GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Medio oriente – Africa - page 3

Libano, European Commision Directorate for Neighbourhood and Enlargement visita il paese

Una delegazione del Comitato Politico e di Sicurezza (PSC)dell’Unione Europea, che includeva il Presidente del Comitato e i 28 ambasciatori rappresentanti i Stati Membri dell’UE all’interno del PSC, il Presidente del Comitato Militare dell’UE, il rappresentante della Commissione europea presso il PSC e il Vice Direttore Generale dell’European Commision Directorate for Neighbourhood and Enlargement è venuta in visita in Libano.

La delegazione ha incontrato il portavoce del Parlamento libanese, Nabih Berri, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Tamman Salam e il Ministro dell’Interno, Nouhad Machnouk; all’incontro ha fatto seguito l’intervento delle forze armate libanesi che hanno illustrato la situazione del paese con un particolare focus sulla sicurezza e sulle loro relative operazioni in atto.

AREA DI CRISI – Il ruolo della Russia nella crisi Mediorientale

Medio oriente – Africa/Video di

IL RUOLO DELLA RUSSIA NELLA CRISI MEDIORIENTALE

Prima puntata del WebFormat “AREA DI CRISI” settimanale di approfondimento di EUROPEAN AFFAIRS MAGAZINE. In studio Alessandro Conte, direttore di European Affairs Magazine, intervista il Professor Antongiulio de Rubertis, Professore Ordinario dell’Università di Bari e docente della Scuola di relazioni Internazionali dell’università Statale di San Pietroburgo.

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CREDITS

AREA DI CRISI – settimanale di european affairs –

CONDUCE: alessandro conte, direttore european affairs magazine –

REDAZIONE: giacomo pratali, paola fratantoni, paola longobardi, giada bono – SEGRETERIA DI REDAZIONE: giacomo pratali –

MUSICA SIGLA: per gentile concessione di francesco verdinelli –

REGIA: tino franco –

IMMAGINI: nel blu studios –

MONTAGGIO: daniele scaredecchia –

REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON :

EUROPEAN AFFAIRS MAGAZINE – www.europeanaffairs.media

NEL BLU STUDIOS – www.nelblustudios.com –

EDITO DA: Centro Studi Roma 3000 – www.roma3000.it

Tunisia, la (non) svolta di Ennahda

Il X congresso del partito sancisce la fine dell’islam politico e la nascita dell’islam democratico. Si tratta del primo caso al mondo in cui una formazione politica di matrice islamica rinuncia alla “dawa”. Tuttavia il nuovo corso intrapreso dal movimento guidato da  Rashid Ghannoushi rischia di rivelarsi controproducente.

Rashid Ghannoushi, 74 anni, leader del partito islamico tunisino Ennahda prende la parola: “Le primavere arabe non hanno portato solo l’inverno dell’Isis: oggi a Tunisi comincia l’estate delle democrazie musulmane!”.

Davanti ai 13.000 sostenitori ed i 1.200 delegati riunitisi Stade Olympique de Rades, 20km dalla capitale, l’ex professore di filosofia, rientrato nel 2011 in patria dopo 20 anni di esilio a Londra, continua: “L’Islam politico non ha più alcuna giustificazione in Tunisia. Ci occuperemo solo d’attività politica, non di religione. Sarà un bene per i politici, che non saranno più accusati di strumentalizzare la religione. E lo sarà per la religione, mai più ostaggio della politica».

Le parole appena pronunciate chiudono i lavori del terzo ed ultimo giorno del X Congresso nazionale del del movimento leader dei moti del 2011 dove, con votazione finale, l’80.6% dei delegati si è espresso in favore dell’abbandono definitivo della dawa, ovvero la definitiva separazione dell’attivismo politico dalle attività religiose in seno a questo; per la prima volta un partito di matrice islamica rinuncia all’Islam politico.

Tale révirement non arriva come un fulmine a ciel sereno. L’intenzione di intraprendere un nuovo corso era già stata annunciata il 19 maggio, dalle colonne del quotidiano francese Le Monde. In tale occasione il  presidente del partito, intervistato, aveva affermato: “dopo la rivoluzione dei gelsomini nel 2011 e l’adozione nel 2014 della nuova Costituzione – ha detto Ghannoushi – in Tunisia non c’è più’ alcuna giustificazione per un movimento che si richiami ad un Islam politico”.

Parlare di “svolta”, tuttavia, è fuorviante. Ennahda ha infatti intrapreso, sin dal 2011, un percorso di istituzionalizzazione e de-radicalizzazione che l’ha resa un attore politico di primo piano, parte integrante della competizione politica democratica tunisina, nonché uno dei pilastri sui quali poggia il (fragile) successo della transizione democratica in corso nel paese. L’abbandono della dawa può essere vista, dunque, come la culminazione di un processo che ha luogo da ormai 5 anni; un balzo in avanti, uno strappo al più, ma non un vero e proprio cambio di direzione.

