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Capo Verde ospita la nona conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa

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Oggi, 13 settembre 2021, parte la nona conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa (CCDA-IX) a Capo Verde, e si concluderà il 17 settembre. In questa occasione saranno oggetto di discussione le strategie di mitigazione del cambiamento climatico in Africa, e di come queste possano rappresentare uno strumento di sviluppo economico per il continente africano.

Organizzato dalla Commissione economica per l’Africa e dal governo di Capo Verde, in collaborazione con i partner della Commissione dell’Unione africana e della Banca africana di sviluppo, la CCDA-IX si incentrerà sul tema “Verso una transizione giusta che crei posti di lavoro, prosperità e resilienza climatica in Africa: sfruttare l’economia verde e blu.”

La conferenza funge da preludio alla Conferenza dei firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici prevista a novembre, e mira a fornire un resoconto delle strategie messe in campo dall’Africa per la lotta al cambiamento climatico. La conferenza si propone anche di aprire il dibattito con i rappresentanti africani sulle misure da adottare a livello continentale per guidare lo sviluppo economico verso una transizione sostenibile.

Oltre 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità in Africa, eppure il continente possiede risorse naturali sufficienti per sradicare la povertà energetica e trasformare l’economia mondiale. Intanto, le strategie globali di mitigazione del clima richiedono l’eliminazione graduale dei combustibili fossili in tutto il mondo. Ciò mette a rischio lo sviluppo economico del continente africano, nonostante emetta solo il 2% delle emissioni globali di gas serra.

Questi temi aprono la discussione su come mitigare i cambiamenti climatici in Africa senza compromettere al contempo la crescita economica, e promuovere strategie alternative che siano conformi agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Africa.

AVAT: i paesi dell’Unione Africana acquistano 220 milioni di dosi del vaccino Johnson & Johnson

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Il 28 marzo 2021 gli Stati membri dell’Unione Africana (UA) hanno firmato un accordo con il quale hanno lanciato l’African Vaccine Acquisition Trust (AVAT). L’iniziativa, che nasce ad integrazione di altri progetti come il COVAX, ha visto i paesi dell’UA mettere in comune il loro potere d’acquisto per garantire un accesso diffuso ai vaccini COVID-19 in tutta l’Africa, e raggiungere così un’immunizzazione target del 60% della popolazione africana.

I partner dell’iniziativa includono l’African Export-Import Bank (Afreximbank), i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) e la Banca mondiale.

Grazie all’AVAT i paesi dell’Unione Africana hanno acquistato 220 milioni di dosi del vaccino a iniezione singola contro il COVID-19 di Johnson & Johnson, e un potenziale di ordinare altri 180 milioni di dosi.

Il presidente della Repubblica del Sud Africa e dell’Unione Africana (AU), Cyril Ramaphosa, in occasione del lancio dell’iniziativa ha dichiarato:

“Questo è un passo avanti epocale negli sforzi dell’Africa per salvaguardare la salute e il benessere della sua gente. Lavorando insieme e mettendo in comune le risorse, i paesi africani sono stati in grado di garantire milioni di dosi di vaccino prodotte proprio qui in Africa. Ciò fornirà impulso alla lotta contro il COVID-19 in tutto il continente e getterà le basi per la ripresa sociale ed economica dell’Africa”.

Il vaccino Johnson & Johnson è infatti stato selezionato come primo acquisto in comune per tre motivi: innanzitutto, essendo un vaccino a iniezione singola, è più facile ed economico da somministrare; in secondo luogo, il vaccino ha una lunga durata e condizioni di conservazione favorevoli. Infine, il vaccino è in parte prodotto nel continente africano, con attività di completamento che si svolgono in Sud Africa, presso la struttura di Aspen Pharmacare a Gqeberha in Sudafrica.

Le prime spedizioni mensili sono arrivate nel mese di agosto in diversi Stati membri e stanno proseguendo nel mese di settembre, con l’obiettivo di consegnare quasi 50 milioni di vaccini entro la fine di dicembre. In collaborazione con l’Africa Medical Supplies Platform (AMSP), l’UNICEF fornisce servizi logistici e di consegna agli Stati membri.

Questa acquisizione del vaccino è una pietra miliare unica per il continente africano. È la prima volta che l’Africa intraprende un appalto di questa portata che coinvolge tutti gli Stati membri. Segna anche la prima volta che gli Stati membri dell’UA hanno acquistato collettivamente vaccini per salvaguardare la salute della popolazione africana: 400 milioni di vaccini sono sufficienti per immunizzare un terzo della popolazione africana e portare l’Africa a metà strada verso il suo obiettivo continentale di vaccinare almeno il 60 per cento della popolazione. I donatori internazionali si sono impegnati a fornire la restante metà delle dosi richieste attraverso l’iniziativa COVAX.

Il dottor John Nkengasong, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), ha dichiarato: “Negli ultimi mesi abbiamo visto ampliarsi il divario vaccinale tra l’Africa e altre parti del mondo e una devastante terza ondata ha colpito il nostro continente. Le consegne a partire da ora ci aiuteranno a raggiungere i livelli di vaccinazione necessari per proteggere vite e mezzi di sussistenza africani”.

