GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Category archive

Defence

L’UE sempre più “operativa” nelle aree di crisi: nuova missione in Iraq, confermata missione in Bosnia, adottata nuova strategia per l’Afghanistan

Il 16 ottobre è stata una giornata impegnativa per la politica di sicurezza dell’UE, per vari motivi.

In primis, il Consiglio ha lanciato una nuova missione civile nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) in Iraq. La missione sarà incentrata sul sostegno alle autorità irachene nell’attuazione degli aspetti civili della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq, e sarà guidata dal tedesco Markus Ritter. Saranno 35 gli esperti dell’UE che forniranno consulenza e assistenza in diversi settori fondamentali identificati come “critici” (nel senso anglosassone del termine) dalle autorità irachene.  La missione dovrebbe essere dispiegata a Baghdad entro la fine dell’anno, e dovrebbe avere un costo (inziale) di 14 milioni di euro. La missione, sotto egida PSDC si inquadra nelle missioni così dette “civili” dell’UE: ossia quelle missioni che hanno il principale obiettivo di ricostruire le istituzioni nei paesi martoriate dalla guerra, che ne siano usciti o ne stiano uscendo. Normalmente l’UE invia degli esperti (per l’appunto) civili, affinché affianchino le autorità locali e tentino di riformare e rifondare i settori della pubblica amministrazione: polizia, apparato giudiziario, sanità. Ma gli esperti possono fornire consulenza anche in settori come l’uguaglianza di genere ed i diritti umani; insomma: tentano in ogni modo di ripristinare o di stabilire lo stato di diritto. Le missioni dell’UE vengono dirette dal Comitato Politico di Sicurezza, che risponde all’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE (ora Federica Mogherini). L’Alto Rappresentante è a capo del SEAE, il Servizio di Azione esterna dell’UE, e presiede anche il Consiglio dell’UE nella sua versione “Affari Esteri” (cosa anomala per il Consiglio, la cui presidenza nei diversi settori

La sede del Servizio Europeo di Azione Esterna a Bruxelles

di legiferazione, normalmente, è a rotazione).  L’Alto Rappresentante è anche uno dei Vice Presidenti della Commissione europea: è l’unica figura, quindi, a cavallo sia del Consiglio che della Commissione. Il Comitato Politico di Sicurezza ha due ulteriori entità alle sue dipendenze: il Comitato Militare dell’UE, che guida le missioni di taglio più “robusto” o militare, ed il così detto CIVCOM o comitato per la gestione civile delle crisi. A occhio e croce questa nuova missione in Iraq dovrebbe inquadrarsi sotto l’egida del CIVCOM. L’obiettivo della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq è creare istituzioni statali capaci di consolidare la sicurezza e la pace e di prevenire i conflitti, rispettando nel contempo lo Stato di diritto e le norme in materia di diritti umani. La strategia individua una serie di minacce urgenti alla sicurezza nazionale – tra cui terrorismo, corruzione, instabilità politica e polarizzazione etnica e settaria – che la missione PSDC contribuirà ad affrontare.

La missione opererà in stretto coordinamento con la delegazione dell’UE in Iraq e con i partner internazionali presenti nel paese, compresi il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), la NATO e la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Il che significa che le questioni squisitamente militare

Soldati dell’EUFOR e forze di polizia della Bosnia Erzegovina (fonte www.euforbih.org)

resteranno un affaire della NATO.

In secundis, il Consiglio ha ribadito e confermato il suo impegno a favore della prospettiva europea della Bosnia-Erzegovina come paese unico, unito e sovrano ed ha ufficialmente stigmatizzato il fatto che, negli ultimi mesi, le riforme siano state rallentate a causa di politiche legate al (triste) passato e di polemiche sorte in occasione delle elezioni anticipate.

Per tale motivo, l’Istituzione europea ha dichiarato, con una nota, che approva ed accetta di buon grado il fatto che l’operazione ALTHEA continui ad esistere in BiH. Le forze militari impegnate nell’operazione contribuiscono ormai da tempo alla capacità di deterrenza delle legittime autorità bosniache nelle situazioni di crisi. Inoltre, non si può non dire che la forza multinazionale europea, con sede presso la base di Butmir e “succursali” in tutto il paese,  ha effettivamente contribuito anche a formare ed incrementare le capacità delle forze armate e di polizia bosniache e, più in generale, a sostenere tutti i settori della pubblica amministrazione che andavano riformati.

Infine, sempre il Consiglio ha adottato delle conclusioni su una strategia dell’UE relativa all’Afghanistan. Nel documento è stato ribadito l’impegno a lungo termine dell’UE e degli Stati membri in Afghanistan per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile. La strategia si concentra su quattro settori prioritari, così come elencati nel documento: la promozione della pace, della stabilità e della sicurezza nella regione; il rafforzamento della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani e la promozione della buona governance e dell’emancipazione delle donne; il sostegno allo sviluppo economico e umano; la gestione delle sfide legate alla migrazione. L’UE vanta ormai una lunga storia di cooperazione con l’Afghanistan ed in Afghanistan volta a contrastare la corruzione e la povertà ed a favorire la crescita economica ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche.

