GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Medio oriente – Africa - page 17

Nigeria: l’avanzata di Boko Haram a nord e il rischio di crisi economica a sud ad un mese dalle Presidenziali

Medio oriente – Africa di

2000 morti ad inizio gennaio. Oltre 200 ragazze rapite. Numerose bambine fatte saltare in aria all’interno dei mercati cittadini. Sono i numeri impietosi della violenza di Boko Haram nel nord della Nigeria, dove è stato proclamato il Califfato sulla stessa scia di quanto sta accadendo in Iraq e Siria. Intanto, a causa del drastico calo del greggio, il sud, ricco e sviluppato, rischia di trascinare il Paese in una crisi senza precedenti ad un mese dalle Presidenziali di febbraio.

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Gli attacchi di Parigi e la mancata documentazione di quello che è accaduto hanno oscurato la strage perpetrata dal gruppo jihadista di Boko Haram lo scorso 3 gennaio nella città di Baga e nei villaggi circostanti. È stata la Bbc a dare per prima la notizia. Ma ancora è incerto il numero dei morti, anche se le rare testimonianze parlano di circa 2000 vittime, come incerta è la sorte delle oltre 200 liceali rapite lo scorso aprile.

Il Califfato proclamato nella primavera del 2014 e la sintonia con l’Isis di al Baghdadi spiegano il quadro disperato di una regione, quella del Borno (nord-est della Nigeria), dove, tra il 2014 e 2015, si sono verificati numerosi suicidi involontari di bambine all’interno dei mercati della zona. Una situazione geopolitica fragile dunque, resa ancora più precaria dal coinvolgimento di altri stati confinanti come Camerun, Niger e Ciad, tra cui una vera collaborazione sul campo stenta a decollare.

La Multinational Joint Task Force (Mnjtf), creata nel 1998 da Nigeria, Niger e Ciad per colpire il crimine transfrontaliero, non ha funzionato proprio in occasione dell’attacco di Boko Haram a Baga ad inizio gennaio. I guerriglieri islamisti, infatti, avevano l’intento di colpire una base di questa organizzazione multinazionale. Base che, però, era stata abbandonata dai contingenti di Niger e Ciad lo scorso novembre e presidiata solo dall’esercito nigeriano, arresosi prima che l’offensiva jihadista iniziasse.

I vari tentativi per la creazione di un contingente panafricano contro il terrorismo non sono ancora divenuti realtà. La Commissione del bacino del Lago Ciad, ad esempio, composta da Libia, Centrafrica, Ciad, Nigeria e Niger, presieduta più volte dal presidente francese Hollande, aveva messo nero su bianco una forza militare congiunta a marzo 2014. Tale forza sarebbe dovuta nascere otto mesi dopo ma, per mancanza di fondi e aiuti umanitari, la decisione è rimasta solo su carta.

Questa situazione d’instabilità cronica a livello continentale sta man mano trasferendosi a livello nazionale. Analizzando la composizione sociale ed economica della Nigeria, infatti, il Paese è diviso, dal punto di vista storico, in due parti: il nord musulmano e meno sviluppato; il sud cristiano, ricco, dove sono concentrate le multinazionali occidentali del gas e del petrolio.

Il calo del prezzo del petrolio in corso potrebbe indurre le grandi industrie occidentali a vendere le loro concessioni di petrolio e gas e rendere pertanto instabile economicamente un’area, quella che va dalla capitale Lagos al fiume Niger, tra le più fiorenti dell’Africa. Una situazione che potrebbe creare un mix letale con l’instabilità dovuta all’espansione del terrorismo nelle regioni settentrionali e che potrebbe degenerare dopo le Elezioni Presidenziali del 14 febbraio 2015, a cui si ricandiderà il capo dello Stato uscente Goodluck Jonathan (cristiano del Sud) contro Muhammadu Buhari (musulmano del Nord). Proprio l’avvicinarsi di questa data, secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, sta inducendo Boko Haram ad aumentare il numero degli attacchi terroristi per destabilizzare e influenzare queste imminenti votazioni.

Giacomo Pratali

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Panorama ISIS, da insurgens a nuovo terrorismo

Difesa/Medio oriente – Africa di

Ai famosi Al Quaeda e le sue varie ramificazioni, Talebani e Boko Haram si è aggiunto prepotentemente l’ISIS, nuova realtà proveniente dallo stesso substrato culturale ed ideologico che si è dimostrata meglio strutturata e dagli obiettivi più chiari.

