GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Grecia: fine dell’era Tsipras. Nuova Democrazia al governo

Europe di

Il 7 luglio, il Partito di centrodestra Nuova Democrazia ha vinto le elezioni in Grecia, ottenendo il 39.7% dei voti, circa otto punti sopra Syriza, il partito di sinistra radicale del primo ministro uscente, Alexis Tsipras. La vittoria di Nuova Democrazia e del suo leader Kyriakos Mitsotakis era stata prevista da sondaggi ed osservatori, nonché anticipata dalle elezioni europee dello scorso maggio, nelle quali si è registrata la vittoria del centrodestra ed un simile distacco.

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Tra GDPR e rischi della rete. Il 24 maggio verrà presentato a Viterbo un libro sulla nuova normativa in materia di privacy.

 VITERBO: Tutti, ma proprio tutti, ormai, abbiamo sentito parlare del GDPR, ossia della General Data Protection Regulation. Chi non ha sentito parlare di questo acronimo, però, ha sicuramente percepito che “qualcosa” è cambiato. La privacy stessa, il suo concetto intrinseco, ontologico, ed il suo modo di manifestarsi, sono cambiati. Continue reading “Tra GDPR e rischi della rete. Il 24 maggio verrà presentato a Viterbo un libro sulla nuova normativa in materia di privacy.” »

Vox entra in Parlamento, ma le aspettative erano diverse

Europe/POLITICA di

Il miraggio degli incontri di massa durante la campagna elettorale si è schiantato con la realtà delle schede elettorale alle urne. Vox, che aveva nutrito aspettative di un trionfo epico, ha conquistato un risultato molto più prosaico. Il partito ultranazionalista, finora fuori dal parlamento, ha ottenuto più di due milioni e mezzo di voti, il 10,3% del totale, e 24 seggi alla Camera dei Deputati, ma non sarà decisivo per la formazione di un governo (visto che non raggiunge la maggioranza alleandosi con il Partido Popular e Ciudadanos) e deve accontentarsi di essere la quinta forza politica in Spagna.

I leader di Vox si sono affrettati a rispondere a coloro che li accusavano di aver lasciato strada libero a Pedro Sanchez dopo aver diviso  il voto della destra. Per prima cosa è stato il segretario del partito, Javier Ortega Smith, che ha accusato il PP e Ciudadanos di “non essere stati capaci di sconfiggere la sinistra settaria del Governo di Spagna”. E poi lo stesso Santiago Abascal, ha affermato che l’unica responsabilità è per “incapacità, slealtà, tradimenti e paure” della “destra codarda”, riferendosi al suo vecchio partito, il PP, per non essersi opposto alla sinistra quando aveva 186 deputati, maggioranza assoluta, con Rajoy. È stato il PP, ha continuato, a consegnare “le televisioni, i media e l’educazione alla dittatura progressista”. Abascal ha ammesso che per il suo partito, il verdetto delle urne è stato “una gioia, ma anche una preoccupazione”, non è sufficiente “per spodestare il fronte popolare, così che la “Spagna è peggio oggi rispetto a ieri” e “Vox è sempre più necessario”. Ha espresso il suo “profondo rispetto per il risultato elettorale”, ma ha avvertito che nessuna maggioranza legittima potrà intraprendere una riforma costituzionale che comprenda  il diritto all’autodeterminazione, il perdono per i responsabili di processi separatisti o imporre leggi totalitarie, riferendosi alla legge delle memoria storica o a quella della violenza di genere. Per un partito extraparlamentare, irrompere in Parlamento con una ventina di deputati e moltiplicare per cinquanta volte i suoi voti nelle ultime elezioni generali dovrebbe essere motivo di festa. Tuttavia, i leader di Vox avevano gonfiato le loro aspettative così tanto che la sensazione è stata quella di delusione il giorno dopo il voto. Abascal diceva che i sondaggi erano sbagliati e che molte società demoscopiche avrebbero dovuto chiudere per non aver pronosticato il trionfo del suo partito, per poi constatare che il risultato è stato molto al di sotto di quanto veniva previsto da tutti i sondaggi, in cui venivano assegnati tra i 29 e i 37 seggi al partito di estrema destra. Vox ha scelto come quartier generale per la notte elettorale l’Hotel Fenix, in un angolo di Plaza Colòn, dove Abascal ha iniziato e chiuso la sua campagna elettorale, e a pochi metri dalla sede el PP, in Calle Genova, il partito in cui ha militato per 19 anni. Più di 280 giornalisti, molti stranieri, hanno chiesto di essere accreditati, ma solo 84 di questi hanno potuto accedere alla piccola sala stampa. Poco dopo la chiusura delle urne, il presidente di Vox a Madrid e candidata alla Comunidad, Rocio Monsterio, è apparsa davanti ai media per fare una breve dichiarazione e senza ammettere nessuna domanda. Dopo aver ringraziato il lavoro svolto da tutta la squadra di Vox, ha assicurato che nel nuovo Parlamento ci “saranno molti deputati di Vox” che combatteranno “con fermezza e determinazione per l’unità del Paese, la libertà e l’uguaglianza degli spagnoli”. Allo stesso tempo, il capo lista di Barcellona, Ignacio Garriga, aveva predetto che il suo partito avrebbe ottenuto 70 deputati, gli stessi che ha ottenuto Podemos nel 2016. Mentre il conteggio proseguiva, la sala dove i leader del partito seguivano i risultati è stata chiusa e le poche facce che uscivano erano tutte di cattivo umore. Verso le 22.30, con quasi l’80% dei voti scrutinati, Ortega è dovuto uscire per sollevare gli spiriti di tutti i sostenitori radunati fuori il quartier generale che contemplavano in silenzio, attraverso un grande maxi schermo, il frantumarsi del loro sogno. Il numero due di Vox ha assicurato che, d’ora in poi, i suoi deputati “saranno l’unica opposizione” all’esecutivo socialista, la cui vittoria è stata predetta come “effimera”. Ortega ha invitato i suoi assordanti seguaci a ritenersi “molto soddisfatti e orgogliosi” di quello che hanno ottenuto nonostante l’esclusione del partito dai dibattiti televisivi e la mancanza di risorse pubbliche che hanno gli altri partiti.

