GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Medio oriente – Africa

Gli USA sanzionano il Ministro degli Esteri iraniano

La tensione tra gli Sati Uniti e l’Iran continua la sua escalation. L’amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro il Ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif lo scorso mercoledì con la motivazione di “aver agito o aver tentato di farlo per conto, direttamente o indirettamente” del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, già sanzionato a fine giungo, secondo le informazioni fornite dal Ministero del Tesoro americano. Javad Zarif ha reagito rapidamente alla notizia, pubblicando un messaggio su Twitter in cui in modo piuttosto ironico  dichiara: “Grazie per avermi considerato una minaccia così grande per la vostra agenda”.

“Javed Zarif segue l’agenda imprudente del leader supremo dell’Iran ed è il principale portavoce  del regime in tutto il mondo. Gli Stati Uniti stanno inviando un chiaro messaggio al regime iraniano con l’intento di far capire che il suo recente comportamento è inaccettabile”, ha dichiarato il segretario del Tesoro Steven Mnuchin. “Mentre il regime nega ai suoi cittadini l’accesso ai social network, il Ministro iraniano diffonde propaganda e disinformazione in tutto il mondo attraverso queste piattaforme”, ha aggiunto Mnuchin.

Le sanzioni al capo della diplomazia iraniana includono il congelamento di tutti beni di sua proprietà negli Usa, nonché il divieto di trattare con lui a qualsiasi persona o entità nel territorio statunitense. “Non ha alcun tipo di effetto su di me e sulla mia famiglia, dal momento che non ho proprietà o interessi al di fuori dell’Iran”, ha risposto il Ministro, che ha aggiunto: “Il motivo delle sanzioni americane è che sono il portavoce dell’Iran nel mondo”. Quando Washington  sanzionò l’Ayatollah Ali Khamenei, Mnuchin annunciò che il prossimo della lista sarebbe stato proprio Javad Zarif. Tuttavia, la punizione è stata ritardata dopo che i funzionari del Dipartimento di Stato hanno cercato di dissuadere gli ordini del Presidente perché l’azione avrebbe chiuso in maniera defintiva la porta alla diplomazia, secondo il Washignton Post.

Il governo americano afferma che con questa azione non si sta chiudendo la porta a possibili colloqui sulla situazione relativa al nucleare con l’Iran. Inoltre, “se dobbiamo avere un contatto ufficiale con l’Iran, vorremmo che fosse con qualcuno che sia in una posizione tale da prendere decisioni”, ha detto il funzionario dell’amministrazione Trump alla stampa, screditando in tal modo il ruolo del Ministro degli Esteri Zarif. Le dichiarazioni sono particolarmente  delicate in un momento in cui la tensione è ai massimi livelli, iniziato lo scorso 8 maggio 2018 con il ritiro degli Usa  dall’accordo nucleare.

Di Mario Savina

UK conferma la cattura di due navi nello Stretto di Hormuz.

La Gran Bretagna ha confermato nella giornata di venerdì il sequestro da parte iraniana di due imbarcazione nello Stretto di Hormuz, una delle quali è stata già rilasciata. Il Ministro degli Esteri inglese Jeremy Hunt ha dichiarato la sua preoccupazione nelle scorse ore, descrivendo queste azioni inaccettabili.

Inizialmente la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha annunciato la cattura  di una petroliera britannica durante l’attraversamento dello Stretto di Hormuz per “non aver rispettato la legge marittima internazionale”. L’incidente, poche ore dopo che un tribunale di Gibilterra aveva esteso  la detenzione della nave iraniana Grace1 a 30 giorni, segna una nuova svolta nello scontro che Teheran sta affrontando con l’Occidente da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’accordo nucleare lo scorso anno.

Un comunicato militare che ha dato voce a tutti i media iraniani identifica la petroliera intercettata come la Stena Impero. Secondo i dati visionati da siti web di monitoraggio marittimo, la nave stava navigando attraverso acque internazionali tra l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti quando improvvisamente ha cambiato rotta, dirigendosi verso le coste iraniane. Una fonte militare non identificata citata dall’agenzia iraniana IRNA ha indicato che la nave aveva “disattivato il suo localizzatore e ignorato diversi avvertimenti prima di essere catturata”. In mattinata l’Iran ha giustificato tale atto come conseguenza del comportamento della stessa Stena Impero, che avrebbe ignorato più volte la richiesta di soccorso da parte di una piccola imbarcazione travolta poco prima dalla stessa nave britannica. Questa giustificazione, negata dall’armatore, si inserisce nella strategia con cui Teheran sta rispondendo alla politica di massima pressione americana.

 “La Stena Impero si è scontrata con una piccola barca da pesca”, ha riferito Alahmorad Afifipur, direttore generale degli affari marittimi della provincia di Hormuz, citato dall’agenzia IRNA. Secondo questo ufficiale, l’equipaggio avrebbe cercato di comunicare con la petroliera, ma no avendo ricevuto nessuna risposta avrebbero comunicato l’accaduto al proprio dipartimento. Di conseguenza, sarebbe stato l’ordine alle forze navali di condurre la nave britannica al porto di Bandar Abbas, dov’è in corso l’inchiesta. I 23 membri dell’equipaggio rimangono a bordo. La società proprietaria della Stena respinge tali accuse assicurando che la nave abbia rispettato tutte le normative e che si trovasse in acque internazionali al momento del sequestro. Viene confermato anche che l’equipaggio è in buone condizioni.

La seconda petroliera sequestrata dagli iraniani, il Mesdar, ha continuato il suo viaggio dopo essere stata rilasciata. La nave, che sventola bandiera liberiana ma di proprietà inglese, circa 40 minuti dopo l’assalto alla Stena Impero ha svoltato bruscamente in direzione Arabia Saudita per fare poi rotta verso l’Iran. Al momento quest’ultimo non ha comunicato la cattura di una seconda nave. Il governo inglese sta esaminando con urgenza lo stato della Stena Impero. Londra “monitora attentamente la situazione dai resoconti di un possibile incidente nel Golfo” ha confermato la BBC, che riporta una riunione del Comitato di emergenza Cobra. Lo scorso 9 luglio la Gran Bretagna aveva portato il livello di minaccia alle navi inglesi che attraversano questa zona a “critico”, il livello più alto.

Per il presidente statunitense Donald Trump, l’incidente darebbe ragione alla politica assunta dagli Usa nei confronti dell’Iran, confermando i continui problemi causati dal Paese mediorientale ma mostrandosi abbastanza indifferente all’accaduto, ritenendolo una questione britannica e non americana. L’episodio si aggiunge ad un clima di alta tensione nelle acque che circondano lo Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio consumato nel mondo. Secondo molti analisti la responsabilità di tale situazione è da imputare al comportamento iraniano, assunto in risposta alle sanzioni statunitensi imposte al Paese. Giovedì gli Usa avevano comunicato che un drone iraniano era stato abbattuto dopo essersi avvicinato a meno di un chilometro dalla nave da guerra anfibia USS Boxer e aver ignorato più volte le richieste di ritirarsi. Fatto smentito dalle autorità iraniane e dai suoi militari.

