GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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AFRICA

Il golpe in Sudan: Da una possibile transizione democratica ad un nuovo regime militare

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Il 25 ottobre del 2021, il Sudan è stato nuovamente protagonista di un nuovo golpe, il quarto da quando il paese è indipendente. Nel 2019 dopo circa un trentennio Omar al-Bashir venne deposto ed arrestato; le principali accuse rivolte dal Sudan e dal mondo occidentale nei suoi confronti sono quelle di corruzione e crimini contro l’umanità, riconducibili ad una delle maggiori crisi umanitarie verificatesi in Africa negli ultimi anni, il conflitto del Darfur.

Il dittatore sudanese è stato arrestato e accusato di aver supportato e finanziato la milizia dei Janjaweed, autrice di numerosi massacri nella provincia del Darfur. Oltre alle accuse prima citate, al-Bashir è stato messo sotto accusa per il colpo di Stato che nel 1989 lo portò al potere. Alle molteplici violazioni dei diritti umani, aggiungiamo che il dittatore sudanese abolì qualsiasi forma di democrazia all’interno del paese, governando in maniera totalitaria, imponendo la Shari’a come legge di Stato; tutto ciò portò ad un aspro conflitto tra la parte settentrionale del paese (prevalentemente musulmano) e quella meridionale (a maggioranza cristiana), che ha portato ad una divisione del paese. Questo regime nato in Sudan non piacque ai paesi occidentali, specialmente agli Stati Uniti, che indicò il paese come tra i principali sostenitori del terrorismo di matrice jihadista; la causa di tutto ciò furono il sostegno e il supporto dato al leader di al-Qaeda Osama Bin Laden, al quale al-Bashir concesse rifugio durante gli anni novanta.

Dopo la caduta di al-Bashir nel 2019, a governare il paese venne messa una coalizione civile-militare conosciuta col nome di Consiglio Sovrano, al quale venne affidato il compito di governare il paese, con l’obbiettivo di condurlo verso delle elezioni democratiche nel 2023, alle quali i membri del Consiglio Sovrano non potranno partecipare. Al vertice di questo organo di governo militari e civili si sarebbero dovuti scambiare la leadership a periodi alterni. Sotto l’amministrazione di questo governo di transizione sono state messe in atto numerose leggi in favore della popolazione civile.

Tuttavia questo non ha affatto alleggerito le tensioni, già nel 2020 il primo ministro Hamdok fu vittima di un agguato dal quale uscì illeso; per quanto riguarda mandanti ed esecutori, non si è mai avuta un’idea chiara su chi vi fosse dietro, anche se i principali sospetti ricaddero sui seguaci dell’ex dittatore.Nel settembre del 2021 in Sudan ci fu un tentativo di golpe da parte dei sostenitori dell’ex dittatore sudanese; fortunatamente il governo riuscì a reagire e ad impedire il colpo di Stato; pochi giorni fa tuttavia il Consiglio Sovrano non è riuscito ad evitare un nuovo golpe da parte dei militari sudanesi.

A prendere il potere è stato un generale di alto rango dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan, membro del Consiglio Sovrano. Subito dopo aver preso il potere, il generale ha messo agli arresti il primo ministro Hamdok, il ministro dell’industria e quello dell’informazione. Nel suo primo discorso, il generale al-Burhan, ha annunciato lo scioglimento del Consiglio Sovrano, specificando però che il suo obbiettivo rimane sempre quello prefissato dal Consiglio Sovrano, cioè guidare il paese alle elezioni del 2023. Ha inoltre spiegato il motivo dietro il golpe erano riconducibili alla situazione di forte insicurezza all’interno del paese, che dal suo punto di vista rischiava di finire nuovamente in una nuova guerra civile, in realtà sembra che già da qualche tempo vi fossero delle forti tensioni tra le forze militari e quelle civili.

Subito dopo il golpe, in Sudan sono cominciate le proteste da parte della popolazione civile, contraria ad un nuovo regime militare; l’esercito tuttavia ha deciso di reagire contro i manifestanti, il bilancio è stato di tre morti e ottanta feriti, secondo alcune fonti il numero delle vittime sarebbe salito a sette. Per mantenere sotto controllo le proteste il generale al-Burhan ha messo in strada l’esercito, riportando il paese in una situazione di forte tensione simile a quella dei tempi del regime di al-Bashir. I militari hanno anche bloccato l’accesso alla capitale Khartoum e ad Internet.

La presa di potere da parte del generale al-Burhan non è piaciuta molto al mondo occidentale. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato la fine di ogni forma di supporto al governo sudanese; anche Nazioni Unite, Banca Mondiale e Unione Africana hanno sospeso ogni rapporto col Sudan, almeno fino a quando non sarà riabilitata la componente civile.
Dall’altra parte il regime militare del Sudan avrebbe richiamato i diplomatici sudanesi in Francia, Stati Uniti, Cina e Qatar, e il capo della missione del Sudan a Ginevra, con i primi che sono stati licenziati dal regime per via del loro supporto al leader civile Hamdok. È importante sottolineare come il golpe sia avvenuto proprio nel periodo in cui i militari dovevano cedere la leadership del Consiglio Sovrano ai civili.

