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Jan Kubis è il nuovo inviato speciale ONU in Libia

AFRICA di

Nella sera del 15 gennaio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la nomina del diplomatico slovacco Jan Kubis come inviato speciale della Missione di Sostegno in Libia (UNSMIL), secondo quanto riferito da fonti interne al Paese. L’annuncio formale da parte delle Nazioni Unite è atteso nelle prossime ore, così da permettere l’insediamento del neonominato entro il primo febbraio prossimo.

Kubis è noto per aver ricoperto l’incarico di Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Slovacca, nonché per il ruolo di coordinatore speciale ed inviato speciale svolto in Libano, Afghanistan ed Iraq per conto delle Nazioni Unite. Il nome del diplomatico di Bratislava è stato proposto dallo stesso Segretario Generale Antonio Guterres, al fine di sostituire l’ex-inviato delle Nazioni Unite in Libia Ghassan Salamé, il quale si è dimesso dall’incarico il 2 marzo scorso, dopo circa tre anni dall’assunzione dello stesso. Le motivazioni all’origine di tale scelta riguardavano le sue condizioni di salute, aggravate dall’eccessivo carico di stress derivante dalla missione stessa, in virtù delle difficoltà riscontrate dal diplomatico libanese nel raggiungere la pace e la stabilità nel Paese. Da allora, Salamé è stato sostituito dalla sua vice, Stephanie Williams, che ha svolto il ruolo di inviata ad interim. La nuova nomina del Consiglio di Sicurezza è stata frutto di quasi undici mesi di estenuanti trattative, seguite alla decisione di Salamè di ritirarsi dal suo incarico. Prima di optare per la figura di Kubis al vertice della missione UNISMIL, infatti, nel mese di dicembre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva proceduto alla nomina del diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, il quale, tuttavia, pochi giorni dopo la sua designazione, aveva annunciato di non poter assumere l’incarico a causa di “motivazioni personali e familiari”.

 

La nomina di Kubis come nuovo inviato speciale nel Paese africano si colloca in un contesto piuttosto complesso ed articolato. Dal punto di vista militare, in Libia è attivo un cessate il fuoco stabilito lo scorso 23 ottobre, a seguito dell’incontro tra le delegazioni libiche dell’LNA e del GNA, riunitesi a Ginevra nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5.  Dal punto di vista politico, invece, in seguito a mesi di negoziati, il 17 dicembre scorso, è stata formata una Commissione legale e costituzionale, volta a guidare la Libia verso nuove elezioni, previste a dicembre 2021. Al momento, inoltre, è in corso a Ginevra un nuovo round di colloqui del Libyan Political Dialogue Forum, iniziato lo scorso 13 gennaio, con l’intento di raggiungere un’intesa tra le parti libiche sui meccanismi di nomina dei futuri organismi esecutivi, il Governo unitario ed il Consiglio presidenziale. Il primo Round negoziale del Forum risale al 9 novembre 2020, pochi giorni dopo la conclusione dell’accordo di cessate il fuoco da parte delle due fazioni belligeranti. Da allora, le Nazioni Unite e l’inviata speciale ad interim, Stephanie Williams, hanno promosso una serie di incontri volti a realizzare la transizione democratica auspicata all’interno del Paese africano. Nelle ultime settimane, tuttavia, il percorso politico è stato caratterizzato da una fase di stallo, che ha rischiato di compromettere lo stesso processo di transizione democratica verso nuove elezioni. 

Tale impasse è stata, dunque, all’origine del nuovo round negoziale sotto l’egida dell’Onu attualmente in corso a Ginevra, nell’auspicio che le controversie in merito ai meccanismi di nomina dei membri della futura leadership libica possano essere superate, trovando soluzioni condivisibili sulle questioni rimaste in sospeso. 

 

L’accordo globale UE-Cina in materia di investimenti

EUROPA di

Il 2020 è stato molto intenso per l’Unione europea e anche gli ultimi giorni dell’anno hanno visto le istituzioni europee molto impegnate. Sebbene gran parte delle attenzioni fosse per concludere l’accordo Brexit e dar via alle campagne di vaccinazione in tutta Europa, molta importanza è stata data anche all’accordo globale UE-Cina in materia di investimenti, raggiunto il 30 dicembre scorso e passato un po’ inosservato. Si tratta di un accordo in materia di investimenti che ha una grande rilevanza economica e contribuirà a riequilibrare le relazioni commerciali tra l’UE e la Cina, basandole sui valori comuni e sui principi dello sviluppo sostenibile.

Le relazioni UE-Cina

La conclusione dell’accordo di investimenti ha fatto seguito all’incontro in videoconferenza del 30 dicembre tra Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Xi Jinping, presidente cinese. A margine dell’incontro, si è tenuto anche uno scambio di opinioni tra il presidente francese Macron, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente Xi Jinping. Tale riunione ha dato seguito al 22° vertice UE-Cina del 22 giugno scorso, nonché alla riunione dei leader in videoconferenza del 14 settembre e rientra nel più ampio approccio europeo alle relazioni con la Cina.

L’Unione europea e la Cina sono due dei maggiori attori commerciali al mondo: la Cina è il secondo partner commerciale dell’UE dopo gli Stati Uniti mentre l’UE figura come il primo partner commerciale della Cina. A fronte di ciò, è fondamentale per l’UE stabilire delle relazioni commerciali con la Cina, volte a garantire una convenienza reciproca negli scambi commerciali, che include anche la volontà di operare in modo equo, il rispetto degli stessi diritti e degli standard ambientali.

I negoziati per un accordo sugli investimenti sono iniziati nel 2013 proprio con l’obiettivo di fornire agli investitori cinesi ed europei un accesso a lungo termine, equo e prevedibile ai mercati dell’UE e della Cina, proteggendo i propri investitori. L’agenda strategica per la cooperazione UE-Cina del 2020 ha posto tale accordo al centro delle relazioni bilaterali, impegnandosi per la sua conclusione proprio entro il 2020, dopo 7 anni di negoziati e 35 round negoziali.