Di Mario Savina

Libia, la Francia conferma “nostri i missili”

AFRICA/Medio oriente – Africa di

Il governo francese si trova in una situazione di forte imbarazzo viste le ultime notizie che lo collegano in maniera “negativa” al maresciallo Khalifa Haftar, il militare di 76 anni che ha iniziato l’assedio di Tripoli nell’aprile scorso dando luogo ad uno scontro con le brigate del governo di accordo nazionale, sostento dall’ONU, in cui si stimano ad oggi mille morti, tra cui più di cento civili. L’esecutivo di Emmanuel Macron è stato costretto a confermare nella giornata di mercoledì che i quattro missili ritrovati in un campo delle truppe di Haftar appartengono alla Francia, anche se ha assicurato che sono inutilizzabili.

Il Governo di Unità Nazionale, con sede a Tripoli e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è riuscito ad espellere le truppe di Haftar dalla città di Gharian il 26 giugno, ottanta chilometri a sud della capitale. Durante il recupero di questa enclave  le brigate fedeli a Serraj hanno ritrovato quattro missili Javelin. Le armi erano state vendute dagli Stati Uniti alla Francia, secondo il New York Times. Fonte della Difesa transalpina hanno confermato che i missili appartengono alla Francia, sottolineando che si trattano di unità “danneggiate e fuori uso”, che dovrebbero essere distrutte e che non costituiscono una violazione dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite dal 2011. Ma questa spiegazione, come sottolinea anche il New York Times, non chiarisce come quei missili siano finiti in un campo delle truppe di Haftar, situato nei pressi di un fronte di guerra. Il governo guidato da Serraj ha denunciato in numerose occasioni che sia l’Egitto che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero rotto l’embargo per fornire armi ad Haftar. Allo stesso modo, dalla parte opposta, Haftar sostiene che la Turchia fornisca droni a Tripoli, elemento, secondo molti, chiave in questa guerra. I quattro missili Javelin sono stati acquistati, secondo il New York Times, nel 2010 a 170.000 dollari ad unità. Questo è un tipo di arma venduto solo agli alleati militari ritenuti “vicini”. Secondo la versione francese, i missili erano destinati all’autoprotezione di un distaccamento francese schierato per raccogliere  informazioni su questioni antiterroristische, che d’altra parte conferma la continua presenza di unità francesi nella zona, sottolineando di non essere mai stati consegnati a forze locali di alcun tipo. “Non c’è mai stato un tentativo di vendere, prestare o trasferire qualsiasi tipo di armi in Libia”, conferma Parigi, evidenziando che i missili sono stati “temporaneamente archiviati per essere distrutti”.

Khalifa Haftar ha iniziato la sua crociata contro il governo di accordo nazionale nel 2014. Si è stabilito nell’est del Paese e da lì ha assediato per due anni la città di Bengasi, controllata da diversi milizie islamiche. Per conquistare Bengasi, ha ricevuto aiuti militari dall’Egitto, dagli Emirati e dalla Francia. Il fatto che il governo francese abbia cercato  di appoggiare  con le proprie forze speciali Haftar non è mai stato un segreto. A luglio 2016, l’allora Presidente Hollande aveva annunciato che tre soldati delle forze speciali francesi erano morti in un incidente nella parte orientale della Libia. Era la prima volta che i francesi ammettevano ufficialmente la loro partecipazione al conflitto libico. Se Hollande forniva sostegno militare, il suo successore, Macron, ha concesso la legittimità politica ad Haftar quando ha promosso nel luglio 2017 e poi nel maggio 2018 due separati incontri a Parigi tra Haftar e il primo ministro riconosciuto dalle Nazioni Unite, Fayed el Serraj. Anche se Macron non ha mai trattato allo stesso modo Serraj e Haftar, alcuni comportamenti e concessioni hanno reso Haftar una parte inevitabile da considerare per la soluzione del conflitto libico. Tuttavia, Haftar ha boicottato tutti i tentativi di pace guidati dall’Onu. Nel pieno della sfida alla comunità internazionale, il feldlmaresciallo ha assediato la capitale Tripoli nello stesso giorno in cui il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si trovava nella capitale libica per preparare una conferenza  di pace che includeva lo stesso Haftar.

Di Mario Savina

Il ritorno dei jihadisti maghrebini dell’ISIS minaccia la sicurezza europea

Negli ultimi cinque anni più di 50.000 jihadisti di oltre cento paesi si sono recati in Siria, Iraq e Libia per unirsi ai ranghi dello Stato Islamico (ISIS). E solo dalla zona maghrebina il numero dei combattenti partiti è altissimo, una mobilitazione senza precedenti. Il ritorno dei sopravvissuti in Paesi come il Marocco, la Tunisia o l’Egitto è una minaccia per questi territori, ma anche per l’Unione Europea, secondo uno studio pubblicato nei giorni scorsi da un centro studi di Bruxelles, Egmont, e dalla fondazione tedesca Konrad-Adenauer-Stiftung.

Il rapporto, prologato dal coordinatore europeo della lotta contro il terrorismo, Gilles de Kerchove, avverte che il ritorno di jihadisti nordafricani può generare instabilità nella regione con un potenziale “impatto negativo sulla sicurezza europea”. Il rischio di contagio è rafforzato perché, appunto, la maggior parte dei combattenti stranieri provenienti dall’Europa sono di origine nordafricana, il che rafforza i legami dei circoli jihadisti attraverso il Mediterraneo. Questa relazione può avere un impatto duraturo sulla sicurezza di entrambe le regioni. Il documento ricorda che il contagio è già avvenuto in precedenti ondate di combattenti e collega agli attentati di Casablanca (2003) e Madrid (2004) a gruppi di marocchini che si sono trasferiti in Afghanistan  dopo la vittoria dei talebani nel 1996 e in Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti nel 2003. In questa occasione, il rischio è ancora maggiore perché la mobilitazione di combattenti maghrebini è stata maggiore delle precedenti, compresa quella dei jihadisti anti-sovietici attivi in Afghanistan negli anni ’80. Ora, che l’autoproclamatosi Califfato è stato espulso anche dalla sua ultimo roccaforte in Siria, molti governi si trovano ad affrontare la sfida del ritorno dei sopravvissuti. Ci sono Paesi che si rifiutano di accettarli, come Olanda e Svizzera. Altri sono disposti   ricevere i propri cittadini, ma nessuno ha una formula magica per fermarli, processarli, arrestarli e riabilitarli, se possibile. Lo studio in questione si concentra su come dovrebbero affrontare una simile sfida i governi di Egitto, Tunisia e Marocco. L’Algeria non fa parte delle indagini perché il numero di jihadisti che si sono arruolati con l’ISIS è molto basso, secondo i ricercatori. Kerchove sottolinea nel prologo la cooperazione esistente  tra le autorità europee e i Paesi del Nord Africa, ma l’UE è pronta ad aumentare i suoi sforzi dato il rischio in essere, in particolar modo per quei soggetti in possesso di doppia nazionalità, una di queste europea. Dei tre Paesi analizzati nel rapporto, il Marocco appare di “gran lunga” il più preparato ad affrontare il ritorno dei jihadisti: ha adottato misure legali rafforzando contemporaneamente i suoi servizi di sicurezza. E, cosa unica nel Maghreb, ha avviato programmi di deradicalizzazione nelle carceri. “Al contrario”, osserva lo studio, “Egitto e Tunisia sono molto meno trasparenti e sistemici nelle loro procedure”.

