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Francia e Tunisia presentano una proposta di risoluzione ONU sul Covid-19, nuovi contrasti USA-Cina

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La Francia e la Tunisia hanno esortato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad adottare una risoluzione per un immediato “cessate il fuoco” nei principali conflitti mondiali, permettendo ad ogni Paese di affrontare la diffusione della pandemia da Coronavirus.

La Francia è uno dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, mentre la Tunisia si colloca tra i 10 membri eletti.

L’appello delle due Nazioni arriva dopo lunghe settimane di negoziati che hanno paralizzato l’organo ONU, nella speranza di ottenere l’approvazione di quella che sarebbe la prima risoluzione emessa dal Consiglio dallo scoppio della pandemia da Covid-19.

Il voto, tuttavia, rischia di essere sospeso a causa della disputa tra Cina e Stati Uniti sull’inclusione di un riferimento al ruolo all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel documento franco-tunisino.

Secondo fonti diplomatiche del Palazzo di Vetro, Pechino sostiene con forza l’azione dell’OMS, e ritiene necessaria una menzione del ruolo dell’Agenzia ONU nella lotta al Covid-19 nella risoluzione da approvare. Washington, contraria su questo punto, insiste invece maggiormente sull’importanza del concetto di trasparenza nei dati relativi alla pandemia.

Dall’inizio di aprile il Presidente statunitense Donald Trump ha infatti sospeso i finanziamenti all’OMS, accusando l’Agenzia sanitaria ONU di non essere riuscita ad impedire la diffusione del virus partito da Wuhan , e deve quindi essere ritenuta responsabile della conseguente pandemia. In particolare, Trump accusa l’organizzazione di aver “coperto” i ritardi e le inefficienze cinesi nella diffusione del Covid-19 nel mondo, dimostrando eccessiva vicinanza alla Cina. 

 

I rappresentanti dei 15 Paesi del Consiglio di Sicurezza hanno avuto un incontro privato martedì 5 maggio, con l’obiettivo di discutere del progetto di risoluzione franco-tunisino per una tregua umanitaria.

L’ambasciatore ONU in Francia, Nicolas de Rivière, ha parlato di una “good discussion”, dimostrando ottimismo su una rapida presa di posizione dell’organo ONU.

Positiva è stata anche l’impressione dall’ambasciatore delle Nazioni Unite in Tunisia Kais Kabtani, il quale ha dichiarato di avere fiducia nello “spirito di compromesso dei membri del Consiglio”.

 

Sulla stessa linea è il Segretario Generale Antonio Guterres, il quale dopo aver chiesto un “cessate il fuoco” in tutti i conflitti globali lo scorso 23 marzo, nei giorni scorsi ha dichiarato di auspicare che il Consiglio riesca a superare l’impasse iniziale ed adottare una risoluzione per rendere concreto l’appello alla cessazione dei conflitti.

Dall’inizio della pandemia mondiale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha già approvato due risoluzioni che riflettono l’orientamento degli Stati membri, ma che mancano di un carattere giuridicamente vincolante. Una ha riconosciuto “gli effetti senza precedenti” della pandemia ed ha chiesto “una cooperazione internazionale intensificata per contenere, mitigare e sconfiggere” il nuovo coronavirus. L’altra ha invece sollecitato un’azione globale per incrementare lo sviluppo, la produzione e l’accesso a medicinali, vaccini e attrezzature mediche, necessarie per far fronte alla pandemia.

 

Haftar si autoproclama leader della Libia: “Sono alla guida del Paese”

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Nella serata di ieri il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, si è autoproclamato capo della Libia nel corso di una dichiarazione alla tv al-Hadath, affermando di accettare il mandato del popolo libico per occuparsi del Paese.

 

Il mio esercito nazionale libico (LNA) è orgoglioso di ricevere questo mandato di svolgere un compito storico, governare la Libia”. Accettiamo il mandato della volontà popolare e la fine dell’accordo di Skhirat“, firmato in Marocco sotto l’egida dell’ONU, che avrebbe dovuto mettere fine alla guerra nel Paese.

