GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Monia Savioli - page 4

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Accordi Al Qaeda-Usa: rispunta il fantasma del Mullah Omar

Medio oriente – Africa di

Si torna a parlare di una vecchia conoscenza, il Mullah Mohammad Omar. Il capo spirituale di Al Quaeda che Tolo tv, l’emittente afghana, dichiarò morto – per poi smentire la notizia – nel 2011 per mano pakistana riemerge dall’oblio in occasione dei tentativi di arrangiare i negoziati di pace fra talebani e Stati Uniti in Qatar. L’evento, annunciato da una fonte del movimento islamista, riconosce al Mullah Omar un ruolo ancora determinante nella definizione degli accordi che potrebbero già vedere la luce entro pochi giorni, nel mese di marzo. Islamabad, Kabul, Pechino o Dubai sono le città candidate ad assumere il ruolo di quello che potrebbe diventare il negoziato del secolo, a chiusura del lungo percorso che dal 2001 ha visto opporre la forza armata internazionale alla comunità talebana in Afghanistan.

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Al Qaeda, oggi guidata da Ayman al Zawahiri, ha subito negli ultimi anni la mancanza di un potere organizzativo forte spaccandosi in mille rivoli. Insicurezze e precarietà sono state utilizzate dai seguaci dell’Isis – che ancora in Afghanistan rappresenta una debole presenza – per potersi infiltrare e accusare Al Qaeda di non essere sufficientemente in linea con la corretta dottrina jihadista, applicata al contrario, dal Califfato di Abu Bakr al Baghdadi. Le posizioni di Isis a questo proposito sono riassunte nel sesto numero di Dabiq, la rivista on line dello Stato islamico in lingua araba. Nell’articolo dal titolo “al Qaeda di al Zawahiri e la saggezza perduta dello Yemen”, i terroristi dubitano fortemente dell’esistenza in vita del Mullah Omar ritenuto da molti combattenti arabi provenienti dall’Afghanistan, morto o catturato. E criticano pesantemente il movimento di Al Zawahiri, reo di non aver “mai lanciato anatemi contro gli sciiti in Iraq”.

Dell’esistenza del Mullah Omar ha invece ricominciato a parlare una fonte diplomatica che da Kabul sottolinea come l’esito dei negoziati di pace con gli Usa “dipendera’ dal leader talebano, il Mullah Mohammad Omar”, impegnato, pare, in queste ore a consultare la leadership talebana. Intanto la presenza armata statunitense che oggi in Afghanistan impiega circa 10.000 soldati (altri 3.000 sono i militari forniti dalle nazioni partner della Nato) sarà ridimensionata ulteriormente nei prossimi mesi fino a d arrivare a circa la metà entro la fine del 2015. Una decisione, paventata dal Presidente Obama, che in realtà ha suscitato le preoccupazioni del Presidente afghano Ashraf Ghani preoccupato dell’arrivo, con l’estate, della stagione più pericolosa.

La recrudescenza ciclica, nei mesi estivi, degli attacchi terroristici talebani metterebbe a dura prova infatti la capacità di risposta delle forze afghane in parte “orfane” dell’assistenza fornita dalla coalizione. Obama quindi starebbe valutando la possibilità di un rientro meno traumatico anche per evitare che possano crearsi parallelismi con l’Iraq dove la rapida rimozione delle forze nel 2011 ha fatto ripiombare di fatto il paese nella destabilizzazione e soprattutto si possano aprire quei vuoti utili alle infiltrazioni delle frange terroriste.

Monia Savioli

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Crocodile, la droga di strada russa alle porte dell’Europa

EUROPA di

In Europa la chiamano la droga “degli zombie”. In Russia è conosciuta come “droga di strada”. E’ il Krokodil o Crocodile, sostanza sintetica, di origine russa che deve il  nome alle brutali devastazioni che riesce a provocare sul corpo di chi la assume. Marina Akmedova, giornalista e scrittrice di Mosca, ne ha documentato gli effetti nel 2012 quando decise di trascorrere quattro giorni in compagnia di alcuni consumatori nella città di Ekaterinburg, Russia centrale. Le autorità russe, 74 ore dopo la pubblicazione del reportage, ne imposero la rimozione, adducendo al fatto che nell’articolo veniva descritta la sua fabbricazione apparentemente facile e casalinga.

Poi, una legge successiva decise di bloccare la vendita nelle farmacie dei medicinali contenenti codeina, il principale componente, fino a quel momento richiedibili senza ricetta. Quel reportage aveva tutt’altro obiettivo, quello di testimoniare gli effetti del crocodile e raccontarne la diffusione, sempre più ampia e sempre più devastante. Ora quel reportage è diventato un libro, uscito recentemente in Italia con il titolo di “Crocodile”, mentre la diffusione della droga continua  imperterrita a mietere vittime. Sono cinque milioni i consumatori nella sola Russia, altri se ne stanno aggiungendo.

