GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Rainer Maria Baratti

Rainer Maria Baratti has 39 articles published.

Mercati, ospedali e mortai: Guerra in Yemen e rischi per i civili

MEDIO ORIENTE di

Negli ultimi giorni sale la paura per l’escalation nella città portuale yemenita di Hodeidah, città importantissima per la posizione strategica sul mar rosso e vitale per l’arrivo degli aiuti internazionali di farmaci e alimenti. Il rischio è quello di un imminente massacro di civili se le parti coinvolte nel conflitto non prenderanno misure volte a proteggere i civili. Gli ultimi giorni hanno visto i combattenti Huthi assaltare un ospedale e prendere posizione sul tetto mettendo in pericolo personale medico, degente e molti bambini all’interno della struttura. La struttura sanitaria era supportata da Save the Children e ha riportato gravi danni a una delle farmacie che fornisce medicinali salvavita. Il problema è rappresentato dal fatto che ci sono molti civili e che questi non hanno un altro posto dove recarsi per ricevere cure mediche che potrebbero risultare di vitale importanza. Chiunque attacchi una struttura medica, civile e in cui le persone lottano tra la vita e la morte, rischia di rendersi responsabile di crimini di guerra.

La presenza di combattenti Huthi sul tetto dell’ospedale viola il diritto internazionale umanitario, secondo il quale queste strutture non possono essere impiegati per scopi militari. Ma questo dato di fatto non deve rendere l’ospedale, i pazienti e il personale medico un obiettivo legittimo per gli attacchi aerei della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti come è accaduto molte volte nel corso della guerra. La militarizzazione degli ospedali è un ulteriore capitolo di una guerra in cui la coalizione a guida saudita ed emiratina compie regolarmente attacchi aerei devastanti contro aree civili. Da quando sono iniziati gli scontri nel dicembre 2017, la situazione nel governatorato di Hodeidah e nella città stessa si è fatta sempre più drammatica.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, circa la metà dei 600.000 abitanti di Hodeidah sono riusciti a lasciare la città prima che gli scontri in corso chiudessero in trappola l’altra metà. L’unica via d’uscita aperta resta quella verso nord, ma l’aumento del costo del carburante e il crollo della moneta locale, ulteriori conseguenze del conflitto, rendono impraticabile per molti anche questa soluzione. Resa, tra l’altro, ulteriormente più difficile dal fatto che la coalizione non ha istituito quei corridoi umanitari che si era impegnata a istituire il 24 settembre. Mentre proseguono al Consiglio di sicurezza le discussioni su un possibile cessate-il-fuoco, gli scontri si sono estesi alla periferia meridionale e orientale della città. Il sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari e coordinatore per gli aiuti di emergenza ha ammonito, a causa dell’offensiva contro il principale porto dello Yemen, il paese è alle soglie di una massiccia carestia: agli otto milioni di yemeniti che già si trovano in una situazione d’insicurezza alimentare, potrebbero presto aggiungersi altri tre milioni e mezzo di persone.

Amnesty International denuncia, inoltre, che dall’Italia continuano a partire carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force. L’ultimo carico, con migliaia di bombe, è partito in gran segreto da Cagliari. L’associazione ritiene che si tratti anche questa volta di bombe aeree del tipo MK80 prodotte dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. La conferma dell’utilizzo delle bombe italiane nel conflitto in Yemen arriva anche dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio 2017 al Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcune organizzazioni specializzate, riportano la possibilità concreta di almeno sei invii di carichi di bombe dall’Italia verso l’Arabia Saudita. Nell’ottobre 2016 l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per la prima volta ammetteva, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. La responsabilità del rilascio delle licenze di esportazione ricade sull’Unità per le Autorizzazioni di Materiali d’Armamento (UAMA), incardinata presso il Ministero degli Esteri e della Cooperazione e che fa riferimento direttamente al Ministro. Ma nel percorso di valutazione per tale rilascio incidono con ruoli stabiliti dalla legge i pareri di vari Ministeri, tra cui soprattutto il Ministero della Difesa. Va inoltre ricordata la presenza di un accordo di cooperazione militare sottoscritto dall’Italia con l’Arabia Saudita (firmato nel 2007 e ratificato con la Legge 97/09 del 10 luglio 2009) che prevede un rinnovo tacito ogni 5 anni, e grazie al quale si garantisce una via preferenziale di collaborazione tra i due Paesi in questo settore, comprese le forniture di armi. La legge italiana 185 del 1990 che regolamenta questa materia afferma infatti che le esportazioni di armamenti sono vietate non solo come è già automatico verso le nazioni sotto embargo internazionale ma anche ai Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica. Il 22 giugno 2017, l’associazione ha presentato una proposta di Mozione parlamentare alla Camera insieme ad alcune organizzazioni e reti della società civile italiana. Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei deputati ha respinto la mozione che chiedeva al governo di bloccare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come disposto dalla legge 185/1990, dalla Costituzione italiana e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi.

Amnesty International chiede al governo di intraprendere un percorso nuovo nella difesa dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale sospendendo l’invio di materiali militari all’Arabia Saudita, come fatto recentemente dalla Svezia.

Per partecipare alla raccolta firme di Amnesty International “clicca qui

 

Il grande fratello sulle notizie, il caso Khashoggi

MEDIO ORIENTE di

Giornalisti e persone che lottano per i diritti umani sotto scorta, che subiscono minacce di morte o che subiscono violenze fisiche e verbali. Irruzioni dentro le case per rubare computer o documenti confidenziali. Persone che vengono schiaffeggiate o colpite da una testata davanti ad una telecamera mentre fanno domande. Persone che molti vorrebbero solo mettere a tacere facendogli mangiare fogli di carta. Criminalizzazione dei media e dei giornalisti che “non piacciono” a un determinato schieramento o pressioni politiche.  Questa è la situazione di attivisti o giornalisti in tutto il mondo e anche quando le maglie della giustizia si stringono addosso ai colpevoli, spesso, arrivano gli insulti, le fake news, le minacce o gli auguri di morte da parte di esponenti o simpatizzanti di una forza politica. In questi contesti non si sa dove sia lo stato, se ci sia e da che parte sia. Molti giornalisti scelgono l’autocensura per non finire in prigione o per salvare il proprio posto di lavoro ma c’è chi ancora, in un momento di “relazione complicata con le notizie”, combatte per un diritto che dice che “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere” (art. 19 DUDU).

 

     Nel pomeriggio del 2 ottobre un cittadino saudita si è recato al consolato saudita di Istanbul per chiedere i documenti necessari per il matrimonio. Per farlo ha preso la precauzione di lasciare i telefoni alla sua fidanzata dicendola di chiamare le autorità se non fosse tornato entro 2 ore. Non si sono più visti, lei lo ha aspettato 12 ore fuori dal consolato. Quel cittadino era Jamal Khashoggi, giornalista saudita che ha collaborato con diversi giornali in lingua araba e in lingua inglese in Arabia Saudita anche prestando servizio come redattore capo del quotidiano saudita al-Watam, di proprietà di un membro della famiglia reale. Nel settembre 2017 fuggì dall’Arabia Saudita, temendo l’arresto. Poco dopo la sua partenza, le autorità saudite hanno arrestato dozzine di importanti dissidenti, intellettuali, accademici e religiosi. Dalla fine del 2017 Khashoggi ha regolarmente partecipato a eventi pubblici a Washington e ha scritto colonne per The Washington Post in cui criticava la crescente repressione dei dissidenti in Arabia Saudita . Lo scorso 3 ottobre l’Arabia Saudita ha negato di averlo arrestato con una dichiarazione tramite l’agenzia governativa saudita, mentre nello stesso giorno il portavoce della Turchia ha dichiarato durante una conferenza stampa:  “Le informazioni che abbiamo sono che il cittadino saudita in questione è ancora nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul”.

L’Arabia saudita permette solo i media non indipendenti e tollera i partiti politici non indipendenti. Ad oggi, nel paese vi è un elevato livello di autocensura poiché vi sono gravissimi rischi, sia per i giornalisti che per i cittadini, per ogni commento critico di far partire l’ordine di arresto ai sensi della legge contro il terrorismo o ai sensi della legge per il cyber-crimine. Le accuse potrebbero essere quelle di blasfemia, insulti alla religione, incitamento al caos o di minaccia all’unità nazionale. Dal settembre 2017 più d 15 persone sono state arrestate e nella maggior parte dei casi gli arresti non sono stati confermati ufficialmente se non dopo la certezza della condanna. Questo è stato il caso di persone come Saleh El Shihi, Esam Al Zamel, Turad Al Amri o Fayez Ben Damakh e altre persone come le attiviste per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef. Persone che sono arbitrariamente detenute da mesi,  senza accusa, e che rischiano, insieme ad altri detenuti, lunghe pene detentive se non addirittura la pena di morte per aver esercitato in forma pacifica i loro diritti alla libertà di espressione, di associazione e di manifestazione. Per questo le autorità turche dovrebbero prendere provvedimenti per impedire agli agenti sauditi di rimpatriare con la forza Khashoggi in Arabia Saudita. Se rimpatriato forzatamente lì, Khashoggi si troverebbe di fronte al rischio reale di un processo iniquo e di una lunga detenzione.

     A questo proposito il Comitato per la protezione dei giornalisti, Human Rights Watch, Amnesty International e Reporter senza frontiere hanno sollecitato la Turchia a chiedere al Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che sia svolta un’indagine Onu sulla possibile esecuzione extragiudiziale del noto giornalista saudita Jamal Khashoggi. Robert Mahoney, vicedirettore generale del Comitato per la protezione dei giornalisti ha dichiarato che “La Turchia dovrebbe chiedere alle Nazioni Unite di avviare un’indagine tempestiva, credibile e trasparente. Il coinvolgimento dell’Onu è la migliore garanzia contro ogni insabbiamento da parte saudita o i tentativi di altri governi di nascondere questo caso sotto il tappeto al fine di mantenere i lucrosi legami economici con Riad”. Le autorità turche hanno annunciato di aver avviato un’indagine il giorno stesso della sparizione di Khashoggi. In tale ambito, il 15 ottobre hanno perquisito il consolato saudita di Istanbul. Alcune informazioni sono filtrate o sono state condivise con i media turchi, tra cui quella riguardante l’esistenza di registrazioni audio e video che dimostrerebbero che Khashoggi è stato ucciso all’interno del consolato. Lo stesso 15 ottobre il re dell’Arabia Saudita ha ordinato al procuratore generale di aprire un’inchiesta sulla sparizione di Khashoggi. Dato il possibile coinvolgimento di autorità saudite nella vicenda e la mancanza d’indipendenza della magistratura del paese, vi sono forti dubbi sull’imparzialità di un’inchiesta del genere. Le autorità turche ritengono che Khashoggi sia stato ucciso, e il suo corpo sia stato smembrato, da agenti sauditi all’interno del consolato.

La Turchia, l’Arabia Saudita e tutti gli altri stati membri delle Nazioni Unite dovrebbero cooperare in pieno con l’indagine Onu onde assicurare che questa abbia tutto il sostegno e l’accesso necessari per scoprire cosa è accaduto a Khashoggi. Per facilitare l’indagine, l’Arabia Saudita dovrebbe rinunciare alle protezioni diplomatiche – come l’inviolabilità dei luoghi ritenuti importanti nell’indagine e l’immunità dei suoi funzionari – previste dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 1963. È quanto del resto ha chiesto la stessa Alta commissaria Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet. Inoltre la Turchia dovrebbe fornire tutte le prove, comprese le registrazioni audio e video che funzionari turchi hanno ripetutamente detto ai giornalisti di avere e che confermerebbero l’avvenuta uccisione di Khashoggi all’interno del consolato.

Il caso di Khashoggi ci dovrebbe ricordare l’importanza del diritto all’informazione e alla libertà di stampa. Ci dovrebbe ricordare come il “grande fratello” del controllo agisce ovunque e in diversi modi, sia a livello istituzionale che nella società. Per il caso Khasoggi Amnesty International ha lanciato un appello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricercatore di Amnesty International sequestrato in Inguscenzia (Russia)

EUROPA di

In Inguscezia, nella federazione Russa, migliaia di persone protestano contro un accordo relativo alla demarcazione amministrativa dei confini con la vicina Cecenia. I manifestanti sostengono che l’accordo – approvato dai due parlamenti locali e dai due presidenti – sia una sconfitta per gli ingusci e una vittoria per i ceceni. L’attuale accordo prevede di cedere alla Cecenia un pezzo di territorio che molti ingusci considerano loro: aree non residenziali e coperte di boschi vicino a Dattykh. L’accordo è stato firmato a fine settembre dai presidenti delle due repubbliche, il ceceno Ramzan Kadyrov e l’inguscio Junus-Bek Yevkurov. Lo scorso 4 ottobre i due parlamenti hanno votato la ratifica: i deputati del parlamento ceceno hanno votato in modo compatto, mentre dei 25 deputati che compongono il parlamento dell’Inguscezia 17 hanno votato a favore, 3 hanno votato contro e gli altri si sono astenuti. Le proteste a Magas, la capitale dell’Inguscezia, sono iniziate in occasione della firma dei presidenti e si sono intensificate dopo la ratifica del parlamento. Secondo i manifestanti, il presidente inguscio avrebbe agito in modo autoritario e senza prima una consultazione popolare: tra gli altri, è stato criticato anche il presidente Vladimir Putin, accusato di non essere intervenuto in favore dell’Inguscezia. In questo contesto Amnesty International ha inviato un suo ricercatore a seguire le manifestazioni ma è stato sequestrato, picchiato e sottoposto a terribili finte esecuzioni da uomini qualificatisi come membri dei servizi di sicurezza.

