GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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La “propulsione al plasma”: la sfida tra Wuhan e Boston sulla costruzione di aerei a zero emissioni.

Sin dal primo volo aereo più di 100 anni fa, gli aeroplani sono stati azionati utilizzando superfici mobili come eliche e turbine. La maggior parte è stata alimentata dalla combustione di combustibili fossili. L’Electroaerodynamics, in cui le forze elettriche accelerano gli ioni in un fluido, viene proposta come metodo alternativo di propulsione di aeroplani — senza parti in movimento, quasi silenziosamente e senza emissioni di combustione. Tuttavia, nessun aereo con un tale sistema di propulsione a stato solido, è riuscito a spiccare il volo. La rivista Nature nel suo studio “Flight of an aeroplane with solid-state propulsion” dimostra come un sistema di propulsione a stato solido può sostenere il volo a motore, progettando e pilotando un aereo più pesante dell’aria a propulsione elettro-aerodinamica.

Leggi la pubblicazione originale sulla rivista scientifica Nature: Flight of an aeroplane with solid-state propulsion.

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Qualche riflessione per prepararci al prossimo 2 giugno

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Una delle tante evoluzioni delle Frecce Tricolori

Tra qualche giorno in occasione del 2 giugno,  festa della Repubblica, le Frecce Tricolori – orgoglio nazionale – sorvoleranno i cieli d’Italia. 
La consueta parata militare non si potrà tenere per ovvi motivi di sicurezza dei militari che sfilano e del pubblico che potrebbe assembrarsi per ammirarli.
Sicuramente il volo delle frecce tricolori sarà criticato da qualche antimilitarista, più o meno sabotatore della politica di difesa nazionale, che lamenterà il costo esoso del carburante dei velivoli e che coglierà l’occasione per ribadire quanto sia costosa oggi la difesa in Italia, gli F35, e in generale tutto ciò che sia riferibile allo specifico comparto (diceva il Vate: “non timeo culices!”)
La parata non si terrà, e direi anche giustamente. 
Mi rattrista però pensare che, qualora non ci fosse stata l’epidemia, la parata si sarebbe tenuta con l’ormai consueta e trendy dimostrazione di austerity. 
Mi spiego meglio: da tanti anni ormai la parata si celebra con sempre meno reparti militari in campo, sempre meno carri armati, sempre meno missili, e sempre più componenti civili che sfilano unitamente agli appartenenti al comparto difesa e sicurezza. 
In pratica, bisogna far vedere a tutti che abbiamo delle Forze Armate, ma bisogna vergognarsi di far vedere quante ne abbiamo, quante indennità di missione siano state liquidate al personale per intervenire alla parata, e comunque bisogna mostrarsi militari, ma non troppo bellicosi e non troppo combattivi.
Come se una squadra di rugby esibisse giocatori sottopeso o smilzi per fare in modo che non si dica che il rugby è uno sport che richiede prestanza fisica, sacrificio, una certa muscolatura ecc. ecc.. 
Tralascio al riguardo considerazioni politiche, ma lascio al lettore intendere quale sia la contraddizione – purtroppo non solo in termini – di voler organizzare una parata militare, che però non sia troppo militare.
Difficile anche da concepire filosoficamente.

Questo senza nulla togliere a chi presta servizio civile, o magari appartiene a corpi civili o non armati dello Stato – penso alla Protezione Civile ed ai Vigili del Fuoco o alla Polizia Municipale – che svolgono un lavoro degnissimo, indispensabile, troppe volte sottovalutato e senza il quale la nostra Repubblica sarebbe davvero persa. 
La parata militare dovrebbe essere semplicemente, orgogliosamente ed anche spocchiosamente una parata militare.
Superato questo fin troppo lungo inciso sulla sfilata, ritengo sarebbe giusta una riflessione sulla necessità di non disperdere il senso di patriottismo che buona parte degli italiani hanno ritrovato, riscoperto o conosciuto ex novo in questo periodo di tragica pandemia. Francamente in questi giorni io non ho mai cantato l’Inno d’Italia – chiamato così da tutti, ma ben sappiamo che il nostro inno si intitola “Canto degli Italiani” – perché mi sembrava un’esternazione troppo goliardica di un momento, quale quello del canto dell’inno nazionale, che dovrebbe essere connotato da maggiore rispetto e sacralità. 

Durante l’esecuzione dell’inno non si balla, non si gesticola, si resta fermi, si ascolta o si canta… senza la mano sul cuore (non siamo americani!).
Tuttavia ho apprezzato l’iniziativa  ed anche quella di esporre tricolori un po’ dappertutto.

Patriottismo e coronavirus (fonte: www.lasesia.vercelli.it)

Il patriottismo che ha permeato i nostri cuori in questi giorni non è né di destra né di sinistra: non tutto ciò che è nazionale è beceramente  “fascista”, e non tutto ciò che è internazionale è beceramente “comunista”. 
Ragionare secondo questi schemi categorici, ora come allora, è stupido, ipocrita e anacronistico. 
Sarebbe bello che ognuno conservasse questo attaccamento all’idea di Nazione, di Patria, di tricolore e di italianità.
Ritengo sia molto sbagliato ricorrere ai nostri simboli nazionali solo durante un incontro di calcio o solo ed esclusivamente quando sia capitato qualche guaio, quando si senta collettivamente il bisogno di appellarci a qualcosa che ci unisca tutti. 
Guardate proprio gli americani: siano essi repubblicani o democratici, i nostri cugini d’oltremare sono tutti estremamente nazionalisti – in senso buono – e mettono i loro colori, i loro simboli unitari, il loro inno, l’esaltazione delle Forze Armate davvero dovunque e dappertutto. 
Sarebbe bello che, asciugate le lacrime per i nostri innumerevoli morti, figli d’Italia che hanno pagato lo scotto di una minore conoscenza di questo perfido virus, tutti portassimo con noi questo sentimento di appartenenza nazionale.
Sarebbe bello che tutti – dopo aver imparato ad utilizzare Zoom, Google meet, l’identità digitale ed il sito dell’Inps – imparassimo ad utilizzare quotidianamente questo fiero sentimento di orgoglio nazionale e di patriottismo per migliorare il nostro lavoro, la nostra famiglia, la nostra società.
La parola patriottismo, spesso associata solo a movimenti di destra, dovrebbe essere invece una parola totalmente priva di colore politico. 
Il patriottismo non è fanatismo fazioso, non dovrebbe appartenere solo a pochi (spesso solo ai militari!), ma dovrebbe contraddistinguere ogni cittadino italiano a prescindere dal suo credo politico e dalle sue abitudini di vita.

Carabinieri a cavallo in parata sui Fori Imperiali

Se tutti condividessimo questo senso patriottico di appartenenza alla Nazione saremmo ancora uniti nel cantare il nostro inno e nello sventolare la nostra bandiera, ricordandoci di questi simboli anche in questi ultimi giorni, in cui ci è stato concesso di uscire, di incontrarci, di avviare una forma moderata di socialità e di viaggiare all’interno delle Regioni.
Dovremmo cercare tutti di non disperdere i sentimenti e l’orgoglio di appartenenza nazionale, di italianità, di speranza nei destini della nostra Patria anche quando il coronavirus sarà solo un lontano ricordo.
Ricordiamoci invece di quanto i nostri simboli ed i nostri colori ci abbiano unito e ci abbiano fatto sentire vivi e fiduciosi che tutto sarebbe andato bene.

