GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Category archive

Diritti umani

Tra GDPR e rischi della rete. Il 24 maggio verrà presentato a Viterbo un libro sulla nuova normativa in materia di privacy.

La locandina dell’evento, che si terrà a Viterbo, alle ore 17.30 del 24 maggio, presso il Centro Studi Criminologici

 VITERBO: Tutti, ma proprio tutti, ormai, abbiamo sentito parlare del GDPR, ossia della General Data Protection Regulation. Chi non ha sentito parlare di questo acronimo, però, ha sicuramente percepito che “qualcosa” è cambiato. La privacy stessa, il suo concetto intrinseco, ontologico, ed il suo modo di manifestarsi, sono cambiati.

Una lezione dell’avv. Dell’Aiuto (a sinistra) presso il Centro Studi Criminologici sulla privacy per giornalisti. Fonte www.criminologi.com

Altrettanto, tutti sanno che la privacy non è solo qualcosa che riguarda chi utilizza il computer o si occupa di comunicazione. La privacy o, più correttamente, le leggi che regolano la privacy, ha permeato e sta permeando tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana, lavorativa, familiare.

Se la percezione che se ne trae è che la cosa riguardi solo il mondo di internet et similia, ciò è perché – di fatto – queste cose hanno profondamente mutato la nostra società: una cosa così importante nelle nostre vite non poteva mutare la “sua” privacy senza che ce ne accorgessimo. Parliamoci chiaro però: ai fini pratici, per chi si comporta da normale utente del web o da semplice consumatore, poco o nulla è cambiato. Almeno in apparenza. Perché, in realtà, anche per i singoli utenti, le cose sono ben diverse sia in termini di diritti sia, soprattutto, in relazione ai doveri che dalla nuova normativa derivano.

Totalmente diversa è la faccenda per chi ha un’azienda, svolge una professione, o – anche se soggetto pubblico – conserva e gestisce dati. Ma anche per chi gestisce un sito o per chi si occupa di ricerca. Insomma, chiunque venga a contatto o possa solo potenzialmente avere a che fare con delle informazioni altrui deve adeguarsi al nuovo regolamento europeo 679/2016.

Il regolamento di cui parliamo non abroga il c. d. “Codice della Privacy” italiano, ossia il d. lgs. 196 del 2003, ma lo integra e – parzialmente – lo modifica, essendo la normativa europea regolamentare direttamente applicabile negli Stati membri. Non è escluso che altri regolamenti nazionali attuativi dovranno implementare in Italia la normativa europea ma, in ogni caso, ne vedremo delle belle.

Di questo tema, e dei molti altri argomenti ad esso correlati, si occupa l’ultimo libro scritto dall’avvocato Gianni Dell’Aiuto: “La protezione dei dati personali. Tra GDPR e altri rischi della rete”, pubblicato per i tipi delle Edizioni Efesto nel mese di marzo 2019.

Il libro rappresenta un florilegio di articoli scelti dall’autore tra i numerosi interventi scritti per l’Accademia Italiana Privacye sulla riviste Futuro Europa oltre che, ovviamente, anche qui su European Affairs Magazine. Dell’Aiuto – legale e DPO (data protection officer) di origini toscane, ma appartenente al foro di Roma – tratta delle problematiche connesse al GDPR ed alla privacy in relazione alla comunicazione, alla sicurezza, alle problematiche sociali come lo stalking e la tutela dei minori, senza tralasciare l’impatto che la nuova normativa produrrà nell’uso domestico o professionale di internet, nell’ambito della cybesecurity e del cybercrime, nelle professioni forensi e giornalistiche.

Il fatto che la sua ultima fatica sia un’antologia di articoli non ci deve sorprendere: non possiamo infatti omettere che l’avvocato, oltre a possedere una caratura professionale forense di altissimo livello – che si estrinseca principalmente nell’ambito della contrattualistica e del diritto per l’impresa e la sua internazionalizzazione – ha completato il suo profilo con un’intensa attività di pubblicazione, sia hobbystica che professionale, su numerose riviste ed è anche autore di due romanzi.

il logo della biblioteca internazionale “Scripta Hic Sunt” del Centro Studi Criminologici

Il suo libro verrà presentato a Viterbo, il 24 maggio 2019 alle ore 17.30, presso il Centro Studi Criminologici Giuridici e Sociologici, sito in Piazza San Francesco n. 2, ovviamente a ingresso libero. E anche questo non è casuale.