 

L’accordo in questione, già più volte rigettato da Haftar, venne concluso nel 2015 stabilendo la creazione di un governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dalla Comunità internazionale. Tale patto, secondo Haftar, ha distrutto il Paese, portandolo verso “insidie pericolose” e, pertanto, ora sarà il popolo libico ad affidare il mandato a coloro che riterrà più degni per guidare la Libia.

 

Finora Haftar aveva rivendicato la sua legittimità a combattere da parte dei cittadini della Cirenaica, nell’Est del paese, ma ora ha lasciato intendere di poter contare anche sull’appoggio del resto del paese, anche se non ha specificato nessun dettaglio riguardo a tale sostegno.

Le sue forze, secondo quanto dichiarato, metteranno in campo “le condizioni necessarie per costruire le istituzioni permanenti di uno stato civile”. Tuttavia, sia l’ambasciata Usa nel Paese, sia un rappresentante delle Nazioni Unite, hanno respinto la sua dichiarazione unilaterale, invitando nuovamente Haftar a trattare con al-Serraj a partire da un cessate il fuoco per il Ramadan.

La prima reazione del governo di Tripoli alla dichiarazione di Haftar viene dal Consigliere del Governo di Accordo Nazionale Mohammed Ali Abdallah, che ha respinto seccamente le affermazioni di Haftar, sottolineando come il suo discorso appaia come quello di un “uomo disperato e sconfitto”.

Alcuni osservatori ONU descrivono la dichiarazione di Haftar come una mossa disperata di chi si considera ormai vicino alla sconfitta.

In effetti, l’operazione “Tempesta di pace” lanciata dal governo tripolino il 25 marzo in risposta agli attacchi dell’LNA, ha consentito alle forze di Al-Serraj di riprendere il controllo di numerose aree strategiche ad Ovest di Tripoli, tra cui Sabrata, Sorman, Mitrid e al-Aljilat, mettendo in seria difficoltà Hafar.

Ora a Bengasi e nei centri maggiori si temono scontri e disordini, nuove turbolenze in un contesto già estremamente precario, a cui si aggiunge, nelle ultime settimane, la lotta alla diffusione del Covid-19.

 

UE-Libia: Al-Serraj rifiuta la nuova missione Irini

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Il Presidente del Governo di Accordo Nazionale Libico (GNA), Fayez al-Serraj, ha annunciato la sua volontà di rigettare la neo-nata Missione UE nel Mediterraneo denominata Irini, dal greco “pace”.  La nuova operazione post-Sophia era stata lanciata agli inizi di aprile con il mandato di monitorare ed arginare le violazioni dell’embargo sulle armi in Libia disposto dalle Nazioni Unite (ONU).

 

In effetti, così configurata, l’operazione non prevede il controllo delle frontiere e delle aree terrestri orientali del Paese, attraverso le quali avverrebbe il maggior traffico di munizioni belliche destinate all’esercito di Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica.

In una lettera indirizzata a Bruxelles e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Al-Serraj rimprovera alla Comunità internazionale di non essersi confrontata con il Consiglio Presidenziale libico nella definizione di obiettivi e competenze della Missione post-Sophia. In particolare, Serraj si è detto profondamente insoddisfatto della modalità scelta per implementare la Ris. 2510/2020, che ignora, di fatto, il monitoraggio di aree considerate cruciali per contrastare l’arrivo di mezzi di sostegno all’Esercito Nazionale Libico (LNA).

 

L’operazione Irini è entrata ufficialmente in azione dal primo aprile 2020, dopo che il Consiglio Europeo ha formalmente adottato la decisione per il suo lancio, allo scadere del mandato della precedente Operazione Sophia. Tuttavia, se quest’ultima riguardava la totalità delle coste libiche ed era finalizzata a contrastare il traffico di migranti, la nuova missione riguarda le sole acque orientali, al fine di monitorare il rispetto dell’embargo nel Paese.

 

Sin dai primi giorni di aprile il GNA, con il tramite del Ministro degli Esteri Mohamed Siala, aveva espresso i suoi dubbi in merito alla missione UE, definita incompleta. In questi giorni anche parte della Comunità internazionale, in particolare Mosca, ha espresso forti dubbi sull’utilità della nuova missione europea nel Mediterraneo, sottolineando che, come recentemente annunciato dal Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian al quotidiano Le Monde, le navi turche stazionano di fronte alle coste libiche da gennaio, trasportando equipaggiamenti miliari e combattenti.

