GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI

UER riunioni dell’Eurogruppo e dei ministri dell’Economia e delle finanze

EUROPA di

UE: riunione dell’eurogruppo e dei ministri dell’economia e delle finanze. Sul tavolo: dal meccanismo europeo di stabilità al piano di ripresa e resilienza per il post-pandemia. A presiedere le riunioni anche il commissario europeo per gli affari economici e monetari Paolo Gentiloni.

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Myanmar, Save the Children: più di 5 milioni di bambini potrebbero aver bisogno di aiuti salvavita per sopravvivere

ASIA PACIFICO di

L’accesso alla sanità e all’istruzione è estremamente limitato e milioni di minori corrono il rischio di soffrire la fame. Secondo dati delle Nazioni Unite il Myanmar è tra i primi 10 Paesi ad aver maggior bisogno di aiuti umanitari a livello globale. L’Organizzazione chiede sostegno finanziario alla comunità internazionale per garantire che il peggioramento della situazione nel Paese non abbia un impatto permanente su un’intera generazione di bambini

Più di 5 milioni di bambini in Myanmar[1], pari a uno su tre, potrebbero aver bisogno di aiuti umanitari salvavita per sopravvivere il prossimo anno, secondo un’analisi dei dati delle Nazioni Unite, con l’urgente necessità di accesso alle organizzazioni umanitarie. Lo afferma Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.

Nuovi dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) prevedono che più di 14 milioni di persone su una popolazione di 54 milioni in Myanmar potrebbero aver bisogno nel 2022, rispetto a 1 milione di quest’anno, ma l’ultima valutazione considera aree precedentemente non incluse.

Il Myanmar è tra i primi 10 Paesi elencati tra quelli aventi il maggior bisogno di aiuti umanitari a livello globale, appena dietro quattro Paesi tra cui la Repubblica Democratica del Congo, che si prevede avrà il maggior numero di persone bisognose il prossimo anno, pari a 27 milioni.

L’escalation del conflitto, le turbolenze politiche ed economiche in corso e la pandemia di COVID-19 sono state devastanti per i bambini in Myanmar. L’accesso alla sanità e all’istruzione è estremamente limitato e milioni di minori corrono il rischio di soffrire la fame.

Dal 1° febbraio circa 234.000 persone, tra cui quasi 87.000 bambini, sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Molti di loro vivono nella giungla in tende di fortuna senza cibo o medicine e l’accesso delle organizzazioni umanitarie per raggiungerli è limitato, secondo Save the Children.

L’Organizzazione chiede un maggiore sostegno finanziario da parte della comunità internazionale per garantire che il peggioramento della situazione del Paese non abbia un impatto permanente su un’intera generazione di bambini del Myanmar negli anni a venire. Vuole anche vedere passi concreti perché aumenti l’accesso delle organizzazioni umanitarie, in grado di fornire aiuti salvavita a chi ne ha bisogno.

“La situazione sta diventando sempre più disperata. Il Myanmar aveva già un numero enorme di bambini che vivevano in povertà, ma mentre le famiglie lottano per sopravvivere, altri milioni di bambini vengono lasciati affamati e indigenti. Non c’è dubbio sulla portata di questa emergenza o sul fatto che continuerà a peggiorare senza un’azione urgente. L’unica domanda che abbiamo è come risponderanno coloro che contribuiscono alla crisi e coloro che possono fare la differenza. Sono fondamentali finanziamenti, accesso alle organizzazioni umanitarie e misure per portare pace e sicurezza nella vita dei bambini fin dalle prossime settimane. Se non agiamo ora, il numero di bambini che necessitano di assistenza salvavita continuerà ad aumentare” ha dichiarato un portavoce di Save the Children.

In quanto organizzazione umanitaria indipendente, imparziale e neutrale, Save the Children è impegnata a rispondere all’emergenza in rapido deterioramento in Myanmar. Insieme ai partner locali nel Paese, fornisce assistenza alimentare e beni di prima necessità alle famiglie che ne hanno più bisogno, servizi sanitari e nutrizionali salvavita, oltre a supportare l’apprendimento e a offrire un sostegno cruciale per la salute mentale.

Il 4 novembre al Comitato Europeo delle Regioni convegno su insularità e coesione territoriale

EUROPA/REGIONI di

Un recente studio, commissionato dal Governo della Regione Siciliana, dal titolo “Stima dei costi dell’insularità per la Sicilia” prende in considerazione i costi dei trasporti e le conseguenze sugli operatori economici e i vari settori di attività, stimando l’impatto della riduzione dei prezzi sul Pil in una percentuale pari al 6,8 per cento: il risultato è che l’Isola risulta oppressa da una penalità quantificabile in sei miliardi di euro all’anno.