Alle 21 del 6 ottobre un uomo ha bussato alla porta della camera d’albergo di Oleg Kozlovsky sostenendo che uno degli organizzatori delle proteste voleva vederlo. L’uomo ha portato Oleg Kozlovsky all’angolo di una strada, dove c’era un’automobile in attesa. Una volta salito a bordo, due uomini dal volto coperto sono a loro volta entrati nell’automobile. Uno di loro ha chiesto a Oleg di spegnere il telefono, l’altro ha iniziato a colpirlo sul volto.  L’automobile si è diretta verso un campo. Per tutto il tempo Oleg è stato tenuto a capo chino. Giunti a destinazione, Oleg è stato denudato e minacciato di morte se avesse tentato di fuggire. Gli uomini dal volto coperto gli hanno chiesto chi fosse, cosa facesse a Magas e per chi lavorasse, poi hanno tentato di convincerlo a diventare un loro informatore. È stato picchiato a lungo, ha subito la frattura di una costola ed è stato sottoposto due volte a finte esecuzioni con una pistola puntata alla nuca, la seconda volta dopo un invito a dire una preghiera. È stato fotografato nudo e ammonito a non parlare altrimenti le fotografie sarebbero state rese pubbliche. Dopo il rifiuto di diventare loro informatore, i sequestratori gli hanno confiscato telefono e videocamera e lo hanno portato nella vicina Repubblica dell’Ossezia del Nord, dove lo hanno rilasciato nei pressi dell’aeroporto. Uno degli uomini lo ha avvisato: “Non tornare mai più e non scrivere porcherie sull’Inguscezia”.

    Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale, ha dichiarato “questo è un episodio scioccante e sconvolgente. Le autorità devono sapere che non ci piegheremo alle intimidazioni di chi agisce a volto coperto. Abbiamo sporto formale denuncia alle autorità russe”, ha dichiarato. Oleg Kozlovsky è stato sequestrato di fronte a personale di un albergo e alle telecamere di sorveglianza, in una Magas piena di forze di polizia. I responsabili di questo attacco codardo devono essere rapidamente individuati e portati di fronte alla giustizia”.

 

 

Siria: Raqqa un anno dopo

MEDIO ORIENTE di

Il presidente siriano Bashar al Assad e il presidente russo Vladimir Putin hanno dichiarato che la guerra in Siria è finita ma ad oggi la guerra non si ferma affatto e con essa I massacri nei confronti dei civili. Lo scenario vede la proposta di tregue per l’evacuazione dei civili che vengono sistematicamente violate, la comunità internazionale che accusa Assad di condurre degli attacchi utilizzando armi chimiche che hanno provocato stragi di bambini, colloqui di pace che si arrestano e si concludono con un nulla di fatto. Sullo sfondo vi è lo scambio di accuse tra le superpotenze, USA e Russia, e a livello regionale tra Turchia, Iran, Arabia Saudita e Israele, che finora ha giocato in difesa della propria sopravvivenza più che per estendere la propria influenza in una regione che le è ostile. È passato un anno da quando, dopo una feroce battaglia di quattro mesi, le forze democratiche siriane annunciarono la vittoria nei confronti dello Stato islamico, che aveva usato gli abitanti di Raqqa come scudi umani e commesso altri crimini di guerra. Nell’offensiva la coalizione USA e le forze democratiche siriane hanno utilizzato una potenza di fuoco devastante. La situazione a Raqqa, ancora oggi, è di distruzione e totale devastazione umanitaria. La città è svuotata con edifici bombardati, poca acqua corrente ed elettricità. L’odore di morte è nell’aria.  Gli attacchi hanno ucciso centinaia di civili e provocato migliaia di sfollati che ora stanno tornando in una città di rovine o rimangono nei campi. I civili sopravvissuti in altre città, dove le forze armate siriane e russe hanno distrutto ospedali, presidi medici, scuole, infrastrutture, vivono una realtà simili. Una realtà in cui sono privati delle loro case e dei diritti fondamentali. Recentemente Amnesty International ha chiesto alla Russia, alla Turchia e all’Iran, che hanno creato una zona demilitarizzata che protegge solamente una parte della popolazione della provincia, di assicurare la protezione dell’intera zona e di prevenire un’altra catastrofe. Amnesty International ha documentato molti attacchi illegali ai danni di civili e di beni civili da parte del governo siriano, con il sostegno della Russia e dell’Iran, e di gruppi di opposizione armata che hanno il sostegno della Turchia e di altri stati. Decine di migliaia di civili sono rimasti uccisi e mutilati in attacchi illegali del governo siriano, decine di migliaia sono vittime di sparizione forzata, arbitrariamente detenuti e torturati.

     In una lettera inviata ad Amnesty International il 10 settembre 2018, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, le cui forze lanciarono la maggior parte degli attacchi aerei e con l’artiglieria contro Raqqa, ha scritto che non accetta alcuna responsabilità per le vittime civili, che la Coalizione non intende risarcire i sopravvissuti e i parenti dei civili uccisi, e che rifiuta di fornire ulteriori informazioni sulle circostanze degli attacchi che hanno fatto morti e feriti nella popolazione civile. Ad oggi, la coalizione a guida statunitense continua a negare e a non fornire indagini adeguate sulla dimensione delle vittime civili e delle distruzioni provocate a Raqqa. Il pentagono neanche sembra intenzionato ad offrire le proprie scuse per le centinaia di vittime della sua guerra di “annichilimento” contro Raqqa. Ciò è una vessazione per le famiglie che hanno sofferto prima sotto il dominio dello stato islamico e dopo sotto gli attacchi catastrofici della coalizione USA. La coalizione rifiuta di riconoscere il ruolo avuto per la maggior parte delle perdite civili e laddove lo ha ammesso le proprie responsabilità, non ha accettato di avere obblighi nei confronti delle vittime. Siamo di fronte a un sistema inadeguato di registrazione delle vittime civili che non si chiede perchè sia successo e come evitare in futuro altre vittime civili. La coalizione, venendo meno all’impegno preso di compiere indagini circa l’impatto dei suoi attacchi aerei, ha un conteggio implausibilmente basso. Nel giugno 2018 la coalizione aveva ammesso di aver causato solo 23 vittime civili. Conteggio al ribasso che vede protagonista anche la gran bretagna che dichiara di non aver causato vittime con i propri attacchi aerei. Solo dopo una serie di dinieghi da parte dell’esercito e degli esponenti politici, a fine giugno, la coalizione ha dichiarato di aver causato altre 77 vittimi civili. Vi è l’ammissione ma la coalizione continua a negare informazioni sulle circostanze in cui questi civili sono stati uccisi, il pentagono dichiara di non sentirsi obbligato a rispondere ad ulteriori domande circa le circostanze sulle ragioni degli attacchi. La situazione vede il dipartimento della Difesa statunitense sostenere che I ricercatori, gli esperti militari e I legali di Amnesty International non conoscano il diritto internazionale umanitario e che l’organizzazione abbia parlato di violazioni solo quando ci sono state vittime civili. Presentando così le cose, il Pentagono ha ignorato le prove che, nei casi documentati da Amnesty International, nei luoghi colpiti dagli attacchi aerei che provocarono tanti morti e feriti tra i civili non vi era presenza di uomini dello Stato islamico. Questo elemento ha portato Amnesty International ha concludere che si sia trattato di violazioni del diritto internazionale umanitario.  Su questo punto il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo ha dichiarato che “la questione centrale sollevata dalle nostre ricerche è questa: la Coalizione prese le precauzioni necessarie per ridurre al minimo ogni potenziale danno ai civili, come richiedono le leggi di guerra? Anche se la Coalizione rifiuta di rispondere, le prove ci dicono che non lo ha fatto. Per proteggere le popolazioni civili non bastano gli impegni e le belle parole. Occorrono indagini sulle vittime civili, trasparenza e disponibilità ad apprendere la lezione e a modificare quelle procedure che non hanno minimizzato i danni ai civili. Occorre infine riconoscere l’effettiva entità dei danni causati ai civili e fare in modo che le vittime sappiano chi sono stati i responsabili e ottengano giustizia e riparazione. Il segretario alla Difesa Usa James Mattis ha detto che le forze Usa sono ‘bravi ragazzi’. Ma sarebbero davvero tali se rispettassero le leggi di guerra e facessero tutto il necessario per assicurare ai civili innocenti che hanno sofferto a causa delle loro azioni la giustizia che meritano”.

Quella che oggi insanguina il territorio siriano è una guerra del “tutti contro tutti”. L’esercito siriano libero è ormai disintegrato in tante sigle diverse e oltre ai ribelli si devono fare I conti anche con I miliziani dell’Isis. Poi ci sono I curdi che combattono per uno stato indipendente, anche se le cose ultimamente sembrano andare nella direzione opposta e il vero nemico per loro è la Turchia. A ciò si aggiunge che nella guerra siriana le ingerenze straniere sono sempre state presenti: Usa, Qatar, Arabia Saudita e Turchia in chiave anti-Assad e con molte ambiguità anti-Isis; Iran, Russia e Cina a sostegno di Damasco. Le ragioni di questa guerra che va avanti da oltre sette anni e che ha mietuto un numero impressionante di vittime e generato un numero impressionante di profughi e sfollati vanno oltre le istanze di riforme e democrazia che hanno caratterizzato le prime proteste. In mezzo ai vari attori, a morire e a essere portati allo stremo, ci sono I civili. Il cessate il fuoco per il popolo siriano è ancora molto lontano.

Amnesty in vista dell’abolizione totale della pena di morte: che cessi il trattamento crudele dei condannati!

EUROPA di

In occasione della giornata mondiale contro la pena di morte, che si tiene il 10 ottobre, Amnesty International ha dichiarato che i prigionieri condannati a morte devono essere trattati con umanità e dignità, oltre che ad essere detenuti in condizioni rispettose delle norme e degli standard internazionali dei diritti umani. In occasione del 10 ottobre Amnesty ha lanciato una campagna in Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia affinché i rispettivi governi pongano fine alle inumane condizioni dei condannati a morte e assumano iniziative in favore dell’abolizione totale della pena capitale.

Nel 2017 Amnesty International ha registrato 993 esecuzioni in 23 paesi, il quattro per cento in meno rispetto al 2016 e il 39 per cento in meno rispetto al 2015. La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan ma questo dato non tiene conto delle migliaia di esecuzioni avvenute in Cina, dove le informazioni sull’uso della pena di morte restano un segreto di stato.  Stephen Cockburn, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International, ha dichiarato che “A prescindere dal crimine che possa aver commesso, nessuno dovrebbe essere costretto a subire condizioni inumane di detenzione. Invece, in molti casi, i condannati a morte sono tenuti in rigido isolamento, vengono privati delle cure mediche di cui necessitano e vivono nella costante ansia di un’imminente esecuzione. Il fatto che alcuni governi notifichino l’esecuzione ai prigionieri e ai loro familiari pochi giorni, se non addirittura pochi minuti prima, aggiunge crudeltà alla situazione. Tutti i governi che ancora mantengono la pena di morte dovrebbero abolirla immediatamente e porre fine alle drammatiche condizioni di detenzione che troppi condannati alla pena capitale sono costretti a subire”.