In tutto questo cambiamento, bisognerà tenere d’occhio il ruolo di  Mohamedd Hamdan Dagolo , generale fedele ad al-Bashir e capo di una delle frange più pericolose dell’esercito sudanese, composta perlopiù da ex membri dei Janjaweed. Dopo la caduta di al-Bashir, Dagolo ha ricoperto il ruolo di vice all’interno della componente militare del Consiglio Sovrano; l’ex capo militare di al-Bashir gode inoltre dell’appoggio di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, favorevoli ad un nuovo regime militare in Sudan. Nella giornata di ieri a Khartoum si è tenuto un incontro tra i militari e l’ambasciatore dell’Arabia Saudita.

Sebbene i militari abbiano dichiarato che il loro obbiettivo restano le elezioni del 2023, il generale al-Burhan ha annunciato che ci saranno numerosi cambiamenti, che riguarderanno il sistema legislativo, annunciando anche che la Costituzione del paese verrà riscritta; tutto ciò potrebbe seriamente far naufragare il progetto di un Sudan democratico.

FONTI:
https://www.ilpost.it/2021/10/25/sudan-primo-ministro-abdalla-hamdok-arrestato/
https://www.nyamile.com/news/civil-society-group-urges-dialogue-to-resolve-sudans-political-crisis-calls-for-igad-to-intervene/
https://www.theafricareport.com/140774/sudan-us-considers-additional-measures-to-reverse-military-coup/
https://us.cnn.com/2021/10/25/africa/sudan-military-prime-minister-intl-hnk/index.html
https://africanarguments.org/2021/10/sudan-self-coup-and-four-factors-that-will-determine-what-comes-next/
https://www.aljazeera.com/news/2021/10/26/sudans-army-chief-defends-militarys-seizure-of-power
https://www.aljazeera.com/news/2021/10/25/sudans-military-dissolves-cabinet-announce-state-of-emergency
https://www.aljazeera.com/search/sudan
https://www.bbc.com/news/world-africa-59035053
https://www.nyamile.com/news/sudan-returns-to-military-rule-constitution-to-be-re-written-under-the-new-military-leadership/
https://www.repubblica.it/esteri/2020/07/21/news/sudan_al_bashir_alla_sbarra_per_il_golpe_dell_89-262520877/
https://www.agi.it/estero/omar_al_bashir_chi_e_sudan-5310738/news/2019-04-12/
https://www.africarivista.it/sudan-ufficializzato-il-consiglio-sovrano-nomi-ed-equilibri-del-nuovo-potere/145112/
https://english.alarabiya.net/News/north-africa/2021/10/27/Sudan-s-army-chief-Burhan-meets-Saudi-Arabia-s-ambassador-in-Khartoum
https://www.aninews.in/news/world/india-says-it-will-continue-to-support-sudan-south-sudan-in-journey-towards-peace-development20211027233145/
https://english.alarabiya.net/News/north-africa/2021/10/27/Sudan-s-army-chief-Burhan-meets-Saudi-Arabia-s-ambassador-in-Khartoum
https://english.alarabiya.net/News/north-africa/2021/10/28/Sudan-army-chief-Burhan-relieves-six-ambassadors-including-US-EU-France-Qatar
https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/09/21/tentato-golpe-in-sudan-governo-accusa-i-seguaci-di-bashir_a0bf9354-a70f-43df-940f-4889949398b4.html
https://www.the-star.co.ke/news/africa/2021-10-28-death-toll-of-sudan-anti-coup-protesters-rises-to-7-official/
https://www.washingtonpost.com/world/un-calls-on-sudan-military-to-restore-civilian-government/2021/10/28/e2b52212-3803-11ec-9662-399cfa75efee_story.html
https://www.nyamile.com/news/sudan-military-takeover-threatens-rights/

Niger: la lotta di CBM contro l’analfabetismo per le persone con disabilità 

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Il Niger è un paese nel cuore dell’Africa subsahariana, più precisamente nella regione del Sahel, una delle più povere del mondo a causa dell’instabilità politica presente da decenni. Il tasso di analfabetismopresenta percentuali importanti: circa il 40% nei giovani uomini che hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, dato che nelle donne raggiunge punte superiori al 70%. Non è un caso, dunque, se l’Indice di Sviluppo è il più basso del pianeta.

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La Brookings Institution elabora nuovi modelli per lo sviluppo economico in Africa

AFRICA/ECONOMIA di

La Brookings Institution ha di recente pubblicato una serie di studi che esaminano il potenziale delle industrie senza ciminiere per lo sviluppo economico dei paesi africani.

