GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Algeria: richiamato temporaneamente l’ambasciatore in Francia

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L’Algeria ha richiamato “per consultazioni” il suo ambasciatore in Francia Salah Lebdioui, dopo che alcuni documentari sul movimento di protesta antigovernativa Al Hirak sono stati trasmessi dall’emittente televisiva “France 5 Tv Channel”.

In una nota del Ministero degli Esteri algerino si legge che i docufilm, “apparentemente riprodotti con il pretesto della volontà di espressione, sono in realtà attacchi al popolo algerino e alle sue istituzioni, incluso l’esercito”.

 

Intitolati “Algerie Mon Amour”e “La Promesse de l’aube”, i documentari si concentrano sul movimento pro-democrazia “Hirak”, al centro delle proteste antigovernative che hanno interessato il Paese nel 2019, e che hanno portato il Presidente Abdelaziz Bouteflika alle dimissioni. Il movimento era nato nel febbraio 2019 con l’intento di ottenere l’avvio di riforme politiche strutturali con mezzi pacifici, ma è poi esploso nel momento in cui l’ex Presidente, al potere dal 1999, ha annunciato la sua volontà di concorrere per il quinto mandato presidenziale consecutivo.

 

I due documentari hanno scosso l’opinione pubblica algerina, ritenendo che questi banalizzassero il movimento di protesta, offrendone un’immagine distorta e inesatta. In particolare, è stato criticato il focus su aspetti irrilevanti della transizione algerina, tralasciando i gravi problemi di corruzione e di esclusione dell’opposizione radicati all’interno del regime.

Nella sua nota il Ministero algerino cita il “carattere ricorrente” di questa tipologia di contenuti sulla televisione pubblica francese, aggiungendo che i due documentari mostrano “le intenzioni maligne e durature di alcuni ambienti che non desiderano ancora vedere relazioni pacifiche tra Algeria e Francia a 58 anni dall’indipendenza”.

 

Il Quai d’Orsay non ha commentato direttamente la decisione di Algeri, limitandosi ad affermare in una nota del suo portavoce, che “tutti i media godono di una completa indipendenza protetta dalla legge francese”, aggiungendo che la Francia rispetta pienamente la sovranità dell’Algeria.

Nel quadro delle storiche relazioni esistenti tra i due Paesi, alla quali si dice attribuire la massima importanza, la nota del Ministero degli Esteri dichiara la volontà francese di proseguire verso un deciso approfondimento delle relazioni bilaterali.

Il 25 maggio è la Giornata mondiale dell’Africa

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Il 25 maggio si celebra la Giornata mondiale dell’Africa, il Continente considerato la culla dell’umanità.

La ricorrenza rimanda al 25 maggio del 1963 quando, ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, i leader di 31 Stati africani indipendenti istituirono l’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU), oggi Unione Africana (UA).

La Carta dell’OUA, risultato del compromesso tra le parti, prevede il raggiungimento di obiettivi comuni, tra cui spicca la promozione dell’unità e la solidarietà tra gli Stati africani, il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, ma soprattutto l’eliminazione di ogni forma di colonialismo nel Continente.

A partire da questa Organizzazione, concepita inizialmente come organismo dedicato al completamento del processo di decolonizzazione, nel corso degli anni ‘90 si sviluppò un dibattito rispetto alla necessità di far fronte alle nuove sfide e ai cambiamenti globali.

Tale dibattito condusse alla Dichiarazione di Sirte del 1999, la quale sancì il passaggio dall’OUA alla nuova Unione Africana (UA), poi istituita ufficialmente nel 2002 in occasione del Summit dei Capi di Stato e di Governo di Durban.
L’Unione Africana mira ad accelerare il processo di integrazione dell’Africa, sostenendo gli Stati africani nel contesto dell’economia globale, contribuendo, parallelamente, all’avvio di iniziative congiunte per affrontare i problemi sociali, economici e politici del Continente.

