GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI

La Corea del Sud corre ai ripari contro i cambiamenti climatici

ASIA PACIFICO di

Dopo la vittoria elettorale del Partito Democratico della Corea del Sud, il presidente Moon Jae-in ha ridato impulso all’agenda sui cambiamenti climatici, messa in discussione durante il periodo di crisi.

Il presidente ha infatti approvato la politica sui cambiamenti climatici, soprannominata Green New Deal della Corea del Sud, grazie alla fiducia ottenuta dal governo nel mese di marzo.  

Dal nome fortemente evocativo, il “Green New Deal” si ispira alle politiche di lotta al cambiamento climatico dell’Europa e degli Stati Uniti per un’agenda trasformativa verso la sostenibilità ambientale.

Il piano d’azione annunciato dal governo include un investimento su larga scala nelle energie rinnovabili, l’eliminazione graduale delle attività inquinanti e dei finanziamenti sul carbone, una nuova tassa sull’anidride carbonica e un obiettivo di emissioni nette pari a zero entro il 2050.

Questi obiettivi ambiziosi si scontrano tuttavia con una realtà molto meno affascinante. Il paese infatti è attualmente il nono più grande inquinatore di anidride carbonica al mondo, con emissioni di Co2 pari a 11,98 tonnellate per capita (sulla base di una popolazione di 51.225.308 nel 2019), in aumento dello 0,28 rispetto alle 11,70 tonnellate di CO2 registrate nel 2015. *

Nonostante l’impulso verso un’economia più verde, la Corea del Sud non ha ancora aggiornato i suoi sistemi energetici, che fanno affidamento in grande misura sul carbone per circa il 44 per cento del suo fabbisogno energetico attuale. Il settore delle rinnovabili non nucleari, compresi l’eolico e il solare, è sottosviluppato e ha rappresentato meno del 2% della produzione nel 2018.

Le nuove politiche messe in campo dal governo dovranno dunque confrontarsi con infrastrutture e sistemi di produzione di energia rinnovabile inesistenti o arretrati. Peraltro, anche la normativa alla base delle modifiche nel settore energetico, dovrà essere sviluppata e approfondita.

“Raggiungere questi obiettivi per la Corea del Sud sarà un compito più impegnativo rispetto a molte altre nazioni che hanno avviato già da tempo modifiche simili alla loro produzione di energia”, commenta Melissa Brown, direttore di Energy Finance Studies, presso lo Institute for Energy Economics and Financial Analysis.

Gli obiettivi attuali della Corea del Sud nell’ambito dell’accordo di Parigi si incentrano su una riduzione del 37% delle emissioni entro il 2030. Si tratta però di un impegno considerato “altamente insufficiente” (Climate Action Tracker, un consorzio indipendente che segue l’azione del governo sul clima), se si considera che il paese è il quinto importatore di carbone al mondo e il terzo investitore pubblico nelle centrali a carbone d’oltremare.

Brown afferma che le potenti imprese statali della Corea del Sud – in particolare la Korea Electric Power Corporation (KEPCO), che domina il settore energetico nazionale – non hanno saputo recepire i nuovi trend dei mercati energetici globali, che hanno visto l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e l’accelerazione del ritiro di alcune vecchie centrali a carbone. Le vecchie infrastrutture sudcoreane sono ora a rischio di non essere redditizie o di essere dismesse anticipatamente a causa della diversificazione del mercato.

“Accecate dagli enormi ed entusiasmanti cambiamenti tecnologici, le imprese statali non li hanno saputi adattare alle nuove politiche ambientali, e ora si trovano a dover agire velocemente per non essere lasciate indietro.” continua Brown.

Intanto ad essere davvero cambiato in Asia è la percezione dei pericoli climatici. L’Asia non solo non è la regione del negazionismo climatico, ma le persone che vivono ogni giorno le conseguenze di alte concentrazioni di Co2, si sono espresse calorosamente durante le elezioni per un futuro più pulito e più verde.

Ciò avrebbe incoraggiato l’amministrazione Moon ad intraprendere azioni significative e riformatrici nel settore. Infatti, nonostante i persistenti problemi economici della crisi COVID-19, l’agenda del governo non può più ignorare le richieste dei cittadini, non dopo che un’affluenza record di elettori gli ha conferito una rara maggioranza in parlamento.