La dichiarazione universale dei diritti umani all’articolo 3 dice che “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. Il diritto alla vita è inerente alla persona umana e deve essere protetto dalla legge in quanto nessuno può e deve essere privato arbitrariamente della vita.  La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) con il protocollo numero 6 ha fatto enormi passi in avanti verso l’abolizione della pena di morte. All’articolo 1 dichiara che la pena di morte è abolita in quanto nessuno può essere condannato alla pena capitale o essere giustiziato. Rimaneva però la possibilità per lo  stato di prevedere nella propria legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o di pericolo imminenti di guerra solo nei casi previsti dalla legislazione. A questo si accompagnava l’obbligo di comunicare al segretario generale del Consiglio d’Europa le disposizioni in materia della legislazione nazionale. Il protocollo numero 6 è stato il primo strumento giuridico obbligatorio in Europa e nel mondo che ha sancito l’abolizione della pena di morte in tempo di pace, non essendo permesse deroghe in situazioni di emergenza né riserve. L’ulteriore passo in avanti è stato fatto con il protocollo numero 13 relativo all’abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza (maggio 2002). Gli stati firmatari del protocollo, determinati a compiere il passo definitivo al fine di abolire la pena di morte in qualsiasi circostanza, hanno vietato qualsiasi deroga e riserva alla norma sull’abolizione della pena di morte. In Italia la pena di morte, invece, era stata abolita già nel 1948 all’articolo 27 della costituzione, per reati comuni e per i reati commessi in tempo di pace. Poi con la legge 589 del 1994 è stata disposta l’abolizione dal codice militare di guerra e dalle leggi militari di guerra. Ad oggi, l’articolo 27 della costituzione, semplicemente, stabilisce che “non è ammessa la pena di morte”.

In Ghana i condannati a morte denunciano che spesso non ricevono le cure mediche necessarie per curare malattie o disturbi di lunga durata. Decine di prigionieri del braccio della morte, compresi sei con disabilità psicointellettiva certificata, hanno dovuto affrontare condizioni carcerarie deplorevoli, caratterizzate da sovraffollamento e da mancanza di assistenza medica e di opportunità educative e ricreative. Meno del 25 per cento dei reclusi del braccio della morte, intervistati da Amnesty International, era riuscito a presentare un ricorso in appello contro il verdetto di colpevolezza o la propria condanna. Pochi dei prigionieri intervistati sapevano come presentare appello o accedere a una rappresentanza legale d’ufficio, mentre la maggior parte di loro non poteva permettersi economicamente una consulenza legale privata. In Iran, Mohammad Reza Haddadi, nel braccio della morte da quando aveva 15 anni, ha dovuto subire la tortura di vedersi fissata e poi rinviata l’esecuzione almeno sei volte negli ultimi 14 anni. Le autorità iraniane continuano ad effettuare centinaia di esecuzioni di persone condannate al termine di processi iniqui e alcune delle esecuzioni sono avvenute in pubblico. A ciò si accosta una propaganda che definisce “antislamiche” le campagne pacifiche contro la pena di morte e le vessazioni e incarcerazioni di attivisti contrari alla pena di morte. Hoo Yew Wah ha presentato una richiesta di clemenza alle autorità della Malaysia nel 2014 ed è ancora in attesa di una risposta. La pena di morte è obbligatoria per alcuni reati tra cui il traffico di droga, l’omicidio e l’uso di armi da fuoco con l’intenzione di uccidere o di far del male in determinate circostanze. A novembre, il parlamento ha emendato la legge sulle droghe pericolose, dando alla magistratura la facoltà di decidere sull’obbligatorietà della pena di morte, nel caso in cui l’accusato fosse un corriere della droga e avesse cooperato con la polizia nel “fermare le attività del traffico di droga” anche se la disposizione includeva obbligatoriamente 15 colpi di frusta. Il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte in Bielorussia fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati. Per esempio, ad aprile è stata effettuata l’esecuzione di Siarhei Vostrykau, che era nel braccio della morte da maggio 2016 e la a corte regionale di Homel ha ricevuto conferma della sua esecuzione il 29 aprile. L’ultima sua lettera ricevuta dalla madre era datata 13 aprile. Nel frattempo, Matsumoto Kenji, in Giappone, soffre di delirio molto probabilmente a causa del prolungato isolamento in cui trascorre l’attesa dell’esecuzione.

Amnesty International si oppone sempre alla pena di morte, senza eccezione e a prescindere dalla natura o dalle circostanze del reato, dalla colpevolezza, dall’innocenza o da altre caratteristiche del condannato e dal metodo usato per eseguire le condanne a morte. La pena di morte è una violazione del diritto alla vita,  è l’estrema punizione crudele, inumana e degradante.

ONU: Il lavoro della Croce Rossa e di Villa Maraini come modello nella lotta alle malattie mortali

AMERICHE di

Alle Nazioni Unite si è concluso il tavolo per avviare una strategia collettiva finalizzata ad aggredire le cause di malattie mortali come l’HIV, le epatiti virali, la tubercolosi, e le conseguenze sociali, a livello mondiale, come lo stigma e l’emarginazione. Malattie cardiache, ictus, cancro, diabete, malattia cronica di Lyme, depressione sono solo alcune delle malattie prevenibili delineate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e che ogni anno uccidono prematuramente 41 milioni di persone, di questi l’85% sono in Paesi in via di sviluppo. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato, con un’aspettativa di vita più lunga, un clima in rapido mutamento e con livelli crescenti di urbanizzazione. Viviamo in un mondo che vede cambiamenti di ogni tipo e che vede aumentare il numero delle malattie croniche in tutte le nazioni. Occorre affrontare il cambiamento climatico e l’inquinamento per i loro effetti sulla salute pubblica, occorre affrontare i problemi di salute mentale anche attraverso la prevenzione del suicidio, occorre affrontare l’uso dannoso di alcool e droghe, occorre affrontate i problemi di sotto- e sovra- nutrizione. “Ma possiamo cambiare rotta, potremmo prevenire 10 milioni di questi decessi entro il 2025” ha dichiarato Tedros Adhanom, direttore generale dell’OMS.  Il riferimento è ai “Best Buys” dell’OMS, una serie di 16 interventi pratici che sono “convenienti e fattibili per tutti i paesi compresi i paesi a basso e medio reddito“. L’elenco prevede misure di controllo del tabacco, campagne di vaccinazione e produzione di alimenti che contengono meno zucchero, sale e grassi. I benefici inoltre andrebbero oltre la salute: ogni dollaro investito nei “Best buy”, produrrebbe un rendimento di almeno sette dollari.

Il problema ha assunto un’importanza tale che ora è uno dei principali obiettivi degli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” con l’Obiettivo 3.4 . Per raggiungere lo sviluppo sostenibile è fondamentale garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età. Sono stati fatti grandi progressi per quanto riguarda l’aumento dell’aspettativa di vita e la riduzione di alcune delle cause di morte più comuni legate alla mortalità infantile e materna. Sono stati compiuti  significativi progressi nell’accesso all’acqua pulita e all’igiene, nella riduzione della malaria, della tubercolosi, della poliomielite e della diffusione dell’HIV/AIDS. Nonostante ciò, sono necessari molti altri sforzi per sradicare completamente un’ampia varietà di malattie e affrontare numerose e diverse questioni relative alla salute, siano esse recenti o persistenti nel tempo.

     Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle società della Croce rossa e Mezzaluna rossa, ha detto alle autorità presenti: “Dobbiamo riconoscere i progressi compiuti nella lotta contro queste terribili patologie a livello globale e, in particolare, in Europa. Si tratta del risultato di sforzi congiunti, programmi nazionali e internazionali. La Croce Rossa sostiene la strategia “End TB” e quella per porre fine all’epidemia di AIDS entro il 2030. Tuttavia, questi obiettivi saranno pienamente raggiunti solo se arriviamo davvero ai più vulnerabili: penso a tutte quelle persone che vivono in comunità remote o in ambienti affollati e scarsamente ventilati come le persone migranti, i prigionieri, i rifugiati o le persone che fanno uso di sostanze stupefacenti. Sono quelle che, oltre a pagare il prezzo della sofferenza della malattia, vivono anche lo stigma e la discriminazione. Non abbiamo più scuse. Le nuove tecnologie e le cure mediche possono debellare definitivamente queste patologie. La diagnosi e il trattamento, una volta più complicati, oggi sono possibili anche solo con un semplice kit da utilizzare direttamente nelle comunità o addirittura nelle abitazioni. Ma, mentre si compie questo cammino tecnologico, non dobbiamo sottovalutare il potere del ‘tocco umano’.

Uno degli esempi operativi forniti da Rocca è la Fondazione Villa Maraini, l’Agenzia Nazionale per le tossicodipendenze della Croce Rossa Italiana fondata da Massimo Barra nel 1976. La fondazione offre un insieme di servizi per la cura e la riabilitazione dalle tossicodipendenze, abuso di alcol e gioco d’azzardo, articolati su diversi livelli di soglia: bassa, media e alta, a seconda della motivazione che l’utente deve avere per poter affrontare la terapia proposta. La strategia terapeutica dell’Agenzia è adattare la terapia al soggetto e non viceversa. Qui la Croce Rossa, insieme alla Fondazione Villa Maraini, offre l’opportunità di test gratuiti per la diagnosi immediata dell’HIV e dell’epatite C, nell’ambito della campagna ‘Meet, Test & Treat’. Con questa attività è aumentato significativamente il rilevamento e il trattamento tempestivo dell’HIV e dell’epatite C. Questo è solo uno degli esempi di progetti avviati in tutto il mondo. Le Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa hanno avviato progetti in tutto il mondo per sostenere questo percorso, come la Croce Rossa bielorussa o la Mezzaluna Rossa del Kyrgyzstan.

Preoccupazione di Save the Children nella Repubblica democratica del Congo: nuovi casi di Ebola in un paese già segnato dalla guerra

AFRICA di

Diamanti, Coltan, Oro, Cobalto, Rame, Niobio, risorse minerarie preziose nel sottosuolo, legni pregiati, risorse naturali del suolo, la seconda foresta più estesa del mondo e tanta tantissima terra coltivabile. Questo è ciò che possiede la Repubblica Democratica del Congo, questo scatena gli appetiti internazionali e questo sta alla base delle lotte interne di potere. Nella regione del Kivu sono all’ordine del giorno i conflitti “tutti contro tutti” fra l’esercito e il centinaio di bande armate e gruppi ribelli, inoltre si è registrata un impennata dei rapimenti; nella regione di Kinshasa si ripetono gli scontri fra i soldati e i militanti della setta mistico-politica Bundu dia Kongo; nella Provincia di Tanganyika e nell’Alto Katanga sono riprese le tensioni e le violenze fra etnie; nel Kasai è esploso un ulteriore conflitto fra i militari governativi e le milizie del gruppo Kamwina Nsapu che ha provocato centinaia di vittime; nella regione di Beni i civili sono stati presi di mira e uccisi, il 7 ottobre degli uomini armati hanno ucciso 22 persone. Ai conflitti si aggiunge il traffico di risorse del paese e lo sfruttamento da parte delle altre nazioni. Emblematico, curioso e controverso è il sequestro nel 2017 da parte delle autorità dello Zambia di 499 camion di proprietà dell’esercito congolese. I camion contenevano il cosiddetto “legno rosso”, chiamato cosi perché una volta tagliato assume una colorazione rosso sangue, ed è così emerso lo scandalo del traffico illegale di questo legname pregiato che finisce perlopiù in Cina, dove viene impiegato per la fabbricazione di mobili di lusso. È un attività illegale poiché è una specie arborea protetta che si stima porta l’abbattimento di 150 alberi nella sola Repubblica democratica del Congo, ciò simboleggia lo sfruttamento delle risorse del paese e un disastro ambientale. A ciò si aggiunge che questo clima di totale e diffusa instabilità e conflitto ha contributo al verificarsi di violazioni dei diritti umani, di abusi e di enormi crisi umanitarie.

     La situazione a marzo 2018 contava 2,2 milioni di bambini gravemente malnutriti; 13,1 milioni di persone bisognose di aiuti per sopravvivere e oltre 4 milioni di civili sfollati a causa del conflitto. Recentemente Save the Children ha espresso forte preoccupazione per la conferma di cinque nuovi casi di Ebola identificati negli ultimi giorni nella Repubblica Democratica del Congo, due dei quali localizzati nella zona di Tchomia, nella provincia di Ituri, vicino al confine con l’Uganda. Tchomia, situata sul lago Alberto, si trova 62 km a sud del capoluogo di provincia di Bunia, a circa 200 chilometri da Beni, in Nord Kivu, l’area in cui si è sviluppato il decimo focolaio di Ebola in Repubblica Democratica del Congo. In queste zone nell’ultimo anno decine di gruppi armati e le forze di sicurezza hanno continuato a compiere omicidi, stupri, estorsioni e a saccheggiare illegalmente il territorio, allo scopo di sfruttarne le risorse naturali. Il conflitto in corso tra hutu e nande nel Nord Kivu ha causato morti, sfollati e distruzione d’infrastrutture, specialmente nelle aree di Rutshuru e Lubero. Save the Children sta lavorando in stretto coordinamento con il governo della Repubblica democratica del congo, le agenzie delle Nazioni Unite, le organizzazioni umanitarie internazionali e i servizi sanitari locali per contenere la diffusione del virus Ebola. L’Organizzazione, inoltre, è impegnata nella sensibilizzazione della comunità locali per ridurre la paura della malattia, offrendo informazioni e tecniche su come le famiglie possono proteggersi dal virus. Nell’ambito della sua risposta al virus Ebola, Save the Children sta fornendo supporto anche alle comunità e alle autorità ugandesi, in modo da essere pronte nel caso in cui l’Ebola dovesse diffondersi oltre il confine, formando i team sanitari nei villaggi e predisponendo strutture per il lavaggio delle mani. Alla situazione si aggiunge che i forti timori della popolazione riguardo al virus Ebola hanno reso difficile l’accettazione da parte della comunità di organizzazioni umanitarie. Heather Kerr, direttore di Save the Children nella Repubblica Democratica del Congo, ha dichiarato “I nostri operatori sanitari stanno svolgendo un lavoro straordinario visitando le famiglie porta a porta e alleviando la paura riguardo all’Ebola. Se le persone arrivano in tempo in un centro di trattamento hanno buone possibilità di sopravvivere. Ma le famiglie hanno visto alcuni pazienti entrare nei centri e non uscirne e questo può scatenare la paura tra la comunità, causando anche la fuga di persone che presentano sintomi. Gli ultimi casi identificati rafforzano ancora di più la convinzione che in questo momento il nostro lavoro dentro e fuori Beni è particolarmente cruciale”.

