GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Mario Savina

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Venezuela: aria di Guerra Fredda

AMERICHE di

Il Venezuela è la nuova Cuba? Se notiamo quello che sta succedendo nelle relazioni bilaterali tra Usa e Russia, le somiglianze sono tante. Mentre il Paese sudamericano si avvicina ad una possibile guerra civile dalle conseguenze imprevedibili, le tensioni crescono tra le due potenze. Incroci di accuse, minacce, interferenze nelle politiche nazionali, cospirazioni con la leadership militare, ecc. Mosca e Washington ridanno vita in un territorio familiare alle rivalità che hanno segnato i decenni della Guerra Fredda. Mentre il governo di Vladimir Putin sostiene l’attuale presidente Nicolas Maduro, inviandogli aiuti economici e militari per risollevare un’economia la cui crisi lo vede come principale responsabile, l’amministrazione Trump difende i tentativi  da parte del presidente incaricato Juan Guaidò per scalzare dal trono Maduro, tentando di far cadere il regime boicottando il petrolio venezuelano, senza escludere la possibilità di prendere ulteriori misure. Nel frattempo, la popolazione affronta la peggiore crisi umanitaria della storia recente del subcontinente americano.

Forse è John Bolton, il consulente americano per la sicurezza nazionale, che ha chiaramente espresso la sua preoccupazione per la presenza russa in America Latina affermando che tutte le opzioni per rovesciare Maduro, incluse quelle militari, sono sul tavolo. Sul New Yorker, Dexter Filkins descrive  il profilo di quello che è senza dubbio il più grande falco dell’amministrazione Trump. Lo stesso presidente aveva le sue riserve  prima di assumerlo, scherzando sul fatto che il consulente volesse “bombardare il mondo intero”. Il veterano Bolton, dice Filkins, è un uomo umile, autodidatta e disprezzato dall’élite liberali che hanno condiviso con lui la classe alla Yale University. Un’esperienza che lo ha rianimato nella lotta per la causa conservatrice, rendendolo un patriota esaltato. Con una larga carriera nelle amministrazioni repubblicane, da Nixon a Bush jr, Bolton afferma che la Dottrina Monroe è più viva che mai: “America agli americani”. Dal 1823, tale Dottrina stabilì che qualsiasi intervento degli europei in America sarebbe stato visto come un atto di aggressione che avrebbe richiesto l’intervento degli Stati Uniti. L’interferenza russa in Venezuela richiede quindi una risposta. E non necessariamente con un consenso internazionale. Bolton concorda col suo capo nel disprezzo per l’architettura dei trattati e delle alleanze emerse alla fine del secondo conflitto mondiale. Calcola che sono circa 20.000 i cubani presenti in Venezuela agli ordini di Mosca e un centinaio i soldati russi e mercenari disposti a garantire che Maduro continui al potere. “Per espellere i russi devi cambiare regime”, dice fermamente. Questo neoconservatore è riuscito a portare al centro dell’attenzione di Washington il caso sulla presenza di Putin in Venezuela, nonostante i legami tra quest’ultimo e Trump. Bolton accusa Maduro di formare insieme a Cuba e al Nicaragua la “troika della tirannia nell’emisfero occidentale”. Nel subcontinente, con una storia di violenze legata soprattutto alle azioni statunitensi nella regione, questa affermazione suscita tremendi dubbi, causando chissà qualche problema in più a Guaidò, riconosciuto dall’Unione Europea, dal Canada e dalla maggior parte dei Paesi sudamericani (eccetto Messico, Bolivia e Cuba), nella sua corsa alla legittimazione dell’opposizione al regime, difesa con massicce proteste  nelle strade delle principale città venezuelane, nonostante la repressione militare avviata da Maduro. E mentre Washington e Mosca mantengono le proprie posizione, il resto del mondo è preoccupato per la possibilità di un’esplosione del conflitto civile. Come ai vecchi tempi.

Una soluzione negoziata del conflitto è fondamentale: i diritti umani devono stare al di sopra dell’ideologia. I dati del dramma venezuelano sono in questo senso incontestabili: secondo la Banca Mondiale, il PIL del Paese precipiterà del 25% nel 2019 dopo aver accumulato un calo del 60% dal 2013, il tasso di povertà è del 90% e l’inflazione raggiunge il 10.000.000% (o per dirla in altri termini, i prezzi aumentano del 280%). L’Unicef stima che 3,2 milioni di bambini nel paese abbiano bisogno di aiuti umanitari per malnutrizione e malattie. Come il milione di minorenni che hanno abbandonato il paese insieme ai tre milioni di adulti in un esodo paragonabile a quello avvenuto per il conflitto siriano.

Ma la retorica bellicosa di Bolton va oltre il Venezuela. Esperto nell’accumulare, e se necessario produrre, prove per giustificare attacchi come l’invasione dell’Iraq nel 2003, Bolton è uno dei più fedeli sostenitori della guerra all’Iran, all’interno dell’Amministrazione Trump. Una sua ossessione da anni. Quello che sarebbe il sogno del principale alleato americano nella zona, l’Arabia Saudita, visto che indebolirebbe il suo più grande rivale regionale, è una pazzia per molti, incluso alcuni suoi sostenitori. Anche se Trump nella sua campagna elettorale ha promesso di non imbarcarsi più in guerre in Medio Oriente, ritirando le sue truppe da Siria, Arabia Saudita e Israele, entrambi sono favorevoli ad un’azione militare per forzare un cambiamento del regime iraniano. E l’idea guadagna terreno alla Casa Bianca.

Per il premio nobel Joseph Stiglitz il modus operandi di Trump, bellicoso e isolazionista, lascerà un’eredità oscura: “individuare la cosa peggiore del governo Trump non è facile”, afferma in un articolo pubblicato da Project Syndicate, “una politica di immigrazione terribile, la sua misoginia, volgarità e crudeltà, il chiudere un occhio ai suprematisti bianchi, abbandonare il Trattato di Parigi sul clima, come l’Accordo sul nucleare con l’Iran, il disprezzo per l’ambiente, ecc., la lista è devastante”. Ma, per l’economista, il danno più preoccupante è quello fatto alle istituzioni a causa del suo egoismo ed egolatria. “L’attacco che Trump e il suo governo hanno intrapreso contro ciascuno dei pilastri della società americana, e la demonizzazione aggressiva delle istituzioni giudiziarie, minaccia la prosperità degli Stati Uniti e la loro democrazia”.