Il Marocco è il Paese che fornisce le cifre ufficiali più accurate sulla situazione: i marocchini che si sono recati in Iraq e in Siria tra il 2013  e il 2017 sono stati 1.664, tra cui 285 donne e 378 bambini. Di questi, 596 sono morti in combattimento o in attacchi suicidi. Ne sono tornati 213, tra cui 52 donne e 15 bambini. Quasi tutti sono stati consegnati alla giustizia e incarcerati, con sentenze che vanno dai 10 ai 15 anni, secondo fonti ufficiali. Il Marocco ha riformato la sua legislazione antiterrorismo nel 2014 includendo pene che prevedono carcere dai 5 ai 15 anni e multe fino a 45.000 euro per coloro che aderiscono o cercano di unirsi a gruppi armati non statali, sia al di fuori che all’interno dei confini. Questa legge è stata la chiave per affrontare la situazione attuale. Inoltre, nel 2016 è stato lanciato un programma all’interno delle carceri chiamato “Moussalaha” (Riconciliazione) che mira alla deradicalizzazione e reintegrazione dei terroristi, mirando sia a chi non è mai uscito dal Paese sia a chi è ritornato dopo aver combattuto all’estero. Lo studio sottolinea “l’efficienza” con cui il Marocco combatte il terrorismo, ma sottolinea che, ad eccezione del programma precedentemente menzionato, non ci sono altre iniziative di riabilitazione. “E non c’è nulla di specifico per i rimpatriati, che sono trattati come il resto dei terroristi. Né è previsto nulla per donne e bambini”. Inoltre, molte sono le accuse di tortura e i limiti alle libertà civili, in nome della lotta al terrorismo: molte ONG denunciano in modo ciclico l’arresto di salafiti non coinvolti in attività terroristiche.

Per quanto riguarda l’Egitto, l’immagine è più cupa. Non si sa quanti ne siano rimasti o quanti ne siano tornati, sebbene le fonti non ufficiali gestite dall’ONU stimino tra 350 e 600 jihadisti egiziani  all’estero. Non esiste una legislazione appropriata per affrontare il ritorno, a cui si aggiunge una mancanza di trasparenza da parte delle autorità. Lo studio sottolinea che la tortura e le confessioni forzate predominano e che le carceri sovraffollate sono diventate centri in cui la radicalizzazione si sta espandendo. Il modo in cui l’Egitto affronta il ritorno dei jihadisti non solo non previene la violenza, ma piuttosto ricrea e rafforza la stessa dinamica che ha portato i jhadisti all’estero.

Infine, la Tunisia è il paese con il maggior numero di terroristi nei ranghi dell’ISIS in relazione alla sua popolazione di 11,5 milioni di abitanti. Le stime vanno dai 7.000 presenti in Siria, secondo le Nazioni Unite e i 3.000 secondo le autorità tunisine. A questi vanno aggiunti anche quelli presenti in Libia, stimati fra i 1.000 e i 1.500. La maggior parte di quelli che sono ritornati in patria (circa 1.000 fino a marzo 2018) sono stati condannati a cinque anni di reclusione. Il rapporto si rammarica del fatto che la Tunisia abbia affrontato il problema concentrandosi solo sulle misure di punizione: alcuni rimpatriati rimangono diversi mesi in prigione senza essere processati, mentre altri vengono rilasciati dopo essere stati interrogati sommariamente. Ciò suggerisce che la gestione di questo problema da parte del governo è arbitraria ed esposta al caso.

Il problema dei jihadisti che ritornano nei Paesi di provenienza deve essere affrontato con umiltà e trasparenza, con una condivisione di informazione tra i diversi governi interessati, sia europei che nordafricani o mediorientali, conclude lo studio.

Di Mario Savina

Egitto: Al Sisi e la riforma costituzionale per governare fino al 2034

AFRICA/Medio oriente – Africa di

Il parlamento egiziano ha iniziato giovedì un processo per una riforma costituzionale il cui obiettivo principale è quello di estendere il limite di due mandati di quattro anni a due di sei anni, con una clausola di transizione che si applicherebbe solo al presidente Abdelfatà Al Sisi, consentendogli di presentarsi in altre due occasioni una volta concluso l’attuale mandato nel 2022. Questo aprirebbe le porte al leader, che ha preso il potere con un colpo di stato nel 2013 e che guida un regime fondato su restrizioni alle libertà, trasformandolo in un possibile presidente a vita. Con la riforma, Al Sisi, 64 anni, potrebbe rimanere  al potere fino al 2034. L’Egitto sarebbe così una dittatura di fatto.

Non c’è stata sorpresa nel voto: 485 deputati della camera legislativa hanno votato a favore della riforma costituzionale, mentre 16 si sono opposti. Con la maggioranza dei partiti di opposizione banditi, specialmente quelli con ideologia islamista, il Parlamento è dominato in modo schiacciante dalle forze filogovernative. Sebbene gli emendamenti siano stati presentati da un gruppo di 120 deputati, nessuno dubita che Al Sisi sia il loro vero promotore. Secondo la legge, saranno ora discussi in commissione prima di essere sottoposti ad una votazione finale in aula e, successivamente,  si terrà un referendum popolare. Il processo potrebbe durare diversi mesi. La modifica più importante riguarda l’articolo 140, che si intende modificare per estendere il limite legale a due mandati presidenziali di sei anni. Tra le altre riforme presenti, spicca la riserva di quota femminile del 25% dei seggi dell’Assemblea popolare – ora ci sono 90 deputati, il 15% totale -. Allo stesso modo, è prevista  la reintegrazione  di una Camera Alta, sciolta dopo il colpo di stato: maggiori poteri del presidente nella nomina di alte cariche del potere giudiziario e l’attribuzione all’esercito del ruolo di protettore di “Costituzione e democrazia”. L’opposizione ha espresso il suo rifiuto frontale alla riforma e, soprattutto, alla clausola che stabilisce che il nuovo limite dei mandati non sarà applicato fino alle prossime elezioni. “Questi emendamenti significano il ritorno al Medioevo” e “al potere concentrato in una sola persona”, ha detto Ahmed Tantawi, un giovane deputato di sinistra, nel dibattito, criticando che i cambiamenti sono fatti sulla misura di una “persona”, il cui nome non si può pronunciare.

