GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Monia Savioli - page 2

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Turchia-Usa: accordi paravento

Medio oriente – Africa di

Sono almeno 75 i combattenti addestrati da Stati Uniti, forze britanniche e turche, entrati in Siria e collocati nelle zone a nord della città di Aleppo. A sostenerlo, l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani con sede a Londra. La nuova immissione di combattenti è conseguente alla presa di coscienza da parte degli Usa del fallimento del programma di addestramento rivolto ai ribelli siriani moderati “arruolati” nella cosiddetta “Divisione 30” per contrastare il governo Assad ed ora i terroristi dell’Isis. I 15.000 uomini che la dovevano comporre, una sorta di filiale Usa in Siria, si sono via via disgregati. La convinzione che servano uomini e sicuramente in numero maggiore di quanti non ne siano rimasti ora è supportata da una altra presa di coscienza che coinvolge direttamente i rapporti con la Turchia. Il 22 luglio scorso, gli Usa hanno firmato con lo stato guidato dal presidente Erdogan un accordo di cooperazione militare nel quale emerge la possibilità da parte degli americani di utilizzare la base aerea di Incirlik, a nord del confine con la Siria, possibilità fino a quel momento preclusa. Sensazioni e risultati stanno convincendo la comunità internazionale che l’ago della bilancia di Ankara viri verso la repressione destinata principalmente non a Isis, come dovrebbe, ma ai curdi, considerati i reali oppositori del Califatto. A dimostrarlo, i 300 attacchi inferti dai Turchi alle basi del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fondato da Ocalan, rispetto ai 3 indirizzati contro Isis. La Turchia avrebbe concesso una maggiore collaborazione spinta dal desiderio, alimentato dall’avanzata dei curdi siriani, di sbagliare coscientemente mira e colpire, fra i pochi sgherri del Califfato, molti curdi, soprattutto dopo la vittoria, alle elezioni di giugno, dell’Hdp di Salahattin Demirtas, evoluzione moderata del PKK e restare comunque impunita. Anche gli Stati Uniti stanno giungendo a questa convinzione. La volontà di salvaguardare le strette relazioni con gli stati sunniti di Arabia Saudita, Pakistan, monarchie del Golfo e la stessa Turchia, conservata fin da quando, dopo l’11 settembre, è iniziata l’offensiva contro Al Qaeda, sta giocando un ruolo decisivo perchè sono quegli stessi Stati ora che favoriscono o comunque tollerano la presenza di Isis. Per non giocarsi alleanze preziose, gli Stati Uniti fingono di non vedere. E la Turchia continua a “giocare” offrendo concessioni per evitare interferenze.

 

