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Francesca Scalpelli - page 3

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L’accordo per il coordinamento delle misure che limitano la libera circolazione nell’Unione europea

EUROPA di

Il 13 ottobre, il Consiglio dell’Unione europea ha raggiunto un accordo grazie al quale le misure che limitano la libera circolazione a causa della pandemia da coronavirus saranno più chiare e prevedibili. L’obiettivo è evitare frammentazioni e interruzioni ed accrescere la trasparenza e la prevedibilità appannaggio di cittadini ed imprese. Nel dettaglio, i Ministri competenti per ogni Stato membro hanno concordato un approccio coordinato che comprende una cartina unica, pubblicata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in cui il livello di rischio delle regioni europee sarà indicato utilizzando un sistema a semaforo. Un approccio ben coordinato, prevedibile e trasparente all’adozione delle restrizioni alla libertà di circolazione è necessario per prevenire la diffusione del virus, tutelare la salute dei cittadini e al contempo salvaguardare la libera circolazione nell’Unione, in condizioni di sicurezza.

Il contesto

La libera circolazione e dunque il diritto dei cittadini europei di spostarsi e risiedere liberamente nell’Unione europea, nonché l’assenza di controlli alle frontiere interne, sono alcuni dei risultati più importanti dell’UE e un motore importante dell’economia europea. Di conseguenza, le restrizioni al diritto fondamentale alla libera circolazione nell’UE dovrebbero essere imposte solo se strettamente necessarie per far fronte a rischi per la salute pubblica e dovrebbero essere coordinate, proporzionate e non discriminatorie.

Per limitare la diffusione della pandemia da coronavirus i 27 Stati membri dell’UE hanno adottato varie misure, alcune delle quali, come l’obbligo di sottoporsi a una quarantena o a un test, hanno inciso su tale libertà fondamentale. Pur mirando a salvaguardare la salute e il benessere dei cittadini, le misure in questione hanno avuto conseguenze notevoli per l’economia europea e per i diritti dei cittadini. Pertanto, il 4 settembre, la Commissione europea, ha presentato una proposta di raccomandazione del Consiglio dell’UE per un approccio coordinato alla limitazione della libertà di circolazione.

La raccomandazione del Consiglio dell’UE

Al fine di limitare tali conseguenze, il Consiglio dell’UE ha accolto la proposta della Commissione ed ha concordato un approccio coordinato alle restrizioni di viaggio connesse alla pandemia da Covid-19, il quale comprende una cartina unica, pubblicata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in cui il livello di rischio delle regioni europee sarà indicato utilizzando un sistema a semaforo. Le regioni saranno contrassegnate dai colori “verde”, “arancione”, “rosso” e “grigio” (se le informazioni disponibili non risultano essere sufficienti). I fattori considerati saranno: il “tasso cumulativo dei casi di infezione da coronavirus registrati in 14 giorni“, vale a dire il numero totale di nuovi casi di infezione da coronavirus registrati ogni 100 000 abitanti negli ultimi 14 giorni; il “tasso di positività dei test“, ossia la percentuale di test positivi all’infezione da coronavirus nell’ultima settimana; il “tasso di test effettuati“, cioè la percentuale di test del coronavirus effettuati ogni 100 000 abitanti nell’ultima settimana.

In base alla cartina gli Stati membri decideranno se introdurre determinate restrizioni o misure di precauzione, come la quarantena o un test, nei confronti di viaggiatori provenienti da altre zone dell’UE. In particolare, gli Stati membri hanno convenuto che non vi saranno restrizioni per i viaggiatori provenienti da regioni “verdi”, mentre i viaggiatori provenienti da regioni “arancioni” o “rosse” potranno essere soggetti all’imposizione di misure restrittive.

Consultata insieme alle informazioni messe a disposizione sulla piattaforma web “Re-open EU”, la cartina permetterà così ai viaggiatori di sapere a quali misure saranno soggetti recandosi in un’altra regione dell’UE.

