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Parte la campagna di sensibilizzazione della Croce Rossa “non sono un bersaglio”,

SICUREZZA di

“NON SONO UN BERSAGLIO” è un grido, un appello di civiltà e una Campagna internazionale con un focus specifico sulla situazione nazionale, voluta dalla Croce Rossa Italiana per denunciare il costante intensificarsi di attacchi agli operatori sanitari nei teatri di conflitti in tutto il mondo, ma anche in “insospettabili” contesti come le città e le provincie italiane. L’iniziativa lanciata oggi è un “work in progress” che si svilupperà fino al 17 febbraio 2019 e oltre, attraverso spot e visual a diffusione nazionale e che culminerà nella settimana dal 10 al 17 febbraio con un Convegno Internazionale a Roma. Ma “NON SONO UN BERSAGLIO” è anche l’occasione per il lancio di un “Osservatorio” della Croce Rossa Italiana sulle aggressioni subite dai suoi operatori, con l’intento di censire i rischi legati al volontariato durante le attività svolte, evidenziare i contesti di maggior pericolo, fino ad arrivare all’elaborazione di proposte concrete.

Non è trascorsa una settimana, negli ultimi due anni, senza che il CICR (Comitato Internazionale di Croce Rossa, l’Istituzione indipendente e neutrale che protegge e assiste le vittime della guerra e della violenza armata) abbia registrato un episodio di violenza contro l’assistenza sanitaria: circa1300 incidenti in 16 Paesi in conflitto o colpiti da altre emergenze. Cifre incredibili e scioccanti. Oltre alle vittime immediate, gli attacchi al personale e alle strutture sanitarie continuano a uccidere migliaia di persone come “conseguenza”, “effetto collaterale”: ossia privandole dell’accesso a un servizio vitale. In guerra esistono delle regole che devono essere rispettate. Attaccare postazioni o personale sanitario viola le norme basilari del diritto internazionale umanitario ed è preoccupante questo tentativo di “normalizzare” gli attacchi verso ospedali, ambulanze e operatori sanitari. Un tentativo che ci fa fare unsalto indietro di 150 anni nella conduzione dei conflitti armati e su cui dobbiamo agire. Dal 2017, anno del lancio dell’hashtag, Croce Rossa italiana aderisce alla campagna virale #NotATarget, nell’ambito della più ampia iniziativa “Health Care in Danger”, lanciata sempre dal CICR a seguito della tragedia di alcuni operatori e volontari uccisi in Afghanistan e, poco prima, anche in Nigeria e in Siria. In occasione di “NON SONO UN BERSAGLIO” sarà lanciato il relativo hashtag  #NotATargetItaly.

Questo tipo di violenze si associa sempre a scenari “lontani”, a Paesi coinvolti da conflitti bellici o di altro tipo. La percezione europea e italiana è che siano aberrazioni che non ci riguardano. Niente di più falso. Tenendo conto dei logici distinguo, la Croce Rossa Italiana ha ritenuto sostanziale denunciare, attraverso “NON SONO UN BERSAGLIO”, una realtà semisconosciuta o spesso sottovalutata che ci coinvolge “da vicino” e che riguarda anche (e non solo) i volontari CRI: quella delle violenze ai danni dei nostri operatori e/o strutture sanitarie.

Sono 3.000 i casi registrati in quest’ultimo anno, a fronte di solo 1.200 denunce all’Inail. Si tratta di aggressioni a medici e infermieri in ospedale, nei Pronto Soccorso e nei presidi medici assistenziali sparsi per il nostro Paese. Un’urgenza che si sta trasformando in emergenza nazionale. Da nord a sud. Altro drammatico aspetto è quello delle aggressioni agli operatori delle ambulanze e dei danneggiamenti ai mezzi stessi. Non esistono statistiche esatte sul fenomeno ecco perché la CRI ha deciso di istituire l’Osservatorio, proprio per colmare questa lacuna e fornire dati attendibili.

Abbiamo chiesto al vice Presidente Valastro chi è il “bersaglio” su cui viene posta l’attenzione?