Monia Savioli

Contrasto all’Isis, ancora tanto lavoro da fare

Medio oriente – Africa di

Un anno è trascorso da quando la Coalizione Globale per il Contrasto a Daesh ha deciso di muovere i primi passi per fermare la pericolosa avanzata dell’Isis, o Daesh, suo acronimo arabo. Nei 12 mesi trascorsi, le azioni messe in campo hanno permesso di riconquistare in Iraq circa il 30% dei territori inizialmente controllati dal califfato, liberare Tikrit e consentire ad oltre 100.000 civili di tornare nelle proprie case e nei territori circostanti. Idem in Siria, dove il controllo di Daesh continua “su appena 100 degli 822 chilometri del confine turco-siriano. Un anno fa – dichiarano gli stati membri della Coalizione – la situazione era tragica: ISIS stava avanzando in Iraq e minacciando Erbil, Kirkuk e Baghdad. Inoltre, parevano imminenti ulteriori attacchi contro la minoranza Yazidi. Da allora, nonostante non siano mancate inevitabili battute d’arresto, la Coalizione ha perseguito una strategia onnicomprensiva, dimostrando di saper arginare la capacità di movimento di Daesh in Iraq e Siria”. I meriti vengono condivisi con le forze di sicurezza irachene, i peshmerga curdi, l’opposizione siriana ed in generale il popolo di entrambi i paesi. La Coalizione continua ad attaccare Isis su più fronti, controllando canali bancari e finanziari attraverso l’attività della Financial Actione Task Force, cercando di interrompere il reclutamento dei foreign fighters con l’aiuto del Global Counterterrorism Forum, diffondendo un’altra realtà comunicativa densa di speranze opposte alla violenza e all’odio proposti dai terroristi del califfato e sostenendo il governo iracheno, oltre a quello regionale curdo, nella stabilizzazione dei territori liberati. In Siria, il pieno appoggio è garantito alla popolazione nell’ambito di quello che viene diplomaticamente definito la via verso la definizione di “un governo di transizione basato sui principi del Comunicato di Ginevra, al fine di addivenire a un Governo democratico, inclusivo e pluralistico che sia rappresentativo del volere del popolo siriano”. Il monitoraggio della diffusione di Isis in altre realtà che non siano quella irachena e siriana prosegue da parte della Coalizione il cui impegno si rivolge anche alle popolazioni rifugiate. “Il lavoro da fare insieme è ancora molto – concludono gli stati membri. “Daesh continua a reclutare e radicalizzare nuove persone, specialmente attraverso i social media. Sta perpetrando crimini inauditi contro ogni gruppo etnico e religioso e contro minoranze particolarmente vulnerabili; sta distruggendo il patrimonio culturale dell’umanità; e cerca di esportare il proprio modello in altri Paesi, incoraggiando a compiere atti terroristici. Partendo da queste considerazioni, siamo consapevoli che la sconfitta finale di Daesh richiede un impegno di lunga durata e un approccio multidimensionale. Il mondo è unito nella ferma condanna di Daesh e della sua ideologia distorta. La nostra Coalizione ribadisce la sua incrollabile determinazione nel lavorare insieme per ottenere la definitiva sconfitta di Daesh”.

 

Monia Savioli

Russia pro Assad fra Isis e business

ECONOMIA/Medio oriente – Africa/Varie di

Il politico svedese Kjell-Olof Feldt ha firmato, anni fa, questa frase “Le guerre non sono calamità naturali. Le iniziano gli uomini e possono terminarle solo gli uomini”. Ora, quella riflessione, potrebbe suonare come un monito alla luce del marasma che coinvolge l’intero pianeta. Il regime di Bashar al Assad rappresenta un problema da quando il vento della “primavera araba” ha deciso di soffiare anche sulla Siria. Quattro anni sono passati. Mesi in cui l’opposizione al Regime, dipinta dallo stesso come pacifica resistenza al governo sulla rotta di una democratizzazione abbozzata fra i capitoli della nuova costituzione, ha assunto, gradualmente per noi occidentali abituati al contrario a considerarla più aggressiva ed armata, i connotati degli sgherri del Califfato. Un errore? Assad sostiene che da sempre quei neri figuri siano il prodotto del credo estremista diffuso dall’elemento esterno chiamato Isis e non i membri della sua opposizione, al contrario pacata e civile, pronta a confrontarsi unicamente attraverso il dialogo. Alle sue capacità di pieno controllo ha sempre creduto la vicina Russia, fino alla dimostrazione inequivocabile offerta di recente dalla dichiarazione del pieno sostegno lanciata da Putin. Parole alle quali sono seguiti i fatti, dall’invio di mezzi corazzati – tank, cannoni, blindati, missili antiaereo – e uomini, alla costruzione di una base aerea vicino allo scalo di Latakia, roccaforte del governo siriano, documentata dalle immagini satellitari pubblicate da Foreign Policy. Il punto di vista della Russia è articolato. La necessità di far capitolare Assad, sostenuta da Stati Uniti e coalizione Nato, secondo Putin avrebbe l’effetto del boomerang già lanciato in passato per eliminare le dittature di Saddam Hussein in Iraq e di Muammar Gheddafi in Libia. Le condizioni sono diverse ma l’effetto sarebbe simile. Eliminare lui, significherebbe per il Cremlino, aprire definitivamente le porte al Califfato. A dichiararlo è il portavoce della presidenza russa Dmitry Peskov che nei giorni scorsi ha affermato come “La minaccia rappresentata dal gruppo Stato islamico sia evidente e l’unica forza in grado di resisterle sia l’esercito siriano”. Il forte riavvicinamento dei due paesi è avvenuto dopo la guerra del Libano. Era l’anno 2006 e la Siria, isolata dall’Occidente per il ruolo avuto in quel conflitto, chiese aiuto alla Russia che cancellò il 75% dei debiti vantati nei suoi confronti. Tutt’ora la Siria rappresenta uno dei migliori compratori del materiale bellico prodotto in Russia. L’acquisto più recente riguarda l’acquisizione di 36 aerei da guerra Yakovlev Yak-130 costati ad Assad circa 550 milioni di dollari. Se per la Russia il regime siriano rappresenta un ottimo partner commerciale, la sua capacità di spesa lo rende altrettanto gradevole anche agli occhi della Cina per la quale la Siria, in base ai dati diffusi dalla Commissione Europea, si colloca sul terzo gradino del podio occupato dagli importatori. I sostenitori della tesi che in realtà il vero mandante dell’Isis sia lo stesso Assad per distogliere l’attenzione di Usa e Nato dalla complessa situazione siriana e conservare il suo potere, trovano nella presa di posizione della Russia una ulteriore conferma. Usa e Nato affidano la loro contrarietà a, per ora, timide rimostranze mentre il flusso degli esuli continua ad aumentare. Dall’inizio del conflitto sono morte in Siria oltre 200 mila persone mentre 11 dei suoi circa 22 milioni di abitanti, sono stati costretti a lasciare le case. Di loro 4 milioni hanno abbandonato il paese per emigrare principalmente in Turchia, Libano e Giordania ed ora anche in Europa.