 

Restano, ad ogni modo, dubbi e criticità. Un primo nodo da scogliere sarà quello riguardante l’autenticità di tale decisione. Molti sono, infatti, gli analisti e gli opinion leaders che nutrono dubbi a riguardo, ipotizzando che quello operato da Ennahda sia soltato un atto di taqiyya, (un precetto islamico che prevede la possibilità di dissimulare o addirittura rinnegare esteriormente la fede islamica in casi eccezionali). Di tale avviso è lo stesso Mustapha Tlili, il quale, nel suo editoriale sul quotidiano Leaders, ha accusato lo stesso Ghannoushi di aver messo in scena una vera e propria “illusione”, arrivando a chiedere, come prova di sincerità, l’introduzione della separazione tra Stato ed Islam anche nella Costituzione, ad oggi prevista nel testo, ma in maniera piuttosto vaga.

È tuttavia plausibile, se si considera il pragmatismo dimostrato in questi anni dal fondatore del movimento, che tale scelta, più che un autentico ripensamento sul rapporto tra politica e religione, sia una mossa strategica. Presentandosi infatti come prima forza politica del paese e definendosi “un movimento democratico e civile” Ennahda intende avvicinarsi al Presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, in un momento in cui il partito secolarista alla guida del governo di coalizione, Nidaa-Tounes, si trova ad affrontare una grave crisi interna ed un rimpasto di governo sembra ormai inevitabile.

In secondo luogo, poi, bisognerà trovare una risposta ad una questione che, nel trionfalismo con il quale i media di tutto il mondo hanno accolto “la svolta di Ennahda” sembra sfuggire al dibattito pubblico, ma sulla quale si giocherà una partita importante nel percorso verso un regime stabile e  pienamente democratico.

Accettando la competizione democratica e partecipando alle elezioni dell’Assemblea Costituente, il partito islamico ha progressivamente abbandonato le posizioni anti-sistemiche degli anni di Ben-Ali e della rivoluzione, divenendo un elemento di mediazione tra i partiti secolaristi ed i movimenti politici islamisti di stampo radicale emersi in questi anni sul territorio nazionale in un contesto sempre più polarizzato.  Sino ad oggi, dunque, il “Movimento della Rinascita” è stato, de facto, l’unica forza legittima in grado di dialogare con il nuovo salafismo, assurgendo a catalizzatore politico delle istanze islamiche provenienti dalla società civile.

A tale processo, però, è corrisposta una reazione uguale e contraria provocando molte spaccature all’interno del fronte islamico. Una parte della popolazione, soprattutto tra le fasce più giovani, non ha accettato le scelte intraprese dal partito, rimanendo su posizioni anti-sistemiche e, di conseguenza, affluendo verso gruppi più radicali.

Al tempo stesso, proprio l’inclusione della sezione tunisina dei Fratelli Musulmani ha reso possibile la progressiva marginalizzazione degli altri movimenti islamisti dal contesto istituzionale, con ciò contribuendo alla loro radicalizzazione. Il movimento Ansar al-Shari’a (AST) ne è una prova. Questo, infatti, dopo i moti del 2011, in un primo momento non era andato contro le istituzioni tunisine; con la progressiva integrazione di Ennahda nelle dinamiche istituzionali ed in seguito alle repressioni operate nei suoi confronti dal governo, da un lato ha visto allargarsi le sue fila mentre, dall’altro, è andato incontro ad una ulteriore radicalizzazione.

Alla luce di quanto detto pare lecito domandarsi se lo strappo operato durante l’ultimo congresso non possa portare ad effetti controproducenti. L’abbandono della dawa da parte di Ennahda lascia scoperta una matrice culturale e politica di primaria importanza nella società tunisina alla quale, dal 2011 ad oggi, il partito di Ghannoushi ha garantito un’espressione moderata. La “svolta di Ennahda” lascia dunque un vuoto che dovrà essere colmato, ma da chi?

Sebbene il 73% dei tunisini si sia espresso a favore della separazione tra stato e religione, vi è comunque una fetta importante della popolazione che, non condividendola, potrà trovare forme di rappresentanza dell’Islam politico solo in partiti assai più radicali, non essendo presente sul territorio tunisino un’altra forza islamista moderata. Ne consegue che, se da un lato i Fratelli Musulmani tunisini, magari memori dell’esperienza dei cugini egiziani, hanno preso definitivamente le distanze dai movimenti estremisti,  dall’altro quella che, più che un vero ripensamento, potrebbe essere una scelta strategica per porsi alla guida dell’esecutivo in caso di deposizione dell’attuale primo ministro Habib Essid,  invece di  portare ad un’ulteriore stabilizzazione del sistema politico in Tunisia rischia di rafforzare proprio quelle forze che vorrebbero destabilizzarlo.

