GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Energia

International Valve Summit, a Bergamo si celebra la tecnologia delle valvole industriali

Energia/INNOVAZIONE di

Il 24 e 25 maggio a Bergamo si terrà la seconda edizione dell’International Valve Summit, fiera internazionale delle valvole industriali, settore di punta della meccanica italiana.

L’evento ospitato dall’Ente Fiera PROMOBERG rappresenta uno degli appuntamenti più importanti della meccanica pertanto riguarda la tecnologia delle valvole e delle soluzioni per il controllo dei flussi.

Il settore trainante è quello  dell’Oil& Gas che in Italia vale circa 25 miliardi di euro, di questi circa 8 miliardi sono relativi al fatturato del settore delle valvole industriali, un mercato importante che rappresenta una delle eccellenze dell’industria meccanica italiana.

L”International Valve Summit” è stata pensata per dare spazio ad una importante parte della filiera dell’Oil & Gas, una eccellenza della meccanica italiana che ha nella bergamasca alcune delle aziende più importanti.

Schermata 2017-05-19 alle 22.24.12Regista dell’evento Luca Pandolfi, responsabile delle politiche di internazionalizzazione della Confindustria di Bergamo

Lo spunto per questo progetto è nato da uno studio che la Confindustria ha realizzato raccogliendo le esigenze delle industrie della provincia di Bergamo, ci racconta il dottor Pandolfi, la manifestazione quest’anno ospita 205 aziende in forte crescita rispetto alla prima edizione di due anni fa che contava circa 150 partecipanti.

Una crescita che rappresenta l’importanza del settore a livello internazionale, questo settore in particolare ha una fortissima propensione all’internazionalizzazione soprattutto per quanto riguarda il settore petrolifero ed energetico in generale.

Schermata 2017-05-19 alle 22.25.47Troveremo le valvole industriali italiane nei gasdotti del medio oriente o dell’est europeo o nelle condotte di acqua Algerine. Infatti il mercato di riferimento di questo settore è composto da multinazionali di grandissime dimensioni, un target difficilmente raggiungibile senza il supporto di un sistema industriale

Nei due giorni di manifestazione sono previsti tredici sessioni di dibattito con 50 speaker di eccezione che affronteranno sia temi legati all’innovazione tecnologica del settore ma anche ai temi legati al procurement delle grandi aziende per spiegare le strategie degli uffici acquisti del settore.

Il settore della meccanica legata all’Oil&Gas cresce molto più in fretta che il resto del comparto un fenomeno positivo che ne testimonia l’eccellenza e l’apprezzamento del mercato internazionale.

Quest’anno la manifestazione prevede di ospitare circa 8.000 visitatori contro i 5700 della scorsa edizione, molti di questi arriveranno da 57 paesi nel mondo, un successo importantissimo per l’International Valve Summit 2017.

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Giornata dell’acqua, Rocca (CRI): “Agire immediatamente per salvare milioni di persone”

Energia di

L’acqua è vita. Lo ricorda Francesco Rocca, Presidente Nazionale di Croce Rossa Italiana nella giornata della ricorrenza mondiale dedicata, appunto, all’acqua. Un bene irrinunciabile, la cui scarsità in alcune zone, già piegate da guerre e calamità, rende fondamentale una responsabilizzazione dei Governi e una presa di coscienza diretta da parte dei cittadini di tutto il mondo. «L’acqua – ha detto Rocca – è un bene vitale e l’odierna giornata mondiale richiama ognuno di noi a essere più responsabili nella nostra vita quotidiana, con piccoli gesti per evitare sprechi immensi. Oltre a questo, però, c’è un bisogno urgente di azioni per salvare la vita a milioni di persone: le organizzazioni umanitarie, i governi, i partner devono unire tutti gli sforzi possibili per un intervento coeso e immediato nell’Africa orientale e centrale e in Yemen. Le Nazioni Unite hanno fatto sapere che la carestia ha colpito oltre 20 milioni di persone tra Somalia, Yemen, Sud Sudan e Nord-Est Nigeria».

Alle cifre ricordate da Rocca, si aggiungono i 2,7 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria in Kenya, con un aumento del 46% in appena 6 mesi, e i 5,6 milioni di persone in Etiopia, che avranno bisogno di cibo insieme e acqua potabile. Cambiamenti climatici, siccità e stagione delle piogge anomala, stanno causando l’estinzione dei pascoli, la morìa degli allevamenti e la crisi l’agricoltura. «Se non si interviene immediatamente – ha concluso Rocca – milioni di esseri umani vivranno una situazione di insicurezza alimentare e di mancanza di acqua potabile. A tutto questo, inoltre, vanno aggiunti le violenze e i conflitti che non sembrano trovare una soluzione. Il Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa sta moltiplicando gli sforzi di intervento in ogni contesto, con programmi di supporto e assistenza alla popolazione. C’è bisogno però di interventi immediati: mentre parliamo di questa situazione, migliaia di persone rischiano la morte. La carestia si può ancora affrontare, ma serve l’aiuto di tutti».

Si allarga black list anti-Corea del Nord

In data odierna, il Consiglio dell’Unione Europea – che, lo ricordiamo è di fatto l’organo esecutivo dell’Unione – ha aggiunto 16 persone e 12 enti alla sua “black list” di soggetti e società colpiti dalle misure restrittive europee intraprese contro le condotte della Repubblica popolare democratica di Corea.

