessità di maggiore integrazione UE proprio a causa di una sopraggiunta inaffidabilità del partner americano (in particolare si rimanda alla dichiarazione della Cancelliera Merkel “The times in which we could rely fully on others — they are somewhat over”, a margine del summit NATO a Bruxelles).

Neanche dopo 5 mesi dal summit NATO di Bruxelles, il rapporto UE-NATO sembra essere messo alla prova su un dossier scottante, l’Iran. Durante la conferenza stampa del 13 ottobre, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato una nuova strategia USA per l’Iran che si fonderà su:

  1. Un lavoro congiunto con gli alleati per lottare contro il ruolo destabilizzante di Teheran.
  2. Un nuovo regime di sanzioni contro il paese.
  3. Nuove azioni per contrastare non più solo la corsa al nucleare, ma la proliferazione missilistica e di armi che possano minacciare la regione, il commercio internazionale e la libertà di navigazione.
  4. Un rinnovato impegno contro ogni possibile percorso iraniano verso il nucleare.

Concludendo, il Presidente Trump ha annunciato che non certificherà più l’effettivo rispetto dell’accordo da parte iraniana presso il Congresso, de facto delegando ad esso la stesura di un nuovo set di requisiti per l’Iran che comprenda anche misure di contro-proliferazione missilistica. Nel caso in cui il Congresso non riuscisse nel suo intento, il Presidente si riserva di “terminare l’accordo”.

Quello che Trump sembra proporre più che una nuova strategia sembra un ritorno all’approccio pre-2015 e in maniera neanche troppo radicale. Le uniche due manovre dichiarate, nuove sanzioni contro le Guardie della Rivoluzione Islamica e la non-certificazione, non implicano l’uscita degli USA dall’accordo. Ci si chiede se, quindi, le discussioni in Congresso siano un pro-forma e il Partito Repubblicano, facendo fallire qualsiasi compromesso, voglia appoggiare il Presidente (che ha criticato aspramente l’Iran Deal) permettendogli, così, di tirare fuori gli Stati Uniti dall’accordo, oppure se, effettivamente, Trump abbia delegato al Congresso la gestione di un dossier così importante come quello dell’accordo iraniano.

Intanto, le reazioni dei leader europei non si sono fatte attendere. Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel hanno preso parola congiuntamente con un comunicato stampa che recita:

We stand committed to the JCPoA and its full implementation by all sides. Preserving the JCPoA is in our shared national security interest. […] Therefore, we encourage the US Administration and Congress to consider the implications to the security of the US and its allies before taking any steps that might undermine the JCPoA, such as re-imposing sanctions on Iran lifted under the agreement.”

Simili le parole di Paolo Gentiloni:

L’Italia […] si unisce alla preoccupazione espressa dai Capi di Stato e di Governo di Francia, Germania e Regno Unito per le possibili conseguenze. Preservare l’accordo, unanimemente fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2231, corrisponde a interessi di sicurezza nazionali condivisi.”

Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, in maniera più dura ha dichiarato che:

We cannot afford as the international community to dismantle a nuclear agreement that is working. This deal is not a bilateral agreement […] The international community, and the European Union with it, has clearly indicated that the deal is, and will, continue to be in place.”

Stiamo osservando una cristallizzazione delle posizioni transatlantiche sull’Iran che porterà a risultati incerti per quanto riguarda la tenuta dell’accordo. Quello che è chiaro è che lo scontro sull’accordo iraniano è stato semplicemente ritardato e che, quando sorgerà, avrà delle conseguenze anche sul ruolo della NATO in Europa.

Guarda anche “Sull’Iran, tutti contro Trump – Infografica

Lorenzo Termine

La cooperazione UE-NATO: alcuni concetti chiave

AMERICHE/EUROPA/SICUREZZA di

La relazione tra UE e NATO costituisce l’ossatura strategica della sicurezza e della difesa europea e la letteratura specializzata ha tentato di elaborare alcuni concetti chiave per comprenderla. Qui si cercherà di riassumerne i principali.

La cooperazione UE (Comunità Europea e, solo dopo, UE) NATO affonda le sue radici nella necessità europea di difesa e sicurezza dal pericoloso vicino sovietico e nella visione strategica americana del contenimento dell’URSS e ha garantito, sotto l’ombrello della deterrenza, la pace e la sicurezza nel Vecchio Continente per 43 anni. Il crollo dell’Unione Sovietica e del bipolarismo ha fatto emergere però alcune novità: una serie di nuove sfide alla sicurezza sempre più complesse e le nuove ambizioni europee in materia di sicurezza e, poi, difesa (PESC e PESD) secondo visioni ed obiettivi propri.

L’UE si è così inserita nel dibattito post-bipolare sulla sicurezza e la pace globale con alcune innovazioni: la teorizzazione del “comprehensive approach”, la politica di allargamento, il lancio delle Politiche Europee di Vicinato, il fortissimo coinvolgimento europeo nella cooperazione allo sviluppo, gli accordi di partenariato, tutte testimonianze della volontà di Bruxelles di trasformare il tradizionale approccio alla sicurezza e al crisis management verso un’ottica unitaria e value-oriented. Molti scettici, in particolare dalle file della teoria realista e neo-realista delle RI, sostengono che l’actorness europea in campo di sicurezza e difesa sia un miraggio, strutturalmente impossibile da raggiungere e intrappolata in un “capability-expectations gap” (teorizzato da Christopher Hill), in sostanza uno scarto tra aspettative e reali capacità delle politiche comunitarie.

La relazione odierna tra UE e NATO si fonda sugli Accordi “Berlin-Plus” firmati nel 2002 che forniscono un “framework completo per le relazioni permanenti” tra i due soggetti. Ad oggi, fatta eccezione per le missioni Concordia e Althea nella ex-Jugoslavia, l’accesso UE alle capacità di pianificazione strategica e alle risorse e alle capacità NATO non è mai stato utilizzato. Storicamente, gli accordi giungono in un momento particolare della storia delle due istituzioni: la NATO, infatti, era alle prese con il proprio passaggio da alleanza militare regionale a provider di sicurezza internazionale, l’UE da potenza economica ad attore stabilizzatore e pacificatore (almeno nel suo vicinato) tramite l’introduzione della PESC e della PESD (poi PSDC). In questa relazione, la NATO ha rappresentato il provider di “hard security”, militare e globale, mentre l’UE l’attore di “soft security”, il “normative power” (Manners, 2002), il “civilian power” (Bull, 1982).

Ad inficiare il rapporto è, però, intervenuto il c.d. “problema della partecipazione” (Simon J. Smith e Carmen Gebhard) causato dalla membership NATO ma non UE della Turchia e dalla membership UE ma non NATO di Cipro. Infatti la Turchia, dopo la firma di Berlin Plus, ha cercato di assicurarsi che nessun futuro membro dell’UE (chiaro riferimento a Cipro) potesse interagire direttamente con la NATO (in quanto membro UE) senza un precedente accordo di sicurezza con essa. L’obiettivo è quello di evitare che Cipro possa accedere a capacità e risorse strategiche che potrebbero compromettere le rivendicazioni (e la presenza) turche nell’isola. Dall’altra parte Cipro ha fatto ricorso a tutte le sue risorse per ostacolare l’ingresso (e in generale qualsiasi forma di integrazione o cooperazione) della Turchia nell’UE.

