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Non solo Draghi, anche il premier greco Mitsotakis vola in Libia

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Kyriakos Mitsotakis ufficializza il cambio di pagina nei rapporti greco-libici con la sua visita ufficiale in Libia, cui ha fatto seguito l’annuncio del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Il Primo ministro greco è stato uno dei primi leader europei ad incontrare il nuovo Premier libico Abdelhamid Dabaiba, nella giornata del 6 aprile scorso, poco dopo la visita del Primo ministro italiano Mario Draghi.

I dossier sul tavolo

Al centro dell’incontro le nuove opportunità di cooperazione bilaterale su più fronti: dall’economia, all’energia, dalla sanità, al trasporto marittimo. Il dossier più controverso è stato, invece, quello relativo al Memorandum of Understanding turco-libico sulla delimitazione dei confini marittimi, che, secondo il governo di Atene, “in una Libia normale, non può essere valido”.

Infatti, l’intesa tra Turchia e Libia sulle zone economiche esclusive (ZEE) nel  Mediterraneo, firmata il 27 novembre 2019, consente ad Ankara di avanzare degli ostacoli legali per lo sfruttamento e l’esportazione di gas dalla zona del Mediterraneo orientale, ed è stato, per questo, contestato da diverse istituzioni europee e da numerosi Stati membri dell’Unione. Tra questi, immediata fu la reazione di Atene, che dopo aver definito l’accordo come “un’aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri paesi”, decise di espellere l’ambasciatore tripolino.

Aperture e nuovi spunti di dialogo

La visita di Mitsotakis ed suo incontro con Dbeibah hanno dunque offerto nuove opportunità di confronto e di dialogo tra i due leader, consentendo di riavviare le relazioni diplomatiche, e non, su basi più solide. Nonostante Dbeibah abbia evitato di entrare nei dettagli del destino dell’accordo con la Turchia, non ancora ratificato alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, ha prospettato la possibilità di istituire un comitato greco-libico per discutere congiuntamente della delimitazione dei confini marittimi, avviando un tavolo di confronto istituzionalizzato.

Il giorno successivo alla visita, Atene ha annunciato la ripresa, dopo 6 anni d’interruzione, delle attività dell’ambasciata greca in Libia, nonché la riapertura dello spazio aereo tra i due Paesi. Per una normalizzazione delle relazioni bilaterali ed un rafforzamento della cooperazione su più fronti, si è decisa l’istituzione di “Comitati misti” in tutti i campi di comune interesse.

Un poderoso assembramento diplomatico

Oltre a Mitsotakis e a Draghi, gran parte dei leader europei stanno cercando di dare un segnale di sostegno al processo di riconciliazione nazionale e al nuovo governo libico, salvaguardando, al contempo, i propri interessi strategici. Il giorno precedente alla visita dei due Premier europei, anche il maltese Robert Abela ha annunciato la riapertura della sede diplomatica di Tripoli, mentre quella francese ha ripreso le attività il 29 marzo. Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, anche lui in visita a Tripoli nei primi giorni di aprile, ha dichiarato che l’Europa intensificherà il suo impegno in Libia sul fronte della ricostruzione economica, dopo anni di conflitto, contribuendo alla governance, alla stabilità, e al rispetto dei diritti umani all’interno del Paese. A questo proposito, fonti Ue hanno reso noto che l’ambasciatore dell’Unione europea tornerà permanentemente a Tripoli a partire dalla fine di aprile.

Affinché ciò avvenga, tuttavia, l’Unione europea, per il tramite di Michel, ha ribadito la necessità che mercenari e combattenti stranieri lascino la Libia, in quanto conditio sine qua non per il rispetto dell’embargo sulle armi e dell’accordo sul cessate-il-fuoco all’interno del Paese.

Le tensioni in Etiopia rischiano di esplodere in una crisi umanitaria

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L’Etiopia sta attualmente affrontando un conflitto armato nella regione del Tigrè, a nord del paese. Le tensioni, che vedono coinvolti il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (TPLF) e il governo centrale dell’Etiopia, sono state scatenate a settembre scorso dall’annuncio del Primo ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, del rinvio delle elezioni nazionali a giugno 2021 a causa del coronavirus. Il TPLF, che già da tempo considera il governo centrale come illegittimo, e ritiene che il Primo ministro non abbia più il mandato per prendere decisioni, ha tenuto ugualmente le proprie elezioni a settembre, sfidando il Governo di Abiy. Ciò ha innescato una reazione a catena in cui il governo centrale e il governo del Tigrè, che accusano i reciproci governi di essere illegittimi, hanno dato inizio al conflitto armato.

Nel novembre 2020 sono stati registrati incidenti presso il Comando settentrionale etiope, attribuiti dal governo centrale al TPLF. Ciò ha portato a un contrattacco da parte delle forze di difesa nazionale etiope. La situazione è andata ulteriormente peggiorando quando le forze di sicurezza del TPLF sono state accusate di aver ucciso centinaia di civili (per lo più lavoratori di etnia Amhara) nel massacro di Mai Kadra. Sebbene la leadership del TPLF abbia negato ogni responsabilità dell’accaduto, le forze armate governative si sono spinte nella capitale Macallé, il cuore della regione del Tigrè.