Di Mario Savina

Vox entra in Parlamento, ma le aspettative erano diverse

Europe/POLITICA di

Il miraggio degli incontri di massa durante la campagna elettorale si è schiantato con la realtà delle schede elettorale alle urne. Vox, che aveva nutrito aspettative di un trionfo epico, ha conquistato un risultato molto più prosaico. Il partito ultranazionalista, finora fuori dal parlamento, ha ottenuto più di due milioni e mezzo di voti, il 10,3% del totale, e 24 seggi alla Camera dei Deputati, ma non sarà decisivo per la formazione di un governo (visto che non raggiunge la maggioranza alleandosi con il Partido Popular e Ciudadanos) e deve accontentarsi di essere la quinta forza politica in Spagna.

I leader di Vox si sono affrettati a rispondere a coloro che li accusavano di aver lasciato strada libero a Pedro Sanchez dopo aver diviso  il voto della destra. Per prima cosa è stato il segretario del partito, Javier Ortega Smith, che ha accusato il PP e Ciudadanos di “non essere stati capaci di sconfiggere la sinistra settaria del Governo di Spagna”. E poi lo stesso Santiago Abascal, ha affermato che l’unica responsabilità è per “incapacità, slealtà, tradimenti e paure” della “destra codarda”, riferendosi al suo vecchio partito, il PP, per non essersi opposto alla sinistra quando aveva 186 deputati, maggioranza assoluta, con Rajoy. È stato il PP, ha continuato, a consegnare “le televisioni, i media e l’educazione alla dittatura progressista”. Abascal ha ammesso che per il suo partito, il verdetto delle urne è stato “una gioia, ma anche una preoccupazione”, non è sufficiente “per spodestare il fronte popolare, così che la “Spagna è peggio oggi rispetto a ieri” e “Vox è sempre più necessario”. Ha espresso il suo “profondo rispetto per il risultato elettorale”, ma ha avvertito che nessuna maggioranza legittima potrà intraprendere una riforma costituzionale che comprenda  il diritto all’autodeterminazione, il perdono per i responsabili di processi separatisti o imporre leggi totalitarie, riferendosi alla legge delle memoria storica o a quella della violenza di genere. Per un partito extraparlamentare, irrompere in Parlamento con una ventina di deputati e moltiplicare per cinquanta volte i suoi voti nelle ultime elezioni generali dovrebbe essere motivo di festa. Tuttavia, i leader di Vox avevano gonfiato le loro aspettative così tanto che la sensazione è stata quella di delusione il giorno dopo il voto. Abascal diceva che i sondaggi erano sbagliati e che molte società demoscopiche avrebbero dovuto chiudere per non aver pronosticato il trionfo del suo partito, per poi constatare che il risultato è stato molto al di sotto di quanto veniva previsto da tutti i sondaggi, in cui venivano assegnati tra i 29 e i 37 seggi al partito di estrema destra. Vox ha scelto come quartier generale per la notte elettorale l’Hotel Fenix, in un angolo di Plaza Colòn, dove Abascal ha iniziato e chiuso la sua campagna elettorale, e a pochi metri dalla sede el PP, in Calle Genova, il partito in cui ha militato per 19 anni. Più di 280 giornalisti, molti stranieri, hanno chiesto di essere accreditati, ma solo 84 di questi hanno potuto accedere alla piccola sala stampa. Poco dopo la chiusura delle urne, il presidente di Vox a Madrid e candidata alla Comunidad, Rocio Monsterio, è apparsa davanti ai media per fare una breve dichiarazione e senza ammettere nessuna domanda. Dopo aver ringraziato il lavoro svolto da tutta la squadra di Vox, ha assicurato che nel nuovo Parlamento ci “saranno molti deputati di Vox” che combatteranno “con fermezza e determinazione per l’unità del Paese, la libertà e l’uguaglianza degli spagnoli”. Allo stesso tempo, il capo lista di Barcellona, Ignacio Garriga, aveva predetto che il suo partito avrebbe ottenuto 70 deputati, gli stessi che ha ottenuto Podemos nel 2016. Mentre il conteggio proseguiva, la sala dove i leader del partito seguivano i risultati è stata chiusa e le poche facce che uscivano erano tutte di cattivo umore. Verso le 22.30, con quasi l’80% dei voti scrutinati, Ortega è dovuto uscire per sollevare gli spiriti di tutti i sostenitori radunati fuori il quartier generale che contemplavano in silenzio, attraverso un grande maxi schermo, il frantumarsi del loro sogno. Il numero due di Vox ha assicurato che, d’ora in poi, i suoi deputati “saranno l’unica opposizione” all’esecutivo socialista, la cui vittoria è stata predetta come “effimera”. Ortega ha invitato i suoi assordanti seguaci a ritenersi “molto soddisfatti e orgogliosi” di quello che hanno ottenuto nonostante l’esclusione del partito dai dibattiti televisivi e la mancanza di risorse pubbliche che hanno gli altri partiti.

Nelle elezioni andaluse dello scorso dicembre, Vox ha ottenuto 395.978 voti, il 10,97% del totale, entrando nel Parlamento autonomo con 12 seggi. Nelle elezioni generale del 2016 ha ottenuto solo 46.881 voti, lo 0,2%. Il suo miglior risultato nelle elezioni statali è stato ottenuto nelle europee del maggio 2014, pochi mesi dopo la sua nascita, dove ha conquistato 244.929 voti, l’1,56%, non ottenendo nemmeno un seggio a Strasburgo.

Di Mario Savina

Il ritorno dei jihadisti maghrebini dell’ISIS minaccia la sicurezza europea

Negli ultimi cinque anni più di 50.000 jihadisti di oltre cento paesi si sono recati in Siria, Iraq e Libia per unirsi ai ranghi dello Stato Islamico (ISIS). E solo dalla zona maghrebina il numero dei combattenti partiti è altissimo, una mobilitazione senza precedenti. Il ritorno dei sopravvissuti in Paesi come il Marocco, la Tunisia o l’Egitto è una minaccia per questi territori, ma anche per l’Unione Europea, secondo uno studio pubblicato nei giorni scorsi da un centro studi di Bruxelles, Egmont, e dalla fondazione tedesca Konrad-Adenauer-Stiftung.

