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AFRICA

Somalia: il Parlamento sfiducia il Primo ministro. Nuove ombre sul futuro del Paese

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Si aggrava la crisi politica in Somalia dopo che il Parlamento di Mogadiscio ha deposto il Primo ministro Hassan Ali Khaire con un voto di sfiducia il 25 luglio scorso.  La mozione, votata dalla Camera bassa del Parlamento somalo, è passata con 170 voti favorevoli e 8 contrari, determinando una situazione di stallo politico che potrebbe far piombare il Paese nel caos. Il premier sfiduciato, ex dirigente della compagnia petrolifera somala Oil and Gas, non ha ancora commentato la vicenda.

Il governo non è riuscito a rispettare la sua promessa di preparare un piano chiaro per le prossime elezioni”, ha dichiarato il Presidente del Parlamento Mohamed Mursal Sheikh Abdirahman a seguito della votazione.

La recente mozione di sfiducia si inserisce, infatti, nel contesto dei contrasti che da mesi coinvolgono il governo federale e gli Stati regionali in merito alla necessità di rimandare o meno le prossime elezioni generali, previste nel mese di febbraio 2021. Tuttavia, ad aver determinato la spaccatura all’interno del Paese, è stata soprattutto la controversa legge elettorale approvata lo scorso dicembre dal Parlamento somalo, poi promulgata dal Presidente Mohamed Abdullahi Farmajo, e che vede la netta opposizione degli Stati regionali che accusano il capo dello Stato di voler estendere la durata del suo mandato.

In questo contesto, l’ex premier Khaire si è finora sempre schierato contro l’eventualità di un rinvio del voto, allineandosi di fatto alle posizioni degli Stati regionali e discostandosi da quelle del Presidente Farmajo. Nell’apprendere l’esito della mozione di sfiducia, il Presidente somalo ha dichiarato di aver “accolto con favore la decisione della Camera del popolo”, ribadendo “l’importanza della cooperazione tra tutti I poteri statali”, specialmente in questa fase di crisi.

Il Ministro della Sicurezza interna Mohamed Abukar Islow, alleato chiave di Khaire, ha accusato il leader del Parlamento e lo stesso capo dello Stato di aver complottato la sfiducia nei confronti del primo ministro per giungere ad un rinvio delle elezioni, violando di fatto le previsioni costituzionali in merito alla durata della legislatura, fissata a 4 anni.

È un giorno buio per la storia del Paese”, ha dichiarato Islow.

Nel frattempo, il Presidente Abdullahi ha nominato il vicepremier Mahdi Mohammed Gulaid come Primo ministro ad interim, mentre i media somali rivelano la volontà dell’ex premier Khaire di candidarsi alla presidenza del Paese.

Sudan: al via il processo contro l’ex dittatore al-Bashir

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Martedì 21 luglio a Khartoum è stato avviato il processo contro l’ex Presidente del Sudan Omar al-Bashir, accusato del colpo di Stato che nel 1989 lo portò al potere illegalmente, scalzando il governo democraticamente eletto del premier Sadek al-Mahdi.

Al-Bashir, deposto nel corso di una rivolta popolare lo scorso anno, è già in carcere per irregolarità finanziarie e corruzione, ma stavolta rischia la condanna alla pena di morte.

I capi d’accusa riguardano oltraggio alla Costituzione, violazione della Legge sulle Forze Armate e istigazione al colpo di Stato, tutti crimini inclusi nel Capitolo 96 del Codice penale del 1983, abolito da al-Bashir, che prevede la pena di morte per i casi in cui si verifichi un tentativo di sovversione dell’ordine costituzionale.

Il processo è dotato di un alto valore simbolico, venendosi a configurare come “un avvertimento per chiunque tenti di distruggere il sistema costituzionale in Sudan”, ha affermato Moaz Hadra, uno degli avvocati in prima linea nel richiedere che il caso fosse portato in tribunale. “Ciò salvaguarderà la democrazia sudanese. In questo modo, speriamo di porre fine all’era dei colpi di Stato”.