La regione settentrionale del Tigrè è uno dei 10 Stati federali semi-autonomi dell’Etiopia.

Inizialmente suddivisa in 13 province, nel 1996 l’Etiopia ha visto l’entrata in vigore della riforma del sistema amministrativo, in base alla quale il paese veniva riorganizzato in 10 Stati regionali federali suddivisi su base etnica.

La Costituzione attribuisce ampi poteri agli Stati regionali che possono stabilire il proprio governo nei limiti della carta costituzionale. Ogni regione è infatti governata dal Consiglio regionale, che detiene i poteri legislativi ed esecutivi per dirigere gli affari interni della regione. L’articolo 39 della Costituzione etiope concede inoltre il diritto di secessione a tutti gli Stati regionali dell’Etiopia.

Sotto il governo di Abiy, salito al potere nel 2018, i leader del Tigrè si sono lamentati di essere ingiustamente presi di mira nei procedimenti per corruzione, rimossi dalle posizioni di vertice e ampiamente considerati come capri espiatori per i problemi del Paese.

Dall’inizio del conflitto, sono state documentate le atrocità e i crimini di guerra commessi dalle forze etiopi e alleate contro i residenti del Tigrè. Nella notte del 9 novembre, uomini armati hanno attaccato la città di Mai-Kadra, nella zona sud occidentale della regione del Tigré, facendo stragi per le strade a colpi d’ascia e di machete. Secondo i media statali sono stati contati 500 cadaveri. Le vittime erano lavoratori giornalieri di etnia Amhara, che non avevano nessun ruolo nel conflitto in corso nella regione.

I dati sui morti e i feriti sono tuttavia difficili da confermare e le notizie che arrivano dal Tigrè non possono essere verificate in modo indipendente, in quanto il governo di Addis Abeba ha dato l’ordine di impedire l’ingresso nella regione, di bloccare le linee telefoniche e l’accesso a internet. Ma la conferma arriva da Amnesty International che, grazie ad un attento lavoro di comparazione dei dati provenienti da più fonti, ha potuto accertare l’autenticità, la data e il luogo delle foto e dei filmati giunti in suo possesso.

Sebbene le agenzie umanitarie non abbiano accesso alla zona del conflitto, numerosi appelli sono stati lanciati dalle organizzazioni umanitarie affinché tutte le parti in conflitto rispettino il diritto internazionale, garantendo l’accesso degli aiuti nella regione e la protezione dei civili.

Secondo quanto comunicato nei rapporti dell’Associated Press e di Amnesty International, il conflitto ha ucciso centinaia di persone e ha causato migliaia di sfollati nelle ultime settimane. L’ONU ha avvertito che il conflitto potrebbe innescare una crisi umanitaria, sia per l’afflusso di rifugiati che nel frattempo si stanno riversando in Sudan, sia per la crisi alimentare esacerbata dall’incendio dei raccolti da parte delle truppe.

Si stima che almeno 33.000 rifugiati sono già entrati in Sudan, una nazione che già sostiene circa un milione di sfollati da altri paesi africani, e che rischia di essere ulteriormente destabilizzata dai continui flussi migratori. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in base alle previsioni attuali teme l’arrivo di altre 200.000 persone nei prossimi sei mesi se i combattimenti dovessero continuare.

Funzionari umanitari hanno inoltre avvertito che un numero crescente di persone potrebbe morire di fame nel Tigrè. I combattimenti sono scoppiati sull’orlo del raccolto nella regione prevalentemente agricola e hanno mandato un numero incalcolabile di persone a fuggire dalle proprie case. Testimoni hanno peraltro descritto il saccheggio delle provviste da parte dei soldati eritrei e l’incendio dei raccolti.

L’attuale situazione continua a sollevare preoccupazioni sul fatto che il conflitto potrebbe estendersi a una guerra più ampia, che veda coinvolti anche gli Stati confinanti.

Venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, in qualità di presidente dell’Unione africana, ha annunciato la nomina di tre ex presidenti per mediare i colloqui per porre fine al conflitto in Etiopia. Ma il governo di Abiy ha rifiutato l’offerta perché vede l’operazione come un’intromissione negli affari interni del paese.

“Non negoziamo con i criminali. Li assicuriamo alla giustizia, non al tavolo delle trattative”, ha detto Mamo Mihretu, assistente senior del Primo ministro Abiy. “I nostri fratelli e sorelle africani avrebbero un ruolo più significativo se esercitassero pressioni sul TPLF affinché si arrendesse”.

Mamo ha affermato inoltre che gli ex leader del Mozambico, della Liberia e del Sud Africa – che arriveranno nel paese nei prossimi giorni – non avranno accesso alla regione del Tigrè a causa delle operazioni militari in corso.

Dopo tali dichiarazioni, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha riportato alla Commissione per gli affari esteri del Parlamento degli Stati Uniti le “violazioni dei diritti umani e atrocità in corso, nonché atti di purificazione etnica” in alcune parti del Tigrè.

Un alto diplomatico etiope mercoledì ha lasciato il suo incarico a Washington per le preoccupazioni sulle atrocità riportate nel Tigrè. Berhane Kidanemariam, che ha servito come vice capo missione presso l’ambasciata etiope a Washington, ha criticato Abiy come un leader spericolato che sta dividendo il suo paese.

