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Francia, un uomo ha accoltellato i passanti a Romans sur Isère

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In pieno confinamento per combattere il coronavirus e in una Francia troppe volte colpita dal terrore, sabato 4 aprile, a Romans-sur-Isère, un comune a sud di Lione, un uomo ha ucciso due passanti e ne ha feriti altri cinque al grido di “Allah Akbar”. Quattro feriti sono in gravi condizioni. Secondo quanto si è appreso, l’attentatore è Abdallah Ahmed-Osman, un uomo di 33 anni con status di rifugiato in Francia dal 2017.

Il tragico evento

La Francia è attualmente bloccata a causa della pandemia coronavirus e le persone sono autorizzate ad uscire solo per acquistare i generi di prima necessità o per l’esercizio fisico. D’altro canto, il Paese è in allerta dal 2015, quando Parigi è stata colpita da una serie di attacchi attribuiti allo Stato islamico.

Sabato mattina, a Romans-sur-Isère, un uomo è entrato con un coltello in una tabaccheria, colpendo il titolare e successivamente sua moglie, accorsa in sua difesa. L’uomo è poi entrato in una macelleria e, impadronendosi di un altro coltello, l’ha usato prima contro un cliente e poi ha attaccato altre persone in strada, tra cui alcune in fila per acquistare il pane in una boulangerie.

Il proprietario della macelleria, Ludovic Breyton, ha testimoniato: “Ha preso un coltello, è saltato sul bancone e ha pugnalato un cliente, poi è fuggito. Mia moglie ha cercato di aiutare la vittima, ma invano”.

All’arrivo della polizia l’uomo si è inginocchiato e si è fatto arrestare senza opporre resistenza: stava pregando e l’unica cosa chiesta agli agenti che lo hanno fermato è stata “Uccidetemi”.

“Un atto efferato che semina lutto in un momento in cui la Francia è già messa a dura prova”, ha twittato il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, promettendo piena luce sull’atto odioso.

Le indagini in corso

Secondo gli inquirenti l’uomo non risultava schedato o pregiudicato. Dopo poche ore dal tragico evento, è giunto sul posto il Ministro dell’interno, Christophe Castaner, il quale di primo impatto ha dichiarato: “quest’uomo ha avviato un percorso terrorista”. Successivamente il Ministro si è corretto spiegando che spetterà alla Procura antiterrorismo pronunciarsi sulla natura e sull’eventuale carattere terroristico.

Nessun dubbio sulla matrice dell’aggressione per Marine Le Pen, la quale ha parlato di “attentato islamista” prendendosela con il governo di Macron, che, a sua detta, deve “smetterla di svuotare le carceri e i centri di accoglienza”.

Oltre alla Polizia giudiziaria di Lione, la sous-direction anti-terroriste (SDAT) e la Direction générale de la sécurité intérieure (DGSI) sono state investite dell’indagine.

Il Parquet National Antiterroriste (PNAT), in un comunicato stampa, ha annunciato di aprire un’indagine per “omicidi connessi a un’organizzazione terroristica”. I primi elementi dell’indagine “hanno evidenziato un percorso omicida finalizzato a disturbare gravemente l’ordine pubblico attraverso l’intimidazione o il terrore”, ha dichiarato PNAT, aggiungendo che durante una perquisizione nella sua casa sono stati trovati “documenti scritti a mano con connotazioni religiose in cui l’autore si lamenta in particolare di vivere in un paese di miscredenti”. Le analisi dei suoi dispositivi telefonici ed informatici sono ancora in corso.

In totale, tre uomini di nazionalità sudanese sono attualmente in custodia di polizia: oltre all’ autore dell’attacco ed un secondo uomo presentato come “uno dei suoi conoscenti”, vi è “un giovane sudanese che viveva nella stessa casa”.

Polemiche e solidarietà

Il 6 aprile, sul canale televisivo TF1, Nicolas Canteloup, umorista e imitatore francese, ha provocato l’indignazione della sindaca di Romans-sur-Isère evocando l’attacco di due giorni prima: “È un dramma ma ciò ha permesso di far capire alla gente di Isère che non si dovrebbe uscire per strada e rimanere a casa …” ha dichiarato l’umorista. Marie-Hélène Thoraval ha, pertanto, reagito affermando: “Sono indignata per la città, per la sua popolazione, specialmente per le famiglie che sono in lutto, per le famiglie che hanno avuto vittime” aggiungendo che “Non possiamo ridere di tutto”.

Anche sui social network l’affermazione di Nicolas Canteloup è stata ampiamente criticata.

Oltre alle polemiche vi sono molteplici manifestazioni di solidarietà. Un’ iniziativa nella regione di Parigi ne è la prova: ogni sera, nel dipartimento di Hauts-de-Seine, viene proiettato un messaggio di supporto per gli operatori sanitari sulla facciata di un edificio. Lunedì sera, sono stati proiettati i volti di Julien Vinson e di Thierry Nivon, vittime dell’attacco a Romans-sur-Isère. L’autore è un residente di Clichy che vuole rimanere anonimo: ogni sera alle 20:00 prende parte, a modo suo, all’omaggio ed alla solidarietà della popolazione francese, proiettando dalla sua finestra con un videoproiettore da soggiorno. “Questi crimini riguardano tutti noi” queste le sue parole.

Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria condannate dalla Corte di giustizia dell’UE

EUROPA di

La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha condannato la Repubblica Ceca, la Polonia e l’Ungheria affermando che i tre paesi Visegrad non hanno rispettato i loro obblighi nei confronti dell’UE poiché non si sono adeguate al meccanismo di ricollocamento dei migranti richiedenti asilo creato nel 2015. La Corte di giustizia ha risposto così al ricorso presentato dalla Commissione europea nei confronti dei tre Stati membri.

Il ricorso della Commissione

La Commissione dell’Unione Europea si è rivolta alla Corte di Lussemburgo presentando il ricorso contro la Repubblica Ceca, la Polonia e l’Ungheria, con l’accusa di inadempimento di alcune decisioni del Consiglio. In particolare, i paesi si sono rifiutati di ospitare la loro quota di rifugiati assegnata loro per alleggerire l’onere dei paesi di Grecia e Italia, a seguito del picco di arrivi dal 2015. Il Consiglio, il 22 settembre 2015, ha adottato una decisione per ricollocare su base obbligatoria 120.000 richiedenti di protezione internazionale. Inoltre, la Corte considera la Polonia e la Repubblica ceca anche colpevoli di non aver adempiuto ai propri obblighi ai sensi di una precedente decisione del Consiglio, quella del 14 settembre dello stesso anno, nei confronti di 40.000 migranti richiedenti asilo. Dopo l’adozione di queste decisioni, la Polonia aveva indicato di poter ricollocare rapidamente nel suo territorio 100 persone, ma non diede mai seguito a questa decisione. L’Ungheria invece, non aveva indicato alcun numero di persone da accogliere. Quanto alla Repubblica Ceca, aveva dichiarato di poter ricollocare nel proprio paese 50 persone: di queste, solo 12 sono state effettivamente ricollocate dalla Grecia.

