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Sudafrica: Ramaphosa dispone screening di massa per il Covid-19

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Il Continente africano ha superato la soglia dei 10.000 casi di coronavirus.

L’Algeria, con 205 decessi, resta il primo Paese per numero di vittime. Il Sudafrica con 1845 casi, su un totale di oltre 45.000 test effettuati, è il primo Paese africano per numero di contagi.

Qui il Presidente Cyril Ramaphosa ha disposto un parziale lockdown delle attività produttive fino al 16 aprile, consentendo l’uscita dalle abitazioni solo per questioni di prima necessità. Per 21 giorni l’economia più industrializzata dell’Africa si fermerà per far fronte all’emergenza sanitaria.

 

Questo è un territorio inesplorato per tutti noi“, ha detto Ramaphosa lunedì in un discorso televisivo. “Non abbiamo mai sperimentato una situazione come questa prima d’ora, verranno commessi numerosi errori, ma chiediamo alla nostra gente di capire che tutto questo viene fatto per il bene di tutti“.

 

Per garantire il rispetto delle misure adottate, il Presidente sudafricano ha disposto l’impiego dell’esercito e delle forze di polizia nelle strade. Una nuova impennata nella curva dei contagi nella settimana tra il 23 e il 30 marzo, ha spinto il Presidente ad annunciare l’avvio di screening di massa della popolazione, nel tentativo di frenare la diffusione del Covid-19.

 

Abbiamo finora avuto un approccio molto difensivo”, ha detto il Ministro della Sanità Zweli Mkhize, “ora aumenteremo la nostra capacità offensiva, stanziando oltre 10.000 operatori sul campo per portare avanti le operazioni di screening”.  Le persone con sintomi saranno indirizzate verso cliniche locali o cliniche mobili per sottoporsi ai test, mentre quelle con sintomi gravi verranno trasferite nei centri ospedalieri. Per i positivi asintomatici o con sintomi moderati è stato disposto l’isolamento domiciliare o in strutture messe a disposizione dal governo sudafricano.

 

 

I controlli verranno effettuati casa per casa,  concentrati soprattutto nelle aree rurali, dove è maggiore il rischio sanitario. Infatti in questi luoghi la profilassi igienica per limitare il contagio è resa più complessa della scarsità di fonti di acqua potabile, tragico esito di una siccità che perdura da circa due anni.

Intanto, la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA), riunita in videoconferenza martedì 31 marzo, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e all’Unione Europea un sostegno per la riduzione del debito bilaterale, multilaterale e commerciale. I ministri delle Finanze degli Stati africani hanno affermato che il continente sta per affrontare un’imminente recessione economica, con i prezzi del petrolio e delle materie prime che crollano, e svalutazione delle monete nazionali.

La crisi economica e finanziaria che ne conseguirà rischia di mettere ulteriormente a rischio un’efficace risposta dei Paesi africani alla pandemia da Covid-19.

UE-Libia: dopo Sophia, ai blocchi di partenza la nuova Operazione Irene

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Oggi 31 marzo 2020 volge al termine il mandato della missione europea nel Mediterraneo EuNavForMed, meglio conosciuta come Operazione Sophia. Il suo posto verrà preso da una nuova missione da attuare a largo delle coste libiche, nota come Operazione Irene.

Il “semaforo verde” alla nuova operazione è stato concesso lo scorso 26 marzo a Bruxelles, nel corso di una riunione del Comitato dei Rappresentanti Permanenti (COREPER). L’accordo raggiunto ha di fatto confermato e ratificato quanto deciso a gennaio dai Ministri degli esteri UE, generalmente favorevoli a superare la missione Sophia e le sue contraddizioni. Questa era stata avviata nel 2015 con l’obiettivo di far rispettare l’embargo sulle armi decretato con lo scoppio della guerra in Libia nel 2011, contrastando al tempo stesso il traffico di esseri umani.

I forti dubbi sull’effettivo raggiungimento di questi obiettivi, nonché l’assenza prolungata di una componente navale, hanno spinto numerosi Stati UE ad opporsi ad un ripristino della missione. Una tendenza al superamento di Sophia, in realtà, era già sorta all’indomani della Conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso. In quell’occasione è stato infatti approvato un piano di 55 punti in cui, tra le altre cose, è stato previsto un monitoraggio europeo sull’embargo di armi e sul cessate il fuoco in Libia.

