GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI

L’allargamento nell’UE: a che punto siamo in Bosnia-Erzegovina?

EST EUROPA di

Da quando la nuova Commissione è entrata in carica alla fine del 2019, sono ripresi gli sforzi nella tabella di marcia a sostegno dei Balcani occidentali, regione dove la strategia si è concentrata sui settori in cui sono necessari ulteriori riforme da parte dei partner dell’area. Nonostante il continuo sostegno sul rafforzamento degli impegni presi a partire dall’agenda del vertice di Sofia nel 2018, nel nuovo rapporto presentato dalla Commissione Europea, la mancanza di progressi ha caratterizzato il quadro della Bosnia-Erzegovina, un paese dove la libertà dei media è quasi completamente soppressa e la corruzione permea ogni segmento della società

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La corsa di Albania e Macedonia del Nord nell’adesione All’UE

EST EUROPA di

“Fin dall’inizio del suo mandato, questa commissione ha rinforzato l’impegno nei confronti dei paesi vicini, quale caratteristica prioritaria. Dobbiamo impegnarci energicamente per arrivare alla pace e alla prosperità dei paesi vicini. Questo principio è alla base del nostro lavoro non solo per il nostro interesse ma anche per la credibilità della commissione e della stessa Unione Europea”.


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Che cos’è #EndSARS, il movimento di protesta nigeriano contro la brutalità della polizia

AFRICA di

Da settimane in Nigeria si protesta contro le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine, in particolare contro la cosiddetta SARS, acronico di Special Anti-Robbery Squad. Si tratta di un’unità speciale della polizia nigeriana da anni accusata di abuso di potere e violazione dei diritti umani.
In tutte le principali città del Paese i cittadini sono scesi in strada con un obiettivo ben preciso: mettere fine alla violenza arbitraria delle forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni. Il movimento di protesta è nato online, in particolare su Twitter, con l’hashtag #EndSARS, che ha accompagnato tante testimonianze e prove video che mostrano arresti arbitrari, uccisioni, rapine, stupri, torture e detenzioni arbitrarie da parte della SARS.

La Special Anti-Robbery Squad venne istituita nel 1992 come unità del Dipartimento di Intelligence e Investigazione Criminale della Nigeria, con l’obiettivo di contrastare l’ascesa della criminalità violenta nel Paese. Si tratta di un corpo di polizia che agisce a volto coperto contro crimini quali rapine a mano armata e rapimenti, e che, tuttavia, si è progressivamente trasformato in una forza repressiva pericolosa, che agisce nella più totale impunità.
Amnesty International monitora l’operato di SARS da anni, considerandola altresì responsabile di diversi abusi a danno dei detenuti nelle carceri. A maggio di quest’anno, l’Organizzazione ha diffuso un rapporto che documenta le torture subite da almeno 82 persone rinchiuse nei centri di detenzione SARS, tra gennaio 2017 e maggio 2020. Si tratta prevalentemente di giovani di età tra i 18 e 35 anni, per lo più appartenenti ai gruppi più vulnerabili della società nigeriana, vittime di esecuzioni, torture e sevizie. Questo spiega perché uno degli slogan principali delle proteste sia “We can’t be the future of our Nation if we are dead“.
Le fattispecie documentate dall’Organizzazione internazionale sono note da tempo in Nigeria, tanto che nel 2017 una petizione per l’abolizione di SARS raggiunse il parlamento di Abuja, con il sostegno di un analogo movimento di protesta pacifico nelle principali città del Paese. Le violenze e i soprusi ai danni della popolazione nigeriana, tuttavia, non si sono conclusi.