     Nella Repubblica democratica del Congo i bambini sono i più colpiti e l’Unicef ha denunciato che solo nel corso del 2017 vi sono stati 800 casi di abuso sessuale e il reclutamento di circa 3 mila bambini soldato da parte delle milizie. A causa del conflitto armato migliaia di bambini hanno preso i loro genitori, sono stati reclutati nell’esercito e nelle milizie e sono in generale vittime di violenza. Inoltre, Devono affrontare stress e traumi del passato. La situazione generale ha portato 60 mila congolesi nei soli primi tre mesi del 2018 a passare il confine con l’Uganda per fuggire. Al 10 novembre 2017, l’Uganda ospitava circa 1.379.768 tra rifugiati e richiedenti asilo di varie nazionalità e circa il 61% era costituito da minori, prevalentemente non accompagnati o separati dai loro genitori. I richiedenti asilo provenienti Repubblica democratica del Congo hanno ottenuto il riconoscimento automatico dello status di rifugiati (prima facie) e quelli di altre nazionalità sono stati esaminati secondo il processo di determinazione individuale dello status di rifugiati, condotto dal comitato di eleggibilità dei rifugiati. Ai sensi della legge sui rifugiati del 2006 e del regolamento sui rifugiati del 2010, i rifugiati godevano di una relativa libertà di movimento, degli stessi diritti dei cittadini ugandesi di accedere ad alcuni servizi essenziali, come istruzione primaria e assistenza medica, e del diritto di lavorare e di avviare un’impresa. Il sistema è entrato però in crisi nel maggio 2017 poiché è stato costretto a dimezzare le razioni di cereali a oltre 800 mila rifugiati. A ciò sono seguiti appelli di richiesta di fondi ai donatori internazionali per affrontare la crisi regionale dei rifugiati ma non hanno ottenuto risultati sufficienti.

 

I vertici della Croce Rossa Italiana all’Assemblea Generale della Nazioni Unite

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Dal 23 al 29 settembre a New York parteciperanno all’Assemblea  Generale delle Nazioni Unite Francesco Rocca, in qualità di Presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC) e Rosario Valastro, Vicepresidente nazionale Croce Rossa Italiana. Tanti sono i temi sul tavolo: Il Global Compact, la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili (come il diabete), la necessità di maggiori investimenti per contrastare le epidemie locali e migliorare la risposta alle catastrofi, le crisi umanitarie protratte nel tempo, l’aggravamento dell’epidemia da tubercolosi e infine i cambiamenti climatici.

Il Movimento della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa intende sensibilizzare i governi a impegnarsi per una migrazione sicura, organizzata e che garantisca i diritti umani. Per questo particolare attenzione sarà riservata al “Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare affinché il documento sia adottato nella conferenza che si terrà a Marrakech il prossimo dicembre. Nel rapporto della International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies (IFRC) intitolato “Il nuovo ordine murato. Come le barriere all’assistenza minima trasformano la migrazione in crisi umanitaria” vengono identificati i fattori che impediscono ai migranti vulnerabili di avere accesso all’aiuto di cui hanno bisogno. Tali fattori variano da quelli più evidenti – incluso il timore di essere perseguiti, arrestati o deportati – a quelli meno ovvi, che possono comprendere costi proibitivi, barriere culturali e linguistiche e la scarsa informazione in merito ai propri diritti. Lo scopo del report è quello di sottolineare che non è necessario maltrattare le persone per assicurare il controllo delle frontiere poiché ogni essere umano deve avere accesso ai servizi e all’assistenza umanitaria di base come un adeguata alimentazione, essenziali cure mediche e giusta informazione legale sui propri diritti. Gli incontri si svolgono in un periodo in cui  i governi stanno implementando leggi che criminalizzano l’assistenza umanitaria, comprese le operazioni di ricerca e salvataggio e l’assistenza di emergenza a migranti privi di documenti di identità. In questo momento occorre combattere l’idea che la prospettiva di ottenere una elementare assistenza o l’attività di ricerca e soccorso possano agire come incentivi per la migrazione poiché è semplicemente errato e  le persone prendono la decisione di migrare per ragioni molto più profonde di queste. Lo scopo di IFRC è quello di chiedere ai governi di assicurarsi che le loro leggi, politiche, procedure e pratiche nazionali siano conformi agli obblighi già esistenti in base alle leggi internazionali e vadano incontro alle necessità e ai bisogni di assistenza e protezione dei migranti. Nell’ambito di questo argomento verrà affrontato il tema delle cure specialistiche per i bambini migranti.

Altra questione importante sarà quella delle crisi umanitarie protratte nel tempo, come in Siria, Bangladesh, nella Repubblica Democratica del Congo, in America Latina e tutti gli altri Paesi e regioni in cui lo staff e i volontari della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa stanno fornendo assistenza.  Solo il conflitto armato siriano dura da sette anni e tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno commesso impunemente crimini di guerra, altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e violazioni dei diritti umani. Per esempio, anche le forze governative e le forze loro alleate, comprese quelle russe, han­no compiuto attacchi indiscriminati e attacchi diretti contro la popolazione civile e obiettivi civili, effettuando bombardamenti aerei e lanci di artiglieria, anche con armi chimiche e di altro genere vietate dal diritto internazionale, provocando centinaia di morti e feriti. Inoltre, hanno mantenuto lunghi assedi su aree densamente popolate, limitando l’accesso di migliaia di civili agli aiuti umanitari e ai soccorsi medici. Questa situazione ha fatto si che non ci sono più posti “sicuri” per bambini e civili dato che vengono colpite  arbitrariamente scuole, ospedali o mercati. Recentemente moltissimi bambini, che hanno già subito traumi e sofferenze durante i precedenti attacchi nella Ghouta orientale, nell’area est di Aleppo e in altre zone, hanno cercato rifugio a Idlib, per trovarsi nuovamente esposti al rischio mortale di una escalation del conflitto. Secondo dati recenti, l’80% dei bambini siriani che sono all’interno del paese vive stati d’ansia, di preoccupazione o di forte stress, e questo dà l’idea dell’impatto delle continue violenze sui bambini. Gli stessi bambini che dovrebbero ricevere riparo e protezione nella provincia nord-occidentale di Idlib stanno invece subendo di nuovo attacchi aerei e violenze nel preludio della possibile offensiva. In questo e altre contesti suscita preoccupazione anche il fatto che operatori umanitari vengono presi di mira e rischiano la vita ogni giorno.

Ci sarà anche un focus sull’aggravamento dell’epidemia da tubercolosi, con riferimento a come combattere la malattia e il suo stigma. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) recentemente ha pubblicato il suo Rapporto Globale sulla Tubercolosi definito da Medici Senza Frontiere un quadro vergognoso sull’incapacità del mondo di affrontare la malattia infettiva più mortale, che pur essendo curabile uccide ogni anno oltre un milione e mezzo di persone. Il rapporto evidenzia infatti i deboli progressi fatti a livello internazionale sulla Tubercolosi, sottolineando che a un ritmo così lento i paesi non riusciranno a raggiungere gli obiettivi prefissati dalla strategia “End TB”. La preoccupazione è che i governi stiano affrontando la malattia infettiva più mortale al mondo con pericolosa mediocrità dato che è il settimo anno consecutivo che circa il 40% dei casi di Tubercolosi non viene diagnosticato. Stando al rapporto OMS, la Tubercolosi resta la malattia infettiva più mortale al mondo, con 1,6 milioni di decessi nel 2017 (rispetto a 1,7 milioni nel 2016) e 10 milioni di persone che hanno sviluppato la malattia nel 2017 (rispetto ai circa 10,4 milioni nel 2016). Particolarmente preoccupanti le forti lacune nella diagnosi e nel trattamento: nel 2017, il 64% dei casi di Tubercolosi è stato diagnosticato e rendicontato (rispetto al 61% nel 2016). Tra le persone affette da Tubercolosi resistente ai farmaci (DR-TB), il 25% delle persone diagnosticate è stato anche trattato (rispetto al 22% nel 2016).

Infine, si discuterà dei cambiamenti climatici, per concentrarsi di conseguenza sul rafforzamento della resilienza delle comunità. I cambiamenti climatici stanno diventando sempre di più la causa di vaste crisi umanitarie che stanno cambiando il modo di vivere il nostro pianeta. Per esempio la siccità in Africa Orientale ha messo in ginocchio paesi già colpiti da guerre, crisi politiche e scontri etnici, ciò ha generato crisi umanitarie profonde in paesi come il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Burundi, il Kenya e la Somalia. Di conseguenza in questi paesi vi sono Insicurezza alimentare acuta (l’impossibilità di consumare cibo adeguato mette direttamente in pericolo le vite e i mezzi di sostentamento delle persone) e Fame Cronica (una situazione nella quale una persona non è in grado di consumare cibo sufficiente a mantenere uno stile di vita normale e attivo per un periodo prolungato) che rappresentano una piaga per milioni di persone nel mondo. A livello mondiale le situazioni di conflitto rimangono il fattore principale alla base della grave insicurezza alimentare in 18 paesi, 15 dei quali in Africa e Medio Oriente. Mentre I disastri climatici hanno provocato crisi alimentari in 23 paesi, due terzi dei quali in Africa. Conflitti, disastri climatici e altri fattori spesso contribuiscono a crisi complesse che hanno ripercussioni devastanti e durature sui mezzi di sostentamento delle persone. Per secoli, le popolazioni dell’Africa Orientale hanno dovuto affrontare fenomeni di questo tipo con una cadenza di cinque o sei anni. Recentemente, però, si è assistito a un’accelerazione di questa periodicità a causa del surriscaldamento globale. L’aumento delle temperature ha portato a un progressivo inaridimento delle fonti idriche con un conseguente calo della produzione agricola e un impoverimento dei pascoli. Il caldo e le eccessive distanze per procurarsi l’acqua mettono a repentaglio vite umane e bestiame. In Africa la frequenza delle siccità si sta intensificando fin dagli anni Novanta. Secondo degli studi ciò è dovuto in parte agli effetti del ciclo di El Niño e La Niña, i periodici fenomeni di riscaldamento e raffreddamento delle acque del Pacifico. I cambiamenti climatici esasperano questi effetti, spingendo verso l’alto le temperature e causando aridità.

Il 26 settembre si celebra, tra l’altro, la “Giornata Mondiale per l’eliminazione totale delle armi nucleari”, voluta proprio dall’ONU come condizione essenziale per garantire la pace e la sicurezza internazionali. L’Assemblea Generale, perciò, sarà l’importante occasione e vetrina per rilanciare e ribadire l’appello della Croce Rossa Italiana. Il raggiungimento del disarmo nucleare mondiale è da sempre un obiettivo prioritario delle Nazioni Unite. Già nel 1946 fu l’oggetto della prima risoluzione dell’Assemblea Generale, che consentì l’istituzione di una Commissione per l’utilizzo pacifico dell’energia atomica. Nel 1959 il disarmo è stato inserito nel programma dell’Assemblea Generale, nel 1975 è stato il tema delle conferenze di riesame del Trattato di non proliferazione nucleare e nel 1978 la prima sessione speciale dell’Assemblea Generale sul disarmo ha riaffermato la sua massima priorità. Mentre dopo la guerra fredda si è assistito a drastiche riduzioni nel dispiegamento di armi nucleari, ad oggi non è stata distrutta una sola testata sulla base di un trattato, bilaterale o multilaterale, e non sono in corso negoziati per il disarmo nucleare. La dottrina della deterrenza nucleare continua ad avere un ruolo centrale nelle politiche di sicurezza di tutti gli Stati che possiedono armi nucleari e dei loro alleati. Ma le sfide legate alla sicurezza non possono rappresentare una scusa per continuare la corsa agli armamenti nucleari, né una giustificazione per declinare la responsabilità condivisa di costruire la pace nel mondo. La giornata del 26 settembre per l’eliminazione totale delle armi nucleari, istituita nel 2013 con la Risoluzione A/RES/68/32, è stata designata dalle Nazioni Unite per ricordare la necessità di questo impegno comune: raggiungere la pace e la sicurezza in un mondo libero da armi nucleari. Lo scorso anno, dopo una mobilitazione mondiale 120 Paesi membri dell’Onu hanno firmato un Trattato per il divieto dell’utilizzo delle armi nucleari. La Croce Rossa italiana e la Federazione internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, hanno sollecitato tutti i governi ad aderire a questo impegno, ma molti non hanno risposto alla chiamata. Tra questi, il precedente governo italiano.

