GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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RANA PLAZA, 5 ANNI DOPO: la catastrofe che ci invita a riflettere sul fatto che viviamo in una società globale

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Era la mattina del 24 aprile del 2013 quando a Dhaka, la capitale del Bangladesh, un edificio commerciale di 8 piani crollò alle 8:45 lasciando solo il piano terra intatto. Chi era presente lo descrisse come un terremoto ma la notizia più tragica fu la conferma che 3.650 operai erano presenti al momento del crollo. Il bilancio finale fu di 1.135 morti e 2.515 feriti. Il Rana Plaza, il nome dell’edificio commerciale, conteneva fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi altri negozi. Fu uno dei peggiori disastri industriali della storia moderna ed è diventato il simbolo dello sfruttamento della manodopera asiatica da parte degli appaltatori delle multinazionali dell’abbigliamento che fanno finta di non sapere cosa succede all’altra estremità della catena. Nel momento in cui sono state notate delle crepe sull’edificio, i negozi e la banca ai piani inferiori sono stati chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio è stato ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili. I dipendenti delle fabbriche di abbigliamento lavoravano in condizioni indegne e senza misure di sicurezza, fu ordinato loro di tornare il giorno successivo, giorno in cui l’edificio ha ceduto, collassando durante le ore di punta della mattina. Tra i dipendenti più della metà erano donne accompagnate dai figli che erano stati lasciati negli asili nido aziendali all’interno dell’edificio. Le fabbriche realizzavano abbigliamento per marchi quali: Adler Modemärkte, Auchan, Ascena Retail, Benetton, Bonmarché, Camaïeu, C&A, Cato Fashions, Cropp (LPP), El Corte Inglés, Grabalok, Gueldenpfennig, Inditex, Joe Fresh, Kik, Loblaws, Mango, Manifattura Corona, Mascot, Matalan, NKD, Premier Clothing, Primark, Sons and Daughters (Kids for Fashion), Texman (PVT), The Children’s Place (TCP), Walmart e YesZee. Le scene seguenti vedono i parenti delle vittime in fila per il riconoscimento all’obitorio, li con una sensazione di malessere che aumentava e i passi che diventavano sempre più pesanti, li sospesi in un limbo ad aspettare di conoscere la sorte di familiari o amici. Si vedono, inoltre, anche operai sopravvissuti partecipare alle operazioni di soccorso e fotografi che fanno di tutto per documentare il disastro e diffondere in tutto il mondo la sofferenza di migliaia di lavoratori. È grazie a questi che possiamo vedere gli ultimi momenti strazianti di due persone che non si sono volute separare fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo abbraccio.

April 25, 2013 – “A Final embrace” di Taslima Akther

Questo è solo uno dei numerosi incidenti accaduti in Bangladesh negli ultimi 10 anni e la stessa Dhaka ha visto un terribile incendio nel 2012 che uccise almeno 112 lavoratori. I responsabili si sono rifiutati di lasciare che i lavoratori fuggissero anche dopo che gli allarmi antincendio si sono attivati e nessuna delle fabbriche coinvolte avevano un sindacato per rappresentare i lavoratori e per aiutarli a combattere contro le richieste mortali dei gestori. Ali Ahmed Khan, capo del servizio antincendio e della protezione civile, disse che i quattro piani superiori erano stati costruiti senza permesso e l’architetto dell’edificio, Massoud Reza, affermò che l’edificio era stato progettato per ospitare solo negozi e uffici, non fabbriche. L’edificio non era progettato con una struttura abbastanza forte da sopportare il peso e le vibrazioni dei macchinari pesanti. Le operazioni di salvataggio e recupero proseguirono nei 17 giorni successivi al crollo, il 10 maggio fu salvata, quasi illesa, dalle macerie una donna di nome Reshma.

Sohel Rana, proprietario del palazzo, venne arrestato qualche giorno dopo il crollo, mentre cercava di fuggire in India. È una delle 42 persone che le autorità del Bangladesh hanno incriminato per omicidio, con l’accusa di avere ignorato gli avvertimenti sulla fragilità e l’insicurezza dell’edificio e le raccomandazioni, ricevute il giorno prima del crollo, di non consentire l’ingresso ai lavoratori. Rana è accusato insieme ad altre diciassette persone anche di avere violato il regolamento edilizio, per avere trasformato illegalmente il palazzo in un complesso industriale di nove piani. Due giorni dopo il crollo dell’edificio, i lavoratori tessili delle zone industriali di Dhaka, Chittagong e Gazipur hanno dato luogo ad insurrezioni, prendendo di mira veicoli, edifici commerciali e fabbriche di abbigliamento. Successivamente i partiti politici di sinistra e il Partito Nazionalista del Bangladesh hanno chiesto l’arresto e il processo dei sospettati e l’istituzione di una commissione indipendente per identificare le fabbriche pericolose. Il 1º maggio i lavoratori protestarono e sfilarono a migliaia attraverso il centro di Dhaka per chiedere condizioni di lavoro più sicure e la pena di morte per il proprietario del Rana Plaza. I funzionari governativi locali riferirono di essere in trattative con l’Associazione dei produttori ed esportatori del Bangladesh per pagare gli stipendi in sospeso, più altri tre mesi. Dopo che i funzionari hanno promesso ai lavoratori sopravvissuti che sarebbero presto pagati, questi hanno concluso la loro protesta. L’associazione ha quindi compilato un elenco dei dipendenti sopravvissuti. Il giorno dopo, 18 industrie di abbigliamento, di cui 16 a Dacca e 2 a Chittagong, sono state chiuse. Il Ministro per l’industria tessile, Abdul Latif Siddique, ha detto ai giornalisti che sarebbero state chiuse ancora più fabbriche nell’ambito di rigorose nuove misure per garantire la sicurezza. A giugno dello stesso anno però la polizia ha aperto il fuoco su centinaia di ex lavoratori e di parenti delle vittime del crollo, che protestavano per chiedere gli arretrati e i risarcimenti promessi dal governo e dall’associazione dei produttori. La stessa scena si è avuta a settembre quanto almeno 50 persone sono rimaste ferite quando la polizia ha sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni contro una folla di manifestanti che bloccavano le strade di Dhaka.