 

La Giornata dell’Africa, di cui oggi ricorre l’anniversario, offre quindi l’occasione per tracciare un bilancio del passato e, allo stesso tempo, progettare il futuro, riflettendo sul cammino che rimane da percorrere per costruire con Continente più forte e unificato. L’obiettivo della ricorrenza è quindi duplice: da un lato, portare agli occhi della Comunità internazionale, nonché di tutti noi, i gravi problemi irrisolti che tutt’ora affliggono il Continente africano, come povertà, conflitti interni ed esclusione sociale, e dall’altro stimolare lo sviluppo delle comunità e delle istituzioni locali.

 

In vista della ricorrenza odierna, la ONG ambientalista Green Cross ha lanciato in Senegal un’iniziativa chiamata “Energia per restare”. Il progetto, finanziato dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), mira a migliorare le condizioni di vita in cinque villaggi rurali a nord-est del Paese, al fine di creare opportunità di vita e di lavoro per i giovani e le donne, contribuendo così ad invertire la tendenza ed offrire un’alternativa concreta alle migrazioni irregolari.

 

Somalia: il ruolo della Turchia nella liberazione di Silvia Romano conferma la crescente influenza di Ankara nel Corno d’Africa

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La collaborazione tra Italia e Turchia nella liberazione di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel novembre 2018 in Kenya e liberata lo scorso sabato, ha messo nuovamente in luce la crescente influenza di Ankara nel Corno d’Africa.

Al potere dal 2003, prima come Primo ministro e poi come Presidente, Recep Tayyip Erdoğan ha già compiuto in Africa oltre 30 viste di stato, ed esteso la rete diplomatica turca nel Continente, passando da 12 a 41 ambasciate operative.

Negli ultimi anni, tuttavia, è nel Corno d’Africa che il soft power turco si è consolidato maggiormente, grazie alla modulazione di ingenti aiuti umanitari uniti ad accordi commerciali e militari che hanno permesso ad Ankara di estendere la propria influenza in una zona del Continente sempre più al centro dei giochi geopolitici delle medie e grandi potenze mondiali.

L’anno cruciale della partnership turco-somala è il 2011, quando Erdoğan, al tempo Primo ministro, visitò una Mogadiscio devastata da carestia, siccità e terrorismo, divenendo il primo leader non africano a recarsi in Somalia dopo oltre vent’anni.

 

In quel periodo tutti scansavano la Somalia, invece Erdoğan venne e ci aiutò. Da allora la Turchia è rimasta nel cuore dei somali”, ha confidato nel 2018 Abdulkadir Ahmed-Kheir Abdi, Ministro degli Esteri della Somalia.

 

In quell’anno Erdoğan mise in moto la sua Agenzia per la cooperazione Tika (Turk Isbirligi ve Koordinasyon Idaresi Baskanligi), con il compito di fornire aiuti umanitari ed avviare progetti di sviluppo e cooperazione. Il soft power turco in Somalia si è quindi consolidato grazie all’invio di generosi aiuti ed investimenti, uniti ad un incremento delle relazioni commerciali tra i due Paesi. Nel 2016 fu lo stesso Erdoğan ad inaugurare la nuova ambasciata turca a Mogadiscio, la più grande nel Continente.

Nel corso degli anni i due Paesi hanno avviato una stretta cooperazione anche in ambito militare, fondata su un accordo del maggio 2010, in base al quale la Turchia si impegnava ad addestrare le Forze armate somale al fine di garantire la stabilità interna e la tenuta del governo federale, poi insediatosi ufficialmente nell’agosto 2012. Tuttavia, l’intesa più significativa raggiunta tra i due Paesi è senz’altro il Memorandum of Understanding (MoU) sull’energia e le risorse minerarie del 2016, con cui Mogadiscio ha aperto alle esplorazioni petrolifere nelle proprie acque territoriali da parte della Turchia, prevedendo inoltre l’avvio di numerosi progetti congiunti nel settore.