 

Un’analisi pubblicata nei primi giorni di aprile dal Centre for European Reform, dal titolo “The Eu’s New Libya Operation Is Flawed, aiuta a riflettere sui potenziali effetti di un “naufragio” della proposta europea.

«Irini rischia di infliggere un colpo fatale alla credibilità dell’UE come mediatore onesto in Libia, rendendo l’Unione ancora più marginale nei tentativi di affrontare il conflitto di quanto non lo sia già». L’operazione «rischia di peggiorare le cose a meno che gli europei non siano disposti ad aumentare la pressione diplomatica sui sostenitori di Haftar per garantire un cessate il fuoco».

 

Libia: la pandemia non ferma gli scontri, nuova offensiva di al-Serraj a Tharouna

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Le forze armate dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e quelle del Governo di Accordo Nazionale (GNA) si sono scontrate il 18 aprile nei pressi di Tarhouna, a 65 km a Sud-Est di Tripoli.  In particolare, le forze del governo tripolino di al-Serraj hanno attaccato l’accampamento nemico lì situato.

 

L’evento è stato reso noto dal portavoce dell’esercito tripolino, Mohamed Kanunu, il quale ha dichiarato un’ulteriore avanzata del GNA e l’arresto di 12 uomini vicini ad Haftar.

 

Lo scontro si inserisce nell’ambito dell’offensiva denominata “Tempesta di Pace”, lanciata delle forze del GNA lo scorso 13 aprile verso Ovest, ai danni delle postazioni militari del generale Khalifa Haftar. In questi giorni le forze del governo di Tripoli hanno riconquistato numerose città situate sulla costa occidentale della capitale libica, aprendo un nuovo canale verso il confine con la Tunisia e disegnando una nuova mappa geopolitica.

In un’intervista a La Repubblica il capo del Consiglio Presidenziale Serraj, ha dichiarato: “Avevamo accettato il cessate-il-fuoco e la tregua umanitaria […], ci aspettavamo che i pericoli dell’epidemia da coronavirus avrebbero trasformato Haftar in un uomo di parola. Ma lui ha visto nella pandemia un’opportunità per attaccarci, [..] bersagliando con bombardamenti indiscriminati Tripoli, le zone residenziali e addirittura l’ospedale pubblico di Al Khandra nel centro della capitale”.

 

L’attacco all’accampamento di Tarhouna, e le operazioni militari fin qui intraprese dal governo di al-Serraj, si configurano infatti come una risposta all’offensiva intrapresa il 4 aprile 2019 dal generale Khalifa Haftar, condotta con bombardamenti e scontri via terra per prendere il controllo di Tripoli.

Nonostante l’operazione a Tarhouna sia andata a buon fine, alcuni ufficiali dell’ LNA hanno confermato a Reuters che le forze del GNA non sono riuscite ad entrare nella città, che continua quindi ad essere una roccaforte di Haftar.

Libia: Segretario Generale ONU alla ricerca di un nuovo inviato speciale dopo la bocciatura di Washington

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Dopo le dimissioni di Ghassan Salamè del 2 marzo scorso, ad oggi il ruolo di inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia resta ancora vacante. Infatti, fonti diplomatiche riferiscono che la nomina del suo successore, avanzata dal Segretario Generale Antonio Guterres, è stata respinta in questi giorni dagli Stati Uniti.

Ghassan Salamè è stato il sesto inviato speciale ONU in Libia al vertice della missione UNSMIL, succeduto nel giugno 2017 al tedesco Martin Kobler. Dopo 3 anni dall’assunzione del mandato, la sera del 2 marzo scorso, ha reso noto tramite un tweet che le sue condizioni di salute non gli consentivano di portare a termine il suo mandato, viste le difficoltà riscontrate nel favorire il dialogo tra le due fazioni in conflitto.