Se l’impatto a livello regionale incide in maniera così gravosa su cittadini ed imprese, si consideri la più ampia comunità di 17 milioni di abitanti, che vivono nelle duemila isole che fanno parte di Paesi aderenti all’Unione Europea, da cui la necessità di garantire l’attuazione del terzo comma dell’articolo 174 del Tfue che prevede un occhio di riguardo alle regioni insulari, inevitabilmente, sfavorite rispetto a quelle continentali.

Su questi temi, il prossimo 4 Novembre, dalle 10, si terrà a Bruxelles presso il Comitato Europeo delle Regioni, il convegno dal titolo “Territori insulari e principio di coesione territoriale nelle isole dell’Unione Europea“. Organizzato dall’Ufficio di Bruxelles della Regione Siciliana, l’incontro costituisce un side-event nell’ambito dell’edizione 2021 dell’European week Regions and Cities, dedicata a 4 temi principali: Verde, Coesione, Cittadini e Digitale.

I lavori, moderati dal funzionario direttivo presso la sede di Bruxelles della Regione Siciliana, Leonardo di Giovanna, prevedono interventi di: Maurizio Cimino, dirigente incaricato Ufficio Bruxelles della Regione Siciliana; Vasco Alves Cordeiro, Primo Vicepresidente EU CoR e Componente Parlamento Regionale Azzorre; Gaetano Armao, Vicepresidente Regione Siciliana e Presidente Gruppo Insularità EU CoR; Antonio Tajani, membro del Parlamento europeo e Vicepresidente PPE; Floriana Cerniglia, Professore Economia Politica Università Cattolica di Milano; Federico Amedeo Lasco, Direttore generale del Dipartimento Programmazione della Regione Siciliana; Marie-Antoinette Maupertuis, Presidente dell’Assemblea Corsa e Vicepresidente gruppo insularità del CoR; Sergio Caci, Sindaco di Montalto di Castro e membro del CoR.

Per partecipare all’evento in videoconferenza, cliccare qui

Il golpe in Sudan: Da una possibile transizione democratica ad un nuovo regime militare

AFRICA di

Il 25 ottobre del 2021, il Sudan è stato nuovamente protagonista di un nuovo golpe, il quarto da quando il paese è indipendente. Nel 2019 dopo circa un trentennio Omar al-Bashir venne deposto ed arrestato; le principali accuse rivolte dal Sudan e dal mondo occidentale nei suoi confronti sono quelle di corruzione e crimini contro l’umanità, riconducibili ad una delle maggiori crisi umanitarie verificatesi in Africa negli ultimi anni, il conflitto del Darfur.

Il dittatore sudanese è stato arrestato e accusato di aver supportato e finanziato la milizia dei Janjaweed, autrice di numerosi massacri nella provincia del Darfur. Oltre alle accuse prima citate, al-Bashir è stato messo sotto accusa per il colpo di Stato che nel 1989 lo portò al potere. Alle molteplici violazioni dei diritti umani, aggiungiamo che il dittatore sudanese abolì qualsiasi forma di democrazia all’interno del paese, governando in maniera totalitaria, imponendo la Shari’a come legge di Stato; tutto ciò portò ad un aspro conflitto tra la parte settentrionale del paese (prevalentemente musulmano) e quella meridionale (a maggioranza cristiana), che ha portato ad una divisione del paese. Questo regime nato in Sudan non piacque ai paesi occidentali, specialmente agli Stati Uniti, che indicò il paese come tra i principali sostenitori del terrorismo di matrice jihadista; la causa di tutto ciò furono il sostegno e il supporto dato al leader di al-Qaeda Osama Bin Laden, al quale al-Bashir concesse rifugio durante gli anni novanta.

Dopo la caduta di al-Bashir nel 2019, a governare il paese venne messa una coalizione civile-militare conosciuta col nome di Consiglio Sovrano, al quale venne affidato il compito di governare il paese, con l’obbiettivo di condurlo verso delle elezioni democratiche nel 2023, alle quali i membri del Consiglio Sovrano non potranno partecipare. Al vertice di questo organo di governo militari e civili si sarebbero dovuti scambiare la leadership a periodi alterni. Sotto l’amministrazione di questo governo di transizione sono state messe in atto numerose leggi in favore della popolazione civile.