Come noto, il Centro Studi sta ormai ampliando i suoi interessi ad ambiti sempre più diversificati del diritto, e delle scienze umane e sociali. La trasversalità della trattazione nel testo di Dell’Aiuto, nonché della tematica “privacy” stessa, che permea ormai ogni aspetto della società, non poteva non attirare l’interesse del CSC.

Il Centro, infatti, sta recentemente sviluppando una sensibilità  sia per le questioni internazionali – cosa che il GDPR rappresenta, in quanto norma giuridica sovranazionale – sia proprio per la tutela della privacy: è recentissimo un seminario deontologico tenuto proprio dall’avvocato Dell’Aiuto ed organizzato gratuitamente dall’area giornalismo del CSC in favore di 25 giornalisti, ai fini della formazione professionale continua.

E, inoltre, non è escluso che in futuro il Centro possa avviare un percorso formativo dedicato proprio al GDPR ed alla privacy. La figura del Data Protection Officer, ormai indispensabile nelle aziende e nella Pubblica Amministrazione, è sempre più ricercata nel mondo del lavoro. 

Nel Centro Studi le presentazioni dei libri – e ne sono stati presentati parecchi – sono normalmente organizzate e pianificate dalla dottoressa Maria Assunta Massini Tarsetti, membro del comitato scientifico e direttore della Biblioteca Internazionale “Scripta Hic Sunt” del CSC, che sarà presente insieme all’autore, per accogliere gli appassionati della materia e non solo.

La biblioteca, ove si terrà la presentazione, raccoglie alcune migliaia di volumi attinenti alle materie scientifiche di interesse del Centro e – costantemente aperta al pubblico – è anche inserita nel circuito internazionale del prestito interbibliotecario e nell’anagrafe delle biblioteche italiane.

L’evento sarà moderato da chi scrive, ma questo non è un particolare importante.

La copertina del libro che verrà presentato a Viterbo

 

 

La Corea del Nord e la legge di attrazione.

La bandiera del Partito dei Lavoratori di Corea, che raffigura l’emblema dell’ideologia “Juche”, ossia del socialismo nordcoreano (falce, martello e, in rappresentanza degli intellettuali, pennello calligrafico). Fonte Wikipedia

Adesso non prendetemi per pazzo. Il titolo è bizzarro, non solo per motivi di marketing o di SEO. Chi di Voi lettori ha mai sentito parlare della legge di attrazione? Ma sì dai, quella teoria bizzarra d’oltreoceano, diffusa inizialmente attraverso il libro “The Secret” (a cui poi sono seguiti una serie di “successi” editoriali), secondo cui se pensiamo intensamente e con fiducia ad una cosa, sia essa positiva o negativa si avvererà: praticamente se si pensa a ad un obiettivo personale, o ad una nostra paura, queste si materializzeranno. Se pensiamo ad una persona probabilmente la incontreremo o ci telefonerà. Ecco. Qualche volta, lo confesso, ho “applicato” la legge di attrazione e quello che avevo pensato si è verificato. Non voglio venderVi libri o teorie e non sono un coach o un motivatore. Ma erano diversi giorni – lo giuro! – che pensavo alla Corea del Nord. Ero scettico ma mi sto ricredendo.

È un argomento che mi ha sempre appassionato, per carità. Ma da diversi giorni guardavo documentari e leggevo notizie su quel Paese, sia in relazione alle normali nozioni che su di esso sono diffuse, sia alle trattative con gli USA che sembrerebbero in stallo. Molti penseranno che mi sono limitato a rinverdire le mie conoscenze a seguito del discorso di Capodanno da parte di Kim Jong-Un.