 

Il successore di Salamè proposto dal Segretario Generale è stato Ramtane Lamamra, ex ministro degli Esteri algerino, nonché membro della Commissione per la pace e la sicurezza presso l’Unione Africana.     In questi giorni la nomina di Lamamra ha ottenuto il consenso di 14 dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, eccetto quello degli Stati Uniti, che hanno quindi bloccato la nomina.

 

La testata algerina TSA, dichiara che sarebbero stati Egitto, Emirati Arabi Uniti e Marocco a fare pressioni su Washington in tal senso, forti della contrarietà dello stesso Khalifa Haftar alla nomina algerina, considerata troppo vicina al governo di Tripoli (Gna).

 

Nell’annunciare il ritiro della propria candidatura Lamamra ha affermato:“I gave my agreement in principle… (but)… consultations carried out by Mr. Guterres since then do not seem likely to result in the unanimity of the Security Council.

 

 

Mercoledì 8 aprile nel corso di una riunione ristretta sulla Libia, è stato riferito al Consiglio di Sicurezza che il Segretario Generale Guterres è alla ricerca di un nuovo candidato.

Attualmente la missione di sostegno ONU in Libia (UNSMIL) è retta in via temporanea da Stephanie Turco Williams, diplomatica statunitense, vice dell’ex capo missione Salamè. Prima della sua nomina, ha ricoperto il ruolo di Incaricato d’affari presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli (Libia External Office) e quello di vice-capo delle missioni statunitensi in Iraq, Giordania e Bahrein.

Il Marocco propone un’iniziativa congiunta africana nella lotta al coronavirus

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L’Africa dimostra di aver recepito la lezione più importante impartita dalla pandemia da Coronavirus alla comunità internazionale, nessuno può farcela da solo.

Il re del Marocco Mohammed VI ha proposto l’avvio di un’iniziativa di cooperazione tra gli Stati africani finalizzata a contrastare la diffusione della pandemia. In questo contesto, il sovrano marocchino ha tenuto colloqui telefonici di alto livello con il Presidente del Senegal Macky Sall, con Alassane Dramane Ouattara, Presidente della Costa d’Avorio e con altri leader africani.

 

“Si tratta di un’iniziativa pragmatica e orientata all’azione, che consente la condivisione di esperienze e buone pratiche, al fine di far fronte all’impatto della pandemia sulla salute delle persone, sull’economia e sulla società”, si legge in una dichiarazione del gabinetto reale marocchino.

 

La proposta di Mohammed VI si configura quindi come un’iniziativa fra i Capi di Stato africani, volta a stabilire un quadro operativo per sostenere i rispettivi Paesi nelle diverse fasi di gestione della pandemia. Si tratterebbe di una forma di cooperazione sud-sud, finalizzata allo scambio di esperienze e al trasferimento di conoscenze tra tutti i Paesi africani, favorendo, in tal modo, la crescita economica e sociale del Continente.

In questo senso va anche la recente costituzione di una task force continentale – Africa Task Force for Novel Coronavirus (AFCOR) – guidata da Marocco, Sudafrica, Senegal, Nigeria e Kenya, per supervisionare i progressi nell’ampliamento della capacità di risposta all’epidemia e garantire l’aiuto e il supporto tecnico-sanitario necessari ad affrontare i casi di contagio.

 

Intanto i casi di positività nel Continente continuano a crescere, per un totale di oltre 15.000 contagiati e 816 decessi.Sebbene l’Africa rappresenti solo una frazione dei casi globali di infezione da Covid-19, il disastroso risvolto economico della pandemia è divenuto subito evidente.

Giovedì 9 aprile la Banca Mondiale ha pubblicato un rapporto in cui si preannuncia una verosimile recessione dell’Africa sub-sahariana, la prima in 25 anni.Nel rapporto della BM si legge che l’economia della regione potrebbe contrarsi fino al 5,1%, considerando che la crescita nel 2019 è stata del 2,4%.

Anche la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa (ECA) si è espressa sull’emergenza, pubblicando un report sulle possibili politiche da adottare per fronteggiarla. L’ECA ha chiesto ai governi degli Stati africani di consolidare i propri sforzi per definire le misure adeguate a mitigare l’impatto economico del virus a livello nazionale e regionale.