Il caso Rana Plaza ha suscitato numerose proteste in giro per il mondo che hanno coinvolto anche le aziende non coinvolte direttamente nell’incidente ma che utilizzano fabbriche in Bangladesh. L’International Labour Organization (ILO) nei giorni successivi al disastrò avverti di non boicottare i prodotti Made in Bangladesh poiché avrebbe causato un numero elevato di disoccupati ma occorreva porsi l’obiettivo da porsi di migliorare e cambiare le condizioni di lavoro. Lo scopo, ancora oggi, è di cambiare il modo in cui i paesi cercano di attrarre investimenti stranieri. È il modello di business che deve essere cambiato poiché i costi bassi non devono essere perseguiti a scapito della vita delle persone e della loro sicurezza. Nel 2015 Human Rights Watch ha pubblicato il rapporto Whoever Raises their Head Suffers the Most” che si basa su interviste con più di 160 lavoratori di 44 fabbriche, la maggior parte delle quali sono imprese commerciali al dettaglio in Nord America, Europa e Australia. Nelle interviste sono state segnalate violazioni come aggressioni fisiche, abusi verbali (anche di natura sessuale), lavoro straordinario forzato, negazione del congedo di maternità retribuito e il vizio di non pagare gli stipendi e i bonus in tempo o in pieno. Nonostante le riforme del diritto del lavoro, i lavoratori che cercano di formare i sindacati devono affrontare minacce, intimidazioni, il licenziamento e aggressioni fisiche per mano dei datori di lavoro o per opera di picchiatori assunti. Ad esempio, in una fabbrica di Dhaka, alcune leader sindacali femminili hanno dovuto affrontare minacce, abusi, ed hanno dovuto subire un aumento drammatico dei carichi di lavoro, dopo aver presentato i moduli di registrazione del sindacato. Nelle interviste con Human Rights Watch, sei donne che hanno contribuito all’istituzione del sindacato hanno detto che sono state perseguitate per questa sola ragione, ricevendo persino minacce a casa di alcune di loro. Non appena sono stati presentati i moduli di registrazione, i gangster locali sono andati a casa delle donne e le hanno minacciate dicendo “Se ti avvicini alla fabbrica ti spezziamo le mani e le gambe”.

“Collapse of Rana Plaza” di Rahul Talukder

I “Rana Plaza” europei

Il fenomeno interessa strettamente anche l’Europa, un rapporto di Clean Clothes Campaign rivela condizioni di grave sfruttamento nella produzione di abbigliamento “Made in Europe”. Il rapporto documenta bassi salari endemici e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Ad esempio, molti lavoratori in Ucraina, nonostante gli straordinari, guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere almeno 5 volte tanto. Per molti marchi questi paesi rappresentano paradisi per i bassi salari e molti brand enfatizzano l’appartenenza al “Made in Europe”, suggerendo che questo concetto sia sinonimo di “condizioni di lavoro eque”. In realtà, molti dei 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose e si trovano in una situazione di indebitamento significativo. Inoltre, i salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze sono terribili e vedono soprattutto lavoratrici raccontare che a volte non hanno nulla da mangiare o che a mala pena riescono a pagare le bollette. Le interviste a lavoratrici e lavoratori di fabbriche di abbigliamento e calzature in Ungheria, Ucraina e Serbia hanno rivelato che molti di loro sono costretti ad effettuare straordinari per raggiungere i loro obiettivi di produzione. Ma nonostante questo, difficilmente riescono a guadagnare qualcosa in più del salario minimo. Tra le condizioni di lavoro pericolose vi è l’esposizione al calore o a sostanze chimiche tossiche, condizioni antigieniche, straordinari forzati illegali e non pagati e abusi da parte dei dirigenti. I lavoratori intervistati si sentono intimiditi e sotto costante minaccia di licenziamento o trasferimento. Quando i lavoratori serbi chiedono perché durante la calda estate non c’è aria condizionata, perché l’accesso all’acqua potabile è limitato o perché sono costretti a lavorare di nuovo il sabato, la risposta è: “Quella è la porta”. A essere coinvolte sono tre milioni di persone: in Turchia, Georgia, Bulgaria, Romania, Macedonia, Moldavia, Ucraina, Bosnia, Croazia, Slovacchia. Queste vengono sottopagate da marchi come Zara, H&M, Hugo Boss, Nike, Levi’s, Max Mara, Benetton, Versace, Dolce e Gabbana e Prada. Queste persone vengono pagate con salari che si aggirano intorno al 30% della media nazionale. Inoltre, vengono messe in atto strategie retributive per nascondere il non raggiungimento dei minimi salariali. Si va dalla “sottrazione di congedi retribuiti e dello straordinario” alle irregolarità dei congedi stessi. Poi in tutta l’aria geografica presa in considerazione dalla ricerca, sembra sia prassi non dare ai lavoratori stipendi arretrati e liquidazioni dopo la chiusura degli stabilimenti.

5 anni dopo il Rana Plaza

Il 17 aprile, a una settimana dal quinto anniversario del crollo, la “Campagna Abiti Puliti” (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) e i suoi alleati hanno iniziano una sette giorni di pressione sui marchi internazionali affinché si assumano le loro responsabilità nel garantire fabbriche sicure in Bangladesh firmando l’Accordo di Transizione 2018. L’Accordo porta avanti il lavoro svolto con l’attuale Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh sottoscritto nel 2013, a partire dalla scadenza di maggio. L’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh ha contribuito in maniera significativa a migliorare la sicurezza delle fabbriche in quel Paese. Un’estensione dell’inziale programma quinquennale è stata già firmata da oltre 140 marchi, coprendo più di 1.300 fabbriche e circa due milioni di lavoratori. L’obiettivo è di aumentare il numero di operai salvaguardati rispetto al precedente accordo. Il nuovo accordo offre la possibilità di includere anche fabbriche che producono accessori tessili, a maglia e in tessuto non necessariamente di abbigliamento. È ad esempio il caso di marchi come IKEA, chiamati ad assumersi anche loro la responsabilità di garantire la sicurezza per i propri lavoratori. L’Accordo 2018 include disposizioni migliorate per il risarcimento per i lavoratori infortunati e riconosce l’importanza della libertà di associazione sindacale nell’assicurare che i lavoratori abbiano voce in capitolo nella protezione della propria sicurezza. I tecnici dell’Accordo hanno ispezionato più di 1.900 fabbriche di abbigliamento bengalesi fornitrici dei marchi che lo hanno sottoscritto. Grazie a questo accordo i tecnici sono stati in grado di correggere 97.000 rischi per incendi, problemi elettrici e strutturali; inoltre, l’accordo è stato in grado di risolvere 183 reclami formulati dai lavoratori. Nel gennaio 2018 IndustriALL e UNI hanno raggiunto un accordo, nell’ambito del meccanismo legalmente vincolante dell’Accordo, che prevede un impegno a pagare 2,3 milioni di dollari da parte dei marchi internazionali da destinare alla messa in sicurezza di più di 150 fabbriche sue fornitrici.  Questo, dopo un altro accordo di successo con un marchio globale inadempiente, presso il tribunale arbitrale dell’Aia nel dicembre 2017.

