GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Medio oriente – Africa - page 18

La minaccia terroristica interna alla sopravvivenza di Israele

Difesa/Medio oriente – Africa di

E’ pacifico ormai interpretare il perenne conflitto in Medio Oriente come lo scontro tra uno Stato in espansione (Israele) ed un territorio in continua difesa (Gaza), nella parte del più debole. E’ indubbio, certamente, che un paragone tra i due governi (o come li si voglia definire l’uno in rapporto all’altro) non possa porsi. D’altra parte, però, senza negare la sofferenza cui gli abitanti della striscia sono sottoposti ed anzi, sottolineandone la paradossale ed incomprensibile inevitabilità, vale la pena girare intorno al tavolo e sedersi dall’altro capo.

Mettiamo per un attimo il conflitto con la striscia di Gaza da parte. Israele sin dal momento della sua nascita ha dovuto fare i conti con vicini tutt’altro che amichevoli. Ha dovuto nel tempo e deve attualmente affrontare una minaccia terroristica di diversa provenienza e natura. Sebbene si tratti di terrorismo, esso è però caratterizzato da una pluralità di manifestazioni di cui il lancio di razzi o mortai dalla striscia di Gaza (spesso lanci alla cieca) rappresenta solo una parte e, come dimostrano le analisi ed i dati del Sommario Annuale 2013 sul terrorismo e le attività di contrasto, in alcuni periodi non rappresenta neanche la minaccia più grave. Israele deve fare i conti con dimostrazioni di ostilità che spesso sono condotte non dall’esterno verso l’interno dei suoi confini, ma con attacchi che nascono e si concludono nel suo territorio. In particolare nella città di Gerusalemme e nelle aree di Giudea e Samaria. Oltre a ciò, permane  il pericolo che la regione del vicino Sinai continui a rappresentare un focolaio incontrollato ove gruppi terroristici di matrice islamica fondamentalista possano trovare terreno fertile per accrescere la loro influenza ed aumentare dunque il rischio per la sicurezza d’Israele e non solo.

Nello specifico, Giudea e Samaria hanno visto nel 2013 un forte incremento degli attacchi terroristici, più che raddoppiati rispetto all’anno precedente, caratterizzati da lanci di granate o esplosioni di ordigni improvvisati. L’area di Gerusalemme, al contrario, ha visto un calo di attacchi. Le minacce si riferiscono ad una serie di tipologie di azioni ostili che vanno dal lancio di granate all’uso di veicoli, dal lancio di razzi ad omicidi condotti con uso di armi alla deflagrazione di ordigni improvvisati inesplosi (IED). La possibilità che alcuni gruppi appartenenti alla cosiddetta jihad islamica globale mantengano il controllo di parte dell’area della penisola del Sinai, ha inoltre spinto le autorità israeliane a cooperare con quelle egiziane al fine di ridurre la pericolosità di queste organizzazioni terroristiche, tanto che negli ultimi anni si è potuto notare una diminuzione degli attacchi provenienti da queste regioni. Il problema è infatti a doppio filo anche egiziano, poichè l’attuale governo di Al Sisi affronta gli stessi disagi: tunnel sotterranei, disordini, minaccia allo Stato, conflitti localizzati. Fortunatamente, alla riduzione degli attacchi è corrisposta una riduzione del numero delle vittime. Un ulteriore rischio per Israele è rappresentato (con potenziali critiche ripercussioni in scala temporale) dagli arabi israeliani che abbandonano la loro terra per recarsi a combattere all’esterno. Questo esodo, sebbene ridotto, dal punto di vista di Israele è visto a ragione come possibile minaccia in quanto questi individui si recano in territori stranieri (ad esempio in Siria) per essere coinvolti in conflitti o movimenti di vario genere. Ciò implica un attivismo che spesso giunge fino al combattimento armato, che presume tra l’altro un addestramento di tipo militare. Il pericolo (come prova l’arresto di Yusef Higla nel 2013) è che questi soggetti mantengano contatti con organizzazioni o elementi  coinvolti in attività ostili ad Israele e, che possano essere poi utilizzati per condurre attacchi di varia forma contro il governo israeliano o i suoi abitanti. A questo spesso poco citato argomento,  si aggiunge il rischio politico sociale proveniente dalle ali estreme della destra e della sinistra in seno al menage politico interno, ma che si trasformano in attacchi mirati da parte di radicali contro specifici settori della popolazione (attacchi a persone quali accoltellamenti ed alle proprietà, come incendi dolosi).