Ai sensi della raccomandazione del Consiglio dell’UE, la quale non risulta essere giuridicamente vincolante, gli Stati membri dovrebbero fornire informazioni chiare, complete e tempestive sulle eventuali restrizioni alla libera circolazione, con il massimo anticipo possibile rispetto all’entrata in vigore delle nuove misure. Come regola generale, tali informazioni dovrebbero essere pubblicate 24 ore prima della loro entrata in vigore, tenendo conto del fatto che le emergenze epidemiologiche necessitano una certa flessibilità.

Quanto all’estensione dell’accordo raggiunto il 13 ottobre, esso si applica a tutti i paesi dell’UE e al Regno Unito durante il periodo di transizione, inoltre la cartina comprenderà anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia.

Le dichiarazioni

“A causa delle restrizioni di viaggio, per alcuni dei nostri cittadini è oggi difficile recarsi al lavoro, all’università o far visita ai propri cari. È nostro dovere comune garantire il coordinamento di tutte le misure suscettibili di incidere sulla libera circolazione e fornire ai nostri cittadini tutte le informazioni di cui hanno bisogno per decidere in merito al loro viaggio” ha dichiarato Michael Roth, Ministro aggiunto per l’Europa della Germania.

Quanto alla Commissione europea, compiacendosi per l’accordo raggiunto dal Consiglio ha affermato: “Accogliamo con favore questo accordo, che fa maggiore chiarezza nella situazione di confusione attuale. La coesione fra gli Stati membri invia un segnale forte ai cittadini ed è un chiaro esempio di come l’UE agisca dove e quando è assolutamente necessario. Abbiamo imparato la lezione: non sormonteremo la crisi chiudendo unilateralmente le frontiere, ma attraverso uno sforzo collettivo”.

 

 

Il Consiglio europeo e la ricerca di un ruolo globale dell’UE

EUROPA di

Il 1° e 2 ottobre, i Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri dell’Unione europea si sono riuniti a Bruxelles per un Consiglio europeo che ha adottato conclusioni su molteplici questioni cruciali. I leader presenti hanno tenuto una discussione approfondita sulla gestione della pandemia di Covid-19 e sui suoi effetti nell’ambito del mercato unico, hanno condannato l’escalation nel mediterraneo orientale, hanno discusso sulle relazioni con la Cina e sanzionato l’inaccettabile violenza da parte delle autorità bielorusse nei confronti dei manifestanti pacifici, nonché le intimidazioni, gli arresti e le detenzioni arbitrarie a seguito delle elezioni presidenziali, di cui non riconoscono i risultati. Il Consiglio europeo ha chiesto altresì la cessazione immediata delle ostilità in Nagorno-Karabakh e ha condannato il tentato omicidio dell’oppositore russo Alexei Navalny. Si è trattato dunque, di un Consiglio europeo principalmente dedicato alla politica estera, nella costante ricerca di un ruolo di primo piano nelle dinamiche globali.

Covid-19 e ripercussioni economiche

Nell’ambito delle riunioni tenutesi il 1° e 2 ottobre, il Consiglio europeo ha ribadito la sua determinazione a restare unito nella gestione dell’emergenza dovuta al Covid-19 ed ha invitato il Consiglio dell’UE e la Commissione europea ad intensificare ulteriormente gli sforzi di coordinamento, nonché i lavori sullo sviluppo e sulla distribuzione di un vaccino a livello dell’Unione. Una solida base economica è ora essenziale per una crescita inclusiva e sostenibile, per la competitività, l’occupazione, la prosperità e il ruolo dell’Europa sulla scena mondiale. La pandemia di COVID-19 avrà un impatto duraturo sull’economia europea e mondiale, pertanto, il Consiglio ha sottolineato la necessità di tornare quanto prima al normale funzionamento del mercato unico nonché di perseguire una politica industriale europea ambiziosa ed accelerare la transizione digitale in Europa.