Di Tommaso Muré

Sud Sudan: ombre sul medio-lungo periodo

Medio oriente – Africa di

L’accordo per il governo di unità nazionale siglato il 26 aprile non può lasciare tranquilli. I tre anni di guerra civile hanno lasciato lunghi strascichi in Sud Sudan. Il ripetersi delle violenze del passato è un pericolo effettivo, vista soprattutto l’imponente militarizzazione della capitale Juba.

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16 ministri appartenenti all’etnia Dinka, 10 alla Nuer e 4 dai restanti gruppi del Paese. Sono questi i termini numerici dell’accordo per il governo di unità nazionale siglato lo scorso 26 aprile, sotto l’egida degli Stati Uniti. I negoziati per gli accordi di pace iniziati lo scorso agosto, che ha riportato al suo posto l’ex vicepresidente Machar al fianco del presidente Kiir, sono giunti ad una conclusione.

Tre gli anni di guerra civile, da quando, nel 2013, Kiir accusò Machar di golpe. Tre anni forieri di scontri tribali, interetnici, sfociati perfino nella vicina Etiopia, come il 17 aprile scorso, presso un campo profughi a maggioranza Nuer. Un accordo che prevede la coabitazione tra i due ingombranti leader per i prossimi 30 mesi, almeno fino alle prossime elezioni.

Ma le drammatiche cifre prodotte da questi tre anni di guerra civile rendono molti osservatori internazionali scettici di fronte alla durata sul medio-lungo periodo di questo esecutivo. Dal punto di vista economico, l’inflazione è salita fino al 240%, mentre il PIL nel 2015 ha registrato un -5,3%.

Dal punto di vista militare, come denunciato dal magazine Afk Insider, il Paese è ancora ben lontano da quella smilitarizzazione prevista dall’accordo tra le parti. Ben 1,500 ribelli combattenti, infatti, sono tuttora presenti nella capitale Juba, mentre addirittura 30,000 sono le truppe dell’esercito governativo.

Infine, il punto di vista umanitario. Come denunciato da Nazioni Unite e organizzazioni non governative come Medici Senza Frontiere, la situazione sanitaria, come prevedibile, è gravemente precaria. Lo scontro tra le fazioni del Sud Sudan ha raddoppiato, quando siamo giunti alle porte dell’estate, le persone senza cibo né acqua, arrivate a 5,3 milioni. Mentre, come sottolineato dall’ultimo report ONU, 1,69 milioni di persone sono sfollate dentro i confini, mentre 712 mila negli Stati confinanti.

Ma la crisi umanitaria riguarda anche i bambini-soldato e le donne vittime di stupro. Come denunciato nella conferenza al termine della quattro-giorni dell’United Nations Special Representative on Sexual Violence in Conflict a Juba, la violenza sessuale in Sud Sudan deve essere combattuta con gli strumenti giudiziari opportuni: “I positivi accordi di pace richiedono che i crimini di violenza sessuale siano monitorati, tracciati e riportati e che siano giudicati da un organo giuridico tradizionale”, ha sottolineato la rappresentanti ONU Zainab Hawa Bangura. “La mia istituzione continuerà il suo sostegno al SPLM e SPLM-IO per sviluppare piani d’azione, per fornire un quadro strutturato e completo attraverso il quale per affrontare i reati di violenza sessuale”, conclude.

In definitiva, il quadro politico, economico, sociale e umanitario rendono la crisi del Sud Sudan ancora viva. Il compito della comunità internazionale è di assicurare che il neonato Paese africano riesca a giungere alle nuove elezioni, previste tra 30 mesi, e che, attraverso anche un supporto di tipo economico, riescano a ripristinare tutte le quelle anomalie responsabili dello scoppio della guerra civile nel 2013.
Giacomo Pratali

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UNIFIL Libano, cambio di comando per la missione italiana

Difesa/Medio oriente – Africa di

La Brigata Sassari subentra alla Brigata Taurinense nell’Operazione Leonte al confine sud del paese.

I compiti della missione e le regole di ingaggio non cambiano ma proseguono con lo stesso livello di professionalità e impegno profuso negli anni dai contingenti italiani nell’ambito della missione ONU denominata UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon).

20160418 ToA JTFL Sector West-269Al comando della Brigata Sassari il Generale di Brigata Arturo Nitti che subentra al Generale Franco Federici comandante della Brigata Taurinense.