Appare quindi fondamentale definire in breve tempo una strategia africana comune di risposta all’emergenza Covid-19 perché, come affermato da Ruzvidzo, direttore di una delle divisioni dell’ECA, da questo dipenderà la capacità del continente di sconfiggere con successo la pandemia.

 

Sudafrica: Ramaphosa dispone screening di massa per il Covid-19

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Il Continente africano ha superato la soglia dei 10.000 casi di coronavirus.

L’Algeria, con 205 decessi, resta il primo Paese per numero di vittime. Il Sudafrica con 1845 casi, su un totale di oltre 45.000 test effettuati, è il primo Paese africano per numero di contagi.

Qui il Presidente Cyril Ramaphosa ha disposto un parziale lockdown delle attività produttive fino al 16 aprile, consentendo l’uscita dalle abitazioni solo per questioni di prima necessità. Per 21 giorni l’economia più industrializzata dell’Africa si fermerà per far fronte all’emergenza sanitaria.

 

Questo è un territorio inesplorato per tutti noi“, ha detto Ramaphosa lunedì in un discorso televisivo. “Non abbiamo mai sperimentato una situazione come questa prima d’ora, verranno commessi numerosi errori, ma chiediamo alla nostra gente di capire che tutto questo viene fatto per il bene di tutti“.

 

Per garantire il rispetto delle misure adottate, il Presidente sudafricano ha disposto l’impiego dell’esercito e delle forze di polizia nelle strade. Una nuova impennata nella curva dei contagi nella settimana tra il 23 e il 30 marzo, ha spinto il Presidente ad annunciare l’avvio di screening di massa della popolazione, nel tentativo di frenare la diffusione del Covid-19.

 

Abbiamo finora avuto un approccio molto difensivo”, ha detto il Ministro della Sanità Zweli Mkhize, “ora aumenteremo la nostra capacità offensiva, stanziando oltre 10.000 operatori sul campo per portare avanti le operazioni di screening”.  Le persone con sintomi saranno indirizzate verso cliniche locali o cliniche mobili per sottoporsi ai test, mentre quelle con sintomi gravi verranno trasferite nei centri ospedalieri. Per i positivi asintomatici o con sintomi moderati è stato disposto l’isolamento domiciliare o in strutture messe a disposizione dal governo sudafricano.

 

 

I controlli verranno effettuati casa per casa,  concentrati soprattutto nelle aree rurali, dove è maggiore il rischio sanitario. Infatti in questi luoghi la profilassi igienica per limitare il contagio è resa più complessa della scarsità di fonti di acqua potabile, tragico esito di una siccità che perdura da circa due anni.

Intanto, la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA), riunita in videoconferenza martedì 31 marzo, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e all’Unione Europea un sostegno per la riduzione del debito bilaterale, multilaterale e commerciale. I ministri delle Finanze degli Stati africani hanno affermato che il continente sta per affrontare un’imminente recessione economica, con i prezzi del petrolio e delle materie prime che crollano, e svalutazione delle monete nazionali.

La crisi economica e finanziaria che ne conseguirà rischia di mettere ulteriormente a rischio un’efficace risposta dei Paesi africani alla pandemia da Covid-19.

UE-Libia: dopo Sophia, ai blocchi di partenza la nuova Operazione Irene

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Oggi 31 marzo 2020 volge al termine il mandato della missione europea nel Mediterraneo EuNavForMed, meglio conosciuta come Operazione Sophia. Il suo posto verrà preso da una nuova missione da attuare a largo delle coste libiche, nota come Operazione Irene.

Il “semaforo verde” alla nuova operazione è stato concesso lo scorso 26 marzo a Bruxelles, nel corso di una riunione del Comitato dei Rappresentanti Permanenti (COREPER). L’accordo raggiunto ha di fatto confermato e ratificato quanto deciso a gennaio dai Ministri degli esteri UE, generalmente favorevoli a superare la missione Sophia e le sue contraddizioni. Questa era stata avviata nel 2015 con l’obiettivo di far rispettare l’embargo sulle armi decretato con lo scoppio della guerra in Libia nel 2011, contrastando al tempo stesso il traffico di esseri umani.