Per motivi di stabilità. I deputati legati al presidente hanno giustificato la loro posizione nell’interesse della stabilità. “Viviamo in una regione piena di rischi e minacce, e vogliamo che il nostro paese rimanga stabile, per questo vogliamo cambiare alcune parti della Costituzione”, ha detto lo speaker del Parlamento, Ali Abdel-Aal, all’inizio della sessione. “Non permetteremo all’Egitto di essere governato da tifosi o partiti deboli. Pertanto, tutti noi dovremmo lasciare che il presidente Al Sisi continui al potere per un lungo periodo in un momento in cui l’Egitto ha un bisogno disperato della sua leadership”, ha detto Ayman Abu-Ela, portavoce di Egitto Libero, partito neoliberale. Al Sisi è stato eletto presidente nel 2014, un anno dopo aver organizzato un colpo di stato contro Mohamed Morsi, presidente eletto regolarmente. Nel 2018, il leader è stato rieletto con oltre il 97% dei voti, in una tornata elettorale in cui tutto sembrava una farsa. “Nella sua forma attuale, gli emendamenti costituzionali avranno una grave e vasta portata per la regola delle conseguenze del diritto, la separazione dei poteri e la natura dello stato egiziano”, lamenta Mai al-Sadany, avvocato e ricercatore presso il think-tank TIMEP. Secondo Al-Sadany, il disegno di legge di riforma viola l’articolo 226 della Costituzione, che permette solo di modificare le disposizioni relative alla rielezione del presidente di”fornire maggiori garanzie”. L’attuale Costituzione è stata approvata nel 2014, quando il regime non era ancora consolidato e aveva bisogno di presentare un aspetto democratico alla comunità internazionale per cercare il suo sostegno. In teoria, l’attuale legge fondamentale riconosce e protegge i diritti  e le libertà fondamentali. Tuttavia, la sistematica violazione della sua lettera e dello spirito da parte delle autorità egiziane ha trasformato in una lettera morta. “Il rispetto delle disposizioni della Costituzione è la chiave  per lo stato di diritto in un paese. La proposta di modifica della Costituzione è l’ultimo di una lunga lista di leggi problematiche, di uno stato di emergenza indefinita, e della chiusura dello spazio pubblico” aggiunge Al-Sadany.

Di Mario Savina

29° summit della Lega Araba – Leader uniti su Palestina e Iran

 

 

Si è concluso domenica scorsa il summit della Lega Araba, giunto alla sue 29esima edizione. L’incontro, tenutosi a Dharan (Arabia Saudita) ha visto riunirsi i 21 membri attivi della lega e personalità di spicco dello scenario internazionale, come l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Unico membro assente la Siria, sospesa dalla Lega nel novembre del 2011, quando iniziarono le rivolte nel paese ed in seguito alle azioni repressive condotte dal regime di Assad a danno della popolazione civile.

I vari paesi membri erano rappresentati dai capi di stato e di governo, ad eccezione del Qatar che, invece, ha inviato il proprio rappresentate presso la Lega Araba. Un gesto, questo, accolto non molto positivamente dal resto della comunità araba. Ricordiamo, infatti, che da parecchi mesi i rapporti della monarchia con i paesi arabi e mediorientali si sono fortemente incrinati, determinando una crisi diplomatica proprio tra vicini di casa. In particolare, lo scorso 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando quest’ultimo di fornire supporto a gruppi estremisti e terroristi. L’invito del Qatar a partecipare al summit era arrivato insieme all’annuncio che la crisi diplomatica non sarebbe stata posta nell’agenda dell’evento. L’assenza dell’emiro del Qatar, è stata, dunque, percepita come un segno di arroganza, che ha gettato ulteriore benzina su un fuoco ancora molto ardente.

Il vertice si è concentrato maggiormente sui temi in agenda, mostrando come vi sia una notevole unità di pensiero tra i leader su temi d’importanza cruciale per il contesto arabo e mediorientale e gli equilibri tra la regione e gli attori esterni.

Tre i grandi temi trattati: la questione israelo-palestinese, la guerra in Yemen e la pericolosa influenza dell’Iran. Non sono, invece, stati messi in agenda, come accennato, né la crisi diplomatica con il Qatar né la guerra in Siria. Tuttavia, un comunicato stampa pubblicato dalla Lega Araba al termine del summit invoca la conduzione di “independent International investigation to guarantee the application of International law against anyone proven to have used chimical weapons”. Da notare, infatti, che il summit ha avuto inizio 24 ore dopo l’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia sui alcuni siti militari siriani. Tale azione nasce in risposta ad un presunto attacco chimico condotto dal regime contro alcuni ribelli, attacco per altro negato dal presidente Bashar e l’alleato russo.

 

PALESTINA E ISRAELE

Riflettori puntati su Palestina ed Israele, tema che ha portato alla luce una posizione peculiare dei paesi arabi. Da un lato, la ferma opposizione alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale della nazione israeliana. Per un paese come gli Stati Uniti, che ha sempre giocato un ruolo di mediazione nel conflitto arabo-israeliano, un gesto simile viene visto dai leader mediorientali come uno spostare la propria posizione di neutralità verso quella di terza parte in causa, un passo decisamente significativo (e se vogliamo, pericoloso) in un contesto delicato come quello del Medio Oriente. Come sottolineato dal re Salman -che ha rinominato il vertice “Jerusalem summit” proprio per sottolineare la solidarietà verso il popolo palestinese- i leader arabi riconoscono il diritto del popolo palestinese di stabilire un proprio stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. La stessa Gerusalemme Est appartiene, a loro opinione, ai territori palestinesi. In aggiunta, il re Salman ha annunciato la donazione di 150 milioni di dollari all’amministrazione religiosa che gestisce i siti religiosi musulmani a Gerusalemme, come la moschea Al-Aqsa e di altri 50 milioni per i programmi condotti dalle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Dall’altro lato, invece, i leader arabi –ad eccezione del presidente Abbas- si sono espressi a favore del piano di pace proposto da Trump per il conflitto tra i due popoli. I dettagli di questo piano, tuttavia, non sono ancora stati resi noti, ma potrebbe prevedere una soluzione a due stati.

 

GUERRA IN YEMEN

Altro tema caldo è stato la guerra civile che da circa tre anni logora lo Yemen, e vede coinvolti (sul campo e a livello di interessi in gioco) diversi attori mediorientali accanto a potenze straniere come Russia e Stati Uniti. Il paese è teatro di scontri tra le forze fedeli al governo di Hadi, che di fatto ha perso il controllo di numerose porzioni del territorio nazionale, e i ribelli Houthi, alleati con l’ex presidente Saleh e supportati militarmente e finanziariamente dall’Iran. In campo, inoltre, una coalizione militare a guida saudita, che vede impegnati paesi occidentali (USA; Francia, GB) e alleati mediorientali, come gli Emirati Arabi.  Ancora una volta i leader arabi hanno riaffermato il loro supporto alla nazione e l’obiettivo di ripristinare l’unità, l’integrità, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza della nazione yemenita. La totale responsabilità attribuita ai ribelli Houthi, rimanda ad un altro tema centrale del summit: l’Iran e la politica aggressiva sul piano internazionale.

