GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Author

Mario Savina

Mario Savina has 27 articles published.

La democrazia ai tempi del coronavirus: una quarantena pericolosa

POLITICA di

Le circostanze eccezionali dovute alla pandemia minacciano di facilitare la prolungata erosione delle libertà e delle garanzie in alcuni Paesi in cui lo stato di diritto è  debole.

La crisi sanitaria, sociale ed economica causata dalla pandemia del coronavirus non ha precedenti nella storia moderna. Il Covid-19 ha causato oltre 30.000 morti fino ad oggi in tutto il globo. Proprio la minaccia alla salute pubblica ha portato un buon numero di Paesi a prendere misure eccezionali, limitando le libertà individuali fondamentali ad un livello mai visto in tempo di pace: dall’Italia alla Spagna, dal Regno Unito al Canada, i governi con segni diversi hanno approvato più poteri per lo Stato e misure di controllo più restrittive per i cittadini. Nelle autocrazie o nei Paesi con fragili democrazie, i leader usano la pandemia per indebolire le istituzioni democratiche e rafforzare la sorveglianza e la censura, o per smorzare l’opposizione. Misure che potrebbero non sparire quando l’emergenza sarà svanita.

In Russia, l’uso della tecnologia per il controllo di massa è aumentato e sono state approvate nuove regole per contrastare le fake-news circolanti sul virus, che potrebbero portare a una maggiore persecuzione dei media indipendenti. Una formula che viene già applicata da Serbia o Turchia.  Con l’argomento della protezione della salute pubblica, la Moldavia e il Montenegro hanno superato seri ostacoli diffondendo i dati sanitari delle persone infette o sospettate di esserlo. In Israele, il partito di Netanyahu ha utilizzato l’emergenza sanitaria per impedire all’opposizione – che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nelle elezioni del 2 marzo – di assumere il controllo delle procedure parlamentari.

La crisi provocata dal coronavirus sta dando nuova energia al populismo e un’opportunità per accumulare più potere nelle mani di pochi. L’Ungheria, membro dell’Unione Europea, è uno dei casi che ha generato più allarme. Il Primo Ministro, Victor Orban, primo ad associare stranieri e migranti alla diffusione del virus, ha dichiarato lo stato d’emergenza come molti altri Paesi, riuscendo a convincere il Parlamento – in cui possiede una larga maggioranza – a dare via libera ad un’estensione dei poteri straordinari derivanti dall’emergenza senza fissare un limite temporale. In poche parole, tale decisione gli permetterà di governare per decreto a tempo indeterminato senza alcun tipo di controllo, nemmeno parlamentare, per l’esecutivo.

Lo Stato di emergenza è una situazione giuridica speciale necessaria per affrontare crisi come questa, poiché consente ai governi di reagire più rapidamente. Ma è importante che tutte le misure adottate siano trasparenti, proporzionate e limitate nel tempo, e soprattutto che siano soggette a qualche forma di controllo da parte del Parlamento o di altri organi legislativi. Ma in Paesi come la Russia, dove tale supervisione e controllo indipendenti sullo Stato sono scarsi e deboli e l’opposizione manca di rappresentanza parlamentare, l’imposizione di ulteriori misure come le intercettazione telefoniche, quelle di posta elettronica o censure di altro tipo potrebbero supporre un pericolo. La pandemia ha raggiunto il Paese eurasiatico in un momento politico decisivo per il Cremlino: nel bel mezzo del caos globale, il Presidente Vladimir Putin sta tentando di garantirsi la possibilità di rimanere al potere grazie ad una riforma costituzionale. Fra i primi Paesi a chiudere i confini di fronte alla crisi che si stava affacciando al mondo, la Russia tesse le lodi delle proprie scelte che hanno portato ad una diffusione più limitata del coronavirus (secondo i numeri ufficiali), rispetto alle posizioni più liberali adottate dagli altri governi. Con circa 1.800 casi positivi e una dozzina di morti – numeri che hanno sollevato molti dubbi tra ong, analisti e funzionari russi – il Gabinetto di Putin sta utilizzando questa narrativa per difendere la propria visione del mondo contro ciò che considera una fragilità del globalismo ed il crollo dell’unità europea ed occidentale. La Russia ha scommesso principalmente sulla tecnologia autoritaria: a Mosca le migliaia di telecamere di videosorveglianza vengono usate per catturare chiunque infranga le regole; vengono tracciati i dati sugli spostamenti in auto; e prima dello scoppio della pandemia, quando ancora la Cina era la principale e quasi unica colpita, la polizia effettuava raid negli hotel, nelle residenze di studenti, negli appartamenti turistici e nei mezzi di trasporto pubblico per individuare le persone provenienti dalla Cina, costringendole a rimanere in isolamento. Inoltre, le autorità russe stanno utilizzando i dati forniti dagli operatori telefonici per geolocalizzare i casi positivi e rintracciare coloro che hanno avuto contatti con questi.

Rimanendo in tema di operatori telefonici, la Commissione Europea ha chiesto alle diverse società che operano in questo settore di fornire dati anonimi per analizzare gli spostamenti delle persone così da poter sviluppare modelli sull’evoluzione dei contagi. Una misura che ha alimentato il dibattito sul diritto alla privacy e sui potenziali rischi di una violazione delle protezione di tali dati. Molti sono i Paesi che utilizzano i dati telefonici in questa crisi: dalla Slovacchia, dove vengono tenuti sotto controllo i cellulari di tutti i casi positivi per assicurare il rispetto della quarantena; alla Polonia, dove vengono monitorati coloro che arrivano dall’estero tramite un’applicazione mobile.  In molti Paesi europei e non solo, come il Canada, queste misure hanno generato un intenso dibattito. Tuttavia, in Stati di natura democratica più vulnerabile e dove non esiste quasi una cultura della privacy sono stati attuati con poco o quasi niente clamore, sebbene queste misure possono non solo aprire la strada alla repressione di attivisti ed oppositori,  ma anche lasciare un’impronta permanente sulle modalità di governo.