La decisione della Corte

Giovedì 2 aprile, la Corte di giustizia dell’UE ha condannato la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca per essersi rifiutate di conformarsi al meccanismo creato nel 2015, di fatto venendo meno ad un obbligo europeo. I tre paesi non si sono conformati a quanto previsto dal meccanismo e concordato dal Consiglio. In particolare, per quanto riguarda la Repubblica Ceca, la Corte ha dichiarato che ha mancato di indicare, almeno ogni tre mesi, il numero di richiedenti che era in grado di ricollocare rapidamente nel suo territorio, venendo meno agli obblighi previsti; ciò ha impedito all’Italia e alla Grecia di individuare i singoli richiedenti che potevano essere ricollocati nella Repubblica ceca, condannandola come richiesto dalla Commissione.
Per questi motivi, la Corte ha accolto i ricorsi presentati dalla Commissione europea ed ha stabilito che i tre Stati “non possono invocare né le loro responsabilità in materia di mantenimento dell’ordine pubblico e di salvaguardia della sicurezza interna, né il presunto malfunzionamento del meccanismo di ricollocamento per sottrarsi all’applicazione del meccanismo stesso”. È necessario quindi che i paesi si conformino alla sentenza.
Tuttavia, un portavoce della Commissione europea, rispondendo alle domande dell’ANSA, ha dichiarato che “Con la scadenza di entrambe le decisioni sui ricollocamenti, non c’è modo per rimediare all’infrazione”, ma ha aggiunto “la decisione è però importante perché fa chiarezza sulla responsabilità degli Stati membri, e guiderà il lavoro dell’Esecutivo Ue per il futuro”. “La priorità della Commissione europea ora è presentare il nuovo Patto su asilo e migrazione. La sentenza della Corte Ue chiarisce che il principio di solidarietà e di giusta condivisione della responsabilità tra gli Stati membri, secondo i Trattati, governa la politica di asilo dell’Ue” ha concluso.

La reazione della Repubblica Ceca

Non si è fatta attendere la risposta della Repubblica Ceca, che considera “irrilevante” la sentenza della Corte di giustizia, proprio alla luce del fatto che ora non c’è modo di rimediare all’infrazione. Nonostante la sentenza della Corte, per il primo ministro ceco Andrej Babiš è essenziale il fatto che la Repubblica ceca non potrà essere obbligata ad accettare i richiedenti asilo in questione poiché nel frattempo il sistema delle quote è scaduto. Secondo lui, è quindi poco importante che i tre paesi di Visegrad non abbiano vinto il caso giudiziario. Il primo ministro ha dichiarato “Abbiamo perso la disputa, ma questo non è importante. L’importante è che non dobbiamo pagare qualcosa. Di solito, la corte chiede un risarcimento per il procedimento” aggiungendo “il punto è che non accetteremo alcun migrante e che le quote sono scadute nel frattempo”. È intervenuto anche il ministro degli Interni, Jan Hamáček, che ha fatto leva sul cambiamento della situazione: “La decisione della corte risponde agli eventi accaduti qualche anno fa. Sto prendendo in considerazione il verdetto, ma senza ulteriori conseguenze”. Infine, Marian Jurečka, leader del Partito popolare, ha sottolineato che la Corte UE non ha tenuto conto di altre misure con cui la Repubblica ceca ha contribuito a risolvere la crisi migratoria. Ad esempio, il Paese è stato sempre attivo a sostegno dei campi profughi. “La Repubblica Ceca ha sicuramente provato a mostrare solidarietà e ad aiutare a risolvere la situazione, senza mettere in pericolo la propria sicurezza”, ha aggiunto Jurečka.

L’Unione Europea tra Covid-19 e rifugiati: un nuovo pacchetto di aiuti nel fondo in risposta alla crisi siriana

EUROPA di

Il 31 marzo, l’UE ha approvato 239 milioni di euro di aiuti nel contesto della pandemia di coronavirus, ma al fine di rafforzare la resilienza nei paesi limitrofi che ospitano i rifugiati siriani. Nell’ambito del fondo fiduciario alla crisi siriana e alla luce degli ultimi sviluppi, l’Unione Europea aiuterà i paesi ospitanti a rispondere meglio alle sfide sanitarie e garantirà ulteriori risorse alle persone più vulnerabili nella regione.

Il contesto

Istituito nel 2014, il fondo fiduciario regionale dell’Unione europea in risposta alla crisi siriana rappresenta un aspetto importante della politica di sostegno dell’UE per aiutare i rifugiati siriani e i paesi vicino alla Siria. Tale fondo ha come obiettivo rafforzare la politica integrata dell’UE in materia di aiuti in situazioni di crisi, agendo sulla base della resilienza a lungo termine e sulla necessità di maggior autosufficienza dei rifugiati siriani. Altro obiettivo è quello di allentare le pressioni che hanno le comunità ospitanti e sulle loro amministrazioni in paesi come Iraq, Giordania, Libano e Turchia. Si occupano dell’istruzione di base e dei servizi di protezione dei minori rifugiati, di formazione e di istruzione superiore, ma anche del miglioramento dell’accesso all’assistenza sanitaria e alle infrastrutture idriche.

Il pacchetto di assistenza

Il pacchetto di assistenza per gli aiuti è stato adottato dal comitato esecutivo del fondo fiduciario, composto dai rappresentanti della Commissione europea, degli Stati membri dell’UE, di Regno Unito e Turchia. Molto importanti sono anche gli osservatori: i deputati del Parlamento europeo ma soprattutto, i rappresentanti dell’Iraq, della Giordania, del Libano, della Banca mondiale e del fondo fiduciario per la ripresa siriana.

È stato stabilito un pacchetto di aiuti composto da diverse azioni, per un totale di 239 milioni di euro. 100 milioni di euro sono destinati a migliorare la resilienza delle famiglie vulnerabili locali e dei rifugiati siriani, oltre che a contribuire alla creazione di reti di sicurezza sociale sostenibili in Libano. 57,5 milioni di euro serviranno a rafforzare l’istruzione pubblica in Libano, affinché il sistema possa assicurare un’istruzione inclusiva e di qualità ai minori vulnerabili del luogo e ai minori siriani rifugiati nel paese. Con 27,5 milioni di euro si contribuirà ad offrire un’istruzione di qualità, equa e inclusiva ai rifugiati siriani nei campi in Giordania. 22 milioni di euro contribuiranno a rafforzare il sistema sanitario in Giordania, compresa la prevenzione e la gestione delle malattie e con l’assistenza sanitaria di base. 11 milioni di euro sono invece a favore dell’emancipazione femminile e di un miglior accesso delle donne, le locali e le rifugiate, alle opportunità di sostentamento in Giordania. 10,5 milioni di euro sono a sostegno di sistemi, politiche e servizi sostenibili e di qualità per la protezione dei minori in Libano, a beneficio di ragazzi, donne e ragazze. Infine, sono previsti 10 milioni di euro al fine di migliorare le condizioni di vita e di alloggio dei rimpatriati vulnerabili, così da coadiuvare gli sforzi di pace in Iraq, nell’area del Ninewa occidentale.

