GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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INCHIESTA DI GREENPEACE: i fondi comunitari finanziano alcuni degli allevamenti più inquinanti in UE

EUROPA di

La Politica Agricola Comune (PAC) svolge un ruolo essenziale per il settore agricolo in Europa e distribuisce agli agricoltori circa 59 miliardi di euro, quasi il 40 percento del bilancio dell’Unione europea. La PAC definisce come distribuire questo denaro tra gli agricoltori di tutta Europa. Uno degli obiettivi dichiarati della policy europea è migliorare l’ambiente, ma l’attuale PAC raggiunge effettivamente questo obiettivo? «La tutela ambientale dovrebbe essere uno degli obiettivi della Politica Agricola Europea (PAC), ma i fatti certificano che i comportamenti sbagliati vengono costantemente premiati. E l’inquinamento da ammoniaca è solo la punta dell’iceberg. La PAC continua a finanziare gli allevamenti intensivi nonostante gli impatti disastrosi che questi hanno sull’ambiente, sul clima e sulla salute pubblica, mentre dovrebbe promuovere invece l’agricoltura che rispetta la natura e il benessere di tutti» sono le parole di Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia.

In un’inchiesta condotta da Greenpeace, sono stati incrociati i dati dei finanziamenti diretti nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC) e il Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR). Ciò rivela come i sussidi comunitari finanzino alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa. Oltre la metà (51%) degli allevamenti esaminati in sette diversi Paesi dell’Ue ha ricevuto infatti fondi per un totale di 104 milioni di euro, nonostante si tratti di alcuni tra i maggiori emettitori di ammoniaca nei rispettivi Paesi. L’indagine è stata commissionata da Greenpeace Francia, ma è stata svolta in modo indipendente da otto giornalisti tra dicembre 2017 e aprile 2018. La ricerca si è concentrata sul settore dell’allevamento intensivo, poiché l’impatto ecologico di questo settore è particolarmente alto. La ricerca ha inoltre evidenziato la mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio e trasmissione dei dati relativi all’inquinamento agricolo in Europa. L’ammoniaca (NH3) è il solo inquinante costantemente riportato nel Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR), e solo le aziende con spazio per oltre 40 mila polli, 2 mila maiali o 750 scrofe sono obbligate a comunicare i dati a questo registro. Il rilascio di ammoniaca da fertilizzanti o liquami può causare fenomeni di eutrofizzazione (ovvero l’eccessivo accrescimento degli organismi vegetali e il conseguente degrado dell’ambiente divenuto poco rigoglioso) in fiumi, laghi e mari per l’eccessivo arricchimento di sostanze nutritive. L’ammoniaca è causa inoltre di inquinamento atmosferico da particolato fine, con conseguenti impatti sulla salute umana e può influire negativamente sulle vie respiratorie. Questo è un problema serio per le persone che lavorano nel settore agricolo, dato che possono sviluppare asma e altre malattie croniche e una ricerca ha mostrato che il semplice vivere in prossimità di allevamenti intensivi potrebbe influire negativamente sull’apparato respiratorio. Chi vive nelle vicinanze di allevamenti industriali potrebbe subire le conseguenze anche dal punto di vista economico. In Polonia, ad esempio, i ricercatori hanno verificato che in alcune aree il valore delle proprietà residenziali nelle vicinanze degli allevamenti intensivi di pollame è diminuito significativamente.

In Italia, secondo i dati E-PRTR, nel 2015 circa 874 allevamenti hanno emesso più di 10 tonnellate di ammoniaca (NH3). Il numero di società (alcune delle quali hanno riferito emissioni di ammoniaca per più di un allevamento) incluse nell’E-PRTR è di 739. In quell’anno queste aziende hanno emesso 46 mila tonnellate di ammoniaca. Ciò rappresenta il 12,8% delle emissioni totali di ammoniaca del comparto agricolo del Paese. In altre parole, l’87,2% delle emissioni di ammoniaca del comparto agricolo non viene registrato nell’E-PRTR. Il totale delle emissioni di ammoniaca del settore agricolo italiano nel 2015 ha raggiunto le 378 mila tonnellate, che rappresentano il 95% delle emissioni totali di ammoniaca dell’intero Paese. I sussidi alla PAC sono stati versati a circa il 67% delle 739 società inquinanti, ovvero a 495 aziende agricole. Queste aziende hanno ricevuto 25,64 milioni di euro in sussidi alla PAC.