Il “bersaglio” sono gli operatori sanitari e i volontari della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Per intenderci, parliamo di quello che tragicamente è accaduto in Siria, ma anche in altri Paesi mediorientali o africani e in quei luoghi dove ci sono crisi protratte o situazioni di pericolo dovute a guerre, sommosse, rivoluzioni. Sono costantemente, quotidianamente presi di mira i presidi sanitari, sia quelli con il personale qualificato, ma anche le ambulanze guidate dai soccorritori che possono portare le persone presso i punti in cui ricevono il primo soccorso. Assistiamo a un costante sviluppo della barbarie. Stiamo tornando a logiche di assedio medievale.

Quali sono le conseguenze?

Si tratta di una situazione inaccettabile. Il Movimento internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha posto l’accento su questo aspetto più volte, oggi rimarcato da Croce Rossa Italiana attraverso la Campagna “Non sono un bersaglio”. Perché l’attacco agli operatori sanitari in generale e ai luoghi di cura è doppio: non si colpiscono soltanto quelle persone che non sono un target di guerra e che forniscono aiuto, ma si attaccano tutti i cittadini e i militari che potrebbero essere salvati. Fare violenza su un medico, un infermiere, un soccorritore significa impedire ai civili di poter ricevere le cure adeguate.

Quali leggi viola questo stato di cose?

Questo atteggiamento viola in maniera palese le Convenzioni di Ginevra. Noi sappiamo che l’idea che ebbe Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa, era proprio quella di creare delle società di soccorso che non fossero parte nel conflitto. Non essendo parte del conflitto, gli attori che prendono parte ai soccorsi non dovrebbero essere attaccati. Questa idea venne consacrata nelle Convenzioni di Ginevra che, forse qualcuno lo avrà dimenticato, sono tuttora vigenti. Queste ultime, unitamente ad altri strumenti del Diritto Internazionale Umanitario, ci ricordano la neutralità del personale sanitario. E’ un principio giuridico e non solo morale, non dimentichiamocelo.

“Non sono un bersaglio” vuole porre l’attenzione anche sulle aggressioni agli operatori sanitari del nostro Paese. Non siamo in un teatro bellico, dunque che tipo di violenze subiscono?

La Croce Rossa Italiana aveva già denunciato questo stato di cose negli scorsi anni, ad esempio all’ONU nel 2017 e attraverso i media nazionali e internazionali. L’avere accettato passivamente che gli attacchi al personale sanitario fossero tollerati nelle zone di guerra, per quanto come ho già detto giuridicamente e moralmente inaccettabili, ha portato a un’altra conseguenza che avevamo preannunciato: il non rispetto in generale del personale sanitario, anche nel nostro Paese. Questo è avvenuto da nord al sud: volontari della CRI vengono aggrediti, malmenati, tirati fuori dalle ambulanze sempre più di frequente. Sono all’ordine del giorno gli attacchi contro postazioni di continuità assistenziale come le guardie mediche, i Pronto Soccorsi, gli ospedali. Assistiamo a una situazione di mancanza totale di rispetto per la persona che svolge questo lavoro o lo fa per volontariato.

Al di là della diffusione di dati e informazioni, la Campagna propone azioni concrete. Quali sono?

Oltre a un’azione di diffusione molto forte volta a informare e, soprattutto, mobilitare le coscienze, “Non sono un bersaglio” si pone l’obiettivo di azioni concrete: a partire da un grande Convegno internazionale con il coinvolgimento di tutto l’associazionismo che si occupa di assistenza sanitaria e di tutela della salute, comprese le regioni che hanno il servizio del 118. Da oggi è anche attivo un Osservatorio per la denuncia di illeciti che sfocerà in un Report e la diffusione di informazioni e consigli pratici per tutto il territorio. Riguardo quest’ultimo, avremo la presenza di nostri volontari e di personale qualificato come i nostri Istruttori DIU, nelle piazze d’Italia per diffondere materiali nelle scuole e nelle piazze e realizzare postazioni informative.

Cosa possono fare, in concreto, le Istituzioni e i Governi?

In questo panorama i Governi e le Istituzioni hanno un ruolo assolutamente determinante. Sono loro, in quanto parti integranti delle Convenzioni di Ginevra, a poter porre l’attenzione sulla questione del rispetto degli operatori sanitari nelle zone di pericolo. Attraverso “Non sono un bersaglio” vogliamo svolgere un’azione di advocacy sul territorio e di mobilitazione generale, nazionale e internazionale. Questo è l’obiettivo: far conoscere a tutti quella che è diventata una vera e propria emergenza.