Egitto, una prigione a cielo aperto

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In Egitto le autorità fanno ricorso a torture, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e ogni tipo di maltrattamento. Vengono colpite persone critiche verso il governo, manifestanti pacifici, giornalisti, difensori dei diritti umani e personale delle ONG con interrogatori, divieti di viaggio, congelamento dei beni, detenzioni arbitrarie e processi gravemente iniqui. Recentemente Amnesty International ha chiesto l’immediata e incondizionata scarcerazione di tutte le persone imprigionate in Egitto per aver espresso pacificamente le loro opinioni poiché al crescente malcontento per la situazione economica e politica, il governo sta rispondendo con un giro di vite di una gravità senza precedenti. Dal dicembre 2017 Amnesty International ha documentato i casi di almeno 111 persone arrestate dai servizi di sicurezza solo per aver criticato il presidente al-Sisi e la situazione dei diritti umani nel paese mentre almeno 35 persone sono state arrestate per accuse quali “manifestazione non autorizzata” e “adesione a un gruppo terroristico” per aver preso parte a una piccola protesta pacifica contro l’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana. Tra le persone perseguitate vi sono anche autori comici e di satira che sono  stati arrestati dopo aver pubblicato online commenti spiritosi e che dovranno rispondere delle accuse di “violazione della pubblica decenza” o di altre imputazioni definite in modo vago. Tra aprile e settembre 2017, le forze di sicurezza hanno arrestato almeno 240 attivisti politici e manifestanti per accuse legate ad alcuni post pubblicati online, che le autorità avevano ritenuto “ingiuriosi” nei confronti del presidente o per avere partecipato a eventi di protesta non autorizzati. Inoltre le autorità hanno bloccato almeno 434 siti web, compresi quelli di alcuni notiziari indipendenti come Mada Masr e di alcune organizzazioni per i diritti umani come la Rete araba per l’informazione sui diritti umani mentre molti giornalisti sono stati condannati a pene detentive per accuse riconducibili esclusivamente al loro lavoro come “diffamazione” o per quelle che le autorità consideravano “informazioni false”. Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord si Amnesty International, ha dichiarato che “in Egitto al giorno d’oggi criticare il governo è più pericoloso che in ogni altro momento della recente storia del paese. Sotto la presidenza di al-Sisi chiunque esprima pacificamente le sue opinioni è trattato come un criminale. I servizi di sicurezza stanno chiudendo senza pietà qualsiasi spazio indipendente politico, sociale, culturale rimasto in attività. Queste misure, più estreme persino di quelle adottate nel repressivo trentennio della presidenza di Hosni Mubarak, hanno trasformato l’Egitto in una prigione a cielo aperto per chi critica le autorità”.

     Il parlamento ha recentemente adottato, senza consultare la società civile o le organizzazioni di giornalisti e con la scusa delle “misure anti-terrorismo”, una nuova legge che autorizza la censura di massa nei confronti di portali informativi indipendenti e delle pagine Internet di gruppi per i diritti umani. Bounaim ha continuato dicendo che “l’amministrazione del presidente al-Sisi sta punendo l’opposizione pacifica e l’attivismo politico con pretestuose leggi contro il terrorismo e altre norme vaghe che qualificano come crimine qualsiasi forma di dissenso. L’ultima legge sui crimini a mezzo stampa e informativi ha reso pressoché assoluto il controllo delle autorità egiziane sulla stampa offline e online e sui mezzi radio-televisivi. Nonostante l’attacco senza precedenti alla libertà d’espressione e il fatto che ormai la paura sia diventata una sensazione quotidiana, molti egiziani continuano a sfidare la repressione rischiando di perdere la libertà. Ecco perché Amnesty International mobiliterà i suoi sostenitori nel mondo affinché esprimano la loro solidarietà a tutti gli egiziani in carcere solo per aver espresso le loro opinioni: devono sapere che non sono soli!”.

Amnesty International chiede alle autorità egiziane di rilasciare tutte le persone che si trovano in carcere solo per aver espresso pacificamente le loro opinioni, di porre fine alla repressiva campagna di censura nei confronti dei media e di abolire le leggi che rafforzano la presa dello stato sulla libertà d’espressione. Le continue e ingiustificate misure adottate dalle autorità egiziane per ridurre al silenzio le voci pacifiche hanno spinto centinaia di attivisti e di esponenti dell’opposizione a lasciare il paese, onde evitare di finire arbitrariamente in carcere. Ma tante altre persone continuano coraggiosamente a prendere la parola contro l’ingiustizia all’interno del paese.

L’amore resiste più di quello che dura: Storia di un volontariato in Perù

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Può capitare che arrivi a un punto in cui ti senti stanco. Cominci a mettere in dubbio tutto: le tue capacità, le tue scelte o le tue relazioni. Metti in dubbio anche il tuo futuro e ne cominci ad avere paura. Pensi che tutti quegli sforzi che hai fatto sono vani e ti butti in qualcosa che non conosci. Una specie di prima esperienza per fare esperienza con la speranza di trovare qualcosa di buono. Forse, un giorno. Questa è la situazione in cui molti giovani ragazzi si trovano in molte parti del mondo e anche nel nostro paese. Sempre di più la speranza è trovare lavoro ma soprattutto trovare lavoro in un altro paese. In Perù uno dei ragazzi mi ha raccontato che per poter sopravvivere si fa tanto, davvero tanto, e alcuni di loro pensano ad emigrare verso paesi come il Costa Rica. In Italia la situazione non è molto diversa: C’è chi combatte, c’è chi si abbatte e c’è anche chi rinuncia agli studi. Il risultato in ogni caso è un immane stanchezza non percepita che ti si stringe piano piano al collo. A questo la vita aggiunge qualcosa, fa il suo giro. Perdi una persona cara e senti le tue emozioni annichilite. Ti ripeti che non puoi essere debole quando davanti a te inizia un grosso periodo di incertezze, dove forse ti dovrai inventare qualcosa per fare un curriculum. Allora il cappio al collo sembra stingersi un poco di più sul tuo collo e le parole si fanno deboli. Col tempo quelle parole deboli diventano incomunicabilità e dalla tua bocca escono solo cose stupide o frasi di circostanza. Non sai cosa stai dicendo e spesso non lo vuoi neanche dire. Cerchi solo di riempire quel silenzio oppure cerchi che qualcuno se ne accorga. Perché il dolore dell’incomprensione spesso non sta nel non sentirsi capiti ma nel non riuscirsi ad esprimere. Succede poi che questo ti porta altri casini e alla lista aggiungi pure che mandi in incidente ferroviario l’ennesima relazione instabile. Non riesci più a capire dove stai andando ma la vita continua e devi continuare ad andare. Ti butti in un lavoro che non hai mai fatto e la paura di sbagliare è sempre dietro l’angolo. Quel cappio si fa sempre più stretto e a questo ci si aggiunge la paura. È così che forse è iniziato il viaggio e forse è bene iniziare da subito dicendo che il volontariato è un’esperienza assolutamente intima. Luis ripeteva sempre una frase: “Come disse El Chapo, “Fuga!”. Probabilmente ognuno di noi stava scappando da qualcosa. Chi dalla vecchiaia, chi da un cuore infranto, chi dal non sentirsi approvato, chi dall’ignoranza, chi da un mondo che vorrebbe diverso o chi da situazioni difficili anche solo da spiegare. Spinto da quella forza nascosta che spinge molti giovani, mi sono ritrovato a cercare ogni genere di evento che promuovesse attività all’estero o esperienze formative. In uno di questi incontri vengo a conoscenza dello SCI (Servizio Civile Internazionale) e da lì ho deciso di intraprendere la mia prima esperienza di volontariato inseguendo degli ideali che vadano contro l’indifferenza verso l’altra persona e cercando un modo per poter affermare che questo mondo è di tutti. Lo SCI offre due livelli di formazione in cui presenta il proprio codice etico e prepara i futuri volontari. Ha un primo livello facoltativo per chi decide di partire per i campi al nord del mondo ma obbligatorio per chi vuole andare al sud del mondo a cui si aggiunge un secondo livello di formazione. La formazione si svolge alla “Città dell’utopia“, un casale che rappresenta un centro nevralgico per la socialità del quartiere e dove si tengono numerosi eventi ogni settimana. La stessa formazione è un momento per conoscere sé stessi, volontari provenienti da tutta Italia e per porre il punto su alcune problematiche che potresti avere davanti a te nel campo. Molta della formazione inoltre passa attraverso l’esperienza dei più diversi volontari. Per prima cosa scelgo il latino America stimolato dai libri, dai film, dal suo fascino, dalla sua particolarità in certe tematiche e dal mio sogno di andare un giorno in Patagonia. Ho visto poi tramite il database i paesi disponibili nel periodo in cui potevo partire ed il destino mi ha portato in Perù. Luogo per cui scelgo un progetto in campo ecologico, ce ne sono vari tra cui scegliere che spaziano dalla promozione della pace, al lavoro con gli orfani, fino a tematiche di inclusione sociale. Ed è così che sono partito per Huaraz, una città nella Ande, pagando per mia volontà le quote di partecipazione e il viaggio. Sono partito con una frase sulla mia maglietta per ricordare uno dei motivi che mi ha spinto a scegliere proprio il volontariato: “l’indifferenza è il peso morto della storia“.

     Dopo un volo intercontinentale con scalo a San Paolo arrivo a Lima. Ho pernottato al Callao, vicino all’aeroporto, che poi ho scoperto essere uno dei quartieri più malfamati e pericolosi. Ci ero andato a piedi e mi sentito osservato soprattutto alle scarpe. In Perù tra i problemi più sentiti ci sono quelli della corruzione (a Lima ci sono ponti in costruzione chiusi per indagini) e della sicurezza. Molta della retorica di questo periodo di elezione, che incorreva durante il mio soggiorno, vedeva scritte “per una Huaraz più sicura”. Humberto ci ha raccontato che c’è un eccessivo divario riguardo alla sicurezza dei quartieri di Lima. Ci ha detto che nel Rimac o nel Callao la violenza è tanta mentre a Miraflores la sicurezza è garantita dal pagamento di forze di sicurezza da parte dei locali in quantità massiccia. Il giorno seguente sono partito per Huaraz. Per arrivare a Huaraz di massima ci sono due modi: aereo o autobus. L’aereo con biglietto di andata e ritorno viene intorno ai 300 dollari e ha una frequenza di 3 voli a settimana. É capitato che due giorni prima hanno spostato il volo di due giorni rispetto al biglietto che avevo comprato. A quel punto ho dovuto prendere il pullman che partiva da Lima in Plaza norte. I pullman in Perù sono ampiamente utilizzati e per 8 ore di viaggio offro il servizio con pasto a bordo, sistema di intrattenimento, Wi-Fi, sedili ampi con cuscino e coperta. Il percorso passa per il deserto e si fa largo tra le nubi e il deserto che assumono lo stesso colore marrone che si fonde e si mischia. Le curve sono tante e già da subito si incomincia la salita in mezzo alle nubi attraverso le quali è possibile intravedere le numerose abitazioni work in progress del Perù. Sono case abitate ma che sembrano perennemente in costruzioni poiché fatte di foratini e con le stecche di metallo dell’armatura di cemento che si innalzano dalle strutture. Il paesaggio è surreale e puoi vedere la strada che viene separata dal dirupo da una tenera striscia di sabbia. Dopo ore le nubi cominciano a diradarsi e i paesaggi del paese cominciano a mostrarsi mentre il sole tramonta. Fa notte e arrivo nella città. Il pullman mi lascia alla sede dell’agenzia proprietaria. Da lì incomincio a chiedere indicazioni per l’alloggio che ci hanno segnalato e mi consigliano di prendere un Taxi ma non avevo soldi in contanti. Una volta arrivato, Michael il nostro organizzatore mi dice che mi aveva intravisto all’agenzia e che era venuto a prendere Wayne proprio lì ma che si era scordato del mio arrivo. In realtà vi erano state delle incomprensioni in quanto mi aveva proposto o di venirmi a prendere o di venire da solo. Io per cortesia gli avevo detto che sarei venuto tranquillamente solo. È così che è iniziato il mio viaggio ed è così che ho conosciuto i miei compagni. Nella giornata seguente sono arrivati gli altri dalle più diverse nazioni. La squadra alla fine era composta da me (Italia), Silvie (repubblica ceca), Humberto (Perù), Luis (Messico), Wayne (Taiwan), Marta e Santiago (Spagna), Maria (Grecia), Lloris e Mathilde (Francia).