 

L’AGGRESSIVITÀ’ DELL’IRAN

Non sono mancate nel corso della giornata condanne alle politiche condotte all’estero dall’Iran, dettate da atteggiamenti aggressivi e perpetuate violazioni dei principi del diritto internazionale. Diretto riferimento al supporto ai ribelli Houthi in Yemen, ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria. Chiaro il tentativo del re Salman di sfruttare il summit per allineare i paesi arabi contro lo storico rivale Iran. L’Iran, ad oggi, è visto come la principale causa di instabilità nella regione, “colpevole” di destinare le proprie risorse finanziarie e militari per alimentare guerre per procura in paesi dilaniati da anni di guerra civile, come appunto Siria e Yemen. In Siria, come detto, le milizie shiite iraniane supportano le forze governative di Assad, regime anche questo shiita. Similmente in Yemen, l’esperienza militare e le armi iraniane sostengono i ribelli Houthi, che hanno nel corso del conflitto conquistato diverse porzioni del territorio nazionale, compresa la capitale Sana’a. Non è mancata la risposta iraniana: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi ha, infatti, dichiarato che le accuse sollevate in occasione del summit sono solo il risultato della pressione esercitata dal suo più grande nemico, l’Arabia Saudita, paese ospite del summit.

 

Vediamo, quindi, come le acque nel Medio Oriente continuino ad essere piuttosto agitate. Sebbene si possa intravedere un’unità d’intenti in alcuni ambiti, i temi caldi sono ancora molti ma soprattutto manca allo stato attuale un vero e proprio “corse of action” per raggiungere gli obiettivi raggiunti. È auspicabile, dunque, che questo messaggio di allineamento dei paesi arabi si trasformi ora in un’azione pratica, che possa portare, step by step, a garantire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

Tawakkol Karman: Le sfide che la marcia per i diritti umani incontra in tutto il mondo

Il 19 aprile all’Auditorium parco della musica di Roma, in occasione del festival delle scienze “Le cause delle cose” organizzato in collaborazione con National Geographic, si è tenuto l’incontro con Tawakkol Karman. Tawakkol Karman è una giovane yemenita ed esule in Turchia da dove lavora su un canale con milioni di followers e con cui porta avanti la lotta per la causa della libertà e dei diritti umani a dispetto di chi ha fatto di tutto per denigrare le sue convinzioni. “È una giovane, è una donna, è madre di 3 figli e ha vinto il premio Nobel nel 2011; persone del genere sono importanti per il genere umano” sono state le parole di presentazione. Tawakkol ogni giorno supera le barriere grazie alla tecnologia, ai media e alle conferenze a cui partecipa in tutto il mondo, per raggiungere paesi come lo Yemen, il Qatar, la Siria e l’Egitto. Nel 2011 ha vinto il premio Nobel per la lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti delle donne alla piena partecipazione al peacebuilding. In quegli anni le manifestazioni e le azioni critiche nei confronti del governo yemenita hanno portato varie volte al suo arresto e alle minacce di omicidio. Nonostante tutto ha continuato la sua lotta per la democrazia e per i diritti umani nello Yemen anche attraverso il lavoro politico nel partito “Al-Islah”, riconosciuta come branca yemenita del partito “Fratelli mussulmani”.

Durante l’incontro, Tawakkol parla delle sfide degli attivisti per i diritti umani e richiama più volte la nostra attenzione dicendo “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani”. Per riflettere sulle sfide occorre partire dalla questione morale di base: “Chi sono? Chi sono gli attivisti per i diritti umani?”. Sono cittadini, sono tutti i cittadini con sogni e che compiono sacrifici per la democrazia e lo stato di diritto. La prima sfida è quella riguardo al come attenersi ai propri principi e al come non essere intimiditi, per fare ciò occorre distanziarsi dagli atteggiamenti dei governi che generano la disuguaglianza. Se non si fa ciò, quale sarebbe il rischio? Se non si fa ciò, si perde la fiducia. La seconda sfida è rappresentata dai regimi repressivi che hanno un ruolo importante nel diffamare gli attivisti a livello nazionale e internazionale. In contesti ostili, gli attivisti spesso vengono identificati come coloro che seguono istruzioni da altri paesi per cospirare contro il proprio paese e vengono accusati di terrorismo. Occorre contrastare questa cattiva immagine poiché gli attivisti, con questa scusa, sono soggetti ad abusi, torture e sparizioni forzate. In poche parole: “sono soggetti a violazione dei diritti umani”. Questo è ciò che accade oggi nei paesi arabi.

Tawakkol ci dice, in veste di protagonista degli eventi, che la primavera araba non è stata un capriccio o una cospirazione. La primavera araba è stata l’espressione di attivisti per i diritti umani, è stato il desiderio di giustizia in risposta a repressione, fame e povertà. È stata una risposta nel segno della democrazia e dello stato di diritto. Lo scopo della primavera araba era quello di porre fine al dispotismo senza fine e porre un nuovo inizio nel nome dei diritti umani. Era la speranza per una patria e per una casa in cui ognuno potesse avere il suo posto e portare avanti i propri sogni. Era la lotta dei giovani contro la corruzione. Ma cosa è successo? I vecchi regimi hanno portato avanti una controrivoluzione con alleanze regionale e internazionali che, Tawakkol sottolinea, hanno trasformato i paesi della primavera araba in “laghi di sangue e carceri”. Il pensiero di Tawakkol va a quei paesi come l’Egitto che hanno portato avanti una repressione in nome della lotta al terrorismo. Possiamo ricordare che in Egitto i “fratelli mussulmani” sono stati perseguitati e messi fuorilegge con l’accusa di terrorismo. Possiamo ricordare che dal 2013 Al-Sisi ha lanciato una spietata campagna repressiva contro l’organizzazione tramite arresti arbitrari torture ed esecuzioni di massa (si stima che il regime di al-Sīsī abbia ucciso oltre 2.500 manifestanti e ne abbia imprigionato più di 20mila), al fine di stroncarne ogni forma di dissenso. Ma il pensiero di Tawakkol va verso il caso Regeni e a chi ancora è in cerca di verità.

Altro esempio è la Siria (altro paese in cui i “Fratelli mussulmani” sono dichiarati fuorilegge) in cui Assad ha incarcerato e ucciso milioni di Siriani e in cui la lotta al terrorismo è portata avanti utilizzando esplosivi. Tawakkol ci racconta che Assad ha reso la siria un mattatoio sotto il silenzio della comunità internazionale, la quale ha cospirato contro le primavere arabe e dimenticato il terrorismo. Questo ha creato le condizioni per quello che chiama “il cancro Daesh”. Ci invita, sottolineando che Assad è ancora sulla sua poltrona, a riflettere su chi trae beneficio dal terrorismo, perché esiste il Daesh e su quale sia il collegamento.

