GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Difesa - page 6

Difesa, Il Capo di Stato Maggiore Graziano incontra membri del congresso USA

Difesa di

Questa mattina, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano, ha incontrato  una delegazione di sette membri della House of Representative, uno dei due rami del Congresso degli Stati Uniti, guidata dal repubblicano Paul Cook, che è anche Vice Presidente delle commissioni parlamentari esteri, Difesa e Ambiente.

L’evento è stata un’ottima occasione per la delegazione statunitense per discutere  alcuni temi di grande importanza partendo dalle relazioni bilaterali USA-Italia nel settore della Difesa e dalla rilevanza strategica della NATO, tanto per gli Stati Uniti quanto per l’Europa in linea con quanto discusso ai massimi vertici politici nella giornata di ieri dal Presidente del Consiglio Gentiloni e dal Presidente Trump.

IMG_3339I deputati hanno mostrato grande interesse per la riorganizzazione della Difesa italiana, fissata dal Libro Bianco e illustrata dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, nonché per l’impegno del nostro Paese in tutte le aree di crisi internazionali e, in particolare, in Afghanistan e in Iraq dove le Forze armate italiane sono il secondo contributore dopo gli Stati Uniti.

Il Generale Graziano ha ricevuto espressioni di elogio per il ruolo chiave che il nostro Paese sta svolgendo per  la risoluzione della crisi libica,  per la gestione dell’emergenza dei flussi migratori nel Mediterraneo nonché per  la pregevole capacità dimostrata dai soldati italiani nelle attività di addestramento e consulenza a favore delle forze di sicurezza locali.

La delegazione statunitense ha ringraziato per la calorosa accoglienza riservata, auspicando la possibilità di pervenire ad un ancora più marcato rafforzamento del rapporto tra USA e Italia nel settore della Difesa, compreso quello industriale.

Il Generale Graziano, nel salutare i rappresentanti del Congresso ha sottolineato come “le Forze armate italiane e statunitensi hanno raggiunto un’alleanza particolarmente solida perché cementata nei teatri di crisi lavorando fianco a fianco e condividendo gli stessi rischi nella difesa dei medesimi valori democratici.

Cybersecurity, le vulnerabilità di sistema al centro del report settimanale

Difesa/INNOVAZIONE di

Un tema centrale e che, dopo i recenti sviluppi, sta assumendo sempre maggior rilievo nel mondo della sicurezza informatica, è quello delle Vulnerabilities. Una vulnerability è definibile come “a weakness which allows an attacker to reduce a system’s information assurance”.

È chiaro, quindi, come nel mondo delle Vulnerabilities (d’ora in poi VV.), siano tre i fattori chiave: la presenza di una VV., l’accesso di un attore ostile al sistema compromesso da una VV, la capacità dell’attore ostile di sfruttare la VV. Quando una VV. è scoperta, essa garantisce all’attore ostile un vero e proprio potere monopolistico nei confronti del sistema target. Nel caso in cui l’attacker sia l’unico a conoscenza della vulnerabilità, la VV. assume il nome di “zero day”, poiché, dal momento in cui viene sfruttata, il responsabile della sicurezza del sistema target ha zero giorni per rimediarvi. Appare, quindi, chiaro come le VV. (e in particolare le 0day) siano oggetto di enorme attenzione da parte di tutti i soggetti attivi nel cyber-spazio (pubblici e privati), poiché permettono, a chi le detiene, un canale privilegiato attraverso il quale perseguire i propri obiettivi. Semplificando, quindi, nel mondo delle 0d esistono due figure: chi scopre la 0d e chi ha la responsabilità della sicurezza del sistema compromesso dalla VV. In genere, quindi, i secondi attori vogliono essere anche i primi (e quindi venire a conoscenza delle “falle” del sistema di cui sono responsabili), mentre i primi fanno di tutto perché questo non avvenga (e per preservare il proprio privilegio).

