GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Luca Marchesini

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India e Cina per una nuova leadership sul clima?

Asia di

Il mondo cambia rapidamente. Fino a non molto tempo fa gli Stati Uniti di Barack Obama, nel ruolo dei virtuosi, premendo su India a Cina, i “grandi inquinatori”, perché rinnovassero le proprie politiche ambientali e si unissero alla schiera dei paesi impegnati a combattere il cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi COP 21, siglato nel 2015 e sottoscritto da tutti i principali attori in gioco, aveva rappresentato, fatti salvi i molti compromessi al ribasso, un esito favorevole per le istanze ambientaliste ed un successo della stessa amministrazione democratica americana.

A meno di due anni di distanza, gli USA di Trump si apprestano ad uscire dall’accordo e India e Cina si candidano a guidare la lotta contro l’inquinamento, senza risparmiare dure critiche alle scelte della nuova presidenza.

Nessuno dei due paesi, però, sembra realmente in grado di assumere la leadership sul fronte della lotta al riscaldamento globale e riempire il vuoto che verrà inevitabilmente lasciato dalla fuoriuscita degli Stati Uniti.

I due governi asiatici stanno gradualmente assumendo posizioni più nette, anche livello pubblico, contro l’inquinamento da combustibili fossili, poiché le rispettive popolazioni sono destinate a soffrire in modo sempre più diretto gli effetti nefasti dei cambiamenti climatici e dell’avvelenamento delle risorse naturali. Al di là delle prese di posizione, di per se rassicuranti, Cina e India non sono però in grado, almeno per ora, di compensare il forte indebolimento del sistema di incentivi economici che gli USA offrivano ai paesi in via di sviluppo in cambio di un maggiore controllo sui propri livelli di inquinamento.

Il cambiamento di rotta in Asia è però evidente e non va sottovalutato. Per decenni i governi di India e Cina avevano guardato con sospetto e fastidio agli appelli dei paesi del primo mondo per una riduzione delle emissioni inquinanti. Chi aveva basato il proprio sviluppo sull’industrializzazione selvaggia, senza farsi troppe domande sulle conseguenze climatiche, chiedeva ai paesi più poveri di limitare le proprie capacità di crescita in ragione della salute del pianeta. Da che pulpito arrivava la predica?

Oggi, però, sia il presidente indiano Modi che il suo omologo cinese Xi Jinping, sembrano aver adottato una diversa visione del mondo. Modi ha definito “un atto moralmente criminale” quello di non tenere fede agli impegni presi sul fronte climatico. Jinping si è rivolto a tutti i firmatari dell’accordo COP 21 ricordando che esso rappresenta “una responsabilità che dobbiamo assumere per le future generazioni”.

La scelta di Trump potrebbe avere conseguenze drammatiche per quello stesso futuro. Oltre alla riduzione degli incentivi economici e delle forniture di dotazioni tecnologiche (gli USA da soli avrebbero dovuto contribuire per circa il 20% del totale), la ritirata americana potrebbe invogliare altri paesi a fare lo stesso. L’accordo di Parigi, inoltre, era stato da molti considerato un risultato al ribasso, incapace di contenere realmente l’innalzamento delle temperature globali nei prossimi anni. Sarebbero necessari tagli decisamente più sostanziali alle emissioni, per invertire la rotta, ma il voltafaccia americano rischia di indebolire anche l’accordo corrente, incoraggiando gli stati più esitanti ad allentare le maglie del proprio impegno.

Gli USA, inoltre, sono il secondo paese più inquinante al mondo e con gli accordi di Parigi si erano impegnati a ridurre del 26-28% l’emissione di gas serra entro il 2025. Senza il loro contributo, si chiedono gli esperti, come sarà possibile rispettare l’obiettivo di limitare l’innalzamento delle temperature, rispetto all’era pre-industriale, al di sotto dei due gradi, come previsto dagli accordi di Parigi?

Difficile dirlo, ma le cose comunque si muovono. Se l’india si impegna a rispettare i propri obiettivi, nonostante 240 milioni di persone nel sub-continente non abbiano ancora accesso all’elettricità, la Cina sembra viaggiare spedita verso la realizzazione dei suoi impegni e ha avviato un progetto di finanziamento sul fronte delle energie rinnovabili (360 milioni di dollari entro il 2020) che fa del gigante asiatico il nuovo leader del settore a livello globale.

Le nuove politiche ambientali, secondo gli studiosi, hanno già iniziato ad avere alcune conseguenze tangibili nei due paesi. La Cina ha rallentato i propri consumi e l’India si appresta a ridurre i progetti di costruzione di nuovi impianti industriali a carbone. Nuova Deli ha poi accelerato gli investimenti sul fronte dell’energia eolica e di quella solare, muovendosi spedita verso l’obiettivo fissato per il 2022: portare la propria capacità di energia da fonti rinnovabili a 175 gigawatt.

Le parole del ministro dell’energia indiano, Piyush Goya suonano chiare e decise : “Non ci stiamo impegnando sul cambiamento climatico perché ce lo ha detto qualcuno, è anzi un articolo di fede per il nostro governo”. Anche la stoccata rivolta ai paesi più industrializzati ben rappresenta il cambio di paradigma: “Sfortunatamente il mondo sviluppato non dimostra lo stesso impegno nel rispettare le proprie promesse, che potrebbero aiutare ad accelerare la rivoluzione dell’energia pulita.”