Nelle elezioni andaluse dello scorso dicembre, Vox ha ottenuto 395.978 voti, il 10,97% del totale, entrando nel Parlamento autonomo con 12 seggi. Nelle elezioni generale del 2016 ha ottenuto solo 46.881 voti, lo 0,2%. Il suo miglior risultato nelle elezioni statali è stato ottenuto nelle europee del maggio 2014, pochi mesi dopo la sua nascita, dove ha conquistato 244.929 voti, l’1,56%, non ottenendo nemmeno un seggio a Strasburgo.

Di Mario Savina

I luoghi comuni. Perché in Europa ridono di noi (ogni tanto).

Faccio una doverosa premessa: questo articolo sarà pieno di luoghi comuni. Oltre i classici “pizza, spaghetti, mandolino… e mafia”. Chi mi conosce sa che vado fiero dei miei pregiudizi. Il mio tentativo sarà non quello di sfatarli, bensì quello di confermarli e, forse spiegarli. Luoghi comuni sull’Italia e gli italiani, visti da Bruxelles. Non parlo solo delle Istituzioni europee… ma della gente, del sentire comune. Della proverbialità a cui è ormai assurto il nostro essere italiani. Eppure questi signori d’oltralpe (i nostri “fratelli” europei) hanno dimenticato che Roma, le istituzioni, il diritto, la civiltà, la religione, la cultura, li abbiamo inventati noi. No, non è così. Questo lo dicono tutti. Non è che all’estero non sappiano che l’Italia è l’artefice di tutto quanto di sensato sia oggi di uso comune nel continente: il fatto è che gli italiani fanno di tutto, ma proprio di tutto per far cadere il nostro glorioso passato nell’oblio. E forse nemmeno loro lo conoscono, il loro passato. Primo luogo comune.
Fermo subito qualunque scettico: non sono un auto-razzista (termine oggi molto in uso dai sovranisti per indicare sinistroidi estremisti, boldriniani e immigrazionisti vari). Se è per questo, non sono neppure un sovranista, o almeno non mi ritengo tale. O, almeno, non del tutto. Non secondo me, europeista convinto.
C’è un vecchio video di Bruno Bozzetto su Youtube (lo trovate a questo link), dedicato a tutti coloro che credono che gli Italiani siano uguali agli altri europei. Quel video, stupendo e geniale, riepiloga in pochi minuti le differenze tra noi e gli altri popoli europei sulla politica (le poltrone da cui i nostri leader non si staccano mai), il modo di parcheggiare, il modo di guidare il modo di prendere il caffè… E sapete una cosa? Quel video è azzeccatissimo. Purtroppo. Ricorda quanta poca sobrietà ci sia ormai da tempo nei nostri costumi, ahinoi non solo in contesti informali. Guardatelo. Adesso, però, vi do la mia versione.
Cominciamo dall’aereo: se prendete un volo da Bruxelles, della Brussels Airlines (la vecchia “Sabena”, per intenderci), partite ad un orario prestabilito: è puntale il boarding, un po’ meno la partenza (siamo comunque non oltre i 15 minuti) ed in linea di massima in un’ora e quaranta minuti siete a Roma (arrontondiamo pure a due ore, ma non per auto-piaggeria). Durante la fila nessuno fa il furbo: chi è in economy si mette in coda subito per cercare di prendere posto prima, chi è in business o flex si rilassa un po’ di più e si mette in una fila ordinata di poche persone. Le hostess (assolutamente non necessariamente statuarie, e non necessariamente belghe né belle – questi sono luoghi comuni) cominciano sin da subito a “bollare” anche i bagagli a mano che dovranno viaggiare comunque nella stiva. Chi tardi arriva, male alloggia. Anche in un regime di oligopolio, quale è quello della tratta tra la “Capitale d’Europa” e le capitali nazionali. Se qualcuno si mette in fila con la business, e all’atto dell’imbarco possiede un biglietto economy, viene gentilmente invitato a mettersi in coda alla fila. Per ultimo.
La stessa cosa non succede se viaggiate, sempre da Bruxelles, ma con altra compagnia aerea (non dirò quale, ma tanto avete capito, no? Sempre quella…). La fila si forma abbastanza puntualmente, ma non così ordinatamente. Il boarding è comunque molto puntuale, ma la fila per la business class è inspiegabilmente lunga e, peggio ancora, si allunga quando ormai è quasi esaurita. Così che qualche sedicente business man, di corsa, riesce casualmente ad infilarsi al momento giusto nella fila dei suoi presunti pari. Poi sfila e si imbarca l’economy. Ma con un piccolo problema: siccome c’è stato qualche furbacchione dell’economy che si è infilato nella coda della business, le signorine (che sfoggiano sempre i colori di quella compagnia aerea…sempre quella) sono costrette ad aumentare o ad anticipare la “bollinatura” dei bagagli a mano da portare nella stiva. E da dove cominciano? Non dagli ultimi, ovviamente, ma dai primi che si trovano davanti. Così funzionari ministeriali, professori universitari “smart”, politici grullini (e non è un errore di battitura) che fanno finta di viaggiare in economy, e turisti che si erano virtuosamente messi in coda per primi, dovranno aspettare a fine corsa il loro bagaglio in un famoso aeroporto italiano (sempre quello), mentre gli ultimi, i furbi, essendo ultimi, lasceranno per primi l’aeroporto, quando gli altri, gli scemi, sono ai nastri.