Dalla città russa di Tolyatti, porta di ingresso in Europa dell’eroina proveniente dall’Afghanistan, ora epicentro della diffusione del crocodile, alcune partite hanno già raggiunto la Germania e qualche mese fa anche l’Italia, dove una prima partita è stata sequestrata nel centro di Padova in un ristorante di lusso: mezzo chilo di sostanza mischiato con barbiturici. L’allerta per questo resta alta.  A consumarla  in Russia sono spesso malati di Aids o terminali. Oppure persone indigenti, con tanta voglia di dimenticare a costi accessibili. Il crocodile ha effetti molto più forti dell’eroina ma costa dieci volte di meno. In Russia è possibile acquistare un grammo spendendo due o tre euro.

L’eroina è molto, molto più costosa. Il crocodile agisce sul sistema nervoso. Il dolore passa, tutto diventa più grande e bello, almeno fino a quando l’assunzione non provoca effetti travolgenti e devastanti. Le impurità contenute nelle sostanze che servono a produrla come benzina, olio, detersivo industriale, iodio, devastano il corpo. La pelle diventa squamosa, il tessuto osseo si indebolisce fino a deteriorarsi al punto che in alcuni casi è stato resto necessaria l’amputazione degli arti colpiti dal degrado. L’aspettativa di vita di un consumatore abituale non è superiore ai 3 anni.

Creare il crocodile è sufficientemente semplice. La droga  è ricavata dalla reazione chimica della codeina, potente analgesico venduto puro o come componente all’interno di medicinali venduti per curare semplici mal di testa. La sintesi della codeina provocata tramite l’utilizzo di iodio e fosforo rosso, produce desomorfina, sostanza oppiacea inventata nel 1932 negli Stati Uniti come derivato dalla morfina. Fino al 2012 per chiunque era facile procurare tutti gli ingredienti, “cucinati” in casa, utilizzando eventualmente anche detersivo industriale, benzina, olio, e poi iniettati in vena. La dipendenza sorprende già dopo un paio di iniezioni e sfuggirne, in un percorso di riabilitazione, è drammaticamente difficile.

La guerra di informazione siriana

Medio oriente – Africa di

Si chiama “rapporto delle falsificazione dell’informazione” ed è stato stilato dal Governo Assad per elencare gli episodi rimbalzati sui video delle principali emittenti arabe e ripresi dai mass media occidentali costruiti appositamente per provare le brutalità del regime contro gli oppositori. Parliamo di tivù come Al Jazeera,  Al Arabiya, per citare le più importanti, supportate dai finanziamenti di quella fetta di mondo che comprende Arabia Saudita, Qatar e offre spazio anche alla Turchia.

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Paesi che il Governo Assad ha identificato come i nemici dai quali partono gli input e soprattutto il denaro per foraggiare quel terrorismo che fa male alla Siria e al suo popolo e si traveste con i colori grevi di una opposizione interna in realtà pressoché sbiadita e inesistente per non lasciare trasparire la sua vera natura di  intransigente fanatismo, importato semplicemente per creare disturbo e intorbidire le acque. E’ l’opinione di Elias Murad, presidente dell’Unione siriana di giornalisti. Murad parla di un servizio televisivo ritoccato per cambiare i colori delle bandiere sostenute dal popolo e trasformare una manifestazione  da filo-governativa quale era, al suo esatto opposto. E di una riunione governativa di piazza a Damasco affollata di gente proveniente da villaggi anche lontani che ha preferito tornarsene a casa al mattino successivo, scelta che ha assunto, nei servizi realizzati, i connotati di una massa dispersa per volontà di Assad. Il bilancio tracciato trasuda i toni del bollettino di guerra. “Fino ad ora – racconta – sono stati uccisi 30 giornalisti siriani ed in 10 sono stati rapiti. Durante il massacro di Adra, nel dicembre scorso, i corpi di alcuni colleghi sono stati utilizzati come barriere dai terroristi per proteggersi dai colpi. In questi anni di crisi, a  50 giornalisti  sono state distrutte telecamere e macchine fotografiche. Altri sono stati feriti e non possono più camminare,  altri sono stati rapiti e poi liberati dall’esercito. Quattro mesi fa, la sede siriana dell’emittente Al Manar a Damasco è stata colpita da due autobombe. La prima si è schiantata contro la barriera che ne protegge l’entrata, l’altra è riuscita a varcarla ma fortunatamente non è esplosa”. La Siria, in base alle statistiche, occupa uno dei posti al vertice della classifica che mette in fila i paesi in cui più pericoloso è fare il mestiere di giornalista. Accanto ad un terrorismo concreto, fatto di spari, massacri, uccisioni, Murad parla di “terrorismo mediatico” che non conosce bandiere e tantomeno religioni.  Come il blocco imposto di fatto dall’Unione Europea al segnale della tv siriana che Murad ritiene un pessimo esempio da parte “di paesi che vogliono esportare la democrazia. I giornalisti – continua – devono poter ascoltare tutte le parti”. Certo è che la crisi siriana ha influito sulla pluralità dei mezzi. Degli oltre 35 quotidiani presenti nel paese prima delle crisi ne sono rimasti oggi soltanto una ventina. Migliore è la situazione del giornalismo elettronico. Attualmente sono on-line un centinaio di siti di informazione, 40 dei quali hanno ottenuto il permesso governativo ed quindi sono riconosciuti. All’elenco si aggiungono 22 radio e 7 tivù.