Tuttavia questo non ha affatto alleggerito le tensioni, già nel 2020 il primo ministro Hamdok fu vittima di un agguato dal quale uscì illeso; per quanto riguarda mandanti ed esecutori, non si è mai avuta un’idea chiara su chi vi fosse dietro, anche se i principali sospetti ricaddero sui seguaci dell’ex dittatore.Nel settembre del 2021 in Sudan ci fu un tentativo di golpe da parte dei sostenitori dell’ex dittatore sudanese; fortunatamente il governo riuscì a reagire e ad impedire il colpo di Stato; pochi giorni fa tuttavia il Consiglio Sovrano non è riuscito ad evitare un nuovo golpe da parte dei militari sudanesi.

A prendere il potere è stato un generale di alto rango dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan, membro del Consiglio Sovrano. Subito dopo aver preso il potere, il generale ha messo agli arresti il primo ministro Hamdok, il ministro dell’industria e quello dell’informazione. Nel suo primo discorso, il generale al-Burhan, ha annunciato lo scioglimento del Consiglio Sovrano, specificando però che il suo obbiettivo rimane sempre quello prefissato dal Consiglio Sovrano, cioè guidare il paese alle elezioni del 2023. Ha inoltre spiegato il motivo dietro il golpe erano riconducibili alla situazione di forte insicurezza all’interno del paese, che dal suo punto di vista rischiava di finire nuovamente in una nuova guerra civile, in realtà sembra che già da qualche tempo vi fossero delle forti tensioni tra le forze militari e quelle civili.

Subito dopo il golpe, in Sudan sono cominciate le proteste da parte della popolazione civile, contraria ad un nuovo regime militare; l’esercito tuttavia ha deciso di reagire contro i manifestanti, il bilancio è stato di tre morti e ottanta feriti, secondo alcune fonti il numero delle vittime sarebbe salito a sette. Per mantenere sotto controllo le proteste il generale al-Burhan ha messo in strada l’esercito, riportando il paese in una situazione di forte tensione simile a quella dei tempi del regime di al-Bashir. I militari hanno anche bloccato l’accesso alla capitale Khartoum e ad Internet.

La presa di potere da parte del generale al-Burhan non è piaciuta molto al mondo occidentale. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato la fine di ogni forma di supporto al governo sudanese; anche Nazioni Unite, Banca Mondiale e Unione Africana hanno sospeso ogni rapporto col Sudan, almeno fino a quando non sarà riabilitata la componente civile.
Dall’altra parte il regime militare del Sudan avrebbe richiamato i diplomatici sudanesi in Francia, Stati Uniti, Cina e Qatar, e il capo della missione del Sudan a Ginevra, con i primi che sono stati licenziati dal regime per via del loro supporto al leader civile Hamdok. È importante sottolineare come il golpe sia avvenuto proprio nel periodo in cui i militari dovevano cedere la leadership del Consiglio Sovrano ai civili.

In tutto questo cambiamento, bisognerà tenere d’occhio il ruolo di  Mohamedd Hamdan Dagolo , generale fedele ad al-Bashir e capo di una delle frange più pericolose dell’esercito sudanese, composta perlopiù da ex membri dei Janjaweed. Dopo la caduta di al-Bashir, Dagolo ha ricoperto il ruolo di vice all’interno della componente militare del Consiglio Sovrano; l’ex capo militare di al-Bashir gode inoltre dell’appoggio di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, favorevoli ad un nuovo regime militare in Sudan. Nella giornata di ieri a Khartoum si è tenuto un incontro tra i militari e l’ambasciatore dell’Arabia Saudita.

Sebbene i militari abbiano dichiarato che il loro obbiettivo restano le elezioni del 2023, il generale al-Burhan ha annunciato che ci saranno numerosi cambiamenti, che riguarderanno il sistema legislativo, annunciando anche che la Costituzione del paese verrà riscritta; tutto ciò potrebbe seriamente far naufragare il progetto di un Sudan democratico.

