GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Mario Savina

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Il ritorno di Giuseppe Buccino Grimaldi a Tripoli: il “nuovo” ambasciatore italiano in Libia.

AFRICA di

Già stato in Libia in qualità di ambasciatore, da settembre del 2011 al febbraio del 2015, per il diplomatico napoletano è un ritorno in terra libica. Il generale Haftar ha dato il suo consenso al ritorno di un rappresentante italiano nel Paese. Perrone, invece, viene inviato a Teheran.

Il Consiglio dei Ministri ha nominato il “nuovo” ambasciatore italiano in Libia. Giuseppe Buccino Grimaldi è il nostro nuovo rappresentante a Tripoli, sostituendo Giuseppe Perrone, che invece andrà a rappresentarci in Iran. Per l’ambasciatore Buccino è un ritorno nel paese nordafricano, dove aveva già attuato dal settembre 2011 al febbraio del 2015, quando la nostra ambasciata era stata  evacuata e chiusa per ragioni di sicurezza.

Buccino, come detto, prende il posto di Perrone, che aveva riaperto l’ambasciata italiana all’inizio del 2017, in veste di unico ambasciatore europeo ed occidentale presente a Tripoli. Quest’ultimo era stato richiamato in patria, nell’agosto del 2018, dopo una contestata intervista ed un emittente televisivo libico, nella quale aveva sottolineato come non ci fossero le condizioni di sicurezza per poter andare alle elezioni in tempi brevi, ed in conseguenza della quale era stato dichiarato come “persona non gradita” dal feldmaresciallo Haftar. Lo stesso Haftar, capo delle milizie della Cirenaica, negli ultimi tempi sosteneva che tutti gli ostacoli erano stati superati e che non ci fosse ormai più nessun problema ad un ritorno dell’ambasciatore nel suo Paese.

Buccino Grimaldi è un diplomatico di grande esperienza. Nel 1991 è all’ambasciata italiania di Beirut, nella fase di ricostruzione successiva alla guerra civile; dopo tre anni, nel 1994, viene scelto all’interno della Rappresentanza permanente d’Italia presso l’UE a Bruxelles: nei primi anni si è occupato delle relazioni con i paesi dell’Europa centrale ed orientale; negli ultimi due anni, invece,  ha seguito le questioni istituzionali della Conferenza intergovernativa di Amsterdam. Da aprile del 2004 a luglio 2008 attua all’ambasciata italiana di Doha, in Qatar, per poi assumere fino al 2011 l’ufficio diplomatico  presso la Presidenza della Repubblica. Prima di essere richiamato per il ritorno in Libia, aveva assunto l’incarico, dal maggio del 2015, di Direttore Generale per l’UE presso la Farnesina.

In questi giorni, Khalifa Haftar dovrebbe incontrarsi con Fayez al Serraj, il Presidente del Consiglio presidenziale e Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale tripolino, a Bruxelles, in un confronto mediato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Se le fonti venissero confermate, sarebbe il secondo incontro in un mese fra i due contendenti al potere, dopo quello avvenuto alla Conferenza di Palermo, il 13 novembre scorso.

Recentemente il feldmaresciallo è stato in Egitto per confrontarsi con responsabili governativi egiziani sui rapporti fra i due paesi nordafricani e sugli ultimi sviluppi della questione libica. Haftar ha voluto esaminare la possibilità di un consolidamento delle relazioni con l’Egitto e del controllo delle frontiere per cercare di evitare tentativi di infiltrazioni terroristiche e di collaborare attraverso uno scambio di informazioni e dati contro le formazioni terroristiche che operano sul territorio.

Di Mario Savina

20 anni di Chavismo: il Venezuela e il suo inarrestabile declino

AMERICHE di

Nicolas Maduro si confronta in questi giorni con i leader alleati, ad un mese dal rinnovo ufficiale del suo mandato, cercando di affrontare il rifiuto di una parte significativa della comunità internazionale. L’incontro con il suo omologo russo, Vladimir Putin, è l’ultima esibizione della sua limitata accettazione della situazione critica e della ricerca di cooperazione  per far fronte alla crisi economica del paese latinoamericano.

Dopo 20 anni di chavismo al potere, il paese è in rovina e al governo manca sia il supporto interno che esterno. La popolarità di Maduro è scesa ai livelli più bassi da quando il tenente Hugo Chávez aveva vinto le elezioni presidenziali, il 6 dicembre del 1998. Maduro è stato eletto il 14 aprile 2013, un mese dopo la morte del suo leader, con quasi il 51% dei voti contro il 49% dell’oppositore Henrique Capriles. A novembre di quest’anno, il politico aveva a malapena il 20% dell’elettorato a favore, secondo il sondaggio Omnibus della società Datanalisis. Parte di questo rifiuto è direttamente attribuito al collasso finanziario del paese sudamericano, una delle nazioni con la maggior parte di risorse petrolifere  del pianeta.

