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Alluvioni in Somalia: quasi mezzo milione di persone colpite, aumenta il rischio di malnutrizione ed epidemie

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Save the Children denuncia il peggioramento di una situazione umanitaria già fragile. Le persone colpite dall’alluvione in Somalia sono 427.000 e di queste 175.000, già sfollate l’anno scorso a causa della siccità e della fame, sono state costrette a spostarsi nuovamente. Tra le famiglie colpite dall’alluvione sono già alti i tassi di malnutrizione a causa di una siccità di due anni, che ha devastato le colture e ucciso il bestiame. Inoltre, circa 2.000 contadini lungo il fiume Juba hanno perso campi, sistemi di irrigazione e attrezzatura agricola: le comunità già afflitte da una grave insicurezza alimentare ora affrontano una accresciuta difficoltà nell’accesso al cibo, aumentando i rischi di malnutrizione e di malattie quali diarrea acuta e colera. Sono 5.4 milioni le persone che, in Somalia, sono in condizioni di bisogno; di queste 2.7 milioni richiedono assistenza salva-vita urgente e Save the Children sta dando tutto il proprio aiuto. A causare le alluvioni è lo straripamento dei due maggiori fiumi della Somalia e le piogge che, a una settimana dal loro inizio, non accennano a diminuire. Con le piogge pesanti negli altopiani etiopi che, secondo le previsioni, proseguiranno, il fiume Shebelle potrebbe continuare a causare caos. Molti dei luoghi maggiormente colpiti dalla recente siccità nel Corno d’Africa stanno vivendo gli allagamenti, incluso il Kenya, dove oltre 100 persone sono rimaste ferite. Save the children è presente in Somaliland da più di una decina di anni e collabora con il personale locale e fornisce assistenza, training, finanziamenti e l’equipaggiamento necessario. L’assistenza consiste nel sostegno alle strutture sanitare e la creazione di progetti di sviluppo. Inoltre, hanno unità sanitarie mobili con cui raggiungono i luoghi più remoti. Arrivano con l’ambulanza e si occupano dei casi più gravi trasportandoli in ospedale. Per conoscere meglio la situazione, la redazione di European Affairs Megazine ha intervistato il Dottor Filippo Ungaro.

EA: Benvenuto dottor ungaro dobbiamo parlare ancora una volta di emergenza, parliamo dell’emergenza alluvioni in Somalia. Più di 427 mila sono le persone colpite, che cosa sta succedendo laggiù?

FU: Si purtroppo quasi mezzo milione di persone sono state costrette da allagamenti terribili, catastrofici, a spostarsi. Sono state colpite, appunto, da queste piogge torrenziali che hanno colpito la Somalia. Oltretutto la Somalia è un paese molto povero, viene definito uno stato fallito perché è uno stato molto fragile e con fragilità enormi dove paradossalmente tantissime persone soffrono, continuano a soffrire e soffrivano per una siccità dovuta ai cambiamenti climatici micidiali. Siamo di fronte a una situazione terribile. I nostri operatori dal campo ci riferiscono di famiglie che si sono lamentate per tutto il corso della notte chiedendo aiuto, si sono bloccate dentro le proprie case con bambini sopra gli armadi per cercare di ripararsi dall’alluvione, dall’allagamento. In alcuni casi l’acqua ha invaso completamente le case arrivando a mezzo metro, un metro di altezza.

EA: Tra l’altro bisogna descrivere quella che è la situazione idrogeologica del territorio, il terreno in Somalia è molto secco e poco permeabile. Per cui queste piogge creano immediatamente dei grandi fiumi velocissimi che scorrono distruggendo tutto quello che incontrano. Abbiamo testimonianze che ci sono giunte nei giorni scorsi sia dal nord, dove appunto 450 mila persone circa sono state sfollate e di cui anche voi avete riscontrato che 420 mila erano già sfollate delle alluvioni precedenti, ma anche dal sud la situazione non è migliore dato che sono state riscontrate 130 mila sfollati. Che cosa è necessario chiedere, qual è l’appello di Save the Children all’opinione pubblica internazionale?