Attacco Russo nel Mare d’Azov: il destino dei catturati marinai ucraini

EUROPA di

Il 25 novembre la guardia costiera russa ha sparato contro le navi ucraine nel Mar Nero in acque internazionali e, di successivamente, ha catturato le tre navi e i marinai ucraini che erano a bordo. Sei marinai ucraini sono rimasti feriti. Le navi sono state portate nel porto di Kerch, i marinai catturati si trovano anch’essi sulla penisola occupata di Crimea.L’UCMC ha raccolto delle informazioni sul loro destino che vi  raccontiamo.

I prigionieri ucraini Hanno lo status dei prigionieri di guerra. In base alle Convenzioni di Ginevra del 1949 i marinai ucraini catturati il 25 novembre dalla Federazione Russa sono ritenuti prigionieri di guerra. Si tratta di 24 persone inclusi i due ufficiali di controspionaggio del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina. La maggioranza dei prigionieri sono persone giovani: da 18 a 27 anni. Sono provenienti da diverse regioni ucraine.

I nomi, la lista completa.

 Il 27 novembre Anton Naumlyuk, giornalista del servizio russo della Radio Liberty ha pubblicato la lista completa delle 24 persone ucraine catturate nel mare dalle forze russe. Tre marinai ucraini si trovano nell’ospedale n.1 a Kerch, dove sono stati sottoposti ad interventi chirurgici.

Le confessioni sotto pressione.

Il 26 novembre il Servizio di Sicurezza della Federazione Russa (il FSB) ha pubblicato un video affermando che i tre marinai ucraini – Volodymyr Lisovyi, Ivan Drach e Serhiy Tsybizov avrebbero confessato di aver tentato di attraversare la frontiera russa illegalmente.

Nella registrazione è visibile che i marinai leggano la propria “testimonianza” da un pezzo di carta, descrivendo la rotta delle navi ucraine e ripetendo che “sono entrate nelle acque territoriali della Russia” mentre stavano navigando.

Il 27e 28 novembre il “tribunale” della Simferopoli occupata ha arrestato tutti i 24 catturati marinai ucraini. Il 28 novembre il de facto tribunale delle autorità d’occupazione ha arrestato nove marinai ucraini, incluso un impiegato del 7° direttorato del Direttorato principale del controspionaggio militare del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina, primo luogotenente Andriy Drach e il commandante del motoscafo corrazzato ucraino “Nikopol” Bohdan Nebylytsia.

Il 27 novembre il “tribunale” di Simferopoli ha emesso la decisione di arrestare 12 marinai ucraini per due mesi. Inoltre sono state scelte le misure cautelari – l’arresto fino al 25 gennaio, ai tre marinai che sono stati feriti durante l’attacco russo. Sono Andriy Artemenko, Andriy Eider e Vasyl Soroka.

Le autorità russe imputano ai marinai catturati l’attraversamento illegale della frontiera della Federazione Russa. A difendere i marinai saranno otto avvocati tataro-crimeani. Il capitano della nave “Berdyansk” Denys Hrytsenko sarà difeso dall’avvocato russo Nikolai Polozov.

Mentre si stava preparando questo materiale processuale, il 29 novembre sono arrivate le informazioni, dagli avvocati dei marinai ucraini, che fosse in corso il trasferimento di almeno una parte dei marinai dalla Crimea a Mosca.

Il Comandante delle Forze Navali dell’Ucraina Ihor Voronchenko ha enfatizzato che i marinai ucraini catturati sono stati forzati a dare le testimonianze false sotto pressione. “È stato rilasciato un video con i tre marinai che avevano testimoniato sotto pressione psicologica e fisica. Conosco questi marinai della nave “Nikopol”, sono sempre stati dei professionisti onesti. Quello che dicono adesso non è vero,” ha detto il Comandante. Ha aggiunto che due dei marinai catturati sono originari della Crimea, dove vivono i loro genitori. Questo potrebbe diventare un fattore aggiuntivo per esercitare pressione su di loro.

Inoltre il Comandante delle Forze Navali dell’Ucraina Ihor Voronchenko ha scritto una lettera aperta ai marinai catturati. Gli sarà stata passata attraverso i loro avvocati. Citiamo alcuni pasaggi di essa.