Il Venezuela è, d’altronde, tra le economie con il rendimento peggiore del mondo, con uno dei più alti tassi di povertà, secondo gli ultimi dati. La causa principale è l’iperinflazione. I dati ufficiali sono occultati dal governo venezuelano, ma la sfortuna finanziaria, accompagnata da un deterioramento istituzionale, trabocca la realtà. Il Fondo Monetario Internazionale, senza andare troppo lontano nel tempo, prevede che i prezzi cresceranno nei prossimi anni a un tasso inimmaginabile del 10.000.000%.

Molti sono quelli che hanno votato Chavez e che all’inizio del suo mandato potevano vivere una vita più che dignitosa, ma che ora riescono a malapena a mangiare due volte al giorno. Per alcuni sociologi, la causa del disagio economico è da ricercarsi nel modello chavista, che ha avuto al centro la campagna denominata “Plan Socialista de la Nación”, dove la linea strategica è stata basata su una sostituzione  della proprietà privata con la proprietà pubblica. Fin dal principio il Presidente aveva annunciato che avrebbe impiantato nel paese il socialismo del XXI secolo. Tra il 2005 e il 2011 c’è stata un’ondata di espropri da parte dello Stato, che oggi è in possesso di 576 aziende, di cui almeno 441 sono state create o acquisiti con diversi modalità, tra cui la confisca e la nazionalizzazione durante i governi prima di Chavez e poi di Maduro, secondo un rapporto della ong Transparency International. Pochi imprenditori trovano redditizio operare nel paese. Molte multinazionali e compagnie aree hanno lasciato il paese dal 2005, fra queste Parmalat, Pirelli, Kellogg, Kraft e Heinz.

Da quando Maduro, all’incirca tre mesi fa, ha attuato un piano di recupero, si continua a non vedere nessun tipo di miglioramento dal punto di vista economico e non solo. Secondo molto analisti, il 20% dei negozi non aprirà battenti nel prossimo anno. Le conseguenze dell’iperinflazione si riscontrano nella devastazione dell’apparato produttivo. Il governo non offre cifre per poter indicizzare il salario dei venezuelani e ciò accentua il declino del potere d’acquisto. Inoltre, molte aziende hanno un calo delle richieste di prodotti, naturalmente. Il panorama futuro non è positivo: è necessario generare credibilità per creare fiducia e, secondo molti, questo governo fa solo annunci che poi non realizza. A giudizio di molti economisti, questo processo di aumento senza fine dei prezzi viene definito come il più dannoso dell’America Latina degli ultimi anni: solitamente l’iperinflazione porta ad un cambio della politica economica o ad un cambio dei politici che detengono il potere. Queste situazioni hanno una “media di vita” di 20 mesi (nel caso del Nicaragua 5 anni), mentre nel caso venezuelano non si sa quanto durerà, ma l’unica certezza al momento è che sia diventata già qualcosa di storico.

Il collasso di Pdvsa. Il fallimento di Petróleos de Venezuela (Pdvsa) è fondamentale in questo labirinto di errori. Chávez, assediato da uno sciopero petrolifero, ha licenziato i più alti funzionari del settore, nel 2002. E non tutti i nuovi membri si sono distinti per la loro professionalità, ma soltanto per la loro fedeltà nei confronti del presidente. Il nuovo presidente della compagnia petrolifera, Manuel Quevedo, un militare senza esperienza nel settore energetico, è stato scelto, dopo che Maduro aveva accusato l’ex consiglio di corruzione nel 2017. Ad occhio niente sembra essere cambiato in questi anni.

Il petrolio era diventata una bandiera per Chavez. Il governo con il suo slogan “ahora Pdvsa es de todos”(ora Pdvsa appartiene a tutti) voleva dimostrare  che la distribuzione del petrolio avrebbe fruttato introiti per l’intero paese, ordinando di diversificare le funzioni dell’industria petrolifera che doveva farsi carico anche dei programmi sociali. Nel 2008, i prezzi del greggio hanno superato i 120 dollari a barile, ma lo Stato non ha approfittato del reddito milionario in entrata per investire nel settore stesso. Contrariamente a ciò che si pensava durante il “periodo positivo”, il gioiello del paese è caduto in disgrazia portandosi dietro anche la maggior parte dei venezuelani. Nel 2014, Maduro  ha escluso una crisi causata dalla diminuzione del costo del barile: “Un governo rivoluzionario con potere economico, come quello che presidio, ha piani per sopravvivere a qualsiasi situazione, così che possono diminuire i prezzi quanto vogliono”, cambiando idea soltanto pochi mesi dopo, accusando il ribasso dei prezzi come causa della crisi venezuelana.

Oggi, a distanza di anni, la situazione è ancora critica. Il danno all’industria petrolifera è impossibile da nascondere o giustificare, il che ha portato il governo ad ammettere che sono stati commessi errori.

Di Mario Savina

Omicidio Kashoggi: la Turchia ordina l’arresto per due collaboratori di Bin Salman.