Il rapporto, prologato dal coordinatore europeo della lotta contro il terrorismo, Gilles de Kerchove, avverte che il ritorno di jihadisti nordafricani può generare instabilità nella regione con un potenziale “impatto negativo sulla sicurezza europea”. Il rischio di contagio è rafforzato perché, appunto, la maggior parte dei combattenti stranieri provenienti dall’Europa sono di origine nordafricana, il che rafforza i legami dei circoli jihadisti attraverso il Mediterraneo. Questa relazione può avere un impatto duraturo sulla sicurezza di entrambe le regioni. Il documento ricorda che il contagio è già avvenuto in precedenti ondate di combattenti e collega agli attentati di Casablanca (2003) e Madrid (2004) a gruppi di marocchini che si sono trasferiti in Afghanistan  dopo la vittoria dei talebani nel 1996 e in Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti nel 2003. In questa occasione, il rischio è ancora maggiore perché la mobilitazione di combattenti maghrebini è stata maggiore delle precedenti, compresa quella dei jihadisti anti-sovietici attivi in Afghanistan negli anni ’80. Ora, che l’autoproclamatosi Califfato è stato espulso anche dalla sua ultimo roccaforte in Siria, molti governi si trovano ad affrontare la sfida del ritorno dei sopravvissuti. Ci sono Paesi che si rifiutano di accettarli, come Olanda e Svizzera. Altri sono disposti   ricevere i propri cittadini, ma nessuno ha una formula magica per fermarli, processarli, arrestarli e riabilitarli, se possibile. Lo studio in questione si concentra su come dovrebbero affrontare una simile sfida i governi di Egitto, Tunisia e Marocco. L’Algeria non fa parte delle indagini perché il numero di jihadisti che si sono arruolati con l’ISIS è molto basso, secondo i ricercatori. Kerchove sottolinea nel prologo la cooperazione esistente  tra le autorità europee e i Paesi del Nord Africa, ma l’UE è pronta ad aumentare i suoi sforzi dato il rischio in essere, in particolar modo per quei soggetti in possesso di doppia nazionalità, una di queste europea. Dei tre Paesi analizzati nel rapporto, il Marocco appare di “gran lunga” il più preparato ad affrontare il ritorno dei jihadisti: ha adottato misure legali rafforzando contemporaneamente i suoi servizi di sicurezza. E, cosa unica nel Maghreb, ha avviato programmi di deradicalizzazione nelle carceri. “Al contrario”, osserva lo studio, “Egitto e Tunisia sono molto meno trasparenti e sistemici nelle loro procedure”.

Il Marocco è il Paese che fornisce le cifre ufficiali più accurate sulla situazione: i marocchini che si sono recati in Iraq e in Siria tra il 2013  e il 2017 sono stati 1.664, tra cui 285 donne e 378 bambini. Di questi, 596 sono morti in combattimento o in attacchi suicidi. Ne sono tornati 213, tra cui 52 donne e 15 bambini. Quasi tutti sono stati consegnati alla giustizia e incarcerati, con sentenze che vanno dai 10 ai 15 anni, secondo fonti ufficiali. Il Marocco ha riformato la sua legislazione antiterrorismo nel 2014 includendo pene che prevedono carcere dai 5 ai 15 anni e multe fino a 45.000 euro per coloro che aderiscono o cercano di unirsi a gruppi armati non statali, sia al di fuori che all’interno dei confini. Questa legge è stata la chiave per affrontare la situazione attuale. Inoltre, nel 2016 è stato lanciato un programma all’interno delle carceri chiamato “Moussalaha” (Riconciliazione) che mira alla deradicalizzazione e reintegrazione dei terroristi, mirando sia a chi non è mai uscito dal Paese sia a chi è ritornato dopo aver combattuto all’estero. Lo studio sottolinea “l’efficienza” con cui il Marocco combatte il terrorismo, ma sottolinea che, ad eccezione del programma precedentemente menzionato, non ci sono altre iniziative di riabilitazione. “E non c’è nulla di specifico per i rimpatriati, che sono trattati come il resto dei terroristi. Né è previsto nulla per donne e bambini”. Inoltre, molte sono le accuse di tortura e i limiti alle libertà civili, in nome della lotta al terrorismo: molte ONG denunciano in modo ciclico l’arresto di salafiti non coinvolti in attività terroristiche.

Per quanto riguarda l’Egitto, l’immagine è più cupa. Non si sa quanti ne siano rimasti o quanti ne siano tornati, sebbene le fonti non ufficiali gestite dall’ONU stimino tra 350 e 600 jihadisti egiziani  all’estero. Non esiste una legislazione appropriata per affrontare il ritorno, a cui si aggiunge una mancanza di trasparenza da parte delle autorità. Lo studio sottolinea che la tortura e le confessioni forzate predominano e che le carceri sovraffollate sono diventate centri in cui la radicalizzazione si sta espandendo. Il modo in cui l’Egitto affronta il ritorno dei jihadisti non solo non previene la violenza, ma piuttosto ricrea e rafforza la stessa dinamica che ha portato i jhadisti all’estero.

Infine, la Tunisia è il paese con il maggior numero di terroristi nei ranghi dell’ISIS in relazione alla sua popolazione di 11,5 milioni di abitanti. Le stime vanno dai 7.000 presenti in Siria, secondo le Nazioni Unite e i 3.000 secondo le autorità tunisine. A questi vanno aggiunti anche quelli presenti in Libia, stimati fra i 1.000 e i 1.500. La maggior parte di quelli che sono ritornati in patria (circa 1.000 fino a marzo 2018) sono stati condannati a cinque anni di reclusione. Il rapporto si rammarica del fatto che la Tunisia abbia affrontato il problema concentrandosi solo sulle misure di punizione: alcuni rimpatriati rimangono diversi mesi in prigione senza essere processati, mentre altri vengono rilasciati dopo essere stati interrogati sommariamente. Ciò suggerisce che la gestione di questo problema da parte del governo è arbitraria ed esposta al caso.