L’esperienza vissuta soprattutto dagli  Stati  Uniti negli ultimi decenni con i gruppi estremisti ha mostrato come questi fino a poco tempo fa rispondessero più alle caratteristiche tipiche dei gruppi di insurgens (combattenti che utilizzano sistemi e metodi terroristici per i loro fini) piuttosto che a quelle delle organizzazioni terroristiche.

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La definizione di insurgens richiama quelle frange estremiste che si limitano a compiere attività in un determinato territorio e che emergono proprio per compiere insurrezioni verso un preciso e contestualizzato nemico. Queste realtà restano però fuori da una logica di mondializzazione della loro azione.

Quello che invece caratterizza Al Quaeda e l’ISIS è, oltre all’utilizzo di metodi terroristici, il fatto che inseriscano le loro azioni e la loro stessa esistenza in un più vasto obiettivo che è quello di diffondere la religione musulmana. Al Quaeda e lo Stato islamico, entrambe organizzazioni provenienti da realtà localizzate hanno con il tempo costruito un sistema, un vero e proprio apparato che per vivere ha bisogno di essere nutrito massicciamente dall’esterno.

Certamente, elaborando il concetto di insurgens dal quale avevano preso vita per poi applicarne le tattiche fino a scollegarsi dall’utilizzo esclusivo di  tale metodica per intraprendere una strada propria. Dal momento in cui la rivoluzione islamica ha intrapreso un cammino globale si è riformata, ricostruita, iniziando una sorta di nuova guerra terroristica il cui scopo non era più solo scacciare un invasore o rivendicare un ruolo su un territorio preciso.

Dati alla mano, vite perse alla mano, le strategie intraprese dai vari governi che hanno agito di loro iniziativa e dalle varie coalizioni che si sono impegnate, non si può non riconoscere che buona parte degli sforzi compiuti abbiano avuto poco successo. Sul fronte dell’eliminazione della minaccia terroristica in generale i progressi sono stato pochi mentre su quello della cooperazione si sono avuti risultati sicuramente più concreti.

Eppure non solo molte di queste organizzazioni restano in vita, ma ad essere divenute più efficienti sono le loro reti di supporto e paradossalmente la loro credibilità agli occhi delle popolazioni interessate. Se Bin Laden dal canto suo a partire degli anni ’80 era riuscito a costruire una rete capillare in decine di Stati composta da migliaia di seguaci, strutturati canali di finanziamento, riciclaggio e stabili rotte commerciali, lo Stato Islamico ha sviluppato questi meccanismi rendendoli più efficienti ed anche più palesi agli occhi di tutti.

Non é infatti una novità che i suoi canali di finanziamento comprendano anche la vendita ed il contrabbando di greggio. L’ISIS è in grado di generare da solo una grande fetta degli introiti con cui nutre le sue politiche. Il paradosso che ne consegue è che mentre Bin Laden era stato costretto a sviluppare una rete di intermediari finanziari invisibili nascondendosi a sua volta, lo Stato Islamico oltre a questo dimostra ogni giorno che può vivere ed operare alla luce del sole.

Sebbene il territorio di operazioni e su cui lo stesso Stato vanta sovranità sia costituito da deserto e non abbia ai suoi confini barriere, reti o mura, l’ISIS sembra ancora lontano dall’essere sconfitto. Grazie sicuramente ad una vasta rete di supporto economico anche esterno si sostiene che i guadagni che lo Stato Islamico genera e di cui gode siano enormemente più elevati di quelli della “primitiva” Al Quaeda, quasi passata di moda.

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Se il secolo da poco terminato ha visto tra le minacce proprio questi gruppi terroristici, è lecito domandarsi se qualcosa stia cambiando all’interno del modo di concepire queste organizzazioni da parte dei leader stessi. Lo Stato Islamico potrebbe certo essere un’eccezione ma a giudicare dal successo che sta ottenendo e dalla mondializzazione della sua idea di rivoluzione islamica, si pone il rischio che questo gruppo divenga sempre più un esempio nel favorire l’insorgenza di nuovi attori ad esso simili. Attori che molto spesso non nascono come statali. Questa concezione non gli appartiene dal momento che nascono in clandestinità ed in clandestinità essi vivono.

Il degrado permanente che caratterizza particolari forme di società viene spesso sorretto da forme autoritarie di governo e l’appellativo di “organizzazioni terroristiche” rischia di trasformarsi in una definizione vecchia ed inadeguata: la minaccia si è accentuata da quando si è passati dal controllo del territorio all’amministrazione del territorio.

