GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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CRONACA

Fatti di cronaca italiani di carattere nazionale e locale

Patricia Gualinga Montalvo incontra il municipio VIII di Roma: Serayaku contro lo sfruttamento petrolifero nei territori indigeni

AMERICHE/CRONACA di

Il 4 luglio Patricia Gualinga Montalvo ha incontrato Roma, organizzazioni sociali italiane e il presidente del Municipio di Garbatella Amedeo Ciaccheri, che ha aperto le porte all’esperienza e alla storia del popolo Quechua di Sarayaku per un gemellaggio tra le due comunità all’insegna delle forme di iniziativa dal basso.

     Patricia Gualinga Montalvo parla la lingua Quechua ed è la rappresentante del popolo di Serayaku che consiste in una minoranza rispetto al territorio. La comunità conta di 1350 abitanti e occupa solo il 5% di un territorio che conta 135 mila ettari. Il villaggio è raggiungibile solo con due metodi: per via Fluviale, impossibile se in secca, o con 25 minuti per via aerea, in questo caso sono frequenti gli incidenti aerei. La comunità di Serayaku è la dimostrazione che anche un piccolo e disperso popolo può lottare e vincere se ha delle convinzioni forti nella tutela dei diritti umani e dei diritti ambientali. La comunità non ha ristoranti o alberghi e vive di pesca, caccia, coltivazioni di iuca e platano verde, hanno case con tetti di foglie e pavimenti in terra per mantenere il fresco. I Serayaku sono conosciuti come un popolo ribelle che agli inizi del 2000 ha iniziato il combattimento contro l’entrata arbitraria di un’azienda argentina e che ha portato avanti una causa di giustizia internazionale. La causa è durata 10 anni passati tra l’opinione pubblica e le fatiche nel sostenere e portare le prove ma alla fine ha visto la vittoria del popolo di Serayaku. Questa vittoria è importante e di ispirazione per tutte le altre comunità del continente è consiste nella sentenza della Corte interamericana dei diritti umani. In quell’occasione, armonia, libertà e pace vennero messe a rischio dal governo, che non aveva consultato la comunità prima di autorizzare la compagnia petrolifera argentina CGC a fare prospezioni sul territorio per valutare l’ampiezza dei giacimenti sotterranei. La compagnia petrolifera offrì 15 dollari a persona per togliere il disturbo. Secondo gli standard internazionali, i progetti di sviluppo, le leggi e le politiche che hanno un impatto sullo stile di vita delle comunità native devono ottenere il consenso preventivo, libero e informato degli interessati. Questo avviene attraverso la messa a disposizione di informazioni oggettive, in una modalità loro accessibile e un coinvolgimento, sin dall’inizio, nella fase decisionale. L’obiettivo di questa lunga lotta era chiamare le autorità ecuadoriane a rispondere della mancata consultazione e ottenere garanzie di non ripetizione di una decisione presa senza il loro consenso. Coi loro legali i Sarayaku hanno portato il caso fino a San José, Costa Rica, sede della Corte interamericana dei diritti umani. La sentenza gli ha dato ragione.

     Il governo dell’Ecuador ha spostato tutta la sua attenzione economica nel petrolio e chiama tutti gli investitori esteri per lo sfruttamento e la comunità Serayaku ha chiesto il rispetto della sentenza della corte interamericana dei diritti umani e di rimanere nei propri territori. Il tema dell’incontro è stata la crescente tensione in Ecuador tra le comunità indigene ed ENI. Nel 2010 il governo ha rinegoziato il contratto con ENI – Agip per lo sfruttamento petrolifero del Blocco 10 nella foresta amazzonica, senza applicare il diritto di consultazione previa, libera e informata dei popoli, delle comunità e delle nazionalità indigene. Tale diritto è espressamente riconosciuto e tutelato dalla Costituzione ecuadoriana (art.57) – oltre che dalla Convenzione n.169 dell’ILO – e riguarda tutti i processi decisionali relativi all’implementazione di piani e programmi di prospezione, sfruttamento e commercializzazione di risorse non rinnovabili presenti nei territori indigeni e che possano avere impatto dal punto di vista ambientale o culturale sulle comunità. La situazione vede però altri importanti blocchi come il 75 e l’85 ad altra presenza Cinese, il blocco 28 sfruttato dall’Ecuador, dalla Bielorussia e dalla Thailandia e anche la presenza del Cile che sfrutta le zone petrolifere e le risorse minerarie. La denuncia da parte di Patricia Gualinga Montalvo consiste nel fatto che ENI ha perseguito lo sfruttamento della zona per 20 anni in silenzio ed estromettendo la comunità dai processi di informazione e contrattazione, cercando di ampliarsi man mano che si esaurivano le riserve di petrolio e coinvolgendo delle zone che includevano ben 5 popolazioni indigene e pozzi di petrolio molto grandi. Dopo le minacce del 5 gennaio da parte di sconosciuti, le donne di Serayaku si sono messe in marcia con le “Mujeres Amazonas” e hanno denunciato le azioni degli ultimi 20 anni. Il risultato è consistito in un’udienza dal presidente dell’Ecuador. Ciò ha segnato un forte impatto mediatico, delle forti tensioni tra le donne e l’ENI ma anche all’interno della stessa comunità. Quest’ultimo accade perché alla consegna di ogni blocco lo stato non fornisce i servizi di base ma di questi se ne occupano le aziende private tramite la contrattazione. In questo momento le donne possono essere considerate le colpevoli per una possibile sospensione dell’erogazione dei servizi base da parte di ENI. Al momento, in generale, le varie comunità si stanno esprimendo per uno stop totale allo sfruttamento della zona e queste problematiche investono molte comunità di tutto il continente dell’America Latina. La stessa comunità però si è fatta promotrice di proposte poiché, a detta di Patricia Gualinga, vengono trattati come se fossero i responsabili del consumo di petrolio. Come comunità, i Serayaku hanno visto i fallimenti dei progetti di conservazione naturale e, tramite una risoluzione, propongono la “KAWSAK SACHA-SELVA VIVIENTE”. Questa è una categoria di conservazione dal punto di vista indigeno e gestito dal punto di vista indigeno, estromettendo tutto ciò che è esterno. Porta avanti la Cosmovisione indigena che vede da difesa degli spazi ambientali in quanto casa degli esseri viventi che reggono e abitano lo stesso ambiente contro i processi delle problematiche ambientali. Questi sono gli esseri della natura che detengono il ruolo di mantenitori dell’equilibrio. Questa è l’essenza della lotta indigena che vede la sua particolarità in quanto può essere compresa solo da chi ha vissuto e vive a stretto contatto con la natura. Tutto ciò serve per ripensare il rapporto con la natura.