Al-Bashir sarà giudicato insieme ad altri 16 imputati, 10 militari e 6 civili, inclusi gli ex vicepresidenti, Ali Osman Taha e Bakri Hassan Saleh, e alcuni ex ministri e governatori. Sono tutti accusati di aver pianificato il golpe del 30 giugno 1989, durante il quale l’esercito arrestò i leader politici del Sudan, sospese il Parlamento e altri organi statali, chiuse l’aeroporto e annunciò alla radio la fine del governo legittimo.

L’uomo considerato come il vero ideatore del golpe militare, Hassan al-Turabi, appartenente al Fronte islamico nazionale, è morto nel 2016.

 

L’ex Presidente è ricercato anche dalla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia in relazione alle stragi compiute durante il conflitto armato scoppiato nel 2003 nella regione del Darfur, per le quali è accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il nuovo governo di transizione sudanese, che ha il compito di guidare il Paese verso elezioni libere e democratiche, ha promesso nel mese di febbraio di consegnare l’imputato e alcuni suoi collaboratori alla Corte, affinché vengano processati anche per le suddette accuse.

Abbiamo concordato di sostenere pienamente la Corte Penale Internazionale accettando di consegnare al-Bashir e altri tre imputati”, ha dichiarato il portavoce del governo Mohammed Hassan al Taishi.

Tunisia: le dimissioni del Primo ministro Fakhfakh riacutizzano la crisi politica e sociale

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La disputa fra la fazione islamica e quella laica ha determinato una nuova vittima in Tunisia: il governo di coalizione guidato da Elyes Fakhfakh. Il Premier ha presentato le dimissioni il 15 luglio scorso dopo che 105 deputati, tra cui esponenti di Ennahdha, partito della coalizione di governo, hanno firmato una mozione di sfiducia, sulla base di un apparente conflitto di interessi.

Dopo una prima fase di concordia nazionale tra i partiti di governo, prevalentemente legata alla gestione della pandemia da Covid-19, nuovi contrasti interni sono emersi questo lunedì, quando il Premier ha cercato di forzare un equilibrio già precario richiedendo un nuovo rimpasto di governo, con l’intento di estromettere i sei ministri di Ennahdha dalla maggioranza.

In risposta il partito islamista ha presentato la mozione di sfiducia nei suoi confronti, dopo aver richiesto insistentemente, con esito negativo, un allargamento della coalizione di governo con l’ingresso del partito Qalb Tounes e della formazione islamista di Al Karama, partiti arrivati rispettivamente secondo e quarto nelle elezioni legislative dello scorso ottobre.

Per evitare conflitti tra le istituzioni del Paese” il Primo ministro ha quindi rassegnato le dimissioni, a seguito di un incontro con il Presidente Kais Saied, il Presidente del Parlamento ed il leader di Ennahdha Rached Ghannouchi.

La credibilità di Fakhfakh, e dell’intero esecutivo da lui guidato, hanno iniziato a vacillare alla fine di giugno, quando, dopo soli 4 mesi dall’insediamento, un membro indipendente del Parlamento aveva pubblicato una serie di documenti da cui era emerso che alcune società di cui il Premier possedeva quote e titoli azionari, avevano vinto appalti statali per un valore di circa 15 milioni di dollari. Fakhtakh ha sempre negato ogni accusa, dichiarandosi pronto ad affrontare la giustizia. 

Da quel momento, le richieste di Ennahda sono diventate sempre più incalzanti. Prima, il 12 luglio, il partito aveva preteso le dimissioni immediate del primo ministro e del suo governo. Poi, tre giorni dopo, il 15 luglio, aveva annunciato che avrebbe ritirato la fiducia all’esecutivo, provocando una crisi di governo a meno di 5 mesi dalla sua formazione.

La scelta di rassegnare le dimissioni è quindi arrivata prima di un voto di sfiducia che avrebbe fatto cadere l’esecutivo, dando automaticamente al partito islamico-moderato, il più numeroso in Parlamento, il compito di formare un nuovo governo.

In questo modo, invece, sarà il Presidente della Repubblica Kais Saied a dover indicare entro dieci giorni il nome del primo ministro incaricato. Tuttavia, non si tratterà di una scelta agevole. Le ultime legislative, infatti, hanno frammentato le correnti e i partiti presenti in Parlamento, perciò sia Ennahdha ed i suoi alleati di Al Karama, che la coalizione laica creatasi attorno a Fakhfakh potranno difficilmente raccogliere una maggioranza stabile. “Se sarà necessario – ha già affermato Saied – scioglierò il parlamento per nuove elezioni”.

