GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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La Brookings Institution elabora nuovi modelli per lo sviluppo economico in Africa

AFRICA/ECONOMIA di

La Brookings Institution ha di recente pubblicato una serie di studi che esaminano il potenziale delle industrie senza ciminiere per lo sviluppo economico dei paesi africani.

In collaborazione con Mastercard Foundation and Canada’s International Development Research Centre (IDRC), la Brookings Institution avvia un progetto di ricerca denominato “Africa Growth Initiative” (AGI), che parte dalla consapevolezza che i progressi e la crescita dell’Africa fino ad oggi non hanno avuto un impatto significativo sui tassi di povertà e disuguaglianza del continente.

Questa iniziativa si fa portavoce della necessità di attuare un cambiamento strutturale e incentivare la crescita dell’occupazione in Africa, soprattutto nei settori con un potenziale di sviluppo economico alto, ovvero il settore del turismo, dell’orticoltura e dell’industria agricola.

Al fine di convergere in modo sostenibile e inclusivo con il resto del mondo in termini di standard di vita, opportunità e reddito pro capite del PIL, lo studio sull’impatto delle industrie senza ciminiere in questi settori si pone dunque l’obiettivo di ampliare le opzioni politiche e incentivare finanziamenti per lo sviluppo, sostegno del settore privato per gli obiettivi di sviluppo sostenibile, perfezionamento dei partenariati pubblico-privati, rafforzamento dell’integrazione regionale, e promozione di sinergie tra le istituzioni governative.

In effetti, l’Africa subsahariana dovrà creare 18 milioni di posti di lavoro ogni anno fino al 2035 per accogliere i nuovi arrivati ​​nel mercato dei giovani. Affinché l’Africa raggiunga una crescita trasformativa, i leader regionali hanno bisogno di nuovi modelli e politiche per lo sviluppo economico, che espandano le opportunità per i lavoratori, le famiglie e le comunità.

L’AGI ha pubblicato casi di studio che esaminano se e come le industrie senza ciminiere potrebbero migliorare le prospettive occupazionali dei giovani in Africa.

Uganda case study

La crescita economica dell’Uganda si è classificata tra le più forti dell’Africa subsahariana. Il tasso di crescita medio annualizzato del paese è stato del 5,4% tra il 2010 e il 2019 (World Bank, 2020). Ciò nonostante, i tassi di disoccupazione non hanno visto miglioramenti. Secondo uno studio condotto nel 2018, la crescita è stata in gran parte trainata dal settore dei servizi, che a loro volta contribuiscono solo per il 15% al ​​totale dell’occupazione.

Per sfruttare il potenziale offerto dalle industrie senza ciminiere, il governo deve intensificare la formazione professionale per gli addetti con specializzazione in orticoltura, e dotare il settore della tecnologia di irrigazione necessaria. Poiché la maggior parte dei prodotti del settore viene esportata in mercati di alto valore nell’UE o negli Stati Uniti, è fondamentale che il governo affronti gli ostacoli all’accesso continuo a questi mercati. Inoltre, gli investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo e migliori collegamenti tra agricoltura, imprese e mercati sono fondamentali per aumentare la produzione e la produttività.

Senegal case study

Il Senegal è uno dei paesi più stabili dell’Africa. La crescita economica è stata in media del 6,6% nel periodo 2014-2019, in contrasto al 3% nel periodo 2009-2013. Le proiezioni stimano che la stessa elevata crescita economica sarà osservata nei prossimi anni, in particolare con le riserve di petrolio e gas scoperte di recente (World Bank, 2019b). La crescita è trainata principalmente dai contributi dei consumi (3,5%) e dagli investimenti privati ​​(2,1%). Tuttavia, la questione dell’inclusione rimane critica, poiché l’attuale creazione di posti di lavoro non è ancora sufficiente ad assorbire i flussi migratori interni o la crescente popolazione in età lavorativa.