La catastrofe del Rana Plaza ha avuto degli effetti positivi come quello di risvegliare l’opinione pubblica dei paesi sviluppati e quello di stimolare le organizzazioni internazionali che proteggono i diritti degli operai tessili in Asia. Il Bangladesh, secondo esportatore di abiti al mondo (dopo la Cina), ha beneficiato di questa mobilitazione, culminata con la firma di un accordo sulla sicurezza patrocinato dall’Organizzazione internazionale del lavoro di cui abbiamo appena visto gli effetti. Rimane però ancora molto da fare. Migliaia di strutture in Bangladesh non hanno ancora sottoscritto l’accordo per cui varie associazioni stanno lottando per l’estensione fino al 2021. Il lavoro minorile resta un problema enorme, come le condizioni salariali dei lavoratori tessili, e gli scioperi proclamati in Bangladesh per sostenere rivendicazioni in questo senso sono stati duramente repressi. A questo punto abbiamo tutti il dovere di riflettere dato che il fenomeno investe anche l’Europa e le fabbriche in Europa. Le grandi aziende dovrebbero riflettere sul loro modello economico basato sull’abbassamento dei prezzi e i consumatori dovrebbero chiedersi qual è il costo umano dietro ai vestiti. Ed è quello che ci invita a fare il documentario “True Cost” del 2015. Siamo sempre più disconnessi dalle persone che confezionano i nostri vestiti e ci sono circa 40 milioni di lavoratori nel settore tessile, molti dei quali non condividono gli stessi diritti o protezioni di molte persone in Occidente. Costantemente abbiamo avuto modo di vedere lo sfruttamento del lavoro a basso costo e la violazione dei diritti dei lavoratori, delle donne e dei diritti umani in molti paesi in via di sviluppo in tutto il mondo. L’industria della moda rappresenta uno dei più grandi punti di connessione per milioni di persone. La moda è un mondo che parte dall’agricoltura, passa per la produzione e finisce nella vendita al dettaglio e, ad oggi, abbiamo alcuni dei più alti livelli di disuguaglianza e distruzione ambientale che il mondo abbia mai visto. Questi sono i risultati della cosiddetta “Moda veloce”, l’industria della moda oggi si può riassumere con il motto “vai veloce o vai a casa”. Un capo di abbigliamento dura in media cinque settimane e per produrlo ci vogliono tra le sei e le otto settimane. Al posto delle tradizionali collezioni “autunno-inverno” e “primavera-estate”, un marchio fast fashion può produrre due ministagioni a settimana con enormi costi umani e ambientali, dovuti alla produzione di cotone e alla tinteggiatura dei tessuti. Ovviamente con elevati guadagni da parte di queste multinazionali. Il problema è che un boicottaggio non avrebbe senso perché danneggia chi si vorrebbe aiutare, un punto di partenza è chiedersi “chi ha fatto i miei vestiti?” per riflettere sui meccanismi di produzione e fare pressione sui grandi marchi. Dobbiamo trovare un modo per continuare a operare in un mondo globalizzato che valuti le persone e il pianeta come essenziali. Come clienti in un mondo sempre più disconnesso, è importante sentirsi in contatto con i lavoratori che confezionano i nostri vestiti e informare i marchi che ci prendiamo cura di queste persone e della loro voce. Perché, come ci ricorda la rivista “Internazionale” con il suo mini-documentario in 6 parti, “ci sono vite dietro le etichette.

Afghanistan: Passaggio di consegne alla “Joint Air Task Force”.

Asia/SICUREZZA di

Si è svolta a Herat, presso “Camp Arena”, sede del contingente militare italiano del Train Advise Assist Command West(TAAC-W), la cerimonia del passaggio di consegne della Joint Air Task Force (JAFT). Il comando sarà affidato al Colonnello Cosimo De Luca, che subentra al comandante uscente Luca Tonello. La JAFT, costituita nel 2007 è composta da militari provenienti da tutti i reparti dell’Aereonautica Militare. Dal 2015, in concomitanza con la fine della missione ISAF e l’inizio della missione NATO “Resolute Support”, gestisce l’aeroporto di Herat e si occupa della formazione tecnico professionale degli operatori del settore. Durante la cerimonia il Colonnello Luca Tonello, con un discorso di commiato, ha ringraziato vivamente tutte le articolazioni del TAAC-W, sottolineando in particolare “ la professionalità e l’assoluta dedizione” del personale della JAFT. Durante il proprio periodo di comando sono state portate a termine le attività  di addestramento  del personale dell’Afghan Civil Aviation Authority(ACAA) nelle funzioni essenziali per la gestione dell’aeroporto, il tutto in un periodo di transizione da una gestione diretta dell’aeroporto con personale dell’Aereonautica Militare, ad una gestione per il tramite di ditte civili contrattualizzate dalla NSPA  (contractors).  Quest’ultima è la principale agenzia di logistica e approvvigionamento dell’organizzazione NATO. Il comandante Cosimo De Luca dovrà gestire la transizione alla successiva fase di integrazione del personale afghano all’interno degli organici dei “contractors” e assicurare il completamento dell’addestramento del rimanente personale ACAA. Alla cerimonia erano presenti numerose autorità civili e militari. Il comandante del contingente italiano del TAAC-W, Massimo Biagini, ha maturato parole di elogio nei confronti della JAFT: “ La JATF ha svolto e svolge un ruolo fondamentale sia per lo sviluppo dell’aeroporto di Herat, sia per la funzionalità del supporto aereo alle forze della coalizione” .  Hanno partecipato inoltre il Direttore dell’Aeroporto Internazionale Mr. Mohammad Azam Azami e l’Head of Office della Nato Support and Procurment Agency (NSPA), Mr. Gerry Holden.

Dure parole dell’UE contro la Corea del Nord e il Myanmar.

Il 16 ottobre è stato un giorno intenso anche sotto il punto di vista delle operazioni più squisitamente politiche dell’UE.

Prima di tutto il Consiglio ha adottato delle conclusioni sul Myanmar/Birmania, abbastanza dure, in cui si legge che “la situazione umanitaria e dei diritti umani nello Stato di Rakhine è estremamente grave” per via delle notizie, recentemente diffuse, su violenze nei confronti della popolazione e di gravi violazioni dei diritti umani (uso di mine, violenza di genere, uso indiscriminato di armi da fuoco). Nel documento si parla della popolazione Rohingya, che sta fuggendo in Bangladesh, e si lancia un appello a tutte le parti in conflitto

Rohingya in fuga verso il Bangladesh su mezzi di fortuna (fonte www.rai.it)

affinché le violenze cessino. Nel frattempo, l’UE ha intensificato l’assistenza umanitaria a favore dei rifugiati Rohingya in Bangladesh e si è dichiarata pronta a estendere le proprie attività a favore di tutte le persone in stato di necessità nello Stato di Rakhine, una volta che venga consentito l’accesso ad una sua missione (in virtù del principio giuridico internazionale secondo il quale uno Stato in crisi debba necessariamente acconsentire all’ingresso di organizzazioni internazionali nel suo territorio). 