Gli elementi principali dell’accordo

Il Comprehensive Agreement on Investment, il CAI, è stato raggiunto come accordo “di principio” da Bruxelles e Pechino al fine di rendere più interdipendenti i due blocchi economici e rafforzare la cooperazione economica. Si tratta di un accordo di fondamentale interesse dal punto di vista commerciale: l’accordo garantisce agli investitori europei l’accesso a diversi settori del mercato cinese, dalle telecomunicazioni alla finanza e così via. L’accordo è molto importante per gli investitori europei in quando rende le condizioni di accesso al mercato per le imprese europee chiare e indipendenti dalle politiche cinesi ed altresì consente all’UE di ricorrere al meccanismo di risoluzione delle controversie in caso di violazione degli impegni. L’UE ha negoziato anche l’eliminazione di restrizioni che ostacolano l’attività delle imprese europee in Cina, garantendo un ambizioso accordo. Agli investitori cinesi ed europei verrà dunque assicurato un trattamento equo, senza condizioni discriminatorie e con condizioni di reciprocità tra investitori.

D’altra parte, l’accordo ha una valenza fondamentale anche dal punto di vista politico. Infatti, i vantaggi per la Cina sono di carattere più geopolitico: a poca distanza dalla conclusione dell’accordo commerciale con i paesi del Sud-Est asiatico, nonché Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, la Cina intensifica i propri rapporti commerciali anche con 27 paesi occidentali. Nell’ambito delle relazioni internazionali, è fondamentale che la Cina garantisca un clima più disteso con l’Europa, soprattutto alla luce dei consensi ottenuto dalla presidenza Biden-Harris nel vecchio continente.

I diritti umani e la tutela ambientale

Sebbene si tratti di un accordo commerciale e sebbene il volume degli scambi tra UE e Cina nel 2020 sia arrivato a 477 miliardi di euro, non si può ridurre tutto all’aspetto economico. Nell’ambito della negoziazione del CAI, si è parlato molto del rispetto dei diritti umani – in particolare contro il lavoro forzato – e delle disposizioni a tutela dell’ambiente e della lotta ai cambiamenti climatici. Lo stesso Parlamento europeo ha votato una risoluzione proprio per far sì che l’accordo includesse adeguati impegni in questo senso. Come tutti i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea, anche nel CAI figurano disposizioni in materia di norme del lavoro, nonché in materia di ambiente e clima, in particolar modo per attuare efficacemente l’accordo di Parigi. I principi dello sviluppo sostenibile figurano, invero, tra i valori comuni sul quale il CAI si fonda. Tuttavia, è necessario sottolineare che, pur avendone tutte le intenzioni, non sempre l’UE riesce a garantire efficacemente il rispetto di tali disposizioni.

I prossimi passi

Il 30 dicembre è stato raggiunto un accordo “di principio”. Ciò significa che alla volontà politica europea e cinese di raggiungere tale accordo, dovranno seguire numerose fasi. Anzitutto, conformemente alle norme giuridiche, l’accordo dovrà essere firmato. Dopodiché si passerà alla ratifica dello stesso, fino alla sua conclusione effettiva. A partire dalla firma dell’accordo, le due parti mirano a concludere i negoziati entro due anni. A quel punto, entrerà in gioco il meccanismo di applicazione e monitoraggio: sarà la Commissione europea a monitorare l’attuazione degli impegni assunti dall’UE in merito all’accordo.

Per l’Unione europea l’accordo raggiunto “ha un grande significato economico e lega le due parti a una relazione sugli investimenti fondata sui valori e basata sui principi dello sviluppo sostenibile”, mentre per Xi Jinping, l’accordo “fornirà agli investimenti reciproci un maggiore accesso al mercato, un livello più elevato di ambiente imprenditoriale, maggiori garanzie istituzionali e una cooperazione più brillante”, stimolando anche “con forza la ripresa mondiale nel periodo post-epidemia”.

Politica spaziale europea: l’UE investe 300 milioni di euro per promuovere l’innovazione nel settore

EUROPA di

Il 13 gennaio, nell’ambito della 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI) hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore. Si tratta di investimenti in un settore cruciale per l’Unione europea: nell’ultimo decennio, invero, gli importanti risultati ottenuti in materia spaziale hanno permesso all’Europa di accrescere il proprio prestigio scientifico e tecnologico, rafforzandone l’indipendenza strategica e la posizione di attore globale.

L’UE e la politica spaziale

Il tema dell’accesso allo spazio ha una rilevanza strategica alla quale i principali attori spaziali europei, e dunque l’Unione europea, l’Agenzia spaziale europea (ESA) ed i rispettivi Stati membri, sono chiamati a dare un chiaro indirizzo politico, industriale e tecnologico che permetta di consolidare la Politica spaziale europea. Quest’ultima fornisce agli europei innovazioni nelle attività quotidiane sulla Terra: infatti, lo sviluppo e l’utilizzo di complessi sistemi spaziali ed i servizi ad essi associati concorrono all’efficacia delle politiche europee in ambiti come la sicurezza e la difesa, l’agricoltura e la pesca, lo sviluppo e la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, i cambiamenti climatici e l’ambiente, i trasporti e l’energia. Inoltre, lo spazio offre l’opportunità di ampliare la competitività e l’innovazione dell’industria europea, di stimolare la crescita economica e di accrescere il sapere scientifico e tecnologico.

L’UE ha tre programmi spaziali faro: Copernicus, il più avanzato sistema di osservazione della Terra a livello mondiale, è un fornitore leader di dati di osservazione della Terra, aiuta a salvare vite in mare, migliora la risposta ai disastri naturali e consente agli agricoltori di gestire meglio i propri raccolti; Galileo, il sistema di navigazione satellitare globale europeo, fornisce informazioni di posizionamento e temporizzazione più accurate e affidabili per automobili autonome e connesse, ferrovie, aviazione e altri settori; EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service), infine, fornisce servizi di navigazione “safety of life” agli utenti del trasporto aereo, marittimo e terrestre in gran parte dell’Europa.