Monia Savioli

Terrorismo in Turchia: il cordoglio della Nato

BreakingNews di

L’ultimo degli attentati consumati in Turchia è datato un mese fa. Era il 10 agosto quando una raffica di esplosioni e scontri a fuoco ha provocato a Istanbul e nella provincia sudorientale di Sirnak alcuni morti fra poliziotti e militari. La paternità degli attacchi è stata attribuita ai seguaci del partito di opposizione curda PKK e ad alcuni esponenti del gruppo di estrema sinistra Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo Dhkp-c che hanno preso di mira, quale ultimo obiettivo, il consolato Usa di Istanbul provocando uno scontro a fuoco con la polizia, terminato senza alcuna perdita. E’ alle vittime di quella mattinata di terrore che è rivolto il messaggio di cordoglio diffuso dal Segretario Generale della Nato, Jeans Stoltenberg, che ha espresso parole di condanna contro gli attacchi terroristici più recenti e solidarietà per il popolo ed il governo turco. Parole simili erano state pronunciate anche a luglio, a seguito dell’esplosione che a Suruc, località ai confini con la Siria, aveva provocato 28 vittime, uccise mentre si trovavano al centro culturale della città per definire il supporto alla ricostruzione della città di Kobane. In quel caso, fra i possibili mandanti dell’attentato, erano stati identificati i terroristi dell’Isis. La rottura della tregua annunciata nel 2013 dal leader storico del PKK, Ocalan, si è definitivamente interrotta, come si legge nel comunicato lanciato dal Partito dei Lavoratori Curdi nel luglio scorso, “dopo gli intensi bombardamenti aerei da parte dell’esercito di occupazione turco”. L’annuncio è bastato ad Ankara e al leader dell’Akp, Recep Tayyip Erdogan, a sostenere con forza la necessità di tornare di nuovo alle urne dopo il trionfo che le forze politiche curde dell’Hdp, guidato da Selahattin Demirtaş, hanno ottenuto nel giugno scorso, superando la soglia del 10% imposta da Erdogan ed entrando, per la prima volta, in Parlamento. La stessa paternità degli attacchi terroristi di inizio agosto attribuiti al PKK sarebbe incerta al punto da ritenerla strumentale alla richiesta di elezioni anticipate lanciata da Erdogan ed ora accolta. La data delle nuove votazioni è stata fissata al 1° novembre. Nel frattempo si è formato un governo esecutivo ad interim che non esclude eccessive intromissioni, mancando precedenti, da parte di Erdogan.

Monia Savioli

Isis, un prodotto politico

EUROPA/POLITICA di

Istanbul, meta dei profughi di Kobane  vivono per strada. I rifugiati di Aleppo:” Assad diffonde immagini e informazioni false per conservare il potere”.