Monia Savioli

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I volti dell’assistenza diretta alle vittime del conflitto siriano

Medio oriente – Africa di

Un camion di piccola taglia, lanciato a piena velocità, si ferma all’improvviso. Dal cassone aperto scende, rapida, una decina di uomini armati. L’aspetto è quello di chi ha visto troppo e vuole la strada davanti a sé completamente libera. Il fucile fra le braccia, la pistola sul fianco, i caricatori pronti.

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Lasciarli passare è un gesto che viene naturale, spinto dal timore e da quel rispetto reverenziale dovuto ai combattenti, indipendentemente dall’ideale per cui lottano. La fermata corrisponde all’ospedale militare di Tishrin, lo stesso in cui gli ispettori Onu si sono recati per parlare con i  soldati feriti nell’attacco con il gas sarin che ha provocato centinaia di morti alla periferia di Damasco. Non si può fotografare né tantomeno filmare l’ingresso, il viale di entrata, il piano terra dell’edificio dove scorrono anonime le porte che separano i corridoi da uffici e, soprattutto, non si possono riprendere i volti dei responsabili della struttura. E se capita di alzare casualmente l’obiettivo mentre si cerca il taccuino, ecco che c’è qualcuno pronto a intervenire, per ricordare che no, non si può. L’ospedale è un obiettivo sensibile, da proteggere.  Scarse anche le informazioni, centellinate. Nessun numero dichiarato per i posti letto, nessuna cifra a definire la quantità dei ricoverati, perché entrambi sono dati  inseriti nella sfera delle informazioni coperte dalla riservatezza militare. Quello che si riesce a sapere è che si tratta di un ospedale tecnologicamente all’avanguardia fatto costruire nel 1920 dal Ministero della Difesa siriano, che accetta anche feriti civili senza distinzioni fra amici e nemici del Governo e che dispone di un’ala separata per curare le donne militari. L’ospedale militare di Tishrin, alle porte di Damasco, non è l’unico della Siria. Ce ne sono altri, ad Aleppo ed Homs ad esempio. Quelli che parlano sono i ricoverati, militari feriti, alcuni non per la prima volta. Tutti filo-governativi. Ibrahim Joba ha 20 anni. È stato ferito alle gambe mentre l’esplosione di quell’ordigno, nella zona Est di Damasco nel quartiere di Jobar, portava via due dei suoi compagni. “Abbiamo visto missili cadere su di noi, i terroristi che usavano bazooka – ricorda – i civili bloccati nelle loro case. E’ per loro che combatto. La maggior parte dei terroristi proviene da altri paesi, da tutte le parti del mondo”. Anche Mohamed, capitano di 34 anni era a Jobar,  dove nel frattempo il conflitto per il controllo della città si è spostato dalla superficie ai vecchi tunnel sotterranei individuati dal fronte dei ribelli per minare le postazioni militari governative e muovere rifornimenti. Mohamed ha una figlia piccola, incontrata per la prima volta durante la sua degenza in ospedale, e tre fratelli arruolati come lui nell’esercito. “I terroristi entrano nelle case dei civili e li uccidono prima di andarsene – spiega. “La prima cosa che racconterò a mia figlia quando sarà sufficientemente grande per capire è l’amore per la patria. Lo Stato siriano è unico. Sono disposto a tornare a combattere anche 100 volte se sarà necessario. La mia è una famiglia di martiri”. Il primo compito di un soldato siriano, ci spiega, è quello di difendere la patria. “Mio fratello non era militare  – racconta uno dei parenti in visita al famigliare ferito. “Quando l’hanno chiamato non ha esitato, è partito. I casi di diserzione sono stati pochi, solo una decina. L’esercito siriano è forte”. A Yarmouk, il campo profughi palestinese che si erge alla periferia sud di Damasco, la situazione è completamente diversa. Lì, per curare i feriti civili che riescono a fuggire, c’è soltanto un punto di primo soccorso, allestito in uno scantinato che ospita tre letti ed una vetrinetta spoglia di medicinali.

Monia Savioli

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Monia Savioli
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