In un solo giorno tre segnali da parte di un UE sempre più impegnata ben oltre i suoi confini, e – come nell’ultimo caso esaminato – ben oltre le così dette politiche di vicinato. In futuro, aspettiamoci un’Europa sempre più solida e più compatta nel campo della risoluzione (militare o civile) delle crisi internazionali, magari anche al fianco della NATO e, sicuramente, su mandato dell’ONU.

 

(fonte www.consilium.europa.eu)

12 e 13 ottobre: i Ministri della Giustizia e dell’Interno europei si incontrano a Bruxelles.

Il Palazzo Justus Lipsius, sed eprincipale del Consiglio dell’UE.

Varie volte su queste colonne abbiamo avuto modo di parlare delle istituzioni europee deputate alla sicurezza interna, ossia all’interno delle frontiere dell’Unione. Una di queste è di sicuro il Consiglio Giustizia  Affari Interni, che riunisce a Bruxelles, con cadenza mensile, tutti i ministri dell’Interno e della Giustizia degli Stati membri. Ovviamente gli argomenti oggetto di discussione si soffermano sulle proposte legislative in itinere tra le viari istituzioni europee coinvolte. Di volta in volta, vuoi su input della Commissione europea, vuoi sulla base del lavoro dei  sottogruppi strategici e tecnici che sempre in seno al Consiglio si riuniscono, il Consiglio GAI affronta gli argomenti più disparati: dalla gestione delle frontiere esterne, all’ordinamento delle agenzie europee che operano nel settore, dal terrorismo all’eguaglianza di genere, dal cybercrime all’immigrazione ed all’asilo, dalla cooperazione giudiziaria alla procura europea. A distanza di qualche mese dall’avvio delle primissime attività della Presidenza estone, non possiamo non lodare le numerosissime iniziative intraprese nel settore dallo Stato membro baltico, di cui abbiamo esaltato parecchie peculiarità diverse volte qui su Europeanaffairs.it (qui, qui e qui ): un particolare impulso è stato dato proprio alle banche dati, allo scambio delle informazioni tra forze di polizia, alla cooperazione con le agenzie GAI specializzate; il tutto nell’ottica di una visione sempre più analitica e statisticamente intellegibile dei fenomeni securitari dell’Unione, volta a cercare rimedi e soluzioni altrettanto analiticamente misurabili e subito operativi sul campo.

Non a caso, la velocità con cui il Consiglio GAI promuove l’iter legislativo, la rapidità con cui discute di quanto portato alla sua attenzione in sede strategica e tecnica e l’efficacia delle azioni intraprese, molto dipendono dalla Presidenza di turno. Repetita iuvant, chi assume la Presidenza del Consiglio dell’Unione, guida tutti i tavoli  anche a livello ministeriale, quando il Consiglio si riunisce in diverse “versioni” per legiferare rispettivamente in “diverse” materie.

Ma veniamo a noi: il 12 ed il 13 ottobre a Bruxelles si è riunito un’altra volta il Consiglio GAI. Sono stati affrontati vari argomenti. Ci soffermeremo su quelli più inerenti gli home affairs, facendo un volo in planata sulle questioni attinenti alla giustizia.

Dopo un breve scambio di vedute sulla proposta di modifica del Codice Frontiere Schengen, già da tempo all’ordine del giorno del Consiglio, i Ministri hanno subito rinviato a quanto verrà loro suggerito a livello tecnico: la riforma del Codice Schengen prevede dei cambiamente nelle regole che disciplinano la reintroduzione dei controlli alle frontiere interne agli Stati membri. Inutile nascondere che l’argomento è un topic sensibile e non è facile, almeno a livello politico, raggiungere immediati accordi: pertanto è necessario che i tecnici, i così detti “eurocrati” (termine che noi non consideriamo dispregiativo, anzi) trovino prima delle possibili soluzioni compromissorie, sul campo.

A sinistra il commissario europeo per la Migrazione,Avramopoulos e a destra, il Ministro dell’Interno Estone, presidente del Consiglio GAI, Andreas Anvelt (foto www.consilium.europa.eu)