 

Il timore più diffuso, espresso soprattutto da Ungheria ed Austria, è che il dispiegamento di mezzi navali nel Mediterraneo potrebbe nuovamente tramutarsi in un “pull-factor” per i flussi migratori.

Il compromesso trovato lo scorso 26 marzo tra i governi dei 27, non era quindi affatto scontato. Lo stesso Josep Borrell, Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, pochi giorni fa ammetteva l’esistenza di uno stallo nelle trattative, puntando al raggiungimento di un’intesa in sede di Coreper entro il 31 marzo, data di cessazione della missione Sophia.

 

La nuova missione Irene vedrà l’impiego di mezzi navali, aerei e satellitari con l’obiettivo monitorare sull’embargo di armi in Libia. A differenza di Sophia, che riguardava la totalità delle coste libiche, Irene opererà solo nelle acque ad Est della Libia, principale punto di arrivo dei carichi di armamenti. Questo assetto navale preverrebbe quindi la trasformazione della Missione UE in fattore di richiamo per le partenze dei migranti, le quali si concentrano maggiormente ad ovest.

È in ogni caso prevista la possibilità di un’interruzione delle attività navali nel caso la missione venga nuovamente a delinearsi come un “pull-factor” per i flussi migratori.

L’intesa raggiunta il 26 marzo scorso, necessita ora del vaglio dei singoli Stati membri. L’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Di Maio, nei giorni scorsi si è detta indisponibile ad accogliere le navi della nuova missione nei propri porti, in virtù dell’emergenza Covid-19 che il nostro Paese sta affrontando. La Grecia, dal canto suo, ha accettato di accogliere eventuali migranti salvati nelle sue acque, mentre altri governi europei hanno concordati di contribuire a coprire i costi portuali, per evitare ulteriori pressioni finanziarie su Atene.

Libia, Khalifa Haftar vola a Berlino. Merkel: “nessuna soluzione militare”

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Lo scorso 10 marzo il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino. L’incontro è avvenuto il giorno successivo alla visita del generale a Parigi , dove ha incontrato il Presidente francese Emmanuel Macron.

 

Al centro dell’incontro tra il leader dell’LNA e la cancelliera Merkel vi è stato, anzitutto, il perdurare della crisi libica, ma anche il confronto sulle possibili soluzioni per porre fine al conflitto. A tal proposito, la cancelliera tedesca ha ribadito che la crisi libica non dovrà essere risolta militarmente e, pertanto, ha nuovamente invocato la necessità di un “cessate il fuoco” permanente.  Secondo quanto dichiarato dal portavoce del governo tedesco Steffen Seibert, la cancelliera Merkel ha ribadito al leader libico la necessità di favorire l’avvio di un processo politico nel Paese nordafricano, in conformità con quanto stabilito alla Conferenza di Berlino, tenutasi il 19 gennaio scorso. Questo è quanto riferito dal portavoce del governo tedesco, il quale, però, non ha rivelato dettagli sulla risposta di Haftar.

 

Sappiamo però che lo scorso 9 marzo, nel corso dell’incontro con il Presidente francese, il leader libico ha dichiarato di essere pronto a raggiungere una tregua, a patto che tutti i gruppi armati, compreso l’esercito di Tripoli sotto il comando del Governo di Accordo Nazionale (GNA), si impegnino a fare lo stesso.

Il governo di Tripoli, dal canto suo, il 3 marzo scorso aveva invitato la comunità internazionale a proseguire il suo sforzo di pacificazione nel Paese, in particolare esercitando pressioni sulle forze di Haftar volte a porre fine agli scontri.

Il Paese, e soprattutto la capitale libica, continuano tuttavia ad essere caratterizzati da instabilità e da scontri continui tra le due fazioni in campo.

Fonti locali dichiarano infatti che venerdì 13 marzo, le forze dell’LNA hanno avviato un’offensiva su due diversi fronti. Una al centro di al-Aziziya, situata a 55 km a Sud-Ovest di Tripoli, ed un’altra presso al-Hira, vicino la città di Gharyan. Secondo quanto dichiarato, le forze di Haftar avrebbero parallelamente condotto un attacco aereo contro le postazioni delle forze del governo triplino, situate ad Est della città di Misurata. I raid aerei, secondo le stesse fonti, hanno preso di mira principalmente obiettivi militari.

Nel frattempo, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha riferito che la Turchia continua ad inviare a Tripoli combattenti siriani, ovvero militanti appartenenti alle divisioni di Sultan Murad, addestrati da Ankara per combattere a fianco dell’esercito tripolino. Secondo quanto riportato da al-Mismari, il numero di mercenari siriani il Libia ha raggiunto quota 7500, a cui vanno ad aggiungersi funzionari ed altri uomini di provenienza turca.