Questo pare vero se guardiamo allo Stato Islamico, al momento unico rappresentante di questo nuovo terrorismo. Di conseguenza, la poca concretezza degli interventi messi in piedi all’inizio della campagna militare forniscono un margine di manovra ancora più ampio all’ISIS. Possiamo infatti notare come dalla metodica dell’insorgenza armata propria di molti gruppi terroristici si sia giunti ad Al Quaeda. Non è un caso che il nome significhi oltre “la base” anche “la regola”, il che fa pensare ad una concezione di tipo organico da applicare e diffondere su vasta scala dell’organizzazione e della sua ideologia. Da Al Quaeda il passo successivo degno di nota è stato lo Stato Islamico, che ha fatto proprie tutte le armi di cui poteva disporre.

E’ bene però sottolineare un punto generale che serve ad inquadrare il panorama all’interno del quale l’ISIS si muove, che non è solo quello che appare all’esterno: dalla tecnologia alle armi di distruzione di massa, dai semplici fucili all’utilizzo dei media le mire di queste organizzazioni saranno sempre più alte. Quanto più sarà disponibile sul mercato, tanto più esse saranno pericolose. Continue esecuzioni, persecuzioni, rapimenti, rastrellamento di villaggi. Il grande tema dello Stato Islamico resta la reazione che viene opposta, ma attorno ad esso vi è un insieme di Stati deboli, distratti o più interessati alla propria sicurezza interna e competizione internazionale per rappresentare una proposta concreta.

 

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Bangui: i militari italiani aiutano la città

Medio oriente – Africa di

Bangui – Gli alpini  italiani hanno posato oggi il primo ponte leggero prefabbricato che aiuta la popolazione di due dei quartieri sotto la protezione della missione europea a raggiungere il mercato cittadino e alcune importanti strutture cittadine.

Qui a Bangui anche il più piccolo fosso può diventare un ostacolo alla vita quotidiana e alla divisione dei cittadini.

I genieri alpini del 2° reggimento della missione europea EUFOR-RCA hanno costruito e messo in opera nello spazio di tre giorni un ponte metallico leggero per mezzo del quale è stata ripristinata la viabilità pedonale e dei veicoli in un quartiere di Bangui, nei pressi dell’aeroporto.

Questo quartiere è uno dei 3 presidiati dalle forze della missione europea a difesa dell’aeroporto e delle istituzioni centrali.

La struttura, realizzata dal laboratorio lavorazioni metalliche, era stata espressamente richiesta dalla comunità del quartiere per facilitare il transito dei prodotti agricoli della zona verso i mercati della capitale Centrafricana, con un considerevole risparmio di tempo e maggiore sicurezza.

Alla posa del ponte – avvenuta per mezzo di macchine speciali del genio – hanno collaborato anche numerosi abitanti del quartiere, che hanno contribuito a delimitare l’area del cantiere e chiuso il transito di pedoni, moto e auto per l’intera durata delle operazioni.

La presenza di tanta gente alle operazioni di posa testimonia quanto sia apprezzata dalla popolazione la presenza delle forze internazionali che hanno permesso di pacificare una zona del paese.

Per i genieri alpini si tratta del primo progetto realizzato in seno alla missione europea EUFOR RCA. Nelle prossime  settimane i militari del reggimento della brigata Julia inizieranno la costruzione di un ponte metallico di venti metri che riunirà due quartieri della capitale Centrafricana divisi dalla guerra civile.

 

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Yemen, il giornalista Somers ucciso durante le operazioni di liberazione

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Il reporter americano, tenuto in ostaggio da al Qaeda dal settembre 2013, è morto assieme a circa dieci membri dell’organizzazione terroristica nel corso del tentativo di liberazione portato avanti da un drone Usa

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È fallito il tentativo di salvataggio di Luke Somers, reporter americano rapito da al Qaeda in Yemen nel settembre 2013. Il giornalista non è riuscito a salvarsi dal raid statunitense, che ha comunque visto uccisi circa 10 componenti dell’organizzazione terroristica di istanza nella provincia di Shabwa. La sorella Lucy ha dichiarato di avere appreso la notizia dagli agenti dell’Fbi.

Somers, 33 anni, ha lavorato come reporter presso alcuni organi di informazione yemeniti, ma il suo materiale ha avuto diffusione presso media internazionali come la Bbc. Non più tardi di giovedì 4 dicembre l’Aqap, il ramo saudita di al Qaeda, aveva diffuso un video appello in cui il giornalista chiedeva aiuto per la sua vita in pericolo.