In Cina, la censura e il controllo delle informazioni da parte dello Stato hanno contribuito nelle prime settimane alla diffusione dell’epidemia: i media cinesi avrebbero potuto informare il pubblico molto prima dell’aggravarsi della situazione, salvando così migliaia di vite ed evitando, forse, l’attuale pandemia. Per monitorare l’avanzamento del contagio, molte province cinesi hanno creato applicazioni mobili che stabiliscono i movimenti dei loro proprietari e determinano se sono stati a contatto con possibili aree a rischio, assegnando loro un codice sanitario: se verde, l’utente è sano, mentre l’utente rosso va in quarantena. Dato l’obbligo delle società tecnologiche  di condividere i dati con il governo cinese, il timore è che possa aumentare il controllo sulla popolazione, attraverso l’utilizzo di applicazioni del genere, anche quando l’emergenza sarà rientrata.

All’altro estremo, l’uso della sorveglianza ritenuta invadente è stata una delle chiavi della reazione “positiva” della Corea del Sud. Il Paese, una delle storie di successo – almeno per il momento – nella lotta al Covid-19, ha applicato rigorose formule che combinano test per rilevare l’infezione e l’uso esaustivo della tecnologia per rintracciare i movimenti delle persone infettate e di quelle ad esse vicine. Le decisioni prese del governo hanno suscitato uno scarsissimo dibattito sull’impatto di tali misure sulle libertà civili soprattutto grazie alla grande trasparenza nei confronti della popolazione e alla consapevolezza da parte della società civile della necessità di combattere quest’epidemia.

Di Mario Savina

Missili Houthi intercettati su Riad

MEDIO ORIENTE di

I ribelli yemeniti ignorano la richiesta di tregua del segretario generale delle Nazioni Unite

L’Arabia Saudita ha intercettato due missili balistici lanciati sabato sera dai ribelli sciiti Houthi dello Yemen contro il suo territorio, ha annunciato un portavoce militare nella giornata di domenica. Uno dei due razzi è stato distrutto sopra la capitale, Riad, dove l’esplosione ha causato preoccupazione ai residenti e ferito due persone.  L’attacco arriva solo tre giorni dopo che entrambe le parti in guerra avevano ricevuto “positivamente” la richiesta da parte delle Nazioni Unite di una tregua immediata per limitare la diffusione del coronavirus.

“Due civili sono stati feriti dalla caduta dei resti del missile intercettato dopo l’esplosione in aria in un quartiere residenziale”, ha dichiarato il tenente colonnello Mohammed al Hammadi, portavoce della difesa civile nella provincia di Riad, citato dall’agenzia statale SPA. Un secondo razzo ha colpito la città di Jizan, situata nel sud-ovest del paese, in una regione di confine con lo Yemen, secondo le informazioni riferite dal colonnello Turki al Maiki, portavoce della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita contro gli Houthi. I ribelli hanno rivendicato la responsabilità dell’attacco.

Poco prima di mezzanotte, alcuni dei 7,5 milioni di abitanti della capitale saudita hanno segnalato, anche attraverso i social media, le varie esplosioni con immagini e video che mostravano i possibili missili: molta la paura e lo spavento. Riad, come altre grandi città saudite, è sotto un severo coprifuoco per contrastare la diffusione della pandemia che ha già causato 8 morti quasi 1300 casi positivi confermati.

L’Arabia Saudita ha espresso il suo sostegno all’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per un immediato cessate-il-fuoco in Yemen, nella cui guerra è intervenuta cinque anni fa, sostenendo il governo di Abd Rabbo Mansour Hadi, ma soprattutto con l’obiettivo di limitare ciò che era vista come una crescente influenza iraniana nella zona attraverso gli Houthi. Da allora, i ribelli, che fino a quel momento erano privi di capacità missilistica, hanno lanciato centinaia di missili e attacchi con droni contro il territorio saudita. Molti attacchi avevano come obiettivo installazioni militari di frontiera, ma anche civili come l’aeroporto di Abha. L’ultima volta che avevano preso di mira la capitale era stato nel giugno del 2018. Fra i vari attacchi era stato rivendicato anche il bombardamento di impianti petroliferi sauditi che hanno dimezzato la produzione di greggio a settembre dell’anno passato, anche se Riad e i suoi alleati hanno sempre accusato l’Iran.

Senza respingere la proposta di Guterres, gli Houthi, che hanno lanciato un’offensiva sullo Yemen orientale dal mese di gennaio, hanno manifestato una posizione più ambigua: osservare l’atteggiamento del nemico e comportarsi di conseguenza. Gli scontri non sono cessati: da una parte, l’Arabia Saudita ha accusato i ribelli yemeniti di un attacco di droni contro due città del sud; mentre, dall’altra parte, gli Houthi hanno affermato di aver intercettato aerei sauditi su Ma’rib.

La guerra civile in Yemen è iniziata a marzo del 2015, quando i ribelli sciiti hanno iniziato una lotta per il controllo sulle regioni meridionali del paese. Dopo aver conquistato la capitale San’a, si sono dichiarati fedeli all’ex-presidente, Ali Abdullah Saleh, e il governo del presidente  Abd Rabbo Mansour Hadi, sostenuto dalla coalizione a guida saudita che è intervenuta nel conflitto ed è stato riconosciuto anche dalla comunità internazionale, si è ritirato nella città di Aden. La coalizione comprende l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan, il Bahrain, il Kuwait, il Qatar, l’Egitto, il Marocco, la Giordania e il Senegal. I ribelli sciiti Houthi sono sostenuti, invece, dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah.

