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Libia: gli USA dimostrano la presenza di aerei russi a sostegno di Haftar

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Era il 14 maggio scorso quando, le forze filo-turche e filo-Serraj esibirono come un trofeo i mezzi russi sequestrati alle forze di Haftar, a seguito delle avanzate territoriali del GNA in Tripolitania.

Nonostante il ritrovamento, né da Mosca né da Bengasi giunsero conferme circa la presenza di velivoli russi in Libia.

Tuttavia, pochi giorni fa, il Comando africano degli Stati Uniti (AFRICOM) ha pubblicato foto di aerei russi presso la base di al-Jufra, inviati a sostegno delle forze di Haftar.

Le foto, pubblicate il 18 giugno, mostrano un aereo da attacco (Su-24) ed un altro da combattimento (MiG-29), attivi presso la base di al-Jufra, attualmente posta sotto il controllo dell’LNA e che vede altresì la presenza di forze emiratine.

Una terza immagine, mostra invece un sistema radar mobile di allerta precoce, noto come Spoon Rest, fabbricato in Russia e progettato per fornire supporto nel corso delle operazioni miliari.

Il direttore operativo di AFRICOM, il generale Bradford Gering, ha dichiarato che la presenza russa in Libia alimenta ulteriormente la violenza ed il perdurare delle ostilità, mettendo a rischio il raggiungimento di una soluzione politica al conflitto. Si teme, in particolare, che i velivoli siano pilotati da mercenari appartenenti a compagnie miliari private, le quali non rispetterebbero le norme di Diritto Internazionale vigenti in materia.

In particolare, secondo il generale statunitense, proprio come accaduto in Siria, Mosca si sta espandendo militarmente in Africa, impiegando i mercenari della Compagnia Wagner per nascondere la propria partecipazione diretta nel conflitto. Tutto ciò, avverte il generale, avviene a spese dell’innocente popolazione civile.

L’ex direttore dell’intelligence di AFRICOM, il generale Gregory Hadfield, ha dichiarato che la fornitura russa non sarebbe intesa a far sedere Khalifa Haftar al tavolo dei vincitori, bensì sarebbe funzionale allo sviluppo di roccaforti russe in Libia, così da aumentare la presenza militare di Mosca nel Nord del Continente Africano.

 

Già alla fine di maggio il Comando USA aveva dichiarato che 14 MiG-29 e numerosi Su-24 erano giunti nella base libica di al-Jufra, dopo aver prima volato dalla Russia alla Siria. In questa occasione, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, negò quanto dichiarato da AFRICOM, affermando che fossero “bugie e dicerie dei media”.  Non da ultimo, un membro del Parlamento russo, in quella occasione, riferì che Mosca non aveva inviato alcun “hardware militare” in Libia, e che la Camera alta del Parlamento non aveva ricevuto alcuna richiesta relativa all’approvazione di una tale spedizione. Simili affermazioni giunsero anche da Vladimir Dzabarov, primo Vicepresidente della Commissione per gli Affari Esteri del Consiglio della Federazione Russa, e da Andrei Krasov, Vicecapo del Comitato di Difesa della Duma, il quale ha definito le accuse statunitensi prefabbricate e fuorvianti.

 

Ad oggi, tuttavia, c’è da dire che non si è ancora verificato un attacco aereo propriamente imputabile a Mosca sul suolo libico, né vi sarebbero prove concrete che dimostrino l’appartenenza dei velivoli documentati da AFRICOM alle forze aeree russe.

 

 

Il no di Erdogan ad Al-Sisi: la proposta egiziana per un cessate il fuoco in Libia è “nata morta”

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Cade nel vuoto l’appello egiziano per un cessate il fuoco in Libia dopo che la Turchia si è dichiarata contraria, ritenendo che la proposta miri soltanto a salvaguardare il generale Khalifa Haftar, da settimane ripetutamente sconfitto negli scontri per la conquista di Tripoli.

Nell’ambito di un’iniziativa per la soluzione del conflitto libico, il 6 giugno scorso, il Cairo ha proposto un cessate il fuoco in Libia a partire dall’8 giugno.