Mustafa è originario di Aleppo. Da oltre tre anni vive in Turchia a Istanbul. Come lui, tanti altri, costretti a fuggire per cercare altrove la speranza di una esistenza pacifica capace di restituire la speranza. Sono numerosi i profughi che nella capitale turca vivono per strada. Famiglie con bimbi, che mangiano e giocano sui marciapiedi, in cerca di comprensione e di qualche moneta. Quasi tutti reggono un cartello “We are from Syria. Can you help us? Thank you”. “Non mentono. Sono davvero siriani. La maggior parte di loro proviene da Kobane – spiega Mustafa, che per vivere approccia i turisti per vendere loro le gite in barca sul Bosforo. “Ne arrivano sempre di più. Io sono fuggito da Aleppo perchè vivere era diventato impossibile. Aleppo è divisa in due: da una parte c’è il Governo, dall’altra gli oppositori. Non puoi sentirti al sicuro in nessuna delle due. Se passi da una all’altra, puoi solo pregare che per te sia stata la scelta giusta”.

Mentre l’Europa decide di aprire le porte alle migliaia di profughi che chiedono assistenza e da più parti si alzano voci decise a contrastare il governo totalitario di Baghar al Assad, Mustafa racconta la sua verità. “Assad diffonde immagini e informazioni non vere al solo scopo di conservare il suo potere. Ma non è la verità quella che filtra in Occidente. Si tratta solo di un gioco politico. Isis ha iniziato a commettere brutalità nel momento in cui l’America stava tentando di rovesciare il governo Assad. Prima di allora, centinaia di uomini erano stati inviati dalla Siria in altri Stati per addestrarsi alla guerra. Poi sono stati richiamati e da quel momento Isis ha iniziato a formarsi. Isis è un prodotto politico, tutto quello che sta succedendo è soltanto una guerra di potere. Sa cosa ha detto il governo siriano dopo la morte di quel bambino annegato mentre con la famiglia scappava da Bodrum? Ha detto “Cercavano la libertà? Eccola, la libertà”. Mustafa trattiene a stento lo sdegno misto ad impotenza. “Non so cosa si possa fare per risolvere tutto ciò. So soltanto che si tratta di cose che noi non riusciremo mai a capire fino in fondo”. Anche Philippe, nome francese e cognome italiano (che evito di scrivere), è fuggito da Aleppo. Parla italiano, in onore delle sue origini, datate di un paio di generazioni, e dei viaggi compiuti nello Stivale. E’ un artigiano che vive della sua creatività nel Gran Bazar di Istanbul. “Vivo qui da tre anni. Ma non è facile. Il Governo turco mi fa pagare tre volte tanto rispetto ad un cittadino turco. Parlo delle tasse per il negozio e di tutto il resto. Tornerei a casa, ma non posso”.

 

Monia Savioli

Syria: water use as a weapon

Middle East - Africa di

Years of fierce war and a lack of investment and maintenance have taken a serious toll on water infrastructure across Syria. Years of conflict and lack of maintenance had a negative impact on the entire water supply in Syria.

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It was inevitable that water became intermittently available or simply unavailable because of the conflict in many areas.
The Syrians have had to adapt by resorting to old wells, bottled water or tapping rivers whose water is not clean and sanitary. Humanitarian organizations attempt to solve the problem by trying to provide drinking water but much of the population has very limited access to the municipal pipes. Not surprisingly diseases spread in such a place where people are more and more exposed to water-borne pathogens.
In Syria even water can become an instrument of war, though rarely decisive. As a matter of fact, the resources of water accumulation are used to block access roads to the battlefields or are retained in dams to isolate entire areas even though this use has indiscriminate effects.
For this very reason, there have been numerous local agreements between rebel and government forces to maintain current water infrastructure to support the civilian population. For example, both loyalists and rebels have long maintained arrangements in and around the city of Aleppo and Damascus, so the water will continue to flow, often in exchange for promises of a ceasefire.

The Islamic state, on the contrary, has voluntarily breached dams and bodies of water in overflow in militarily strategic regions. Fact that is more evident in Iraq. But the Islamic state has largely tried to maintain water flows to support its efforts to play the role of a government.