Di Mario Savina

Israeliani e palestinesi insieme contro la diffusione del Covid-19

MEDIO ORIENTE di

Israele offre assistenza medica all’Autorità Nazionale Palestinese dopo la rottura provocata dal piano di pace proposto dal Presidente americano  Donald Trump.

Dopo anni di congelamento delle relazioni e la rottura dei legami causati dalla presentazione nel mese di febbraio del controverso piano di pace dagli Stati Uniti, israeliani e palestinesi stanno collaborando da vicino nelle ultime settimane per arginare la diffusione della pandemia del coronavirus. L’avvicinamento, generato dal coordinamento sanitario, ha portato Israele ad offrire aiuti medici all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), estendendosi per la prima volta anche alla sovraffollata Striscia di Gaza, sotto il controllo dell’organizzazione islamista Hamas. Inoltre, decine di migliaia di lavoratori della Gisgiordania sono stati autorizzati a risiedere sul territorio israeliano, contrariamente all’attuale divieto, durante la situazione d’emergenza.

In una tregua non dichiarata, i razzi hanno smesso di librarsi nei cieli delle città israeliane al confine con Gaza, le truppe rimangono acquartierate e gli incidenti violenti sono diventati una rarità nelle comunicazioni dei media locali. L’ANP ha dichiarato il confinamento di tutta la popolazione a partire da domenica.

Già con quasi mille casi di Covid-19 registrati in Israele (9 milioni di abitanti), con un deceduto fino ad oggi, e oltre cinquanta positivi in Cisgiordania (2,5 milioni di abitanti), la crisi è ancora distante dai livelli europei. Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono stati colpiti dal fatto che nell’enclave sovraffollata di Gaza (circa 2 milioni tra residenti e rifugiati) nessun caso è stato  dichiarato fino a sabato sera, quando sono stati annunciati i primi due casi positivi: due viaggiatori provenienti dal Pakistan.

La striscia costiera, appena 375 chilometri quadrati, è stata isolata dal 2007, quando gli islamisti di Hamas hanno estromesso il partito Fatah del Presidente dell’ANP Mahmud Abbas e Israele ha imposto un feroce blocco militare. Poiché Gaza è dotata di un solo laboratorio per eseguire i test di rilevamento dei virus, Israele ha facilitato l’ingresso di qualche centinaio di kit per eseguire test e dispositivi di protezione per il personale medico, pur ammettendo un grave deficit di apparecchiature mediche nei loro centri ospedalieri, secondo i dati ufficiali riportati dal The Jerusalem Post.

Il Cogat, il corpo del Ministero della Difesa israeliano che gestisce l’occupazione nei territori palestinesi, ha messo in guardia da un possibile contagio tra la popolazione della Striscia di Gaza, il cui sistema sanitario copre a malapena i bisogni minimi dopo le tre guerre devastanti con Israele tra il 2008 e il 2014. Il maggiore Yotam Shefer, capo del dipartimento internazionale del Cogat, ha avvertito in una teleconferenza con giornalisti stranierei che “i virus non conoscono confini”. L’enclave dispone solamente di 60 posti nelle unità di terapia intensiva. Al momento, oltre 2700 persone sono confinate nelle loro case dopo essere tornate a Gaza attraverso il varco di Rafah, l’unico passaggio aperto con l’Egitto. Il confine di Erez con Israele è chiuso, tranne che per i pazienti oncologici e con malattie gravi che devono essere trasferiti negli ospedali israeliani o della Cisgiordania.

Sempre Sheref ha affermato che “per tre settimane, il Cogat ha coordinato la cooperazione tra il Ministero della Salute israeliano e le autorità sanitarie palestinesi”, ricevendo circa 400 kit di test di rilevazione e 500 dispositivi di protezione individuale. Sono stati inoltre organizzati incontri telematici per formare professionisti palestinesi per la prevenzione della pandemia. La prospettiva di un massiccio contagio in Cisgiordania e a Gaza viene analizzata con preoccupazione dallo stato maggiore delle forze armate, riferisce il quotidiano Haaretxz.

Il Presidente dello Stato di Israele, Reuven Rivlin, ha telefonato nei giorni scorsi a Rais Mahmus Abbas: un gesto di avvicinamento all’Autorità Nazionale Palestinese inusuale da quando i negoziati di pace sono stati annullati nel 2014. “La crisi del coronavirus non distingue tra popoli e territori”, ha detto il Presidente ebraico, “e la nostra cooperazione è vitale per proteggere la salute di israeliani e palestinesi: la nostra capacità di lavorare insieme in tempi di crisi testimonierà anche la nostra volontà di collaborare in futuro per il bene di tutti”, ha aggiunto Rivlin, prima di esprimere ad Abbas la sua volontà di offrire aiuto, in modo coordinato.

Da parte palestinese, il Ministro degli Affari Civili, Hussein al-Sheikh, responsabile del coordinamento con Israele, ha riconosciuto in alcune interviste il miglioramento delle relazioni bilaterali, sottolineando come ci sia una forte volontà di collaborazione e come il pericolo pandemia non abbia confini. E’ nella situazione degli oltre cento mila palestinesi che ogni giorno attraversano la Cisgiordania verso Israele per motivi di lavoro che la cooperazione è diventata più visibile. Infatti, secondo Al-Sheikh saranno circa 45.000 i lavoratori che riceveranno l’autorizzazione a risiedere in territorio israeliano per almeno un mese, evitando così quei trasferimenti continui che potrebbero moltiplicare le possibilità di diffusione del virus.

Di Mario Savina

Gli USA colpiscono una milizia legata all’Iran

MEDIO ORIENTE di

L’attacco dopo la morte di tre soldati della coalizione internazionale. L’operazione aveva come obiettivo alcune installazioni del gruppo sciita Kata’ib Hezbollah in diversi punti dell’Iraq.