     Secondo il rapporto di Amnesty international, in Ecuador, leader di comunità native, difensori dei diritti umani e personale delle ONG hanno subìto procedimenti giudiziari e vessazioni, in un contesto di continue restrizioni ai diritti alla libertà d’espressione e d’associazione. Alle popolazioni native non è stato garantito il diritto a esprime un consenso libero, anticipato e informato. Il progetto di legge per la prevenzione e l’eliminazione della violenza contro le donne è rimasto in attesa della revisione dell’assemblea nazionale. A maggio, la situazione dei diritti umani dell’Ecuador è stata analizzata secondo l’Upr delle Nazioni Unite. L’Ecuador ha accettato le raccomandazioni riguardanti l’adozione di un piano d’azione nazionale su attività produttive e diritti umani, la creazione di un meccanismo efficace di consultazione per le popolazioni native, l’allineamento della legislazione nazionale con gli standard internazionali in materia di libertà d’espressione e d’associazione, la garanzia di misure di protezione per i giornalisti e i difensori dei diritti umani e provvedimenti che avrebbero garantito la tutela dalla discriminazione per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere. L’Ecuador si è impegnato a farsi carico della creazione di uno strumento giuridicamente vincolante a livello internazionale sul tema dei diritti umani e delle società multinazionali. Delle 182 raccomandazioni espresse durante l’Upr, l’Ecuador ne ha accettate 159, ha preso atto di altre 19 e si è riservato di riesaminarne quattro. A luglio, si sono svolte davanti alla Commissione interamericana dei diritti umani (Inter-American Commis­sion on Human Rights – Iachr) le audizioni riguardanti la violenza e le vessazioni nei confronti dei difensori dei diritti umani e relative alle industrie estrattive e al diritto all’identità culturale delle popolazioni native dell’Ecuador. La Iachr ha espresso preoccupazione per l’assenza di rappresentanti dello stato a entrambe le audizioni.

La tutela dei Diritti umani in aree di Crisi: il convegno di Roma 3000

CRONACA di

Il 18 giugno il Centro studi Roma 3000 terrà il convegno dal titolo “La tutela dei diritti Umani nelle Aree di Crisi”. Il convegno sarà l’occasione per riflettere, dibattere e scambiare esperienze sul tema dei diritti umani che in tutto il mondo sono in costante rischio. Le continue escalation nelle aree di crisi però rappresentano i luoghi in cui è maggiormente difficile la protezione di tali diritti. All’incontro saranno presenti esponenti di importanti associazioni che ci daranno la possibilità di analizzare la questione da diverse prospettive: la protezione dei civili e degli operatori, i diritti dell’infanzia, la protezione dei più vulnerabili e la tutela nel rapporto di lavoro. Saranno presenti Croce Rossa, Save the Children, l’Agenzia Habeisha e Vivere Impresa. Il convegno sarà aperto da Alessandro Forlani, esperto di diritti umani e di relazioni internazionali che introdurrà i relatori ospiti del Centro Studi Roma 3000.

Croce Rossa è presente ovunque, dall’intervento a sostegno delle popolazioni nelle zone di guerra, alle emergenze dovute ai disastri naturali, fino all’aiuto nelle tante vulnerabilità quotidiane che non fanno notizia. È il simbolo di un’Italia che aiuta, che ascolta le richieste di aiuto, piccole o grandi, che sono ovunque. Nelle aree di crisi, chi va ad apportare il proprio aiuto o è lì a documentare, è costantemente a rischio. Negli ultimi 15 anni i giornalisti uccisi nell’esercizio del loro mestiere sono stati 1035, specialmente nei teatri di guerra. Allo stesso modo sono tanti gli operatori umanitari che diventano un “target” delle parti in conflitto. Ciò nonostante questi operatori sono sempre in prima linea per tamponare le gravi crisi umanitarie. Allo stesso modo l’intervento nei luoghi in cui avvengono le calamità naturali risulta un rischio per operatori e civili. Per la Croce Rossa interverrà Rosario Valastro con l’intervento dal titolo “La protezione dei civili e degli operatori sanitari nelle zone a rischio: l’esperienza della Croce Rossa“.