There are three main areas of weakness in Syria that could be easily exploited; Any interference carried out on pumping stations of Aleppo, the Tabqa dam along the Euphrates River, and the water flow from the mountains to Damascus Qalamoun – especially from the source of Wadi Barada, north and west- could drastically alter water supply in Syria.

Fuel shortages hamper the effectiveness and productivity of existing pumping stations, reducing their outflow. The Tabqa dam generates electricity and ensures that the Lake Assad remains at sustainable levels. Electricity supply is a priority that is ensured by the preservation of water but the exploitation of this resource can cause an unsustainable drop in the water level of Lake Assad, threatening its long-term ability to provide water.

Finally, Wadi Barada is in a disputed area between the rebels and loyalist forces, and could be easily exploited and used as an instrument of future conflicts.

 

Monia Savioli

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Siria: l’utilizzo dell’acqua come arma

Difesa/Medio oriente – Africa di

Anni di guerra feroce e di una mancanza di investimenti e manutenzione hanno preso un pedaggio grave su infrastrutture idriche in tutta la Siria. Anni di guerra e di mancata manutenzione hanno influito negativamente su tutta la rete idrica siriana.

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Il conflitto ha reso inevitabile che l’acqua fosse disponibile solo a intermittenza dove possibile o semplicemente indisponibile in tante aree di conflitto. I Siriani hanno dovuto adattarsi ricorrendo ai vecchi pozzi, all’acqua in bottiglia o attingendo alle risorse dei fiumi utilizzando acqua non depurata.

Le organizzazioni umanitarie tentano di arginare il problema cercando di fornire acqua potabile ma gran parte della popolazione ha un accesso molto limitato alle condutture municipali. Non sorprende che in questo contesto crescano le malattie visto che le persone sono sempre di più esposte ad agenti patogeni di origine idrica.

In Siria anche l’acqua può diventare uno strumento di guerra, anche se raramente decisiva, utilizzando le risorse di accumulo idriche per bloccare vie di accesso ai campi di battaglia o trattenuta nelle dighe per isolare intere zone questo uso ha però degli effetti indiscriminati. Soprattutto per questo motivo, ci sono state numerose intese locali tra forze ribelli e governative per mantenere le infrastrutture acqua corrente per sostenere le popolazioni civili. Ad esempio, sia lealisti e ribelli hanno a lungo mantenuto accordi dentro e intorno alle città di Aleppo e Damasco per cui l’acqua continuerà a scorrere, spesso in cambio di promesse di cessate il fuoco.

Lo Stato islamico, al contrario, ha volontariamente violato dighe o sistemi idrici in overflow nelle regioni militarmente strategica, in modo più evidente in Iraq. Ma anche lo Stato islamico ha in gran parte cercato di mantenere flussi di acqua per sostenere i suoi sforzi per svolgere il ruolo di un governo.

Ci sono tre aree principali di debolezza in Siria che potrebbero essere facilmente sfruttatate. Qualsiasi interferenza attuata sulle stazioni di pompaggio di Aleppo, il Tabqa diga lungo il fiume Eufrate e il flusso d’acqua a Damasco dalle montagne Qalamoun – soprattutto dalla sorgente di Wadi Barada, a nord e ad ovest – potrebbero alterare drasticamente l’approvvigionamento idrico in Siria .

La penuria di carburante ostacola l’efficacia e la produttività delle stazioni di pompaggio esistenti, riducendo il loro deflusso. La diga di Tabqa genera elettricità e assicura che il Lago Assad rimanga a livelli sostenibili; priorità nella fornitura di energia elettrica viene assicurata per la  preservazione dell’acqua può causare un calo insostenibile del livello del lago di Assad, minacciando la sua capacità a lungo termine per fornire acqua.

Infine, Wadi Barada si trova in una zona contesa tra i ribelli e lealisti forze, e potrebbe essere facilmente sfruttato e utilizzato come strumento di conflitti futuri.
Monia Savioli

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The Kurdish wars

Middle East - Africa/Politics di

Against Isis, against Erdogan’s threats, against Barzani that wants to be the president of KRG forever.

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While on the turkish border, President Erdogan is exploiting international aid to face Isis and, at the same time, try to hit the Kurds of PKK, the president of the KRG (Kurdistan Regional Government), Barzani, is organizing military parades in order to retain his mandate, beyond the two-year extension already granted. KRG is the only form of government able to represent Kurdish people, divided between Iraq, Turkey, Syria and Iran.