Per esempio, la capacità di individuare le VV. dei propri prodotti, permette ai produttori di patchare i propri software ed evitare perdite di denaro, prestigio e clienti. Dall’altra parte il monopolio di una 0d garantisce ad un attore ostile un doppio potere: il primo, effettivo, di sfruttare la VV. a proprio vantaggio, il secondo, latente, di minacciare l’utilizzo di una VV. per ottenere un risultato. In questa dinamica, in cui è la conoscenza delle falle dei propri e degli altrui sistemi informatici il catalizzatore del potere, si inseriscono le agenzie di intelligence (in particolare quella USA) che, di volta in volta, possono impersonare entrambi gli attori del gioco. L’attività di ricerca delle VV. da parte della CIA è, infatti, capillare come hanno parzialmente rivelato i leaks del marzo 2017 pubblicati da Wikileaks (Vaul 7 e Dark Matter) e si rivolge tanto all’esterno quanto all’interno (Offesa/Difesa).

Per iniziare a capirlo dobbiamo introdurre un elemento chiave, il Vulnerabilities Equities Process (VEP). Il VEP è “un procedimento interno al Governo USA in base al quale viene valutata la possibilità di tenere riservate o al contrario pubblicare delle vulnerabilità nella sicurezza di un software”. Se la VV. supera le soglie di verifica diventa materiale riservato del Governo e, quindi, della sua Agenzia di Intelligence. Generalmente, la soglia è costituita dalla rilevanza strategica della VV. in esame, anche se, come hanno suggerito gli ultimi leaks, molte VV. non strettamente rilevanti sono state tenute in gran segreto da parte del Comparto americano. Un altro criterio essenziale con cui viene giudicata la rilevanza di una VV. è quello della pubblicità del sistema target. Infatti se è alta la probabilità che un attore indipendente (esterno all’Intelligence) scopra (in realtà riscopra) la VV. del target, alto diventa anche il rischio di continuare a tenerla segreta. Infatti, un monopolio garantisce un potere, una diffusione creerebbe solo problemi, tra gli altri la perdita del vantaggio, il clima di instabilità, i danni agli utenti di un software vulnerabile e, nel caso, non così remoto, di leaks, la perdità di credibilità dell’Agenzia.

A tal proposito, Trey Herr e Bruce Schneier parlano di “tasso di riscoperta delle VV.” e ne illustrano l’andamento crescente degli ultimi anni. La riscoperta delle VV. è quindi fattore chiave nella dinamica di cyber-potere che le VV. creano, poiché annullano il privilegio detenuto da alcuni attori e ri-parificano un vantaggio strategico. È chiaro, quindi, come le Agenzie di Intelligence operino (con la ricerca di VV.) in due sensi: garantirsi una 0d e annullare la 0d di un altro attore (state o non state). Conseguentemente, è facile capire il ruolo giocato dalle 0d nel mercato Cyber, in particolare all’interno del modello di sviluppo conosciuto come CaaS (Crime-as-a-Service), una forma di crimine-business service-based (basato sui servizi) che fa da motore ad un enorme catena di valore globale del Cyber-crime. Il cyber-criminale (singolo o organizzato) diventa, quindi, il produttore e il fornitore di una vasta gamma di prodotti e servizi che inondano il mercato globale e che vengono acquistati da altri soggetti interessati ad aggiungere alle proprie attività (lecite e non) un nuovo investimento. Si è creato così uno 0day-market, oggi sempre più vasto ed importante (Lamanna cita l’esempio di Zerodium).

Per concludere, completo il quadro descritto con un’aggiunta: lo studio di Herr e Schneier rivela come il “tasso di riscoperta delle VV.” sia in costante ascesa e come questo abbia importanti ripercussioni sulla stabilità del mercato informatico legale. Passando da una situazione di monopolio delle VV. ad una di distribuzione periferica di esse (che è il caso di un alto tasso di riscoperta associato ad un grande cyber-mercato criminale), il mercato diventa vittima di un clima di insicurezza generalizzata, in cui l’incertezza su chi e quanti detengano la VV. di un sistema determina l’impossibilità per le aziende produttrici di mettere in sicurezza i propri prodotti e la sfiducia dei consumatori nei confronti di esse.

 

Di Lorenzo Termine

Quando è stata creata e perché MOAB la madre di tutte le bombe

AMERICHE/Difesa di

Una crisi come quella che si sta verificando in questi giorni non si vedeva forse da decenni, due delle più grandi potenze militari si fronteggiano apertamente in medio oriente mentre un secondo fronte per gli americani si apre nel pacifico con la Corea del Nord.

In questo specifico momento il mondo viene a conoscenza della più potente delle bombe convenzionali, la madre di tutte le bombe, come viene definita dagli stessi americani che l’hanno lanciata in Afghanistan.