No, non è vero. Ci pensavo da prima. Ho controllato la mia cronologia internet ed è chiaro che la legge di attrazione ha funzionato. Per esempio: ho guardato sia su Sky che su Youtube (ovviamente in lingua originale) il lungo documentario del giornalista Michael Palin della BBC. Dopo pochi giorni, il 24 dicembre, una Corte statunitense ha condannato la Corea del Nord ad un risarcimento stratosferico per la morte del giovane studente 22enne Otto Warmbier, che – punito con 15 anni di lavori forzati per aver rubato un manifesto politico nell’area riservata di un hotel per turisti di Pyongyang – era ritornato a casa in coma dopo meno di un anno e mezzo di detenzione. La vicenda ormai è solo relativamente recente. Probabilmente i nordcoreani non avrebbero voluto farlo morire lì da loro (ed è strano che il giovane sia morto in seguito a torture o maltrattamenti, perché tutti i prigionieri stranieri pare vengano trattati molto bene, in qualità di merce di scambio per richieste di natura diplomatica nei confronti degli Stati di appartenenza). Ovviamente non esistono strumenti giuridici per costringere la Corea del Nord a pagare. E non credo che la DPRK impugnerà la decisione… La precisazione sull’albergo per turisti a Pyongyang è che, secondo alcuni siti internet, esistono solo pochi hotel riservati agli stranieri ed in alcuni di essi non esisterebbe il terzo o il quinto piano: vale a dire, secondo alcuni siti (di cui non escluderei comunque la matrice esageratamente complottista) un piano dell’hotel sarebbe destinato a spiare gli ospiti dell’albergo. Ecco come il giovane Warmbier sarebbe incappato nelle maglie della draconiana giustizia nordcoreana: entrando nel piano interdetto agli ospiti e trafugando, probabilmente per gioco, un manifesto di propaganda. Peccato fosse stato filmato ed arrestato all’aeroporto proprio il giorno della sua partenza verso gli States.

Successivamente, dopo qualche giorno, ho guardato i documentari sudcoreani di “Asian Boss”, in cui si intervistano alcuni disertori – o meglio defectors –  che sono scappati dal Nord per trovare rifugio al Sud, via Cina. Ebbene, dopo qualche giorno ecco il discorso di Kim Jong-Un, che ricorda agli Stati Uniti di limitare le sanzioni, salvo sospendere il processo di denuclearizzazione. Altra conferma della legge di attrazione. Ho cominciato a dare di nuovo un’occhiata in rete e mi era venuto in mente un vecchio gloriosissimo post del nostro ex Ministro degli Esteri Alfano, in cui si annunciava l’allontanamento dell’ambasciatore nordcoreano a Roma, Mun Jong-nam, come “persona non grata” (non gradita, nel senso latino del termine), in segno di protesta per i lanci missilistici del regime di Kim, peraltro sanzionati oltre che dall’ONU anche dall’UE (su European Affairs ne avevamo parlato qui).

Era un po’ che non cercavo informazioni su via dell’Esperanto, sede dell’ambasciata a Roma. Ed

L’ambasciata della DPRK in Italia, in via Esperanto 26 a Roma, secondo Google Street View.

effettivamente le informazioni sono sempre state molto poche, anche prima di tutti questi eventi. Esistono dei siti internet che diffondono i dati sulle ambasciate e sugli uffici consolari: ma sulla rappresentanza diplomatica della DPRK si trova sempre poco o nulla. Sull’ambasciatore, e anche sulla vicenda del suo allontanamento, esistono alcuni post sul sito internet della sezione italiana della KFA, l’associazione dell’amicizia della Corea del Nord. Per inciso, la KFA è un’associazione fondata da Alejandro Cao de Benós, che è un attivista spagnolo, anche cittadino nordcoreano, incaricato della DPRK per i rapporti con l’occidente. La KFA, apprendiamo dal suo sito, consente ai soci di viaggiare in Corea del Nord, in qualità di ospiti graditi, lungo degli itinerari che normalmente non sono aperti ai comuni turisti, nonché di partecipare a diverse iniziative culturali pro-DPRK. E in questo non c’è assolutamente nulla di male. Anzi. I viaggi per turisti (e per giornalisti) normalmente sono infatti sempre guidati ed organizzati.

Sembrerebbe, secondo alcuni documentari riportanti le dichiarazioni dei disertori, che in Corea del Nord anche i cittadini no

n godano del pieno diritto di circolazione all’interno del Paese. Pare che per spostarsi da una provincia all’altra o addirittura all’interno di una stessa provincia sia necessario un documento di autorizzazione. Ma questo è quanto raccontano i defectors. Ovviamente nulla è confermato, né smentito.

