GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI

Siria, il Ghouta trappola mortale per 350.000 civili

MEDIO ORIENTE di

Save the Children chiede il cessate il fuoco.

I bombardamenti governativi contro le forze di opposizione al gverno di Assad stanno provocando un numero altissimo di vittime,  si contano 1.285 feriti e 237 morti in due giorni e mezzo, tra il 18 febbraio e la mattina del 21 febbraio ma nel complesso sono 350.000 i civili che restano intrappolati.

Colpiti anche gli ospedali, come ha denunciato Save The Children, e nei rifugi i bambini sono senza acqua e cibo con il rischio di esporsi a malattie e infezioni.

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Bruxelles, blocco delle Sovvenzioni alle centrali Fossili entro il 2025,

EUROPA di

GreenPeace “Oggi il buon senso ha vinto sulla lobby fossile”

A bruxelles le votazioni per la riforma del mercato energetico hanno portato ad un risultato atteso da tempo dalle organizzazioni per la tutela dell’ambiente come Greenpeace, la commissione energia del parlamento Europeo ha proposto alcune restrizioni sui discussi meccanismi di sovvenzione alle aziende energetiche.

In particolare il provvedimento denominato “Capacity Mechanism”, che consente di mantenere stand by le centrali fossili, sarà concesso solo come ultima risorsa.

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Dopo la battaglia nessuno ricorda la questione curda

MEDIO ORIENTE di

Un vecchio detto di quel popolo recita: “I Curdi hanno come amici solo le loro montagne”. Sembra che la saggezza popolare colga ancora nel segno meglio di ogni analisi politica o di ogni promessa pur dispensata a piene mani. Anche se, dopo aver letto dei loro sacrifici, le opinioni pubbliche occidentali hanno imparato a conoscere ed apprezzare qualcosa della storia dei curdi i diffusi sentimenti di simpatia non sembrano essere bastato a spingere i Governi occidentali a un minimo di riconoscenza. I curdi di Siria e di Iraq sono stati la forza di combattimento piu’ efficace per fermare l’avanzata dei seguaci del “Califfo” che sembrava irresistibile e sono stati altrettanto utili per la riconquista dei territori occupati dai fanatici islamisti. Ciò che però li ha fatti amare da europei e americani non è stato soltanto il coraggio dimostrato sui campi di battaglia, ma anche il fatto che, pur essendo di religione islamica, vivano la loro fede senza alcuna intolleranza verso altre religioni e sembrino condividere i valori che ci appartengono. Molti di loro han vissuto o studiato all’estero e parlano piu’ lingue e, quasi ovunque, le donne nelle loro società non sono discriminate né sottomesse.

Tuttavia, la realpolitik non considera la riconoscenza né la simpatia e, come nel passato, le promesse ricevute e le aspettative che ne derivavano sono state tradite. È successo prima in Iraq e ora in Siria.

BREVE STORIA RECENTE: IRAQ

Forte dei meriti conquistati sui campi di battaglia e convinti che si dovesse in qualche modo obbligare Baghdad a venire a patti piu’ favorevoli, il Governo regionale del Kurdistan iracheno (KRG) aveva indetto lo scorso 29 settembre un referendum consultivo tra la propria popolazione chiedendo se si voleva l’indipendenza. Come ampiamente previsto, il 93 percento dei votanti rispose affermativamente e il Presidente Regionale, Massoud Barzani, pensò che o si sarebbe realizzato il sogno che i curdi coltivavano da almeno un secolo o, nel peggiore dei casi, avrebbe potuto negoziare con il Governo iracheno da una posizione di maggior forza. Naturalmente sapeva che Iran, Turchia e Baghdad stessa erano state contrarie fin dall’inizio a quella consultazione e lo avevano diffidato dal tenerla, minacciando ritorsioni. Anche Washington lo aveva invitato a posporre il voto, giudicandolo inopportuno in quel momento. Ugualmente si erano espressi i Governi europei. Israele, al contrario ma sottovoce, si era pronunciata a favore, così come fecero qualche ex diplomatico e politici stranieri. Barzani si era convinto che, in caso di un voto plebiscitario, anche le potenze riluttanti avrebbero dovuto accettare lo stato di fatto e i rappresentanti curdi residenti nei vari paesi lo confortavano in quella convinzione. La realtà fu ben diversa e immediatamente dopo il voto Iran e Turchia annunciarono di chiudere tutti valichi di frontiera con il Kurdistan e di impedire il sorvolo di qualunque aereo diretto agli aeroporti della Regione. Contemporaneamente, il Primo Ministro iracheno Al Abadi inviò proprie truppe affiancate da milizie sciite contro le città e le aree strappate dai Peshmerga all’ISIS e le riconquistò quasi senza colpo ferire. L’obiettivo principale della manovra irachena fu Kirkuk, il centro petrolifero per eccellenza, che dalla conquista da parte curda era diventato la maggior fonte di introiti per il Governo di Erbil. La vendita era fatta direttamente attraverso un nuovo oleodotto che arrivava in Turchia rimanendo interamente sul territorio controllato dal KRG. Kirkuk era stata una città abitata prevalentemente da curdi ma arabizzata durante gli anni di Saddam Hussein. Nonostante Erbil la reclamasse, dopo la liberazione dalla dittatura non fu inserita nella Regione Autonoma e, ancora prima dell’inizio del conflitto con lo Stato Islamico, rimase uno dei contenziosi sempre aperti tra la capitale nazionale e quella regionale. Un altro forte motivo del contendere è una diversa interpretazione della Costituzione irachena (approvata con voto popolare) in merito al possesso e allo sfruttamento dei nuovi pozzi petroliferi. I curdi sostengono che solo quelli in territorio arabo debbano essere gestiti a livello statale, mentre quelli nuovi aperti e sfruttati nel Kurdistan devono essere gestiti, anche per la vendita, direttamente dalla Regione. Naturalmente, Baghdad sostiene che tutto quanto si trovi all’interno dello Stato Iracheno costituisca una proprietà statale indivisibile e che la commercializzazione del petrolio debba tutta passare dall’Ente statale SOMO. Anche i diritti doganali sono un oggetto del contendere perché’ Erbil rivendica a sé tutto quanto derivi dalle merci in transito sul proprio territorio. Perfino nelle modalità di accesso c’erano differenze: se un Europeo atterrava a Baghdad, per entrare nel Paese doveva essere munito di visto; se, invece, si fosse diretto solo in Kurdistan nessun visto gli era richiesto.

A seguito di quel contenzioso e nonostante numerosi tentativi di negoziazione, dal febbraio 2014 Baghdad ha sospeso il pagamento del 17% del budget pubblico statale che, secondo Costituzione, dovrebbe essere versato al KRG. Nel frattempo, nel 2013, cominciarono gli scontri con le truppe del “Califfo” e l’eliminazione delle entrate previste fece sì che la situazione economica della Regione iniziasse a diventare rischiosa. Fino a quel momento il Kurdistan era andato sviluppandosi velocemente grazie a investimenti locali e stranieri e alle nuove entrate petrolifere. Purtroppo la fine dei versamenti in arrivo da Baghdad, i prezzi in calo del petrolio (tra l’altro venduto necessariamente a prezzi piu’ bassi del valore di mercato, causa le diffide lanciate dal Governo iracheno a chi avesse comprato direttamente dai curdi), il costo della guerra in corso e il dover provvedere alla gestione di quasi due milioni di rifugiati (la popolazione autoctona della regione curda non arriva ai sei milioni) misero le finanze del Governo locale in ginocchio. Una grande fetta degli abitanti lavora nell’apparato pubblico o dipende da esso e, per la carenza di denaro, molti stipendi dovettero essere tagliati anche del 75%. Baghdad aveva interrotto anche l’aiuto umanitario destinato ai rifugiati ed elaborato un piano finanziario per il 2018 che prevedeva forti tagli delle somme destinate alla regione curda. Fu anche per cercare di tacitare il calo dei consensi popolari e obbligare gli altri partiti a ricompattarsi attorno al Governo che il Presidente Barzani decise il referendum. Non tutti erano convinti che fosse la soluzione giusta ma opporvisi pubblicamente sarebbe suonato come il tradimento di una secolare ambizione comune.