Covid-19: una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale

Con “trappola di Tucidide” il grande storico attribuiva lo scoppio della guerra fra Atene e Sparta alla crescita della potenza ateniese, e alla paura che tale crescita causava nella rivale Sparta. Oggi mentre il mondo affronta una delle sue sfide più importanti, lo scenario internazionale ci pone di fronte alla possibilità che questa trappola scatti. Ancor prima dell’emergenza Covid-19, si scorgeva una fase storica in cui una potenza a lungo dominante -gli Stati Uniti- fronteggiava una potenza emergente -la Cina- e in molti, sullo scenario internazionale, temevano per gli effetti di questa competizione.

Un duello già visto

Quest’anno per l’economia globale sarà il peggiore degli ultimi cent’anni. Solo negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione nel mese di aprile è passato al 14,7%, il più alto dalla Grande Depressione, e sicuramente le continue pressioni tra Stati Uniti e Cina non porteranno a sviluppi migliori. Nel giro di pochi mesi gli umori dell’amministrazione americana verso Pechino si sono più volte capovolti. Prima le battaglie su Huawei, il 5g e lo spionaggio informatico che, ad un certo punto, sembravano risolte con una stretta di mano tra i due leader, ma con lo scoppio del contagio il Covid-19 è diventato una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale.

Il Coronavirus appare in Cina a “fine dicembre” e per il mese di gennaio si rivela un problema solo cinese. Trump e i suoi esperti non esternano preoccupazione, anzi per tutto il mese e quello successivo, Trump elogerà la Cina: il 24 gennaio sul suo profilo Twitter il Presidente statunitense scriveva: “China has been working very hard to contain the Coronavirus. The United States greatly appreciates their efforts and transparency. I twill out well. In particular, on behalf of the American People. I want to thank President Xi”. Non solo Trump ringraziava il Presidente Xì per il lavoro svolto, ma il 10 febbraio si congratulava anche con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per poi accusarla a metà aprile di aver “portato avanti la disinformazione della Cina riguardo al coronavirus” e decidere la sospensione degli aiuti per un periodo tra i 60 e i 90 giorni.

La comunicazione si fa sempre più difficile

Mentre l’epidemia cresce negli Stati Uniti, a inizio marzo gli infètti sono 1300 e i morti 36, Trump dichiara emergenza nazionale e il tono nei confronti di Pechino cambia. Il Covid-19 inizia e diventare il “virus cinese” mentre il portavoce del Ministro degli esteri cinese accusa “il virus potrebbe essere partito dagli Stati Uniti e portato a Wuhan dall’esercito statunitense, quando lo scorso ottobre più di 300 soldati americani si trovavano a Wuhan per il campionato mondiale di giochi militari”.

La battaglia si sposta sul controllo della narrazione della pandemia e la comunicazione diventa la chiave per decidere chi uscirà vincitore su scala mondiale. Iniziano le ripercussioni sui giornalisti. Il 19 febbraio Pechino espelle tre cronisti del “Wall street journal”, accusati di aver utilizzato un titolo dispregiativo “China is Real Sick Man of Asia”, a cui si accoderanno più tardi anche i giornalisti del New York Times e del Washington Post. D’altra parte, Washington risponde allontanando 60 inviati cinesi dei principali media filogovernativo.

Nel frattempo, le voci che il virus possa provenire dai laboratori di Wuhan, viene smentita il 17 marzo dalla rivista scientifica “Nature medicine”. Il Covid-19 è il risultato di un’evoluzione naturale, arrivata dal pipistrello, ma questo non ferma né la propaganda americana né il Presidente Trump che annuncia l’intervento dell’intelligence americana per investigare sulle origini del Covid-19, mentre la Cina rispedisce le accuse al mittente affermando che gli Stati Uniti spostano l’attenzione dei loro ritardi nell’agire contro il coronavirus.

Lo scontro comunicativo si rinvigorisce con le esternazioni del segretario di Stato americano, Mike Pompeo che domenica scorsa davanti all’Abc, affermava di avere enormi prove che il virus provenga dai laboratori di Wuhan. Posizione ritrattata parzialmente pochi giorni dopo, “ci sono solo delle evidenze ma non delle certezze” e riaccusa Pechino di mancata trasparenza nella fase iniziale del contagio e di continuare a essere “opaca” e a “negare l’accesso” alle informazioni.

Il Covid-19 e la leadership internazionale

Quello che oggi appare più evidente non sono solo le conseguenze del Covid-19 nel mondo ma anche il ruolo che esso ha assunto nella contrapposizione tra Stati Uniti e Cina. Quello che la storia ci dirà è che quel “rinoceronte grigio” (espressione coniata dall’analista politico americano Michele Wucker che si riferisce ai pericoli grandi e trascurati) è già in casa nostra ed ha subito un processo di fusione. Come i tentacoli di una piovra che si legano immediatamente a qualsiasi cosa, il Covid-19 è progressivamente diventato la nuova pedina da sfruttare per respingere l’ambizione della Cina di colmare il vuoto di leadership con gli Stati Uniti. E l’Europa? La sensazione è che l’Ue abbia bisogno di un processo rigenerativo per poter acquisire quel sentimento di unione tanto promosso quanto artificioso. Nell’attesa che questo processo possa presto manifestarsi, la speranza è quella di non restare intrappolati nello scontro tra Usa e Cina. La sensazione è che l’Ue non dovrà fronteggiare solo le gravi conseguenze che il Covid-19 lascerà, oltre a far fronte a questa pandemia che colpisce in maniera orizzontale ogni paese, l’Ue dovrà contrastare da un lato, il forte euroscetticismo presente nei propri confini e dall’altro, la prospettiva di una contrapposizione sempre più forte tra Cina e Usa. Dalle sue risposte dipenderà il suo futuro, la sua leadership internazionale e la sua indipendenza rispetto ai due principali contendenti a livello globale.

La criminalità organizzata in America Latina, azioni e reazioni ai tempi del Covid-19.

L’attuale crisi provocata dal coronavirus in ogni angolo del mondo ha effetti sociali, economici e politici che sono riscontrabili anche negli affari delle organizzazioni criminali.

In Italia come negli altri paesi per frenare il contagio da Covid-19 si fermano imprese e industrie, e anche le mafie rallentano in alcuni settori criminali come la prostituzione, la tratta dei migranti o lo spaccio di droga. Tuttavia, come ha ben sottolineato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, le “Mafie sono presenti dove c’è da gestire denaro e potere. E le élite delle mafie fanno molte operazioni non per arricchirsi, ma per avere consenso, potere…”

Ora, se per un’istante pensiamo di far valere questo monito non solo per le organizzazioni criminali italiane, possiamo pensare che tutta la criminalità organizzata mondiale oggi patisce e reagisce agli effetti del Covid-19. Le parole del procuratore di Catanzaro hanno una grande rilevanza universale e riassumono benissimo le intenzioni delle organizzazioni criminali di tutto il mondo.