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La decisione recepisce le nuove prescrizioni imposte dalla risoluzione 2270 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 2 marzo 2016 in risposta ai lanci di prova di razzo nucleari da parte della Corea del Nord, avvenuti il 6 gennaio  ed  il 7 febbraio scorsi.

Gli atti formali di tale iniziativa diplomatica saranno pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue domani.

La misure restrittive dell’UE nei confronti della Corea del Nord sono state introdotte per la prima volta il ​​22 dicembre 2006. Le misure attuali adempiono a tutte le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU adottate dopo i test nucleari ed i lanci eseguiti dalla Corea del Nord utilizzando la tecnologia dei missili balistici ed includono anche  ulteriori misure autonomamente adottate dall’UE. Tali decisione intendono colpire la politica  nucleare ed i programmi di lancio nordcoreani

Le misure più importanti comprendono divieti di esportazione ed importazione di armi, e di ogni oggetto o tecnologia che possa contribuire a tali attività. Sia l’ONU che l’UE, in modo autonomo, hanno anche istituito misure restrittive di natura finanziaria, commerciale e nel campo dei trasporti.

Con quella odierna, L’Unione europea ha così rafforzato le sue ultime misure, che furono decise il 22 aprile 2013, recependo la risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU n. 2094.

 

Domenico Martinelli

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Obama in Alaska alla conferenza sui cambiamenti climatici

AMERICHE/BreakingNews/ECONOMIA/Energia di

Il presidente Obama continua la sua azione di sensibilizzazione nei confronti dei problemi derivanti dai cambiamenti climatici che sono spesso causa di fenomeni meteorologici devastanti.

In Alaska per partecipare a una conferenza sui cambiamenti climatici organizzata dagli Stati Uniti, il presidente ha voluto lanciare i nuovi piani del governo per aumentare la riduzione delle emissioni di Carbonio.

Questa conferenza si svolge nel paese dove maggiormente è sentita la tensione tra la necessità di produrre energia  e  l’impatto ambientale.

Nel mese di agosto il Presidente Obama ha presentato una serie di regolamenti per accelerare la riduzione delle emissioni di carbonio dalle centrali elettriche  con il termine di un anno per avere dagli Stati Federati  le proposte per la  riduzione delle emissioni. L’occasione del viaggio in Alaska ha permesso al Presidente di annunciare  nuovi provvedimenti per aumentare l’accesso delle famiglie alle energie rinnovabili e incentivare l’efficienza energetica.

A partire da questa conferenza gli Stati Uniti si apprestano  ad attuare i programmi di contrasto ai  cambiamenti climatici che fanno parte del piano di  interventi preparato per la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici 2015, che si terrà dal  30 novembre all’ 11 dicembre a Parigi.

In questa occasione la comunità internazionale intende firmare patti vincolanti volti a combattere il cambiamento climatico. In vista del vertice, i paesi stanno finalizzando i piani che presenteranno al vertice. Gli Stati Uniti hanno fissato un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra del 26-28 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025. La Cina sta puntando a ridurre le emissioni per unità di prodotto interno lordo entro il 60-65 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030.

Il vertice di Parigi potrà far scaturire un accordo molto più completo e fattivo di quanto non sia il Protocollo di Kyoto. La portata del successo si potrà misurare sulle decisioni delle nazioni emergenti come Cina e Argentina che più necessitano di energia per il loro sviluppo.

Per i paesi in via di sviluppo purtroppo l’energia fossile sarà ancora l’unica vera risorsa per le sue caratteristiche di economicità, mentre fonti più costose inciderebbero troppo nel loro sviluppo.

Alaska è forse il luogo in cui questi interessi in conflitto sono più evidenti. L’amministrazione Obama ha permesso alla multinazionale petrolifera  Shell di  iniziare la perforazione nel Mare Glaciale Artico questa estate, e alcuni dei politici più importanti dell’Alaska sono stati fermi  sostenitori dell’industria del petrolio e del gas naturale.

L’industria del petrolio e del gas naturale rappresentano circa l’80 per cento delle imposte statali dell’Alaska. L’economia dell’Alaska si basa sostanzialmente  sulla produzione e la vendita di risorse naturali, tra cui le risorse energetiche che sono il prodotto  più importante e prezioso.

Tuttavia, il cambiamento climatico continuerà a sfidare anche  l’Alaska, la regione artica è una parte importante del sistema climatico della Terra.

Lo Scioglimento delle calotte polari e l’aumento del  deflusso di acqua dolce potrebbe influenzare la circolazione oceanica e l’assunzione di acqua dolce del Mar Glaciale Artico. Neve, vegetazione e ghiaccio  hanno anche un ruolo importante nel riflettere la luce e le radiazioni del sole.

 

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Turchia: Nuovo Pignone si aggiudica contratto da 70 mln per gasdotto Tanap

BreakingNews/ECONOMIA/Energia/EUROPA di

L’azienda fiorentina Nuovo Pignone, capofila della divisione Oil and Gas della multinazionale americana General Electric, si è aggiudicata un contratto da 70 milioni di euro per la fornitura delle prime due stazioni di compressione del Tanap, il gasdotto trans-anatolico che con i suoi 1.850 chilometri di tubature porterà il gas del Caspio fino in Europa tramite la connessione con il Tap.