Una realtà, dunque, lontana da quella che spesso ci viene proposta. Israele è al centro di numerosi possibili attacchi condotti da altrettanto numerosi soggetti singoli o organizzati i cui obiettivi sono spesso civili (nelle strutture e nelle persone che ne sono coinvolte). E’ chiaro che, in una situazione in cui ad una forte minaccia per così dire interna si aggiungono uno o più conflitti esterni (entrambi in buona parte riconducibili alla stessa matrice di rivalità storico religiosa), quel forte Stato che risponde al lancio di razzi con invasioni militari assume un aspetto più realistico, meno eroico e soprattutto più in preda ad una situazione di costante stress ed allarme. Sotto un ulteriore punto di vista, allargando la nostra visione all’area regionale in cui esso è inserito, l’esistenza stessa di Israele, poi, apparrebbe sotto tutt’altro punto di vista qualora si evidenziasse il ruolo di cuscinetto per nulla scontato che esso svolge nell’area medio orientale. Le preoccupazioni israeliane sull’esistenza di gruppi terroristi fondamentalisti ai suoi confini o al suo interno è una preoccupazione che, qualora venisse a mancare l’impegno israeliano, peserebbe interamente su parte degli stati con esso ora confinanti.

L’Iraq e il rischio di un’instabilità permanente

Medio oriente – Africa di

Le divisioni socio-politche in seno al Paese alla base del successo militare dell’Isis. Il premier sciita al-Maliki, rifiutando un governo di unità nazionale, sta di fatto cedendo il passo all’avanzata dei ribelli sunniti

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Il radicamento dell’Isis e delle forze sunnite nel nord-ovest unito all’intransigenza del premier al-Maliki di fronte agli appelli della comunità internazionale per la costituzione di un governo di unità nazionale, compongono il quadro di un Iraq che rischia di disgregarsi dal punto di vista politico. In più, l’annuncio della creazione del Califfato da parte del leader al-Baghdadi e il non intervento militare diretto da parte di Stati Uniti ed Iran rischiano di acuire in negativo questa situazione.

Le milizie sunnite, oltre ad avere conquistato Rawa e Al-Qaim (a 250 e 300 km a ovest di Baghdad), hanno consolidato il loro potere a Tikrit e Mosul. Questo ha consentito allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante di proclamare, dopo circa un secolo dalla sua caduta, il Califfato, che va dalla regione di Aleppo in Siria alle sopraccitate città irachene.

Questo fronte, come già visto in Siria, è tutt’altro che unito e questo è un punto a favore di al-Maliki. Isis e al-Qaeda sembrano aver seppellito temporaneamente l’ascia di guerra dopo oltre un anno, ma le varie componenti sunnite dell’Iraq, soprattutto i ba’thisti, sembrano avere degli obiettivi a medio-lungo termine differenti rispetto al gruppo jihadista guidato da al-Baghdadi.

Ma questa è l’unica nota lieta per l’attuale esecutivo iracheno. Stati Uniti, Iran ed Unione Europea hanno unanimemente auspicato, tra fine giugno ed inizio luglio, la costituzione di un governo di unità nazionale, che ponga fine alla politica divisoria e solo pro sciita che al-Maliki ha imposto nei suoi due mandati. Neanche l’irritazione crescente dell’ayatollah al-Sistani, che non vede di buon occhio l’attuale premier e favorevole ad un esecutivo che includa sunniti e curdi, sembra smuovere il fronte interno.

Intanto, il Paese rimane nel caos. Gli scontri continuano sia nelle regioni del nord-ovest conquistate dall’Isis, sia nei dintorni di Baghdad e nella raffineria di Bajii. I due maggiori alleati, Usa e Iran, hanno negato nel frattempo un aiuto militare diretto.

La visita del segretario di stato Kerry di fine giugno, che ha visto colloqui con molte personalità di rilievo irachene, intendeva sensibilizzare gli apparati politici iracheni sulla necessità della costituzione di un fronte comune: l’Amministrazione Obama si è limitata ad inviare sul posto trecento consiglieri militari, mentre ha negato di voler intervenire con i propri soldati.

L’Iran, sul cui confine si gioca una delle partite più importanti di questa crisi, ha sì inviato specialisti e veicoli di supporto all’esercito regolare iracheno, ma rifiuta un intervento militare diretto, a cui è contrario quasi l’intera opinione pubblica.

Circa 1500 sono i morti dall’inizio di questo conflitto. L’appello lanciato da al-Sistani all’intero Paese ha mobilitato 2,5 milioni di volontari che si sommano ai circa 20 mila soldati dell’esercito regolare. Queste cifre ci raccontano di una crisi trasformatasi in una guerra giocata a metà strada tra il fronte interno e quello siriano da cui. Nonostante sia stato eletto il 20 aprile, il Consiglio dei Rappresentanti non si è ancora espresso né sul presidente del parlamento né sul capo dello Stato e la formazione di nuovo esecutivo che escluda la guida di al-Maliki sembra un lontano miraggio.