In collaborazione con Mastercard Foundation and Canada’s International Development Research Centre (IDRC), la Brookings Institution avvia un progetto di ricerca denominato “Africa Growth Initiative” (AGI), che parte dalla consapevolezza che i progressi e la crescita dell’Africa fino ad oggi non hanno avuto un impatto significativo sui tassi di povertà e disuguaglianza del continente.

Questa iniziativa si fa portavoce della necessità di attuare un cambiamento strutturale e incentivare la crescita dell’occupazione in Africa, soprattutto nei settori con un potenziale di sviluppo economico alto, ovvero il settore del turismo, dell’orticoltura e dell’industria agricola.

Al fine di convergere in modo sostenibile e inclusivo con il resto del mondo in termini di standard di vita, opportunità e reddito pro capite del PIL, lo studio sull’impatto delle industrie senza ciminiere in questi settori si pone dunque l’obiettivo di ampliare le opzioni politiche e incentivare finanziamenti per lo sviluppo, sostegno del settore privato per gli obiettivi di sviluppo sostenibile, perfezionamento dei partenariati pubblico-privati, rafforzamento dell’integrazione regionale, e promozione di sinergie tra le istituzioni governative.

In effetti, l’Africa subsahariana dovrà creare 18 milioni di posti di lavoro ogni anno fino al 2035 per accogliere i nuovi arrivati ​​nel mercato dei giovani. Affinché l’Africa raggiunga una crescita trasformativa, i leader regionali hanno bisogno di nuovi modelli e politiche per lo sviluppo economico, che espandano le opportunità per i lavoratori, le famiglie e le comunità.

L’AGI ha pubblicato casi di studio che esaminano se e come le industrie senza ciminiere potrebbero migliorare le prospettive occupazionali dei giovani in Africa.

Uganda case study

La crescita economica dell’Uganda si è classificata tra le più forti dell’Africa subsahariana. Il tasso di crescita medio annualizzato del paese è stato del 5,4% tra il 2010 e il 2019 (World Bank, 2020). Ciò nonostante, i tassi di disoccupazione non hanno visto miglioramenti. Secondo uno studio condotto nel 2018, la crescita è stata in gran parte trainata dal settore dei servizi, che a loro volta contribuiscono solo per il 15% al ​​totale dell’occupazione.

Per sfruttare il potenziale offerto dalle industrie senza ciminiere, il governo deve intensificare la formazione professionale per gli addetti con specializzazione in orticoltura, e dotare il settore della tecnologia di irrigazione necessaria. Poiché la maggior parte dei prodotti del settore viene esportata in mercati di alto valore nell’UE o negli Stati Uniti, è fondamentale che il governo affronti gli ostacoli all’accesso continuo a questi mercati. Inoltre, gli investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo e migliori collegamenti tra agricoltura, imprese e mercati sono fondamentali per aumentare la produzione e la produttività.

Senegal case study

Il Senegal è uno dei paesi più stabili dell’Africa. La crescita economica è stata in media del 6,6% nel periodo 2014-2019, in contrasto al 3% nel periodo 2009-2013. Le proiezioni stimano che la stessa elevata crescita economica sarà osservata nei prossimi anni, in particolare con le riserve di petrolio e gas scoperte di recente (World Bank, 2019b). La crescita è trainata principalmente dai contributi dei consumi (3,5%) e dagli investimenti privati ​​(2,1%). Tuttavia, la questione dell’inclusione rimane critica, poiché l’attuale creazione di posti di lavoro non è ancora sufficiente ad assorbire i flussi migratori interni o la crescente popolazione in età lavorativa.

In Senegal, le industrie senza ciminiere hanno il potenziale, se adeguatamente sfruttato, di aumentare notevolmente la creazione di posti di lavoro di buona qualità. Alcune industrie senza ciminiere, in particolare l’orticoltura e il turismo, stanno già andando bene in termini di crescita della produzione. Affinché tale crescita e creazione di posti di lavoro sia possibile, tuttavia, il Senegal deve affrontare i numerosi vincoli che incidono sull’ambiente imprenditoriale, in particolare quelli nel quadro normativo, nelle infrastrutture e nello sviluppo delle competenze.

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La Brookings Institution è un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata alla ricerca indipendente e alle soluzioni politiche. La sua missione è condurre una ricerca indipendente di alta qualità e, sulla base di tale ricerca, fornire raccomandazioni pratiche e innovative per i responsabili politici e il pubblico.

Per approfondire la lettura…

Uganda case study: https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2021/07/21.08.02-Uganda-IWOSS.pdf

Senegal case study: https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2021/04/21.04.02-Senegal-IWOSS_FINAL.pdf

Capo Verde ospita la nona conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa

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Oggi, 13 settembre 2021, parte la nona conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa (CCDA-IX) a Capo Verde, e si concluderà il 17 settembre. In questa occasione saranno oggetto di discussione le strategie di mitigazione del cambiamento climatico in Africa, e di come queste possano rappresentare uno strumento di sviluppo economico per il continente africano.