La crescente minaccia rappresentata dal coronavirus ha portato in superficie le già presenti disuguaglianze sociali sottostanti e ciò vale anche per le lacune della presenza statale e il ruolo dei gruppi criminali nel colmare tale vuoto.

Basta guardare al Brasile per vedere come i trafficanti di droga del Comando rosso (Comando Vermelho – CV) nella favela Ciudade de Deus di Rio de Janeiro, scalcando il governo centrale, soffocano l’espansione del virus imponendo il coprifuoco ai residenti.

Al contempo, l’esercito nazionale di liberazione in Colombia (Ejército de Liberación Nacional – ELN) ha annunciato il 30 marzo un cessate il fuoco di un mese, che è arrivato in seguito all’appello dell’ex leader ribelle Francisco Galá, il quale ha dichiarato “di cessare il fuoco… e di liberare il paese dalla paura della guerra, almeno per questi tempi di emergenza”, secondo El Tiempo.

Mentre nel vicino Venezuela diversi video testimoniano che gruppi di “colectivos” o gruppi armati filo-governativi impongono ai residenti nel quartiere 23 di Enero di Caracas e nel quartiere di Petare vicino a Caracas di rispettare i protocolli di igiene e di quarantena. Inoltre, secondo i media locali lo stesso regime di Nicolás Maduro ha invitato i civili armati ad affiancare i membri delle forze armate per imporre le restrizioni di quarantena.

In Guatemala, l’emergenza dichiarata dal governo ha spinto i membri della banda del Barrio 18 a concedere la sospensione del pizzo da parte dei venditori locali. Tuttavia, bande come la Unión de Tepito a Città del Messico, hanno mantenuto il racket nonostante la pandemia. In El Salvador, membri della banda della MS13 ed entrambe le fazioni del Barrio 18, i Rivoluzionari e Sureños, minacciano la popolazione locale con violenza a restare in quarantena.

Angélica Durán-Martínez, criminologa dell’Università di Chicago e Benjamin Lessing professore all’Università del Massachusetts, studioso di violenza criminale e governance in America Latina, hanno sostenuto a InSight Crime, che le ragioni delle bande per esercitare questo tipo di governance vanno ben oltre il semplice garantire il loro potere e controllo. Il loro tentativo è indirizzato a ottenere più capitale sociale, per favorire le loro operazioni criminali. Benjamin Lessing sostiene che, quando lo Stato non agisce, spesso gli attori criminali si assumono la responsabilità nel prendersi cura delle loro comunità.

“Riflette il loro interesse a mantenere il supporto sociale”, ha dichiarato Durán-Martínez. “Questi gruppi vedono sul territorio i chiari rischi che la comunità deve affrontare come il mancato accesso ad acqua pulita, sapone o disinfettante e nel momento in cui lo stato non adotta misure concrete per la tutela della salute pubblica, la responsabilità di quest’ultima finisce per essere nelle loro mani.”

Il paradosso del modus operandi delle organizzazioni criminali sta nel non essere sempre contraria o antagonista a come lo stato vuole governare. L’attuale crisi sanitaria, sociale ed economica riflette in realtà un caso in cui sia gli interessi statali e quelli criminali sembrano essere abbastanza convergenti. Proprio per questo è da considerare che l’altro virus che punta a rafforzarsi, sfruttando l’emergenza della pandemia, sono le varie organizzazioni. D’altronde quando lo stato è assente o come nel caso brasiliano sopraffatto dalla superficialità, la criminalità organizzata trova terreno fertile per proliferare e rafforzarsi.

Libano: nove mesi di trattative per formare un governo di unità.

MEDIO ORIENTE/Policy/Politics di

Circa nove mesi sono durati i negoziati che hanno dato vita al nuovo governo in Libano, annunciato dal Primo Ministro Saad Hariri nel pomeriggio di giovedì scorso. L’esecutivo sarà formato da trenta ministri. Prima ancora di terminare il suo discorso al palazzo presidenziale di Baabda, il frastuono dei fuochi d’artificio e gli spari in aria assordavano Beirut. Scommettendo in un governo di unità, diversi leader politici hanno usato negli ultimi mesi diversi trucchi politici per superare le insidie e formare un nuovo esecutivo a colpi di concessioni da una parte e dall’altra. Tra i nuovi ministri ci sono quattro donne, una delle quali, Raya Al Hassan, responsabile dell’Interno. È la prima volta che una donna occupa tale carica nel paese.

Hariri ha riferito che il governo “lavorerà al servizio del paese” per “affrontare le sfide sociali ed economiche”, sollecitando in più occasioni la “cooperazione tra le parti”. La ripresa economica, con la situazione dei rifugiati siriani, è in cima all’agenda del nuovo governo, in attesa che le elezioni politiche volgessero al termine. La coalizione degli sciiti Hezbollah e del partito cristiano Movimento Patriottico Libero, guidata dal Presidente Miche Auron, è uscita rafforzata dalle urne come blocco maggioritario. All’opposizione, il partito Il Futuro di Hariri ha ricevuto un duro colpo, perdendo dodici dei trentatre seggi che aveva nel 2009, a dimostrazione della crescente frammentazione nel blocco sunnita. Tuttavia, l’alleato partito cristiano Forze Libanesi, guidato da Samir Geagea, è riuscito a raddoppiare il numero di seggi compensando la perdita del partito amico.

La religione guida la vita politica in Libano chiedendo una divisione salomonica  di potere tra cristiani e musulmani (sunniti e sciiti). All’interno delle quote concordate  ad ogni religione, i posti ministeriali devono essere distribuiti secondo la rappresentazione geografica di ciascuna  delle diciotto confessioni del paese. Una premessa che ha creato non poche dispute, con il partito druso ad essere il primo ostacolo nella formazione di questo governo. Successivamente è scoppiata una faida religiosa tra Il Futuro di Hariri ed Hezbollah sulla concessione di un seggio all’opposizione sunnita, e, infine, la lotta per la distribuzione dei portafogli. Hariri è arrivato alla fine a prendere in considerazione la creazione di un esecutivo con trentadue ministri, per una paese con una popolazione di 4,5 milioni di abitanti. Nell’accordo finale, Hezbollah aggiunge due portafogli, Salute e Sport e gioventù, e uno dei suoi deputati ottiene l’incarico al Ministero di Stato per gli Affari Parlamentari. Da parte sua,  Aoun ha ottenuto due posti chiave, Difesa ed Esteri. Sul blocco opposto, Hariri nomina i ministri degli Interni e delle telecomunicazioni, mentre il suo alleato di Forze Libanesi ha ceduto il Ministero della Cultura per occupare quello del Lavoro e degli affari sociali.