Questo ordigno fu sviluppato nel 2003 per poterla rendere disponibile durante l’operazione “Iraqi freedom” contro Saddam Hussein, per poterlo mettere sotto pressione e indurlo ad una resa.

L’ordigno è realizzato in alluminio, progettato per esplodere in superfice e non per penetrare in profondità è una “bomba intelligente” con munizioni guidate da GPS. Ha pinne stabilizzanti e giroscopi inerziali per il controllo del pitch and roll.

Pesa ben 10.000 kilogrammi! Il MOAB ha una testata di 8,482 Kg nota come BLU-120 / B, che è fatta di H6 – una miscela di ciclotrimetilene trinitramina, TNT e alluminio. È molto grossa, circa 30 metri di lunghezza con un diametro di 40,5 pollici.

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La reazione dei russi non si è fatta aspettare e secondo “globalsecurity.org” l’11 settembre del 2007, l’esercito russo ha annunciato di aver testato il “padre di tutte le bombe”, la più potente munizione a cielo aperto non nucleare del mondo. I russi hanno detto che è quattro volte più potente del MOAB, anche se ha tecnicamente meno esplosivi (7,8 tonnellate rispetto ai 8 tonnellate del MOAB). Il FOAB si dice che utilizzi esplosivi più efficienti, portando l’equivalente di 44 tonnellate di TNT con un raggio d’azione di 300 metri, pari a quello del MOAB.

 Il MOAB è stato usato nei giorni scorsi per colpire delle postazioni dell’ISIS in Afghanistan. L’operazione è stata diretta per una grotta e i complessi sistemi du tunnel dei terroristi nel distretto di Achin della provincia di Nangarhar.

La bomba è stata caricata su un Hercules C-130 e posizionata in una culla su una piattaforma “airdrop” fino a quando l’intera piattaforma è stata tirata fuori dal piano ad un’altitudine elevata da un paracadute drogue, utilizzato per rallentarlo. Una volta in aria, l’arma è stata liberata rapidamente dalla piattaforma per mantenere il suo slancio in avanti. Le alette della griglia si aprirono per stabilizzarla e guidarla al suo bersaglio.

La battaglia di Mosul e il dibattito sull'unita nazionale irachena

Asia/Difesa di

Le dichiarazioni e le denunce da parte di diversi attori internazionali riguardo le numerose vittime civili causate dai bombardamenti statunitensi su Mosul, hanno inevitabilmente rallentato l’avanzata nella Città Vecchia. Ad oggi le forze dell’esercito nazionale iracheno sono rallentate dai militanti dello Stato Islamico nei pressi della Grande Moschea di al-Nuri. Si valuta che circa 300.000 persone siano ancora presenti nei quartieri della Città Vecchia di Mosul, e ciò induce ad una necessaria pazienza da parte dei militari iracheni. Tuttavia la sconfitta dei terroristi e la liberazione della Moschea avrebbe una portata simbolica enorme: proprio qui infatti nel 2014 Abu Bakr al-Baghdadi proclamava la nascita di Daesh.

Alla rallentata offensiva sul fronte Ovest, fa da contraltare una accelerazione verso la normalità nella parte Orientale della città. Secondo fonti governative irachene nell’ultima settimana circa il 90% dei rifugiati sono potuti tornare nelle loro abitazioni nella parte liberata, contraddette però dal Commissario ONU per i Rifugiati secondo cui ci sono ancora 400.000 internally displaced persons (IDP).

Resta tuttavia ancora al centro del dibattito, la prospettiva politica di un Iraq unito e compatto attorno ad un governo nazionale. In particolare sul fronte curdo, vi sono state dichiarazioni che rendono nuovamente difficile pensare ad un futuro pacifico per il Paese, anche dopo la sconfitta dello Stato Islamico. Dopo la decisione del governo regionale di Barzani di issare la bandiera curda sugli edifici pubblici nella città di Kirkuk, il consiglio cittadino si è proclamato a favore di un referendum per decidere sul suo futuro: aderire alla regione autonoma curda oppure rimanere legata a Baghdad. Le reazioni contro tale votazione non si sono fatte attendere, non solo da parte del governo centrale iracheno. Ankara e Teheran si sono prontamente dichiarate contrarie alla possibilità di una eventuale adesione di Kirkuk alla regione curda: il Primo Ministro turco Yildrim ha dichiarato che Kirkuk “è una città turkmena”. Anche l’Iran si è pronunciato contro il possibile referendum. Gli interessi iraniani riguardano innanzitutto l’accordo firmato recentemente tra Baghdad e Teheran riguardo la distribuzione del petrolio proveniente dai ricchi giacimenti della provincia di Kirkuk. Ma nel quadro politico generale, né Erdoğan né Rouhani possono permettersi un Kurdistan iracheno indipendente e forte, dal momento che sia in Turchia che in Iran vi sono delle importanti minoranze curde, che potrebbero guardare ad Erbil come a un modello di ispirazione politica.