In base ai termini del MoU, che ha una durata rinnovabile di cinque anni e le cui controparti sono rispettivamente il Ministero dell’Energia e delle Risorse Naturali di Ankara e il Ministero somalo del Petrolio e delle Risorse Minerarie, la compagnia statale turca Turkish Petroleum sarà responsabile, insieme alle sue sussidiarie, di condurre le esplorazioni al largo delle coste somale.

 

Non sorprende affatto, perciò, che da anni la Turchia stia tentando – con successo- di estendere la propria influenza nel Corno d’Africa, con una mossa che mira a contrastare le mire geopolitiche delle monarchie del Golfo. Da anni, infatti, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aumentato la loro presenza in loco, cercando di trarre profitto da un’area strategica cruciale per le rotte del petrolio.

Libia-UE: Malta si ritira dall’Operazione Irini

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Il Governo di Malta ha comunicato alla Commissione Europea la propria volontà di ritirarsi dalla nuova missione europea nel Mediterraneo nota come Operazione Irini, dal nome della dea greca della Pace.

La decisione, annunciata venerdì 8 maggio, giunge come atto di protesta da parte di La Valletta nei confronti del fallimento dell’Unione nella gestione dei flussi migratori provenienti dalla Libia, soprattutto a seguito dell’inasprimento del conflitto nel Paese nordafricano.

Nel comunicato inviato alla Commissione UE, Malta dichiara la sofferenza del Paese per l’assenza di un quadro di ricollocazione dei migranti “che condivida la responsabilità delle persone soccorse in mare tra tutti gli Stati membri dell’UE”. Il Governo maltese, citando un aumento del 428% degli sbarchi, accusa l’Unione di aver lasciato sole l’Italia e Malta nell’affrontare e gestire gli sbarchi di migliaia di migranti.

L’avvio della missione UE in questione era stato approvato all’unanimità il 17 febbraio scorso, in occasione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’UE, con il mandato di garantire il rispetto dell’embargo di armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, da anni ormai teatro di una guerra civile.

L’Operazione aveva avviato i primi pattugliamenti in mare solo il 7 maggio scorso, a seguito dell’invio di una nave militare francese e di un velivolo da pattugliamento aereo da parte del Lussemburgo.

In questo contesto, quindi, la decisione di Malta rappresenta un duro imprevisto per l’Operazione Irini e, di conseguenza, per la garanzia di un effettivo rispetto dell’embargo.

Nel comunicato inviato alla Commissione UE, inoltre, La Valletta comunica al Comitato speciale Athena la propria volontà di apporre un veto sulle decisioni relative ad Irini che riguardino le procedure di spesa per lo sbarco dei migranti, le deviazioni dei porti e l’ammissibilità dei droni.

Il portavoce della Commissione Peter Stano ha rifiutato di commentare direttamente la decisione di Malta, affermando che la missione “è un esempio concreto di come l’UE voglia contribuire ad una soluzione pacifica del conflitto in Libia”.

Ad oggi, tuttavia, dopo il dietrofront di Malta e la recente bocciatura dell’operazione da parte dello stesso Premier libico al-Serraj, il futuro della missione post-Sophia appare ancora più incerto.

Francia e Tunisia presentano una proposta di risoluzione ONU sul Covid-19, nuovi contrasti USA-Cina

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La Francia e la Tunisia hanno esortato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad adottare una risoluzione per un immediato “cessate il fuoco” nei principali conflitti mondiali, permettendo ad ogni Paese di affrontare la diffusione della pandemia da Coronavirus.

La Francia è uno dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, mentre la Tunisia si colloca tra i 10 membri eletti.

L’appello delle due Nazioni arriva dopo lunghe settimane di negoziati che hanno paralizzato l’organo ONU, nella speranza di ottenere l’approvazione di quella che sarebbe la prima risoluzione emessa dal Consiglio dallo scoppio della pandemia da Covid-19.

Il voto, tuttavia, rischia di essere sospeso a causa della disputa tra Cina e Stati Uniti sull’inclusione di un riferimento al ruolo all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel documento franco-tunisino.