Aiuti economici bloccati. Secondo gli esperti, le pressioni esterne per l’urgente necessità di gestire un’economia sull’orlo della bancarotta hanno portato allo sblocco della situazione politica. La formazione del governo è requisito fondamentale per l’erogazione di oltre 8 miliardi di euro di investimenti promessi nel corso della Conferenza di Cedre – 350 da parte della Banca Mondiale –  che si è tenuta a Parigi lo scorso aprile per sostenere lo sviluppo del Libano. Mentre Hariri si è impegnato a governare con un esecutivo di unità, la frammentazione tra i partiti e l’attuale riparto di poteri continua a contrariare gli alleati internazionali come gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Francia, la Gran Bretagna e l’Arabia Saudita, che hanno già minacciato di paralizzare tutti gli aiuti alle Forze Armate Libanesi qualora il partito della milizia sciita Hezbollah non venga estromesso dal governo. Gli Stati Uniti considerano Hezbollah come gruppo terroristico, mentre l’UE fa lo stesso con l’ala armata del partito.

Paralisi politica. Alla fine del 2017, Hariri aveva dovuto dimettersi da Riad inaspettatamente durante un viaggio controverso nel quale era stato temporaneamente trattenuto. Il principe ereditario Salman Bin Mohamed, aveva rimproverato il suo alleato di eccessivo permissivismo nei confronti di Hezbollah. È stato l’intervento  del presidente francese, Emmanuel Macron, a permettere il ritorno del primo ministro a Beirut. Nel 2016, un’altra paralisi politica in chiave regionale è stata risolta quando un accordo siglato tra Teheran e Riad, padrini rispettivamente di Hezbollah e Hariri, metteva fine ad un vuoto presidenziale dovuto alla mancanza del quorum. La situazione  regionale, con la vicina Siria come epicentro, ha paralizzato la vita politica, legislativa ed economica del paese. Il Libano ha dovuto fare i conti con l’arrivo di un milione e mezzo di rifugiati siriani e il rapido declino economico collegato al calo delle entrate dal turismo e delle rimesse, fino ad accumulare un debito estero pari al 150% del PIL. La scarsa partecipazione dell’elettorato (49,2%) nelle ultime elezioni ha dimostrato lo scetticismo dei cittadini che oggi protestano contro l’aumento delle tasse e la corruzione cronica, attribuite alla casta politica del paese.

 

Di Mario Savina

Generale Mini al master in Intelligence: nel mondo (e anche In Italia) il potere militare partecipa sempre di più al “deep state” e condiziona la politica. Attenti alla criminalità che saccheggerà sempre più i beni comuni

Il polo di Rende (Cosenza) dell’Università della Calabria, sede del master e del corso di laurea in intelligence

Fabio Mini, generale, docente e saggista, ha tenuto, nello scorso weekend,  una lezione al ​m​aster in Intelligence dell’Università della Calabria, introdotto dal ​direttore Mario Caligiuri. Mini ha esordito dicendo che più sono le incertezze e maggiori risorse e deroghe alle procedure si richiedono per farvi fronte. Ha quindi evidenziato che le capacità previsionali della politica democratica si orientano nell’immediato​. ​

La politica autoritaria, infatti, pianifica per 10 anni e la politica militare si sviluppa per 20 anni. L’intelligence strategica deve invece proiettarsi in un arco temporale di 30-50 anni, il tempo necessario ai grandi cambiamenti geopolitici.
Mini ha ​poi ​affrontato il tema delle minacce globali: dopo a​v​ere esaminato il fenomeno dello Stato Islamico,per il generale, invece, un altro tema di preoccupazione universale è  rappresentato dagli squilibri demografici, che vedono quasi tutti i paesi europei in capitolazione, come Italia, Germania e Gran Bretagna ma anche Russia e Cina, mentre alter nazioni registrano un boom demografico come l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, l’India e la Nigeria. 
Lo studioso ha quindi affrontato il tema della guerra, concentrandosi su quelle relative all’appropriazione dei beni comuni definiti “global commons”, come gli oceani, i fondi sottomarini, l’Antartide, l’atmosfera, lo spazio esterno e il cyberspazio. 
E’ poi entrato nel merito del potere militare, evidenziando una profonda trasformazione che vede il potere militare aumentare la propria capacità d’influenzare le scelte del potere politico.

Sotto tale aspetto, nelle grandi potenze, ma anche nei paesi meno orientati alla militarizzazione come l’Italia, l’apparato militare-industriale insieme all’intelligence e ad altri apparati istituzionali partecipano alla formazione del Deep State che mantiene obiettivi chiari e costanti prescindendo dalle temporanee maggioranze parlamentari, ma talvolta anche dalle obiettive mutazioni geopolitiche. A tale proposito, ha messo in rilievo la fornitura dei 130 aerei F35, che costano adesso 130 milioni di euro l’uno, che partono da progetti avviati negli anni ’90 e che ora non ci possiamo permettere e difficilmente potremo utilizzare nel quadro di una politica di difesa quanto meno erratica.

A sinistra, il generale Mini. A destra, il prof. Caligiuri.
​Il generale ha poi affrontato il tema della guerra del futuro, spiegando che più che una guerra cibernetica o attraverso droni e robot, la più probabile e drammaticamente pericolosa rimane quella nucleare. 
L’Ufficiale si è poi soffermato sulla minaccia della criminalità, evidenziando come l’illecito si sviluppi parallelamente agli scambi legali, creando strette relazioni che si materializzano nelle piazze finanziarie e nei paradisi fiscali. Il generale si è quindi soffermato sull’interesse che la criminalità internazionale rivolgerà anche per lo sfruttamento dei Global Commons.
Infatti, il controllo delle risorse sottomarine, dello spazio e del cyberspazio saranno molto presto motivo di conflitto non solo tra Stati ma anche tra poteri legali e poteri criminali. Il generale ha rilevato come le triadi cinesi stiano già pensando al mercato illegale dello spazio, mentre altre organizzazioni criminali sono interessate a fornire a privati supporto allo sfruttamento delle risorse energetiche del sottosuolo, così come il cyberspazio, sia nella dimensione visibile che sopratutto quella invisibile, è già da anni un ambito costantemente utilizzato dalla criminalità.Infine Mini ha rilevato che attualmente viviamo in una fase in cui i vecchi sistemi non sono scomparsi ma non funzionano e quelli nuovi non sono ancora nati. In questo spazio si colloca la prospettiva dei “futuri multipli” in base alla quale gli scenari dipendono dalle scelte che persone e Nazioni compiono giorno per giorno.
“Un esempio per tutti – ha concluso il generale – se oggi continuiamo a costruire missili il futuro più probabile è quello che ne contemplerà l’uso”

La Calabria e l’intelligence.

Varie volte su European Affairs Magazine ci siamo occupati di intelligence  e della possibilità che questa scienza umana potesse assurgere al rango di disciplina universitaria (leggi, ad esempio, quiqui, ed in parte anche qui). In questo ambito, pioniere assoluto in Italia è stata l’Università della Calabria che, prima con il Master di 2° Livello in Intelligence e, poi addirittura con un corso di laurea in Intelligence ed Analisi del rischio ha riconosciuto l’importanza di questa materia. Continue reading “La Calabria e l’intelligence.” »

I luoghi comuni. Perché in Europa ridono di noi (ogni tanto).