Non a caso dopo la conclusione dell’operazione turca Euphrates Shield in Siria, in molti hanno analizzato la possibilità di un rafforzato impegno di Ankara in Iraq, con particolare attenzione nell’area di Shingal e Tel Afar, dove la presenza del Parito Curdo dei Lavoratori (PKK) pone rischi per tutti gli attori regionali. A tal proposito risuonano minacciose le parole del Presidente Erdoğan: operazioni militari nella regione non si possono infatti escludere.

Continua ad esserci grande incertezza sulla stabilità di un governo nazionale anche però internamente ai partiti politici ed alla corrente maggioritaria sciita. Tra questi occupa un ruolo prominente il leader del Supremo Consiglio Islamico Iracheno (ISCI), Ammar al-Hakim. Egli ha incontrato il Rappresentante dell’ONU Jan Kubiš, sottolineando l’importanza di evitare le divisioni e i conflitti interni; tuttavia ha anche rifiutato la proposta di per la “riconciliazione nazionale”, criticata e ritenuta inaccettabile dal partito sciita.

È proprio riguardo il dialogo tra questi due attori che si concentra la pubblicazione del Middle East Research Institute: il blocco sciita rivestirà un ruolo decisivo per una riconciliazione politica in Iraq, eppure le differenze tra al-Hakim e al-Sadr sembrano ancora una volta irrisolvibili. Alla proposta di Historical Settlement da parte del primo, ha fatto seguito la controproposta da parte del secondo di una tabella di marcia comprendente diversi punti critici. Nonostante entrambi si dichiarino favorevolmente all’unità politica del Paese, persistono dunque degli elementi di scontro. Uno di questi riguarda certamente il rapporto con Teheran: il sostegno iraniano al partito di al-Hakim è storico. Diversamente al-Sadr ha usato spesso toni aspri verso il paese vicino, ed è il primo leader sciita a pronunciarsi contro il regime di Assad in Siria, invitandolo a farsi da parte per il bene del suo popolo. Contemporaneamente però, un punto centrale del suo “roadmap”, si basa sul ritiro immediato di tutte le forze militari straniere dal suolo iracheno.

Di certo la situazione di instabilità in Iraq non si può ritenere facilitata dalla recente decisione del Presidente Trump di intervenire con decisione nel conflitto siriano. Gli attori in gioco in Siria sono gli stessi in Iraq, ed una escalation di tensione tra Washington e Teheran, che possa coinvolgere pure Ankara e Mosca, sarebbe certamente distruttiva per ogni ipotesi di tavolo di pacificazione nazionale. Ancora una volta è necessario sottolineare l’importante ruolo che Trump deve affidare al suo Segretario di Stato Rex Tillerson e alla diplomazia statunitense.

Di Adriano Cerquetti

Trump contro tutti: tensione alle stelle con la Russia e minaccia la Corea del Nord

Asia/Difesa/Varie di

Come era prevedibile, dopo l’attacco USA del 7 aprile 2017 ad una base militare di Assad a Damasco in Siria, si stanno innescando una serie di reazioni a catena a livello geopolitico che non fanno sperare ad un futuro di pace. Riepilogando le puntate precedenti: la condanna della Russia al bombardamento voluto dall’amministrazione Trump come ritorsione nei confronti dell’attacco con armi chimiche dovuto proprio al regime siriano si è attuata con l’avvicinamento di una fregata russa a quelle statunitensi e a tutta una serie di dichiarazioni date da vari esponenti russi in pubblico. A partire dal vice rappresentante permanente alle Nazioni Unite di Mosca, Vladimir Safronkov, che sostiene con forza il fatto che a prescindere da Assad “l’aggressione degli Stati Uniti favorisce solo il terrorismo”.