*http://www.globalcarbonatlas.org/en/CO2-emissions

Geopolitica delle elezioni presidenziali in Iran

MEDIO ORIENTE di

Si stanno svolgendo oggi venerdì 18 giugno 2021 le elezioni presidenziali per decretare chi sarà il successore di Hassan Rouhani in carica negli ultimi otto anni. Le votazioni che eleggeranno il tredicesimo presidente della Repubblica Islamica dell’Iran si svolgono sullo sfondo di una significativa crisi economica e una diffusa sfiducia pubblica nei confronti del governo. Continue reading “Geopolitica delle elezioni presidenziali in Iran” »

Bielorussia, il dirottamento del volo Ryanair e l’arresto di Roman Protasevich

EST EUROPA/EUROPA di

Domenica 23 maggio, le autorità della Bielorussia hanno dirottato un aereo della compagnia Ryanair impegnato nella rotta Atene – Vilnius costringendolo ad atterrare a Minsk, la capitale della Bielorussia, con lo scopo di arrestare un giornalista di opposizione presente in aereo. La compagnia aerea, dopo la deviazione in Bielorussia, ha affermato di aver ricevuto tale ordine a causa di una “potenziale minaccia per la sicurezza a bordo”. Dopo il controllo, tuttavia, non è emersa alcuna minaccia presente in aereo, se non la presenza del giornalista ventiseienne Roman Protasevich, poi portato via dalle autorità in quanto minaccia per la stabilità governativa. Tale gesto ha provocato la reazione di tutto l’occidente, portando l’Unione europea ad introdurre delle sanzioni contro la Bielorussia, insieme al blocco dei voli sul paese dell’Est Europa.

Cosa è successo domenica 23 maggio

Il volo Ryanair FR4978 è partito domenica 23 maggio da Atene per arrivare a Vilnius: a bordo trasportava 6 membri dell’equipaggio e oltre 130 passeggeri, tra i quali figurava il giornalista d’opposizione al regime di Lukashenko, Roman Protasevich, insieme alla sua fidanzata, Sofia Sapega. Durante il viaggio, l’aereo è stato dirottato all’aeroporto nazionale di Minsk mentre era a circa 80km a sud di Vilnius, ma ancora nello spazio aereo bielorusso. Il volo Ryanair è stato affiancato da un jet MIG-29 bielorusso che lo ha costretto a cambiare rotta, deviando di circa 200 km, e all’atterraggio a Minsk, con la scusa di presunti esplosivi a bordo. Tuttavia, una volta atterrato, le autorità bielorusse hanno smentito quanto detto sugli esplosivi ed hanno arrestato e portato via il giornalista e attivista d’opposizione Roman Protasevich, di 26 anni. La motivazione dell’arresto è la seguente: Roman Protasevich era da tempo inserito nella lista dei ricercati in quanto accusato di “attività terroristiche”; anche la fidanzata è stata messa in detenzione.

L’agenzia di stampa ufficiale bielorussa ha affermato che è stato proprio il presidente bielorusso Lukashenko ad ordinare il reindirizzamento del volo a Minsk con un caccia dell’aeronautica per motivi di “potenziale minaccia alla sicurezza”. Oltre al giornalista e alla sua fidanzata, sono stati costretti all’atterraggio anche altri tre passeggeri, agenti dei servizi segreti di sicurezza bielorussi (KGB). L’aereo è stato autorizzato a ripartire da Minsk dopo sette ore, arrivando a Vilnius con otto ore e mezza di ritardo, dopo i controlli di molti agenti di sicurezza bielorussi su tutti i passeggeri.

Chi è Roman Protasevich

Blogger, attivista e giornalista di opposizione di appena 26 anni: Roman Protasevich è stato arrestato, insieme alla sua fidanzata, in quanto accusato di “attività terroristiche” contro quello che è un vero e proprio regime autoritario. Dopo l’arresto, le autorità bielorusse hanno dichiarato di aver portato Protasevich in un centro di detenzione nella capitale bielorussa, in buone condizioni di salute. Dopodiché, è stato messo in circolazione un video in cui il giornalista afferma di essere trattato “con correttezza” e “secondo la legge”, di star bene e di non avere problemi cardiaci. Inoltre, in questo video, Protasevich afferma di aver commesso crimini punibili fino a 15 anni di detenzione. Molti osservatori, guardando il video, hanno notato in primo luogo i segni sul volto e sul collo, quale risultato di una probabile violenza fisica subita in detenzione; in secondo luogo, sembrerebbe trattarsi di un video recitato ad hoc su richiesta delle autorità bielorusse.

Roman Protasevich è considerato una minaccia per la stabilità del paese in quanto è uno dei fondatori del principale organo di informazione indipendente della Bielorussia, Nexta. Si tratta di un vero e proprio punto di riferimento per la stampa libera e indipendente, ed è diventato centrale in particolar modo dopo le elezioni – e le proteste – di agosto 2020. Attraverso il canale Telegram di Nexta, Roman Protasevich ha contribuito all’organizzazione delle più importanti proteste antigovernative svolte in Bielorussia, tra le principali mai viste contro Lukashenko. Come Protasevich stesso ha detto nel video, i suoi capi d’accusa potrebbero portargli fino a 15 anni di carcere e, se davvero fosse incriminato di terrorismo, si potrebbe anche arrivare alla pena di morte.