Giacomo Pratali

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Montecitorio: Casini incontra il Presidente dell’Assemblea Nazionale dello Stato del Kuwait

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I due hanno parlato del legame di amicizia che lega i Paesi e hanno discusso sulla minaccia globale del terrorismo. Comune visione sulla modalità di lotta all’Isis in Medio Oriente: auspicata un’azione non solo militare, ma anche culturale ed educativa

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Giovedì 27 novembre, presso Palazzo Montecitorio a Roma, Pier Ferdinando Casini, Presidente Commissione Affari Esteri del Senato e Presidente onorario dell’Unione Interparlamentare (UIP), ha incontrato Marzouq Alì al Ghanim, Presidente dell’Assemblea Nazionale dello Stato del Kuwait. Oltre alle delegazioni parlamentari dei due Paesi, l’ambasciatore kuwatiano in Italia Sheikh Ali Khaled al Jaber.

I temi principali della discussione sono stati la minaccia del terrorismo e la radicalizzazione del conflitto in Siria e Iraq per mano dell’Isis. Durante l’incontro, al Ghanim ha ravvisato la necessità di una comune azione in Medio Oriente con i partner occidentali nella lotta al Califfato. Casini, invece, oltre a ricordare “il grande legame di amicizia che unisce Italia e Kuwait, che risale ai tempi della Prima Guerra del Golfo” e si è dimostrando concorde sugli strumenti da utilizzare nella battaglia contro il radicalismo islamico: “Non basta l’azione militare, ma serve un’importante azione sul piano culturale ed educativo”, ha affermato l’ex Presidente della Camera dei Deputati.

Giacomo Pratali

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La guerra di informazione siriana

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Si chiama “rapporto delle falsificazione dell’informazione” ed è stato stilato dal Governo Assad per elencare gli episodi rimbalzati sui video delle principali emittenti arabe e ripresi dai mass media occidentali costruiti appositamente per provare le brutalità del regime contro gli oppositori. Parliamo di tivù come Al Jazeera,  Al Arabiya, per citare le più importanti, supportate dai finanziamenti di quella fetta di mondo che comprende Arabia Saudita, Qatar e offre spazio anche alla Turchia.

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Paesi che il Governo Assad ha identificato come i nemici dai quali partono gli input e soprattutto il denaro per foraggiare quel terrorismo che fa male alla Siria e al suo popolo e si traveste con i colori grevi di una opposizione interna in realtà pressoché sbiadita e inesistente per non lasciare trasparire la sua vera natura di  intransigente fanatismo, importato semplicemente per creare disturbo e intorbidire le acque. E’ l’opinione di Elias Murad, presidente dell’Unione siriana di giornalisti. Murad parla di un servizio televisivo ritoccato per cambiare i colori delle bandiere sostenute dal popolo e trasformare una manifestazione  da filo-governativa quale era, al suo esatto opposto. E di una riunione governativa di piazza a Damasco affollata di gente proveniente da villaggi anche lontani che ha preferito tornarsene a casa al mattino successivo, scelta che ha assunto, nei servizi realizzati, i connotati di una massa dispersa per volontà di Assad. Il bilancio tracciato trasuda i toni del bollettino di guerra. “Fino ad ora – racconta – sono stati uccisi 30 giornalisti siriani ed in 10 sono stati rapiti. Durante il massacro di Adra, nel dicembre scorso, i corpi di alcuni colleghi sono stati utilizzati come barriere dai terroristi per proteggersi dai colpi. In questi anni di crisi, a  50 giornalisti  sono state distrutte telecamere e macchine fotografiche. Altri sono stati feriti e non possono più camminare,  altri sono stati rapiti e poi liberati dall’esercito. Quattro mesi fa, la sede siriana dell’emittente Al Manar a Damasco è stata colpita da due autobombe. La prima si è schiantata contro la barriera che ne protegge l’entrata, l’altra è riuscita a varcarla ma fortunatamente non è esplosa”. La Siria, in base alle statistiche, occupa uno dei posti al vertice della classifica che mette in fila i paesi in cui più pericoloso è fare il mestiere di giornalista. Accanto ad un terrorismo concreto, fatto di spari, massacri, uccisioni, Murad parla di “terrorismo mediatico” che non conosce bandiere e tantomeno religioni.  Come il blocco imposto di fatto dall’Unione Europea al segnale della tv siriana che Murad ritiene un pessimo esempio da parte “di paesi che vogliono esportare la democrazia. I giornalisti – continua – devono poter ascoltare tutte le parti”. Certo è che la crisi siriana ha influito sulla pluralità dei mezzi. Degli oltre 35 quotidiani presenti nel paese prima delle crisi ne sono rimasti oggi soltanto una ventina. Migliore è la situazione del giornalismo elettronico. Attualmente sono on-line un centinaio di siti di informazione, 40 dei quali hanno ottenuto il permesso governativo ed quindi sono riconosciuti. All’elenco si aggiungono 22 radio e 7 tivù.