FONTI:
https://www.ilpost.it/2021/10/25/sudan-primo-ministro-abdalla-hamdok-arrestato/
https://www.nyamile.com/news/civil-society-group-urges-dialogue-to-resolve-sudans-political-crisis-calls-for-igad-to-intervene/
https://www.theafricareport.com/140774/sudan-us-considers-additional-measures-to-reverse-military-coup/
https://us.cnn.com/2021/10/25/africa/sudan-military-prime-minister-intl-hnk/index.html
https://africanarguments.org/2021/10/sudan-self-coup-and-four-factors-that-will-determine-what-comes-next/
https://www.aljazeera.com/news/2021/10/26/sudans-army-chief-defends-militarys-seizure-of-power
https://www.aljazeera.com/news/2021/10/25/sudans-military-dissolves-cabinet-announce-state-of-emergency
https://www.aljazeera.com/search/sudan
https://www.bbc.com/news/world-africa-59035053
https://www.nyamile.com/news/sudan-returns-to-military-rule-constitution-to-be-re-written-under-the-new-military-leadership/
https://www.repubblica.it/esteri/2020/07/21/news/sudan_al_bashir_alla_sbarra_per_il_golpe_dell_89-262520877/
https://www.agi.it/estero/omar_al_bashir_chi_e_sudan-5310738/news/2019-04-12/
https://www.africarivista.it/sudan-ufficializzato-il-consiglio-sovrano-nomi-ed-equilibri-del-nuovo-potere/145112/
https://english.alarabiya.net/News/north-africa/2021/10/27/Sudan-s-army-chief-Burhan-meets-Saudi-Arabia-s-ambassador-in-Khartoum
https://www.aninews.in/news/world/india-says-it-will-continue-to-support-sudan-south-sudan-in-journey-towards-peace-development20211027233145/
https://english.alarabiya.net/News/north-africa/2021/10/27/Sudan-s-army-chief-Burhan-meets-Saudi-Arabia-s-ambassador-in-Khartoum
https://english.alarabiya.net/News/north-africa/2021/10/28/Sudan-army-chief-Burhan-relieves-six-ambassadors-including-US-EU-France-Qatar
https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/09/21/tentato-golpe-in-sudan-governo-accusa-i-seguaci-di-bashir_a0bf9354-a70f-43df-940f-4889949398b4.html
https://www.the-star.co.ke/news/africa/2021-10-28-death-toll-of-sudan-anti-coup-protesters-rises-to-7-official/
https://www.washingtonpost.com/world/un-calls-on-sudan-military-to-restore-civilian-government/2021/10/28/e2b52212-3803-11ec-9662-399cfa75efee_story.html
https://www.nyamile.com/news/sudan-military-takeover-threatens-rights/

Niger: la lotta di CBM contro l’analfabetismo per le persone con disabilità 

AFRICA di

Il Niger è un paese nel cuore dell’Africa subsahariana, più precisamente nella regione del Sahel, una delle più povere del mondo a causa dell’instabilità politica presente da decenni. Il tasso di analfabetismopresenta percentuali importanti: circa il 40% nei giovani uomini che hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, dato che nelle donne raggiunge punte superiori al 70%. Non è un caso, dunque, se l’Indice di Sviluppo è il più basso del pianeta.

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La Brookings Institution elabora nuovi modelli per lo sviluppo economico in Africa

AFRICA/ECONOMIA di

La Brookings Institution ha di recente pubblicato una serie di studi che esaminano il potenziale delle industrie senza ciminiere per lo sviluppo economico dei paesi africani.

In collaborazione con Mastercard Foundation and Canada’s International Development Research Centre (IDRC), la Brookings Institution avvia un progetto di ricerca denominato “Africa Growth Initiative” (AGI), che parte dalla consapevolezza che i progressi e la crescita dell’Africa fino ad oggi non hanno avuto un impatto significativo sui tassi di povertà e disuguaglianza del continente.

Questa iniziativa si fa portavoce della necessità di attuare un cambiamento strutturale e incentivare la crescita dell’occupazione in Africa, soprattutto nei settori con un potenziale di sviluppo economico alto, ovvero il settore del turismo, dell’orticoltura e dell’industria agricola.

Al fine di convergere in modo sostenibile e inclusivo con il resto del mondo in termini di standard di vita, opportunità e reddito pro capite del PIL, lo studio sull’impatto delle industrie senza ciminiere in questi settori si pone dunque l’obiettivo di ampliare le opzioni politiche e incentivare finanziamenti per lo sviluppo, sostegno del settore privato per gli obiettivi di sviluppo sostenibile, perfezionamento dei partenariati pubblico-privati, rafforzamento dell’integrazione regionale, e promozione di sinergie tra le istituzioni governative.

In effetti, l’Africa subsahariana dovrà creare 18 milioni di posti di lavoro ogni anno fino al 2035 per accogliere i nuovi arrivati ​​nel mercato dei giovani. Affinché l’Africa raggiunga una crescita trasformativa, i leader regionali hanno bisogno di nuovi modelli e politiche per lo sviluppo economico, che espandano le opportunità per i lavoratori, le famiglie e le comunità.