Anche se la Brigata “Sassari” è alla sua prima missione in Libano con i colori delle Nazioni Unite ha una grande esperienza sul campo, presente negli anni sui diversi scenari operativi internazionali ha accumulato una grande esperienza operativa che sarà utile in un contesto come quello libanese che vive da anni una situazione di tregua con il vicino Israele ma che necessità di un altissimo livello di professionalità e attenzione per non far infiammare nuovamente il conflitto.

La situazione internazionale non aiuta il mantenimento della stabilità, il Libano soffre al nord di infiltrazioni da parte dell’ISIS, come dimostrano i recenti arresti da parte delle autorità nazionali, oltre alla crisi umanitaria provocata dal sempre crescente numero di profughi siriani ospitati anche nei campi profughi presenti nella zona di competenza della missione UNIFIL.

Durante la cerimonia di cambio di comando il Generale Portolano, Capo missione e comandante delle forze UNIFIL ha indicato come fondamentale il ruolo degli italiano come ambasciatori di pace e sottolinea come la missione conclusa dalla “Taurinense” sia stata “caratterizzata dalla condivisione di un progetto comune realizzato attraverso il dialogo con la popolazione e le sue istituzioni e” continua il Generale “come Il consenso sia stato alla base di ogni attività condotta dagli alpini del contingente italiano grazie ai quali è stata incrementata l’efficacia delle attività operative per il mantenimento della stabilità dell’area e la fiducia della popolazione libanese nei confronti di Unifil. “

IMG_9791L’attività di peacekeeping nella missione Leonte è il pilastro fondamentale della missione, la raccolta di consenso da aprte della popolazione permette una operatività sul territorio fondamentale per il mantenimento della pace.

La missione LEONTE è caratterizzata da un mix di attività cinetiche come il pattugliamento del territorio e il controllo di mezzi e persone con l’obiettivo di impedire il movimento di armi e incidenti lungo la Blue Line.

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Egitto: il caso Regeni e gli strascichi libici

La questione dei diritti umani. Il comportamento ambiguo della Francia. La Libia. L’uccisione di Giulio Regeni e lo scontro diplomatico tra Roma e Il Cairo sulle dinamiche legate alla morte del ricercatore italiano si legano ad altre questioni geopolitiche.

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“Abbiamo una visione diversa dei diritti umani rispetto all’Unione Europea. Non potete immaginare cosa succederebbe al mondo intero se questo Paese cadesse. Ciò che sta avvenendo in Egitto è un tentativo di spaccare le istituzioni dello Stato. Siamo sempre pronti a ricevere gli inquirenti italiani affinché si assicurino di tutte le misure che stiamo attivando a questo proposito”.

Queste le parole del presidente egiziano Al Sisi nel corso della conferenza stampa congiunta del 17 aprile con il suo omologo francese Francois Hollande al termine del bilaterale tra i due Paesi. Parole di facciata, volte a ricucire lo strappo con l’Italia, a seguito delle imbarazzanti indagini sulla morte di Regeni, e a rifarsi un’immagine compatibile con l’opinione pubblica internazionale, viste le continue violazioni dei diritti umani in Egitto svelate dalle varie ONG e messe in evidenza proprio dopo le torture subite dal dottorando italiano.

I rapporti tra Italia ed Egitto sono al minimo storico. Lo dimostra il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari, lo dimostrano i pochi stralci messi a disposizione della Procura di Roma, incredula di fronte al fatto che la Procura Generale de Il Cairo stia insistendo sull’omicidio ad opera della banda criminale.

“In base a tali sviluppi, si rende necessaria una valutazione urgente delle iniziative più opportune per rilanciare l’impegno volto ad accertare la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni”, si legge nel comunicato pubblicato dalla Farnesina venerdì 8 aprile.

Parole che fanno seguito alle tante denunce fatte in particolar modo da Amnesty International, che smentiscono le parole di Al Sisi e la versione fornita dalle autorità egiziane: “Secondo gli ultimi dati forniti dall’organizzazione egiziana “El Nadim”, che il Governo ha per altro minacciato di chiudere, dall’inizio di quest’anno i casi accertati di tortura in danno di cittadini egiziani sono stati 88 e in 8 casi c’è stato il morto – afferma il portavoce italiano di Amnesty International Riccardo Noury in un’intervista a La Repubblica -. Ora, è vero che in questo momento non esistono prove in grado di sostenere che Giulio Regeni sia stato torturato da apparati dello Stato per ordine delle autorità di quello Stato. Ma è altrettanto vero che questo sospetto esiste, è legittimo, è sostenuto dagli esiti dell’autopsia sul cadavere di Giulio, dagli elementi indiziari emersi sin qui dall’indagine e dunque bisogna che questo sospetto il governo egiziano ce lo tolga”.