Saranno dunque capaci le potenze asiatiche di supplire alle mancanze americane e caricare sulle proprie spalle questa rivoluzione? L’impegno è evidente ma resta il problema economico. La leadership americana sul fronte ambientale, nell’era Obama, si era espressa attraverso un finanziamento di 3 mila miliardi di dollari in favore dei paesi più poveri, per sostenerli nello sviluppo di energie alternative. Questo fondo è stato ridotto di due terzi da Trump e né Pechino né Nuova Deli intendono mettere sul piatto tutti questi soldi. Piuttosto, i due giganti sembrano disposti a svolgere un ruolo di coordinazione e indirizzo, rafforzando la condivisione di conoscenze sul fronte tecnologico tra le nazioni coinvolte.

Usando le parole di Varad Pande, un ex-consulente del Ministero dell’Energia indiano, quella che si costruisce oggi sarà “una leadership dal sapore diverso”.

Decisa e speziata, si spera, come il curry.

India and China for a news Leadership on the Climate?

Asia @en di

The world is changing rapidly. Until not long ago, the United States of Barack Obama, in the role of the virtuoses, pressed on India and China, the “big polluters”, to renew their environmental policies and join the ranks of countries engaged in combating climate change. The Paris COP 21 agreement, which was signed in 2015 by all the major players in the game, had, despite the many downward compromises, represented a favorable outcome for environmental issues and a success of the American democratic administration.

Less than two years later, Trump is ready to get out of the agreement, and India and China are willing to lead the fight against pollution, without saving sharp criticism to the new presidency’ choices.

None of the two countries, however, seems to be ready to assume a real leadership in the fight against global warming and fill the void that will inevitably be left by USA discharge.

The two Asian governments are gradually taking on more strong positions, on the public level as well, against fossil fuels, as their respective populations are going to directly suffer, more and more, from the adverse effects of climate change and poisoning of natural resources. Beyond reassuring positions, China and India are, at least for now, unable to offset the strong weakening of the economic incentive system the US offered to developing countries in exchange for a greater control over their levels of pollution.

The change of route in Asia is, however, evident and should not be underestimated. For decades, the governments of India and China had looked with suspicion and annoyance at the appeals of the first world countries for a reduction in polluting emissions. The countries which have based their development on wild industrialization without posing too much doubts about the climatic consequences, asked the poorer countries to limit their growth capabilities to preserve the health of the planet. What pulp came from the sermon?

Today, however, both Indian President Modi and his Chinese counterpart Xi Jinping seem to have adopted a different vision of the world. Modi called a “morally criminal act” to not stick to the commitments assumed on the climate front. Jinping addressed all signatories to the COP 21, recalling that it represents “a responsibility we must assume for future generations”.

Trump’s choice could have dramatic consequences for that same future. In addition to the reduction in economic incentives and technological equipment supplies (the US alone would have to contribute for about 20% of the total), American withdrawal could entice other countries to do the same. The Paris agreement, moreover, had been considered by many to be a downward result, unable to effectively contain global warming in the coming years. There would be much more substantial emissions cutbacks in order to reverse the route, but the American turnaround may also weaken the current deal, encouraging more hesitant states to loosen the ties of their engagement.

The United States is also the second most polluting country in the world, and with the Paris agreement they pledged to reduce 26 to 28% of greenhouse gas emissions by 2025. Without their contribution, experts are asking, will it be possible to meet the objective of limiting the rise in temperature, compared to the pre-industrial era, below the two degrees, as established by the Paris Agreement?

It’s hard to say, but things are neverthless moving. If India is committed to meeting its objectives, despite the fact that 240 million people in the sub-continent still have no access to electricity, China seems to have rapidly traveled to its commitments and started a financing project on the renewable energies ($ 360 million by 2020) that makes the Asian giant the new industry leader, globally.

New environmental policies, according to scholars, have already begun to have some tangible consequences in the two countries. China has slowed down its consumption of carbon and India is about to reduce its construction projects for new coal-fired power plants. New Deli then accelerated investments in wind and solar energy, moving to the target set for 2022: to bring its capacity from renewable sources to 175 gigawatts.

The words of Indian Energy Minister Piyush Goya sound clear and strong: “We are not addressing climate change because somebody told us to do it, it is an article of faith for this government .”

The jibe for the most industrialized countries is also a paradigm shift: “Sadly the developed world does not show the same commitment to fulfill their promises, which could help speed up the clean energy revolution .”

Will the Asian powers therefore be able to fill in the American shortages and load this revolution on their shoulders? The commitment is evident but the economic problem remains. American leadership on the environmental front, in the Obama era, was expressed through a $ 3 billion loan in favor of the poorest countries to support them in the development of alternative energies. This fund has been reduced by two-thirds by Trump and neither Beijing nor New Delhi intend to put all this money on the table. Rather, the two giants seem willing to play a coordinating and addressing role, strengthening the sharing of technology-based knowledge among the nations involved.

Using the words of Varad Pande, an ex-consultant at the Indian Ministry of Energy, the one that is being built todaywill be a different flavor of leadership“.

Intense and spicy, hopefully, like curry.

SE PYONGYANG AVVICINA PECHINO A WASHINGTON

Asia di

L’escalation dei toni nel Nordest Asia sta mettendo in allarme le cancellerie della regione e non solo. Il fragile equilibrio su sui si regge la pace nella penisola coreana è messo a dura prova su entrambi i lati. Trump ha minacciato da inviare un”armada” navale, mettendo sotto pressione Pyongyang nei giorni delle celebrazioni per il 105° anniversario della nascita di Kim Il-Sung, fondatore del paese. Kim Jong-Un, sul fronte opposto, ha rinnovato le sue minacce agli Stati Uniti e ai suoi alleati sudcoreani e giapponesi, dichiarandosi intenzionato ad utilizzare tutto il suo potenziale offensivo in caso di conflitto. Il dossier sul nucleare nordcoreano è dunque tornato di grave attualità, facendo alzare il livello di allarme della comunità internazionale.