     Il mal di montagna non è da sottovalutare in questo contesto. Lima è al livello del mare e per arrivare a Huaraz si sale fino a 3000 m. I primi giorni è normale sentirsi affaticati. Prima di fare i tour o provare le scalate dei picchi, che sono la buona parte delle attività turistiche, è meglio fare qualche passeggiata e trekking di acclimatamento. Questo perché spesso i tour ti portano il più vicino con la macchina e comportano uno shock. In molti si sono portati pasticche per il mal di testa o la nausea dovuto appunto a questo mal di montagna. Durante la visita al Pastoruri ne ho avuto le prove. È un ghiacciaio a 5000 m che con il tempo ha perso grandissima parte della sua grandezza.  Mentre camminavo sentivo lo stomaco contorto e il dolore picchiava del mal di testa picchiava il mio cervello. Passo dopo passo sentivo la paura di svenire sempre più forte e le forze abbandonarmi lentamente. Durante il cammino in salita potevo sentire il cuore rallentare. Li comunque c’era la possibilità di pagare il noleggio di un cavallo o di pagare gli uomini disposti a prenderti in braccio per soldi. Il percorso si fa largo tra le montagne dalle venature grigie e arancioni per arrivare al ghiacciaio bianco e azzurro. Quando ti avvicini puoi notare l’acqua che si scioglie e va nel lago lì vicino. Altro consiglio è riguardo alla Sim: in ogni caso non fatela in aeroporto. Il telefono può essere un amico immancabile dato che per la maggior parte del tempo, soprattutto a Lima, avrete bisogno dei Taxi. Il capitolo Taxi è un capitolo delicato perché il sistema peruviano è un sistema informale e occorre comunque stare attenti. Se state a Lima potete tranquillamente utilizzare Uber, anche se vi conviene aspettarlo vicino o dentro al ristorante dato che in molti sanno che i turisti ricchi aspettano questo servizio. Però in generale a Huaraz non abbiamo avuto problemi riguardo. La Sim in aeroporto viene 219 dollari mentre a Huaraz in un negozio ufficiale delle compagnie potete acquistare la Sim per 5 soles in cui sono inclusi 3 giorni tutto illimitato e 30 giorni di WhatsApp. In caso potete comunque ricaricare 10 soles per avere almeno una settimana di tutto illimitato. Nel nostro alloggio vi era il Wi-Fi ma spesso non funzionava e le offerte del mio operatore non hanno funzionato benissimo.

 

Il progetto

Ogni giorno ci svegliavamo e facevamo colazione sulla terrazza dell’alloggio. Li passavamo la maggior parte dei nostri pasti e molti momenti di riposo e svago. Da li potevamo vedere la Cordillera Blanca e il parco dello Huascaràn. Lo potevamo vedere alle prime luci quando si svelava con il suo maestoso bianco con il cielo azzurro sullo sfondo. Potevamo vederlo al tramonto mentre i suoi picchi si coloravano di rosa e arancio. Potevamo vedere mentre lottava con le nuvole che cercavano di oltrepassarlo ma si bloccavano lì, lasciando il sole nella vallata. Anche la Cordillera negra bloccava le nuvole dall’altra parte e faceva si che la maggior parte della giornata fosse calda col sole. Durante la notte la temperatura si abbatteva e ti dovevi coprire, c’è chi usava le giacche e chi il poncho di alpaca comprato al mercato artigianale vicino la piazza centrale.

     L’Infosheet è il primo approccio e contatto che si ha con il progetto. Arriva via e-mail circa un mese prima della partenza e dà le informazioni inerenti all’arrivo, a come raggiungere il posto, cosa occorre portarsi dietro e come dovrebbero essere strutturate le giornate. Molto spesso la realtà che ci si troverà davanti è abbastanza diversa dalle informazioni riportate, soprattutto per i progetti alla prima esperienza (come quello a cui ho partecipato io). Nella informativa a grandi linee era riportato che la mattina si sarebbero fatti i lavori al Rio Quillcay e che il pomeriggio ci sarebbero state attività sociali e workshop in relazione allo sviluppo ambientale. Verso la fine del progetto si sarebbe fatto un campeggio al Lago Llaca dove si sarebbero portate avanti attività di ecoturismo e pulizia ambientale. Per fare questo ci era stato detto di portare tutto ciò che era necessario per il campeggio come tenda, sacco a pelo, stuoino, occhiali da sole e così via. In caso si poteva anche noleggiare a Huaraz a propria spesa. Oltre al viaggio e la quota versata online al portale, i campi al sud del mondo possono prevedere una extrafee che varia da progetto in progetto. Per questo progetto erano richiesti 250 dollari americani da versare all’arrivo. Generalmente servono a garantire il sostentamento e il tenore di vita dei volontari.

     Da qui si è aperta la questione che abbiamo chiamato “Budget” e su cui alla fine abbiamo scherzato molto anche se spesso nella fase iniziale è stata causa di stress per alcuni. I primissimi momenti sono stati vissuti con assenza di carta igienica nell’alloggio dove dormivamo e la necessità di alcuni dell’acqua in bottiglia (chi sentiva l’esigenza di una precauzione solitamente la bolliva). Da li c’erano anche altre richieste come quella del pane. Solitamente quando versi la quota extra, questa è stata la testimonianza di chi aveva già partecipato ad altri workcamps del genere, non sai nulla e non ti chiedi nulla di come vengono spesi questi soldi. Ma lo stesso gruppo di poche persone che ha detto questo voleva maggiore trasparenza (in termini di oggetti comprati) dal momento che Michael, il nostro coordinatore, ha detto che occorreva risparmiare i soldi per poter fare la parte del progetto nel campeggio. Qui il problema era dovuto all’incongruenza per cui l’infosheet (mandata dalla sede centrale) chiedeva di portaci la nostra tenda ma il coordinatore voleva utilizzare parte dei soldi per noleggiare l’attrezzatura a chi non l’avesse. Oltre a questo aveva detto che tutto ciò che si sarebbe risparmiato, sarebbe tornato a noi (di solito non è previsto una specie di rimborso). Su questo punto a questa parte del gruppo non piaceva questo tipo di utilizzo del budget. Dopo questa apertura da parte del coordinatore si è aperto il caso che alcuni dei volontari, poiché impauriti dalle scarse informazioni sul campeggio, avevano cominciato ad avanzare la proposta di avere indietro la propria parte inerente al campeggio. Questo atteggiamento abbastanza confusionario ha alimentato sfiducia sicuramente verso il coordinatore, il cui problema effettivo era quello di essere stato lasciato solo dall’organizzazione, e in alcuni addirittura la sfiducia nel progetto e nella sua natura prevalentemente “Work in Progress”. Molto del problema probabilmente è stato costituito dal pensare all’extrafee come “soldi nostri” e non come “soldi dati all’organizzazione”. Aspetto diverte però è quello legato al fatto che chi si è lamentato maggiormente, chi era maggiormente poi stressato dalla situazione, era proprio chi non aveva dato la quota a inizio campo. A ciò si è poi aggiunta la questione stivali che lo stesso gruppo ha alzato come punto contro il progetto. Nell’infosheet non era stato specificato di portarsi degli stivali da lavoro per poter pulire nel fiume e, per esigenza sia personale che oggettiva, abbiamo dovuto comprarli da soli. La spesa si aggirava per i 18 soles (circa 4 euro) e alla fine del progetto abbiamo ottenuto un rimborso della metà. Oltre a ciò durante il pomeriggio non vi era stata possibilità di organizzare le attività promesse nell’informativa e generalmente era libero. In definitiva il nostro tempo era scandito con la mattina il lavoro al fiume (circa 5 ore), il pomeriggio libero e al massimo due giorni liberi alla settimana. Nell’arco di tutto il progetto erano poi previste due giornate nelle scuole e il campeggio. Questa situazione iniziale ha fatto si che spesso i meeting iniziavano tesi, soprattutto per la stanchezza generale e la negatività e lo stress di pochi. Gli stessi pochi che poi sentivano fondamentalmente l’esigenza forte di un leader con autorità dato che Michael non stava spesso con noi, cosa che ha portato problemi alla gestione del “cosa comprare” dato che non conosceva le abitudini del gruppo.

     Prima di iniziare il lavoro abbiamo avuto due giorni liberi per ambientarci, per conoscere la città e per conoscere i compagni del progetto. Il secondo giorno per fare questo si è deciso di fare un trekking di 6 km che va verso la Laguna Aguak. Le prime parole che sono entrate nella nostra testa sono state “Sii paziente!”. Questo perché dovevamo esserlo sia per aspettare il Combi (il mezzo pubblico peruviano), sia per aspettare il nostro fisico durante la scalata. In questo ambiente è importante saper conoscere il proprio corpo, respirare profondamente, prendere il tempo e riposare. Al terzo giorno è iniziato il vero lavoro, gli strumenti che avevamo a disposizione erano dei guanti, una mascherina e i sacchi dell’immondizia. I guanti del primo giorno erano usa e getta, completamente inutili per quello che avevamo di fronte, e abbiamo usato guanti più resistenti per i giorni successivi. Il fiume a prima vista è il risultato di come spesso non ci prendiamo cura della natura. Viene utilizzata sia come discarica a cielo aperto che per lavare auto o panni. In acqua è possibile trovare di tutto: pezzi di plastica e teli, teschi e ossa di animali, preservativi nuovi, pneumatici, lunotti posteriori delle auto, pannolini usati, insetti, bottiglie di plastica, corde, lamiere di alluminio e molto altro. Oltre a ciò l’acqua è contaminata dal detersivo per auto e per i panni. Sulla riva vi erano molti autolavaggi che tiravano su l’acqua dal fiume con una pompa e la ributtavano nel fiume. Questo è ciò che accade con la noncuranza dato che in molti passavano sui ponti e lanciavano i sacchi dell’immondizia o la cartaccia di quello che stavano consumando. Il fiume non viene percepito come un bene pubblico, in molti non si curano del fiume sia perché non c’è sensibilità riguardo a queste tematiche ma anche perché è percepito come una proprietà di una miniera. Molti locali dicono “se la miniera devia parte delle acque e non si cura del fiume, perché dovrei farlo io?”.

     Ognuno dei volontari contribuiva nella misura in cui se la sentiva nelle diverse parti del fiume e con diverse velocità. C’era chi lavorava con un’andatura costante, chi lavorava più veloce e si stancava, chi lavorava dentro l’acqua del fiume e chi lavorava solo nella parte in terra per non rischiare. Uno dei problemi sollevati dai ragazzi francesi, e che l’incoscienza di molti giovani partecipanti non sentiva, era quella della non presenza di un operatore sanitario nelle vicinanze in caso di infortunio. All’inizio del lavoro nel fiume l’unica precauzione data era “non fate cose pericolose e state attenti”. Succedeva però che in molti l’ideale era più forte della sensazione di sicurezza e spesso lavoravamo nella zona più centrale del fiume con la corrente più forte e dentro l’acqua gelata. Solo per il fatto che entravi in acqua, poteva accadere che sentivi i brividi e stavi KO per tutto il pomeriggio. Durante i lavori l’odore del fiume è terribile, insopportabile. L’odore di feci e spazzatura comincia a fare a pugni con te tutte quelle mattine non appena scendi dagli argini. Perché per arrivare li l’accesso non è proprio facile e sicuro. Spesso dovevi scivolare con il fondoschiena dagli argini, fare una sorta di free climbing o trovare qualche terrazzamento naturale. Ancora più difficile era poi cercare di portare i sacchi da sotto fino a sopra. Ci siamo inventati vari metodi come quello delle scale di pneumatici o il mio recupero di una corda dal fiume. Solo recuperare la corda per me è stata un’emozione alla Mac Gyver. Ero seduto su una roccia con i piedi nell’acqua, c’era questa corda che in parte era sottoterra tra le rocce. Andava tagliata ma non avevamo un coltello e mi sono dovuto arrangiare con una roccia, una mattonella, un bastone di legno e tanta pazienza. Alla fine ci sono riuscito e mi sentivo come un uomo primitivo che cercava di creare i propri attrezzi, avevo una sensazione successiva di gioia nel cuore. Dopo quel recupero, o legavamo i sacchi alla corda e tiravamo oppure la usavamo per arrampicarci.