Una battaglia, quella sui diritti umani e sulla tragica morte di Regeni, fatta propria dal New York Times: “Appoggiamo la battaglia dell’Italia. Gli abusi dei diritti umani in Egitto sotto il presidente Al Sisi hanno raggiunto nuovi picchi, e nonostante ciò, i governi che commerciano con l’Egitto e lo armano hanno continuato a fare affari come se niente fosse”.

Una dura reprimenda e un riferimento non celato alla Francia. L’incontro della scorsa settimana tra Hollande e Al Sisi, infatti, è servito a rinvigorire i legami commerciali tra i due Paesi, stimabili in 2,5 miliardi l’anno. Mentre le flebili denunce sui diritti umani da parte del presidente francese nel corso della conferenza stampa finale sembrano essere state fatte per salvare le apparenze.

Il gelo tra Italia ed Egitto potrebbe essere sfruttato a proprio vantaggio non solo dalla Francia, ma anche dalla Germania e dalla Gran Bretagna, nonostante il governo britannico abbia accolto la petizione di numerosi accademici e studenti e abbia chiesto “più trasparenza nelle indagini sulla morte di Giulio Regeni”.

Non solo motivi economici, ma anche risvolti geopolitici attinenti alla Libia. Se fino ad ora l’appoggio egiziano al generale Haftar e al governo di Tobruk a discapito del nuovo governo di Serraj era cosa palese, più fonti italiane ed internazionali rilanciano l’idea che anche la Francia appoggi segretamente l’esecutivo della Cirenaica a causa della presenza, in quella regione, di numerosi pozzi petroliferi.

La riconquista delle ultime ore di Bengasi da parte dell’esercito di Haftar pone ancora di più agli occhi delle potenze occidentali il tema delle alleanze trasversali internazionali al primo punto. L’Egitto, in questo senso, potrebbe divenire il pomo della discordia tra i partner internazionali impegnati a ricucire l’assetto istituzionale libico in nome della lotta al Daesh.
Giacomo Pratali

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Iran: nessuna negoziazione sulla difesa

Difesa/Medio oriente – Africa di

Chiunque pensasse che l’Iran, dopo la firma dell’accordo sul nucleare e il ritiro di alcune sanzioni internazionali, si sarebbe trasformato in un docile alleato pronto a sottostare ai desideri delle potenze occidentali, probabilmente ha fatto male i suoi conti. Ciò che stiamo vedendo nelle ultime settimane, invece, è una nazione decisa e resoluta, votata a riprendersi la scena internazionale e a perseguire i propri interessi, no matter what!

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Riflettori puntati sulla Repubblica Islamica in particolare per quanto riguarda i recenti test di missili balistici, che hanno destato nuovamente timori e preoccupazioni tra i paesi occidentali e le monarchie del Golfo. Il mese scorso, infatti, durante un’esercitazione militare –nome in codice Eqtedar-e-Velayet-, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha testato due missili balistici modello Qadr, il Qadr-H e il Qadr-F. Entrambi i missili sono stati lanciati dai massicci montuosi situati nella regione settentrionale dell’Iran, le East Alborz Mountains, colpendo obiettivi collocati lungo le coste sudorientali del paese. Secondo i report, i missili avrebbero una gittata rispettivamente di 1.700 e 2.000 km.

Non si è fatta attendere la reazione internazionale, ancora una volta profondamente divisa. Da un lato la condanna di Stati Uniti e Europa, che hanno visto i test come una violazione della risoluzione ONU 2231; dall’altro la Russia, che, invece, sostiene come le esercitazioni condotte non violino in alcun modo i dettami del documento. È fallito, infatti, il tentativo delle potenze occidentali di sollevare, proprio in sede ONU, azioni contro l’Iran. Sembra, inoltre, che Washington stessa abbia fatto marcia indietro sulle prime dichiarazioni circa i test, confermando che questi non rappresentino nei fatti alcuna infrazione alla risoluzione.

Stando al testo di quest’ultima, infatti, “Iran is called upon not to undertake any activity related to ballistic missiles designated to be capable of delivering nuclear weapons, including launches using such ballistic missile technology…”. Il problema nasce qualora tali tecnologie –come Israele sostiene- siano potenzialmente in grado di trasportare testate nucleari. Tuttavia, le dichiarazioni rilasciate dal Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ribadiscono come il paese non sia attualmente dotato di missili in grado di trasportare tali testate.