Monia Savioli

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I volti dell’assistenza diretta alle vittime del conflitto siriano

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Un camion di piccola taglia, lanciato a piena velocità, si ferma all’improvviso. Dal cassone aperto scende, rapida, una decina di uomini armati. L’aspetto è quello di chi ha visto troppo e vuole la strada davanti a sé completamente libera. Il fucile fra le braccia, la pistola sul fianco, i caricatori pronti.

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Lasciarli passare è un gesto che viene naturale, spinto dal timore e da quel rispetto reverenziale dovuto ai combattenti, indipendentemente dall’ideale per cui lottano. La fermata corrisponde all’ospedale militare di Tishrin, lo stesso in cui gli ispettori Onu si sono recati per parlare con i  soldati feriti nell’attacco con il gas sarin che ha provocato centinaia di morti alla periferia di Damasco. Non si può fotografare né tantomeno filmare l’ingresso, il viale di entrata, il piano terra dell’edificio dove scorrono anonime le porte che separano i corridoi da uffici e, soprattutto, non si possono riprendere i volti dei responsabili della struttura. E se capita di alzare casualmente l’obiettivo mentre si cerca il taccuino, ecco che c’è qualcuno pronto a intervenire, per ricordare che no, non si può. L’ospedale è un obiettivo sensibile, da proteggere.  Scarse anche le informazioni, centellinate. Nessun numero dichiarato per i posti letto, nessuna cifra a definire la quantità dei ricoverati, perché entrambi sono dati  inseriti nella sfera delle informazioni coperte dalla riservatezza militare. Quello che si riesce a sapere è che si tratta di un ospedale tecnologicamente all’avanguardia fatto costruire nel 1920 dal Ministero della Difesa siriano, che accetta anche feriti civili senza distinzioni fra amici e nemici del Governo e che dispone di un’ala separata per curare le donne militari. L’ospedale militare di Tishrin, alle porte di Damasco, non è l’unico della Siria. Ce ne sono altri, ad Aleppo ed Homs ad esempio. Quelli che parlano sono i ricoverati, militari feriti, alcuni non per la prima volta. Tutti filo-governativi. Ibrahim Joba ha 20 anni. È stato ferito alle gambe mentre l’esplosione di quell’ordigno, nella zona Est di Damasco nel quartiere di Jobar, portava via due dei suoi compagni. “Abbiamo visto missili cadere su di noi, i terroristi che usavano bazooka – ricorda – i civili bloccati nelle loro case. E’ per loro che combatto. La maggior parte dei terroristi proviene da altri paesi, da tutte le parti del mondo”. Anche Mohamed, capitano di 34 anni era a Jobar,  dove nel frattempo il conflitto per il controllo della città si è spostato dalla superficie ai vecchi tunnel sotterranei individuati dal fronte dei ribelli per minare le postazioni militari governative e muovere rifornimenti. Mohamed ha una figlia piccola, incontrata per la prima volta durante la sua degenza in ospedale, e tre fratelli arruolati come lui nell’esercito. “I terroristi entrano nelle case dei civili e li uccidono prima di andarsene – spiega. “La prima cosa che racconterò a mia figlia quando sarà sufficientemente grande per capire è l’amore per la patria. Lo Stato siriano è unico. Sono disposto a tornare a combattere anche 100 volte se sarà necessario. La mia è una famiglia di martiri”. Il primo compito di un soldato siriano, ci spiega, è quello di difendere la patria. “Mio fratello non era militare  – racconta uno dei parenti in visita al famigliare ferito. “Quando l’hanno chiamato non ha esitato, è partito. I casi di diserzione sono stati pochi, solo una decina. L’esercito siriano è forte”. A Yarmouk, il campo profughi palestinese che si erge alla periferia sud di Damasco, la situazione è completamente diversa. Lì, per curare i feriti civili che riescono a fuggire, c’è soltanto un punto di primo soccorso, allestito in uno scantinato che ospita tre letti ed una vetrinetta spoglia di medicinali.

Monia Savioli

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La minaccia terroristica interna alla sopravvivenza di Israele

Difesa/Medio oriente – Africa di

E’ pacifico ormai interpretare il perenne conflitto in Medio Oriente come lo scontro tra uno Stato in espansione (Israele) ed un territorio in continua difesa (Gaza), nella parte del più debole. E’ indubbio, certamente, che un paragone tra i due governi (o come li si voglia definire l’uno in rapporto all’altro) non possa porsi. D’altra parte, però, senza negare la sofferenza cui gli abitanti della striscia sono sottoposti ed anzi, sottolineandone la paradossale ed incomprensibile inevitabilità, vale la pena girare intorno al tavolo e sedersi dall’altro capo.