L’“Iniziativa Cairo”, così soprannominata, è stata annunciata dal Presidente Abdel Fattah Al-Sisi nel corso di una conferenza stampa tenuta insieme al suo alleato Khalifa Haftar, sollecitando inoltre il sostegno delle Nazioni Unite all’iniziativa.

In particolare, è stato chiesto il ritiro di “tutti i mercenari stranieri sul territorio libico” e “lo smantellamento delle milizie con la consegna delle loro armi”. Sia la Russia che gli Emirati Arabi Uniti hanno accolto con favore la dichiarazione del Cairo, mentre la Germania ha ribadito i risultati raggiunti nei precedenti colloqui sotto l’egida dell’ONU.

 

Il 10 giugno scorso, tuttavia, il Ministro degli Esteri turco Mevlut Covusoglu ha respinto la proposta egiziana, considerata un tentativo per avvantaggiare Haftar ed il suo esercito, ormai indeboliti.

Ankara, come è noto, è infatti uno dei principali sostenitori del Governo di Accordo Nazionale (Gna) di Tripoli, l’unico riconosciuto a livello internazionale e oggetto di assedio da parte dell’LNA dall’aprile 2019.

“La richiesta per salvare Haftar non ci sembra sincera o credibile, […] lo sforzo per il cessate il fuoco del Cairo è nato morto”. Sono state queste le parole del Ministro turco, pronunciate a seguito della discussione avvenuta l’8 giugno tra il Presidente Erdogan ed il suo omologo statunitense Donald Trump.

Nel corso del bilaterale, i due hanno inoltre deciso di delegare i loro Ministri degli Esteri e della Difesa a discutere di ulteriori possibili iniziative in Libia. Il GNA, secondo quanto dichiarato da Erdogan, continuerà quindi a combattere per impadronirsi della città di Sirte e la base area di Al-Jufra, ancora controllate dal generale Haftar.

La liberazione di Sirte è infatti uno degli obiettivi principali dell’operazione turca “Sentieri della Vittoria”, che mira a recuperare la città costiera al fine di consentire al GNA di riprendere il controllo di giacimenti petroliferi.

Nel rifiutare la proposta egiziana, il Ministro della Difesa turco ha dichiarato che qualora Haftar continuasse a subire sconfitte sul campo di battaglia “certamente scomparirà” dal panorama libico.

 

Conflitto in Libia: vertice telefonico tra Francia e USA, nuovo appello ad una soluzione politica

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Il 3 giugno scorso si è tenuto un vertice telefonico sul conflitto in Libia tra il Segretario di Stato USA Michael Pompeo ed il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian.

 

Secondo una dichiarazione ufficiale rilasciata dal Dipartimento di Stato statunitense, nel corso del vertice Pompeo e Le Drian hanno discusso delle strategie volte a ridurre gli episodi di violenza nel Paese nordafricano, favorendo il raggiungimento di una soluzione politica tra le parti coinvolte nel conflitto.

Il vertice in questione giunge ad un giorno di distanza dal colloquio telefonico che il Ministro di Parigi aveva avuto con Fayez al-Serraj, capo del Consiglio presidenziale del governo tripolino.

In questa occasione i due avevano ribadito la necessità di proseguire sul cammino tracciato dalla Conferenza di Berlino, terminando le ostilità e abbandonando ogni forma di interferenza esterna. In linea con la bozza redatta in occasione del Summit di Ginevra dello scorso 26 febbraio sotto l’egida ONU, è stata sottolineata la necessità di riprendere il negoziato all’interno di un Comitato militare 5+5, formato da cinque rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e da altrettanti membri del governo di Tripoli, con l’intento di giungere ad un duraturo cessate il fuoco.

Oggi, tuttavia, a soli due giorni di distanza dal colloquio, l’avvio dei negoziati in questione appare improbabile. Il 4 giugno l’esercito tripolino ha infatti annunciato di aver assunto il pieno controllo della regione di Tripoli, mentre Haftar ha dispiegato le sue truppe oltre il confine della regione. Il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha dichiarato che la conditio si ne qua non per giungere ad una soluzione politica è l’allontanamento delle forze turche dai territori libici.