Il problema dei jihadisti che ritornano nei Paesi di provenienza deve essere affrontato con umiltà e trasparenza, con una condivisione di informazione tra i diversi governi interessati, sia europei che nordafricani o mediorientali, conclude lo studio.

Di Mario Savina

Egitto: Al Sisi e la riforma costituzionale per governare fino al 2034

AFRICA/Medio oriente – Africa di

Il parlamento egiziano ha iniziato giovedì un processo per una riforma costituzionale il cui obiettivo principale è quello di estendere il limite di due mandati di quattro anni a due di sei anni, con una clausola di transizione che si applicherebbe solo al presidente Abdelfatà Al Sisi, consentendogli di presentarsi in altre due occasioni una volta concluso l’attuale mandato nel 2022. Questo aprirebbe le porte al leader, che ha preso il potere con un colpo di stato nel 2013 e che guida un regime fondato su restrizioni alle libertà, trasformandolo in un possibile presidente a vita. Con la riforma, Al Sisi, 64 anni, potrebbe rimanere  al potere fino al 2034. L’Egitto sarebbe così una dittatura di fatto.

Non c’è stata sorpresa nel voto: 485 deputati della camera legislativa hanno votato a favore della riforma costituzionale, mentre 16 si sono opposti. Con la maggioranza dei partiti di opposizione banditi, specialmente quelli con ideologia islamista, il Parlamento è dominato in modo schiacciante dalle forze filogovernative. Sebbene gli emendamenti siano stati presentati da un gruppo di 120 deputati, nessuno dubita che Al Sisi sia il loro vero promotore. Secondo la legge, saranno ora discussi in commissione prima di essere sottoposti ad una votazione finale in aula e, successivamente,  si terrà un referendum popolare. Il processo potrebbe durare diversi mesi. La modifica più importante riguarda l’articolo 140, che si intende modificare per estendere il limite legale a due mandati presidenziali di sei anni. Tra le altre riforme presenti, spicca la riserva di quota femminile del 25% dei seggi dell’Assemblea popolare – ora ci sono 90 deputati, il 15% totale -. Allo stesso modo, è prevista  la reintegrazione  di una Camera Alta, sciolta dopo il colpo di stato: maggiori poteri del presidente nella nomina di alte cariche del potere giudiziario e l’attribuzione all’esercito del ruolo di protettore di “Costituzione e democrazia”. L’opposizione ha espresso il suo rifiuto frontale alla riforma e, soprattutto, alla clausola che stabilisce che il nuovo limite dei mandati non sarà applicato fino alle prossime elezioni. “Questi emendamenti significano il ritorno al Medioevo” e “al potere concentrato in una sola persona”, ha detto Ahmed Tantawi, un giovane deputato di sinistra, nel dibattito, criticando che i cambiamenti sono fatti sulla misura di una “persona”, il cui nome non si può pronunciare.

Per motivi di stabilità. I deputati legati al presidente hanno giustificato la loro posizione nell’interesse della stabilità. “Viviamo in una regione piena di rischi e minacce, e vogliamo che il nostro paese rimanga stabile, per questo vogliamo cambiare alcune parti della Costituzione”, ha detto lo speaker del Parlamento, Ali Abdel-Aal, all’inizio della sessione. “Non permetteremo all’Egitto di essere governato da tifosi o partiti deboli. Pertanto, tutti noi dovremmo lasciare che il presidente Al Sisi continui al potere per un lungo periodo in un momento in cui l’Egitto ha un bisogno disperato della sua leadership”, ha detto Ayman Abu-Ela, portavoce di Egitto Libero, partito neoliberale. Al Sisi è stato eletto presidente nel 2014, un anno dopo aver organizzato un colpo di stato contro Mohamed Morsi, presidente eletto regolarmente. Nel 2018, il leader è stato rieletto con oltre il 97% dei voti, in una tornata elettorale in cui tutto sembrava una farsa. “Nella sua forma attuale, gli emendamenti costituzionali avranno una grave e vasta portata per la regola delle conseguenze del diritto, la separazione dei poteri e la natura dello stato egiziano”, lamenta Mai al-Sadany, avvocato e ricercatore presso il think-tank TIMEP. Secondo Al-Sadany, il disegno di legge di riforma viola l’articolo 226 della Costituzione, che permette solo di modificare le disposizioni relative alla rielezione del presidente di”fornire maggiori garanzie”. L’attuale Costituzione è stata approvata nel 2014, quando il regime non era ancora consolidato e aveva bisogno di presentare un aspetto democratico alla comunità internazionale per cercare il suo sostegno. In teoria, l’attuale legge fondamentale riconosce e protegge i diritti  e le libertà fondamentali. Tuttavia, la sistematica violazione della sua lettera e dello spirito da parte delle autorità egiziane ha trasformato in una lettera morta. “Il rispetto delle disposizioni della Costituzione è la chiave  per lo stato di diritto in un paese. La proposta di modifica della Costituzione è l’ultimo di una lunga lista di leggi problematiche, di uno stato di emergenza indefinita, e della chiusura dello spazio pubblico” aggiunge Al-Sadany.

Di Mario Savina

Libano: nove mesi di trattative per formare un governo di unità.

MEDIO ORIENTE/Policy/Politics di

Circa nove mesi sono durati i negoziati che hanno dato vita al nuovo governo in Libano, annunciato dal Primo Ministro Saad Hariri nel pomeriggio di giovedì scorso. L’esecutivo sarà formato da trenta ministri. Prima ancora di terminare il suo discorso al palazzo presidenziale di Baabda, il frastuono dei fuochi d’artificio e gli spari in aria assordavano Beirut. Scommettendo in un governo di unità, diversi leader politici hanno usato negli ultimi mesi diversi trucchi politici per superare le insidie e formare un nuovo esecutivo a colpi di concessioni da una parte e dall’altra. Tra i nuovi ministri ci sono quattro donne, una delle quali, Raya Al Hassan, responsabile dell’Interno. È la prima volta che una donna occupa tale carica nel paese.