 

Il Coronavirus irrompe in Africa: aumentano gli Stati colpiti e la preoccupazione dell’OMS

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La pandemia da Covid-19 è sbarcata anche nel continente africano. Nelle ultime ore quattro nuovi Stati hanno registrato pazienti positivi, portando a 23 il numero di Paesi Africani colpiti dal virus.

Secondo uno studio della rivista medica Lancet, l’Egitto, l’Algeria e il Sudafrica sarebbero gli Stati a più alto rischio di diffusione del virus, in virtù del volume dei collegamenti e delle relazioni commerciali con la Cina.

Il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Ghebreyesus, si è detto seriamente preoccupato per la diffusione del virus in Paesi con sistemi sanitari deboli, come è il caso di molti Paesi Africani. Il timore è che, nonostante la percentuale di letalità del Covid-19 sia bassa, questa possa aumentare a causa delle condizioni di vita della popolazione di numerosi Stati del Continente. La preoccupazione degli esperti riguarda, inoltre, le effettive capacità di alcune Nazioni africane di contenere la diffusione del virus, portando ad una potenziale crisi sanitaria dagli effetti devastanti.

Secondo le stime aggiornate dell’OMS e della piattaforma online di monitoraggio Covid19-Africa, il numero più alto di casi si registra attualmente in Egitto con 126 casi, seguito da Algeria (48), Sudafrica (51) e Tunisia (18).  I casi totali sono 347, ma i dati sono in costante aggiornamento e le stime si basano sulle limitate capacità diagnostiche dei Paesi contagiati.

Il Sudan, alle prese con una grave crisi economica dopo la dittatura di Al Bashir, si trova ad affrontare anche l’emergenza Covid-19. Venerdì scorso c’è stata la prima vittima a Khartoum, ed il governo ha decretato la sospensione di visti e voli da e verso 8 Paesi, tra cui l’Italia e l’Egitto. È stata inoltre decisa la chiusura di scuole ed università, ed il divieto di eventi sociali, compresi i matrimoni.

Il Kenya, l’economia più ricca dell’Africa Orientale, ha individuato il paziente 0 in una donna proveniente dagli Stati Uniti. Il Governo di Nairobi ha quindi intrapreso misure atte a contenere un possibile focolaio. Ai cittadini e agli stranieri in possesso di regolare visto è permesso l’ingresso, a condizione che si sottopongano ad un periodo di isolamento nelle proprie abitazioni, o in strutture predisposte dal governo. In generale, quasi tutti i governi africani hanno iniziato ad attivare misure precauzionali: maggiori controlli agli aeroporti e quarantena per i passeggeri provenienti dai Paesi più colpiti.

Il Direttore regionale dell’OMS per l’Africa, Matshidiso Moeti ha sollecitato tutti i Paesi africani a continuare ad agire in tal senso al fine di affrontare l’emergenza e frenare il numero dei contagi. “Ogni paese può ancora cambiare il corso di questa pandemia aumentando le proprie riesposte all’emergenza. I casi sono ancora bassi in Africa e possiamo mantenerli così con solide azioni di tutti i governi per combattere il nuovo coronavirus”.

La Commissione Europea presenta la nuova strategia per l’Africa: focus su clima, pace e immigrazione

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“La strategia con l’Africa presentata costituisce la tabella di marcia per far avanzare il nostro partenariato al livello successivo. L’Africa è partner naturale e vicino dell’Unione europea. Insieme possiamo costruire un futuro più prospero, più pacifico e più sostenibile per tutti”.

Sono queste le parole della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen il 9 marzo, al momento della presentazione della Nuova Strategia per l’Africa, proposta dalla stessa Commissione. La proposta UE sarà discussa nei prossimi mesi con i partner africani in vista del vertice di ottobre tra UE e Unione Africana.

L’obiettivo della proposta è intensificare la cooperazione attraverso il partenariato in cinque settori chiave: transizione verde, trasformazione digitale, pace e governance, migrazione e mobilità, crescita e occupazione sostenibili. L’intervento dell’Unione si assocerà quindi a quello africano nell’ambito di 10 azioni specifiche, le quali concretizzano i 5 macro-settori di partenariato previsti nella proposta.