“Migliaia di civili sono stati massacrati, centinaia di migliaia sfollati dalle loro case con la forza, infrastrutture civili distrutte sistematicamente”, afferma il comunicato pubblicato su Twitter da Getachew Reda, uno dei leader del Tigrè. “Nonostante il regime di Abiy Ahmed e i suoi alleati abbiano invocato spudoratamente la loro innocenza e promesso di consentire l’accesso alle agenzie umanitarie e alle indagini internazionali sulle accuse, i loro crimini di guerra e atti contro l’umanità sono solo aumentati nelle ultime settimane e giorni”.

 

Samia Suluhu Hassan, una donna a capo della Tanzania

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Mercoledì sera la vice-presidente Samia Suluhu Hassan ha annunciato ai cittadini della Tanzania la morte del presidente John Magufuli, evento le conferisce automaticamente l’incarico di capo di Stato del paese.

Eletta per la prima volta nel 2015 come vicepresidente di Magufuli, è stata rieletta lo scorso anno insieme a lui per un secondo mandato quinquennale.

Con l’assunzione della carica di presidente, Hassan diventa l’unica attuale leader nazionale donna in Africa – laddove invece la presidenza etiope ha in gran parte funzioni cerimoniali.

La presidente Hassan è affettuosamente conosciuta come Mama Samia, che lungi dall’essere un’etichetta discriminante di genere, è invece sinonimo di rispetto e orgoglio nella cultura tanzaniana.

La campagna elettorale del 2015 l’ha vista vincitrice a sorpresa, riuscendo a scavalcare molti altri politici più importanti nel partito, tra cui Chama Cha Mapinduzi (CCM), ai vertici del potere dall’indipendenza del paese nel 1961.

La carriera politica della nuova presidente è partita nel 2000, quando è stata eletta per la prima volta a una carica pubblica, per poi diventare nel 2014 vicepresidente dell’Assemblea costituente, con compiti di redazione di una nuova costituzione. È in questa occasione che le sue doti politiche e di leadership le hanno fruttato i complimenti e il consenso dell’elettorato.

 

Dalla personalità pacata e rispettosa delle procedure normative, per la sua etica del lavoro e per il metodo con cui prende decisioni di interesse nazionale, è stata definita “la leader politica più sottovalutata della Tanzania”.

Le prossime settimane saranno un’occasione per avvalorare le aspettative, e soprattutto vederla prendere partito in merito al COVID-19, mai accettato dal suo predecessore come malattia contagiosa o mortale.   

Il presidente Magufuli infatti ha sempre avuto un atteggiamento scettico nei confronti del coronavirus, rifiutandosi di indossare una mascherina e denigrando chi la utilizzava. Secondo i leader dell’opposizione, le ragioni della morte repentina del presidente andrebbero proprio ritrovate nella mancata prevenzione contro il virus. Le fonti istituzionali riportano invece cause legate ad insufficienza cardiaca.

Spetta ora alla nuova presidente in carico appoggiare o allontanarsi da questa politica.

 

 

 

 

Il nuovo governo libico ha giurato: tra ombre e speranze prosegue il cammino verso nuove elezioni

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Lunedì 15 marzo i nuovi ministri del governo libico ad interim hanno prestato giuramento presso la sede temporanea del Parlamento di Tobruk, impegnandosi a preservare l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale del Paese, rispettando la Costituzione.

Giuro di assolvere i miei doveri con tutta onestà e devozione, di restare federe agli obbiettivi della Rivoluzione del 17 febbraio, di rispettare la Dichiarazione costituzionale, di prendermi cura degli interessi del popolo e di preservare l’indipendenza della Libia, la sua sicurezza e la sua integrità territoriale“, sono state le parole pronunciate dal nuovo premier libico Abdel Hamid Dbeibah. La squadra governativa da lui proposta aveva ottenuto l’avallo della Camera dei rappresentanti di Tobruk nella mattina del 10 marzo scorso, con ben 132 voti favorevoli su 134, anche se con 2 astensioni e 36 parlamentari assenti. 

Con questo evento, per la prima volta dal 2014, la Libia torna ad avere un governo legittimo ed unitario, seppur con un mandato temporalmente limitato. L’esecutivo di unità nazionale guidato dal premier Abdel Hamid Dbeibah, insieme al nuovo Consiglio Presidenziale, saranno, infatti, le due istituzioni che avranno il compito di traghettare il Paese africano verso nuove elezioni parlamentari e presidenziali, previste per il prossimo 24 dicembre 2021.

La squadra

Il nuovo esecutivo si configura, di fatto, come un governo di unità nazionale, che ruota attorno al tandem composto da Abdel Hamid al-Dbeibah, ricco imprenditore libico, e da Mohammed al-Menfi, ex ambasciatore in Grecia, nei ruoli, rispettivamente, di Primo Ministro e di Presidente. Attorno a loro è stata costruita un’ampia squadra governativa, composta da ventisette ministri, in gran parte figure definite “sconosciute” all’opinione pubblica.