Faccio una doverosa premessa: questo articolo sarà pieno di luoghi comuni. Oltre i classici “pizza, spaghetti, mandolino… e mafia”. Chi mi conosce sa che vado fiero dei miei pregiudizi. Il mio tentativo sarà non quello di sfatarli, bensì quello di confermarli e, forse spiegarli. Luoghi comuni sull’Italia e gli italiani, visti da Bruxelles. Non parlo solo delle Istituzioni europee… ma della gente, del sentire comune. Della proverbialità a cui è ormai assurto il nostro essere italiani. Eppure questi signori d’oltralpe (i nostri “fratelli” europei) hanno dimenticato che Roma, le istituzioni, il diritto, la civiltà, la religione, la cultura, li abbiamo inventati noi. No, non è così. Questo lo dicono tutti. Non è che all’estero non sappiano che l’Italia è l’artefice di tutto quanto di sensato sia oggi di uso comune nel continente: il fatto è che gli italiani fanno di tutto, ma proprio di tutto per far cadere il nostro glorioso passato nell’oblio. E forse nemmeno loro lo conoscono, il loro passato. Primo luogo comune.
Fermo subito qualunque scettico: non sono un auto-razzista (termine oggi molto in uso dai sovranisti per indicare sinistroidi estremisti, boldriniani e immigrazionisti vari). Se è per questo, non sono neppure un sovranista, o almeno non mi ritengo tale. O, almeno, non del tutto. Non secondo me, europeista convinto.
C’è un vecchio video di Bruno Bozzetto su Youtube (lo trovate a questo link), dedicato a tutti coloro che credono che gli Italiani siano uguali agli altri europei. Quel video, stupendo e geniale, riepiloga in pochi minuti le differenze tra noi e gli altri popoli europei sulla politica (le poltrone da cui i nostri leader non si staccano mai), il modo di parcheggiare, il modo di guidare il modo di prendere il caffè… E sapete una cosa? Quel video è azzeccatissimo. Purtroppo. Ricorda quanta poca sobrietà ci sia ormai da tempo nei nostri costumi, ahinoi non solo in contesti informali. Guardatelo. Adesso, però, vi do la mia versione.
Cominciamo dall’aereo: se prendete un volo da Bruxelles, della Brussels Airlines (la vecchia “Sabena”, per intenderci), partite ad un orario prestabilito: è puntale il boarding, un po’ meno la partenza (siamo comunque non oltre i 15 minuti) ed in linea di massima in un’ora e quaranta minuti siete a Roma (arrontondiamo pure a due ore, ma non per auto-piaggeria). Durante la fila nessuno fa il furbo: chi è in economy si mette in coda subito per cercare di prendere posto prima, chi è in business o flex si rilassa un po’ di più e si mette in una fila ordinata di poche persone. Le hostess (assolutamente non necessariamente statuarie, e non necessariamente belghe né belle – questi sono luoghi comuni) cominciano sin da subito a “bollare” anche i bagagli a mano che dovranno viaggiare comunque nella stiva. Chi tardi arriva, male alloggia. Anche in un regime di oligopolio, quale è quello della tratta tra la “Capitale d’Europa” e le capitali nazionali. Se qualcuno si mette in fila con la business, e all’atto dell’imbarco possiede un biglietto economy, viene gentilmente invitato a mettersi in coda alla fila. Per ultimo.
La stessa cosa non succede se viaggiate, sempre da Bruxelles, ma con altra compagnia aerea (non dirò quale, ma tanto avete capito, no? Sempre quella…). La fila si forma abbastanza puntualmente, ma non così ordinatamente. Il boarding è comunque molto puntuale, ma la fila per la business class è inspiegabilmente lunga e, peggio ancora, si allunga quando ormai è quasi esaurita. Così che qualche sedicente business man, di corsa, riesce casualmente ad infilarsi al momento giusto nella fila dei suoi presunti pari. Poi sfila e si imbarca l’economy. Ma con un piccolo problema: siccome c’è stato qualche furbacchione dell’economy che si è infilato nella coda della business, le signorine (che sfoggiano sempre i colori di quella compagnia aerea…sempre quella) sono costrette ad aumentare o ad anticipare la “bollinatura” dei bagagli a mano da portare nella stiva. E da dove cominciano? Non dagli ultimi, ovviamente, ma dai primi che si trovano davanti. Così funzionari ministeriali, professori universitari “smart”, politici grullini (e non è un errore di battitura) che fanno finta di viaggiare in economy, e turisti che si erano virtuosamente messi in coda per primi, dovranno aspettare a fine corsa il loro bagaglio in un famoso aeroporto italiano (sempre quello), mentre gli ultimi, i furbi, essendo ultimi, lasceranno per primi l’aeroporto, quando gli altri, gli scemi, sono ai nastri.
Tutto questo lascerebbe indifferente l’italiano medio, normalmente aduso ad essere sorpassato da consimili più furbi e a non protestare, quasi per quieto vivere. Bisognerebbe litigare veramente con tutti. Ma, ovviamente, tra i passeggeri di quel volo, talvolta c’è qualche erudito eurocrate, cresciuto a birra e crauti, o a birra e waffle, che storce il naso, ride, fa battute sull’Italia e gli Italiani. No: non è colpa sua. E’ colpa nostra. E questo è un luogo comune.
Vi tralascio i rimbrotti, le battute, i musi lunghi e gli sbuffamenti quando si parte dall’Italia, da quel famoso aeroporto italiano, verso Bruxelles. Indipendentemente dalla compagnia con cui viaggiate, dovete calcolare almeno 45 minuti di ritardo prima che l’aereo si sollevi. Nei casi peggiori (invero residuali) l’aereo si solleva quasi quando avrebbe dovuto atterrare dall’altra parte. Come mai si accumuli sempre questo ritardo, non è dato saperlo. Luoghi comuni.
Arriviamo a Bruxelles. Lì, in generale, l’accozzaglia di gente più o meno seria e più o meno sobria per le strade, e nei negozi e nei locali fa sì che la bestia italica si confonda abbastanza. C’è chi ride sguagliatamente, ma non è necessariamente appartenente a un gruppo di pugliesi o di napoletani. Potrebbero essere anche irlandesi (del resto simili a noi) o olandesi (essendo davvero uomini liberi, loro possono fare qualunque cosa). Più difficile che si tratti di francesi. Impossibile siano tedeschi. I nord africani ci guardano con circospezione, perché gli stranieri lì siamo noi, non loro. La città, in molti vicoli, è “aulente” di pipì e di fritto. Luoghi comuni.
La cucina non è un granché. Tranne la carne, il salmone, la birra e le verdure. Quindi niente di speciale. Anche le marche più pregiate di cioccolato hanno stabilimenti in Turchia. Non oso immaginare, se hanno lo stabilimento in Turchia, dove possano comprare le nocciole. Di certo non a Torino o a Viterbo. Luoghi comuni.
Entriamo nelle Istituzioni. Lì si apre un mondo. Chi è accreditato entra senza controlli velocemente, come è giusto che sia. Chi non lo è, passa solo dei controlli se è stata comunque confermata la sua presenza in precedenza e la sua identità è nota. Chi non è nemmeno atteso deve farsi identificare. E qui viene il bello. Di solito gli italiani non sanno che per entrare in questi edifici (che sono sacri, e non sono ironico!) occorre il passaporto o una carta di identità.
La patente? NO.
Ma è europea! NO.
Io sono un giornalista, ecco la tessera professionale! MI DISPIACE. NON E’ UN DOCUMENTO VALIDO (in Belgio, come in molti Paesi europei, non esiste un vero e proprio ordine dei giornalisti come da noi).
Ma in Italia è un documento valido! IN ITALIA. QUI NO.
E allora devo tornare in albergo a riprendere i documenti? OUI, JE SUIS DESOLE’ MONSIEUR.
Luoghi comuni? Non tanto. E intanto la fila dietro si accumula…. e si sente sottovoce, tra risatine soffocate e rabbia smorzata…  “Italians… Italienne… Italienisch….
Una volta dentro, ognuno sa quello che deve fare. E anche gli Italiani sanno farsi valere. Tutti sanno quello che devono dire. La differenza fondamentale, però, è che noi siamo tutti euroscettici. Questa è la verità. Anche gli europeisti italiani più convinti sono euroscettici. Noi in Europa ci andiamo, non ci siamo.  Non vogliamo fare e non facciamo mai brutta figura, specie a livello tecnico, e le amministrazioni, le aziende, le lobby, le autorità indipendenti e le ex partecipate inviano sempre funzionari svegli e di ottimo livello.
Ormai anche noi parliamo benissimo l’inglese ed il francese. E’ difficile che chi vada a quelle riunioni e non sia un buon english speaker non sia accompagnato almeno da qualcuno che si muove bene in quei corridoi. Ma se osserviamo il dossier dei nostri inviati, delegati, politici, etc. possiamo osservare dei veri e propri mattoni di carta, che spiegano per filo e per segno cosa dovranno dire, cosa probabilmente ci verrà detto, cosa è meglio per il Paese che quel delegato dica.
Gli altri… gli altri no. Gli altri conservano l’agenda dell’incontro, qualche altro documento magari proposto dal loro Paese e null’altro. Conoscono la materia. Hanno le idee chiare. Prevedono le strategie altrui. Sono comunque preparati a fronteggiare posizioni avverse, da Stati non sempre amici. Sfidano i rappresentanti della Commissione, quando non sanno già in anticipo come questi si comporteranno.