Proprio per questo la protesta si è riaccesa di recente, più precisamente lo scorso 7 ottobre, a seguito della diffusione di un video che testimonia l’omicidio di un ragazzo.
Le nuove manifestazioni contro la brutalità della polizia hanno ricevuto il supporto di numerose celebrità sportive e della musica in tutto il mondo; proprio grazie all’eco ricevuta, l’11 ottobre scorso, il Presidente Buhari ha dichiarato che avrebbe smantellato SARS, istituendo una nuova unità, la Special Weapons and Tactics (SWAT). Per i manifestanti, tuttavia, si è trattato solo di un mero cambio di denominazione, e la protesta è proseguita con la presentazione di 4 ulteriori richieste, nell’obiettivo di costruire “una società più equa e giusta, senza corruzione e prevaricazione”.
Si chiede il rilascio immediato di tutti i manifestanti arrestati, la creazione di un organo ad hoc che indaghi sulle denunce a carico della polizia, un esame psicologico di tutti gli ex membri della SARS prima dell’assunzione di nuovi incarichi nella polizia nigeriana, nonché la necessità di fare giustizia per tutte le vittime, prevedendo una compensazione per le loro famiglie.
Proprio due giorni fa Amnesty International ha denunciato  una nuova escalation di violenze in varie unità federali del Paese, tale da costringere alcuni governatori ad imporre un coprifuoco di 24 ore per arginare le proteste.

 

L’accordo per il coordinamento delle misure che limitano la libera circolazione nell’Unione europea

EUROPA di

Il 13 ottobre, il Consiglio dell’Unione europea ha raggiunto un accordo grazie al quale le misure che limitano la libera circolazione a causa della pandemia da coronavirus saranno più chiare e prevedibili. L’obiettivo è evitare frammentazioni e interruzioni ed accrescere la trasparenza e la prevedibilità appannaggio di cittadini ed imprese. Nel dettaglio, i Ministri competenti per ogni Stato membro hanno concordato un approccio coordinato che comprende una cartina unica, pubblicata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in cui il livello di rischio delle regioni europee sarà indicato utilizzando un sistema a semaforo. Un approccio ben coordinato, prevedibile e trasparente all’adozione delle restrizioni alla libertà di circolazione è necessario per prevenire la diffusione del virus, tutelare la salute dei cittadini e al contempo salvaguardare la libera circolazione nell’Unione, in condizioni di sicurezza.

Il contesto

La libera circolazione e dunque il diritto dei cittadini europei di spostarsi e risiedere liberamente nell’Unione europea, nonché l’assenza di controlli alle frontiere interne, sono alcuni dei risultati più importanti dell’UE e un motore importante dell’economia europea. Di conseguenza, le restrizioni al diritto fondamentale alla libera circolazione nell’UE dovrebbero essere imposte solo se strettamente necessarie per far fronte a rischi per la salute pubblica e dovrebbero essere coordinate, proporzionate e non discriminatorie.

Per limitare la diffusione della pandemia da coronavirus i 27 Stati membri dell’UE hanno adottato varie misure, alcune delle quali, come l’obbligo di sottoporsi a una quarantena o a un test, hanno inciso su tale libertà fondamentale. Pur mirando a salvaguardare la salute e il benessere dei cittadini, le misure in questione hanno avuto conseguenze notevoli per l’economia europea e per i diritti dei cittadini. Pertanto, il 4 settembre, la Commissione europea, ha presentato una proposta di raccomandazione del Consiglio dell’UE per un approccio coordinato alla limitazione della libertà di circolazione.

La raccomandazione del Consiglio dell’UE

Al fine di limitare tali conseguenze, il Consiglio dell’UE ha accolto la proposta della Commissione ed ha concordato un approccio coordinato alle restrizioni di viaggio connesse alla pandemia da Covid-19, il quale comprende una cartina unica, pubblicata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in cui il livello di rischio delle regioni europee sarà indicato utilizzando un sistema a semaforo. Le regioni saranno contrassegnate dai colori “verde”, “arancione”, “rosso” e “grigio” (se le informazioni disponibili non risultano essere sufficienti). I fattori considerati saranno: il “tasso cumulativo dei casi di infezione da coronavirus registrati in 14 giorni“, vale a dire il numero totale di nuovi casi di infezione da coronavirus registrati ogni 100 000 abitanti negli ultimi 14 giorni; il “tasso di positività dei test“, ossia la percentuale di test positivi all’infezione da coronavirus nell’ultima settimana; il “tasso di test effettuati“, cioè la percentuale di test del coronavirus effettuati ogni 100 000 abitanti nell’ultima settimana.

In base alla cartina gli Stati membri decideranno se introdurre determinate restrizioni o misure di precauzione, come la quarantena o un test, nei confronti di viaggiatori provenienti da altre zone dell’UE. In particolare, gli Stati membri hanno convenuto che non vi saranno restrizioni per i viaggiatori provenienti da regioni “verdi”, mentre i viaggiatori provenienti da regioni “arancioni” o “rosse” potranno essere soggetti all’imposizione di misure restrittive.