Il progetto nucleare riveste per Pyongyang un valore assolutamente strategico in chiave di deterrenza contro le minacce esterne e per questo destina al proprio programma di ricerca circa 700 milioni di dollari ogni anno, per avanzare sul terreno tecnologico e dotarsi di vettori balistici a medio e lungo raggio su cui, un giorno, installare testate atomiche. I sei test nucleari fin ora condotti e i progressivi miglioramenti tecnici hanno permesso al regime di rafforzare la propria posizione nello scacchiere dei rapporti regionali e nel confronto con il grande nemico americano, con il quale, va ricordato, non è mai stato firmato un trattato di pace dopo la fine della guerra di Corea, nel 1951.

Non è possibile verificare i proclami di Pyongyang e nessuno sa con certezza quando Kim potrà fare affidamento sulla bomba all’idrogeno o su un missile balistico capace di raggiungere le coste occidentali americane. Questa incertezza però gioca a favore del regime, che mostra i muscoli senza che il nemico riesca a capire con certezza se siano di carne o cartapesta.

La retorica nucleare è un importante strumento di controllo e affermazione anche sul fronte interno, perché permette a Kim di consolidare la propria autorità sia agli occhi della popolazione che dell’establishment burocratico-militare che nel paese detiene un ruolo ovviamente centrale. Quando è succeduto al padre, nel 2011, Kim era quasi sconosciuto in patria. Ha dovuto dunque fin da subito esasperare la sua retorica per costruirsi l’immagine di leader autorevole e determinato, facendo affidamento sulla potente macchina della propaganda e sull’epurazione sistematica degli avversari interni. Esempio paradigmatico fu l’eliminazione fisica di Jang Song-taek, zio del giovane leader che aveva scalato le gerarchie militari durante il regno di Kim Jong-il e che nei primi mesi dopo l’avvicendamento aveva svolto la funzione di reggente de-facto del regime.

Jang era inoltre diventato il referente privilegiato di Pechino,principale, se non unico, alleato della Corea del Nord. E, sul modello cinese, Jang voleva portare Pyongyang sulla strada delle riforme economiche e di una maggiore apertura verso l’esterno. Il peso specifico di Jang nel sistema di potere e il suo progetto di trasformare il paese, allontanandolo dal modello dinastico e personalistico in favore di una concezione più collegiale ispirata dall’esempio di Pechino, sono stati probabilmente alla origine della sua fine. Progressivamente marginalizzato dal nuovo leader, dopo il 2011, venne arrestato nel 2013 e ucciso insieme ad altri esponenti della sua cerchia.

Questa dimostrazione di forza, pur servendo come esempio nei confronti di altri possibili avversari interni, ha segnato l’inizio di una nuova fase di isolamento nel paese dal resto della comunità internazionale. I successivi test nucleari e la retorica aggressiva di Kim hanno provocato un sentimento di forte esasperazione nei confronti del regime di Pyongyang, anche in seno all’alleato cinese, tradizionalmente disponibile alla pazienza. Dopo l’esecuzione di Jang, Pechino ha perso il suo uomo di riferimento e non ha più trovato interlocutori affidabili a nord del 38° parallelo, perdendo in parte il suo ruolo di protettore e controllore del regime.

Se per lungo tempo La Corea del Nord è stata uno strumento di pressione sulla comunità internazionale ed uno stato cuscinetto frapposto tra Pechino e gli alleati asiatici degli Stati Uniti, oggi rischia di essere un fattore di rischio per gli interessi cinesi nella regione. Le intemperanze nordcoreane hanno avuto l’effetto di sprigionare la corsa agli armamenti nei paesi limitrofi, andando così ad alterare i tradizionali equilibri nel Pacifico e mettendo Pechino in una situazione di inedita difficoltà. La difesa a oltranza di Pyongyang potrebbe dunque essere ormai controproducente per la Cina, che potrebbe infine optare per una pragmatica convergenza con Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

Nel 2016, per la prima volta, la Cina ha aderito al sistema di sanzioni contro il governo nordcoreano, segnando una svolta importante. Pechino è infatti il primo partner commerciale di Pyongyang ed ospita un gran numero di conti correnti, società e compagnie che gestiscono le attività lecite e illecite del regime. Nel 2017 le importazioni di carbone dalla Corea del Nord scenderanno del 50%, con un danno economico stimato in circa 700 milioni di dollari, pari a tutto il budget per i programma di ricerca nel campo del nucleare.

Questo cambio di rotta non si traduce però in un appiattimento cinese sulle posizioni americane. Pechino non ha affatto apprezzato le esplicite minacce lanciate da Trump contro la Corea del Nord e, già in occasione del vertice bilaterale del marzo scorso in Florida, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito la necessità di trovare una soluzione diplomatica ed evitare una pericolosa escalation nella regione. Pechino non potrebbe comunque permettersi di rimanere spettatore passivo di fronte ad un’eventuale azione militare statunitense, che avrebbe ricadute dirette sulla propria sicurezza nazionale.

La leva economico-commerciale potrebbe permettere alla Cina di rafforzare nuovamente la propria influenza sulle élite militari e burocratiche nordcoreane, che basano il proprio benessere sulla possibilità di fare affari con il potente vicino. Sarà però necessario individuare nuovi referenti a Pyongyang, per poter tornare ad influenzare la politica del regime e gestire al meglio, nell’eventualità di una caduta dell’attuale leadership, la fase di transizione. Una recuperata influenza permetterebbe inoltre alla Cina di ottenere una nuova moneta di scambio nei rapporti con l’amministrazione  Trump, in una fase storica delicata per i rapporti tra i due giganti globali.