Secondo fonti diplomatiche del Palazzo di Vetro, Pechino sostiene con forza l’azione dell’OMS, e ritiene necessaria una menzione del ruolo dell’Agenzia ONU nella lotta al Covid-19 nella risoluzione da approvare. Washington, contraria su questo punto, insiste invece maggiormente sull’importanza del concetto di trasparenza nei dati relativi alla pandemia.

Dall’inizio di aprile il Presidente statunitense Donald Trump ha infatti sospeso i finanziamenti all’OMS, accusando l’Agenzia sanitaria ONU di non essere riuscita ad impedire la diffusione del virus partito da Wuhan , e deve quindi essere ritenuta responsabile della conseguente pandemia. In particolare, Trump accusa l’organizzazione di aver “coperto” i ritardi e le inefficienze cinesi nella diffusione del Covid-19 nel mondo, dimostrando eccessiva vicinanza alla Cina. 

 

I rappresentanti dei 15 Paesi del Consiglio di Sicurezza hanno avuto un incontro privato martedì 5 maggio, con l’obiettivo di discutere del progetto di risoluzione franco-tunisino per una tregua umanitaria.

L’ambasciatore ONU in Francia, Nicolas de Rivière, ha parlato di una “good discussion”, dimostrando ottimismo su una rapida presa di posizione dell’organo ONU.

Positiva è stata anche l’impressione dall’ambasciatore delle Nazioni Unite in Tunisia Kais Kabtani, il quale ha dichiarato di avere fiducia nello “spirito di compromesso dei membri del Consiglio”.

 

Sulla stessa linea è il Segretario Generale Antonio Guterres, il quale dopo aver chiesto un “cessate il fuoco” in tutti i conflitti globali lo scorso 23 marzo, nei giorni scorsi ha dichiarato di auspicare che il Consiglio riesca a superare l’impasse iniziale ed adottare una risoluzione per rendere concreto l’appello alla cessazione dei conflitti.

Dall’inizio della pandemia mondiale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha già approvato due risoluzioni che riflettono l’orientamento degli Stati membri, ma che mancano di un carattere giuridicamente vincolante. Una ha riconosciuto “gli effetti senza precedenti” della pandemia ed ha chiesto “una cooperazione internazionale intensificata per contenere, mitigare e sconfiggere” il nuovo coronavirus. L’altra ha invece sollecitato un’azione globale per incrementare lo sviluppo, la produzione e l’accesso a medicinali, vaccini e attrezzature mediche, necessarie per far fronte alla pandemia.

 

Haftar si autoproclama leader della Libia: “Sono alla guida del Paese”

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Nella serata di ieri il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, si è autoproclamato capo della Libia nel corso di una dichiarazione alla tv al-Hadath, affermando di accettare il mandato del popolo libico per occuparsi del Paese.

 

Il mio esercito nazionale libico (LNA) è orgoglioso di ricevere questo mandato di svolgere un compito storico, governare la Libia”. Accettiamo il mandato della volontà popolare e la fine dell’accordo di Skhirat“, firmato in Marocco sotto l’egida dell’ONU, che avrebbe dovuto mettere fine alla guerra nel Paese.

 

L’accordo in questione, già più volte rigettato da Haftar, venne concluso nel 2015 stabilendo la creazione di un governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dalla Comunità internazionale. Tale patto, secondo Haftar, ha distrutto il Paese, portandolo verso “insidie pericolose” e, pertanto, ora sarà il popolo libico ad affidare il mandato a coloro che riterrà più degni per guidare la Libia.

 

Finora Haftar aveva rivendicato la sua legittimità a combattere da parte dei cittadini della Cirenaica, nell’Est del paese, ma ora ha lasciato intendere di poter contare anche sull’appoggio del resto del paese, anche se non ha specificato nessun dettaglio riguardo a tale sostegno.