Questo contratto  segna un nuovo importante successo dell’Italia in un settore, quello energetico, su cui la Turchia sta investendo ingenti capitali, con l’obiettivo di trasformare il Paese nel principale snodo di transito di gas naturale nel Mediterraneo.

Un serbo a Tirana…nel senso del premier

ECONOMIA/Energia/EUROPA di

Quando si parla di “ospitalità” albanese, ebbene, le autorità non hanno fatto mancare nulla dal protocollo al capo del governo serbo: Bože pravde , l’inno nazionale serbo è stato eseguito per la prima volta nella Tirana istituzionale, durante una visita ufficiale. Nella sede di rappresentanza del Palazzo delle Brigate i due premier si sono stretti mani diplomatiche senza lasciare nulla al caso con tanto di tricolore serbo issato.
Questa visita è stata preparata nei dettagli e vissuta “seguendo l’esempio della Germania e della Francia dopo la seconda guerra mondiale”, ha detto il premier Rama, facendo riferimento alla distensione auspicata dei rapporti tra i due paesi balcanici, “ sulla scia del desiderio di intensificare i buoni rapporti”.
Vučić ha raggiunto Tiranail 27 maggio scorso, il giorno dopo la conclusione dei lavori del South-East European Cooperation Process, il consiglio di cooperazione regionale, istituito dalla Bulgaria nel 1996 e presieduto dall’Albania quest’anno. Un summit nel quale è stato ribadito e sottolineato la volontà dei paesi balcanici di puntare all’integrazione europea come obiettivo comune. Bulgaria e Romania hanno manifestato il loro appoggio incondizionato.
Una visione d’insieme che è stata rinforzata durante la visita del capo del governo serbo il giorno dopo, sia da questi che dal premier albanese, Edi Rama.
“Qualcuno in Serbia farà rumore per questa mia visita, come immagino succederà a Rama per avermi invitato. Ma il mio dovere è di guardare al futuro, e nel futuro le relazioni fra di noi sono molto importanti… Pensiamo in modo diverso, parliamo in modo diverso. Ma questo non ha a che fare con il fatto di lavorare insieme. Se saremo abbastanza responsabili, saggi e intelligenti, se non penseremo di risolvere i nostri problemi con i conflitti ma con il dialogo, con rapporti sinceri, aperti e onesti, allora sono sicuro che Serbia e Albania avranno un futuro migliore del passato. Alla storia non possiamo sfuggire, ma il nostro sguardo dovrà essere rivolto al futuro, perciò oggi sono qui per porgere al mio collega Rama la mano dell’amicizia.”
Molto più disinvolto e visionario Rama il quale esprime le relazioni diplomatiche future dichiarando “ Delle relazioni tra Francia e Germania si dice che rappresentino l’asse dell’Europa, spero di non mancare di modestia dicendo che gli albanesi e i serbi vogliono trasformare le loro relazioni in un’uguale testimonianza del fatto che da una storia di guerre sanguinose potrebbe nascere l’esempio di un comune successo di pace”.
In questo momento di pragmatismo politico non si poteva lo stesso evitare un richiamo al punto dolente delle relazioni problematiche tra i due paesi, ovvero la questione del Kosovo e della “Grande Albania”. Il virgolettato è d’obbligo stando alla versione albanese della faccenda. “La Grande Albania per noi non è un progetto o un programma. Si tratta di un’idea nutrita da coloro che non vogliono il bene degli albanesi, non la nostra nazione, che non vuole ampliamenti, a scapito di nessuno, ma la convivenza normale. Progettiamo di unirci sulla strada nell’Unione europea. Se noi avessimo visto la bandiera della Grande Serbia sul drone avremo riso, ma questa è una questione di percezione. Penso che la lezione è stata tratta da entrambi”.
Di tenore molto più sostenuto Vučić sullo stesso tema aveva in un primo momento dichiarato “E’ un fatto che non siamo d’accordo sul Kosovo. La Serbia considera il Kosovo come la sua parte e l’Albania la considera indipendente”. La posizione di Rama, più ironico e morbido, si delinea nella sua dichiarazione in merito: “La mia convinzione è che il riconoscimento del Kosovo sarebbe un grande sollievo per la Serbia, ma non voglio entrare più in profondità in questa questione dal momento che qui siamo tra amici e noi rispettiamo tutti gli amici e le loro sensibilità“. Senza paroloni, ma incisivo e serio il premier serbo ha sottolineato “La grande divergenza fra Belgrado e Tirana sullo status del Kosovo non deve essere un ostacolo ai nostri rapporti bilaterali; nonostante questo, ritengo che questa incongruenza non significhi che non possiamo ammorbidire le differenze con il dialogo”.
Nell’affrontare la crisi che si sta consumando nella Repubblica Macedone dopo i fatti di Kumanovo, entrambi i governi si sono voluti mostrare equi distanti con la volontà di non schierarsi con nessuna delle fazioni e facendosi garanti di una stabilità balcanica necessaria.
A dettare questa nuova fase è ovviamente la prospettiva economica degli investimenti esteri e tra i due paesi, nonché la posizione strategica dei Balcani nei corridoi energetici e nella infrastruttura dei trasporti transnazionale.
Nell’ambito dei Tirana Talks – Vienna Economic Forum (nato nel 2004), il giorno dopo, 28 maggio, si è ufficializzato questo riavvicinamento toccando propriamente i progetti futuri. In esclusiva, si fa riferimento all’autostrada Tirana-Belgrado , passando per il Kosovo, funzionale e simbolica. Serbi e albanesi, monitorati dalla Germania e procedendo sotto gli occhi dell’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer chiedono fondi esteri e investimenti. Hanno finalmente capito che possono diventare seriamente strategici per se stessi e l’Europa. In un contesto di crisi delle frontiere europee, della crisi profonda, difficilissima in Ucraina e nelle ex repubbliche sovietiche, con conseguenze economiche enormi per tutti, i balcanici provano a elevare le rispettive posizioni, cercando di attrarre investimenti, prestigio e credibilità.
Non è una passeggiata nella storia, si tratta di conflitti secolari, di diatribe territoriali e culturali radicalizzate. Si tratta di Berlino con lo sguardo puntato e, soprattutto gli albanesi, si ricordano bene un altro Berlino, quello del Congresso del 1878, quello degli Imperi ( Austria e Turchia) e delle grandi Potenze europee, quello a conclusione del quale gli albanesi si sono visti negati l’esistenza niente di meno che da Bismarck: “Non esiste alcuna nazione albanese”. Erano altri tempi, ma i Balcani si sono visti fare e disfare nei secoli da altri le loro esistenze. Ad ogni modo, era il mondo di ieri.