Consultata insieme alle informazioni messe a disposizione sulla piattaforma web “Re-open EU”, la cartina permetterà così ai viaggiatori di sapere a quali misure saranno soggetti recandosi in un’altra regione dell’UE.

Ai sensi della raccomandazione del Consiglio dell’UE, la quale non risulta essere giuridicamente vincolante, gli Stati membri dovrebbero fornire informazioni chiare, complete e tempestive sulle eventuali restrizioni alla libera circolazione, con il massimo anticipo possibile rispetto all’entrata in vigore delle nuove misure. Come regola generale, tali informazioni dovrebbero essere pubblicate 24 ore prima della loro entrata in vigore, tenendo conto del fatto che le emergenze epidemiologiche necessitano una certa flessibilità.

Quanto all’estensione dell’accordo raggiunto il 13 ottobre, esso si applica a tutti i paesi dell’UE e al Regno Unito durante il periodo di transizione, inoltre la cartina comprenderà anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia.

Le dichiarazioni

“A causa delle restrizioni di viaggio, per alcuni dei nostri cittadini è oggi difficile recarsi al lavoro, all’università o far visita ai propri cari. È nostro dovere comune garantire il coordinamento di tutte le misure suscettibili di incidere sulla libera circolazione e fornire ai nostri cittadini tutte le informazioni di cui hanno bisogno per decidere in merito al loro viaggio” ha dichiarato Michael Roth, Ministro aggiunto per l’Europa della Germania.

Quanto alla Commissione europea, compiacendosi per l’accordo raggiunto dal Consiglio ha affermato: “Accogliamo con favore questo accordo, che fa maggiore chiarezza nella situazione di confusione attuale. La coesione fra gli Stati membri invia un segnale forte ai cittadini ed è un chiaro esempio di come l’UE agisca dove e quando è assolutamente necessario. Abbiamo imparato la lezione: non sormonteremo la crisi chiudendo unilateralmente le frontiere, ma attraverso uno sforzo collettivo”.

 

 

Green Deal europeo: le due nuove strategie della Commissione europea

EUROPA di

Il 14 ottobre, nell’ambito del Green Deal europeo, la Commissione europea ha presentato due nuove strategie che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi previsti dal progetto dell’UE, tra i quali ridurre le emissioni di gas a effetto serra. In particolare, sono state presentate le strategie sul metano e sulle sostanze chimiche per un ambiente privo di sostanze tossiche. La prima strategia è volta a ridurre le emissioni di metano, il secondo agente climalterante più importante dopo il carbonio, e definisce proprio le misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale. La seconda strategia è finalizzata ad azzerare l’inquinamento e creare un ambiente privo di sostanze tossiche, innovando le sostanze chimiche e rendendole più sostenibili.

La strategia per ridurre le emissioni di metano

Gli obiettivi climatici previsti dal Green Deal europeo prevedono importanti riduzioni di emissioni di gas a effetto serra per il 2030, fino a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Per arrivare a tale obiettivo, si deve intervenire in quanti più settori possibili, a partire da quello dei gas climalteranti. In particolare, la strategia proposta dalla Commissione definisce le misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale, gas responsabile del 10% delle emissioni totali di gas a effetto serra: contiene interventi legislativi e non nei settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti. Questi tre settori, insieme, rappresentano circa il 95% delle emissioni di metano associate all’attività umana nel mondo, mentre l’Unione europea produce il 5% delle emissioni mondiali di metano a livello interno. Proprio per questo, la Commissione collaborerà con i partner internazionali dell’UE e con l’industria per conseguire riduzioni delle emissioni.