MEDIO ORIENTE di

Il procuratore di Istanbul ha emesso mandati di arresto questo mercoledì contro due stretti collaboratori del principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohamed Bin Salman, che si ritiene coinvolto nell’organizzazione dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi.

Nel dettaglio si tratta del generale Ahmed al Asiri, vice capo dell’intelligence saudita, e Saud al Qahtani, consigliere del principe nel campo della comunicazione e uno dei responsabili della politica di segnalare e rendere pubblici quelli che vengono considerati nemici del regime wahhabita. Entrambi sono stati sollevati dalle loro posizioni mentre le investigazioni sul caso avanzavano, commesso nel consolato saudita a Istanbul, e mentre si rendeva sempre più chiaro che Kashoggi fosse stato ucciso seguendo un piano premeditato e ben organizzato. Nessuno dei due è stato accusato nell’inchiesta aperta nel loro paese d’origine, a differenza degli undici membri della squadra di esecuzione che era arrivata a Istanbul e lo stesso giorno se ne era ritornata in patria: per cinque di loro, il procuratore generale saudita ha chiesto la pena di morte.

Tuttavia l’accusa turca ritiene che Al Asiri e Al Qahtani “fanno parte della squadra che ha pianificato il tutto” ed accusati di aver partecipato ad un “omicidio intenzionale e premeditato, in modo crudele e con la volontà di voler torturare la vittima”, per questo se ne richiede l’arresto. La Turchia ha tentato, senza molto successo, di convincere l’Arabia Saudita a estradare tutti i soggetti coinvolti nel caso affinché vengano giudicati dalla giustizia turca, con esplicito rifiuto da parte di Riyadh.

Il mese scorso, Istanbul ha reso pubblici i primi risultati delle indagini, secondo cui Kashoggi è morto per asfissia, dopo essere entrato il 2 ottobre all’interno del consolato saudita, dopodiché il suo corpo è stato smembrato per farlo sparire. Nonostante siano passati due mesi, la polizia turca non è stata in grado di trovare un indizio che possa portare a scoprire qualche traccia del corpo, il che fa pensare che sia stato sciolto nell’acido. Al contrario, il governo turco ha ammesso di essere in possesso di alcune registrazioni che dimostrerebbero l’omicidio e che queste siano state condivise con i servizi segreti di altri paesi.

Fra quelli che hanno visto le prove turche c’è Gina Haspel, direttore della CIA, che il martedì scorso è apparsa davanti ad una Commissione del Senato per spiegare ciò che il suo governo conosce sul caso. Altri elementi, come il Presidente della Commissione Affari Esteri al Senato, Bob Corker, ha spiegato che Mohamed Bin Salman sarebbe stato processato e condannato in mezzora da una qualsiasi giuria. Altri ancora, come Lindsey Graham, sono sicuri che le probabilità che il principe ereditario non sia coinvolto nel caso sono pari a zero. Tuttavia, gli alti ufficiali dell’amministrazione Trump sostengono che non ci sono prove che collegano direttamente il principe saudita alla morte di Kashoggi.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha chiesto, lo scorso mercoledì, di avviare un’inchiesta internazionale per tentare di chiarire l’accaduto: “Penso sia particolarmente necessario per scoprire cosa sia realmente accaduto e chi siano i responsabili di questo terribile omicidio”. Il Ministero degli Esteri turco ha risposto che non esiterà a prestar tutta la collaborazione possibile qualora venga avviata un’iniziativa del genere. Non ci resta che aspettare.

Di Mario Savina

Israele e Ciad, dopo 46 anni riprendono le relazioni.

MEDIO ORIENTE di

Senza preavviso, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu si è riunito di nuovo martedì con il Presidente ciadiano Idriss Déby, dopo la visita inaspettata di quest’ultimo in Israele domenica scorsa, per ristabilire i legami spezzati per quarantasei anni. Il capo del governo israeliano ha annunciato che viaggerà “presto” nel paese africano a maggioranza musulmana per riprendere le relazioni diplomatiche. I leader hanno discusso della lotta al terrorismo e del rafforzamento della cooperazione bilaterale.

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Sviluppo economico e migrazioni: la storia continua.

MEDIO ORIENTE di

Non importa quanto decisi siano gli Stati nel voler alzare delle barriere ai confini, la volontà umana, anche se intangibile, elude recinzioni, muri, mari, fiumi, deserti, foreste, paesi e città in un movimento continuo di persone. I governi non riescono a controllare le ambizioni, le necessità, i sogni, la volontà, la disperazione e l’illusione che ogni migrante conserva dentro di sé, ognuno con la propria storia. “Non ci sono dati comprovati per sostenere il concetto che lo sviluppo all’interno dei paesi conduce necessariamente ad una diminuzione del flusso di migrazioni internazionali, nel breve e medio periodo. In realtà può succedere esattamente il contrario”, è una delle conclusioni dell’ultimo rapporto della FAO (l’Agenzie delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), intitolato Lo stato mondiale dell’agricoltura e dell’alimentazione 2018, che sollecita i governi a massimizzare il potenziale della circolazione delle persone tra aree urbane e rurali e tra paesi.