Prospettive di in-sicurezza energetica in Europa

Energia di

L’impegno politico europeo per una maggiore diversificazione energetica delle fonti e delle vie di distribuzione poco ha potuto di fronte alla dipendenza che ancora il continente mostra. Percepito inizialmente come inevitabile dipendenza energetica, il rapporto tra alcuni Stati ha rivelato una vera e propria suggestione geopolitica, aggravata da perturbazioni sociali ed economiche (quando non da conflitti armati).

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In seguito ai recenti sviluppi delle crisi in Ucraina e Libia, il tema della dipendenza energetica è apparso in tutta la sua importanza come uno degli aspetti principali di cui tenere conto tanto nella politica interna quanto in quella estera europea. Non solo abbiamo scoperto quanto siamo dipendenti dall’estero, ma ci siamo resi conto di quanto siamo esposti ad eventi che, pur non minacciando direttamente il nostro territorio minacciano la qualità delle nostre vite. E’ data per scontata la possibilità di usufruire di un numero di servizi caratterizzanti la domanda interna nazionale, i quali però presentano relazioni di tipo politico, geografico ed economico su vasta scala che ne determinano disponibilità ed utilizzabilità. L’insieme di politiche adottate negli ultimi anni ha permesso al sistema energetico europeo di costruire una rete interdipendente di rifornimento e scambio aumentandone la competitività, creando e finanziando nuovi mercati dell’energia e diversificando provenienza e tipo di risorse. Tutto per far fronte ad una forte domanda interna in previsto aumento e mantenere la continuità delle forniture impedendo ai prezzi di crescere eccessivamente. In alcuni Paesi la differenziazione dei mercati e delle importazioni si è affiancata ad una riduzione della produzione di energia nucleare (Francia, Germania, Bulgaria, Olanda e Spagna hanno sensibilmente ridotto la loro produzione tra il 2012 ed il 2013 secondo i dati del BP Statistical Overview of World Energy 2014), un aumento di investimenti in termini di sostenibilità e di politiche ambientali, industriali ed energetiche in un’ottica di riconversione generale del sistema nazione. Il mercato dell’energia è infatti caratterizzato da numerosi sotto mercati che, in un regime di politiche coordinate, dovrebbe essere in grado di dimostrarsi resiliente rispetto a situazioni di insicurezza o stress sistemici.

Paradossalmente, nonostante l’aumento di richiesta di energia sarà pressoché una costante ed il perfezionamento della tecnologia e quindi lo sfruttamento di risorse energetiche cresceranno a loro volta, i trend mostrano una diversificazione verso fonti rinnovabili in grado di incidere sulle politiche economiche, energetiche nonché sugli stili di vita delle comunità. L’aumento del consumo di energia potrebbe coincidere, come hanno dimostrato le recenti crisi, con una parallela riduzione del consumo di greggio e la modifica di abitudini nelle grandi città, la nascita di sistemi alternativi di trasporto urbano aggiunti a standard di efficienza energetica sempre più elevati, che potrebbero agire da elemento riduttore delle richieste energetiche o di slittamento nelle preferenze dei cittadini europei.