 

Dal canto suo Washington, secondo quanto dichiarato da Al-Monitor, starebbe valutando l’invio di un contingente in Tunisia, formalmente finalizzato a contenere le ricadute del conflitto libico. In realtà, l’annuncio di Washington giunge a seguito delle denunce sulle forniture militari effettuate da Mosca all’esercito di Haftar, con l’intento di sviluppare roccaforti russe in Libia e rafforzare la propria presenza militare in Nord Africa.

Algeria: richiamato temporaneamente l’ambasciatore in Francia

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L’Algeria ha richiamato “per consultazioni” il suo ambasciatore in Francia Salah Lebdioui, dopo che alcuni documentari sul movimento di protesta antigovernativa Al Hirak sono stati trasmessi dall’emittente televisiva “France 5 Tv Channel”.

In una nota del Ministero degli Esteri algerino si legge che i docufilm, “apparentemente riprodotti con il pretesto della volontà di espressione, sono in realtà attacchi al popolo algerino e alle sue istituzioni, incluso l’esercito”.

 

Intitolati “Algerie Mon Amour”e “La Promesse de l’aube”, i documentari si concentrano sul movimento pro-democrazia “Hirak”, al centro delle proteste antigovernative che hanno interessato il Paese nel 2019, e che hanno portato il Presidente Abdelaziz Bouteflika alle dimissioni. Il movimento era nato nel febbraio 2019 con l’intento di ottenere l’avvio di riforme politiche strutturali con mezzi pacifici, ma è poi esploso nel momento in cui l’ex Presidente, al potere dal 1999, ha annunciato la sua volontà di concorrere per il quinto mandato presidenziale consecutivo.

 

I due documentari hanno scosso l’opinione pubblica algerina, ritenendo che questi banalizzassero il movimento di protesta, offrendone un’immagine distorta e inesatta. In particolare, è stato criticato il focus su aspetti irrilevanti della transizione algerina, tralasciando i gravi problemi di corruzione e di esclusione dell’opposizione radicati all’interno del regime.

Nella sua nota il Ministero algerino cita il “carattere ricorrente” di questa tipologia di contenuti sulla televisione pubblica francese, aggiungendo che i due documentari mostrano “le intenzioni maligne e durature di alcuni ambienti che non desiderano ancora vedere relazioni pacifiche tra Algeria e Francia a 58 anni dall’indipendenza”.

 

Il Quai d’Orsay non ha commentato direttamente la decisione di Algeri, limitandosi ad affermare in una nota del suo portavoce, che “tutti i media godono di una completa indipendenza protetta dalla legge francese”, aggiungendo che la Francia rispetta pienamente la sovranità dell’Algeria.

Nel quadro delle storiche relazioni esistenti tra i due Paesi, alla quali si dice attribuire la massima importanza, la nota del Ministero degli Esteri dichiara la volontà francese di proseguire verso un deciso approfondimento delle relazioni bilaterali.

Il 25 maggio è la Giornata mondiale dell’Africa

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Il 25 maggio si celebra la Giornata mondiale dell’Africa, il Continente considerato la culla dell’umanità.

La ricorrenza rimanda al 25 maggio del 1963 quando, ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, i leader di 31 Stati africani indipendenti istituirono l’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU), oggi Unione Africana (UA).

La Carta dell’OUA, risultato del compromesso tra le parti, prevede il raggiungimento di obiettivi comuni, tra cui spicca la promozione dell’unità e la solidarietà tra gli Stati africani, il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, ma soprattutto l’eliminazione di ogni forma di colonialismo nel Continente.

A partire da questa Organizzazione, concepita inizialmente come organismo dedicato al completamento del processo di decolonizzazione, nel corso degli anni ‘90 si sviluppò un dibattito rispetto alla necessità di far fronte alle nuove sfide e ai cambiamenti globali.

Tale dibattito condusse alla Dichiarazione di Sirte del 1999, la quale sancì il passaggio dall’OUA alla nuova Unione Africana (UA), poi istituita ufficialmente nel 2002 in occasione del Summit dei Capi di Stato e di Governo di Durban.
L’Unione Africana mira ad accelerare il processo di integrazione dell’Africa, sostenendo gli Stati africani nel contesto dell’economia globale, contribuendo, parallelamente, all’avvio di iniziative congiunte per affrontare i problemi sociali, economici e politici del Continente.