L’altra situazione tragica è quella dello Yemen in cui le milizie Houthi con l’aiuto di Saleh hanno portato a deporre il presidente, eletto democraticamente dopo una rivoluzione pacifica, con un colpo di stato. Dopo il 2014 lo Yemen è distrutto, è scenario di conflitti internazionali e regionali. Nel maggio 2015 entra in scena la coalizione saudita che apparentemente vuole combattere in favore del governo legittimo in nome della risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU e del trasferimento di potere. Allo stato dei fatti però la coalizione sta lavorando in nome della propria agenda e non in nome del popolo yemenita e dei suoi diritti umani. La coalizione ha creato propri gruppi contro il governo legittimo e si tengono il petrolio (vitale per l’economia Yemenita), i porti (fondamentali per l’arrivo di merci e farmaci) e le isole (importanti in quanto rappresentano punti di appoggio per difesa delle rotte commerciali navali di tutto il mondo). Inoltre, la coalizione impedisce ai leader yemeniti di tornare al proprio paese e al presidente Hadi di tornare nella capitale provvisoria. È una colazione che sta occupando lo Yemen e ne distrugge l’unità nazionale. Lo Yemen è una realtà di cui spesso si tace, è una realtà che vive la più grande catastrofe umanitaria della storia. Lo Yemen è una realtà che vive di carestia, di colera, di malattia, di scarsità di acqua, di scarsità di farmaci, di mancanza di servizi sanitari e di base. Lo Yemen è una realtà in cui muoiono giornalmente bambini, uomini e donne sia per la guerra, sia per le malattie, sia perché spesso viene impedito ai soccorsi di arrivare nelle zone di emergenze.

Tawakkol pone un’altra domanda per poi dare la sua risposta: “Tutto il caos è stato pubblicizzato come atto di terrorismo, ma chi lo ha chiamato così? Chi vende il marchio?”. Tawakkol ci dice che i regimi sfruttano l’estremismo, affermano che tutto questo è nato dalla primavera araba e minacciano che il terrorismo è l’unica alternativa. Tirannide e terrorismo si alimentano a vicenda e dice: “ogni dittatore è un terrorista e ogni terrorista è un dittatore, entrambi abusano della regione”. Vi è un collegamento tra il tradimento della primavera araba e il terrorismo, se si crea l’autoritarismo allora nasce il terrorismo. I regimi dicono che la scelta è tra la tirannide o la guerra, la tirannide o l’occupazione, tra la tirannide o le milizie. Sono scelte presentate dalla dittatura che cerca di far rinascere i regimi caduti e che crede di poter fermare il progresso della storia. Ma, queste dittature, non si rendono conto del potere della verità e del popolo che alla fine vincerà inevitabilmente. Tawakkol presenta la terza opzione: la libertà e la democrazia. In questo senso l’educazione ha la priorità in quanto porta alle parti opportunità per i cittadini, lo stesso Yemen ha portato avanti la primavera araba per l’istruzione (l’analfabetismo tocca il 70%), e la tecnologia può aiutare a sfondare le barriere per creare una vera comunità globale e solidale. Solo le persone istruite possono e hanno il dovere cambiare il mondo.

Tawakkol infine ci dice: “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani, la sfida è alle politiche effettive della comunità internazionale che creano di continuo ostacoli ai diritti umani. La primavera araba è un appello a tutto il mondo, un appello per combattere per la libertà e la democrazia, un appello alla trasparenza dei governi per chiedere “perché sostenete questa dittatura? Perché il silenzio contro questi crimini?”. E aggiunge che la sfida per gli attivisti è quella di creare una rete di solidarietà in ambito internazionale, ciò è necessario per la speranza di un mondo in cui si possa vivere con dignità. Occorre una rete globale di diritti umani per lavorare ad una società civile globale e far sentire a tutti che possiamo salvare questo mondo e che possiamo farlo insieme. Che siamo più forti di loro, che sopravvivremo e vinceremo.Il destino è vincere, ad ogni rivoluzione è seguita una grande controrivoluzione ed abbiamo sofferto in entrambe. La controrivoluzione è la vera base del processo che porta la gente a vincere. Occorre stare dalla parte di chi lotta per i diritti, che occorre stare con il futuro. Il futuro sono le persone, non i dittatori!

L’UE sempre più “operativa” nelle aree di crisi: nuova missione in Iraq, confermata missione in Bosnia, adottata nuova strategia per l’Afghanistan

Il 16 ottobre è stata una giornata impegnativa per la politica di sicurezza dell’UE, per vari motivi.

In primis, il Consiglio ha lanciato una nuova missione civile nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) in Iraq. La missione sarà incentrata sul sostegno alle autorità irachene nell’attuazione degli aspetti civili della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq, e sarà guidata dal tedesco Markus Ritter. Saranno 35 gli esperti dell’UE che forniranno consulenza e assistenza in diversi settori fondamentali identificati come “critici” (nel senso anglosassone del termine) dalle autorità irachene.  La missione dovrebbe essere dispiegata a Baghdad entro la fine dell’anno, e dovrebbe avere un costo (inziale) di 14 milioni di euro. La missione, sotto egida PSDC si inquadra nelle missioni così dette “civili” dell’UE: ossia quelle missioni che hanno il principale obiettivo di ricostruire le istituzioni nei paesi martoriate dalla guerra, che ne siano usciti o ne stiano uscendo. Normalmente l’UE invia degli esperti (per l’appunto) civili, affinché affianchino le autorità locali e tentino di riformare e rifondare i settori della pubblica amministrazione: polizia, apparato giudiziario, sanità. Ma gli esperti possono fornire consulenza anche in settori come l’uguaglianza di genere ed i diritti umani; insomma: tentano in ogni modo di ripristinare o di stabilire lo stato di diritto. Le missioni dell’UE vengono dirette dal Comitato Politico di Sicurezza, che risponde all’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE (ora Federica Mogherini). L’Alto Rappresentante è a capo del SEAE, il Servizio di Azione esterna dell’UE, e presiede anche il Consiglio dell’UE nella sua versione “Affari Esteri” (cosa anomala per il Consiglio, la cui presidenza nei diversi settori

La sede del Servizio Europeo di Azione Esterna a Bruxelles

di legiferazione, normalmente, è a rotazione).  L’Alto Rappresentante è anche uno dei Vice Presidenti della Commissione europea: è l’unica figura, quindi, a cavallo sia del Consiglio che della Commissione. Il Comitato Politico di Sicurezza ha due ulteriori entità alle sue dipendenze: il Comitato Militare dell’UE, che guida le missioni di taglio più “robusto” o militare, ed il così detto CIVCOM o comitato per la gestione civile delle crisi. A occhio e croce questa nuova missione in Iraq dovrebbe inquadrarsi sotto l’egida del CIVCOM. L’obiettivo della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq è creare istituzioni statali capaci di consolidare la sicurezza e la pace e di prevenire i conflitti, rispettando nel contempo lo Stato di diritto e le norme in materia di diritti umani. La strategia individua una serie di minacce urgenti alla sicurezza nazionale – tra cui terrorismo, corruzione, instabilità politica e polarizzazione etnica e settaria – che la missione PSDC contribuirà ad affrontare.

La missione opererà in stretto coordinamento con la delegazione dell’UE in Iraq e con i partner internazionali presenti nel paese, compresi il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), la NATO e la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Il che significa che le questioni squisitamente militare

Soldati dell’EUFOR e forze di polizia della Bosnia Erzegovina (fonte www.euforbih.org)

resteranno un affaire della NATO.

In secundis, il Consiglio ha ribadito e confermato il suo impegno a favore della prospettiva europea della Bosnia-Erzegovina come paese unico, unito e sovrano ed ha ufficialmente stigmatizzato il fatto che, negli ultimi mesi, le riforme siano state rallentate a causa di politiche legate al (triste) passato e di polemiche sorte in occasione delle elezioni anticipate.