“Il Pianeta nel piatto” (qui la petizione) è l’iniziativa di Greenpeace contro gli allevamenti intensivi che stanno divorando il pianeta. Per produrre e vendere sempre più carne si distruggono intere foreste, si sottopongono gli animali a trattamenti atroci e si inquinano acqua, suolo e aria. Gli impatti legati agli allevamenti intensivi sono insostenibili, perciò green peace chiede all’unione europea e al governo italiano di tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi e sostenere aziende agricole che producono con metodi ecologici.  L’iniziativa di Greenpeace ci invita a riflettere su cosa mangiamo e la risposta a questo quesito determinerà il futuro dei nostri figli e di molte altre specie che abitano il pianeta. Gli allevamenti intensivi fanno sì che la carne arrivi a buon mercato sugli scaffali dei nostri supermercati ma il prezzo più alto lo paga il nostro pianeta in termini di deforestazione (per creare aree di pascolo e produrre mangimi), perdita di biodiversità, emissioni e inquinamento dell’acqua e del suolo.Inizio modulo Greenpeace chiede di cambiare le regole dei sussidi in quanto nel 2021 l’Europa applicherà la nuova “Politica Agricola Comune” (PAC) ovvero l’insieme di regole per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei. Greenpeace avverte che la problematica consiste nel fatto che questi fondi non vengono assegnati in modo equo poiché la PAC sostiene in modo sproporzionato grandi aziende di stampo intensivo e industriale. Il risultato è quello di spingere verso un continuo accorpamento e intensificazione, contribuendo alla scomparsa delle aziende agricole di dimensioni minori e più sostenibili.  Lo scopo di Greenpeace è quello di sviluppare una coscienza alimentare globale e inclusiva, per questo richiede di: mettere fine a sussidi e politiche che sostengono la produzione intensiva di carne e prodotti lattiero-caseari; incrementare sussidi e adottare politiche che promuovano la produzione di alimenti da aziende agricole ecologiche e locali; adottare politiche che guidino il cambiamento delle abitudini alimentari e dei modelli di consumo, finalizzati a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 50% il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari, entro il 2050.

Il prossimo 2 maggio la Commissione europea dovrebbe pubblicare una bozza del prossimo bilancio Ue, a partire dal 2020, che includerà le spese della PAC. All’inizio di giugno, è attesa anche la pubblicazione della sua proposta di riforma della PAC.

Aiuti di Stato: la Commissione apre indagine approfondita sul dello Stato italiano ad Alitalia

EUROPA di

La Commissione europea ha aperto un’indagine approfondita per valutare se il prestito ponte di 900 milioni di euro che l’Italia ha concesso ad Alitalia costituisce un aiuto di Stato e se è conforme alle norme dell’UE in materia di aiuti alle imprese in difficoltà.

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Missione Eutm Somalia: Italian-NSE presenta 21 progetti cimic

AFRICA di

I progetti a favore della popolazione locale presentati dal CIMIC (Civil Military Cooperation) della Missione EUTM Somalia al Vice Governatore della regione del Banadir e al suo staff

Il Comandante dell’Italian National Support Element (IT-NSE) della Missione  EUTM Somalia  ha incontrato il Vice Governatore della regione del Banadir e il suo staff (Città di Mogadiscio).

L’incontro, che si è svolto presso l’ufficio del Sindaco di Mogadiscio e governatore del Banadir, è stato voluto fortemente per mostrare la volontà da parte dei militari italiani della missione EUTM di supportare l’amministrazione locale.

L’iniziativa ha avuto, inoltre, lo scopo di presentare le attività di CIMIC svolte e da svolgere da parte del Contingente italiano in Somalia.

Nel corso dell’evento sono stati discussi gli esiti dei 21 progetti eseguiti a supporto della popolazione locale che hanno interessato, nel corso del 2017-2018, principalmente i settori sanità, sicurezza, servizi di emergenza e supporto umanitario alle minoranze. Questi interventi sono stati realizzati grazie alla determinazione degli operatori del Multinational CIMIC Group, unità dell’ Esercito – a valenza interforze e multinazionale – specializzata nella cooperazione civile-militare che opera in Mogadiscio sin dal 2014.