In Senegal, le industrie senza ciminiere hanno il potenziale, se adeguatamente sfruttato, di aumentare notevolmente la creazione di posti di lavoro di buona qualità. Alcune industrie senza ciminiere, in particolare l’orticoltura e il turismo, stanno già andando bene in termini di crescita della produzione. Affinché tale crescita e creazione di posti di lavoro sia possibile, tuttavia, il Senegal deve affrontare i numerosi vincoli che incidono sull’ambiente imprenditoriale, in particolare quelli nel quadro normativo, nelle infrastrutture e nello sviluppo delle competenze.

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La Brookings Institution è un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata alla ricerca indipendente e alle soluzioni politiche. La sua missione è condurre una ricerca indipendente di alta qualità e, sulla base di tale ricerca, fornire raccomandazioni pratiche e innovative per i responsabili politici e il pubblico.

Per approfondire la lettura…

Uganda case study: https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2021/07/21.08.02-Uganda-IWOSS.pdf

Senegal case study: https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2021/04/21.04.02-Senegal-IWOSS_FINAL.pdf

Russia tra elezioni, pressione mediatica e società civile: report da Mosca e San Pietroburgo

ASIA PACIFICO di

di Silvia Boltuc

Mosca e San Pietroburgo – Si sono concluse il 19 settembre 2021 le elezioni in Russia dopo tre lunghi giorni di votazioni che hanno visto un’affluenza pari al 51,27% degli elettori e una organizzazione imponente dovuta all’emergenza sanitaria del Covid-19 e alla necessità dell’autorità russe di garantire la legittimità e trasparenza del processo elettorale attraverso la realizzazione di un sistema di sicurezza caratterizzato dall’installazione di telecamere video nei seggi elettorali e dal voto elettronico.

La vittoria di Edinaya Rossiya (Russia Unita) con il 49% dei voti alle elezioni della Duma di Stato della Federazione Russa conferma la leadership nazionale del partito di Vladimir Putin con una leggera flessione e l’ascesa di Kommunisticheskaya Partya Rossiyskoy Federatsiy (Partito Comunista della Federazione Russa) con circa il 19% delle preferenze. Ad oggi è chiaro che nella Duma di Stato saranno rappresentati non solo i membri di Russia Unita e del Partito Comunista, ma anche quelli di Liberal’no-Demokraticheskaya Partya Rossiy LDPR (Partito Liberale Democratico), Spravedlivaya Rossiya – za Pravdu (Russia giusta – per la verità) e Noviye Lyudi (Nuovo Popolo) fornendo così una configurazione eterogenea e plurale a livello politico.

A fare da cornice alla rinnovata leadership di Russia Unita un clima internazionale caratterizzato da grande attenzione e pressione mediatica nei confronti del Cremlino a seguito di un anno influenzato dal caso Navalny, dal confronto tra Mosca e Bruxelles per il vaccino Sputnik V e dalla decisione dell’OSCE di non inviare i propri osservatori in Russia (Russia ed Europa sempre più distanti: il caso OSCE).

Parlando del processo elettorale, dopo una visita in loco durante tutti e tre i giorni delle votazioni, è apparso chiaro come le autorità russe abbiano affrontato uno sforzo gigantesco per garantire la sicurezza degli elettori attraverso il controllo della temperatura e l’obbligo di indossare le mascherine e i guanti fatto da parte dei membri dei seggi muniti di camici sterilizzati, l’innalzamento degli standard di sicurezza e trasparenza del processo elettorale garantito dall’installazione di telecamere e dalla presenza delle forze dell’ordine, l’attivazione di un numero telefonico dedicato al quale ogni cittadino russo poteva riportare problemi o irregolarità, e la presenza in loco di membri dei partiti politici e delle associazioni come osservatori.