In seguito al lancio dei missili da crociera la Russia ha sospeso il memorandum di collaborazione con gli Stati Uniti per scongiurare incidenti e garantire la sicurezza dei voli militari in Siria. Proprio in virtù di questo accordo non è stata attivata la difesa antimissilistica a Damasco. Le parole del vicepresidente della Commissione Difesa della Duma Yury Shvytkin sono ben chiare “… Ora, ritirandosi [gli USA ndr. ] dal memorandum potremo reagire alle varie minacce per la difesa delle nostre basi e del nostro contingente”.

 

Il Sottosegretario di Stato Americano Shannon al NATO Defense College di Roma

Difesa di

Con l’intervento del Sottosegretario di Stato Americano, S.E. Ambasciatore Thomas A. Shannon, si è concluso il sette aprile, al NATO Defence College di Roma, il Modular Short Course dal titolo “NATO: present and future” nell’ambito del 130 Senior Course.

Conferenza 1Il Sottosegretario Americano al suo arrive è stato accolto dal BrigGen (ret.) František Mičánek, Preside del prestigioso istituto della NATO e dal suo Staff.

Con la tappa romana si è concluso il tour europeo del Sottosegretario Americano Shannon, iniziato due giorni prima a Bruxelles dove, oltre a partecipare ad una conferenza sulla Syria ha avuto modo di incontrare alti rappresentanti dell’Unione Europea con i quali ha discusso di temi che riguardano le relazioni transatlantiche tra Europa e America.

Il NATO Defence College è a Roma dal 1966 e costituisce un polo di alta formazione, studio e ricerca capace di preparare selezionati Ufficiali e funzionari della NATO ad importanti ruoli multinazionali.

Attualmente, il 130 Senior Course è frequentato da personale proveniente da 19 Paesi.

Trump bombarda la Siria: 59 missili su una base militare di Assad

Difesa/Varie di

Gli Stati Uniti hanno dato il via ad una pesante offensiva nei confronti del regime di Assad. Sono stati ben cinquantanove i missili Tomahawk lanciati su una base militare siriana a Damasco, secondo le fonti siriane sarebbero circa 15 le vittime tra cui alcuni civili.  La dichiarazione di intenti da parte del Governo Trump secondo le fonti più accreditate è quello di una ritorsione e di una risposta violenta all’attacco con le armi chimiche di martedì a Idrib dove sono morti in atroci sofferenze molte persone e bambini. Gli Stati Uniti hanno agito da soli, l’Alleanza Atlantica in una nota stampa rende noto l’intento da parte degli americani quello di rispondere con un duro colpo al regime siriano a causa del ripetuto utilizzo di armi chimiche. Questa situazione però crea un quadro complesso che in parte potrebbe compromettere le relazioni della Casa Bianca con il Kremlino.

Come è noto Putin è un sostenitore di Assad di conseguenza ha definito l’attacco USA un vero e proprio attacco alla Siria e questo procedimento sta andando a creare delle frizioni molto importanti tra le due potenze. Ci sarebbe infatti una fregata russa che avrebbe già oltrepassato lo stretto del Bosforo in direzione delle navi a stelle e strisce che hanno lanciato i missili nelle prime ore del mattino di questo 7 aprile 2017. Per quanto riguarda le posizioni dell’Unione Europea, così come l’Italia, si schiera  con l’atteggiamento offensivo degli Stati Uniti perché “risposta a crimini di guerra”, ma purché resti una tantum.
Molte sono le critiche che invece sono rivolte alle Nazioni Unite, non sta risultando un organo al momento incisivo al fine della risoluzione del conflitto, tanto che ci sono degli attori di questo panorama geopolitico che lo definiscono “inutile”.


La situazione al momento è quella, ancora una volta di una polveriera che sembra pronta ad esplodere da un momento all’altro con degli equilibri che non sono ben chiari. I rischi che questa manovra di indebolimento di Assad possa agevolare lo Stato Islamico nel conflitto siriano non sono ancora quantificabili, al momento non sembra che ci si debbano aspettare nuove azioni offensive da parte degli Stati Uniti, quello che resta poco chiaro è se questa azione è veramente solo una reazione di “pancia” del presidente Trump e dei suoi generali, o parte di una strategia più complessa. Quello che possiamo immaginare è innanzitutto una dimostrazione di forza, di una linea  dura e ben precisa, in rottura con la precedente linea più prudente di Obama. Per The Donald questo attacco è una dichiarazione della potenza degli Stati Uniti che ovviamente non piace molto alla Russia. Stanno seguendo delle ore molto delicate in cui ci sono dei meccanismi precari che potrebbero incrinarsi, un aspetto molto importante però, che può rassicurare il panorama internazionale, è quella che le vie diplomatiche di Russia e USA sono ancora aperte, è stata confermata infatti la visita del Segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca previsto tra pochi giorni.