FU: C’è senz’altro bisogno di maggiore supporto, la risposta alla crisi umanitaria in Somalia è finanziata soltanto per il 18%. È una quota del tutto insufficiente naturalmente. Save the Children, come altre organizzazioni umanitarie, sta cercando di fare il massimo. Noi come Save the Children abbiamo distribuito decine di migliaia di sacchi di sabbia, stiamo fornendo acqua potabile, stiamo cercando di intervenire in qualche modo anche sul sistema fognario ma tutto questo ovviamente non basta. Parliamo di un paese dove oltre 5 milioni di persone sono in condizione di estremo bisogno, dove c’è un livello di malnutrizione altissimo, soprattutto infantile, e quando un bambino è malnutrito è molto debole, quindi è soggetto a ogni tipo di malattia o epidemia. Chiaramente con l’alluvione, l’allagamento, il sistema fognario viene ancor più messo a rischio e a repentaglio. Il diffondersi di malattie e il rischio del diffondersi di malattie è molto alto. Quindi c’è bisogno sicuramente di maggior supporto e, come diceva lei prima, io sono stato in Somaliland, che fa parte della Somalia anche se si è dichiarata indipendente l’anno scorso, parliamo veramente di un terreno assolutamente arido e secco dove la vegetazione non esiste o quasi e quindi è assolutamente insufficiente per mantenere il terreno, per riuscire ad assorbire l’acqua che ancora una volta, anche in questo caso, viene causato dai cambiamenti climatici. Tutti questi fenomeni sono causati dai cambiamenti climatici. Quindi nel breve periodo c’è bisogno rispondere alla crisi umanitaria con un maggiore finanziamento nel lungo periodo bisogna pensare a uno sviluppo sostenibile. Appunto a uno sviluppo sostenibile adeguato.

EA: riprendendo anche quello che abbiamo detto prima, non solo l’emergenza immediata per la tragedia dei villaggi spazzati via, delle famiglie bloccate, dei feriti ma siccome queste alluvioni hanno colpito anche le colture che erano pronte per essere vendute, ci sarà anche nel medio termine il pericolo di una crisi economica e soprattutto alimentare o no?

FU: Assolutamente, assolutamente. Questo pericolo già c’era prima con la siccità per cui le colture erano messe in pericolo e anche l’allevamento. Perché l’economia della Somalia è basata intanto su un’economia di sussistenza che si regge soprattutto sull’allevamento del bestiame. Quindi le persone, le famiglie, già avevano perso a causa della siccità moltissimi capi di bestiame. Questa alluvione non fa altro che peggiorare le cose. La conta degli animali persi a seguito di questa alluvione ancora non è cominciata ma siamo certi che sarà drammatica. Inoltre, si unisce al fatto della perdita dei raccolti. Questo porterà a dei livelli di crisi economica e a livelli di necessità e di bisogno di assistenza umanitaria da parte della popolazione in Somalia molto ma molto alta, direi drammatica.

Vi sono altre testimonianze come quella di Jalafay Isak, membro del team di risposta all’emergenza di Save the Children operativo a Belet Weyne (la città più colpita), che racconta: “Durante la notte si sentiva il pianto ininterrotto delle famiglie che chiedevano aiuto: bloccate dentro alle case, coi bambini sopra agli armadi o sulle più alte superfici disponibili, avevano la paura costante di essere spazzate via dal fiume. Hanno provato a scappare, ma questo richiedeva di guadare l’acqua lì dove arrivava fino al petto ed era troppo pericoloso”. Questo è il racconto di chi ha assistito alle terrificanti scene di cui sono protagoniste famiglie intente a cercare la salvezza poiché il fiume Shebelle è esondato. L’esondazione ha colpito anche l’ufficio di Save the Children e lo staff è stato personalmente colpito dalla crisi, però continuano a rispondere ai bisogni della comunità. Gli agricoltori hanno perso le colture destinate al commercio, quasi pronte per essere raccolte, mentre le rudimentali rete fognarie sono state spazzate via. Alcune scuole sono state allagate e chiuse e il rischio di epidemie di colera è alto. A questo proposito Save the Children ha condotto di recente una campagna di vaccinazione per prevenire il colera in alcune delle aree più difficilmente raggiungibili della Somalia meridionale, già colpite dalla siccità e che, di conseguenza, pativano la mancanza di condizioni igienico-sanitarie adeguate. L’organizzazione inoltre ha distribuito 12.000 sacchi di sabbia questa settimana e sta fornendo acqua potabile sicura a 7.000 nuclei familiari. Poi sta preparando 90 latrine d’emergenza per far fronte alla mancanza di servizi sanitari e prevenire lo scoppio di epidemie nell’area. Poiché gli allagamenti potrebbero impiegare settimane a ritirarsi sono necessarie barche a motore per raggiungere le persone che si trovano in luoghi isolati. Il presidente somalo ha chiesto supporto urgente all’Unione Africana, la quale ha risposto schierando membri dell’esercito, tuttavia molte aree restano tagliate fuori.