Il continente europeo importa infatti circa il 50% dell’energia che utilizza e questa percentuale pesa per un quinto sul totale delle importazioni. Dati recenti della Commissione Europea certificano che un terzo dei circa 300 000 milioni di euro relativi alle importazioni energetiche di greggio e prodotti petroliferi provengono dalla Russia. In quest’ottica le proposte di diversificazione delle tratte di rifornimento di petrolio come il progetto South Stream offrirebbero un’ottima alternativa, sebbene anche in questo caso si ripropongono problematiche relative non solo a costi economici ma anche ad accordi bilaterali e multilaterali, continui smussamenti politici per mantenere una proficua pax internazionale con i partner storici, carenza di infrastrutture. La Commissione calcola inoltre che la bolletta energetica europea costi 1000 milioni al giorno, per una cifra corrispondente, relativamente all’anno 2013, di 400 000 milioni di euro. Attualmente, nella Strategia per la sicurezza energetica europea, c’è da tenere conto di alcuni fattori in apparente contrasto con quelle che sono invece le previsioni nel medio – lungo termine per il continente. La domanda totale di energia risulta inferiore rispetto al picco del 2006 (complici la crisi finanziaria, l’aumento del prezzo del petrolio, investimenti sulle energie rinnovabili) ma dipende sempre più dalle importazioni: cali di produzione interna hanno aumentato le richieste della stesa energia dall’esterno. I dati aggregati più attendibili risalgono al 2012. La situazione di dipendenza europea viaggia su questi fattori di importazione: il 90% del greggio, il 66% del gas, il 60% di carbone.

 

Prospettive e sicurezza regionale

Nuove prospettive energetiche spinte dallo sviluppo di potenzialità territoriali autoctone o made in Europe, sarebbero in grado di deviare parte della produzione interna incanalandola in settori legati all’energia e quindi all’aumento dell’indotto facendo affidamento su una produzione europea che potrebbe sostituire, anche se in minima parte, l’importazione di energia dall’esterno. Questo discorso varrebbe anche per le importazioni di gas, di cui l’Europa è grande acquirente (i Paesi Baltici, in particolare, soffrono della dipendenza da un unico canale di rifornimento della risorsa). Le infrastrutture, le vie di rifornimento, la flessibilità del mercato e la polifunzionalità dei gasdotti (nell’operatività delle linee in più direzioni), le riserve sotterranee, rappresentano senza dubbio elementi imprescindibili per aumentare la resilienza del sistema europeo. Il documento della Commissione fa esplicito riferimento all’alternanza dei flussi per la mitigazione degli eventi critici. La bilancia delle importazioni continuerà ad essere piuttosto importante sotto questo versante per sopportare l’aumento di richiesta (il che significa che l’Europa continuerà a risentire delle fluttuazioni dei mercati cui è esposta) ma allo stesso tempo è previsto un calo nei consumi e nella domanda di alcune fonti di energia, come effettivamente successo con il calo di consumi di gas rilevato da alcuni anni (ad eccezione di Stati Uniti e Cina che hanno registrato un aumento). Sotto una prospettiva di sicurezza regionale, alcune previsioni danno per stabile la richiesta di petrolio così come quella di gas, mentre prevedono un calo per le importazioni di carbone. Il consumo di energia elettrica è destinato ad aumentare a causa del maggiore numero di apparecchiature elettriche che saranno rese disponibili, alla digitalizzazione dei servizi ed al contempo la qualità della produzione ridurrà lo spreco dell’energia stessa, d’accordo con un aumento della competitività e dell’utilizzo di fonti rinnovabili. L’aumento di diversificazione energetica potrebbe risultare in una maggiore sicurezza dalle importazioni estere (che potrebbero essere bilanciate da una rete di fonti energetiche sostenibili). Ruolo importante è quello che giocano l’energia nucleare (il cui utilizzo ha fatto registrare a livello globale un aumento di un solo 0.9%) e le energie rinnovabili che hanno visto un contribuzione nella fornitura di energia di oltre il 5% a livello globale e, seppure in forma molto differenziata, una crescita positiva anche in Europa.

Proprio l’ Europa è al centro di uno studio elaborato dalla Vienna University of Technology, che mette a confronto i dati relativi agli ultimi anni con una previsione fino al 2020. I ricercatori hanno calcolato che nel nostro continente la domanda di energia “lorda” registrerà un andamento altalenante che, anche a causa della crisi finanziaria, inizialmente farà registrare un ribasso per poi attestarsi su livelli moderatamente superiori a quelli registrati prima della crisi, per poi in pochi anni tornare a decrescere. La domanda di energia elettrica, al contrario, crescerà sensibilmente ed a ritmi sostenuti nei prossimi anni anche grazie a quella che lo studio definisce una “sostituzione infra-settoriale”, cioè una situazione in cui l’accesso e la distribuzione dell’energia elettrica diverranno fondamentali anche in settori come quello dei trasporti. Collegato all’elemento della infrasettorialità vi è quello del “portfolio delle forniture convenzionali”. Il rateo di crescita di domanda di energia per alcuni Paesi, che fa da contrappeso a quello del previsto calo di domanda di energia per altri, sarà determinato anche dal fattore di conversione industriale delle singole realtà nazionali. La realtà del settore elettrico, inoltre, è differente dai precedenti (diverrà con molta probabilità la fonte di energia dalla quale dipenderemo maggiormente per far fronte ai bisogni più diversi).