Le principali questioni in politica estera: Mediterraneo orientale e Bielorussia

Analizzando le questioni cruciali nell’ambito delle relazioni esterne, il Consiglio europeo ha ribadito che è nell’ nell’interesse strategico dell’UE avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale, nonché sviluppare relazioni di cooperazione reciprocamente vantaggiose con la Turchia. Nel dettaglio, dopo un lungo negoziato notturno, i Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri, hanno trovato un accordo sul modo in cui affrontare la politica estera turca nel Mediterraneo. I leader hanno minacciato Ankara di sanzioni se dovesse continuare a violare i confini di Cipro e Grecia ed al contempo hanno aperto al dialogo strategico. Il doppio messaggio nei confronti della Turchia è stato voluto soprattutto da Berlino e Roma, contrarie a sanzioni tout court.

Nelle conclusioni adottate emerge che i 27 si sono accordati per affermare che “in caso di rinnovate azioni unilaterali o provocazioni in violazione del diritto internazionale, l’Unione utilizzerà tutti gli strumenti e le opzioni a sua disposizione”. Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in una conferenza stampa notturna, ha ammesso che ci sono volute sette ore di “discussioni appassionate” per raggiungere tale compromesso. La dura presa di posizione è stata mossa dalle richieste di Cipro e in parte della Grecia, due paesi minacciati da Ankara nelle acque del Mediterraneo Orientale.

L’accordo sul mediterraneo orientale ha permesso altresì di sbloccare la questione bielorussa: gli Stati membri erano già da tempo d’accordo per sanzionare il regime dittatoriale e repressivo di Aleksander Lukashenko; Cipro, tuttavia, bloccava le misure restrittive in attesa di ottenere sanzioni anche sul versante turco. Il Consiglio europeo ha così condannato l’inaccettabile violenza da parte delle autorità bielorusse nei confronti dei manifestanti pacifici, nonché delle intimidazioni, degli arresti e delle detenzioni che hanno fatto seguito alle elezioni presidenziali, di cui i leader non riconoscono i risultati. In particolare, il Consiglio europeo ha annunciato di aver imposto sanzioni mirate a 40 politici e funzionari bielorussi considerati vicini al dittatore Alexander Lukashenko, il quale, tuttavia, non è stato incluso nella lista delle persone sanzionate, presumibilmente al fine di mantenere aperta la possibilità di raggiungere un accordo. Le sanzioni prevedono, tra le varie misure adottate, il divieto di viaggiare nell’Unione Europea e il congelamento dei conti bancari. Rileva che poco dopo anche gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni mirate contro otto funzionari bielorussi. Come ritorsione, la Bielorussia ha, a sua volta, imposto delle sanzioni nei confronti dell’UE, ha dichiarato di voler cancellare tutti gli accrediti di giornalisti stranieri nel Paese e di aver convocato i propri ambasciatori in Polonia e Lituania, chiedendo a questi due Paesi di ridimensionare la grandezza delle loro missioni diplomatiche a Minsk.

Le altre questioni in politica estera

Con riguardo ai rapporti con la Cina, il Consiglio europeo ha sottolineato la necessità di riequilibrare le relazioni economiche e di ottenere reciprocità, ha ricordato l’obiettivo di portare a termine entro la fine di quest’anno i negoziati relativi ad un ambizioso accordo globale UE-Cina in materia di investimenti ed ha invitato la Cina a rispettare i precedenti impegni assunti per rimuovere gli ostacoli all’accesso al mercato, nonché ad avviare negoziati sulle sovvenzioni all’industria in seno all’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, i leader dell’UE hanno incoraggiato la Cina ad assumersi una maggiore responsabilità nella risposta alle sfide globali, in particolare adottando una più ambiziosa azione per il clima, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e sostenendo le risposte multilaterali alla pandemia in corso.