Tra questi, la sezione sull’immigrazione evidenzia la necessità di porre le basi per una migliore cooperazione nel settore, non solo in materia di controlli alle frontiere, ma anche in materia di sicurezza, contribuendo ad una soluzione delle attuali crisi in Libia, Mali e Somalia.

 

In virtù del ruolo chiave che il Continente Africano gioca per la crescita e la sicurezza dell’Europa, l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell, nel corso di una conferenza stampa, ha descritto l’intesa con l’Africa come una delle più importanti partnership internazionali che l’Europa porrà in essere, perché è in Africa che si gioca parte del futuro dell’Europa.

Solo dal punto di vista merceologico, i dati mostrano che nel 2018 il commercio di beni dell’UE con l’Africa valeva 235 miliardi di euro, quasi il doppio di quello della Cina con l’Africa e circa cinque volte quello con gli Stati Uniti.

La Commissaria europea per i partenariati internazionali, la finlandese Jutta Urpilainen, commenta: “Con i cinque partenariati proposti, basati su interessi e valori condivisi, l’Africa e l’Europa guideranno insieme la trasformazione verde e digitale, promuovendo nel contempo investimenti e occupazione sostenibili. La mia priorità fondamentale è garantire che giovani e donne si impadroniscano della strategia con l’Africa, che risponde alle loro aspirazioni”.

Libia: si dimette l’inviato speciale delle Nazioni Unite Ghassan Salamè

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Dopo meno di tre anni dall’inizio del suo incarico, l’inviato speciale ONU in Libia, Ghassan Salamè, ha presentato le proprie dimissioni al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

Si tratta del sesto inviato Onu della Missione in Libia UNISMIL, nonché il secondo di origine libanese, a non essere riuscito a portare la pace nel Paese. Ghassan Salamé aveva ricevuto l’incarico il 16 giugno 2017, succedendo al tedesco Martin Kobler.

La notizia è stata diffusa dallo stesso Salamè mediante un tweet pubblicato la sera del 2 marzo.

“Mesi di stress insostenibile” è il suo commento amaro. “Per due anni ho cercato di riunire i libici, di frenare le interferenze esterne e preservare l’unità del paese. Dopo il vertice di Berlino è stata emessa la risoluzione 2510 e sono state aperte tre strade, nonostante l’esitazione di alcuni: oggi dichiaro che la mia salute non consente più questo tasso di stress, perciò ho chiesto al Segretario Generale di sollevarmi dall’incarico augurando alla Libia pace e stabilità”.

Secondo quanto espresso dallo stesso Salamè, quindi, dopo circa 3 anni dall’assunzione del mandato, le sue condizioni di salute non gli consentono più di far fronte al forte stress causato dalla missione stessa, viste le difficoltà riscontate nel raggiungere pace e stabilità nel Paese Nordafricano, nonché nel dialogare con le parti in conflitto. Bisogna inoltre considerare che da tempo il diplomatico libanese aveva fatto sapere che non avrebbe completato il suo mandato.

L’annuncio di Salamè segue il fallimento dei colloqui di stampo politico e militare intrapresi a Ginevra. Gli ultimi, avviati il 26 febbraio scorso, hanno registrato l’assenza di delegati dei due fronti rivali in Libia, facenti capo a Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar. Tali assenze in fase di negoziazione, in particolare il ritiro della delegazione di Serraj dai colloqui, sono state lette come un chiaro atto di sfiducia nei confronti dell’azione dell’emissario ONU nel conflitto libico.

Nelle ultime settimane, inoltre, le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar, hanno continuato a condurre attacchi contro Tripoli, compromettendo l’esito delle negoziazioni, e violando l’obbligo di “cessate il fuoco”.

Per alcuni, le dimissioni i Salamè dimostrano come la crisi libica sia giunta ad un vicolo cieco, in cui trovare una soluzione politica appare sempre più difficile. Salamè infatti era considerato come uno tra i pochi ad avere le giuste competenze per affrontare il difficile panorama libico, visto il suo vissuto, caratterizzato altresì dalla crisi politica e dalla guerra civile in Libano. Pertanto, la scelta di un successore e la definizione del suo mandato, si prospettano come passaggi delicati ed incerti.

 

È morto Hosni Mubarak, il Presidente egiziano deposto dalle Primavere arabe

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È morto all’età di 91 anni l’ex Presidente egiziano Hosni Mubarak. L’annuncio è stato confermato dai media locali e dalla famiglia.