The Kurdistan Regional Government was established in Iraq after the collapse of the regime of Saddam Hussein and is now subjected to the same power struggles that caused the instability of the Middle East. During the years Kurdish people were, and still are, discriminated against. Saddam Hussein has made the Kurds the target of his chemical weapons causing real massacres as in Halabja in 1988. The persecution took the traits of the genocide through the “Anfal Campaign”.

In Turkey , as well as in Syria, over the years, the persecution never stopped and Kurdish people did not get more favors. Their conditions has come to international attention since the irregular army of KRG, the Peshmarga, took their weapons to face the advancing of Isis. The pages of history books written now, will describe the heroic resistance of these mixed troops made of men and women, who fought to protect cities like Kobanî. But this is not enough for Turkey that is ready to exploit the Isis justification to attack the Kurdish army.

If the elections on June 7 in Turkey seemed to be a turning point with the entrance in Parliament of HDP; recent events like the connection of the Democratic party of the Kurdish people to PKK after exceeding the threshold of 10% of the preferences set by Erdogan, seem to record a sharp setback.In recent years, the bombings inflicted by the Turkish on the Kurds of northern Iraq never stopped and have caused the reaction of the Kurdish militants. On August 10th, the escalation of violence caused 9 victims, killed in four separate attacks. Near the US Consulate and a police station in Istanbul and near a convoy and a military helicopter in the south-east of the country, Sirkin, in Kurdish territory.

Episodes that are triggering the danger of a real civil war. The DHKP-C claimed the shots against the US consulate that brings the terrorists of the Revolutionary Front for the Liberation of the People, and PKK, the Kurdistan Workers Party of Ocalan, was responsible for the two attacks in the south-east . The reasons that led Erdogan to attack the Kurds, causing their reaction, is to be found in the victory of the Kurdish minority in the last election.

The entry of HDP into Parliament has removed the AKP, the Party for Justice and Development which belongs to Erdogan, that had held absolute majority for 13 years. After the attacks of August 10, Erdogan is supporting the need to go to early elections and get back to the majority denied last June. The attacks claimed by DHKP-C and PKK will cause a loss of votes in the Kurdish party of Hdp at they will be used at his advantage. If it is not possible now to talk about a probable alliance between the guerrillas of the Kurdistan Workers Party (PKK), and the terrorists of the Revolutionary People’s Liberation Front (DHKP-C), however, it is certain that the Kurds are increasingly unwilling to accept the requests of the leader of the PKK, Abdullah Ocalan, in 2006.

From the prison of Imral he asked his fighters to seek dialogue with the Turkish government to reach a cease-fire. If the risk, in Turkey, is to come to a war against the Kurds, the chances that serious internal unrest will happen in the autonomous region of Iraqi Kurdistan are just as real . Days ago, the President of the KRG, Massoud Barzani organized a military parade in Erbil. A clear message designed to get to what he has been asking for a long time, that Is a new confirmation of his role. According to the internal laws to KRG, the presidential term of four years is extendable just for only one renewal. Then, the President decades automatically. Barzani has already achieved a two-year extension that will run out on the next August 19. However, he does not intend to give up his role. The first elections in the KRG took place in 1992. Neither political parties PUK and PKK, represented by Jalal Talabani and Masoud Barzani reached a majority and an agreement. Those conditions caused the dreadful civil war that has killed more than 3,000 civilians. When the civil war ended in 2005, Talabani became the Iraqi President and Barzani the KRG’s President.

The power of the Kurdistan Regional Presidency was stronger than the one of the Parliament and the Kurdistan Regional Government (KRG), to counterbalance the Iraqi presidency. For the KRG, the presidency was a new institution with unlimited powers. The result is that corruption has grown exponentially, national resources have been squandered, private militias and intelligence services are increasingly loyal to their parties as opposed to the country, and there is ever-growing social inequality. The country is bankrupt and most people are struggling to make ends meet, while 10,000 millionaires and 15 billionaires have emerged in a short period of time. Society is polarized between lackeys who live on political parties’ handouts and good honest citizens who have to wait for wages that are three months behind. In fact the system is almost near a dictatorial regime than a Presidential one. It’s true that is a well-established Middle-Eastern-Fact that the presidential system only breeds dictators and corrupt leaders.