Il programma spaziale dell’Unione europea 2021-2027

Attualmente l’UE sta lavorando ad un programma spaziale pienamente integrato per il periodo 2021-2027 che riunisca tutte le attività delle istituzioni europee in un unico programma e fornisca in tal modo un quadro coerente per gli investimenti. A tal riguardo, il 16 dicembre 2020 il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sulla proposta di regolamento che istituisce il futuro Programma spaziale dell’Unione 2021-2027 e l’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale. La proposta dovrebbe essere finalizzata a breve nel contesto del più generale del Quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2027, ed applicarsi retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021.

Il nuovo regolamento intende assicurare in particolare: un ruolo più forte dell’UE quale attore di primo piano nel settore spaziale; dati e servizi spaziali di alta qualità, aggiornati e sicuri; migliori benefici socioeconomici derivanti dall’utilizzo di tali dati e servizi, per esempio maggiore crescita e creazione di posti di lavoro nell’UE; infine, maggiore sicurezza e autonomia dell’UE.

I nuovi investimenti

Nell’ambito della definizione di tale nuovo programma, il 13 gennaio, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), in seno alla 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore.

Nel dettaglio, Orbital Ventures, un fondo paneuropeo dedicato alle aziende nelle fasi di avviamento e iniziali, si concentra sulle tecnologie spaziali, comprese quelle a valle (comunicazioni, crittografia, conservazione e trattamento dei dati, geolocalizzazione, osservazione della Terra) e a monte (hardware, materiali, elettronica, robotica, razzi, satelliti). Quanto, invece, a Primo Space, un investitore italiano dedicato al trasferimento tecnologico in fase iniziale, è stato il primo fondo selezionato dal FEI nell’ambito del progetto pilota; si tratta di uno dei primi fondi dedicati al trasferimento tecnologico in Europa, nonché del primo in Italia, a dedicarsi esclusivamente alle tecnologie spaziali; esso investe in progetti o imprese nelle fasi iniziali e promuoverà la commercializzazione di innovazioni pionieristiche nell’industria spaziale in Europa.

Si prevede che InnovFin Space Equity Pilot sarà pienamente implementato nelle prossime settimane e sosterrà circa 50 società di tecnologia spaziale in tutta Europa.

Le dichiarazioni

Il Commissario per il Mercato interno, Thierry Breton, commentando i nuovi investimenti nel settore spaziale, ha dichiarato “Il rafforzamento della competitività nell’industria spaziale è un elemento essenziale per la ripresa del settore. Accolgo con grande favore questo investimento nelle PMI del settore delle tecnologie spaziali, che ci avvicina al nostro obiettivo di transizione digitale”. “Lo sviluppo del nostro settore spaziale ci aiuterà a rafforzare la nostra autonomia strategica, a mio avviso l’obiettivo principale della nostra generazione, che ingloba tutti i nostri obiettivi operativi” questo invece il commento del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

 

Segnali di stabilità al vertice di AlUla

ASIA PACIFICO di

Si è concluso con una nota positiva il 41° summit del Consiglio della Cooperazione del Golfo (GCC) tenutosi nella città saudita di AlUla, a 300 km da Medina, il 5 gennaio scorso. Il summit è stato presieduto dal prinicipe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e ha visto la partecipazione dei leader dei sei paesi dell’organizzazione (Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar). 

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Il via libera della Commissione europea al vaccino di Moderna

EUROPA di

Il 6 gennaio la Commissione europea ha rilasciato un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata per il vaccino anti COVID-19 sviluppato da Moderna, il secondo vaccino autorizzato dall’Unione europea, dopo quello di Pfizer-BioNTech, già in fase di somministrazione negli Stati membri. L’autorizzazione fa seguito ad una raccomandazione scientifica positiva, basata su una valutazione approfondita della sicurezza, dell’efficacia e della qualità del vaccino in questione, condotta dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna, e già impiegato da qualche settimana negli Stati Uniti, ha fatto rilevare un’efficacia del 94% nel prevenire il Covid-19, simile a quella del 95% del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech e potrà essere somministrato ai maggiori di 18 anni.

L’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata

Lo scorso 30 novembre, Moderna, azienda statunitense che opera nel campo delle biotecnologie, ha presentato una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio per il vaccino anti COVID-19 all’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Quest’ultima aveva già avviato una valutazione progressiva dei dati nel corso del mese, analizzando la qualità, la sicurezza e l’efficacia del vaccino man mano che i dati diventavano disponibili. Il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA ha esaminato attentamente questi dati e raccomandato per consenso il rilascio di un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata formale. L’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata è uno dei meccanismi di regolamentazione dell’Unione europea tesi a facilitare l’accesso tempestivo a medicinali che rispondono ad un’esigenza medica non soddisfatta, anche in situazioni di emergenza come l’attuale pandemia da Covid-19. Tale autorizzazione si basa, dunque, su dati meno completi rispetto a quelli che sono richiesti per una normale autorizzazione all’immissione in commercio e vi si può ricorrere se il beneficio della disponibilità immediata di un medicinale risulta essere chiaramente superiore al rischio connesso alla disponibilità ancora parziale di dati. Tuttavia, una volta rilasciata l’autorizzazione condizionata, le aziende devono fornire, entro un certo termine, ulteriori dati anche da studi nuovi o in corso, a conferma del fatto che i benefici restano superiori ai rischi connessi.