Gli Stati Uniti hanno bombardato le posizioni della milizia irachena incolpata dell’attacco che nella giornata di ieri ha ucciso tre soldati della coalizione internazionale all’interno della base di Taji. Questo è un messaggio per l’Iran, sponsor di Kata’ib Hezbollah e di altri gruppi armati sciiti. Tuttavia, il pericolo è quello di incoraggiare una nuova ondata di antiamericanismo tra gli iracheni che vedono ancora una volta il loro Paese diventare il campo di battaglia tra Washington e Teheran. Il governo iracheno ha condannato il raid che ha ucciso sei dei suoi cittadini.

“E’ un chiaro messaggio che gli Stati Uniti non tollereranno attacchi iraniani indiretti”, ha detto il generale Kenneth MacKenzie, capo del comando centrale (CENTCOM, da cui dipende l’operazione in Iraq) durante un’apparizione davanti la stampa. MAcKenzie ha anche affermato di essersi consultato con l’Iraq prima dell’attacco. “Sapevano che la risposta stava arrivando”, ha assicurato.

Ma gli iracheni non la vedono allo stesso modo. Sia le autorità civili che militari hanno condannato l’operazione di ritorsione come una  violazione alla loro sovranità. Il ministero degli Esteri ha convocato gli ambasciatori di Stati Uniti e  Regno Unito, i Paesi di origine dei tre morti nell’attacco di mercoledì notte, per avere chiarimenti in merito all’aggressione americana.

“Il pretesto che si tratti di una risposta all’aggressione contro la base di Taji è un falso pretesto che porta solo ad una escalation e non facilita una soluzione”, si afferma nel comunicato emesso dal Comando iracheno delle operazioni congiunte. Secondo i suoi calcoli, l’attentato ha ucciso tre soldati, due poliziotti, un civile e ferito altre dodici persone, oltre a distruggere infrastrutture, armi e attrezzature militari. Il Dipartimento della Difesa americano, da parte sua, ha dichiarato che i suoi aerei hanno bombardato “cinque centri di deposito di armi” di Kata’ib Hezbollah e “ridotto significativamente la sua capacità di effettuare attacchi futuri contro le forze della coalizione”.

Il problema  è che l’Iraq ha integrato nelle sue Forze Armate una serie di milizie, principalmente sciite,  che hanno contribuito a combattere lo Stato Islamico (ISIS) tra il 2014 e il 2017 sotto l’etichetta di Popular Mobilization Forces. Tuttavia, alcuni di questi gruppi hanno continuato a mantenere una catena di comando parallela e, grazie  al sostegno dell’Iran, hanno accesso a un’offerta di armi indipendente. Inoltre, il loro braccio politico monopolizza il potere  dello Stato, ciò che ostacola le richieste di scioglimento arrivate. Ciò ha permesso all’Iran, soggetto della politica di massima tensione dell’amministrazione Trump,  di ricorrere a queste milizie per contrastare gli Stati Uniti. E’ un gioco pericoloso che all’inizio dell’anno stava per condurre ad uno scontro diretto, quando Washington ha risposto con l’omicidio del generale Qasem Soleimani alla morte di un appaltatore civile americano in uno di quegli attacchi di logoramento. Insieme a Soleimani è morto anche il suo braccio destro in Iraq, Abu Mahdi al Mohandes, il fondatore di Kata’ib Hezbollah, che gli Stati Uniti hanno etichettato come organizzazione terroristica.

L’Iran non ha perso occasione, attraverso le parole del suo portavoce agli Esteri, di ricordare al Presidente Donald Trump che la colpa degli attacchi è da attribuire alla “presenza e comportamento” delle forze di coalizione. Le forze statunitensi si sono ritirate dall’Iraq nel 2011, sebbene siano tornate tre anni dopo su richiesta del governo di Baghdad per combattere l’ISIS. Ci sono circa 5.000 soldati americani come parte della coalizione internazionale anti-jihadista e che sono dedicati all’addestramento e al sostegno dell’esercito iracheno. Tuttavia, “l’ultimo bombardamento va contro qualsiasi accordo della coalizione”, prosegue il portavoce.

A seguito dell’omicidio di Soleimani, il Parlamento approvò una risoluzione che chiedeva il ritiro delle truppe straniere. La nuova ritorsione può rafforzare quella richiesta. Al di là dell’innegabile influenza iraniana sulla decisione, che è stata sostenuta solo dai deputati sciiti in assenza di sunniti e curdi, la realtà è che gli iracheni vedono con crescente paura il confronto nel loro Paese tra la grande potenza e la potenza regionale. Con attacchi agli Stati Uniti, le milizie sciite stanno guadagnando sostegno e legittimità, secondo molti analisti, convinti che le ritorsioni aumentino il sentimento anti-americano. Le milizie danno l’impressione di agire nell’interesse nazionale contro un potere detestato, la cui presenza si ritiene che non sia più necessaria.

Di Mario Savina

L’UE rilancia “Sophia” per bloccare il traffico di armi in Libia

EUROPA di

La grande operazione militare dell’UE per combattere l’immigrazione clandestina nel Mediterraneo centrale avrà presto un nuovo obiettivo: garantire che l’embargo sulle armi in Libia, concordato domenica scorsa a Berlino, venga rispettato.

Una delle conclusioni del vertice tenutosi nella capitale tedesca è che non ci sarà pace finché il flusso di armi verso il paese nordafricano sarà mantenuto. L’impegno è sul tavolo, ma per essere efficace deve essere verificabile, così i ministri degli esteri dei Paesi dell’UE hanno concordato lunedì di reindirizzare l’Operazione Sophia per controllare l’embargo ed assicurare che non venga violato.

La missione navale, avviata nel 2015 per combattere le organizzazioni che gestiscono il traffico delle persone al largo delle coste libiche, si trovava in una situazione complicata, già privata delle navi e con pattuglie aeree sempre più esigue, dopo successive estensioni, avrebbe dovuto terminare la sua operatività a marzo 2020 senza penalità né gloria.