La carriera dell’ex Presidente era iniziata nell’esercito, dove era riuscito a scalare le gerarchie militari divenendo Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare nel 1972, ed ottenendo una grande popolarità durante la guerra dello Yom Kippur contro Israele.Mubarak salì poi al potere nell’ottobre del 1981 dopo l’assassinio del Presidente Anwar al-Sadat, e la sua presidenza si è protratta per ben trent’anni, scampando ad almeno sei attentati.La sua leadership venne infatti confermata in tre referendum successivi nel 1987, 1993 e 1999.Le prime elezioni multipartitiche si ebbero nel 2005, ma anche in questo caso il leader egiziano riuscì a stravincere.

La presidenza di Mubarak ha segnato per il Paese africano il definitivo abbondono del modello economico socialista di el-Nasser, perseguendo la linea già tracciata dal suo predecessore al-Sadat, mediante l’approvazione di una serie di misure di liberalizzazione economica. Oltre ai militari, veri protagonisti degli anni di governo dell’ex Presidente, sono state le aziende e gli imprenditori vicini al governo, a cui fu concesso di beneficiare, più di altri, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni decise dal regime.

In politica estera Mubarak si mosse sostanzialmente in continuità con il suo predecessore, mantenendo rapporti di amicizia con i paesi occidentali, in particolare con gli Stati Uniti. Inoltre, ottenne la riammissione dell’Egitto nella Lega Araba, dopo l’espulsione decretata nel 1979 a seguito dell’accordo di pace firmato con Israele.

 

Corruzione, crisi economica, disoccupazione e una gestione poliziesca dello Stato avevano però alimentato un malcontento incontenibile, poi esploso con le proteste di Piazza Tahrir, avvenute nell’ambito delle Primavere arabe del 2011 e che portarono alla sua deposizione.

A differenza del tunisino Ben Alì, che fuggì in Arabia Saudita, Mubarak non abbandonò il Paese. Egli verrà inizialmente condannato all’ergastolo per la repressione sanguinosa delle manifestazioni dei primi mesi del 2011, e per corruzione. La Corte di Cassazione decise poi di annullare la decisione nel 2014, lanciando scontare all’ex Presidente solo una condanna a 3 anni per sottrazione di fondi pubblici, pena che sconterà ai domiciliari, per via dei gravi problemi di salute.

La missione Sophia va in pensione. Il Consiglio Affari Esteri lavora ad una nuova iniziativa UE nel Mediterraneo

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Lo scorso 17 Febbraio il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea (UE) ha sancito all’unanimità il termine dell’Operazione Sophia (EUNAVFOR Med) per il 20 marzo 2020. Si tratta di una missione di sicurezza marittima che opera nel Mediterraneo centrale approvata nell’estate del 2015, a seguito dei ripetuti naufragi di imbarcazioni con a bordo migranti e richiedenti asilo dalla Libia. Il compito dell’operazione, già prorogata di 6 mesi a settembre 2019 e da tempo priva della sua componente navale, era quella di contrastare e neutralizzare le rotte dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo.

Secondo quanto espresso da Josep Borrell, Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, la nuova missione europea, ancora priva di un nome, dovrebbe partire a fine marzo con l’intento di dare attuazione all’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’Alto Rappresentante Borrell è quindi riuscito a forzare le resistenze dei Paesi più reticenti a dare il via a nuovo impegno dell’UE nel Mediterraneo, in particolare Austria e Ungheria, da sempre critici sui dispiegamenti navali, giudicati un “pull factor” per i flussi migratori. Non è un caso che tra i dettagli noti della missione ci sia la possibilità di ritirare gli assetti navali qualora ci si rendesse conto di alimentare maggiori partenze. In più, sempre per giungere alla necessaria convergenza tra tutti gli Stati membri, si è specificato che lo sforzo si concentrerà sulla zona orientale della Libia, lì dove si concentra il traffico di armi, e non ad ovest, dove invece si registra il maggior numero di partenze dei migranti.

I Ministri degli Esteri UE hanno inoltre previsto come compiti accessori della nuova missione l’addestramento della guardia costiera e della marina libiche, nonché la lotta alla criminalità organizzata. Nonostante i dubbi e le incertezze sulla nuova iniziativa, il comando della missione europea in Libia è ora conteso tra Italia, Francia e Spagna. L’Italia, che aveva inizialmente proposto un potenziamento di Sophia, punta a confermare la sua leadership nell’impegno europeo in Libia anche se, trattandosi di una nuova iniziativa, ciò non è per nulla scontato. Parigi e Madrid sono le altre due candidate alla guida della missione, anche se la pretesa spagnola è indebolita dal comando attualmente detenuto su una missione anti-pirateria nelle acque del Corno d’Africa (EUNAVFOR Somalia). L’ipotesi di un doppio comando non agevola quindi le aspirazioni spagnole.