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USA-Russia: a breve incontro tra Trump e Putin

Policy/POLITICA/Politics di

Gli Stati Uniti non hanno cambiato la loro politica in materia di sanzioni contro la Russia e in materia di riconoscimento dell’annessione della Crimea da parte di quest’ultima, ma non è escluso che il Presidente Donald Trump nel suo primo incontro formale  con il suo omologo russo Vladimir Putin possa affrontare il tema di una possibile riammissione della Russia al G-7, ha dichiarato il consigliere  della sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, in una conferenza  stampa a Mosca. Bolton aveva avuto un incontro con Putin al Cremlino in precedenza. Putin e Trump si incontreranno presto in un luogo terzo e i dettagli ufficiali dell’incontro saranno comunicati contemporaneamente da Washington e Mosca nei prossimi giorni, secondo Yuri Ushanov, consigliere  per la politica estera di Putin.

La Russia è stata espulsa dal G-8 a seguito dell’annessione della Crimea nel marzo del 2014 e della sua politica  di sostegno al secessionismo in Ucraina. La linea di Mosca rispetto ad entrambi i temi non è variata, sebbene il conflitto bellico nell’est dell’Ucraina sia di bassa intensità al momento. Durante l’ultimo vertice del G-7 in Canada, Trump ha chiesto la riammissione di Mosca al Club, subito bloccata dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, dichiarando che una riammissione russa sarà possibile solo nel caso in cui Mosca ritorni sui suoi passi.

Per Putin, che non segue una politica isolazionista, il vertice con Trump potrebbe essere l’occasione giusta per proiettare un’immagine di potere a livello internazionale , cercando anche di riallacciare i rapporti con l’Occidente, raffreddatisi dopo le vicende ucraine. Tuttavia, al di là dei risultati di immagine e relazioni pubbliche che potranno prodursi dopo il vertice tra i due capi di Stato, le posizioni dei due paesi sono lontani ed il Presidente Trump non ha la facoltà e la libertà  di seguire la propria linea con Putin visto i vincoli del Congresso e dell’intera classe politica interna. Indipendentemente da ciò che dice Trump, gli USA non solo non hanno ridotto le sanzioni contro la Russia, ma le hanno addirittura aumentati.

Finora Trump e Putin non hanno mai avuto un incontro formale completo, anche se in due occasioni sono intervenuti a forum multilaterali ed hanno avuto colloqui telefonici in più circostanze. “Trump crede che un incontro con Putin sarà utile non solo per gli Stati Uniti e la Russia, ma aiuterà  anche a rafforzare  la pace in tutto il mondo”, ha detto Bolton.

Le relazioni bilaterali sono state aggravate dalle presunte interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali che nel 2016 hanno dato la vittoria al candidato repubblicano. Trump si è congratulato con Putin dopo la sua rielezione nello scorso marzo, presumibilmente contro il parere dei suoi consiglieri. Il Presidente americano voleva invitare il russo a Washington, ma Mosca preferisce un luogo neutrale. Tra le questioni che verranno messe sul tavolo, un compromesso potrebbe essere raggiunto sul caso Siria, visto la volontà di Trump di ritirare le proprie truppe dal territorio. Inoltre, la nuova politica commerciale americana reca danni non solo agli europei ma anche ai russi, e su questo tema Putin potrebbe provare ad avviare una relazione speciale con Trump, tenendo fuori gli europei.

Sicurezza dei confini esterni e rimpatri: il’UE triplica i fondi

POLITICA di

La questione “immigrazione” acquista sempre più peso nelle priorità  delle politiche e del bilancio dell’Unione Europea, con un approccio sicuramente più restrittivo rispetto a quello favorevole all’accoglienza degli anni passati. La Commissione Europea propone di triplicare i fondi destinati alle questioni migratorie nei prossimi conti pubblici comunitari (relativi al periodo 2021-2027). Anche se la disposizione di aumento riguarderà tutti i settori, il focus sarà sul controllo delle frontiere esterne dell’UE e sulle espulsioni di coloro che non hanno diritto di asilo. La maggior parte degli Stati condivide questa posizione.

L’Europa perderà delle risorse dopo  la Brexit, ma questo non andrà ad intaccare le sfide aperte sui temi dell’immigrazione e dell’asilo. Bruxelles nei giorni scorsi ha reso noto la sua proposta in materia di immigrazione per un primo bilancio, dopo l’uscita del Regno Unito, che raggiungerà la cifra di 34,9 miliardi di euro (rispetto ai 13 miliardi stanziati nel periodo attuale). È un chiaro segnale del maggior coinvolgimento  che l’UE cerca in un’area in cui quasi tutte le competenze  rimangono in capo agli Stati membri.