Va notato che la componente femminile è pari al 30% della squadra di governo, corrispondente a 5 incarichi ministeriali.  Oltre al Ministero della Giustizia, per la prima volta nella storia della Libia, anche il Ministero degli Esteri sarà guidato da una donna, Najla Mangoush, avvocato e docente di diritto penale. Resta invece vacante la carica di ministro della Difesa, sulla quale non vi è ancora accordo tra i deputati libici, e che verrà quindi assunta ad interim dallo stesso Premier nell’attesa di giungere ad un’intesa. 

Come ci si è arrivati

Il nuovo governo, risultato dei lunghi negoziati condotti sotto l’egida delle Nazioni Unite, prenderà il posto dei due governi che, di fatto, negli ultimi anni si sono divisi il controllo della Libia: quello di Fayez al-Serraj —nell’ovest del paese —, sostenuto dall’Onu, e con sede a Tripoli, e quello che faceva riferimento al maresciallo Khalifa Haftar e al suo Esercito Nazionale Libico (LNA), con sede a Tobruk, nell’est della Libia. I colloqui dell’Onu avevano subìto un’accelerazione dopo la sconfitta militare di Haftar, seguita al fallimento del suo tentativo di conquistare Tripoli ed imporre il suo potere su tutta la Libia.

A seguito dell’accordo sul cessate il fuoco permanente del 23 ottobre 2020, e agli sviluppi politici interni al Paese, l’ex Premier al-Serraj si era detto disposto a garantire una “transizione graduale” del potere.

A inizio febbraio, dopo mesi di negoziati, i 75 membri del Forum per il Dialogo Politico libico (LPDF), tenutosi a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite, hanno eletto le figure di al-Manfi e Dbeibah.

In questi giorni, in vista del passaggio di consegne, e dell’imminente insediamento del suo successore, al-Serraj ha annunciato pubblicamente di non presentare la sua candidatura alle elezioni di dicembre. All’ex premier sono giunti gli auguri di numerose cancellerie internazionali, dei paesi arabi, della missione Onu in Libia Unsmil: “la Libia ha ora una reale opportunità per andare avanti verso l’unità, la stabilità, la prosperità, la riconciliazione e per ripristinare completamente la sua sovranità” sono state le parole dell’Inviata Speciale Onu in Libia Ján Kubiš.

Agenda governativa

Nel breve termine, il governo guidato dall’imprenditore Abdel Hamid Dbeibah dovrà percorrere un sentiero non privo di ostacoli. Primo tra questi, provvedere all’espulsione delle numerose milizie di mercenari stranieri, prevalentemente inviati da Ankara e Mosca, presenti sul territorio del Paese nordafricano. L’espulsione delle truppe straniere rientrava, in realtà, nell’intesa sul cessate il fuoco raggiunta lo scorso 23 ottobre, per poi divenire oggetto di un ultimatum che poneva come data ultima quella del 23 gennaio, termine che è stato ampiamente disatteso. È proprio la presenza di attori non libici, tra milizie tribali e gruppi armati stranieri, a complicare ulteriormente lo scenario interno al Paese. Secondo le Nazioni Unite, infatti, sono circa 20 mila le unità di mercenari stanziati sul territorio libico, soprattutto nelle basi di Sirte, al-Jufra e al-Watiya.

I mercenari sono una pugnalata alle spalle del nostro paese e devono andarsene. La nostra sovranità è violata dalla loro presenza” ha dichiarato Dbeibah al Parlamento riunito a Sirte, annunciando la volontà di chiederne l’immediato ritiro.

L’economia mondiale è donna: la nigeriana Okonjo-Iweala è la nuova direttice del WTO

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Il primo marzo scorso l’economista nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala ha assunto formalmente l’incarico di direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO nell’acronimo inglese). Il voto dei 164 Stati membri dell’Organizzazione, riuniti a Ginevra, ha dunque permesso di giungere ad una nomina storica: Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministra delle Finanze della Nigeria e già numero due della Banca Mondiale, è infatti la prima donna e la prima africana a rivestire l’incarico apicale del WTO.

Dopo il voto del Consiglio Generale, nelle prime parole da direttore generale in pectore ha ribadito la necessità di garantire accesso universale “ai vaccini e alle cure” contro il Covid-19, impegnandosi a mettere l’Organizzazione al servizio della ripresa dall’emergenza economica e sanitaria.

Un WTO forte è essenziale se vogliamo riprenderci completamente e rapidamente dalla devastazione causata dalla pandemia del Covid-19. Insieme possiamo rendere il WTO più forte, più agile e più adatto alle realtà di oggi“, ha aggiunto Okonjo-Iweala, tracciando così la rotta per il suo mandato, che scadrà poi nell’agosto 2025.

Una nomina attesa da tempo

Nei giorni antecedenti al voto la sua nomina appariva già come un fait accompli, a seguito dell’annuncio del sostegno di Washington, dichiarato da parte dell’amministrazione Biden. Prima dell’endorsement degli USA, infatti, nonostante fosse sostenuta dalla maggior parte dei Paesi membri dell’Organizzazione, la nomina di Okonjo-Iweala è rimasta bloccata per mesi a causa del veto posto dal predecessore di Joe Biden, Donald Trump, che, invece, sosteneva la candidatura di Yoo Myung-hee, attuale Ministra del Commercio della Corea del Sud. Proprio per questa ragione, la carica apicale della WTO è rimasta vacante dal mese di maggio 2020, quando l’ex direttore generale Roberto Azevêdo aveva presentato le sue dimissioni, un anno prima della scadenza del suo mandato.