Le reazioni in UE

Quanto accaduto il 23 maggio ha scosso l’intera Europa: il volo pubblico dirottato per arrestare un giornalista accusato di minaccia alla stabilità e attività terroristiche ha provocato la reazione immediata dei leader europei e di Bruxelles. L’UE ha deciso di introdurre nuove sanzioni economiche contro la Bielorussia procedendo anche con il blocco dei voli: non è permesso volare sopra la Bielorussia e non è permesso alla compagnia di Stato di utilizzare gli aeroporti europei. Il gesto è stato definito “una pirateria aerea” e i leader dei paesi UE, riuniti in sede di Consiglio europeo il giorno seguente, hanno chiesto la liberazione del giornalista bielorusso e della sua compagna. Inoltre, è stata interpellata anche l’ICAO, Organizzazione internazionale per l’aviazione civile, chiedendo un’indagine approfondita.

La presidente della Commissione europea Von der Leyen ha definito l’accaduto “un attacco alla democrazia, un attacco alla libertà di espressione e un attacco alla sovranità europea”, riscuotendo consensi anche oltre oceano, con l’appoggio di Joe Biden. Anche il presidente Michel si è detto contrario, affermando “Non tolleriamo che si giochi alla roulette russa con la vita dei civili”. Per tutta risposta, il ministero degli Esteri bielorusso ha respinto le critiche europee in quanto prive di fondamento poiché, dal suo punto di vista, l’aviazione bielorussa avrebbe agito “in pieno rispetto delle regole internazionali”.

I già delicati rapporti tra l’UE e la Bielorussia potrebbero essersi definitivamente compromessi dopo quest’ultimo attacco alla democrazia e alla libertà, non rendendo affatto semplice un riavvicinamento politico e rendendo la situazione, ancora una volta, del tutto aperta.

Stop alla plastica monouso: gli orientamenti della Commissione europea

EUROPA di

Entro il 3 luglio gli Stati membri dell’Unione europea dovranno garantire che determinati prodotti di plastica monouso non siano più immessi sul mercato dell’UE: a stabilirlo è una direttiva europea che i 27 Stati membri dovranno recepire nei rispettivi ordinamenti nazionali, affinché entri in vigore per la data concordata. Al fine di facilitare un’applicazione corretta e standardizzata delle nuove norme atte a ridurre i rifiuti marini derivanti dalla plastica monouso e dagli attrezzi da pesca, il 31 maggio la Commissione europea ha fornito degli orientamenti che riportano alcune indicazioni fondamentali per il recepimento. L’obiettivo è promuovere la transizione a favore di un’economia circolare basata su modelli, prodotti e materiali innovativi e sostenibili, nel perseguimento degli obiettivi del Green Deal europeo. Non sono mancate, tuttavia, le polemiche delle parti interessate.

Contesto

Oltre l’80% dei rifiuti marini è costituito da plastica. Quest’ultima si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge nell’UE e nel mondo, ponendo un grave rischio per la vita marina e la salute umana nonché per le attività economiche. L’accumulo della plastica danneggia, invero, attività come il turismo, la pesca e la navigazione e crea costi di pulizia e smaltimento.

Nell’ambito del Green Deal europeo, l’UE è impegnata nella promozione di un’economia circolare e di un uso sostenibile della plastica, a favore del riuso e del riciclo, riducendo drasticamente la creazione di rifiuti o inquinamento.

In tale contesto è stata emanata la Direttiva UE 2019/904, provvedimento che per la prima volta vieta la vendita di cotton-fioc, posate, piatti, cannucce, palette, bastoncini per palloncini realizzati in plastica, nonché alcuni contenitori alimentari in polistirolo espanso. I 27 Stati membri hanno l’onere di recepire tale direttiva nei rispettivi ordinamenti nazionali entro il prossimo 3 luglio, pertanto, la Commissione europea, al fine di facilitare un’applicazione corretta e standardizzata delle nuove norme, ha pubblicato alcune linee guida che riportano le indicazioni fondamentali per il recepimento.

Contenuto degli orientamenti

Nel dettaglio, gli orientamenti forniti dalla Commissione europea, maturati attraverso ampie consultazioni con gli Stati membri e le parti interessate, specificano definizioni e termini chiave per garantire un’attuazione coerente in tutta l’Unione.

In particolare, rileva che, ai sensi della direttiva, la definizione di plastica comprende tutti quei materiali costituiti da un polimero a cui possono essere stati aggiunti additivi o altre sostanze, e che possono fungere da componente strutturale principale dei prodotti finali, ad eccezione dei polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente. 