Uno degli aspetti più devastanti della guerra è l’effetto che ha sulle vite dei bambini. Questi subiscono l’impatto del trauma e della violenza, subiscono minacce alla loro salute e alla loro felicità. Inoltre, non hanno la possibilità di sperimentare l’infanzia. Nelle aree di conflitto intere generazioni di bambini potrebbero avere conseguenze permanenti devastanti. In recenti ricerche nelle aree di crisi, nei bambini si sono riscontrate depressione, iperattività, predilezione per la solitudine e aggressività. A ciò si aggiunge la minaccia della guerra, la paura delle bombe, la costante insicurezza causata dall’instabilità e fenomeni come incubi e la difficoltà a dormire. Tutto ciò mette a dura prova la salute mentale dei bambini e costituisce una grave minaccia per i loro fragili meccanismi di difesa. Questo li espone a un alto rischio di stress tossico, la più pericolosa forma di risposta allo stress, provocata da una forte o prolungata esposizione alle avversità. L’esposizione agli eventi traumatici può portare a un aumento dei disturbi a lungo termine della salute mentale come il disturbo depressivo maggiore (MDD), il disturbo d’ansia da separazione (SAD), il disturbo overanxious (OAD) e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) dopo la fine del conflitto. In particolare, l’attivazione prolungata degli ormoni dello stress nella prima infanzia può effettivamente ridurre le connessioni neurali in aree del cervello dedicate all’apprendimento e al ragionamento, influenzando le abilità dei bambini a svolgere attività accademiche e successive nella loro vita. Le avversità estreme nella prima infanzia possono ostacolare lo sviluppo sano dei bambini e la loro capacità di funzionare pienamente, anche quando la violenza è cessata. I bambini, non solo vedono negati il diritto al gioco, alla salute e allo studio ma vedono precludersi il futuro da guerra in cui non hanno nessuna responsabilità. Per Save The Children Interverrà Daniela Fatarella con l’intervento dal titolo “Le gravi violazioni dei diritti dei minori in conflitto”.

Padre Mussie è un attivista impegnato in azioni per salvare i migranti nel Mediterraneo, è il fondatore e il presidente dell’agenzia Habeshia e nel 2015 è stato nominato per il Nobel per la pace. Nato in Eritrea, ad Asmara, è espatriato fortunosamente in Italia nel 1992, appena diciassettenne, come rifugiato politico. Si è guadagnato l’appellativo “L’angelo dei profughi” in anni di attività in difesa dei diritti e della vita stessa dei richiedenti asilo e dei migranti in fuga dal Corno d’Africa e dai paesi dell’Africa sub sahariana verso l’Europa o verso Israele. Dopo aver preso i voti, in concomitanza con l’aggravarsi della vicenda dei profughi a causa di tutta una serie di situazioni di crisi esplose in Africa, è stato tra i primi, in quegli anni, a partire dalla tarda estate del 2010, a segnalare la tratta degli schiavi nel Sinai. Piaga tutt’ora aperta che vede centinaia di giovani catturati nel deserto, verso il confine di israele, da bande di predoni beduini collegate a organizzazioni criminali internazionali, che pretendono per ogni prigioniero pesanti riscatti, minacciano di consegnare chi non riesce a pagare al mercato degli organi per i trapianti clandestini. Le sue denunce, fatte attraverso l’agenzia di assistenza Habeshia, da lui stesso fondata, insieme a quelle di altre organizzazioni umanitarie, hanno destato sensazione in tutto il mondo, ma l’eco si è spenta in poche settimane, senza che la comunità internazionale si sia mai fatta davvero carico di quella che appare un’autentica emergenza umanitaria. Da allora è stata una escalation di orrore. Il traffico di schiavi nel Sinai non è mai cessato. Anzi la mafia dei trafficanti ha esteso e radicato il proprio operato lungo le vie di fuga dei migranti, sia nei paesi di transito verso l’Europa che in quelli di prima accoglienza: Etiopia, Sudan, Egitto, Libia. Mentre le crisi, le rivolte, le guerre, la carestia continuano a produrre fuggiaschi e richiedenti asilo e, dunque, “materiale umano” da sfruttare per i trafficanti. Padre Mussie è diventato un punto di riferimento per le vittime di tutto questo: prima a Roma, dove ha esercitato la prima fase del suo sacerdozio, ed ora in Svizzera, dove si è trasferito come responsabile nazionale per la pastorale degli Eritrei e degli Etiopi residenti nella Repubblica Elvetica. Il titolo del suo intervento sarà “il diritto dei deboli non è un diritto debole“.

L’avvocato Cristina Nasini è membro del direttivo dell’associazione “Vivere Impresa No-Profit” con delega agli Aspetti giuridici. Avvocato civilista, svolge la libera professione sia per attività giudiziale nell’ambito del diritto di famiglia, del lavoro, societario, fallimentare e contrattualistica, sia per attività di consulenza. Si è occupata di amministrazioni di sostegno e segue Fondazioni e Onlus che operano nel Terzo settore. Il titolo del suo intervento sarà “La tutela dei diritti umani nel rapporto di lavoro internazionale. L’impegno delle aziende”.

Il dibattito sarà moderato da Alessandro Conte, giornalista e presidente del Centro Studi Roma 3000

 

L’evento si terra presso la Camera dei Deputati, Palazzo San Macuto, Sala del refettorio il 18 giugno 2018 alle ore 17.00 in via del seminario 76 a Roma. Per partecipare e per motivi legati alle norme di sicurezza della Camera Dei Deputati è necessario confermare la presenza inviando una mail a registrazione@roma3000.it entro il 15 giugno 2018, ricordiamo che il regolamento della Camera dei Deputati prevede l’obbligo di giacca e cravatta per l’accesso alla sala del convegno.