 

La Giornata dell’Africa, di cui oggi ricorre l’anniversario, offre quindi l’occasione per tracciare un bilancio del passato e, allo stesso tempo, progettare il futuro, riflettendo sul cammino che rimane da percorrere per costruire con Continente più forte e unificato. L’obiettivo della ricorrenza è quindi duplice: da un lato, portare agli occhi della Comunità internazionale, nonché di tutti noi, i gravi problemi irrisolti che tutt’ora affliggono il Continente africano, come povertà, conflitti interni ed esclusione sociale, e dall’altro stimolare lo sviluppo delle comunità e delle istituzioni locali.

 

In vista della ricorrenza odierna, la ONG ambientalista Green Cross ha lanciato in Senegal un’iniziativa chiamata “Energia per restare”. Il progetto, finanziato dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), mira a migliorare le condizioni di vita in cinque villaggi rurali a nord-est del Paese, al fine di creare opportunità di vita e di lavoro per i giovani e le donne, contribuendo così ad invertire la tendenza ed offrire un’alternativa concreta alle migrazioni irregolari.

 

Somalia: il ruolo della Turchia nella liberazione di Silvia Romano conferma la crescente influenza di Ankara nel Corno d’Africa

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La collaborazione tra Italia e Turchia nella liberazione di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel novembre 2018 in Kenya e liberata lo scorso sabato, ha messo nuovamente in luce la crescente influenza di Ankara nel Corno d’Africa.

Al potere dal 2003, prima come Primo ministro e poi come Presidente, Recep Tayyip Erdoğan ha già compiuto in Africa oltre 30 viste di stato, ed esteso la rete diplomatica turca nel Continente, passando da 12 a 41 ambasciate operative.

Negli ultimi anni, tuttavia, è nel Corno d’Africa che il soft power turco si è consolidato maggiormente, grazie alla modulazione di ingenti aiuti umanitari uniti ad accordi commerciali e militari che hanno permesso ad Ankara di estendere la propria influenza in una zona del Continente sempre più al centro dei giochi geopolitici delle medie e grandi potenze mondiali.

L’anno cruciale della partnership turco-somala è il 2011, quando Erdoğan, al tempo Primo ministro, visitò una Mogadiscio devastata da carestia, siccità e terrorismo, divenendo il primo leader non africano a recarsi in Somalia dopo oltre vent’anni.

 

In quel periodo tutti scansavano la Somalia, invece Erdoğan venne e ci aiutò. Da allora la Turchia è rimasta nel cuore dei somali”, ha confidato nel 2018 Abdulkadir Ahmed-Kheir Abdi, Ministro degli Esteri della Somalia.

 

In quell’anno Erdoğan mise in moto la sua Agenzia per la cooperazione Tika (Turk Isbirligi ve Koordinasyon Idaresi Baskanligi), con il compito di fornire aiuti umanitari ed avviare progetti di sviluppo e cooperazione. Il soft power turco in Somalia si è quindi consolidato grazie all’invio di generosi aiuti ed investimenti, uniti ad un incremento delle relazioni commerciali tra i due Paesi. Nel 2016 fu lo stesso Erdoğan ad inaugurare la nuova ambasciata turca a Mogadiscio, la più grande nel Continente.

Nel corso degli anni i due Paesi hanno avviato una stretta cooperazione anche in ambito militare, fondata su un accordo del maggio 2010, in base al quale la Turchia si impegnava ad addestrare le Forze armate somale al fine di garantire la stabilità interna e la tenuta del governo federale, poi insediatosi ufficialmente nell’agosto 2012. Tuttavia, l’intesa più significativa raggiunta tra i due Paesi è senz’altro il Memorandum of Understanding (MoU) sull’energia e le risorse minerarie del 2016, con cui Mogadiscio ha aperto alle esplorazioni petrolifere nelle proprie acque territoriali da parte della Turchia, prevedendo inoltre l’avvio di numerosi progetti congiunti nel settore.

