GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Paola Fratantoni

Paola Fratantoni has 43 articles published.

Armi etniche: cosa sono e perché dovremmo temerle

SICUREZZA di

L’esplosione della pandemia del COVID-19 ha riportato alla luce la vulnerabilità dei nostri paesi a minacce di natura biologica e una sostanziale impreparazione e incapacità di attuare una risposta coordinata, repentina ed efficace al problema. Parallelamente, hanno trovato nuovo vigore numerose teorie del complotto, che vogliono ora il virus creato in laboratorio a Wuhan e diffuso intenzionalmente dagli Stati Uniti, ora un’operazione machiavellica della Cina volta a soddisfare i propri obiettivi geopolitici. Continue reading “Armi etniche: cosa sono e perché dovremmo temerle” »

La strategia russa nell’Artico

ASIA PACIFICO di

Il mondo sta affrontando gli effetti allarmanti e dirompenti del Coronavirus, dimostrando non soltanto che paesi lontani, come l’Iran, l’Italia, la Cina e la Corea del Sud, possono ritrovarsi accomunati da una stessa minaccia, ma anche che le nazioni sono fondamentalmente impreparate ad affrontare simili sfide. I governi hanno reagito lentamente, prima sottovalutando l’emergenza e cercando di ricorrere ai ripari quando la situazione era ormai peggiorata. Oggi, gli occhi sono tutti puntati su COVID-19 e sul lockdown attuato in diversi paesi. Tuttavia, il COVID-19 è solo una piccola parte di ciò che sta accadendo nel mondo.

Sebbene l’attenzione sia (comprensibilmente) focalizzata sulla diffusione del virus e sulle misure per contenimento del fenomeno, altre minacce sono ancora dietro l’angolo: le guerre non si sono fermate, i cambiamenti climatici continuano ad avere effetti su ambiente e società, la rivalità tra paesi e le ambizioni geopolitiche non accennano a diminuire. Concentriamoci su quest’ultimo discorso. Concentriamoci sulla nazione che ancora oggi è considerata una delle principali minacce alla stabilità europea e mondiale: la Russia.

Il 5 marzo, il Cremlino ha consegnato la sua ultima strategia per l’Artico, ricordando al mondo che la Russia non intende rinunciare al ruolo di grande potenza, bensì intende estendere le sue ambizioni e proteggere i suoi interessi anche nella regione artica. “On the Basics of State Policy of the Russian Federation in the Arctic for the Perioduntil 2035” è, dunque, il titolo del decreto firmato dal presidente Vladimir Putin, che delinea i piani russi per industrializzare e sfruttare le risorse energetiche abbondantemente presenti nella regione.

L’attenzione nei confronti dell’Artico è sensibilmente aumentata negli ultimi anni. Le temperature nell’Artico stanno crescendo ad un ritmo più veloce rispetto ad altre regioni del mondo. Questo fenomeno sta trasformando il paesaggio, con effetti non trascurabili sui ghiacciai, il permafrost e la copertura nevosa, aprendo così nuove opportunità in termini di logistica e rotte marittime, di risorse energetiche e di attività militari. Di conseguenza, la regione è diventata rapidamente un nuovo teatro per lo scontro tra le grandi potenze.

Gli interessi della Russia sono molteplici: popolazione, rotte marittime, risorse economiche e, chiaramente, possibilità di sfruttare il territorio per aumentare il proprio potere a livello geopolitico.

In primis, la popolazione russa nella regione artica conta circa 2 milioni di persone, circa la metà delle persone che vivono nell’intero Artico. Questo fattore offre una motivazione immediata alla Russia per puntare gli occhi sull’area: proteggere la propria popolazione in loco assicurandole un’alta qualità della vita è presentato tra i motivi per gli interventi economici del paese nel territorio, incluse forme di investimenti ai privati per sviluppare le attività economiche.