Questo nuovo pacchetto di aiuti fa salire ad oltre 2 miliardi di euro l’importo del fondo, provenienti dal bilancio dell’UE, dai contributi di 21 Stati membri, del Regno Unito e della Turchia: si tratta del doppio dell’obiettivo iniziale previsto dal fondo, nato per portare avanti azioni concrete nella regione, di cui beneficiano tanto i rifugiati quanto i paesi che li ospitano. In totale, grazie a questo nuovo pacchetto di misure, il fondo ha mobilitato oltre 900 milioni di euro per il Libano, oltre 500 milioni di euro sia per la Giordania che per la Turchia e oltre 160 milioni di euro per l’Iraq.

Le dichiarazioni

L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, nonché Vicepresidente della Commissione europea, Josep Borrel, ha affermato che “l’Unione europea resta al fianco dei rifugiati siriani e dei paesi limitrofi che li ospitano” anche dopo dieci anni dall’inizio della crisi siriana. “Non solo per far fronte alle sfide più pressanti, compresa la pandemia di coronavirus – continua Borrel – ma anche per costruire il loro futuro”. L’Unione europea continuerà ad appoggiare gli sforzi delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di trovare una soluzione politica globale al conflitto siriano, mobilitare il sostegno finanziario di cui necessitano i paesi destinatari del pacchetto e fornire una piattaforma unica per il dialogo con la società civile. “In tale contesto l’UE organizzerà quest’anno la quarta conferenza di Bruxelles ‘Sostenere il futuro della Siria e della regione’” ha concluso l’Alto rappresentante.

Importante è stato anche l’intervento di Olivér Várhelyi, Commissario responsabile per la Politica di vicinato e l’allargamento, che ha evidenziato l’importanza del pacchetto alla luce dell’attuale pandemia. “Il pacchetto di quasi 240 milioni di euro si concentra particolarmente su settori essenziali per le popolazioni vulnerabili quali l’assistenza sociale, la sanità, l’istruzione e la protezione dei minori. Contribuirà a rendere più resilienti coloro che vivono già situazioni difficili perché possano affrontare meglio le molteplici sfide connesse al coronavirus”, ha affermato. L’assistenza dell’Unione europea mostra forte solidarietà alle popolazioni più vulnerabili che si trovano in circostanze di difficoltà già abitualmente, e che vengono messi ulteriormente alla prova dalla pandemia di coronavirus.

La Commissione europea lancia il fondo SURE: 100 miliardi di euro contro la disoccupazione

EUROPA di

La Commissione europea ha lanciato il fondo SURE- Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency- stanziando 100 miliardi di euro per mitigare i rischi di disoccupazione dovuti all’emergenza del Covid-19. Il fondo è progettato per aiutare gli Stati membri a proteggere i lavori ed i lavoratori e servirà a finanziare le casse integrazioni nazionali o schemi simili di protezione.

 Il fondo “SURE”

Il Covid-19 sta mettendo alla prova l’Unione europea. La profondità e l’ampiezza dell’attuale crisi richiede una risposta senza precedenti.

Nelle scorse settimane la Commissione ha agito per fornire agli Stati membri flessibilità, al fine di sostenere finanziariamente i sistemi sanitari, le imprese ed i lavoratori, mobilitando le sue risorse per proteggere i cittadini europei. Salvare vite umane e sostenere i mezzi di sussistenza in questi tempi di crisi acuta risulta essere fondamentale.

La risposta al Covid-19 è stata incrementata attraverso l’istituzione di uno strumento di solidarietà da 100 miliardi di euro, finalizzato ad aiutare i lavoratori e le imprese. Si tratta del fondo SURE – Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency- il quale fornirà assistenza finanziaria, sotto forma di prestiti concessi, a condizioni favorevoli, dall’UE agli Stati membri, fino a un totale di 100 miliardi di euro. I prestiti saranno sostenuti da un sistema di garanzie volontarie degli Stati membri impegnati nell’UE. Tutti gli Stati membri potranno farne uso, ma sarà di particolare importanza per i più colpiti dalla pandemia.

 Questi prestiti aiuteranno gli Stati membri ad affrontare gli improvvisi aumenti della spesa pubblica, per preservare l’occupazione. Nello specifico, questi prestiti aiuteranno a coprire i costi direttamente collegati alla creazione o all’estensione di programmi nazionali di lavoro a tempo ridotto ed altre misure analoghe messe in atto per i lavoratori autonomi in risposta all’attuale pandemia di coronavirus.

I regimi di lavoro a breve termine sono programmi che, in determinate circostanze, consentono alle imprese in difficoltà economiche di ridurre temporaneamente le ore di lavoro dei propri dipendenti, i quali ricevono un sostegno al reddito pubblico per le ore non lavorate. Schemi simili si applicano per la sostituzione del reddito per i lavoratori autonomi.

Molte aziende in difficoltà sono costrette, infatti, a sospendere temporaneamente o ridurre sostanzialmente le loro attività e l’orario di lavoro dei loro dipendenti. Evitando inutili licenziamenti, i programmi di lavoro a breve termine possono far sì che uno shock temporaneo non abbia conseguenze negative più gravi e di lunga durata sull’economia e sul mercato del lavoro negli Stati membri. Ciò aiuta a sostenere i redditi delle famiglie, a preservare la capacità produttiva, il capitale umano delle imprese e l’economia nel suo insieme.

 L’iter da seguire

A seguito di una richiesta di assistenza finanziaria da parte di uno Stato membro, la Commissione consulterà lo Stato interessato per verificare l’entità dell’aumento della spesa pubblica direttamente correlata alla creazione o all’estensione di regimi di lavoro a breve termine e misure simili. Questa consultazione aiuterà la Commissione a valutare correttamente le condizioni del prestito, compresi l’importo, la durata media massima, i prezzi e le modalità tecniche di attuazione. Sulla base della consultazione, la Commissione presenterà una proposta di decisione al Consiglio per fornire assistenza finanziaria. Una volta approvato, l’assistenza finanziaria assumerà la forma di un prestito dell’Unione europea allo Stato membro che richiede il sostegno.

Il fondo SURE è di natura temporanea: la sua durata e portata sono limitate ad affrontare le conseguenze della pandemia di coronavirus, non è preclusa in alcun modo l’istituzione di un futuro regime permanente.

 Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen

Il prossimo bilancio UE 2021-2027 “dovrebbe essere il nostro piano Marshall perchè la Ue possa avere un ruolo cruciale per la ripresa economica” ha dichiarato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. In questa crisi, ha aggiunto, “faranno la differenza solo le risposte più forti”.