Tutto questo lascerebbe indifferente l’italiano medio, normalmente aduso ad essere sorpassato da consimili più furbi e a non protestare, quasi per quieto vivere. Bisognerebbe litigare veramente con tutti. Ma, ovviamente, tra i passeggeri di quel volo, talvolta c’è qualche erudito eurocrate, cresciuto a birra e crauti, o a birra e waffle, che storce il naso, ride, fa battute sull’Italia e gli Italiani. No: non è colpa sua. E’ colpa nostra. E questo è un luogo comune.
Vi tralascio i rimbrotti, le battute, i musi lunghi e gli sbuffamenti quando si parte dall’Italia, da quel famoso aeroporto italiano, verso Bruxelles. Indipendentemente dalla compagnia con cui viaggiate, dovete calcolare almeno 45 minuti di ritardo prima che l’aereo si sollevi. Nei casi peggiori (invero residuali) l’aereo si solleva quasi quando avrebbe dovuto atterrare dall’altra parte. Come mai si accumuli sempre questo ritardo, non è dato saperlo. Luoghi comuni.
Arriviamo a Bruxelles. Lì, in generale, l’accozzaglia di gente più o meno seria e più o meno sobria per le strade, e nei negozi e nei locali fa sì che la bestia italica si confonda abbastanza. C’è chi ride sguagliatamente, ma non è necessariamente appartenente a un gruppo di pugliesi o di napoletani. Potrebbero essere anche irlandesi (del resto simili a noi) o olandesi (essendo davvero uomini liberi, loro possono fare qualunque cosa). Più difficile che si tratti di francesi. Impossibile siano tedeschi. I nord africani ci guardano con circospezione, perché gli stranieri lì siamo noi, non loro. La città, in molti vicoli, è “aulente” di pipì e di fritto. Luoghi comuni.
La cucina non è un granché. Tranne la carne, il salmone, la birra e le verdure. Quindi niente di speciale. Anche le marche più pregiate di cioccolato hanno stabilimenti in Turchia. Non oso immaginare, se hanno lo stabilimento in Turchia, dove possano comprare le nocciole. Di certo non a Torino o a Viterbo. Luoghi comuni.
Entriamo nelle Istituzioni. Lì si apre un mondo. Chi è accreditato entra senza controlli velocemente, come è giusto che sia. Chi non lo è, passa solo dei controlli se è stata comunque confermata la sua presenza in precedenza e la sua identità è nota. Chi non è nemmeno atteso deve farsi identificare. E qui viene il bello. Di solito gli italiani non sanno che per entrare in questi edifici (che sono sacri, e non sono ironico!) occorre il passaporto o una carta di identità.
La patente? NO.
Ma è europea! NO.
Io sono un giornalista, ecco la tessera professionale! MI DISPIACE. NON E’ UN DOCUMENTO VALIDO (in Belgio, come in molti Paesi europei, non esiste un vero e proprio ordine dei giornalisti come da noi).
Ma in Italia è un documento valido! IN ITALIA. QUI NO.
E allora devo tornare in albergo a riprendere i documenti? OUI, JE SUIS DESOLE’ MONSIEUR.
Luoghi comuni? Non tanto. E intanto la fila dietro si accumula…. e si sente sottovoce, tra risatine soffocate e rabbia smorzata…  “Italians… Italienne… Italienisch….
Una volta dentro, ognuno sa quello che deve fare. E anche gli Italiani sanno farsi valere. Tutti sanno quello che devono dire. La differenza fondamentale, però, è che noi siamo tutti euroscettici. Questa è la verità. Anche gli europeisti italiani più convinti sono euroscettici. Noi in Europa ci andiamo, non ci siamo.  Non vogliamo fare e non facciamo mai brutta figura, specie a livello tecnico, e le amministrazioni, le aziende, le lobby, le autorità indipendenti e le ex partecipate inviano sempre funzionari svegli e di ottimo livello.
Ormai anche noi parliamo benissimo l’inglese ed il francese. E’ difficile che chi vada a quelle riunioni e non sia un buon english speaker non sia accompagnato almeno da qualcuno che si muove bene in quei corridoi. Ma se osserviamo il dossier dei nostri inviati, delegati, politici, etc. possiamo osservare dei veri e propri mattoni di carta, che spiegano per filo e per segno cosa dovranno dire, cosa probabilmente ci verrà detto, cosa è meglio per il Paese che quel delegato dica.