Diversi sono gli esponenti iraniani che si sono espressi  sull’argomento. Il Segretario dell’Expediency Council (EC) Mohsen Rezaei ha ribadito che il programma missilistico iraniano è esclusivamente a scopo deterrente e rientra a pieno titolo nel diritto all’autodifesa del paese in caso di attacco armato. Secondo il Segretario è facilmente comprensibile come il disarmo non sia una via percorribile per l’Iran: qualora si abbandonasse l’investimento nella difesa, infatti, il paese diventerebbe facilmente attaccabile e sono numerosi i nemici che ne potrebbero approfittare.

Più rigida la posizione del generale Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aeree delle IRGC. La Repubblica Islamica continuerà a potenziare le sue capacità difensive e missilistiche, che servono a garantire la sicurezza del paese e a dissuadere i nemici dall’attaccare l’Iran. Sono proprio questi nemici ad aver cercato di minare il sistema di difesa iraniano per più di 30 anni e le stesse sanzioni approvate dagli USA all’indomani dei test ne sono una costante conferma. Le capacità missilistiche sono una questione di sicurezza nazionale e l’Iran mette in chiaro come non vi sia spazio per negoziazione o compromesso. “Nessuna persona saggia negozierebbe sulla sicurezza del proprio paese” ha affermato il Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Legali ed Internazionali Abbas Araqchi.

È chiaro che simili dichiarazioni possano destare particolari timori specialmente tra paesi come Israele e le monarchie del Golfo. Il primo, infatti, è nel mirino di Teheran sin dai tempi dell’Ayatollah Khomeini e la stessa retorica dell’annientamento del paese ebraico viene spesso riproposta. I paesi del Golfo non vedono di buon occhio la crescita (economica e militare) di un paese che non solo mira all’egemonia della regione, ma supporta ed alimenta diversi gruppi fondamentalisti, fattori destabilizzanti della sicurezza regionale. Tensioni e attriti sono altamente probabili nei prossimi mesi: resta, infatti, da vedere come i vari stati arabi risponderanno ad un Iran poco incline alla cooperazione e propenso a raggiungere i propri obiettivi nazionali, le ripercussioni che ciò può avere nelle relazioni tra i vari attori ed il ruolo che potenze come Stati Uniti o Russia possono giocare nel favorire o ostacolare questi rapporti.

 

Paola Fratantoni

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Libia: in attesa di un piano di ricostruzione

Medio oriente – Africa di

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ha incontrato il premier Fayez Serraj a Tripoli nell giornata di martedì 12 aprile (è la prima carica istituzionale a recarsi in Libia dal 2014 ad oggi). Un incontro a sorpresa, in cui il titolare della Farnesina ha portato sostegno “politico, umanitario ed economico”. Sempre il 12 aprile, a Tunisi, si è tenuta una conferenza organizzata dall’UNSMIL, con lo scopo di reperire fondi internazionali a favore del nuovo governo libico. Insomma, dopo l’arrivo e l’insediamento di due settimane fa, l’appoggio di alcune municipalità e fazioni, il governo ONU ha bisogno di un supporto internazionale sia politico sia economico che gli permetta di combattere lo Stato Islamico.

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Ma dopo la partenza in quinta, dopo avere scacciato l’ex premier Ghwell, per Serraj è arrivato il momento di fare i conti con una strategia di medio-lungo periodo, che non pensi solo alla battaglia contro Daesh ma alla ricostruzione nei prossimi anni.

Un piano, quello postbellico, mancato proprio a seguito dell’intervento militare internazionale del 2011, come ricordato dal presidente USA Barack Obama in un’intervista a Fox News: “L’intervento internazionale in Libia nel 2011 fu giusto. Ma l’errore, il più grave nel corso della mia presidenza, è non avere pensato ad un piano di ricostruzione per il dopo Gheddafi”. Parole che indicano dunque prudenza. Quella stessa prudenza rilanciata dal delegato ONU per la Libia Martin Kobler: “Dovranno essere i libici a battere lo Stato Islamico, meglio evitare forzature dall’esterno”.

Nel corso di questa settimana, oltre alla questione ISIS, è stata rilanciato anche il tema dei migranti. Dopo la denuncia della scorsa settimana da parte dell’UNSMIL di torture e condizioni disumane in cui vivono i profughi in Libia, è il generale Paolo Serra, consigliere militare ONU di Martin Kobler, a rilanciare, il 13 aprile, l’allarme su un possibile esodo verso le coste italiane: “Se non ci sarà un’attività di sostegno ai controlli e all’economia il flusso migratorio aumenterà. Prima questi flussi provenienti da altri Paesi africani si fermavano in Libia, dove trovavano lavoro come manodopera, visto che la maggioranza dei libici erano impiegati statali e vivevano dei proventi del petrolio. Ora c’è una crisi umanitaria enorme ed è difficile controllare i movimenti dall’Africa subsahariana”.