Sulla base del parere positivo dell’EMA sul vaccino prodotto e sviluppato da Moderna, la Commissione europea ha verificato tutti gli elementi a sostegno dell’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata (motivazioni scientifiche, informazioni sul prodotto, materiale esplicativo per gli operatori sanitari, etichettatura, obblighi per i titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio, condizioni d’uso e così via) e ha consultato gli Stati membri prima di rilasciarla, in quanto responsabili dell’immissione in commercio dei vaccini e dell’uso del prodotto nei rispettivi paesi, ottenendo la loro approvazione.

I dettagli del vaccino

Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna, e già impiegato da qualche settimana negli Stati Uniti, potrà essere somministrato ai maggiori di 18 anni. Come il vaccino di Pfizer-BioNTech, il primo ad essere stato autorizzato nell’UE il 21 dicembre 2020, anche quello di Moderna è basato sull’RNA messaggero, mRNA, la molecola coinvolta nella codifica del materiale genetico per produrre le proteine trasferendo le istruzioni dal DNA al meccanismo di produzione delle proteine delle cellule. In un vaccino a mRNA, tali istruzioni permettono la produzione di frammenti innocui del virus che il corpo umano utilizza per costruire una risposta immunitaria al fine di prevenire o combattere la malattia. Nella somministrazione le cellule leggono le istruzioni genetiche e producono una proteina “spike”, cioè una proteina che si trova sulla superficie esterna del virus e attraverso la quale quest’ultimo entra nelle cellule e causa la malattia. Il sistema immunitario riconosce quindi tale proteina come estranea e produce difese naturali per contrastarla, vale a dire anticorpi e cellule T.

Nei test clinici, il vaccino di Moderna ha fatto rilevare un’efficacia del 94% nel prevenire il Covid-19, simile a quella del 95% del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech. Come quest’ultimo, anche quello di Moderna richiede la somministrazione di due dosi a distanza di circa tre settimane, ma la sua conservazione risulta essere meno complicata poichè richiede una temperatura di -20 °C contro gli almeno -70 °C richiesti da quello di Pfizer-BioNTech. Il vaccino di Moderna sembra essere però sensibilmente più costoso: quasi 15 euro a dose, contro i 12 di quello di Pfizer-BioNTech.

Prossime tappe e dichiarazioni

Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna fornirà all’UE, tra il primo e il terzo trimestre del 2021, un totale di 160 milioni di dosi, che si aggiungeranno alle 300 milioni di dosi del vaccino distribuito da BioNTech-Pfizer. Sulla divergenza nel numero di prenotazioni ha probabilmente inciso la minore capacità produttiva di Moderna, con i primi 20 milioni di dosi prodotti alla fine del 2020 destinati ai soli Stati Uniti. L’azienda sostiene, tuttavia, che nel 2021 potrà produrre tra i 500 e i 600 milioni di dosi per soddisfare la domanda globale, anche se non è chiaro quante di queste saranno destinate all’Unione Europea.

Secondo diversi osservatori, l’autorizzazione del vaccino di Moderna difficilmente cambierà lo stato della vaccinazione in Europa, per lo meno nell’attuale fase iniziale della campagna vaccinale. Gli stati membri hanno, invero, ricevuto le prime centinaia di migliaia di dosi, ma sono quasi tutti in ritardo nella loro somministrazione, anche a causa di alcune mancanze nell’organizzazione e della concomitanza con le festività natalizie. Quanto all’Italia, stando ai dati più recenti forniti dal governo, sono state impiegate circa 260mila dosi sulle quasi 470mila consegnate, posizionandosi prima in Europa e ottava al mondo nella campagna vaccinale.

Stella Kyriakides, Commissaria europea per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Questa impresa ci vede tutti coinvolti e tutti uniti. È per questo che abbiamo negoziato il più ampio portafoglio di vaccini al mondo per tutti gli Stati membri. Autorizziamo oggi un secondo vaccino sicuro ed efficace prodotto da Moderna che, insieme al vaccino BioNTech-Pfizer, garantirà una più celere distribuzione di 460 milioni di dosi nell’UE. E ne arriveranno altre. Gli Stati membri devono garantire che le vaccinazioni procedano a un ritmo altrettanto rapido. I nostri sforzi non cesseranno finché i vaccini non saranno disponibili per tutti nell’UE”.

“Con il vaccino Moderna, il secondo ora autorizzato nell’UE, avremo 160 milioni di dosi in più. E ne arriveranno altri: l’Europa si è assicurata fino a 2 miliardi di dosi di potenziali vaccini contro la COVID-19. Disporremo di vaccini sicuri ed efficaci in quantità più che sufficiente per proteggere tutti gli europei” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Il Portogallo guiderà il Consiglio dell’UE per i prossimi sei mesi

EUROPA di

Dal 1° gennaio al 30 giugno 2021 è il Portogallo a tenere la Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Insieme alla Germania e alla Slovenia, il Portogallo è parte del trio che si alternerà alla guida del Consiglio: Angela Merkel ha così passato il testimone ad Antonio Costa, il premier portoghese, che guiderà l’istituzione europea presiedendo le riunioni e garantendo la continuità dei lavori europei in seno al Consiglio. Tra le priorità portoghesi figura l’importanza di mantenere un alto tasso di vaccinazioni, nonché introdurre gli strumenti per la ripresa economica e sociale europea e garantire la transizione verde.

Il funzionamento del Consiglio dell’UE

Il Consiglio dell’Unione europea prevede l’assegnazione della propria Presidenza a tutti gli Stati membri, ognuno per un periodo di sei mesi, che si alternano a rotazione a gruppi di tre. Il trio stabilisce un programma comune per i 18 mesi, sulla base del quale ogni paese porta avanti un programma semestrale più dettagliato. La collaborazione tra i paesi del trio è un sistema di fondamentale importanza introdotto con il trattato di Lisbona nel 2009 che permette al Consiglio dell’Unione europea di mantenere un determinato indirizzo nelle politiche svolte e nell’agenda dei lavori. Da luglio 2020 a gennaio 2021 la Germania ha presieduto il Consiglio dell’UE, passando il testimone al Portogallo a inizio 2021.