Anche i polimeri plastici biodegradabili e/o a base biologica sono considerati plastica ai sensi della direttiva: attualmente, infatti, non sono disponibili standard tecnici ampiamente condivisi per certificare che uno specifico prodotto sia correttamente biodegradabile nell’ambiente marino in un breve lasso di tempo e senza causare danni all’ambiente.

Per altri prodotti in plastica monouso, come attrezzi da pesca e salviettine umidificate, l’Unione europea ha fissato ulteriori misure di limitazione o riduzione del loro uso attraverso requisiti di etichettatura, schemi di responsabilità estesa del produttore (“principio chi inquina paga”), campagne e standard di progettazione. Nel dettaglio, l’etichettatura di determinati beni dovrà seguire le regole stabilite dal regolamento del 17 dicembre 2020, relativo alle specifiche armonizzate di marcatura sui prodotti di plastica monouso.

Dichiarazioni e proteste in Italia

In occasione della pubblicazione degli orientamenti da parte della Commissione europea, il vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo, Frans Timmermans, ha ribadito che “la riduzione della plastica monouso aiuta a proteggere la salute delle persone e del pianeta. Le norme UE rappresentano una pietra miliare nell’affrontare il problema dei rifiuti marini. Stimolano anche la nascita di modelli di business sostenibili e ci avvicina a un’economia circolare in cui il riutilizzo precede l’usa e getta”.

In Italia non sono mancate le proteste da parte dei rappresentati dei settori industriale e agroalimentare che non condividono il provvedimento adottato dalla Commissione europea. Carlo Bonomi, Presidente di Confindustria, ha dichiarato: “Auspico che il commissario Gentiloni voglia intervenire perché il testo, nella forma attuale, è fortemente pregiudizievole per l’interesse dell’industria italiana”. “Riteniamo fortemente sbagliata l’impostazione sulle bioplastiche compostabili delle linee guida emanate nei giorni scorsi dalla Commissione europea, che invece farebbe bene a seguire il modello italiano, che ha permesso di ridurre i sacchetti per l’asporto merci di quasi il 60% dopo il bando entrato in vigore circa 10 anni fa”. Così Stefano Ciafani, presidente di Legambiente.

Lo stesso Ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha affermato che si tratta di “una direttiva assurda, per la quale va bene solo la plastica che si ricicla. Questo a noi non può andar bene” aggiungendo che “l’Europa ha dato una definizione di plastica stranissima”.

Gli Stati Uniti e il Giappone si preparano all’invasione cinese di Taiwan

ASIA PACIFICO di

Il 16 marzo a Tokyo si è svolto un incontro tra il segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, e la controparte giapponese, Nobuo Kishi, i quali hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in merito alla sicurezza dello Stretto di Taiwan. I due capi della Difesa hanno infatti sollevato la questione di una possibile occupazione da parte della Cina dell’isola di Taiwan, da sempre considerata parte integrante del territorio cinese.

Secondo diversi alti funzionari della difesa statunitense, occupare Taiwan rappresenterebbe la priorità “numero uno” per il governo cinese a causa della posizione strategica dell’isola, ma anche perché “è in gioco il ringiovanimento del Partito Comunista Cinese”.

Tali timori sembrano peraltro giustificati dal tono minaccioso dei media statali cinesi e dal numero crescente di missioni aeree nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan.

D’altro canto, altri esperti ritengono che la valutazione della minaccia cinese elaborata dalle forze armate statunitensi possa invece essere il riflesso del deterioramento delle relazioni sino-statunitensi nel contesto della competizione strategica tra i due paesi.

Bonnie Glaser, direttrice del China Power Project presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS), ritiene infatti che le osservazioni sulla sicurezza di Taiwan non si basano sull’intelligence ma su un’analisi dell’equilibrio militare tra Stati Uniti e Cina.

Peraltro, la Cina aveva già intensificato le sue attività militari intorno all’isola quando Tsai Ing-wen è stato eletto presidente di Taiwan per la prima volta nel 2016.

Dal suo insediamento, Tsai ha professato una politica a favore del mantenimento dello status quo, che però all’estero è associata a una spinta per un’identità taiwanese unica, separata dai suoi legami storici con la Cina. Infatti, mentre i funzionari di Washington lanciano l’allarme su una potenziale invasione cinese di Taiwan, i funzionari e gli abitanti dell’isola credono che piuttosto che iniziare una guerra, Pechino preferirebbe invece “sottomettere il nemico senza combattere”, come insegna l’antico generale e stratega militare cinese Sun Tzu.

“Solo perché Pechino sta manifestando la sua forza militare,” dicono molti taiwanesi, “non significa che abbia intenzione di andare fino in fondo.”