I punti previsti dalla strategia sono molteplici: senz’altro, si punta a migliorare la misurazione e la comunicazione delle emissioni di metano. Il livello di monitoraggio attuale, infatti, varia secondo i settori e gli Stati membri, mentre la Commissione vuole rafforzare le norme in materia di misurazione e sosterrà la creazione di un osservatorio internazionale delle emissioni di metano in collaborazione con il programma dell’ONU per l’ambiente, la Coalizione per il clima e l’aria pulita e l’Agenzia internazionale per l’energia. Nel settore energetico, la riduzione delle emissioni di metano sarà garantita attraverso l’obbligo di migliorare il rilevamento e la riparazione delle perdite nelle infrastrutture del gas, nonché attraverso il dialogo con i partner internazionali. La Commissione si occuperà anche di migliorare la comunicazione delle emissioni prodotte dall’agricoltura attraverso una migliore raccolta di dati, promuovendo opportunità di riduzione delle emissioni con il sostegno della politica agricola comune. Nel settore dei rifiuti, la Commissione valuterà l’opportunità di ulteriori azioni per migliorare la gestione dei gas di discarica, sfruttandone il potenziale di consumo energetico.

La strategia in materia di sostanze chimiche

Insieme alla strategia per la riduzione di metano, la Commissione europea ha adottato la strategia dell’Unione in materia di sostanze chimiche per la sostenibilità: si tratta del primo passo da compiere per azzerare l’inquinamento e creare un ambiente privo di sostanze tossiche. In particolare, tale strategia darà impulso all’innovazione per creare sostanze chimiche più sicure e sostenibili, nonché garantire una migliore protezione della salute umana e dell’ambiente dalle sostanze chimiche pericolose. Tale obiettivo verrà perseguito anche attraverso il divieto di utilizzare le sostanze chimiche più nocive in prodotti di consumo quotidiano, oppure con la possibilità di usare le sostanze solo in modo sostenibile e sicuro. La strategia è molto ampia e comprende diverse azioni da svolgere, in particolare al fine di migliorare la protezione della salute e dell’ambiente, stimolare l’innovazione e promuovere la competitività dell’UE. L’obiettivo è quello di consentire la transizione verde del settore chimico e delle catene del valore per evitare gli effetti più nocivi delle sostanze chimiche e per garantirne il minor impatto possibile sul clima, l’uso delle risorse, gli ecosistemi e la biodiversità. La strategia prevede che l’industria dell’UE diventi un soggetto competitivo a livello mondiale nella produzione e nell’uso di sostanze chimiche sicure e sostenibili. Un aspetto importante è anche il fatto che la Commissione propugnerà l’adozione a livello mondiale di norme di sicurezza e sostenibilità, promuovendo un approccio coerente per impedire che le sostanze pericolose vietate nell’UE siano prodotte e poi esportate.

Le dichiarazioni

Virginijus Sinkevicius, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, ha dichiarato: “Dobbiamo il nostro benessere e gli elevati standard di vita alle numerose sostanze chimiche utili inventate negli ultimi 100 anni. Non possiamo tuttavia ignorare i danni causati da molte sostanze chimiche pericolose alla salute umana e all’ambiente. Dopo aver compiuto molti progressi per regolamentare le sostanze chimiche nell’UE, con la presente strategia intendiamo valorizzare i risultati fin qui ottenuti e spingerci oltre per impedire che le sostanze chimiche più pericolose si diffondano nell’ambiente e nel nostro organismo, con conseguenze negative soprattutto per le persone più fragili e vulnerabili”.

Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal, ha dichiarato: “Per diventare il primo continente climaticamente neutro l’Unione europea deve tagliare tutti i gas a effetto serra. Il metano è il secondo più potente gas a effetto serra e una causa determinante dell’inquinamento atmosferico. La strategia sul metano garantisce tagli delle emissioni in tutti i settori, in particolare l’agricoltura, l’energia e i rifiuti. Crea per le zone rurali l’opportunità di produrre biogas a partire dai rifiuti. La tecnologia satellitare dell’Unione europea consentirà di monitorare da vicino le emissioni e di innalzare gli standard internazionali”.

L’influenza dell’UE nell’area balcanica: prospettive di allargamento credibili?

EUROPA di

Dopo quasi due decenni dallo storico Vertice di Salonicco del 2003, la piena integrazione dei Balcani occidentali nell’UnioneEuropea sembra ancora procedere a rilento, rimbalzando tra vertici e dichiarazioni congiunte, che a turno rilanciano o rallentano il processo. La sfida dell’allargamento unita ai problemi economici della pandemia potrebbero far deragliare la prospettiva di adesione dell’intera regione in un’Europa che appare ancora irresoluta per la volontà dei singoli attori nazionali.