L’intervento dell’esercito iracheno e delle milizie sciite iraniane di Al Shaabi su Kirkuk sembra sia stato preceduto da un colloquio del Generale iraniano delle Guardie Rivoluzionarie Qassem Suleimani con alcuni esponenti del partito (PDK) del defunto leader Jalal Talabani e tutti oggi pensano che ciò spieghi perché’ i Peshmerga filo-PDK dispiegati alla difesa della città si allontanarono senza combattere appena le truppe nemiche si avvicinarono. La reazione del partito di Barzani fu immediatamente di gridare al tradimento e forti critiche furono lanciate verso gli USA che, implicitamente, avevano consentito l’operazione senza battere ciglio. Furono notati sul campo carri armati e armi a suo tempo forniti dagli americani agli iracheni per essere usate contro lo Stato Islamico e questo confermò i curdi nella convinzione che anche gli “amici” americani avevano tradito chi era stato fino a quel momento il loro maggiore alleato nella zona.

BREVE STORIA RECENTE: SIRIA

Anche in Siria, le forze di combattimento curde sono state indispensabili per la sconfitta dell’ISIS. Dopo la strenua difesa di Kobane ampiamente coperta dai media occidentali, i curdi avevano dato vita ad un esercito che, oltre ai locali Peshmerga, comprendeva gruppi arabi uniti a loro nella lotta contro i terroristi. Nella Siria degli Assad i curdi non erano considerati cittadini come gli altri e non godevano della cittadinanza o degli stessi diritti degli altri cittadini. Piu’ volte erano stati aperti contatti con il Governo di Damasco per ottenere un riconoscimento o una qualche autonomia gestionale, ma sempre con scarso successo. Allo scoppio del fenomeno ISIS e non parteggiando per Assad, le comunità curde avevano approfittato della situazione per creare una loro “zona franca” e impedire allo Stato Islamico e a chiunque altro di entrare nei loro territori. Ciò aveva consentito all’esercito siriano di concentrare le proprie forze su altri campi di battaglia, lasciando che fossero i curdi stessi a contrastare il comune nemico in quelle aree. Chi non si disinteressò, invece, di ciò che succedeva in quei luoghi fu la Turchia che denunciò il locale partito PYD di essere legato al PKK (considerato internazionalmente un gruppo terrorista curdo-turco). I Peshmerga siriani, la forza armata del partito denominata YPG, fu accusata immediatamente di ricevere armi e ordini dal PKK. La cosa è verosimile, anche se sia il PYD si l’YPG hanno sempre smentito ogni collegamento. Per questi motivi, durante l’assedio di Kobane, Ankara impedì che curdi di Turchia potessero unirsi ai difensori della città e, solo dopo le pressioni internazionali, consentì che vi arrivassero Peshmerga del partito iracheno PDK, considerati più vicini ai propri interessi. Va però aggiunto che, almeno in un primo tempo e non ufficialmente, armi turche erano a disposizione dello Stato Islamico per essere usate sia contro Saddam sia contro i curdi di Siria. La preoccupazione della Turchia era, fin dall’inizio, che una possibile caduta del regime di Damasco consentisse la nascita di una nuova enclave curda vicino al proprio confine. Se fosse nata una regione amministrata da curdi o addirittura se fosse nato uno Stato curdo in Siria, ciò avrebbe galvanizzato i seguaci del PKK incoraggiandoli nella loro lotta e rendendo piu’ difficile bloccare il desiderio di autonomia curda all’interno della Turchia. Anche quando Ankara, dopo l’accordo con i russi, virò decisamente a favore della lotta contro gli Islamisti, la preoccupazione che nessuna enclave curda potesse nascere in Siria continuò a essere presente nei suoi incubi.

Chi, al contrario, vide nell’YPG una forza utile per i combattimenti sul campo furono i russi e gli americani. La Russia nel periodo di forte crisi con Ankara aveva consentito a Mosca l’apertura di un ufficio di rappresentanza del PYD e si suppone che abbia anche contribuito agli armamenti dell’YPG. Gli Usa, con la filosofia di “No boots on the ground” videro nei Peshmerga siriani le truppe di terra che non volevano mandare direttamente e organizzarono addestramenti, informazioni tattiche e fornitura di armi letali. L’accordo tra americani e curdi siriani si dimostrò molto efficace sul campo di battaglia e i miliziani dell’YPG cominciarono a dilagare anche fuori dalle aree abitate prevalentemente da curdi. Nella conquista della “capitale” dell’ISIS, Raqqa, il loro contributo fu determinante, così come lo fu nella conquista di molti altri villaggi. Preoccupati che russi, turchi e iraniani si fossero messi d’accordo per spartirsi il futuro della Siria, con o senza Assad, gli americani individuarono nei curdi una loro possibile roccaforte nell’area e, all’inizio di gennaio, annunciarono l’intenzione di continuare a presidiare l’area assieme ai curdi, anche finita la guerra, con almeno 30.000 soldati. Evidentemente, perché’ questa ipotesi potesse realizzarsi, occorreva che gli americani dessero per scontato che una qualche entità istituzionale curda potesse nascere in loco. Fu questa ipotesi a convincere definitivamente Ankara ad intervenire direttamente, prima che fosse troppo tardi.

LA SITUAZIONE OGGI IN IRAQ

Come abbiamo visto, la situazione economica della Regione Autonoma Curda si trova oggi in gravi difficoltà, perfino piu’ pesante dopo la perdita di Kirkuk e la rinuncia del Presidente Barzani ad accettare una proroga del suo mandato. Il Governo di Al Abadi è uscito finora vincente dal confronto e sta cercando di capitalizzare quanto ottenuto imponendo ai curdi condizioni inaccettabili che costituiscono un passo indietro perfino rispetto all’autonomia prevista dalla Costituzione e alle libertà di cui già godevano. I posti di frontiera con l’Iran sono stati rimessi in funzione e dal 16 gennaio sembrerebbe che anche un accordo per la riapertura degli aeroporti possa essere raggiunto. Tuttavia, tra le condizioni poste ( ben tredici) per iniziare nuove negoziazioni ci sono: a)la dichiarazione scritta che il referendum sia considerato totalmente nullo, b)la rinuncia ad ogni futura richiesta di indipendenza, c)negli aeroporti curdi di Erbil e Suleimaniya devono essere presenti rappresentanti permanenti dell’Autorità dell’Aviazione Civile Irachena, d)tutti i valichi frontiera, compresi quelli con la Turchia, devono non essere piu’ controllati da forze curde ma solo da quelle irachene, e)tutti i pubblici ufficiali curdi che vogliono recarsi all’estero per qualunque motivo devono ottenere l’autorizzazione da Baghdad, f)tutti i futuri proventi doganali o derivanti dalla vendita di petrolio devono essere lasciati alle autorità Federali e la vendita degli idrocarburi deve essere effettuata solo attraverso la SOMO (l’Ente petrolifero nazionale), g)il controllo delle dighe su territorio curdo dovrà passare sotto il controllo dello Stato centrale, ecc.