Tra i numerosi interventi si possono elencare i progetti di ristrutturazione delle Mother and Child Health Centre dei distretti di Shibis e Darkeenley, infrastrutture pubbliche che hanno come target l’assistenza delle giovani madri partorienti e dei minori sino ad un età di 3/5 anni. Gli interventi del Contingente Italiano hanno infatti reso le strutture, prima precarie e mancanti dei servizi essenziali, tra le più accoglienti della città ed hanno permesso l’implementazione, grazie al coordinamento con le principali organizzazioni internazionali presenti in Somalia, di servizi quali il supporto ed assistenza al parto, prevenzione malattie sessualmente trasmissibili, programmi nutrizionali specifici, campagne di vaccinazioni ed attività di monitoraggio delle violenze domestiche.

Inoltre l’attività di CIMIC ha supportato la Municipalità del Banadir con la ristrutturazione ed ampliamento di una stazione di polizia nel distretto di Bondheere, distretto particolarmente bersagliato dagli attacchi di Al-Shabab, con la donazione di equipaggiamento al dipartimento dei locali vigili del fuoco che interviene con i pochi mezzi a disposizione in caso di attacchi esplosivi in città. Nel campo delle politiche di sviluppo sociale si sono inoltre sostenuti progetti per la diffusione degli sport di squadra femminili ed attività di vocational training che permettano un emancipazione delle giovani donne e studenti somale.

L’atteggiamento fraterno e l’empatia manifestata durante l’incontro da parte del vice governatore e del suo staff ha chiaramente mostra quanto la presenza fisica del personale italiano nelle aree interessate all’attività di cooperazione, nonostante il clima di sicurezza risulti particolarmente non permissivo, trovi un riscontro più che positivo da parte della popolazione locale.

Le condannate Irachene: il rapporto di Amnesty International denuncia lo sfruttamento sessuale di donne e bambine

Diritti umani/MEDIO ORIENTE di

Fin dall’apparizione dello “Stato Islamico”, Amnesty International ha documentato i crimini di guerra e contro l’umanità del gruppo armato e rilevato le violazioni del diritto umanitario internazionale da parte della coalizione che lotta contro lo “Stato Islamico”. Amnesty International ha diffuso un rapporto intitolato “Le condannate: donne e bambine isolate, intrappolate e sfruttate in Iraq” che rivela la discriminazione praticata dalle forze di sicurezza, dal personale dei campi rifugiati e dalle autorità locali nei confronti delle donne e delle bambine sospettate di essere affiliate allo “Stato islamico”. Il rapporto è il risultato di interviste a 92 donne presenti in otto campi rifugiati delle provincie di Ninive e Salah al-Din. Gli operatori hanno rilevato lo sfruttamento sessuale in tutti i campi visitati.

Le donne intervistate sono alla disperata ricerca di qualsiasi informazione su mariti e figli che sono stati arrestati mentre fuggivano dalle forze irachene e curde e dalle aree controllate dallo stato islamico. La maggior parte delle donne ha riferito che agenti statali hanno negato di tenere i loro parenti o si sono rifiutati di fornire informazioni sulla loro ubicazione. In tali casi, gli uomini e i ragazzi interessati sono stati sottoposti alla cosiddetta “sparizione forzata” ovvero quando una persona viene arrestata, detenuta o rapita da uno stato o da agenti dello stato, che negano che la persona sia trattenuta o che nascondano la loro ubicazione, ponendoli al di fuori della protezione della legge. La sparizione forzata è di per sé un crimine ai sensi del diritto internazionale e pone gli individui a grave rischio di esecuzione extragiudiziale, tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani. Di conseguenza sono donne costrette a badare a sé stesse, e spesso ai loro figli, dopo che i loro parenti maschi sono stati uccisi, sottoposti ad arresti arbitrari o fatti sparire durante la fuga dalle zone controllate dallo “stato islamico” a Mosul e nei dintorni. Nella maggior parte dei casi il “reato” sarebbe stato quello di fuggire dalle roccaforti dello “Stato islamico”, di avere un nome simile a quelli presenti nelle discutibili liste dei ricercati o di aver lavorato come cuoco o autista per conto dello “stato islamico”.  Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International ha dichiarato: “La guerra contro lo ‘Stato islamico’ sarà pure finita ma la sofferenza dei civili iracheni no. Donne e bambine sospettate di avere legami con lo ‘Stato islamico’ vengono punite per reati che non hanno commesso. Cacciate dalle loro comunità, queste persone non sanno dove andare e a chi rivolgersi. Sono intrappolate nei campi, ostracizzate e private di cibo, acqua e altri aiuti essenziali. Questa umiliante punizione collettiva rischia di gettare le basi per ulteriore violenza e non aiuta in alcun modo a costruire quella pace giusta e duratura che gli iracheni desiderano disperatamente”.