I dannati della terra: il report sullo scandalo Italiano che coinvolge lavoratori e migranti

CRONACA/EUROPA di

Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha avviato dal 2014 il progetto Terragiusta, una campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura, realizzato con il sostegno di Fondazione con il Sud, Fondazione Charlemagne, Open Society Foundations e OIS (Osservatorio Internazionale per la Salute Onlus). L’associazione recentemente ha presentato il rapporto intitolato “I Dannati della terra, rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella piana di Gioia Tauro”. Dalla Calabria proviene un quarto della produzione nazionale di agrumi e tutta la provincia di Reggio Calabria è un territorio a vocazione agricola: l’agricoltura è il settore principale dell’economia locale e consiste in 25.000 ettari di frutteto della piana. A partire dagli anni ’90 sono arrivate le comunità di braccianti stranieri: per primi sono arrivati migranti magrebini, poi migranti dall’Europa dell’est e per ultimi i migranti dell’africa sub-sahariana. Il contesto vede un atteggiamento di razzismo e di indifferenza verso i lavoratori africani che lavorano in nero e sono vittime di un’illegalità diffusa. I caratteri dominanti sono: condizioni lavorative di sfruttamento o pratiche illecite e situazioni abitative di degrado e marginalizzazione. MEDU per cinque anni consecutivi ha operato nella Piana di Gioia Tauro prestando assistenza sociosanitaria ai lavoratori migranti, almeno 3500 persone distribuite tra i vari insediamenti informali sparsi nella piana, che forniscono manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi. In questo contesto si vedono gli effetti negativi dell’incontro tra il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioni nella gestione del fenomeno migratorio nel nostro paese e i nodi irrisolti della questione meridionale.

La situazione attuale e l’intervento MEDU

In 5 anni di intervento MEDU ha offerto la prima assistenza medica, orientamento sociosanitario e sui diritti del lavoro e compiuto il monitoraggio delle condizioni sociosanitarie dei pazienti (come la rivelazione dei dati epidemiologici, relazione tra le condizioni lavorative e di salute, status giuridico, condizioni abitative e accesso alle cure). Con il supporto di CGIL Gioia Tauro ha offerto orientamento legale, mediazione legale e potenziamento sui diritti del lavoro. La popolazione è prevalentemente giovane e di sesso maschile, l’età media è di 29 anni. Le precarie condizioni di vita pregiudicano la salute fisica e mentale dei lavoratori stagionali; inoltre, molti non sanno a cosa serva la tessera sanitaria né dell’esistenza di un medico di base di riferimento. Sono state riscontrate patologie prevalentemente riconducibili alle gravi condizioni di vita e di lavoro quali malattie all’apparato digerente, all’apparato respiratorio e malattie osteomuscolari e al tessuto connettivo. Tra cumuli di immondizia, bagni maleodoranti e fatiscenti, bombole a gas per riscaldare cibo e acqua, pochi generatori a benzina, materassi a terra o posizionati su vecchie reti e l’odore nauseabondo di plastica e rifiuti bruciati vivono queste persone. La gran parte dei braccianti continua a concentrarsi nella zona industriale di San Ferdinando, a pochi passi da Rosarno, in particolare nella vecchia tendopoli (che accoglie almeno il 60% dei lavoratori migranti stagionali della zona), in un capannone adiacente e nella vecchia fabbrica a poche centinaia di metri di distanza. La situazione vede preoccupanti condizioni igienico-sanitarie, mancanza di acqua potabile e frequenti roghi che hanno in più occasioni ridotto in cenere le baracche ed i pochi averi e documenti degli abitanti. Tutto ciò rende la vita in questi luoghi precaria e a rischio. Secondo l’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’UomoOgni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”; è evidente che questo diritto non viene garantito. Manca una pianificazione sia per l’accoglienza dei lavoratori stagionali che per quelli che passano qui gran parte dell’anno, manca un progetto complessivo di mediazione abitativa e inclusione sociale. Nell’agosto 2017 è stata aperta l’ennesima tendopoli “ufficiale” in grado di ospitare circa 500 persone. La struttura, circondata da un alto reticolato e da telecamere di videosorveglianza, è gestita da associazioni della protezione civile che sorvegliano ingressi ed uscite attraverso un sistema di badge e riconoscimento delle impronte digitali e provvedono alla manutenzione del posto. Ci sono 7 container adibiti a servizi igienici, acqua calda ed elettricità. L’acqua erogata non è adatta al consumo umano e non è attivo alcun servizio di distribuzione di acqua potabile. Non è previsto alcun tipo di assistenza socio-legale né medica e psicologica, e gli operatori si affidano a due ospiti per il servizio di pulizia e mediazione. La tendopoli rappresenta una soluzione emergenziale, non risolutiva e costosa. La prima tendopoli realizzata nel 2012 si è trasformata rapidamente in una baraccopoli e venne sgomberata nel 2013 in seguito ad una relazione dall’Azienda sanitaria locale sulle preoccupanti condizioni igienico-sanitarie rilevate. Al suo posto venne allestito un nuovo capo di accoglienza sul sito dell’attuale baraccopoli. Le tende blu ormai lacere ed i container adibiti a bagni, che versano da anni in condizioni deprecabili, ben chiariscono la sua denominazione di “vecchia tendopoli”. Priva di luce e acqua corrente (l’acqua – non potabile – si prende dai bagni o da una fontana vicina), ospita baracche (casette improvvisate di cartone, plastica e lamiera) e vecchie tende con letti e materassi che accolgono almeno 2000 persone nel pieno della stagione agrumicola. Le bombole a gas permettono alle persone di cucinare e di riscaldare l’acqua per la doccia, mentre alcuni generatori a benzina riescono ad illuminare o diffondere un po’ di musica. Nell’insediamento è sorta un’economia informale fatta di attività e commerci per rispondere ai bisogni delle migliaia di abitanti delle due tendopoli. I rifiuti, per i quali non è previsto alcun servizio di raccolta, si accumulano nel perimetro dell’insediamento o in buche create a questo scopo. Bruciarli è l’unico metodo di smaltimento adottato, rendendo l’aria irrespirabile e contribuendo a peggiorare le già critiche condizioni igienico-sanitarie. Quella descritta è una situazione di Isolamento e marginalizzazione fisica e sociale dei lavoratori migranti che peggiorerà con la crescita della popolazione della baraccopoli. È da segnalare l’aumento del numero di donne presumibilmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale che necessitano di assistenza.