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Libia: 8 ambasciatori europei presentano le lettere credenziali. Annunciata una nuova stagione di negoziati sotto l’egida dell’ONU

AFRICA di

In linea con la volontà dell’Unione europea di dare impulso al dialogo e agli sforzi di pacificazione in Libia, il 10 ottobre scorso il capo della delegazione dell’UE nel Paese africano e otto ambasciatori europei sono giunti a Tripoli per presentare le proprie lettere credenziali al Capo del Consiglio Presidenziale, Fayez al-Serraj, per la riapertura delle rispettive rappresentanze diplomatiche.

Si tratta degli ambasciatori di Germania, Belgio, Austria, Danimarca, Finlandia, Polonia, Spagna e Svezia, mentre la rappresentanza diplomatica ungherese risulta già operativa da qualche settimana.

Nel corso delle riunioni congiunte tra i diplomatici europei, al-Serraj e il Ministro degli Affari Esteri Mohammed Saiala, le autorità di Tripoli hanno ringraziato l’Italia per essere stata l’unico paese a non chiudere la propria ambasciata in loco dall’inizio delle ostilità, neppure durante l’attacco alla capitale avviato dal generale Haftar tra l’aprile 2019 e il giugno scorso. Le autorità libiche hanno riconosciuto il valore del gesto italiano, rinnovando l’auspicio che le altre ambasciate europee e la delegazione UE rientrino presto a Tripoli.

L’incontro si è prospettato come un’occasione per ribadire la volontà comune di continuare a dare seguito alle conclusioni adottate nell’ambito della Conferenza di Berlino, che nel gennaio 2020 ha tracciato il cammino da percorrere per una soluzione politica al conflitto libico. In quell’occasione, i governi di Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Repubblica del Congo, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e USA, insieme agli Alti Rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana e dell’Unione Europea, sancirono il loro impegno per garantire la sovranità e l’integrità territoriale del Paese nordafricano, nella consapevolezza che solo un processo politico “guidato dai libici e dei libici”, potesse portare ad una pace duratura.

Nel corso delle riunioni, gli ambasciatori degli Stati europei hanno rinnovato la necessità di giungere ad un accordo di cessate il fuoco permanente, ripristinando il monopolio statale dell’uso legittimo della forza in tutto il Paese. Per il tramite degli ambasciatori degli Stati membri, l’Unione europea si è dichiarata pronta ad intensificare il proprio impegno per l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco, in stretto coordinamento con la missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL).

 

“Abbiamo sottolineato che l’UE, come avvenuto di recente con i cinque nuovi elenchi di sanzioni, è pronta ad adottare misure restrittive nei confronti di coloro che minano ed ostacolano il perseguimento degli obiettivi fissati alla Conferenza di Berlino, inclusa l’attuazione dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite in Libia”.

 

A tal proposito, la missione UNSMIL ha recentemente annunciato che la Tunisia ospiterà a inizio novembre il primo incontro in presenza del Libyan Political Dialogue Forum (LPDF), una volta concluse le consultazioni di preparazione allo stesso, il cui inizio è fissato al 26 ottobre prossimo. L’obiettivo del Forum sarà quello di creare consenso rispetto ad un quadro di governance unificato per il Paese, preparando le condizioni per arrivare ad indire elezioni politiche e presidenziali nel minor tempo possibile. Al LPD Forum parteciperanno i rappresentanti dei vari territori libici, sulla base dei principi di inclusione ed equa rappresentatività geografica, etnica, politica, tribale e sociale.

Di recente, infatti, gli sforzi della comunità internazionale per raggiungere una soluzione politica al conflitto libico si sono intensificati, come dimostra l’incontro in videoconferenza del 5 ottobre scorso tra le delegazioni di Tripoli e Tobruk, nel quadro del cosiddetto “Berlino 2”, un incontro volto a dar seguito al meeting del 19 gennaio scorso. Organizzato sotto l’egida delle Nazioni Unite e della Germania, il meeting ha visto la partecipazione dei Paesi membri del cosiddetto “Comitato internazionale di follow-up”, composto dai Paesi e dalle Organizzazioni internazionali che presero parte all’incontro di gennaio, e di tutti i Paesi confinanti con la Libia, sotto la presidenza del Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas e del Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres.