Organizzato dalla Commissione economica per l’Africa e dal governo di Capo Verde, in collaborazione con i partner della Commissione dell’Unione africana e della Banca africana di sviluppo, la CCDA-IX si incentrerà sul tema “Verso una transizione giusta che crei posti di lavoro, prosperità e resilienza climatica in Africa: sfruttare l’economia verde e blu.”

La conferenza funge da preludio alla Conferenza dei firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici prevista a novembre, e mira a fornire un resoconto delle strategie messe in campo dall’Africa per la lotta al cambiamento climatico. La conferenza si propone anche di aprire il dibattito con i rappresentanti africani sulle misure da adottare a livello continentale per guidare lo sviluppo economico verso una transizione sostenibile.

Oltre 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità in Africa, eppure il continente possiede risorse naturali sufficienti per sradicare la povertà energetica e trasformare l’economia mondiale. Intanto, le strategie globali di mitigazione del clima richiedono l’eliminazione graduale dei combustibili fossili in tutto il mondo. Ciò mette a rischio lo sviluppo economico del continente africano, nonostante emetta solo il 2% delle emissioni globali di gas serra.

Questi temi aprono la discussione su come mitigare i cambiamenti climatici in Africa senza compromettere al contempo la crescita economica, e promuovere strategie alternative che siano conformi agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Africa.

AVAT: i paesi dell’Unione Africana acquistano 220 milioni di dosi del vaccino Johnson & Johnson

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Il 28 marzo 2021 gli Stati membri dell’Unione Africana (UA) hanno firmato un accordo con il quale hanno lanciato l’African Vaccine Acquisition Trust (AVAT). L’iniziativa, che nasce ad integrazione di altri progetti come il COVAX, ha visto i paesi dell’UA mettere in comune il loro potere d’acquisto per garantire un accesso diffuso ai vaccini COVID-19 in tutta l’Africa, e raggiungere così un’immunizzazione target del 60% della popolazione africana.

I partner dell’iniziativa includono l’African Export-Import Bank (Afreximbank), i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) e la Banca mondiale.

Grazie all’AVAT i paesi dell’Unione Africana hanno acquistato 220 milioni di dosi del vaccino a iniezione singola contro il COVID-19 di Johnson & Johnson, e un potenziale di ordinare altri 180 milioni di dosi.

Il presidente della Repubblica del Sud Africa e dell’Unione Africana (AU), Cyril Ramaphosa, in occasione del lancio dell’iniziativa ha dichiarato:

“Questo è un passo avanti epocale negli sforzi dell’Africa per salvaguardare la salute e il benessere della sua gente. Lavorando insieme e mettendo in comune le risorse, i paesi africani sono stati in grado di garantire milioni di dosi di vaccino prodotte proprio qui in Africa. Ciò fornirà impulso alla lotta contro il COVID-19 in tutto il continente e getterà le basi per la ripresa sociale ed economica dell’Africa”.

Il vaccino Johnson & Johnson è infatti stato selezionato come primo acquisto in comune per tre motivi: innanzitutto, essendo un vaccino a iniezione singola, è più facile ed economico da somministrare; in secondo luogo, il vaccino ha una lunga durata e condizioni di conservazione favorevoli. Infine, il vaccino è in parte prodotto nel continente africano, con attività di completamento che si svolgono in Sud Africa, presso la struttura di Aspen Pharmacare a Gqeberha in Sudafrica.

Le prime spedizioni mensili sono arrivate nel mese di agosto in diversi Stati membri e stanno proseguendo nel mese di settembre, con l’obiettivo di consegnare quasi 50 milioni di vaccini entro la fine di dicembre. In collaborazione con l’Africa Medical Supplies Platform (AMSP), l’UNICEF fornisce servizi logistici e di consegna agli Stati membri.

Questa acquisizione del vaccino è una pietra miliare unica per il continente africano. È la prima volta che l’Africa intraprende un appalto di questa portata che coinvolge tutti gli Stati membri. Segna anche la prima volta che gli Stati membri dell’UA hanno acquistato collettivamente vaccini per salvaguardare la salute della popolazione africana: 400 milioni di vaccini sono sufficienti per immunizzare un terzo della popolazione africana e portare l’Africa a metà strada verso il suo obiettivo continentale di vaccinare almeno il 60 per cento della popolazione. I donatori internazionali si sono impegnati a fornire la restante metà delle dosi richieste attraverso l’iniziativa COVAX.

Il dottor John Nkengasong, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), ha dichiarato: “Negli ultimi mesi abbiamo visto ampliarsi il divario vaccinale tra l’Africa e altre parti del mondo e una devastante terza ondata ha colpito il nostro continente. Le consegne a partire da ora ci aiuteranno a raggiungere i livelli di vaccinazione necessari per proteggere vite e mezzi di sussistenza africani”.

La Dott.ssa Vera Songwe, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite e Segretario Esecutivo delle Nazioni Unite ha infine affermato: “Questo è un momento di orgoglio per il continente; i vaccini, in parte fabbricati in Sudafrica, sono una vera testimonianza del fatto che la produzione locale e l’approvvigionamento in comune, come previsto nell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), sono fondamentali per il raggiungimento di una ripresa economica post-Covid più sostenibile in tutto il continente.”