Mi sono sempre chiesto se l’ambasciatore partecipasse ai periodici incontri della diplomazia presente a Roma, agli auguri di Natale, alle feste nazionali dei singoli Paesi che normalmente sono oggetto di invito tra le comunità diplomatiche residenti in una Capitale. Non ho notizie certe, ma non credo che ciò sia avvenuto con frequenza. Altrimenti la cosa avrebbe destato anche un minimo scalpore. Da qualche parte, ieri, ho letto che l’ambasciatore non era completamente o del tutto accreditato Mi sembra strano perché dall’elenco delle rappresentanze diplomatiche straniere in Italia, reperibile qui sul sito del M. A. E. C. I., risulta anche l’ambasciata della DPRK.

A ora di pranzo, sempre di ieri, leggo un’agenzia in cui si dice che l’incaricato d’affari della Corea del Nord in Italia, il 48enne Jo Song-gil, che era di fatto il diplomatico di Pyongyang di rango più alto nella nostra penisola, ha disertato con tutta la sua famiglia. Ossia è scappato dalla sede diplomatica e non si sa dove sia, almeno dalla fine di novembre. Era rimasto l’unico diplomatico “operativo”, dopo l’allontanamento dell’ambasciatore. L’elemento eccezionale sembrerebbe proprio che l’incaricato d’affari fosse in Italia con la sua famiglia, cosa che – pare – non sia generalmente concessa ai diplomatici nordcoreani, proprio perché in caso di tradimento lascerebbero la propria famiglia in Patria. Molte fonti giornalistiche sostengono che in caso di tradimento o diserzione, il regime avvii dei procedimenti sanzionatori nei confronti dei familiari dei traditori. La possibilità concessa all’incaricato d’affari lascia presumere che questi fosse un soggetto di altissimo rango e di comprovata fedeltà al governo nordcoreano.

La bandiera della Repubblica Democratica Popolare di Corea (fonte Wikipedia)

Analogo episodio era occorso in Gran Bretagna, quando il vice ambasciatore, con la sua famiglia, aveva disertato e abbandonato la sua sede diplomatica.

Adesso sembrerebbe che il diplomatico accreditato in Italia, prossimo alla scadenza del suo mandato, abbia chiesto asilo politico in o ad una non meglio specificata nazione occidentale. Questo è quanto confermano fonti sudcoreane.

L’ambasciata della DPRK a Roma è sicuramente strategica, perché consente a qual Paese orientale di intrattenere relazioni diplomatiche oltre che con il Belpaese, anche con la FAO, l’IFAD ed il WFP, tutte agenzie ONU che si occupano di aiuti umanitari nel campo dell’agricoltura e dell’alimentazione. Alcune di esse hanno anche una rappresentanza in quel Paese. Purtroppo la Corea, negli scorsi anni, è stata colpita da numerose carestie che hanno in parte affamato la popolazione. A questo si aggiunge l’inevitabile arretratezza industriale dell’agricoltura nazionale che risente del regime sanzionatorio rivolto alla DPRK dalla comunità internazionale. Pertanto, le agenzie “alimentari” dell’ONU sono fondamentali.

La nostra Farnesina nega di essere a conoscenza di quanto abbia fatto o stia facendo il diplomatico. Non sappiamo se e quanto ci sia l’opera di una intelligence nostrana o straniera in tutto questo. Devo ammettere che non ho nemmeno idea di quali possano essere gli interessi italiani in Corea del Nord. L’Italia non ha una sua ambasciata a Pyongyang: le funzioni diplomatiche e consolari sono assolte dall’Ambasciata d’Italia a Seul, per cui gli Italiani in difficoltà in Corea del Nord possono rivolgersi all’Ambasciata svedese o alle altre ambasciate di stati dell’UE in DPRK (ad esempio quella Romena). L’unico modo di raggiungere la Corea del Nord è un volo da Pechino, da Shenyang o dalla russa Vladivostok. Il visto è obbligatorio per quasi tutti i Paesi del mondo (tranne per i cittadini di Singapore. Una volta erano esonerati dal visto anche quelli della Malesia, ma le relazioni diplomatiche tra i due Paesi si sono interrotte a seguito dell’assassinio del fratellastro di Kim Jong-Un, Kim Jong-Nam, avvenuto nel 2017 a Kuala Lampur in circostanze misteriose).

Di questa vicenda, che continuerò a monitorare, ho capito due cose: la prima è che il dossier Corea del Nord è tutt’altro che in via di risoluzione e che probabilmente gli USA non sono gli unici attori (unitamente alla Corea del Sud) nel processo di pacificazione e denuclearizzazione della penisola (mi piacerebbe molto dire riunificazione, ma sarebbe troppo), perché anche l’Europa (intesa come UE o come singoli Stati membri) presto potrebbe avere un suo ruolo.