L’AGI ha pubblicato casi di studio che esaminano se e come le industrie senza ciminiere potrebbero migliorare le prospettive occupazionali dei giovani in Africa.

Uganda case study

La crescita economica dell’Uganda si è classificata tra le più forti dell’Africa subsahariana. Il tasso di crescita medio annualizzato del paese è stato del 5,4% tra il 2010 e il 2019 (World Bank, 2020). Ciò nonostante, i tassi di disoccupazione non hanno visto miglioramenti. Secondo uno studio condotto nel 2018, la crescita è stata in gran parte trainata dal settore dei servizi, che a loro volta contribuiscono solo per il 15% al ​​totale dell’occupazione.

Per sfruttare il potenziale offerto dalle industrie senza ciminiere, il governo deve intensificare la formazione professionale per gli addetti con specializzazione in orticoltura, e dotare il settore della tecnologia di irrigazione necessaria. Poiché la maggior parte dei prodotti del settore viene esportata in mercati di alto valore nell’UE o negli Stati Uniti, è fondamentale che il governo affronti gli ostacoli all’accesso continuo a questi mercati. Inoltre, gli investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo e migliori collegamenti tra agricoltura, imprese e mercati sono fondamentali per aumentare la produzione e la produttività.

Senegal case study

Il Senegal è uno dei paesi più stabili dell’Africa. La crescita economica è stata in media del 6,6% nel periodo 2014-2019, in contrasto al 3% nel periodo 2009-2013. Le proiezioni stimano che la stessa elevata crescita economica sarà osservata nei prossimi anni, in particolare con le riserve di petrolio e gas scoperte di recente (World Bank, 2019b). La crescita è trainata principalmente dai contributi dei consumi (3,5%) e dagli investimenti privati ​​(2,1%). Tuttavia, la questione dell’inclusione rimane critica, poiché l’attuale creazione di posti di lavoro non è ancora sufficiente ad assorbire i flussi migratori interni o la crescente popolazione in età lavorativa.

In Senegal, le industrie senza ciminiere hanno il potenziale, se adeguatamente sfruttato, di aumentare notevolmente la creazione di posti di lavoro di buona qualità. Alcune industrie senza ciminiere, in particolare l’orticoltura e il turismo, stanno già andando bene in termini di crescita della produzione. Affinché tale crescita e creazione di posti di lavoro sia possibile, tuttavia, il Senegal deve affrontare i numerosi vincoli che incidono sull’ambiente imprenditoriale, in particolare quelli nel quadro normativo, nelle infrastrutture e nello sviluppo delle competenze.

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La Brookings Institution è un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata alla ricerca indipendente e alle soluzioni politiche. La sua missione è condurre una ricerca indipendente di alta qualità e, sulla base di tale ricerca, fornire raccomandazioni pratiche e innovative per i responsabili politici e il pubblico.

Per approfondire la lettura…

Uganda case study: https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2021/07/21.08.02-Uganda-IWOSS.pdf

Senegal case study: https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2021/04/21.04.02-Senegal-IWOSS_FINAL.pdf

Russia tra elezioni, pressione mediatica e società civile: report da Mosca e San Pietroburgo

ASIA PACIFICO di

di Silvia Boltuc

Mosca e San Pietroburgo – Si sono concluse il 19 settembre 2021 le elezioni in Russia dopo tre lunghi giorni di votazioni che hanno visto un’affluenza pari al 51,27% degli elettori e una organizzazione imponente dovuta all’emergenza sanitaria del Covid-19 e alla necessità dell’autorità russe di garantire la legittimità e trasparenza del processo elettorale attraverso la realizzazione di un sistema di sicurezza caratterizzato dall’installazione di telecamere video nei seggi elettorali e dal voto elettronico.

La vittoria di Edinaya Rossiya (Russia Unita) con il 49% dei voti alle elezioni della Duma di Stato della Federazione Russa conferma la leadership nazionale del partito di Vladimir Putin con una leggera flessione e l’ascesa di Kommunisticheskaya Partya Rossiyskoy Federatsiy (Partito Comunista della Federazione Russa) con circa il 19% delle preferenze. Ad oggi è chiaro che nella Duma di Stato saranno rappresentati non solo i membri di Russia Unita e del Partito Comunista, ma anche quelli di Liberal’no-Demokraticheskaya Partya Rossiy LDPR (Partito Liberale Democratico), Spravedlivaya Rossiya – za Pravdu (Russia giusta – per la verità) e Noviye Lyudi (Nuovo Popolo) fornendo così una configurazione eterogenea e plurale a livello politico.

