GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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AFRICA

Congo: attaccata base Onu, è strage di caschi blu, 15 morti e più di 50 feriti

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Almeno 15 uomini dei caschi blu dell’Onu sono rimasti uccisi in un violentissimo attacco, avvenuto lo scorso 7 dicembre nella provincia del Kivu Nord, nella Repubblica democratica del Congo. Il numero dei feriti è ancora da stabilire, stando alle dichiarazioni rilasciate dal direttore delle operazioni dell’ONU, Ian Sinclair, sarebbero circa 53 uomini. Sinclair ha inoltre identificato la provenienza delle vittime, erano soldati della Tanzania. Il segretario generale ONU, Antonio Guterres definisce l’attacco come “il peggiore della storia recente”.

Il Consiglio di Sicurezza ha condannato con forza l’”efferato attacco”, ribadendo il proprio pieno sostegno nei confronti delle istituzioni della missione di pace. ”Questi attacchi intenzionali contro le forze di pace delle Nazioni Unite sono inaccettabili e costituiscono un crimine di guerra” ha detto il Segretario generale António Guterres, aggiungendo: “condanno questo attacco in modo inequivocabile.”

Inoltre, esortando le autorità della RDC a indagare sull’incidente e a portare rapidamente i colpevoli alla giustizia, il capo delle Nazioni Unite ha sottolineato: “non ci deve essere impunità per tali assalti, qui o in qualsiasi altro luogo.”

Sebbene non si abbiano ancora certezze sui responsabili, in queste ore si sta indagando su quanto accaduto. Un comunicato della “Monusco” ha riferito che ad attaccare sono stati “sospetti elementi delle Allied Democratic Force(ADF)”. Il riferimento è nei confronti di un gruppo di ribelli attivi , sin dagli anni novanta, nelle zone tra Congo e Uganda. Il loro obbiettivo dichiarato è quello di sconfiggere il presidente dell’Uganda, Yoweri Musuveni, ma attualmente costituisce il maggior pericolo nazionale anche per la Repubblica Democratica del Congo. Inoltre questo gruppo di miliziani, che tuttavia non sarebbe legato alle formazioni Jihadiste africane, si è reso protegonista di diversi attacchi nei confronti dei caschi blu dell’Onu, già in passato. Lo scorso ottobre, infatti, un attacco ad una base operativa, sempre nell’instabile regione del Kivu Nord, ha causato 2 morti e 18 feriti.

Missione Monusco. La missione di pace delle Nazioni Unite in Congo, conosciuta con l’acronimo di Monusco, ha l’obbiettivo di stabilizzare il territorio del paese centroafricano, che per via delle sue caratteristiche, con ampie risorse minerarie, oggi è teatro di contesa tra vari gruppi armati, che negli ultimi anni si sono resi protagonisti di diversi conflitti. La missione, come riportato dal sito ufficiale, è in corso dal 2010.

Somalia: Un comunicato del Comando americano in Africa smentisce il coinvolgimento di 10 civili in un attacco aereo ad Agosto

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Secondo quanto riportato da un comunicato stampa del U.S Africa Command datato 29 novembre 2017, il raid aereo avvenuto il 25 agosto scorso per mano delle forze armate congiunte somalo-americane, non avrebbe causato la morte di nessun civile. In quella data fu effettuato un attacco nei pressi di Bariire, in Somalia, con l’intento di colpire il gruppo terroristico Al-Shaabab.

Diverse notizie, uscite nei giorni successivi, parlavano dell’uccisione di almeno 10 civili. Un articolo pubblicato dall’Ansa, il 26 agosto 2017, riporta le dichiarazioni del capo dei militari somali, affermando che il blitz mirato in Somalia, in quello che credevano fosse un campo di addestramento dei terroristi islamici di Al-Shaabab, era invece una tranquilla fattoria, ed ha causato la morte di 10 civili, tra cui tre bambini. La notizia in quei giorni fu confermata da diverse agenzie di stampa e testate,  nazionali ed internazionali. Reuters ha fatto riferimento ad alcune testimonianze oculari sull’accaduto, riportando anche le parole di cordoglio del parlamentare Mohamed Ahmed Abtidon, verso le famiglie delle vittime.  “I dieci civili sono stati uccisi accidentalmente, il governo e i parenti adesso discuteranno del risarcimento. Inviamo le condoglianze alle famiglie”.