Per questo noi non siamo in Europa, ma andiamo in Europa. A mio parere, l’Europa per noi è un teatro, dove dobbiamo dimostrare qualcosa. Molte volte veniamo applauditi, non c’è che dire. Altre volte no. Ultimamente no. Ma invece quella è casa nostra. Non dovremmo nascondere nulla, dovremmo dire quello che pensiamo, fare quello che riteniamo più giusto fare. Sbuffare anche noi contro gli altri. Non limitarci a prendere per il culo qualche spilungone allampanato che snocciola numeri o consigli, solo perché non capisce l’italiano e magari ha pure il naso e le gote rosse (luogo comune!).
Siamo anche noi fondatori e fino a poco fa non ce lo ricordavamo. Perché non ce lo ricordavamo? Perché non ne abbiamo approfittato? Perché finora mai nessuno aveva osato fare la voce grossa, da parte italiana, nei corridoi e nelle aule di Bruxelles.
Non parlo del Parlamento europeo, dove qualche deputato più o meno stravagante, per toni o per contenuti, ha fatto talvolta parlare di sé. Italiani in primis.
Parlo del Consiglio dell’UE, del Consiglio Europeo e della Commissione europea. In questi consessi, diciamolo, prima dell’attuale governo, anche durante Presidenza italiana, nessuno aveva fatto parlare dell’Italia. La “Italian issue”, anzi le “Italian issues” sono cosa recente. Si può essere più o meno d’accordo con Salvini, per carità. Io sono d’accordo, per alcuni contenuti. Quello che mi è piaciuto – aldilà dei contenuti – è stata la pervicacia, l’insistenza, la coerenza e la forza con cui questi contenuti sono stati espressi.
Lasciate stare, solo per un attimo, se siete o meno d’accordo e se mi caverete o meno gli occhi per quanto vi ho appena detto. Praticamente Salvini ha avuto l’abilità di mettere i famosi puntini sugli “i” (luogo comune!) a quei Paesi che lo facevano prima con noi. La differenza è che mentre gli altri puntano e puntavano il ditino verso di noi perché magari non eravamo puntuali nell’implementazione di qualche normativa, perché magari rispondevamo in maniera vaga a domande precise o perché eravamo comunque troppo prolissi, adesso abbiamo puntato noi il dito verso di loro. Lasciatemelo dire… sui dossier migration, relocation, repatriation e altri simili, l’Europa aveva ed ha proprio toppato nei riguardi del nostro Paese. E, secondo me, non c’è nulla di inumano nel dire che ogni Stato membro dovrebbe fare la sua parte, che non possiamo essere – con la Grecia – gli unici Paesi in cui l’Europa debba esercitare l’accoglienza. Non è possibile, non ce la facciamo. E prima di Salvini, lo dicevano anche i governi di sinistra (ai governi di sinistra va comunque reso il merito – il grande merito – di aver notevolmente diminuito il numero delle procedure di infrazione nei differenti settori in cui l’Italia era indietro normativamente). Diciamo che Salvini ha fatto in modo che si passasse dalle parole ai fatti. Abbiamo dato effettivamente fastidio. Abbiamo semplicemente chiesto che tutti – e non solo noi – fossero chiamati ad applicare le regole. Oggi la maggior parte degli Italiani con un minimo di erudizione conosce meglio, di sicuro, il diritto comunitario (prima dato in pasto ai soli addetti ai lavori), Dublino (più o meno), Frontex (ovviamente non ne conosce lo stato giuridico.. e l’Agenzia non si chiama neanche più così) e via discorrendo. Credo che in questo, stavolta, sia stata – a ragione – l’Italia a puntare il dito, grazie a Salvini. Forse avrei urlato meno. Ma ognuno ha il suo stile. Luogo comune.
Ma cosa smonta tutto questo? Cosa fa ridere gli altri di noi? Il fatto che siamo deficitari su molti altri fronti. Otteniamo una vittoria e dieci sconfitte. Luogo comune. Non siamo eurocrati. Non lo saremo mai.
Il problema è che a una strategia ben precisa nel settore affari interni, corrispondono strategie fumose sugli altri tavoli. Primi tra tutti i tavoli economico-finanziari. E’ inutile commentare i fatti di questi giorni. La procedura di infrazione, la cena tra il Presidente Conte e Juncker, i commenti prima e dopo la cena, la quota 100 e il reddito di cittadinanza. Tutte cose trite e ritrite dalla stampa nazionale ed estera. Io, personalmente, reputo scellerata la gestione di questi dossier in campo nazionale… e credo sia pressoché impossibile far capire agli eurocrati la presunta ed asserita bontà di alcuni provvedimenti macroeconomici come questi (ma figuriamoci!).
Il problema è che, per fare la voce grossa, bisognerebbe avere tutte le carte in regola. Allora è fastidioso sentire Junker che – seppur in un clima almeno apparentemente amichevole – dice di amare l’Italia perché da giovane, in Lussemburgo, era circondato da immigrati italiani. Che cosa vuol dire? Perché questa sottolineatura? Non poteva dire solo di amare l’Italia perché è un paese bellissimo e ricco di monumenti? Non avrebbe potuto utilizzare un luogo comune positivo?
Allora quello che a me non va giù è che proprio perché noi non siamo perfetti a tutto tondo, in tutti i settori, gli altri approfittano delle sbavature. Proprio perché è un luogo comune che in Italia i controlli non siano rigidi. Allora i gendarmi francesi scaricano migranti sui nostri confini, come fossero immondizia (ma che umanità è questa?)… gli svizzeri approfittano della notte per non accogliere nemmeno donne e bambini (no comment).
Insomma: qual è la ricetta per evitare luoghi comuni e risatine su di noi? Basterebbe, davvero, che ognuno facesse bene quel poco che gli è richiesto di fare. Affrontare le sfide europee sicuramente con spirito critico, ma ben sapendo che il sistema non si può scardinare con alzate di testa o con proposte folli, che mai saranno accettate. Il sistema si può cambiare, osservando le regole, dall’interno. In maniera silenziosa e costante. Bisognerebbe formare una classe dirigente che sin dalle scuole superiori possa ambire a ricoprire ruoli di prim’ordine nelle istituzioni europee. Bisognerebbe far capire alla popolazione che l’Europa non è qualcosa di altro da noi, ma è qualcosa di cui anche noi facciamo parte.
E questo è un altro bug del nostro sistema. Gli italiani (pochissimi) che ricoprono ruoli anche non di spicco nelle istituzioni UE ci sono arrivati con le proprie gambe. Vincitori di concorso, davvero qualificatissimi, impossibili da scartare o da bocciare, sono arrivati a Bruxelles e lì hanno messo la loro bandierina. Ho conosciuto italiani, nelle istituzioni, che fingevano di non capire che in una sala ci fossero dei connazionali, e rivolgersi a loro in inglese. Ho visto e sentito italiani dire di essere “della Commisisone” e, quindi, non propriamente italiani, in quella veste. Ma non credo sia colpa dei diretti interessati. Sono italiani che non sono stati sostenuti dal Paese, per arrivare dove sono arrivati. Sono italiani che talvolta si sono sentiti in in imbarazzo per i ritardi del nostro Paese. Altri Paesi conoscono in anticipo le posizioni aperte nelle istituzioni e pianificano per tempo, con una formazione mirata, chi dei loro dovrà riempire quella casella. Nel nostro settore esiste una formazione “europea” adeguata soltanto nel comparto difesa e sicurezza. I militari che vanno all’estero sotto egida UE svolgono corsi di formazione per quanto più possibile omogenei e, infatti, nei teatri operativi gestiti dall’UE, nell’ambito della PESC e della PSDC, l’Italia ha sempre stra-ben-figurato. Capacity building, peace making, stability policing, sono cose che abbiamo letteralmente inventato noi.
Le altre compagini ministeriali, ahimé, conservano nicchie di eccellenza isolate, che viaggiano in Europa o fuori da essa, ma con le sue insegne, senza un “addestramento” omogeneo, che in Patria li abbia preparati insieme agli altri pari-ruolo o pari-qualifica. Magistrati, professori, cooperanti, funzionari dei trasporti, dell’istruzione, delle comunicazioni, conoscono l’inglese perché magari lo hanno sempre coltivato da soli, a loro spese, e si sono affacciati solitariamente agli impegni europei. Qualcuno è in missione. Qualcuno è in aspettativa. Qualcuno è fuori ruolo. Indennità diverse, compensi diversi, compiti diversi ed obiettivi (nazionali) poco chiari. Chiarissimi sono invece gli scopi della loro missione, per l’Europa.
Se ci sforzassimo di rendere univoci gli sforzi, di mettere a sistema la nostra pregiatissima cultura giuridica ed amministrativa, di addestrare tutti coloro che a vario titolo vanno all’estero (non solo in Europa), se facessimo leva non solo sull’orgoglio e sulla preparazione personali, ma fornissimo una omogenea preparazione italo-europea, sicuramente avremmo italiani più responsabili, che varcano i confini nazionali per entrare in quelli europei, davvero a testa alta. Ed il nostro Paese ne trarrebbe un vantaggio di immagine (e non solo) addirittura (ne sono sicuro!) superiore a quello di altri Paesi.
Sfatando, finalmente i luoghi comuni.