A fare da cornice alla rinnovata leadership di Russia Unita un clima internazionale caratterizzato da grande attenzione e pressione mediatica nei confronti del Cremlino a seguito di un anno influenzato dal caso Navalny, dal confronto tra Mosca e Bruxelles per il vaccino Sputnik V e dalla decisione dell’OSCE di non inviare i propri osservatori in Russia (Russia ed Europa sempre più distanti: il caso OSCE).

Parlando del processo elettorale, dopo una visita in loco durante tutti e tre i giorni delle votazioni, è apparso chiaro come le autorità russe abbiano affrontato uno sforzo gigantesco per garantire la sicurezza degli elettori attraverso il controllo della temperatura e l’obbligo di indossare le mascherine e i guanti fatto da parte dei membri dei seggi muniti di camici sterilizzati, l’innalzamento degli standard di sicurezza e trasparenza del processo elettorale garantito dall’installazione di telecamere e dalla presenza delle forze dell’ordine, l’attivazione di un numero telefonico dedicato al quale ogni cittadino russo poteva riportare problemi o irregolarità, e la presenza in loco di membri dei partiti politici e delle associazioni come osservatori.

A fronte di questa organizzazione occorre, però, rilevare diverse polemiche sorte sia prima che durante e dopo le votazioni sul processo elettorale russo: secondo quanto traspare dagli incontri avuti con i membri della Commissione elettorale russa di Mosca e San Pietroburgo la guerra dell’informazione ha completamente influenzato le votazioni per i membri della Duma di Stato attraverso la diffusione di fake news e la creazione di un clima di ostilità più utile per le strategie geopolitiche di alcuni attori stranieri piuttosto che per garantire il diritto al voto e alle elezioni regolari per la popolazione russa.

Di interesse internazionale è stata anche la prima conferenza scientifica “Il ruolo della società civile nel garantire gli standard democratici per l’organizzazione e lo svolgimento delle elezioni” organizzata dalla Camera della Società Civile della Federazione Russa e dall’Associazione russa dei politologi dal 14 al 15 settembre 2021 presso l’Università Statale di Mosca Lomonosov che ha richiamato ricercatori, politici, esperti e giornalisti da tutto il mondo e ha preceduto proprio le elezioni. Conferenza che ha visto esperti russi e stranieri discutere diverse tematiche inerenti il processo elettorale focalizzando l’attenzione sul ruolo che le nuove tecnologie possono avere per garantire e monitorare la legittimità e trasparenza delle votazioni così come il peso che giocano i media e i social network nell’influenzare l’elettorato e la percezione nazionale e globale su determinate elezioni. È proprio in questa ottica che diversi ricercatori e giornalisti internazionali intervenuti all’evento hanno posto in risalto il peso della comunicazione strategica e della guerra dell’informazione sulle votazioni in Russia focalizzandosi su come la forte pressione mediatica che dal caso Navalny in poi ha interessato la Federazione Russa sia stata organizzata per delegittimare il processo elettorale russo e promuovere strategie di diversi attori internazionali interessati a indebolire l’autorità del Cremlino nel proprio paese.

Rumors mediatici, polemiche, accuse varie confermano ancora una volta, però, quanto la Russia sia un attore geopolitico di primaria importanza strategica a tal punto che ogni evento riguardante la sua politica interna ha la capacità di monopolizzare l’attenzione degli organi di informazione internazionali e di attrarre gli interessi di diversi attori pronti a elaborare strategie volte a contrastare il Cremlino sullo scacchiere geopolitico internazionale tramite lo sfruttamento della comunicazione strategica.

 

Capo Verde ospita la nona conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa

AFRICA di

Oggi, 13 settembre 2021, parte la nona conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa (CCDA-IX) a Capo Verde, e si concluderà il 17 settembre. In questa occasione saranno oggetto di discussione le strategie di mitigazione del cambiamento climatico in Africa, e di come queste possano rappresentare uno strumento di sviluppo economico per il continente africano.

Organizzato dalla Commissione economica per l’Africa e dal governo di Capo Verde, in collaborazione con i partner della Commissione dell’Unione africana e della Banca africana di sviluppo, la CCDA-IX si incentrerà sul tema “Verso una transizione giusta che crei posti di lavoro, prosperità e resilienza climatica in Africa: sfruttare l’economia verde e blu.”