Di fronte ai rancori generati dal dibattito su come allocare  i richiedenti asilo e come gestire il continuo afflusso di sbarchi, i membri europei sono d’accordo su un punto: la necessità di rafforzare  le frontiere esterne, in modo tale che le frontiere interne rimangano prive di controllo. Il Commissario europeo per la migrazione, Dimitris Avramopolous, ha intimato in maniera abbastanza forte di raggiungere tale equilibrio: “Speriamo che lo spirito europeo prevarrà, altrimenti metteremo in gioco l’intero progetto comunitario”, ha affermato in una conferenza stampa da Strasburgo. Bruxelles non si stanca di ricordare che un attento controllo delle porte d’accesso verso l’UE è un requisito fondamentale per mantenere lo spazio di circolazione interno vivo e sicuro (Schengen). Diverse fonti diplomatiche hanno avvertito che paesi come la Germania, che continua a ricevere rilevanti flussi di rifugiati e migranti, non esiterà ad applicare controlli permanenti alle proprie frontiere nel caso in cui non si riuscissero ad incontrare soluzioni comuni alla sfida dell’immigrazione.

In questa atmosfera e con questo spirito, la Commissione propone di stanziare 21,3 miliardi di euro per rafforzare le frontiere, praticamente quattro volte l’importo stanziato nel periodo attuale. Ma al di là del lato economico, il piano prevede di creare una riserva di 10.000 guardie di frontiera assegnati all’Agenzia europea FRONTEX, per distribuirli rapidamente in caso di crisi. Altro pilastro importante della politica migratoria comune consiste nel fornire fondi agli Stati che accoglieranno rifugiati, li integreranno e li espelleranno nel caso in cui non abbiano i requisiti per richiedere lo status di rifugiato e/o asilo. Il budget stanziato da Bruxelles sarà suddiviso fra impegni in materia di asilo (vitto e dotazione economica), integrazione (formazione professionale, apprendimento delle lingue, ecc.) e per il rimpatrio di quei soggetti considerati immigrati economici e quindi privi dei requisiti necessari e del diritto alla protezione. Le espulsioni, sostenute dall’UE come segnale per scoraggiare gli arrivi dei migranti, in particolare attraverso il Mediterraneo, sono abbastanza complicate da mettere in atto, visto che nella maggior parte dei casi gli Stati non riescono a rimpatriare nemmeno il 40% degli stranieri arrivati nel proprio territorio. Consapevole di queste difficoltà, la Commissione sottolinea i fondi che saranno destinati a prevenire l’arrivo continuo di migranti. Uno di questi strumenti potrebbe essere il rinnovo dell’accordo raggiunto con la Turchia, finanziata dall’UE, che prevede il blocco dei rifugiati siriani all’interno del proprio territorio. Vedremo chi sarà ancora d’accordo nel finanziare nuovamente uno Stato come quello turco, rinomato come fra i primi paesi nel mondo per violazione dei diritti umani, e chi invece farà prevalere le questioni interne.

Di Mario Savina

Yemen, attacco alla città di Hodeidah

POLITICA di

Ignorando tutte le avvertenze delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e delle ONG impegnate nell’area, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno lanciato nella giornata di oggi il loro assalto contro la città di Hodeidah, il principale punto di accesso per gli aiuti umanitari alla popolazione yemenita, oltre che principale porto nelle mani dei ribelli huthi. L’operazione è stata formalmente annunciata dal governo yemenita in esilio, iniziata a mezzanotte tra martedì e mercoledì, dopo l’ultimatum inviato al gruppo dei ribelli, che ha preso il potere nel 2014 e che la coalizione araba accusa di essere una pedina dell’Iran. Sia l’ONU che l’Unione Europea ritengono che l’offensiva mina tutte le possibilità di raggiungere una soluzione.

“La liberazione  del porto di Hodeidah è una questione fondamentale nella lotta al recupero dello Yemen caduto nelle mani di milizie al servizio di paesi stranieri”, ha affermato il Governo di Abdrabbo Mansur Hadi. Anche se la coalizione filoaraba creata da Riad è riuscita ad espellere i ribelli nel sud del paese, il gruppo (una milizia derivante dalla marginalizzazione della minoranza zaidita durante la dittatura di Saleh) rimane al potere a Sana’a. L’Arabia Saudita accusa gli Huthi di utilizzare il porto di Hodeidah per rifornimento di missili iraniani, affermazione più volte negata dai ribelli. Tuttavia, molti osservatori internazionali sospettano che in realtà si tratti di una strategia per circondare completamente l’enclave nordoccidentale in cui gli huthi sono insediati, con l’obiettivo di tagliare le scorte di viveri, soffocandoli economicamente e costringerli alla resa definitiva.

“Questa offensiva potrebbe compromettere ogni possibilità di un accordo di pace” avverte l’ambasciatore dell’Unione Europea nello Yemen, lo spagnolo Antonio Calvo. Calvo sottolinea il rischio di vittime civili dell’operazione che si svolge in un’area densamente popolata. “Le Nazioni Unite stimano che possano perdere la vita oltre 250.000 persone”. Gli analisti temono che Hodeidah possa diventare “l’Aleppo dello Yemen”. Il nuovo inviato ONU in Yemen, Martin Griffith, ha compiuto molto sforzi per tentare di raggiungere una mediazione tra i ribelli e i due pilastri della coalizione araba, l’Arabia Saudita e gli EAU. Questi ultimi avevano inviato un ultimatum con cui si intimavano i ribelli a lasciare il porto in questione nelle ultime 48 ore, con risultato negativo.