Hariri ha riferito che il governo “lavorerà al servizio del paese” per “affrontare le sfide sociali ed economiche”, sollecitando in più occasioni la “cooperazione tra le parti”. La ripresa economica, con la situazione dei rifugiati siriani, è in cima all’agenda del nuovo governo, in attesa che le elezioni politiche volgessero al termine. La coalizione degli sciiti Hezbollah e del partito cristiano Movimento Patriottico Libero, guidata dal Presidente Miche Auron, è uscita rafforzata dalle urne come blocco maggioritario. All’opposizione, il partito Il Futuro di Hariri ha ricevuto un duro colpo, perdendo dodici dei trentatre seggi che aveva nel 2009, a dimostrazione della crescente frammentazione nel blocco sunnita. Tuttavia, l’alleato partito cristiano Forze Libanesi, guidato da Samir Geagea, è riuscito a raddoppiare il numero di seggi compensando la perdita del partito amico.

La religione guida la vita politica in Libano chiedendo una divisione salomonica  di potere tra cristiani e musulmani (sunniti e sciiti). All’interno delle quote concordate  ad ogni religione, i posti ministeriali devono essere distribuiti secondo la rappresentazione geografica di ciascuna  delle diciotto confessioni del paese. Una premessa che ha creato non poche dispute, con il partito druso ad essere il primo ostacolo nella formazione di questo governo. Successivamente è scoppiata una faida religiosa tra Il Futuro di Hariri ed Hezbollah sulla concessione di un seggio all’opposizione sunnita, e, infine, la lotta per la distribuzione dei portafogli. Hariri è arrivato alla fine a prendere in considerazione la creazione di un esecutivo con trentadue ministri, per una paese con una popolazione di 4,5 milioni di abitanti. Nell’accordo finale, Hezbollah aggiunge due portafogli, Salute e Sport e gioventù, e uno dei suoi deputati ottiene l’incarico al Ministero di Stato per gli Affari Parlamentari. Da parte sua,  Aoun ha ottenuto due posti chiave, Difesa ed Esteri. Sul blocco opposto, Hariri nomina i ministri degli Interni e delle telecomunicazioni, mentre il suo alleato di Forze Libanesi ha ceduto il Ministero della Cultura per occupare quello del Lavoro e degli affari sociali.

Aiuti economici bloccati. Secondo gli esperti, le pressioni esterne per l’urgente necessità di gestire un’economia sull’orlo della bancarotta hanno portato allo sblocco della situazione politica. La formazione del governo è requisito fondamentale per l’erogazione di oltre 8 miliardi di euro di investimenti promessi nel corso della Conferenza di Cedre – 350 da parte della Banca Mondiale –  che si è tenuta a Parigi lo scorso aprile per sostenere lo sviluppo del Libano. Mentre Hariri si è impegnato a governare con un esecutivo di unità, la frammentazione tra i partiti e l’attuale riparto di poteri continua a contrariare gli alleati internazionali come gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Francia, la Gran Bretagna e l’Arabia Saudita, che hanno già minacciato di paralizzare tutti gli aiuti alle Forze Armate Libanesi qualora il partito della milizia sciita Hezbollah non venga estromesso dal governo. Gli Stati Uniti considerano Hezbollah come gruppo terroristico, mentre l’UE fa lo stesso con l’ala armata del partito.

Paralisi politica. Alla fine del 2017, Hariri aveva dovuto dimettersi da Riad inaspettatamente durante un viaggio controverso nel quale era stato temporaneamente trattenuto. Il principe ereditario Salman Bin Mohamed, aveva rimproverato il suo alleato di eccessivo permissivismo nei confronti di Hezbollah. È stato l’intervento  del presidente francese, Emmanuel Macron, a permettere il ritorno del primo ministro a Beirut. Nel 2016, un’altra paralisi politica in chiave regionale è stata risolta quando un accordo siglato tra Teheran e Riad, padrini rispettivamente di Hezbollah e Hariri, metteva fine ad un vuoto presidenziale dovuto alla mancanza del quorum. La situazione  regionale, con la vicina Siria come epicentro, ha paralizzato la vita politica, legislativa ed economica del paese. Il Libano ha dovuto fare i conti con l’arrivo di un milione e mezzo di rifugiati siriani e il rapido declino economico collegato al calo delle entrate dal turismo e delle rimesse, fino ad accumulare un debito estero pari al 150% del PIL. La scarsa partecipazione dell’elettorato (49,2%) nelle ultime elezioni ha dimostrato lo scetticismo dei cittadini che oggi protestano contro l’aumento delle tasse e la corruzione cronica, attribuite alla casta politica del paese.

 

Di Mario Savina

Naufragio nel Mediterraneo: 117 dispersi

EUROPA di

Il Mediterraneo Centrale è tornado ad essere un enorme cimitero per i migranti che cercano di arrivare dal Nord Africa in Europa. Un gommone, con a bordo 120 persone proveniente da Tripoli, è naufragato nella giornata di venerdì. Con praticamente nessuna ONG che pattuglia l’area, a causa della politica  dei porti chiusi e della criminalizzazione dei soccorsi che il governo italiano ha portato avanti, sono passati circa tre ore prima che un aereo della marina militare italiana arrivasse in aiuto delle vittime. Solo tre persone (due sudanesi e una gambiana) sono sopravvissute, per quanto ne sappiamo, e sono state trasportate a Lampedusa in grave stato di ipotermia. Ci sono 117 dispersi.

La ricerca dei dispersi, in un’area a 45 miglia da Tripoli, nel bel mezzo di una zona SAR (una zona di ricerca e salvataggio in cui nessuna  nave straniera  può entrare  senza il permesso delle autorità libiche) continua ininterrottamente. Anche se non è stato possibile trovare nemmeno i resti del gommone. Secondo La Repubblica, tra i dispersi risulterebbero circa dieci donne, di cui una incinta e due bambini piccoli, uno di solo dieci mesi.

La situazione è stata molto confusa fino all’ultimo momento. Inizialmente era stato riferito che dispersi fossero solo 20, quelli avvistati da diversi mezzi aerei mentre l’imbarcazione stava affondando. “Sfortunatamente le dimensioni di questa tragedia è molto più grave di quanto sembrava in principio. C’è stata una certa confusione sul numero di sopravvissuti, ma ci hanno confermato che 120 soggetti sono partiti a bordo del gommone”, ha detto Flavio Di Giacomo, rappresentante dell’IOM (International Organization for Migration). Di Giacomo ha anche sottolineato che i sopravvissuti hanno riferito che dopo undici ore di navigazione il gommone in cui viaggiavano ha iniziato a sgonfiarsi e a poco a poco le persone iniziavano a cadere in mare.