La conferenza funge da preludio alla Conferenza dei firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici prevista a novembre, e mira a fornire un resoconto delle strategie messe in campo dall’Africa per la lotta al cambiamento climatico. La conferenza si propone anche di aprire il dibattito con i rappresentanti africani sulle misure da adottare a livello continentale per guidare lo sviluppo economico verso una transizione sostenibile.

Oltre 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità in Africa, eppure il continente possiede risorse naturali sufficienti per sradicare la povertà energetica e trasformare l’economia mondiale. Intanto, le strategie globali di mitigazione del clima richiedono l’eliminazione graduale dei combustibili fossili in tutto il mondo. Ciò mette a rischio lo sviluppo economico del continente africano, nonostante emetta solo il 2% delle emissioni globali di gas serra.

Questi temi aprono la discussione su come mitigare i cambiamenti climatici in Africa senza compromettere al contempo la crescita economica, e promuovere strategie alternative che siano conformi agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Africa.

AVAT: i paesi dell’Unione Africana acquistano 220 milioni di dosi del vaccino Johnson & Johnson

AFRICA di

Il 28 marzo 2021 gli Stati membri dell’Unione Africana (UA) hanno firmato un accordo con il quale hanno lanciato l’African Vaccine Acquisition Trust (AVAT). L’iniziativa, che nasce ad integrazione di altri progetti come il COVAX, ha visto i paesi dell’UA mettere in comune il loro potere d’acquisto per garantire un accesso diffuso ai vaccini COVID-19 in tutta l’Africa, e raggiungere così un’immunizzazione target del 60% della popolazione africana.

I partner dell’iniziativa includono l’African Export-Import Bank (Afreximbank), i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) e la Banca mondiale.

Grazie all’AVAT i paesi dell’Unione Africana hanno acquistato 220 milioni di dosi del vaccino a iniezione singola contro il COVID-19 di Johnson & Johnson, e un potenziale di ordinare altri 180 milioni di dosi.

Il presidente della Repubblica del Sud Africa e dell’Unione Africana (AU), Cyril Ramaphosa, in occasione del lancio dell’iniziativa ha dichiarato:

“Questo è un passo avanti epocale negli sforzi dell’Africa per salvaguardare la salute e il benessere della sua gente. Lavorando insieme e mettendo in comune le risorse, i paesi africani sono stati in grado di garantire milioni di dosi di vaccino prodotte proprio qui in Africa. Ciò fornirà impulso alla lotta contro il COVID-19 in tutto il continente e getterà le basi per la ripresa sociale ed economica dell’Africa”.

Il vaccino Johnson & Johnson è infatti stato selezionato come primo acquisto in comune per tre motivi: innanzitutto, essendo un vaccino a iniezione singola, è più facile ed economico da somministrare; in secondo luogo, il vaccino ha una lunga durata e condizioni di conservazione favorevoli. Infine, il vaccino è in parte prodotto nel continente africano, con attività di completamento che si svolgono in Sud Africa, presso la struttura di Aspen Pharmacare a Gqeberha in Sudafrica.

Le prime spedizioni mensili sono arrivate nel mese di agosto in diversi Stati membri e stanno proseguendo nel mese di settembre, con l’obiettivo di consegnare quasi 50 milioni di vaccini entro la fine di dicembre. In collaborazione con l’Africa Medical Supplies Platform (AMSP), l’UNICEF fornisce servizi logistici e di consegna agli Stati membri.

Questa acquisizione del vaccino è una pietra miliare unica per il continente africano. È la prima volta che l’Africa intraprende un appalto di questa portata che coinvolge tutti gli Stati membri. Segna anche la prima volta che gli Stati membri dell’UA hanno acquistato collettivamente vaccini per salvaguardare la salute della popolazione africana: 400 milioni di vaccini sono sufficienti per immunizzare un terzo della popolazione africana e portare l’Africa a metà strada verso il suo obiettivo continentale di vaccinare almeno il 60 per cento della popolazione. I donatori internazionali si sono impegnati a fornire la restante metà delle dosi richieste attraverso l’iniziativa COVAX.

Il dottor John Nkengasong, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), ha dichiarato: “Negli ultimi mesi abbiamo visto ampliarsi il divario vaccinale tra l’Africa e altre parti del mondo e una devastante terza ondata ha colpito il nostro continente. Le consegne a partire da ora ci aiuteranno a raggiungere i livelli di vaccinazione necessari per proteggere vite e mezzi di sussistenza africani”.