La realtà dei fatti dimostra un quadro complesso e frammentato: la relazione strategica odierna tra UE e NATO esiste ma al di fuori del framework di Berlin Plus e, quindi, in maniera meno efficiente e unitaria, improntata secondo Simon J. Smith e Carmen Gebhard ad una prevenzione consapevole dei contrasti (“informed deconfliction”). Tale approccio opera costantemente in sub-ottimalità e non è sostenibile nel lungo periodo per gestire la complessità del contesto di sicurezza e difesa in Europa e America.

Per quanto l’UE e la NATO abbiano, quindi, sperimentato una divaricazione tra potenzialità e effettività della loro relazione, il contesto strategico di attività li spinge verso una convergenza, essendo condizionato da simili fattori e simili sfide, tre in particolare: il deterioramento delle relazioni occidentali con la Russia, gli interessi di sicurezza nel Medio Oriente, la minaccia terroristica. Al contrario spinte di allontanamento possono derivare da tre fattori: la presidenza Trump che coaguli internamente l’UE ma isoli esternamente gli USA, la Brexit che scarichi l’UE della presenza ostativa del Regno Unito ma spezzi l’anello di congiunzione tra UE e USA costituito dalla “relazione speciale” anglo-americana, il deterioramento delle relazioni UE-Turchia (membro della NATO e storico pilastro strategico americano).

Lorenzo Termine

Quando è stata creata e perché MOAB la madre di tutte le bombe

AMERICHE/Difesa di

Una crisi come quella che si sta verificando in questi giorni non si vedeva forse da decenni, due delle più grandi potenze militari si fronteggiano apertamente in medio oriente mentre un secondo fronte per gli americani si apre nel pacifico con la Corea del Nord.

In questo specifico momento il mondo viene a conoscenza della più potente delle bombe convenzionali, la madre di tutte le bombe, come viene definita dagli stessi americani che l’hanno lanciata in Afghanistan.

Questo ordigno fu sviluppato nel 2003 per poterla rendere disponibile durante l’operazione “Iraqi freedom” contro Saddam Hussein, per poterlo mettere sotto pressione e indurlo ad una resa.

L’ordigno è realizzato in alluminio, progettato per esplodere in superfice e non per penetrare in profondità è una “bomba intelligente” con munizioni guidate da GPS. Ha pinne stabilizzanti e giroscopi inerziali per il controllo del pitch and roll.

Pesa ben 10.000 kilogrammi! Il MOAB ha una testata di 8,482 Kg nota come BLU-120 / B, che è fatta di H6 – una miscela di ciclotrimetilene trinitramina, TNT e alluminio. È molto grossa, circa 30 metri di lunghezza con un diametro di 40,5 pollici.

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La reazione dei russi non si è fatta aspettare e secondo “globalsecurity.org” l’11 settembre del 2007, l’esercito russo ha annunciato di aver testato il “padre di tutte le bombe”, la più potente munizione a cielo aperto non nucleare del mondo. I russi hanno detto che è quattro volte più potente del MOAB, anche se ha tecnicamente meno esplosivi (7,8 tonnellate rispetto ai 8 tonnellate del MOAB). Il FOAB si dice che utilizzi esplosivi più efficienti, portando l’equivalente di 44 tonnellate di TNT con un raggio d’azione di 300 metri, pari a quello del MOAB.

 Il MOAB è stato usato nei giorni scorsi per colpire delle postazioni dell’ISIS in Afghanistan. L’operazione è stata diretta per una grotta e i complessi sistemi du tunnel dei terroristi nel distretto di Achin della provincia di Nangarhar.

La bomba è stata caricata su un Hercules C-130 e posizionata in una culla su una piattaforma “airdrop” fino a quando l’intera piattaforma è stata tirata fuori dal piano ad un’altitudine elevata da un paracadute drogue, utilizzato per rallentarlo. Una volta in aria, l’arma è stata liberata rapidamente dalla piattaforma per mantenere il suo slancio in avanti. Le alette della griglia si aprirono per stabilizzarla e guidarla al suo bersaglio.

Perché Shinzo Abe renderà omaggio alle vittime di Pearl Harbour

AMERICHE/Asia di

L’alleanza tra Usa e Giappone sembra destinata a rafforzarsi ulteriormente nel prossimo futuro. Il primo segnale era stato l’incontro “franco e cordiale” tra il presidente eletto Trump ed il premier nipponico Shinzo Abe dello scorso 17 novembre, primo meeting informale per l’amministrazione entrante con un capo di governo straniero. Il secondo passo, ben più significativo sul piano simbolico e politico, è l’annuncio della visita di Abe a Pearl Harbour, in concomitanza con le celebrazioni in memoria dell’attacco aereo giapponese sul porto statunitense delle Hawaii, che causò 2400 vittime e spinse gli Usa ad entrare in guerra 75 anni fa, il 7 dicembre del 1941.

La visita, programmata per la fine di Dicembre, si preannuncia come un gesto di portata storica che punta a rafforzare il legame tra i due paesi e ad inaugurare un nuova fase nelle relazioni bilaterali tra le sponde del pacifico. Gli aspetti più concreti e terreni riguardano la necessità giapponese di ridurre le incertezze riguardanti la futura politica statunitense nei confronti del Sol Levante, alimentate dalla sregolata campagna presidenziale di Trump che, tra le altre cose, aveva esortato Tokio a contribuire maggiormente alle spese per le basi militari americane sul suolo giapponese.

La visita culminerà con un incontro al vertice tra il premier nipponico ed il presidente uscente Obama, i prossimi 26 e 27 dicembre, recapitando un chiaro messaggio alla nuova amministrazione: l’alleanza funziona così com’è e non deve essere messa in discussione. Obama e Abe hanno infatti contribuito in modo convinto, in diverse occasioni, a cementare la cooperazione strategica tra i rispettivi paesi. Nel 2015 le linee guida di difesa comune sono state aggiornate e le Forze di Auto-Difesa giapponesi sono state autorizzate ad intervenire a fianco dell’esercito americano nell’ambito di un limitato numero di scenari.

Trump, invece, non è stato tenero con il Giappone durante la recente campagna presidenziale. Dopo aver chiesto più soldi per continuare a garantire la presenza delle basi militari americane nell’arcipelago, il candidato Trump aveva criticato Obama per aver fatto visita ad Hiroshima, nel ruolo di primo presidente americano a rendere omaggio alle vittime del bombardamento nucleare che pose fine alla guerra mondiale nel Pacifico. Secondo Trump, in quell’occasione Obama avrebbe dovuto ricordare anche le vittime dell’attacco giapponese a Pearl Harbour dove “migliaia di vite americane sono andate perdute”.