Tra siccità e alluvioni

Recentemente la Somalia ha dovuto affrontare il problema della siccità, questo ha resto il terreno ulteriormente secco e poco permeabile. La siccità in Africa Orientale ha messo in ginocchio paesi già colpiti da guerre, crisi politiche e scontri etnici, ciò ha generato crisi umanitarie profonde in paesi come il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Burundi, il Kenya e, appunto, la Somalia. Di conseguenza in questi paesi vi sono Insicurezza alimentare acuta (l’impossibilità di consumare cibo adeguato mette direttamente in pericolo le vite e i mezzi di sostentamento delle persone) e Fame Cronica (una situazione nella quale una persona non è in grado di consumare cibo sufficiente a mantenere uno stile di vita normale e attivo per un periodo prolungato) che rappresentano una piaga per milioni di persone nel mondo. A livello mondiale le situazioni di conflitto rimangono il fattore principale alla base della grave insicurezza alimentare in 18 paesi, 15 dei quali in Africa e Medio Oriente. Mentre I disastri climatici hanno provocato crisi alimentari in 23 paesi, due terzi dei quali in Africa. Conflitti, disastri climatici e altri fattori spesso contribuiscono a crisi complesse che hanno ripercussioni devastanti e durature sui mezzi di sostentamento delle persone. Per secoli, le popolazioni dell’Africa Orientale hanno dovuto affrontare fenomeni di questo tipo con una cadenza di cinque o sei anni. Recentemente, però, si è assistito a un’accelerazione di questa periodicità a causa del surriscaldamento globale. L’aumento delle temperature ha portato a un progressivo inaridimento delle fonti idriche con un conseguente calo della produzione agricola e un impoverimento dei pascoli. Il caldo e le eccessive distanze per procurarsi l’acqua mettono a repentaglio vite umane e bestiame. Bradfield Lyon, professore associato al Climate Change Institute della University of Maine, ha detto che, nella regione dell’Africa Orientale, l’insicurezza alimentare è cronica per cui anche i cambiamenti climatici possono avere impatti enormi. In Africa la frequenza delle siccità si sta intensificando fin dagli anni Novanta. Secondo gli studi di Lyon, ciò è dovuto in parte agli effetti del ciclo di El Niño e La Niña, i periodici fenomeni di riscaldamento e raffreddamento delle acque del Pacifico. I cambiamenti climatici esasperano questi effetti, spingendo verso l’alto le temperature e causando aridità. In più, la presenza delle milizie islamiste di al Shabaab non permette alle organizzazioni umanitarie di raggiungere le regioni più bisognose e operare al meglio contro la crisi. I fenomeni ambientali ormai hanno conseguenze anche sulle migrazioni. I grandi eventi meteorologici estremi in passato hanno portato a notevoli spostamenti di popolazione e i cambiamenti nell’incidenza amplificheranno le sfide umanitarie e i rischi di tali spostamenti. Questo perché molti gruppi vulnerabili non dispongono delle risorse per poter migrare e poter evitare gli impatti dei cambiamenti climatici ma anche perché gli stessi migranti possono essere vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici nelle aree di destinazione, in particolare nei centri urbani dei paesi in via di sviluppo. Inoltre, alcuni dei fattori che aumentano il rischio di conflitti violenti all’interno degli Stati sono sensibili ai cambiamenti climatici (ad esempio bassi redditi pro-capite, contrazione economica e istituzioni statali incoerenti). Occorre pensare poi che le persone che vivono in luoghi colpiti da violenti conflitti sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Ad esempio, il maggior afflusso di somali in Kenya (altro paese che oggi è profondamente colpito dai problemi delle alluvioni) nel 2012 e nel 2013 è stato motivato tanto dalla siccità e dalla carestia che hanno colpito la Somalia quanto dalle azioni di Al Shabaab e dei gruppi armati.