Foto di Rocco Rorandelli per “Medici per i diritti umani”

I braccianti vengono retribuiti a giornata, a cottimo o a ore. Oltre un terzo dei lavoratori deve rivolgersi al “caporale” sia per la ricerca di lavoro che per il trasporto (a cui versa 3 euro al giorno) per raggiungere il posto di lavoro, inoltre a questo viene versata una quota fissa o una percentuale sulla raccolta. Il bracciante ha un impiego per 3-4 giorni alla settimana per 8-9 ore di lavoro al giorno. La retribuzione media percepita e di 25 euro a giornata ma la quasi totalità dei pazienti non conosce la busta paga e non sa se verranno versati i contributi. Inoltre, il pagamento spesso avviene in ritardo. L’articolo 23 della dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo recita1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro. 3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale”; anche qui sorgono delle criticità. Lo sfruttamento lavorativo continua ad essere un fenomeno (economico, sociale ed umano) ampiamente diffuso che si caratterizza per le patologiche relazioni di lavoro e che viene agevolato dalla condizione di disagio e vulnerabilità del lavoratore migrante. La condizione è di grave sfruttamento e sistematica violazione dei diritti dei lavoratori in un ambiente in cui vi è la difficoltà di denuncia da parte dei lavoratori per il timore di rimanere senza lavoro. Il problema consiste maggiormente nella debole capacità di controllo e monitoraggio da parte delle istituzioni sulle aziende, dall’assenza di incentivi per le imprese agricole e dalla presenza un settore agrumicolo fragile e frammentato e da una filiera iniqua dominata dalla grande distribuzione. Per fare fronte a ciò la Regione Calabria è stata una delle prime ad adottare nel dicembre del 2016 la “Convenzione di cooperazione per il contrasto al caporalato e al lavoro sommerso e irregolare in agricoltura”, sottoscritta nell’ambito del Protocollo interministeriale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura siglato a livello nazionale il 27 maggio dello stesso anno. L’accordo si poneva l’obiettivo di realizzare una “rete” che rendesse più efficaci gli interventi di contrasto al caporalato e al lavoro nero attribuendo compiti e responsabilità precise agli Enti sottoscrittori tra cui attività di informazione e orientamento al lavoro nel settore agricolo, tavoli di lavoro con dei rappresentanti dell’INAIL e dell’INPS con la collaborazione di mediatori culturali e l’impegno della regione Calabria a promuovere politiche abitative a favore dei lavoratori agricoli stagionali. La Convenzione assegnava poi alle Organizzazioni datoriali il compito di svolgere attività di sensibilizzazione dei propri iscritti per l’assunzione di lavoratori agricoli stagionali dalle liste di prenotazione istituite presso i Centri per l’impiego, di realizzare sistemi di trasporto per le lavoratrici e i lavoratori del settore agricolo che coprano l’itinerario casa/luogo di lavoro e di segnalare agli Organismi preposti ogni situazione di irregolarità di cui venissero a conoscenza. La denuncia di MEDU è che poco o nulla di tutto questo pare aver trovato attuazione al momento se non per l’attività di informazione ai lavoratori da parte delle organizzazioni sindacali in materia contrattuale, previdenziale e assistenziale, di sicurezza sul lavoro, su problematiche di carattere lavorativo o legate allo status di lavoratore extracomunitario. La situazione di irregolarità diffusa nel lavoro agricolo risulta un problema per i migranti, in quanto si fonda sulla sistematica violazione di diritti, che per il sistema paese. Questa irregolarità determina un enorme costo in termini di evasione fiscale e altera significativamente la concorrenza pregiudicando i diritti delle imprese che rispettano le regole. Per il prossimo futuro si vede un ulteriore aumento del numero di persone in condizione di irregolarità e costrette a vivere negli insediamenti informali sparsi sul territorio nazionale, ciò comporterà un aggravamento progressivo ed una cronicizzazione delle condizioni di marginalità sociale. Nel rapporto si dice che “Il precario status giuridico della maggior parte dei lavoratori migranti, insieme ad una scarsa conoscenza dei propri diritti, aumenta la vulnerabilità e l’accettazione pressoché incondizionata di condizioni di lavoro inique e fondate sulla necessità ed il bisogno”. Lo status giuridico diventa sinonimo di precarietà per la difficoltà di accesso per la difficoltà di accesso alla procedura per la domanda d’asilo e per i lunghi tempi di attesa per il suo completamento, per la lentezza nel disbrigo delle pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno, per scarsità di risorse e personale degli uffici territoriali preposti al rilascio e al rinnovo dei titoli di soggiorno e per la precarietà giuridica dovuta al carattere temporaneo di molti permessi di soggiorno.

Foto di Rocco Rorandelli per “Medici per i diritti umani”

Non sono mancate, nel corso degli ultimi anni, le dichiarazioni da parte delle istituzioni per un maggiore impegno in direzione di un miglioramento delle condizioni complessive di vita e lavoro dei braccianti stagionali. Le dichiarazioni erano volte ad assicurare l’individuazione e la realizzazione di politiche attive di accoglienza ed integrazione nel tessuto sociale locale oltre che a prevedere lo sviluppo di iniziative progettuali di integrazione sociale e di inserimento lavorativo degli stranieri specie in agricoltura. La stessa convenzione firmata nel 2016 era volta a favorire il libero mercato del lavoro nel settore agricolo e a prevenire forme illegali di intermediazione di manodopera e il lavoro irregolare, inoltre prevedeva anche di promuovere “politiche abitative in favore dei lavoratori agricoli stagionali” e l’istituzione di attività in favore dei lavoratori stagionali. Nella stessa direzione andavano la nomina governativa del commissario straordinario per l’area di San Ferdinando, dell’agosto dello scorso anno, con il compito di adottare un piano di interventi per il risanamento e l’integrazione dei cittadini stranieri nell’area. MEDU però sottolinea che è stato un impegno sulla carta e a parole. Ad oggi tutte le dichiarazioni non si sono tradotte in azioni concrete in grado di porre limiti al degrado e allo sfruttamento in nome di un processo di inclusione reale e tangibile capace di generare ricadute positive a beneficio del territorio.