Al via la prima sessione di modifica del Memorandum d’intesa Italia-Libia

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Il 3 luglio scorso al Viminale si è tenuta la prima sessione del Comitato misto italo-libico per negoziare le modifiche al Memorandum d’intesa siglato nel 2017. All’incontro ha preso parte una delegazione del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, partita nella mattinata del 3 luglio accompagnata da un funzionario italiano.

Il meeting si è svolto in un contesto caratterizzato da una “buona atmosfera”, ed è stato per questo definito “produttivo”. Secondo quanto si apprende dall’Agenzia di stampa Ansa, il Comitato sta attualmente elaborando gli emendamenti al testo del memorandum e, una volta che le modifiche saranno approvate, sarà possibile procedere ad una seconda sessione, questa volta finalizzata alla redazione di un unico testo emendato.

In una dichiarazione depositata dalla delegazione italiana si insiste sulla necessità di imprimere una svolta sostanziale alla cooperazione tra i due Paesi, al fine di giungere ad una migliore gestione dei flussi migratori.

Attraverso il richiamo e il puntuale rispetto delle norme applicabili in materia di diritti umani, un ruolo centrale da riconoscere alle competenti agenzie delle Nazioni Unite e il progressivo superamento del sistema dei centri che ospitano i migranti, vogliamo rafforzare la cooperazione con la Libia e al contempo modificare le basi del nostro rapporto”.

Come è noto, il Memorandum d’intesa fra Italia e Libia era stato firmato il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni ed il Premier libico Fayez al-Serraj. Lo scopo dell’accordo era contrastare l’immigrazione illegale, il traffico di esseri umani ed il contrabbando, rafforzando, allo stesso tempo, la sicurezza delle frontiere e gli strumenti di cooperazione allo sviluppo. Nonostante si prevedesse un rinnovo automatico del Memorandum bilaterale trascorsi 3 anni dall’entrata in vigore, da mesi il governo italiano ha notificato alle autorità libiche la volontà di rivedere ed aggiornare il documento del 2017. Sono note infatti le notizie sulle allarmanti condizioni in cui vivono i migranti, vittime di una guerra che li ha costretti a vivere nei centri di detenzione, in condizioni più volte definite disumane delle Nazioni Unite.

Già nel corso delle settimane precedenti, le autorità libiche avevano provveduto a consegnare una serie di proposte per la modifica del memorandum, accogliendo le richieste avanzate dall’esecutivo italiano in materia di tutela dei diritti umani. L’ultima è stata presentata il 24 giugno scorso, durante un incontro tra il Ministro degli Esteri italiano ed il Premier di Tripoli, nel cui testo si legge: “in una fase molto delicata della crisi in Libia, Tripoli ha ribadito il ruolo irrinunciabile dell’Italia per la stabilizzazione del Paese. E per dimostrarlo, ha aperto alla modifica del memorandum sui migranti, con l’impegno al rispetto dei diritti umani [..]”.

In base alla proposta, infatti, Tripoli si impegnerebbe ad assistere i migranti salvati nelle loro acque e a vigilare sul pieno rispetto delle pertinenti Convenzioni internazionali, garantendo loro protezione così come stabilito dagli accordi in materia di diritti umani.

 

L’ex inviato Onu in Libia Salamè: “sono stato pugnalato alle spalle”

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L’ex inviato delle Nazioni Unite in Libia Ghassan Salamè ha denunciato l’ipocrisia di alcuni Stati del Consiglio di Sicurezza ONU, responsabili di aver minato i suoi sforzi per pacificare il Paese nordafricano. Quanto detto è stato dichiarato nel corso di un’intervista rilasciata al Centre for Humanitarian Dialogue, un’organizzazione diplomatica privata con sede in Svizzera.

Come è noto, Salamè ha ricoperto il ruolo di sesto inviato della Missione UNSMIL, il secondo di nazionalità libanese, il quale ha annunciato le sue dimissioni il 2 marzo scorso, chiedendo al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di assolverlo dal suo incarico in Libia. “Il mio fisico non regge a questo stress”, aveva affermato con un tweet, rendendo pubblica la sua decisione.