 

 

USA-Russia: a breve incontro tra Trump e Putin

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Gli Stati Uniti non hanno cambiato la loro politica in materia di sanzioni contro la Russia e in materia di riconoscimento dell’annessione della Crimea da parte di quest’ultima, ma non è escluso che il Presidente Donald Trump nel suo primo incontro formale  con il suo omologo russo Vladimir Putin possa affrontare il tema di una possibile riammissione della Russia al G-7, ha dichiarato il consigliere  della sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, in una conferenza  stampa a Mosca. Bolton aveva avuto un incontro con Putin al Cremlino in precedenza. Putin e Trump si incontreranno presto in un luogo terzo e i dettagli ufficiali dell’incontro saranno comunicati contemporaneamente da Washington e Mosca nei prossimi giorni, secondo Yuri Ushanov, consigliere  per la politica estera di Putin.

La Russia è stata espulsa dal G-8 a seguito dell’annessione della Crimea nel marzo del 2014 e della sua politica  di sostegno al secessionismo in Ucraina. La linea di Mosca rispetto ad entrambi i temi non è variata, sebbene il conflitto bellico nell’est dell’Ucraina sia di bassa intensità al momento. Durante l’ultimo vertice del G-7 in Canada, Trump ha chiesto la riammissione di Mosca al Club, subito bloccata dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, dichiarando che una riammissione russa sarà possibile solo nel caso in cui Mosca ritorni sui suoi passi.

Per Putin, che non segue una politica isolazionista, il vertice con Trump potrebbe essere l’occasione giusta per proiettare un’immagine di potere a livello internazionale , cercando anche di riallacciare i rapporti con l’Occidente, raffreddatisi dopo le vicende ucraine. Tuttavia, al di là dei risultati di immagine e relazioni pubbliche che potranno prodursi dopo il vertice tra i due capi di Stato, le posizioni dei due paesi sono lontani ed il Presidente Trump non ha la facoltà e la libertà  di seguire la propria linea con Putin visto i vincoli del Congresso e dell’intera classe politica interna. Indipendentemente da ciò che dice Trump, gli USA non solo non hanno ridotto le sanzioni contro la Russia, ma le hanno addirittura aumentati.

Finora Trump e Putin non hanno mai avuto un incontro formale completo, anche se in due occasioni sono intervenuti a forum multilaterali ed hanno avuto colloqui telefonici in più circostanze. “Trump crede che un incontro con Putin sarà utile non solo per gli Stati Uniti e la Russia, ma aiuterà  anche a rafforzare  la pace in tutto il mondo”, ha detto Bolton.