La prossima visita di Abe servirebbe dunque a compensare il gesto di apertura di Obama e a offrire alla nuova amministrazione l’immagine di un Giappone disposto a guardare al passato con occhi diversi. Secondo l’analista Kent Calder della John Hopkins University, la visita di Abe renderà l’alleanza col Giappone più digeribile per i sostenitori di Trump, facilitando le relazioni future.

Sul fronte nipponico, Abe è sempre sembrato disposto a mettere in discussione quella pagina della storia nazionale, riconoscendo almeno in parte le responsabilità del suo paese. Durante una sessione congiunta del Congresso, lo scorso anno, il primo ministro del Sol Levante ha fatto espresso riferimento, per la prima volta, all’attacco di Pearl Harbour, pur senza offrire scuse ufficiali. Anche in previsione della visita di fine dicembre, la questione delle scuse rimarrà sospesa. Abe intende portare “conforto” alle vittime dell’attacco giapponese di 75 anni fa e rendere omaggio alla loro memoria, ma non è lecito attendersi l’uso di un linguaggio diretto che possa essere letto in patria come la formulazione di scuse pubbliche nei confronti del nemico di allora.

Sul fronte americano, la visita di Abe potrebbe urtare i sentimenti dei reduci e dei parenti delle vittime, una preoccupazione cui l’amministrazione entrante è certamente molto sensibile. Anche Josh Earnest, l’attuale Press Secretary della Casa Bianca, non esclude che la visita giapponese possa amareggiare le vittime dell’attacco, anche a distanza di così tanto tempo. Earnest si dice però fiducioso che in molti metteranno da parte la propria dose di amarezza, riconoscendo la portata storica dell’evento.

La visita si prospetta dunque come un successo per Obama, che cerca di consolidare la propria legacy con una vittoria simbolica e diplomatica nel momento in cui le sue principali conquiste sul fronte internazionale, l’accordo sul nucleare iraniano e il riavvicinamento tra Washington e La Havana, rischiano di essere travolti dall’onda della nuova amministrazione Trump.

A raccoglierne i frutti migliori sarà però Shinzo Abe. La visita servirà al primo ministro per scrollarsi di dosso l’etichetta del revisionista storico, che lo accompagna dal momento della sua elezione e che ne offusca l’immagine in patria e sopratutto all’estero. Fumiaky Kubo, uno storico interpellato dal Japan Time, sostiene che Abe, nonostante la cattiva fama, abbia fatto “più progressi nel percorso di riconciliazione bellica di qualunque altro primo ministro. Questo potrebbe essere un modello di riconciliazione su cui entrambe le parti potrebbero basare i propri sforzi”.

Nel momento in cui il TPP (Partenariato Trans Pacifico) sembra destinato al fallimento e la disputa territoriale sulle isole tra Kamcatka e Hokkaido che contrappone il Giappone alla Russia è ferma su un binario morto, un rafforzamento della partnership con gli USA potrebbe essere quello di cui Abe ha bisogno per rilanciare la sua azione di governo sul teatro internazionale. Anche a costo di annacquare la verve nazionalistica che lo ha sempre caratterizzato.

Il lascito di Fidel Castro

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Il 25 di novembre, Fidel Castro è morto all’età di 90 anni, dopo aver governato l’isola di Cuba dal 1959 al 2008. Come tutti gli uomini che hanno cambiato il corso della storia, il suo operato ha suscitato tanta ammirazione quanto rancore. Cuba ha decretato 9 giorni di lutto nazionale per ricordare il padre della rivoluzione. Le ceneri del líder máximo sono state esposte al Memoriale José Martí all’Havana e percorreranno tutta l’isola fino a Santiago de Cuba, dove si terranno i funerali il 4 di dicembre. E’ importante ricordare chi fu questo personaggio che sconvolse il corso della storia del ‘900 e la cui morte oggi suscita sentimenti contrastanti in tutto il mondo.

Fidel Castro nacque nel 1926 in una famiglia cubana benestante e di origini spagnole. Ciò gli permise di studiare e di interessarsi da subito alla politica ed al diritto. Quando si approcciò a svolgere la professione di avvocato, si scontrò con la dura realtà esistente nell’isola: la povertà immensa ed il potere delle multinazionali statunitensi. Nella sua professione decise di difendere i contadini più poveri che non sempre potevano permettersi di pagare il suo onorario. Questo lo costrinse a vivere grazie all’aiuto economico di amici e compagni nella Cuba della dittatura di Batista. Era un uomo di grandi ideali, ma soprattutto un uomo d’azione. Tentò dunque di realizzare una rivolta il 26 luglio del 1953 con la presa della Caserma Moncada, ma fu una sconfitta e venne incarcerato insieme ad altri compagni. Durante il processo fu egli stesso a pronunciare la sua difesa in un’arringa dal titolo “la Storia mi assolverà”,  dando mostra di una grande capacità oratoria. Si dice che avesse prodotto il testo del suo discorso dopo aver trascorso la notte a leggere “J’accuse”, la celebre opera di Émile Zola sul caso Dreyfus. Più che una difesa, “la Storia mi assolverà” ha, infatti, i connotati di un’accusa al regime cubano.

Durante l’esilio in Messico, Fidel organizzò la rivoluzione. Fu in quella circostanza che conobbe alcuni dei suoi futuri compagni, tra cui Ernesto Guevara. Sul primo colloquio che Fidel intrattenne col “Che”, quest’ultimo disse di esser rimasto colpito dal carisma di Castro e di aver pensato che “sarebbe stato tanto bello e consolatore morire per degli ideali così puri su una spiaggia straniera”. Infatti, in quel momento nessuno pensava che un gruppetto di uomini sarebbe riuscito a rovesciare un regime militare sostenuto dagli Stati Uniti d’America. Se riuscirono nell’impresa fu grazie all’ingegno. In primo luogo, i rivoluzionari sfruttarono i mezzi di comunicazione per far credere all’opinione pubblica mondiale di essere un numero superiore a quello reale, ma soprattutto beneficiarono del sostegno della popolazione che condivideva la loro causa. Inoltre, Fidel scelse la strategia della guerriglia sulle montagne poiché permetteva ad un piccolo gruppo di volontari di fronteggiare un esercito regolare e preparato. La tattica consisteva nell’attaccare a sorpresa obiettivi strategici come le caserme militari, senza coinvolgere la popolazione.

Dopo il trionfo della rivoluzione nel 1959, gli Stati Uniti sembrano essere ben disposti verso il nuovo leader e tentano di negoziare accordi vantaggiosi per mantenere i loro interessi economici nell’isola. Ma Castro non acconsente e nazionalizza le immense proprietà statunitensi sull’isola, che a suo avviso erano la causa della povertà estrema del popolo cubano.