Intanto Taiwan ha modernizzato le sue forze armate, compreso lo sviluppo di nuovi sottomarini e navi da guerra, veicoli blindati e aerei militari, acquistando miliardi di dollari in armi dagli Stati Uniti.

Alla luce di ciò, il Giappone e gli Stati Uniti hanno annunciato nella dichiarazione del 16 Marzo sostegno reciproco nel caso di un’aggressione cinese contro Taiwan, senza specificare il modo in cui i due paesi dovrebbero coordinare la loro risposta di fronte a una tale emergenza.

È storicamente risaputo infatti che la politica del Giappone sulle relazioni Cina-Taiwan è sempre stata quella di astenersi dall’interferire nei loro rapporti, incoraggiando il dialogo per una soluzione pacifica delle tensioni. Resta da vedere come questa politica si sposerà con quella americana.

 

Le pressioni cinesi su Taiwan

Non si può negare che la Cina abbia aumentato la sua influenza su Taiwan, e questa non ha solo carattere militare, ma anche economico. A febbraio, ad esempio, la Cina ha interrotto le importazioni di ananas taiwanesi, affermando che erano stati scoperti organismi nocivi. Solo lo scorso anno il mercato cinese ha rappresentato oltre il 90% delle esportazioni di ananas di Taiwan.

Il presidente Tsai Ing-wen, sostenuto sui social media da Stati Uniti e Canada, ha lanciato una campagna mediatica per acquistare il frutto, nel tentativo di aiutare gli agricoltori e trasformare una potenziale crisi in una vittoria nelle relazioni pubbliche.

Nel frattempo, i rappresentanti dei coltivatori sostengono che il recente divieto di ananas non sia altro che un promemoria del fatto che Taiwan debba ridurre la sua dipendenza economica dalla Cina.

Intanto la Cina si prepara a festeggiare il suo 100 ° anniversario a luglio e terrà il suo 20 ° congresso alla fine del 2022, quando si prevede che Xi Jinping richiederà un terzo mandato senza precedenti. L’occasione, contrassegnata come sempre da discussioni in merito alle ambizioni autocratiche del presidente, potrebbe rendere la minaccia meno acuta.

“Un’invasione totale può portare enormi incertezze e complicare i suoi programmi politici”, riferisce un ex funzionario cinese. Più probabile un intensificarsi della pressione economica di Pechino sull’isola, piuttosto che dar seguito alle minacce militari.

Tensione Marocco-Germania. Rabat richiama ambasciatore a Berlino

AFRICA di

Sale la tensione diplomatica tra Marocco e Germania. Lo scorso 6 maggio, infatti, Rabat ha richiamato il proprio ambasciatore a Berlino per consultazioni, annunciando, in un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri, che la decisione è stata presa a seguito di “atti ostili” perpetrati da Berlino.

Il ruolo degli Usa

La Repubblica federale di Germania ha intensificato atti ostili e azioni che sono dannose per gli interessi superiori del Regno del Marocco”, si legge nel comunicato, nel quale si dichiara che il governo tedesco avrebbe assunto “un atteggiamento negativo” sulla questione del Sahara occidentale, l’area – appartenente a un’ex colonia spagnola – contesa tra Rabat ed il Fronte Polisario, movimento attivo per l’autodeterminazione del territorio. In particolare, si denuncia “l’attivismo antagonista” dimostrato da Berlino a seguito del riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, della sovranità di Rabat sul territorio del Sahara occidentale, in cambio della ripresa delle relazioni tra Marocco ed Israele. L’iniziativa Usa, uno degli ultimi atti di Donald Trump poco prima di lasciare la Casa Bianca, era giunta a ridosso di nuove tensioni e scambi di accuse tra l’esercito marocchino ed il Fronte Polisario per la rottura del cessate il fuoco, in vigore da 29 anni. In quell’occasione, la cancelliera Angela Merkel aveva criticato la scelta dell’ex Presidente Usa, chiedendo una riunione straordinaria a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

I precedenti

Va notato, tuttavia, che le relazioni tra i due Paesi si erano incrinate già all’inizio del mese di marzo, quando il capo della diplomazia marocchina, Nasser Bourita, comunicò la sospensione dei rapporti con l’ambasciata tedesca a Rabat, in segno di protesta contro la posizione di Berlino nella disputa sul Sahara occidentale. Nella comunicazione ufficiale si prevedeva, infatti, la sospensione di “ogni contatto, interazione o azione di cooperazione con l’ambasciata tedesca in Marocco sia con le organizzazioni di cooperazione e le fondazioni politiche ad essa legate”.