Alto argomento dibattuto è stato il terrorismo: è già il secondo mese che la Presidenza propone scambi di vedute sullo scambio di informazioni in chiave anti-terrorismo tra le Forze Armate e le Forze di Polizia. Anche questo argomento è però di difficile evoluzione: come abbiamo già detto su questo giornale (qui) non intravediamo nel breve periodo la nascita di una intelligence europea. Nessuno la intravede. E questo gli Stati membri, tutti gelosi della loro intelligence – dove non esistono alleanze – lo sanno bene. Si sta tentando allora di diffondere chiaramente l’idea che le Forze Armate, ormai da parecchi anni impegnate in medio-oriente ed in altre aree di crisi, godono dell’immenso privilegio di raccogliere intelligence durante le operazioni da loro condotte in queste aree e sono, sull’argomento, molto ferrate. Le loro informazioni, che sono quindi processate ed analizzate con rigore scientifico e , per l’appunto, militare, sono una risorsa preziosa. Queste informazioni sarebbero utilissime se condivise tra gli Stati e, ancora di più, tra le loro forze di polizia. Di sicuro i Paesi di origine “latina”, che annoverano tra le loro forze di polizia delle componenti di gendarmeria (ossia di forze di polizia a statuto militare, con competenza anche sulle questioni civili e di ordine pubblico) saranno avvantaggiati in questo ambito, proprio perché le gendarmerie possono dialogare indistintamente ed efficacemente sia con le forze militari sia con le forze di polizia ad ordinamento civile. Ma a parole sono bravi tutti: come abbiamo cercato di dimostrare in passato, un conto è scambiare informazioni di polizia, di taglio investigativo, ed un conto è scambiare ed utilizzare in ambito giudiziario informazioni coperte dal segreto perché raccolte dall’intelligence militare. Ogni ordinamento giuridico, e giudiziario,  di ogni Stato membro, è diverso dall’altro:  in qualche caso, molti Stati sono favorevoli ad una raccolta ed una condivisione dell’intelligence senza limitazioni ed a tutta birra; in alcuni Stati – sembrerà assurdo – l’azione penale non è obbligatoria da parte degli inquirenti (il che significa che un magistrato od un poliziotto potrebbero anche tenere per sé un’informazione relativa ad un reato, utilizzandola in un secondo momento… cosa impossibile in Italia!); in altri Stati la privacy, la corretta utilizzazione delle informazioni in sede giudiziaria, la più precisa separazione tra “poteri”, rappresentano capisaldi del diritto, che non possono essere intaccati se non in casi eclatanti, per necessità ampiamente comprovate. Ma va da sé che se l’intelligence si chiama così proprio perché è molto difficile parlare di dati “comprovati”. Insomma, l’Europa è in realtà ancora lontana, secondo chi scrive, dal raggiungere un accordo in materia. Altro argomento spinoso, di cui i Ministri hanno discusso, è quello dell’immigrazione: avanza l’iter legislativo per l’istituzione di un Sistema Europeo Comune di Asilo (CEAS – Common European Asylum System), e per il miglioramento del sistema EURODAC (che consente di identificare in maniera chiara ed incontrovertibile l’identità dei richiedenti asilo, principalmente per evitare che una persona possa richiederlo in più paesi contemporaneamente o in caso di diniego da parte di uno degli Stati membri). È una novità invece il tentativo della Presidenza di ricevere mandato dal Consiglio per avviare i negoziati con il Parlamento europeo su una normativa che disciplini e regoli la ricollocazione dei migranti e le prescrizioni in capo agli Stati membri nel settore della loro accoglienza. Una norma che, se approvata come piace a noi, metterebbe in mora gli Stati che fanno finta di non sentirci, quando si tratta di accoglienza dei migranti e, in più, metterebbe in ridicolo tutti quei movimenti di destra più o meno estrema che, cavalcando la tigre dell’intolleranza e della disoccupazione dei connazionali, rendono impossibile il processo di integrazione europea ed espongono i propri governi alle ire della Commissione, sempre pronta – con draconiana e giusta severità – ad avviare procedure di infrazione contro gli inadempienti.

Il Ministro italiano Orlando, il 12 ottobre, alla riunione dei Ministri della Giustizia (foto www.consilium.europa.it)

In ogni caso, non si può negare che ciascuno – a modo suo – sta cercando di far confluire in uno sforzo congiunto il tentativo di risolvere i problemi e le paure dei cittadini in questi settori.

Il giorno 12 ottobre, invece, i ministri della Giustizia hanno portato avanti l’iter legislativo per la creazione di una procura europea (EPPO – Europeana Public Prosecutor’s Office), che avrà tra i primi incarichi quello di indagare e punire chi si macchierà di offese agli interessi finanziari dell’Unione. Altro tassello  che si sta felicemente incasellando è quello della creazione del sistema ECRIS: European Criminal Records Information System, una banca dati centralizzata dei casellari giudiziali degli Stati membri, che dovrebbe facilitare il contrasto a vari fenomeni criminali, specialmente ste transfrontalieri e transazionali.

Attentato a San Pietroburgo: la Russia di Putin ancora sotto attacco

BreakingNews/Defence di

Fumo, fuoco, una carrozza della metropolitana di San Pietroburgo sventrata da una bomba. Uno scenario drammatico: almeno 11 vittime, 45 feriti di cui 14 in condizioni molto gravi. Il terrorismo colpisce ancora. La Russia è di nuovo ferita da un attentato. L’esplosione avviene circa alle 14.45 ora locale del 3 aprile 2017, quando un’esplosione coinvolge il terzo vagone di una metro della linea blu in direzione dell’Istituto di Tecnologia, ma il macchinista decide di proseguire la sua corsa fino alla fermata successiva, permettendo così il soccorso immediato di molti dei feriti. Le autorità locali decidono per l’immediata chiusura dell’intera rete di trasporto sotterraneo della città. La decisione si rivela quanto più sensata, considerato che durante l’ispezione effettuata in tutte le stazioni, in un’altra viene rinvenuto un secondo ordigno esplosivo.