Quanto al Conflitto in Nagorno-Karabakh, il Consiglio europeo ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità ed ha esortato le parti a rinnovare l’impegno a favore di un cessate il fuoco duraturo e di una risoluzione pacifica del conflitto. Il Consiglio auspica che l’Azerbaigian e l’Armenia aprano al più presto negoziati sostanziali senza precondizioni, considerando inaccettabili la perdita di vite umane e i danni alla popolazione civile.

Infine, il Consiglio europeo ha condannato il tentato omicidio dell’oppositore russo, Alexei Navalny, per mezzo di un agente nervino chimico militare, definendone l’uso una grave violazione del diritto internazionale. Il Consiglio europeo ha, pertanto, invitato le autorità della Federazione russa a cooperare con l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) al fine di garantire un’indagine internazionale imparziale ed assicurare la giustizia.

Stato di diritto: il rapporto della Commissione europea e un nuovo compromesso sul tavolo dei negoziati

EUROPA di

Sistemi giudiziari nazionali, quadri anticorruzione, pluralismo, libertà dei media e bilanciamento dei poteri: questi i temi principali per un sistema efficace di governance democratica affrontati dal report sullo Stato di diritto dell’UE, presentato il 30 settembre dalla Commissione europea. Il documento sottolinea che molti Stati membri hanno standard elevati, ma rileva altresì l’esistenza nell’Unione di seri problemi legati principalmente ai due Stati membri nel mirino in materia di Stato di diritto: Ungheria e Polonia. L’obiettivo del report è ampliare gli attuali strumenti dell’Unione europea con un nuovo meccanismo di prevenzione e promuovere un dibattito inclusivo e una cultura dello Stato di diritto in tutta l’UE. I governi dell’UE hanno, infatti, trovato un accordo su un meccanismo per legare i fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Resta ferma, tuttavia, l’opposizione dei Paesi dell’est. “Lo Stato di diritto e i nostri valori condivisi sono alla base delle nostre società. Fanno parte della nostra identità comune di europei. Lo Stato di diritto difende i cittadini dalla legge del più forte. Pur avendo standard molto elevati in materia di Stato di diritto nell’UE, abbiamo anche diversi problemi da affrontare” ha commentato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Il report della Commissione europea

La relazione sullo Stato di diritto, pubblicata dalla Commissione europea il 30 settembre, presenta sia una sintesi della situazione generale dello Stato di diritto nell’Unione europea sia, nei suoi 27 capitoli dedicati a ciascuno Stato membro, delle valutazioni specifiche circa gli sviluppi significativi legati allo Stato di diritto. I temi principali affrontati nell’ambito del report, per un sistema efficace di governance democratica, sono il sistema giudiziario, il quadro anticorruzione, il pluralismo dei media e altre questioni istituzionali relative al bilanciamento dei poteri.

I capitoli dedicati a ciascuno Stato membro si basano su una valutazione qualitativa effettuata dalla Commissione: si concentrano su una sintesi degli sviluppi significativi da gennaio 2019, introdotti da una breve descrizione fattuale del quadro giuridico e istituzionale rilevante per ciascun pilastro. La Commissione ha garantito un approccio coerente ed equivalente applicando la stessa metodologia ed esaminando gli stessi argomenti in tutti gli Stati membri, pur rimanendo proporzionata alla situazione specifica e agli sviluppi. Nell’ambito della preparazione della relazione, la Commissione ha altresì invitato le parti interessate a fornire contributi scritti, attraverso una consultazione mirata delle parti interessate aperta dal 24 marzo al 4 maggio 2020.

Il documento evidenzia che molti Stati membri hanno standard elevati, ma rileva altresì l’esistenza nell’Unione di seri problemi legati allo Stato di diritto. Il testo riflette, inoltre, sulle conseguenze delle misure di emergenza adottate dagli Stati membri a causa della crisi dovuta al Covid-19.