L’ONG tedesca Sea Watch, che ha avuto un conflitto con il governo italiano solo due settimane fa quando non è stato permesso di sbarcare i 49 migranti salvati e che sono rimasti a bordo della nave per quindici giorni, aveva già segnalato venerdì che uno dei suoi aerei di controllo aveva avvistato questa chiatta nella quale erano presenti 25 persone a bordo.

Proprio quest’ultimo naufragio si verifica in un momento in cui c’è solo una nave con missione umanitaria, la Sea Watch 3, che era anche lontana dalla zona in questione, pattugliando il Mediterraneo, perché le nave della ONG spagnola Open Arms è bloccata in Spagna dalle autorità e la Sea Eye è alla ricerca di un porto per il cambio di equipaggio.

Il ritiro forzato delle navi di soccorso delle ONG che operavano nel Mediterraneo prima della chiusura dei porti avviata dall’Italia ha causato un blackout totale nella sorveglianza dell’area, quindi è difficile sapere cosa sta accadendo esattamente in alto mare. Inoltre, il presunto trasferimento della competenza dei soccorsi alla Guardia Costiera libica si è rivelato un fallimento: a causa della mancanza di risorse e, in molti casi, volontà.

Gli arrivi in Italia sono diminuiti nel 2018 di oltre l’80%. In Italia sono arrivati 28.210 persone via mare nel 2018, rispetto ai quasi 120.000 del 2017. Tuttavia, nello stesso anno, sono annegati nel Mediterraneo 2242 persone che cercavano di raggiungere l’Europa, rispetto alle 3139 del 2017 e alle 5143 dell’anno precedente.

Di Mario Savina

Israele distrugge i tunnel di Hezbollah al confine con il Libano

MEDIO ORIENTE di

L’esercito israeliano termina la cosiddetta operazione Scudo del Nord lanciata lo scorso dicembre per distruggere i tunnel costruiti dal partito della milizia sciita di Hezbollah sul confine libanese. “Abbiamo scoperto un sesto tunnel lungo ottocento metri sul versante libanese che è ha sconfinato in Israele per decine di metri”, ha confermato l’esponente dell’esercito israeliano Jonathan Conricus in un’intervista per fornire dettagli sulla fine dell’operazione.

Il passaggio, il cui ingresso si troverebbe in una casa nella città di confine di Ramyeh, sarebbe alto due metri, un metro di larghezza e penetrerebbe per circa 55 metri nel territorio controllato da Israele. Secondo l’esercito sarà distrutto “nei prossimi giorni” in quanto, a detta di Conricus, è il tunnel “più lungo e accurato” fra tutti quelli costruiti da Hazbollah, perché dotato di binari di trasporto, luce elettrica e scale in alcune sezioni. “Secondo le nostre stime ormai non esiste più alcun tunnel che penetra nel territorio israeliano”, ha detto il portavoce militare, confermando anche che Hezbollah mantiene ancora infrastrutture sotterranee sul lato libanese del confine e che l’esercito continuerà a monitorare i movimenti della milizia sciita per evitare futuri attacchi e identificare nuove minacce.

I militari ebrei dicono di aver informato della nuova scoperta l’operazione di pace in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL), incaricata di sorvegliare il “cessate il fuoco” raggiunto dopo la guerra del 2006. Israele, che dà la responsabilità al Libano delle attività di Hezbollah sul confine, intende anche proteggere i 120 chilometri che confinano con il suo vicino settentrionale con un muro di cemento del quale ha già costruito un decimo. Proprio questo fine settimana, il capo dello stato maggiore dell’esercito israeliano, il generale Gadi Eisenkot, ha detto in un’intervista a due stazioni televisive locali, che una delle  principali motivazioni che hanno portato ad una maggiore attività di controllo e ricerca sono stati gli sforzi dell’Iran di aprire un nuovo fronte contro Israele, l’impegno a consolidare la sua posizione in Siria e quello di rafforzare Hezbollah. Eisenkot ha detto che alla fine della guerra nel 2006, il gruppo sciita libanese ha avuto il sostegno iraniano e forgiato “un piano sofisticato per conquistare zone di Israele (in una futura battaglia)”. Uno degli obiettivi, per Eisenkot, era “il progetto faro di Hezbollah” che comprendeva anche lo sviluppo di armi precise per raggiungere obiettivi specifici su larga scala in Israele e che è stato annullato con l’Operazione Scudo del Nord e con gli attacchi ebraici in Siria. Su quest’ultimo punto, il capo dello staff ha anche confermato in dichiarazioni al New York Times che negli ultimi anni Israele ha effettuato migliaia di attacchi in territorio siriano. “Abbiamo raggiunto migliaia di obiettivi senza assumerci responsabilità o chiedere credito”, ha ammesso al giornale nordamericano, affermando che solo nel 2018 l’aviazione ha lanciato più di duemila bombe. Proprio lo scorso venerdì sera c’è stato un altro bombardamento israeliano nei pressi dell’aeroporto di Damasco. Un attacco riconosciuto poche ore dopo dal Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in un gesto insolito. “Nelle ultime 36 ore l’Air Force ha attaccato i depositi di armi iraniani in Siria. Siamo più determinati che mai  ad agire contro l’Iran in Siria, come abbiamo promesso”, ha ammesso Netanyahu durante l’incontro settimanale del suo Gabinetto.

Di Mario Savina

Il ritorno di Giuseppe Buccino Grimaldi a Tripoli: il “nuovo” ambasciatore italiano in Libia.

AFRICA di

Già stato in Libia in qualità di ambasciatore, da settembre del 2011 al febbraio del 2015, per il diplomatico napoletano è un ritorno in terra libica. Il generale Haftar ha dato il suo consenso al ritorno di un rappresentante italiano nel Paese. Perrone, invece, viene inviato a Teheran.

Il Consiglio dei Ministri ha nominato il “nuovo” ambasciatore italiano in Libia. Giuseppe Buccino Grimaldi è il nostro nuovo rappresentante a Tripoli, sostituendo Giuseppe Perrone, che invece andrà a rappresentarci in Iran. Per l’ambasciatore Buccino è un ritorno nel paese nordafricano, dove aveva già attuato dal settembre 2011 al febbraio del 2015, quando la nostra ambasciata era stata  evacuata e chiusa per ragioni di sicurezza.