Questo drammatico evento si colloca in un quadro molto complesso: secondo i quotidiani russi, i servizi segreti erano a conoscenza di un piano d’azione da parte dell’ISIS proprio con obiettivo San Pietroburgo. Le notizie erano state riportate da un uomo che era rientrato sin Russia dalla Siria dove operava come foreign fighter per lo Stato Islamico ed arrestato immediatamente, ma purtroppo non era in un grado della gerarchia molto alto, tale da essere a conoscenza dei dettagli di questo folle piano omicida. Purtroppo tutti gli sforzi messi in campo dai Servizi Segreti sono stati vani. A causa dell’impossibilità di risalire all’identità reale di alcuni soggetti che avevano acquistato delle schede telefoniche non c’è stata la possibilità di rintracciarli. Le ricerche stavano proseguendo con urgenza, ma i terroristi non hanno dato il tempo necessario, colpendo in tempi molto più brevi di quelli che ci si potessero aspettare.

L’attentato è avvenuto in un giorno particolare: la visita di  Vladimir Putin nella grande città baltica. L’obiettivo  – secondo le fonti estremiste cecene – sarebbe stato proprio lo stesso Putin, visto come grande nemico, sia dalle milizie dell’ISIS, sia dai Ceceni che spesso diventano braccio armato di Daesh come forza esterna estremamente specializzata. L’attentatore infatti – come comunicato dalle fonti di intelligence sovietica – sarebbe stato identificato: si tratta di un ragazzo di 22 anni, originario del Kirghizistan e residente da 6 anni a San Pietroburgo. Secondo le fonti, sarebbe stato da sempre in contatto con i combattenti ceceni in Siria.

L’attentato a San Pietroburgo di matrice fondamentalista islamica si inserisce in un quadro già drammatico che aveva visto una lunga scia di sangue a partire dal 1999 quando l’allora Primo Ministro Vladimir Putin aveva lanciato una campagna contro il governo separatista della regione della Russia Meridionale: la Cecenia.  Da quel momento iniziano gli attacchi armati: nel 2002 la polizia fece irruzione in un teatro di Mosca per porre fine a una presa di ostaggi e il bilancio finale fu di 120 ostaggi uccisi. Nel 2004 ricordiamo il massacro di Beslan in cui persero la vita oltre 330 persone di cui la metà erano bambini. Seguendo questo triste filo rosso arriviamo al 2010 quando due donne kamikaze di origine cecena si fecero esplodere nella metropolitana di Mosca mietendo 38 vittime e numerosi feriti.

La Duma ha annunciato di non voler  – almeno per il momento – apportare modifiche all’attuale legge antiterrorismo, ma ONG , associazioni che operano sul territorio, molti membri della stampa internazionale sono convinti che qualcosa all’atto pratico succederà. Non si sa se in termini legislativi o di operazioni militari, ma quasi tutti gli attori in gioco credono che Putin inizierà a valutare l’idea di utilizzare drastiche contro misure.

Dossier Cybersecurity, contromisure in atto per la sicurezza cyber

Defence/INNOVAZIONE/Report di

Di estrema attualità è la Relazione Annuale al Parlamento redatta dal comparto di Intelligence italiano (Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica). Allegato al suddetto, riveste particolare importanza in ambito cyber il Documento di Sicurezza Nazionale, il cui scopo è, da una parte, un’analisi retrospettiva dei principali progressi compiuti e delle persistenti minacce con riferimento all’anno 2016, dall’altra una prospettiva di sviluppo nei prossimi anni di fronte alle nuove minacce. Secondo il rapporto, il 2016 ha costituito un significativo punto di svolta in ambito cyber per il nostro paese, grazie all’attività di due tavoli tecnici, il primo, il TAVOLO TECNICO CYBER-TTC, per il raccordo inter istituzionale, il secondo, il TAVOLO TECNICO IMPRESE-TTI, per la partnership pubblico-privata. Questi due tavoli sono stati capaci di recepire l’orientamento espresso nei principali aggiornamenti internazionali in materia cyber, tra cui:

  • La DIRETTIVA EUROPEA NIS (Network and Information Systems), il cui obiettivo è stato rendere più efficace la definizione degli strumenti per l’attuazione degli indirizzi strategici europei e la valutazione degli esiti delle azioni.
  • Le CMBs (Confidence Building Measures) prodotte dall’OSCE per ridurre i rischi di un conflitto eventuale che faccia uso di tecniche legate all’ICT.
  • Il nuovo orientamento sancito al SUMMIT di VARSAVIA della NATO (luglio 2016) per cui si rimanda al report settimanale precedente.
  • Lo sviluppo dei lavori nell’ambito dei CYBER EXPERT GROUP MEETING del G7 Finanza ed Energia.
  • Le interlocuzioni tra il Comparto e la BANCA D’ITALIA per la costituzione di un CERT (Computer Emergency Response Team).
  • Una serie di eventi internazionali tra cui: 17° NATO Cyber Defence Workshop, l’incontro sulla “contractual Partnership Private-Public” (cPPP), la terza edizione dell’ICT4INTEL 2020.