I forti dubbi sull’effettivo raggiungimento di questi obiettivi, nonché l’assenza prolungata di una componente navale, hanno spinto numerosi Stati UE ad opporsi ad un ripristino della missione. Una tendenza al superamento di Sophia, in realtà, era già sorta all’indomani della Conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso. In quell’occasione è stato infatti approvato un piano di 55 punti in cui, tra le altre cose, è stato previsto un monitoraggio europeo sull’embargo di armi e sul cessate il fuoco in Libia.

 

Il timore più diffuso, espresso soprattutto da Ungheria ed Austria, è che il dispiegamento di mezzi navali nel Mediterraneo potrebbe nuovamente tramutarsi in un “pull-factor” per i flussi migratori.

Il compromesso trovato lo scorso 26 marzo tra i governi dei 27, non era quindi affatto scontato. Lo stesso Josep Borrell, Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, pochi giorni fa ammetteva l’esistenza di uno stallo nelle trattative, puntando al raggiungimento di un’intesa in sede di Coreper entro il 31 marzo, data di cessazione della missione Sophia.

 

La nuova missione Irene vedrà l’impiego di mezzi navali, aerei e satellitari con l’obiettivo monitorare sull’embargo di armi in Libia. A differenza di Sophia, che riguardava la totalità delle coste libiche, Irene opererà solo nelle acque ad Est della Libia, principale punto di arrivo dei carichi di armamenti. Questo assetto navale preverrebbe quindi la trasformazione della Missione UE in fattore di richiamo per le partenze dei migranti, le quali si concentrano maggiormente ad ovest.

È in ogni caso prevista la possibilità di un’interruzione delle attività navali nel caso la missione venga nuovamente a delinearsi come un “pull-factor” per i flussi migratori.

L’intesa raggiunta il 26 marzo scorso, necessita ora del vaglio dei singoli Stati membri. L’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Di Maio, nei giorni scorsi si è detta indisponibile ad accogliere le navi della nuova missione nei propri porti, in virtù dell’emergenza Covid-19 che il nostro Paese sta affrontando. La Grecia, dal canto suo, ha accettato di accogliere eventuali migranti salvati nelle sue acque, mentre altri governi europei hanno concordati di contribuire a coprire i costi portuali, per evitare ulteriori pressioni finanziarie su Atene.

Libia, Khalifa Haftar vola a Berlino. Merkel: “nessuna soluzione militare”

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Lo scorso 10 marzo il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino. L’incontro è avvenuto il giorno successivo alla visita del generale a Parigi , dove ha incontrato il Presidente francese Emmanuel Macron.

 

Al centro dell’incontro tra il leader dell’LNA e la cancelliera Merkel vi è stato, anzitutto, il perdurare della crisi libica, ma anche il confronto sulle possibili soluzioni per porre fine al conflitto. A tal proposito, la cancelliera tedesca ha ribadito che la crisi libica non dovrà essere risolta militarmente e, pertanto, ha nuovamente invocato la necessità di un “cessate il fuoco” permanente.  Secondo quanto dichiarato dal portavoce del governo tedesco Steffen Seibert, la cancelliera Merkel ha ribadito al leader libico la necessità di favorire l’avvio di un processo politico nel Paese nordafricano, in conformità con quanto stabilito alla Conferenza di Berlino, tenutasi il 19 gennaio scorso. Questo è quanto riferito dal portavoce del governo tedesco, il quale, però, non ha rivelato dettagli sulla risposta di Haftar.

 

Sappiamo però che lo scorso 9 marzo, nel corso dell’incontro con il Presidente francese, il leader libico ha dichiarato di essere pronto a raggiungere una tregua, a patto che tutti i gruppi armati, compreso l’esercito di Tripoli sotto il comando del Governo di Accordo Nazionale (GNA), si impegnino a fare lo stesso.

Il governo di Tripoli, dal canto suo, il 3 marzo scorso aveva invitato la comunità internazionale a proseguire il suo sforzo di pacificazione nel Paese, in particolare esercitando pressioni sulle forze di Haftar volte a porre fine agli scontri.

Il Paese, e soprattutto la capitale libica, continuano tuttavia ad essere caratterizzati da instabilità e da scontri continui tra le due fazioni in campo.