La necessità di limitare l’imprevedibilità del regime di Kim Jong-Un potrebbe essere il terreno comune su cui ridefinire i confini del rapporto tra Cina e Stati Uniti. Un ruolo più assertivo di Pechino nei confronti del regime potrebbe essere dunque il frutto di un accordo tra le due sponde del Pacifico, con una possibile marginalizzazione del ruolo giocato da Giappone e Corea del Sud nella determinazione di una nuova strategia.

Tokio e Seul si troverebbero in prima linea, in un eventuale conflitto armato con Pyongyang.  Se però il Giappone sembra disponibile ad appoggiare l’approccio muscolare dell’amministrazione Trump, Seul continua a spingere per la ricerca di soluzioni pacifiche e diplomatiche. Nel mezzo di una crisi politica che ha portato alle dimissioni dell’ex-presidente Park, la Corea del sud rischia di ritrovarsi senza un governo forte nel momento in cui si prenderanno decisioni cruciali, con ricadute dirette sulla sua sicurezza.

IF PYONGYANG PUTS BEIJING NEAR WASHINGTON

Asia @en di

1280px-The_statues_of_Kim_Il_Sung_and_Kim_Jong_Il_on_Mansu_Hill_in_Pyongyang_(april_2012)

The tone escalation in Northeast Asia is alarming the chancelleries of the region and beyond. The fragile equilibrium on which the peace lies in the Korean peninsula is put to the test on both sides. Trump threatened to send a naval “armada”, putting Pyongyang under pressure during the celebrations for the 105th anniversary of the birth of Kim Il-Sung, founder of the country. Kim Jong-Un, on the opposite side, renewed its threats to the United States and its South Korean and Japanese allies, claiming to be ready to use all of its offensive potential in the event of a conflict. The North Korean nuclear dossier, therefore, is again on the top of the agenda, raising the alarm level of the international community.

The nuclear project is for Pyongyang absolutely strategic in terms of detriment of external threats and for this purpose it funds the program with $ 700 million annually, to advance on the technological ground and equip medium- and long-range ballistic vectors  on which, one day, install atomic warheads. The six nuclear tests so far conducted and the progressive technical improvements have allowed the regime to strengthen its position in the chain of regional relations and in the confrontation with the great American enemy, with whom, it should be remembered, a peace treaty was never signed after the end of the Korean War in 1951.

It is not possible to verify Pyongyang’s proclamations and no one knows for sure when Kim will be able to rely on the hydrogen bomb or on a ballistic missile capable of reaching the American West Coast. This uncertainty, however, plays in favor of the regime, which shows the muscles without the enemy being able to understand with certainty whether they are made of flesh or fake.

Nuclear rhetoric is an important instrument of control and affirmation also on the domestic front, as it allows Kim to consolidate its authority both in the eyes of the population and the bureaucratic-military establishment that plays a central role in the country. When he succeeded his father in 2011, Kim was almost unknown at home. Therefore, he immediately had to  exacerbate his rhetoric to build the image of an authoritative and determined leader, relying on the powerful propaganda machine and the systematic cleanup of internal opponents. Paradigmatic example was the physical elimination of Jang Song-taek, uncle of the young leader who had climbed the military hierarchies during the reign of Kim Jong-il and who, in the first months after the succession, played the role of de facto regent of the Regime.

Jang had also become the principal referent of Beijing, the main, if not unique, North Korean ally. And, on the Chinese model, Jang wanted to bring Pyongyang on the road to economic reforms and greater openness . Jang’s specific weight in the power system and his plan to transform the country, moving away from the dynastic and personalistic model in favor of a more collegial conception inspired by the Beijing example, have been probably the origin of its end. Progressively marginalized by the new leader after 2011, he was arrested in 2013 and killed along with other members of his circle.

This demonstration of strength, while serving as an example to other possible internal opponents, marked the beginning of a new phase of isolation of  the country from the rest of the international community. Subsequent nuclear tests and the aggressive rhetoric of Kim have provoked a strong exasperation towards the Pyongyang regime, even in the Chinese ally, traditionally available for patience. After Jang’s execution, Beijing lost its reference man and no longer found trusted interlocutors north of the 38th parallel, losing part of his role as protector and regime controller.

If for a long time North Korea has been a pressure instrument on the international community and a buffered state between Beijing and the Asian allies of the United States, it is now likely to be a risk factor for Chinese interests in the region. North Korean intimidations has had the effect of releasing the arming race in neighboring countries, thus altering the traditional balance in the Pacific and putting Beijing in a situation of unprecedented difficulty. Pyongyang’s defense may therefore be counterproductive for China, which could ultimately opt for pragmatic convergence with the United States, South Korea and Japan.

In 2016, for the first time, China joined the sanctions system against the North Korean government, marking a major breakthrough. Beijing is in fact the first trading partner for Pyongyang and hosts a large number of bank accounts, companies and firms that manage the regime’s legal and illegal activities. In 2017 coal imports from North Korea will drop by about 50%, with estimated economic damage of about $ 700 million, equal to the entire budget for the nuclear research program.

This change of route does not, however, result in a Chinese flattening on American positions. Beijing did not appreciate at all the explicit threats put forth by Trump against North Korea and, at the March bilateral summit in Florida, Chinese President Xi Jinping reiterated the need to find a diplomatic solution and avoid a dangerous escalation in the region. Beijing could not afford to remain a passive spectator in the face of any US military action that would have a direct impact on its national security.

The economic and commercial leverage could allow China to re-enforce its influence on the North Korean military and bureaucratic elites, who base their prosperity on the ability to do business with the powerful neighbor. However, it will be necessary to locate new contact persons in Pyongyang so that it can return to influence the regime’s policy and best manage, in the event of a fall of current leadership, the transition phase. A recaptured influence would also allow China to get a new exchange currency in the relationship with Trump administration, in a delicate historical stage for the relations between the two global giants.