A complicare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi è la denuncia, da parte delle autorità marocchine, di presunti atti volti a  “contrastare l’influenza regionale di Rabat” da parte della Germania. Si fa riferimento, in particolare, alla decisione di Berlino di escludere il Marocco da una serie di incontri regionali dedicati al conflitto in Libia, tra cui la nota Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020. In tale occasione, le autorità marocchine avevano rilasciato una dichiarazione esprimendo “profondo stupore” per il mancato invito all’incontro, ribadendo la centralità del Marocco nei diversi “sforzi internazionali per risolvere la crisi libica”. A tal proposito, Rabat aveva ricordato il ruolo chiave assunto nella conclusione dell’accordo di Skhirat, nel 17 dicembre 2015, grazie al quale era stato istituito, sotto l’egida dell’Onu, il Governo di accordo nazionale, e delineata una strada verso la soluzione del conflitto in Libia.

La questione irrisolta del Sahara occidentale

È nella questione relativa alla sovranità sul Sahara Occidentale – ultima colonia europea in Africa, abbandonata dalla Spagna nel 1975 – che vanno rintracciate le principali motivazioni alla base della scelta di Rabat di richiamare il proprio ambasciatore.

La regione, infatti, è da anni occupata militarmente dal Marocco che ritiene le proprie rivendicazioni di sovranità sull’ex colonia spagnola come non negoziabili, nonostante nella regione operi, sin dal 1973, il movimento separatista del Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria. Questo, nel 1976, ha annunciato unilateralmente la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (SADR), intraprendendo una guerriglia per l’indipendenza durata fino al 6 settembre 1991, anno in cui è stato dichiarato un cessate il fuoco, promosso dalla Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO).

Ad oggi, detto referendum di autodeterminazione non ha ancora avuto luogo, complici non solo i conflitti interni, ma soprattutto la difficoltà riscontrata nella formazione delle liste elettorali, a causa dei tentativi, da parte di entrambe le fazioni, di modificare la demografia dell’area per influenzarne i risultati.

 

L’Università Europea di Roma ed il Centro Studi Italia-Canada firmano accordo di collaborazione

AMERICHE/REGIONI di

L’Università Europea di Roma (UER), ateneo a vocazione internazionale in forte crescita fondato nel 2004 nella Capitale, ed il Centro Studi Italia-Canada (CSIC) hanno stipulato un accordo quadro per la collaborazione reciproca in attività di formazione, ricerca e terza missione.

L’obiettivo dell’accordo è lo svolgimento in collaborazione con UER Academy – la scuola di Formazione Continua e Alta Formazione UER – di attività di interesse comune per l’avanzamento della conoscenza e del dialogo tra l’Italia e il Canada. A questo scopo, UER e CSIC si propongono di progettare, realizzare, supportare e promuovere corsi, interventi formativi, workshop, eventi, attività di ricerca e di recruiting.

Le relazioni tra Italia e Canada hanno origini lontane e vedono nella numerosa e attiva comunità italo-canadese il miglior interprete dei sentimenti di amicizia che legano i due Paesi. Negli ultimi 75 anni Canada e Italia hanno seguito percorsi paralleli in ogni settore della vita civile, politica ed economica. Con l’entrata in vigore del CETA gli scambi commerciali, già intensi hanno registrato una costante crescita, in tutti i settori (il settore agro-alimentare, ad esempio, ha registrato negli ultimi dieci anni, una crescita media annuale del 7% portando, in questo comparto, il nostro Paese ad essere il quarto fornitore del Canada a livello globale e il primo tra i Paesi UE) , così come condivise sono le scelte politiche in campo internazionale. Lo sviluppo sostenibile nella sua più ampia accessione, con tutto ciò che ne consegue, rappresenta il trigger comune che segnerà la rotta che Canada e Italia si sono impegnate a seguire. A tutto ciò si aggiungano gli scambi nei settori cultura, arte e società. Con il crescere della entità e qualità delle relazioni cresce l’interesse reciproco e quindi la necessità di studiare e approfondire la comprensione reciproca. Da qui l’interesse di UER e del Centro Studi Italia Canada di approfondire e divulgare i molti temi nei quali si articolano gli stretti rapporti tra i due Paesi.

Dichiara la Prof.ssa Matilde Bini – Direttrice Scientifica Responsabile di UER Academy “Con questo accordo desideriamo cogliere l’opportunità di rafforzare la vocazione internazionale dell’Ateneo, e aprire nuove finestre di conoscenza e di opportunità sulla cultura e l’economia del Canada e in generale del Nord America”.

“Prosegue – Ha dichiarato il Direttore del Centro Studi Italia-Canada, Avv. Paolo Quattrocchi – il nostro impegno per il rafforzamento delle reti di conoscenza attraverso il dialogo con il mondo universitario. Vediamo in questo accordo un ulteriore passo nelle attività di sviluppo di sinergie con partner accademici, per una ulteriore crescita delle attività di didattica e ricerca sui temi d’interesse nelle relazioni tra Canada ed Italia”.