Per questi motivi è importante l’operato delle organizzazioni umanitarie che ogni giorno affrontano queste e altre problematiche ed è ancora più importante sostenerle. Ciò è legato al fatto che se non è presente una rete di assistenza che possa attivarsi per rispondere all’emergenza, il fenomeno si intensifica. Occorre ricordare che se non si affronta la crisi, si ha una tragedia. Tragedia che pagano donne, uomini e bambini.

Missione Eutm Somalia: Italian-NSE presenta 21 progetti cimic

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I progetti a favore della popolazione locale presentati dal CIMIC (Civil Military Cooperation) della Missione EUTM Somalia al Vice Governatore della regione del Banadir e al suo staff

Il Comandante dell’Italian National Support Element (IT-NSE) della Missione  EUTM Somalia  ha incontrato il Vice Governatore della regione del Banadir e il suo staff (Città di Mogadiscio).

L’incontro, che si è svolto presso l’ufficio del Sindaco di Mogadiscio e governatore del Banadir, è stato voluto fortemente per mostrare la volontà da parte dei militari italiani della missione EUTM di supportare l’amministrazione locale.

L’iniziativa ha avuto, inoltre, lo scopo di presentare le attività di CIMIC svolte e da svolgere da parte del Contingente italiano in Somalia.

Nel corso dell’evento sono stati discussi gli esiti dei 21 progetti eseguiti a supporto della popolazione locale che hanno interessato, nel corso del 2017-2018, principalmente i settori sanità, sicurezza, servizi di emergenza e supporto umanitario alle minoranze. Questi interventi sono stati realizzati grazie alla determinazione degli operatori del Multinational CIMIC Group, unità dell’ Esercito – a valenza interforze e multinazionale – specializzata nella cooperazione civile-militare che opera in Mogadiscio sin dal 2014.

Tra i numerosi interventi si possono elencare i progetti di ristrutturazione delle Mother and Child Health Centre dei distretti di Shibis e Darkeenley, infrastrutture pubbliche che hanno come target l’assistenza delle giovani madri partorienti e dei minori sino ad un età di 3/5 anni. Gli interventi del Contingente Italiano hanno infatti reso le strutture, prima precarie e mancanti dei servizi essenziali, tra le più accoglienti della città ed hanno permesso l’implementazione, grazie al coordinamento con le principali organizzazioni internazionali presenti in Somalia, di servizi quali il supporto ed assistenza al parto, prevenzione malattie sessualmente trasmissibili, programmi nutrizionali specifici, campagne di vaccinazioni ed attività di monitoraggio delle violenze domestiche.

Inoltre l’attività di CIMIC ha supportato la Municipalità del Banadir con la ristrutturazione ed ampliamento di una stazione di polizia nel distretto di Bondheere, distretto particolarmente bersagliato dagli attacchi di Al-Shabab, con la donazione di equipaggiamento al dipartimento dei locali vigili del fuoco che interviene con i pochi mezzi a disposizione in caso di attacchi esplosivi in città. Nel campo delle politiche di sviluppo sociale si sono inoltre sostenuti progetti per la diffusione degli sport di squadra femminili ed attività di vocational training che permettano un emancipazione delle giovani donne e studenti somale.

L’atteggiamento fraterno e l’empatia manifestata durante l’incontro da parte del vice governatore e del suo staff ha chiaramente mostra quanto la presenza fisica del personale italiano nelle aree interessate all’attività di cooperazione, nonostante il clima di sicurezza risulti particolarmente non permissivo, trovi un riscontro più che positivo da parte della popolazione locale.

Somalia, la missione italiana addestra la polizia marittima somala

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L’European Union Training Mission Somalia insieme alle forze dell’African Mission, conducono l’esercitazione a fuoco a favore del personale della polizia marittima somala.

Ieri a Mogadiscio, per la prima volta la missione militare di addestramento dell’Unione Europea in Somalia (European Training Mission Somalia, EUTM-S) ha svolto attività addestrativa insieme al personale della missione europea EU Capacity Building Mission Somalia (EUCAP), che è deputata a fornire un’opera di consulenza e di addestramento per il controllo marittimo.

In particolare, EUTM ha condotto con EUCAP un’esercitazione a fuoco volta a migliorare la capacità operativa della polizia marittima somala e l’attività ha visto il coinvolgimento anche del personale della missione dell’Unione africana in Somalia  (African Union Mission to Somalia – AMISOM). L’esercitazione pratica è stata preceduta dalle lezioni teoriche a cura degli istruttori italiani della EUTM, che hanno permesso ai tirocinanti di apprendere le corrette procedure connesse al tiro con armi da fuoco.