La Presidente dell’esecutivo europeo ha, inoltre, indirizzato una lettera agli italiani, pubblicata dal quotidiano Repubblica: “L’Italia è stata colpita dal coronavirus più di ogni altro Paese europeo. Siamo testimoni dell’inimmaginabile. Migliaia di persone sottratte all’amore dei loro cari. Medici in lacrime nelle corsie degli ospedali, col volto affondato nelle mani. Un Paese intero – e quasi un intero continente – chiuso per quarantena. Ma il Paese colpito più duramente, l’Italia, è diventato anche la più grande fonte di ispirazione per noi tutti. Migliaia di italiani – personale medico e volontari – hanno risposto alla chiamata del governo e sono accorsi ad aiutare le regioni più colpite”- ha dichiarato- “Oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia. Purtroppo non è stato sempre così. Bisogna riconoscere che nei primi giorni della crisi, di fronte al bisogno di una risposta comune europea, in troppi hanno pensato solo ai problemi di casa propria”.

“Preferiremmo tutti vivere tempi più facili. Ma oggi quello che possiamo decidere è come reagire. Ho in mente un’Europa fondata sulla solidarietà – la nostra più grande speranza e il nostro investimento in un futuro comune” ha concluso la von der Leyen.

Israele: l’accordo per il governo d’emergenza e il possibile vaccino

Questa mattina il ministro della salute israeliano Yaakov Litzman ha annunciato tramite un comunicato ministeriale che nell’ultima giornata si è registrato il maggiore aumento di casi di contagio nel paese; nelle ultime 24 ore infatti il numero di contagiati è salito di 760 casi, per un totale di 6.200 pazienti e 30 morti. 

Come evidenziano i dati Gerusalemme è la città più colpita, ma ciò che suscita interesse è il fatto che il secondo focolaio più grande del paese stia a Bnei Brak, una città di 185mila cittadini abitata prevalentemente dalla comunità haredi (ortodossa); solo nell’ultima giornata si è registrato un amumento di 159 pazienti affetti dal virus, per un totale di 730 casi. Le varie testate nazionali hanno riportato il fatto con notevole interesse poiché oltre alla cittadina in questione si è rilevato che il virus ha maggiore contagio in altre zone a prevalenza ortodossa, tant’è che l’esecutivo stesso sta valutando se decretare una quarantena differenziata per questi bacini, per via della reticenza delle comunità ortodosse a seguire le disposizioni sanitarie.
In un’ottica più ampia Israele è il secondo paese del Medio Oriente per contagi dopo l’Iran, dove il virus ha impattato fortemente e sta portando la Repubblica Islamica a dichiarare un’emergenza sanitaria disastrosa; tuttavia Gerusalemme sta dando notevoli risposte alla crisi pandemica sul piano politico e tecnologico, le quali se concretizzate potrebbero rinsaldare il ruolo di leadership nel quadrante medio-orientale.
Difatti in questa settimana i due partiti che da ormai più di un anno si contendono la guida del paese, ovvero il Likud di Netanyahu e il Blu e Bianco di Gantz, dovrebbero concludere un accordo per spartirsi l’esecutivo e formare un governo di coalizione per fronteggiare l’emergenza sanitaria. In virtù dell’accordo i rispettivi leader divideranno nell’arco della legislatura la carica di premier e, a meno di imprevisti, Netanyahu, che guiderà il governo nella prima fase, finirà la sua carriera politica nel 2021, allo scadere dei 18 mesi previsti; dall’altra parte Benny Gantz in attesa di succedere al capo di Likud è stato già eletto presidente della Knesset il 26 marzo, con l’appoggio compatto dei parlamentari di Likud e successivamente, alla ratifica dell’accordo per il nuovo esecutivo, dovrebbe essere investito della carica di ministro della Difesa.
Sembrerebbe quest’evento una vera svolta per Israele in quanto tre consultazioni elettorali, la prima il 9 aprile dell’anno passato, non sono riuscite a dare al paese una leadership, tenendo in sospeso alcuni temi; ciononostante il nuovo governo di unità nazionale, secondo le indiscrezioni riportate dai media israeliani, dovrebbe essere costituito al solo scopo di far fronte all’emergenza e quindi difficilmente lavorerà sulle annose questioni che da anni affliggono Israele, come i rapporti con la Palestina o la questione della Cisgiordania. Sul fronte interno l’azione comune dei due leader ha creato non pochi scontenti nelle rispettive file, soprattutto sul versante Blu e Bianco. Il neo partito, fondato un anno fa a seguito di una coalizione elettorale fra i partiti Resilienza per Israele del generale Gantz e Yesh Atid del giornalista Yair Lapid, sta subendo una sorta di fuoriuscita da parte dell’ala più progressista, facente capo a quest’ultimo.
“Abbiamo formato Blu e Bianco per offrire un’alternativa al popolo israeliano, un partito centrista decente, onesto e basato su dei valori. I risultati delle elezioni hanno dimostrato che il paese aveva bisogno di un’alternativa, che è necessaria quanto l’aria, ma Benny Gantz oggi ha deciso di strisciare nel nuovo governo di Netanyahu, una decisione deludente. Questo non è un governo di unità, è un nuovo governo di Netanyahu. Gantz si è arreso e si è unito con il blocco estremista-ortodosso” ha detto Lapid lo stesso giorno dell’investitura di Gantz a capo della Knesset, aggiungendo che il suo blocco, quello ex-Yesh Atid, ha presentato la richiesta per fuoriuscire dalla coalizione e tornare a fare opposizione assieme al gruppo Telem e altri di sinistra.
Più in generale questo è il prezzo che ha dovuto pagare Gantz per unirsi nel governo con Likud; a sua difesa l’ex generale ha capito che tornare per la quarta volta a elezioni senza che vi sia stato un reale cambiamento avrebbe potuto rivelarsi il punto di non ritorno politicamente parlando, visto che il Likud negli ultimi sondaggi veniva dato in crescita, e che le ultime tre tornate elettorali sono costate allo stato circa due miliardi di dollari. D’altronde questa decisione ha spaccato in due il partito che in un anno era riuscito ad essere una seria alternativa al premier più intaccabile della storia di Israele, complice l’ampio spazio politico che è riuscito a ottenere nei momenti di opposizione: come per il Movimento 5 Stelle in Italia, Blu e Bianco non ha una definita posizione sulla tradizionale linea di lettura sinistra-destra, occupa un posto centrale e per certi versi è a metà tra il conservatorismo, una caratteristica diffusa nella politica israeliana, e il secolarismo-progressista in chiave anti-ortodossa (nelle posizioni di vertice), si è spesso detto a favore di un’apertura al dialogo con i partiti di sinistra mantenendo però una certa diffidenza verso le liste a maggioranza araba, ma soprattutto ha sempre avuto una continua avversione contro Benjamin Netanyahu, più volte definito dallo stesso Gantz un despota disonesto, paragonandolo ad Erdogan.
Nel frattempo, a margine di queste ultime vicende politiche, Israele si sta rendendo protagonista nel mondo per la sua ricerca contro il COVID-19. Secondo quanto riferito dal dott. Chen Katz, capo del dipartimento di biotecnologia del Migal Galilee Research Institute, l’istituto potrebbe presto trovare il vaccino contro il virus, in quanto già da quattro anni il Migal si sta concentrando sulla ricerca per un vaccino contro la famiglia dei coronavirus come la SARS e il MERS. Il vaccino dovrebbe consistere in una proteina e presto potrebbe arrivare, tuttavia anche se ultimato bisognerà aspettare i risultati di alcuni test e le pratiche d’ufficio prima di metterlo a disposizione; per questo il Migal sta cercando un partner disposto a snellire l’iter burocratico.