Nel corso della sua intervista l’ex inviato ONU ha affermato di essere stato “pugnalato alle spalle” da alcuni Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, i quali avrebbero ostacolato i suoi tentativi di riportare pace e stabilità nel Paese sostenendo il generale Khalifa Haftar ed il suo Esercito Nazionale Libico (LNA). In particolare, egli ha dichiarato di aver sentito come se il suo incarico in loco fosse inutile quando Haftar, il 4 aprile 2019, ha intrapreso la sua marcia per la conquista di Tripoli, già forte dell’appoggio di numerosi sostenitori a livello internazionale.

Egli ricorda inoltre che l’11 febbraio scorso, a seguito della nota Conferenza di Berlino del mese di gennaio, il Consiglio di Sicurezza ha adottato con 14 voti favorevoli su 15 (con l’astensione della Russia), una risoluzione tedesco-britannica che, tra le altre cose, estendeva l’embargo sulle armi in Libia fino al 30 aprile 2021. Nonostante ciò, le milizie di Haftar hanno continuato ad attaccare Tripoli, portando Salamè a sentirsi “pugnalato alle spalle”. L’offensiva di Haftar ha vanificato gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite per pacificare il Paese, sabotando i preparativi, in corso da più di un anno, per la Conferenza Nazionale di Ghadames, prevista pochi giorni dopo l’inizio delle operazioni contro Tripoli ed il governo di al-Serraj, l’unico riconosciuto a livello internazionale.

Anche in questo caso, secondo quanto dichiarato da Salamè, vi sono state pressioni da parte di Paesi “rilevanti” con l’intento di sabotare il meeting, finalizzato alla discussione dei meccanismi per giungere ad una fine del conflitto.

“È a questo punto che, in quanto rappresentante delle Nazioni Unite, ti rendi conto che l’ipocrisia di alcuni Paesi ha raggiunto un limite che rende il tuo lavoro difficile”, ha dichiarato Salamè, aggiungendo, senza giri di parole, che le Nazioni Unite “sono in pessima forma”.

Questioni come il cambiamento climatico e la parità di genere sono molto importanti, prosegue, ma il principale ruolo dell’ONU deve essere quello di garantire “la pace e la sicurezza internazionale”. Le Nazioni Unite sono nate per questo, ricorda il diplomatico, come “organismo per la sicurezza collettiva”, individuando, inoltre, la causa che sta condannando l’Organizzazione all’immobilismo: siamo di fronte, ha detto, ad una “deregolamentazione dell’uso della forza”.

Dossier Libico: Di Maio a Tripoli per parlare di pace e immigrazione

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Il Ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio si è recato a Tripoli per un incontro con il Presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA) Fayez al-Serraj, il Ministro dell’Interno Tathi Bashaga, ed il suo omologo Mohamed Siala.

Al centro della visita, come rivelato su Twitter dallo stesso Ministro, la crisi in Libia ed il dossier immigrazione.

La visita, avvenuta mercoledì 24 giugno, rientra in un quadro di condivisione europea più ampio, essendo giunto a seguito degli incontri a Roma del Ministro con il suo omologo francese Jean-Yves Le Drian, e tedesco Heiko Maas.

 

Per quanto riguarda il conflitto libico, Di Maio ha ricordato che il governo di al-Serraj rimane il partner di riferimento per l’esecutivo italiano nell’area, spiegando che “anche nelle fasi più drammatiche dell’epidemia, il dialogo dell’Italia con la Libia non si è mai interrotto”.

L’Italia ha reiterato la proposta per un cessate il fuoco negoziato tra tutti gli attori coinvolti, al fine di giungere ad una soluzione politica del conflitto sotto l’egida delle Nazioni Unite, ed in linea con le conclusioni della Conferenza di Berlino.

La Libia, come evidenziato dallo stesso Ministro, si configura come una priorità della politica estera italiana. Una efficace gestione del dossier libico è quindi cruciale per garantire la sicurezza nazionale ed europea.