In 2013, when Barzani’s term was extended, the political system became an absolute presidency according to legistlation and the chances required by Barzani, to get the president’s powers greater than those of any other president in the region. Just to have an idea, here’s a few of the KR President’s powers: highest executive power in KR, chief of General Staff, power to dissolve Parliament, can announce a State of Emergency [without parliament’s consent], power to appoint KR’s Constitutional Court members and members of the Judges Assembly, power to control KR’s Security Council and KR’s Intelligence services and most importantly of all, the power to approve or reject legislation passed by parliament.

The oppositions tried to make alliance to oppose Barzani but every attempt has been unconclusive. When the war against IS began, only the attack to Shingal and the following capture of a 1,000 women and children made Barzani act. Before that violences Barzani was refusing to engage in the conflict. Nowadays even the war hasn’t motivated Barzani to get his act together with Yazidis and unite the Peshmerga into a strong national army. There can only be two explanations for the multidimensional crisis Barzani has dragged the nation into: either he is too weak to accept responsibility and tackle these matters head on or else he is directly involved in the wrongdoing and exploitation of national resources.

What could happen is Barzani left? The response is not easy at the moment. Now, KRG is governed from the two-party coalition of the Kurdistan Democratic Party and Patriotic Union of Kurdistan (Kurdistan List). At the opposition we found four parties, PUK, Gorran, KIU and KIG that might accept another KDP candidate o tolerate another term for Barzani only if KDP accepts constitutional amendments to establish a full parliamentary system and limit the powers of the president.
But at the moment KDP has not an influential leader who can be accepted by both of the main wings of their party. The PUK seems to have given up on the position since they already have Iraq’s presidency. Gorran also hasn’t declared any interest in the presidency. Just one thing is certain. If the parties do not reach a consensus in the next few months, KR will face a political crisis which could potentially lead to civil unrest.
Monia Savioli

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Sexual jihad: Isis’ s new weapon

19 women executed days ago in Iraq for refusing the “jihade marriage”. Isis militants, with no shame, kidnap and rape to satisfy their needs in the name of Allah.
“Sexual jihad” is the term that describes forms of sexual violence and human trafficking justified by political and religious ideology used by Isis militants to terrorize women. All women, all over the Middle East, No matter  what their religion or conditions are.  They could be married or unmarried, believe in other religions than the Islamic one, agree with  the “sexual jihad” ideology or refuse it. Days ago, in the iraqi city of Mosul, Isis executed 19 women because they refused to take part to the cruel practice of the so-called sexual jihad. The distribution of women and money often generates internal conflicts inside Isis militants, creating a long series of cruelty. “As Iraq descends into war, women are not only on the frontlines: they are the battlefield. But – the Iraqi Woman’s Freedom Organisation said – here is the part that too many media reports have missed: they are not just victims; they are critical first responders”. The beginning of those effects dates back when the Usa occupied Iraq.
The Usa Government imposed new rules, instead of the secular Iraqi government bureaucracy and destroyed the balance of powers Who might have been wrong but were effective for the Iraqi society. The new system allocates political power according to religious sect, turning a theological difference into a dangerous political divide. Slowly, sectarian militias made their way and launched campaign of terror in which women were involved as victims. Violence at home and in the streets was frequent and continuous. Now, the iraqi women are living in another, similar, nightmare. “Iraq’s prime minister, Nouri al-Maliki, is fanning those flames by rejecting calls for unity – says The Womens’ Freedom Organisation – and resurrecting the militias that only a few years ago turned public hospitals into torture chambers and raped women who stepped out of line”.
Isis kidnaps women from their homes and uses them to satisfy the needs of the militants. The “sexual jihad” is another kind of weapon to control communities. Some women, after being kidnapped, committed suicide. In Syria and Egypt the situation seems to be different. The concept of sexual jihad has surfaced in those countries during their political turmoil. It says that during the crisis, women have offered sexual comforts to fighters to boost their morale. Those women come also from Britain, Australia and Malaysia. They flew to Syria, Egypt, Iraq to serve as ‘comfort women’ for Isis militants. In Iraq, women have no chance to choose. The most at risk are displaced families without husbands or fathers to lead the women. What really happens is that reports of forced “jihad marriage” are rampant across ISIS occupied territory.