Le Olimpiadi in Giappone rischiano un nuovo posticipo

ASIA PACIFICO di

Le Olimpiadi di Tokyo si svolgeranno regolarmente nonostante lo stato di emergenza provocato dal COVID-19.

A sole nove settimane dall’inizio dei Giochi, il Comitato Olimpico Internazionale (IOC) ha cercato di placare i timori secondo cui l’evento rappresenterebbe un peso ulteriore per il sistema medico giapponese, già messo a dura prova dalla pandemia.

Dopo essere già state posticipate di un anno, le Olimpiadi rappresentano un evento sportivo atteso in tutto il mondo.  Il presidente francese Emmanuel Macron, il cui paese ospiterà i Giochi nel 2024, ha annunciato di partecipare alla cerimonia di apertura a Tokyo.

Nonostante la spinta mediatica e l’entusiasmo dei fan, l’evento non può non affrontare una crescente opposizione da parte del pubblico. In un sondaggio della società Reuters pubblicato venerdì, quasi il 70% degli intervistati ha affermato di volere una cancellazione o un ulteriore rinvio.

Alla domanda se le Olimpiadi andrebbero avanti anche se Tokyo è in stato di emergenza, il vicepresidente dell’ IOC, John Coates che sovrintende ai preparativi, ha ribadito: “Assolutamente sì”, aggiungendo che “tutti i piani che abbiamo in atto per proteggere la sicurezza degli atleti e del popolo giapponese si basano sulla previsione delle peggiori circostanze possibili”.

Coates, che ha parlato in una conferenza stampa al termine dell’incontro, ha affermato che oltre l’80% dei residenti del Villaggio Olimpico sarà vaccinato prima del 23 luglio, quando inizieranno le Olimpiadi.

Ha aggiunto che il personale medico aggiuntivo farà parte delle delegazioni olimpiche straniere per supportare le operazioni mediche e l’attuazione di tutte le misure di prevenzione da COVID-19.

Finora il Giappone ha vaccinato solo il 4,1% della sua popolazione, il tasso più basso tra i paesi ricchi e solo circa la metà del suo personale medico ha completato le vaccinazioni.

A differenza di altre nazioni del G7 che stanno cominciando a porre fine alle misure di blocco contro la pandemia, il Giappone rimane ancora paralizzato da una quarta ondata di infezioni.

Coates ha affermato che la priorità è di “garantire che i Giochi siano sicuri per tutti i partecipanti e per tutto il popolo giapponese”. Per ridurre al minimo il rischio di infezioni, gli organizzatori hanno ridotto il numero di persone che partecipano alle Olimpiadi come parte delle delegazioni straniere, passando da circa 180.000 a 78.000.

Allo stato attuale, sono state predisposte misure di sicurezza che fanno affidamento su 230 medici e 300 infermieri al giorno. Inoltre, circa 50.000-60.000 test di coronavirus saranno effettuati ogni giorno.

“Vogliamo assicurarci di mettere al sicuro il personale medico in un modo che non graverà sui servizi medici locali”, ha detto Hashimoto, a capo dell’organizzazione dei Giochi.

Intanto, proprio a causa dei timori per il coronavirus, molte delegazioni straniere si stanno ritirando dai campi di addestramento pre-olimpici messi a disposizione dal Giappone, tra cui la squadra di nuoto canadese e la squadra di atletica leggera degli Stati Uniti.

Europe Day 2021, al via la Conferenza sul futuro dell’Europa

EUROPA di

Il 9 maggio, Europe Day, il Parlamento europeo di Strasburgo ha ospitato l’evento di inaugurazione della Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un’occasione di consultazione importante in quanto coinvolge i cittadini, i rappresentanti eletti e le organizzazioni della società, ed ha come obiettivo ripensare e riformare l’Unione europea a seguito delle difficoltà degli ultimi anni. La crisi economica, finanziaria e dei migranti prima, la Brexit poi ed infine il Covid-19 con tutto ciò che ne consegue: l’UE ha bisogno di concentrarsi sulla propria ripresa e resilienza, e intende farlo con il supporto di quanti vivono l’Unione europea. La Conferenza è uno spazio pubblico di dibattito per i cittadini europei che prevede diversi eventi, fisici e online, su una piattaforma digitale, multilingue e interattiva. Prevista inizialmente per il 2020, ha avuto inizio un anno dopo a causa del Covid-19 ma anche per la difficoltà di organizzazione dal punto di vista della governance istituzionale.