A fronte di questa organizzazione occorre, però, rilevare diverse polemiche sorte sia prima che durante e dopo le votazioni sul processo elettorale russo: secondo quanto traspare dagli incontri avuti con i membri della Commissione elettorale russa di Mosca e San Pietroburgo la guerra dell’informazione ha completamente influenzato le votazioni per i membri della Duma di Stato attraverso la diffusione di fake news e la creazione di un clima di ostilità più utile per le strategie geopolitiche di alcuni attori stranieri piuttosto che per garantire il diritto al voto e alle elezioni regolari per la popolazione russa.

Di interesse internazionale è stata anche la prima conferenza scientifica “Il ruolo della società civile nel garantire gli standard democratici per l’organizzazione e lo svolgimento delle elezioni” organizzata dalla Camera della Società Civile della Federazione Russa e dall’Associazione russa dei politologi dal 14 al 15 settembre 2021 presso l’Università Statale di Mosca Lomonosov che ha richiamato ricercatori, politici, esperti e giornalisti da tutto il mondo e ha preceduto proprio le elezioni. Conferenza che ha visto esperti russi e stranieri discutere diverse tematiche inerenti il processo elettorale focalizzando l’attenzione sul ruolo che le nuove tecnologie possono avere per garantire e monitorare la legittimità e trasparenza delle votazioni così come il peso che giocano i media e i social network nell’influenzare l’elettorato e la percezione nazionale e globale su determinate elezioni. È proprio in questa ottica che diversi ricercatori e giornalisti internazionali intervenuti all’evento hanno posto in risalto il peso della comunicazione strategica e della guerra dell’informazione sulle votazioni in Russia focalizzandosi su come la forte pressione mediatica che dal caso Navalny in poi ha interessato la Federazione Russa sia stata organizzata per delegittimare il processo elettorale russo e promuovere strategie di diversi attori internazionali interessati a indebolire l’autorità del Cremlino nel proprio paese.

Rumors mediatici, polemiche, accuse varie confermano ancora una volta, però, quanto la Russia sia un attore geopolitico di primaria importanza strategica a tal punto che ogni evento riguardante la sua politica interna ha la capacità di monopolizzare l’attenzione degli organi di informazione internazionali e di attrarre gli interessi di diversi attori pronti a elaborare strategie volte a contrastare il Cremlino sullo scacchiere geopolitico internazionale tramite lo sfruttamento della comunicazione strategica.

 

Capo Verde ospita la nona conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa

AFRICA di

Oggi, 13 settembre 2021, parte la nona conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa (CCDA-IX) a Capo Verde, e si concluderà il 17 settembre. In questa occasione saranno oggetto di discussione le strategie di mitigazione del cambiamento climatico in Africa, e di come queste possano rappresentare uno strumento di sviluppo economico per il continente africano.

Organizzato dalla Commissione economica per l’Africa e dal governo di Capo Verde, in collaborazione con i partner della Commissione dell’Unione africana e della Banca africana di sviluppo, la CCDA-IX si incentrerà sul tema “Verso una transizione giusta che crei posti di lavoro, prosperità e resilienza climatica in Africa: sfruttare l’economia verde e blu.”

La conferenza funge da preludio alla Conferenza dei firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici prevista a novembre, e mira a fornire un resoconto delle strategie messe in campo dall’Africa per la lotta al cambiamento climatico. La conferenza si propone anche di aprire il dibattito con i rappresentanti africani sulle misure da adottare a livello continentale per guidare lo sviluppo economico verso una transizione sostenibile.

Oltre 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità in Africa, eppure il continente possiede risorse naturali sufficienti per sradicare la povertà energetica e trasformare l’economia mondiale. Intanto, le strategie globali di mitigazione del clima richiedono l’eliminazione graduale dei combustibili fossili in tutto il mondo. Ciò mette a rischio lo sviluppo economico del continente africano, nonostante emetta solo il 2% delle emissioni globali di gas serra.

Questi temi aprono la discussione su come mitigare i cambiamenti climatici in Africa senza compromettere al contempo la crescita economica, e promuovere strategie alternative che siano conformi agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Africa.