Il generale parla addirittura di un milione di possibili nuovi arrivi o comunque di un aumento cospicuo nelle prossime settimane, prima che il governo Serraj prenda il controllo delle frontiere e il flusso migratorio verso l’Europa possa diminuire.

Mentre sul raddoppio dei miliziani ISIS in Libia, ha affermato che: “Fonti americane parlano di 5-6mila militanti. Noi non abbiamo riscontri, ma sicuramente sono intorno a 3mila e si sono inseriti nella zona di Sirte, occupando villaggi o mettendoli sotto pressione con attentati. Sirte è ormai una città perduta, dove ci sono esecuzioni in piazza tutti i giorni con gente che guarda e applaude, mentre a Derna i vecchi della città hanno trovato la forza di combattere i miliziani”, ha concluso Serra.
Giacomo Pratali

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Serraj e le incognite sul futuro della Libia

Prima l’atterraggio negato. Poi l’arrivo via mare mercoledì 30 e il respingimento del governo retto da Khalifa Ghwell. Infine, la fuga di quest’ultimo a Misurata. L’entrata in vigore del governo di unità nazionale presieduto da Fayez al Serraj, dopo i tumulti delle prime ore a Tripoli e l’istituzione del quartier generale provvisorio nella base navale di Abu Sittah, getta speranze e incognite sul futuro della Libia.

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Il pressing della comunità internazionale alla fine ha portato ad un primo risultato. L’accelerazione dell’istituzione del governo di unità nazionale avvenuta mercoledì 30 marzo è un segno evidente che le Nazioni Unite, complici gli attentati di Bruxelles e l’indebolimento dello Stato Islamico in Siria a fronte di un suo rafforzamento in Libia, hanno rotto gli indugi.

Questo, nonostante due ostacoli interni. In primis, dal governo di Tobruk e dal GNC, ancora lontani dal ratificare la lista dei membri del nuovo esecutivo concordato in Marocco sotto l’ombrello dell’ONU. Dall’altra parte, i rappresentanti del governo di Tripoli, tra cui il premier Ghwell, che hanno sì partecipato alle trattative di Skhirat, ma che adesso hanno paura di vedere svanire quella posizione di potere costruita dal 2014 ad oggi.

Le dure parole di Ghwell all’arrivo del nuovo premier Serraj (“Il nuovo governo è illegale perché designato dall’ONU”), gli scontri nel centro di Tripoli che hanno portato ad un morto e la presa di controllo della emittente Al Nabaa, vicina ai Fratelli Musulmani, da parte di uomini vicini al nuovo esecutivi, completano un quadro ancora incerto.

Ma forse meno fosco del previsto. Come rivelato da Libya Herald, l’improvvisa e inaspettata fuga di venerdì di Ghwell a Misurata sarebbe il risultato della pressione proprio delle milizie di Misurata, sostenitrici di Serraj, oltre che delle sanzioni nei suoi confronti annunciate dall’Unione Europea (riguardanti anche il presidente dell’HoR Agilah Saleh e l’omologo del GNC Nouri Abusahmen).

In più, i sindaci delle 13 municipalità di Tripoli oltre ai sindaci di 10 città libiche hanno annunciato il loro sostegno al nuovo esecutivo: “La situazione del Paese è critica – ha rivelato il sindaco di Sabrata Hussein al Dawadi al Daily Mail -. Il costo della vita è molto alto e al contempo non c’è abbastanza disponibilità di denaro: questo ci porta a sostenere il nuovo governo”.

Ed è infine notizia di oggi dei colloqui in corso proprio tra Serraj e il capo della Banca Centrale libica per aumentare l’emissione di denaro.

Un po’ a sorpresa, dunque, questo governo, bollato da parte dell’opinione pubblica internazionale come paracadutato dalle Nazioni Unite, sta in parte risolvendo dentro i suoi confini i suoi problemi. Rimangono comunque i problemi legati all’ordine pubblico a Tripoli e negli altri centri del Paese di qui ai prossimi giorni e due rischi concatenati: che il nuovo esecutivo venga visto come un’indebita ingerenza dell’Occidente negli affari interni libici e che, di conseguenza, l’opera di proselitismo dello Stato Islamico abbia un’ulteriore arma propagandistica dalla sua parte.

E l’intervento militare esterno? Anche se bollato come non prioritario da Serraj (“I primi provvedimenti del mio governo potrebbero essere di natura economica”), l’arrivo sul territorio libico di un contingente ONU è ormai prossimo.