Con riguardo ai sistemi giudiziari, il report sottolinea che alcuni Stati membri stanno avviando riforme volte a rafforzare l’indipendenza della magistratura e stanno riducendo l’influenza del potere esecutivo o legislativo sul sistema giudiziario. Il tema continua però, per alcune realtà, e soprattutto nel caso della Polonia e dell’Ungheria, a destare preoccupazione, il che ha indotto l’avvio di procedure di infrazione.

In merito all’anticorruzione, la relazione evidenzia come diversi Stati membri abbiano adottato strategie organiche di lotta alla corruzione, mentre altri le stanno predisponendo. Per garantirne la riuscita è fondamentale comunque che vi siano un’attuazione e un monitoraggio efficaci.

Nota in gran parte positiva per la libertà e il pluralismo dei media nell’Unione europea: i cittadini dell’UE godono, infatti, di elevati standard di libertà e pluralismo. Soprattutto durante la pandemia di coronavirus, i media si sono dimostrati essenziali nella lotta alla disinformazione. Anche in questo caso, tuttavia, alcune valutazioni hanno individuato casi in cui la pressione politica sui media ha dato adito a gravi preoccupazioni.

Per quanto riguarda i sistemi di bilanciamento dei poteri istituzionali, invece, molti Stati membri hanno messo a punto strategie sistematiche per coinvolgere i portatori di interessi e garantire che le riforme strutturali scaturiscano da un ampio dibattito all’interno della società. Al tempo stesso, la relazione mostra che il ricorso eccessivo a una legislazione accelerata e di emergenza può destare preoccupazioni per quanto riguarda lo Stato di diritto.

Un nuovo strumento per legare i fondi europei al rispetto dello Stato di diritto

L’obiettivo che si pone il report presentato dalla Commissione è l’ampliamento degli attuali strumenti dell’Unione europea con un nuovo strumento di prevenzione, nonché la promozione di un dibattito inclusivo e di una cultura dello Stato di diritto in tutta l’UE. Quanto al primo obiettivo, rileva che, il 30 settembre, in concomitanza alla pubblicazione del report, il governo tedesco – che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea – ha riferito di aver ricevuto un mandato per introdurre un meccanismo che colleghi l’accesso ai fondi europei – e dunque anche il Recovery Fund – al rispetto dello stato di diritto, che al momento non è garantito in diversi paesi europei a guida semi-autoritaria, come Ungheria e Polonia. Si tratta del primo passo concreto, dopo il sostanziale fallimento degli strumenti legislativi adottati, per permettere alle istituzioni europee di ottenere un efficace strumento di pressione nei confronti dei governi dei paesi dell’Est, il cui margine di manovra economico dipende molto dai fondi che ogni anno ricevono dall’Unione Europea.

I governi di diversi Stati membri del Nord Europa hanno votato contro il compromesso raggiunto in Consiglio poichè ritengono che indebolisca eccessivamente i poteri a disposizione della Commissione Europe e che di conseguenza sia troppo simile ai meccanismi poco efficaci già in vigore. La proposta è stata ovviamente respinta anche dai governi dei paesi dell’Est e dunque dai diretti interessati. Nonostante la proposta sia stata approvata dal Consiglio e verrà negoziata col Parlamento nelle prossime settimane, i governi dei paesi dell’Est hanno, infatti, già lasciato intendere di volerla bloccare ponendo il veto su un’altra questione, molto più rilevante: l’approvazione del nuovo bilancio pluriennale 2021-2028, strettamente connessa al Recovery Fund.