Ora, nel pieno declino degli arrivi irregolari sulle coste europee, l’intenzione è quella di dare una nuova vita all’Operazione, incentrata su una missione molto distante da quella originaria che ha portato avanti negli anni, ma non completamente aliena: qualche tempo fa si era ricorso ai mezzi di Sophia per tentare di bloccare l’ingresso di armi destinate ai gruppi terroristici presenti in Libia ispezionando le navi sospette.

La nuova missione non ha trovato pareri discordanti tra i Paesi che hanno preso parte alla Conferenza di Berlino: “Nessuno si è opposto a questa decisione”, ha dichiarato il capo della diplomazia comunitaria, Josep Borrell. Il cambio di ruolo non significa la messa da parte dei precedenti compiti: se si dovesse incontrare un’imbarcazione di migranti irregolari, le nuove navi schierate per monitorare l’eventuale arrivo di armi in Libia adempiranno ai loro obblighi di salvataggio, come stabilito dal diritto internazionale e come confermato dallo stesso Alto Rappresentante. Tuttavia, poiché la priorità è cambiata, le principale rotte utilizzate da scafisti e ONG saranno meno controllate rispetto ai mesi precedenti, il che riduce anche le probabilità che Sophia riesca nell’intento di continuare a salvare vite umane come ha fatto fino ad oggi.

Di Mario Savina

Trump agita il mondo

MEDIO ORIENTE di

Il calcolo ed il contenimento hanno caratterizzato la lunga rivalità tra Stati Uniti ed Iran. Una rivalità fatta di aggressioni più o meno segrete o tramite intermediari, evitando attacchi diretti e inequivocabili contro civili o militari che avrebbero innescato un aperto conflitto bellico nella regione. Quella tradizione è saltata in aria con un missile lanciato da un drone venerdì mattina nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Con l’ordine di sparare quel missile, il Presidente Donald Trump non solo ha eliminato un nemico degli Usa, il temuto e potente generale iraniano Qasem Soleimani, ma ha anche rinunciato a uno dei suoi pilastri in politica estera: l’impegno a far uscire il Paese dalle “guerre eterne” in Medio Oriente. Le ondate sismiche dell’attacco scuotono un sistema mondiale in cui Trump, a tre anni dal suo insediamento, ben poco ha fatto per stabilizzare.

A differenza di Osama Bin Laden o Abubaker al Baghdadi, leader di Al Qaeda il primo e dello Stato Islamico il secondo, giustiziati in passato dagli Stati Uniti, il comandante delle forze d’élite Al Quds della Guardia Rivoluzionaria iraniana, unità responsabile delle operazioni all’estero, non era un obiettivo troppo difficile da colpire. I due precedenti presidenti hanno avuto la possibilità di eliminarlo, ma hanno preferito evitare per paura di entrare in una guerra senza fine. Ecco perché è sorprendente che colui che ha deciso di agire sia stato proprio Trump, che non ha mai nascosto la sua riluttanza a rimanere imbrigliato in Medio Oriente. Va ricordato che, a differenza di Bin Laden e Al Baghdadi, entrambi terroristi indipendenti che non rispondevano a nessun governo, Soleimani era un funzionario di alto livello di uno Stato,  e non uno qualunque. Ecco perché la sua morte obbliga l’Iran a reagire con forza.

Mentre gli Usa attendono ritorsioni, nessuno contesta che Soleimani fosse un nemico e nemmeno la sua diretta responsabilità nella recente campagna della milizia sciita contro gli interessi degli Stati Uniti, conclusasi con la morte di un contractor lo scorso 27 dicembre a Baghdad, scatenando l’escalation di eventi che ha portato alla morte del generale. Ciò che più fa discutere è quanto sia stato conveniente per Washington questa mossa strategica in un’aerea in cui l’instabilità è cronica. Secondo Robert O’Brien, consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, l’Iran ha due opzioni: una è quella di continuare lo scontro con gli Usa, con ripercussioni sia per il popolo che per il governo iraniano; l’altra è sedersi a un tavolo per negoziare l’abbandono del programma nucleare e la sua guerra in Medio Oriente, comportandosi come un Paese civile.

Lo stesso Trump ha suggerito che l’attacco era uno strumento di negoziazione: “L’Iran non ha mai vinto una guerra, ma non hai mai perso una negoziazione”, ha twittato il Presidente. La sua amministrazione ribadisce che non cerca nessun conflitto e che l’azione è stata un esercizio di autodifesa per evitare un imminente attacco contro gli interessi americani: “Agiamo per fermare una guerra, non agiamo per iniziarne una”, ha dichiarato Trump lo scorso venerdì.

Trump aveva optato per il contenimento già in due occasioni. A giugno, dopo l’abbattimento di un drone di sorveglianza americano, il comandante in capo ha fermato all’ultimo minuto un’offensiva militare che considerava “sproporzionata”. Tre mesi dopo, non c’è stata nessuna reazione all’attacco missilistico alle due navi saudite. Ora, mentre da una parte sostiene che l’esecuzione di Soleimani si adatta alla strategia attuale e nega una svolta verso un conflitto, dall’altra Washington si prepara ad una tale contingenza.

In realtà Trump sembrerebbe aver scelto la strada del conflitto con l’Iran ancor prima di arrivare alla Casa Bianca, promettendo di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare firmato da Barack Obama nel 2015, che aveva tentato di congelare il programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni economiche. Nel 2018, Trump ha realizzato la sua promessa elettorale, ritirandosi ufficialmente dall’accordo e ripristinando le sanzioni, con la speranza di convincere l’Iran a ritornare alle fasi negoziali precedenti ed ottenere maggiori concessioni. Questa strategia ha avuto come risposta una serie di attacchi mirati agli interessi statunitensi, orchestrati dallo stesso Soleimani, in una regione in cui Trump insiste nel voler ignorare.