Il fenomeno migratorio

Il fenomeno migratorio, è un fenomeno globale. In tutto il mondo la popolazione in movimento è pari a 65.6 milioni (quanto la popolazione dell’intera Francia) e ci si muove per vari motivi: guerra, povertà, cambiamenti climatici, studio o lavoro. Per esempio, tra i migranti provenienti dal Corno d’Africa, e in particolare dall’Eritrea, il motivo principale della fuga è il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato, un sistema paragonabile ai lavori forzati. In generale i migranti dell’Africa subsahariana si muovono per la persecuzione politica o per motivazioni economiche. Prima di arrivare al Mediterraneo i migranti devono affrontare un lungo viaggio e in molti casi non è detto che arrivino al mare. Per esempio, molti migranti devono attraversare un tratto di rotta nel deserto chiamato “la strada verso l’inferno”, altri devono invece attraversare il deserto verso la Libia con i pick-up. Un primo pick-up lascia i migranti al confine con la Libia, per poi tornare indietro, vengono quindi fatti salire su un altro pick-up gestito dai trafficanti libici. Il costo del viaggio verso la Libia può variare da mille a 1.500 dollari e a seconda della rotta varia la durata. Per la cosiddetta rotta occidentale-est la durata media del viaggio dal paese di origine è di venti mesi, mentre il tempo medio di permanenza in Libia è di 14 mesi. Mentre per la cosiddetta rotta orientale-centro la durata media del viaggio dal paese di origine è di 15 mesi, mentre il tempo medio di permanenza in Libia per i migranti del Corno d’Africa è di tre mesi. Le tratte sono gestite da intermediari e trafficanti, questo aumenta ulteriormente i problemi e i rischi per i migranti. La durata del viaggio spesso è dovuta alla permanenza nei campi profughi trovati per strada, o per la persecuzione da parte dei governi o per lavorare per poter ripagare i trafficanti. Spesso i migranti si indebitano. In questo senso è allarmante l’aumento di vittime adolescenti che non hanno coscienza di essere vittime di tratta e delle violenze che sono destinate a subire. Molte vittime non sanno in cosa consista la “prostituzione” che dovranno svolgere per saldare il debito contratto con i trafficanti. Ulteriore problema consiste nel fatto che Il controllo delle vittime di tratta da parte dei trafficanti durante la loro permanenza nei paesi di transito è reso difficoltoso dalla situazione di instabilità in cui questi Stati versano. I traumi estremi come la tortura e le violenze sono un’esperienza comune durante il viaggio. La privazione di cibo e acqua, le pessime condizioni igieniche sanitarie, le frequenti percosse e altri tipi di traumi sono le forme più comuni e generalizzate di maltrattamenti. Ci sono altre forme di tortura più specifiche sia fisiche sia psicologiche a cui sono sottoposti i migranti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o picchiato. Spesso vengono riscontrati in molti migranti disturbi da stress post traumatico (ptsd) e altri disturbi legati a eventi traumatici, ma anche disturbi depressivi, somatizzazioni legate al trauma, disturbi d’ansia e del sonno. 21.00 vittime sono quelle sulle rotte migratorie dal 2014 ad oggi per raggiungere la Grecia, l’Italia o la spagna. Questo numero è destinato ad aumentare poiché se ne stanno andando via le ONG, la cui vita è resa difficile dal governo libico. Basta pensare che quest’anno è aumentato il tasso dei morti rispetto ai migranti arrivati vivi. Prendendo i dati del solo 2018 Il mediterraneo centrale è la rotta migratoria più mortale e pericolosa del mondo. Questo rappresenta solo una breve sintesi dell’inizio dell’avventura dei migranti che riescono ad arrivare al nostro paese e possono finire in contesti come quelli della piana di Gioia Tauro. Un ulteriore elemento su cui riflettere è che spesso si parla di migrazioni solo durante le campagne elettorali e che ci sono politici che parlano di “invasione”. Di invasione non si tratta (anche perché tra i paesi che ospitano il maggior numero di immigrati abbiamo Turchia, Pakistan e Libano) e dobbiamo ricordarci che parliamo sempre di persone: dietro le statistiche ci sono persone, storie e bambini. Inoltre, spesso ci troviamo davanti a fenomeni che persistono nel tempo