Francia, lo stato del Covid-19 tra l’avvio dell’Operazione Resilienza e le dichiarazioni di Macron

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Il Covid-19 continua a colpire duramente lo Stato francese. Il 25 marzo, Emmanuel Macron ha annunciato, a Mulhouse, il lancio dell’“Operazione resilienza”: una missione sanitaria e logistica, affidata all’esercito. Due giorni dopo, il 27 marzo, il Primo Ministro francese, Edouard Philippe, ha annunciato l’estensione del periodo di applicazione delle misure restrittive, imposte dallo scorso 17 marzo: le misure saranno prolungate-almeno-fino al 15 aprile, non cesseranno, dunque, a fine marzo, come era stato inizialmente annunciato dal Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Quest’ultimo, ha accettato di rispondere alle domande formulate da alcune testate giornalistiche italiane, invocando una solidarietà europea nella gestione dell’emergenza.

“Operazione resilienza”

Inventato dagli psichiatri, il concetto di resilienza è ora utilizzato per battezzare una nuova missione dell’esercito francese. Sulla strada per l’ospedale militare di Mulhouse (Alto Reno), colpito duramente dalla pandemia, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha annunciato l’Operazione chiamata “Resilienza”. Ai militari verrà affidata una triplice missione: salute, logistica e protezione, come sintetizzato dal Ministero delle forze armate.

L’ Operazione sarà interamente dedicata ad aiutare e sostenere la popolazione ed i servizi pubblici per affrontare l’emergenza, nella Francia continentale e nei territori di oltremare.

La direzione spetta al Capo dello stato maggiore, il Generale François Lecointre. Il 58enne ha avuto molte esperienze operative: nella Repubblica Centrafricana nel 1989, durante la Guerra del Golfo nel 1991, in Somalia nel 1993, in Gabon e poi in Ruanda nel 1994 ed a Sarajevo nel 1995.

L’Operazione sarà gestita sette giorni su sette dal Centro di pianificazione e gestione delle operazioni (CPCO), situato nei locali del Ministero delle Forze armate, a Balard, nel 15 ° arrondissement di Parigi. I militari non saranno responsabili dell’applicazione delle misure di contenimento della popolazione, ma potranno, di volta in volta, proteggere edifici o siti sensibili, come assicura il Ministro delle Forze armate, Florence Parly. “Gli eserciti non intendono emettere contravvenzioni in caso di inosservanza del confinamento (…) ma vi sono luoghi in cui sono immagazzinati attrezzature mediche, medicine e respiratori. Questi sono luoghi di importanza vitale. Proteggerli da possibili furti, che abbiamo visto moltiplicarsi negli ultimi giorni, è assolutamente essenziale”, ha dichiarato il Ministro. L’esercito verrà anche mobilitato per operazioni sanitarie e logistiche nelle zone di oltremare con meno risorse rispetto alla Francia continentale, dove il virus si sta propagando velocemente.

 

Le forze armate francesi sono state mobilitate dal 18 marzo per rimpatriare per via aerea 18 pazienti dall’Alsazia, 12 dalla Corsica in barca, nonché per installare una struttura ospedaliera dotata di 30 letti di rianimazione a Mulhouse: questi sforzi, tuttavia, prima dell’avvio dell’Operazione, sono stati fatti in ordine disperso. Avere un comando chiaro è positivo in termini di coordinamento e coerenza generale, guadagnando enormemente in velocità ed efficienza.

Tuttavia, regna l’incognita sul numero effettivo di uomini mobilitati. “Il nostro obiettivo è quello di essere in grado di soddisfare le esigenze espresse dalle prefetture regionali, che sollevano le richieste dei prefetti del dipartimento o delle agenzie sanitarie regionali”, ha affermato il Colonnello Frédéric Barbry, portavoce del Capo di Stato maggiore. “I numeri mobilitati dipenderanno dalle esigenze e quindi varieranno nel tempo” ha aggiunto.

Vi è chi mette in guardia da “aspettative non realistiche” e ritiene che manchino attrezzature e personale, sostenendo che lo strumento di difesa francese, nel 2020, non è più pensato per un’operazione nazionale di soccorso in caso di calamità. Il servizio sanitario militare ha subito, infatti, brutali tagli al bilancio negli ultimi vent’anni. All’inizio della crisi del coronavirus, un funzionario della difesa, interrogato su possibili rinforzi da impiegare, rispose: “Non li abbiamo”.

L’intervista a Macron

Il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha accettato di rispondere ad una serie di domande scritte dal “Corriere della Sera”, “la Repubblica” e “La Stampa”, nella sua prima intervista a media stranieri da quando è cominciata l’emergenza sanitaria, e nel momento cruciale in cui l’Europa si divide sulla risposta da dare all’emergenza. “Con Giuseppe Conte, Pedro Sánchez e altri sei capi di Stato e di governo abbiamo indirizzato, prima del Consiglio, una lettera a Charles Michel per inviare un messaggio chiaro: non supereremo questa crisi senza una solidarietà europea forte, a livello sanitario e di bilancio. Questo è il punto di partenza. Gli strumenti vengono in seguito e dobbiamo essere aperti: può trattarsi di una capacità di indebitamento comune, oppure di un aumento del bilancio Ue per permettere un sostegno reale ai Paesi più colpiti da questa crisi”- ha dichiarato il Presidente francese -“Preferisco un’Europa che accetti divergenze e dibattiti piuttosto che un’unità di facciata che conduce all’immobilismo. Se l’Europa può morire, è nel non agire. Come Giuseppe Conte, non voglio un’Europa del minimo comune denominatore. Il momento è storico: la Francia si batterà per un’ Europa della solidarietà, della sovranità e dell’avvenire”.

Sul tema del futuro dello spazio europeo senza frontiere Macron ha, poi, affermato “Dobbiamo fare tutto il possibile per fermare la diffusione del virus, ma sempre agendo da europei: coordinare le nostre misure sanitarie, chiudere le nostre frontiere esterne per evitare di esportare e di importare nuovamente il virus, mantenere il più possibile le nostre frontiere interne aperte per lasciar passare i lavoratori e i beni essenziali, dare prova di una solidarietà finanziaria e, domani, ridurre la dipendenza dell’Europa nei settori produttivi strategici, come le medicine e le attrezzature mediche. So che gli italiani e i francesi condividono questa battaglia e questa speranza nell’Europa”.

Repubblica Ceca, al via la prova pilota della “smart quarantine” nella Moravia meridionale

EUROPA di

L’emergenza del Covid-19 coinvolge ormai l’intero continente europeo: la sfida comune è quella di riuscire a contenere il più possibile la diffusione del coronavirus e di mantenere basso il numero dei contagi. In Repubblica Ceca, sin da subito sono state prese importanti misure di contenimento, prorogate di recente fino all’11 aprile. Inoltre, la regione della Moravia meridionale ha iniziato a testare la “Smart quarantine”, la quarantena intelligente, sottoponendo a controlli più stringenti i positivi al Covid-19.