La Dott.ssa Vera Songwe, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite e Segretario Esecutivo delle Nazioni Unite ha infine affermato: “Questo è un momento di orgoglio per il continente; i vaccini, in parte fabbricati in Sudafrica, sono una vera testimonianza del fatto che la produzione locale e l’approvvigionamento in comune, come previsto nell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), sono fondamentali per il raggiungimento di una ripresa economica post-Covid più sostenibile in tutto il continente.”

L’Algeria rompe le relazioni diplomatiche con il Marocco

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Dopo mesi di tensioni l’Algeria ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Marocco, portando così il difficile rapporto fra i due Paesi al punto di crisi più elevato dagli anni Settanta ad oggi.

Lo strappo

La decisione è stata annunciata il 24 agosto scorso dal Ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra, che ha denunciato “atti ostili” commessi dal Regno del Marocco nei confronti dell’Algeria, “contro il suo popolo ed i suoi dirigenti”.

Le relazioni tra i due Paesi sono, in realtà, tradizionalmente difficili, e, di recente, hanno visto un ulteriore deterioramento.

Algeri contesta, innanzitutto, la politica filoisraeliana di Rabat, e accusa le autorità marocchine di complicità con due entità – MAK e Rashad – che nel maggio scorso sono state internamente classificate come organizzazioni terroristiche.

Il Regno marocchino, pur dicendosi rammaricato della decisione, ha respinto le accuse della controparte algerina in una nota ufficiale, definendo fallaci, e persino assurdi, i pretesti che ne sono alla base.

Le cause della rottura e il ruolo di USA e Israele

Nel corso del 2021, sono stati diversi i momenti in cui le relazioni tra Algeri e Rabat sono state messe a dura prova. In generale, le tensioni sono da ricollegarsi alla disputa tra i due Paesi riguardo il territorio del Sahara Occidentale – l’ex colonia spagnola in gran parte occupata e amministrata dal Marocco – e, parallelamente, al sostegno algerino alla leadership Saharawi, il movimento che rivendica l’indipendenza della regione. L’Algeria, infatti, difende l’istituzione del referendum sull’autodeterminazione concordato nel 1991, in occasione del cessate il fuoco mediato dall’ONU e che, trent’anni dopo, non si è ancora tenuto.

La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele – in cambio del riconoscimento statunitense della “sovranità” marocchina su quel territorio – ha alimentato le tensioni con Algeri, che ha denunciato “manovre straniere” per destabilizzarla.

La questione della Cabilia

Preludio alla rottura dei canali diplomatici era stata, nel mese di luglio, la scelta del Ministro degli esteri algerino di richiamare l’ambasciatore a Rabat per consultazioni immediate, mentre il Ministro degli esteri preannunciava l’adozione di possibili ulteriori misure. In quell’occasione, le motivazioni erano legate ad alcune dichiarazioni del rappresentante permanente del Marocco alle Nazioni Unite Omar Hilal che, proprio in quei giorni, si era espresso a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo della Cabilia, regione dell’Algeria settentrionale che da tempo rivendica l’indipendenza da Algeri. Per Hilale, l’Algeria non avrebbe dovuto negare questo diritto in Cabilia proprio mentre ne sosteneva uno identico per il Sahara occidentale.

Immediata era stata la reazione di Lamamra, che definì le parole del diplomatico marocchino “imprudenti, irresponsabili e manipolative”, chiedendo che il Regno del Marocco ne prendesse le distanze.  L’atteso chiarimento non era però arrivato, e lo scorso 18 luglio, l’ambasciatore algerino era stato richiamato in patria per consultazioni.

La presa di posizione sulla questione Cabila da parte di Rabat, in realtà, sembra rispondere ad un obiettivo preciso, quello di far pressione sulla disputa per spingere Algeri a retrocedere sulla questione del Sahara Occidentale. Una mossa che servirebbe a Rabat per guadagnare terreno tanto sul piano domestico, in termini di prestigio del Regno, quanto su quello regionale, vista la rivalità tra i due Paesi nell’intera area Sahelo-Maghrebina. Sia Rabat sia Algeri, infatti, sono interessate ad acquisire maggiore profondità strategica in Africa Occidentale, e per farlo, sostengono strumentalmente rivendicazioni nazionaliste e indipendentiste, guadagnando terreno a discapito dell’altro su scala regionale.

 

L’espansione dello Stato Islamico nel continente africano

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Nel recente periodo si è parlato molto di una possibile sconfitta dello Stato Islamico meglio conosciuto come ISIS nelle loro roccaforti in Medio Oriente, in particolare in Siria ed in Iraq. Tuttavia lo Stato Islamico negli ultimi anni ha iniziato la sua espansione in un nuovo continente ovvero l’Africa.

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L’Africa Occidentale verso una moneta unica nel 2027

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In occasione del vertice annuale tenutosi il 19 giugno scorso, i 15 membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), hanno adottato una nuova tabella di marcia per l’adozione di una moneta comune, con l’obiettivo di promuovere l’integrazione economica tra i paesi dell’Africa occidentale, prevedendone il lancio ufficiale entro il 2027.

Nella nuova Roadmap i capi di Stato, riuniti ad Accra, in Ghana, hanno tracciato il cammino da percorrere verso l’introduzione della nuova valuta comune dal nome “Eco”, da parte del blocco formato da Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. 