L’attività mette in luce i vantaggi dell’approccio globale della UE alla Somalia e al Corno d’Africa che coinvolge  allo stesso tempo diversi attori della comunità internazionale, come l’AMISOM.

Gli Stati Uniti confermano l’attacco contro Musa Abu Dawud di al Qaida

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In coordinamento con il governo libico di Accordo Nazionale (GNA), le forze americane hanno condotto un attacco aereo di precisione vicino a Ubari, in Libia, il 24 marzo, uccidendo due terroristi di al-Qaeda, tra cui Musa Abu Dawud, un alto livello di al-Qaeda nel funzionario delle Terre del Maghreb Islamico (AQIM).

Dawud ha addestrato reclute AQIM in Libia per operazioni di attacco nella regione. Ha fornito supporto logistico, finanziamenti e armi alla AQIM, consentendo al gruppo terroristico di minacciare e attaccare gli interessi statunitensi e occidentali nella regione.

Il Comando africano degli Stati Uniti ha inizialmente divulgato questo sciopero il 24 marzo. Ora che i rapporti operativi e la valutazione del danno da battaglia sono completamente completi, il comando è in grado di confermare la morte di Dawud.

In questo momento, non valutiamo la presenza di civili uccisi in questo sciopero.

Le operazioni di antiterrorismo in Libia sono condotte in conformità con gli Stati Uniti e il diritto internazionale. Questo sciopero è stato condotto sotto l’autorità fornita dal Congresso nell’autorizzazione 2001 per l’uso della forza militare e in coordinamento con la GNA.

Al Qaida e altri gruppi terroristici, come l’ISIS, hanno approfittato degli spazi sottogovernati in Libia per istituire santuari per pianificare, ispirare e dirigere gli attacchi terroristici; reclutare e facilitare il movimento di combattenti terroristi stranieri; e raccogliere e spostare fondi per sostenere le loro operazioni. Rimaste senza indirizzo, queste organizzazioni potrebbero continuare a infliggere perdite alle popolazioni civili e alle forze di sicurezza, e complottare gli attacchi contro i cittadini degli Stati Uniti e gli interessi alleati nella regione.

Congo: attaccata base Onu, è strage di caschi blu, 15 morti e più di 50 feriti

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Almeno 15 uomini dei caschi blu dell’Onu sono rimasti uccisi in un violentissimo attacco, avvenuto lo scorso 7 dicembre nella provincia del Kivu Nord, nella Repubblica democratica del Congo. Il numero dei feriti è ancora da stabilire, stando alle dichiarazioni rilasciate dal direttore delle operazioni dell’ONU, Ian Sinclair, sarebbero circa 53 uomini. Sinclair ha inoltre identificato la provenienza delle vittime, erano soldati della Tanzania. Il segretario generale ONU, Antonio Guterres definisce l’attacco come “il peggiore della storia recente”.

Il Consiglio di Sicurezza ha condannato con forza l’”efferato attacco”, ribadendo il proprio pieno sostegno nei confronti delle istituzioni della missione di pace. ”Questi attacchi intenzionali contro le forze di pace delle Nazioni Unite sono inaccettabili e costituiscono un crimine di guerra” ha detto il Segretario generale António Guterres, aggiungendo: “condanno questo attacco in modo inequivocabile.”

Inoltre, esortando le autorità della RDC a indagare sull’incidente e a portare rapidamente i colpevoli alla giustizia, il capo delle Nazioni Unite ha sottolineato: “non ci deve essere impunità per tali assalti, qui o in qualsiasi altro luogo.”

Sebbene non si abbiano ancora certezze sui responsabili, in queste ore si sta indagando su quanto accaduto. Un comunicato della “Monusco” ha riferito che ad attaccare sono stati “sospetti elementi delle Allied Democratic Force(ADF)”. Il riferimento è nei confronti di un gruppo di ribelli attivi , sin dagli anni novanta, nelle zone tra Congo e Uganda. Il loro obbiettivo dichiarato è quello di sconfiggere il presidente dell’Uganda, Yoweri Musuveni, ma attualmente costituisce il maggior pericolo nazionale anche per la Repubblica Democratica del Congo. Inoltre questo gruppo di miliziani, che tuttavia non sarebbe legato alle formazioni Jihadiste africane, si è reso protegonista di diversi attacchi nei confronti dei caschi blu dell’Onu, già in passato. Lo scorso ottobre, infatti, un attacco ad una base operativa, sempre nell’instabile regione del Kivu Nord, ha causato 2 morti e 18 feriti.