Tra disperazione e isolamento queste donne corrono elevati rischi di essere sfruttate sessualmente da parte delle forze di sicurezza, del personale armato dei campi e da miliziani presenti all’interno e all’esterno di quelle strutture. In ciascuno degli otto campi visitati, Amnesty International ha incontrato donne costrette o spinte ad avere rapporti sessuali in cambio di denaro, aiuti e protezione. Sono donne rischiano di essere stuprate e la testimonianza di quattro di loro rivela che le donne hanno assistito a stupri o che hanno sentito le urla di una donna, in una tenda vicina, stuprata a turno. Le testimoni hanno poi descritto l’esistenza di un complesso sistema di sfruttamento che variava da campo a campo. In alcuni campi le donne venivano messe in un’area speciale in cui gli uomini sarebbero venuti a cercare donne single e per sfruttarle sessualmente. Altre donne hanno raccontato di relazioni sessuali organizzate da attori armati, membri dell’amministrazione del campo o altri che fungevano da “protettori”. Questi protettori, uomini o donne, costringevano con la tortura le donne ad avere rapporti sessuali con gli uomini. Poiché lo sfruttamento sessuale è così diffuso nei campi, gli operatori umanitari sono ora preoccupati che le infezioni trasmesse sessualmente, le gravidanze indesiderate e gli aborti non sicuri emergeranno come le prossime sfide nei campi rifugiati.

In questa situazione vivono ragazze come “Dana” (20 anni), ragazze che hanno subito numerosi tentativi di stupro o che hanno ricevuto pressioni per rapporti sessuali dagli uomini della sicurezza. Sono ragazze che vengono considerate alla stregua di un combattente dello “Stato islamico”, che verranno stuprate e rimandate nella propria tenda. Sono ragazze umiliate. Sono storie che portano “Dana” a dire: “Vogliono far vedere a tutti quello che possono farmi, privarmi dell’onore. Non mi sento al sicuro nella tenda. Vorrei una porta da poter chiudere e delle pareti intorno a me. Ogni notte dico a me stessa che è la notte in cui morirò”. E cosi ancora anche il racconto di “Maha”: “A volte mi chiedo: perché non sono morta in un attacco aereo? Ho cercato di suicidarmi, mi sono versata addosso del cherosene ma prima di darmi fuoco ho pensato a mio figlio. Sono come in una prigione, completamente sola, senza mio marito, senza mio padre, senza più nessuno”. Maha ha poi aggiunto di sentirsi come se si fosse appena svegliata da un brutto sogno, ma ciò che la circonda ora è anche peggio. “A causa della loro presunta affiliazione allo ‘Stato islamico’ queste donne stanno subendo trattamenti discriminatori e disumanizzanti da parte di personale armato che opera nei campi. In altre parole, coloro che dovrebbero proteggerle diventano predatori”, ha commentato Maalouf. Inoltre, questi gruppi familiari non ottengono i documenti necessari per lavorare o muoversi liberamente, rendendo il campo un centro di detenzione. Il problema è aggravato dal fatto che, in diverse parti dell’Iraq, le autorità locali e tribali hanno vietato il ritorno delle donne e dei propri figli per un sospetto legame allo “Stato islamico”. Coloro che sono riuscite a tornare a casa rischiano sgomberi forzati, sfollamenti, saccheggi, intimidazioni, molestie e minacce sessuali e, in alcuni casi, le loro abitazioni sono state marchiate con la scritta “Daeshi” (il nome arabo dello “Stato islamico”). In seguito, sono state distrutte o non hanno più ricevuto elettricità, acqua e ulteriori forniture.