AVAT: i paesi dell’Unione Africana acquistano 220 milioni di dosi del vaccino Johnson & Johnson

AFRICA di

Il 28 marzo 2021 gli Stati membri dell’Unione Africana (UA) hanno firmato un accordo con il quale hanno lanciato l’African Vaccine Acquisition Trust (AVAT). L’iniziativa, che nasce ad integrazione di altri progetti come il COVAX, ha visto i paesi dell’UA mettere in comune il loro potere d’acquisto per garantire un accesso diffuso ai vaccini COVID-19 in tutta l’Africa, e raggiungere così un’immunizzazione target del 60% della popolazione africana.

I partner dell’iniziativa includono l’African Export-Import Bank (Afreximbank), i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) e la Banca mondiale.

Grazie all’AVAT i paesi dell’Unione Africana hanno acquistato 220 milioni di dosi del vaccino a iniezione singola contro il COVID-19 di Johnson & Johnson, e un potenziale di ordinare altri 180 milioni di dosi.

Il presidente della Repubblica del Sud Africa e dell’Unione Africana (AU), Cyril Ramaphosa, in occasione del lancio dell’iniziativa ha dichiarato:

“Questo è un passo avanti epocale negli sforzi dell’Africa per salvaguardare la salute e il benessere della sua gente. Lavorando insieme e mettendo in comune le risorse, i paesi africani sono stati in grado di garantire milioni di dosi di vaccino prodotte proprio qui in Africa. Ciò fornirà impulso alla lotta contro il COVID-19 in tutto il continente e getterà le basi per la ripresa sociale ed economica dell’Africa”.

Il vaccino Johnson & Johnson è infatti stato selezionato come primo acquisto in comune per tre motivi: innanzitutto, essendo un vaccino a iniezione singola, è più facile ed economico da somministrare; in secondo luogo, il vaccino ha una lunga durata e condizioni di conservazione favorevoli. Infine, il vaccino è in parte prodotto nel continente africano, con attività di completamento che si svolgono in Sud Africa, presso la struttura di Aspen Pharmacare a Gqeberha in Sudafrica.

Le prime spedizioni mensili sono arrivate nel mese di agosto in diversi Stati membri e stanno proseguendo nel mese di settembre, con l’obiettivo di consegnare quasi 50 milioni di vaccini entro la fine di dicembre. In collaborazione con l’Africa Medical Supplies Platform (AMSP), l’UNICEF fornisce servizi logistici e di consegna agli Stati membri.

Questa acquisizione del vaccino è una pietra miliare unica per il continente africano. È la prima volta che l’Africa intraprende un appalto di questa portata che coinvolge tutti gli Stati membri. Segna anche la prima volta che gli Stati membri dell’UA hanno acquistato collettivamente vaccini per salvaguardare la salute della popolazione africana: 400 milioni di vaccini sono sufficienti per immunizzare un terzo della popolazione africana e portare l’Africa a metà strada verso il suo obiettivo continentale di vaccinare almeno il 60 per cento della popolazione. I donatori internazionali si sono impegnati a fornire la restante metà delle dosi richieste attraverso l’iniziativa COVAX.

Il dottor John Nkengasong, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), ha dichiarato: “Negli ultimi mesi abbiamo visto ampliarsi il divario vaccinale tra l’Africa e altre parti del mondo e una devastante terza ondata ha colpito il nostro continente. Le consegne a partire da ora ci aiuteranno a raggiungere i livelli di vaccinazione necessari per proteggere vite e mezzi di sussistenza africani”.

La Dott.ssa Vera Songwe, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite e Segretario Esecutivo delle Nazioni Unite ha infine affermato: “Questo è un momento di orgoglio per il continente; i vaccini, in parte fabbricati in Sudafrica, sono una vera testimonianza del fatto che la produzione locale e l’approvvigionamento in comune, come previsto nell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), sono fondamentali per il raggiungimento di una ripresa economica post-Covid più sostenibile in tutto il continente.”