La Smart Quarantine

Il test del nuovo sistema per contenere la diffusione del coronavirus – la cosiddetta quarantena intelligente – è iniziato lunedì nella regione della Moravia meridionale, con capoluogo Brno. Per identificare e isolare le persone infette dal nuovo coronavirus, i dati provenienti dagli operatori mobili e dalle banche (tramite pagamenti con carte bancarie) saranno forniti all’Autorità regionale per l’igiene per tenere traccia dei loro movimenti e delle persone con cui sono stati in contatto, purché le persone positive abbiano dato il loro consenso a essere rintracciati. La smart quarantine è l’insieme di una serie di diverse misure separate che mirano a isolare le persone a rischio di infezione da coronavirus il più rapidamente possibile. Tra le misure vi sono test rapidi dei pazienti, tracciabilità accurata e completa dei loro possibili contatti nei giorni precedenti, quarantena rapida di persone potenzialmente infette, disinfestazione di punti chiave (i cosiddetti hot-spot), test controllati su persone in quarantena e assistenza medica adeguata alle condizioni del paziente. Il governatore della regione, Bohumil Šimek, ha affermato: “Durante questa settimana, le singole misure del sistema volte a identificare e isolare quelle persone potenzialmente infette dal nuovo coronavirus COVID-19 saranno gradualmente messe in pratica dall’Autorità regionale per l’igiene e dall’intera regione”. Inoltre, il governatore ha aggiunto “considero il fatto che la Regione della Moravia meridionale sia stata scelta come pilota di questo progetto come segno di apprezzamento per il lavoro svolto dalla nostra Autorità regionale per l’igiene e per l’alta qualità e la cooperazione esemplare di tutti gli elementi del Sistema integrato di salvataggio della Moravia meridionale”.

Come funziona tecnicamente

Entro tre giorni a partire da lunedì 30, verranno rintracciati tutti i contatti delle persone contagiate e disinfettati gli hot-spot. La quarantena intelligente monitorerà i movimenti di ogni persona contagiata nei cinque giorni precedenti. Coloro che risultano positivi al test descriveranno quindi chi hanno incontrato e dove all’Autorità regionale per l’igiene, e con queste informazioni sarà progettata una mappa, così da tener sotto controllo l’intera rete di persone coinvolte. L’implementazione sarà supervisionata da Roman Prymula, il viceministro della sanità. A questo punto, entro i successivi tre giorni, tutti coloro che sono entrati in contatto con la persona positiva verranno contattati. “Gli sarà richiesta una quarantena a breve termine”, ha spiegato Prymula. Inoltre, un team medico dell’esercito ceco prenderà a campione tra questi contatti delle persone che verranno sottoposte al tampone per il Covid-19.

Vista la complessità dell’attuazione del progetto, le singole misure saranno gradualmente introdotte nella regione durante tutta questa settimana. L’obiettivo è di mettere a punto il sistema prima nella Moravia meridionale, in modo che sia completamente pronto per l’implementazione in tutta la Repubblica Ceca nel prossimo futuro. Secondo quanto previsto dal governo, “tutti i dati dovranno essere definitivamente cancellati dopo che la ricerca è stata completata”, ha affermato Ondřej Tomáš, uno degli sviluppatori di sistema; inoltre, sempre a tutela della privacy dei cittadini cechi, solo gli epidemiologi potranno accedere ai dati.

Le misure nel resto del Paese

Oltre a questo nuovo sistema, la Repubblica ceca ha prorogato le misure di quarantena fino all’11 aprile alle ore 6:00 del mattino, ha dichiarato alla stampa locale il primo ministro ceco Andrej Babiš. In precedenza, le misure di quarantena erano valide fino al 1° aprile, ma vista la situazione si è optato per una proroga. Tutti i pub, i ristoranti e la maggior parte dei negozi devono rimanere chiusi, con l’eccezione di negozi di alimentari, farmacie e altre attività essenziali. Le limitazioni alla libera circolazione che sono state estese includono il divieto di viaggiare, con le sole eccezioni per il lavoro, la famiglia e alcune altre circostanze: le visite necessarie per i familiari in difficoltà, gli spostamenti per acquisire beni essenziali, gli spostamenti verso le strutture sanitarie e di servizi sociali, per aiutare vicini di casa in gravi situazioni o uscire all’aria aperta – nei parchi e nei giardini – rimanendo ben a distanza da altre persone. Quest’ultima eccezione, tuttavia, è oggetto di molti dibattiti: ai residenti viene generalmente chiesto di rimanere al chiuso, se possibile; infatti, pur non essendoci un divieto di uscita, le foto degli affollati parchi di Praga durante il fine settimana sono state ampiamente criticate. Inoltre, tutti i residenti sono tenuti ad indossare una maschera in qualsiasi momento quando sono all’esterno o negli spazi pubblici e mantenere una distanza di due metri dagli altri. In caso contrario, potranno ricevere una multa di 20.000 corone.

UE-Libia: dopo Sophia, ai blocchi di partenza la nuova Operazione Irene

AFRICA di

Oggi 31 marzo 2020 volge al termine il mandato della missione europea nel Mediterraneo EuNavForMed, meglio conosciuta come Operazione Sophia. Il suo posto verrà preso da una nuova missione da attuare a largo delle coste libiche, nota come Operazione Irene.

Il “semaforo verde” alla nuova operazione è stato concesso lo scorso 26 marzo a Bruxelles, nel corso di una riunione del Comitato dei Rappresentanti Permanenti (COREPER). L’accordo raggiunto ha di fatto confermato e ratificato quanto deciso a gennaio dai Ministri degli esteri UE, generalmente favorevoli a superare la missione Sophia e le sue contraddizioni. Questa era stata avviata nel 2015 con l’obiettivo di far rispettare l’embargo sulle armi decretato con lo scoppio della guerra in Libia nel 2011, contrastando al tempo stesso il traffico di esseri umani.

I forti dubbi sull’effettivo raggiungimento di questi obiettivi, nonché l’assenza prolungata di una componente navale, hanno spinto numerosi Stati UE ad opporsi ad un ripristino della missione. Una tendenza al superamento di Sophia, in realtà, era già sorta all’indomani della Conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso. In quell’occasione è stato infatti approvato un piano di 55 punti in cui, tra le altre cose, è stato previsto un monitoraggio europeo sull’embargo di armi e sul cessate il fuoco in Libia.

 

Il timore più diffuso, espresso soprattutto da Ungheria ed Austria, è che il dispiegamento di mezzi navali nel Mediterraneo potrebbe nuovamente tramutarsi in un “pull-factor” per i flussi migratori.

Il compromesso trovato lo scorso 26 marzo tra i governi dei 27, non era quindi affatto scontato. Lo stesso Josep Borrell, Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, pochi giorni fa ammetteva l’esistenza di uno stallo nelle trattative, puntando al raggiungimento di un’intesa in sede di Coreper entro il 31 marzo, data di cessazione della missione Sophia.