Gli altri… gli altri no. Gli altri conservano l’agenda dell’incontro, qualche altro documento magari proposto dal loro Paese e null’altro. Conoscono la materia. Hanno le idee chiare. Prevedono le strategie altrui. Sono comunque preparati a fronteggiare posizioni avverse, da Stati non sempre amici. Sfidano i rappresentanti della Commissione, quando non sanno già in anticipo come questi si comporteranno.
Per questo noi non siamo in Europa, ma andiamo in Europa. A mio parere, l’Europa per noi è un teatro, dove dobbiamo dimostrare qualcosa. Molte volte veniamo applauditi, non c’è che dire. Altre volte no. Ultimamente no. Ma invece quella è casa nostra. Non dovremmo nascondere nulla, dovremmo dire quello che pensiamo, fare quello che riteniamo più giusto fare. Sbuffare anche noi contro gli altri. Non limitarci a prendere per il culo qualche spilungone allampanato che snocciola numeri o consigli, solo perché non capisce l’italiano e magari ha pure il naso e le gote rosse (luogo comune!).
Siamo anche noi fondatori e fino a poco fa non ce lo ricordavamo. Perché non ce lo ricordavamo? Perché non ne abbiamo approfittato? Perché finora mai nessuno aveva osato fare la voce grossa, da parte italiana, nei corridoi e nelle aule di Bruxelles.
Non parlo del Parlamento europeo, dove qualche deputato più o meno stravagante, per toni o per contenuti, ha fatto talvolta parlare di sé. Italiani in primis.
Parlo del Consiglio dell’UE, del Consiglio Europeo e della Commissione europea. In questi consessi, diciamolo, prima dell’attuale governo, anche durante Presidenza italiana, nessuno aveva fatto parlare dell’Italia. La “Italian issue”, anzi le “Italian issues” sono cosa recente. Si può essere più o meno d’accordo con Salvini, per carità. Io sono d’accordo, per alcuni contenuti. Quello che mi è piaciuto – aldilà dei contenuti – è stata la pervicacia, l’insistenza, la coerenza e la forza con cui questi contenuti sono stati espressi.
Lasciate stare, solo per un attimo, se siete o meno d’accordo e se mi caverete o meno gli occhi per quanto vi ho appena detto. Praticamente Salvini ha avuto l’abilità di mettere i famosi puntini sugli “i” (luogo comune!) a quei Paesi che lo facevano prima con noi. La differenza è che mentre gli altri puntano e puntavano il ditino verso di noi perché magari non eravamo puntuali nell’implementazione di qualche normativa, perché magari rispondevamo in maniera vaga a domande precise o perché eravamo comunque troppo prolissi, adesso abbiamo puntato noi il dito verso di loro. Lasciatemelo dire… sui dossier migration, relocation, repatriation e altri simili, l’Europa aveva ed ha proprio toppato nei riguardi del nostro Paese. E, secondo me, non c’è nulla di inumano nel dire che ogni Stato membro dovrebbe fare la sua parte, che non possiamo essere – con la Grecia – gli unici Paesi in cui l’Europa debba esercitare l’accoglienza. Non è possibile, non ce la facciamo. E prima di Salvini, lo dicevano anche i governi di sinistra (ai governi di sinistra va comunque reso il merito – il grande merito – di aver notevolmente diminuito il numero delle procedure di infrazione nei differenti settori in cui l’Italia era indietro normativamente). Diciamo che Salvini ha fatto in modo che si passasse dalle parole ai fatti. Abbiamo dato effettivamente fastidio. Abbiamo semplicemente chiesto che tutti – e non solo noi – fossero chiamati ad applicare le regole. Oggi la maggior parte degli Italiani con un minimo di erudizione conosce meglio, di sicuro, il diritto comunitario (prima dato in pasto ai soli addetti ai lavori), Dublino (più o meno), Frontex (ovviamente non ne conosce lo stato giuridico.. e l’Agenzia non si chiama neanche più così) e via discorrendo. Credo che in questo, stavolta, sia stata – a ragione – l’Italia a puntare il dito, grazie a Salvini. Forse avrei urlato meno. Ma ognuno ha il suo stile. Luogo comune.
Ma cosa smonta tutto questo? Cosa fa ridere gli altri di noi? Il fatto che siamo deficitari su molti altri fronti. Otteniamo una vittoria e dieci sconfitte. Luogo comune. Non siamo eurocrati. Non lo saremo mai.
Il problema è che a una strategia ben precisa nel settore affari interni, corrispondono strategie fumose sugli altri tavoli. Primi tra tutti i tavoli economico-finanziari. E’ inutile commentare i fatti di questi giorni. La procedura di infrazione, la cena tra il Presidente Conte e Juncker, i commenti prima e dopo la cena, la quota 100 e il reddito di cittadinanza. Tutte cose trite e ritrite dalla stampa nazionale ed estera. Io, personalmente, reputo scellerata la gestione di questi dossier in campo nazionale… e credo sia pressoché impossibile far capire agli eurocrati la presunta ed asserita bontà di alcuni provvedimenti macroeconomici come questi (ma figuriamoci!).