Il Consiglio europeo e la ricerca di un ruolo globale dell’UE

EUROPA di

Il 1° e 2 ottobre, i Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri dell’Unione europea si sono riuniti a Bruxelles per un Consiglio europeo che ha adottato conclusioni su molteplici questioni cruciali. I leader presenti hanno tenuto una discussione approfondita sulla gestione della pandemia di Covid-19 e sui suoi effetti nell’ambito del mercato unico, hanno condannato l’escalation nel mediterraneo orientale, hanno discusso sulle relazioni con la Cina e sanzionato l’inaccettabile violenza da parte delle autorità bielorusse nei confronti dei manifestanti pacifici, nonché le intimidazioni, gli arresti e le detenzioni arbitrarie a seguito delle elezioni presidenziali, di cui non riconoscono i risultati. Il Consiglio europeo ha chiesto altresì la cessazione immediata delle ostilità in Nagorno-Karabakh e ha condannato il tentato omicidio dell’oppositore russo Alexei Navalny. Si è trattato dunque, di un Consiglio europeo principalmente dedicato alla politica estera, nella costante ricerca di un ruolo di primo piano nelle dinamiche globali.

Covid-19 e ripercussioni economiche

Nell’ambito delle riunioni tenutesi il 1° e 2 ottobre, il Consiglio europeo ha ribadito la sua determinazione a restare unito nella gestione dell’emergenza dovuta al Covid-19 ed ha invitato il Consiglio dell’UE e la Commissione europea ad intensificare ulteriormente gli sforzi di coordinamento, nonché i lavori sullo sviluppo e sulla distribuzione di un vaccino a livello dell’Unione. Una solida base economica è ora essenziale per una crescita inclusiva e sostenibile, per la competitività, l’occupazione, la prosperità e il ruolo dell’Europa sulla scena mondiale. La pandemia di COVID-19 avrà un impatto duraturo sull’economia europea e mondiale, pertanto, il Consiglio ha sottolineato la necessità di tornare quanto prima al normale funzionamento del mercato unico nonché di perseguire una politica industriale europea ambiziosa ed accelerare la transizione digitale in Europa.

Le principali questioni in politica estera: Mediterraneo orientale e Bielorussia

Analizzando le questioni cruciali nell’ambito delle relazioni esterne, il Consiglio europeo ha ribadito che è nell’ nell’interesse strategico dell’UE avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale, nonché sviluppare relazioni di cooperazione reciprocamente vantaggiose con la Turchia. Nel dettaglio, dopo un lungo negoziato notturno, i Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri, hanno trovato un accordo sul modo in cui affrontare la politica estera turca nel Mediterraneo. I leader hanno minacciato Ankara di sanzioni se dovesse continuare a violare i confini di Cipro e Grecia ed al contempo hanno aperto al dialogo strategico. Il doppio messaggio nei confronti della Turchia è stato voluto soprattutto da Berlino e Roma, contrarie a sanzioni tout court.

Nelle conclusioni adottate emerge che i 27 si sono accordati per affermare che “in caso di rinnovate azioni unilaterali o provocazioni in violazione del diritto internazionale, l’Unione utilizzerà tutti gli strumenti e le opzioni a sua disposizione”. Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in una conferenza stampa notturna, ha ammesso che ci sono volute sette ore di “discussioni appassionate” per raggiungere tale compromesso. La dura presa di posizione è stata mossa dalle richieste di Cipro e in parte della Grecia, due paesi minacciati da Ankara nelle acque del Mediterraneo Orientale.

L’accordo sul mediterraneo orientale ha permesso altresì di sbloccare la questione bielorussa: gli Stati membri erano già da tempo d’accordo per sanzionare il regime dittatoriale e repressivo di Aleksander Lukashenko; Cipro, tuttavia, bloccava le misure restrittive in attesa di ottenere sanzioni anche sul versante turco. Il Consiglio europeo ha così condannato l’inaccettabile violenza da parte delle autorità bielorusse nei confronti dei manifestanti pacifici, nonché delle intimidazioni, degli arresti e delle detenzioni che hanno fatto seguito alle elezioni presidenziali, di cui i leader non riconoscono i risultati. In particolare, il Consiglio europeo ha annunciato di aver imposto sanzioni mirate a 40 politici e funzionari bielorussi considerati vicini al dittatore Alexander Lukashenko, il quale, tuttavia, non è stato incluso nella lista delle persone sanzionate, presumibilmente al fine di mantenere aperta la possibilità di raggiungere un accordo. Le sanzioni prevedono, tra le varie misure adottate, il divieto di viaggiare nell’Unione Europea e il congelamento dei conti bancari. Rileva che poco dopo anche gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni mirate contro otto funzionari bielorussi. Come ritorsione, la Bielorussia ha, a sua volta, imposto delle sanzioni nei confronti dell’UE, ha dichiarato di voler cancellare tutti gli accrediti di giornalisti stranieri nel Paese e di aver convocato i propri ambasciatori in Polonia e Lituania, chiedendo a questi due Paesi di ridimensionare la grandezza delle loro missioni diplomatiche a Minsk.