Le origini del progetto

Occorre notare che, in realtà, i piani di introduzione di una moneta comune sono in lavorazione almeno dal 2000, e che l’idea di creare una valuta unica è stata avanzata, per la prima volta, in un momento ancora più risalente nel tempo, precisamente nel 1982, a seguito della creazione dell’ECOWAS. Passi più concreti verso un’effettiva convergenza monetaria sono stati poi stati ritardati più volte, nel 2005, nel 2010, nel 2014 e, da ultimo, nel 2020.

L’Eco

Il progetto dell’Eco dura, almeno programmaticamente, dal 2015 ed è nato all’interno di una associazione di Stati più ristretta dell’ECOWAS, la cosiddetta WAMZ, West African Monetary Zone, che si compone di Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone. La nuova moneta unica, ancorata all’euro secondo un sistema di tasso di cambio fisso, doveva entrare in vigore nel 2020 ma, le grandi difficoltà economiche e sociali, aggravate dalla pandemia da Covid-19, hanno reso necessario un nuovo rinvio del progetto. Di pari passo è seguita la sospensione del processo di attuazione del Patto di convergenza, e la definizione di altri aspetti implementativi.

Difficoltà di realizzazione

Un altro ostacolo per la realizzazione del progetto della moneta unica africana risiede nel fatto che la maggioranza dei Paesi occidentali del continente utilizzano il franco CFA, una controversa valuta creata nel 1945 dalla Francia, ancorata all’euro e garantita dal Tesoro francese. Infatti, il meccanismo del Franco CFA prevede che gli Stati aderenti depositino il 50% delle loro riserve esterne presso il tesoro francese.  Per aderire all’Eco, quindi, detti paesi dovrebbero “divorziare” dal Ministero del Tesoro di Parigi, con molteplici risvolti economici e politici, relativi soprattutto al rapporto con l’ex potenza coloniale.

Ad oggi, sette membri dell’ECOWAS hanno le proprie valute, mentre i restanti otto paesi utilizzano il franco CFA. L’obiettivo del percorso di adozione di una moneta unica, se effettivamente realizzato, sarà quindi in grado di mutare gli equilibri interni al continente, rappresentando un forte cambiamento di rotta nel rapporto con l’ex potenza coloniale.

La nuova Roadmap

Ad Accra, nel giugno scorso, il progetto riparte, prevedendo un percorso in tempi medi e graduale. In una prima fase, all’Eco aderiranno quei Paesi che hanno una propria moneta, mentre in una seconda fase, ma comunque entro il 2027, si inseriranno anche i Paesi dell’UEMOA (Union Économique et Monétaire Ouest-Africaine) che adottano il franco CFA e cioè Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo.

Il progetto riprende il suo cammino ma le difficoltà non sono poche, prima fra tutte l’ostilità della Nigeria, che rappresenta da sola il 70% del PIL dell’ECOWAS, e che nutre una certa diffidenza verso un ancoraggio della sua economia a quella dei fragili Paesi vicini. 

Il presidente del Ghana Nana Akufo-Addo, in questo momento alla guida dell’ECOWAS, ha manifestato invece ottimismo sulla possibilità di rispettare la nuova tabella di marcia e raggiungere lo storico obiettivo della moneta unica, un passaggio non di poco conto per le sue implicazioni economiche e politiche all’interno del continente. 

 

Jihadismo nel Sahara: «Una seria minaccia alla sicurezza del Marocco»

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 Nel novembre del 2020 il Fronte Polisario, ha fatto sapere al governo marocchino di Re Mohamed VI la sua intenzione di riprendere la lotta armata per ottenere l’indipendenza del Sahara dal Marocco. A dare l’annuncio è stato un giovane membro del Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, tale Salmi Gailani, giovane marocchino, che da anni risulta residente in Spagna, il quale spiega che i motivi per i quali il Fronte Polisario intende riprendere la lotta armata sono riconducibili ad una violazione messa in atto dal governo di Rabat sugli accordi internazionali riguardanti il Sahara.