Fonti locali dichiarano infatti che venerdì 13 marzo, le forze dell’LNA hanno avviato un’offensiva su due diversi fronti. Una al centro di al-Aziziya, situata a 55 km a Sud-Ovest di Tripoli, ed un’altra presso al-Hira, vicino la città di Gharyan. Secondo quanto dichiarato, le forze di Haftar avrebbero parallelamente condotto un attacco aereo contro le postazioni delle forze del governo triplino, situate ad Est della città di Misurata. I raid aerei, secondo le stesse fonti, hanno preso di mira principalmente obiettivi militari.

Nel frattempo, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha riferito che la Turchia continua ad inviare a Tripoli combattenti siriani, ovvero militanti appartenenti alle divisioni di Sultan Murad, addestrati da Ankara per combattere a fianco dell’esercito tripolino. Secondo quanto riportato da al-Mismari, il numero di mercenari siriani il Libia ha raggiunto quota 7500, a cui vanno ad aggiungersi funzionari ed altri uomini di provenienza turca.

 

Il Coronavirus irrompe in Africa: aumentano gli Stati colpiti e la preoccupazione dell’OMS

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La pandemia da Covid-19 è sbarcata anche nel continente africano. Nelle ultime ore quattro nuovi Stati hanno registrato pazienti positivi, portando a 23 il numero di Paesi Africani colpiti dal virus.

Secondo uno studio della rivista medica Lancet, l’Egitto, l’Algeria e il Sudafrica sarebbero gli Stati a più alto rischio di diffusione del virus, in virtù del volume dei collegamenti e delle relazioni commerciali con la Cina.

Il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Ghebreyesus, si è detto seriamente preoccupato per la diffusione del virus in Paesi con sistemi sanitari deboli, come è il caso di molti Paesi Africani. Il timore è che, nonostante la percentuale di letalità del Covid-19 sia bassa, questa possa aumentare a causa delle condizioni di vita della popolazione di numerosi Stati del Continente. La preoccupazione degli esperti riguarda, inoltre, le effettive capacità di alcune Nazioni africane di contenere la diffusione del virus, portando ad una potenziale crisi sanitaria dagli effetti devastanti.

Secondo le stime aggiornate dell’OMS e della piattaforma online di monitoraggio Covid19-Africa, il numero più alto di casi si registra attualmente in Egitto con 126 casi, seguito da Algeria (48), Sudafrica (51) e Tunisia (18).  I casi totali sono 347, ma i dati sono in costante aggiornamento e le stime si basano sulle limitate capacità diagnostiche dei Paesi contagiati.

Il Sudan, alle prese con una grave crisi economica dopo la dittatura di Al Bashir, si trova ad affrontare anche l’emergenza Covid-19. Venerdì scorso c’è stata la prima vittima a Khartoum, ed il governo ha decretato la sospensione di visti e voli da e verso 8 Paesi, tra cui l’Italia e l’Egitto. È stata inoltre decisa la chiusura di scuole ed università, ed il divieto di eventi sociali, compresi i matrimoni.

Il Kenya, l’economia più ricca dell’Africa Orientale, ha individuato il paziente 0 in una donna proveniente dagli Stati Uniti. Il Governo di Nairobi ha quindi intrapreso misure atte a contenere un possibile focolaio. Ai cittadini e agli stranieri in possesso di regolare visto è permesso l’ingresso, a condizione che si sottopongano ad un periodo di isolamento nelle proprie abitazioni, o in strutture predisposte dal governo. In generale, quasi tutti i governi africani hanno iniziato ad attivare misure precauzionali: maggiori controlli agli aeroporti e quarantena per i passeggeri provenienti dai Paesi più colpiti.

Il Direttore regionale dell’OMS per l’Africa, Matshidiso Moeti ha sollecitato tutti i Paesi africani a continuare ad agire in tal senso al fine di affrontare l’emergenza e frenare il numero dei contagi. “Ogni paese può ancora cambiare il corso di questa pandemia aumentando le proprie riesposte all’emergenza. I casi sono ancora bassi in Africa e possiamo mantenerli così con solide azioni di tutti i governi per combattere il nuovo coronavirus”.

Giulia Treossi
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