La Presidenza del Consiglio UE ha due compiti principali: pianificare e presiedere le sessioni del Consiglio e le riunioni degli organi preparatori, ad eccezione del Consiglio Affari Esteri, e rappresentare il Consiglio nelle relazioni con le altre istituzioni dell’Unione europea, lavorando in stretto coordinamento con il presidente del Consiglio europeo e l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

La presidenza del Portogallo

“Tempo di agire: per una ripresa equa, verde e digitale”. È questo il motto della presidenza portoghese, al quale si ispirano le priorità di Antonio Costa. In particolare, il programma del Portogallo si concentra su cinque diversi settori, i principali, in linea con gli obiettivi dell’agenda strategica dell’Unione europea. Rafforzare la resilienza dell’Europa, promuovere la fiducia nel modello sociale europeo, promuovere una ripresa sostenibile, accelerare una transizione digitale equa e inclusiva, riaffermare il ruolo dell’UE nel mondo, facendo in modo che sia basato su apertura e multilateralismo.

Come affermato, le priorità del Portogallo e l’agenda stabilita per questo semestre si rifanno a quella prevista dal trio e, più in generale, ai valori e alle azioni dell’UE. Le priorità rimangono le stesse anche con il cambiare della presidenza: la lotta al covid-19 e l’intensificazione della resilienza dell’UE, l’importanza della transizione verde e digitale e affermare il ruolo dell’UE sono tra le priorità di tutte le istituzioni europee. In particolare, se la presidenza tedesca si è trovata nel pieno della pandemia e degli accordi complessi da negoziare (recovery fund, bilancio pluriennale, Brexit), la presidenza portoghese si concentrerà sul superamento della pandemia di Covid-19 e sulla distribuzione dei fondi europei, promuovendo altresì un’UE innovativa e solidale, con i valori della convergenza e della coesione. “Ottimo incontro per il passaggio del testimone della presidenza di turno del Consiglio Ue con la cancelliera Angela Merkel. Abbiamo concordato sull’importanza di mantenere un alto tasso di vaccinazioni e mettere in campo gli strumenti per la ripresa economica e sociale” ha scritto il premier portoghese su Twitter, riaffermando la vicinanza di intenti con la Germania. Il Portogallo dovrà anche vigilare sul rispetto delle norme ambientali e del Green Deal europeo, soprattutto nell’ambito della ripresa economica degli Stati membri. La ripresa economica si vuole, invero, far conciliare in toto con la sostenibilità socio-ambientale, in modo del tutto fedele alla posizione politica del premier portoghese, ex segretario del Partito socialista. Quanto alla Brexit, tema molto caldo a Bruxelles, l’ambasciatore portoghese presso l’Ue ha affermato che tutti si augurano “che l’Eurocamera approvi l’accordo post Brexit il prima possibile, nell’ambito di uno spirito di leale cooperazione con il Parlamento europeo”.

La visita di Charles Michel a Lisbona

Lunedì 4 gennaio sono iniziati i lavori della presidenza portoghese con la prima riunione di coordinamento Coreper, al fine di preparare la settimana di lavoro mentre, il giorno seguente, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è recato in visita a Lisbona per l’avvio del semestre portoghese. “Questi sono tempi difficili, ma possiamo uscirne più forti solo se combattiamo il Covid insieme e uniamo i percorsi di ripresa economica”, ha scritto Michel su Twitter a proposito. L’incontro di lavoro è stato poi seguito da una breve visita al monastero di Jeronimos, dove nel 1985 è stato firmato il Trattato di adesione del Portogallo all’allora Comunità economica europea.

Il Portogallo rimarrà in carica fino al 30 giugno 2021, dopodiché la presidenza del Consiglio dell’UE passerà alla Slovenia, il terzo dei tre paesi protagonisti nel 2020-2021.

USA, Assalto al Campidoglio

AMERICHE di

I sostenitori di Trump assaltano il Campidoglio.     Una delle giornate più drammatiche, più tristi e più terrificanti della mia (non breve) vita farà sì che il ricordo dell’Epifania del 2021 resterà indelebile nella mia mente finché vivrò. Eppure dovrò dire grazie alla televisione, e in particolare alla CNN, che con le sue dirette ha permesso a me come a decine e forse centinaia di milioni di persone nel mondo, di essere testimoni di un evento storico. Un evento che, se non l’avessimo visto in tempo reale e poi rivisto nei suoi momenti salienti, si sarebbe stentato a credere vero. Almeno del tutto vero. A leggerlo, in una cronaca del giorno dopo, avremmo forse pensato a una esagerazione del cronista di turno, sempre combattuto tra il voler esibire una prosa scabra alla Hemingway e il desiderio di mostrare al lettore che lui/lei sul posto a rischiare la pelle ci stava davvero; spesso in bilico tra l’understatement e l’aggettivo reboante, tra piccole, umane, quotidiane miserie e la loro reificazione. 

     Mi pare persino troppo ovvio dover precisare che sto parlando di quello che doveva essere l’atto finale della già sciagurata presidenza Trump. La conta dei voti elettorali al Congresso e il ballottaggio finale in Georgia, per stabilire se – come tutto lasciava indicare – i democratici, sebbene di stretta misura, con i voti della Georgia avevano ottenuto la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Insomma, se non ci avesse messo mano Clio, la Musa della Storia, ieri affetta da improvvido protagonismo, sarebbe stata solo la trentesima (letteralmente) volta che il presidente uscente tentava di sovvertire l’esito delle elezioni di novembre scorso e che per la trentesima volta le sue mene avevano fatto fiasco. Trump, masticando amaro, sarebbe finalmente uscito dalla Casa Bianca (forse parzialmente blindato contro sanzioni penali federali, forse auto perdonato, forse no) e, naturalmente mentendo, perché non credo che possa crederci neanche lui, avrebbe detto ai “suoi” di prepararsi ad accompagnarlo in forze, tra quattro anni, per tornare a guidare la superpotenza. Magari chissà, affiancato da una nuova Prima Signora, là dove Signora è una semplice traduzione letterale. Qualcuno, un po’ per celia e un po’ per non morire (di noia), avrebbe anche provato a rendere “rosicone” in inglese. Io, che di quella lingua non sono ignaro, avrei azzardato “grudger”, che rende il senso del termine romanesco.