È evidente che queste richieste, se mai saranno accolte, significano la fine non solo della (im)possibile indipendenza ma anche di gran parte dell’autonomia usufruita in precedenza. Il controllo iracheno di aeroporti e frontiere implica che gas, petrolio e traffici di merce varia saranno strettamente controllati da Baghdad e non sarà piu’ possibile per il KRG condurre qualunque tipo di affare con società straniere senza il permesso del Governo centrale. Perfino l’impossibilità di recarsi all’estero senza autorizzazioni per i pubblici ufficiali significa che i rapporti internazionali, tessuti accuratamente dai curdi in questi anni, dovranno anch’essi sottostare al placet iracheno.

La rinuncia di Massoud Barzani alla posizione di Presidente (nonostante resti il capo carismatico del partito di maggioranza PDK) si era resa indispensabile per cercare di rendere possibile il dialogo con le Autorità centrali senza una presenza diventata troppo ingombrante per il suo ruolo nell’indizione del referendum. Tocca ora al cugino, il Primo Ministro Nechirvan Barzani, giocare il ruolo del “moderato” e in questa veste, per cercare supporto, si è recato a Parigi, a Davos e ha chiesto di incontrare Erdogan. Nella località svizzera ha potuto incontrare molti capi di Stato e anche il Segretario di Stato americano Tillerson. Sia quest’ultimo che Macron, così come hanno fatto altri esponenti politici di altri Paesi (pure l’UE) sono intervenuti su Al Abadi, invitandolo ad aprire i negoziati senza irrigidirsi. Almeno in apparenza tutte queste azioni diplomatiche hanno ottenuto un qualche successo, tant’è che Baghdad ha preannunciato l’istituzione di una commissione parlamentare composta da curdi e da arabi iracheni che avrà il compito di affrontare tutti i motivi della discordia. Sarà composta da sette persone, di cui però cinque arabe e solo due curde. La strada di un possibile accordo è però complicata dal fatto che a maggio si terranno le elezioni nazionali e locali in tutto l’Iraq e ciò obbliga i politici delle due parti ad essere prudenti nelle rispettive concessioni. Che la situazione resti molto complicata lo si può vedere dal seguito dell’incontro avvenuto a Davos tra Al Abadi e Nechirvan Barzani. Dopo il loro colloquio avvenuto in forma riservata, il Primo Ministro iracheno ha detto ai giornalisti (e ripetuto nel suo intervento ufficiale) che un accordo era stato raggiunto in merito alla diatriba petrolifera e che i curdi avevano accettato di lasciare tutto nelle mani della SOMO. Appena informato della cosa, il Barzani si è precipitato a smentire quanto affermato dalla controparte dicendo che si trattava di una menzogna e che il loro (breve) incontro aveva solo accennato ai vari problemi senza nemmeno toccare la questione petrolifera. Il ministro curdo ha aggiunto che l’unico accordo raggiunto era che ci sarebbe stato un altro incontro nella settimana seguente.

Mentre la contrapposizione con Baghdad quindi continua, anche in casa curda i problemi non mancano. Il partito dell’Unione Islamica del Kurdistan, il maggior partito islamico della regione, ha annunciato di voler uscire dalla maggioranza di Governo per unirsi agli altri due partiti di opposizione, Goran e il Gruppo Islamico Curdo che già si erano ritirati in precedenza dopo esservi entrati nel 2013. Il Governo resta stabile poiché’ su 111 parlamentari 38 appartengono al PDK, 18 al PUK e altri voti utili sono quelli del piccolo Partito Cristiano e quello dei Turkmeni, consentendo così di arrivare a 72 voti. Anche il maggior alleato del PDK, il PUK, dopo la morte del suo capo carismatico Talabani attraversa un periodo di grande incertezza. Da piu’ di due anni non riesce a tenere il previsto congresso ed è sostanzialmente diviso in almeno tre spezzoni. La voce piu’ importante al suo interno resta quella della signora Hero Talabani, moglie del defunto leader, che ha potuto imporre uno dei figli, Qubad, al posto di Vice Primo Ministro. Tuttavia le contestazioni contro di lei sono in costante crescita e viene da molti ritenuta la vera causa della crisi interna. Hero Talabani è donna di fortissimo carattere e fu una combattente tra i Peshmerga nelle guerre contro Saddam, rimanendo pure ferita in combattimento. La persona che sembrava potesse far contenti tutti, almeno in attesa del congresso annunciato ora per il 5 marzo prossimo, sarebbe stato il Vice Presidente del Kurdistan Kosrat Rasul, già capo dei Peshmerga di Suleimaniya. Costui era appena rientrato dalla Germania ove si era recato per ricevere importanti cure mediche e qualcuno aveva pensato di affidare a lui l’incarico ad interim per guidare il partito fino al congresso. Lui stesso aveva annunciata l’intenzione di creare un nuovo esecutivo provvisorio con l’intento di includervi rappresentanti di tutte le fazioni. Il tentativo è però fallito per l’opposizione di alcuni membri dell’Ufficio Politico in carica che hanno rifiutato di dimettersi. Non manca di qualche peso anche il sospetto che una parte del partito abbia “negoziato” il ritiro da Kirkuk con gli iraniani. Ai due Barzani e al PDK non conviene enfatizzare troppo tale questione per non dover subire ricadute nella maggioranza che sostiene il Governo ma è certo che la cosa prima o poi tornerà a galla.

LA SITUAZIONE IN SIRIA

Il 20 gennaio scorso, con un’operazione chiamata (ironicamente?) Ramo d’Ulivo, l’artiglieria e gli aerei turchi hanno iniziato il bombardamento della zona di Afrin, città vicina al confine e una delle roccaforti dei curdi siriani dell’YPG. Dopo aver dichiarato che lo scopo era quello di “pulire” il terreno dalla presenza dei “terroristi”, le truppe turche sono entrate in territorio siriano e sono arrivate in prossimità della prima città obiettivo. Accompagnate da miliziani dell’Esercito Libero Siriano composto da 25.000 uomini hanno occupato il Monte Bursaya che sovrasta Afrin e conquistato il villaggio di Qestel Cindo che sta ai piedi del monte. Ufficialmente, l’azione turca si era resa indispensabile come risposta ad attacchi di missili curdi contro le cittadine turche di confine Kilis e Hatay ma è certo che il lancio di missili in territorio turco avvenne soltanto dopo i primi bombardamenti subiti dai curdi.

Ankara aveva sempre chiesto agli alleati americani (senza mai ottenerne l’assenso) di poter creare una zona cuscinetto in territorio siriano che non vedesse la presenza di popolazioni di etnia curda e ciò sempre per la paura che avere un’entità curda vicino al confine avrebbe consentita la possibilità di passaggio di armi e gruppi armati da e per il PKK. Aveva anche chiesto che gli Stati Uniti smettessero di fornire armi all’YPG e ne avevano ottenuto una dichiarazione in linea di massima che le forniture sarebbero cessate. Dichiarazione però che diventava poco credibile dopo l’annuncio dell’intenzione americana di creare un corpo di 30.000uomini armati proprio a ridosso del confine. A quel punto Erdogan ha dato il via all’operazione militare, ribadendo che considerava l’YPG, il PYD e il PKK come un’unica organizzazione terroristica e che andasse distrutta in ogni modo. Anche il Primo Ministro Binali Ildirim non è stato da meno e ha annunciato l’intenzione di “liberare” una zona di almeno 30 chilometri a partire dalla stessa Afrin. Non è la prima volta che le truppe turche varcano il confine siriano perché’ già lo fecero con carri armati e aerei nell’agosto 2016 tramite l’operazione detta Scudo dell’Eufrate. Allora, la motivazione data fu la volontà di allontanare l’ISIS dal confine e impedire l’avanzata delle milizie curde.