Le sue forze, secondo quanto dichiarato, metteranno in campo “le condizioni necessarie per costruire le istituzioni permanenti di uno stato civile”. Tuttavia, sia l’ambasciata Usa nel Paese, sia un rappresentante delle Nazioni Unite, hanno respinto la sua dichiarazione unilaterale, invitando nuovamente Haftar a trattare con al-Serraj a partire da un cessate il fuoco per il Ramadan.

La prima reazione del governo di Tripoli alla dichiarazione di Haftar viene dal Consigliere del Governo di Accordo Nazionale Mohammed Ali Abdallah, che ha respinto seccamente le affermazioni di Haftar, sottolineando come il suo discorso appaia come quello di un “uomo disperato e sconfitto”.

Alcuni osservatori ONU descrivono la dichiarazione di Haftar come una mossa disperata di chi si considera ormai vicino alla sconfitta.

In effetti, l’operazione “Tempesta di pace” lanciata dal governo tripolino il 25 marzo in risposta agli attacchi dell’LNA, ha consentito alle forze di Al-Serraj di riprendere il controllo di numerose aree strategiche ad Ovest di Tripoli, tra cui Sabrata, Sorman, Mitrid e al-Aljilat, mettendo in seria difficoltà Hafar.

Ora a Bengasi e nei centri maggiori si temono scontri e disordini, nuove turbolenze in un contesto già estremamente precario, a cui si aggiunge, nelle ultime settimane, la lotta alla diffusione del Covid-19.

 

UE-Libia: Al-Serraj rifiuta la nuova missione Irini

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Il Presidente del Governo di Accordo Nazionale Libico (GNA), Fayez al-Serraj, ha annunciato la sua volontà di rigettare la neo-nata Missione UE nel Mediterraneo denominata Irini, dal greco “pace”.  La nuova operazione post-Sophia era stata lanciata agli inizi di aprile con il mandato di monitorare ed arginare le violazioni dell’embargo sulle armi in Libia disposto dalle Nazioni Unite (ONU).

 

In effetti, così configurata, l’operazione non prevede il controllo delle frontiere e delle aree terrestri orientali del Paese, attraverso le quali avverrebbe il maggior traffico di munizioni belliche destinate all’esercito di Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica.

In una lettera indirizzata a Bruxelles e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Al-Serraj rimprovera alla Comunità internazionale di non essersi confrontata con il Consiglio Presidenziale libico nella definizione di obiettivi e competenze della Missione post-Sophia. In particolare, Serraj si è detto profondamente insoddisfatto della modalità scelta per implementare la Ris. 2510/2020, che ignora, di fatto, il monitoraggio di aree considerate cruciali per contrastare l’arrivo di mezzi di sostegno all’Esercito Nazionale Libico (LNA).

 

L’operazione Irini è entrata ufficialmente in azione dal primo aprile 2020, dopo che il Consiglio Europeo ha formalmente adottato la decisione per il suo lancio, allo scadere del mandato della precedente Operazione Sophia. Tuttavia, se quest’ultima riguardava la totalità delle coste libiche ed era finalizzata a contrastare il traffico di migranti, la nuova missione riguarda le sole acque orientali, al fine di monitorare il rispetto dell’embargo nel Paese.

 

Sin dai primi giorni di aprile il GNA, con il tramite del Ministro degli Esteri Mohamed Siala, aveva espresso i suoi dubbi in merito alla missione UE, definita incompleta. In questi giorni anche parte della Comunità internazionale, in particolare Mosca, ha espresso forti dubbi sull’utilità della nuova missione europea nel Mediterraneo, sottolineando che, come recentemente annunciato dal Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian al quotidiano Le Monde, le navi turche stazionano di fronte alle coste libiche da gennaio, trasportando equipaggiamenti miliari e combattenti.

 

Un’analisi pubblicata nei primi giorni di aprile dal Centre for European Reform, dal titolo “The Eu’s New Libya Operation Is Flawed, aiuta a riflettere sui potenziali effetti di un “naufragio” della proposta europea.