L’Algeria rompe le relazioni diplomatiche con il Marocco

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Dopo mesi di tensioni l’Algeria ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Marocco, portando così il difficile rapporto fra i due Paesi al punto di crisi più elevato dagli anni Settanta ad oggi.

Lo strappo

La decisione è stata annunciata il 24 agosto scorso dal Ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra, che ha denunciato “atti ostili” commessi dal Regno del Marocco nei confronti dell’Algeria, “contro il suo popolo ed i suoi dirigenti”.

Le relazioni tra i due Paesi sono, in realtà, tradizionalmente difficili, e, di recente, hanno visto un ulteriore deterioramento.

Algeri contesta, innanzitutto, la politica filoisraeliana di Rabat, e accusa le autorità marocchine di complicità con due entità – MAK e Rashad – che nel maggio scorso sono state internamente classificate come organizzazioni terroristiche.

Il Regno marocchino, pur dicendosi rammaricato della decisione, ha respinto le accuse della controparte algerina in una nota ufficiale, definendo fallaci, e persino assurdi, i pretesti che ne sono alla base.

Le cause della rottura e il ruolo di USA e Israele

Nel corso del 2021, sono stati diversi i momenti in cui le relazioni tra Algeri e Rabat sono state messe a dura prova. In generale, le tensioni sono da ricollegarsi alla disputa tra i due Paesi riguardo il territorio del Sahara Occidentale – l’ex colonia spagnola in gran parte occupata e amministrata dal Marocco – e, parallelamente, al sostegno algerino alla leadership Saharawi, il movimento che rivendica l’indipendenza della regione. L’Algeria, infatti, difende l’istituzione del referendum sull’autodeterminazione concordato nel 1991, in occasione del cessate il fuoco mediato dall’ONU e che, trent’anni dopo, non si è ancora tenuto.

La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele – in cambio del riconoscimento statunitense della “sovranità” marocchina su quel territorio – ha alimentato le tensioni con Algeri, che ha denunciato “manovre straniere” per destabilizzarla.

La questione della Cabilia

Preludio alla rottura dei canali diplomatici era stata, nel mese di luglio, la scelta del Ministro degli esteri algerino di richiamare l’ambasciatore a Rabat per consultazioni immediate, mentre il Ministro degli esteri preannunciava l’adozione di possibili ulteriori misure. In quell’occasione, le motivazioni erano legate ad alcune dichiarazioni del rappresentante permanente del Marocco alle Nazioni Unite Omar Hilal che, proprio in quei giorni, si era espresso a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo della Cabilia, regione dell’Algeria settentrionale che da tempo rivendica l’indipendenza da Algeri. Per Hilale, l’Algeria non avrebbe dovuto negare questo diritto in Cabilia proprio mentre ne sosteneva uno identico per il Sahara occidentale.

Immediata era stata la reazione di Lamamra, che definì le parole del diplomatico marocchino “imprudenti, irresponsabili e manipolative”, chiedendo che il Regno del Marocco ne prendesse le distanze.  L’atteso chiarimento non era però arrivato, e lo scorso 18 luglio, l’ambasciatore algerino era stato richiamato in patria per consultazioni.

La presa di posizione sulla questione Cabila da parte di Rabat, in realtà, sembra rispondere ad un obiettivo preciso, quello di far pressione sulla disputa per spingere Algeri a retrocedere sulla questione del Sahara Occidentale. Una mossa che servirebbe a Rabat per guadagnare terreno tanto sul piano domestico, in termini di prestigio del Regno, quanto su quello regionale, vista la rivalità tra i due Paesi nell’intera area Sahelo-Maghrebina. Sia Rabat sia Algeri, infatti, sono interessate ad acquisire maggiore profondità strategica in Africa Occidentale, e per farlo, sostengono strumentalmente rivendicazioni nazionaliste e indipendentiste, guadagnando terreno a discapito dell’altro su scala regionale.

 

L’espansione dello Stato Islamico nel continente africano

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Nel recente periodo si è parlato molto di una possibile sconfitta dello Stato Islamico meglio conosciuto come ISIS nelle loro roccaforti in Medio Oriente, in particolare in Siria ed in Iraq. Tuttavia lo Stato Islamico negli ultimi anni ha iniziato la sua espansione in un nuovo continente ovvero l’Africa.

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L’Africa Occidentale verso una moneta unica nel 2027

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In occasione del vertice annuale tenutosi il 19 giugno scorso, i 15 membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), hanno adottato una nuova tabella di marcia per l’adozione di una moneta comune, con l’obiettivo di promuovere l’integrazione economica tra i paesi dell’Africa occidentale, prevedendone il lancio ufficiale entro il 2027.