La smentita. A distanza di tre mesi dal giorno del raid aereo il comando degli Stati Uniti in Africa smentisce il coinvolgimento di civili. Nel comunicato da cui si apprende la notizia si legge espressamente che; “ Una valutazione approfondita da parte delle forze ufficiali somale, a seguito delle indiscrezioni che parlavano dell’uccisione di 10 civili, nell’operazione guidata dall’esercito, lo scorso 25 agosto nei pressi di Bariire, ha portato alla conclusione che tutte le vittime facevano parte dei combattenti nemici armati” . Si tende a specificare inoltre che “prima di ogni operazione, si conduce una pianificazione dettagliata e un coordinamento per ridurre al minimo la probabilità di incidenti civili, e per garantire il rispetto della legge nel conflitto armato”.

Il contesto.   Al-Shabaab, fondato in Somalia nel 2006 e affiliata ad al-Qaeda, è una delle organizzazioni terroristiche più letali al mondo. Il gruppo mira a rovesciare il governo internazionalmente riconosciuto di Mogadiscio, per imporre la “Sharia”, la legge islamica, in tutto il paese.

Negli ultimi due anni, la cooperazione militare tra l’Unione Africana, le autorità locali e il governo americano, ha costretto i terroristi ad abbandonare importanti roccaforti urbane. Tuttavia, i militanti, attivi soprattutto nel sud della Somalia, continuano a compiere attacchi sistematici contro hotel, check-point militari e palazzi presidenziali, causando la morte di decine di civili.

Da quando il presidente americano Donald Trump è stato eletto alla Casa Bianca, il comando degli Stati Uniti in Africa ha intensificato i raid aerei nel territorio, con l’intento dichiarato di eliminare i miliziani di Al-Shaabab.

Somalia: Attacco aereo degli Stati Uniti contro l’ISIS

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Il 27 novembre scorso, un militante ISIS è stato ucciso in un attacco aereo degli Stati Uniti in Somalia. A renderlo noto , il Comando Militare Americano in Africa. “In coordinamento con il governo federale Somalo, le forze americane hanno condotto un attacco aereo contro l’ISIS, nel nord-est della Somalia il 27 novembre, uccidendo un terrorista”, questo è quanto si legge espressamente nel comunicato del “U.S. Africa Command”.  Il raid è avvenuto intorno alle 3 di pomeriggio, ora locale.

All’inizio di novembre, a seguito della volontà dell’amministrazione Trump di espandere la presenza militare nel Corno D’Africa per combattere il terrorismo Islamico, gli Stati Uniti hanno cominciato a prendere di mira le piccole cellule di jihadisti in continuo aumento nel Paese africano. Secondo quanto riportato dalla CNN, il 3 e il 4 novembre si sono verificati due attacchi aerei dislocati in zone differenti, causando la morte di, come si legge nell’articolo, “diversi” terroristi. Gli attacchi, in quel caso, sono stati perpetrati da un drone privo di equipaggio.

Negli ultimi anni le forze armate statunitensi, in collaborazione con quelle aeree, hanno periodicamente operato contro il gruppo terroristico Al-Shaabab, resosi protagonista di diversi attacchi nei confronti delle forze occidentali nei territori dell’Africa orientale. Ultimamente sembrerebbe che circa 200 estremisti abbiano disertato questo gruppo terroristico, cominciando ad organizzarsi in piccoli gruppi vicini all’ISIS.

Le volontà da parte degli Stati Uniti sono chiare. Nel comunicato da cui è stata appresa la notizia, si legge che; “Le forze statunitensi continueranno ad utilizzare tutte le misure autorizzate e appropriate per proteggere i propri cittadini  e per disabilitare la minaccia terroristica. I nostri obiettivi politici e di sicurezza prevedono la ricostituzione della pace interna in Somalia, rendendolo un paese in grado di affrontare tutte le minacce del suo territorio”. Si specifica che ciò prevede la collaborazione oltre che con le forze di sicurezza nazionali, anche con la Missione dell’Unione Africana in Somalia(AMISOM). Essa è stata autorizzata dall’Unione Africana e approvata dalle Nazioni Unite nel 2007, con l’obbiettivo di garantire un piano di sicurezza al paese.

 

Aste di schiavi in Libia; una questione di punti di vista?