 

La nuova missione Irene vedrà l’impiego di mezzi navali, aerei e satellitari con l’obiettivo monitorare sull’embargo di armi in Libia. A differenza di Sophia, che riguardava la totalità delle coste libiche, Irene opererà solo nelle acque ad Est della Libia, principale punto di arrivo dei carichi di armamenti. Questo assetto navale preverrebbe quindi la trasformazione della Missione UE in fattore di richiamo per le partenze dei migranti, le quali si concentrano maggiormente ad ovest.

È in ogni caso prevista la possibilità di un’interruzione delle attività navali nel caso la missione venga nuovamente a delinearsi come un “pull-factor” per i flussi migratori.

L’intesa raggiunta il 26 marzo scorso, necessita ora del vaglio dei singoli Stati membri. L’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Di Maio, nei giorni scorsi si è detta indisponibile ad accogliere le navi della nuova missione nei propri porti, in virtù dell’emergenza Covid-19 che il nostro Paese sta affrontando. La Grecia, dal canto suo, ha accettato di accogliere eventuali migranti salvati nelle sue acque, mentre altri governi europei hanno concordati di contribuire a coprire i costi portuali, per evitare ulteriori pressioni finanziarie su Atene.

Missili Houthi intercettati su Riad

MEDIO ORIENTE di

I ribelli yemeniti ignorano la richiesta di tregua del segretario generale delle Nazioni Unite

L’Arabia Saudita ha intercettato due missili balistici lanciati sabato sera dai ribelli sciiti Houthi dello Yemen contro il suo territorio, ha annunciato un portavoce militare nella giornata di domenica. Uno dei due razzi è stato distrutto sopra la capitale, Riad, dove l’esplosione ha causato preoccupazione ai residenti e ferito due persone.  L’attacco arriva solo tre giorni dopo che entrambe le parti in guerra avevano ricevuto “positivamente” la richiesta da parte delle Nazioni Unite di una tregua immediata per limitare la diffusione del coronavirus.

“Due civili sono stati feriti dalla caduta dei resti del missile intercettato dopo l’esplosione in aria in un quartiere residenziale”, ha dichiarato il tenente colonnello Mohammed al Hammadi, portavoce della difesa civile nella provincia di Riad, citato dall’agenzia statale SPA. Un secondo razzo ha colpito la città di Jizan, situata nel sud-ovest del paese, in una regione di confine con lo Yemen, secondo le informazioni riferite dal colonnello Turki al Maiki, portavoce della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita contro gli Houthi. I ribelli hanno rivendicato la responsabilità dell’attacco.

Poco prima di mezzanotte, alcuni dei 7,5 milioni di abitanti della capitale saudita hanno segnalato, anche attraverso i social media, le varie esplosioni con immagini e video che mostravano i possibili missili: molta la paura e lo spavento. Riad, come altre grandi città saudite, è sotto un severo coprifuoco per contrastare la diffusione della pandemia che ha già causato 8 morti quasi 1300 casi positivi confermati.

L’Arabia Saudita ha espresso il suo sostegno all’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per un immediato cessate-il-fuoco in Yemen, nella cui guerra è intervenuta cinque anni fa, sostenendo il governo di Abd Rabbo Mansour Hadi, ma soprattutto con l’obiettivo di limitare ciò che era vista come una crescente influenza iraniana nella zona attraverso gli Houthi. Da allora, i ribelli, che fino a quel momento erano privi di capacità missilistica, hanno lanciato centinaia di missili e attacchi con droni contro il territorio saudita. Molti attacchi avevano come obiettivo installazioni militari di frontiera, ma anche civili come l’aeroporto di Abha. L’ultima volta che avevano preso di mira la capitale era stato nel giugno del 2018. Fra i vari attacchi era stato rivendicato anche il bombardamento di impianti petroliferi sauditi che hanno dimezzato la produzione di greggio a settembre dell’anno passato, anche se Riad e i suoi alleati hanno sempre accusato l’Iran.

Senza respingere la proposta di Guterres, gli Houthi, che hanno lanciato un’offensiva sullo Yemen orientale dal mese di gennaio, hanno manifestato una posizione più ambigua: osservare l’atteggiamento del nemico e comportarsi di conseguenza. Gli scontri non sono cessati: da una parte, l’Arabia Saudita ha accusato i ribelli yemeniti di un attacco di droni contro due città del sud; mentre, dall’altra parte, gli Houthi hanno affermato di aver intercettato aerei sauditi su Ma’rib.

La guerra civile in Yemen è iniziata a marzo del 2015, quando i ribelli sciiti hanno iniziato una lotta per il controllo sulle regioni meridionali del paese. Dopo aver conquistato la capitale San’a, si sono dichiarati fedeli all’ex-presidente, Ali Abdullah Saleh, e il governo del presidente  Abd Rabbo Mansour Hadi, sostenuto dalla coalizione a guida saudita che è intervenuta nel conflitto ed è stato riconosciuto anche dalla comunità internazionale, si è ritirato nella città di Aden. La coalizione comprende l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan, il Bahrain, il Kuwait, il Qatar, l’Egitto, il Marocco, la Giordania e il Senegal. I ribelli sciiti Houthi sono sostenuti, invece, dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah.

Di Mario Savina

La strategia russa nell’Artico

ASIA PACIFICO di

Il mondo sta affrontando gli effetti allarmanti e dirompenti del Coronavirus, dimostrando non soltanto che paesi lontani, come l’Iran, l’Italia, la Cina e la Corea del Sud, possono ritrovarsi accomunati da una stessa minaccia, ma anche che le nazioni sono fondamentalmente impreparate ad affrontare simili sfide. I governi hanno reagito lentamente, prima sottovalutando l’emergenza e cercando di ricorrere ai ripari quando la situazione era ormai peggiorata. Oggi, gli occhi sono tutti puntati su COVID-19 e sul lockdown attuato in diversi paesi. Tuttavia, il COVID-19 è solo una piccola parte di ciò che sta accadendo nel mondo.

Sebbene l’attenzione sia (comprensibilmente) focalizzata sulla diffusione del virus e sulle misure per contenimento del fenomeno, altre minacce sono ancora dietro l’angolo: le guerre non si sono fermate, i cambiamenti climatici continuano ad avere effetti su ambiente e società, la rivalità tra paesi e le ambizioni geopolitiche non accennano a diminuire. Concentriamoci su quest’ultimo discorso. Concentriamoci sulla nazione che ancora oggi è considerata una delle principali minacce alla stabilità europea e mondiale: la Russia.

Il 5 marzo, il Cremlino ha consegnato la sua ultima strategia per l’Artico, ricordando al mondo che la Russia non intende rinunciare al ruolo di grande potenza, bensì intende estendere le sue ambizioni e proteggere i suoi interessi anche nella regione artica. “On the Basics of State Policy of the Russian Federation in the Arctic for the Perioduntil 2035” è, dunque, il titolo del decreto firmato dal presidente Vladimir Putin, che delinea i piani russi per industrializzare e sfruttare le risorse energetiche abbondantemente presenti nella regione.