Missione Monusco. La missione di pace delle Nazioni Unite in Congo, conosciuta con l’acronimo di Monusco, ha l’obbiettivo di stabilizzare il territorio del paese centroafricano, che per via delle sue caratteristiche, con ampie risorse minerarie, oggi è teatro di contesa tra vari gruppi armati, che negli ultimi anni si sono resi protagonisti di diversi conflitti. La missione, come riportato dal sito ufficiale, è in corso dal 2010.

Somalia: Un comunicato del Comando americano in Africa smentisce il coinvolgimento di 10 civili in un attacco aereo ad Agosto

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Secondo quanto riportato da un comunicato stampa del U.S Africa Command datato 29 novembre 2017, il raid aereo avvenuto il 25 agosto scorso per mano delle forze armate congiunte somalo-americane, non avrebbe causato la morte di nessun civile. In quella data fu effettuato un attacco nei pressi di Bariire, in Somalia, con l’intento di colpire il gruppo terroristico Al-Shaabab.

Diverse notizie, uscite nei giorni successivi, parlavano dell’uccisione di almeno 10 civili. Un articolo pubblicato dall’Ansa, il 26 agosto 2017, riporta le dichiarazioni del capo dei militari somali, affermando che il blitz mirato in Somalia, in quello che credevano fosse un campo di addestramento dei terroristi islamici di Al-Shaabab, era invece una tranquilla fattoria, ed ha causato la morte di 10 civili, tra cui tre bambini. La notizia in quei giorni fu confermata da diverse agenzie di stampa e testate,  nazionali ed internazionali. Reuters ha fatto riferimento ad alcune testimonianze oculari sull’accaduto, riportando anche le parole di cordoglio del parlamentare Mohamed Ahmed Abtidon, verso le famiglie delle vittime.  “I dieci civili sono stati uccisi accidentalmente, il governo e i parenti adesso discuteranno del risarcimento. Inviamo le condoglianze alle famiglie”.

La smentita. A distanza di tre mesi dal giorno del raid aereo il comando degli Stati Uniti in Africa smentisce il coinvolgimento di civili. Nel comunicato da cui si apprende la notizia si legge espressamente che; “ Una valutazione approfondita da parte delle forze ufficiali somale, a seguito delle indiscrezioni che parlavano dell’uccisione di 10 civili, nell’operazione guidata dall’esercito, lo scorso 25 agosto nei pressi di Bariire, ha portato alla conclusione che tutte le vittime facevano parte dei combattenti nemici armati” . Si tende a specificare inoltre che “prima di ogni operazione, si conduce una pianificazione dettagliata e un coordinamento per ridurre al minimo la probabilità di incidenti civili, e per garantire il rispetto della legge nel conflitto armato”.

Il contesto.   Al-Shabaab, fondato in Somalia nel 2006 e affiliata ad al-Qaeda, è una delle organizzazioni terroristiche più letali al mondo. Il gruppo mira a rovesciare il governo internazionalmente riconosciuto di Mogadiscio, per imporre la “Sharia”, la legge islamica, in tutto il paese.

Negli ultimi due anni, la cooperazione militare tra l’Unione Africana, le autorità locali e il governo americano, ha costretto i terroristi ad abbandonare importanti roccaforti urbane. Tuttavia, i militanti, attivi soprattutto nel sud della Somalia, continuano a compiere attacchi sistematici contro hotel, check-point militari e palazzi presidenziali, causando la morte di decine di civili.

Da quando il presidente americano Donald Trump è stato eletto alla Casa Bianca, il comando degli Stati Uniti in Africa ha intensificato i raid aerei nel territorio, con l’intento dichiarato di eliminare i miliziani di Al-Shaabab.

Somalia: Attacco aereo degli Stati Uniti contro l’ISIS

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Il 27 novembre scorso, un militante ISIS è stato ucciso in un attacco aereo degli Stati Uniti in Somalia. A renderlo noto , il Comando Militare Americano in Africa. “In coordinamento con il governo federale Somalo, le forze americane hanno condotto un attacco aereo contro l’ISIS, nel nord-est della Somalia il 27 novembre, uccidendo un terrorista”, questo è quanto si legge espressamente nel comunicato del “U.S. Africa Command”.  Il raid è avvenuto intorno alle 3 di pomeriggio, ora locale.