La Commissione europea ha presentato un nuovo piano sulla migrazione e l’asilo

EUROPA di

Un nuovo inizio in materia di migrazione: il 23 settembre la Commissione europea ha proposto un nuovo patto sulla migrazione e l’asilo che contempla i diversi elementi necessari per un approccio europeo globale alla materia. Il piano mira a stabilire procedure migliori e più rapide durante tutto il sistema di asilo e migrazione e a garantire un equilibrio tra i principi di equa ripartizione della responsabilità e solidarietà. Ciò risulta fondamentale per ripristinare la fiducia tra gli Stati membri e nella capacità dell’Unione europea di gestire i flussi migratori. I due obiettivi principali del piano sono, infatti, costruire la fiducia e trovare un nuovo equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Tuttavia, il nodo principale risulta essere la condivisione dei rimpatri dei migranti, più che la condivisione dell’accoglienza.

L’esigenza di una riforma

Il fenomeno della migrazione risulta essere molto complesso, con molteplici sfaccettature che devono essere analizzate congiuntamente: dalla sicurezza delle persone che cercano protezione internazionale o una vita migliore, alle preoccupazioni dei paesi che si trovano in prossimità delle frontiere esterne dell’UE, che temono le ripercussioni delle pressioni migratorie e che necessitano di solidarietà,  alle preoccupazioni di altri Stati membri, i quali paventano che, in caso di mancato rispetto delle procedure alle frontiere esterne, i rispettivi sistemi nazionali di asilo, integrazione o rimpatrio non siano in grado di far fronte a eventuali grandi flussi. Il sistema attuale basato sul Regolamento di Dublino non risulta essere efficiente e negli ultimi cinque anni, dopo l’apice dei flussi migratori aventi come destinazione le coste europee raggiunto nel 2015, l’Unione europea non è riuscita a porvi rimedio. Il Regolamento di Dublino, infatti, attualmente, si presenta come un collo di bottiglia legislativo che trattiene in Italia e in Grecia, i due Stati di maggior approdo, migliaia di migranti che arrivano via mare, considerato dagli esperti di immigrazione datato e inefficiente.

L’UE è chiamata dunque a superare l’attuale situazione di stallo e dimostrarsi in grado di gestire un fenomeno così complesso e con ripercussioni cruciali.

Il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo

Con il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo presentato il 23 settembre, la Commissione europea propone soluzioni comuni a quella che è una sfida europea, che coinvolge, seppur in misura diversa, tutti gli Stati membri. Le proposte tengono fede all’impegno assunto dalla Presidente Ursula von der Leyen nei suoi orientamenti politici e sono state anticipate nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione dello scorso 16 settembre. Inoltre, il patto si basa su consultazioni approfondite con il Parlamento europeo, tutti gli Stati membri, la società civile, le parti sociali e le imprese, e mira a garantire un attento equilibrio che integra le loro prospettive.

Il primo pilastro proposto dalla Commissione per promuovere la fiducia nella materia migratoria consiste in procedure più efficienti e più rapide. In particolare, la Commissione propone di introdurre una procedura integrata di frontiera che, per la prima volta, prevede accertamenti preliminari all’ingresso riguardo all’identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell’UE senza autorizzazione o che sono sbarcate in seguito a un’operazione di ricerca e soccorso.

Il secondo pilastro del patto è l’equa ripartizione della responsabilità e la solidarietà: gli Stati membri saranno tenuti ad agire in modo responsabile e solidale. Ogni Stato membro, senza eccezioni, deve, infatti, contribuire a stabilizzare il sistema generale, sostenere gli Stati membri sotto pressione e garantire che l’Unione adempia ai propri obblighi umanitari.

In aggiunta, l’UE cercherà di promuovere partenariati su misura e reciprocamente vantaggiosi con i paesi terzi, nonché di dar vita ad un sistema comune dell’Unione per i rimpatri, al fine di rendere più credibili ed effettive le norme dell’UE in materia di migrazione. Proporrà, inoltre, una governance comune per la migrazione con una migliore pianificazione strategica per garantire che le politiche dell’UE e quelle nazionali siano allineate, e un monitoraggio rafforzato della gestione della migrazione per rafforzare la fiducia reciproca. La gestione delle frontiere esterne sarà migliorata attraverso il corpo permanente della guardia di frontiera e costiera europea, il cui impiego è previsto a partire dal 1º gennaio 2021, che fornirà un maggiore sostegno ovunque necessario.