La seconda cosa che ho capito, e che più di tutto mi stupisce, è che forse la legge di attrazione funziona davvero.

Le condannate Irachene: il rapporto di Amnesty International denuncia lo sfruttamento sessuale di donne e bambine

Diritti umani/MEDIO ORIENTE di

Fin dall’apparizione dello “Stato Islamico”, Amnesty International ha documentato i crimini di guerra e contro l’umanità del gruppo armato e rilevato le violazioni del diritto umanitario internazionale da parte della coalizione che lotta contro lo “Stato Islamico”. Amnesty International ha diffuso un rapporto intitolato “Le condannate: donne e bambine isolate, intrappolate e sfruttate in Iraq” che rivela la discriminazione praticata dalle forze di sicurezza, dal personale dei campi rifugiati e dalle autorità locali nei confronti delle donne e delle bambine sospettate di essere affiliate allo “Stato islamico”. Il rapporto è il risultato di interviste a 92 donne presenti in otto campi rifugiati delle provincie di Ninive e Salah al-Din. Gli operatori hanno rilevato lo sfruttamento sessuale in tutti i campi visitati.

Le donne intervistate sono alla disperata ricerca di qualsiasi informazione su mariti e figli che sono stati arrestati mentre fuggivano dalle forze irachene e curde e dalle aree controllate dallo stato islamico. La maggior parte delle donne ha riferito che agenti statali hanno negato di tenere i loro parenti o si sono rifiutati di fornire informazioni sulla loro ubicazione. In tali casi, gli uomini e i ragazzi interessati sono stati sottoposti alla cosiddetta “sparizione forzata” ovvero quando una persona viene arrestata, detenuta o rapita da uno stato o da agenti dello stato, che negano che la persona sia trattenuta o che nascondano la loro ubicazione, ponendoli al di fuori della protezione della legge. La sparizione forzata è di per sé un crimine ai sensi del diritto internazionale e pone gli individui a grave rischio di esecuzione extragiudiziale, tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani. Di conseguenza sono donne costrette a badare a sé stesse, e spesso ai loro figli, dopo che i loro parenti maschi sono stati uccisi, sottoposti ad arresti arbitrari o fatti sparire durante la fuga dalle zone controllate dallo “stato islamico” a Mosul e nei dintorni. Nella maggior parte dei casi il “reato” sarebbe stato quello di fuggire dalle roccaforti dello “Stato islamico”, di avere un nome simile a quelli presenti nelle discutibili liste dei ricercati o di aver lavorato come cuoco o autista per conto dello “stato islamico”.  Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International ha dichiarato: “La guerra contro lo ‘Stato islamico’ sarà pure finita ma la sofferenza dei civili iracheni no. Donne e bambine sospettate di avere legami con lo ‘Stato islamico’ vengono punite per reati che non hanno commesso. Cacciate dalle loro comunità, queste persone non sanno dove andare e a chi rivolgersi. Sono intrappolate nei campi, ostracizzate e private di cibo, acqua e altri aiuti essenziali. Questa umiliante punizione collettiva rischia di gettare le basi per ulteriore violenza e non aiuta in alcun modo a costruire quella pace giusta e duratura che gli iracheni desiderano disperatamente”.

Tra disperazione e isolamento queste donne corrono elevati rischi di essere sfruttate sessualmente da parte delle forze di sicurezza, del personale armato dei campi e da miliziani presenti all’interno e all’esterno di quelle strutture. In ciascuno degli otto campi visitati, Amnesty International ha incontrato donne costrette o spinte ad avere rapporti sessuali in cambio di denaro, aiuti e protezione. Sono donne rischiano di essere stuprate e la testimonianza di quattro di loro rivela che le donne hanno assistito a stupri o che hanno sentito le urla di una donna, in una tenda vicina, stuprata a turno. Le testimoni hanno poi descritto l’esistenza di un complesso sistema di sfruttamento che variava da campo a campo. In alcuni campi le donne venivano messe in un’area speciale in cui gli uomini sarebbero venuti a cercare donne single e per sfruttarle sessualmente. Altre donne hanno raccontato di relazioni sessuali organizzate da attori armati, membri dell’amministrazione del campo o altri che fungevano da “protettori”. Questi protettori, uomini o donne, costringevano con la tortura le donne ad avere rapporti sessuali con gli uomini. Poiché lo sfruttamento sessuale è così diffuso nei campi, gli operatori umanitari sono ora preoccupati che le infezioni trasmesse sessualmente, le gravidanze indesiderate e gli aborti non sicuri emergeranno come le prossime sfide nei campi rifugiati.