In base ai termini del MoU, che ha una durata rinnovabile di cinque anni e le cui controparti sono rispettivamente il Ministero dell’Energia e delle Risorse Naturali di Ankara e il Ministero somalo del Petrolio e delle Risorse Minerarie, la compagnia statale turca Turkish Petroleum sarà responsabile, insieme alle sue sussidiarie, di condurre le esplorazioni al largo delle coste somale.

 

Non sorprende affatto, perciò, che da anni la Turchia stia tentando – con successo- di estendere la propria influenza nel Corno d’Africa, con una mossa che mira a contrastare le mire geopolitiche delle monarchie del Golfo. Da anni, infatti, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aumentato la loro presenza in loco, cercando di trarre profitto da un’area strategica cruciale per le rotte del petrolio.

Libia-UE: Malta si ritira dall’Operazione Irini

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Il Governo di Malta ha comunicato alla Commissione Europea la propria volontà di ritirarsi dalla nuova missione europea nel Mediterraneo nota come Operazione Irini, dal nome della dea greca della Pace.

La decisione, annunciata venerdì 8 maggio, giunge come atto di protesta da parte di La Valletta nei confronti del fallimento dell’Unione nella gestione dei flussi migratori provenienti dalla Libia, soprattutto a seguito dell’inasprimento del conflitto nel Paese nordafricano.

Nel comunicato inviato alla Commissione UE, Malta dichiara la sofferenza del Paese per l’assenza di un quadro di ricollocazione dei migranti “che condivida la responsabilità delle persone soccorse in mare tra tutti gli Stati membri dell’UE”. Il Governo maltese, citando un aumento del 428% degli sbarchi, accusa l’Unione di aver lasciato sole l’Italia e Malta nell’affrontare e gestire gli sbarchi di migliaia di migranti.

L’avvio della missione UE in questione era stato approvato all’unanimità il 17 febbraio scorso, in occasione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’UE, con il mandato di garantire il rispetto dell’embargo di armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, da anni ormai teatro di una guerra civile.

L’Operazione aveva avviato i primi pattugliamenti in mare solo il 7 maggio scorso, a seguito dell’invio di una nave militare francese e di un velivolo da pattugliamento aereo da parte del Lussemburgo.

In questo contesto, quindi, la decisione di Malta rappresenta un duro imprevisto per l’Operazione Irini e, di conseguenza, per la garanzia di un effettivo rispetto dell’embargo.

Nel comunicato inviato alla Commissione UE, inoltre, La Valletta comunica al Comitato speciale Athena la propria volontà di apporre un veto sulle decisioni relative ad Irini che riguardino le procedure di spesa per lo sbarco dei migranti, le deviazioni dei porti e l’ammissibilità dei droni.

Il portavoce della Commissione Peter Stano ha rifiutato di commentare direttamente la decisione di Malta, affermando che la missione “è un esempio concreto di come l’UE voglia contribuire ad una soluzione pacifica del conflitto in Libia”.

Ad oggi, tuttavia, dopo il dietrofront di Malta e la recente bocciatura dell’operazione da parte dello stesso Premier libico al-Serraj, il futuro della missione post-Sophia appare ancora più incerto.

Francia e Tunisia presentano una proposta di risoluzione ONU sul Covid-19, nuovi contrasti USA-Cina

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La Francia e la Tunisia hanno esortato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad adottare una risoluzione per un immediato “cessate il fuoco” nei principali conflitti mondiali, permettendo ad ogni Paese di affrontare la diffusione della pandemia da Coronavirus.

La Francia è uno dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, mentre la Tunisia si colloca tra i 10 membri eletti.

L’appello delle due Nazioni arriva dopo lunghe settimane di negoziati che hanno paralizzato l’organo ONU, nella speranza di ottenere l’approvazione di quella che sarebbe la prima risoluzione emessa dal Consiglio dallo scoppio della pandemia da Covid-19.

Il voto, tuttavia, rischia di essere sospeso a causa della disputa tra Cina e Stati Uniti sull’inclusione di un riferimento al ruolo all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel documento franco-tunisino.