In questa occasione l’amministrazione Trump — da sempre critica nei confronti delle organizzazioni internazionali e in particolare della WTO, accusata di agire contro gli interessi degli Stati Uniti nella risoluzione delle dispute commerciali — impedì dunque la nomina di un direttore generale ad interim. Nelle ultime settimane è stato dunque l’endorsement di Biden a permettere di superare l’impasse, una mossa decisiva, visto che la nomina deve essere adottata per consensus, e non a maggioranza.

Nel corso della sua prima dichiarazione pubblica sotto l’Amministrazione Biden, l’Ufficio del Rappresentante del Commercio degli Stati Uniti ha perciò spianato la strada per la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala, lodando la sua “ricchezza di conoscenze in economia e diplomazia internazionale” nonché la sua “comprovata esperienza nella gestione di una grande organizzazione internazionale”.

Lavorare per il rilanciare il WTO

Ngozi Okonjo-Iweala assume la guida del WTO nel momento più difficile della storia dell’Organizzazione simbolo della globalizzazione, in cerca di riforme e rilancio, di una nuova centralità, dopo essere stata messa all’angolo dal sovranismo di Trump.

Okonjo-Iweala punta il dito specialmente contro il meccanismo di gestione dei conflitti commerciali, paralizzato ormai da anni a causa della previsione di un voto unanime degli Stati membri per l’adozione di risoluzioni, e del conseguente sistema dei veti incrociati. Quanto detto, avviene contrariamente a uno degli obiettivi primari dell’Organizzazione stessa, ovvero quello di configurarsi come il luogo preposto per la risoluzione di tali conflitti.

Negli ultimi anni, la diretta conseguenza di queste dinamiche, è stata quella di portare i vari Stati ad agire al di fuori del WTO, e ad optare per la conclusione di accordi bilaterali o multilaterali, esonerando di fatto l’Organizzazione dal suo ruolo fondativo.

In un clima internazionale caratterizzato da nazionalismi economici e crescente protezionismo, cui si aggiungono gli squilibri macroeconomici aggravati dalla pandemia, la mission della nuova direttrice generale sarà tutt’altro che semplice: dare nuova vita ad un’Organizzazione paralizzata dai veti incrociati, conferirgli la centralità necessaria per essere in grado di accompagnare il sistema internazionale nell’era post-pandemica. E questo, tramite l’adozione di un approccio pragmatico che consenta di superare la sfiducia, lavorando per una migliore comprensione delle dinamiche socioeconomiche del continente africano e dei paesi in via di sviluppo, rilanciando, al contempo, organizzazioni e dinamiche multilaterali.

Plauso internazionale per un Curriculum d’eccezione

66 anni, doppia cittadinanza nigeriana e americana, Okonjo-Iweala ha una formazione da economista dello sviluppo e due lauree conseguite al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e Harvard. È stata due volte ministro delle Finanze del suo paese, per poi trascorrere venticinque anni alla Banca Mondiale. Da anni presiede anche la Gavi, Organizzazione internazionale che garantisce accesso e distribuzione dei vaccini nei paesi in via di sviluppo, consentendo ogni anno la somministrazione di dosi vaccinali per milioni di bambini in tutto il mondo. 

Qualche mese fa, nel corso di un’intervista al Guardian, parlando della sua possibile nomina al WTO Okonjo-Iweala  aveva dichiarato: “a noi donne i ruoli di leadership vengono riconosciuti solo quando le cose vanno molto male”, aggiungendo: “Dobbiamo rompere il soffitto di cristallo sulle nostre teste”.

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha parlato di un “momento storico per il mondo intero”, mentre Christine Lagarde, Presidente della BCE, nel complimentarsi con la sua collega, ha sottolineato come “la sua forte volontà e determinazione la porteranno a promuovere il libero scambio a vantaggio delle popolazioni del pianeta intero”.

Minaccia terroristica in crescita in Africa: Mozambico nel panico

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Il movimento globale salafita-jihadista, che include al Qaeda e lo Stato islamico, continua a diffondersi in Africa. Di recente la regione settentrionale del Mozambico è stato protagonista di un’insurrezione ad opera di un gruppo legato al movimento. Questa insurrezione, come quelle in Mali e Somalia, rischia di diffondersi nei paesi vicini e di offrire un rifugio stabile ai militanti estremisti, a discapito del crescente numero di civili costretti a scappare dal loro paese.