Se la vittoria della rivoluzione cubana ha tutti i connotati di una lotta idealistica e rivoluzionaria non disposta a compromessi, una volta al potere Fidel dovette scontrarsi con la realtà. Gli Stati Uniti decretarono l’embargo economico e tentarono una controrivoluzione con l’invasione della Baia dei Porci. Apparve allora evidente l’impossibilità di sopravvivere per la neonata Cuba sovrana, se non con il sostegno dell’Unione Sovietica. Nella logica della guerra fredda, Mosca aveva interesse ad allearsi con un Paese così geograficamente vicino agli Stati Uniti ed assoggettato fin dall’indipendenza nel 1898 alla sfera di influenza statunitense. Per questo, alla rivoluzione cubana fu consentito sopravvivere. E Castro, pur non condividendo a pieno il modello sovietico, scelse di abbandonare l’idealismo puro per permettere la sopravvivenza dell’esperienza cubana. Tuttavia, ben presto emersero le vere ragioni dell’interessamento sovietico alle sorti di Cuba. La crisi dei missili del 1962 fu un tentativo dell’URSS di ottenere maggior potere negoziale nei confronti degli USA, minacciando di installare testate nucleari a Cuba. Fortunatamente lo scontro tra le due superpotenze fu evitato e l’URSS ottenne lo smantellamento di basi missilistiche in Turchia in cambio della rinuncia ad installare missili a Cuba. Cuba ottenne l’assicurazione di non essere invasa. Castro rimase deluso dall’apprendere di esser stato usato dall’URSS, ma il realismo prevalse e decise di non abbandonare l’alleanza.

La caduta dell’URSS, nel 1989, aprì la fase più critica dell’esperienza rivoluzionaria cubana. Il venir meno del sostegno sovietico alla piccola isola produsse una forte crisi economica. Nel 1990 viene annunciato l’inizio del “periodo speciale”: una serie di misure economiche eccezionali volte a ridurre i consumi di combustibili ed alimenti per permettere che tutta la popolazione potesse continuare ad aver accesso almeno ai beni primari. Un miglioramento significativo si ebbe solo a partire dal 2004. Si trattò di 15 anni molto difficili, in cui il Paese dovette modificare il proprio sistema economico in virtù del venir meno degli scambi commerciali con l’URSS. Le misure introdotte compresero una progressiva apertura all’iniziativa economica privata sull’isola ed agli investimenti stranieri.

Dal punto di vista della politica estera Cuba ha rappresentato fin dagli anni ’60 il punto di riferimento per i movimenti di liberazione nazionale e per la lotta anticoloniale di numerosi popoli dell’America latina e dell’Africa soprattutto. Si pensi alla Bolivia, al Congo e all’Angola tra gli altri. Il sostegno offerto da Cuba a tali movimenti consisteva nell’addestramento dei guerriglieri e nell’invio di consulenti militari. Ma Cuba ha orientato la sua politica estera anche verso missioni di carattere umanitario nei Paesi più poveri del mondo, inviando medici ed offrendo borse di studio per giovani che non potevano accedere all’istruzione scolastica nei loro Paesi.

E’ opportuno ora passare ad un bilancio di quelle che sono state le criticità e conquiste nella politica interna cubana durante il periodo castrista. Le criticità sono relative alle limitazioni del diritto di proprietà, dell’iniziativa imprenditoriale ed alla impossibilità per gli oppositori politici di partecipare a libere elezioni. Molti oppositori al regime cubano, o semplicemente cittadini che non si rispecchiavano nella visione socialista dello Stato e stufi delle privazioni materiali sopportate per il fine superiore della sovranità statale, hanno deciso negli anni di lasciare il Paese. L’embargo ha strozzato l’economia della piccola isola fin dagli anni ’60 e l’attrazione verso il benessere proposto dalle economie capitaliste è stato forte per parte della popolazione cubana. La libertà individuale è anche libertà di scegliere in quale sistema economico riconoscersi e condurre la propria vita. In questo, senso il regime cubano non ha lasciato spazio a quella componente della popolazione che avrebbe desiderato un sistema diverso. Il sistema cubano, dal canto suo, ha ottenuto grandi conquiste dal punto di vista assistenziale e sociale. Il sistema sanitario ha raggiunto livelli di eccellenza ed è completamente gratuito. Anche l’istruzione è completamente gratuita fino all’Università e di ottimo livello. Veniamo al punto cruciale: la forma di governo cubana non è un regime parlamentare rappresentativo, bensì un regime socialista. Vi è un partito unico nel Paese e la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche avviene attraverso l’elezione di un’Assemblea del potere popolare. Si tratta di scelte che non possono, tuttavia, mettere in discussione la natura socialista dello Stato. Su tali modalità sono state innumerevoli le critiche mosse, poiché si ritiene non siano idonee a garantire l’effettivo esercizio della sovranità da parte del popolo cubano. A tale proposito Aleida Guevara, medico cubano e figlia del Che, ha affermato: “non ci aspettiamo che comprendiate o condividiate il nostro modo di concepire l’organizzazione dello Stato, ma vi chiediamo di rispettarlo”.

In definitiva, Castro ha cambiato il corso della storia di Cuba ed ha rappresentato un esempio per i popoli soggetti a regimi coloniali o a nuove forme di colonialismo. Il suo operato ha fatto apparire possibile liberarsi dal giogo coloniale in modo effettivo, ed intraprendere una via nazionale allo sviluppo del proprio Paese. Non tutti ne condividevano la scelta socialista, ma senza dubbio ammiravano la forza con cui Cuba si è opposta allo sfruttamento neo-coloniale. L’impatto dell’operato di Castro è stato di ordine mondiale. Se in vita è stato aspramente criticato da diversi schieramenti politici, oggi viene riconosciuto anche il merito del suo operato dai principali mezzi di comunicazione. Allora quello su cui dobbiamo interrogarci oggi è se la Storia ha assolto quest’uomo dalle accuse che gli sono state mosse in vita, e la risposta è rimessa alla coscienza di ognuno di noi.

Elezioni usa: incognite e attese all’alba dell’era Trump

AMERICHE/POLITICA di

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane ha suscitato, negli Usa e nel mondo, sensibili preoccupazioni, data la totale “verginità” politica del neoeletto e gli argomenti “politicamente scorretti”, a più riprese utilizzati durante la corsa verso la Casa Bianca.    Abbiamo assistito, nelle ultime settimane, alle manifestazioni di protesta popolare che si sono svolte negli Stati Uniti, un fenomeno cui non eravamo abituati, in quelle dimensioni e con quell’intensità di esasperazione, nei confronti dell’elezione di un Presidente di quel grande paese.    Anche in Europa si avverte il timore diffuso di una nuova era della politica americana che possa compromettere il rapporto di collaborazione e di alleanza strategica che finora si è sviluppato tra le due sponde settentrionali dell’Atlantico.    Incombe lo spettro di un tendenziale disinteresse verso il destino dell’Unione Europea.    Al tempo stesso, taluni osservatori ipotizzano la rinuncia ad un certo interventismo nelle crisi più gravi che minacciano il pianeta e un rapporto preferenziale con la Russia di Putin.