D’altro canto – si legge in una nota – l’UE si è compiaciuta del fatto che alcuni enti governativi si stiano occupando del triste fenomeno dell’apolidia dei Rohingya e che il governo si stia in qualche modo impegnando a consegnare alla giustizia  i responsabili delle violazioni dei diritti umani (spesso commesse anche nei confronti di minori) e lo ha invitato a collaborare con la Commissione Internazionale dei Diritti Umani dell’ONU, che ha stabilito una missione in quei territori.

Nel contempo però, l’UE ha stigmatizzato lo sproporzionato uso della forza da parte delle forze di sicurezza ed ha annunciato che rivedrà tutti gli accordi di cooperazione concreta in materia di difesa, confermando la permanenza del vigente embargo su armi e affini e promettendo anche misure più drastiche, in ogni sede, qualora la situazione dovesse non mutare.  Insomma: una situazione ancora in divenire, e dagli scenari mutevoli, anche perché in Myanmar esiste una Delegazione UE, ossia una vera e propria ambasciate dell’Unione, che dipende dal Servizio di Azione Esterna.

Una delle strade “deserte” di Pyongyang, capitale della Corea del Nord.

Altro fronte aperto rimane quello della Corea del Nord. Il 16 ottobre il Consiglio in versione “Affari esteri” ha infatti discusso del dossier, con particolare riferimento allo sviluppo di armi nucleari e di missili balistici che hanno violato totalmente ogni risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite al riguardo.

L’UE ha comminato ulteriori sanzioni, che rafforzano quelle già decise in ambito ONU:

 

  • il divieto totale di investimenti dell’UE in Corea del Nord, in ogni settore: in precedenza il divieto era circoscritto agli investimenti nell’industria nucleare e delle armi convenzionali, nei settori minerario, della raffinazione e delle industrie chimiche, della metallurgia e della lavorazione dei metalli, nonché nel settore aerospaziale. Ora non si può investire più in Nord Corea. 
  • il divieto totale della vendita di prodotti petroliferi raffinati e petrolio greggio, senza alcuna limitazione in pejus. Prima c’erano dei limiti, già insopportabili, che comunque permettevano un minimo commercio di idrocarburi. Ora tutto questo non sara proprio più possibile. 
  • la riduzione dell’importo delle rimesse personali, da parte dei nordocreani residenti all’estero, da 15.000  a 5.000 euro, in ragione dei sospetti che queste siano utilizzate per sostenere programmi illegali connessi al nucleare o ai missili balistici. Quindi, difficoltà anche a spedire i soldi a casa: non verranno nemmeno rinnovati i permessi di lavoro per i cittadini nordcoreani presenti nel territorio dell’Unione (tranne per coloro che godono della protezione internazionale, perché rifugiati. In poche parole, solo ai dissidenti del regime dei Kim verranno garantiti lavoro ed assistenza). 

Il Consiglio ha inoltre inserito negli elenchi delle persone ed entità soggette al congelamento dei beni e a restrizioni di viaggio tre persone e sei società che sostengono i programmi nucleari illeciti. Sono quindi 41 le persone e 10 le società sottoposte a misure restrittive nei confronti della Corea del Nord – che si aggiungono alle 63 persone e 53 entità designate dalle Nazioni Unite – a cui si sta cercando in tutti i modi di “tarpare le ali” per fare pressione sul (pericoloso) governo di Pyongyang. 

(fonte www.consilium.europa.eu)

India e Cina per una nuova leadership sul clima?

Asia di

Il mondo cambia rapidamente. Fino a non molto tempo fa gli Stati Uniti di Barack Obama, nel ruolo dei virtuosi, premendo su India a Cina, i “grandi inquinatori”, perché rinnovassero le proprie politiche ambientali e si unissero alla schiera dei paesi impegnati a combattere il cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi COP 21, siglato nel 2015 e sottoscritto da tutti i principali attori in gioco, aveva rappresentato, fatti salvi i molti compromessi al ribasso, un esito favorevole per le istanze ambientaliste ed un successo della stessa amministrazione democratica americana.

A meno di due anni di distanza, gli USA di Trump si apprestano ad uscire dall’accordo e India e Cina si candidano a guidare la lotta contro l’inquinamento, senza risparmiare dure critiche alle scelte della nuova presidenza.

Nessuno dei due paesi, però, sembra realmente in grado di assumere la leadership sul fronte della lotta al riscaldamento globale e riempire il vuoto che verrà inevitabilmente lasciato dalla fuoriuscita degli Stati Uniti.

I due governi asiatici stanno gradualmente assumendo posizioni più nette, anche livello pubblico, contro l’inquinamento da combustibili fossili, poiché le rispettive popolazioni sono destinate a soffrire in modo sempre più diretto gli effetti nefasti dei cambiamenti climatici e dell’avvelenamento delle risorse naturali. Al di là delle prese di posizione, di per se rassicuranti, Cina e India non sono però in grado, almeno per ora, di compensare il forte indebolimento del sistema di incentivi economici che gli USA offrivano ai paesi in via di sviluppo in cambio di un maggiore controllo sui propri livelli di inquinamento.

Il cambiamento di rotta in Asia è però evidente e non va sottovalutato. Per decenni i governi di India e Cina avevano guardato con sospetto e fastidio agli appelli dei paesi del primo mondo per una riduzione delle emissioni inquinanti. Chi aveva basato il proprio sviluppo sull’industrializzazione selvaggia, senza farsi troppe domande sulle conseguenze climatiche, chiedeva ai paesi più poveri di limitare le proprie capacità di crescita in ragione della salute del pianeta. Da che pulpito arrivava la predica?

Oggi, però, sia il presidente indiano Modi che il suo omologo cinese Xi Jinping, sembrano aver adottato una diversa visione del mondo. Modi ha definito “un atto moralmente criminale” quello di non tenere fede agli impegni presi sul fronte climatico. Jinping si è rivolto a tutti i firmatari dell’accordo COP 21 ricordando che esso rappresenta “una responsabilità che dobbiamo assumere per le future generazioni”.

La scelta di Trump potrebbe avere conseguenze drammatiche per quello stesso futuro. Oltre alla riduzione degli incentivi economici e delle forniture di dotazioni tecnologiche (gli USA da soli avrebbero dovuto contribuire per circa il 20% del totale), la ritirata americana potrebbe invogliare altri paesi a fare lo stesso. L’accordo di Parigi, inoltre, era stato da molti considerato un risultato al ribasso, incapace di contenere realmente l’innalzamento delle temperature globali nei prossimi anni. Sarebbero necessari tagli decisamente più sostanziali alle emissioni, per invertire la rotta, ma il voltafaccia americano rischia di indebolire anche l’accordo corrente, incoraggiando gli stati più esitanti ad allentare le maglie del proprio impegno.

Gli USA, inoltre, sono il secondo paese più inquinante al mondo e con gli accordi di Parigi si erano impegnati a ridurre del 26-28% l’emissione di gas serra entro il 2025. Senza il loro contributo, si chiedono gli esperti, come sarà possibile rispettare l’obiettivo di limitare l’innalzamento delle temperature, rispetto all’era pre-industriale, al di sotto dei due gradi, come previsto dagli accordi di Parigi?