«Irini rischia di infliggere un colpo fatale alla credibilità dell’UE come mediatore onesto in Libia, rendendo l’Unione ancora più marginale nei tentativi di affrontare il conflitto di quanto non lo sia già». L’operazione «rischia di peggiorare le cose a meno che gli europei non siano disposti ad aumentare la pressione diplomatica sui sostenitori di Haftar per garantire un cessate il fuoco».

 

Libia: la pandemia non ferma gli scontri, nuova offensiva di al-Serraj a Tharouna

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Le forze armate dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e quelle del Governo di Accordo Nazionale (GNA) si sono scontrate il 18 aprile nei pressi di Tarhouna, a 65 km a Sud-Est di Tripoli.  In particolare, le forze del governo tripolino di al-Serraj hanno attaccato l’accampamento nemico lì situato.

 

L’evento è stato reso noto dal portavoce dell’esercito tripolino, Mohamed Kanunu, il quale ha dichiarato un’ulteriore avanzata del GNA e l’arresto di 12 uomini vicini ad Haftar.

 

Lo scontro si inserisce nell’ambito dell’offensiva denominata “Tempesta di Pace”, lanciata delle forze del GNA lo scorso 13 aprile verso Ovest, ai danni delle postazioni militari del generale Khalifa Haftar. In questi giorni le forze del governo di Tripoli hanno riconquistato numerose città situate sulla costa occidentale della capitale libica, aprendo un nuovo canale verso il confine con la Tunisia e disegnando una nuova mappa geopolitica.

In un’intervista a La Repubblica il capo del Consiglio Presidenziale Serraj, ha dichiarato: “Avevamo accettato il cessate-il-fuoco e la tregua umanitaria […], ci aspettavamo che i pericoli dell’epidemia da coronavirus avrebbero trasformato Haftar in un uomo di parola. Ma lui ha visto nella pandemia un’opportunità per attaccarci, [..] bersagliando con bombardamenti indiscriminati Tripoli, le zone residenziali e addirittura l’ospedale pubblico di Al Khandra nel centro della capitale”.

 

L’attacco all’accampamento di Tarhouna, e le operazioni militari fin qui intraprese dal governo di al-Serraj, si configurano infatti come una risposta all’offensiva intrapresa il 4 aprile 2019 dal generale Khalifa Haftar, condotta con bombardamenti e scontri via terra per prendere il controllo di Tripoli.

Nonostante l’operazione a Tarhouna sia andata a buon fine, alcuni ufficiali dell’ LNA hanno confermato a Reuters che le forze del GNA non sono riuscite ad entrare nella città, che continua quindi ad essere una roccaforte di Haftar.

Libia: Segretario Generale ONU alla ricerca di un nuovo inviato speciale dopo la bocciatura di Washington

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Dopo le dimissioni di Ghassan Salamè del 2 marzo scorso, ad oggi il ruolo di inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia resta ancora vacante. Infatti, fonti diplomatiche riferiscono che la nomina del suo successore, avanzata dal Segretario Generale Antonio Guterres, è stata respinta in questi giorni dagli Stati Uniti.

Ghassan Salamè è stato il sesto inviato speciale ONU in Libia al vertice della missione UNSMIL, succeduto nel giugno 2017 al tedesco Martin Kobler. Dopo 3 anni dall’assunzione del mandato, la sera del 2 marzo scorso, ha reso noto tramite un tweet che le sue condizioni di salute non gli consentivano di portare a termine il suo mandato, viste le difficoltà riscontrate nel favorire il dialogo tra le due fazioni in conflitto.

 

Il successore di Salamè proposto dal Segretario Generale è stato Ramtane Lamamra, ex ministro degli Esteri algerino, nonché membro della Commissione per la pace e la sicurezza presso l’Unione Africana.     In questi giorni la nomina di Lamamra ha ottenuto il consenso di 14 dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, eccetto quello degli Stati Uniti, che hanno quindi bloccato la nomina.

 

La testata algerina TSA, dichiara che sarebbero stati Egitto, Emirati Arabi Uniti e Marocco a fare pressioni su Washington in tal senso, forti della contrarietà dello stesso Khalifa Haftar alla nomina algerina, considerata troppo vicina al governo di Tripoli (Gna).