La sua campagna, finora senza successo, di massima pressione sull’Iran, combinata con la sua allergia al multilateralismo ed al suo comportamento impulsivo, gli ha fatto perdere sostegno nella regione. Questo si concentra in Arabia Saudita, al cui principe ereditario, il controverso Mohamed bin Salman, Trump ha mostrato un sostegno acritico, e nell’Israele di Benjamin Netanyahu, messo alle strette da problemi interni superiori perfino a quelli di Trump stesso.

Di Mario Savina

La Turchia attacca le forze curde nel Nord della Siria

MEDIO ORIENTE di

La Turchia ha lanciato un’offensiva militare contro le milizie curde nel Nord della Siria nella giornata di mercoledì – qualche giorno dopo che le truppe statunitensi si sono ritirate in parte dalla zona – con attacchi aerei sostenuti dall’artiglieria contro posizioni vicino la città di confine di Ras al Ain.

Alle quattro del pomeriggio, ora turca, l’esercito di Ankara ha ricevuto l‘ordine di attaccare e di conseguenza  i suoi aerei hanno iniziato il bombardamento su obiettivi della milizia curda. “Le forze armate turche, insieme all’esercito nazionale siriano (ribelli precedentemente legati all’esercito siriano libero) hanno lanciato l’Operazione Peace Spring contro i terroristi del PKK-YPG e dell’Isis nel Nord della Siria”, ha annunciato il presidente  turco, Recep Tayyip Erdogan, in un messaggio su Twitter. L’attacco ha avuto come obiettivo le città di Ras al Ain, Tel Abyad e Qamishli, situate proprio al confine turco-siriano, e i media hanno mostrato immagini di colonne di fumo che si alzavano e numerosi incendi nelle aree di confine. Gli attacchi aerei sono stati supportati dai bombardamenti dell’artiglieria. Ankara dichiara che gli obiettivi sono basi militari e depositi di armi delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Forze Democratiche  Siriane (SDS), le forze militare curde siriane che Erdogan accusa  di terrorismo per i suoi stretti legami con il PKK. Il Ministero della Difesa turco ha assicurato e ripetuto più volte che l’unico obiettivo sono i terroristi e che qualsiasi attività militare prenderà in considerazione la tutela dei civili e delle infrastrutture vitale della zona. Ciò è abbastanza complicato visto che i principali obiettivi sono situati all’interno delle città. Secondo alcune fonti delle principali testate giornalistiche internazionali, ci sarebbero già le prime vittime tra la popolazione civile e molte persone avrebbero iniziato ad allontanarsi dalle zone calde. Il personale delle Nazioni Unite ha comunicato che in caso di pericolo sarà costretto ad abbandonare le proprie postazioni e pertanto la distribuzione  degli aiuti umanitari sarà sospesa. Quasi sei milioni di civili vivono in questa regione, di cui oltre 1,6  milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria e 650.000 sono sfollati da altri regioni siriane, secondo l’Ong Save the Children. Dall’altro lato, almeno una dozzina di proiettili provenienti dalla Siria sono caduti all’interno del territorio turco, nelle città di Nusaybin e Ceylanpinar, alcuni nelle aeree residenziali, sebbene non siano stati registrati incidenti.

Il professore di relazioni internazionali ed esperto di tattiche militari Ragip Kutay Karaca ha spiegato, in alcune dichiarazioni fornite ai media locali, che questa prima fase di attacchi aerei e di artiglieria ha l’intenzione di “ammorbidire” l’eventuale resistenza delle milizie curde, in previsione  di un’invasione di terra. Centinaia di carri armati e veicoli corazzati dell’esercito turco attendono in vari punti del confine l’ordine di invadere il territorio siriano. Le forze di fanteria saranno fornite dall’Esercito nazionale siriano, raggruppamento di una serie di fazioni di ribelli siriani legati ad Ankara.

Secondo le previsioni, l’attacco terrestre si verificherà nel territorio che si estende tra le città di Tel Abyad e Ras al Ain, poiché è l’area più pianeggiante del confine e con più popolazione araba, fattore ritenuto favorevole alla politica turca rispetto ai civili curdi. “La nostra missione è impedire la creazione di un corridoio terroristico lungo il nostro confine meridionale e portare la pace nella zona”, ha affermato Erdogan nel suo tweet: “L’Operazione Peace Spring neutralizzerà le minacce terroristiche  contro la Turchia e porterà stabilità nella zona, facilitando il ritorno dei rifugiati siriani nelle loro abitazioni. Conserveremo l’integrità territoriale della Siria e libereremo le comunità locali dai terroristi”. Nella notte tra lunedì e martedì, la Turchia aveva già bombardato la parte più settentrionale  del confine siriano-iracheno per “tagliare le linee di approvvigionamento, comprese quelli degli armamenti” delle milizie curde tra Iraq e Siria, secondo alcune fonti dell’agenzia Reuters.

La Turchia ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti ad Ankara presso il Ministero degli Affari Esteri per informarlo dell’operazione, dopo che Washington aveva ordinato lunedì di ritirare i propri militari dalla zona di confine, schierate proprio per evitare scontri tra fazioni nemiche ed in ottica anti-Isis. Successivamente, la Casa Bianca e il Pentagono hanno qualificato la misura intesa ad impedire il coinvolgimento e che in nessun modo deve considerarsi come un via libera alla Turchia per attaccare le milizie curde, principale alleato statunitense nella lotta contro lo Stato Islamico. Ankara ha rassicurato che spiegherà ai propri alleati ed ai Paesi della regione i motivi e il piano delle operazioni. La Russia non sarà coinvolta nel conflitto, ha affermato Vladimir Dzhabarov, vicepresidente della Commissione parlamentare per gli affari esteri. Il governo di Bachar al Asad prende posizione in attesa di vedere lo svolgimento degli eventi. Centinaia di soldati sono stati inviati sul fronte occidentale dell’Eufrate per rafforzare le posizioni dell’esercito siriano nella provincia di Deir Ezzor.