Difficile dirlo, ma le cose comunque si muovono. Se l’india si impegna a rispettare i propri obiettivi, nonostante 240 milioni di persone nel sub-continente non abbiano ancora accesso all’elettricità, la Cina sembra viaggiare spedita verso la realizzazione dei suoi impegni e ha avviato un progetto di finanziamento sul fronte delle energie rinnovabili (360 milioni di dollari entro il 2020) che fa del gigante asiatico il nuovo leader del settore a livello globale.

Le nuove politiche ambientali, secondo gli studiosi, hanno già iniziato ad avere alcune conseguenze tangibili nei due paesi. La Cina ha rallentato i propri consumi e l’India si appresta a ridurre i progetti di costruzione di nuovi impianti industriali a carbone. Nuova Deli ha poi accelerato gli investimenti sul fronte dell’energia eolica e di quella solare, muovendosi spedita verso l’obiettivo fissato per il 2022: portare la propria capacità di energia da fonti rinnovabili a 175 gigawatt.

Le parole del ministro dell’energia indiano, Piyush Goya suonano chiare e decise : “Non ci stiamo impegnando sul cambiamento climatico perché ce lo ha detto qualcuno, è anzi un articolo di fede per il nostro governo”. Anche la stoccata rivolta ai paesi più industrializzati ben rappresenta il cambio di paradigma: “Sfortunatamente il mondo sviluppato non dimostra lo stesso impegno nel rispettare le proprie promesse, che potrebbero aiutare ad accelerare la rivoluzione dell’energia pulita.”

Saranno dunque capaci le potenze asiatiche di supplire alle mancanze americane e caricare sulle proprie spalle questa rivoluzione? L’impegno è evidente ma resta il problema economico. La leadership americana sul fronte ambientale, nell’era Obama, si era espressa attraverso un finanziamento di 3 mila miliardi di dollari in favore dei paesi più poveri, per sostenerli nello sviluppo di energie alternative. Questo fondo è stato ridotto di due terzi da Trump e né Pechino né Nuova Deli intendono mettere sul piatto tutti questi soldi. Piuttosto, i due giganti sembrano disposti a svolgere un ruolo di coordinazione e indirizzo, rafforzando la condivisione di conoscenze sul fronte tecnologico tra le nazioni coinvolte.

Usando le parole di Varad Pande, un ex-consulente del Ministero dell’Energia indiano, quella che si costruisce oggi sarà “una leadership dal sapore diverso”.

Decisa e speziata, si spera, come il curry.

Isolamento Qatar provocherà gravi ripercussioni

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La decisione senza precedenti del blocco di Paesi del Golfo (più le Maldive) di rompere le relazioni diplomatiche e commerciali con il Qatar è forse il primo atto di un processo che produrrà effetti a catena nei prossimi mesi. Un processo che era semplicemente tenuto in silenzio dall’attesa per le prime mosse della nuova Amministrazione americana. Non è dunque un caso che la decisione saudita, ma anche di Yemen, Bahrain, Egitto, arrivi a breve distanza dalla visita di Donald Trump a Ryadh. Una visita che ha smontato il primo pezzo della strategia USA impostata da Obama nell’ultimo decennio. Il riconoscimento dell’Iran come pivot geopolitico regionale, attraverso la legittimazione del suo programma nucleare, ha cambiato per un certo periodo il paradigma di potenza nella regione. Il Qatar ha trovato utile la mossa opportunistica di dialogare con Teheran in funzione anti-saudita, continuando peraltro a sostenere i gruppi di opposizione interna ai regimi di Arabia saudita e Egitto, in particolare la Fratellanza musulmana.

Una decisione che è opportunistica nelle modalità ma strutturale nelle motivazioni. Il golpe interno al piccolo stato del Golfo, atto fondativo della fase contemporanea della monarchia, è stato forse il momento di rottura più drammatico della vita interna al Qatar. I sauditi hanno considerato sempre il vicino come un protettorato. Fino a quando Doha non si è smarcata a suon di dollari del gas, di una attiva diplomazia economica e culturale e dello shopping finanziario e bancario in giro per il pianeta. La geometria delle alleanza, a partire da quel momento, è diventata variabile. Qatarini ed emiratini si sono trovati su fronti contrapposti in Libia – non è un caso che alla rottura delle relazioni diplomatiche si sia associato anche il Governo non riconosciuto di Tobruk -; sauditi ed emiratini hanno sponsorizzato gruppi diversi di copmbattenti in Siria; Qatar e Arabia Saudita si sono contrapposte in Egitto, con Doha che ha supportato ampiamente i Fratelli Musulmani di Morsi mentre Ryadh considera il Generale Al-Sisi un presidio di stabilità. Tutte queste contraddizioni hanno però trovato un punto di sintesi nella contrapposizione del mondo sunnita, guidato dalla dinastia degli al-Saud, all’Iran sciita. Ed è su questo punto che si è consumata la frattura delle scorse ore. L’Iran combatte una guerra per procura in Yemen, contro i gruppi vicini ai sauditi, in Siria – dove peraltro è l’unico Paese con “scarponi sul terreno” contro lo Stato Islamico -, in Bahrein, dove senz’altro alimenta le proteste di piazza contro il regno della minoranza sunnita. Ma la risposta dei sauditi al tentativo egemonico di Teheran non è meno spregiudicato: in Siria come in Iraq, i gruppi che si mescolano allo Stato islamico sono finanziati da Ryadh, come sostengono i rapporti dell’intelligence americana e dei principali think tanks internazionali.

In Medio Oriente si combatte una gigantesca guerra per procura per il predominio geopolitico e identitario nella regione. L’America di Obama aveva fatto una scelta strategica precisa, puntando sull’Iran come elemento di futura stabilizzazione. Era da immaginare che questa scelta avrebbe scontentato i sauditi e i suoi alleati nel Golfo. Non era immaginabile però che il nuovo Presidente americano avrebbe agito così rapidamente e contribuito a smontare con una sola visita un paziente lavoro di cucitura diplomatica durato anni. L’Iran rischia dunque un nuovo isolamento e il Qatar, che non ha mai rotto il filo del dialogo con gli iraniani, è il primo a farne le spese.
Si è riaperto un grande gioco in quell’area del mondo – c’è da attendersi che Russia e Cina non staranno a guardare. Le cui conseguenze sono imprevedibili. C’è però da giurare che, rientrato alla Casa Bianca dopo il suo primo lungo tour internazionale, Trump abbia capito finalmente quanto sia complicato il mondo e quanto sia difficile provare a governarlo.

di Gianluca Ansalone

Unifil, cambio di comando ITALBAT, subentra il Colonnello Colizza

Asia/Difesa di

Al Mansouri (Libano) 02 maggio 2017 – Ha avuto luogo questa mattina, presso la base italiana di   Al Mansouri, la cerimonia di avvicendamento del comando di ITALBATT, l’unità di manovra del Contingente Italiano della missione UNIFIL, tra il Colonnello Angelo DI DOMENICO, cedente, e il Colonnello Massimo CROCCO BARISANO COLIZZA, subentrante.