Le relazioni bilaterali sono state aggravate dalle presunte interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali che nel 2016 hanno dato la vittoria al candidato repubblicano. Trump si è congratulato con Putin dopo la sua rielezione nello scorso marzo, presumibilmente contro il parere dei suoi consiglieri. Il Presidente americano voleva invitare il russo a Washington, ma Mosca preferisce un luogo neutrale. Tra le questioni che verranno messe sul tavolo, un compromesso potrebbe essere raggiunto sul caso Siria, visto la volontà di Trump di ritirare le proprie truppe dal territorio. Inoltre, la nuova politica commerciale americana reca danni non solo agli europei ma anche ai russi, e su questo tema Putin potrebbe provare ad avviare una relazione speciale con Trump, tenendo fuori gli europei.

29° summit della Lega Araba – Leader uniti su Palestina e Iran

 

 

Si è concluso domenica scorsa il summit della Lega Araba, giunto alla sue 29esima edizione. L’incontro, tenutosi a Dharan (Arabia Saudita) ha visto riunirsi i 21 membri attivi della lega e personalità di spicco dello scenario internazionale, come l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Unico membro assente la Siria, sospesa dalla Lega nel novembre del 2011, quando iniziarono le rivolte nel paese ed in seguito alle azioni repressive condotte dal regime di Assad a danno della popolazione civile.

I vari paesi membri erano rappresentati dai capi di stato e di governo, ad eccezione del Qatar che, invece, ha inviato il proprio rappresentate presso la Lega Araba. Un gesto, questo, accolto non molto positivamente dal resto della comunità araba. Ricordiamo, infatti, che da parecchi mesi i rapporti della monarchia con i paesi arabi e mediorientali si sono fortemente incrinati, determinando una crisi diplomatica proprio tra vicini di casa. In particolare, lo scorso 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando quest’ultimo di fornire supporto a gruppi estremisti e terroristi. L’invito del Qatar a partecipare al summit era arrivato insieme all’annuncio che la crisi diplomatica non sarebbe stata posta nell’agenda dell’evento. L’assenza dell’emiro del Qatar, è stata, dunque, percepita come un segno di arroganza, che ha gettato ulteriore benzina su un fuoco ancora molto ardente.

Il vertice si è concentrato maggiormente sui temi in agenda, mostrando come vi sia una notevole unità di pensiero tra i leader su temi d’importanza cruciale per il contesto arabo e mediorientale e gli equilibri tra la regione e gli attori esterni.

Tre i grandi temi trattati: la questione israelo-palestinese, la guerra in Yemen e la pericolosa influenza dell’Iran. Non sono, invece, stati messi in agenda, come accennato, né la crisi diplomatica con il Qatar né la guerra in Siria. Tuttavia, un comunicato stampa pubblicato dalla Lega Araba al termine del summit invoca la conduzione di “independent International investigation to guarantee the application of International law against anyone proven to have used chimical weapons”. Da notare, infatti, che il summit ha avuto inizio 24 ore dopo l’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia sui alcuni siti militari siriani. Tale azione nasce in risposta ad un presunto attacco chimico condotto dal regime contro alcuni ribelli, attacco per altro negato dal presidente Bashar e l’alleato russo.

 

PALESTINA E ISRAELE

Riflettori puntati su Palestina ed Israele, tema che ha portato alla luce una posizione peculiare dei paesi arabi. Da un lato, la ferma opposizione alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale della nazione israeliana. Per un paese come gli Stati Uniti, che ha sempre giocato un ruolo di mediazione nel conflitto arabo-israeliano, un gesto simile viene visto dai leader mediorientali come uno spostare la propria posizione di neutralità verso quella di terza parte in causa, un passo decisamente significativo (e se vogliamo, pericoloso) in un contesto delicato come quello del Medio Oriente. Come sottolineato dal re Salman -che ha rinominato il vertice “Jerusalem summit” proprio per sottolineare la solidarietà verso il popolo palestinese- i leader arabi riconoscono il diritto del popolo palestinese di stabilire un proprio stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. La stessa Gerusalemme Est appartiene, a loro opinione, ai territori palestinesi. In aggiunta, il re Salman ha annunciato la donazione di 150 milioni di dollari all’amministrazione religiosa che gestisce i siti religiosi musulmani a Gerusalemme, come la moschea Al-Aqsa e di altri 50 milioni per i programmi condotti dalle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Dall’altro lato, invece, i leader arabi –ad eccezione del presidente Abbas- si sono espressi a favore del piano di pace proposto da Trump per il conflitto tra i due popoli. I dettagli di questo piano, tuttavia, non sono ancora stati resi noti, ma potrebbe prevedere una soluzione a due stati.

 

GUERRA IN YEMEN

Altro tema caldo è stato la guerra civile che da circa tre anni logora lo Yemen, e vede coinvolti (sul campo e a livello di interessi in gioco) diversi attori mediorientali accanto a potenze straniere come Russia e Stati Uniti. Il paese è teatro di scontri tra le forze fedeli al governo di Hadi, che di fatto ha perso il controllo di numerose porzioni del territorio nazionale, e i ribelli Houthi, alleati con l’ex presidente Saleh e supportati militarmente e finanziariamente dall’Iran. In campo, inoltre, una coalizione militare a guida saudita, che vede impegnati paesi occidentali (USA; Francia, GB) e alleati mediorientali, come gli Emirati Arabi.  Ancora una volta i leader arabi hanno riaffermato il loro supporto alla nazione e l’obiettivo di ripristinare l’unità, l’integrità, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza della nazione yemenita. La totale responsabilità attribuita ai ribelli Houthi, rimanda ad un altro tema centrale del summit: l’Iran e la politica aggressiva sul piano internazionale.

 

L’AGGRESSIVITÀ’ DELL’IRAN

Non sono mancate nel corso della giornata condanne alle politiche condotte all’estero dall’Iran, dettate da atteggiamenti aggressivi e perpetuate violazioni dei principi del diritto internazionale. Diretto riferimento al supporto ai ribelli Houthi in Yemen, ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria. Chiaro il tentativo del re Salman di sfruttare il summit per allineare i paesi arabi contro lo storico rivale Iran. L’Iran, ad oggi, è visto come la principale causa di instabilità nella regione, “colpevole” di destinare le proprie risorse finanziarie e militari per alimentare guerre per procura in paesi dilaniati da anni di guerra civile, come appunto Siria e Yemen. In Siria, come detto, le milizie shiite iraniane supportano le forze governative di Assad, regime anche questo shiita. Similmente in Yemen, l’esperienza militare e le armi iraniane sostengono i ribelli Houthi, che hanno nel corso del conflitto conquistato diverse porzioni del territorio nazionale, compresa la capitale Sana’a. Non è mancata la risposta iraniana: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi ha, infatti, dichiarato che le accuse sollevate in occasione del summit sono solo il risultato della pressione esercitata dal suo più grande nemico, l’Arabia Saudita, paese ospite del summit.

 

Vediamo, quindi, come le acque nel Medio Oriente continuino ad essere piuttosto agitate. Sebbene si possa intravedere un’unità d’intenti in alcuni ambiti, i temi caldi sono ancora molti ma soprattutto manca allo stato attuale un vero e proprio “corse of action” per raggiungere gli obiettivi raggiunti. È auspicabile, dunque, che questo messaggio di allineamento dei paesi arabi si trasformi ora in un’azione pratica, che possa portare, step by step, a garantire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

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Paola Fratantoni
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