AFRICA/REGIONI di

Venerdì scorso la Commissione Nazionale per i Diritti in Libia, si è detta irritata dalle accuse volte dalla CNN in un report pubblicato a inizio settimana. Il report denuncia il fatto che in Libia vengano fatte aste pubbliche di vendita di schiavi. Questo report nasce da un breve video filmato da un telefono e mandato alla CNN, che poi ha deciso di investigare in prima persona, registrando varie aste di esseri umani, avvenute in alcune città della Libia, tra cui alcuni sobborghi di Tripoli. Il materiale così acquisito è stato poi trasmesso alle autorità libiche che infatti risulta abbiano iniziato delle investigazioni su questo tipo di traffici umani.

Ma la NCHR (National Commission for Human Rights) ha parlato di dettagli esagerati e disinformazione della CNN, aggiungendo che se queste aste di esseri umani avvengono sul suolo libico, sono di certo svolte in segreto e in una situazione di clandestinità.

La NCHR ha poi espresso la più viva condanna per l’azione di bande criminali organizzate, facendo appello al Procuratore Generale affinché si investighi al riguardo. Ma la Commissione non ha mancato di collegare questi episodi ad una condanna delle politiche e delle dichiarazioni di alcuni paesi dell’UE, che, a detta dell’organizzazione, esagerano le condizioni dei migranti bloccati nei centri di detenzione in Libia. Infatti i governi e la stampa europee sfruttano, dal punto di vista dell’NCHR, la condizione disagiata dei migranti per forzare le autorità libiche ad incontrare gli interessi europei che vorrebbero fare della Libia una meta alternativa per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

Alfano: Stanziati tre milioni di euro per la crisi nella Repubblica Centrafricana

AFRICA di

Dall’Italia sono stati stanziati 3 milioni di euro per la Repubblica Centrafricana nella speranza di far uscire dalla crisi economica ed umanitaria questa popolazione scevra di qualsiasi ricchezza e al limite della sopravvivenza.

“La situazione della Repubblica Centrafricana è una delle più drammatiche; oltre 2,7 milioni di persone dipende dall’assistenza internazionale per sopravvivere”.

Dichiarazione forte e di denuncia del Ministro degli Affari Esteri Alfano, il quale ha dato il via, appoggiato dalla Cooperazione italiana, all’impegno finanziario che servirà a garantire una maggiore produttività nei settori essenziali al fine di sostenere uno stile di vita adeguato alla popolazione.

Si partirà dall’intervento nel settore agricolo e di conseguenza sulla sicurezza alimentare, per poi concentrarsi sul sistema sanitario con lo scopo di favorire un miglioramento nello stato di salute della popolazione.

I fondi saranno distribuiti prevalentemente alla capitale Bangui ed alle zone più disagiate del Paese.

Questo impegno dell’Italia è stato presentato alla “Conferenza dei donatori di Bruxelles” con un programma di solidarietà delineato e preciso dove è stata stabilita una cifra totale di cinque milioni di euro per una durata di tre anni dal 2017 sino al 2019

“il nostro intervento di solidarietà sarà utile per aiutare la Repubblica Centrafricana e agevolarla in questo delicato processo di transizione politica” conclude il Ministro.

 