Le minacce salafita-jihadiste, intrecciate ai conflitti locali, stanno già affliggendo molte delle maggiori popolazioni ed economie dell’Africa, tra cui l’Algeria, l’Egitto, il Kenya e la Nigeria, che affrontano insurrezioni all’interno o poco al di là dei loro confini. Il gruppo insurrezionalista formatosi in Mozambico settentrionale a causa dei recenti cambiamenti economici e della debolezza nella gestione delle sfide di governance da parte dello stato mozambicano, minaccia ora di interrompere la produzione di gas naturale liquefatto, considerato la pietra angolare della futura crescita economica del Mozambico. Questo scenario si preannuncia ancor più disastroso, nel caso in cui la crisi dovesse riverberarsi sui paesi confinanti, e in particolare su economie emergenti come quelle del Sud Africa e della Tanzania.

 

Le conseguenze di questo scenario

Se ciò dovesse verificarsi, il gruppo dello Stato Islamico in Mozambico (IS-M) potrà godere di un punto d’appoggio duraturo nella provincia di Cabo Delgado, in cui la presenza militare del governo non è in grado di avviare un’offensiva a causa di carenze nel settore della sicurezza e altre priorità concorrenti. Non che una difesa militare significativa potrebbe aiutare la causa. Il governo del Mozambico, indirizzato verso democrazia solo nel 1992 quando è uscito da una lunga guerra civile, ha visto riaccendere nel 2013 le ostilità fra le fazioni locali.  È in questo contesto che la minaccia terroristica diventa un detonatore non solo di natura politica, ma anche economica. Difficilmente infatti l’economia del paese potrebbe risollevarsi dopo una seconda guerra civile.

A preoccupare ulteriormente è anche il modo in cui viene gestita la crisi umanitaria e i flussi migratori, di vitale importanza per prevenire un’ulteriore radicalizzazione e internazionalizzazione del problema. Gli sfollati, vittime di violenza e discriminazione negli altri paesi, potrebbero infatti optare per un ritorno sotto il controllo dell’IS-M, permettendo così un consolidamento del loro controllo nella regione.

Dal momento che il governo del Mozambico non dispone delle risorse e della capacità per affrontare le sfide umanitarie e di sicurezza, il contributo internazionale risulta di fondamentale rilevanza, soprattutto se realizzato nel breve periodo. Un ritardo nella gestione della crisi provocherebbe infatti la crescente espansione del gruppo sul territorio, con il conseguente aumento delle occasioni per i gruppi jihadisti di reclutare attori esterni attratti dalle prospettive di profitto economico e di status sociale.

 

Attacco in Congo, morto l’ambasciatore italiano Luca Attanasio

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L’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e un carabiniere della sua scorta, Vittorio Iacovacci, sono morti nel corso di un attacco ad un convoglio delle Nazioni Unite nel parco dei Virunga, ad est del Paese africano. Tra le vittime, anche l’autista Musapha Milambo.

 

L’attacco al conguaglio delle Nazioni Unite

La delegazione era partita da Goma, in pieno parco dei Virunga, ed era diretta in visita ad un programma di alimentazione scolastica del World Food Program (WFP) a Rutshuru, come parte di un convoglio della missione di peacekeeping Onu Monusco, che dal 2010 opera per la stabilizzazione della RDC. Secondo un portavoce del Parco nazionale, l’attacco è avvenuto alle 10.15 ora locale — le 9.15 italiane — presso la località di Kanyamahoro, a pochi chilometri a nord di Goma, con l’obiettivo di sequestrare personale Onu. La strada in cui è avvenuto l’attacco era stata ritenuta “sicura” e quindi senza necessità di scorta.

Dall’inizio della missione Onu, 93 dei suoi componenti sono rimasti uccisi, a testimonianza della pericolosità del territorio in cui questa è chiamata ad agire. Appena una settimana fa, dieci civili sono stati massacrati in una località limitrofa, portando a cinquanta il numero dei civili uccisi nella provincia congolese del Nord Kivu nell’ultimo mese, secondo quanto dichiarato dall’Agenzia francese AFP. Sono numerosi, infatti, i gruppi armati che operano nella zona dei monti Virunga, fra Congo, Ruanda e Uganda, e spesso prendono di mira i ranger del parco.

Attanasio è il secondo ambasciatore europeo ad essere ucciso nella Repubblica Democratica del Congo: nel gennaio 1993 l’ambasciatore francese Philippe Bernard perse la vita durante una rivolta nella capitale Kinshasa.

 

Chi era Luca Attanasio

Riconfermato il 31 ottobre 2019, in qualità di ambasciatore Straordinario Plenipotenziario accreditato a Kinshasa, Attanasio era nato a Saronno, in provincia di Varese, nel 1977 ed era in Congo dal 5 settembre 2017, quando fu nominato capo della missione italiana in loco. Prima dell’assunzione dell’incarico nella RDC, Attanasio aveva rappresentato lo Stato italiano in Marocco, Nigeria e Svizzera. Dopo essere rientrato alla Farnesina nel 2013, come Capo Segreteria della direzione generale per la mondializzazione e gli affari globali, era tornato in Africa nel 2015, in qualità di primo consigliere presso l’ambasciata d’Italia ad Abuja, in Nigeria. 