Tanto nelle cancellerie degli stati, quanto negli establishment dei partiti, l’outsider, l’uomo nuovo, estraneo agli schemi consueti della politica, incute sempre una certa diffidenza ed inquietudine, soprattutto quando linguaggio e programmi si rivelino decisamente stonati, rispetto alle posizioni comunemente espresse dalle leadership “professionali”.    E verso Trump non  si registra, peraltro, solo la normale perplessità che suscita il nuovo ed il “diverso”, il neoeletto ci ha sicuramente messo del suo, nel corso della campagna presidenziale e un po’ anche dopo, per evidenziare una “controtendenza”, nei confronti di posizioni e di schemi ormai consolidati.    L’allungamento del muro con il Messico, il respingimento dei clandestini, il processo alla sua rivale Hillary, la promessa abrogazione dell’Obamacare, il contrasto delle pratiche abortive, una certa diffidenza verso gli islamici sono temi che dividono inevitabilmente l’opinione pubblica  e suscitano allarme e repulsione in vasti settori della stessa, negli Stati Uniti e fuori.      La stessa immagine personale del tycoon neoeletto è stata pesantemente compromessa da battute poco edificanti sul genere femminile, riemerse negli ultimi giorni della campagna elettorale.    Ma i più “allarmati” devono tenere comunque conto che l’assetto costituzionale degli Stati Uniti prevede forme di controllo e di contrappeso che non consentono a un Presidente di discostarsi sensibilmente dall’operato dei predecessori, soprattutto su valori fondamentali della convivenza derivanti dai principi della democrazia e dello stato di diritto.     Occorre pur sempre una vigilanza costante dell’opinione pubblica e dei media, perché, in alcuni frangenti di panico e di emergenza, si possono sempre annidare tentazioni “elusive” delle conquiste di civiltà e del rispetto dei diritti umani e delle minoranze.    Questi rischi si corrono soprattutto, quando la cultura, la tensione etica che ha favorito e promosso queste conquiste, venga posta in discussione o relegata in una condizione di marginalità.    Ecco, su questo Trump dovrà dare dei segnali chiari, rasserenando quella parte di America che appare profondamente turbata dalla sua elezione.    Già in queste settimane successive all’election day, l’approccio del Presidente eletto sui temi principali del suo programma politico sembra un po’diverso e più cauto, rispetto ai toni di una campagna elettorale fin troppo aggressiva e conflittuale.   Ci sono poi i contrappesi (Congresso, Corte Suprema, in particolare) che costituiscono una solida garanzia.    Ma i segnali di moderazione, negli obiettivi e nella scelta dei collaboratori, sarebbero utili a rassicurare l’opinione pubblica interna e la comunità internazionale.

Questo vale per le politiche migratorie, la riforma sanitaria – lasciando comunque una forma di copertura per i più poveri -, la sicurezza e il rispetto di etnie, culture e religioni, Islam in particolare, distinguendo nettamente tra la professione di questa fede e i fenomeni eversivi e terroristici che, arbitrariamente, nel suo nome scatenano violenze efferate e conflitti.       Il voto a Trump è stato soprattutto un voto “contro”, di protesta nei confronti dell’establishment dominante, ha evidenziato la frustrazione della classe media, legata alla crisi economica, alla riduzione dei salari e dei posti di lavoro, anche a causa della delocalizzazione produttiva.   Un voto ispirato dall’insofferenza verso la vecchia classe politica – repubblicana e democratica – più che da fondate aspettative nei confronti del vulcanico candidato “outsider” e delle sue promesse.    Ma è stato anche un voto di accorata esortazione verso il cambiamento !!   Gli obiettivi di politica economica del tycoon catapultatosi in politica sollecitano l’ansia di riscatto di quell’America che non si sente più rappresentata dalle élites tradizionali: investimenti nelle infrastrutture (strade, ponti, aeroporti), la promozione e l’agevolazione degli insediamenti produttivi sul territorio nazionale, una certa dose di protezionismo, dalla Cina o da altri  “giganti” economici stranieri.    E, soprattutto, un consistente taglio di tasse, non semplice da realizzare con una maggioranza del suo stesso partito, nei due rami del Congresso, che però sembra preferire i tagli di bilancio.  Difficile conciliare una politica espansiva di investimenti, con la riduzione delle entrate fiscali e con l’orientamento repubblicano per i tagli di spesa.    Vedremo, in questi anni, se la ricetta funzionerà, anche a dispetto di queste criticità.     Di fronte ai fenomeni nuovi che si impongono nello scenario storico-politico, occorre sempre abbinare  ad un sano e controllato scetticismo una certa dose di fiducia e di ottimismo, confidando nelle risorse della democrazia, del pluralismo, delle forme possibili di controllo popolare.    A volte, le apparenze iniziali e i pregiudizi ingannano.      Forse non c’è un’evidente analogia, ma la vittoria di Trump mi ha ricondotto, con la memoria, a quella di Ronald Reagan su Jimmy Carter, nel 1980.   Certamente altri tempi e altra storia, molte differenze, Reagan era già un politico a pieno titolo, ex Governatore dello Stato più popoloso dell’Unione, la California e non così  “politicamente scorretto” nel linguaggio, come si è rivelato Trump, nella campagna elettorale.  Ma anche lui era considerato troppo conservatore – si era appena concluso il decennio dei “Settanta”, segnato dall’egemonia culturale di una certa sinistra intellettuale -, anche lui un poco “outsider”, per i suoi trascorsi di attore, anche lui non era molto amato dall’establishment del Partito Repubblicano – il suo partito, come nel caso di Trump – ed era ritenuto poco esperto nel campo della politica internazionale, forse perché l’approccio appariva, in qualche misura, semplicistico e approssimativo.    Eppure, nel corso dei suoi due mandati (1981-1989), si rivelò uno dei più grandi presidenti, tanto in politica interna, quanto nelle strategie internazionali e la stessa caduta del comunismo nell’Europa orientale (“Mr. Gorbaciov, tear down this wall !”), quanto la fine della Guerra Fredda possono ritenersi un effetto indotto delle sue scelte politiche.    E ancora oggi è la vera icona, l’uomo – simbolo, di quel Partito Repubblicano che all’epoca non sembrava del tutto persuaso del suo valore.       Riguardo a Trump…, staremo a vedere…, fiduciosi e senza inutili pregiudizi, rispettando il risultato elettorale.

Di fondamentale importanza deve ritenersi la scelta dei componenti dello staff, collaboratori, consiglieri, ministri.    Questo vale soprattutto per un Presidente privo di esperienza politica.  E’ all’interno della squadra che, in genere, maturano le decisioni importanti.