     Invece il presidente uscente ha fatto l’ennesimo discorso incendiario e sebbene smentito anche dai principali esponenti del suo partito ha ribadito la fola dei brogli, le false accuse al partito democratico, la sicurezza di avere ottenuto alle urne l’elezione per il secondo mandato. Dopo il discorso Trump si è ritirato, piazzandosi di fronte al televisore per vedere gli effetti devastanti della sua concione. Ma a quel punto la vecchia Clio ha voluto trasformare la commedia “noire” in un dramma, che speriamo non diventi tragedia, dalla potenziale portata planetaria. La TV ci ha così mostrato cose che nessuno avrebbe mai neanche pensato di poter vedere. Un assalto in piena regola contro il Congresso, con tanto di scalata (riuscita) al muro di cinta del Campidoglio, sfondamento di porte e finestre, violazione dei sacri penetrali del potere. Un individuo, naturalmente fiero di farsi riprendere e forse stanco di sparacchiarsi selfieautocelebrativi, è stato immortalato mentre troneggiante si era seduto alla scrivania di Nancy Pelosi, la speaker della Camera. Altri due, senza tanti complimenti, sono saliti con le scarpe sul candido divano della ottantenne signora, appena confermata per la quarta volta all’importante carica di presidente. 

     Scene così si erano viste varie volte in momenti difficili della vita nazionale americana, ma non certo nel massimo centro di potere del mondo. Questo tipo di disordini hanno sempre investito quartieri marginali di qualche fetida periferia ai margini delle più oscure province Usa, con masse di straccioni facinorosi, quasi tutti chicanose afro-americani frustrati dalla marginalizzazione; cento e più anni fa al loro posto ci sarebbero stati irlandesi, ebrei, italiani, insomma la crème de crème del lumpenproletariatpre-crisi del ’29. Questa volta no. A dare l’assalto a Capitol Hill c’erano praticamente solo bianchi suprematisti, alcuni, i patrioti più accesi, inalberanti stendardi ispirati alle vecchie bandiere sudiste; e siccome con la Patria e la Famiglia anche Dio non guasta, a quelle bandiere erano uniti anche grandi cartelli inneggianti alla potestà di Cristo; i famosi Jesus freaks, che con le aste di quei cartelli e stendardi hanno poi scardinato porte e finestre, ferendo poliziotti e addetti alla sicurezza del Parlamento. Erano quasi tutti wasp, con rare eccezioni di messicani di successo, ovviamente classisti e ostili verso i connazionali più sfortunati, i sans-papierche Trump ama tanto chiudere in animaleschi recinti e tenere alla larga mediante alti muri, anche se quasi solo sulla carta, visto che il progetto della mega barriera nel Texas l’ha solo iniziato e non portato avanti per mancanza di fondi. In trasferta dalla Florida non mancavano un po’ di gusanos, i cubani scappati da Cuba, nostalgici dei tempi pre-castristi (che ovviamente non hanno mai conosciuto) anche loro quasi tutti strenui sostenitori della più bieca destra repubblicana. Alle 18, mezzanotte in Italia, nel centro della capitale è stato imposto il coprifuoco. 

     La CNN, che inizialmente aveva parlato di “dimostranti” e “mob” (folla tumultuante) a un certo punto ha cominciato una escalation semantica, usando termini come “sommossa” e “saccheggio”, in un crescendo di espressioni di incredulo sconcerto, inusuali per il solitamente pacato giornalismo anglosassone anche in periodi di guerra, culminate dalla definizione “insurrezione contro lo Stato”, applicata più volte nei confronti dello stesso Trump. Una donna, colpita al petto da colpi di arma da fuoco, in serata è morta: si tratta di  una sostenitrice di Donald Trump,  Ashli Babbit. Il bilancio delle vittime,  nell’ora in cui scriviamo, secondo quanto riferisce la polizia di Washington DC, è di quattro morti, 52 arresti e numerosi i feriti, tra i quali parecchi agenti. Alla marcia sul Campidoglio “Save America” hanno partecipato circa 45.000 persone. La polizia ha anche confermato che sono stati rinvenuti ordigni esplosivi sia davanti al quartier generale della Dnc (Democratic National Convention), sia davanti alla Rnc (Republican National Convention).

Prima che intervenisse la Guardia Nazionale di Washington e accorressero rinforzi anche dalla vicina Virginia, si sono visti sparuti agenti in borghese con le pistole spianate tenere a bada gruppi di scalmanati che volevano commettere ulteriori effrazioni. Alla fine il presidente eletto Joe Biden ha pronunciato un discorso fermo nei contenuti ma pacificatore e assai pacato (anche troppo, data la situazione).Dopo un po’, resosi conto che la situazione gli era sfuggita di mano, anche Trump ha fatto una breve comparsa sugli schermi televisivi, invitando la sua gente a ritirarsi ma ribadendo, ancora una volta col solito linguaggio rudimentale, di essere stato vittima di un colossale broglio elettorale. Questa volta, però, potrebbe pagare un prezzo ben più alto che la rielezione.

Carlo Giacobbe

CARLO GIACOBBE

Carlo Gicobbe

Carlo Giacobbe,per l’Ansa ha vissuto come corrispondente, finché è stato in servizio, in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico, paesi dai quali ha fatto anche l’inviato, particolarmente nell’America centrale e nel Caribe. Per la maggiore agenzia italiana ha seguito fatti memorabili come la morte di Sadat, la prima guerra del Golfo o il primo viaggio di un Papa nella Cuba di Fidel Castro. 