Nel 1991 infatti tramite la mediazione delle Nazioni Unite, venne firmato un accordo per far cessare tra il Marocco e il Fronte Polisario, il quale dal 1973 aveva dato il via ad una vera e propria strategia di guerriglia per ottenere l’indipendenza da: Marocco, Spagna e Mauritania; in tutto questo molto probabilmente godeva del sostegno del governo della vicina Algeria, la quale di fatto forni al Fronte Polisario una base operativa nell’area occidentale del paese, più precisamente a Tindouf, nella parte occidentale dell’Algeria. L’interesse dell’Algeria a questa situazione era molto probabilmente riconducibile alle grandi risorse energetiche presenti nell’area sahariana, la quale è molto ricca di materie prime come per esempio il fosfato. Con questo cessate il fuoco, le Nazioni Unite promisero al Fronte Polisario che presto sarebbe stato indetto un referendum per determinare o meno la nascita della Repubblica Democratica del Sahara, cosa che in trent’anni non è mai avvenuta. Il Marocco tuttavia non rispetto mai gli accordi presi nel 1991. Nell’ottobre dello scorso anno, la popolazione sahariana blocco dei camion che stavano transitando a Guerguerat, area di confine tra il Sahara occidentale e la Mauritania, il governo marocchino si serviva di quest’area per importare le proprie merci verso gli altri paesi africani. In seguito al blocco messo in atto dai manifestanti sahariani, il governo marocchino decise di inviare l’esercito per risolvere la situazione. La presenza dell’esercito non fece altro che causare un ulteriore dissenso nell’area; inoltre in seguito a questa risposta, il Marocco si è reso autore di una violazione degli accordi stipulati nel 1991, nei quali è specificato il divieto dell’utilizzo di forze militari da parte di entrambe le parti. L’attuale sovrano del Marocco Re Mohamedd VI ci tenne a fare sapere la volontà del governo marocchino di mantenere gli accordi presi nel 1991, tuttavia ha ribadito la sua volontà di intervenire militarmente, qualora il Fronte Polisario dovesse tornare a costituire nuovamente una minaccia per la sicurezza del paese. A fornire un’altra valida spiegazione su questa nuova tensione è stato il Professore Jacob Mundy dell’Università di Colgate, il quale dichiarò che«Nel 2016 il Marocco ha cercato di aprire la strada che collega l’ultimo posto di blocco al confine con la Mauritania, che passa attraverso il muro difensivo, nella “zona cuscinetto” dell’Onu e tecnicamente sotto il controllo del Polisario anche se la loro presenza amministrativa è stata minima. Il Polisario si è fortemente opposto a questa costruzione vista come sforzo marocchino per ribadire la propria presenza e di fatto per aumentare il commercio tra il Marocco, il Sahara Occidentale occupato e l’Africa occidentale. Lo spazio tra l’ultimo posto di blocco marocchino, il muro militare e poi il primo posto di blocco mauritano, dall’altra parte, si chiamava “terra di nessuno” perché era abbastanza pericolosa da attraversare per via delle mine. Gli accordi Onu vietano questo tipo di progetti di infrastrutture. Per il Fronte la cosa insostenibile è stata che cadesse in una sua parte di territorio» . Lo stesso Gailani annunciò che di fatto i governi spagnolo e marocchino, cosi come le Nazioni Unite, avevano del tutto dimenticato l’esistenza del Fronte Polisario, il quale per la ripresa di questo conflitto sta raccogliendo il consenso anche di molti giovani, molti dei quali residenti all’estero, i quali potrebbero fare ritorno in patria per aderire alla causa sahariana. La questione della ripresa dei conflitti sulla questione sahariana dovrebbe essere presa seriamente dal mondo occidentale e dalle Nazioni Unite, in quanto c’è il forte rischio che gruppi terroristici di matrice jihadista potrebbero infiltrarsi all’interno del Fronte Polisario. Tutto ciò sarebbe oltremodo favorito dalla vicinanza del Sahara con due paesi nei quali negli ultimi anni è stata riscontrata una forte presenza di gruppi jihadisti ovvero: il Mali e la Mauritania. In questi paesi risulterebbe attiva un organizzazione terroristica legata ad Al Qaeda, meglio conosciuta come AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) organizzazione nella quale sono confluiti molti membri del Fronte Polisario subito dopo la fine delle ostilità col governo marocchino. Con la ripresa del conflitto non è da escludere che molti ex membri del Fronte Polisario potrebbero rientrare nel paese per sostenere la causa sahariana, tuttavia sarebbe da verificare la disponibilità dell’AQMI ad impegnarsi attivamente la causa sahariana, in quanto l’alleanza con il Fronte Polisario gli garantirebbe la possibilità di installare basi in Marocco. Dall’altra parte, il Fronte Polisario guadagnerebbe molto dal punto di vista della visibilità e dell’ideologia . Inoltre nell’ultimo periodo anche l’ISIS ha manifestato il proprio interesse alla questione del Sahara. Nel 2018 l’allora leader dello Stato Islamico Abu Bakr al-Bagdadi, affiliò allo Stato Islamico diversi gruppi jihadisti presenti sul territorio africano, tra questi vi è l’ISGS – Islamic State in the Greater Sahara, alla cui guida vi è l’emiro Adnan Abu Walid al-Sahrawi, un sahariano, che durante gli anni del conflitto tra il Fronte Polisario e il governo marocchino, fece parte dell’ Esercito popolare di liberazione saharawi, il braccio armato del Fronte Polisario. Dopo il cessate il fuoco stipulato tra quest’ultimo e il governo marocchino, al-Sahrawi trascorse molto tempo tra in Mali, luogo nel quale molto probabilmente prese contatto con gruppi jihadisti presenti nel paese. Lo Stato Islamico del Grande Sahara, potrebbe costituire una grave minaccia per la sicurezza internazionale e per il paese marocchino, in quanto stiamo parlando di un organizzazione che negli ultimi anni ha accolto nei propri ranghi molti seguaci, inoltre ha già dimostrato una certa abilità anche nel compiere attentati terroristici, tra i più clamorosi vi è quello messo in atto dalla formazione jihadista nel villaggio di Togo Togo in Niger, in questo attentato vennero uccisi anche dei militari degli Stati Uniti d’America. Senza contare che il gruppo jihadista in accordo col Fronte Polisario, potrebbe scegliere di mettere in atto numerosi attentati terroristici contro il governo marocchino al fine di ottenere l’obbiettivo prefissato, ossia l’indipendenza del Sahara . Giuseppe Giliberto

Tensione Marocco-Germania. Rabat richiama ambasciatore a Berlino

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Sale la tensione diplomatica tra Marocco e Germania. Lo scorso 6 maggio, infatti, Rabat ha richiamato il proprio ambasciatore a Berlino per consultazioni, annunciando, in un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri, che la decisione è stata presa a seguito di “atti ostili” perpetrati da Berlino.