Nella nuova Roadmap i capi di Stato, riuniti ad Accra, in Ghana, hanno tracciato il cammino da percorrere verso l’introduzione della nuova valuta comune dal nome “Eco”, da parte del blocco formato da Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. 

Le origini del progetto

Occorre notare che, in realtà, i piani di introduzione di una moneta comune sono in lavorazione almeno dal 2000, e che l’idea di creare una valuta unica è stata avanzata, per la prima volta, in un momento ancora più risalente nel tempo, precisamente nel 1982, a seguito della creazione dell’ECOWAS. Passi più concreti verso un’effettiva convergenza monetaria sono stati poi stati ritardati più volte, nel 2005, nel 2010, nel 2014 e, da ultimo, nel 2020.

L’Eco

Il progetto dell’Eco dura, almeno programmaticamente, dal 2015 ed è nato all’interno di una associazione di Stati più ristretta dell’ECOWAS, la cosiddetta WAMZ, West African Monetary Zone, che si compone di Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone. La nuova moneta unica, ancorata all’euro secondo un sistema di tasso di cambio fisso, doveva entrare in vigore nel 2020 ma, le grandi difficoltà economiche e sociali, aggravate dalla pandemia da Covid-19, hanno reso necessario un nuovo rinvio del progetto. Di pari passo è seguita la sospensione del processo di attuazione del Patto di convergenza, e la definizione di altri aspetti implementativi.

Difficoltà di realizzazione

Un altro ostacolo per la realizzazione del progetto della moneta unica africana risiede nel fatto che la maggioranza dei Paesi occidentali del continente utilizzano il franco CFA, una controversa valuta creata nel 1945 dalla Francia, ancorata all’euro e garantita dal Tesoro francese. Infatti, il meccanismo del Franco CFA prevede che gli Stati aderenti depositino il 50% delle loro riserve esterne presso il tesoro francese.  Per aderire all’Eco, quindi, detti paesi dovrebbero “divorziare” dal Ministero del Tesoro di Parigi, con molteplici risvolti economici e politici, relativi soprattutto al rapporto con l’ex potenza coloniale.

Ad oggi, sette membri dell’ECOWAS hanno le proprie valute, mentre i restanti otto paesi utilizzano il franco CFA. L’obiettivo del percorso di adozione di una moneta unica, se effettivamente realizzato, sarà quindi in grado di mutare gli equilibri interni al continente, rappresentando un forte cambiamento di rotta nel rapporto con l’ex potenza coloniale.

La nuova Roadmap

Ad Accra, nel giugno scorso, il progetto riparte, prevedendo un percorso in tempi medi e graduale. In una prima fase, all’Eco aderiranno quei Paesi che hanno una propria moneta, mentre in una seconda fase, ma comunque entro il 2027, si inseriranno anche i Paesi dell’UEMOA (Union Économique et Monétaire Ouest-Africaine) che adottano il franco CFA e cioè Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo.

Il progetto riprende il suo cammino ma le difficoltà non sono poche, prima fra tutte l’ostilità della Nigeria, che rappresenta da sola il 70% del PIL dell’ECOWAS, e che nutre una certa diffidenza verso un ancoraggio della sua economia a quella dei fragili Paesi vicini. 

Il presidente del Ghana Nana Akufo-Addo, in questo momento alla guida dell’ECOWAS, ha manifestato invece ottimismo sulla possibilità di rispettare la nuova tabella di marcia e raggiungere lo storico obiettivo della moneta unica, un passaggio non di poco conto per le sue implicazioni economiche e politiche all’interno del continente. 

 

Jihadismo nel Sahara: «Una seria minaccia alla sicurezza del Marocco»

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 Nel novembre del 2020 il Fronte Polisario, ha fatto sapere al governo marocchino di Re Mohamed VI la sua intenzione di riprendere la lotta armata per ottenere l’indipendenza del Sahara dal Marocco. A dare l’annuncio è stato un giovane membro del Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, tale Salmi Gailani, giovane marocchino, che da anni risulta residente in Spagna, il quale spiega che i motivi per i quali il Fronte Polisario intende riprendere la lotta armata sono riconducibili ad una violazione messa in atto dal governo di Rabat sugli accordi internazionali riguardanti il Sahara.