Se l’aspetto politico continuasse a rimanere immutato, l’attuale conflitto potrebbe tramutarsi in instabilità permanente. Usa e Iran, così come la comunità internazionale, deve aumentare le pressioni affinchè il quadro istituzionale iracheno divenga compatto e la fazione sunnita interna si svincoli dall’Isis.

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L’ISIL rispolvera l’antico mito del califfato. Come e perchè il ritorno ad un califfato può rianimare gli spiriti arabi nella regione.

Difesa/Medio oriente – Africa di

Sarà un caso che il movimento per lo Stato Islamico per l’Iraq e il Levante (ISIL) abbia ritrovato tra la sabbia il life motiv che ha per secoli moderato e diretto le politiche estere nel quadrante medio orientale?

In realtà il califfato (in arabo “vicariato”) ha per secoli regnato in varie forme nel Medio Oriente ed in Africa spingendosi fino in Spagna: rispettivamente i califfati di Baghdad, Il Cairo e Cordoba. Il termine stesso richiama alla memoria nostalgica i racconti del grande impero islamico e del sogno di riunire sotto un unico califfato appunto, tutte le genti di fede islamica. L’ISIL ha ormai messo in atto una politica di vera e propria riconquista dei territori tra Iraq e Siria e sicuramente, se l’obiettivo resta quello dichiarato, ci si può attendere un ulteriore inasprimento dei conflitti.

Le parole del segretario di stato americano Kerry che invita a considerare la minaccia come pericolo imminente per tutta la regione sono senz’altro da prendere in seria considerazione, data la capacità che certi richiami hanno di far rivivere un grande spirito unitario nel mondo arabo. Di certo occorrerebbe indagare quali possibili legami potrebbero esserci tra questo gruppo ed i vari governi interessati direttamente o indirettamente alla questione. Quale che sia il retroterra culturale del gruppo dell’ISIL, che ormai conta numerosi membri provenienti anche dall’esterno dei confini iracheni ed arruola nel percorso anche giovani e giovanissimi, non vi è dubbio che il collante che rende tale appello di grande portata e che stimola un forte senso di appartenenza sia quello del richiamo alla comune fede islamica. Richiamo che è in grado di rappresentare un fortissimo elemento coagulante non solo per i fedeli iracheni o siriani ma per i musulmani di tutta l’area.

Il mondo islamico, da sempre intrappolato all’interno di confini stretti e scomodi, spesso risultato di divisioni straniere ed appannaggio di governi dittatoriali non è mai stato percepito, come invece accade per le altre religioni, come un mondo all’interno del quale convivessero diverse realtà statuali accomunate dalla fede. E’ piuttosto un’unione di fedeli che non riconoscono, a differenza degli occidentali barriere o confini. Senza esagerare, possiamo affermare che la prospettiva di un nuovo califfato sarebbe in grado di raccogliere consensi da una larga parte del mondo musulmano, parte del quale sicuramente avrebbe da ridire però sulle modalità terroristiche di conduzione di tale processo da parte del gruppo.

Il carattere intimamente e dichiaratamente universale della religione islamica è da sempre al centro di un duplice e contrastante antagonismo: la sua tendenza universale (che nella storia ha conosciuto illuminati periodi di convivenza con tutti gli altri credi) si frappone ad un forte sentimento nostalgico il cui riferimento risiede in un passato glorioso di cui ci si augura il ritorno. Il contrasto tra una pressione potremmo dire fisiologica  verso l’esterno tipica di una religione che si è spinta fino in Europa ed uno sguardo sempre puntato al passato rendono la fede islamica, soprattutto se collocata in un mondo globalizzato, estremamente instabile in alcune sue derivazioni e soggetta spesso alle più diverse manipolazioni.

La creazione di un nuovo ordine che l’ISIL riconosce nel fondamentalismo islamico, sebbene sia in grado di attirare l’attenzione di tutto il mondo musulmano poichè richiama la resistenza all’oppressione occidentale e la riunione del popolo musulmano, sembra però essere meno pervasiva di quanto sembra. Gli episodi di massacri e violenze perpetrati durante le continue avanzate e ritirate dei miliziani non sono di certo una buona pubblicità per le finalità del gruppo. Esso non ha al momento appoggio interno né esterno in grado di legittimare a livello popolare le operazioni di guerriglia. Sta ingaggiando conflitti perfino in Siria, dove anche le forze ribelli approntano sbarramenti e si oppongono. Bisogna però augurarsi che le azioni dell’ISIL non fungano da esempio per i vari gruppi fondamentalisti che sono sparsi al di fuori della regione, dal Corno d’Africa all’area sahelo-sahariana.

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Francesco Danzi
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