Il ruolo degli Usa

La Repubblica federale di Germania ha intensificato atti ostili e azioni che sono dannose per gli interessi superiori del Regno del Marocco”, si legge nel comunicato, nel quale si dichiara che il governo tedesco avrebbe assunto “un atteggiamento negativo” sulla questione del Sahara occidentale, l’area – appartenente a un’ex colonia spagnola – contesa tra Rabat ed il Fronte Polisario, movimento attivo per l’autodeterminazione del territorio. In particolare, si denuncia “l’attivismo antagonista” dimostrato da Berlino a seguito del riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, della sovranità di Rabat sul territorio del Sahara occidentale, in cambio della ripresa delle relazioni tra Marocco ed Israele. L’iniziativa Usa, uno degli ultimi atti di Donald Trump poco prima di lasciare la Casa Bianca, era giunta a ridosso di nuove tensioni e scambi di accuse tra l’esercito marocchino ed il Fronte Polisario per la rottura del cessate il fuoco, in vigore da 29 anni. In quell’occasione, la cancelliera Angela Merkel aveva criticato la scelta dell’ex Presidente Usa, chiedendo una riunione straordinaria a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

I precedenti

Va notato, tuttavia, che le relazioni tra i due Paesi si erano incrinate già all’inizio del mese di marzo, quando il capo della diplomazia marocchina, Nasser Bourita, comunicò la sospensione dei rapporti con l’ambasciata tedesca a Rabat, in segno di protesta contro la posizione di Berlino nella disputa sul Sahara occidentale. Nella comunicazione ufficiale si prevedeva, infatti, la sospensione di “ogni contatto, interazione o azione di cooperazione con l’ambasciata tedesca in Marocco sia con le organizzazioni di cooperazione e le fondazioni politiche ad essa legate”.

A complicare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi è la denuncia, da parte delle autorità marocchine, di presunti atti volti a  “contrastare l’influenza regionale di Rabat” da parte della Germania. Si fa riferimento, in particolare, alla decisione di Berlino di escludere il Marocco da una serie di incontri regionali dedicati al conflitto in Libia, tra cui la nota Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020. In tale occasione, le autorità marocchine avevano rilasciato una dichiarazione esprimendo “profondo stupore” per il mancato invito all’incontro, ribadendo la centralità del Marocco nei diversi “sforzi internazionali per risolvere la crisi libica”. A tal proposito, Rabat aveva ricordato il ruolo chiave assunto nella conclusione dell’accordo di Skhirat, nel 17 dicembre 2015, grazie al quale era stato istituito, sotto l’egida dell’Onu, il Governo di accordo nazionale, e delineata una strada verso la soluzione del conflitto in Libia.

La questione irrisolta del Sahara occidentale

È nella questione relativa alla sovranità sul Sahara Occidentale – ultima colonia europea in Africa, abbandonata dalla Spagna nel 1975 – che vanno rintracciate le principali motivazioni alla base della scelta di Rabat di richiamare il proprio ambasciatore.

La regione, infatti, è da anni occupata militarmente dal Marocco che ritiene le proprie rivendicazioni di sovranità sull’ex colonia spagnola come non negoziabili, nonostante nella regione operi, sin dal 1973, il movimento separatista del Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria. Questo, nel 1976, ha annunciato unilateralmente la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (SADR), intraprendendo una guerriglia per l’indipendenza durata fino al 6 settembre 1991, anno in cui è stato dichiarato un cessate il fuoco, promosso dalla Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO).

Ad oggi, detto referendum di autodeterminazione non ha ancora avuto luogo, complici non solo i conflitti interni, ma soprattutto la difficoltà riscontrata nella formazione delle liste elettorali, a causa dei tentativi, da parte di entrambe le fazioni, di modificare la demografia dell’area per influenzarne i risultati.

 

Onu: le ragioni dell’impegno cinese nella promozione della sicurezza interna all’Unione Africana

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Rafforzare la cooperazione tra l’Onu e le organizzazioni regionali e sud-regionali”, è stato questo il tema del discorso tenuto dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi in occasione della seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tenutasi il 19 aprile scorso.

Con queste parole, il ministro di Pechino intendeva far riferimento, principalmente, all’Unione Africana (UA), l’organizzazione internazionale cui fanno parte tutti gli Stati africani, e con cui la Cina, alla fine del 2020, ha concluso un importante accordo di cooperazione.