 

Una decisione definitiva è attesa per il 23 marzo, quando il Consiglio Affari Esteri dovrebbe lanciare la nuova missione, giungendo ad un accordo unanime sulle regole di ingaggio, l’assegnazione del comando e ulteriori dettagli della nuova missione.

Il Consiglio di Sicurezza ONU adotta la risoluzione 2510 sulla Libia

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Per la prima volta dopo il riaccendersi del conflitto in Libia nel mese di aprile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto alle parti in conflitto di “impegnarsi per un cessate il fuoco duraturo”. Il 12 febbraio, infatti, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 2510 in cui si invitano le parti coinvolte nella crisi a rispettare i 55 punti dell’intesa stabilita nella Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020. La risoluzione è stata approvata con 14 voti a favore e l’astensione della Federazione Russa. Il testo era stato proposto dalla Gran Bretagna e poi discusso per 3 settimane, a dimostrazione delle accese divisioni in seno alla Comunità internazionale in merito alla crisi libica. Gli Stati membri sono stati esortati a non interferire nel conflitto, evitando di adottare comportamenti capaci di inasprirlo, e rispettando l’embargo di armi precedentemente stabilito.

Il documento chiede inoltre al Segretario Generale ONU Antonio Guterres di dare un nuovo impulso all’azione della missione di supporto ONU in Libia (UNSMIL), nonché di presentare proposte per la creazione di un efficace meccanismo di monitoraggio della tregua.

La risoluzione ha poi accolto con favore le riunioni del Comitato militare congiunto libico, composto da rappresentanti del governo di Tripoli e dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), esortando le parti a proseguire i negoziati per giungere ad un cessate il fuoco permanente.

 

Non si fermano intanto le iniziative diplomatiche dei singoli Paesi. Dopo il colloquio di ieri con il capo del governo di Accordo Nazionale al-Serraj, il Ministro degli Esteri italiano Di Maio oggi avrà un incontro a Bengasi con l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar. Anche la Francia continua a portare avanti la sua azione diplomatica, ieri ad incontrare il generale Haftar è stato Christophe Varno, direttore del Dipartimento Medio Oriente e Nord Africa del Ministero degli esteri francese.

Vertice Italia-Libia: al centro i temi pace e immigrazione

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È durato oltre due ore l’incontro di lunedì 3 febbraio tra il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ed il suo omologo libico Fathi Bashagha a cui hanno partecipato anche il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e le rispettive delegazioni. L’incontro ha fornito l’occasione per ribadire il sostegno italiano al Governo di Accordo Nazionale Libico, nonché l’impegno e la volontà di giungere ad una soluzione politica della crisi libica. Il governo italiano ha quindi lanciato un nuovo appello, affinché tutte le parti coinvolte nel conflitto rispettino la tregua, evitando di contravvenire a quanto stabilito dalla Conferenza di Berlino per riportare stabilità nello Stato nordafricano in termini economici, politici e militari. 

Quello dei migranti è stato un altro tema al centro del vertice con il Ministro libico Bashagha. In particolare, si è discusso del Memorandum d’intesa che l’Italia ha siglato con la Libia nel 2017 con il quale, tra le altre cose, il nostro Paese si impegnava a fornire sostegno alle autorità libiche per il contrasto all’immigrazione clandestina. Al termine del vertice, il Ministro Di Maio ha rivelato la volontà di entrambe le parti di proseguire nella collaborazione, insieme all’intenzione del governo italiano di presentare una serie di emendamenti per migliorare il contenuto del documento in materia di diritti dei richiedenti asilo e dei migranti.

 

Nonostante gli sforzi diplomatici ad oggi la Libia continua a vivere in una situazione di grave instabilità. Gli ultimi scontri tra le forze del governo di Tripoli e l’esercito guidato dal generale Khalifa Haftar hanno avuto luogo dei pressi dell’aeroporto della capitale, il 30 gennaio scorso. Diverse fonti hanno riferito che, negli ultimi giorni, le forze di Haftar stanno avanzando verso verso Misurata e Sirte, nell’ovest del Paese, nel tentativo di aprire un nuovo fronte, contravvenendo, di fatto, all’invito al cessate il fuoco della conferenza di Berlino. 

 

Giulia Treossi
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