In sostanza, tuttavia, la nuova proposta punta a condividere lo sforzo europeo sui rimpatri più che sull’accoglienza: prevedendo la possibilità di scegliere se accogliere concretamente i richiedenti nel proprio territorio oppure se aiutare i paesi di primo ingresso, cioè Italia, Grecia e Spagna, a rimpatriare un numero pari di richiedenti asilo la cui richiesta di protezione è stata negata, oppure, terza opzione, finanziare centri di accoglienza nei paesi di primo ingresso o programmi di sviluppo nei paesi di origine dei richiedenti.

Dichiarazioni e prossime tappe

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato “Oggi proponiamo una soluzione europea per ricostruire la fiducia tra Stati membri e per ripristinare la fiducia dei cittadini nella nostra capacità di gestire come Unione”. “L’Ue ha già dato prova in altri settori della sua capacità di fare passi straordinari per conciliare prospettive divergenti – ha affermato la Von der Leyen – Ora è tempo di alzare la sfida per gestire la migrazione in modo congiunto, col giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità”.

Spetta ora al Parlamento europeo ed al Consiglio esaminare e adottare l’intera legislazione necessaria per realizzare una vera politica comune in materia di asilo e migrazione. Data l’urgenza della situazione in vari Stati membri, i legislatori europei sono invitati a raggiungere un accordo politico sui principi fondamentali del regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, nonchè ad adottare il regolamento relativo all’Agenzia dell’UE per l’asilo e il regolamento Eurodac entro la fine dell’anno. Anche la direttiva sulle condizioni di accoglienza, il regolamento qualifiche e la rifusione della direttiva rimpatri dovrebbero essere adottati rapidamente, sulla base dei progressi già compiuti dal 2016.

Summit UE-CINA: risultati e prospettive

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Commercio ed investimenti, cambiamenti climatici e biodiversità, risposta alla pandemia da COVID-19 e diritti umani: questi i principali temi affrontati da Unione europea e Cina, il 14 settembre, nell’ambito di un summit in videoconferenza. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ed il Presidente cinese Xi Jinping hanno presieduto il vertice, al quale hanno partecipato altresì la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e la Cancelliera Angela Merkel, in virtù della presidenza tedesca del Consiglio dell’UE. La riunione ha offerto l’opportunità di dare seguito alle discussioni tenutesi, lo scorso 22 giugno, nell’ambito del 22 ° vertice annuale UE-Cina, e si è dimostrata un’occasione importante per mantenere lo slancio degli scambi ad alto livello UE-Cina, al fine di ottenere risultati concreti in linea con gli interessi e i valori dell’UE. Nel 2019, la Cina è stato, infatti, il terzo Paese di destinazione delle esportazioni agricole e alimentari europee per un valore di circa 14,5 miliardi di euro, mentre l’UE è il primo partner commerciale della Cina. “L’Europa deve essere un player, non un campo di gioco. Oggi abbiamo fatto un passo avanti per una relazione più equilibrata con la Cina. In alcune aree siamo sulla strada giusta, in altre dobbiamo fare ancora strada. Esistono differenze, ma siamo pronti a lavorare. Vogliamo una relazione economica basata su reciprocità, responsabilità” queste le parole del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al termine del summit. 