Situato a 150 chilometri a ovest di Sana’a, la città di Hodeidah con 400.000 abitanti e altri 200.000 nell’area circostante, è sede del principale porto yemenita nel Mar Rosso, oltre ad essere la seconda città più grande del paese dopo Aden, quest’ultima sotto il controllo della coalizione filoaraba. Anche prima dell’inizio della guerra, questo porto rappresentava l’ingresso per il 70% delle importazioni, in un paese che importa il 90% del proprio fabbisogno alimentare. Da allora è diventato non solo la prima fonte di reddito per i ribelli huthi che lo controllano, ma anche l’unica via d’accesso per gli aiuti umanitari a due terzi della popolazione che vive nel territorio.

“La battaglia per Hodeidah continuerà probabilmente, lasciando milioni di yemeniti senza cibo, carburante ed altri generi di prima necessità. La continua lotta scoraggerà piuttosto che facilitare un ritorno al tavolo delle trattative. Lo Yemen affonderà ulteriormente in quella che è già la peggiore crisi umanitaria del mondo”, ha avvertito nei scorsi giorni un rapporto dell’International Crisis Group.

A questo proposito, 14 ONG hanno inviato una lettera aperta al presidente francese Emmanuel Macron, per rinviare la conferenza umanitaria per lo Yemen prevista per il prossimo 27 giugno. E secondo Save the Children e l’Unicef, a causa dei combattimenti in corso ad Hodeida, circa 300.000 bambini rimasti bloccati in città rischiano di essere uccisi o restare feriti.

 

di Mario Savina

Nuova mossa di Trump: Gerusalemme capitale di Israele.

MEDIO ORIENTE di

La decisione del Presidente degli Stati Uniti, Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata americana da Tel Aviv ha fatto notizia in tutto il mondo. Tra le principali reazioni troviamo naturalmente quelle della zona interessata, da Israele all’Autorità Palestinese, da Hamas alla Turchia, con interventi anche di esponenti delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dei principali Paesi europei. Nonostante gli avvertimenti vari, da Macron a Erdogan, Trump, lontano da ogni consenso, ha dimostrato ancora una volta che è fedele  ai suoi interessi.

Gerusalemme è una ferita aperta. Un labirinto dal quale nessuno è riuscito a trovare un’uscita. 70 anni fa, l’accordo di spartizione della Palestina aveva collocato temporaneamente la città sotto l’amministrazione internazionale. Ma presto la parte occidentale era stata occupata da Israele e dopo la guerra dei sei giorni, nel giungo del 1967, anche quella orientale (la parte che i palestinesi considerano loro capitale). In questo nido, Trump ha giocato con il fuoco. Sapendo che tutte le ambasciate  hanno sede a Tel Aviv, ha permesso che la sua intenzione di trasferire l’ambasciata trapelasse e ha persino allertato le delegazioni USA sulle possibilità di proteste. Con il suo silenzio, come quando ha ritirato il suo paese dagli Accordi sul clima di Parigi, ha fatto sì che la tensione raggiungesse il culmine. Il risultato è stato che in tutto il Medio Oriente e in Europa le pressioni si sono moltiplicate per costringerlo ad un cambiamento di rotta, mentre lui con tutte le luci puntate addosso, si accomodava sul barile di polvere da sparo per meditare. È il suo modo di fare politica. 