 

«Missione pericolosa ma dare esempio»

Lo scorso ottobre era stato insignito del Premio Internazionale Nassiriya per la Pace 2020: un premio che riconosceva “il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli” e “per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari distinguendosi per l’altruismo, la dedizione e lo spirito di servizio a sostegno delle persone in difficoltà“. Il riconoscimento era stato condiviso con la mogle, Zabia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che opera nelle aree più difficili della Repubblica democratica del Congo, lavorando con bambini e giovani madri. “Non si può essere ciechi davanti a situazioni difficili che hanno come protagonisti i bambini“, aveva spiegato in quella occasione Zakia. “È necessario agire per dare loro un futuro migliore. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo“.

Quella dell’ambasciatore è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio”. Erano queste le parole che l’ambasciatore Luca Attanasio rilasciò in occasione del ricevimento del premio da parte dell’associazione culturale “Elaia”.

In Congo – proseguiva Attanasio – parole come pace, salute, istruzione, sono un privilegio per pochissimi, e oggi la Repubblica Democratica del Congo è assetata di pace, dopo tre guerre durate un ventennio”.

 

Dolore e sgomento in Italia e in Europa

In un comunicato, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, di rientro in urgenza dal Consiglio Affari Esteri di Bruxelles, ha chiarito che “non sono ancora chiare le circostanze di questo brutale attacco e nessuno sforzo verrà risparmiato per fare luce su quanto accaduto”, ricordando che la procura di Roma ha aperto un’indagine per sequestro di persona e terrorismo. Seguono le parole dell’Alto Rappresentante UE Josep Borrell:”Con tutti i ministri degli Esteri Ue, abbiamo espresso la nostra vicinanza al ministro Luigi Di Maio e all’Italia, per la morte di tre persone nella Repubblica Democratica del Congo, fra cui l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Restiamo determinati a continuare a combattere contro ogni violenza nella regione”.

La Libia ha un nuovo Primo ministro

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Non senza destare sorpresa, Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh è stato eletto come nuovo Primo ministro ad interim della Libia, al termine del “Libyan Political Dialogue Forum”, organizzato sotto l’egida delle Nazioni Unite a Ginevra. La nuova compagine, nota con il nome di Consiglio presidenziale, sarà composta da altre tre personalità, ciascuno in rappresentanza di una regione storica del Paese, con il compito di traghettare il Paese verso nuove elezioni, previste per il prossimo 24 dicembre.
On behalf of the United Nations, I am pleased to witness this historic moment“, ha commentato l’inviata Speciale ONU in Libia, Stephanie Williams, aggiungendo: The importance of the decision that you have taken here today will grow with the passage of time in the collective memory of the Libyan people.”

Il nuovo Primo ministro avrà ora 21 giorni per formare un nuovo gabinetto di transizione, nell’ottica di “mettere in pratica le disposizioni costituzionali necessarie per indire le elezioni come stabilito nella Road Map concordata a novembre scorso nei negoziati di Tunisi“.

Mohammed Dbeibeh, Younes Menfi, al-Lafi e Musa al Kuni: un ticket vincente

Con 73 votanti su 75, numero complessivo dei delegati libici partecipanti al Libyan PDF, la lista di Mohammed Dbeibeh si è dunque imposta ottenendo un totale di 39 voti, contro i 34 di quella guidata da Aguilah Saleh, Presidente del Parlamento di Tobruk, e Fathi Bishaga, Ministro dell’Interno del Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Serraj. Alla vigilia del voto, tuttavia, erano questi ad essere considerati come super-favoriti, con Salah candidato presidente, e Bhashaga come candidato premier. Il ticket era considerato molto forte e, in effetti, nella prima tornata di votazioni era risultato primo, senza però riuscire ad ottenere, e a superare, la soglia del 60%. Con sorpresa da parte degli osservatori, a seguito del ballottaggio si sono invece affermate personalità che, finora, non hanno giocano un ruolo di primo piano nel contesto politico libico.

Chi è dunque Dbeibeh? Nato nel 1958, il nuovo premier ha lavorato con Saif al-Islam Gheddafi nel 2007, dopo il conseguimento della laurea in ingegneria in Canada.

Ma questo è il mio unico legame con l’ex regime […]”, assicurava in un’intervista del 2018, in cui si presentava come “ un’alternativa” al Presidente di Tripoli Fayez al Sarraj e al generale Khalifa Haftar. Esponente dell’imprenditoria misuratina, Dbeibeh è considerato vicino alla Russia, ma anche alla Turchia e ai Fratelli musulmani, sostenitori del Premier uscente Fayez al Sarraj. 

Gli altri membri del nuovo Consiglio presidenziale

Mohammad Younes Menfi, nuovo presidente del Consiglio presidenziale, è un diplomatico originario di Tobruk, che ha svolto il ruolo di ambasciatore in Grecia fino all’espulsione avvenuta nel 2019, a causa della conclusione, tra Ankara ed il Governo di Tripoli, del controverso accordo sulle zone economiche esclusive nel Mediterraneo.  Gli altri due membri del Consiglio, Abdullah Hussein al Lafi e Musa al Kuni, ricopriranno il ruolo di vicepresidenti, rispettivamente in rappresentanza della Tripolitania e del Fezzan. Al-Lafi, deputato della Camera dei rappresentati del Parlamento di Tobruk, è stato eletto nella circoscrizione di Zawiya, sede di un’importante raffineria petrolifera del Paese. Il politico e diplomatico al Kuni, invece, era già stato scelto come uno dei rappresentanti della regione del Fezzan all’interno del Consiglio di presidenza guidato da Fayez al Sarraj, ricoprendo, anche se per un breve periodo, l’incarico di vicepremier del Governo di Accordo Nazionale (GNA), per poi dimettersi il 2 febbraio 2017 per divergenze con al-Serraj.