La situazione rischia persino di peggiorare dato che i finanziamenti internazionali per la crisi umanitaria in Iraq si stanno riducendo notevolmente e con l’approssimarsi delle elezioni parlamentari di maggio, le persone presenti nei campi profughi sono sollecitate ad andarsene per l’intenzione del governo iracheno di chiuderli e ristrutturarli. Maalouf ha sottolineato che il governo iracheno deve fare sul serio quando parla di porre fine alle violenze contro le donne nei campi rifugiati e che deve processare i responsabili. Le autorità devono assicurare che le famiglie sospettate di legami con lo “Stato islamico” abbiano uguale accesso agli aiuti umanitari, alle cure mediche, ai documenti d’identità e che possano ritornare alle proprie abitazioni senza il rischio di persecuzioni. Ha concluso dicendo: “Per porre fine al velenoso ciclo di emarginazione e violenza che piaga l’Iraq da decenni, il governo iracheno e la comunità internazionale devono impegnarsi a rispettare i diritti di tutti gli iracheni e di tutte le irachene senza discriminare. Altrimenti, non potranno esserci le condizioni per la riconciliazione nazionale e per una pace duratura”. L’Iraq è stato parte di molti dei principali trattati internazionali sui diritti umani, tra cui il Patto internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone contro le sparizioni forzate e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. L’Iraq ha il dovere di rispettare, proteggere e rispettare i diritti alla vita, alla libertà dalla tortura e altri maltrattamenti, alla libertà e alla sicurezza della persona e ad un giusto processo. Non riuscendo a prevenire e rimediare esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e torture da parte delle forze irachene e altre milizie allineate al governo, l’Iraq sta violando i suoi obblighi legali e può essere ritenuta responsabile di queste gravi violazioni dei diritti umani.

Siria, Amnesty International, revocare subito il blocco all’inchiesta su attacco Gas

MEDIO ORIENTE di
Con riferimento alle notizie secondo le quali gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) non hanno ancora ottenuto l’accesso da parte dalle autorità siriane al sito di Douma, dove 75 persone sono rimaste uccise la scorsa settimana a seguito di un presunto attacco con armi chimiche da parte delle forze governative, Sherine Tadros, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le Nazioni Unite a New York, ha dichiarato:
“Il team dell’Opcw deve avere accesso completo e senza restrizioni al sito di Douma senza ulteriori ritardi. La loro indagine è cruciale nello scoprire le circostanze esatte delle immagini terrificanti che hanno unito il mondo nell’orrore questo mese. Ogni giorno che passa senza accesso rende più difficile per loro raccogliere e analizzare prove fondamentali.”
 
“L’uso di armi chimiche contro i civili è proibito dal diritto internazionale e dalla Convenzione sulle armi chimiche, di cui la Siria è parte. Prendere deliberatamente di mira i civili con queste armi illegali è un crimine di guerra.”
 
“Mentre il lavoro dell’Opcw è fondamentale per stabilire se un attacco chimico ha avuto luogo a Douma, non è sufficiente per garantire l’accertamento delle responsabilità per le vittime ed evitare che tali crimini si ripetano. A tal fine, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres deve istituire un meccanismo indipendente per attribuire la responsabilità degli attacchi chimici in Siria, come recentemente richiesto da più di 40 ong internazionali e siriane”.

Save the Children, fame e insicurezza per i bambini nella città di Douma

MEDIO ORIENTE di

Sono molti i bambini malnutriti a causa di una grave carenza di cibo e materiale medico nella città di Douma – Ghouta orientale –  dove, mentre proseguono le negoziazioni per un accordo di riconciliazione, decine di migliaia di civili restano nell’area sotto al controllo dell’opposizione. A denunciarlo Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.

Le organizzazioni locali sul campo continuano, intanto, a fornire aiuti porta a porta nei rifugi dove si trovano molti civili in cerca di sicurezza: nell’ultima settimana i partner di Save the Children a Douma hanno raggiunto oltre 1.000 persone al giorno con pasti caldi e hanno fornito cibo ai bambini malnutriti.

Molti operatori umanitari e medici, inoltre, sono già fuggiti insieme alle loro famiglie e, secondo le segnalazioni, nella città resterebbero ora solo due medici pienamente qualificati.

Save the Children esprime profonda preoccupazione per la sicurezza degli operatori umanitari e degli altri civili, sia per coloro che restano nell’area del Ghouta orientale, sia per coloro vengono evacuati verso altre zone.

È essenziale che gli attori coinvolti nel conflitto lavorino con le Nazioni Unite e con il Comitato Internazionale della Croce Rossa per assicurare che tutti coloro che scelgono di rimanere siano protetti da violenza, arresti arbitrari e rappresaglie, così come è cruciale che ai civili che lo desiderano sia consentito di abbandonare le aree in mano all’opposizione. La sicurezza dei civili, inoltre, deve essere garantita anche nelle aree verso le quali fuggono: a Idlib, dove migliaia di famiglie sono state evacuate nel corso delle ultime settimane, un significativo incremento di attacchi aerei mortali ha condotto alla morte di bambini e operatori umanitari.

A febbraio il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 2401 – con cui chiede la cessazione delle ostilità per 30 giorni, a livello nazionale –, la quale deve essere attuata immediatamente per garantire che gli aiuti raggiungano le persone più vulnerabili.