Le altre questioni in politica estera

Con riguardo ai rapporti con la Cina, il Consiglio europeo ha sottolineato la necessità di riequilibrare le relazioni economiche e di ottenere reciprocità, ha ricordato l’obiettivo di portare a termine entro la fine di quest’anno i negoziati relativi ad un ambizioso accordo globale UE-Cina in materia di investimenti ed ha invitato la Cina a rispettare i precedenti impegni assunti per rimuovere gli ostacoli all’accesso al mercato, nonché ad avviare negoziati sulle sovvenzioni all’industria in seno all’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, i leader dell’UE hanno incoraggiato la Cina ad assumersi una maggiore responsabilità nella risposta alle sfide globali, in particolare adottando una più ambiziosa azione per il clima, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e sostenendo le risposte multilaterali alla pandemia in corso.

Quanto al Conflitto in Nagorno-Karabakh, il Consiglio europeo ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità ed ha esortato le parti a rinnovare l’impegno a favore di un cessate il fuoco duraturo e di una risoluzione pacifica del conflitto. Il Consiglio auspica che l’Azerbaigian e l’Armenia aprano al più presto negoziati sostanziali senza precondizioni, considerando inaccettabili la perdita di vite umane e i danni alla popolazione civile.

Infine, il Consiglio europeo ha condannato il tentato omicidio dell’oppositore russo, Alexei Navalny, per mezzo di un agente nervino chimico militare, definendone l’uso una grave violazione del diritto internazionale. Il Consiglio europeo ha, pertanto, invitato le autorità della Federazione russa a cooperare con l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) al fine di garantire un’indagine internazionale imparziale ed assicurare la giustizia.

Legge europea sul clima: le richieste del Parlamento europeo

EUROPA di

Nell’ultima sessione plenaria del Parlamento europeo, tenutasi a Bruxelles dal 5 all’8 ottobre 2020, il Parlamento europeo si è espresso in merito alla Legge europea sul clima, chiedendo di raggiungere degli obiettivi ancor più ambiziosi di quanto non siano quelli proposti dalla Commissione europea nell’ambito del Green Deal. In particolare, gli eurodeputati hanno richiesto una riduzione delle emissioni del 60% nel 2030, poi si sono espressi in merito ad un bilancio per i gas a effetto serra per garantire che l’UE raggiunga l’obiettivo di Parigi, un organismo scientifico indipendente per monitorare i progressi e per l’eliminazione graduale di tutte le sovvenzioni dirette e indirette ai combustibili fossili entro il 2025.

La legge europea sul clima nel Green Deal europeo

Il 4 marzo 2020, la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa al fine di sancire ulteriormente l’impegno dell’UE nel conseguimento della neutralità climatica entro il 2050. Trasformando in legge l’obiettivo prefissato, cioè divenire una società a impatto climatico zero, si garantisce ancora di più la concreta volontà dell’UE di impegnarsi in tale ambito. Gli obiettivi della legge europea sul clima sono di definire il percorso da seguire per arrivare alla neutralità climatica in modo equo ed efficiente, creare un sistema di monitoraggio dei progressi per poi intraprendere ulteriori azioni e garantire la transizione verso la neutralità climatica. La Commissione europea, attraverso la proposta di legge, intende istituire un quadro di riferimento per rendere vincolante il traguardo di zero emissioni di gas serra per il 2050, rispettando le conclusioni scientifiche fornite dall’IPCC e cercando di mettere in atto l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Le richieste del Parlamento europeo

Non appena presentata la proposta legislativa da parte della Commissione europea, il Parlamento si è da subito detto insoddisfatto e pronto a rendere più ambiziosa la legge per il clima. Ad aprile 2020 è stato presentato un progetto di relazione che ha emendato la proposta della Commissione europea in molti punti, l’11 settembre la Commissione ambiente del Parlamento europeo ha adottato una relazione sulla legge europea per il clima e l’8 ottobre il Parlamento europeo ha adottato il suo mandato negoziale sulla legge europea sul clima.