Gli attacchi cyber verificatisi in Italia nel 2016 hanno segnato un ulteriore cambio di passo sotto molteplici profili: dal rango dei target colpiti, alla sensibilità rive­stita dagli stessi nei rispettivi contesti di rife­rimento; dal forte impatto conseguito, alle gravi vulnerabilità sfruttate sino alla sempre più elevata sofisticazione delle capacità degli attaccanti.

ATTORI OSTILI: i gruppi hacktivisti (52% delle minacce cyber) continuano a costituire la minaccia più rilevante, in termini percentuali, benché la valenza del loro impatto sia inversamente proporzionale. I gruppi di cyber-espionage invece risultano più pericolosi anche se percentualmente meno rappresentativi (19%). Ai gruppi islamisti è imputato il 6% degli attac­chi cyber perpetrati in Italia nel corso del 2016. Da evidenziare come per le tre categorie si sia registrato, rispetto al 2015, un incremento degli attacchi pari al 5% per i gruppi hacktivisti e quelli islamisti e del 2% per quelli di cyber-espionage. A tale aumento ha corrisposto un decremento, pari al 12%, dei cd. “attori non meglio identificati” che si attestano nel complesso al 23% delle incursioni cyber.

TARGET: le minacce contro i soggetti pubblici costituiscono la maggioranza con il 71% degli attacchi, e quelle in direzione di soggetti privati si attestano attorno al 27%. Questa divaricazio­ne è riconducibile verosimilmente alle difficoltà di notifica degli attacchi subiti in ragione del c.d rischio reputazionale. In merito ai soggetti pubblici si attesta che pur permanendo una netta predominanza delle Amministrazioni centra­li (87% degli attacchi cyber verso soggetti pubblici) rispetto agli Enti locali (13%), nel 2016 si è assistito ad una inversione di tale trend, per cui gli attacchi contro le Pubbliche Amministrazioni Centrali (PAC) risultano in lieve diminuzione (-2%) mentre quelli avverso le Pubbliche Ammini­strazioni Locali (PAL) sono in aumento (+5%). Per quanto riguarda i soggetti privati si nota che se nel 2015 target principali degli attacchi cyber risultavano quelli operanti nei settori della difesa, delle telecomunicazioni, dell’aerospa­zio e dell’energia, nel 2016 figurano ai primi posti il settore bancario con il 17% delle minacce a soggetti privati (+14% rispetto al 2015), le Agenzie di stampa e le testate giornalistiche che, insieme alle associa­zioni industriali, si attestano sull’11%.

TIPOLOGIE DI ATTACCO: rispetto al 2015, nel 2016 si è registrata un’inversione di tendenza. Se, infatti, nel 2015, poco più della metà delle minacce cyber era costituita dalla diffusione di software malevolo (malware), nel 2016 è stata registrata una maggiore presenza di altre tipologie di attività ostili, che ha comportato una contrazione (-42%) del dato relativo ai malware, at­testatosi intorno all’11%. Tale dato non va letto come una riduzione della pericolosità della minaccia Advanced Persistent Threat (APT), bensì come il fatto che gli APT registrati si sono caratterizzati, più che per la consistenza numerica, per la loro estrema persistenza. Tra le minacce che hanno registrato un maggior numero di ricor­renze vanno annoverate: l’SQL Injection (28% del totale; +8% rispetto al 2015), i Distributed Denial of Service (19%; +14%), i Web-defacement (13%; -1%) ed il DNS poisoning (2%).

In prospettiva, si assiste ad una crescita della minaccia cibernetica ad opera di attori statuali e gruppo connessi alla criminalità organizzata, nonché di potenziali insider. Per questo si potrebbe assistere nei prossimi anni, ad una allocazione di risorse crescenti finalizzate alla costitu­zione/consolidamento di asset cibernetici a connotazione sia difensiva, sia offensiva, impiegabili nella prosecuzione di campagne di cyber-espio­nage, nonché in innovativi contesti di conflittualità ibrida e asimmetrica (cyberwarfare), anche attraverso attività di disruption di sistemi critici in combinazione con operazioni di guerra psicologica.

Un altro contributo importante prodotto durante le ultime settimane è il Cyber Strategy & Policy Brief (numero di gennaio e febbraio 2017) curato da Stefano Mele, avvocato specializzato in Diritto delle Tecnologie, Privacy, Sicurezza delle Informazioni e Intelligence, e Key Opinion Leader nel settore Cyber secondo la NATO. Gli ambiti di analisi di questo numero sono 3:

  • Mele cita i recenti sviluppi in materia cyber in Brasile. Infatti l’orientamento strategico brasiliano si è tramutato in una decisione esecutiva del presidente Temer per la creazione di un Cyber Command centrale incardinato all’interno del Dipartimento Scienza e Tecnologia dell’Esercito e che avrà finalmente il compito di sovraintendere, coordinare e guidare sia sul piano tecnico che regolamentare l’intera difesa cibernetica della nazione.
  • L’autore si sofferma inoltre sul quadro cyber italiano commentando la Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza del Comparto Intelligence (analizzato nelle pagine precedenti). Pur apprezzando gli sforzi compiuti dai servizi di informazione italiani, Mele ha voluto aggiungere alcune chiose necessarie. Ciò che pare ancora mancare nel dibattito italiano è, da un lato, una riflessione strutturata – in ottica evolutiva – tesa alla nascita di una vera e propria politica di cybersecurity nazionale. Dall’altro lato, invece, emerge con forza la necessità che in questo settore il governo italiano muti nel più breve tempo possibile l’approccio strategico da meramente difensivo
  • Punto più importante della riflessione di Mele è quello legato alla lotta al cyber-terrorismo. Partendo da un’analisi dell’approccio strategico seguito finora, l’autore sottolinea la necessità di passare ad una strategia olistica, capace di operare contemporaneamente su più livelli. In particolare questo nuovo approccio dovrebbe:

comprendere la peculiarità della minaccia e degli obiettivi dell’ISIS nel cyber-spazio, nonché le caratteristiche dei soggetti coinvolti

attivare le procedure atte a creare deterrenza nei militanti dell’ISIS, riferendosi alle tradizionali azioni di rimozione, infiltrazione e avvio immediato di azioni penali

–  svolgere attività di contro-propaganda e promozione di messaggi positivi all’interno dei network jihadisti

– aumentare la sensibilità di ISP e utenti verso la minaccia

– svolgere maggiori e più mirate attività di cooperazione con gli alleati

– tagliare i fondi dell’ISIS, magari colpendo le strutture cibernetiche che ospitano la ricchezza dell’ISIS

 

Lorenzo Termine

Peshmarga senza materiale sanitario dirottato da Baghdad

Asia @en/Defence di

Una volontaria, Fulgida Barattoni, ha trascorso un mese nel campo militare di Sulaymanyah con l’obiettivo di formare istruttori di primo soccorso. Feriti soccorsi dopo ore e materiale sanitario inesistente. La realtà delle condizioni in cui i Peshmarga combattono.

La frammentazione politico e culturale dell’Iraq non riesce a compattarsi neppure di fronte a quello che dovrebbe essere un comune nemico, lo Stato Islamico. Ma la scacchiera è articolata, complicata, ostaggio di ataviche ruggini che sono vive più che mai. Ed è così che l’esercito curdo dei Peshamarga, l’unico che oppone in modo organico le armi all’avanzata del Califfato si trova senza quel sostegno sanitario di cui avrebbe diritto. Ma non perché manchino bende, garze o materiale. Di quello il magazzino dell’ICRC, il Comitato internazionale dei Croce Rossa, ne è pieno grazie alla solidarietà di tutti i comitati di Croce Rossa sparsi per il mondo.

Il problema è che quel materiale può arrivare ai Peshmarga soltanto attraverso la Società Nazionale di Mezzaluna Rossa Irachena di Baghdad che attinge al magazzino dell’ICRC per distribuire ai profughi “dimenticando” i Peshmarga che vivono, soffrono e perdono la vita combattendo contro l’Isis. Ad affermarlo è chi ha vissuto per un mese a fianco delle guerriere curde del campo militare di Sulaymanyah, città del Nord-Est curdo a pochi chilometri dal confine con l’Iran. Fulgida Barattoni, ex Presidente di IPB Italia e crocerossina per vocazione è partita da Fusignano a fine novembre con l’obiettivo – riuscito – di organizzare un corso per istruttori di primo soccorso. “Ero in Italia e guardando la TV vedevo immagini di soldati feriti a Mosul che venivano trascinati brutalmente per le gambe e per le braccia efrettolosamente caricati su auto di fortuna per essere portati in ospedali distanti un paio di ore tanto che i feriti per lo più giungevano a destinazione già morti – racconta.

3 “La mia formazione di oltre 30 anni di “crocerossina” mi ha impedito di restare indifferente e forte degli ottimi contatti da anni intrattenuti con le istituzioni kurde ancora dalla caduta del Rais Saddam Hussein ho preso l’aereo e sono partita verso l’ Iraq. Nel giro di pochi giorni – continua – ho messo in piedi un corso per formare degli istruttori di primo soccorso con le Peshmerga donne del campo militare di Sulaymanyah. Lo scopo era di insegnare a valutare e stabilizzare il soldato ferito prima di trasportarlo in ospedale ma ancora più di fare in modo che ogni corsista fosse poi grado di insegnare ad altri in modo da moltiplicare i corsi negli altri campi militari”. Per un mese, la Barattoni ha vissuto con le donne guerriere dormendo su giacigli scomodi, esposti al freddo intenso e condividendo il cibo, scarso e povero di proteine. Ed è lì che ha scoperto il gap che rende i Peshmarga ancora più soli. “La frammentazione culturale e politica dei popoli che abitano l’Iraq fa si che ai soldati Peshmerga “che sono kurdi” non arrivi nulla di tutte le donazioni che le Società Nazionali di Croce Rossa mandano al magazzino dell’ ICRC “Comitato Internazionale di Croce Rossa” che mi dicono essere uno dei più forniti e al quale attinge la Società Nazionale di Mezzaluna Rossa Irachena di Baghdad ma non per aiutare i soldati che combattono ma solo per sostenere tutti i rifugiati che riparano in Iraq dopo che la via balcanica attraverso la Turchia è stata chiusa con le armi – spiega. “A molte alte istituzioni ho posto il quesito: “la prima Convenzione di Ginevra impone l’obbligo di soccorrere i soldati feriti sul campo di battaglia” ma come mai ai soldati Peshmerga non viene dato nulla e non hanno bende, kit medici, addirittura ambulanze e personale medico e paramedico che interviene a fianco dei soldati solamente durante le fasi di “attacco” mentre nelle fasi di posizionamento e/o ritirata non c’e’ nessuno a soccorrere i soldati che rimangono feriti? Mi hanno risposto che “non ci sono soldi”, che il governo di Baghdad non manda da più di un anno i fondi federali al KRG, il Governo Regionale del Kurdistan, che quindi non ha i soldi per pagare i dipendenti pubblici e anche le scuole.