Il futuro della Libia passa per la mediazione con Haftar

AFRICA di
La recente visita del Generale Haftar a Roma è solo l’ultimo passo di una lunga catena diplomatica e politica che vede l’Italia ritornare protagonista dei rapporti con la Libia e della proiezione nel Mediterraneo. Cio’ che la stampa ha trascurato è che questa azione diplomatica viene affiancata da una nuova fase di bombardamenti americani sulle postazioni dell’Isis in Libia. A dimostrazione di come quel fronte sia oggi il più problematico in prospettiva ora che lo Stato islamico ha perso le sue principali roccaforti in Siria e Iraq.
L’azione italiana è complessa e ambiziosa. Passa dal dialogo formale con il capo del governo riconosciuto, al Serraj, ma anche con l’imprescindibile generale Haftar, a capo di un esercito parallelo in Cirenaica e forte del sostegno di Egitto e Emirati Arabi.
L’Italia punta a rafforzare la legittimità del primo e includere il secondo in un dialogo di riconciliazione nazionale, al contempo stabilendo rapporti diretti con i capi tribù tuareg del sud della Libia, i padroni dei crocevia dei traffici di esseri umani. È la strategia giusta, che sta portando risultati evidenti sotto il profilo del contrasto al traffico di migranti.
Ma senza un accordo con le potenze regionali, il dialogo tra Tripoli e la Cirenaica rimarrà fragile. Sarà necessario convincere tutti gli interlocutori che una nuova guerra civile in Libia, accoppiata alla penetrazione di santuari dell’Isis, rischia di condurre al fallimento di quello Stato e ad un problema ben più grosso per la comunità internazionale.
Un passo necessario sembra essere un maggior impegno per rafforzare la legittimità e il controllo del territorio da parte di al-Serraj. L’italia, pur non sostituendosi all’iniziativa del negoziatore ONU, non può attendere i passi della lenta diplomazia onusiana. Per questo l’attivismo bilaterale – o meglio sarebbe dire, trilaterale- ha un suo senso profondo in questa fase. Non si potrà però scaricare tutto il peso della responsabilità sull’Italia.
E qui entra in gioco il ruolo troppo debole e defilato dell’Europa. È vero che la Francia percepisce un proprio impegno solo in termini di interesse nazionale, e dunque in potenziale contrasto con la paziente tessitura italiana. La Gran Bretagna è totalmente assorbita da questioni interne mentre la Germania mantiene la propria posizione di vigile neutralità. Non resta che l’Italia e il suo preminente interesse in Libia. Un interesse che viene riconosciuto e delegato al nostro Paese anche dagli Stati Uniti. Ma da soli non si potrà arrivare lontano. Le istituzioni europee devono continuare a fare la loro parte, come ha appena iniziato a fare la Commissione, garantendo fondi ai Paesi del Sahel per fermare i traffici di esseri umani.
L’Italia dovrà però multilatelarizzare la propria azione, allargandola a Egitto, Tunisia, paesi del Golfo. La ricerca condivisa di un progetto di medio termine che porti a conciliare gli interessi in campo è una necessità. Un nuovo fallimento sarebbe forse l’ultima spiaggia prima del baratro. Dell’implosione cioè di un Paese strategico per gli equilibri geopolitici e per la lotta al terrorismo integralista. Ne va del nostro interesse e della nostra sicurezza nazionale.
di Gianluca Ansalone

TANZANIA, MAGUFULI CONTRO LA PETRA DIAMONDS

AFRICA di

Il 31 Agosto, il governo della Tanzania ha confiscato nell’aeroporto di Dar El Salaam un carico di diamanti del valore di 15 milioni di dollari. Il carico era destinato ad Anversa, Belgio. La compagnia incaricata del traffico è la londinese Petra Diamonds, che è stata accusata dagli ufficiali tanzaniani di sottostimare il prezzo dei diamanti. Queste accuse hanno avuto l’effetto di provocare la chiusura della miniera di Williamson, proprietà della Petra Diamonds, oltre ad essere la causa di un consistente crollo del valore delle azioni della compagnia a Londra, un crollo che raggiunto un picco del 25% si è poi attestato intorno all’8%.

L’inchiesta è iniziata con interrogatori a “determinati impiegati” su come vengono prezzati i diamanti. Queste azioni rientrano in una più vasta politica del recentemente eletto John Magufuli, che dalla sua elezione nel 2015, si è adoperato nel ricavare un valore più sostanzioso dal commercio dei materiali grezzi. La Petra Diamonds è ora sotto inchiesta per riduzione del valore dei diamanti della miniera Williamson di un 50 – 25%, e per sospette stime al ribasso dell’ammontare delle esportazioni.

Ad oggi la Petra Diamonds ha rifiutato le accuse, dichiarando completa trasparenza nelle transazioni amministrate dalla compagnia e pronunciandosi disposta a cooperare con il governo per una prossima risoluzione della faccenda. Secondo i rapporti della compagnia, ciò che il governo ha considerato irregolarità nella valutazione del prezzo dei diamanti, risponde in realtà ad uno schema commerciale di “gara aperta”, secondo il quale prima della vendita può solo essere fatta una proiezione del prezzo, ma il valore reale dello scambio viene stabilito alla consegna del carico.

 

Alessandro Conte, Chiara Gullotta

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite diviso tra crisi malese e lotta alla proliferazione nucleare

AFRICA/ASIA PACIFICO di

I primi giorni di settembre hanno visto i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riuniti sotto la presidenza dell’Etiopia, discutere di questioni particolarmente pressanti relative alle operazioni di peace-keeping in corso in Mali, sostenute dalla Missione Onu MINUSMA, e alle attività di proliferazione nucleare portate avanti da Pyongyang che, con il potentissimo test condotto a Punggye-ri domenica 3 settembre, sono tornante a minacciare seriamente la pace e la sicurezza internazionali.