All’inizio di novembre, a seguito della volontà dell’amministrazione Trump di espandere la presenza militare nel Corno D’Africa per combattere il terrorismo Islamico, gli Stati Uniti hanno cominciato a prendere di mira le piccole cellule di jihadisti in continuo aumento nel Paese africano. Secondo quanto riportato dalla CNN, il 3 e il 4 novembre si sono verificati due attacchi aerei dislocati in zone differenti, causando la morte di, come si legge nell’articolo, “diversi” terroristi. Gli attacchi, in quel caso, sono stati perpetrati da un drone privo di equipaggio.

Negli ultimi anni le forze armate statunitensi, in collaborazione con quelle aeree, hanno periodicamente operato contro il gruppo terroristico Al-Shaabab, resosi protagonista di diversi attacchi nei confronti delle forze occidentali nei territori dell’Africa orientale. Ultimamente sembrerebbe che circa 200 estremisti abbiano disertato questo gruppo terroristico, cominciando ad organizzarsi in piccoli gruppi vicini all’ISIS.

Le volontà da parte degli Stati Uniti sono chiare. Nel comunicato da cui è stata appresa la notizia, si legge che; “Le forze statunitensi continueranno ad utilizzare tutte le misure autorizzate e appropriate per proteggere i propri cittadini  e per disabilitare la minaccia terroristica. I nostri obiettivi politici e di sicurezza prevedono la ricostituzione della pace interna in Somalia, rendendolo un paese in grado di affrontare tutte le minacce del suo territorio”. Si specifica che ciò prevede la collaborazione oltre che con le forze di sicurezza nazionali, anche con la Missione dell’Unione Africana in Somalia(AMISOM). Essa è stata autorizzata dall’Unione Africana e approvata dalle Nazioni Unite nel 2007, con l’obbiettivo di garantire un piano di sicurezza al paese.

 

Aste di schiavi in Libia; una questione di punti di vista?

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Venerdì scorso la Commissione Nazionale per i Diritti in Libia, si è detta irritata dalle accuse volte dalla CNN in un report pubblicato a inizio settimana. Il report denuncia il fatto che in Libia vengano fatte aste pubbliche di vendita di schiavi. Questo report nasce da un breve video filmato da un telefono e mandato alla CNN, che poi ha deciso di investigare in prima persona, registrando varie aste di esseri umani, avvenute in alcune città della Libia, tra cui alcuni sobborghi di Tripoli. Il materiale così acquisito è stato poi trasmesso alle autorità libiche che infatti risulta abbiano iniziato delle investigazioni su questo tipo di traffici umani.

Ma la NCHR (National Commission for Human Rights) ha parlato di dettagli esagerati e disinformazione della CNN, aggiungendo che se queste aste di esseri umani avvengono sul suolo libico, sono di certo svolte in segreto e in una situazione di clandestinità.

La NCHR ha poi espresso la più viva condanna per l’azione di bande criminali organizzate, facendo appello al Procuratore Generale affinché si investighi al riguardo. Ma la Commissione non ha mancato di collegare questi episodi ad una condanna delle politiche e delle dichiarazioni di alcuni paesi dell’UE, che, a detta dell’organizzazione, esagerano le condizioni dei migranti bloccati nei centri di detenzione in Libia. Infatti i governi e la stampa europee sfruttano, dal punto di vista dell’NCHR, la condizione disagiata dei migranti per forzare le autorità libiche ad incontrare gli interessi europei che vorrebbero fare della Libia una meta alternativa per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

Alfano: Stanziati tre milioni di euro per la crisi nella Repubblica Centrafricana

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Dall’Italia sono stati stanziati 3 milioni di euro per la Repubblica Centrafricana nella speranza di far uscire dalla crisi economica ed umanitaria questa popolazione scevra di qualsiasi ricchezza e al limite della sopravvivenza.

“La situazione della Repubblica Centrafricana è una delle più drammatiche; oltre 2,7 milioni di persone dipende dall’assistenza internazionale per sopravvivere”.