“Quelle in Sulaymanyah” sono chiuse perché gli insegnanti non ricevono più gli stipendi da un anno e mezzo. Nella zona di Erbil, gli insegnanti anche se non pagati tengono le scuole aperte ma anche qui i motivi sono complessi e interni alla storia del popolo kurdo incastonato in questa porzione di Iraq, la cui democrazia ha ancora un lungo cammino da fare”. Ora la Barattoni è tornata a casa, a Fusignano, non prima però di aver verificato la creazione di altri corsi gestiti dalle sue “ex studenti”, allargati anche ai colleghi uomini. “Io ero una privilegiata perché a pranzo mangiavo con le Peshmerga ufficiali e di sera con la “truppa”. La mensa di queste ragazze era molto povera di proteine, minerali, vitamine.

8

Praticamente niente carne, niente frutta, qualche vegetale e qualche legume. Una salsa di pomodoro con legumi oppure uno zucchino o una patata con contorno di riso era la dieta pranzo e cena. Per rendere sopportabile la vita del campo militare – ricorda – alle donne sono stati organizzati dei turni di 4 giorni di servizio e 8 giorni a casa in famiglia a riprendere le forze. E’ impressionante vedere quanti bambini accompagnavano il giorno di “paga” le soldatesse allineate in fila fuori del loro comando. Ed è straordinario vedere come le “Peshmerga” dai 20 ai 60 anni possano anche rinunciare a lavarsi per il freddo così intenso da non riuscire ad affrontare il gelo dell’acqua, ma non a truccarsi, diradare le sopracciglia, marcare gli occhi, mettersi capelli posticci per infoltire le chiome. Allo specchio si attardano il tempo necessario poi – conclude – indossano anfibi e passamontagna, imbracciano il fucile e vanno a combattere, mentre a casa hanno mariti e figli, maneggiando granate e strisciando dietro cumuli di terra”.

 

Monia Savioli

 

Coalition strikes in Iraq

Asia @en/BreakingNews @en/Defence di

Attack, bomber, fighter, and remotely piloted aircraft as well as rocket artillery conducted six strikes in Iraq, coordinated with and in support of the Iraqi government:

— Near Mosul, three strikes engaged two ISIL tactical units, suppressed three mortar teams, damaged 14 supply routes, disabled a bridge, and destroyed five mortars, two supply caches, four fighting positions, a command and control node, a weapons cache, and a vehicle bomb factory.

— Near Rawah, a strike engaged an ISIL tactical unit and destroyed a vehicle.

— Near Sinjar, a strike destroyed an ISIL fighting position, a mortar, and a UAV.

— Near Tal Afar, a strike destroyed a semi-truck.

Task force officials define a strike as one or more kinetic events that occur in roughly the same geographic location to produce a single, sometimes cumulative, effect. Therefore, officials explained, a single aircraft delivering a single weapon against a lone ISIL vehicle is a strike, but so is multiple aircraft delivering dozens of weapons against buildings, vehicles and weapon systems in a compound, for example, having the cumulative effect of making those targets harder or impossible for ISIL to use. Accordingly, officials said, they do not report the number or type of aircraft employed in a strike, the number of munitions dropped in each strike, or the number of individual munition impact points against a target. Ground-based artillery fired in counterfire or in fire support to maneuver roles is not classified as a strike.

Iraq, six Air strike hit Daesh

Defence di

Attack, bomber, fighter and remotely piloted aircraft and rocket artillery conducted six strikes in Iraq, coordinated with and in support of Iraq’s government:

— Near Haditha, a strike destroyed an artillery system.

— Near Huwayjah, two strikes engaged two ISIL tactical units and destroyed an ISIL-held building and a vehicle.

— Near Mosul, three strikes engaged two ISIL tactical units; destroyed three ISIL-held buildings, three supply caches, two mortar systems, a fighting position and a vehicle bomb; damaged 24 supply routes; and suppressed two mortar teams.