The need to limit the unpredictability of Kim Jong-Un’s regime could be the common ground on which to redefine the boundaries of the relationship between China and the United States. A more assertive role of Beijing towards the regime could therefore be the result of an agreement between the two sides of the Pacific, with a possible marginalization of the role played by Japan and South Korea in determining a new strategy.

Tokyo and Seoul would be on the front line in a possible armed conflict with Pyongyang. If, however, Japan appears ready to support the Trump administration’s muscular approach, Seoul continues to push for the search of peaceful and diplomatic solutions. In the midst of a political crisis that led to the resignation of former President Park, South Korea is likely to find itself without a strong government when crucial decisions are taken, with direct consequences on its national security.

 

Image: Wikimedia

La Corea del Nord lancia un avvertimento a Trump e Xi Jinping

Asia di

 

A poche ore dall’incontro al vertice tra il presidente USA Donald Trump e il suo corrispettivo cinese Xi Jinping , in Florida, il leader nordcoreano ha ordinato il lancio di un missile a medio raggio KN-15 che ha concluso la sua traiettoria nelle acque del Mar del Giappone, dopo un breve volo di circa 60 chilometri.

La Corea del Sud ha condannato fermamente l’ennesima provocazione di Pyongyang, mentre il Segretario alla Difesa americano, Rex Tillerson, ha commentato freddamente l’episodio: “Gli Stati Uniti hanno già parlato abbastanza della Corea del Nord. Non abbiamo ulteriori commenti”. La risposta più decisa è arrivata invece da Tokio, per bocca del Capo di Gabinetto Yoshihide Suga: “Il Giappone non potrà mai tollerare le ripetute azioni di provocazione della Corea del Nord. Il governo protesta con forza e le condanna risolutamente”.

Dopo cinque test nucleari, due dei quali condotti nel 2016, il lancio odierno ha rinnovato i timori della comunità internazionale sul programma missilistico nordcoreano. Pyongynag è ancora lontana dall’obiettivo di realizzare una testata a lungo raggio che possa recapitare un ordigno nucleare fin sul territorio americano, ma gli analisti hanno ipotizzato che il missile KN-15 sia stato sospinto da un propellente solido, facile da trattare e trasportare, che aumenterebbe le capacità di attacco rapido del regime asiatico.

La dimostrazione di forza avviene all’indomani di due avvenimenti che Pyongyang ha interpretato come serie minacce. Nei giorni scorsi Trump ha lanciato il suo avvertimento: se la Cina deciderà di non cooperare nel contenimento dello scomodo alleato regionale, gli USA sono disposti ad agire da soli contro il nemico. Nel contempo, si è conclusa una esercitazione militare congiunta tra USA, Giappone e Corea del Sud, che Pyongyang considera come la prova generale di una possibile invasione.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri nordcoreano le azioni delle potenze nemiche stanno portando la Penisola asiatica sull “orlo della guerra”.

La crisi odierna, che senza dubbio sarà al centro dei colloqui tra Trump e Jinping, è stata preceduta, nello scorso febbraio, dal lancio di 4 missili balistici nordcoreani che sono caduti in prossimità delle coste nipponiche e dal test di un sistema di lancio SLBM (Submarine-Launched Ballistic Missile) che permetterebbe a Pyongyang di avvicinare le sue testate alle acque del nemico e di disporre di una inedita capacità di contrattacco (second-strike), nell’ipotesi di distruzione del proprio arsenale terrestre. Questa ipotesi, secondo gli analisti, è però attualmente solo teorica e serviranno ancora anni prima che Kim Jong Un possa fare reale affidamento su una tale capacità offensiva.

In uno scenario sempre più surriscaldato, il governo cinese prova a gettare acqua sul fuoco. Alla vigilia dell’incontro tra Jinping e Trump, presso il resort Mar-a-Lago, A Palm Beach in Florida, di proprietà del presidente statunitense, un portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha negato ogni legame tra il lancio missilistico nordcoreano e il meeting al vertice tra le due potenze, sollecitando tutte le parti coinvolte ad evitare ogni ulteriore escalation.

La Cina, in questo momento, sembra l’unica forza in grado di porre un freno al conflitto fra Pyongyang e i suoi tanti nemici.

North Korea launches a warning to Trump and Xi Jinping

Asia @en di

 

A few hours before the summit between US President Donald Trump and his Chinese equivalent Xi Jinping, in Florida, the North Korean leader has ordered the launch of a KN-15 medium-range which missile which concluded its trajectory in the Sea of ​​Japan waters, after a short flight of about 60 kilometers.

South Korea strongly condemned the new provocation of Pyongyang, and the US Defense Secretary, Rex Tillerson, coldly addressed the episode: “The United States has spoken enough about North Korea. We have no further comment.” The most decisive response came instead from Tokyo, speaking through Chief Cabinet Secretary Yoshihide Suga: “Japan can never tolerate North Korea’s repeated provocative actions. The government strictly protested and strongly condemned it. “

After five nuclear tests, two of which were conducted in 2016, today’s launch has renewed fears of the international community on the North Korean missile program. Pyongynag is still far from the objective of realizing a long-range warhead that can deliver a nuclear weapon on American soil , but analysts have speculated that the KN-15 missile was propelled by a solid propellant, easy to handle and transport, which would increase the striking capacity of the Asian regime.

The show of force occurs in the aftermath of two events that Pyongyang interpreted as serious threats. In recent days, Trump launched its warning: if China decides not to cooperate in containing the inconvenient regional ally, the US is ready to act alone against the enemy. At the same time, a joint military drill between the US, Japan and South Korea, which Pyongyang sees as a rehearsal for a possible invasion, just came to an end.