Una divisione del Paese tra le due fazioni è stata dichiarata “inaccettabile”, perché sarebbe l“anticamera di nuovi conflitti armati”. Conflitti che, dopo il fallimento della conquista di Tripoli da parte del generale Haftar, hanno conosciuto una nuova escalation con la controffensiva delle forze tripoline, ormai giunte alle porte di Sirte. Questa città, sotto il controllo del generale di Bengasi, si configura come una città strategica, poiché garantisce l’accesso alla cosiddetta Mezzaluna petrolifera. Di Maio ha chiesto quindi che “il confronto sulla nuova linea del fronte a Sirte non diventi il punto di partenza per una nuova escalation militare”, ma la situazione appare già compromessa, tanto che il Presidente egiziano Abdel Fatth al-Sisi, ha minacciato l’intervento armato del Cairo.

 

In materia di immigrazione, il Ministro di Roma ha annunciato di aver ricevuto dal Capo del Governo di Tripoli la proposta libica di revisione del Memorandum d’intesa bilaterale siglato il 2 febbraio 2017. Ad una prima lettura, secondo il Ministro, esso va nella giusta direzione, rilevando un maggiore impegno della Libia a garantire i diritti umani.

La proposta, appare in linea con le richieste avanzate dall’Italia nel mese di febbraio, quando il governo di Roma inviò una proposta di memorandum in cui si riteneva necessario promuovere una gestione del fenomeno migratorio “nel pieno rispetto dei principi della Convenzione di Ginevra e delle altre norme di diritto internazionale in materia di diritti umani”.

L’obiettivo è avviare un processo di consolidamento dell’azione in Libia delle Organizzazioni delle Nazioni Unite, in particolare l’Unhcr (United Nations High Commissioner for Refugees) e l’Oim (International Organization for Migration), avviando il processo per una graduale chiusura dei centri di detenzione libici.

Libia: gli USA dimostrano la presenza di aerei russi a sostegno di Haftar

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Era il 14 maggio scorso quando, le forze filo-turche e filo-Serraj esibirono come un trofeo i mezzi russi sequestrati alle forze di Haftar, a seguito delle avanzate territoriali del GNA in Tripolitania.

Nonostante il ritrovamento, né da Mosca né da Bengasi giunsero conferme circa la presenza di velivoli russi in Libia.

Tuttavia, pochi giorni fa, il Comando africano degli Stati Uniti (AFRICOM) ha pubblicato foto di aerei russi presso la base di al-Jufra, inviati a sostegno delle forze di Haftar.

Le foto, pubblicate il 18 giugno, mostrano un aereo da attacco (Su-24) ed un altro da combattimento (MiG-29), attivi presso la base di al-Jufra, attualmente posta sotto il controllo dell’LNA e che vede altresì la presenza di forze emiratine.

Una terza immagine, mostra invece un sistema radar mobile di allerta precoce, noto come Spoon Rest, fabbricato in Russia e progettato per fornire supporto nel corso delle operazioni miliari.

Il direttore operativo di AFRICOM, il generale Bradford Gering, ha dichiarato che la presenza russa in Libia alimenta ulteriormente la violenza ed il perdurare delle ostilità, mettendo a rischio il raggiungimento di una soluzione politica al conflitto. Si teme, in particolare, che i velivoli siano pilotati da mercenari appartenenti a compagnie miliari private, le quali non rispetterebbero le norme di Diritto Internazionale vigenti in materia.

In particolare, secondo il generale statunitense, proprio come accaduto in Siria, Mosca si sta espandendo militarmente in Africa, impiegando i mercenari della Compagnia Wagner per nascondere la propria partecipazione diretta nel conflitto. Tutto ciò, avverte il generale, avviene a spese dell’innocente popolazione civile.

L’ex direttore dell’intelligence di AFRICOM, il generale Gregory Hadfield, ha dichiarato che la fornitura russa non sarebbe intesa a far sedere Khalifa Haftar al tavolo dei vincitori, bensì sarebbe funzionale allo sviluppo di roccaforti russe in Libia, così da aumentare la presenza militare di Mosca nel Nord del Continente Africano.