Il problema è che, per fare la voce grossa, bisognerebbe avere tutte le carte in regola. Allora è fastidioso sentire Junker che – seppur in un clima almeno apparentemente amichevole – dice di amare l’Italia perché da giovane, in Lussemburgo, era circondato da immigrati italiani. Che cosa vuol dire? Perché questa sottolineatura? Non poteva dire solo di amare l’Italia perché è un paese bellissimo e ricco di monumenti? Non avrebbe potuto utilizzare un luogo comune positivo?
Allora quello che a me non va giù è che proprio perché noi non siamo perfetti a tutto tondo, in tutti i settori, gli altri approfittano delle sbavature. Proprio perché è un luogo comune che in Italia i controlli non siano rigidi. Allora i gendarmi francesi scaricano migranti sui nostri confini, come fossero immondizia (ma che umanità è questa?)… gli svizzeri approfittano della notte per non accogliere nemmeno donne e bambini (no comment).
Insomma: qual è la ricetta per evitare luoghi comuni e risatine su di noi? Basterebbe, davvero, che ognuno facesse bene quel poco che gli è richiesto di fare. Affrontare le sfide europee sicuramente con spirito critico, ma ben sapendo che il sistema non si può scardinare con alzate di testa o con proposte folli, che mai saranno accettate. Il sistema si può cambiare, osservando le regole, dall’interno. In maniera silenziosa e costante. Bisognerebbe formare una classe dirigente che sin dalle scuole superiori possa ambire a ricoprire ruoli di prim’ordine nelle istituzioni europee. Bisognerebbe far capire alla popolazione che l’Europa non è qualcosa di altro da noi, ma è qualcosa di cui anche noi facciamo parte.
E questo è un altro bug del nostro sistema. Gli italiani (pochissimi) che ricoprono ruoli anche non di spicco nelle istituzioni UE ci sono arrivati con le proprie gambe. Vincitori di concorso, davvero qualificatissimi, impossibili da scartare o da bocciare, sono arrivati a Bruxelles e lì hanno messo la loro bandierina. Ho conosciuto italiani, nelle istituzioni, che fingevano di non capire che in una sala ci fossero dei connazionali, e rivolgersi a loro in inglese. Ho visto e sentito italiani dire di essere “della Commisisone” e, quindi, non propriamente italiani, in quella veste. Ma non credo sia colpa dei diretti interessati. Sono italiani che non sono stati sostenuti dal Paese, per arrivare dove sono arrivati. Sono italiani che talvolta si sono sentiti in in imbarazzo per i ritardi del nostro Paese. Altri Paesi conoscono in anticipo le posizioni aperte nelle istituzioni e pianificano per tempo, con una formazione mirata, chi dei loro dovrà riempire quella casella. Nel nostro settore esiste una formazione “europea” adeguata soltanto nel comparto difesa e sicurezza. I militari che vanno all’estero sotto egida UE svolgono corsi di formazione per quanto più possibile omogenei e, infatti, nei teatri operativi gestiti dall’UE, nell’ambito della PESC e della PSDC, l’Italia ha sempre stra-ben-figurato. Capacity building, peace making, stability policing, sono cose che abbiamo letteralmente inventato noi.
Le altre compagini ministeriali, ahimé, conservano nicchie di eccellenza isolate, che viaggiano in Europa o fuori da essa, ma con le sue insegne, senza un “addestramento” omogeneo, che in Patria li abbia preparati insieme agli altri pari-ruolo o pari-qualifica. Magistrati, professori, cooperanti, funzionari dei trasporti, dell’istruzione, delle comunicazioni, conoscono l’inglese perché magari lo hanno sempre coltivato da soli, a loro spese, e si sono affacciati solitariamente agli impegni europei. Qualcuno è in missione. Qualcuno è in aspettativa. Qualcuno è fuori ruolo. Indennità diverse, compensi diversi, compiti diversi ed obiettivi (nazionali) poco chiari. Chiarissimi sono invece gli scopi della loro missione, per l’Europa.
Se ci sforzassimo di rendere univoci gli sforzi, di mettere a sistema la nostra pregiatissima cultura giuridica ed amministrativa, di addestrare tutti coloro che a vario titolo vanno all’estero (non solo in Europa), se facessimo leva non solo sull’orgoglio e sulla preparazione personali, ma fornissimo una omogenea preparazione italo-europea, sicuramente avremmo italiani più responsabili, che varcano i confini nazionali per entrare in quelli europei, davvero a testa alta. Ed il nostro Paese ne trarrebbe un vantaggio di immagine (e non solo) addirittura (ne sono sicuro!) superiore a quello di altri Paesi.
Sfatando, finalmente i luoghi comuni.