Questo genere di prospettive potranno avverarsi solamente in caso di un rafforzamento delle relative infrastrutture e di un piano di sviluppo nazionale che si sposi con un relativo piano di sviluppo strategico europeo. I vari Paesi europei infatti differiscono molto in termini di infrastrutture sotto il profilo della presenza e della funzionalità delle stesse. Al fine di rendere il settore energetico resiliente e reattivo senza però privarlo dell’efficienza che deve assicurare, si dovrebbero incrementare sistemi inter europei di condivisione di energia e di mobilità di risorse. Lo stoccaggio e le riserve nazionali potrebbero essere affiancate da riserve europee crescenti, sebbene qui bisognerebbe affrontare il problema del contributo economico e di investimenti in reti, infrastrutture, monitoraggio dei vari Paesi. Una maggiore cooperazione nella consapevolezza di vivere su un territorio, quello europeo, con elevate riserve di carbone, che in periodi di stagnazione economica e ricadute negative sul prezzo di altri combustibili è ancora l’alternativa di più immediato utilizzo (sebbene dannosa in termini di impatto ambientale). Giungere ad una Europa autosufficiente non è immaginabile alle attuali condizioni e per via di un processo di unificazione che pare non essere ancora terminato e per ragioni di diversità di necessità all’interno dell’area europea stessa. E’ auspicabile che si compiano sforzi per procedere verso una completa riorganizzazione in chiave continentale del settore, con l’obiettivo di costruire un’Europa sistematicamente resiliente. I fattori di vulnerabilità sono infatti diversi e tra questi nel nostro continente si rilevano una difficoltà di accesso alla fonte, una carenza di infrastrutture o mancanza di adeguata manutenzione (sotto il profilo qualitativo e quantitativo), una carenza di integrazione politica ed economica (vedi i Paesi del Baltico e quelli dell’Europa Orientale), situazioni politiche instabili o mancanza di investimenti, un unico canale di rifornimento.

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Il petrolio che seduce i croati

Energia/EUROPA di

Il ministero dell’ambiente italiano ha aderito alla Valutazione ambientale strategica (VAS) transfrontaliera italo-croata sul piano del governo croato per lo sfruttamento di petrolio e gas nell’Adriatico settentrionale.

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“Essere pienamente a conoscenza di quel che si verifica a poca distanza dalle nostre coste, a maggior ragione perché si tratta di interventi energetici con un potenziale impatto ambientale, era per noi un passaggio irrinunciabile”, spiega il ministro Gian Luca Galletti. Che al tempo stesso ammette di aver agito anche “per rispondere a chi in questi mesi aveva temuto che l’Italia fosse semplice spettatrice di ciò che accade nell’Adriatico”. Un passo in avanti importante da parte delle autorità italiane per venire ufficialmente a conoscenza della strategia croata che coinvolge, di fatto, tutti i paesi confinanti bagnati dal mar Adriatico.

Ma da dove nasce l’ambizione del governo di Zagabria alle trivellazioni in cerca dell’oro nero davanti alle coste dalmate?

La recessione degli ultimi 6 anni e la nuova frontiera europea degli affari croati hanno spinto i suoi tecnici a considerare la Croazia in grado di divenire cruciale nelle politiche energetiche della regione. Ivan Vrdoljak, il ministro dell’Energia è il vero artefice della corsa al petrolio: trasformare la Croazia in una “piccola Norvegia” .

Il 2 aprile 2014 l’esecutivo socialdemocratico di Zoran Milanović pubblicava il suo primo bando di esplorazione offshore. Le acque territoriali croate venivano allora divise in 29 blocchi da 1000–1600 km2, quindici dei quali venivano proposti in concessione. La gara si chiudeva nel novembre del 2014 e i risultati venivano annunciati al gennaio del anno in corso. Il 2 gennaio, il governo informava che cinque colossi dell’energia si fossero aggiudicati 10 settori. Si tratta di Marathon Oil, OMV, INA, Medoilgas ed ENI, che potranno esplorare le acque croate nell’Adriatico centrale e meridionale, esattamente di fronte alle isole Incoronate e al largo di Dubrovnik. Il ministro dichiarava che l’ammontare degli investimenti è di circa 523 milioni di euro. L’accordo si prevede possa essere raggiunto e siglato entro il 2 aprile prossimo e l’intera fase delle esplorazioni si aspetta possa durare ben 5 anni.

Contrari al progetto, oltre alle associazioni ambientaliste dell’intera area del Mediterraneo, pare si sia messa anche l’opposizione di stampo conservatore all’attuale governo. Si accusa il progetto di mancata trasparenza e lo si considera potenzialmente dannoso per l’economia del turismo croata, vero traino degli affari croati. Più di 1000 isole che attraggono circa 12 milioni di turisti all’anno sono i numeri ai quali si fa riferimento per mettere dei paletti alle trivellazioni nell’Adriatico.