Task force officials define a strike as one or more kinetic events that occur in roughly the same geographic location to produce a single, sometimes cumulative, effect. Therefore, officials explained, a single aircraft delivering a single weapon against a lone ISIL vehicle is one strike, but so is multiple aircraft delivering dozens of weapons against buildings, vehicles and weapon systems in a compound, for example, having the cumulative effect of making those targets harder or impossible for ISIL to use. Accordingly, officials said, they do not report the number or type of aircraft employed in a strike, the number of munitions dropped in each strike, or the number of individual munition impact points against a target. Ground-based artillery fired in counterfire or in fire support to maneuver roles is not classified as a strike.

The battle of Mosul, a bloodbath

Asia @en/Defence di

Despite its rapid pace, the advance toward Mosul has been relatively uneven. Elite Iraqi special operations forces arrived at the city’s outskirts before the rest of the coalition. According to the battle plan, the advance into Mosul itself was to have begun only once the Iraqi army had converged on the city from three sides. Nonetheless, Prime Minister Haider al-Abadi reportedly ordered the special operations forces to continue on to the city, hoping to sustain the advance’s momentum and prevent the Islamic State from regrouping. Furthermore, though the original strategy provided for an avenue of escape to the west of Mosul, the Iraqi government allegedly bowed to pressure from Tehran and allowed the Iranian-backed Popular Mobilization Forces to close it. The uncoordinated advance from a single direction, coupled with the decision to keep fighters trapped in the city, has turned Mosul into a deadly urban battlefield.

So far, the battle for Mosul has taken a tremendous toll on Iraq’s armed forces. The United Nations estimates that nearly 2,000 Iraqi troops were killed in November alone, many of them in Mosul. Iraqi special operations forces have continued to bear the brunt of the fighting since entering Mosul, joined by the forward elements of the 9th Armored Division that have reached the eastern parts of the city. But officers have complained that their tanks and armored vehicles are of little use in Mosul’s dense urban terrain, where repeated ambushes have hit several of their convoys. Once the 15th and 16th Infantry divisions link up with the special operations forces and 9th Armored Division elements in the city, they will ease the burden on the beleaguered troops. Northeast of the city, the 16th Infantry Division is still making slow progress, while the 15th Infantry Division is spread thin to the southwest from Mosul to Tal Afar.

Meanwhile, Islamic State forces were well-prepared for the confrontation in Mosul. Even before the campaign began, Islamic State fighters established an intricate network of tunnels in the city that not only provides cover against airstrikes but also enables them to suddenly appear in neighborhoods that the Iraqi forces had previously declared clear. The militant group is also driving vehicle-borne improvised explosive devices into advancing Iraqi forces in droves — approximately 15 per day for a total of 600 by the last count. The resulting attacks are difficult to counter with airstrikes or anti-tank missiles. Small arms fire is similarly ineffective against the vehicles because of the armor that the Islamic State invariably bolts to them.

Notwithstanding the fierce battle that lies ahead, the outcome is all but certain: The Iraqi army will eventually retake Mosul. In the meantime, the costs of the campaign — in lives lost and damage done — will continue to mount, perhaps for months to come.

source STRATFOR

Russia is actively supllying tons of humanitarian aid in Syria

BreakingNews @en/Defence di

Moscow has blasted as “outrageous twisting of the facts” a statement by EU foreign policy chief Federica Mogherini, who said the EU was the only party providing aid to Syria. The Russian Foreign Ministry also officially responded to Mogherini’s statement  and said that Russia, “unlike other international players, is actively supplying thousands of tons of humanitarian aid to various regions in Syria, including the liberated areas in eastern Aleppo, at the risk of Russian military lives.” Mogherini’s words aren’t the first aimed against the Russian humanitarian effort in Syria: last week, British Prime Minister Theresa May’s office said that the Syrian regime and their influencers are preventing aid from reaching Aleppo. In response, Russian Defence Ministry’s spokesperson, Major General Igor Konashenkov, said that  the UK government has lost an objective view of what is happening in Syria, including Aleppo, due to Russophobia, adding that the UK has not sent a single gram of flour, any medicine or blankets to help civilians in Aleppo during the whole Syrian conflict.

No common approach on the roadmap for the Donbass settlement reached so far

BreakingNews @en/Defence di

Russian Foreign Minister, Sergey Lavrov, affirmed that no common approach on the roadmap for the Donbass settlement has been reached so far. He reminded that the four Ministers met in late November in Minsk. So far, no common approach has surfaced, although the process is slowly moving, at a snail’s pace however. At their meeting in the Belarusian capital city on November 29, the Normandy Four, namely Russian, German, French and Ukrainian, Foreign Ministers failed to agree a roadmap for the implementation of the Minsk’s agreements. The agreements, signed on September 2014 and February 2015, envisaged a ceasefire between Ukrainian government forces and people’s militias in the self-proclaimed republics in Donetsk and Lugansk starting from February 15 and subsequent withdrawal of heavy weapons from the line of engagement. The deal also laid out a roadmap for a lasting settlement in Ukraine, including local elections and constitutional reform to give more autonomy to the war-torn eastern regions.

1 2 3 10
Redazione
Vai a Inizio