Ocean Explorer 2017, joint training per nave Carabiniere

Difesa di

Partita da La Spezia il 20 dicembre scorso, prosegue la campagna della Fregata Europea Multimissione (FREMM) nel Sud_Est Asiatico. Prima di lasciare l’Australia, nave Carabiniere si è addestrata con la Royal Australian Navy, interessata all’acquisto di mezzi italiani

Una mission divisa per tappe, nel corso della quale donne e uomini di nave Carabiniere rinnovano l’impegnato della sorveglianza marittima, del potenziamento delle cooperazioni con alcuni alleati trans-regionali e dell’avvio di relazioni con nuovi potenziali partner. Fondamentale, inoltre, l’attività di promozione del “made in Italy” di settore all’estero, che vede la sinergia con Fincantieri (sponsor principale), Leonardo, MBDA Italia, Elettronica e Telespazio.

Raggiunta l’ultima delle tappe australiane, quella di Melbourne, nave Carabiniere si è addestrata con la Royal Australian Navy (RAN).

“Ocean Explorer”, questo il nome dell’esercitazione congiunta tenutasi al largo delle coste di Fremantle, ha coinvolto anche unità australiane, neozelandesi e spagnole, con la mobilitazione totale di 14 navi, 1 sommergibile, 4 aerei e degli elicotteri organici delle rispettive unità.

Durante il training,  la FREMM italiana ha messo in campo la tecnologia, le piattaforme sensoriali e l’addestramento pregresso dell’equipaggio, dimostrandone le potenzialità a tecnici e ufficiali australiani saliti a bordo in qualità di osservatori: via libera dunque al confronto di procedure e standard operativi, oltre all’addestramento con il sommergibile australiano classe Collins HMAS Dechaineux.

Uno step formativo a tutto tondo, che ha impegnato gli assetti in operazioni di tipo aereo, di superficie e subacqueo, ma soprattutto un banco di prova per la Marina Italiana, essendo la Royal Australian Navy interessata al progetto italo-francese in previsione dello sviluppo del programma Sea 5000 Future Fregate Program, che la porterebbe a dotarsi di 9 nuove fregate antisommergibile.

Dopo un rifornimento laterale con la neozelandese Endeavour e il tradizionale saluto dei marinai Maori, nave Carabiniere è partita in direzione dell’Indonesia verso Jakarta, prima delle tappe previste per il Sud Est Asiatico.

Viviana Passalacqua

I Servizi di Sicurezza Italiani e la Minaccia Cyber

BreakingNews/Difesa/INNOVAZIONE di

Il 27 Febbraio a Palazzo Chigi il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il Direttore Generale del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza (DIS), Prefetto Alessandro Pansa, hanno presentato la Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza 2016.

La Relazione e’ il rapporto annuale con il quale i Servizi di Sicurezza presentano i risultati di un anno di attivita’ in sorveglianza, prevenzione e repressione di fenomeni che possano mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini italiani.

IL QUADRO DI RIFERIMENTO

Dal punto di vista del quadro geopolitico internazionale il 2016 e’ stato l’anno della discontinuita’: Brexit in Gran Bretagna, ascesa della nuova amministrazione Trump negli Stati Uniti, perdita’ di incisivita’ dell’Unione Europea e della Comunita’ Internazionale in genere. Contestualmente si sono aggravate le sfide rappresentata dal jihadismo internazionale, dalla crescita economica e la sicurezza delle frontiere.

L’Italia per geografia, storia e appartenenze politiche, interagisce simultaneamente con tutte queste dinamiche, in un rapporto di reciproca influenza col contesto. Stante l’elevato livello di complessita’ dei fenomeni, si va affermando nella classe dirigente e nell’opinione pubblica un concetto condiviso e diffuso di sicurezza, che supera il monopolio statele per approdare una sistema di partnership pubblico – privato.