In secondo luogo, il progressivo scioglimento dei ghiacciai ha aperto la strada a nuove opportunità nel campo della comunicazione e del trasporto. Le rotte marittime attraverso l’Artico consentirebbero di ridurre i costi di spedizione dall’Asia all’Europa, con circa il 40% di spese in meno rispetto agli attuali costi sostenuti per le rotte attraverso il Canale di Suez. Il fiore all’occhiello della crescita economica della Russia nell’Artico dovrebbe essere proprio la Northen Sea Route (NSR), una rotta di collegamento che si estende dal Mare di Barents allo stretto di Bering, collegando l’Europa ai mercati asiatici. Mosca punta sulla NSR come futura rotta marittima chiave nel commercio mondiale, potenziale alternativa alla rotta attraverso il Canale di Suez, in quanto riduce considerevolmente itempi di transito – dunque i costi – dall’Europa all’Asia orientale. Guardando i dati del volume del trasporto merci lungo la rotta del Mare del Nord si può notare un incremento significativo nel 2019, che registra il passaggio di 31,5 milioni di tonnellate di merci, rispetto ai 19,7 milioni del 2018 e ai 10,7 milioni di tonnellate nel 2017. Tuttavia, non mancano le preoccupazioni per i rischi della navigazione in quest’area: oltre ai tipici rischi di natura economica legati a un nuovo business, il traffico attraverso la rotta artica può comportare rischi di collisione ma anche fuoriuscite accidentali di petrolio, con ripercussioni sull’ambiente. Inoltre, i servizi di salvataggio nella regione sono ancora limitati, le previsioni meteorologiche disponibili non sempre affidabili e le capacità di comunicazione ridotte, ponendo così rischi notevoli alla navigazione. Lo sviluppo del NSR dovrebbe accompagnare la fornitura di infrastrutture e servizi necessari per garantire una navigazione sicura in tutta la regione.

Ma l’Artico è anche una terra fertile di risorse energetiche e materie prime, un ottimo motivo per cui la Russia cerca di affondare i suoi artigli nel territorio. La popolazione mondiale aumenta e le attività industriali richiedono sempre più energia, spingendo i paesi alla costante ricerca di nuove fonti energetiche per garantire il sostentamento della società. L’abbondanza di petrolio, gas e altre risorse rinnovabili (es. acqua, carbonio, energia idroelettrica, ecc.) rende, quindi, l’Artico un territorio attraente: tuttavia, numerose critiche sono già state sollevate circa lo sfruttamento dell’area, in quanto la massiccia industrializzazione della regione potrebbe peggiorare ulteriormente gli effetti del cambiamento climatico. La Russia conduce attività esplorative nell’Artico sin dal 1915 e circa il 20% del PIL russo è generato proprio nell’Artico; è chiaro che nel momento in cui si presentano nuove opportunità nell’area, difficilmente Mosca resta a guardare.

L’Artico è, inoltre, ricco di materie prime, fondamentali per diverse industrie, inclusa quella della difesa. La maggior parte dei paesi occidentali dipende dalla Cina per tali materie prime, garantendo così a Pechino un’importante leva strategica. Avere accesso a materie prime cruciali per molti paesi fornirebbe vantaggi economici e strategici che la Russia ha tutte le intenzioni di sfruttare. Data l’abbondanza di riserve di petrolio, risorse energetiche e materie prime, l’Artico viene, infatti, spesso definito il “Nuovo Golfo”; e si sa, chi primo arriva…

In quarto luogo, una prospettiva militare. La Russia ha investito in modo significativo nelle attività militari nella zona artica sotto la propria giurisdizione, aprendo basi e schierando truppe. Inoltre, con l’aumentare della rivalità tra le grandi potenze mondali, le nazioni sono costantemente alla ricerca di nuovi ambienti in cui poter affermare la propria egemonia. Se in passato abbiamo sperimentato progressivamente la militarizzazione dei domini dell’aria, dello spazio e del cyberspazio, la regione artica è la prossima. Chiunque fosse in grado di fissare la propria bandiera sulterritorione trarrebbe un indubbio vantaggio strategico. E le molteplici esercitazioni militari previste nella regione possono confermare questa idea.

IceResponse 2020, ad esempio, programmata tra il 2 e il 18 marzo, è stata annullato a causa della diffusione di COVID-19. Si trattava di un’esercitazione militare multinazionale che prevedeva la simulazione di scenari di combattimento ad alta intensità in condizioni invernali critiche. L’esercitazione avrebbe visto la partecipazione di forze militari dei paesi della NATO in ottica antirussa. Parallelamente, sul territorio europeo, dovrebbe svolgersi tra aprile e maggio Defender Europa 2020, un’esercitazione militare multinazionale guidato dagli Stati Uniti con il coinvolgimento di paesi dell’Unione Europea e della NATO. L’esercizio militare sta attirando l’attenzione – ma anche le polemiche –circa la presenza di soldati statunitensi in territorio europeo ma anche circa la decisione di procedere con il programma, nonostante la pandemia che sta colpendo l’Europa e il mondo intero. Tuttavia, la diffusione del COVID-19 ha avuto conseguenze anche sull’organizzazione delle operazioni. Vista la situazione, l’Italia, ad esempio, ha deciso di ritirarsi da Defender Europe 2020. Nel frattempo, gli aerei militari russi stanno atterrando in Italia, fornendo unità di decontaminazione e personale medico dell’esercito per supportare la nazione nel gestire l’emergenza del COVID-19.