In realtà Ankara, con l’attuale intervento, oltre a voler impedire la creazione di un Governo curdo locale, vuole anche diventare protagonista ineludibile negli assetti della futura Siria e un’azione militare come quella ora in corso le consentirà di negoziare il futuro da una posizione di relativa forza anche con gli alleati russo e iraniano.

La reazione internazionale all’invasione turca non è stata positiva: i francesi, memori del loro ruolo storico di colonizzatori della Siria, hanno immediatamente chiesto che si riunisse d’urgenza il Comitato di Sicurezza dell’ONU e il Ministro degli Esteri Le Drian ha telefonato al collega turco Cavusoglu chiedendo di fermare ogni ostilità. Anche gli americani avevano, già il 19 gennaio, invitato i turchi a non intraprendere nessuna azione bellica in Siria, garantendo che non avrebbero costituito nessuna forza militare al confine turco siriano. Ciò nonostante i richiami sono caduti nel vuoto, perché come dice un analista politico turco: “Il dentifricio non si può rimettere nel tubetto” e: “Erdogan ha passato il suo Rubicone”. Il vice Primo Ministro turco Bekir Bozdag è arrivato a definire le richieste americane come “vuote e prive di senso”. Non bisogna dimenticare che Erdogan sta da tempo conducendo una cruenta battaglia in patria contro l’etnia curda e che la maggior parte della popolazione lo appoggia in questa direzione. Dopo l’inizio dei bombardamenti, il partito curdo di Turchia l’HDP ha invitato a scendere in piazza per contestare la decisione del Governo ma pochi sono stati i cittadini che hanno raccolto l’invito e anche i partiti che più si oppongono in Parlamento ad Erdogan si sono dichiarati favorevoli all’intervento militare.

Gli americani hanno le mani legate: i loro rapporti con Ankara sono già molto tesi a causa dell’avvicinamento turco a Mosca e per l’arresto di funzionari e diplomatici americani a Istanbul con l’accusa di sostenere i golpisti. Non va dimenticato che, subito dopo il tentato golpe, a tutto il personale americano presente nella base aerea di Incirlik fu proibito di uscire per diversi giorni e che Washington ancora rifiuta di consegnare alla Turchia la presunta mente del colpo di stato Fetullah Gulen.

Sembrerebbe, piuttosto, che prima di lanciare le proprie truppe, Erdogan si sia consultato con Mosca per averne l’avallo, ma dal Cremlino non si fanno commenti. Tuttavia (da fonte russa che cita un giornale turco) sembra che il generale Hulusi Akar a capo dell’esercito turco, prima di effettuare azioni aeree, abbia consultato la sua controparte russa Valery Gerasimov. Di certo, nell’incontro che si è tenuto negli scorsi giorni a Sochi, organizzato da Mosca con l’obiettivo di definire il futuro asseto della Siria, nessun rappresentante curdo è stato invitato, anche per il veto posto dalla Turchia. La conferenza ha previsto la partecipazione di ben 1600 invitati da Iran, Turchia, Russia e dalla stessa Siria. Europei ed americani avevano rinunciato a parteciparvi ribadendo che il luogo e il formato del negoziato rimanevano Ginevra e l’ONU mentre l’inviato ONU, Staffan De Mistura, che già era stato presente ai precedenti incontri ad Astana, ci è andato.

CONCLUSIONI

Le opinioni pubbliche occidentali e la maggior parte dei giornalisti quando parlano dei curdi pensano ad una popolazione compatta, unita dagli stessi interessi e divisa tra vari Stati (Siria, Iraq, Iran e Turchia) solo in base alla decisione di potenze straniere, decisione presa nell’unico interesse di quest’ultime. Ciò è vero solo in parte. Nel corso dei secoli, il popolo curdo ha attraversato storie ed evoluzioni diverse e anche la lingua, di origine simile al farsi, è suddivisa in piu’ dialetti rendendo non sempre facile la comprensione reciproca. Se pur è assodato che tutti condividono formalmente il desiderio di vedersi riunificati in uno Stato/Nazione, gli attuali interessi di ciascuno sono diversi e, a volte, contrastanti. Non è un caso che Massoud Barzani, intervistato dalla BBC, nel rispondere se i Peshmerga curdi sarebbero intervenuti in aiuto dei “confratelli” siriani ad Afrin, si è limitato a dire che condannava l’intervento militare perché “non è con le armi che si risolvono i problemi e mandare i Peshmerga non avrebbe risolto la situazione”. Ha aggiunto: “La piu’ grande assistenza che noi possiamo dare è cercare di fare il nostro meglio per fermare le ostilità”.

Anche in questo caso, la realtà vera è che i curdi iracheni hanno bisogno della Turchia sia come aiuto negoziale con Baghdad sia come unico sbocco per le loro comunicazioni con l’estero. Infatti, raggiungere il Golfo Persico significherebbe dover transitare da Baghdad, la Siria è nella situazione che si sa e di andare verso l’Iran non se ne parla. La stessa Iran è un altro fattore di divisione tra gli stessi curdi iracheni: mentre il PDK di Barzani ha da tempo identificato nella Turchia un interlocutore privilegiato, messo in forse solo dalla questione referendum, il PUK della famiglia Talabani ha da molto tempo un canale di comunicazione privilegiato con Teheran. L’Iran, ha già grande influenza su ogni Governo possa esserci a Baghdad e approfitta dei suoi amichevoli rapporti con il PUK per tenere sotto controllo anche il Governo di Erbil e impedire che la regione sia egemonizzata dai turchi, attualmente alleati ma concorrenti nell’ambizione di esercitare una leadership sul Medio Oriente. Il PUK ha anche contatti “riservati” con il PKK, anche se, piu’ o meno ufficialmente, il Governo Regionale Curdo iracheno collabora attivamente con Ankara nel combattere questi terroristi.

In Siria, nonostante il PYD, attraverso l’YPG controlli il territorio, una buona parte della popolazione curda non vi si riconosce e guarda piuttosto a Barzani come leader naturale. La concorrenza tra le varie fazioni è a volte palese, a volte sotterranea e smentita a gran voce, ma anche le ambizioni personali dei vari leader hanno la loro parte non insignificante.

Di tutte queste divisioni tra i vari gruppi curdi hanno sempre approfittato le potenze straniere interessate a quelle zone e, ahimè, bisogna ammettere che si sono ammazzati piu’ curdi tra loro di quanti ne abbiano uccisi armi straniere. Un esempio eclatante del secolo scorso è la strage degli armeni. È risaputo che furono i reparti curdi arruolati nell’esercito ottomano a commettere i maggiori eccidi; eppure, dove si rifugiavano gli armeni che riuscivano a scappare dalle carneficine? Presso altre tribù curde, nemiche delle prime perché’ affiliate al regno Persiano.

Anche oggi sulla pelle dei curdi si giocano partite che non li riguardano ma cionondimeno li coinvolgono. Quanto sta succedendo in Siria è anche uno scontro incrociato e a distanza tra Iran, USA, Russia, Turchia e monarchie del Golfo. Ognuno di loro vuole avere un modo per controllare tutta l’area, ma soprattutto vuole impedire che sia l’altro a farlo. Lo stesso succede in Iraq ove, non a caso, i curdi di Barzani godono l’appoggio di Arabia Saudita ed Emirati (e Israele) in funzione anti-Iran. L’inerzia (o la complicità) americana a Kirkuk li ha fatti gridare al tradimento perché’ la Regione curda ha rappresentato, e rappresenta, il miglior caposaldo a stelle e strisce in un’area egemonizzata da Teheran.