 

Già alla fine di maggio il Comando USA aveva dichiarato che 14 MiG-29 e numerosi Su-24 erano giunti nella base libica di al-Jufra, dopo aver prima volato dalla Russia alla Siria. In questa occasione, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, negò quanto dichiarato da AFRICOM, affermando che fossero “bugie e dicerie dei media”.  Non da ultimo, un membro del Parlamento russo, in quella occasione, riferì che Mosca non aveva inviato alcun “hardware militare” in Libia, e che la Camera alta del Parlamento non aveva ricevuto alcuna richiesta relativa all’approvazione di una tale spedizione. Simili affermazioni giunsero anche da Vladimir Dzabarov, primo Vicepresidente della Commissione per gli Affari Esteri del Consiglio della Federazione Russa, e da Andrei Krasov, Vicecapo del Comitato di Difesa della Duma, il quale ha definito le accuse statunitensi prefabbricate e fuorvianti.

 

Ad oggi, tuttavia, c’è da dire che non si è ancora verificato un attacco aereo propriamente imputabile a Mosca sul suolo libico, né vi sarebbero prove concrete che dimostrino l’appartenenza dei velivoli documentati da AFRICOM alle forze aeree russe.

 

 

Il no di Erdogan ad Al-Sisi: la proposta egiziana per un cessate il fuoco in Libia è “nata morta”

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Cade nel vuoto l’appello egiziano per un cessate il fuoco in Libia dopo che la Turchia si è dichiarata contraria, ritenendo che la proposta miri soltanto a salvaguardare il generale Khalifa Haftar, da settimane ripetutamente sconfitto negli scontri per la conquista di Tripoli.

Nell’ambito di un’iniziativa per la soluzione del conflitto libico, il 6 giugno scorso, il Cairo ha proposto un cessate il fuoco in Libia a partire dall’8 giugno.

L’“Iniziativa Cairo”, così soprannominata, è stata annunciata dal Presidente Abdel Fattah Al-Sisi nel corso di una conferenza stampa tenuta insieme al suo alleato Khalifa Haftar, sollecitando inoltre il sostegno delle Nazioni Unite all’iniziativa.

In particolare, è stato chiesto il ritiro di “tutti i mercenari stranieri sul territorio libico” e “lo smantellamento delle milizie con la consegna delle loro armi”. Sia la Russia che gli Emirati Arabi Uniti hanno accolto con favore la dichiarazione del Cairo, mentre la Germania ha ribadito i risultati raggiunti nei precedenti colloqui sotto l’egida dell’ONU.

 

Il 10 giugno scorso, tuttavia, il Ministro degli Esteri turco Mevlut Covusoglu ha respinto la proposta egiziana, considerata un tentativo per avvantaggiare Haftar ed il suo esercito, ormai indeboliti.

Ankara, come è noto, è infatti uno dei principali sostenitori del Governo di Accordo Nazionale (Gna) di Tripoli, l’unico riconosciuto a livello internazionale e oggetto di assedio da parte dell’LNA dall’aprile 2019.

“La richiesta per salvare Haftar non ci sembra sincera o credibile, […] lo sforzo per il cessate il fuoco del Cairo è nato morto”. Sono state queste le parole del Ministro turco, pronunciate a seguito della discussione avvenuta l’8 giugno tra il Presidente Erdogan ed il suo omologo statunitense Donald Trump.

Nel corso del bilaterale, i due hanno inoltre deciso di delegare i loro Ministri degli Esteri e della Difesa a discutere di ulteriori possibili iniziative in Libia. Il GNA, secondo quanto dichiarato da Erdogan, continuerà quindi a combattere per impadronirsi della città di Sirte e la base area di Al-Jufra, ancora controllate dal generale Haftar.

La liberazione di Sirte è infatti uno degli obiettivi principali dell’operazione turca “Sentieri della Vittoria”, che mira a recuperare la città costiera al fine di consentire al GNA di riprendere il controllo di giacimenti petroliferi.

Nel rifiutare la proposta egiziana, il Ministro della Difesa turco ha dichiarato che qualora Haftar continuasse a subire sconfitte sul campo di battaglia “certamente scomparirà” dal panorama libico.

 

Conflitto in Libia: vertice telefonico tra Francia e USA, nuovo appello ad una soluzione politica

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Il 3 giugno scorso si è tenuto un vertice telefonico sul conflitto in Libia tra il Segretario di Stato USA Michael Pompeo ed il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian.

 

Secondo una dichiarazione ufficiale rilasciata dal Dipartimento di Stato statunitense, nel corso del vertice Pompeo e Le Drian hanno discusso delle strategie volte a ridurre gli episodi di violenza nel Paese nordafricano, favorendo il raggiungimento di una soluzione politica tra le parti coinvolte nel conflitto.