Egitto e Qatar ristabiliscono le relazioni diplomatiche

AFRICA di
Attraverso lo scambio di note ufficiali, mercoledì 20 gennaio Doha e il Cairo hanno ufficialmente concordato il ristabilimento delle relazioni diplomatiche.
In un comunicato del Ministro degli Esteri qatariota, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si legge:
The Arab Republic of Egypt and the State of Qatar exchanged, on January 20, 2021, two official memoranda, in virtue of which the two countries agreed to resume diplomatic relations”.
 
Le origini della rottura
 
Lo strappo tra i due Paesi era avvenuto il 4 giugno 2017, nel quadro della cosiddetta “crisi del Golfo”, che ha visto l’Arab quartet composto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein accusare Doha di sostenere e finanziare gruppi terroristici, come Hamas e Hazbollah, e di intrattenere relazioni pericolose con l’Iran, il principale rivale di Riad nella regione. La diretta conseguenza di tali accuse fu l’imposizione di un embargo economico e diplomatico ai danni dell’emirato, nonché l’espulsione dei cittadini qatarioti presenti nei confini dei Paesi dell’Arab quartet. Da parte sua, Doha negò le suddette accuse, dichiarando, in più occasioni, che alla base di tali politiche ostili vi fosse il malcontento per i propri successi economici, e che l’embargo si configurasse come un attacco alla sua sovranità.
La decisione definitiva sullo strappo, in realtà, era avvenuta a seguito di un ultimatum di tredici richieste alle quali Doha avrebbe dovuto allinearsi per mettere fine all’embargo. Tra le istanze presentate dal quartetto, quella di recidere ogni legame con “organizzazioni terroristiche”, chiudere Al Jazeera e le rappresentanze diplomatiche in Iran. Richieste difficilmente accettabili e che, di fatto, minavano l’autonomia della politica estera di Doha, come pure la stabilità delle sue relazioni con Teheran e il suo sostegno ai gruppi della Fratellanza Musulmana, riallineando il Paese al blocco dei vicini sauditi ed emiratini.
Dal giugno 2017, quindi, il Qatar è rimasto in una condizione di isolamento, come risultato della chiusura dei confini aerei, marittimi e terrestri disposta dai Paesi del “Quartetto arabo”.
 
La Dichiarazione di al-Ula
 
Dopo mesi in cui era stato già segnalato un crescente disgelo delle tensioni, il 5 gennaio 2021, i Paesi fautori del blocco hanno deciso di porvi ufficialmente fine e, nella nota Dichiarazione di al-Ula, hanno affermato di voler unire i propri sforzi per far fronte alle minacce comuni, in primis quelle poste dal programma missilistico e nucleare del regime iraniano.
Suddetta dichiarazione, firmata nell’omonima città saudita in occasione del 41° vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC nell’acronimo inglese), è stata intitolata dagli stessi leader che l’hanno conclusa “Accordo di solidarietà e stabilità”, configurandosi, di fatto, come il risultato del processo di mediazione del Kuwait e degli Stati Uniti.
Il Kuwait ha svolto, infatti, un ruolo fondamentale per stabilizzare i rapporti tra i paesi del GCC, tanto durante la prima crisi diplomatica del 2014 — quando Arabia Saudita, EAU e Bahrein ritirarono i loro ambasciatori da Doha a causa del sostegno che quest’ultima aveva manifestato nei confronti della Fratellanza Musulmana in Egitto—, quanto nel successivo embargo del 2017.
 
La nuova fase di distensione 
 
Dopo una graduale riapertura delle vie di comunicazione, sia terrestri sia aeree, tra il Qatar e i Paesi fautori dell’embargo, anche l’Egitto ha recentemente riaperto le proprie porte a Doha, tramite lo scambio reciproco di due memoranda ufficiali.
La riapertura dei canali diplomatici tra Egitto e Qatar, cui farà seguito la nomina degli ambasciatori per le rispettive rappresentanze diplomatiche entro la fine del mese di marzo, è seguita alla riapertura dello spazio aereo egiziano, avvenuta il 12 gennaio scorso, che ha consentito ai voli di collegamento tra le due capitali di riprendere ad operare.

 

 

Bobi Wine libero dopo 11 giorni di arresti domiciliari

AFRICA di

 

Il 14 gennaio gli ugandesi si sono recati alle urne per votare il nuovo presidente dopo una campagna che è stata segnata dalla violenza.

Nonostante ci fossero almeno 10 candidati alle presidenziali, è tra i primi due che si è svolta fondamentalmente la campagna elettorale. Si tratta di Yoweri Museveni, ultrasettantenne in carica da 35 anni, e il giovane candidato Robert Kyagulanyi, un musicista meglio conosciuto con il suo nome d’arte Bobi Wine. Continue reading “Bobi Wine libero dopo 11 giorni di arresti domiciliari” »

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Roberta Ciampo
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