Il passaggio della bandiera ONU che sancisce il Traferimento di AutoritàIl passaggio della bandiera delle Nazioni Unite alla presenza del Gen.B. Francesco OLLA, Comandante della Joint Task Force – Lebanon Sector West su base Brigata Meccanizzata “Granatieri di Sardegna”, e degli stendardi dei Reggimenti “Genova Cavalleria” (4°) e “Lancieri di Montebello” (8°), ha sancito ufficialmente l’inizio dell’operazione “Leonte XXII” per il “Montebello”.

La cedente Task Force “Genova” nel corso dell’ultimo mese ha condotto un corso di lingua italiana a favore delle giovani studentesse dell’Istituto Femminile di Tiro e uno di Information Communication Technology a favore di circa 10 donne in collaborazione con il Social Development Centre che opera nell’area a Sud del Litani. I progetti di formazione, oltre a aver contribuito ad infondere una conoscenza di base delle materie trattate, hanno volutamente coinvolto l’importante dimensione femminile nell’ottica di una prospettiva di gender, aspetto fondamentale nella condotta delle operazioni internazionali delle Nazioni Unite.

Le “redini” della Task Force ITALBATT passano, quindi a reggimento “Lancieri di Montebello” (8°), con le unità operative del proprio Gruppo Squadroni Esplorante – che esprimono nell’ambito della stessa operazione anche la riserva tattica di settore alle dirette dipendenze del Generale Comandante il Sector West – e un Battaglione del 1° reggimento “Granatieri di Sardegna”, entrambi di stanza a Roma.

I compiti operativi che i “Verdi Lancieri” saranno chiamati ad assolvere nella propria area di operazione sono definiti dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che vedono, tra i suoi obiettivi principali, la cessazione delle ostilità attraverso un costante monitoraggio della Blue Line; il supporto alla popolazione locale, attraverso la funzione operativa di cooperazione civile-militare (CIMIC); il supporto alle Forze Armate libanesi dislocate nel Libano del Sud, attraverso il coordinamento, la pianificazione e l’esecuzione di attività addestrative e operative congiunte.

I “Lancieri di Montebello” e i Granatieri continueranno ad assicurare le attività di alta rappresentanza e cerimoniale di stato nella città di Roma, così come le attività operative nell’ambito dell’Operazione “Strade Sicure” in Roma Capitale.

SE PYONGYANG AVVICINA PECHINO A WASHINGTON

Asia di

L’escalation dei toni nel Nordest Asia sta mettendo in allarme le cancellerie della regione e non solo. Il fragile equilibrio su sui si regge la pace nella penisola coreana è messo a dura prova su entrambi i lati. Trump ha minacciato da inviare un”armada” navale, mettendo sotto pressione Pyongyang nei giorni delle celebrazioni per il 105° anniversario della nascita di Kim Il-Sung, fondatore del paese. Kim Jong-Un, sul fronte opposto, ha rinnovato le sue minacce agli Stati Uniti e ai suoi alleati sudcoreani e giapponesi, dichiarandosi intenzionato ad utilizzare tutto il suo potenziale offensivo in caso di conflitto. Il dossier sul nucleare nordcoreano è dunque tornato di grave attualità, facendo alzare il livello di allarme della comunità internazionale.

Il progetto nucleare riveste per Pyongyang un valore assolutamente strategico in chiave di deterrenza contro le minacce esterne e per questo destina al proprio programma di ricerca circa 700 milioni di dollari ogni anno, per avanzare sul terreno tecnologico e dotarsi di vettori balistici a medio e lungo raggio su cui, un giorno, installare testate atomiche. I sei test nucleari fin ora condotti e i progressivi miglioramenti tecnici hanno permesso al regime di rafforzare la propria posizione nello scacchiere dei rapporti regionali e nel confronto con il grande nemico americano, con il quale, va ricordato, non è mai stato firmato un trattato di pace dopo la fine della guerra di Corea, nel 1951.

Non è possibile verificare i proclami di Pyongyang e nessuno sa con certezza quando Kim potrà fare affidamento sulla bomba all’idrogeno o su un missile balistico capace di raggiungere le coste occidentali americane. Questa incertezza però gioca a favore del regime, che mostra i muscoli senza che il nemico riesca a capire con certezza se siano di carne o cartapesta.

La retorica nucleare è un importante strumento di controllo e affermazione anche sul fronte interno, perché permette a Kim di consolidare la propria autorità sia agli occhi della popolazione che dell’establishment burocratico-militare che nel paese detiene un ruolo ovviamente centrale. Quando è succeduto al padre, nel 2011, Kim era quasi sconosciuto in patria. Ha dovuto dunque fin da subito esasperare la sua retorica per costruirsi l’immagine di leader autorevole e determinato, facendo affidamento sulla potente macchina della propaganda e sull’epurazione sistematica degli avversari interni. Esempio paradigmatico fu l’eliminazione fisica di Jang Song-taek, zio del giovane leader che aveva scalato le gerarchie militari durante il regno di Kim Jong-il e che nei primi mesi dopo l’avvicendamento aveva svolto la funzione di reggente de-facto del regime.

Jang era inoltre diventato il referente privilegiato di Pechino,principale, se non unico, alleato della Corea del Nord. E, sul modello cinese, Jang voleva portare Pyongyang sulla strada delle riforme economiche e di una maggiore apertura verso l’esterno. Il peso specifico di Jang nel sistema di potere e il suo progetto di trasformare il paese, allontanandolo dal modello dinastico e personalistico in favore di una concezione più collegiale ispirata dall’esempio di Pechino, sono stati probabilmente alla origine della sua fine. Progressivamente marginalizzato dal nuovo leader, dopo il 2011, venne arrestato nel 2013 e ucciso insieme ad altri esponenti della sua cerchia.

Questa dimostrazione di forza, pur servendo come esempio nei confronti di altri possibili avversari interni, ha segnato l’inizio di una nuova fase di isolamento nel paese dal resto della comunità internazionale. I successivi test nucleari e la retorica aggressiva di Kim hanno provocato un sentimento di forte esasperazione nei confronti del regime di Pyongyang, anche in seno all’alleato cinese, tradizionalmente disponibile alla pazienza. Dopo l’esecuzione di Jang, Pechino ha perso il suo uomo di riferimento e non ha più trovato interlocutori affidabili a nord del 38° parallelo, perdendo in parte il suo ruolo di protettore e controllore del regime.