Buccino, come detto, prende il posto di Perrone, che aveva riaperto l’ambasciata italiana all’inizio del 2017, in veste di unico ambasciatore europeo ed occidentale presente a Tripoli. Quest’ultimo era stato richiamato in patria, nell’agosto del 2018, dopo una contestata intervista ed un emittente televisivo libico, nella quale aveva sottolineato come non ci fossero le condizioni di sicurezza per poter andare alle elezioni in tempi brevi, ed in conseguenza della quale era stato dichiarato come “persona non gradita” dal feldmaresciallo Haftar. Lo stesso Haftar, capo delle milizie della Cirenaica, negli ultimi tempi sosteneva che tutti gli ostacoli erano stati superati e che non ci fosse ormai più nessun problema ad un ritorno dell’ambasciatore nel suo Paese.

Buccino Grimaldi è un diplomatico di grande esperienza. Nel 1991 è all’ambasciata italiania di Beirut, nella fase di ricostruzione successiva alla guerra civile; dopo tre anni, nel 1994, viene scelto all’interno della Rappresentanza permanente d’Italia presso l’UE a Bruxelles: nei primi anni si è occupato delle relazioni con i paesi dell’Europa centrale ed orientale; negli ultimi due anni, invece,  ha seguito le questioni istituzionali della Conferenza intergovernativa di Amsterdam. Da aprile del 2004 a luglio 2008 attua all’ambasciata italiana di Doha, in Qatar, per poi assumere fino al 2011 l’ufficio diplomatico  presso la Presidenza della Repubblica. Prima di essere richiamato per il ritorno in Libia, aveva assunto l’incarico, dal maggio del 2015, di Direttore Generale per l’UE presso la Farnesina.

In questi giorni, Khalifa Haftar dovrebbe incontrarsi con Fayez al Serraj, il Presidente del Consiglio presidenziale e Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale tripolino, a Bruxelles, in un confronto mediato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Se le fonti venissero confermate, sarebbe il secondo incontro in un mese fra i due contendenti al potere, dopo quello avvenuto alla Conferenza di Palermo, il 13 novembre scorso.

Recentemente il feldmaresciallo è stato in Egitto per confrontarsi con responsabili governativi egiziani sui rapporti fra i due paesi nordafricani e sugli ultimi sviluppi della questione libica. Haftar ha voluto esaminare la possibilità di un consolidamento delle relazioni con l’Egitto e del controllo delle frontiere per cercare di evitare tentativi di infiltrazioni terroristiche e di collaborare attraverso uno scambio di informazioni e dati contro le formazioni terroristiche che operano sul territorio.

Di Mario Savina

20 anni di Chavismo: il Venezuela e il suo inarrestabile declino

AMERICHE di

Nicolas Maduro si confronta in questi giorni con i leader alleati, ad un mese dal rinnovo ufficiale del suo mandato, cercando di affrontare il rifiuto di una parte significativa della comunità internazionale. L’incontro con il suo omologo russo, Vladimir Putin, è l’ultima esibizione della sua limitata accettazione della situazione critica e della ricerca di cooperazione  per far fronte alla crisi economica del paese latinoamericano.

Dopo 20 anni di chavismo al potere, il paese è in rovina e al governo manca sia il supporto interno che esterno. La popolarità di Maduro è scesa ai livelli più bassi da quando il tenente Hugo Chávez aveva vinto le elezioni presidenziali, il 6 dicembre del 1998. Maduro è stato eletto il 14 aprile 2013, un mese dopo la morte del suo leader, con quasi il 51% dei voti contro il 49% dell’oppositore Henrique Capriles. A novembre di quest’anno, il politico aveva a malapena il 20% dell’elettorato a favore, secondo il sondaggio Omnibus della società Datanalisis. Parte di questo rifiuto è direttamente attribuito al collasso finanziario del paese sudamericano, una delle nazioni con la maggior parte di risorse petrolifere  del pianeta.

Il Venezuela è, d’altronde, tra le economie con il rendimento peggiore del mondo, con uno dei più alti tassi di povertà, secondo gli ultimi dati. La causa principale è l’iperinflazione. I dati ufficiali sono occultati dal governo venezuelano, ma la sfortuna finanziaria, accompagnata da un deterioramento istituzionale, trabocca la realtà. Il Fondo Monetario Internazionale, senza andare troppo lontano nel tempo, prevede che i prezzi cresceranno nei prossimi anni a un tasso inimmaginabile del 10.000.000%.

Molti sono quelli che hanno votato Chavez e che all’inizio del suo mandato potevano vivere una vita più che dignitosa, ma che ora riescono a malapena a mangiare due volte al giorno. Per alcuni sociologi, la causa del disagio economico è da ricercarsi nel modello chavista, che ha avuto al centro la campagna denominata “Plan Socialista de la Nación”, dove la linea strategica è stata basata su una sostituzione  della proprietà privata con la proprietà pubblica. Fin dal principio il Presidente aveva annunciato che avrebbe impiantato nel paese il socialismo del XXI secolo. Tra il 2005 e il 2011 c’è stata un’ondata di espropri da parte dello Stato, che oggi è in possesso di 576 aziende, di cui almeno 441 sono state create o acquisiti con diversi modalità, tra cui la confisca e la nazionalizzazione durante i governi prima di Chavez e poi di Maduro, secondo un rapporto della ong Transparency International. Pochi imprenditori trovano redditizio operare nel paese. Molte multinazionali e compagnie aree hanno lasciato il paese dal 2005, fra queste Parmalat, Pirelli, Kellogg, Kraft e Heinz.