Nello scenario internazionale, sarà necessario, a mio giudizio, assegnare la priorità alla ricostituzione degli Stati falliti – Siria e Libia, in particolare –, fonte di tensione e di instabilità.   E, soprattutto, chiudere il conflitto siriano, con la catastrofe umanitaria che quotidianamente produce, in termini di vittime, sofferenze e migrazioni di massa.      La maggiore apertura verso Putin dovrebbe spingere Trump verso una “distensione costruttiva”, superando il clima di revival di Guerra Fredda che si è determinato negli ultimi anni e realizzando una forma di cooperazione finalizzata soprattutto alla pacificazione della Siria.   Una cooperazione che includa a pieno titolo un’Europa  che appare oggi priva  della necessaria coesione e, soprattutto, di una leadership forte e rappresentativa delle diverse sensibilità, nella trepidante attesa dell’esito delle urne in Francia e Germania.     Ma la sfida deve essere raccolta, rilanciando la politica estera e di sicurezza comune.   Le divisioni e contraddizioni potrebbero, infatti, diventare il pretesto per una marginalizzazione della costruzione comunitaria, stretta tra i due “giganti” – non particolarmente “europeisti” – dello scenario mondiale.

L’incerto futuro delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti

AMERICHE/BreakingNews di

Negli ultimi due anni, le relazioni tra Cuba e Stati Uniti sono migliorate significativamente. L’amministrazione Obama ha condotto una serie di proficui negoziati nel corso dell’ultimo mandato presidenziale. I principali punti della politica estera del Presidente Barack Obama verso Cuba sono stati: la storica ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, gli sforzi per far cessare l’embargo economico e l’impegno a chiudere la prigione di Guantanamo. Tuttavia, questo periodo di riconciliazione tra i due Paesi è oggi minacciato dall’incertezza della posizione che assumerà al riguardo il prossimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Cuba e Stati Uniti ruppero le relazioni diplomatiche nel 1961, dopo che i rivoluzionari guidati da Fidel Castro presero il potere nel 1959. Tale decisione fu influenzata principalmente dal fatto che il nuovo governo cubano nazionalizzò tutte le imprese e proprietà statunitensi presenti sull’isola. Come conseguenza, dal 1960 il governo statunitense adottò progressive sanzioni economiche contro Cuba.

Nel 2014, dopo un periodo di negoziati bilaterali, Obama e Raúl Castro hanno annunciato la volontà di ripristinare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. In tale occasione i due leader hanno anche raggiunto un accordo per lo scambio di prigionieri. I negoziati sono stati incoraggiati da Papa Francesco.

Nell’aprile 2015, il Presidente Obama e Raúl Castro si sono incontrati al Summit delle Americhe di Panama. Per la prima volta dal 1961 i capi di Stato di Cuba e Stati Uniti hanno avuto modo di incontrarsi di persona. Infine, nel luglio 2015 Cuba e Stati Uniti hanno ripristinato le relazioni diplomatiche ed aperto ambasciate in entrambi i Paesi. Il riavvicinamento è stato poi coronato dalla visita formale di Obama a Cuba avvenuta nel marzo 2016.

Ciò nonostante, vi sono ancora dei problemi irrisolti tra i due Paesi. Il primo e più difficile problema da risolvere è senza dubbio l’embargo. Il blocco economico verso l’isola è stato parzialmente rimosso dall’amministrazione Obama, la quale ha ripristinato i voli commerciali tra i due Paesi, rimosso i divieti di viaggio, nonché le restrizioni sulle rimesse e i servizi bancari. Tuttavia, Obama non ha potuto abolire completamente l’embargo a causa dell’opposizione del Congresso, il quale deve necessariamente approvare la misura. Un altro problema irrisolto nei negoziati tra Stati Uniti e Cuba riguarda la prigione di Guantanamo. Il carcere è stato aperto nel 2002 su una porzione del territorio cubano, che era stato occupato dagli Stati Uniti fin dal 1903 come compenso per aver sostenuto Cuba nella guerra di indipendenza contro i coloni spagnoli. Cuba ha poi rivendicato il territorio di Guantanamo dal trionfo della rivoluzione. Obama ha promesso di chiudere la prigione di Guantanamo perché l’opinione pubblica e diverse organizzazioni hanno protestato per le violazioni di diritti umani che in essa avevano luogo. Nella prigione in questione, persone sospettate di terrorismo venivano incarcerate a seguito degli attacchi terroristici del 2001, senza avere accesso ad un giusto processo. Anche se Obama ha trasferito gran parte dei prigionieri in altri luoghi, assicurando il rispetto dei loro diritti, ad oggi non ha ancora potuto chiudere la prigione.

La recente elezione del Presidente Donald Trump, avvenuta l’8 di novembre, influenzerà molto probabilmente le relazioni tra i due Paesi. Anche se il modo in cui la situazione cambierà non è ancora sufficientemente chiaro. Trump, infatti, non ha espresso una chiara posizione sulla questione cubana, limitandosi a criticare l’accordo raggiunto da Obama con l’isola caraibica e sostenendo che tenterà di rinegoziare un nuovo accordo più vantaggioso. D’altro canto va menzionato il fatto che, durante la campagna elettorale, Trump è stato apertamente accusato di aver violato l’embargo economico contro Cuba alcuni anni fa, avendo inviato dei manager della sua società a Cuba per verificare se vi fossero condizioni per poter fare affari sull’isola.

Il premier Giapponese si fida di Trump

AMERICHE/Asia di

“Sono convinto che Trump sia un leader affidabile”. Dopo l’incontro di giovedì nella Trump Tower di Manhattan, il premier giapponese Shinzo Abe, primo leader mondiale ad incontrare il presidente-eletto Trump, si è detto certo che la nuova amministrazione americana si dimostrerà un partner affidabile per il suo paese. Di fronte ai cronisti il premier giapponese ha definito come “franco e sincero” il suo incontro con Trump.  “Il colloquio – ha dichiarato – mi ha convinto che possiamo costruire una relazione di fiducia reciproca.”

Probabilmente il governo giapponese sperava in una vittoria di Hillary Clinton alle elezioni americane dello scorso 8 novembre, anche in ragione delle dichiarazioni poco rassicuranti fatte da Trump in campagna elettorale. Abe aveva registrato con un certo allarme alcune affermazioni del candidato Trump circa la necessità per il Giappone di contribuire maggiormente, in termini economici, all’assistenza delle truppe americane sul suolo nipponico e di dotarsi di un arsenale nucleare come deterrente alle minacce della Corea del Nord. Un altro punto problematico emerso durante la campagna elettorale riguarda l’opposizione dichiarata da Trump all’accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica, su cui invece il governo giapponese ha fortemente puntato. Abe ha dunque voluto incontrare Trump per esprimere le proprie preoccupazioni e, al contempo, ribadire l’impegno del suo governo per rafforzare l’alleanza con gli USA, oggi più che mai centrale per il Giappone in termini diplomatici e strategici, soprattutto per contenere la Cina e le sue mire egemoniche sull’area del pacifico.