Inutile dire come tutti questi avvenimenti stiano alimentando teorie del complottoe evidenzino, inevitabilmente, chi sta facendo qualcosa e chi sta voltando le spalle a un alleato e un partner strategico. Nessuna intenzione di puntare il dito o di alimentari tali teorie. Tuttavia, mentre ci occupiamo dell’emergenza Coronavirus, dovremmo probabilmente fare un passo indietro e guardare la  “bigger picture”, perché molto spesso alcuni pezzi del puzzle sono – più o meno volontariamente – trascurati.

QUALE FUTURO PER LA DIFESA EUROPEA?

SICUREZZA di

La difesa europea è un tema molto caldo, che spesso suscita polemiche e accesi dibattiti. In primis, perché la definizione stessa dell’argomento è difficile: cosa si intende per “difesa europea”? Ma soprattutto i 28 stati Membri dell’Unione la concepiscono nel medesimo modo? Non sono rare, infatti, le differenze di opinione (e di posizione) in riferimento a specifiche tematiche, siano queste l’immigrazione o l’accordo con l’Iran. A ciò si aggiunge la complessità dello scenario internazionale odierno, caratterizzato da minacce molteplici e diversificate, che crea un ambiente complesso ed entro cui risulta difficile orientarsi. Il seguente articolo mira a fare un po’ di chiarezza non solo sulle tematiche attualmente più rilevanti – anche alla luce del recente meeting informale tra in ministri delle Difesa europei tenutosi a Helsinki a fine agosto – ma anche su alcuni degli attori chiave in materia di difesa europea, e sulle iniziative in vigore, in particolar modo nel campo della ricerca e degli investimenti. Continue reading “QUALE FUTURO PER LA DIFESA EUROPEA?” »

Usa-Arabia saudita: accordo concluso per un nuovo sistema di difesa missilistico

SICUREZZA di

La scorsa settimana, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno firmato un accordo per l’acquisto di un nuovo sofisticato sistema di difesa missilistico.  La trattativa era in corso dal dicembre 2016 e mercoledì scorso un funzionario del Dipartimento di Stato ne ha definitivamente confermato la conclusione.

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Iran nuovamente sotto le sanzioni usa

MEDIO ORIENTE di

Mentre in Italia il 4 novembre ’18 si celebra  l’anniversario della vittoria della Prima Guerra Mondiale, negli Stati Uniti questa data segna la fine dei 180 giorni dall’annuncio del presidente Donald Trump del ritiro statunitense dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA),  trattato multilaterale concluso nel 2015 da Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Cina, Unione Europea e Russia, finalizzato a bloccare la possibilità di sviluppo da parte dell’Iran di un armamento nucleare.

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29° summit della Lega Araba – Leader uniti su Palestina e Iran

 

 

Si è concluso domenica scorsa il summit della Lega Araba, giunto alla sue 29esima edizione. L’incontro, tenutosi a Dharan (Arabia Saudita) ha visto riunirsi i 21 membri attivi della lega e personalità di spicco dello scenario internazionale, come l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Unico membro assente la Siria, sospesa dalla Lega nel novembre del 2011, quando iniziarono le rivolte nel paese ed in seguito alle azioni repressive condotte dal regime di Assad a danno della popolazione civile.

I vari paesi membri erano rappresentati dai capi di stato e di governo, ad eccezione del Qatar che, invece, ha inviato il proprio rappresentate presso la Lega Araba. Un gesto, questo, accolto non molto positivamente dal resto della comunità araba. Ricordiamo, infatti, che da parecchi mesi i rapporti della monarchia con i paesi arabi e mediorientali si sono fortemente incrinati, determinando una crisi diplomatica proprio tra vicini di casa. In particolare, lo scorso 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando quest’ultimo di fornire supporto a gruppi estremisti e terroristi. L’invito del Qatar a partecipare al summit era arrivato insieme all’annuncio che la crisi diplomatica non sarebbe stata posta nell’agenda dell’evento. L’assenza dell’emiro del Qatar, è stata, dunque, percepita come un segno di arroganza, che ha gettato ulteriore benzina su un fuoco ancora molto ardente.