Tutti, quindi li vogliono, da una parte e dall’altra. Ciò che però tutti gli attori stranieri condividono è che nessuna fazione curda debba poter diventare troppo forte da sola e, soprattutto che i curdi non si riunifichino mai sotto un’unica nazione.

Croce Rossa dopo il riordino, ora nel pieno governo degli associati

EUROPA di

Conclusa a Roma l’Assemblea Nazionale dei delegati territoriali della Croce Rossa Italiana, un week end denso di impegni per i tanti partecipanti provenienti da tutte le regioni del Paese.

Un incontro molto importante perché il primo dopo il riordino del terzo settore voluto dal governo Renzi che ha impattato fortemente anche sulla Croce Rossa che vede ora il pieno governo della propria associazione che si basa su un volontariato diffuso e molto qualificato e parte importante di un sistema internazionale di assistenza come la Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.

In apertura è stato lo stesso Presidente Rocca a ricordare i molteplici impegni a cui l’organizzazione non si è mai tirata indietro, dalla frana di Rigopiano al terremoto nel centro Italia al supporto continuativo nell’ambito dell’accoglienza dei Migranti.

Proprio su questo punto si è voluto mettere in risalto l’importanza e il ruolo che ha  la federazione internazionale ha nell’aiuto umanitario ai migranti in virtù del fatto che la Croce Rossa e Mezzaluna Rossa sono presenti sia nei paesi di partenza che in quelli di arrivo, per questo la federazione può essere un tassello molto importante nelle attività di aiuto ma anche nella proposizione di modelli di gestione dei fenomeni migratori.

Una Associazione quella della Croce Rossa che dopo il riordino è riuscita a cambiare la propria struttura dei costi permettendo di investire di più nelle attività operative, terminato il processo privatizzazione e di riforma della Croce Rossa Italiana ” di fatto ora l’associazione è tornata pienamente nelle mani dei suoi soci” ha dichiarato il Segretario Generale Flavio Ronzi.

All’assemblea hanno partecipato anche molti delegati internazionali che hanno potuto dare il loro contributo alla discussione portando anche un messaggio di fratellanza e cooperazione come ha detto il Elhadj As Sy Segretario Generale  della federazione internazionale della Croce Rossa e della mezzaluna Rossa.

European affairs ha intervistato il Presidente Rocca e il Segretario Generale Ronzi nel video seguente.

 

 

All’assemblea Nazionale della Croce Rossa Italiana, European Affairs ha intervistato anche Massimo Barra, fondatore della Fondazione Villa Maraini e Presidente della partnership internazionale sulle droghe della Croce Rossa Italiana. La perseveranza delle battaglie condotte dal dottor Barra ha contribuito fortemente ad alcuni cambiamenti importanti a livello internazionale, tra questi la recente decisione dell’Iran di non applicare la pena di morte ai reati riconducibili alla droga, una lotta di quasi trena’anni durante i quali in Iran moltissimi tossicodipendenti sono stati condannati a pene altissime sino alla pena di morte.

 

Together, il ruolo e le responsabilità dell’Italia

EUROPA di

MFE Movimento Federalista Europeo, Gioventù federalista europea, the Spinelli Group e con il contributo della Rappresentanza della Commissione Europea promuovono una convenzione per affrontare tematiche in un momento caldo quale quello in cui ci troviamo: l’Europa ed il ruolo dell’Italia in essa. Più personaggi politici ed istituzionali, al di là della posizione politica, hanno condiviso il progetto per un’Europa più libera, federale e democratica, di cui l’Italia è parte integrante.

Borrelli, Vicepresidente della rappresentanza della Commissione Europea menziona le “conventiones democratiques” proposte dal Presidente francese Macron per recuperare la democrazia che ha sempre appartenuto all’Europa. Il riconoscimento di una cittadinanza federale può essere la risposta all’euroscetticismo, sempre più vicino al varco europeo; la partecipazione dei cittadini inoltre, in eventi centrali come le elezioni, è un’ indispensabile forza per dimostrare la volontà di ritrovare quei principi alla base degli equilibri istituzionali.

Anselmi, presidente del MFE si ispira ad Altiero Spinelli secondo il quale se un problema si continua a presentare senza incontrare una soluzione, è un problema storico; oggi, secondo Anselmi, quello dell’UE è un problema storico, da affrontare unitariamente, in cui l’Italia ne è al centro. La questione bilancio è senza dubbio uno dei punti di fuoco, essendo questo l’espressione delle azioni dei singoli paesi; le entità di bilancio ed il passaggio promosso dai Trattati di Roma dei contributi finanziari statali a quelli delle risorse proprie ha rappresentato un cambio di scena importante. Anselmi si pone favorevole ad un bilancio, pur se minore, basato su risorse proprie, piuttosto che uno maggiore ma riferito ad uno nazionale. Nello scenario europeo soprattutto i paesi minori colpiti da una crisi finanziaria devono essere supportati da quelli maggiori, dato che incidono inevitabilmente sulla realtà europea nel suo complesso. La riforma dei Trattati, anche dal discorso sull’Unione del 2017 del Presidente Junker, è “ineludibile”. Ci sono ora due strade: continuare a portare avanti il progetto da cui tutto ebbe inizio in quel 1940 degli italiani Spinelli e Rossi o abbandonarlo, il che vorrebbe dire far venir meno uno dei motori pulsanti della macchina europea.

Brok, del Gruppo Spinelli presenta anche lui l’Europa di fronte ad un bivio. Dopo 70 anni per la prima volta stanno nascendo problemi circa la legittimità con la popolazione europea: anni di successi hanno promosso scenari privi di qualsiasi tipo di dittatura, con la conquista di Stati di diritto per i suoi cittadini, la cui strada rimane però ancora lunga. Il bivio è rappresentato da una parte dai nazionalismi e le correnti conservative e dall’altra da chi, pur se con qualche dubbio, crede ancora in una risalita. Quali sono le sfide globali che al giorno d’oggi si presentano? Brok presenta competitività, commercio più equo, risposte alla crisi economica, senza tralasciare la questione migrazione e clima; sfide che devono essere affrontate collegialmente. I cittadini ora richiedono più sicurezza proprio per un’assenza di conformità tra i paesi membri, il che si traduce con maggiori contributi al sistema di difesa comune. Brok avvisa che a livello di uomini, l’UE è più fornita dell’America, ma con risultati meno soddisfacenti a causa della distanza che ancora separa i suoi membri. Europa – Africa è un binomio che ultimamente è al centro della scena politica europea, perché segna l’inizio di un’ azione esterna europea nei paesi non del tutto sviluppati. Conclude avvertendo che l’unica risposta a tutto ciò, non può che essere la reazione dei paesi mediante nuovi strumenti di ricollocamento economico. Brexit c’è stata ma non si può ripetere.

Gozi riflette sul progetto degli Stati Uniti d’Europa come possibile soluzione al caos fronte al quale l’Europa si trova attualmente, progetto ben diversamente realizzabile da quello proposto da Spinelli e Co,a causa del contesto storico in cui ci si trova, ma un obiettivo non si raggiunge se non vi è neanche un minimo di coraggio per il rischio. Utilizza come punto di riferimento il discorso della Sorbona del Pres. Macron, chiedendosi però se l’Italia sia in grado a rispondere all’appello francese. Va comunque reso noto che sono 2 miliardi, la cifra risparmiata dai contribuenti sociali, con il successivo dimezzamento delle frazioni europee che hanno portato l’Italia da maglia nera della legalità, a maglia rosa. In 4 anni le frodi europee sono stata diminuite del 60%: tali risultati non so che dovuti ad un lavoro di collaborazione con il PE nella sua totalità. La credibilità si viene a formare proprio da effettivi risultati come questi; tutto ciò è solo l’inizio di un processo di apertura in cui l’Italia non deve assolutamente arrestarsi e in cui la richiesta di crescere democraticamente può essere accompagnata dall’introduzione delle liste transazionali per un maggior coinvolgimento. Europa è Stato di diritto, tutela dei diritti fondamentali e quindi non solo di scelte politiche economiche in cui l’euro è indubbiamente uno strumento finanziario necessario, ma Europa rappresenta una necessità.