Il premier Abe non ha però fornito troppi particolari sui contenuti del colloquio. Sostanzialmente si è trattato di un incontro preliminare, di reciproca conoscenza, nel quale i due leader hanno evitato di scendere nel dettaglio. E’ stato però concordato che dopo il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, verrà concordato un nuovo incontro per “coprire un’area più vasta di questioni in modo più approfondito”. “Ogni ulteriore approfondimento – ha ribadito Kellyanne Conway, influente membro del team elettorale di Trump – circa le relazioni politiche tra Giappone e Stati uniti dovrà attendere fino al momento dell’inaugurazione (della nuova amministrazione)”.

Sembra comunque che l’incontro sia servito a ridimensionare le preoccupazioni giapponesi sulle future iniziative del nuovo presidente USA sullo scacchiere asiatico. Katsuyuki Kawai, consigliere del presidente Abe, ha incontrato a Washington diversi membri del transition team e alcuni legislatori, ricevendo rassicurazioni sul futuro delle relazioni USA-Giappone. “Non dobbiamo prendere ogni parola pronunciata pubblicamente dal sig. Trump in senso letterale”, ha dichiarato dopo il tour di colloqui.

L’incontro, nelle dichiarazioni dei protagonisti, è dunque servito a ribadire la solidità del legame tra i due alleati. Alcuni analisti considerano però prematura l’iniziativa del primo ministro giapponese, dal momento che Trump non ha ancora assunto ufficialmente la presidenza ed è completamento assorbito dalla formazione della propria squadra di governo. Koichi Nakano, politologo della Sophia Univesrity intervistato dalla CNN, ha espresso il suo scetticismo sulla mossa di Abe: “Cosa ci vuole guadagnare? Non ne ho idea. Non ha neanche parlato con un vero presidente, allo stato attuale”.

Meno categorico Jeffrey Kingston, direttore del dipartimento di Studi Asiatici alla Japan’s Temple University, che, interpellato nuovamente dalla CNN, ha dato una lettura positiva del colloquio, quanto meno dal punto di vista del primo ministro giapponese. Secondo Kingston infatti, Abe avrebbe una particolare simpatia per una certa categoria di leader, alla quale lo stesso Trump rischia di appartenere. “Se guardiamo alle figure che Abe ammira, a livello mondiale, vediamo che gli piacciono i leader forti come Putin, Modi e Erdogan, quelli che anno tendenze dispotiche”.

Al di là delle simpatie personali, la nuova amministrazione Trump dovrà guardare con grande attenzione all’Asia nei prossimi anni e si troverà a fronteggiare una Cina sempre più forte. In tale contesto l’alleanza col Giappone rivestirà un ruolo strategico ed imprescindibile.

Gli Stati Uniti cambiano direzione sotto la Presidenza Trump

AMERICHE di

L’8 di novembre il popolo statunitense ha eletto il repubblicano Donald Trump come prossimo Presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, i risultati elettorali hanno preso alla sprovvista quasi tutti. La vittoria di Donald Trump è stata assolutamente inaspettata, soprattutto perché i sondaggi avevano previsto il successo di Hillary Clinton. In ogni caso, i risultati elettorali mostrano un Paese profondamente diviso tra due opposte visioni dell’America e opposte idee sul ruolo che gli Stati Uniti dovrebbero svolgere sul piano delle relazioni internazionali. Per comprendere perché gli statunitensi hanno eletto Donald Trump a dispetto delle previsioni, sarà utile esaminare le sue proposte di politica interna oltre a quelle di politica estera.

La politica interna di Donald Trump può essere sintetizzata nello slogan “Make America great again”. Trump ha svolto la sua campagna elettorale concentrandosi sulla classe lavoratrice ed enfatizzando l’idea che l’America abbia un grande potenziale che non è stato a pieno utilizzato fin’ora. Secondo Trump, le ragioni di tale situazione sono da riscontrarsi nell’eccessivo sviluppo dell’economia finanziaria a scapito di quella reale. L’economia reale sostiene la crescita economica e rende possibile un miglioramento del benessere, mentre l’economia finanziaria è considerata responsabile della bolla immobiliare, che è esplosa nel 2007. Trump si è riferito ai suoi sostenitori definendoli un grande movimento, volenteroso di cambiare l’America. La sua retorica è stata considerata come populismo da gran parte del Paese, tuttavia la maggioranza ha visto in essa un modo per sentirsi in potere di cambiare le sorti dell’America. Secondo alcuni esperti, i votanti hanno preso posizione contro l’establishment. Il rifiuto della classe politica tradizionale non è un fenomeno isolato nello scenario internazionale come abbiamo potuto osservare in occasione del referendum sulla Brexit, oltre che nei recenti risultati elettorali in diversi Paesi europei. I principali strumenti per ridare grandezza all’America, secondo Trump, sono i tagli alle tasse per le imprese, misure più restrittive sull’immigrazione e leggi inflessibili contro criminali e terroristi. Il taglio delle tasse è pensato per sostenere la crescita economica aiutando le imprese a restare negli Stati Uniti invece di delocalizzare la produzione all’estero. La posizione di Trump sull’immigrazione è stata largamente criticata, poiché ha proposto di costruire un muro al confine con il Messico e di espellere tutti gli stranieri irregolari che risiedono negli Stati Uniti. Infine, la sua posizione sui criminali ed i terroristi è stata considerata razzista da gran parte dei cittadini americani. In particolare, Trump ha proposto di introdurre leggi stringenti e rafforzare i poteri della polizia per risolvere il problema della conflittualità razziale negli USA. Tuttavia, questo tipo di misure preoccupa la popolazione afroamericana che è stata protagonista di numerose proteste durante l’ultimo anno poiché si sente discriminata dalla polizia. La durezza della posizione di Donald Trump in merito alla questione razziale potrebbe portare ad incrementare la conflittualità già esistente tra il governo e le comunità afroamericane.