E poi c’è l’UE. Entro il 2020, la Croazia, facendo riferimento alla direttiva europea sull’efficienza energetica, dovrebbe rinnovare e riadattare (in termini di adeguamento al risparmio energetico) il 20% degli edifici di proprietà statale, con una progressione che prevede il raggiungimento di almeno il 6% entro il primo gennaio 2016. Un obiettivo che, senza un approccio serio, al momento attuale sembra fuori portata.
Ma l’impegno sull’efficienza energetica delle strutture è improrogabile e ha per riferimento il pacchetto legislativo “clima-energia” che la Commissione europea ha assegnato a tutti gli stati membri e che, attraverso la formula 20-20-20, punta al raggiungimento di un traguardo non poco ambizioso: un risparmio energetico del 20%, una riduzione dei gas serra (causa primaria del riscaldamento globale) del 20%, rispetto ai valori del 1990, e un aumento del 20% dell’energia elettrica proveniente da risorse rinnovabili (che probabilmente salirà al 30% entro il 2030 in base alle ultime proposte della Commissione europea).
Ma come farà la Croazia a raggiungere i target se attualmente la percentuale di produzione di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili ha raggiunto solo il 5% della produzione totale? E la corsa al petrolio come meta finale e “soluzione” dei problemi croati, stando a sentire il futuro florido fantasticato dal suo ministro dell’economia?

In questa prospettiva, il governo di Zagabria deve ufficializzare le sue priorità in conformità con gli impegni europei.
Secondo la mappa diffusa dal ministero e riprodotta più volte nelle 450 pagine del suo studio di impatto ambientale, i 29 settori interessati dall’attività petrolifera rasentano tutti i parchi naturali e nazionali della costa croata: l’arcipelago delle Brioni al largo dell’Istria, il Parco naturale di Porto Taier (Telašćica), le celebri Incoronate (Kornati), l’isola di Lagosta (Lastovo) e, appunto, il parco di Mljet.

Sono circa un milione gli italiani che scelgono le coste croate nei mesi estivi. Il sito di petizioni “avaaz.it” ha deciso di rivolgersi proprio a loro per fermare l’azione del governo croato. “Se riusciamo a raccogliere 150.000 firme, potremo fare pressione sul governo di Zagabria”, riassume Francesco Benetti, attivista presso Avaaz.it. Oltre alla versione in croato della petizione, l’azione andrà a espandersi in circuiti europei. “I nostri colleghi tedeschi stanno pensando di pubblicare una petizione identica”, aggiunge Benetti.
Ora, il governo italiano, facendo seguito non solo alle istanze dal basso per la tutela ambientale, ma anche alla partecipazione italianissima di ENI e MEDIOLGAS nel progetto, può finalmente accedere agli atti e prendere posizione. Ci si augura che ciò possa avvenire in tempi utili, ovvero entro la scadenza del 2 aprile prossimo e che sia la migliore delle decisioni.

 

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Putin – Erdogan: il ruggito delle vecchie potenze

Energia/EUROPA di

Con l’accordo sul gasdotto Blue Stream, Putin formalizza il protagonismo della Turchia di Recep Tayyip Erdogan nella ribalta internazionale.

Avevamo detto South Stream? Abbiamo scherzato: Blue Stream è la risposta esatta! Putin mischia le carte, fa l’occhiolino a Erdogan e assieme calano la carta del gasdotto, l’altro. Con il rublo in caduta libera, mai peggio di così dal lontano 1998, e all’indomani dell’attuazione delle sanzioni inflitte dall’UE a Mosca per la questione Ucraina, i due leader formalizzano l’accordo nell’ultimo vertice tenuto ad Ankara. Formalmente, additando la malagestione degli appalti decisi dalla Bulgaria come motivo del blocco dei lavori, ma sostanzialmente perché il conflitto tra Russia e UE è entrato nella sua fase acuta. Mosca deve attuare contromisure rapide e decisive per controllare la situazione ed evitare il peggio.

Nell’area si ragiona in funzione di un nuovo gasdotto che si concluderebbe nel confine greco-turco, presenziando dunque il mercato europeo. Dalla televisione all news russa in lingua inglese, RT, apprendiamo che il volume del nuovo gasdotto sarà pari a 63 miliardi di metri cubi, dei quali 14 serviranno a soddisfare il mercato interno turco. Nel frattempo riceverà tre miliardi di metri cubi aggiuntivi, via Blue Stream, gasdotto con portata da 16 miliardi di metri cubi che corre sul fondale del Mar Nero, collegando la Russia meridionale alle coste settentrionali turche e controllato da Gazprom e Eni.

E’ in questa ulteriore prospettiva, quella della guerra del gas, dei giacimenti di oro blu nella zona del Mediterraneo orientale che Erdogan cerca di imporre il suo gioco, sotto le mentite spoglie dell’arbitro. Quella del numero uno turco non è una politica estera doppiogiochista con effetto sorpresa. E’ la nuova real politik condotta dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu riassunto nel motto Policy of Zero Problems with Our Neighbours. In tale scenario vanno inseriti tutti gli investimenti economici nell’intera area dei Balcani dai primi anni 2000. La Turchia esercita un’ influenza determinata e determinante nel panorama economico e culturale dei paesi balcanici. Bosnia, Albania e Kossovo, Serbia e Macedonia, vedono tra i principali attori delle proprie economie e commerci la Turchia. Fondi per la costruzione di atenei universitari e scuole sono stati destinati a questi paesi dal governo di Ankara. Facile accendere la tv a Tirana e trovarvi infinite puntate di soap opera turche che si susseguono nelle programmazioni. Esercitare la propria influenza tramite il metodo del soft power è quello che sta facendo la Turchia nei Balcani e nel Mediterraneo orientale.