Secondo fonti diplomatiche del Palazzo di Vetro, Pechino sostiene con forza l’azione dell’OMS, e ritiene necessaria una menzione del ruolo dell’Agenzia ONU nella lotta al Covid-19 nella risoluzione da approvare. Washington, contraria su questo punto, insiste invece maggiormente sull’importanza del concetto di trasparenza nei dati relativi alla pandemia.

Dall’inizio di aprile il Presidente statunitense Donald Trump ha infatti sospeso i finanziamenti all’OMS, accusando l’Agenzia sanitaria ONU di non essere riuscita ad impedire la diffusione del virus partito da Wuhan , e deve quindi essere ritenuta responsabile della conseguente pandemia. In particolare, Trump accusa l’organizzazione di aver “coperto” i ritardi e le inefficienze cinesi nella diffusione del Covid-19 nel mondo, dimostrando eccessiva vicinanza alla Cina. 

 

I rappresentanti dei 15 Paesi del Consiglio di Sicurezza hanno avuto un incontro privato martedì 5 maggio, con l’obiettivo di discutere del progetto di risoluzione franco-tunisino per una tregua umanitaria.

L’ambasciatore ONU in Francia, Nicolas de Rivière, ha parlato di una “good discussion”, dimostrando ottimismo su una rapida presa di posizione dell’organo ONU.

Positiva è stata anche l’impressione dall’ambasciatore delle Nazioni Unite in Tunisia Kais Kabtani, il quale ha dichiarato di avere fiducia nello “spirito di compromesso dei membri del Consiglio”.

 

Sulla stessa linea è il Segretario Generale Antonio Guterres, il quale dopo aver chiesto un “cessate il fuoco” in tutti i conflitti globali lo scorso 23 marzo, nei giorni scorsi ha dichiarato di auspicare che il Consiglio riesca a superare l’impasse iniziale ed adottare una risoluzione per rendere concreto l’appello alla cessazione dei conflitti.

Dall’inizio della pandemia mondiale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha già approvato due risoluzioni che riflettono l’orientamento degli Stati membri, ma che mancano di un carattere giuridicamente vincolante. Una ha riconosciuto “gli effetti senza precedenti” della pandemia ed ha chiesto “una cooperazione internazionale intensificata per contenere, mitigare e sconfiggere” il nuovo coronavirus. L’altra ha invece sollecitato un’azione globale per incrementare lo sviluppo, la produzione e l’accesso a medicinali, vaccini e attrezzature mediche, necessarie per far fronte alla pandemia.

 

Haftar si autoproclama leader della Libia: “Sono alla guida del Paese”

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Nella serata di ieri il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, si è autoproclamato capo della Libia nel corso di una dichiarazione alla tv al-Hadath, affermando di accettare il mandato del popolo libico per occuparsi del Paese.

 

Il mio esercito nazionale libico (LNA) è orgoglioso di ricevere questo mandato di svolgere un compito storico, governare la Libia”. Accettiamo il mandato della volontà popolare e la fine dell’accordo di Skhirat“, firmato in Marocco sotto l’egida dell’ONU, che avrebbe dovuto mettere fine alla guerra nel Paese.

 

L’accordo in questione, già più volte rigettato da Haftar, venne concluso nel 2015 stabilendo la creazione di un governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dalla Comunità internazionale. Tale patto, secondo Haftar, ha distrutto il Paese, portandolo verso “insidie pericolose” e, pertanto, ora sarà il popolo libico ad affidare il mandato a coloro che riterrà più degni per guidare la Libia.

 

Finora Haftar aveva rivendicato la sua legittimità a combattere da parte dei cittadini della Cirenaica, nell’Est del paese, ma ora ha lasciato intendere di poter contare anche sull’appoggio del resto del paese, anche se non ha specificato nessun dettaglio riguardo a tale sostegno.

Le sue forze, secondo quanto dichiarato, metteranno in campo “le condizioni necessarie per costruire le istituzioni permanenti di uno stato civile”. Tuttavia, sia l’ambasciata Usa nel Paese, sia un rappresentante delle Nazioni Unite, hanno respinto la sua dichiarazione unilaterale, invitando nuovamente Haftar a trattare con al-Serraj a partire da un cessate il fuoco per il Ramadan.