L’Algeria rompe le relazioni diplomatiche con il Marocco

AFRICA di

Dopo mesi di tensioni l’Algeria ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Marocco, portando così il difficile rapporto fra i due Paesi al punto di crisi più elevato dagli anni Settanta ad oggi.

Lo strappo

La decisione è stata annunciata il 24 agosto scorso dal Ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra, che ha denunciato “atti ostili” commessi dal Regno del Marocco nei confronti dell’Algeria, “contro il suo popolo ed i suoi dirigenti”.

Le relazioni tra i due Paesi sono, in realtà, tradizionalmente difficili, e, di recente, hanno visto un ulteriore deterioramento.

Algeri contesta, innanzitutto, la politica filoisraeliana di Rabat, e accusa le autorità marocchine di complicità con due entità – MAK e Rashad – che nel maggio scorso sono state internamente classificate come organizzazioni terroristiche.

Il Regno marocchino, pur dicendosi rammaricato della decisione, ha respinto le accuse della controparte algerina in una nota ufficiale, definendo fallaci, e persino assurdi, i pretesti che ne sono alla base.

Le cause della rottura e il ruolo di USA e Israele

Nel corso del 2021, sono stati diversi i momenti in cui le relazioni tra Algeri e Rabat sono state messe a dura prova. In generale, le tensioni sono da ricollegarsi alla disputa tra i due Paesi riguardo il territorio del Sahara Occidentale – l’ex colonia spagnola in gran parte occupata e amministrata dal Marocco – e, parallelamente, al sostegno algerino alla leadership Saharawi, il movimento che rivendica l’indipendenza della regione. L’Algeria, infatti, difende l’istituzione del referendum sull’autodeterminazione concordato nel 1991, in occasione del cessate il fuoco mediato dall’ONU e che, trent’anni dopo, non si è ancora tenuto.

La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele – in cambio del riconoscimento statunitense della “sovranità” marocchina su quel territorio – ha alimentato le tensioni con Algeri, che ha denunciato “manovre straniere” per destabilizzarla.

La questione della Cabilia

Preludio alla rottura dei canali diplomatici era stata, nel mese di luglio, la scelta del Ministro degli esteri algerino di richiamare l’ambasciatore a Rabat per consultazioni immediate, mentre il Ministro degli esteri preannunciava l’adozione di possibili ulteriori misure. In quell’occasione, le motivazioni erano legate ad alcune dichiarazioni del rappresentante permanente del Marocco alle Nazioni Unite Omar Hilal che, proprio in quei giorni, si era espresso a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo della Cabilia, regione dell’Algeria settentrionale che da tempo rivendica l’indipendenza da Algeri. Per Hilale, l’Algeria non avrebbe dovuto negare questo diritto in Cabilia proprio mentre ne sosteneva uno identico per il Sahara occidentale.

Immediata era stata la reazione di Lamamra, che definì le parole del diplomatico marocchino “imprudenti, irresponsabili e manipolative”, chiedendo che il Regno del Marocco ne prendesse le distanze.  L’atteso chiarimento non era però arrivato, e lo scorso 18 luglio, l’ambasciatore algerino era stato richiamato in patria per consultazioni.

La presa di posizione sulla questione Cabila da parte di Rabat, in realtà, sembra rispondere ad un obiettivo preciso, quello di far pressione sulla disputa per spingere Algeri a retrocedere sulla questione del Sahara Occidentale. Una mossa che servirebbe a Rabat per guadagnare terreno tanto sul piano domestico, in termini di prestigio del Regno, quanto su quello regionale, vista la rivalità tra i due Paesi nell’intera area Sahelo-Maghrebina. Sia Rabat sia Algeri, infatti, sono interessate ad acquisire maggiore profondità strategica in Africa Occidentale, e per farlo, sostengono strumentalmente rivendicazioni nazionaliste e indipendentiste, guadagnando terreno a discapito dell’altro su scala regionale.