A partire dal supporto in materia di addestramento e di messa in sicurezza della capitale Tripoli, sede del governo di unità nazionale, e delle infrastrutture libiche. Come già concordato nel corso del congresso di metà marzo a Roma, l’Italia fornirà 2500 uomini, mentre il Regno Unito 1000.

Mentre l’ipotesi di un intervento militare diretto resta un punto interrogativo che divide Renzi da Obama e gli altri alleati occidentali, determinati a stroncare la radicalizzazione dello Stato Islamico in Libia.

 

Giacomo Pratali

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La Francia annuncia il ritiro dalla RCA

Difesa/Medio oriente – Africa di

La notizia arriva dal Ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian in occasione della visita nella capitale centrafricana Bangui. L’Operazione Sangaris, lanciata dalla Francia nel dicembre del 2013 in risposta alla risoluzione ONU n2127 (5 dicembre 2013), verrà ultimata entro la fine del 2016. “Finalmente –sottolinea il ministro- possiamo vedere il paese riemergere da un lungo periodo di disordini ed incertezza”. In due anni la missione è riuscita a ripristinare la stabilità nel paese, portando a compimento i suoi obiettivi. Ragione per cui la Francia sembra pronta a ritirare i propri contingenti.

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Lo stato di disordine nella Repubblica Centrafricana inizia nel marzo del 2013, quando un movimento musulmano di ribelli, denominato Seleka, rovescia il governo dell’allora presidente cristiano Francois Bozize, rimpiazzandolo con il proprio leader Michel Djotodia. Il governo Djotodia resta in carica per 10 mesi, durante i quali la violenza etnica tra la minoranza musulmana e la maggioranza cristiana dilaga profondamente nel paese, provocando la morte di migliaia di persone.

La comunità internazionale reagisce unanime e approva la suddetta risoluzione. Tale risoluzione non solo condanna la spirale di violenza etnica e religiosa alimentata dai gruppi ribelli, ma autorizza anche  lo spiegamento della missione MISCA, (Mission internationale de soutien à la Centrafrique sous conduite africaine), autorizzando le forze francesi presenti ad adottare tutte le misure necessarie –nel rispetto del mandato- per realizzare i tre obiettivi principali della missione : disarmo dei gruppi armati, ripristino delle autorità civili e supporto nella preparazione delle elezioni.

Iniziata con l’invio di 1.600 militari, l’Operazione Sangaris arriva a contare fino a 2.500 uomini nei periodi di maggior crisi. Il governo Djotodia si dimostra, infatti, incapace di mantenere sotto controllo i ribelli che lo avevano portato al potere, trascinando così il paese nel baratro della guerra civile. La situazione migliora dopo le dimissioni del Presidente e la nomina di un governo di transizione guidato da Catherine Samba-Panza, prima donna presidente del paese. I miglioramenti del contesto centroafricano inducono il governo francese a ridurre progressivamente le forze in campo, mantenendo però il supporto alla missione internazionale.

Oggi, la Francia conta 900 unità stanziate nella Repubblica Centrafricana. Il ministro Le Drian sottolinea che 300 militari rimarranno in loco anche dopo la fine dell’Operazione. Queste truppe supporteranno la missione ONU MINUSCA (Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic) e parteciperanno alla missione d’addestramento guidata dall’Unione Europea (EUTM RCA). Alcune unità si occuperanno di garantire la sicurezza in punti nevralgici come gli aeroporti, altre saranno invece di base in Costa d’Avorio e nella regione del Sahel pronte per un eventuale intervento.

Come lo stesso Le Drian ha sottolineato, il contesto di sicurezza del paese è decisamente migliorato, ma tutt’ora vi sono problematiche da risolvere. Il disarmo dei movimenti ribelli e la realizzazione di un esercito legittimo ed efficiente sono le maggiori sfide che il neo-eletto presidente Faustine Archange Touadera si troverà ad affrontare. Ciò spiega la permanenza delle missioni internazionali e dei contingenti francesi. Com’è noto, infatti, la Francia cura molto le relazioni con i territori una volta appartenenti ai domini coloniali ed è più volte intervenuta in situazioni di crisi interne mandando in aiuto le proprie forze armate.

Il ritiro dei contingenti da Bangui non è, certo, una sorpresa. La missione francese ha avuto sin dalle sue origini un carattere temporaneo e nel corso degli anni la Francia ha cercato di alleggerire- quando le condizioni lo hanno reso possibile- la propria presenza militare nel paese. Garantire, tuttavia, la continua presenza di alcune unità anche in futuro sottolinea ancora una volta l’impegno francese all’estero, segno evidente che, nonostante la situazione internazionale e le continue minacce al paese, la Francia difende i propri valori di nazione libera e la sua posizione influente nell’ex impero coloniale.

 

Paola Fratantoni

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Paola Fratantoni
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