La decisione è stata già comunicata  al leader palestinese, Mahmud Abbas, e al re giordano Abdullah II con un giro di telefonate. La sua intenzione è quella di riconoscere la “realtà storica” di Gerusalemme e spostare l’ambasciata il prima possibile. Il cambiamento di sede era già stato deciso dal Congresso nel 1995, ma per motivi di sicurezza nazionale era stato sospeso da tutti i presidenti precedenti a Trump. La Casa Bianca sostiene comunque che il trasferimento per quanto desiderato richiederà anni, a causa dei permessi e per questioni di sicurezza. In ogni caso, il riconoscimento di Gerusalemme, con il suo enorme onere simbolico, significa gettare benzina sul fuoco. Non solo Trump pone fine a quella tregua internazionale ormai decennale, ma riafferma la sua fede filo-israeliana, che tanti voti gli ha portato durante la campagna elettorale, e avverte i palestinesi che il suo obiettivo è quello di aprire  un nuovo ciclo in cui la soluzione a due stati non è necessaria.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha qualificato come atto storico la decisione di Trump e ha invitato gli altri paesi a fare la stessa cosa, affermando di essere profondamente grato al presidente americano per la scelta fatta e che qualsiasi accordo di pace nella zona deve tenere conto di Gerusalemme come capitale di Israele. L’indignazione cresce nella zona interessata e in Europa. Una nuova tempesta  che è stata accolta  con costernazione in un’area devastata da decenni si sangue e fuoco. Il leader palestinese, Mahmud Abbas, ha dichiarato in un intervento televisivo che Gerusalemme è la capitale storica  dello Stato Palestinese, puntando il dito contro la decisione americana e rifiutando qualsiasi mediazione nelle negoziazioni con Israele.   Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, ha già minacciato una nuova intifada, secondo cui la decisione di Trump “apre le porte all’inferno”, etichettandola come un’aggressione contro il popolo palestinese. L’OLP (l’Organizzazione Palestinese di Liberazione) ha definito la misura come “il bacio della morte” per la pace. In Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha manifestato la sua contrarietà, minacciando la chiusura di rapporti diplomatici con Israele, definendo la questione come una linea rossa per il mondo musulmano. In modo meno bellicoso, ma sempre indignata è stata la reazione dell’Organizzazione  della Cooperazione Islamica, che riunisce i paesi musulmani, dichiarando che il trasferimento significherebbe ignorare l’occupazione di Gerusalemme Est come territorio palestinese. Dall’Europa sono arrivati dichiarazioni da Macron, secondo cui la scelta di Trump va contro le risoluzioni dell’ONU, e dall’Alto Rappresentante UE Mogherini che ha espresso preoccupazione  per le conseguenze della mossa del presidente statunitense.

Tuttavia, secondo alcuni analisti, la mossa di Trump, per quanto spregiudicata, è meditata. I paesi arabi protesteranno formalmente, ma esistono interessi più grandi che non possono essere compromessi. Soprattutto sul fronte di Riyad, il legame tra USA e Arabia Saudita è indirizzato nell’opposizione all’ascesa dell’Iran, una battaglia condivisa con lo stesso Israele, e per essere forti su questa lotta al potere degli ayatollah, i sauditi hanno bisogno del supporto statunitense. Naturalmente fra i motivi di questa decisione bisogna citare la chiara strategia di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso la politica internazionale, cercando di distoglierla dallo scandalo del Russiagate con le sue ultime novità (possibile coinvolgimento del consigliere capo e genero di Trump, Jared Kushner). Non da ultimo il chiaro furore ideologico, ereditato anche da presidenze passate, secondo cui Israele è il bene assoluto.

Di Mario Savina

Catalogna, si accende lo scontro Barcellona -Madrid

EUROPA/Senza categoria di

Livelli di tensione fuori limite quelli fra Barcellona e Madrid quando ormai mancano pochi giorni all’1 di Ottobre, data fissata dalla Comunità catalana per il referendum sull’indipendenza della regione. Nella mattinata di mercoledì 20 settembre gli agenti della Guardia Civil spagnola hanno arrestato 14 elementi di spicco tra funzionari ed esponenti del governo catalano, compreso Josep Maria Jové, il braccio destro del vice presidente catalano, con l’accusa di essere fra i principali organizzatori del referendum non riconosciuto e ritenuto illegale dal governo centrale di Madrid. Sono state inoltre sequestrate milioni di tessere elettorali che dovevano essere utilizzate durante il referendum, e le perquisizioni hanno avuto luogo anche negli uffici delle Entrate, del Welfare  e del Centro Telecomunicazioni regionale, oltre naturalmente agli uffici dell’esecutivo catalano.

Poche ore dopo gli arresti, si sono radunati migliaia di persone per protestare contro l’azione del governo centrale e sei suoi militari. La protesta prosegue da giorni, con striscioni e cori a favore del referendum e dei diritti democratici e contro le’ “forze di occupazione autoritarie”.

Il primo ministro Rajoy difende la decisione del governo, dichiarando che tale operazione è a difesa dei diritti di tutta la Spagna e del suo popolo, che tale referendum è stato bocciato dalla legge e che per tale ragione bisogna difendere la democrazia facendo rispettare le sentenze giudiziarie. In risposta agli arresti e perquisizioni, il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione d’urgenza dichiarando “che la democrazia è stata sospesa in Catalogna, che il governo ha oltrepassato la linea rossa e si è convertito in una vergogna antidemocratica”, il tutto seguito dalla conferma che il primo di ottobre il referendum si farà e da un richiamo al popolo catalano di rispondere in modo fermo ma sempre in maniera civile e pacifica. Anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha definito “scandaloso” ciò che avvenuto nella mattinata di mercoledì, definendo “uno scandalo democratico la perquisizione di istituzioni e gli arresti di cariche pubbliche per motivi politici”.

Tutto ciò rappresenta solo l’ultima azione intrapresa da Madrid per cercare di fermare lo svolgimento del referendum fissato per il primo di ottobre. L’ultimo tentativo era stato il blocco dei fondi federali di Madrid, per evitare che soldi pubblici venissero utilizzati per l’organizzazione del referendum. La Corte Costituzionale, inoltre,  aveva sospeso l’efficacia del referendum, su richiesta del governo centrale: il referendum è ritenuto illegale e non verrà tenuto conto dell’esito di un risultato che potrebbe mettere in discussione l’indivisibilità e l’unità della Spagna, sancite, appunto, dalla Costituzione. Il presidente catalano, nonostante i continui ostacoli, aveva firmato il decreto per convocare la consultazione popolare. Questi ha ottenuto l’approvazione di circa settecento sindaci catalani che hanno promesso l’apertura dei seggi e il regolare svolgimento delle votazioni.