Con Maia Sandu la Moldova si riorienta a Ovest

EST EUROPA di

Il 24 dicembre Maia Sandu ha giurato come Presidente della Repubblica di Moldova. L’esponente del Partito di Azione e Solidarietà è stata eletta lo scorso 15 novembre dopo aver vinto il ballottaggio con il Presidente uscente Igor Dodon, capo e fondatore del Partito Socialista Moldavo. Maia Sandu è stata economista alla Banca Mondiale, ha ricoperto l’incarico di Primo Ministro per circa cinque mesi nel 2019 ed è stata eletta al ballottaggio con un margine di circa 15punti su Dodon. I due si erano sfidati anche nel 2016, quando al ballottaggio in quel caso Dodon aveva vinto con distacco del 5%. Al ballottaggio hanno partecipato più del 50% degli elettori, in netto aumento rispetto al primo turno. Generalmente l’affluenza alle elezioni nei paesi dell’Est Europa è molto bassa, ma queste ultime consultazioni avevano un significato particolare: Dodon è vicinissimo a Mosca e capo del partito al quale appartiene il Primo Ministro in carica (Ion Chicu); Mandu invece è la leader di un partito che attualmente ha 15 seggi in parlamento, è pro-occidente anche per formazione culturale, come evidenziato dall’ analista Vladimir Socor. La consultazione era considerata cruciale per le scelte in politica estera, fino ad oggi filorussa, che il paese dovrà fare nei prossimi anni. Continue reading “Con Maia Sandu la Moldova si riorienta a Ovest” »

Dopo 13 anni termina UNAMID, la missione di pace ONU in Darfur

AFRICA di

La missione di pace congiunta delle Nazioni Unite e dell’Unione africana, nota come UNAMID, da 13 anni attiva nella regione del Darfur, in Sudan, è stata dichiarata conclusa giovedì 31 dicembre. Dal primo gennaio 2021 è dunque iniziato il ritiro graduale dei circa 8.000 membri della missione, tra personale militare, civile e di polizia, che si protrarrà durante un arco temporale di sei mesi.

La fine della missione, originariamente avviata dal 2007, è stata decretata la scorsa settimana dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, attraverso l’adozione unanime della risoluzione 2559 che, oltre a sancire il termine di UNAMID, lascia al governo di transizione del Sudan il compito di mantenere la pace e la sicurezza nel Darfur.

Dal 2003 la regione in questione è stata teatro di un sanguinoso conflitto civile che affonda le sue radici nella storica avversione tra la popolazione nera originaria della regione e quella nomade, di origine araba. Un’avversione che risale a tempi arcaici, ma che dal 1956- anno dell’indipendenza del Sudan- è andata crescendo fino ad arrivare al 2003. E’ in questo anno che nascono le milizie Janjawid, militanti islamisti reclutati tra i nomadi arabi – noti come baggara- che nel giro di poco tempo, potendo contare sul consenso non dichiarato di Khartoum, avviarono una vera e propria carneficina ai danni della popolazione nera originaria del Darfur. Si formeranno allora l’esercito di liberazione del Sudan ed il Movimento per l’Uguaglianza, le due principali forze di opposizione ai Janjawid. Dal 2003, secondo le stime dell’Onu, sono morte in combattimento oltre 300mila persone, mentre quelle sfollate sfiorano i tre milioni.

Attraverso la risoluzione 1769 del 31 luglio 2007, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò, sulla base di quanto previsto dal Capitolo VII della Carta Onu, la costituzione della missione ibrida UNAMID (African Union-United Nations Hybrid Operation in Darfur), nell’intento di sostenere il processo di pace nella regione. Nel corso di questi anni, il termine della missione è stato prorogato più volte dal Consiglio di Sicurezza, l’ultima nel giugno scorso, parallelamente alla stesura di un progetto per la creazione di una nuova missione integrata di assistenza alla transizione nel Paese. L’obiettivo è dunque quello di evitare il verificarsi di un “vuoto di sicurezza”, all’interno di una regione in cui continuano ad operare diversi gruppi di milizie.

La nuova missione, nota come  UNITAMS (United Nations Integrated Transition Assistance Mission in Sudan), è stata quindi istituita con la risoluzione 2524 per un periodo iniziale di 12 mesi, con il mandato di assistere il processo di transizione del Paese africano verso una governance democratica, sostenendo, al contempo, la protezione e la promozione dei diritti umani.

Deal! L’accordo sulle relazioni future tra Regno Unito e Unione europea

EUROPA di

Dopo quasi un anno di negoziati, scadenze disattese e posticipate, alla Vigilia di Natale, l’accordo sui futuri rapporti tra Regno Unito ed Unione europea è finalmente arrivato.  L’accordo garantirà alle due parti la possibilità di continuare a scambiare le merci senza l’imposizione di dazi e quote, nonché di proseguire la cooperazione su questioni di polizia e sicurezza, cambiamento climatico, energia e trasporti. Si tratta del più grande accordo commerciale bilaterale firmato da entrambe le parti, nonché dell’ultima intesa necessaria al completamento di una Brexit “ordinata” ed entrerà in vigore il 1° gennaio 2021, quando il Regno Unito concluderà l’uscita dall’Unione Europea, dando fine al processo iniziato con il referendum del 23 giugno 2016. Tuttavia, l’accordo pone altresì fine alla libera circolazione tra le due parti oltre a determinare l’uscita britannica da molti programmi europei, tra cui il programma di studio Erasmus+. Un Brexit Deal che evita il peggio, cioè l’uscita del Regno Unito senza accordo, ma crea pur sempre due mercati separati, per quanto interconnessi.