 

 

Elezioni italiane. Intervista a Alberto Alemanno

Europe/POLITICA di

A più di un mese dalle elezioni politiche e nel mezzo del walzer delle consultazioni, il ricordo della campagna elettorale, dei suoi temi e dei suoi toni si fa più blando. Si è trattato, però, di una campagna animata, caratterizzata dall’emergere di nuove istanze, da un divario di opinioni rispetto all’operato del governo momentaneamente ancora in carica, dal clima populista che ha conquistato l’intero continente europeo, ma anche da Continue reading “Elezioni italiane. Intervista a Alberto Alemanno” »

Scambi di vedute alla Farnesina tra l’Italia ed il continente Latino- Americano

Americas/Europe/POLITICA di

Le imprese italiane guardano con estremo interesse alle opportunità di sviluppo offerte dalla Colombia, sia per il livello di crescita economica sia per l’elevato grado di apertura al mercato”

Questo è un estratto delle dichiarazioni date dal Ministro degli Esteri Angelino Alfano, dichiarazioni che si riconducono all’incontro avvenuto alla Farnesina il 13 Dicembre, nella “Conferenza Italia-America Latina e Caraibi”. Uno scambio di vedute e di apertura da parte delle diverse Nazioni coinvolte, che ha visto ospiti in questo incontro nomi di grande calibro quali: il ministro degli Esteri del Costa Rica Manuel Gonzàlez Sanz; il Ministro degli Esteri della Colombia Maria Angela Holguin Cuellar ed hanno altresì partecipato i ministri degli Esteri del: Sant Lucia; El Salvador e Bolivia.

Il nostro Ministro degli Esteri ha rilasciato ulteriori dichiarazioni riguardanti il rapporto con lo Stato del Costa Rica, facendo emergere altresì l’importanza di tali relazioni e scambi. Punto focale è l’importanza del sostegno reciproco in svariati settori che vanno dall’agricolo ai trasporti, per i quali sono stati stipulati dei veri e propri accordi (ricordiamo la Visita Ufficiale in Italia del Presidente costaricano Solis nel 2016).