Con 392 voti a favore, 161 contro e 142 astensioni, il Parlamento europeo si è espresso a favore di una legge europea sul clima più ambiziosa, che miri a trasformare le promesse politiche – vale a dire il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 in Europa – in un obbligo vincolante in quanto legge, fornendo ai cittadini e alle imprese europee la certezza giuridica e la prevedibilità, elementi necessari per pianificare la trasformazione. Gli eurodeputati hanno insistito sul fatto che sia l’Unione europea che gli Stati membri devono diventare neutri sotto il profilo delle emissioni di carbonio entro il 2050; dal 2051 l’UE dovrà raggiungere l’obiettivo di emissioni negative. Proprio per questo, si chiedono i finanziamenti sufficienti per il raggiungimento degli obiettivi. Inoltre, i deputati vogliono istituire un Consiglio europeo per i cambiamenti climatici: un organismo scientifico indipendente per valutare i progressi dell’UE in tale direzione.

L’obiettivo proposto

L’obiettivo attuale che l’Unione europea deve raggiungere nell’ambito della riduzione delle emissioni per il 2030 è del 40% rispetto al 1990. La Commissione europea, nella proposta di legge del 4 marzo, ha proposto di arrivare almeno al 55% rispetto ai livelli del 1990, così da raggiungere la neutralità climatica per il 2050. Il Parlamento europeo si è spinto ancora più in alto, proponendo una riduzione delle emissioni del 60% al 2030, aggiungendo anche l’aumento degli obiettivi nazionali in modo equo ed efficiente, anche in termini di costi. Inoltre, tra l’obiettivo del 60% al 2030 e la neutralità climatica al 2050, gli eurodeputati hanno richiesto alla Commissione europea di stabilire anche un obiettivo intermedio per il 2040, così da garantire che l’UE intraprenda le giuste misure nel corso degli anni.

La votazione in Parlamento e i prossimi step

Nonostante il grande consenso mostrato per il Green Deal europeo, l’Eurocamera non si è mostrata così unita di fronte alla necessità di rendere più ambiziosa la legge sul clima. Il Partito popolare europeo si è espresso in modo contrario alla proposta del Parlamento ed ha quindi deciso di astenersi dalla votazione; i Conservatori e i sovranisti di Identità e democrazia hanno votato negativamente, mentre sono stati a favore i socialisti-democratici, i Verdi e gran parte dei liberali. Guardando i partiti italiani, quelli di maggioranza (PD e M5S) si sono schierati a favore, insieme a Italia Viva e Azione, mentre il voto negativo è arrivato da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. La motivazione alla base dell’astensione e del voto negativo risiede nelle conseguenze economiche e sociali che tale legge potrebbe avere. “La tutela dell’ambiente è un valore che accomuna tutti, ma anziché proporre obiettivi concreti e raggiungibili, l’Ue sacrifica lo sviluppo, le imprese e il lavoro degli italiani sull’altare di progetti utopici e totalmente irrealizzabili” hanno dichiarato i parlamentari leghisti della commissione Envi. Il giorno prima della votazione, il coordinatore per il clima e l’ambiente al PPE, Peter Liese, ha affermato “il Ppe non voterà contro, ma ci asterremo perché sinceramente il 60% non ci piace e pensiamo che metta davvero in pericolo i posti di lavoro” e ha proseguito “sosteniamo la neutralità climatica e pensiamo sia importante avere una legge per clima. Siamo molto fiduciosi che il Consiglio Ue farà attenzione e che torneremo alla proposta della Commissione europea del 55% netto”.

Il Parlamento europeo, dopo aver presentato le proprie richieste, intraprenderà i negoziati con i paesi membri dell’Unione europea. Fondamentale è anche il ruolo del Consiglio europeo che dovrà concordare una posizione comune in merito.

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Flaminia Maturilli
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