Il raggiungimento dell’accordo

Il 24 dicembre, quando ormai l’hard Brexit-vale a dire l’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo-sembrava essere vicina, l’Unione Europea e il Regno Unito hanno trovato un compromesso sull’accordo relativo alle relazioni future che entrerà in vigore il 1° gennaio 2021, quando il Regno Unito concluderà le fasi del recesso dall’Unione Europea. L’accordo sulle relazioni future rappresenta l’ultimo passo per completare una Brexit “ordinata”, dopo l’intesa sul recesso raggiunta nell’ottobre 2019 ed entrata in vigore lo scorso 1° febbraio.

L’accordo permetterà alle due parti di continuare a scambiare merci senza l’imposizione di dazi – quindi non si dovrà pagare quando le merci attraverseranno i rispettivi confini – né di quote – cioè non vi saranno limiti sulle quantità di beni commerciati – inoltre consentirà di proseguire la cooperazione già esistente in alcuni settori come polizia e sicurezza, cambiamento climatico, energia e trasporti. L’intesa offrirà, inoltre, alle aziende britanniche ed europee un accesso preferenziale al mercato della controparte rispetto alle regole minime stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Michel Barnier, Capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, ha dichiarato: “Siamo giunti al termine di quattro anni molto intensi, in particolare per quanto riguarda gli ultimi nove mesi durante i quali abbiamo negoziato il recesso ordinato del Regno Unito dall’UE e un partenariato completamente nuovo, che abbiamo finalmente concordato oggi. La protezione dei nostri interessi è stata la nostra preoccupazione principale durante tutti questi negoziati e sono lieto di quanto abbiamo conseguito. Spetta ora al Parlamento europeo e al Consiglio pronunciarsi su questo accordo”. “Deal is done”, l’accordo è fatto: così Boris Johnson, dal canto suo, ha confermato l’intesa raggiunta con l’Ue sul dopo Brexit sul suo account Twitter.

Le questioni più discusse

Le trattative tra Unione europea e Regno Unito sono durate circa otto mesi: sono state ostacolate dalla pandemia da Covid-19 – entrambi i capi negoziatori sono stati contagiati in primavera – e rese particolarmente complesse dall’ampia distanza tra le posizioni delle due parti su alcune questioni cruciali. Nel dettaglio, le principali questioni sul tavolo dei negoziati sono state il cosiddetto level playing field, vale a dire le regole per impedire che nel medio-lungo termine le aziende britanniche possano fare concorrenza sleale a quelle europee, il meccanismo di risoluzione per eventuali controversie e l’accesso dei pescatori europei alle acque britanniche.

Quanto all’ultimo punto – una questione di ridotta importanza economica ma di grande valore simbolico e politico sia per il Regno Unito che per alcuni Stati membri dell’UE come Francia, Danimarca e Paesi Bassi – si è trovato un accordo che prevede, nei prossimi cinque anni e mezzo, una riduzione del 25% del pesce pescato dalle imbarcazioni europee in acque britanniche. Il Regno Unito aveva inizialmente chiesto una riduzione di gran lunga maggiore (tra il 60 e l’80%) e in tempi più rapidi (tre anni) ma ha dovuto ridimensionare le sue pretese per il raggiungimento di un’intesa. Secondo l’associazione di categoria dei pescatori britannici, nel periodo di transizione che durerà fino al 2026, la quota di pesce pescato dalle imbarcazioni europee dovrà essere ridotta del 15% nel primo anno e poi per 2,5 % ogni anno successivo fino ad arrivare al 25 % nel 2025.

Sul cosiddetto level playing field Regno Unito e Unione europea hanno concordato un livello minimo di standard ambientale, sociale e sui diritti dei lavoratori da rispettare. L’accordo prevede la possibilità di intervenire nel caso in cui una delle due parti ritenga che l’altra stia praticando concorrenza sleale. Di qui la terza questione cruciale, il punto più importante che è stato oggetto di contesa negli ultimi mesi, vale a dire la governance dell’accordo e dunque il meccanismo di risoluzione per eventuali controversie: ai sensi del compromesso raggiunto le misure adottate per ristabilire la giusta concorrenza saranno valutate in un arbitrato entro 30 giorni dalla loro approvazione, con eventuali compensazioni nel caso in cui le misure venissero giudicate eccessive o ingiuste.

La fine della libera circolazione e del programma Erasmus +

L’aver raggiunto un’intesa sulle relazioni future tra Regno Unito ed Unione europea non significa che i cittadini britannici ed europei potranno agire come prima. Per quanto riguarda la libertà di movimento, i cittadini britannici non potranno più lavorare, studiare, iniziare un’attività o vivere negli Stati membri dell’Unione Europea liberamente e dovranno richiedere visti per soggiorni superiori ai 90 giorni. L’accordo stabilisce altresì la fine della libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea nel Regno Unito, punto indicato dal governo britannico come uno dei vantaggi della Brexit.

Il governo britannico, inoltre, non parteciperà più al programma di studio Erasmus+. A tal proposito il Primo Ministro Johnson ha dichiarato che il programma verrà sostituito con un altro, chiamato “Turing Scheme”, dal nome del matematico Alan Turing, il quale consentirà agli studenti del Regno Unito di studiare nelle università europee e nelle «migliori università del mondo». Il Regno Unito uscirà inoltre da molti altri programmi europei, come Galileo, il sistema di satelliti europeo che permette una maggiore precisione nell’utilizzo della tecnologia GPS.

I prossimi step

Data la portata dell’accordo, il più grande accordo commerciale bilaterale firmato da entrambe le parti, nei prossimi mesi il testo sarà presumibilmente ancora oggetto di micro-negoziati per risolvere questioni lasciate aperte.

Quanto ai prossimi step, prima di produrre definitivamente effetti giuridici, l’accordo dovrà ora essere approvato da tutte le parti interessate per poi, salvo sorprese, dare avvio alla concretizzazione della Brexit.

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Francesca Scalpelli
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