Nel corso dell’incontro, oltre agli argomenti ricaduti sullo scambio bilaterale, ci si è soffermati anche su altri grandi tematiche internazionali di grande attualità, sentite da tutte le nazioni coinvolte all’incontro; parole importanti sono state dunque spese per la problematica della criminalità organizzata sui diversi sistemi di controllo ed infine sui flussi migratori, fenomeno che deve essere gestito e contenuto sempre nel rispetto dei diritti umani.

Radko Mladic ex generale bosniaco condannato all’ergastolo:l’Italia appoggia la decisione del tribunale.

BreakingNews/Europe/STORIA di

E’ stato condannato il 22 Novembre, dal tribunale penale internazionale dell’ Aja, Radko Mladic, ex generale ed ex Comandante dell’esercito serbo bosniaco durante la guerra in Bosnia tra il 1992/1995. Accusato proprio durante questo suo periodo di comando d’aver provocato un vero e proprio genocidio, è stato condannato in primo appello a dover scontare la massima pena prevista dal Paese: l’ ergastolo.

Una vittoria, dunque per le famiglie delle vittime della guerra, che hanno subito sin troppe violenze da un conflitto, probabilmente, ai loro occhi non del tutto comprensibile.

Anche la rappresentanza politica Italiana all’estero, ha tenuto ad essere presente ed esprimere la propria solidarietà nei confronti delle vittime; sostenendo l’attività del tribunale bosniaco, con la speranza che una tale sentenza possa dare sollievo alla popolazione oltre che speranza per un futuro migliore. L’Italia, anche a sostegno di questa speranza, si fa promotrice nell’annessione dei Balcani all’ U.E. : annessione significativa e solidale che potrebbe valere come nuova possibilità di scambio culturale/ sociale anche per la nostra Nazione.

ODIHR: Skopje, avvio al secondo turno delle elezioni competitive, nel rispetto delle libertà fondamentali

Europe di

Skopje – L’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR) dell’OSCE, ha comunicato l’avvio del secondo turno delle elezioni sindacali nella provincia della Repubblica Jugoslava della Macedonia. Elezioni competitive che seguono le linee democratiche, nel rispetto delle libertà fondamentali.

I media continuano a fornire una copertura equilibrata delle contestazioni, ma le notizie restano oscurate dalla campagna pubblicitaria negativa. Nonostante l’insufficiente disposizione di personale di controllo delle urne, il giorno delle elezioni è stato gestito complessivamente in maniera professionale. La coalizione di governo ha approvato il processo di voto, mentre i partiti di opposizione non hanno riconosciuto la validità dei risultati, citando presunte violazione precedenti e durante la giornata elettorale.

I partiti concorrevano supportati dalle proprie basi politiche tradizionali. Allo stesso tempo, hanno utilizzato retoriche aggressive, riportando casi isolati di incidenti relativi alle risorse statali e alla vendita di voti”, queste le parole dell’Ambasciatore Audrey Glover, a capo della missione di monitoraggio dell’ODIHR. “Il rispetto delle libertà fondamentali ha portato alla conduzione di elezioni democratiche”.

Sessantotto erano i candidati per gli 8 partiti, tra cui due indipendenti, che hanno preso parte al secondo turno dell’elezioni dei 35 municipi. Tra questi, sei candidate donne.

I concorrenti, hanno ridisegnato le proprie campagne elettorali, al fine di indirizzare il target degli elettori indecisi. Alcuni partiti, inoltre, hanno sollevato preoccupazioni relative all’impegno da parte del Primo Ministro di fornire sostegno a quei comuni i cui sindaci fanno parte della coalizione di governo.

La cornice legale segue la condotta delle elezioni democratiche, dove molte delle previsioni del Codice Elettorale sono state applicate durante questo secondo turno, nonostante non vi sia una chiarezza normativa su alcuni aspetti”, ha detto l’Ambasciatore Glover. “Mentre la Commissione Statale per le Elezioni ha incrementato la trasparenza dei lavori tra il primo e il secondo turno, non ha adeguato un piano addizionale, né provveduto a un’educazione al voto e al supporto finanziario per tutte le municipalità il cui budjet è stato bloccato. Nonostante ciò, le performance nel giorno delle elezioni, sono state regolari”.

La legge non prevede un aggiornamento delle liste tra il primo e il secondo turno, emarginando effettivamente gli elettori che compiono 18 anni in questo periodo. La Commissione Statale per le Elezioni (SEC) ha adottato la decisione secondo cui gli elettori il cui nome compare nelle liste elettorali, ma il cui documento è scaduto, non sono abilitati al voto.

Il sistema di denunce nella giornata delle elezioni, risulta essere centralizzato. La SEC ha esaminato e respinto tutte le 46 denunce pervenute successivamente al primo turno, in quanto non è stato rispettato il termine di 48 ore: tutti i casi sono stati decisi all’apertura della sessione e le conclusioni pubblicate online, per contribuire alla trasparenza.