La Relazione tratteggia quelli che sono le sfide più rilevanti per il sistema Italia: il terrorismo internazionale di matrice jihadista nelle varie forme che assume, l’immigrazione, le sfide economiche dettate dalla Brexit e dalle modifiche cui andra’ incontro il Mercato Unico, la Libia.

 

LA MINACCIA CYBER

Trasversale a tutti questi temi e’ la minaccia Cyber, a cui viene infatti dedicato il Documento di Sicurezza Nazionale, allegato alla relazione.

La prima direttrice di sviluppo viene identificata nelle “evoluzioni architetturali”, e cioe’ il potenziamento delle capacita’ cibernetica del paese.

In questo ambito, il sistema istituito nel 2013 e’ in grado di apportare costantemente correttivi grazie ad una connaturata capacita’ di autoanalisi e spinta all’adozione di nuove tecnologiche coperte da stanziamenti in aumento.

La seconda direttrice, “fenomenologica”, e’ invece incentrata sulla minaccia cyber che ha interessato soggetti rilevanti sotto il profilo della sicurezza nazionale.

La minaccia e’ multiforme, passando da rischi per gli asset critici e strategici nazionali a quelle connesse al cybercrime, al cyber-espionage ed alla cyberwarfare, per arrivare a fenomeni di hacktivism e dall’uso della rete a fini di propaganda e reclutamento da parte di gruppi terroristici transnazionali.

Sono due i framework in cui opera il Dipartimento.

Il Tavolo Tecnico CYBER-TTC e’ lo strumento per garantire le attività di raccordo inter-istituzionale.

Nel corso del 2016 il TCC ha varato il nuovo Piano Nazionale, valido per il triennio 2016 – 2018, con il quale aggiornare le capacita’ nazionali secondo le nuove direttrici di sviluppo.

Le innovazioni hanno riguardato lo sviluppo delle capacità di prevenzione e reazione ad eventi cibernetici, e il coinvolgimento del settore privato ai fini della protezione delle infrastrutture critiche – strategiche nazionali e dell’erogazione di servizi essenziali.

Il TCC e’ stato inoltre osservatore attivo nel processo NATO che ha portato alla definizione del Cyber Spazio quale nuovo dominio operativo e della necessità che in esso la NATO debba defend itself as effectively as it does in the air, on land, and at sea.

Una statuizione vincolata dal successivo Cyber Defence Pledge, l’impegno preso dai membri dell’Alleanza, di rafforzare le comuni difese.

In considerazione della potenzialita’ destabilizzante di attacchi cibernetica ad istituzioni finanziarie, il TCC ha inoltre collaborato all’istituzione del CERT della Banca d’Italia.

Per quanto riguarda invece la Partnership pubblico privato, il DIS opera tramite il TTI – Tavolo Tecnico Imprese.

Sono stati quindi organizzati incontri articolati su due livelli:

“livello strategico”, nel cui ambito vengono forniti aggiornati quadri sullo stato della minaccia cyber nel nostro Paese.

“livello tecnico”, dedicati all’analisi di “casi studio”, dei quali vengono condivisi i relativi indicatori di compromissione.

Sotto il profilo operativo, l’azione di tutela e prevenzione si è focalizzata sulla raccolta di informazioni utili alla profilazione di attori ostili al fine di ottimizzare la difesadi: Enti della PA, infrastrutture critiche, operatori privati di carattere strategico, nonche’ delle reti telematiche nazionali.

 

LE MINACCE E LE PROSPETTIVE

Attivita’ particolare e’ stata posta nello studio degli ecosistemi cibernetica quali i sociali network e nel reverse engineering di armi in grado di minarne il funzionamento.

Chiaro, infine, lo stato delle minacce:

Cyber-espionage, è stato pressoché costante l’an-damento dei “data breach” in danno di Istituzioni pubbliche ed imprese private, anche attraverso manovre di carattere persistente Queste campagne sono per lo più attribuili ad attori statutari

Cyber terrorismo, si è continuato a rilevare sui social network, da parte di gruppi estremisti, attività di comunicazione, proseli- tismo, radicalizzazione, addestramento, finanziamento e rivendicazione delle azioni ostili.