Malan fa un discorso centrato sull’economia, in cui spread ed eurobonds sono tra gli elementi chiave; il divieto del surplus è un altro vincolo controllato dall’economia europea, i cui maggiori paesi indipendenti economicamente impongono maggiori misure restrittive. Affronta poi la solidarietà circa la questione migratoria,ribadendo che debba presentarsi come una vera e propria responsabilità, dove i contributi europei sono sì fondamentali ma a livello di accoglienza le misure da prendere devono essere più equilibrate tra i paesi, non potendo contare solo sul territorio italiano. Altro campo di cui l’Italia è uno dei maggiori contribuenti è quello delle piccole e medie imprese, che devono essere sfruttate in maniera più valida.

Duff parla a nome dello Spinelli Group che proporrà un progetto elettorale per le elezioni europee del 2019, come un nuovo manifesto. Circa la funzionalità e validità dei Trattati bisognerebbe rifletterci, essendosi oggi l’Unione Europea evoluta, rispetto a quella che era ieri. Forse il ruolo dell’Alto Rappresentante ha trasformato il potere della Commissione nelle relazioni esterne, e da qui la proposta di Juncker di un’unica figura del Presidente in quanto rappresentante sia della Commissione che del Consiglio. Si è poi disposti ad assistere ad un aumento del potere esecutivo a discapito di quello della Commissione? Per quanto riguarda il meccanismo di stabilità, sarà possibile uno strumento di fondo monetario europeo? Circa la tassazione generalizzata, proposta del ministro italiano Monti, ci si chiede se i cittadini europei siano d’accordo e soprattutto pronti ad affrontare un cambio del genere. Riprende le già menzionate liste transazionali, auspicandosi che possano diventare progetti concreti o altri strumenti con cui l’Unione Europea si avvicini all’assetto federalista, così come la possibile elezione del Presidente della Commissione a suffragio diretto. Infine menziona Brexit e piuttosto che riflettere sulle motivazioni che l’ hanno provocata, preferisce concentrasi sul lavoro che dovrà esser compiuto d’ora in avanti.

Quagliarello si domanda il motivo per cui prima del 1989 l’Europa fosse così popolare e stimata dalla popolazione italiana; dalla globalizzazione in poi il concetto di Europa diventa oggetto diviso e a volte anche penalizzante in contesti in cui non riceve consenso. Prima era un’Europa che effettivamente cercava equilibri e punti in armonia fra i vari paesi, sorpassando le ideologie e le posizioni contrastanti, esempio lampante è quello del generale De Gaulle che nonostante avesse sempre dimostrato una posizione anti-europeista quando, nel 1958, l’agricoltura francese e l’economia europea necessitava di una spinta, fu egli stesso a promuovere i Trattati della CEE. Il problema è che la crisi attuale non è stata recepita da un’autorità sovranazionale, come quella che magari nel 1989 avrebbe reagito, ma soltanto da una nazionale che si è però dimostrata incapace. Il senatore non ritiene sia corretto chiedere più Europa, ma piuttosto un’Europa più giusta in cui sicurezza e lotta all’immigrazione possono vedersi risolte grazie ad una maggiore integrazione europea, in cui forse una revisione dei Trattati potrebbe soltanto contribuire in positivo.

Fassino esordisce: “bisogna rallentare o rilanciare”? Pensa sia più corretta la seconda, dato che in questi anni l’Italia si è “imbarcata” ma senza raggiungere mai la riva. Un grande passo è stato sicuramente il primo atto per la cooperazione rafforzata di difesa, sempre stata materia di prerogativa della sovranità nazionale e poco rientrante tra le competenze e materie di attuazione. Il dibattito delle direzioni dell’UE a più velocità ritiene non essere possibile, dal momento in cui non c’è nessuno che effettivamente voglia rimanere indietro; piuttosto bisogna puntare ad una velocità comune, dimostrazione ottenuta proprio dal risultato in PESC. Armonizzare le politiche non riguarda solo le politiche sociali ma anche l’educazione e tutti gli ambiti d’azione principali fino alla governance, che negli ultimi anni ha assistito ad una crescita della governabilità nazionale. Gli Stati uniti d’Europa sono un orizzonte, che anche se non immediato, rappresenta un obiettivo.

Bresso, parlamentare della commissione Affari costituzionali al PE e membro del gruppo Spinelli, ritorna sul discorso della necessità di revisione dei Trattati; la Carta di Gotenberg a tal proposito ha dimostrato la necessità di un’Europa anche sociale. La crisi economica ha portato grande diffidenza e sfiducia in tutti, con anche il rischio del ritorno dei populismi e nazionalismi ma è anche vero che si sta uscendo da questa fase ed è questo il momento di riavvio. Pur se lentamente si sta assistendo ad un risveglio generale da parte degli stessi cittadini che sentono effettivamente questa necessità più attuale che mai. Difesa, politica economica, giustizia dovranno essere i centri di gravità permanente dell’Europa federale, un’Europa disposta a mettere in gioco la democrazia dei governi.

S.Parisi riflette sulla prassi odierna di scaricare problemi italiani su quelli dell’Europa, quando purtroppo la verità è che si è andati a perdere quella che una volta era l’identità del nostro paese. Bisogna ritrovare un luogo comune di condivisione delle necessità innanzitutto a livello locale ed avere il coraggio di creare una volta per tutte una leadership europea autonoma nelle scelte, senza doversi più rifugiare in altre organizzazioni come l’ONU. “Che sia un’Europa unita ma pur sempre indipendente”, dichiara Parisi.

Mazziotti afferma che l’obiettivo delle elezioni è quello di coniugare diverse linee politiche verso un’unica linea in cui la ricostruzione dell’Europa sta tra i primi posti, e il momento per iniziare a formare una coscienza comune su questo argomento non può che essere questo.

Argenziano, uno fra gli organizzatori dell’incontro, in quanto membro del MFE conclude volendo sottolineare come i tecnicismi non debbano confondere e confondersi con il ruolo della politica, nonostante negli ultimi anni siano stati particolarmente in voga. Un giorno commemorativo come quello del 27 gennaio dovrebbe farci comprendere l’importanza dei massacri che oggi si presentano in prossimità dei confini europei, di cui però spesso si finge di non esserne al corrente.

Sarà dunque una missione impossibile quella di rimettere in gioco l’Unione Europea o semplicemente questione di tempo e grandi sacrifici, i cui risultati successivi però andranno a beneficio di tutti gli attori coinvolti? Un primo passo dell’Italia per questa missione sarà indubbiamente segnato dal risultato delle elezioni del prossimo marzo.

Laura Sacher

COOPERA, conclusa la Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo

EUROPA di

L’Auditorium Parco della Musica ospita la prima conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo: due giorni di dibattiti e incontri con testimoni della politica e degli affari internazionali, di cui l’Italia rappresenta un centrale motore.