Nel corso del suo intervento, Wan Yi ha ricordato che quest’anno – precisamente il 27 ottobre prossimo – ricorrerà il 50esimo anniversario del ripristino del seggio del governo di Pechino in seno all’Onu e che, in tale arco temporale, la Cina ha sempre partecipato positivamente all’azione dell’organizzazione, contribuendo e sostenendo gli sforzi regionali e sub-regionali, anche attraverso il Fondo delle Nazioni Unite per la pace e lo sviluppo. Inoltre, citando il partenariato strategico concluso con l’Unione africana, il ministro ha ribadito l’impegno di Pechino nella promozione dell’Agenda 2063 dell’UA e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Con queste premesse, e nell’intento di stabilizzare i conflitti interni al contenente africano, migliorando, al contempo, le capacità di lotta al terrorismo dell’UA, Wang Yi ha esortato le Nazioni Unite ad assistere l’organizzazione nella creazione di un esercito permanente, e ad affiancare le operazioni di peacekeeping poste in campo dall’Unione africana in chiave antiterrorismo o di stabilizzazione delle zone di conflitto.

La strategia cinese

Per meglio comprendere l’interesse cinese nella promozione della sicurezza interna al continente africano, ed il significato dell’iniziativa del ministro degli Esteri Wang Yi al Consiglio di Sicurezza Onu, occorre tenere presente che, negli ultimi anni, la Repubblica Popolare Cinese ha fortemente investito nei rapporti con i paesi in via di sviluppo, ampliando notevolmente il suo raggio d’azione in Africa in termini di investimenti, aiuti allo sviluppo e diplomazia culturale. Di ciò, è prova la coincidenza temporale tra la pubblicazione da parte di Pechino del libro bianco ad hoc sugli aiuti all’estero e i viaggi in Africa e Sud-Est asiatico svolti dal ministro degli Esteri Wang Yi.

Oggi la Cina si configura come il maggior partner commerciale ed investitore dell’Africa.

Con l’obiettivo di accrescere la sua influenza economica e politica sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo, la diplomazia cinese ha seguito, negli ultimi anni, il famoso invito al go out (la Go Out policy), una serie di misure promosse dal Governo di Pechino per promuovere gli investimenti esteri degli imprenditori cinesi, inquadrando poi i suoi sforzi nella cornice narrativa della nota Belt and Road Initiative (BRI, o Nuove Vie della Seta), cui hanno aderito, in totale, 44 Paesi africani, che rappresentano 1/3 dei firmatari totali.  

Origine dei rapporti sino-africani

Tappa fondamentale per comprendere il “grande balzo” del Dragone in terra africana è il mese di ottobre del 2000, data di istituzione del primo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), step cruciale nell’evoluzione dei rapporti economici – e quindi in cui certo senso politici – tra Cina ed Africa. In occasione di quel primo forum FOCAC– poi organizzato con cadenza triennale – venne elaborato un documento in 10 punti in cui si stabilivano gli ambiti e gli aspetti fondamentali delle nuove relazioni sino-africane. Presto il FOCAC, da tavola rotonda per rafforzare le relazioni sino-africane secondo una logica di cooperazione win-win, è diventato l’occasione per Pechino di annunciare massicci piani di finanziamento, confermando il proprio ruolo e la propria influenza nel continente.

Dal primo meeting FOCAC, le relazioni economiche e non tra i due Paesi sono andate consolidandosi, per motivi diversi ma complementari. Da un lato, la volontà di Pechino di estendere la propria influenza globale, favorendo processi di internazionalizzazione delle proprie imprese, e dall’altro i bisogni e le esigenze dell’Africa, un continente ricco di risorse naturali, ma con impellenti necessità di sviluppo, piani infrastrutturali e competenze tecniche.

Al 2018, data dell’ultimo summit FOCAC, la Cina aveva costruito in Africa più di 6.000 chilometri di strade e ferrovie, quasi 20 porti e più di 80 centrali elettriche. Gli investimenti diretti nel continente raggiungevano la cifra di 110 miliardi di dollari USA, con oltre 10.000 imprese cinesi con investimenti sul suolo africano.

L’agenda politica di Pechino

Nonostante gli interessi economici giochino un ruolo fondamentale nel determinare il crescente impegno di Pechino in Africa, a spiegare tale spinta in avanti concorre, tra le altre cose, la volontà cinese di allargare la propria influenza politica all’interno delle organizzazioni internazionali. Rafforzando le sue relazioni diplomatiche attraverso la cooperazione economica, Pechino auspica di poter contare, sempre di più, sul voto dei Paesi africani in sedi importanti come quella dell’Onu. L’importanza strategica dell’Africa consiste non solo nel suo vantaggio numerico, in quanto grande raggruppamento di Stati, ma soprattutto nella loro tendenza a votare “in blocco”.

Il sostegno degli Stati africani all’agenda politica di Pechino nelle sedi multilaterali può dunque assumere un ruolo determinante, capace di spostare l’ago della bilancia nell’atto di decidere questioni delicate e prioritarie per il governo cinese, quali Taiwan o il controllo del Mar Cinese Meridionale.

 

Non solo Draghi, anche il premier greco Mitsotakis vola in Libia

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Kyriakos Mitsotakis ufficializza il cambio di pagina nei rapporti greco-libici con la sua visita ufficiale in Libia, cui ha fatto seguito l’annuncio del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Il Primo ministro greco è stato uno dei primi leader europei ad incontrare il nuovo Premier libico Abdelhamid Dabaiba, nella giornata del 6 aprile scorso, poco dopo la visita del Primo ministro italiano Mario Draghi.