“Fratelli d’armi!

Lo so come vi è difficile adesso. Tutti i marinai militari prendono con comprensione le cosidette testimonianze che si sta tentando di ottenere da voi. I metodi nell’uso dai servizi della sicurezza della Federazione Russa non sono un segreto per nessuno. Ne sono stato sottoposto anch’io nel 2014 e so bene com’è essere in cattività e cosa c’è dietro le vostre parole durante un’interrogazione.

Il mio compito più urgente adesso è di farvi tornare a casa. L’Ucraina sta intraprendendo tutti gli sforzi possibili per liberarvi dalla cattività, coinvolta è anche la comunità internazionale. Per farvi liberare lavorano l’Amministrazione del Presidente dell’Ucraina, il Ministero per gli affari esteri, il Ministero per gli affari dei territori temporaneamente occupati, il Commissario parlamentare per i diritti umani, la Croce Rossa, i volontari e i difensori dei diritti umani. Siamo lo stesso equipaggio, una famiglia, lotteremo assieme a voi fino al vostro ritorno a casa (…)”

Il sostegno pubblico ai marinai.

In Crimea sono stati raccolti circa 140 mila rubli (più di 1.800 euro) per i bisogni dei marinai ucraini catturati dal FSB. Lo ha affermato un attivista tataro-crimeano Nariman Dzhelyal il 28 novembre. Quando si è venuto a sapere che non fosse stato permesso ai marinai di portare con se i loro effetti personali, la gente ha iniziato a raccogliere il denaro e portare al tribunale cibo,  prodotti per l’igiene personale e vestiti.

Osman Pashayev, giornalista ucraino tataro-crimeano, produttore esecutivo del canale televisivo pubblico ucraino “UA:Krym” (UA:Crimea) ha scritto il 29 novembre: “C’erano 857 le persone che avevano raccolto 324.000 hryvnia (più di 10.000 euro) per i marinai ucraini facendo donazioni alla mia carta bancomat.” Il giornalista aggiunge: “Per quasi cinque anni ero convito che, a parte i tatari crimeani, non ci fosse quasi più nessuno a sostenere l’Ucraina. L’eccezione è testimoniata dalle azioni dell’Arcivescovo Climent e dei suoi parrocchiani. Ieri quando si è presentata la necessità per un aiuto urgente, mi hanno scritto cosi tante persone dalla Crimea con cognomi slavi che sono rimasto sbalordito.”

 

Fonte: UACRISIS.ORG

Nucleare: Appello della Croce Rossa a Governo italiano da Assemblea Generale ONU

AMERICHE di

Rocca: “Ho scritto al Presidente Conte affinché aderisca al bando definitivo di tutte le armi atomiche”

Il 26 settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite celebra la “Giornata Internazionale per l’Eliminazione Totale delle Armi Nucleari”. Anche da qui Francesco RoccaPresidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, rilancia un appello affinché l’Italia ratifichi il Trattato per il divieto dell’utilizzo delle armi nucleari, voluto proprio dall’Onu lo scorso anno. Ma non solo. Il Presidente del network umanitario più grande del mondo, infatti, ha anche inviato una lettera al premier Conte. “In rappresentanza delle centinaia di migliaia di cittadini italiani che operano con e a sostegno della Croce Rossa Italiana e dei più di dieci milioni di cittadini del mondo che fanno riferimento al Movimento internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – ha ribadito Francesco Rocca dal suo blog di Huffington Post – ho scritto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pregandolo di sensibilizzare il Governo di cui è a capo a aderire al bando definitivo totale e alla distruzione totale di tutte le armi nucleari”.

Lo scorso anno, dopo una mobilitazione internazionale, 120 Paesi membri dell’Onu hanno ratificato il testo. Già allora la Croce Rossa italiana e la Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa avevano sollecitato tutti Paesi membri, ma molti non hanno risposto alla chiamata. Tra questi, il precedente governo italiano.

Nel corso di un’Assemblea il cui tema portante è quello di una “condivisione a livello globale delle responsabilità per giungere a società più pacifiche, eque e sostenibili” – sottolinea Rocca – voglio rilanciare con forza l’appello affinché tutte le nazioni civili e gli uomini e donne di buona volontà colgano questa opportunità storica per salvare il Pianeta e l’Umanità da questa micidiale minaccia, frutto della parte più oscura dell’Uomo”.