Passiamo ora ad analizzare la politica estera di Donald Trump. Il suo progetto può essere identificato nell’espressione “isolazionismo”. Per quanto riguarda le relazioni economiche con altri Paesi, Trump vorrebbe introdurre misure protezionistiche, poiché ritiene che i problemi economici degli USA siano principalmente dovuti al processo di globalizzazione. Non si tratta di una posizione isolata se pensiamo al Regno Unito che probabilmente negozierà l’uscita dal Mercato Unico Europeo. L’idea di focalizzarsi sui problemi interni degli USA, piuttosto che realizzare interventi militari in tutto il mondo, è l’argomento di politica estera che ha convinto maggiormente gli elettori. Gli statunitensi non comprendono le ragioni del consistente coinvolgimento degli USA in Medio Oriente come in altre parti del mondo, anche perché non percepiscono alcun vantaggio diretto da tali operazioni. Trump ha sostenuto, durante la sua campagna, che gli USA dovrebbero spendere meno soldi nel finanziare la NATO e gli interventi all’estero, concedendo maggiore indipendenza militare ai loro alleati ed usando il denaro per migliorare lo standard di vita americano. Tale isolazionismo in politica estera porta ad alcune importanti conseguenze. In primo luogo, le relazioni con l’UE cambieranno, in campo militare ma anche nel settore economico. Infatti, Trump ha espresso la sua opposizione al Trattato di Partenariato Transatlantico sul commercio e gli investimenti, che dovrebbe essere firmato tra l’UE e gli USA. Ciò nonostante, il più importante cambio nelle relazioni internazionali sarebbe dato da un mutamento di attitudine verso la Russia. Dal canto suo, il Presidente Putin ha subito espresso la sua volontà di ripristinare relazioni amichevoli con gli Stati Uniti. La principale conseguenza di una riconciliazione tra gli USA e la Russia sarebbe un possibile accordo sulle crisi in Siria ed in Ucraina. La stabilizzazione del Medio Oriente, oltre alla soluzione della crisi in Ucraina, allontanerebbe la minaccia di uno scontro diretto tra Russia e Stati Uniti. D’altro canto, le future relazioni con la Cina sono incerte. Trump ha fatto alcune dichiarazioni contro la strategia economica cinese ed ha espresso la volontà di essere più economicamente indipendente dalla Cina. Tuttavia, dobbiamo tenere a mente che la Cina possiede la maggior parte del debito statunitense. Un altro aspetto della politica estera di Trump, in grado di influenzare tutto il mondo, è la scelta di rispettare o meno l’accordo sul cambio climatico negoziato a Parigi lo scorso anno ed entrato in vigore pochi giorni fa. Infine, non è chiaro se Trump proseguirà nella riconciliazione con l’Iran e se rispetterà l’accordo sul nucleare concluso lo scorso anno con tale Paese.

In conclusione, è ancora troppo presto per fare previsioni su come gli Stati Uniti e le loro relazioni con il resto del mondo cambieranno. La questione dipende fondamentalmente dal fatto che Trump  rispetti o meno il programma elettorale. Secondo le sue prime dichiarazioni, tuttavia, sembra che l’intenzione sia quella di moderare alcuni punti controversi del programma elettorale (si veda la posizione sulla questione razziale, sugli omosessuali e sui musulmani). Trump ha annunciato la volontà di collaborare con l’amministrazione Obama per preservare le maggiori conquiste ottenute negli ultimi 8 anni. Obama, da parte sua, ha manifestato il proprio sostegno al nuovo Presidente ed ha dichiarato che farà tutto il necessario per aiutarlo a svolgere in modo soddisfacente il proprio mandato.

L’incerto futuro delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti

AMERICHE di

Negli ultimi due anni, le relazioni tra Cuba e Stati Uniti sono migliorate significativamente. L’amministrazione Obama ha condotto una serie di proficui negoziati nel corso dell’ultimo mandato presidenziale. I principali punti della politica estera del Presidente Barack Obama verso Cuba sono stati: la storica ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, gli sforzi per far cessare l’embargo economico e l’impegno a chiudere la prigione di Guantanamo. Tuttavia, questo periodo di riconciliazione tra i due Paesi è oggi minacciato dall’incertezza della posizione che assumerà al riguardo il prossimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Cuba e Stati Uniti ruppero le relazioni diplomatiche nel 1961, dopo che i rivoluzionari guidati da Fidel Castro presero il potere nel 1959. Tale decisione fu influenzata principalmente dal fatto che il nuovo governo cubano nazionalizzò tutte le imprese e proprietà statunitensi presenti sull’isola. Come conseguenza, dal 1960 il governo statunitense adottò progressive sanzioni economiche contro Cuba.

Nel 2014, dopo un periodo di negoziati bilaterali, Obama e Raúl Castro hanno annunciato la volontà di ripristinare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. In tale occasione i due leader hanno anche raggiunto un accordo per lo scambio di prigionieri. I negoziati sono stati incoraggiati da Papa Francesco.

Nell’aprile 2015, il Presidente Obama e Raúl Castro si sono incontrati al Summit delle Americhe di Panama. Per la prima volta dal 1961 i capi di Stato di Cuba e Stati Uniti hanno avuto modo di incontrarsi di persona. Infine, nel luglio 2015 Cuba e Stati Uniti hanno ripristinato le relazioni diplomatiche ed aperto ambasciate in entrambi i Paesi. Il riavvicinamento è stato poi coronato dalla visita formale di Obama a Cuba avvenuta nel marzo 2016.

Ciò nonostante, vi sono ancora dei problemi irrisolti tra i due Paesi. Il primo e più difficile problema da risolvere è senza dubbio l’embargo. Il blocco economico verso l’isola è stato parzialmente rimosso dall’amministrazione Obama, la quale ha ripristinato i voli commerciali tra i due Paesi, rimosso i divieti di viaggio, nonché le restrizioni sulle rimesse e i servizi bancari. Tuttavia, Obama non ha potuto abolire completamente l’embargo a causa dell’opposizione del Congresso, il quale deve necessariamente approvare la misura. Un altro problema irrisolto nei negoziati tra Stati Uniti e Cuba riguarda la prigione di Guantanamo. Il carcere è stato aperto nel 2002 su una porzione del territorio cubano, che era stato occupato dagli Stati Uniti fin dal 1903 come compenso per aver sostenuto Cuba nella guerra di indipendenza contro i coloni spagnoli. Cuba ha poi rivendicato il territorio di Guantanamo dal trionfo della rivoluzione. Obama ha promesso di chiudere la prigione di Guantanamo perché l’opinione pubblica e diverse organizzazioni hanno protestato per le violazioni di diritti umani che in essa avevano luogo. Nella prigione in questione, persone sospettate di terrorismo venivano incarcerate a seguito degli attacchi terroristici del 2001, senza avere accesso ad un giusto processo. Anche se Obama ha trasferito gran parte dei prigionieri in altri luoghi, assicurando il rispetto dei loro diritti, ad oggi non ha ancora potuto chiudere la prigione.

La recente elezione del Presidente Donald Trump, avvenuta l’8 di novembre, influenzerà molto probabilmente le relazioni tra i due Paesi. Anche se il modo in cui la situazione cambierà non è ancora sufficientemente chiaro. Trump, infatti, non ha espresso una chiara posizione sulla questione cubana, limitandosi a criticare l’accordo raggiunto da Obama con l’isola caraibica e sostenendo che tenterà di rinegoziare un nuovo accordo più vantaggioso. D’altro canto va menzionato il fatto che, durante la campagna elettorale, Trump è stato apertamente accusato di aver violato l’embargo economico contro Cuba alcuni anni fa, avendo inviato dei manager della sua società a Cuba per verificare se vi fossero condizioni per poter fare affari sull’isola.

 

 

Lorenzo Termine
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