È a partire dalla tragica notizia dell’attacco alla sede di Save the Children a Jalabad , che il Segretario Generale del MAECI, E. Belloni apre i lavori all’insegna della cooperazione e sviluppo nazionale e non. Ribadisce l’impegno e l’intereresse italiano in questo settore, nel quale negli ultimi anni si sono visti numerosi successi e cambiamenti, dalla prima tappa rappresentata dal Forum di Milano del 2012 “Muovi l’Italia, muovi il mondo”. L’obiettivo è quello di identificare gli strumenti  per meglio attuare una cooperazione capace di reagire ai continui cambi di scena che il mondo d’oggi ci presenta quotidianamente. Va comunque notato l’aumento consistente delle risorse per la cooperazione da parte dell’Italia,oggi  la quarta dei maggior contribuenti del G7. Condivisione e partenariato sono i due fili conduttori per un’azione costante e produttiva, ed è a tal proposito che ringrazia il presidente della Repubblica Centroafricana ad esser presente, in quanto portavoce degli sforzi italiani compiuti in un paese “vicino” come l’Africa. Fare sviluppo e contribuire è il modo migliore per fare sicurezza anche a livello nazionale, conclude la Belloni.

La parola passa poi al Ministro degli Affari Esteri, A. Alfano che esordisce con un ringraziamento verso tutti coloro, volontari in particolar modo, che hanno scelto di usare il bene come obiettivo di vita, il bene della condivisione. Testimone del suo primo viaggio in Africa, riconosce l’Italia come un paese di grande collaborazione in realtà di violenza e sofferenza quali quelle africane; realtà in cui lo stesso Ministro si domanda quanta strada ancora si dovrà fare per raggiungere uno sviluppo dignitoso. Conclude invitando tutti i presenti a sentirsi sempre diplomatici, perché portatori dei valori che l’Italia rappresenta.

E così il Presidente Toudaera testimonia dell’amicizia e della forza nate dal rapporto con l’Italia: riconosce ad essa una forte azione solidale verso il suo popolo. In termini d’integrazione militare così come per  l’assistenza umanitaria, progetti di mobilitazione, costruzione villaggi e sistema d’infrastrutture per cui l’Italia ha fornito sostegni economici e di persone fisiche senza precedenti. “Questo evento non può che rappresentare l’inizio di nuovi dialoghi,di  cooperazione bilaterale per affrontare temi come sicurezza, fame e immigrazione”, si augura il Presidente. Presenta il suo paese come un bacino dalle mille risorse, da quelle minerarie a quelle ambientali, e auspica una crescita rapida proprio a partire da queste, grazie all’enorme contributo di paesi sviluppati, insieme alla solidarietà e all’umanitarismo che permettono di continuare verso un dialogo più libero, eguale e benefico.

Il quarto intervento è quello del Commissario Europeo per la Cooperazione allo Sviluppo, N. Mimica che testimonia l’arduo lavoro che la cooperazione europea in un momento così teso sta svolgendo; tra i membri l’Italia è un paese fondamentale nella formazione della strategia politica internazionale. Si ha l’obiettivo di creare una più solida partnership, in cui le stabilità nazionali vadano di pari passo con quella europea. Temi centrali come l’immigrazione e la gioventù sono state al centro del dibattito politico,  insieme all’educazione che è la necessità fondamentale per un futuro migliore per tutti, sottolinea il commissario; lo sviluppo sostenibile ed i flussi irregolari restano due tra i principali gap per un piano comune. Non vuole tralasciare l’importanza delle donne in processi politici fondamentali come questi, senza le quali di sviluppo non si può parlare: “la violenza contro le donne è ora una grande emergenza, alla quale si deve reagire unitariamente”.

Il Ministro dello Sviluppo Economico, C. Calenda presenta poi la cooperazione allo sviluppo come uno degli assi portanti delle linee politiche, nonché un’ottima soluzione per la dimensione economica italiana spesso poco internazionalizzata e ricorda che nonostante il raddoppio della cifra del PIL, non bisogna fermarsi. Il protezionismo e nazionalismo, mette in allerta il Ministro,  se prenderanno piede andranno a colpire i paesi più deboli e quindi bisogna adottare un’apertura sempre più equilibrata dei mercati e del libero scambio fin da subito, in cui il dumping ambientale rappresenta un elemento fondamentale. Ritiene poi che l ’industria rende sostenibile lo sviluppo, e quella manifatturiera se, costruita correttamente, permette anche la costruzione di un modello stabile di welfare. Nonostante le 3 f (food, fashion, forniture), il nostro paese è anche capacità artigianale, operai che hanno costruito nel corso della storia ciò che ora sta alla base dell’economia, capacità di cui paesi come l’Africa hanno un forte bisogno. Conclude menzionando il progetto Migration Compact, presentato l’anno scorso, che è un trampolino di lancio per le nuovi futuri progetti.

Il Ministro dell’Ambiente, G. Galletti presenta gli ultimi 4 anni memorabili per l’enciclica del Papa, l’incontro a NY Agenda 2030 e gli accordi di Parigi per l’ambiente: solo da questi emblematici eventi vuole dimostrare l’importanza vitale del dialogo in un tema così ampio ma al tempo stesso vicino ad ognuno di noi, come l’ambiente e la sua salvaguardia.

A.Riccardi, già Ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione ricorda l’evento di  Milano del 2012 come  punto di partenza di una corsa sempre più veloce avviata per lo sviluppo alla cooperazione, divenuta differente rispetto a quella che si considerava in passato: ritiene che oggi ci sia maggior coscienza geopolitica dell’interdipendenza dei destini migratori e che dunque la collaborazione debba considerarsi un laboratorio del futuro.

Gli ultimi due interventi hanno messo in luce il ruolo che entità minori, come le Regioni o i Comuni, svolgono di grande contributo nel processo di cooperazione italiana, da qui A. Decaro, Presidente dell’ANCI che definisce i comuni come la spina dorsale del paese, perché costituiti dai veri promotori del processo: i cittadini.  Già con il progetto “Municipi senza frontiere”, si è ricercata una collaborazione in tematiche fondamentali a livello locale, quale l’educazione, la cultura o la  protezione civile. M. Barni, in quanto rappresentante delle regioni, ha ribadito come la cooperazione territoriale contribuisce a quella internazionale e ha presentato 3 punti che rappresentano il fulcro dei lavori a questo livello: il coordinamento delle entità locali, la gestione dei rifugiati e migranti e l’ Agenda 2030, per un’azione coerente tra i vari attori.

La seconda parte della conferenza si apre con la presentazione delle tavole rotonde concernenti i seguenti temi: giovani, settore privato, migrazioni, comunicazione e sviluppo sostenibile. Qui vi hanno preso parte testimoni ed esperti, le cui esperienze sono state affrontate dettagliatamente negli incontri pomeridiani dove il pubblico ha potuto intervenire ed interagire. Il risultato di tali incontri è stato poi presentato il giorno seguente, insieme alle presentazioni delle risorse investite nella cooperazione internazionale, di cui hanno preso parte L. Maestripieri, direttore MAECI-DGCS, L. Frigenti, direttrice Agenzia Italia Cooperazione allo Sviluppo, F. La Camera, direttore DG Sviluppo sostenibile Ministero dell’Ambiente e A. Baldino per Cassa depositi e Prestiti Spa. Oltre alle istituzioni, “Io c’ero e ci sono: storie straordinarie” ha permesso a personalità del mondo dello spettacolo, dell’impresa e della comunicazione di portare in prima persona la loro esperienza nel campo della cooperazione.

Le conclusioni sono state lasciate all’On. Alfano e al Presidente del Consiglio Gentiloni che, insieme al Vice Ministro Giro, hanno presentato il documento di sintesi dei due giorni di grande.. cooperazione.

 

Laura Sacher

Francia, Macron propone un nuovo modello di leva per i giovani Francesi

EUROPA di

Il presidente Francese, Emmanuel Macron ha promesso che la proposta per il futuro “servizio nazionale universale” sarà portata a termine e la sua attuazione non sarà di esclusiva responsabilità del Ministero della Difesa ma condivisa con tutte le istituzioni.