Per questo, la Croce Rossa Italiana ha voluto anche realizzare un incisivo video-appello per la Giornata, costruito attraverso materiali audio-video originali e poco noti, provenienti dagli Archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (CICR).

Abbiamo raggiunto il Voce Presidente Rosario Valastro che in questo contesto ha voluto sottolineare l’importanza del bando totale delle armi nucleare e dell’adesione al trattato delle potenze occidentali, vedi l’intervista video.

 

Uzbekistan: Danieli si aggiudica commessa per 160 mln euro

ECONOMIA di

Il gruppo Danieli, multinazionale italiana con sede a Buttrio (Udine), uno dei leader a livello mondiale nella produzione di impianti siderurgici chiavi in mano, si è assicurata un contratto da 160 milioni di euro per la costruzione di un tender per il nuovo impianto industriale presso il complesso metallurgico di Bekabad in Uzbekistan, ai confini con il Tagikistan, destinato alla produzione di acciai laminati a caldo.

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Cina chiama Italia per difesa patrimonio archeologico

INNOVAZIONE di

La competenza e la capacità professionale degli archeologi italiani al servizio della tutela del patrimonio culturale cinese. E’ questo l’obiettivo del workshop organizzato il 21 e 22 settembre dal Consolato Generale, in coordinamento con l’Ambasciata italiana in Cina, nell’ambito del Western China International Fair, dove l’Italia è Paese ospite d’onore, in programma a Chengdu, capoluogo della provincia sud-occidentale di Sichuan.

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Sisma in Indonesia, forte preoccupazione per i bambini

ASIA PACIFICO di

Sisma in Indonesia: Save the Children, forte preoccupazione per l’impatto psicologico sui bambini del terremoto che ha colpito l’isola di Lombok

 

Save the Children è estremamente preoccupata circa l’impatto psicologico che il terremoto che ha colpito Lombok rischia di avere sui bambini, mentre il bilancio delle vittime continua ad aggravarsi. L’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro mette inoltre in guardia dai gravi rischi per la propria sicurezza e incolumità ai quali i minori potrebbero essere esposti quando, nei prossimi giorni, torneranno a scuola, a causa dei danni ingenti registrati nelle strutture scolastiche della zona colpita.

Gli operatori del partner locale di Save the Children in Indonesia (Yayasan Sayangi Tunas Cilik – YSTC) hanno raccontato della forte devastazione lungo la strada che dalla parte settentrionale dell’isola di Lombok porta verso la capitale Mataram, con una stima di 8 case su 10 gravemente danneggiate e migliaia di persone rimaste senzatetto. Le aree maggiormente colpite, inoltre, sono ancora prive di corrente elettriche.

“Ci sono bisogni e necessità enormi in una zona molto ampia. Almeno 80.000 persone si trovano attualmente in alloggi informali o dormono all’aperto perché sono troppo spaventate per stare all’interno delle abitazioni”, ha affermato, parlando da un ufficio di fortuna allestito in conseguenza dei forti danni subiti dalla sede locale dell’organizzazione, Silverius Tasman, che lavora per il partner locale di Save the Children.

Tasman ha anche annunciato che l’organizzazione ha lanciato un piano di risposta all’emergenza: “Nei prossimi giorni distribuiremo kit di prima necessità, zanzariere e taniche per l’acqua per permettere alle persone di poter soddisfare i propri bisogni primari. Per quanto riguarda i bambini, la nostra preoccupazione principale è il loro benessere psicologico. I nostri team forniranno un primo supporto psicologico ai minori e formeranno gli insegnanti per permettere loro di implementare attività di supporto psicosociale. Il nostro staff lavorerà inoltre con i genitori e con le figure di riferimento per i minori in modo che possano riconoscere segnali di sofferenza nei bambini e dare loro il supporto di cui hanno bisogno”, ha detto ancora Silverius Tasman.

“Inoltre – ha proseguito – metteremo a disposizione dei minori spazi sicuri e protetti dove potranno giocare e vivere un momento di serenità in questa situazione complicata, e stiamo collaborando con il governo per garantire la sicurezza delle strutture scolastiche prima che i bambini possano tornare a studiare. Nel frattempo, supporteremo l’educazione dei minori, affinché possano ritrovare un senso di normalità e di routine, fornendo soluzioni educative alternative, come spazi temporanei per lo studio e distribuzioni di materiali scolastici agli insegnanti”.