Tra passato e presente

Otto anni fa, tra il 7 e il 9 gennaio 2010, vi furono violenti scontri a sfondo razziale iniziati dopo il ferimento di due immigrati da parte di sconosciuti con una carabina ad aria compressa. In seguito, vi fu una rivolta urbana (la cosiddetta “Rivolta di Rosarno”) che vide contrapporsi forze dell’ordine, cittadini e immigrati. Nel pomeriggio del 7 gennaio alcuni sconosciuti spararono diversi colpi con un’arma ad aria compressa su tre immigrati di ritorno dai campi. La sera stessa del ferimento, un primo consistente gruppo protestò violentemente per l’accaduto scontrandosi con le autorità dell’ordine. Il giorno seguente la reazione si fece più feroce e più di 2000 immigrati marciarono su Rosarno e ci furono diversi scontri con la polizia. Dopo che le tensioni salirono a causa di attacchi a negozi e automobili, la protesta degli immigrati scatenò una risposta altrettanto accesa da parte dei rosarnesi, i quali armati di mazze e bastoni formarono ronde autonome ferendo gravemente diversi africani. Due giorni dopo gli scontri, il numero dei feriti era di 53 persone, divisi tra: 18 poliziotti, 14 rosarnesi e 21 immigrati, otto dei quali ricoverati in ospedale. I giorni successivi videro diversi agguati tra i due schieramenti e il culmine si raggiunse con l’appiccamento di un fuoco in un capannone di ritrovo per i migranti. Alla fine, le forze dell’ordine riuscirono a riportare la calma tra ambedue le parti. Molti migranti furono trasferiti nei centri di accoglienza, mentre altri se ne andarono via. Sarebbe più preciso dire che sono fuggiti dato che hanno lasciato vestiti, scarpe e valigie nelle loro baracche. Il “New York Times” riportò che venne arrestato il figlio di un boss affiliato alla ‘ndrangheta accusato di aver ferito un poliziotto. Successivamente la magistratura aprì un’indagine sul ruolo della ‘‘ndrangheta e ci si chiese perché dopo anni di convivenza ci si volle liberare di questi migranti senza diritti. Sostanzialmente si iniziò a indagare circa la possibilità che alcune cosche mafiose calabresi potessero aver avuto interessi a far scoppiare gli scontri oppure che li avessero sostenuti per ottenere consenso popolare. Tra i fatti sospetti rientrava l’utilizzo del fucile ad aria compressa, segno che l’intenzione non era uccidere ma ferire, in un contesto dove le armi non mancavano. All’epoca si fece notare lo sfruttamento di questi lavoratori in una delle zone più povere d’Italia, dove gli abitanti guadagnavano poco di più ma non avrebbero mai raccolto la frutta. Si sottolineo il fatto dell’esistenza di una economia debole in cui la popolazione locale si faceva concorrenza con gli immigrati. Molte delle problematiche derivavano dal fatto che diminuirono le generose sovvenzioni dell’Unione Europea: nel 2007 vi fu un cambio di regole, le sovvenzioni furono legate agli ettari coltivati e non alle tonnellate prodotte (spesso venivano dichiarati grandi raccolti su pochi ettari). Per alcune autorità sarebbe stato più redditizio abbandonare i raccolti e incassare le sovvenzioni, invece di pagare i braccianti. Braccianti sfruttati che vivevano in edifici abbandonati o in tende senza acqua, luce e bagni.

Il giornale francese “Le Monde” commentò la situazione in vari modi. Il giornale notò come Berlusconi non ritenne necessario esprimere la propria opinione sugli scontri e sulle violenze subite dagli immigrati, come Maroni cercò di declassare il fatto come “solo una questione di ordine pubblico” (dichiarò anche che la rivolta fosse il risultato di una politica di forte tolleranza verso l’immigrazione clandestina) e come la Lega nord, moltiplicasse le provocazioni verso i nuovi arrivati in Italia senza che nessuno, o quasi, dicesse nulla. Le Monde mise in rilievo la “parte razzista” del nostro paese in cui la stampa di destra chiama i neri “negri” o “Bingo-Bongo”. Dava l’immagine di un razzismo tranquillo, accettato e privo di una condanna da parte del potere. Era l’immagine di un’Italia incapace di fare una riflessione su una società multietnica e multiculturale, incapace di riflettere sui problemi che l’Italia condivideva (e condivide ancora) con gli altri paesi europei. Inoltre, sottolineava il fatto che il nostro paese è passato dall’essere un paese di emigrazione a un paese di immigrazione il cui unico obiettivo era quello di scoraggiare il viaggio verso l’Italia. A questo proposito sottolineò la firma dell’accordo con la Libia nel 2008, un accordo volto a rimandare indietro i migranti prima che arrivassero alle coste italiane prima di far valere il diritto di asilo.

Esiste però anche la “parte non razzista” che subito dopo gli scontri si organizzò in un corteo e scrisse sullo striscione “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, 20 anni di convivenza non sono razzismo”. Gli abitanti vollero respingere le accuse di razzismo rivolte da più parti agli abitanti del paese per la cacciata degli immigrati. I titolari dei negozi chiusero i propri esercizi per esprimere la propria solidarietà. Tra coloro che hanno partecipato al corteo ci sono stati anche numerosi immigrati e hanno sfilato insieme una donna di Rosarno ferita nel corso degli scontri e una donna immigrata. L’allora parroco di Rosarno, Don Carmelo Ascone, disse “la gente del paese non è razzista, è una guerra tra poveri, perché qui non c’è lo stato, qui comanda la ‘ndrangheta”.

Foto di Marco di Lauro

Sono passati Otto anni da quei fatti ma i grandi ghetti di lavoratori migranti rappresentano ancora uno scandalo italiano di fatto rimosso dal dibattito pubblico e dalle istituzioni politiche, che sembrano incapaci di qualsiasi iniziativa concreta e di largo respiro. È un problema che deve essere pensato prima di tutto come un problema nel mondo del lavoro e come spunto di riflessione per poter parlare di integrazione. Molti dei braccianti hanno una scarsa conoscenza della lingua italiana e questo testimonia la grave carenza del sistema di accoglienza di cui queste persone hanno usufruito. Il 90% dei lavoratori incontrati durante le interviste è regolarmente soggiornante, la maggior parte per motivi umanitari, per richiesta di asilo o per protezione internazionale. Meno di 3 persone su 10 lavorano con un contratto. Infine, la maggior parte lavorano con un mancato rispetto dei diritti e delle tutele fondamentali dei lavoratori agricoli. Il tema delle nuove schiavitù è un tema di attualità in tutto il mondo (qui l’articolo che parla del Rana Plaza), non coinvolge solo l’Italia o il mondo agricolo. È un fenomeno che merita attenzione, dibattito e politiche internazionali. Per quanto riguarda nel modo più specifico il nostro paese, occorre, poi, fare una riflessione sugli errori e sulle politiche inefficaci riproposte ciclicamente per poter lavorare su nuove proposte realmente efficaci e inclusive.