I dossier sul tavolo

Al centro dell’incontro le nuove opportunità di cooperazione bilaterale su più fronti: dall’economia, all’energia, dalla sanità, al trasporto marittimo. Il dossier più controverso è stato, invece, quello relativo al Memorandum of Understanding turco-libico sulla delimitazione dei confini marittimi, che, secondo il governo di Atene, “in una Libia normale, non può essere valido”.

Infatti, l’intesa tra Turchia e Libia sulle zone economiche esclusive (ZEE) nel  Mediterraneo, firmata il 27 novembre 2019, consente ad Ankara di avanzare degli ostacoli legali per lo sfruttamento e l’esportazione di gas dalla zona del Mediterraneo orientale, ed è stato, per questo, contestato da diverse istituzioni europee e da numerosi Stati membri dell’Unione. Tra questi, immediata fu la reazione di Atene, che dopo aver definito l’accordo come “un’aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri paesi”, decise di espellere l’ambasciatore tripolino.

Aperture e nuovi spunti di dialogo

La visita di Mitsotakis ed suo incontro con Dbeibah hanno dunque offerto nuove opportunità di confronto e di dialogo tra i due leader, consentendo di riavviare le relazioni diplomatiche, e non, su basi più solide. Nonostante Dbeibah abbia evitato di entrare nei dettagli del destino dell’accordo con la Turchia, non ancora ratificato alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, ha prospettato la possibilità di istituire un comitato greco-libico per discutere congiuntamente della delimitazione dei confini marittimi, avviando un tavolo di confronto istituzionalizzato.

Il giorno successivo alla visita, Atene ha annunciato la ripresa, dopo 6 anni d’interruzione, delle attività dell’ambasciata greca in Libia, nonché la riapertura dello spazio aereo tra i due Paesi. Per una normalizzazione delle relazioni bilaterali ed un rafforzamento della cooperazione su più fronti, si è decisa l’istituzione di “Comitati misti” in tutti i campi di comune interesse.

Un poderoso assembramento diplomatico

Oltre a Mitsotakis e a Draghi, gran parte dei leader europei stanno cercando di dare un segnale di sostegno al processo di riconciliazione nazionale e al nuovo governo libico, salvaguardando, al contempo, i propri interessi strategici. Il giorno precedente alla visita dei due Premier europei, anche il maltese Robert Abela ha annunciato la riapertura della sede diplomatica di Tripoli, mentre quella francese ha ripreso le attività il 29 marzo. Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, anche lui in visita a Tripoli nei primi giorni di aprile, ha dichiarato che l’Europa intensificherà il suo impegno in Libia sul fronte della ricostruzione economica, dopo anni di conflitto, contribuendo alla governance, alla stabilità, e al rispetto dei diritti umani all’interno del Paese. A questo proposito, fonti Ue hanno reso noto che l’ambasciatore dell’Unione europea tornerà permanentemente a Tripoli a partire dalla fine di aprile.

Affinché ciò avvenga, tuttavia, l’Unione europea, per il tramite di Michel, ha ribadito la necessità che mercenari e combattenti stranieri lascino la Libia, in quanto conditio sine qua non per il rispetto dell’embargo sulle armi e dell’accordo sul cessate-il-fuoco all’interno del Paese.

Le tensioni in Etiopia rischiano di esplodere in una crisi umanitaria

AFRICA di

L’Etiopia sta attualmente affrontando un conflitto armato nella regione del Tigrè, a nord del paese. Le tensioni, che vedono coinvolti il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (TPLF) e il governo centrale dell’Etiopia, sono state scatenate a settembre scorso dall’annuncio del Primo ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, del rinvio delle elezioni nazionali a giugno 2021 a causa del coronavirus. Il TPLF, che già da tempo considera il governo centrale come illegittimo, e ritiene che il Primo ministro non abbia più il mandato per prendere decisioni, ha tenuto ugualmente le proprie elezioni a settembre, sfidando il Governo di Abiy. Ciò ha innescato una reazione a catena in cui il governo centrale e il governo del Tigrè, che accusano i reciproci governi di essere illegittimi, hanno dato inizio al conflitto armato.

Nel novembre 2020 sono stati registrati incidenti presso il Comando settentrionale etiope, attribuiti dal governo centrale al TPLF. Ciò ha portato a un contrattacco da parte delle forze di difesa nazionale etiope. La situazione è andata ulteriormente peggiorando quando le forze di sicurezza del TPLF sono state accusate di aver ucciso centinaia di civili (per lo più lavoratori di etnia Amhara) nel massacro di Mai Kadra. Sebbene la leadership del TPLF abbia negato ogni responsabilità dell’accaduto, le forze armate governative si sono spinte nella capitale Macallé, il cuore della regione del Tigrè.

La regione settentrionale del Tigrè è uno dei 10 Stati federali semi-autonomi dell’Etiopia.

Inizialmente suddivisa in 13 province, nel 1996 l’Etiopia ha visto l’entrata in vigore della riforma del sistema amministrativo, in base alla quale il paese veniva riorganizzato in 10 Stati regionali federali suddivisi su base etnica.

La Costituzione attribuisce ampi poteri agli Stati regionali che possono stabilire il proprio governo nei limiti della carta costituzionale. Ogni regione è infatti governata dal Consiglio regionale, che detiene i poteri legislativi ed esecutivi per dirigere gli affari interni della regione. L’articolo 39 della Costituzione etiope concede inoltre il diritto di secessione a tutti gli Stati regionali dell’Etiopia.