Di Mario Savina 

Gli USA sanzionano il Ministro degli Esteri iraniano

La tensione tra gli Sati Uniti e l’Iran continua la sua escalation. L’amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro il Ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif lo scorso mercoledì con la motivazione di “aver agito o aver tentato di farlo per conto, direttamente o indirettamente” del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, già sanzionato a fine giungo, secondo le informazioni fornite dal Ministero del Tesoro americano. Javad Zarif ha reagito rapidamente alla notizia, pubblicando un messaggio su Twitter in cui in modo piuttosto ironico  dichiara: “Grazie per avermi considerato una minaccia così grande per la vostra agenda”.

“Javed Zarif segue l’agenda imprudente del leader supremo dell’Iran ed è il principale portavoce  del regime in tutto il mondo. Gli Stati Uniti stanno inviando un chiaro messaggio al regime iraniano con l’intento di far capire che il suo recente comportamento è inaccettabile”, ha dichiarato il segretario del Tesoro Steven Mnuchin. “Mentre il regime nega ai suoi cittadini l’accesso ai social network, il Ministro iraniano diffonde propaganda e disinformazione in tutto il mondo attraverso queste piattaforme”, ha aggiunto Mnuchin.

Le sanzioni al capo della diplomazia iraniana includono il congelamento di tutti beni di sua proprietà negli Usa, nonché il divieto di trattare con lui a qualsiasi persona o entità nel territorio statunitense. “Non ha alcun tipo di effetto su di me e sulla mia famiglia, dal momento che non ho proprietà o interessi al di fuori dell’Iran”, ha risposto il Ministro, che ha aggiunto: “Il motivo delle sanzioni americane è che sono il portavoce dell’Iran nel mondo”. Quando Washington  sanzionò l’Ayatollah Ali Khamenei, Mnuchin annunciò che il prossimo della lista sarebbe stato proprio Javad Zarif. Tuttavia, la punizione è stata ritardata dopo che i funzionari del Dipartimento di Stato hanno cercato di dissuadere gli ordini del Presidente perché l’azione avrebbe chiuso in maniera defintiva la porta alla diplomazia, secondo il Washignton Post.

Il governo americano afferma che con questa azione non si sta chiudendo la porta a possibili colloqui sulla situazione relativa al nucleare con l’Iran. Inoltre, “se dobbiamo avere un contatto ufficiale con l’Iran, vorremmo che fosse con qualcuno che sia in una posizione tale da prendere decisioni”, ha detto il funzionario dell’amministrazione Trump alla stampa, screditando in tal modo il ruolo del Ministro degli Esteri Zarif. Le dichiarazioni sono particolarmente  delicate in un momento in cui la tensione è ai massimi livelli, iniziato lo scorso 8 maggio 2018 con il ritiro degli Usa  dall’accordo nucleare.

Di Mario Savina

UK conferma la cattura di due navi nello Stretto di Hormuz.

La Gran Bretagna ha confermato nella giornata di venerdì il sequestro da parte iraniana di due imbarcazione nello Stretto di Hormuz, una delle quali è stata già rilasciata. Il Ministro degli Esteri inglese Jeremy Hunt ha dichiarato la sua preoccupazione nelle scorse ore, descrivendo queste azioni inaccettabili.

Inizialmente la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha annunciato la cattura  di una petroliera britannica durante l’attraversamento dello Stretto di Hormuz per “non aver rispettato la legge marittima internazionale”. L’incidente, poche ore dopo che un tribunale di Gibilterra aveva esteso  la detenzione della nave iraniana Grace1 a 30 giorni, segna una nuova svolta nello scontro che Teheran sta affrontando con l’Occidente da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’accordo nucleare lo scorso anno.

Un comunicato militare che ha dato voce a tutti i media iraniani identifica la petroliera intercettata come la Stena Impero. Secondo i dati visionati da siti web di monitoraggio marittimo, la nave stava navigando attraverso acque internazionali tra l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti quando improvvisamente ha cambiato rotta, dirigendosi verso le coste iraniane. Una fonte militare non identificata citata dall’agenzia iraniana IRNA ha indicato che la nave aveva “disattivato il suo localizzatore e ignorato diversi avvertimenti prima di essere catturata”. In mattinata l’Iran ha giustificato tale atto come conseguenza del comportamento della stessa Stena Impero, che avrebbe ignorato più volte la richiesta di soccorso da parte di una piccola imbarcazione travolta poco prima dalla stessa nave britannica. Questa giustificazione, negata dall’armatore, si inserisce nella strategia con cui Teheran sta rispondendo alla politica di massima pressione americana.

 “La Stena Impero si è scontrata con una piccola barca da pesca”, ha riferito Alahmorad Afifipur, direttore generale degli affari marittimi della provincia di Hormuz, citato dall’agenzia IRNA. Secondo questo ufficiale, l’equipaggio avrebbe cercato di comunicare con la petroliera, ma no avendo ricevuto nessuna risposta avrebbero comunicato l’accaduto al proprio dipartimento. Di conseguenza, sarebbe stato l’ordine alle forze navali di condurre la nave britannica al porto di Bandar Abbas, dov’è in corso l’inchiesta. I 23 membri dell’equipaggio rimangono a bordo. La società proprietaria della Stena respinge tali accuse assicurando che la nave abbia rispettato tutte le normative e che si trovasse in acque internazionali al momento del sequestro. Viene confermato anche che l’equipaggio è in buone condizioni.