“OPS!”, NASCE L’OSSERVATORIO POLITICHE SOCIALI: intervista al Dottore Giuseppe Pierro

CRONACA di

La recente crisi economica ha riproposto e reso quanto mai attuale la rilevanza dei problemi sociali. Problemi che erano rimasti sotto le ceneri della crescita economica e che ora si ripresentano in nuove e inattese forme. In questi anni vi è stata la presa di coscienza per cui il “contratto sociale”, sul quale si è retta la nostra società, è venuto meno: al lavoro non corrisponde più la sicurezza e la protezione sociale e alla crescita economica non corrisponde più la crescita occupazionale. Il rischio è quello di dare avvio a una profonda crisi culturale in cui la nostra società deve decidere che percorso intraprendere. La crisi culturale potrebbe non essere un dato negativo se portatrice di una nuova cultura, improntata ai valori della crescita diffusa e inclusiva, della solidarietà e della cooperazione internazionale, dell’attenzione all’ambiente e alle future generazioni. Ma la realtà che spesso vediamo oggi è fatta da povertà, xenofobia, misoginia e violenza. Per fortuna c’è una reazione alla cultura della violenza e della disuguaglianza e nascono progetti che vogliono studiare e comprendere cosa sta accadendo per fare qualcosa di importante e costruttivo. È il caso dell’”Osservatorio Politiche Sociali”, o meglio noto come “Ops!”, che ci viene raccontato in un’intervista di Alessandro Conte al Dottor Giuseppe Pierro in veste di direttore dell’Osservatorio.

AC: In che cosa consiste questo osservatorio che avete fondato e che prende i primi passi proprio in questi giorni?

GP: Consiste nell’idea comune di amici alla fine, con i quali mi onoro da mezz’ora a questa parte di fare il presidente. Di amici che collaborano con me dal punto di vista editoriale. Diciamo, insomma, che ci siamo più volte incontrati in temi di carattere sociale. Quindi abbiamo fatto varie iniziative, già come casa editrice riguardanti il bullismo e il cyberbullismo. Ho fatto anche un’intervista con voi per la presentazione di un libro sul cyberbullismo, poi abbiamo anche trattato il mobbing. Insomma, fin quando queste idee non sono diventate sempre più grandi e abbiamo deciso di sederci intorno a un tavolo e iniziare a mettere giù qualcosa di importante. Abbiamo fatto l’incontro il mese scorso in puglia a Trani e proprio in questo momento in tempo reale abbiamo firmato lo statuto e abbiamo dato vita all’OPS! , Osservatorio Politiche Sociali.

AC: Quali saranno i prossimi passi dell’osservatorio?

GP: Li stiamo decidendo in questo momento. Ovviamente di carne al fuoco ce ne è tanta, stiamo cercando di focalizzare due o tre argomenti di maggiore interesse sociale per provare a fare qualcosa di importante per il paese. Quindi cercare di fare cose che gli altri non fanno o di dire cose che gli altri non dicono. Quindi avere il coraggio mettere la faccia anche per denunciare argomenti tanto attuali quanto sensibili.

La cosa che fa più piacere in un progetto del genere sono le persone che hanno accettato con questo impegno di unire le proprie competenze per il sociale e sposare un sogno. All’evento inaugurale (tenutosi il mese scorso a Trani) hanno preso parte nomi del mondo istituzionale, giornalisti e dello spettacolo. Soci fondatori dell’osservatorio sono l’avvocato e docente di diritto Luigi Viola, l’avvocato e docente di diritto Michele Filippelli, l’avvocato Maria Rosaria Della Corte, la psicoterapeuta Allegra Sangiovanni, l’avvocato Giovanni De Luca, il penalista Alfredo Foti, il segretario del sindacato COSP Domenico Mastrulli, Francesca Rodolfo, giornalista e conduttrice di Telenorba, Giuseppe Pierro (editore Admaiora e presidente Ops!) e Francesca Corraro (scrittrice e direttrice editoriale Admaiora). L’Italia, ma anche ogni paese, ha bisogno di persone che prendano a cuore le esigenze della comunità senza un doppio fine. Tra le finalità dell’Osservatorio vi sono la realizzazione di laboratori, workshop, meeting, briefing e tavole rotonde,  pubblicazione di libri, testi divulgativi, tesi di laurea e riviste informative dell’osservatorio;  donazione di borse di studio e collaborazioni con enti pubblici e privati;  la realizzazione di una raccolta di articoli, documenti e testimonianze riguardanti gli scopi dell’Osservatorio, al fine di creare una biblioteca e una banca dati che sarà messa a disposizione di chiunque per scopi culturali, di ricerca e di divulgazione. Chiunque potrà sostenere l’osservatorio, diventando socio a sua volta. Infine, il Dottor Pierro invita al prossimo evento e ci parla del futuro dell’osservatorio: “Noi siamo il 17 a Palmi con il primo convengo ufficiale dell’osservatorio e che si occuperà di femminicidio. Quale argomento più importante, più attuale e più, diciamo, difficile anche da affrontare. Tristemente attuale. Non so se avete visto anche ieri il servizio delle “Iene”. Quindi parleremo di questo proprio in Calabria a Palmi, proprio il 17. E poi vediamo, è tutto in divenire. Quindi di argomenti e di iniziative ce ne saranno tantissime ma soprattutto avrà ampio respiro nazionale e di richieste di adesione ne stiamo già avendo tantissime”.

Fiaccolata per Pamela Mastropietro, il 13 aprile per non dimenticare

CRONACA di

Il prossimo 13 aprile a Roma, sarà organizzata una fiaccolata in memoria di Pamela Mastropietro, la ragazza brutalmente uccisa a Macerata il 29 gennaio scorso. Una violenza in inaudita su una giovane donna uccisa e sezionata in 25 pezzi per essere abbandonata in due trolley in un campo , senza nessuna pietà.

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Alessandro Conte
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