Nel 1991 infatti tramite la mediazione delle Nazioni Unite, venne firmato un accordo per far cessare tra il Marocco e il Fronte Polisario, il quale dal 1973 aveva dato il via ad una vera e propria strategia di guerriglia per ottenere l’indipendenza da: Marocco, Spagna e Mauritania; in tutto questo molto probabilmente godeva del sostegno del governo della vicina Algeria, la quale di fatto forni al Fronte Polisario una base operativa nell’area occidentale del paese, più precisamente a Tindouf, nella parte occidentale dell’Algeria. L’interesse dell’Algeria a questa situazione era molto probabilmente riconducibile alle grandi risorse energetiche presenti nell’area sahariana, la quale è molto ricca di materie prime come per esempio il fosfato. Con questo cessate il fuoco, le Nazioni Unite promisero al Fronte Polisario che presto sarebbe stato indetto un referendum per determinare o meno la nascita della Repubblica Democratica del Sahara, cosa che in trent’anni non è mai avvenuta. Il Marocco tuttavia non rispetto mai gli accordi presi nel 1991. Nell’ottobre dello scorso anno, la popolazione sahariana blocco dei camion che stavano transitando a Guerguerat, area di confine tra il Sahara occidentale e la Mauritania, il governo marocchino si serviva di quest’area per importare le proprie merci verso gli altri paesi africani. In seguito al blocco messo in atto dai manifestanti sahariani, il governo marocchino decise di inviare l’esercito per risolvere la situazione. La presenza dell’esercito non fece altro che causare un ulteriore dissenso nell’area; inoltre in seguito a questa risposta, il Marocco si è reso autore di una violazione degli accordi stipulati nel 1991, nei quali è specificato il divieto dell’utilizzo di forze militari da parte di entrambe le parti. L’attuale sovrano del Marocco Re Mohamedd VI ci tenne a fare sapere la volontà del governo marocchino di mantenere gli accordi presi nel 1991, tuttavia ha ribadito la sua volontà di intervenire militarmente, qualora il Fronte Polisario dovesse tornare a costituire nuovamente una minaccia per la sicurezza del paese. A fornire un’altra valida spiegazione su questa nuova tensione è stato il Professore Jacob Mundy dell’Università di Colgate, il quale dichiarò che«Nel 2016 il Marocco ha cercato di aprire la strada che collega l’ultimo posto di blocco al confine con la Mauritania, che passa attraverso il muro difensivo, nella “zona cuscinetto” dell’Onu e tecnicamente sotto il controllo del Polisario anche se la loro presenza amministrativa è stata minima. Il Polisario si è fortemente opposto a questa costruzione vista come sforzo marocchino per ribadire la propria presenza e di fatto per aumentare il commercio tra il Marocco, il Sahara Occidentale occupato e l’Africa occidentale. Lo spazio tra l’ultimo posto di blocco marocchino, il muro militare e poi il primo posto di blocco mauritano, dall’altra parte, si chiamava “terra di nessuno” perché era abbastanza pericolosa da attraversare per via delle mine. Gli accordi Onu vietano questo tipo di progetti di infrastrutture. Per il Fronte la cosa insostenibile è stata che cadesse in una sua parte di territorio» . Lo stesso Gailani annunciò che di fatto i governi spagnolo e marocchino, cosi come le Nazioni Unite, avevano del tutto dimenticato l’esistenza del Fronte Polisario, il quale per la ripresa di questo conflitto sta raccogliendo il consenso anche di molti giovani, molti dei quali residenti all’estero, i quali potrebbero fare ritorno in patria per aderire alla causa sahariana. La questione della ripresa dei conflitti sulla questione sahariana dovrebbe essere presa seriamente dal mondo occidentale e dalle Nazioni Unite, in quanto c’è il forte rischio che gruppi terroristici di matrice jihadista potrebbero infiltrarsi all’interno del Fronte Polisario. Tutto ciò sarebbe oltremodo favorito dalla vicinanza del Sahara con due paesi nei quali negli ultimi anni è stata riscontrata una forte presenza di gruppi jihadisti ovvero: il Mali e la Mauritania. In questi paesi risulterebbe attiva un organizzazione terroristica legata ad Al Qaeda, meglio conosciuta come AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) organizzazione nella quale sono confluiti molti membri del Fronte Polisario subito dopo la fine delle ostilità col governo marocchino. Con la ripresa del conflitto non è da escludere che molti ex membri del Fronte Polisario potrebbero rientrare nel paese per sostenere la causa sahariana, tuttavia sarebbe da verificare la disponibilità dell’AQMI ad impegnarsi attivamente la causa sahariana, in quanto l’alleanza con il Fronte Polisario gli garantirebbe la possibilità di installare basi in Marocco. Dall’altra parte, il Fronte Polisario guadagnerebbe molto dal punto di vista della visibilità e dell’ideologia . Inoltre nell’ultimo periodo anche l’ISIS ha manifestato il proprio interesse alla questione del Sahara. Nel 2018 l’allora leader dello Stato Islamico Abu Bakr al-Bagdadi, affiliò allo Stato Islamico diversi gruppi jihadisti presenti sul territorio africano, tra questi vi è l’ISGS – Islamic State in the Greater Sahara, alla cui guida vi è l’emiro Adnan Abu Walid al-Sahrawi, un sahariano, che durante gli anni del conflitto tra il Fronte Polisario e il governo marocchino, fece parte dell’ Esercito popolare di liberazione saharawi, il braccio armato del Fronte Polisario. Dopo il cessate il fuoco stipulato tra quest’ultimo e il governo marocchino, al-Sahrawi trascorse molto tempo tra in Mali, luogo nel quale molto probabilmente prese contatto con gruppi jihadisti presenti nel paese. Lo Stato Islamico del Grande Sahara, potrebbe costituire una grave minaccia per la sicurezza internazionale e per il paese marocchino, in quanto stiamo parlando di un organizzazione che negli ultimi anni ha accolto nei propri ranghi molti seguaci, inoltre ha già dimostrato una certa abilità anche nel compiere attentati terroristici, tra i più clamorosi vi è quello messo in atto dalla formazione jihadista nel villaggio di Togo Togo in Niger, in questo attentato vennero uccisi anche dei militari degli Stati Uniti d’America. Senza contare che il gruppo jihadista in accordo col Fronte Polisario, potrebbe scegliere di mettere in atto numerosi attentati terroristici contro il governo marocchino al fine di ottenere l’obbiettivo prefissato, ossia l’indipendenza del Sahara . Giuseppe Giliberto