La Dott.ssa Vera Songwe, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite e Segretario Esecutivo delle Nazioni Unite ha infine affermato: “Questo è un momento di orgoglio per il continente; i vaccini, in parte fabbricati in Sudafrica, sono una vera testimonianza del fatto che la produzione locale e l’approvvigionamento in comune, come previsto nell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), sono fondamentali per il raggiungimento di una ripresa economica post-Covid più sostenibile in tutto il continente.”

L’Algeria rompe le relazioni diplomatiche con il Marocco

AFRICA di

Dopo mesi di tensioni l’Algeria ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Marocco, portando così il difficile rapporto fra i due Paesi al punto di crisi più elevato dagli anni Settanta ad oggi.

Lo strappo

La decisione è stata annunciata il 24 agosto scorso dal Ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra, che ha denunciato “atti ostili” commessi dal Regno del Marocco nei confronti dell’Algeria, “contro il suo popolo ed i suoi dirigenti”.

Le relazioni tra i due Paesi sono, in realtà, tradizionalmente difficili, e, di recente, hanno visto un ulteriore deterioramento.

Algeri contesta, innanzitutto, la politica filoisraeliana di Rabat, e accusa le autorità marocchine di complicità con due entità – MAK e Rashad – che nel maggio scorso sono state internamente classificate come organizzazioni terroristiche.

Il Regno marocchino, pur dicendosi rammaricato della decisione, ha respinto le accuse della controparte algerina in una nota ufficiale, definendo fallaci, e persino assurdi, i pretesti che ne sono alla base.

Le cause della rottura e il ruolo di USA e Israele

Nel corso del 2021, sono stati diversi i momenti in cui le relazioni tra Algeri e Rabat sono state messe a dura prova. In generale, le tensioni sono da ricollegarsi alla disputa tra i due Paesi riguardo il territorio del Sahara Occidentale – l’ex colonia spagnola in gran parte occupata e amministrata dal Marocco – e, parallelamente, al sostegno algerino alla leadership Saharawi, il movimento che rivendica l’indipendenza della regione. L’Algeria, infatti, difende l’istituzione del referendum sull’autodeterminazione concordato nel 1991, in occasione del cessate il fuoco mediato dall’ONU e che, trent’anni dopo, non si è ancora tenuto.

La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele – in cambio del riconoscimento statunitense della “sovranità” marocchina su quel territorio – ha alimentato le tensioni con Algeri, che ha denunciato “manovre straniere” per destabilizzarla.

La questione della Cabilia

Preludio alla rottura dei canali diplomatici era stata, nel mese di luglio, la scelta del Ministro degli esteri algerino di richiamare l’ambasciatore a Rabat per consultazioni immediate, mentre il Ministro degli esteri preannunciava l’adozione di possibili ulteriori misure. In quell’occasione, le motivazioni erano legate ad alcune dichiarazioni del rappresentante permanente del Marocco alle Nazioni Unite Omar Hilal che, proprio in quei giorni, si era espresso a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo della Cabilia, regione dell’Algeria settentrionale che da tempo rivendica l’indipendenza da Algeri. Per Hilale, l’Algeria non avrebbe dovuto negare questo diritto in Cabilia proprio mentre ne sosteneva uno identico per il Sahara occidentale.

Immediata era stata la reazione di Lamamra, che definì le parole del diplomatico marocchino “imprudenti, irresponsabili e manipolative”, chiedendo che il Regno del Marocco ne prendesse le distanze.  L’atteso chiarimento non era però arrivato, e lo scorso 18 luglio, l’ambasciatore algerino era stato richiamato in patria per consultazioni.

La presa di posizione sulla questione Cabila da parte di Rabat, in realtà, sembra rispondere ad un obiettivo preciso, quello di far pressione sulla disputa per spingere Algeri a retrocedere sulla questione del Sahara Occidentale. Una mossa che servirebbe a Rabat per guadagnare terreno tanto sul piano domestico, in termini di prestigio del Regno, quanto su quello regionale, vista la rivalità tra i due Paesi nell’intera area Sahelo-Maghrebina. Sia Rabat sia Algeri, infatti, sono interessate ad acquisire maggiore profondità strategica in Africa Occidentale, e per farlo, sostengono strumentalmente rivendicazioni nazionaliste e indipendentiste, guadagnando terreno a discapito dell’altro su scala regionale.

 

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Giulia Treossi
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