Se per lungo tempo La Corea del Nord è stata uno strumento di pressione sulla comunità internazionale ed uno stato cuscinetto frapposto tra Pechino e gli alleati asiatici degli Stati Uniti, oggi rischia di essere un fattore di rischio per gli interessi cinesi nella regione. Le intemperanze nordcoreane hanno avuto l’effetto di sprigionare la corsa agli armamenti nei paesi limitrofi, andando così ad alterare i tradizionali equilibri nel Pacifico e mettendo Pechino in una situazione di inedita difficoltà. La difesa a oltranza di Pyongyang potrebbe dunque essere ormai controproducente per la Cina, che potrebbe infine optare per una pragmatica convergenza con Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

Nel 2016, per la prima volta, la Cina ha aderito al sistema di sanzioni contro il governo nordcoreano, segnando una svolta importante. Pechino è infatti il primo partner commerciale di Pyongyang ed ospita un gran numero di conti correnti, società e compagnie che gestiscono le attività lecite e illecite del regime. Nel 2017 le importazioni di carbone dalla Corea del Nord scenderanno del 50%, con un danno economico stimato in circa 700 milioni di dollari, pari a tutto il budget per i programma di ricerca nel campo del nucleare.

Questo cambio di rotta non si traduce però in un appiattimento cinese sulle posizioni americane. Pechino non ha affatto apprezzato le esplicite minacce lanciate da Trump contro la Corea del Nord e, già in occasione del vertice bilaterale del marzo scorso in Florida, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito la necessità di trovare una soluzione diplomatica ed evitare una pericolosa escalation nella regione. Pechino non potrebbe comunque permettersi di rimanere spettatore passivo di fronte ad un’eventuale azione militare statunitense, che avrebbe ricadute dirette sulla propria sicurezza nazionale.

La leva economico-commerciale potrebbe permettere alla Cina di rafforzare nuovamente la propria influenza sulle élite militari e burocratiche nordcoreane, che basano il proprio benessere sulla possibilità di fare affari con il potente vicino. Sarà però necessario individuare nuovi referenti a Pyongyang, per poter tornare ad influenzare la politica del regime e gestire al meglio, nell’eventualità di una caduta dell’attuale leadership, la fase di transizione. Una recuperata influenza permetterebbe inoltre alla Cina di ottenere una nuova moneta di scambio nei rapporti con l’amministrazione  Trump, in una fase storica delicata per i rapporti tra i due giganti globali.

La necessità di limitare l’imprevedibilità del regime di Kim Jong-Un potrebbe essere il terreno comune su cui ridefinire i confini del rapporto tra Cina e Stati Uniti. Un ruolo più assertivo di Pechino nei confronti del regime potrebbe essere dunque il frutto di un accordo tra le due sponde del Pacifico, con una possibile marginalizzazione del ruolo giocato da Giappone e Corea del Sud nella determinazione di una nuova strategia.

Tokio e Seul si troverebbero in prima linea, in un eventuale conflitto armato con Pyongyang.  Se però il Giappone sembra disponibile ad appoggiare l’approccio muscolare dell’amministrazione Trump, Seul continua a spingere per la ricerca di soluzioni pacifiche e diplomatiche. Nel mezzo di una crisi politica che ha portato alle dimissioni dell’ex-presidente Park, la Corea del sud rischia di ritrovarsi senza un governo forte nel momento in cui si prenderanno decisioni cruciali, con ricadute dirette sulla sua sicurezza.

La battaglia di Mosul e il dibattito sull'unita nazionale irachena

Asia/Difesa di

Le dichiarazioni e le denunce da parte di diversi attori internazionali riguardo le numerose vittime civili causate dai bombardamenti statunitensi su Mosul, hanno inevitabilmente rallentato l’avanzata nella Città Vecchia. Ad oggi le forze dell’esercito nazionale iracheno sono rallentate dai militanti dello Stato Islamico nei pressi della Grande Moschea di al-Nuri. Si valuta che circa 300.000 persone siano ancora presenti nei quartieri della Città Vecchia di Mosul, e ciò induce ad una necessaria pazienza da parte dei militari iracheni. Tuttavia la sconfitta dei terroristi e la liberazione della Moschea avrebbe una portata simbolica enorme: proprio qui infatti nel 2014 Abu Bakr al-Baghdadi proclamava la nascita di Daesh.

Alla rallentata offensiva sul fronte Ovest, fa da contraltare una accelerazione verso la normalità nella parte Orientale della città. Secondo fonti governative irachene nell’ultima settimana circa il 90% dei rifugiati sono potuti tornare nelle loro abitazioni nella parte liberata, contraddette però dal Commissario ONU per i Rifugiati secondo cui ci sono ancora 400.000 internally displaced persons (IDP).

Resta tuttavia ancora al centro del dibattito, la prospettiva politica di un Iraq unito e compatto attorno ad un governo nazionale. In particolare sul fronte curdo, vi sono state dichiarazioni che rendono nuovamente difficile pensare ad un futuro pacifico per il Paese, anche dopo la sconfitta dello Stato Islamico. Dopo la decisione del governo regionale di Barzani di issare la bandiera curda sugli edifici pubblici nella città di Kirkuk, il consiglio cittadino si è proclamato a favore di un referendum per decidere sul suo futuro: aderire alla regione autonoma curda oppure rimanere legata a Baghdad. Le reazioni contro tale votazione non si sono fatte attendere, non solo da parte del governo centrale iracheno. Ankara e Teheran si sono prontamente dichiarate contrarie alla possibilità di una eventuale adesione di Kirkuk alla regione curda: il Primo Ministro turco Yildrim ha dichiarato che Kirkuk “è una città turkmena”. Anche l’Iran si è pronunciato contro il possibile referendum. Gli interessi iraniani riguardano innanzitutto l’accordo firmato recentemente tra Baghdad e Teheran riguardo la distribuzione del petrolio proveniente dai ricchi giacimenti della provincia di Kirkuk. Ma nel quadro politico generale, né Erdoğan né Rouhani possono permettersi un Kurdistan iracheno indipendente e forte, dal momento che sia in Turchia che in Iran vi sono delle importanti minoranze curde, che potrebbero guardare ad Erbil come a un modello di ispirazione politica.

Non a caso dopo la conclusione dell’operazione turca Euphrates Shield in Siria, in molti hanno analizzato la possibilità di un rafforzato impegno di Ankara in Iraq, con particolare attenzione nell’area di Shingal e Tel Afar, dove la presenza del Parito Curdo dei Lavoratori (PKK) pone rischi per tutti gli attori regionali. A tal proposito risuonano minacciose le parole del Presidente Erdoğan: operazioni militari nella regione non si possono infatti escludere.

Continua ad esserci grande incertezza sulla stabilità di un governo nazionale anche però internamente ai partiti politici ed alla corrente maggioritaria sciita. Tra questi occupa un ruolo prominente il leader del Supremo Consiglio Islamico Iracheno (ISCI), Ammar al-Hakim. Egli ha incontrato il Rappresentante dell’ONU Jan Kubiš, sottolineando l’importanza di evitare le divisioni e i conflitti interni; tuttavia ha anche rifiutato la proposta di per la “riconciliazione nazionale”, criticata e ritenuta inaccettabile dal partito sciita.