Sotto il governo di Abiy, salito al potere nel 2018, i leader del Tigrè si sono lamentati di essere ingiustamente presi di mira nei procedimenti per corruzione, rimossi dalle posizioni di vertice e ampiamente considerati come capri espiatori per i problemi del Paese.

Dall’inizio del conflitto, sono state documentate le atrocità e i crimini di guerra commessi dalle forze etiopi e alleate contro i residenti del Tigrè. Nella notte del 9 novembre, uomini armati hanno attaccato la città di Mai-Kadra, nella zona sud occidentale della regione del Tigré, facendo stragi per le strade a colpi d’ascia e di machete. Secondo i media statali sono stati contati 500 cadaveri. Le vittime erano lavoratori giornalieri di etnia Amhara, che non avevano nessun ruolo nel conflitto in corso nella regione.

I dati sui morti e i feriti sono tuttavia difficili da confermare e le notizie che arrivano dal Tigrè non possono essere verificate in modo indipendente, in quanto il governo di Addis Abeba ha dato l’ordine di impedire l’ingresso nella regione, di bloccare le linee telefoniche e l’accesso a internet. Ma la conferma arriva da Amnesty International che, grazie ad un attento lavoro di comparazione dei dati provenienti da più fonti, ha potuto accertare l’autenticità, la data e il luogo delle foto e dei filmati giunti in suo possesso.

Sebbene le agenzie umanitarie non abbiano accesso alla zona del conflitto, numerosi appelli sono stati lanciati dalle organizzazioni umanitarie affinché tutte le parti in conflitto rispettino il diritto internazionale, garantendo l’accesso degli aiuti nella regione e la protezione dei civili.

Secondo quanto comunicato nei rapporti dell’Associated Press e di Amnesty International, il conflitto ha ucciso centinaia di persone e ha causato migliaia di sfollati nelle ultime settimane. L’ONU ha avvertito che il conflitto potrebbe innescare una crisi umanitaria, sia per l’afflusso di rifugiati che nel frattempo si stanno riversando in Sudan, sia per la crisi alimentare esacerbata dall’incendio dei raccolti da parte delle truppe.

Si stima che almeno 33.000 rifugiati sono già entrati in Sudan, una nazione che già sostiene circa un milione di sfollati da altri paesi africani, e che rischia di essere ulteriormente destabilizzata dai continui flussi migratori. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in base alle previsioni attuali teme l’arrivo di altre 200.000 persone nei prossimi sei mesi se i combattimenti dovessero continuare.

Funzionari umanitari hanno inoltre avvertito che un numero crescente di persone potrebbe morire di fame nel Tigrè. I combattimenti sono scoppiati sull’orlo del raccolto nella regione prevalentemente agricola e hanno mandato un numero incalcolabile di persone a fuggire dalle proprie case. Testimoni hanno peraltro descritto il saccheggio delle provviste da parte dei soldati eritrei e l’incendio dei raccolti.

L’attuale situazione continua a sollevare preoccupazioni sul fatto che il conflitto potrebbe estendersi a una guerra più ampia, che veda coinvolti anche gli Stati confinanti.

Venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, in qualità di presidente dell’Unione africana, ha annunciato la nomina di tre ex presidenti per mediare i colloqui per porre fine al conflitto in Etiopia. Ma il governo di Abiy ha rifiutato l’offerta perché vede l’operazione come un’intromissione negli affari interni del paese.

“Non negoziamo con i criminali. Li assicuriamo alla giustizia, non al tavolo delle trattative”, ha detto Mamo Mihretu, assistente senior del Primo ministro Abiy. “I nostri fratelli e sorelle africani avrebbero un ruolo più significativo se esercitassero pressioni sul TPLF affinché si arrendesse”.

Mamo ha affermato inoltre che gli ex leader del Mozambico, della Liberia e del Sud Africa – che arriveranno nel paese nei prossimi giorni – non avranno accesso alla regione del Tigrè a causa delle operazioni militari in corso.

Dopo tali dichiarazioni, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha riportato alla Commissione per gli affari esteri del Parlamento degli Stati Uniti le “violazioni dei diritti umani e atrocità in corso, nonché atti di purificazione etnica” in alcune parti del Tigrè.

Un alto diplomatico etiope mercoledì ha lasciato il suo incarico a Washington per le preoccupazioni sulle atrocità riportate nel Tigrè. Berhane Kidanemariam, che ha servito come vice capo missione presso l’ambasciata etiope a Washington, ha criticato Abiy come un leader spericolato che sta dividendo il suo paese.

“Migliaia di civili sono stati massacrati, centinaia di migliaia sfollati dalle loro case con la forza, infrastrutture civili distrutte sistematicamente”, afferma il comunicato pubblicato su Twitter da Getachew Reda, uno dei leader del Tigrè. “Nonostante il regime di Abiy Ahmed e i suoi alleati abbiano invocato spudoratamente la loro innocenza e promesso di consentire l’accesso alle agenzie umanitarie e alle indagini internazionali sulle accuse, i loro crimini di guerra e atti contro l’umanità sono solo aumentati nelle ultime settimane e giorni”.

 

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Roberta Ciampo
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