In questa situazione vivono ragazze come “Dana” (20 anni), ragazze che hanno subito numerosi tentativi di stupro o che hanno ricevuto pressioni per rapporti sessuali dagli uomini della sicurezza. Sono ragazze che vengono considerate alla stregua di un combattente dello “Stato islamico”, che verranno stuprate e rimandate nella propria tenda. Sono ragazze umiliate. Sono storie che portano “Dana” a dire: “Vogliono far vedere a tutti quello che possono farmi, privarmi dell’onore. Non mi sento al sicuro nella tenda. Vorrei una porta da poter chiudere e delle pareti intorno a me. Ogni notte dico a me stessa che è la notte in cui morirò”. E cosi ancora anche il racconto di “Maha”: “A volte mi chiedo: perché non sono morta in un attacco aereo? Ho cercato di suicidarmi, mi sono versata addosso del cherosene ma prima di darmi fuoco ho pensato a mio figlio. Sono come in una prigione, completamente sola, senza mio marito, senza mio padre, senza più nessuno”. Maha ha poi aggiunto di sentirsi come se si fosse appena svegliata da un brutto sogno, ma ciò che la circonda ora è anche peggio. “A causa della loro presunta affiliazione allo ‘Stato islamico’ queste donne stanno subendo trattamenti discriminatori e disumanizzanti da parte di personale armato che opera nei campi. In altre parole, coloro che dovrebbero proteggerle diventano predatori”, ha commentato Maalouf. Inoltre, questi gruppi familiari non ottengono i documenti necessari per lavorare o muoversi liberamente, rendendo il campo un centro di detenzione. Il problema è aggravato dal fatto che, in diverse parti dell’Iraq, le autorità locali e tribali hanno vietato il ritorno delle donne e dei propri figli per un sospetto legame allo “Stato islamico”. Coloro che sono riuscite a tornare a casa rischiano sgomberi forzati, sfollamenti, saccheggi, intimidazioni, molestie e minacce sessuali e, in alcuni casi, le loro abitazioni sono state marchiate con la scritta “Daeshi” (il nome arabo dello “Stato islamico”). In seguito, sono state distrutte o non hanno più ricevuto elettricità, acqua e ulteriori forniture.

La situazione rischia persino di peggiorare dato che i finanziamenti internazionali per la crisi umanitaria in Iraq si stanno riducendo notevolmente e con l’approssimarsi delle elezioni parlamentari di maggio, le persone presenti nei campi profughi sono sollecitate ad andarsene per l’intenzione del governo iracheno di chiuderli e ristrutturarli. Maalouf ha sottolineato che il governo iracheno deve fare sul serio quando parla di porre fine alle violenze contro le donne nei campi rifugiati e che deve processare i responsabili. Le autorità devono assicurare che le famiglie sospettate di legami con lo “Stato islamico” abbiano uguale accesso agli aiuti umanitari, alle cure mediche, ai documenti d’identità e che possano ritornare alle proprie abitazioni senza il rischio di persecuzioni. Ha concluso dicendo: “Per porre fine al velenoso ciclo di emarginazione e violenza che piaga l’Iraq da decenni, il governo iracheno e la comunità internazionale devono impegnarsi a rispettare i diritti di tutti gli iracheni e di tutte le irachene senza discriminare. Altrimenti, non potranno esserci le condizioni per la riconciliazione nazionale e per una pace duratura”. L’Iraq è stato parte di molti dei principali trattati internazionali sui diritti umani, tra cui il Patto internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone contro le sparizioni forzate e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. L’Iraq ha il dovere di rispettare, proteggere e rispettare i diritti alla vita, alla libertà dalla tortura e altri maltrattamenti, alla libertà e alla sicurezza della persona e ad un giusto processo. Non riuscendo a prevenire e rimediare esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e torture da parte delle forze irachene e altre milizie allineate al governo, l’Iraq sta violando i suoi obblighi legali e può essere ritenuta responsabile di queste gravi violazioni dei diritti umani.

Rainer Maria Baratti
Vai a Inizio