     Il fiume rappresenta un microcosmo di morte e vita, amore e solidarietà. Durante le nostre pulizie trovavamo cuccioli morti di gatti, cani o conigli. Rimanevamo fermi, non sapevamo cosa fare anche volendo fare qualcosa. Quando accadeva rimanevamo istanti a fissarci negli occhi tra noi volontari, ci facevamo coraggio e proseguivamo il lavoro. In questo scenario è apparsa una cagna incinta che cercava cibo tra i rifiuti per poter sopravvivere. È normale a Huaraz. La città è popolata da tantissimi e bellissimi cani di strada che spesso camminano e giocano in gruppo. Alcuni di loro spesso ci accompagnavano ai nostri lavori al fiume. Tra i giorni al fiume non dimenticherò mai il giorno in cui abbiamo collaborato con le operatrici municipali. Tutte donne che la mattina si alzano presto per pulire la città fino a mezzogiorno. Mentre lavoravamo siamo andati sotto a uno dei parapetti che si affaccia sul fiume. Stavamo levando tutte le bottiglie di plastica e a mano a mano uscivano fuori diversi tipi di immondizia, patate e vestiti. Durante le operazioni vedo un cane che solleva la testa dall’immondizia. Comincia a fissarmi, penso al fatto che fosse la sua casa. Non potevo che sbagliarmi, in realtà era la casa di una donna che dorme per strada. Si è avvicinata con il suo zuccotto mimetico, le mancavano i denti e farfugliava qualche parola. Qualche istante prima l’avevo vista mentre trascinava delle scatole di legno legate ad uno spago. Ci fissava con terrore mentre spostavamo i sacchi dell’immondizia. Si è avvicinata e ha cominciato ad aprire i sacchi in cerca delle sue cose. Eravamo pietrificati e abbiamo solo potuto lasciare le bottiglie di plastica che lei poteva vendere e quel poco cibo che aveva. Nel frattempo tre cani l’hanno circondata come per proteggerla da noi e ci abbaiavano contro.

     Oltre a questo ricorderò però un altro giorno. È il giorno in cui ho imparato che il lavoro, è un lavoro di squadra. Per un mese condividi paure, sogni, desideri, ricordi, gioie e lavoro. Diventi parte di uno stesso organismo e ridi, ridi tanto. Diventi anche un po’ incosciente. Mentre lavoravamo nel fiume io e Humberto ci siamo spinti verso la parte più pericolosa al centro. Li l’acqua ha una corrente molto forte ed è più profonda. L’acqua cerca di buttarti giù i polpacci e avevamo preso dei bastoni per fare un terzo piede. Ci tenevamo il braccio l’un l’altro per poter arrivare a un gruppo di pneumatici e a un materasso. Per liberare le cose ci muovevamo in sincronia, io tiravo gli oggetti incastrati e lui tirava me per fare più forza. Poi quello che riuscivamo a liberare lo spostavamo con una catena umana fino a riva con gli altri. Mentre pulivamo intorno al materasso incastrato nella roccia tutti ci guardavano da sopra gli argini. Si era radunato un folto gruppo di uomini, donne e bambini che ci filmavano e facevano foto. In molti ci chiedevano perché lo facessimo e cosa stessimo facendo. Molti bambini scavalcano e volevano scendere ad aiutarci. In questa atmosfera noi eravamo lì con i piedi che perdevano sensibilità e la corrente che ci voleva portare via. Prendevamo tutto e lo passavamo. Improvvisamente urliamo insieme “un preservativo!” e, mentre tutti ci guardano, scoppiamo a ridere come degli idioti. È questa l’atmosfera che si crea, lavori tanto ma trovi spazio per ridere e creare dei tuoi simboli. Rimani stupefatto di trovare preservativi nuovi e imbustati, nel posto più improbabile, in un paese in cui molti hanno figli in giovane età e ci sono moltissime famiglie con 5 figli. Dopo l’idiozia ci siamo messi a liberare il materasso e a farlo scivolare verso la riva più vicina all’argine. Li poi abbiamo incominciato a levare la paglia e a mettere tutte le parti non naturali dentro i sacchi. Abbiamo poi legato la rete di metallo alla corda è tirato fino a alla strada. Allo stesso momento è sopraggiunta una anziana signora che lo ha preso per rivenderlo. Dopo questo cominciamo la solita corsa avanti e indietro con i sacchi della spazzatura, i pneumatici e altra immondizia recuperata per inseguire il camion della spazzatura. A Huaraz non ci sono i secchioni poiché in molti li rubano per rivendere il metallo e quando i camion passano occorre rincorrerli. In ogni caso non si fermano. Al massimo vanno un po’ più lenti ma continuano ad avanzare. Non facciamo neanche in tempo a buttare le cose che tornati nello stesso punto la situazione era perlomeno uguale a prima. La corrente aveva portato altri rifiuti. Ma ciò non era importante, molte persone ci avevano visto fare un primo passo verso la cura di quel fiume e in molti volevano aiutare. Insieme a noi ha lavorato anche la comunità politica che sta avviando un progetto di tutela per i prossimi due anni. Ha lavorato Avillo, il rappresentante e responsabile della municipalità di Indipendecia. Era li con noi mentre cercavamo di strappare l’immondizia dal lago e ti arrivavano gli schizzi di fango e terra. Era li con noi mentre i lavori ci massacravano mani e piedi. Quando spesso ti chiedevi come è successo? Potevi osservarti le mani vedere tagli o buchetti che sembravano crearsi, scomparire o spostarsi. Porgevi osservare i polpastrelli assumere disegni curiosi simili a disegni di terra secca. Era li con noi quando i giornalisti ci riprendevano e ci intervistavano alla presenza del sindaco. Era li con noi quando tornavamo, stanchi e stremati, verso l’alloggio con gli stivali pieni di acqua e i sassolini che facevano da carta vetrata sul piede. Questo però non basta a tutti e forse non tutti lo capiscono. Forse è difficile capire la potenza di piccole azioni o forse non ci si crede abbastanza. Dopo 10 giorni i nostri amici francesi hanno deciso di lasciare il campo. I problemi erano legati alla presenza non fissa di Michael, al fatto che non è pagato, che si deve divedere tra l’università, i problemi in famiglia e altro. Al fatto che non c’è la presenza di un leader con autorità. Al fatto che è tutto in progressione e non stabilito, al fatto che non hanno mai visto l’organizzazione con un presidente presentarsi ufficialmente (Wayne ha partecipato a un campo a Lima della stessa organizzazione e c’era stata questa modalità). La non presenza di un medico, la non presenza di una attrezzatura adeguata o che abbiamo dovuto pagare cose come le attività o il campeggio (cosa già annunciata dall’Infosheet). Altri punti erano l’apparenza di informalità e mancanza di cose come carta igienica e acqua (che erano state risolte durante il loro soggiorno). Insomma, hanno detto “ok che non siamo in Europa ma in Europa funziona così”, purtroppo è una citazione. Volevano sentire la musica europea.

      Dopo l’addio dei francesi abbiamo portato avanti le giornate nelle scuole per sensibilizzare rispetto all’ambiente. Vi erano bambini tra gli 8 e gli 11 anni. Tanti bambini. Le scuole sono spaziose e con molto verde, con animali e un orto. Il problema è che spesso c’è molta spazzatura e delle volte bruciano porzioni di prato per l’immondizia. Abbiamo presentato in nostri paesi, il nostro lavoro, abbiamo parlato dell’importanza di prendersi cura della natura ma soprattutto ci siamo messi tanto in ridicolo. Spesso e volentieri le domande erano semplici come “cosa mangiate?” o “che lingua parlate o preferite?” ma la più terribile di tutte era “qual è il vostro ballo tipico?”. La parte terribile non era magari non sapere quale fosse il ballo ma dover ballare qualcosa. Eppure, lo facevi e cercavi anche di farli ridere. Dopo abbiamo fatto dei gruppi divisi per materiale da riciclare e i bambini hanno cominciato a correre per tutta la scuola a raccogliere l’immondizia e a fare la raccolta differenziata. Era impossibile fermarli e quando era ora di fare un altro gioco con loro, era come se non volessero. Quando hanno visto la sciarpa di Wayne fatta in Pile e capito che veniva dalla plastica riciclata, i bambini hanno visto questa magia e capito perché può essere utile riciclare. La passavano e tutti volevano toccarla, era magia. Prima di andare via abbiamo avuto modo di giocare senza pensieri e di dividere succhi e caramelle. Alcuni dei bambini era stregati dai tatuaggi di Marta e le facevano le domande a riguardo. Avremmo voluto più esperienze sociali come queste perché è importante per rendere efficace il nostro lavoro al fiume, andarsene era difficile e una delle bambine mi ha abbracciato alla vita. Una delle cose che mi è rimasta impressa era lo stupore di Humberto mentre parlava del paesaggio naturale che avevamo intorno. Ho potuto capirlo solo quando ho soggiornato una settimana a Lima. Li, nella capitale, per la maggior parte del tempo c’è una interminabile distesa bianca. Non è possibile tante volte riconoscere la differenza tra cielo e mare, non c’è sole, non piove, nevica o grandina. Una guida mi ha raccontato che la prima volta che ha visto la pioggia è stata a 12 anni quando era andata a Cusco. È stato il momento più bello della sua vita, ha detto di essere scoppiata in lacrime. È una sensazione che ho potuto comprendere quando, tornato a Roma, ho sentito un rullo di tamburi dal cielo notturno che si illuminava di flash. Annunciava la pioggia, preceduta da quel vento che porta odore di acqua e erba. A questa si aggiungeva la consapevolezza che quel cielo, tutto celato, prima o poi mostrerà quelle poche stelle che il cielo di Roma concede e la sua Luna con la sua linea verticale. La potenza della natura pronta ad essere rilasciata e la nostra preoccupazione da essa. Preoccupati che qualche strada sia inagibile per tutto il giorno seguente. Preoccupati che ci sia il solito traffico incredibile per questa occasione. Preoccupati che ci crolli il terreno da sotto i piedi.

Quella sensazione di magnificenza posso paragonarla solo alla parte svolta nel campeggio che nel frattempo ha cambiato la sua destinazione al Lago Antacocha, dato che ha Llaca era impossibile introdurre fuochi. Siamo arrivati a ridosso del campeggio risparmiando il possibile sul budget però era stato probabilmente messo in crisi dall’addio dei francesi che hanno pagato solo i 10 giorni di alloggio e cibo e che probabilmente non hanno pagato la quota associativa. A Michael avevamo chiesto di mettere da parte i soldi dell’alloggio e per i mezzi. È successo che Michael non lo ha fatto e ha comprato altro da mangiare come due sacchi di zucchero da un kg e un sacco di patate. Era un campeggio ed era difficile cucinare le patate. Le sue scelte hanno suscitato numerosi interrogativi. Avevamo noleggiato una tenda grande da 11 per poter dormire tutti insieme e scaldarci così. Il problema consisteva soprattutto per chi dormiva a ridosso della porta. La mattina si stava bene ma la notte era davvero fredda. Abbiamo dormito praticamente in riva al lago. Il lago era di color giada ed era come uno specchio. Riusciva a riflettere le montagne della Cordillera Blanca. La notte il cielo stellato svelava la Via Lattea e tutte le stelle che ci sono negate nelle nostre città. Si poteva vedere anche la luna che assomigliava ad un occhio socchiuso. La luna è diversa, la sua linea scura è orizzontale. All’alba il vento è forte e fischia tra le montagne creando un’atmosfera surreale. La notte, in quel paese così lontano da noi, regala un numero enorme di stelle cadenti. In quel paese dai mille contrasti c’è un ampio spazio per i desideri. Il lago di Antacocha è protagonista di mille leggende che spaziano dai tesori inca alle storie che narrano di figure mitiche che rapiscono le persone. Purtroppo, in quella zona sono numerose le persone scomparse. Mentre aspettavamo al sole è arrivata una madre scortata dalla polizia. Ci hanno mostrato le foto, stava cercando il suo figlio bipolare. Le abbiamo donato delle foglie di coca in modo che lei potesse fare la sua offerta al lago ed esprimere il suo desiderio di ricongiungersi al figlio. Nel frattempo, si è avvicinata a noi una cagnolina selvatica che nella nostra permanenza ci ha mostrato i sentieri durante i nostri trekking nella zona. L’abbiamo chiamata Budget e mentre ci allontanavamo sulla parte posteriore di un pick-up in direzione Huaraz lei ci ha inseguito. Quella notte, al nostro ritorno in hotel abbiamo parlato ancora di soldi e del fatto che dovevamo pagare parte dell’alloggio per l’ultimo giorno. Michael non aveva capito cosa gli avessimo detto ma ormai poco importava, era difficile fargli capire le informazioni sia in inglese che in spagnolo. Oramai di quei 10 che erano partiti con il progetto, 6 hanno stabilito di essere una famiglia. Ci siamo messi a dormire tutti nello stesso letto e a vedere un film.