Attivismo digitale, riconducibile soprattutto alla comunità Anonymous Italia, esse hanno fatto registrare una generale diminuzione del livello tecnologico delle azioni offensive

La prospettiva di breve – medio termine e’ la crescita della minaccia cibernetica da parte di tutti gli attori, statuali, criminali, terroristici e insider con un accanimento verso i settori ad elevato know how.

Su tali settori si concentrera’, oltre che sugli altri aspetti evidenziati, l’azione del Governo Italiano per il tramite del DIS.

Bonatti, vertici accusati di omicidio colposo

Difesa/EUROPA di

Un anno fa la morte di Fausto Piano e Salvatore Failla, dipendenti della ditta affermata nel business dell’oil&gas in Libia. Pm Colaiocco «Ignorato l’allarme pericolo diramato dalla Farnesina, management colpevole di non aver tutelato i lavoratori»

Prosegue con l’iscrizione dei vertici della Bonatti sul registro degli indagati l’inchiesta sull’uccisione di Fausto Piano e Salvatore Failla, tecnici della ditta rimasti vittime di una sparatoria in Libia lo scorso anno. Una decisione – quella della Procura di Roma – unica nel suo genere, che in un primo momento sembrava non dover colpire i manager della società di Parma, operante nel petrolifero e avvezza a lavorare in quelle zone con i più grandi big di settore. Invece quella contestata a quattro componenti del consiglio d’amministrazione della Bonatti, compreso il Presidente Paolo Ghirelli, e al loro dirigente in Libia Dennis Morson, già indagato anche per violazione delle norme di sicurezza sul lavoro, è un’accusa di omicidio colposo.

114629512-04f3e6f1-ebe1-4458-b76d-cdc9bc86f7e9Piano e Failla furono sequestrati da gruppi armati libici il 19 luglio del 2015, insieme ai colleghi Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, nel corso di uno spostamento verso la zona più interna di Mellitah, sede dei cantieri Eni e di alcune attività della Bonatti. Il trasferimento sarebbe dovuto avvenire – come di consueto – via nave dalla Tunisia, mentre in quella circostanza si contravvenne ai protocolli depositati presso la Farnesina per optare su un viaggio in macchina con autista. Un cambio di programma fatale, che ad oggi sembra accreditare l’ipotesi di un tradimento da parte del conducente, di cui si è persa ogni traccia.

I 4 dipendenti della Bonatti sarebbero dovuti arrivare all’impianto di trattamento del metano di Mellitah via mare e non via terra, essendo le strade interne della Tripolitania particolarmente pericolose perché battute da milizie filo-islamiste. Partiti dall’Italia alla volta di Gerba, in Tunisia, dopo tre giorni avrebbero preso una chiatta che li avrebbe portati a destinazione. Due di loro, tuttavia, avrebbero dovuto recarsi al giacimento di Wafa, al confine con l’Algeria, a bordo di un aereo che effettua un solo volo settimanale di mercoledì mattina. Un aereo che avrebbero sicuramente perso, rimandando così di 7 giorni l’arrivo ai pozzi di estrazione del metano. Per questo Morson decise di rivolgersi ad un service privato che lui stesso aveva già utilizzato in precedenza, e che riteneva pertanto della massima affidabilità.

«A Gerba abbiamo trovato il minivan con l’autista libico – hanno raccontato al rientro in Italia Pollicardo e Calcagno, liberatisi dopo 8 mesi di prigionia – e dopo due check point siamo stati sequestrati, tra Zuara e Mellitah. I banditi credevano fossimo dell’Eni, sono rimasti delusi quando hanno capito che eravamo della Bonatti».

Un rapimento di cui la Procura di Roma ritiene responsabile il management aziendale, colpevole di aver trascurato la tutela dei suoi lavoratori.  La ditta – incalza il pm Sergio Colaiocco – era perfettamente a conoscenza del drammatico peggioramento delle condizioni di sicurezza in Libia, tanto da spingere la Farnesina a diramare l’allarme a tutte le società italiane impegnate in loco, che venivano invitate ad andarsene, o comunque a proteggere con ogni mezzo i propri lavoratori. I vertici della Bonatti avrebbero dunque sottostimato il rischio di reale pericolo ignorando un’allerta istituzionale, e incorrendo nell’illecito amministrativo sulla responsabilità degli enti di cui al Dlgs 231/2001.

 

 

 

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Viviana Passalacqua
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