Dichiarazione forte e di denuncia del Ministro degli Affari Esteri Alfano, il quale ha dato il via, appoggiato dalla Cooperazione italiana, all’impegno finanziario che servirà a garantire una maggiore produttività nei settori essenziali al fine di sostenere uno stile di vita adeguato alla popolazione.

Si partirà dall’intervento nel settore agricolo e di conseguenza sulla sicurezza alimentare, per poi concentrarsi sul sistema sanitario con lo scopo di favorire un miglioramento nello stato di salute della popolazione.

I fondi saranno distribuiti prevalentemente alla capitale Bangui ed alle zone più disagiate del Paese.

Questo impegno dell’Italia è stato presentato alla “Conferenza dei donatori di Bruxelles” con un programma di solidarietà delineato e preciso dove è stata stabilita una cifra totale di cinque milioni di euro per una durata di tre anni dal 2017 sino al 2019

“il nostro intervento di solidarietà sarà utile per aiutare la Repubblica Centrafricana e agevolarla in questo delicato processo di transizione politica” conclude il Ministro.

 

Il futuro della Libia passa per la mediazione con Haftar

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La recente visita del Generale Haftar a Roma è solo l’ultimo passo di una lunga catena diplomatica e politica che vede l’Italia ritornare protagonista dei rapporti con la Libia e della proiezione nel Mediterraneo. Cio’ che la stampa ha trascurato è che questa azione diplomatica viene affiancata da una nuova fase di bombardamenti americani sulle postazioni dell’Isis in Libia. A dimostrazione di come quel fronte sia oggi il più problematico in prospettiva ora che lo Stato islamico ha perso le sue principali roccaforti in Siria e Iraq.
L’azione italiana è complessa e ambiziosa. Passa dal dialogo formale con il capo del governo riconosciuto, al Serraj, ma anche con l’imprescindibile generale Haftar, a capo di un esercito parallelo in Cirenaica e forte del sostegno di Egitto e Emirati Arabi.
L’Italia punta a rafforzare la legittimità del primo e includere il secondo in un dialogo di riconciliazione nazionale, al contempo stabilendo rapporti diretti con i capi tribù tuareg del sud della Libia, i padroni dei crocevia dei traffici di esseri umani. È la strategia giusta, che sta portando risultati evidenti sotto il profilo del contrasto al traffico di migranti.
Ma senza un accordo con le potenze regionali, il dialogo tra Tripoli e la Cirenaica rimarrà fragile. Sarà necessario convincere tutti gli interlocutori che una nuova guerra civile in Libia, accoppiata alla penetrazione di santuari dell’Isis, rischia di condurre al fallimento di quello Stato e ad un problema ben più grosso per la comunità internazionale.
Un passo necessario sembra essere un maggior impegno per rafforzare la legittimità e il controllo del territorio da parte di al-Serraj. L’italia, pur non sostituendosi all’iniziativa del negoziatore ONU, non può attendere i passi della lenta diplomazia onusiana. Per questo l’attivismo bilaterale – o meglio sarebbe dire, trilaterale- ha un suo senso profondo in questa fase. Non si potrà però scaricare tutto il peso della responsabilità sull’Italia.
E qui entra in gioco il ruolo troppo debole e defilato dell’Europa. È vero che la Francia percepisce un proprio impegno solo in termini di interesse nazionale, e dunque in potenziale contrasto con la paziente tessitura italiana. La Gran Bretagna è totalmente assorbita da questioni interne mentre la Germania mantiene la propria posizione di vigile neutralità. Non resta che l’Italia e il suo preminente interesse in Libia. Un interesse che viene riconosciuto e delegato al nostro Paese anche dagli Stati Uniti. Ma da soli non si potrà arrivare lontano. Le istituzioni europee devono continuare a fare la loro parte, come ha appena iniziato a fare la Commissione, garantendo fondi ai Paesi del Sahel per fermare i traffici di esseri umani.
L’Italia dovrà però multilatelarizzare la propria azione, allargandola a Egitto, Tunisia, paesi del Golfo. La ricerca condivisa di un progetto di medio termine che porti a conciliare gli interessi in campo è una necessità. Un nuovo fallimento sarebbe forse l’ultima spiaggia prima del baratro. Dell’implosione cioè di un Paese strategico per gli equilibri geopolitici e per la lotta al terrorismo integralista. Ne va del nostro interesse e della nostra sicurezza nazionale.
di Gianluca Ansalone
Gianluca Ansalone
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