     Alla fine vi è solo una domanda che apre e chiude questa storia: Cosa è il volontariato? Una sera Humberto ha raccontato una storia. Vi era un ragazzo che incomincia a fare avanti e indietro per la montagna. Ogni volta saliva e scendeva. Lo faceva senza utilizzare le scorciatoie, senza usare i tunnel che venivano costruiti man mano con il tempo. Lo fa per anni fino a che non invecchia e i suoi figli non iniziano a farlo con lui. Lo fa fino a che non può più farlo e che la generazione successiva va da sola. Quando gli chiedono perché avesse fatto tutto questo per una vita, la risposta è “ho seminato l’idea”. Questo è il volontariato probabilmente, un atto di fede. Lavori tutti i giorni che sei li e magari sei li che inizi la scalata, non vedrai mai la cima. Sei lì, magari proprio alla prima esperienza del progetto, e hai il primo compito di trovare i problemi e risolverli. Magari offrire nuove idee per i progetti futuri. Perché è il tuo gruppo fa il primo passo, mentre il secondo passo aspetta a un altro gruppo come il terzo passo spetta al terzo gruppo e così via. È un’esperienza che ti fa mettere in pratica l’esperienza del gruppo e del cercare di abbattere più pregiudizi e stereotipi possibili. È un’esperienza che ti porta a provare cosa vuol dire che esistono 9 possibilità di non intendersi.

     Il volontariato è molto di più. Probabilmente e posso raccontare qualche esperienza nella speranza di farlo solo trapelare. Avevamo deciso di fare un trekking in direzione Churup e alla fine eravamo rimasti io e Luis. Siamo partiti senza fare colazione e biscotti in spalla, il trekking però era lungo e più complicato degli altri. Aveva delle parti che consistevano in scalata su roccia con funi. Dopo l’ultima salita impegnativa si presenta a noi la vista del lago dall’acqua blu turchese. Cercando un punto per le foto abbiamo incontrato una ragazza americana che si stava facendo fare foto di nudo e ci abbiamo fatto amicizia. Le chiediamo di farci un video. Io e Luis ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso. Camminiamo intorno al lago fino a trovare una roccia più vicina e sicura all’acqua. Ci spogliamo fino a rimanere in mutande, fissiamo l’acqua. Facciamo il nostro respiro profondo mentre la gente sul picco in alto di fronte a noi osserva. Ci tuffiamo. Ci tuffiamo in quel lago a più di 4000 m con la nostra pelle e un paio di mutande. Il gelo ti prende il corpo, vuole portarti con sé. Vuole portarti giù. Nella tua testa c’è il silenzio e vorresti sentire la sospensione dell’acqua ma una voce si fa insistente: “Devi andare! Risali! È ora di uscire da qui!”. Muovi il tuo corpo in direzione di quella roccia tiepida che avevi lasciato, cerchi un appiglio in quella roccia ora scivolosa. Alla fine ci riesci, sei fuori e senti il corpo completamente tuo mentre il cuore batte forte. Senti una sensazione di benessere. Senti la gente che ora applaude, riconosce qualcosa, riconosce un gesto di follia. Prima ti prende in giro, sei solo un esibizionista che si spoglia su una montagna. Poi guarda incredula quel gesto di coraggio. Ma alla fine applaude per qualcosa di più che è solo una percezione. Sei lì, in mutande su una montagna delle Ande e respiri quell’aria che ora ti sembra forte. Senti come il primo respiro di quanto sei nato. Senti la vita. Senti la fratellanza con quella persona che ha avuto il coraggio di fare quella follia con te dopo manco due settimane di conoscenza. Le americane pensano che siamo parenti. Vedono qualcosa di comune tra di noi, forse sono io che ho qualcosa di Messicano o lui che ha qualcosa di Italiano. O semplicemente vedono la semplice comunanza che abbiamo solo essendo esseri umani. è un patto, un battesimo che durerà per sempre. C’è chi dice “è stato emozionante poter assistere”. Bevi, fumi e ridi. Ti senti in sintonia con qualcosa o con la natura. Dopo è accaduta un’altra magia quando siamo saliti nel Combi. Il Perù è maestoso, bello e problematico. Ogni istante mi ha ricordato la mia casa, il mio paese. Si parla di corruzione, povertà e violenza ma li ho potuto vedere la solidarietà e l’aiuto reciproco. Lì la lotta per la sopravvivenza riesce a diventare un progetto di aiuto per vivere. Un aiuto che passa da persona a persona ma anche da persona ad animale. Certo, tu rimarrai sempre il Gringo. Sei il bianco, quello diverso che può fare i suoi comodi li. Sei il gringo che se ne può andare. Sei il discendente di quell’idea che ha colonizzato e continua a colonizzare il latino America. Sono solo cambiati i metodi. La comunità cercherà sempre di proteggere sé stessa ma, se vai in punta di piedi con umiltà a chiedere ospitalità in quel perenne cantiere, sarai accolto. Sarai accolto quando tendi la mano per reggere l’anziana signora sul combi, ti guarderà contenta. Ma sarai accolto anche dalla tenerezza, l’innocenza e il coraggio dei bambini. Non dimenticherò la magia creata da quel bambino peruviano dallo zuccotto blu che gioca con quel problematico gringo dentro il combi. Non dimenticherò quel suo gesto spontaneo, non concettualizzato e contro gli stereotipi a cu tutti possiamo essere soggetti. Non dimenticherò quella mano che tocca la mia solo per giocare o condividere un biscotto.

     Poi c’è un’altra esperienza che devo raccontare. Dopo giorni titubante nel decidere o meno se farlo, decidiamo tutti insieme di provare la nostra prima scalata in montagna. Mentre cercavamo il prezzo migliore, ho incontrato una guida che di nome Feliz che mi ha detto di aver vissuto per 7 anni a Roma. Quando gli ho chiesto come si fosse trovato la risposta in un perfetto italiano è stata “come vedi sono tornato qui, Roma è una bellissima città per fare turismo ma viverci è un inferno”. Continuiamo i nostri giri e alla fine troviamo la possibilità di fare tutto con una spese di 250 soles. Scegliamo di fare una cosa per principianti, il Nevado Mateo che ha il suo punto di arrivo a 5400m. La sveglia è alle 3 per poter fare le 2 ore di macchina che ci separano dall’inizio della scalata. Arrivati li mettiamo i rampini di ghiaccio e le scarpe da neve nello zaino. Subito dopo indossiamo le brache di sicurezza e impugniamo la piccozza. Cominciamo la salita sulla parte rocciosa, umida, scivolosa e con poco spazio dal dirupo e da una caduta misera. Ogni tanto ci sono gli sprazzi di neve misti al muschio. Durante la salita il freddo aumenta per le condizioni climatiche e le nubi sembrano volerci inghiottire con il loro movimento dall’alto verso il basso. Mentre cammino scivolo e mi bagno un guanto. Arriviamo alla base del ghiacciaio. Cambiamo i nostri strumenti prendendo dalla borsa quello che ci serve e mettendo da parte quello che ci servirà per il ritorno. Cambio il mio guanto ma la mano fa malissimo, la apro e la chiudo ma nulla cambia. Intorno tutto si fa più grigio e vedo delle piccole figure che ci precedono sparire nella nebbia. Ci leghiamo l’un l’altro e cominciamo a salire verso il picco. Devi capire il ritmo della tua squadra, ti muovi quasi in sincronia e il più lento detta il ritmo. Devi stare attento a non scivolare ma in ogni caso gli altri sono li per te. La tua squadra è li per aspettarti ed aiutarti. Il cammino non è lungo ma ci vuole tempo. La pazienza ne vale la fatica e mentre arrivi in cima esce il sole. Puoi vedere tutto sotto di te, puoi sederti e vedere il mondo. Il silenzio è quello delle montagne, senti qualcosa che ti smuove dentro. Ogni tanto quella stasi è interrotta dal canto del vento che si fa largo tra i picchi. Sei cosi vicino al cielo e lontano dal caos, tutto sotto continua a scorrere. Tutto passa eppure sei nello stesso mondo, quello stesso mondo su cui ora possiamo brindare con un liquore greco. Brindiamo tra di noi, alla nostra squadra e con la guida. Parliamo di quella meraviglia in cui viviamo e ora sogniamo quella montagna. Si perché ci sarà sempre quella montagna nascosta nei nostri sogni e li ci sarà sempre qualcuno ad aspettarci.

L’amore resiste più di quello che dura

Tutti noi abbiamo uno zaino in cui possiamo mettere tutto e possiamo togliere quello che vogliamo. È unno zaino fatto di ricordi, persone, cose che fanno male o meno male. Sono cose che forse qualcuno ne farebbe a meno, che vorrebbe buttare, o cose che forse certe volte ricordiamo quando ci fanno più comodo. Come se fosse un conforto. Ho sempre pensato che dimenticare o far passare il tempo affinché accada, come se le persone che incontriamo abbiano una data di scadenza, fosse una cosa orribile. Questo zaino è quello che fa di noi la persona ma che fa degli altri le persone che sono per noi. Fanno gli affetti, fanno la nostra forza e fanno la nostra esperienza. Diventano i nostri strumenti (infelice definizione) per scalare le nostre personali montagne.  E il volontariato aiuta a capire questo zaino e a saperlo usare. Perché se vogliamo prenderci cura delle persone, di quelle che non conosciamo, dobbiamo prima di tutto imparare a prenderci cura delle persone che abbiamo accanto. Qui si aggiunge un’altra frase che abbiamo utilizzato negli ultimi giorni del nostro campo: “L’amore resiste più di quello che dura”. In molti la intendiamo come se quando qualcosa finisce, tu continui a provare lo stesso. Ma questo, per me, è molto soggettivo. Forse ci diventa più utile se pensiamo al fatto che quell’amore, da intendersi nella maniera più generale possibile, continua a vivere nei ricordi e nel tempo. Forse a volte e la nostra ombra, ma appunto la “nostra”. O forse continua semplicemente ad esistere. Forse qualcuno lontanissimo nello spazio può vedere quello che è successo al suo inizio o prima mentre nella nostra testa è stato catalogato come “passato”. Forse è un costante principio da cui esplode ogni cosa o forse è prima del movimento stesso o forse prima del sogno stesso. Perché spesso cominci a sognare cose che sono già accadute. In quello zaino entra tutto, è personalissimo come l’esperienza del volontario. In quello zaino hai la canzone che ascolti all’infinito e a cui leghi i ricordi; le mani di chi ami sul tuo petto mentre siete sdraiati al tramonto su un prato; un bacio in una sporca stazione romana poco prima dell’orario di chiusura dei mezzi; la volta in cui ti sentivi solo e camminavi sotto un sole di agosto; quella volta che stavi male e ti davano del falso; il buttarsi in un lago lontanissimo e veramente freddo a 4000 m di altezza con uno che conosci da poche settimane e sentirti profondamente connesso; i silenzi e le urla; tutte le volte in cui ti sei ubriacato fino a perdere i sensi; quando qualcuno che ami lascia questo mondo ma i ricordi rimangono; quando la notte sogni quello che è stato e immagini il futuro; tutti i fallimenti e le paure sorpassate; il dolore in tutta la sua presenza e il senso che cerchi di dargli; levarsi la maglietta in una piazza di notte con 4 gradi per brindare alle differenze e alle somiglianze; quando pensi che non raggiugerai mai il tuo obiettivo; quando vedi tutti i tuoi difetti ma li riconosci come parte di te; una corsa verso un traguardo dopo una lunga maratona tenendosi per mano; tutti i dolci e le birre condivise; le notti e i giorni passate intorno ad un tavolo a costruire un progetto in nome di un ideale; quei giorni in cui non vuoi parlare e non riesci a farti comprendere e dici solo stupidaggini; quando aspetti notizie delle persone che ami ovunque siano nel mondo; le sveglie difficili; i wurstel mangiati da ubriachi e di nascosto con un po’ di pane. Vi sono persone che ti porterai ovunque che costituiscono la tua famiglia biologica, la tua famiglia composta di amici e la tua famiglia internazionale. È come una melodia che senti nella testa ma che non conosci, la percepisci ed è profondamente tua. È un’esperienza che non ti costringe nessuno a farla e che è come un richiamo, è un’esperienza che non è difficile e che ne vale la pena. È un’esperienza che non richiede requisiti se non quelli legati all’età. Basta una conoscenza base della lingua e in molti saranno disposti ad aiutarti. Non c’è una grossa selezione, eccetto alcuni progetti che richiedono una lettera motivazionale, ed è principalmente ad esaurimento posti. Prima mandi la richiesta, meglio è! Anche per risparmiare sul biglietto aereo. Forse è difficile proprio raccontarla, non bastano 7500 parole per raccontarla, e l’unica frase che ti ricorre nella mente da quando hai lasciato la tela nera della notte di Huaraz è: “Sono le 22.22, esprimi un desiderio!”.

 

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Rainer Maria Baratti
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