Per tale motivo, l’Istituzione europea ha dichiarato, con una nota, che approva ed accetta di buon grado il fatto che l’operazione ALTHEA continui ad esistere in BiH. Le forze militari impegnate nell’operazione contribuiscono ormai da tempo alla capacità di deterrenza delle legittime autorità bosniache nelle situazioni di crisi. Inoltre, non si può non dire che la forza multinazionale europea, con sede presso la base di Butmir e “succursali” in tutto il paese,  ha effettivamente contribuito anche a formare ed incrementare le capacità delle forze armate e di polizia bosniache e, più in generale, a sostenere tutti i settori della pubblica amministrazione che andavano riformati.

Infine, sempre il Consiglio ha adottato delle conclusioni su una strategia dell’UE relativa all’Afghanistan. Nel documento è stato ribadito l’impegno a lungo termine dell’UE e degli Stati membri in Afghanistan per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile. La strategia si concentra su quattro settori prioritari, così come elencati nel documento: la promozione della pace, della stabilità e della sicurezza nella regione; il rafforzamento della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani e la promozione della buona governance e dell’emancipazione delle donne; il sostegno allo sviluppo economico e umano; la gestione delle sfide legate alla migrazione. L’UE vanta ormai una lunga storia di cooperazione con l’Afghanistan ed in Afghanistan volta a contrastare la corruzione e la povertà ed a favorire la crescita economica ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche.

In un solo giorno tre segnali da parte di un UE sempre più impegnata ben oltre i suoi confini, e – come nell’ultimo caso esaminato – ben oltre le così dette politiche di vicinato. In futuro, aspettiamoci un’Europa sempre più solida e più compatta nel campo della risoluzione (militare o civile) delle crisi internazionali, magari anche al fianco della NATO e, sicuramente, su mandato dell’ONU.

 

(fonte www.consilium.europa.eu)

Quale scenario per il Medio Oriente, Intervista a Gianluca Ansalone

Medio oriente – Africa/Video di

Il Medio Oriente è in fiamme dalla caduta dell’impero ottomano, i confini disegnati dalle grandi potenze dopo i conflitti mondiali oggi non riescono più ad assolvere il loro compito. Le crisi si susseguono con un ritmo talmente veloce che non riescono ad essere gestite dalla società globale contemporanea.

In questo contesto le nazioni dai confini storici come la Turchia, l’Iran e l’Arabia Saudita svolgono un ruolo di primaria importanza nel teatro medio orientale cercando di divenire il punto di riferimento per la Geopolitica dell’Area.

In questa puntata di Area di Crisi ne parliamo con Gianluca Ansalone, Docente SIOI e esperto di relazioni internazionali

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“Area di crisi” è un settimanale di approfondimento di

EUROPEAN AFFAIRS MAGAZINE

www.europeanaffairs.it

 

Conduce Alessandro Conte

 

Redazione

Aurora Vena

Giovanna Ferrara

Giorgia Corbucci

Produzione

Regia : Tino Franco

Post Produzione : Daniele Cerquetti

Riprese: Nel Blu Studios

Autore: Alessandro Conte

Arabia Saudita: prima tappa del viaggio di Trump

Donald Trump ha inaugurato ieri il suo primo viaggio internazionale come Presidente degli Stati Uniti. L’agenda prevende un tour di nove giorni in Europa e Medio Oriente, con visite al Vaticano, in Israele e a Bruxelles. L’Arabia Saudita è la prima tappa di questo viaggio, una scelta ben calcolata che mostra chiaramente l’approccio adottato dalla nuova amministrazione verso uno dei più storici e strategicamente importanti alleati degli Stati Uniti.

Il viaggio internazionale del Presidente è un impegno politico molto importante, soprattutto per un presidente neo-eletto. Soprattutto per un presidente neo-eletto che sta già avendo scandali politici nel proprio paese. Questo viaggio rappresenta un’ottima opportunità per incontrare molteplici capi di stato e rappresentanti di governo in tutto il mondo, nonché un’occasione chiave per rafforzare le alleanze del paese e dare nuovo respiro alla posizione degli USA nell’arena politica internazionale.

La scelta dell’Arabia Saudita come tappa inaugurale è, perciò, un segno abbastanza inequivocabile del percorso che il Presidente Trump desidera intraprendere. L’Arabia Saudita è sempre stata uno degli alleati statunitensi più importanti nella regione e i due paesi condividono interessi economici, politici e strategici. I loro rapporti sono stati solitamente molto stretti e amichevoli, mostrando un’intesa reciproca nonché la volontà di cooperare in diversi settori. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, questo matrimonio felice ha attraversato un periodo piuttosto difficile, spesso descritto dai rappresentanti sauditi come il peggiore nella storia delle relazioni tra i due paesi. La decisione di Trump sembra, quindi, essere una mossa intelligente per mostrare all’Arabia Saudita e al mondo interno l’intento della nuova amministrazione di ripristinare quel rapporto solido e leale tra le due nazioni, dopo i tempi critici di Obama.

Diverse motivazioni si celano dietro questa scelta, che possono essere lette sia nel quadro delle relazioni USA-Arabia Saudita, ma anche nel più ampio contesto della strategia statunitense in Medio Oriente.

Considerando i rapporti bilaterali, interessi economici e di sicurezza sono i temi più importanti in tavola. Si parla nuovamente di accordi economici per la vendita di armi e sistemi di difesa, interrotti in passato da Obama, preoccupato che la monarchia saudita potesse influenzare -o per meglio dire supportare militarmente in modo significativo- la guerra in Yemen (ricordiamo che l’Arabia Saudita è a guida di una coalizione internazionale a sostegno del governo yemenita contro i ribelli Houthi). Trump non sembra condividere le stesse preoccupazioni: proprio ieri è stato firmato un contratto del valore di 350 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, 110 miliardi con effetto immediato. Tali accordi prevedono un sistema di difesa missilistica, il Terminal High Altitude Area Defence (THAAD), un software per i centri di comando, controllo e comunicazione, il C2BMC, nonché diversi satelliti, tutto fornito dalla Lockheed. È al vaglio anche la fornitura di veicoli da combattimento prodotti dalla BAE Systems PLC, incluso il Bradley e l’M109. Contrariamente alla precedente amministrazione, gli USA sembrano supportare un ruolo saudita più interventista nella regione. Accanto agli accordi commerciali, Washington e Riad intendono promuovere “best practices” nel settore della sicurezza marittima, aerea e ai confini.

 

Se guardiamo alla strategia statunitense in Medio Oriente, la visita in Arabia Saudita appare ancora più logica.