According to a spokesman for the North Korean Foreign Ministry, the actions of enemy powers are bringing the Asian Peninsula on “brink of war”.

The current crisis, which undoubtedly will be the focus of talks between Trump and Jinping, was preceded, in February, by the launch of four ballistic missiles by North Koreans who have fallen close to the Japanese coast, and from an SLBM ( Submarine-Launched Ballistic Missile) launch system test that would allow Pyongyang to bring its warheads into enemy waters and have an unprecedented second-strike capability, in case of destruction of its terrestrial arsenal. However, this hypothesis, according to analysts, is currently only theoretical and years will occour before Kim Jong Un will be able to rely on such an offensive capability.

In an increasingly overheated scenario, the Chinese government try to throw water on the fire. On the eve of Jinping and Trump summit, at the Mar-a-Lago resort in Palm Beach, Florida, owned by the US president, a spokesman for the Beijing Foreign Ministry has denied any link between the North Korean missile launch and the meeting between the two powers, urging all actors involved to avoid any further escalation.

China, at this moment, seems to be the only force able to put a stop to the conflict between Pyongyang and its many enemies.

Xi Jinping al WEF di Davos: “nessun vincitore da una guerra commerciale”

Asia di

Globalizzazione contro protezionismo, potrebbe essere questa la cifra identificativa dello scontro che si prepara a livello globale per i prossimi anni tra i due giganti dell’economia mondiale: Cina e Stati Uniti.

La retorica del presidente eletto Donald Trump,sintetizzata nello slogan “America first”, si focalizza sulla protezione degli interessi americani sul piano commerciale, mettendo in discussione i rapporti economici con l’avversario asiatico. Dopo il tramonto dell’ambizioso accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica (TPP), la nuova amministrazione sembra intenzionata a ritirarsi dai trattati internazionali di libero scambio privilegiando accordi bilaterali che possano garantire una maggiore protezione degli interessi americani. Una prospettiva che mette in allarme Pechino, che vede nella globalizzazione e nella liberalizzazione del commercio la strada maestra per proseguire sul cammino della crescita.

Il presidente cinese Xi Jinping ha deciso dunque di scendere in campo in prima persona, prendendo parte oggi, con una delegazione di altissimo livello, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Mai nessun leader cinese aveva partecipato al prestigioso summit annuale di Davos, una novità che ben rappresenta l’importanza del momento, a pochi giorni dall’insediamento del neo-presidente Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.

Come era prevedibile, nel suo intervento Jinping ha parlato in difesa della globalizzazione e del libero scambio, mettendo in guardia Washington dal pericolo di una guerra commerciale tra la prima e la seconda economia del pianeta, da cui nessuno uscirebbe vincitore.

In un discorso emblematico, il presidente cinese ha difeso gli esiti dell’integrazione economica, dimensione considerata, al contempo, ineluttabile e imprescindibile. “La maggior parte dei problemi che preoccupano il mondo non sono causati dalla globalizzazione – ha detto Jinping. Che vi piaccia o meno, l’economia globale è un grande oceano dal quale non si può scappare”. “Dobbiamo promuovere il commercio e la liberalizzazione degli scambi” ha aggiunto, sottolineando come “Nessuno potrà emergere vincitore da una guerra commerciale”. Un messaggio chiaro, destinato alla nuova amministrazione Trump al fine di scoraggiare una scelta marcatamente protezionistica.

Pur riconoscendo gli effetti negativi della globalizzazione su alcuni settori dell’economia e della società, il presidente cinese considera l’isolazionismo una reazione sbagliata: “La cosa giusta da fare è cogliere le occasioni per portare avanti le sfide in modo congiunto e tracciare una strada giusta per la globalizzazione economica”.

Con il discorso di Davos, Xi Jinping persegue un duplice scopo: contrastare la narrazione protezionistica di Trump e ricordare a tutti che la Cina è pronta a subentrare agli USA, qualora la scelta protezionistica fosse confermata dai fatti, nel ruolo di leader economico globale. Pechino è pronta a proporre una serie di nuovi accordi di libero scambio, non solo con i paesi della regione del Pacifico, orfani del TPP, ma anche con il continente latinoamericano.

Trump è davvero disponibile a lasciare campo aperto alla superpotenza emergente per concentrarsi sulla difesa del suo mercato interno? In tal caso, Pechino sarà capace di creare nuove condizioni per sostenere la propria crescita?

Il 2017 potrebbe essere un anno di grandi cambiamenti per l’assetto economico globale.

Xi Jinping at the WEF in Davos: “no-one can win a trade war”

Asia @en di

Globalization versus protectionism, this could be the focus of the clash that prepares globally in the coming years between the two giants of the world economy: China and the US.

The elected president Donald Trump’s rhetoric, summarized in the “America first” slogan, focuses on the American interests protection on the commercial level, questioning the economic relations with the Asian opponent. After the sunset of ambitious Trans-Pacific Partnership trade agreement (TPP), the new administration seems willing to withdraw from international treaties favoring bilateral free trade agreements which may provide greater protection of American interests. A perspective that puts Beijing in alarm, as it sees in globalization and liberalization of trade the high road to continue on the growth path.

Chinese President Xi Jinping has therefore decided to take the field in person, by taking part today, with a delegation of the highest level, at the World Economic Forum in Davos, Switzerland. Never in the past any Chinese leader participated in the prestigious annual Davos summit, a novelty that well represents the importance of the moment, a few days before the assignment of the new president Trump at the White House, on 20th of January.