 

Nell’annunciare il ritiro della propria candidatura Lamamra ha affermato:“I gave my agreement in principle… (but)… consultations carried out by Mr. Guterres since then do not seem likely to result in the unanimity of the Security Council.

 

 

Mercoledì 8 aprile nel corso di una riunione ristretta sulla Libia, è stato riferito al Consiglio di Sicurezza che il Segretario Generale Guterres è alla ricerca di un nuovo candidato.

Attualmente la missione di sostegno ONU in Libia (UNSMIL) è retta in via temporanea da Stephanie Turco Williams, diplomatica statunitense, vice dell’ex capo missione Salamè. Prima della sua nomina, ha ricoperto il ruolo di Incaricato d’affari presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli (Libia External Office) e quello di vice-capo delle missioni statunitensi in Iraq, Giordania e Bahrein.

Il Marocco propone un’iniziativa congiunta africana nella lotta al coronavirus

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L’Africa dimostra di aver recepito la lezione più importante impartita dalla pandemia da Coronavirus alla comunità internazionale, nessuno può farcela da solo.

Il re del Marocco Mohammed VI ha proposto l’avvio di un’iniziativa di cooperazione tra gli Stati africani finalizzata a contrastare la diffusione della pandemia. In questo contesto, il sovrano marocchino ha tenuto colloqui telefonici di alto livello con il Presidente del Senegal Macky Sall, con Alassane Dramane Ouattara, Presidente della Costa d’Avorio e con altri leader africani.

 

“Si tratta di un’iniziativa pragmatica e orientata all’azione, che consente la condivisione di esperienze e buone pratiche, al fine di far fronte all’impatto della pandemia sulla salute delle persone, sull’economia e sulla società”, si legge in una dichiarazione del gabinetto reale marocchino.

 

La proposta di Mohammed VI si configura quindi come un’iniziativa fra i Capi di Stato africani, volta a stabilire un quadro operativo per sostenere i rispettivi Paesi nelle diverse fasi di gestione della pandemia. Si tratterebbe di una forma di cooperazione sud-sud, finalizzata allo scambio di esperienze e al trasferimento di conoscenze tra tutti i Paesi africani, favorendo, in tal modo, la crescita economica e sociale del Continente.

In questo senso va anche la recente costituzione di una task force continentale – Africa Task Force for Novel Coronavirus (AFCOR) – guidata da Marocco, Sudafrica, Senegal, Nigeria e Kenya, per supervisionare i progressi nell’ampliamento della capacità di risposta all’epidemia e garantire l’aiuto e il supporto tecnico-sanitario necessari ad affrontare i casi di contagio.

 

Intanto i casi di positività nel Continente continuano a crescere, per un totale di oltre 15.000 contagiati e 816 decessi.Sebbene l’Africa rappresenti solo una frazione dei casi globali di infezione da Covid-19, il disastroso risvolto economico della pandemia è divenuto subito evidente.

Giovedì 9 aprile la Banca Mondiale ha pubblicato un rapporto in cui si preannuncia una verosimile recessione dell’Africa sub-sahariana, la prima in 25 anni.Nel rapporto della BM si legge che l’economia della regione potrebbe contrarsi fino al 5,1%, considerando che la crescita nel 2019 è stata del 2,4%.

Anche la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa (ECA) si è espressa sull’emergenza, pubblicando un report sulle possibili politiche da adottare per fronteggiarla. L’ECA ha chiesto ai governi degli Stati africani di consolidare i propri sforzi per definire le misure adeguate a mitigare l’impatto economico del virus a livello nazionale e regionale.

Appare quindi fondamentale definire in breve tempo una strategia africana comune di risposta all’emergenza Covid-19 perché, come affermato da Ruzvidzo, direttore di una delle divisioni dell’ECA, da questo dipenderà la capacità del continente di sconfiggere con successo la pandemia.

 

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Giulia Treossi
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