A seguito dell’esplosione di un ordigno all’idrogeno nella regione settentrionale di Hamgyong, i quindici componenti del Consiglio di Sicurezza sono stati infatti convocati d’urgenza nella Norwegian Room da dove hanno condannato in maniera unanime la politica di nuclearizzazione perseguita da Pyongyang in violazione, oltre che del Trattato di non proliferazione (NPT) e del Treaty banning nuclear weapon tests in the atmosphere, in outer space and under water, anche di diverse risoluzioni Onu tra cui il Comprensive Nuclear-Test-Ban Treaty e la storica risoluzione del 24 gennaio 1946 sui pericoli riconducibili alla scoperta dell’energia atomica.

A cominciare dal Sottosegretario Generale per gli Affari politici, che ha ribadito la preoccupazione dell’intera comunità internazionale per l’escalation della tensione in corso nella penisola coreana e per le sue possibili conseguenze sul piano della sicurezza (sia a livello regionale che internazionale), anche i rappresentanti di Stati Uniti, Giappone, Francia e Regno Unito hanno espresso il proprio disappunto, sollecitato l’adozione, da parte del Consiglio, di nuove e più dure sanzioni economiche tese ad ostacolare un’ulteriore sviluppo delle capacità nucleari del regime di Kim Jong-un.

Come suggerito dal delegato sudcoreano Cho Tae-Yul, la prossima risoluzione Onu relativa al programma nucleare e missilistico della RPDC dovrà contenere, non solo disposizioni atte a bloccare l’afflusso di fondi utili allo sviluppo dell’arsenale nordcoreano di armi di distruzione di massa, ma anche altre misure, ancora più drastiche (tra cui il taglio delle forniture di greggio e dei derivati del petrolio), per scoraggiare il programma di nuclearizzazione portato avanti da Kim Jong-un colpendo in profondità il sistema produttivo della Corea del Nord.

Se da un lato, quindi, Europa e Stati uniti hanno assunto una posizione intransigente nei confronti di Pyongyang, fatta di accuse e minacce di ritorsioni, dall’altro Russia e Cina, insieme al rappresentante kazako, hanno invece insistito sulla necessità di proseguire lungo strada dei negoziati, scartando l’ipotesi di una possibile soluzione militare alla crisi (con attacchi preventivi per la distruzione dei siti nucleari nordcoreani) o di una risposta troppo decisa da parte del Consiglio, che invece di risolvere la crisi in atto, potrebbero esacerbare la situazione, spingendo i leader nordcoreani, impegnati a garantire al Paese una forza di dissuasione che gli assicuri la sopravvivenza, a moltiplicare gli esperimenti nucleari e balistici.

La proposta alternativa avanzata dai rappresentati di Mosca e Pechino, che prevede un “congelamento” dei test nucleari e missilistici della Corea del Nord in cambio di una sospensione delle esercitazioni militari congiunte tra Washington e Seul, riflette, confermandoli, gli interessi dei due giganti asiatici, impegnati, rispettivamente, a mantenere la propria influenza nell’area (in funzione anticinese e antiamericana) e ad impedire la caduta di Pyongyang che aprirebbe la strada a una Corea unificata (e sostenuta dagli Usa) rivale di Pechino sul piano strategico.

Con riferimento, invece, alla situazione malese, il Consiglio di Sicurezza ha stabilito, adottando all’unanimità la risoluzione 2374(2017), l’introduzione di nuove sanzioni contro soggetti considerati responsabili delle continue violazioni del cessate-il-fuoco e degli altri obblighi previsti dallo storico Accordo sulla pacificazione e la riconciliazione del Mali, con cui il Governo locale, la coalizione di gruppi armati Plateform e il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad hanno posto le basi per la stabilizzazione politica del Paese.

I destinatari di tali sanzioni saranno, pertanto, tutti i soggetti direttamente o indirettamente coinvolti nella crisi malese, che con le loro azioni hanno dimostrato di voler ostacolare il processo di pace, mettendo a rischio i deboli risultati sinora raggiunti (soprattutto a livello securitario e nel settore della difesa) nell’implementazione dell’Accordo del 2015. Il riferimento è, segnatamente, a coloro che favoriscono la ripresa delle ostilità (spesso realizzando attacchi contro le forze di sicurezza nazionali, i Caschi Blu delle Nazioni Unite ed altro personale Onu), come anche a terroristi ed organizzazioni criminali (tra cui Al-Qaeida, Al Mourabitoun, Ansar, Da’esh) responsabili di crimini come il traffico illegale di stupefacenti, il reclutamento di minori, l’ostruzione dell’assistenza umanitaria, il sequestro di persone, ma anche le esecuzioni extra-giudiziarie, il traffico di migranti e le violenze a sfondo sessuale.