Mettiamo per un attimo il conflitto con la striscia di Gaza da parte. Israele sin dal momento della sua nascita ha dovuto fare i conti con vicini tutt’altro che amichevoli. Ha dovuto nel tempo e deve attualmente affrontare una minaccia terroristica di diversa provenienza e natura. Sebbene si tratti di terrorismo, esso è però caratterizzato da una pluralità di manifestazioni di cui il lancio di razzi o mortai dalla striscia di Gaza (spesso lanci alla cieca) rappresenta solo una parte e, come dimostrano le analisi ed i dati del Sommario Annuale 2013 sul terrorismo e le attività di contrasto, in alcuni periodi non rappresenta neanche la minaccia più grave. Israele deve fare i conti con dimostrazioni di ostilità che spesso sono condotte non dall’esterno verso l’interno dei suoi confini, ma con attacchi che nascono e si concludono nel suo territorio. In particolare nella città di Gerusalemme e nelle aree di Giudea e Samaria. Oltre a ciò, permane  il pericolo che la regione del vicino Sinai continui a rappresentare un focolaio incontrollato ove gruppi terroristici di matrice islamica fondamentalista possano trovare terreno fertile per accrescere la loro influenza ed aumentare dunque il rischio per la sicurezza d’Israele e non solo.

Nello specifico, Giudea e Samaria hanno visto nel 2013 un forte incremento degli attacchi terroristici, più che raddoppiati rispetto all’anno precedente, caratterizzati da lanci di granate o esplosioni di ordigni improvvisati. L’area di Gerusalemme, al contrario, ha visto un calo di attacchi. Le minacce si riferiscono ad una serie di tipologie di azioni ostili che vanno dal lancio di granate all’uso di veicoli, dal lancio di razzi ad omicidi condotti con uso di armi alla deflagrazione di ordigni improvvisati inesplosi (IED). La possibilità che alcuni gruppi appartenenti alla cosiddetta jihad islamica globale mantengano il controllo di parte dell’area della penisola del Sinai, ha inoltre spinto le autorità israeliane a cooperare con quelle egiziane al fine di ridurre la pericolosità di queste organizzazioni terroristiche, tanto che negli ultimi anni si è potuto notare una diminuzione degli attacchi provenienti da queste regioni. Il problema è infatti a doppio filo anche egiziano, poichè l’attuale governo di Al Sisi affronta gli stessi disagi: tunnel sotterranei, disordini, minaccia allo Stato, conflitti localizzati. Fortunatamente, alla riduzione degli attacchi è corrisposta una riduzione del numero delle vittime. Un ulteriore rischio per Israele è rappresentato (con potenziali critiche ripercussioni in scala temporale) dagli arabi israeliani che abbandonano la loro terra per recarsi a combattere all’esterno. Questo esodo, sebbene ridotto, dal punto di vista di Israele è visto a ragione come possibile minaccia in quanto questi individui si recano in territori stranieri (ad esempio in Siria) per essere coinvolti in conflitti o movimenti di vario genere. Ciò implica un attivismo che spesso giunge fino al combattimento armato, che presume tra l’altro un addestramento di tipo militare. Il pericolo (come prova l’arresto di Yusef Higla nel 2013) è che questi soggetti mantengano contatti con organizzazioni o elementi  coinvolti in attività ostili ad Israele e, che possano essere poi utilizzati per condurre attacchi di varia forma contro il governo israeliano o i suoi abitanti. A questo spesso poco citato argomento,  si aggiunge il rischio politico sociale proveniente dalle ali estreme della destra e della sinistra in seno al menage politico interno, ma che si trasformano in attacchi mirati da parte di radicali contro specifici settori della popolazione (attacchi a persone quali accoltellamenti ed alle proprietà, come incendi dolosi).