Il vertice in questione giunge ad un giorno di distanza dal colloquio telefonico che il Ministro di Parigi aveva avuto con Fayez al-Serraj, capo del Consiglio presidenziale del governo tripolino.

In questa occasione i due avevano ribadito la necessità di proseguire sul cammino tracciato dalla Conferenza di Berlino, terminando le ostilità e abbandonando ogni forma di interferenza esterna. In linea con la bozza redatta in occasione del Summit di Ginevra dello scorso 26 febbraio sotto l’egida ONU, è stata sottolineata la necessità di riprendere il negoziato all’interno di un Comitato militare 5+5, formato da cinque rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e da altrettanti membri del governo di Tripoli, con l’intento di giungere ad un duraturo cessate il fuoco.

Oggi, tuttavia, a soli due giorni di distanza dal colloquio, l’avvio dei negoziati in questione appare improbabile. Il 4 giugno l’esercito tripolino ha infatti annunciato di aver assunto il pieno controllo della regione di Tripoli, mentre Haftar ha dispiegato le sue truppe oltre il confine della regione. Il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha dichiarato che la conditio si ne qua non per giungere ad una soluzione politica è l’allontanamento delle forze turche dai territori libici.

 

Dal canto suo Washington, secondo quanto dichiarato da Al-Monitor, starebbe valutando l’invio di un contingente in Tunisia, formalmente finalizzato a contenere le ricadute del conflitto libico. In realtà, l’annuncio di Washington giunge a seguito delle denunce sulle forniture militari effettuate da Mosca all’esercito di Haftar, con l’intento di sviluppare roccaforti russe in Libia e rafforzare la propria presenza militare in Nord Africa.

Algeria: richiamato temporaneamente l’ambasciatore in Francia

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L’Algeria ha richiamato “per consultazioni” il suo ambasciatore in Francia Salah Lebdioui, dopo che alcuni documentari sul movimento di protesta antigovernativa Al Hirak sono stati trasmessi dall’emittente televisiva “France 5 Tv Channel”.

In una nota del Ministero degli Esteri algerino si legge che i docufilm, “apparentemente riprodotti con il pretesto della volontà di espressione, sono in realtà attacchi al popolo algerino e alle sue istituzioni, incluso l’esercito”.

 

Intitolati “Algerie Mon Amour”e “La Promesse de l’aube”, i documentari si concentrano sul movimento pro-democrazia “Hirak”, al centro delle proteste antigovernative che hanno interessato il Paese nel 2019, e che hanno portato il Presidente Abdelaziz Bouteflika alle dimissioni. Il movimento era nato nel febbraio 2019 con l’intento di ottenere l’avvio di riforme politiche strutturali con mezzi pacifici, ma è poi esploso nel momento in cui l’ex Presidente, al potere dal 1999, ha annunciato la sua volontà di concorrere per il quinto mandato presidenziale consecutivo.

 

I due documentari hanno scosso l’opinione pubblica algerina, ritenendo che questi banalizzassero il movimento di protesta, offrendone un’immagine distorta e inesatta. In particolare, è stato criticato il focus su aspetti irrilevanti della transizione algerina, tralasciando i gravi problemi di corruzione e di esclusione dell’opposizione radicati all’interno del regime.

Nella sua nota il Ministero algerino cita il “carattere ricorrente” di questa tipologia di contenuti sulla televisione pubblica francese, aggiungendo che i due documentari mostrano “le intenzioni maligne e durature di alcuni ambienti che non desiderano ancora vedere relazioni pacifiche tra Algeria e Francia a 58 anni dall’indipendenza”.

 

Il Quai d’Orsay non ha commentato direttamente la decisione di Algeri, limitandosi ad affermare in una nota del suo portavoce, che “tutti i media godono di una completa indipendenza protetta dalla legge francese”, aggiungendo che la Francia rispetta pienamente la sovranità dell’Algeria.

Nel quadro delle storiche relazioni esistenti tra i due Paesi, alla quali si dice attribuire la massima importanza, la nota del Ministero degli Esteri dichiara la volontà francese di proseguire verso un deciso approfondimento delle relazioni bilaterali.

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Giulia Treossi
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