As expected, in his speech Jinping spoke in defense of globalization and free trade, while warning Washington against the danger of a trade war between the first and the second largest economy on the planet, from which no one would come out as a winner.

In a symbolic speech, the Chinese president has defended the outcomes of economic integration, considering it, at the same time, inevitable and unavoidable. “Many of the problems troubling the world are not caused by economic globalization,- Jinping said. “Whether you like it or not, the global economy is the big ocean you cannot escape from.” “We must remain committed to free trade and investment. We must promote trade and investment liberalization,” he added, stressing that “No one will emerge as a winner in a trade war.” A clear message for the new Trump administration, in order to deter any markedly protectionist choice.

While recognizing the negative effects of globalization on certain sectors of the economy and society, Chinese President considers isolationism a wrong reaction: “TThe right thing to do is to seize every opportunity to jointly meet challenges and chart the right course for economic globalization”.

With the Davos speech, Xi Jinping has a twofold purpose: to counter the protectionist narrative of President Trump and remind everyone that China is ready to take over the US, if the protectionist choice will be confirmed by the facts, in the role of global economic leader. Beijing is ready to propose a series of new free trade agreements, not only with the countries of the Pacific region, orphans of the TPP, but also with the Latin American continent.

Is Trump really inclined to leave the field open to the emerging superpower to focus only on defense of american internal market? In this case, Beijing will be able to create new conditions to sustain chinese growth?

2017 could be a year of great changes for the global economic order.

Perché Shinzo Abe renderà omaggio alle vittime di Pearl Harbour

AMERICHE/Asia di

L’alleanza tra Usa e Giappone sembra destinata a rafforzarsi ulteriormente nel prossimo futuro. Il primo segnale era stato l’incontro “franco e cordiale” tra il presidente eletto Trump ed il premier nipponico Shinzo Abe dello scorso 17 novembre, primo meeting informale per l’amministrazione entrante con un capo di governo straniero. Il secondo passo, ben più significativo sul piano simbolico e politico, è l’annuncio della visita di Abe a Pearl Harbour, in concomitanza con le celebrazioni in memoria dell’attacco aereo giapponese sul porto statunitense delle Hawaii, che causò 2400 vittime e spinse gli Usa ad entrare in guerra 75 anni fa, il 7 dicembre del 1941.

La visita, programmata per la fine di Dicembre, si preannuncia come un gesto di portata storica che punta a rafforzare il legame tra i due paesi e ad inaugurare un nuova fase nelle relazioni bilaterali tra le sponde del pacifico. Gli aspetti più concreti e terreni riguardano la necessità giapponese di ridurre le incertezze riguardanti la futura politica statunitense nei confronti del Sol Levante, alimentate dalla sregolata campagna presidenziale di Trump che, tra le altre cose, aveva esortato Tokio a contribuire maggiormente alle spese per le basi militari americane sul suolo giapponese.

La visita culminerà con un incontro al vertice tra il premier nipponico ed il presidente uscente Obama, i prossimi 26 e 27 dicembre, recapitando un chiaro messaggio alla nuova amministrazione: l’alleanza funziona così com’è e non deve essere messa in discussione. Obama e Abe hanno infatti contribuito in modo convinto, in diverse occasioni, a cementare la cooperazione strategica tra i rispettivi paesi. Nel 2015 le linee guida di difesa comune sono state aggiornate e le Forze di Auto-Difesa giapponesi sono state autorizzate ad intervenire a fianco dell’esercito americano nell’ambito di un limitato numero di scenari.

Trump, invece, non è stato tenero con il Giappone durante la recente campagna presidenziale. Dopo aver chiesto più soldi per continuare a garantire la presenza delle basi militari americane nell’arcipelago, il candidato Trump aveva criticato Obama per aver fatto visita ad Hiroshima, nel ruolo di primo presidente americano a rendere omaggio alle vittime del bombardamento nucleare che pose fine alla guerra mondiale nel Pacifico. Secondo Trump, in quell’occasione Obama avrebbe dovuto ricordare anche le vittime dell’attacco giapponese a Pearl Harbour dove “migliaia di vite americane sono andate perdute”.

La prossima visita di Abe servirebbe dunque a compensare il gesto di apertura di Obama e a offrire alla nuova amministrazione l’immagine di un Giappone disposto a guardare al passato con occhi diversi. Secondo l’analista Kent Calder della John Hopkins University, la visita di Abe renderà l’alleanza col Giappone più digeribile per i sostenitori di Trump, facilitando le relazioni future.

Sul fronte nipponico, Abe è sempre sembrato disposto a mettere in discussione quella pagina della storia nazionale, riconoscendo almeno in parte le responsabilità del suo paese. Durante una sessione congiunta del Congresso, lo scorso anno, il primo ministro del Sol Levante ha fatto espresso riferimento, per la prima volta, all’attacco di Pearl Harbour, pur senza offrire scuse ufficiali. Anche in previsione della visita di fine dicembre, la questione delle scuse rimarrà sospesa. Abe intende portare “conforto” alle vittime dell’attacco giapponese di 75 anni fa e rendere omaggio alla loro memoria, ma non è lecito attendersi l’uso di un linguaggio diretto che possa essere letto in patria come la formulazione di scuse pubbliche nei confronti del nemico di allora.

Sul fronte americano, la visita di Abe potrebbe urtare i sentimenti dei reduci e dei parenti delle vittime, una preoccupazione cui l’amministrazione entrante è certamente molto sensibile. Anche Josh Earnest, l’attuale Press Secretary della Casa Bianca, non esclude che la visita giapponese possa amareggiare le vittime dell’attacco, anche a distanza di così tanto tempo. Earnest si dice però fiducioso che in molti metteranno da parte la propria dose di amarezza, riconoscendo la portata storica dell’evento.