Una realtà, dunque, lontana da quella che spesso ci viene proposta. Israele è al centro di numerosi possibili attacchi condotti da altrettanto numerosi soggetti singoli o organizzati i cui obiettivi sono spesso civili (nelle strutture e nelle persone che ne sono coinvolte). E’ chiaro che, in una situazione in cui ad una forte minaccia per così dire interna si aggiungono uno o più conflitti esterni (entrambi in buona parte riconducibili alla stessa matrice di rivalità storico religiosa), quel forte Stato che risponde al lancio di razzi con invasioni militari assume un aspetto più realistico, meno eroico e soprattutto più in preda ad una situazione di costante stress ed allarme. Sotto un ulteriore punto di vista, allargando la nostra visione all’area regionale in cui esso è inserito, l’esistenza stessa di Israele, poi, apparrebbe sotto tutt’altro punto di vista qualora si evidenziasse il ruolo di cuscinetto per nulla scontato che esso svolge nell’area medio orientale. Le preoccupazioni israeliane sull’esistenza di gruppi terroristi fondamentalisti ai suoi confini o al suo interno è una preoccupazione che, qualora venisse a mancare l’impegno israeliano, peserebbe interamente su parte degli stati con esso ora confinanti.

L’Iraq e il rischio di un’instabilità permanente

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Le divisioni socio-politche in seno al Paese alla base del successo militare dell’Isis. Il premier sciita al-Maliki, rifiutando un governo di unità nazionale, sta di fatto cedendo il passo all’avanzata dei ribelli sunniti

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Il radicamento dell’Isis e delle forze sunnite nel nord-ovest unito all’intransigenza del premier al-Maliki di fronte agli appelli della comunità internazionale per la costituzione di un governo di unità nazionale, compongono il quadro di un Iraq che rischia di disgregarsi dal punto di vista politico. In più, l’annuncio della creazione del Califfato da parte del leader al-Baghdadi e il non intervento militare diretto da parte di Stati Uniti ed Iran rischiano di acuire in negativo questa situazione.

Le milizie sunnite, oltre ad avere conquistato Rawa e Al-Qaim (a 250 e 300 km a ovest di Baghdad), hanno consolidato il loro potere a Tikrit e Mosul. Questo ha consentito allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante di proclamare, dopo circa un secolo dalla sua caduta, il Califfato, che va dalla regione di Aleppo in Siria alle sopraccitate città irachene.

Questo fronte, come già visto in Siria, è tutt’altro che unito e questo è un punto a favore di al-Maliki. Isis e al-Qaeda sembrano aver seppellito temporaneamente l’ascia di guerra dopo oltre un anno, ma le varie componenti sunnite dell’Iraq, soprattutto i ba’thisti, sembrano avere degli obiettivi a medio-lungo termine differenti rispetto al gruppo jihadista guidato da al-Baghdadi.

Ma questa è l’unica nota lieta per l’attuale esecutivo iracheno. Stati Uniti, Iran ed Unione Europea hanno unanimemente auspicato, tra fine giugno ed inizio luglio, la costituzione di un governo di unità nazionale, che ponga fine alla politica divisoria e solo pro sciita che al-Maliki ha imposto nei suoi due mandati. Neanche l’irritazione crescente dell’ayatollah al-Sistani, che non vede di buon occhio l’attuale premier e favorevole ad un esecutivo che includa sunniti e curdi, sembra smuovere il fronte interno.

Intanto, il Paese rimane nel caos. Gli scontri continuano sia nelle regioni del nord-ovest conquistate dall’Isis, sia nei dintorni di Baghdad e nella raffineria di Bajii. I due maggiori alleati, Usa e Iran, hanno negato nel frattempo un aiuto militare diretto.

La visita del segretario di stato Kerry di fine giugno, che ha visto colloqui con molte personalità di rilievo irachene, intendeva sensibilizzare gli apparati politici iracheni sulla necessità della costituzione di un fronte comune: l’Amministrazione Obama si è limitata ad inviare sul posto trecento consiglieri militari, mentre ha negato di voler intervenire con i propri soldati.

L’Iran, sul cui confine si gioca una delle partite più importanti di questa crisi, ha sì inviato specialisti e veicoli di supporto all’esercito regolare iracheno, ma rifiuta un intervento militare diretto, a cui è contrario quasi l’intera opinione pubblica.

Circa 1500 sono i morti dall’inizio di questo conflitto. L’appello lanciato da al-Sistani all’intero Paese ha mobilitato 2,5 milioni di volontari che si sommano ai circa 20 mila soldati dell’esercito regolare. Queste cifre ci raccontano di una crisi trasformatasi in una guerra giocata a metà strada tra il fronte interno e quello siriano da cui. Nonostante sia stato eletto il 20 aprile, il Consiglio dei Rappresentanti non si è ancora espresso né sul presidente del parlamento né sul capo dello Stato e la formazione di nuovo esecutivo che escluda la guida di al-Maliki sembra un lontano miraggio.