La seconda petroliera sequestrata dagli iraniani, il Mesdar, ha continuato il suo viaggio dopo essere stata rilasciata. La nave, che sventola bandiera liberiana ma di proprietà inglese, circa 40 minuti dopo l’assalto alla Stena Impero ha svoltato bruscamente in direzione Arabia Saudita per fare poi rotta verso l’Iran. Al momento quest’ultimo non ha comunicato la cattura di una seconda nave. Il governo inglese sta esaminando con urgenza lo stato della Stena Impero. Londra “monitora attentamente la situazione dai resoconti di un possibile incidente nel Golfo” ha confermato la BBC, che riporta una riunione del Comitato di emergenza Cobra. Lo scorso 9 luglio la Gran Bretagna aveva portato il livello di minaccia alle navi inglesi che attraversano questa zona a “critico”, il livello più alto.

Per il presidente statunitense Donald Trump, l’incidente darebbe ragione alla politica assunta dagli Usa nei confronti dell’Iran, confermando i continui problemi causati dal Paese mediorientale ma mostrandosi abbastanza indifferente all’accaduto, ritenendolo una questione britannica e non americana. L’episodio si aggiunge ad un clima di alta tensione nelle acque che circondano lo Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio consumato nel mondo. Secondo molti analisti la responsabilità di tale situazione è da imputare al comportamento iraniano, assunto in risposta alle sanzioni statunitensi imposte al Paese. Giovedì gli Usa avevano comunicato che un drone iraniano era stato abbattuto dopo essersi avvicinato a meno di un chilometro dalla nave da guerra anfibia USS Boxer e aver ignorato più volte le richieste di ritirarsi. Fatto smentito dalle autorità iraniane e dai suoi militari.

Di Mario Savina

Libia, la Francia conferma “nostri i missili”

AFRICA/Medio oriente – Africa di

Il governo francese si trova in una situazione di forte imbarazzo viste le ultime notizie che lo collegano in maniera “negativa” al maresciallo Khalifa Haftar, il militare di 76 anni che ha iniziato l’assedio di Tripoli nell’aprile scorso dando luogo ad uno scontro con le brigate del governo di accordo nazionale, sostento dall’ONU, in cui si stimano ad oggi mille morti, tra cui più di cento civili. L’esecutivo di Emmanuel Macron è stato costretto a confermare nella giornata di mercoledì che i quattro missili ritrovati in un campo delle truppe di Haftar appartengono alla Francia, anche se ha assicurato che sono inutilizzabili.

Il Governo di Unità Nazionale, con sede a Tripoli e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è riuscito ad espellere le truppe di Haftar dalla città di Gharian il 26 giugno, ottanta chilometri a sud della capitale. Durante il recupero di questa enclave  le brigate fedeli a Serraj hanno ritrovato quattro missili Javelin. Le armi erano state vendute dagli Stati Uniti alla Francia, secondo il New York Times. Fonte della Difesa transalpina hanno confermato che i missili appartengono alla Francia, sottolineando che si trattano di unità “danneggiate e fuori uso”, che dovrebbero essere distrutte e che non costituiscono una violazione dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite dal 2011. Ma questa spiegazione, come sottolinea anche il New York Times, non chiarisce come quei missili siano finiti in un campo delle truppe di Haftar, situato nei pressi di un fronte di guerra. Il governo guidato da Serraj ha denunciato in numerose occasioni che sia l’Egitto che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero rotto l’embargo per fornire armi ad Haftar. Allo stesso modo, dalla parte opposta, Haftar sostiene che la Turchia fornisca droni a Tripoli, elemento, secondo molti, chiave in questa guerra. I quattro missili Javelin sono stati acquistati, secondo il New York Times, nel 2010 a 170.000 dollari ad unità. Questo è un tipo di arma venduto solo agli alleati militari ritenuti “vicini”. Secondo la versione francese, i missili erano destinati all’autoprotezione di un distaccamento francese schierato per raccogliere  informazioni su questioni antiterroristische, che d’altra parte conferma la continua presenza di unità francesi nella zona, sottolineando di non essere mai stati consegnati a forze locali di alcun tipo. “Non c’è mai stato un tentativo di vendere, prestare o trasferire qualsiasi tipo di armi in Libia”, conferma Parigi, evidenziando che i missili sono stati “temporaneamente archiviati per essere distrutti”.

Khalifa Haftar ha iniziato la sua crociata contro il governo di accordo nazionale nel 2014. Si è stabilito nell’est del Paese e da lì ha assediato per due anni la città di Bengasi, controllata da diversi milizie islamiche. Per conquistare Bengasi, ha ricevuto aiuti militari dall’Egitto, dagli Emirati e dalla Francia. Il fatto che il governo francese abbia cercato  di appoggiare  con le proprie forze speciali Haftar non è mai stato un segreto. A luglio 2016, l’allora Presidente Hollande aveva annunciato che tre soldati delle forze speciali francesi erano morti in un incidente nella parte orientale della Libia. Era la prima volta che i francesi ammettevano ufficialmente la loro partecipazione al conflitto libico. Se Hollande forniva sostegno militare, il suo successore, Macron, ha concesso la legittimità politica ad Haftar quando ha promosso nel luglio 2017 e poi nel maggio 2018 due separati incontri a Parigi tra Haftar e il primo ministro riconosciuto dalle Nazioni Unite, Fayed el Serraj. Anche se Macron non ha mai trattato allo stesso modo Serraj e Haftar, alcuni comportamenti e concessioni hanno reso Haftar una parte inevitabile da considerare per la soluzione del conflitto libico. Tuttavia, Haftar ha boicottato tutti i tentativi di pace guidati dall’Onu. Nel pieno della sfida alla comunità internazionale, il feldlmaresciallo ha assediato la capitale Tripoli nello stesso giorno in cui il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si trovava nella capitale libica per preparare una conferenza  di pace che includeva lo stesso Haftar.

Di Mario Savina

Mario Savina
Vai a Inizio
WhatsApp chat