Il vertice si è concentrato maggiormente sui temi in agenda, mostrando come vi sia una notevole unità di pensiero tra i leader su temi d’importanza cruciale per il contesto arabo e mediorientale e gli equilibri tra la regione e gli attori esterni.

Tre i grandi temi trattati: la questione israelo-palestinese, la guerra in Yemen e la pericolosa influenza dell’Iran. Non sono, invece, stati messi in agenda, come accennato, né la crisi diplomatica con il Qatar né la guerra in Siria. Tuttavia, un comunicato stampa pubblicato dalla Lega Araba al termine del summit invoca la conduzione di “independent International investigation to guarantee the application of International law against anyone proven to have used chimical weapons”. Da notare, infatti, che il summit ha avuto inizio 24 ore dopo l’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia sui alcuni siti militari siriani. Tale azione nasce in risposta ad un presunto attacco chimico condotto dal regime contro alcuni ribelli, attacco per altro negato dal presidente Bashar e l’alleato russo.

 

PALESTINA E ISRAELE

Riflettori puntati su Palestina ed Israele, tema che ha portato alla luce una posizione peculiare dei paesi arabi. Da un lato, la ferma opposizione alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale della nazione israeliana. Per un paese come gli Stati Uniti, che ha sempre giocato un ruolo di mediazione nel conflitto arabo-israeliano, un gesto simile viene visto dai leader mediorientali come uno spostare la propria posizione di neutralità verso quella di terza parte in causa, un passo decisamente significativo (e se vogliamo, pericoloso) in un contesto delicato come quello del Medio Oriente. Come sottolineato dal re Salman -che ha rinominato il vertice “Jerusalem summit” proprio per sottolineare la solidarietà verso il popolo palestinese- i leader arabi riconoscono il diritto del popolo palestinese di stabilire un proprio stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. La stessa Gerusalemme Est appartiene, a loro opinione, ai territori palestinesi. In aggiunta, il re Salman ha annunciato la donazione di 150 milioni di dollari all’amministrazione religiosa che gestisce i siti religiosi musulmani a Gerusalemme, come la moschea Al-Aqsa e di altri 50 milioni per i programmi condotti dalle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Dall’altro lato, invece, i leader arabi –ad eccezione del presidente Abbas- si sono espressi a favore del piano di pace proposto da Trump per il conflitto tra i due popoli. I dettagli di questo piano, tuttavia, non sono ancora stati resi noti, ma potrebbe prevedere una soluzione a due stati.

 

GUERRA IN YEMEN

Altro tema caldo è stato la guerra civile che da circa tre anni logora lo Yemen, e vede coinvolti (sul campo e a livello di interessi in gioco) diversi attori mediorientali accanto a potenze straniere come Russia e Stati Uniti. Il paese è teatro di scontri tra le forze fedeli al governo di Hadi, che di fatto ha perso il controllo di numerose porzioni del territorio nazionale, e i ribelli Houthi, alleati con l’ex presidente Saleh e supportati militarmente e finanziariamente dall’Iran. In campo, inoltre, una coalizione militare a guida saudita, che vede impegnati paesi occidentali (USA; Francia, GB) e alleati mediorientali, come gli Emirati Arabi.  Ancora una volta i leader arabi hanno riaffermato il loro supporto alla nazione e l’obiettivo di ripristinare l’unità, l’integrità, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza della nazione yemenita. La totale responsabilità attribuita ai ribelli Houthi, rimanda ad un altro tema centrale del summit: l’Iran e la politica aggressiva sul piano internazionale.