Sin dal suo insediamento, Trump ha definito la lotta contro lo Stato Islamico (ISIS) come la priorità numero uno per la sicurezza nazionale. Come il presidente ha reso ben chiaro, l’ISIS -e il terrorismo in genere- non è un problema unicamente regionale, bensì una piaga che colpisce l’intera comunità internazionale, andando, perciò, a danneggiare anche gli interessi statunitensi sia in patria che oltreoceano. Simili considerazioni emergono relativamente alle condizioni di sicurezza in Medio Oriente, essenziali per proteggere gli interessi economici e strategici della potenza americana nella regione. Questi motivi hanno portato Trump a riconsiderare il ruolo degli USA in Medio Oriente. Se Obama aveva fatto un passo indietro, cercando di mettere distanza tra la politica statunitense e gli affari mediorientali, dando così l’impressione che gli USA stessere voltando le spalle ai propri alleati nella regione, il Presidente Trump ha chiaramente mostrato intenzioni opposte.

Gli Stati Uniti intendono ripristinare la propria posizione nel Medio Oriente, forse mirando proprio a quel ruolo di garante della sicurezza che ha svolto per anni, con la missione di portare sicurezza e stabilità nella regione e, di conseguenza, a livello globale. La linea dura assunta con l’Iran e i tentativi di riassicurare gli alleati nel Golfo possono chiaramente essere letti in quest’ottica.

Ma cosa significa tutto ciò in termini di sicurezza regionale e di giochi politici internazionali?

  • Con l’appoggio degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, le monarchie del Golfo possono rafforzare la propria posizione dinnanzi allo Stato Islamico e agi altri gruppi terroristici. Questi, infatti, hanno cercato nel tempo di destabilizzare tali monarchie. Da un lato, sfruttando le minoranze religiose e le differenze sociali interne ai paesi; dall’altro, beneficiando di una strategia europea inconsistente ed inefficace e di un’amministrazione americana più concentrata sui problemi di autoritarismo e sul mancato rispetto dei diritti umani all’interno di tali monarchie, piuttosto che sull’obiettivo finale della loro azione, ovvero la lotta all’ISIS. Trump sembra aver stabilito -e voler rispettare- priorità e confini: combattere l’ISIS e il terrorismo è l’obiettivo principale; democrazia e tendenze autoritarie sono problemi domestici dei quali gli Stati Uniti non devono necessariamente occuparsi ora. Per sconfiggere l’Islamic State servono paesi stabili, punto. Come lo stesso Segretario di Stato Rex Tillerson ha recentemente affermato “When everything is a priority, nothing is a priority. We must continue to keep our focus on the most urgent matter at hand.”
  • Un più arido rapport con l’Iran. Se l’amministrazione Obama verrà ricordata su tutti i libri di storia per l’accordo multilaterale sul nucleare stretto con la Repubblica Islamica, è abbastanza improbabile che quella Trump segua la stessa direzione. Come primo passo, Trump ha, infatti, intensificato le sanzioni contro l’Iran, mandando così un chiaro messaggio che i tempi sono cambiati e sarà bene che l’Iran si comporti a dovere. Diversi comunicati stampa hanno denunciato il comportamento ostile di Teheran, definendo il paese come una piaga per il Medio Oriente e per gli interessi statunitensi nella regione. Nessuna sorpresa, dunque, se l’atteggiamento di intesa e conciliazione di Obama lascerà il posto all’approccio duro e allo scontro, senz’altro ben accolto dai paesi arabi.
  • Firmando nuovi accordi per la fornitura di armi a Riad, gli Stati Uniti mostrano indirettamente di appoggiare la coalizione a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen, un conflitto che coinvolge anche l’Iran. La Repubblica Islamica fornisce, infatti, supporto militare ai ribelli Houthi contro il governo yemenita. Come accennato sopra, l’Iran è considerato una minaccia reale per la stabilità del Medio Oriente.
  • Un impegno più consistente in Medio Oriente non può omettere il conflitto arabo-israeliano. Trump sostiene l’importanza di proseguire le trattative di pace tra Israele e Palestina nell’ottica di raggiungere un accordo stabile e duraturo. La soluzione a due stati-ovvero uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, in cambio della stabilità e la sicurezza di Israele- è stata la colonna portante della politica estera statunitense per decenni. Tuttavia, Trump si dichiara ora disponibile ad accettare anche un accordo diverso, dove Israele sarebbe l’unico stato indipendente e sovrano e i Palestinesi diventerebbero cittadini israeliani o sarebberro condannati ad una condizione di occupazione perenne senza godere del diritto di voto. “I’m happy with the one they [Israelis and Palestinians] like the best” ha affermato il Presidente. Difficile capire, tuttavia, come i Palestinesi possano mai accettare la seconda.
  • La visita di Trump in Arabia Saudita, non solo un paese musulmano ma anche la sede di alcuni tra i più simbolici siti religiosi islamici, può essere letta come una mossa strumentale per il ruolo che gli Stati Uniti mirano ad esercitare nel Medio Oriente. Con l’implementazione delle politiche immigratorie negli USA e diverse dichiarazioni contro i Musulmani, Trump ha attirato critiche molto severe, che descrivono il presidente e le sue politiche come anti-musulmane. Di certo non la miglior premessa per qualcuno che intende svolgere un maggior ruolo di garante della sicurezza nella regione. Iniziare il tour diplomatico nella monarchia saudita vuole mostrare come gli USA e gli arabi musulmani possano in realtà formare una parrtnership, cooperando in diverse aree.
  • A primo impatto, si può pensare che una politica americana più interventista nella regione possa in qualche modo infastidire la Russia. Su diversi argomenti-come Yemen e Siria- Russia e USA hanno visioni notoriamente divergenti e si posizionano ai fronti opposti dello scontro. Un’amministrazione americana desiderosa di assumere il ruolo di “poliziotto” nella regione e -magari- intervenire con forze militari on the ground non è esattamente ciò che il Cremlino vorrebbe vedere. Tuttavia, lo scandalo che ha recentemente colpito la Casa Bianca-relativo alla condivisioni di importanti informazioni classificate con i Russi- pone diverse domande su quali siano i reali rapporti tra Mosca e Washington.

 

In conclusione, l’incontro di Trump con i leader sauditi va al di là delle visite diplomatiche di routine, in quanto contiene anche un forte messaggio politico per i paesi arabi ed il mondo intero. Si apre una nuova pagina nella politica estera statunitense, che ha l’obiettivo di recuperare la gloria passata e la leadership nel Medio Oriente. Sembrerebbe che la nuova amministrazione abbia una strategia chiara e precisa alle spalle; ciò nonostante, su alcuni argomenti pare quasi che Trump stia procedendo un po’ “a tentoni”, reagendo giorno per giorno ai fatti che si verificano. Sorge, dunque, spontanea una domanda: Trump ha realmente una strategia? Gli Stati Uniti sono una nazione molto potente e -volenti o nolenti-le loro azioni hanno un impatto rilevante in tutto il mondo. Ci auguriamo che ci sia qualche asso nascosto nella manica: l’ultima cosa che il mondo vorrebbe vedere sono gli Stati Uniti vagare senza avere una chiara idea su cosa fare. È il momento di assumere una posizione, di prendere decisioni e Trump sembra abbastanza a suo agio nel farlo. Tuttavia, decisioni e azioni devono essere indirizzate: serve una strategia, un progetto a lungo termine che abbia un obiettivo ben specifico. Ci auguriamo che l’amministrazione americana ne abbia effettivamente una.

 

Paola Fratantoni

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Paola Fratantoni
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