È proprio riguardo il dialogo tra questi due attori che si concentra la pubblicazione del Middle East Research Institute: il blocco sciita rivestirà un ruolo decisivo per una riconciliazione politica in Iraq, eppure le differenze tra al-Hakim e al-Sadr sembrano ancora una volta irrisolvibili. Alla proposta di Historical Settlement da parte del primo, ha fatto seguito la controproposta da parte del secondo di una tabella di marcia comprendente diversi punti critici. Nonostante entrambi si dichiarino favorevolmente all’unità politica del Paese, persistono dunque degli elementi di scontro. Uno di questi riguarda certamente il rapporto con Teheran: il sostegno iraniano al partito di al-Hakim è storico. Diversamente al-Sadr ha usato spesso toni aspri verso il paese vicino, ed è il primo leader sciita a pronunciarsi contro il regime di Assad in Siria, invitandolo a farsi da parte per il bene del suo popolo. Contemporaneamente però, un punto centrale del suo “roadmap”, si basa sul ritiro immediato di tutte le forze militari straniere dal suolo iracheno.

Di certo la situazione di instabilità in Iraq non si può ritenere facilitata dalla recente decisione del Presidente Trump di intervenire con decisione nel conflitto siriano. Gli attori in gioco in Siria sono gli stessi in Iraq, ed una escalation di tensione tra Washington e Teheran, che possa coinvolgere pure Ankara e Mosca, sarebbe certamente distruttiva per ogni ipotesi di tavolo di pacificazione nazionale. Ancora una volta è necessario sottolineare l’importante ruolo che Trump deve affidare al suo Segretario di Stato Rex Tillerson e alla diplomazia statunitense.

Di Adriano Cerquetti

Trump contro tutti: tensione alle stelle con la Russia e minaccia la Corea del Nord

Asia/Difesa/Varie di

Come era prevedibile, dopo l’attacco USA del 7 aprile 2017 ad una base militare di Assad a Damasco in Siria, si stanno innescando una serie di reazioni a catena a livello geopolitico che non fanno sperare ad un futuro di pace. Riepilogando le puntate precedenti: la condanna della Russia al bombardamento voluto dall’amministrazione Trump come ritorsione nei confronti dell’attacco con armi chimiche dovuto proprio al regime siriano si è attuata con l’avvicinamento di una fregata russa a quelle statunitensi e a tutta una serie di dichiarazioni date da vari esponenti russi in pubblico. A partire dal vice rappresentante permanente alle Nazioni Unite di Mosca, Vladimir Safronkov, che sostiene con forza il fatto che a prescindere da Assad “l’aggressione degli Stati Uniti favorisce solo il terrorismo”.

In seguito al lancio dei missili da crociera la Russia ha sospeso il memorandum di collaborazione con gli Stati Uniti per scongiurare incidenti e garantire la sicurezza dei voli militari in Siria. Proprio in virtù di questo accordo non è stata attivata la difesa antimissilistica a Damasco. Le parole del vicepresidente della Commissione Difesa della Duma Yury Shvytkin sono ben chiare “… Ora, ritirandosi [gli USA ndr. ] dal memorandum potremo reagire alle varie minacce per la difesa delle nostre basi e del nostro contingente”.

 

La Corea del Nord lancia un avvertimento a Trump e Xi Jinping

Asia di

 

A poche ore dall’incontro al vertice tra il presidente USA Donald Trump e il suo corrispettivo cinese Xi Jinping , in Florida, il leader nordcoreano ha ordinato il lancio di un missile a medio raggio KN-15 che ha concluso la sua traiettoria nelle acque del Mar del Giappone, dopo un breve volo di circa 60 chilometri.

La Corea del Sud ha condannato fermamente l’ennesima provocazione di Pyongyang, mentre il Segretario alla Difesa americano, Rex Tillerson, ha commentato freddamente l’episodio: “Gli Stati Uniti hanno già parlato abbastanza della Corea del Nord. Non abbiamo ulteriori commenti”. La risposta più decisa è arrivata invece da Tokio, per bocca del Capo di Gabinetto Yoshihide Suga: “Il Giappone non potrà mai tollerare le ripetute azioni di provocazione della Corea del Nord. Il governo protesta con forza e le condanna risolutamente”.

Dopo cinque test nucleari, due dei quali condotti nel 2016, il lancio odierno ha rinnovato i timori della comunità internazionale sul programma missilistico nordcoreano. Pyongynag è ancora lontana dall’obiettivo di realizzare una testata a lungo raggio che possa recapitare un ordigno nucleare fin sul territorio americano, ma gli analisti hanno ipotizzato che il missile KN-15 sia stato sospinto da un propellente solido, facile da trattare e trasportare, che aumenterebbe le capacità di attacco rapido del regime asiatico.

La dimostrazione di forza avviene all’indomani di due avvenimenti che Pyongyang ha interpretato come serie minacce. Nei giorni scorsi Trump ha lanciato il suo avvertimento: se la Cina deciderà di non cooperare nel contenimento dello scomodo alleato regionale, gli USA sono disposti ad agire da soli contro il nemico. Nel contempo, si è conclusa una esercitazione militare congiunta tra USA, Giappone e Corea del Sud, che Pyongyang considera come la prova generale di una possibile invasione.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri nordcoreano le azioni delle potenze nemiche stanno portando la Penisola asiatica sull “orlo della guerra”.

La crisi odierna, che senza dubbio sarà al centro dei colloqui tra Trump e Jinping, è stata preceduta, nello scorso febbraio, dal lancio di 4 missili balistici nordcoreani che sono caduti in prossimità delle coste nipponiche e dal test di un sistema di lancio SLBM (Submarine-Launched Ballistic Missile) che permetterebbe a Pyongyang di avvicinare le sue testate alle acque del nemico e di disporre di una inedita capacità di contrattacco (second-strike), nell’ipotesi di distruzione del proprio arsenale terrestre. Questa ipotesi, secondo gli analisti, è però attualmente solo teorica e serviranno ancora anni prima che Kim Jong Un possa fare reale affidamento su una tale capacità offensiva.

In uno scenario sempre più surriscaldato, il governo cinese prova a gettare acqua sul fuoco. Alla vigilia dell’incontro tra Jinping e Trump, presso il resort Mar-a-Lago, A Palm Beach in Florida, di proprietà del presidente statunitense, un portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha negato ogni legame tra il lancio missilistico nordcoreano e il meeting al vertice tra le due potenze, sollecitando tutte le parti coinvolte ad evitare ogni ulteriore escalation.

La Cina, in questo momento, sembra l’unica forza in grado di porre un freno al conflitto fra Pyongyang e i suoi tanti nemici.

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Luca Marchesini
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