 

L’AGGRESSIVITÀ’ DELL’IRAN

Non sono mancate nel corso della giornata condanne alle politiche condotte all’estero dall’Iran, dettate da atteggiamenti aggressivi e perpetuate violazioni dei principi del diritto internazionale. Diretto riferimento al supporto ai ribelli Houthi in Yemen, ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria. Chiaro il tentativo del re Salman di sfruttare il summit per allineare i paesi arabi contro lo storico rivale Iran. L’Iran, ad oggi, è visto come la principale causa di instabilità nella regione, “colpevole” di destinare le proprie risorse finanziarie e militari per alimentare guerre per procura in paesi dilaniati da anni di guerra civile, come appunto Siria e Yemen. In Siria, come detto, le milizie shiite iraniane supportano le forze governative di Assad, regime anche questo shiita. Similmente in Yemen, l’esperienza militare e le armi iraniane sostengono i ribelli Houthi, che hanno nel corso del conflitto conquistato diverse porzioni del territorio nazionale, compresa la capitale Sana’a. Non è mancata la risposta iraniana: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi ha, infatti, dichiarato che le accuse sollevate in occasione del summit sono solo il risultato della pressione esercitata dal suo più grande nemico, l’Arabia Saudita, paese ospite del summit.

 

Vediamo, quindi, come le acque nel Medio Oriente continuino ad essere piuttosto agitate. Sebbene si possa intravedere un’unità d’intenti in alcuni ambiti, i temi caldi sono ancora molti ma soprattutto manca allo stato attuale un vero e proprio “corse of action” per raggiungere gli obiettivi raggiunti. È auspicabile, dunque, che questo messaggio di allineamento dei paesi arabi si trasformi ora in un’azione pratica, che possa portare, step by step, a garantire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

Saudi Arabia: first leg of Trump’s international trip

Policy/Politics di

Yesterday Donald Trump opened his first international trip as US President. The busy agenda includes The Vatican, Israel and Brussels, for a nine-day tour around Europe and the Middle East.  He chose Saudi Arabia for the inaugural meeting, a well-calculated choice that clearly marks the new administration’s approach toward one of the US historic and most strategic allies.

This international trip is a crucial political moment, especially for a newly elected president. Especially for a newly elected president that is already having political scandals back home. Indeed, it represents an excellent opportunity to meet several heads of states and government representatives all over the world, as well as a key moment to strengthen US alliances and to give a new breath to the nation posture in the international political arena.

The choice of Saudi Arabia as the first meeting is, therefore, a first quite unequivocal sign of the path President Trump wants to undertake. Saudi Arabia has always been one of the most important US allies in the region and the two countries share economic, political and strategic interests. Relations have been very close and friendly, showing a strong mutual understanding and the willingness to cooperate in several areas. However, under Obama’s administration, the happy marriage went through a very hard time, often referred by Saudi representatives as the worst in the US-Saudi history. Trump’s decision seems to be a smart move to show Saudi Arabia and the entire world the administration intention to go back to the strong and loyal relationship between the countries, after the challenging times of Mr Obama.

Several reasons stand behind this strategic choice, which can be read within the US-Saudi Arabia partnership’s framework, but also within the broader context of the US strategy in the Middle East.

Regarding US-Saudi relations, economic and security interests are the main issues on the table. Deals on weapons and defence systems are back on track after Obama stopped selling arms to the monarchy, worried about its possible influence –better said military support- in Yemen’s war (Saudi Arabia leads an international coalition supporting the government against the Houthi rebels). Trump seems not be sharing these concerns: the deals include, indeed, a Terminal High Altitude Area Defence (THAAD) missile defence system, a C2BMC software system for battle command and control and communications as well as a package of satellite capabilities, all provided by Lockheed. Under consideration also combat vehicles made by BAE Systems PLC, including the Bradley Fighting Vehicle and M109 artillery vehicle. Contrary to the previous administration, the US appears to be supporting a more interventionist Saudi role in the region. Along the commercial agreements, Washington and Riyadh are also enhancing best practices in maritime, aviation and border security.

Looking at the broader US strategy in the Middle East, the visit in Saudi Arabia makes even more sense.

Since taking office, fighting the Islamic State (ISIS) has been Trump’s top national security priority. As the president made clear, ISIS -and terrorism in general- is not a regional problem, but one that affects the all international community, harming, therefore, also US interests back home and abroad. Similar consideration for the security conditions in the Middle East, which are essential to protect US economic and strategic interests in the region. These reasons made Trump reconsidering the US role in the Middle East. If Obama tried to step back and put some distance between the US politics and Middle Eastern affairs, giving the impression that the American power was turning the back to its allies in the region, Mr Trump has clearly shown different intentions.