Kurdistan iracheno: fra gli orrori, una vittoria

Medio oriente – Africa di

La solidarietà non conosce confini. Ed è così che nel turbinio dell’instabilità che da mesi travolge il Medio Oriente, ad Hamdanyia, città del Kurdistan iracheno, recentemente liberata dal controllo dell’Isis dai Peshmerga curdi, ha aperto i battenti – grazie ad una cordata tutta italiana – il primo centro medico dedicato esclusivamente alla cura della talassemia. Il peso della malattia nell’area curda è alta. Le percentuali note rivelano una incidenza del 15-20% sulla popolazione che grava in particolare sui bambini nati dalle unioni fra consanguinei, individuate come causa principale della sua diffusione. Nella Regione Autonoma del Kuridstan iracheno i bambini colpiti da talassemia sono 5.000 fra Erbil (1.700), Sulaymania (1.300) ed il restante fra le città di Duhok e Kirkuk. L’imput per costruire il centro è partito da una città romagnola, Lugo, sede di IPB-Italia, associazione che rappresenta l’ Ufficio Regionale Autonomo di IPB di Ginevra, la più antica e vasta Federazione Mondiale di associazioni di pace. La lotta alla talassemia è stata avviata in modo consistente da IPB-Italia qualche anno fa a seguito del progetto “Salviamo Fatma” il cui obiettivo era quello di salvare la piccola Fatma, bimba curda originaria della città di Halabja, tristemente nota per la strage del 1988 provocata dall’uso di armi chimiche, affetta da talassemia. “Salvare anche solo un bambino affetto da talassemia era una cosa certamente lodevole e importante, ma IPB-Italia – spiega la Presidente, Fulgida Barattoni Rondinelli- ha voluto osare di più e traendo dal progetto “Salviamo Fatma” linfa e coraggio si è avventurata in un campo ancora più impegnativo e arduo, offrire assistenza anche a tutti gli altri bambini ammalati di talassemia nel Kurdistan Iracheno che non avevano avuto la fortuna, come Fatma, di incrociare il cammino dei volontari di IPB-Italia”. Grazie alla collaborazione dell’Ing. Claudia Cani di Lugo e del Dr. Giovanni Palazzi medico curante di Fatma presso il Policlinico di Modena Reparto di ematologia Pediatrica è nato il progetto che ha portato alla realizzazione del Centro per il trattamento, cura e assistenza alla talassemia finanziato dal Ministero degli Affari Esteri – Direzione Generale Task Force Iraq attraverso l’intervento dell’UNHCR nella città di Hamdanyia. Il centro già realizzato è stato consegnato di recente, assieme alle attrezzature richieste, alle autorità sanitarie curde. La struttura concentra su 230 metri quadrati gli spazi necessari al trattamento dei casi affetti da talassemia, siano essi bambini o adulti. “Si tratta di un centro estremamente funzionale e utile concepito anche nel rispetto della cultura curda con la divisione degli spazi fra utenza femminile e maschile – ha sottolineato il dottor Palazzi. “La presenza totale di otto posti letto nell’area riservata alle trasfusioni, che rappresentano la modalità di cura della talassemia, permette di trattare dai 100 ai 300 pazienti ogni mese e di rendere il centro un modello esportabile anche nelle zone vicine”. La struttura sarà seguita da personale medico e paramedico locale. “Già in passato – sottolinea Palazzi – abbiamo avuto modo di confrontarci con i colleghi curdi per la situazione di Fatma. Si tratta di colleghi estremamente preparati con i quali il dialogo resterà ovviamente aperto per ogni esigenza soprattutto nel trattamento dei casi più complessi”. IPB-Italia che ha rinunciato a tutti i diritti sul progetto in favore della sua realizzazione, apporrà nei mesi prossimi, una targa, all’interno del centro, per testimoniare e ringraziare la preziosa collaborazione offerta dai volontari e da tutti coloro che hanno speso il loro impegno affinchè venisse realizzato.

 

Monia Savioli

Monia Savioli
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