La visita si prospetta dunque come un successo per Obama, che cerca di consolidare la propria legacy con una vittoria simbolica e diplomatica nel momento in cui le sue principali conquiste sul fronte internazionale, l’accordo sul nucleare iraniano e il riavvicinamento tra Washington e La Havana, rischiano di essere travolti dall’onda della nuova amministrazione Trump.

A raccoglierne i frutti migliori sarà però Shinzo Abe. La visita servirà al primo ministro per scrollarsi di dosso l’etichetta del revisionista storico, che lo accompagna dal momento della sua elezione e che ne offusca l’immagine in patria e sopratutto all’estero. Fumiaky Kubo, uno storico interpellato dal Japan Time, sostiene che Abe, nonostante la cattiva fama, abbia fatto “più progressi nel percorso di riconciliazione bellica di qualunque altro primo ministro. Questo potrebbe essere un modello di riconciliazione su cui entrambe le parti potrebbero basare i propri sforzi”.

Nel momento in cui il TPP (Partenariato Trans Pacifico) sembra destinato al fallimento e la disputa territoriale sulle isole tra Kamcatka e Hokkaido che contrappone il Giappone alla Russia è ferma su un binario morto, un rafforzamento della partnership con gli USA potrebbe essere quello di cui Abe ha bisogno per rilanciare la sua azione di governo sul teatro internazionale. Anche a costo di annacquare la verve nazionalistica che lo ha sempre caratterizzato.

Why will Shinzo Abe pay tribute to victims of Pearl Harbour

Americas/Asia @en di

The alliance between the US and Japan looks set to strengthen further in the near future. The first sign was the meeting “frank and friendly” between the president-elect Trump and the Japanese prime minister Shinzo Abe last November 17, the first informal meeting for the incoming administration with a foreign head of government. The second step, which is more symbolically and politically significant, is the announcement of Abe’s visit to Pearl Harbour, in concomitance with the celebrations in memory of Japanese air attack on US port of Hawaii, which claimed 2,400 victims and pushed the USA to enter the war 75 years ago, on December 7, 1941.

The visit, planned for the end of December, promises to be an act of historic significance that aims to strengthen ties between the two countries and to inaugurate a new phase in bilateral relations between the shores of the Pacific. The more concrete aspects concern the Japanese need to reduce the uncertainties regarding the future US policy toward the Rising Sun, fueled by the unregulated Trump presidential campaign that, among other things, urged Tokyo to contribute more to the costs for the US military bases on Japanese soil.

The visit will culminate with a summit between Japanese Prime Minister and the outgoing president Obama, the next 26 and 27 December, delivering a clear message to the new administration: the alliance works as it is and should not be questioned. Obama and Abe have decisively contributed, on several occasions, to cement strategic cooperation between their countries. In 2015 the common defense guidelines were updated and the Japanese Self-Defense Forces were authorized to intervene in the US Army side in a limited number of scenarios.

Trump, however, has not been kind to Japan during the recent presidential campaign. After asking for more money to continue to ensure the presence of American military bases in the Archipelago, the candidate Trump criticized Obama for having visited Hiroshima, in the role of first US president to pay homage to the victims of the nuclear bombing that ended the World War II in the Pacific. According to Trump, Obama would have also remembered the victims of the Japanese attack on Pearl Harbour where “thousands of American lives have been lost.”

The next visit of Abe, therefore, serve to compensate for the gesture of Obama’s opening and to give the new administration the image of a Japan willing to look at the past with different eyes. According to the analyst Kent Calder, from Johns Hopkins University, the Abe’s visit will make the alliance with Japan more acceptable for Trump supporters, facilitating future relations.

On the Japanese front, Abe has always seemed willing to question that page of national history, at least in part by recognizing the responsibilities of his country. During a joint session of Congress, last year, the Prime Minister of Sol Levante made express reference, for the first time, to the Pearl Harbour attack, without offering an official apology. Also in anticipation of the visit of late December, the issue of apologies will remain suspended. Abe intends to bring “comfort” to the Japanese victims of the attack of 75 years ago and pay tribute to their memory, but can not be expected to use a straightforward language that can be read at home as the formulation of a public apology in favor of the former enemy.

On the American front, Abe’s visit could hurt the feelings of the survivors victims relatives, a concern which the incoming administration is certainly very sensitive to. Josh Earnest, the current Press Secretary of the White House, does not rule out that the Japanese visit will embitter the victims of the attack, even after so much time. Earnest, however, said he is confident that many will put aside their dose of bitterness, recognizing the historic significance of the event.

The visit promises, then, to be a success for Obama, who seeks to consolidate its legacy with a symbolic and diplomatic victory at a time when its main achievements on the international front, the agreement on the Iranian nuclear and the reconciliation between Washington and Havana , risk to be overwhelmed by the wave of the new Trump administration.

Shinzo Abe will be the one ,however, to reap the best fruits. The visit will serve to the prime minister to shake off the label of the historical revisionist, who accompanies him since his election, and that tarnishes his image at home and especially abroad. Fumiaky Kubo, a historian interviewed by the Japan Times, argues that Abe, despite the bad reputation, has made ” has made more progress in wartime reconciliation than any other prime minister. This
could be a model case for a reconciliation and set an example that both sides have to make efforts”

At a time when the TPP (Trans Pacific Partnership) seems doomed to failure, and the territorial dispute over the islands between Kamchatka and Hokkaido that opposes Japan to Russia is stopped into a siding, a strengthening of the partnership with the US could be the succes Abe needs to boost his government’s action on the international stage. Even at the risk of watering down the verve of nationalism that has always characterized is administration.

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Luca Marchesini
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