The US is to re-take its posture in the Middle East, perhaps that security guarantor role that used to play in the past, willing to bring safety and stability in the region and, therefore, at the global level. Hence, the strong position taken by Iran’s antagonist behaviour and the attempt to reassure the US allies in the Gulf can be easily related to this new approach.

So, what does that mean in terms of regional security and international political games?

–    With the US support in fighting terrorism, the Gulf monarchies will be able to strengthen their positions against the Islamic State and terrorist groups. ISIS and other terrorist groups, indeed, have been trying to destabilise the Gulf monarchies. On the one hand, they took advantages of religious minorities and social differences in the countries. On the other, they benefited from an inconsistent European strategy in the region and a US administration probably more focused on domestic authoritarian issues and human rights records in its ISIS-fight partners than on the actual final goal. Trump seems to be setting priorities and boundaries: ISIS and terrorism come first; democracy and authoritarian tendency are a domestic issue that the US does not have to deal with now. To fight ISIS we need stable countries: simple as that. As the Secretary of State Rex Tillerson said “When everything is a priority, nothing is a priority. We must continue to keep our focus on the most urgent matter at hand.”

–    A new challenging US-Iran relation. If Obama’s era will be remembered in all history books for the multilateral nuclear deal with the Islamic Republic, Trump administration will unlikely follow the same path. As initial steps, Trump tightened sanctions against Iran, thus sending the message that time had changed and Iran must better behave. Several press statements denounced Iran’s antagonistic behaviour and defined the country as a plague for the Middle East and US interests there. No surprise, then, if engagement and accommodation of Obama’s office will be replaced by confrontation and hostility, a move very welcomed by the Arab countries.

–    By signing new weapon deals with Saudi Arabia, the US indirectly supports the Saudi-led coalition in Yemen, a conflict that involves Iran too. The Islamic Republic, indeed, militarily support the Houthi rebels against the government. As mentioned above, Iran is considered a real threat to Middle East stability.

–    A stronger commitment to the Middle East stability cannot overlook the Israeli-Palestinian conflict. Trump is pursuing peace talks between Israel and Palestine to set a lasting agreement. The two-state solution has been a core pillar of US foreign policies for decades -an independent state of Palestine in West Bank and Gaza in return for Israel’s safety and security. However, Trump affirms to be also opened to a one-state solution, where Israel will be the only state and Palestinians will either become citizens of Israel or else live under permanent occupation without voting rights. As the president said, “I’m happy with the one they [Israelis and Palestinians] like the best”. Not easy to understand, though, how Palestinians could like the second one.

–    Trump’s visit to Saudi Arabia, a Muslim country but also the home of the most significant Islamic religious sites, can be read as a strategic move to achieve the role the US would like to play in the Middle East. With the implementation of the immigration policies in the States and several statements against the Muslims, President Trump has attracted severe criticisms, describing him and his policies as anti-Muslim. Not the best precondition for someone that aims at playing a greater security role in the region. Hence, visiting the Saudi monarchy shows that the US and Arab Muslims can actually form a partnership and cooperate on some issues.

–    At first glance, it is understandable to think that a more interventionist US role in the Middle East could upset Russia. On several capillary topics -such as Syria and Yemen- Russia and the US have quite divergent views and stand on the opposite sides of the fight. A US administration willing to play the police role in the region and -possibly- put feet on the ground is not exactly what the Kremlin would like to see. However, the scandal that has recently hit the White House- regarding Trump sharing highly classified information with the Russians-questions the real relationship between Washington and Moscow.

In conclusion, Trump’s meeting with Saudi Arabia’s leaders goes beyond the routine diplomatic visits, as it also entails powerful political messages to the Arab countries and the entire world. A new page for the US foreign policy that aims to bring the old glory and its leader role in the Middle East. It looks like the new administration is backed by a crispy and definite strategy; however, on some topics it seems like Trump is proceeding blindly, just reacting to whatever it happens. The question is: does he have a strategy in mind? The US is a very powerful nation and -willing or not- its actions have a substantial impact worldwide. Hopefully, there will be some still unrevealed aces in the hole: the last thing that the world would like to see is the US wandering around without knowing what to do. It is time to take sides, it is time to make decisions, and Trump seems to be quite confident in doing so. However, to be effective, those decisions need directions, need a strategy, a smart long term project aiming at a specific goal. Let’s hope the current US administration truly has one.

Paola Fratantoni

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