BANGLADESH: I RITORNI DEI RIFUGIATI ROHINGYA DEVONO ESSERE SICURI, VOLONTARI E DIGNITOSI

ASIA PACIFICO di

Amnesty International ha chiesto al governo del Bangladesh di tenere fede al suo impegno affinché i rifugiati rohingya vengano rimpatriati solo in condizioni sicure, volontarie e dignitose.
In un incontro con il primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, il segretario generale di Amnesty International, Salil Shetty, ha riconosciuto la generosità che il paese ha mostrato a quasi un milione di rifugiati rohingya costretti a lasciare le loro case nello stato di Rakhine in Myanmar a causa dei crimini contro l’umanità commessi dall’esercito di Myanmar.
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Caso Bardonecchia, ecco la politica dell’immigrazione Francese

EUROPA di

È successo tutto in poche ore, la polizia di frontiera francese che controlla i passeggeri tra la Francia e l’Italia alla stazione di Bardonecchia scorta un passeggero nigeriano, residente in Italia e residente a Napoli, nei locali della stazione per un controllo delle urine perché sospettato di trasportare droga.

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Somalia, la missione italiana addestra la polizia marittima somala

AFRICA/SICUREZZA di

L’European Union Training Mission Somalia insieme alle forze dell’African Mission, conducono l’esercitazione a fuoco a favore del personale della polizia marittima somala.

Ieri a Mogadiscio, per la prima volta la missione militare di addestramento dell’Unione Europea in Somalia (European Training Mission Somalia, EUTM-S) ha svolto attività addestrativa insieme al personale della missione europea EU Capacity Building Mission Somalia (EUCAP), che è deputata a fornire un’opera di consulenza e di addestramento per il controllo marittimo.

In particolare, EUTM ha condotto con EUCAP un’esercitazione a fuoco volta a migliorare la capacità operativa della polizia marittima somala e l’attività ha visto il coinvolgimento anche del personale della missione dell’Unione africana in Somalia  (African Union Mission to Somalia – AMISOM). L’esercitazione pratica è stata preceduta dalle lezioni teoriche a cura degli istruttori italiani della EUTM, che hanno permesso ai tirocinanti di apprendere le corrette procedure connesse al tiro con armi da fuoco.

L’attività mette in luce i vantaggi dell’approccio globale della UE alla Somalia e al Corno d’Africa che coinvolge  allo stesso tempo diversi attori della comunità internazionale, come l’AMISOM.

Gli Stati Uniti confermano l’attacco contro Musa Abu Dawud di al Qaida

AFRICA di

In coordinamento con il governo libico di Accordo Nazionale (GNA), le forze americane hanno condotto un attacco aereo di precisione vicino a Ubari, in Libia, il 24 marzo, uccidendo due terroristi di al-Qaeda, tra cui Musa Abu Dawud, un alto livello di al-Qaeda nel funzionario delle Terre del Maghreb Islamico (AQIM).

Dawud ha addestrato reclute AQIM in Libia per operazioni di attacco nella regione. Ha fornito supporto logistico, finanziamenti e armi alla AQIM, consentendo al gruppo terroristico di minacciare e attaccare gli interessi statunitensi e occidentali nella regione.

Il Comando africano degli Stati Uniti ha inizialmente divulgato questo sciopero il 24 marzo. Ora che i rapporti operativi e la valutazione del danno da battaglia sono completamente completi, il comando è in grado di confermare la morte di Dawud.

In questo momento, non valutiamo la presenza di civili uccisi in questo sciopero.

Le operazioni di antiterrorismo in Libia sono condotte in conformità con gli Stati Uniti e il diritto internazionale. Questo sciopero è stato condotto sotto l’autorità fornita dal Congresso nell’autorizzazione 2001 per l’uso della forza militare e in coordinamento con la GNA.

Al Qaida e altri gruppi terroristici, come l’ISIS, hanno approfittato degli spazi sottogovernati in Libia per istituire santuari per pianificare, ispirare e dirigere gli attacchi terroristici; reclutare e facilitare il movimento di combattenti terroristi stranieri; e raccogliere e spostare fondi per sostenere le loro operazioni. Rimaste senza indirizzo, queste organizzazioni potrebbero continuare a infliggere perdite alle popolazioni civili e alle forze di sicurezza, e complottare gli attacchi contro i cittadini degli Stati Uniti e gli interessi alleati nella regione.

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Rainer Maria Baratti
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