Una promessa molto impegnativa per il governo in quanto sono stati stimati costi per  circa 15 miliardi di euro che saranno utilizzati per creare un’infrastruttura in grado di ospitare circa 800.000 giovani all’anno.

Una decisione in totale controtendenza a livello europeo dove da anni la coscrizione è stata eliminata, in Italia era stata Istituita  con la nascita del Regno d’Italia e confermata all’istituzione  della Repubblica italiana, è stato in regime operativo dal 1861 al 2004, per 144 anni. L’obbligatorietà del servizio, prevista dalla costituzione della Repubblica Italiana, è ordinariamente inattiva dal 1º gennaio 2005, come stabilito dalla legge 23 agosto 2004, n. 226.

In Germania per esempio è stata mantenuta la leva obbligatoria, ma c’è la possibilità sia di svolgere il servizio civile in alternativa a quello militare sia di poter scegliere tra due grandi programmi di servizio volontario, che costituiscono un’offerta di formazione per i giovani collegata all’impegno in istituzioni di tipo sociale o ecologico. I programmi, aperti ai giovani dai 15 ai 27 anni di entrambi i sessi.

“Il servizio nazionale universale sarà condotto da tutti i ministeri competenti ” ha dichiarato il presidente Macron “e non solo dal Ministero delle Forze Armate, ma avrà un finanziamento ad hoc che non avrà alcun impatto sulla legge sulla programmazione militare”.

Il Segretario di Stato, Geneviève Darrieussecq, avrà il compito di guidare la riflessione su questo servizio nel gruppo interministeriale guidato da Matignon: l’idea generale è quella di creare un servizio di un mese per tutti i ragazzi e le ragazze tra i 18 ei 21 anni, principalmente sotto la supervisione degli eserciti, della gendarmeria nazionale e dei riservisti.

L’Assemblea nazionale, che ha creato una missione di informazione sul servizio nazionale universale, presenterà i primi risultati del suo lavoro alla fine del mese. Nel governo è iniziato il lavoro interministeriale e si parla di “coordinamento generazionale” o “nuova piattaforma di impegno”. Geneviève Darrieussecq dovrebbe presentare proposte questa estate per un primo esperimento nel 2019.

Korea del Nord, sulle sanzioni guerra fredda USA-Cina

ASIA PACIFICO di

Martedì 16 gennaio si è tenuto a Vancouver un Vertice tra venti Nazioni per discutere l’attivazione delle misure sanzionatorie nei confronti della Nord Corea. Canada e Stati Uniti hanno coordinato l’incontro affermando il loro impegno nell’assicurare che le sanzioni già approvate dalle Nazioni Unite vengano rispettate e che ad esse si aggiungano ulteriori sanzioni unilaterali e azioni diplomatiche da parte degli Stati al fine di costringere Pyongyang ad abbandonare i programmi missilistici e nucleari. Ciò che è sorprendente è stata l’esclusione di Russia e Cina al tavolo delle discussioni. La Cina ha infatti reagito denunciando i Vancouver Talks di farsi portatori di una mentalità da guerra fredda. Già da tempo il Presidente cinese Xi Jinping aveva collaborato con gli States affinché fosse aperto il dialogo con la Nord Corea e fossero previste azioni di denuclearizzazione, attraverso la riduzione delle esportazioni di greggio, anche a costo di far lievitare il costo della benzina in madrepatria. Pertanto la decisione di escludere la Cina e la Russia, peraltro due dei restanti partner commerciali della Nord Corea, è stata interpretata come il segno che gli Stati Uniti caldeggino ancora la possibilità di un attacco militare nella zona.

Durante l’incontro a Vancouver, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha infatti avvertito Pyongyang di innescare una risposta militare se non accetta le negoziazioni. Questo metodo, secondo Lu Kang, portavoce del Ministro degli esteri cinese, potrebbe dividere la comunità internazionale e minare le occasioni di una soluzione pacifica nella penisola. “Solo attraverso il dialogo” continua il portavoce, “nonché affrontando le preoccupazioni di tutti i coinvolti, è possibile trovare la strada per una soluzione effettiva e pacifica”.

Secondo Wang Sheng, un ricercatore del Centro di “Co-Innovation for Korean Penincula”, il tempismo di questo incontro appare peraltro inappropriato, dal momento che la situazione nella penisola coreana era di recente stata contraddistinta da un grande avvicinamento tra le due Coree, ovvero dalla riapertura del canale intercoreano di comunicazione diretta. Ovviamente questo riavvicinamento, molto gradito a Cina e Russia, non può essere visto con grande ottimismo da Trump. Alla notizia dell’incontro tra i due leader coreani Trump aveva specificato di esserne in qualche modo soddisfatto, dando il merito di questo «passo» alle sanzioni e alle pressioni esercitate su Kim. Tuttavia, appare evidente che la penisola coreana riappacificata permetterebbe all’Asia di tornare a concentrarsi sul futuro delle relazioni commerciali ed economiche e ridurrebbe il peso americano in termini di vendita di armi e di «garante» della sicurezza nella regione. Seul aveva inoltre confermato la necessità di interrompere le esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti, ribadendo la volontà di trattare con Kim, anche a condizione di “dire dei no” – come aveva affermato il Presidente Moon in campagna elettorale – all’alleato americano.

La coalizione saudita scaglia un attacco di 15 raids aerei in territorio yemenita

MEDIO ORIENTE di

La coalizione saudita, sostenuta dalle forze americane, venerdì ha sferrato quindici attacchi nella provincia yemenita di Dhamar, nel sud est del paese.

 

Tre di questi erano incursioni aree che hanno colpito lo stadio situato della città di Dhamar, causando vari danni alla struttura. Due raids aerei hanno invece colpito il Central Security Forces camp, gli attacchi hanno causato anche il danneggiamento di diverse case situate nel vicinato.

 

Altri due raids si sono abbattuti su un accampamento militare della polizia in Dhamar-alGarn, mentre tre incursioni aeree dirette all’Istituto Industriale e Tecnologico di Thi-sher, nell’area del distretto di Ans, hanno apportato diversi danni ai laboratori, le aule e le strutture dell’istituto.

 

Infine almeno altri cinque attacchi arei erano diretti a Samh, ad un campo nel distretto di Ans.

 

Pyongyang e Seul di nuovo “vicine” in occasione dei Giochi Olimpici invernali

ASIA PACIFICO di

Programmati per il 9 febbraio i Giochi Olimpici invernali di PyeongChang sembrano già voler portare con sé una fresca brezza che profuma di pace. O perlomeno così il mondo vorrebbe che fosse.

Martedì 9 gennaio, infatti, la Corea del Nord e quella del Sud riprenderanno un dialogo che per più di due anni ha visto intercorrere tra le due Coree quello che tramite una metafora meteorologica potremmo definire un gelo polare. Seul avrebbe, quindi, proposto alla patria di Kim Jong-un un dialogo di “alto livello” al centro del quale si discuterà circa lo stallo dei reciproci rapporti, con particolare attenzione alla partecipazione della Corea del Nord ai prossimi Giochi Olimpici.

Ma la chiave di lettura di questa svolta va cercata nel rinvio delle esercitazioni militari che annualmente Corea del Sud e USA effettuano e che saranno riprogrammate per la fine dei Giochi Olimpici. Una collaborazione, quella con gli Stati Uniti, che il dittatore nordcoreano percepisce come una vera e propria sfida, un incipit di quelle esercitazioni militari che potrebbero non essere più soltanto delle prove generali.

Chissà che i Giochi Olimpici invernali non forniscano finalmente l’occasione alle due Coree di instaurare un rapporto di pace.

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Redazione
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