Da quando Maduro, all’incirca tre mesi fa, ha attuato un piano di recupero, si continua a non vedere nessun tipo di miglioramento dal punto di vista economico e non solo. Secondo molto analisti, il 20% dei negozi non aprirà battenti nel prossimo anno. Le conseguenze dell’iperinflazione si riscontrano nella devastazione dell’apparato produttivo. Il governo non offre cifre per poter indicizzare il salario dei venezuelani e ciò accentua il declino del potere d’acquisto. Inoltre, molte aziende hanno un calo delle richieste di prodotti, naturalmente. Il panorama futuro non è positivo: è necessario generare credibilità per creare fiducia e, secondo molti, questo governo fa solo annunci che poi non realizza. A giudizio di molti economisti, questo processo di aumento senza fine dei prezzi viene definito come il più dannoso dell’America Latina degli ultimi anni: solitamente l’iperinflazione porta ad un cambio della politica economica o ad un cambio dei politici che detengono il potere. Queste situazioni hanno una “media di vita” di 20 mesi (nel caso del Nicaragua 5 anni), mentre nel caso venezuelano non si sa quanto durerà, ma l’unica certezza al momento è che sia diventata già qualcosa di storico.

Il collasso di Pdvsa. Il fallimento di Petróleos de Venezuela (Pdvsa) è fondamentale in questo labirinto di errori. Chávez, assediato da uno sciopero petrolifero, ha licenziato i più alti funzionari del settore, nel 2002. E non tutti i nuovi membri si sono distinti per la loro professionalità, ma soltanto per la loro fedeltà nei confronti del presidente. Il nuovo presidente della compagnia petrolifera, Manuel Quevedo, un militare senza esperienza nel settore energetico, è stato scelto, dopo che Maduro aveva accusato l’ex consiglio di corruzione nel 2017. Ad occhio niente sembra essere cambiato in questi anni.

Il petrolio era diventata una bandiera per Chavez. Il governo con il suo slogan “ahora Pdvsa es de todos”(ora Pdvsa appartiene a tutti) voleva dimostrare  che la distribuzione del petrolio avrebbe fruttato introiti per l’intero paese, ordinando di diversificare le funzioni dell’industria petrolifera che doveva farsi carico anche dei programmi sociali. Nel 2008, i prezzi del greggio hanno superato i 120 dollari a barile, ma lo Stato non ha approfittato del reddito milionario in entrata per investire nel settore stesso. Contrariamente a ciò che si pensava durante il “periodo positivo”, il gioiello del paese è caduto in disgrazia portandosi dietro anche la maggior parte dei venezuelani. Nel 2014, Maduro  ha escluso una crisi causata dalla diminuzione del costo del barile: “Un governo rivoluzionario con potere economico, come quello che presidio, ha piani per sopravvivere a qualsiasi situazione, così che possono diminuire i prezzi quanto vogliono”, cambiando idea soltanto pochi mesi dopo, accusando il ribasso dei prezzi come causa della crisi venezuelana.

Oggi, a distanza di anni, la situazione è ancora critica. Il danno all’industria petrolifera è impossibile da nascondere o giustificare, il che ha portato il governo ad ammettere che sono stati commessi errori.

Di Mario Savina

Omicidio Kashoggi: la Turchia ordina l’arresto per due collaboratori di Bin Salman.

MEDIO ORIENTE di

Il procuratore di Istanbul ha emesso mandati di arresto questo mercoledì contro due stretti collaboratori del principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohamed Bin Salman, che si ritiene coinvolto nell’organizzazione dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi.

Nel dettaglio si tratta del generale Ahmed al Asiri, vice capo dell’intelligence saudita, e Saud al Qahtani, consigliere del principe nel campo della comunicazione e uno dei responsabili della politica di segnalare e rendere pubblici quelli che vengono considerati nemici del regime wahhabita. Entrambi sono stati sollevati dalle loro posizioni mentre le investigazioni sul caso avanzavano, commesso nel consolato saudita a Istanbul, e mentre si rendeva sempre più chiaro che Kashoggi fosse stato ucciso seguendo un piano premeditato e ben organizzato. Nessuno dei due è stato accusato nell’inchiesta aperta nel loro paese d’origine, a differenza degli undici membri della squadra di esecuzione che era arrivata a Istanbul e lo stesso giorno se ne era ritornata in patria: per cinque di loro, il procuratore generale saudita ha chiesto la pena di morte.

Tuttavia l’accusa turca ritiene che Al Asiri e Al Qahtani “fanno parte della squadra che ha pianificato il tutto” ed accusati di aver partecipato ad un “omicidio intenzionale e premeditato, in modo crudele e con la volontà di voler torturare la vittima”, per questo se ne richiede l’arresto. La Turchia ha tentato, senza molto successo, di convincere l’Arabia Saudita a estradare tutti i soggetti coinvolti nel caso affinché vengano giudicati dalla giustizia turca, con esplicito rifiuto da parte di Riyadh.

Il mese scorso, Istanbul ha reso pubblici i primi risultati delle indagini, secondo cui Kashoggi è morto per asfissia, dopo essere entrato il 2 ottobre all’interno del consolato saudita, dopodiché il suo corpo è stato smembrato per farlo sparire. Nonostante siano passati due mesi, la polizia turca non è stata in grado di trovare un indizio che possa portare a scoprire qualche traccia del corpo, il che fa pensare che sia stato sciolto nell’acido. Al contrario, il governo turco ha ammesso di essere in possesso di alcune registrazioni che dimostrerebbero l’omicidio e che queste siano state condivise con i servizi segreti di altri paesi.

Fra quelli che hanno visto le prove turche c’è Gina Haspel, direttore della CIA, che il martedì scorso è apparsa davanti ad una Commissione del Senato per spiegare ciò che il suo governo conosce sul caso. Altri elementi, come il Presidente della Commissione Affari Esteri al Senato, Bob Corker, ha spiegato che Mohamed Bin Salman sarebbe stato processato e condannato in mezzora da una qualsiasi giuria. Altri ancora, come Lindsey Graham, sono sicuri che le probabilità che il principe ereditario non sia coinvolto nel caso sono pari a zero. Tuttavia, gli alti ufficiali dell’amministrazione Trump sostengono che non ci sono prove che collegano direttamente il principe saudita alla morte di Kashoggi.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha chiesto, lo scorso mercoledì, di avviare un’inchiesta internazionale per tentare di chiarire l’accaduto: “Penso sia particolarmente necessario per scoprire cosa sia realmente accaduto e chi siano i responsabili di questo terribile omicidio”. Il Ministero degli Esteri turco ha risposto che non esiterà a prestar tutta la collaborazione possibile qualora venga avviata un’iniziativa del genere. Non ci resta che aspettare.

Di Mario Savina

Mario Savina
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