Migrazioni, Rocca all’Onu: Tutti hanno diritto a essere trattati con dignità e rispetto

POLITICA di

I “Safe Point” Italiani modello da replicare in tutto il mondo.Un nuovo rapporto redatto dalla più grande rete umanitaria del mondo, chiede ai governi di rimuovere le barriere che impediscono a migranti in stato di necessità di avere accesso ai più elementari servizi di assistenza e di soccorso umanitario.

Francesco Rocca, Presidente della Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC) e della Croce Rossa Italiana (CRI), intervenendo al round conclusivo di negoziazione sul Global Compact su Migrazione ordinata e regolare, ha affermato che:

“Ogni essere umano, indipendentemente dal suo status giuridico, deve avere accesso ai servizi e all’assistenza umanitaria di base. Per avere un accurato controllo dei propri confini, non è necessario maltrattare le persone. Impedire l’accesso a una adeguata alimentazione, le essenziali cure mediche e la giusta informazione legale sui propri diritti è assolutamente inaccettabile. Tutti hanno il diritto di essere trattati con dignità e rispetto”.

Il rapporto dell’IFRC, intitolato “IL NUOVO ORDINE ‘MURATO’. COME LE BARRIERE ALL’ASSISTENZA TRASFORMANO LA MIGRAZIONE IN CRISI UMANITARIA” (New Walled Order: How barriers to basic services turn migration into a humanitarian crisis) identifica i fattori che impediscono ai migranti in stato di vulnerabilità di avere accesso all’aiuto di cui hanno bisogno. Tali fattori variano da quelli più evidenti – incluso il timore di essere perseguiti, arrestati o deportati – a quelli meno ovvi, che possono comprendere costi proibitivi, barriere culturali e linguistiche e la scarsa informazione in merito ai propri diritti.

In aggiunta, in alcune parti del mondo, i governi stanno implementando leggi che criminalizzano l’assistenza umanitaria, comprese le operazioni di ricerca e salvataggio e l’assistenza di emergenza a persone migranti prive di documenti di identità.

“La criminalizzazione della compassione è estremamente preoccupante e rischia di vanificare più di un secolo di standard e norme umanitarie” ha dichiarato Francesco Rocca. “Inoltre, l’idea che la prospettiva di ottenere una elementare assistenza o l’attività di ricerca e soccorso possano agire come incentivi per la migrazione è semplicemente errato. Le persone prendono la decisione di migrare per ragioni molto più profonde di queste”.

Quest’anno, i governi stanno negoziando un nuovo “Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare”. L’IFRC sta chiedendo loro di assicurarsi che le loro leggi, politiche, procedure e pratiche nazionali siano conformi agli obblighi già esistenti in base alle leggi internazionali e vadano incontro alle necessità e ai bisogni di assistenza e protezione delle persone migranti. Le società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa sono a disposizione per sostenere le Istituzioni nelle attività umanitarie.

In particolare, l’IFRC chiede agli Stati di:

  • Assicurare che le Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, così come le altre agenzie umanitarie, possano assicurare assistenza umanitaria ai migranti indipendentemente dal loro status e senza dover temere di essere arrestati. Tra questi servizi rientrano informazioni e pareri legali, informazione sui propri diritti, primo soccorso, assistenza sanitaria minima, rifugio e sostegno psicologico.
  • La creazione di un perimetro difensivo tra servizi pubblici e controllo dell’immigrazione. Questo significa abolire le regole che impongono agli operatori sanitari alle agenzie di soccorso di denunciare le persone che assistono alle autorità.
  • Identificare e affrontare in maniera proattiva quei fattori che impediscano ai migranti l’accesso all’assistenza sanitaria essenziale.
  • Fare in modo che le leggi nazionali, così come le procedure, le politiche e le pratiche vengano adeguate agli obblighi esistenti in base alle leggi internazionali e siano indirizzate alle necessità di protezione e assistenza dei migranti.

Nel documento presentato all’ONU l’esempio dei “Safe Point” della Croce Rossa Italiana, luoghi sicuri dove viene fornito ascolto, assistenza e orientamento, che vengono proposti come una delle best practice.

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