Non siamo al primo caso di organizzazione di un referendum in Catalogna. Tre anni fa si era cercato di organizzarne un altro, bloccato dal Tribunale Costituzionale spagnolo, e trasformato in una consultazione informale da parte delle istituzioni catalane. L’indipendentismo catalano è un argomento al centro del dibattito da molti anni, ma negli ultimi anni ha acquisito nuova linfa vitale e nuova forza, oltre che essere, naturalmente, fonte di forti tensioni fra Barcellona e Madrid. Il tentativo del 2014, anche se del tutto informale ebbe un’affluenza stimata attorno al 36% degli aventi diritto, con l’80% favorevoli all’indipendenza. Naturalmente, la consultazione non ha avuto nessun valore legale, visto il blocco del Tribunale Costituzionale. Al centro dell’attuale scontro abbiamo una legge approvata dal Parlamento catalano “La ley del referéndum de autoderminación vinculante sobre la independencia de Cataluňa”, che come può dedursi è stata pensata e creata per essere vincolante. Nello specifico, in caso di vittoria dei favorevoli, le autorità catalane dovrebbero dichiarare l’indipendenza della Catalogna. Per i partiti indipendentisti i problemi iniziano il 7 settembre, quando il Tribunale Costituzionale spagnola sospende la legge sul referendum approvata  dal Parlamento catalano e vietando ai sindaci catalani e ai funzionari del governo di partecipare all’organizzazione del progetto. Il giorno successivo, l’8 settembre, interviene anche il Tribunale superiore di giustizia della Catalogna, ordinando alle forze di sicurezza (Guardia Civile, Polizia Nazionale, Mossos d’Esquadra e polizia locale) di iniziare le operazioni di sequestro del materiale del referendum. Lo stesso giorno sono iniziate in diversi comuni alcune operazioni compiute soprattutto dalla Guardia Civil, un corpo di natura militare che dipende da Madrid, culminate in perquisizioni, sequestri e gli arresti di Barcellona. Il corpo di polizia che è rimasto sostanzialmente defilato in tali operazioni è stato quello dei Mossos d’Esquadra, che dipende dal ministero degli interni catalano. Questi sono stati accusati anzi di non fare abbastanza per impedire il referendum e quindi seguire la linea imposta da Rajoy. A oggi non è chiaro come si comporteranno il giorno del referendum: se seguiranno gli ordini della magistratura e impediranno il normale svolgimento delle votazioni o se garantiranno le operazioni di voto e la sicurezza dei seggi.

Dal punto di vista catalano, non c’è stata nessuna trattativa da parte di Madrid, ma solo una repressione immediata, come nei regimi autoritari che coprono le loro decisioni con atti giudiziari. La questione, secondo molti, non è la repressione dell’indipendentismo catalano o meno, ma lo svolgimento di un referendum in cui i cittadini possono esprimere in maniera del tutto libera la loro opinione sullo stato attuale e futuro del loro paese. Non si tratta di una semplice distinzione buonista, perché secondo gli ultimi sondaggi meno della metà dei catalani sarebbe favorevole all’indipendenza, mentre quasi tutti sono a favore del diritto di decidere. Se si seguisse l’esempio di altri paesi, come nel caso scozzese nel Regno Unito, gli indipendentisti magari perderebbero il loro referendum (visto i sondaggi appena citati) e in quel casi si aprirebbe una trattativa per garantire maggiore autonomia alla Catalogna. Ma se si continua con umiliazioni e provocazioni, nell’arco di poco tempo, la questione potrebbe cambiare con un aumento della forza dei favorevoli all’indipendenza.

Nel frattempo arrivano dichiarazioni da Bruxelles, dove l’UE prende posizione a favore del governo spagnolo: “l’UE rispetta l’ordine costituzionale della Spagna come con tutti gli stati membri ed è in seno a questo che tutte queste questioni potranno o dovranno essere affrontate”. Anche Parigi si schiera “per una Spagna unita e forte”.

È difficile prevedere quale sarà il risultato del referendum, se dovesse effettivamente svolgersi. Nel corso degli anni passati i sondaggi sull’indipendenza sono stati parecchi, con risultati molte volte diversi, a secondo dell’istituto che li realizzava e dei quesiti posti. Non è da sottovalutare nemmeno l’impatto degli eventi degli ultimi giorni sulle intenzioni di voto  dei cittadini catalani. Per ora, l’unico fatto certo è che non sembrano esserci  margini di negoziato tra il governo centrale spagnolo e quello catalano. Non ci resta che aspettare.

 

Mario Savina

Mario Savina
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