Il Presidente Juncker in visita al porto spaziale europeo

Europe di

Nella giornata di venerdì 27 ottobre, il Presidente della Commissione europea Juncker, insieme al Presidente francese Macron, si recheranno in visita presso il Centro spaziale della Guyana, a Kourou. L’infrastruttura unica è nata per garantire all’Europa un accesso autonomo allo spazio, in linea con la strategia spaziale per l’Europa, presentata nell’ottobre del 2016.

La Commissione si sta impegnando nello sviluppo di progetti spaziali su larga scala, come il programma di osservazione della Terra Copernicus e i programmi di navigazione satellitare Galileo e EGNOS, per un investimento complessivo di oltre 12 miliardi di euro nel periodo 2014-2020.

La Strategia spaziale per l’Europa, approvata lo scorso anno, risponde alla crescente concorrenza globale, aumentando il coinvolgimento del settore privato e contribuendo alle principali evoluzioni tecnologiche. I programmi spaziali europei forniscono servizi che sono già diventati indispensabili nella vita di ogni giorno, dai dati che servono per l’utilizzo di apparecchi elettronici, fino alla protezione delle infrastrutture fondamentali, come le centrali elettriche. Inoltre contribuiscono alla gestione delle frontiere, ai controlli marittimi e ambientali, migliorano la risposta in caso di catastrofi naturali e servono nel controllo dei cambiamenti climatici.

Con l’approvazione da parte della Commissione della Strategia spaziale per l’Europa, sono stati previsti una serie di interventi che permetterebbero ai cittadini europei di beneficiare pienamente delle opportunità offerte dallo spazio. Ciò, di fatti, sta permettendo la creazione di un ecosistema ideale per la crescita delle start-up, il cui fine è quello di promuovere il primato dell’Europa nel settore e aumentare la sua quota sui mercati mondiali delle attività spaziali.

Per quanto riguarda i prodotti e i servizi offerti dai programmi spaziali dell’UE, sono disponibili un video e una scheda dettagliata in francese e inglese.
È possibile seguire la visita del Presidente Juncker in Guyana sul portale audiovisivo della Commissione europea.

Trasporto marittimo: navi passeggeri più sicure grazie all’UE

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La Commissione Europea ha accolto con favore l’adozione definitiva del Consiglio, la quale prevede una serie di testi giuridici in materia di sicurezza per i trasporti marittimi: navi e passeggeri.

Bruxelles – Il pacchetto normativo accolto dall’UNione Europea, come sostenuto dalla Commissaria per i Trasporti Violeta Bulc, rappresenta una chiara risposta alla necessità di maggiore protezione per tutti i cittadini, attraverso una serie di testi in materia di sicurezza delle navi passeggeri, volti ad assicurare un livello uniforme per tutti gli Stati membri.

Le norme adottate sono il risultato delle proposte avanzate dalla Commissione a giugno del 2016, attraverso le raccomandazioni formulate nell’ambito del programma di controllo dell’adeguatezza e dell’efficacia della regolamentazione (REFIT). Un quadro di regolamentazione per la sicurezza navale dei passeggeri nell’UE, che rappresentano una buona percentuale nell’ambito della mobilitazione e dei trasporti nel territorio comunitario. Di fatti, è stato stimato che, ogni anno, sono all’incirca 400 milioni coloro che scelgono il trasporto navale all’interno dell’Unione, di cui 120 milioni quelli che si spostano tra porti di uno stesso Stato Membro.

La normativa in ambito marittimo, divenne centrale per la Commissione a seguito degli incidenti che hanno coinvolto la Herald of Free Enterprise (1987), con 193 vite perse e, l’Estonia (1994). L’adozione di norme in materia, vedono una generale soddisfazione da parte dell’Unione Europea, in termini di controllo e di idoneità dei trasporti marittimi. Con eccezione fatta per i 408 incidenti sulle navigazioni interne, registrati negli ultimi 4 anni, dove, tuttavia, solamente in un caso si è verificata la morte di un passeggero. Dai dati europei, il risultato vede il 30% delle navi conforme agli standard di sicurezza: tale percentuale, inoltre, è speculare al 60% della capacità di trasporto passeggeri.

Le nuove norme accolte dalla Commissione entreranno in vigore dopo 20 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale e avranno validità di 15 anni, con possibilità di ammodernamento. Il monitoraggio dell’esecuzione e del funzionamento di queste è a garanzia dell’EMSA (Maritime Safety Agency).

Ulteriori informazioni in materia sono reperibili a questo link.

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Redazione
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