La prima reazione del governo di Tripoli alla dichiarazione di Haftar viene dal Consigliere del Governo di Accordo Nazionale Mohammed Ali Abdallah, che ha respinto seccamente le affermazioni di Haftar, sottolineando come il suo discorso appaia come quello di un “uomo disperato e sconfitto”.

Alcuni osservatori ONU descrivono la dichiarazione di Haftar come una mossa disperata di chi si considera ormai vicino alla sconfitta.

In effetti, l’operazione “Tempesta di pace” lanciata dal governo tripolino il 25 marzo in risposta agli attacchi dell’LNA, ha consentito alle forze di Al-Serraj di riprendere il controllo di numerose aree strategiche ad Ovest di Tripoli, tra cui Sabrata, Sorman, Mitrid e al-Aljilat, mettendo in seria difficoltà Hafar.

Ora a Bengasi e nei centri maggiori si temono scontri e disordini, nuove turbolenze in un contesto già estremamente precario, a cui si aggiunge, nelle ultime settimane, la lotta alla diffusione del Covid-19.

 

UE-Libia: Al-Serraj rifiuta la nuova missione Irini

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Il Presidente del Governo di Accordo Nazionale Libico (GNA), Fayez al-Serraj, ha annunciato la sua volontà di rigettare la neo-nata Missione UE nel Mediterraneo denominata Irini, dal greco “pace”.  La nuova operazione post-Sophia era stata lanciata agli inizi di aprile con il mandato di monitorare ed arginare le violazioni dell’embargo sulle armi in Libia disposto dalle Nazioni Unite (ONU).

 

In effetti, così configurata, l’operazione non prevede il controllo delle frontiere e delle aree terrestri orientali del Paese, attraverso le quali avverrebbe il maggior traffico di munizioni belliche destinate all’esercito di Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica.

In una lettera indirizzata a Bruxelles e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Al-Serraj rimprovera alla Comunità internazionale di non essersi confrontata con il Consiglio Presidenziale libico nella definizione di obiettivi e competenze della Missione post-Sophia. In particolare, Serraj si è detto profondamente insoddisfatto della modalità scelta per implementare la Ris. 2510/2020, che ignora, di fatto, il monitoraggio di aree considerate cruciali per contrastare l’arrivo di mezzi di sostegno all’Esercito Nazionale Libico (LNA).

 

L’operazione Irini è entrata ufficialmente in azione dal primo aprile 2020, dopo che il Consiglio Europeo ha formalmente adottato la decisione per il suo lancio, allo scadere del mandato della precedente Operazione Sophia. Tuttavia, se quest’ultima riguardava la totalità delle coste libiche ed era finalizzata a contrastare il traffico di migranti, la nuova missione riguarda le sole acque orientali, al fine di monitorare il rispetto dell’embargo nel Paese.

 

Sin dai primi giorni di aprile il GNA, con il tramite del Ministro degli Esteri Mohamed Siala, aveva espresso i suoi dubbi in merito alla missione UE, definita incompleta. In questi giorni anche parte della Comunità internazionale, in particolare Mosca, ha espresso forti dubbi sull’utilità della nuova missione europea nel Mediterraneo, sottolineando che, come recentemente annunciato dal Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian al quotidiano Le Monde, le navi turche stazionano di fronte alle coste libiche da gennaio, trasportando equipaggiamenti miliari e combattenti.

 

Un’analisi pubblicata nei primi giorni di aprile dal Centre for European Reform, dal titolo “The Eu’s New Libya Operation Is Flawed, aiuta a riflettere sui potenziali effetti di un “naufragio” della proposta europea.

«Irini rischia di infliggere un colpo fatale alla credibilità dell’UE come mediatore onesto in Libia, rendendo l’Unione ancora più marginale nei tentativi di affrontare il conflitto di quanto non lo sia già». L’operazione «rischia di peggiorare le cose a meno che gli europei non siano disposti ad aumentare la pressione diplomatica sui sostenitori di Haftar per garantire un cessate il fuoco».

 

Giulia Treossi
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