 

L’espansione dello Stato Islamico nel continente africano

AFRICA di

Nel recente periodo si è parlato molto di una possibile sconfitta dello Stato Islamico meglio conosciuto come ISIS nelle loro roccaforti in Medio Oriente, in particolare in Siria ed in Iraq. Tuttavia lo Stato Islamico negli ultimi anni ha iniziato la sua espansione in un nuovo continente ovvero l’Africa.

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Accordo di partenariato per la programmazione 2021-2027: Armao illustra la posizione delle Regioni

EUROPA di
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha approvato oggi un documento sull’accordo di partenariato per la programmazione 2021-2027.
 
“La pandemia – ha spiegato il vicepresidente della Regione Siciliana, Gaetano Armao, coordinatore della commissione Affari europei della Conferenza delle Regioni – ha causato una crisi economica e sociale di notevole dimensione a cui bisogna rispondere con misure straordinarie ed indubbiamente il PNRR, insieme al Fondo complementare, possono rappresentare un’occasione irripetibile di risposta, a patto che  si chiarisca
 
il rapporto tra le politiche di coesione 2021-2027 e gli interventi del PNRR e che si realizzi un efficace incrocio tra la programmazione nazionale e quella regionale. Il punto da cui si deve partire – ha aggiunto Armao – è che le Regioni sono i naturali hub territoriali per programmazione integrata. Per questo rispetto all’Accordo di partenariato 2021-2027 occorre da un lato conoscere meglio l’assetto dei Programmi nazionali e dall’altro avere una visione complessiva delle risorse della politica unitaria coesione 2021-2027 a partire dalla dotazione finanziaria e dal riparto del Fondo Sviluppo e Coesione”.
 
“Governo e Regioni – ha spiegato Armao – devono dar vita ad una concertazione che eviti duplicazioni o sovrapposizioni tra Programmi e persegua una pianificazione finanziaria sostenibile. Per questo motivo la proposta dalle Regioni è basata su una visione complessiva delle risorse della politica unitaria della coesione 2021-2027, in termini di dotazione finanziaria e riparto del Fondo Sviluppo e Coesione, approfondendo e condividendo anche il tema della mappatura delle Aree Interne”.
“Inoltre nel quadro della posizione unitaria delle Regioni e Province – ha sottolineato il Vicepresidente della Regione Siciliana – assume rilevanza strategica la richiesta di un approccio strutturale alle specificità della condizione insulare.  Per questo chiediamo, in coerenza con il dettato dell’art. 174 del TFUE, di inserire all’interno della Programmazione 2021-2027 una specifica concertazione sul sostegno alla competitività delle attività produttive che operano in contesti insulari”.
 
“Infine occorre rafforzare la partecipazione delle Regioni nelle scelte strategiche anche attraverso un loro coinvolgimento più efficace nel sistema istituzionale di indirizzo dell’attuazione del PNRR anche a livello tecnico. Sotto questo profilo – ha concluso il coordinatore della commissione Affari europei della Conferenza delle Regioni – faremo delle proposte per definire un modello di controllo e monitoraggio concomitante sull’attuazione del PNRR, del Fondo complementare e delle misure a compendio approvate dal Parlamento, a partire dalle misure urgenti per la semplificazione, e soprattutto delle misure di coordinamento della politica unitaria di coesione.”

Caso Navalny: Mosca accusa la Germania di aver inscenato tutto

ASIA PACIFICO di

In questi giorni il caso Alexey Navalny è saltato nuovamente agli onori della cronaca. Dal 6 al 9 luglio 2021, infatti, si è tenuta la 97a sessione del Consiglio esecutivo dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), dove è stata presentata anche la bozza relativa al caso del blogger. Continue reading “Caso Navalny: Mosca accusa la Germania di aver inscenato tutto” »

L’Africa Occidentale verso una moneta unica nel 2027

AFRICA di

In occasione del vertice annuale tenutosi il 19 giugno scorso, i 15 membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), hanno adottato una nuova tabella di marcia per l’adozione di una moneta comune, con l’obiettivo di promuovere l’integrazione economica tra i paesi dell’Africa occidentale, prevedendone il lancio ufficiale entro il 2027.