L’accordo con Putin è solo un aspetto di questa rete di interessi dalla quale il leader turco vuole elevarsi a protagonista. L’altro occhio osserva da vicino lo sviluppo del corridoio paneuropeo numero 10, quello che dovrebbe collegare Istanbul-Sofia-Igumenitsa-Budapest-Monaco di Baviera. Affari nel cuore dell’Europa.

Nel frattempo, la discussione verte  sulla posiziona turca nella guerra a ISIS, i tentennamenti di Erdogan e il suo disincanto alla corsa verso l’accettazione occidentale del paese dell’Asia Minore. Che non riconosca il governo di Strasburgo lo sanno i suoi e il mondo intero, molto bene. Nonostante, a differenza di Putin, Erdogan deve spesso fare i conti con una opposizione interna strutturata, il suo carisma, le uscite decisive e quelle non  poco bislacche su diritti civili e storia moderna ( Le Americhe scoperte dai musulmani!), tutto questo fa da sponda al protagonismo del turco nei nuovi intrecci geopolitici, nella corsa alla riscoperta delle antiche aree di “naturale” influenza, nello scacchiere delle frontiere mobili.

La “linea promessa” della politica estera russa ed il nuovo hub finanziario targato BRICS. Certe mode non passano mai.

AMERICHE/Asia/ECONOMIA/Energia di

Dal viaggio in America Latina al nuovo accordo dei Brics: la Russia tra una più consolidata politica estera e la creazione di un nuovo hub finanziario.

Il vecchio mondo bipolare sembra aver voltato pagina ma lo strascico di rivalità è tutt’altro che passato di moda: solo si sono modificate le modalità di confronto. Il viaggio di Putin effettuato in America Latina aveva come obiettivo nuove e più proficue relazioni politico commerciali con i Paesi oggetto di visita. Il messaggio ufficiale era quello di stabilire una linea promessa di alleanze. Quello indiretto poteva leggersi in due maniere: da un lato Putin arrivava oltreoceano per andare a stringere le mani ai vicini di casa degli statunitensi; dall’altro si trattava di un invito di più larga portata, per stimolare altri possibili partner ad entrare in un nuovo e diverso sistema di coalizioni politiche ed economiche tese a creare un sistema alternativo di preferenze e scambi commerciali.

Siamo onesti: il problema ucraino è qualcosa di politicamente molto fastidioso e la portata di questa nuova crisi a cavallo tra Russia e Stati Uniti è ampia ed ha influenze in molti settori. La Russia, così come tutti gli altri attori coinvolti loro malgrado deve prenderne atto. Questo rallentamento che Putin ha subito ad occidente ha però i suoi risvolti dall’altra parte del mondo: la visita presso numerosi Paesi latinoamericani; il ritorno di un presidente Russo in Nicaragua; il taglio di una  fetta enorme del debito cubano (debito che con l’attuale trend Cuba non sarebbe comunque stata in grado di saldare) con la prospettiva di rinsaldare la vecchia alleanza; nuove intese con il governo argentino sul fronte dei prestiti e degli investimenti anche e soprattutto sul nucleare; una tappa brasiliana che ha rivelato possibili accordi futuri nel settore militare, della collaborazione per lo sfruttamento del petrolio e, cosa più importante un positivo atteggiamento di fiducia nell’inaugurazione di proficui rapporti con il Cremlino. Insomma, la nazionale russa non avrà giocato la finale dei mondiali di calcio ma il suo presidente è tornato a casa soddisfatto della sua trasferta. Soddisfatto poi di un’ulteriore ma altrettanto significativo appoggio politico. Si perchè la sua visita ha raccolto consenso, da parte di alcuni dei probabili futuri partner di questa ritrovata alleanza russa, per quanto riguarda la questione ucraina. In breve, Putin offre aiuto economico a nazioni che geograficamente o economicamente (vedi l’Argentina) sono stretti nell’abbraccio di un ingombrante vicino (gli Stati Uniti) che a torto o a ragione li considera suoi condomini, con tutto quello che ne consegue. In cambio (e questo è solo uno dei successi attualmente riscontrabili), alcuni di questi Paesi considerano l’opzione di appoggiare politicamente il presidente russo in quello che si prospetta un lungo autunno.

Ed è proprio nel cortile di casa degli Stati Uniti che Putin ha segnato un importante punto. A Fortaleza la sfida è stata delle più importanti: l’ufficializzazione della creazione di un fondo monetario alternativo (CRA, Accordo di Riserva Contingente) e di una nuova banca di sviluppo. L’obiettivo è scalzare l’egemonia del dollaro e promuovere progetti nel continente africano, dando allo stesso tempo un’alternativa alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale e sviluppando i propri settori produttivi interni, che diverrebbero meno esposti alle turbolenze finanziarie internazionali. Data la proporzione rilevante della popolazione dei BRICS sul totale mondiale e del PIL realizzato dallo stesso gruppo sul totale del Prodotto mondale, la nuova forza di questo accordo sta non solo nella sottrazione di spazio geografico agli ormai già stabiliti hubs economici e finanziari “occidentali”, che si vedrebbero mancare di importanti mercati e spazi di espansione economica, ma alla preparazione di un nuovo blocco di alleanze che assumerà con ogni probabilità il ruolo di frangiflutti e di strategica alleanza al tempo stesso.

Francesco Danzi
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