L’attenzione nei confronti dell’Artico è sensibilmente aumentata negli ultimi anni. Le temperature nell’Artico stanno crescendo ad un ritmo più veloce rispetto ad altre regioni del mondo. Questo fenomeno sta trasformando il paesaggio, con effetti non trascurabili sui ghiacciai, il permafrost e la copertura nevosa, aprendo così nuove opportunità in termini di logistica e rotte marittime, di risorse energetiche e di attività militari. Di conseguenza, la regione è diventata rapidamente un nuovo teatro per lo scontro tra le grandi potenze.

Gli interessi della Russia sono molteplici: popolazione, rotte marittime, risorse economiche e, chiaramente, possibilità di sfruttare il territorio per aumentare il proprio potere a livello geopolitico.

In primis, la popolazione russa nella regione artica conta circa 2 milioni di persone, circa la metà delle persone che vivono nell’intero Artico. Questo fattore offre una motivazione immediata alla Russia per puntare gli occhi sull’area: proteggere la propria popolazione in loco assicurandole un’alta qualità della vita è presentato tra i motivi per gli interventi economici del paese nel territorio, incluse forme di investimenti ai privati per sviluppare le attività economiche.

In secondo luogo, il progressivo scioglimento dei ghiacciai ha aperto la strada a nuove opportunità nel campo della comunicazione e del trasporto. Le rotte marittime attraverso l’Artico consentirebbero di ridurre i costi di spedizione dall’Asia all’Europa, con circa il 40% di spese in meno rispetto agli attuali costi sostenuti per le rotte attraverso il Canale di Suez. Il fiore all’occhiello della crescita economica della Russia nell’Artico dovrebbe essere proprio la Northen Sea Route (NSR), una rotta di collegamento che si estende dal Mare di Barents allo stretto di Bering, collegando l’Europa ai mercati asiatici. Mosca punta sulla NSR come futura rotta marittima chiave nel commercio mondiale, potenziale alternativa alla rotta attraverso il Canale di Suez, in quanto riduce considerevolmente itempi di transito – dunque i costi – dall’Europa all’Asia orientale. Guardando i dati del volume del trasporto merci lungo la rotta del Mare del Nord si può notare un incremento significativo nel 2019, che registra il passaggio di 31,5 milioni di tonnellate di merci, rispetto ai 19,7 milioni del 2018 e ai 10,7 milioni di tonnellate nel 2017. Tuttavia, non mancano le preoccupazioni per i rischi della navigazione in quest’area: oltre ai tipici rischi di natura economica legati a un nuovo business, il traffico attraverso la rotta artica può comportare rischi di collisione ma anche fuoriuscite accidentali di petrolio, con ripercussioni sull’ambiente. Inoltre, i servizi di salvataggio nella regione sono ancora limitati, le previsioni meteorologiche disponibili non sempre affidabili e le capacità di comunicazione ridotte, ponendo così rischi notevoli alla navigazione. Lo sviluppo del NSR dovrebbe accompagnare la fornitura di infrastrutture e servizi necessari per garantire una navigazione sicura in tutta la regione.

Ma l’Artico è anche una terra fertile di risorse energetiche e materie prime, un ottimo motivo per cui la Russia cerca di affondare i suoi artigli nel territorio. La popolazione mondiale aumenta e le attività industriali richiedono sempre più energia, spingendo i paesi alla costante ricerca di nuove fonti energetiche per garantire il sostentamento della società. L’abbondanza di petrolio, gas e altre risorse rinnovabili (es. acqua, carbonio, energia idroelettrica, ecc.) rende, quindi, l’Artico un territorio attraente: tuttavia, numerose critiche sono già state sollevate circa lo sfruttamento dell’area, in quanto la massiccia industrializzazione della regione potrebbe peggiorare ulteriormente gli effetti del cambiamento climatico. La Russia conduce attività esplorative nell’Artico sin dal 1915 e circa il 20% del PIL russo è generato proprio nell’Artico; è chiaro che nel momento in cui si presentano nuove opportunità nell’area, difficilmente Mosca resta a guardare.

L’Artico è, inoltre, ricco di materie prime, fondamentali per diverse industrie, inclusa quella della difesa. La maggior parte dei paesi occidentali dipende dalla Cina per tali materie prime, garantendo così a Pechino un’importante leva strategica. Avere accesso a materie prime cruciali per molti paesi fornirebbe vantaggi economici e strategici che la Russia ha tutte le intenzioni di sfruttare. Data l’abbondanza di riserve di petrolio, risorse energetiche e materie prime, l’Artico viene, infatti, spesso definito il “Nuovo Golfo”; e si sa, chi primo arriva…

In quarto luogo, una prospettiva militare. La Russia ha investito in modo significativo nelle attività militari nella zona artica sotto la propria giurisdizione, aprendo basi e schierando truppe. Inoltre, con l’aumentare della rivalità tra le grandi potenze mondali, le nazioni sono costantemente alla ricerca di nuovi ambienti in cui poter affermare la propria egemonia. Se in passato abbiamo sperimentato progressivamente la militarizzazione dei domini dell’aria, dello spazio e del cyberspazio, la regione artica è la prossima. Chiunque fosse in grado di fissare la propria bandiera sulterritorione trarrebbe un indubbio vantaggio strategico. E le molteplici esercitazioni militari previste nella regione possono confermare questa idea.

IceResponse 2020, ad esempio, programmata tra il 2 e il 18 marzo, è stata annullato a causa della diffusione di COVID-19. Si trattava di un’esercitazione militare multinazionale che prevedeva la simulazione di scenari di combattimento ad alta intensità in condizioni invernali critiche. L’esercitazione avrebbe visto la partecipazione di forze militari dei paesi della NATO in ottica antirussa. Parallelamente, sul territorio europeo, dovrebbe svolgersi tra aprile e maggio Defender Europa 2020, un’esercitazione militare multinazionale guidato dagli Stati Uniti con il coinvolgimento di paesi dell’Unione Europea e della NATO. L’esercizio militare sta attirando l’attenzione – ma anche le polemiche –circa la presenza di soldati statunitensi in territorio europeo ma anche circa la decisione di procedere con il programma, nonostante la pandemia che sta colpendo l’Europa e il mondo intero. Tuttavia, la diffusione del COVID-19 ha avuto conseguenze anche sull’organizzazione delle operazioni. Vista la situazione, l’Italia, ad esempio, ha deciso di ritirarsi da Defender Europe 2020. Nel frattempo, gli aerei militari russi stanno atterrando in Italia, fornendo unità di decontaminazione e personale medico dell’esercito per supportare la nazione nel gestire l’emergenza del COVID-19.

Inutile dire come tutti questi avvenimenti stiano alimentando teorie del complottoe evidenzino, inevitabilmente, chi sta facendo qualcosa e chi sta voltando le spalle a un alleato e un partner strategico. Nessuna intenzione di puntare il dito o di alimentari tali teorie. Tuttavia, mentre ci occupiamo dell’emergenza Coronavirus, dovremmo probabilmente fare un passo indietro e guardare la  “bigger picture”, perché molto spesso alcuni pezzi del puzzle sono – più o meno volontariamente – trascurati.

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Paola Fratantoni
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