Si tratta di attività che pongono serie minacce per la pace e la sicurezza, non solo di Bamako, ma dell’intera regione del Sahel e che richiedono pertanto un intervento deciso di attori locali e sub-regionali che permetta di individuare organizzatori e perpetratori di queste gravi violazioni del diritto internazionale che contribuiscono a mantenere nell’instabilità uno dei Paesi più problematici dell’Africa sub-sahariana.

Per favorire un simile processo, e garantire quindi la graduale stabilizzazione del Paese ed una maggiore protezione della popolazione civile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha previsto l’adozione, per un periodo iniziale di 12 mesi, di un travel ban che vieta l’ingresso ed il transito sul territorio di tutti i Paesi membri ai soggetti individuati da un apposito Commitee (creato ai sensi del paragrafo 9 della S/RES/2374) ed inseriti nell’elenco dei possibili responsabili della perdurante instabilità socio-politica del Mali.

Per scoraggiare le attività di questi gruppi, il “divieto di viaggio” sarà accompagnato dal congelamento immediato di fondi, risorse economiche ed altri assets finanziari, presenti sul territorio degli Stati membri, che risultino controllati, direttamente o indirettamente, da soggetti che figurano nella “black list” elaborata dal nuovo Comitato.

Contestualmente, i membri del Consiglio hanno anche deciso di istituire un nuovo panel di esperti incaricato di assistere il Committe nello svolgimento delle sue attività e di analizzare tutte le informazioni provenienti da Stati, INTERPOL, organi delle Nazioni Unite ed altre organizzazioni coinvolte nel processo di implementazione della risoluzione in esame, utili per monitorare il comportamento delle parti al conflitto ed individuare eventuali incidenti o violazioni che ostacolano la conclusione della guerra in corso nel Paese dal marzo 2012.

di Marta Panaiotti

MADAGASCAR, UN PAESE IN CERCA DI FUTURO

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Repubblica semipresidenziale, quarta isola al mondo che ospita un universo di specie animali e vegetali da record. Tralasciando i segreti naturali, ci affacciamo nella realtà politica del popolo di Noyse Be , le cui tradizioni e modo di vivere restano radicati nel passato; come ci confessa la guida turistica intervistata, il presidente è il più delle volte corrotto e organizza campagne elettorali in tutto il paese, illudendo i cittadini di dar loro nuove speranze di vita. La politica tuttavia non è al centro della vita di un malgascio, potendo a malapena terminare le scuole di primo grado e di conseguenza sviluppare un interesse per le questioni più “alte”; è l’elevato costo, sia per le scuole pubbliche che quelle private, ad essere la causa dell’elevato analfabetismo.

Spesso si inizia ma non si porta a termine, così come la costruzione delle case che vengono iniziate in cemento per poi rimanere incomplete o continuate in legno, essendo meno costoso. Percorrendo le strade dell’isola, si respira un’aria di collaborazione, di sentita unione fra gli abitanti dei numerosi villaggi a poca distanza l’uno dall’altro, che variano dai 50 ai 350 abitanti, ad eccezione delle tre città maggiori che ne contano di più.. un’aria profumata dalle spezie tipiche che colorano i piatti locali, dal pollame e gli animali che collaborano alla sopravvivenza delle famiglie. Dai più comuni galli alle tipiche mucche, gli zebù, la cui carne è un piatto forte. I mercati sono affollati, mosche a non finire che sorvolano il cibo venduto direttamente sulla strada ma che per loro sono parte della quotidianità, date le condizioni igieniche ancora scarse.

La numerosità dei bambini è uno tra gli aspetti che può lasciare più sorpresi: la natalità è altissima e le ragazze diventano madri già dai 16 anni, con una media di 6 bambini. Nonostante tutto ciò, a Nosy Be si vive molto bene, grazie al turismo che ogni anno aumenta e permette alla popolazione una vita dignitosa; è la natura a comandare e l’uomo scandisce le sue giornate proprio in base ad essa. La difficoltà nell’ottenere i visti per uscire dal Madagascar fa sì che questa gente non conosca, se non coloro che lavorano in stretto contatto con i turisti, il Mondo che si nasconde appena fuori;  sarà proprio questo a far apparire questo popolo tranquillo, sorridente e senza dubbio privo della frenesia occidentale.

 

Laura Sacher

Redazione
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