Se l’aspetto politico continuasse a rimanere immutato, l’attuale conflitto potrebbe tramutarsi in instabilità permanente. Usa e Iran, così come la comunità internazionale, deve aumentare le pressioni affinchè il quadro istituzionale iracheno divenga compatto e la fazione sunnita interna si svincoli dall’Isis.

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L’ISIL rispolvera l’antico mito del califfato. Come e perchè il ritorno ad un califfato può rianimare gli spiriti arabi nella regione.

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Sarà un caso che il movimento per lo Stato Islamico per l’Iraq e il Levante (ISIL) abbia ritrovato tra la sabbia il life motiv che ha per secoli moderato e diretto le politiche estere nel quadrante medio orientale?

In realtà il califfato (in arabo “vicariato”) ha per secoli regnato in varie forme nel Medio Oriente ed in Africa spingendosi fino in Spagna: rispettivamente i califfati di Baghdad, Il Cairo e Cordoba. Il termine stesso richiama alla memoria nostalgica i racconti del grande impero islamico e del sogno di riunire sotto un unico califfato appunto, tutte le genti di fede islamica. L’ISIL ha ormai messo in atto una politica di vera e propria riconquista dei territori tra Iraq e Siria e sicuramente, se l’obiettivo resta quello dichiarato, ci si può attendere un ulteriore inasprimento dei conflitti.

Le parole del segretario di stato americano Kerry che invita a considerare la minaccia come pericolo imminente per tutta la regione sono senz’altro da prendere in seria considerazione, data la capacità che certi richiami hanno di far rivivere un grande spirito unitario nel mondo arabo. Di certo occorrerebbe indagare quali possibili legami potrebbero esserci tra questo gruppo ed i vari governi interessati direttamente o indirettamente alla questione. Quale che sia il retroterra culturale del gruppo dell’ISIL, che ormai conta numerosi membri provenienti anche dall’esterno dei confini iracheni ed arruola nel percorso anche giovani e giovanissimi, non vi è dubbio che il collante che rende tale appello di grande portata e che stimola un forte senso di appartenenza sia quello del richiamo alla comune fede islamica. Richiamo che è in grado di rappresentare un fortissimo elemento coagulante non solo per i fedeli iracheni o siriani ma per i musulmani di tutta l’area.

Il mondo islamico, da sempre intrappolato all’interno di confini stretti e scomodi, spesso risultato di divisioni straniere ed appannaggio di governi dittatoriali non è mai stato percepito, come invece accade per le altre religioni, come un mondo all’interno del quale convivessero diverse realtà statuali accomunate dalla fede. E’ piuttosto un’unione di fedeli che non riconoscono, a differenza degli occidentali barriere o confini. Senza esagerare, possiamo affermare che la prospettiva di un nuovo califfato sarebbe in grado di raccogliere consensi da una larga parte del mondo musulmano, parte del quale sicuramente avrebbe da ridire però sulle modalità terroristiche di conduzione di tale processo da parte del gruppo.

Il carattere intimamente e dichiaratamente universale della religione islamica è da sempre al centro di un duplice e contrastante antagonismo: la sua tendenza universale (che nella storia ha conosciuto illuminati periodi di convivenza con tutti gli altri credi) si frappone ad un forte sentimento nostalgico il cui riferimento risiede in un passato glorioso di cui ci si augura il ritorno. Il contrasto tra una pressione potremmo dire fisiologica  verso l’esterno tipica di una religione che si è spinta fino in Europa ed uno sguardo sempre puntato al passato rendono la fede islamica, soprattutto se collocata in un mondo globalizzato, estremamente instabile in alcune sue derivazioni e soggetta spesso alle più diverse manipolazioni.

La creazione di un nuovo ordine che l’ISIL riconosce nel fondamentalismo islamico, sebbene sia in grado di attirare l’attenzione di tutto il mondo musulmano poichè richiama la resistenza all’oppressione occidentale e la riunione del popolo musulmano, sembra però essere meno pervasiva di quanto sembra. Gli episodi di massacri e violenze perpetrati durante le continue avanzate e ritirate dei miliziani non sono di certo una buona pubblicità per le finalità del gruppo. Esso non ha al momento appoggio interno né esterno in grado di legittimare a livello popolare le operazioni di guerriglia. Sta ingaggiando conflitti perfino in Siria, dove anche le forze ribelli approntano sbarramenti e si oppongono. Bisogna però augurarsi che le azioni dell’ISIL non fungano da esempio per i vari gruppi fondamentalisti che sono sparsi al di fuori della regione, dal Corno d’Africa all’area sahelo-sahariana.

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Francesco Danzi
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