Nella nuova Roadmap i capi di Stato, riuniti ad Accra, in Ghana, hanno tracciato il cammino da percorrere verso l’introduzione della nuova valuta comune dal nome “Eco”, da parte del blocco formato da Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. 

Le origini del progetto

Occorre notare che, in realtà, i piani di introduzione di una moneta comune sono in lavorazione almeno dal 2000, e che l’idea di creare una valuta unica è stata avanzata, per la prima volta, in un momento ancora più risalente nel tempo, precisamente nel 1982, a seguito della creazione dell’ECOWAS. Passi più concreti verso un’effettiva convergenza monetaria sono stati poi stati ritardati più volte, nel 2005, nel 2010, nel 2014 e, da ultimo, nel 2020.

L’Eco

Il progetto dell’Eco dura, almeno programmaticamente, dal 2015 ed è nato all’interno di una associazione di Stati più ristretta dell’ECOWAS, la cosiddetta WAMZ, West African Monetary Zone, che si compone di Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone. La nuova moneta unica, ancorata all’euro secondo un sistema di tasso di cambio fisso, doveva entrare in vigore nel 2020 ma, le grandi difficoltà economiche e sociali, aggravate dalla pandemia da Covid-19, hanno reso necessario un nuovo rinvio del progetto. Di pari passo è seguita la sospensione del processo di attuazione del Patto di convergenza, e la definizione di altri aspetti implementativi.

Difficoltà di realizzazione

Un altro ostacolo per la realizzazione del progetto della moneta unica africana risiede nel fatto che la maggioranza dei Paesi occidentali del continente utilizzano il franco CFA, una controversa valuta creata nel 1945 dalla Francia, ancorata all’euro e garantita dal Tesoro francese. Infatti, il meccanismo del Franco CFA prevede che gli Stati aderenti depositino il 50% delle loro riserve esterne presso il tesoro francese.  Per aderire all’Eco, quindi, detti paesi dovrebbero “divorziare” dal Ministero del Tesoro di Parigi, con molteplici risvolti economici e politici, relativi soprattutto al rapporto con l’ex potenza coloniale.

Ad oggi, sette membri dell’ECOWAS hanno le proprie valute, mentre i restanti otto paesi utilizzano il franco CFA. L’obiettivo del percorso di adozione di una moneta unica, se effettivamente realizzato, sarà quindi in grado di mutare gli equilibri interni al continente, rappresentando un forte cambiamento di rotta nel rapporto con l’ex potenza coloniale.

La nuova Roadmap

Ad Accra, nel giugno scorso, il progetto riparte, prevedendo un percorso in tempi medi e graduale. In una prima fase, all’Eco aderiranno quei Paesi che hanno una propria moneta, mentre in una seconda fase, ma comunque entro il 2027, si inseriranno anche i Paesi dell’UEMOA (Union Économique et Monétaire Ouest-Africaine) che adottano il franco CFA e cioè Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo.

Il progetto riprende il suo cammino ma le difficoltà non sono poche, prima fra tutte l’ostilità della Nigeria, che rappresenta da sola il 70% del PIL dell’ECOWAS, e che nutre una certa diffidenza verso un ancoraggio della sua economia a quella dei fragili Paesi vicini. 

Il presidente del Ghana Nana Akufo-Addo, in questo momento alla guida dell’ECOWAS, ha manifestato invece ottimismo sulla possibilità di rispettare la nuova tabella di marcia e raggiungere lo storico obiettivo della moneta unica, un passaggio non di poco conto per le sue implicazioni economiche e politiche all’interno del continente. 

 

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Giulia Treossi
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