Tensione Marocco-Germania. Rabat richiama ambasciatore a Berlino

AFRICA di

Sale la tensione diplomatica tra Marocco e Germania. Lo scorso 6 maggio, infatti, Rabat ha richiamato il proprio ambasciatore a Berlino per consultazioni, annunciando, in un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri, che la decisione è stata presa a seguito di “atti ostili” perpetrati da Berlino.

Il ruolo degli Usa

La Repubblica federale di Germania ha intensificato atti ostili e azioni che sono dannose per gli interessi superiori del Regno del Marocco”, si legge nel comunicato, nel quale si dichiara che il governo tedesco avrebbe assunto “un atteggiamento negativo” sulla questione del Sahara occidentale, l’area – appartenente a un’ex colonia spagnola – contesa tra Rabat ed il Fronte Polisario, movimento attivo per l’autodeterminazione del territorio. In particolare, si denuncia “l’attivismo antagonista” dimostrato da Berlino a seguito del riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, della sovranità di Rabat sul territorio del Sahara occidentale, in cambio della ripresa delle relazioni tra Marocco ed Israele. L’iniziativa Usa, uno degli ultimi atti di Donald Trump poco prima di lasciare la Casa Bianca, era giunta a ridosso di nuove tensioni e scambi di accuse tra l’esercito marocchino ed il Fronte Polisario per la rottura del cessate il fuoco, in vigore da 29 anni. In quell’occasione, la cancelliera Angela Merkel aveva criticato la scelta dell’ex Presidente Usa, chiedendo una riunione straordinaria a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

I precedenti

Va notato, tuttavia, che le relazioni tra i due Paesi si erano incrinate già all’inizio del mese di marzo, quando il capo della diplomazia marocchina, Nasser Bourita, comunicò la sospensione dei rapporti con l’ambasciata tedesca a Rabat, in segno di protesta contro la posizione di Berlino nella disputa sul Sahara occidentale. Nella comunicazione ufficiale si prevedeva, infatti, la sospensione di “ogni contatto, interazione o azione di cooperazione con l’ambasciata tedesca in Marocco sia con le organizzazioni di cooperazione e le fondazioni politiche ad essa legate”.

A complicare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi è la denuncia, da parte delle autorità marocchine, di presunti atti volti a  “contrastare l’influenza regionale di Rabat” da parte della Germania. Si fa riferimento, in particolare, alla decisione di Berlino di escludere il Marocco da una serie di incontri regionali dedicati al conflitto in Libia, tra cui la nota Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020. In tale occasione, le autorità marocchine avevano rilasciato una dichiarazione esprimendo “profondo stupore” per il mancato invito all’incontro, ribadendo la centralità del Marocco nei diversi “sforzi internazionali per risolvere la crisi libica”. A tal proposito, Rabat aveva ricordato il ruolo chiave assunto nella conclusione dell’accordo di Skhirat, nel 17 dicembre 2015, grazie al quale era stato istituito, sotto l’egida dell’Onu, il Governo di accordo nazionale, e delineata una strada verso la soluzione del conflitto in Libia.

La questione irrisolta del Sahara occidentale

È nella questione relativa alla sovranità sul Sahara Occidentale – ultima colonia europea in Africa, abbandonata dalla Spagna nel 1975 – che vanno rintracciate le principali motivazioni alla base della scelta di Rabat di richiamare il proprio ambasciatore.

La regione, infatti, è da anni occupata militarmente dal Marocco che ritiene le proprie rivendicazioni di sovranità sull’ex colonia spagnola come non negoziabili, nonostante nella regione operi, sin dal 1973, il movimento separatista del Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria. Questo, nel 1976, ha annunciato unilateralmente la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (SADR), intraprendendo una guerriglia per l’indipendenza durata fino al 6 settembre 1991, anno in cui è stato dichiarato un cessate il fuoco, promosso dalla Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO).

Ad oggi, detto referendum di autodeterminazione non ha ancora avuto luogo, complici non solo i conflitti interni, ma soprattutto la difficoltà riscontrata nella formazione delle liste elettorali, a causa dei tentativi, da parte di entrambe le fazioni, di modificare la demografia dell’area per influenzarne i risultati.

 

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Giulia Treossi
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