L’avvio dei lavori

L’istituzione della Conferenza sul futuro dell’Europa è stata proposta nel marzo 2019 dal Presidente francese Emmanuel Macron, nell’ambito del suo contributo “Per un Rinascimento europeo”. L’idea è stata molto apprezzata dalle istituzioni dell’UE e, una volta eletta Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen ha formalmente avanzato tale proposta all’inizio del suo mandato, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’UE.

Nel luglio 2019, con l’inizio della pianificazione, la Conferenza era stata pensata per svolgersi nel 2020, con una durata di due anni e con il coinvolgimento di cittadini, società civile e istituzioni europee. Seppur proposta formalmente dalla Commissione europea, infatti, il Parlamento europeo ha subito approvato tale progetto, considerando fondamentale la discussione di temi quali i valori europei, diritti e libertà fondamentali, aspetti democratici e istituzionali dell’integrazione europea, sfide ambientali e crisi climatiche, giustizia sociale e uguaglianza, e così via. Lo scoppio della pandemia da Covid-19 ha ritardato l’inizio della Conferenza, senza però alterarne il contenuto, se non per quanto concerne l’aumento dell’importanza dei temi quali ripresa e resilienza.

L’Europe Day

Il 9 maggio 1950 Robert Schuman fece un’importante Dichiarazione che portò all’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, il primo passo verso l’Unione europea che conosciamo oggi. Il 9 maggio 2021, nella giornata dedicata all’Europa e con un anno di ritardo, ha preso il via la Conferenza sul futuro dell’Europa. In parte riuniti a Strasburgo, in parte connessi da ogni punto d’Europa, i partecipanti hanno preso parte alla celebrazione dell’Europe Day, tenutasi in forma ibrida, e al lancio della Conferenza. Il Presidente francese Macron ha aperto l’evento con un discorso di benvenuto, i Presidenti delle istituzioni europee Von der Leyen, Sassoli, Michel e Costa hanno tenuto dei discorsi sulla loro visione dell’Europa, i ministri degli affari europei e i deputati nazionali ed europei hanno partecipato a distanza ed i copresidenti del Comitato esecutivo hanno risposto alle domande poste dai cittadini europei. Sono stati proprio i cittadini ad essere al centro dell’evento: in parte erano fisicamente presenti, nei limiti della situazione attuale e nel rispetto delle norme sanitarie, con tanto di partecipazione da parte degli studenti erasmus; più di 500 cittadini, tuttavia, hanno partecipato a distanza vista la situazione da Covid-19.

Come funziona la Conferenza

Non senza dibattiti tra le istituzioni e difficoltà decisionali, la gestione della Conferenza sul futuro dell’Europa è stata affidata ad un comitato esecutivo formato da 9 membri rappresentanti delle istituzioni coinvolte, con anche 4 membri osservatori. Anche la durata della Conferenza è stata oggetto di dibattiti: la chiusura dei lavori è prevista per la primavera del 2022, con la presidenza di turno francese del Consiglio; tuttavia, per il Parlamento europeo si tratta di un tempo insufficiente, preferendo la chiusura nel 2024.

Per organizzare la Conferenza, il Comitato esecutivo ha dato il via ai suoi lavori il 24 marzo 2021 e, fino al 9 maggio, si è lavorato sul regolamento della Conferenza, il metodo di lavoro, la Carta dei principi e dei valori della Conferenza e la piattaforma digitale multilingue. Tale piattaforma, inaugurata il 19 aprile, è considerata “il perno centrale” dell’esercizio democratico che rappresenta la Conferenza, in quanto consente ai cittadini di assumere un ruolo guida nei dibattiti centrali per l’UE. In particolare, la piattaforma raccoglie tutti i contributi dei cittadini, online e raccolti agli eventi, massimizzando la loro partecipazione, stimolando il dibattito e garantendo accessibilità e trasparenza della Conferenza, in quanto prevede 24 lingue ed accesso libero. Per questo, servirà per permettere a tutti di rimanere informati sulle iniziative della Conferenza, condividere idee e partecipare attivamente. Tuttavia, i partecipanti dovranno rispettare la Carta della Conferenza sul futuro dell’Europa e garantire la riuscita di un dibattito rispettoso dei valori e dei diritti europei.

Le prossime tappe

Il Comitato esecutivo, dopo aver organizzato l’apertura della Conferenza, ha il compito di gestire anche gli eventi futuri. In primo luogo, dovrà essere fissata la data della prima riunione plenaria della Conferenza. Dopodiché, l’attività principale sarà la preparazione degli incontri tra i cittadini, la gestione degli eventi sulla Piattaforma digitale e la promozione della stessa. L’obiettivo è dunque dare quanto più spazio possibile ai giovani nel dibattito pubblico sul futuro europeo, in quanto saranno loro ad essere i protagonisti del domani.

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Flaminia Maturilli
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