Commercio e investimenti

Il 14 settembre, Cina e Unione europea, nell’ambito del summit in videoconferenza, hanno deciso di accelerare i negoziati, avviati nel 2013, per un ambizioso accordo di investimento globale, Comprehensive Agreement on Investments (CAI): entrambe le parti hanno registrato progressi sulle norme che regolano il comportamento delle imprese statali, sul trasferimento forzato di tecnologia e sulla trasparenza delle sovvenzioni; l’UE ha, però, sottolineato che occorre lavorare con urgenza sulle questioni del riequilibrio dell’accesso al mercato e sullo sviluppo sostenibile, invitando la controparte ad intensificare i suoi sforzi su questi temi.  Con l’obiettivo di concludere entro l’anno i negoziati, è stato ribadito l’obiettivo comune di colmare al più presto le lacune rimanenti. A tal proposito l’Unione europea ha sottolineato che sarà necessario un impegno politico ad alto livello da parte cinese per raggiungere un accordo significativo. 

La Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha confermato passi in avanti in merito alle tematiche ancora oggetto di trattative, ma ha ribadito che ancora vi è molto da fare e che la Cina deve convincere l’Europa che valga la pena adottare l’accordo sugli investimenti. Ad oggi, infatti, le aziende cinesi avrebbero già accesso ai mercati europei, dove operano secondo regole di concorrenza eque, mentre lo stesso non avverrebbe per le aziende europee in Cina. Anche il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha ribadito che l’Unione europea chiede alla Cina maggiore reciprocità e parità di condizioni.

A tal proposito, le due parti hanno accolto con favore la firma dell’accordo UE-Cina sulle indicazioni geografiche, il quale migliorerà l’accesso al mercato cinese – in particolare per i prodotti agricoli europei di alta qualità – prevedendo il riconoscimento di 100 denominazioni alimentari europee ed altrettante cinesi. L’accordo in questione rappresenterà un duro colpo alle esportazioni di Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda, le quali non potranno più utilizzare i nomi protetti europei per i prodotti che rivendono in Cina. 

Cambiamenti climatici, biodiversità e Covid-19

Pechino e Bruxelles hanno, altresì, convenuto di stabilire un dialogo ad alto livello sull’ambiente e il clima, nonché in ambito digitale, per creare rispettivamente il partenariato verde sino-europeo e il partenariato digitale sino-europeo e perseguire, così, ambiziosi impegni congiunti. Con riguardo al cambiamento climatico ed alla biodiversità, l’UE ha incoraggiato la Cina a rafforzare i suoi impegni in materia di clima in termini di riduzione di emissioni di anidride carbonica e fissando l’obiettivo della neutralità climatica a livello nazionale. A tal proposito, l’UE ha poi incoraggiato la Cina a lanciare al più presto il suo sistema nazionale di scambio di quote di emissioni. Inoltre, l’Unione europea ha sottolineato l’importanza di una moratoria in Cina per la costruzione di centrali elettriche a carbone e il finanziamento della loro costruzione all’estero, come parte di un’iniziativa globale. 

L’UE ha sottolineato che gli impegni congiunti sulla biodiversità potrebbero cambiare le regole del gioco a livello globale e la Cina ha un ruolo chiave da svolgere come ospite della Conferenza delle parti il prossimo anno. Un ambizioso accordo globale sarebbe un risultato importante in tale ambito. 

Sulla risposta al COVID-19, l’UE ha sottolineato la responsabilità condivisa di partecipare agli sforzi globali per arrestare la diffusione del virus, promuovere la ricerca su trattamenti e vaccini e rafforzare il ruolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche attraverso la piena attuazione della Risoluzione dell’OMS dello scorso maggio. L’UE ha inoltre sottolineato che le misure di ripresa economica dovranno sostenere la transizione verso un’economia più verde e più sostenibile.

Diritti umani 

Occorre sottolineare che recentemente, la popolarità cinese in seno all’UE ha subito un brusco calo, soprattutto per questioni legate ai diritti umani. In particolare, l’Unione europea ha criticato la Cina per la presunta repressione della minoranza degli Uiguri nella regione autonoma del Xinjiang e per la questione di Hong Kong, dove le autorità hanno arrestato molti manifestanti pro-democrazia e dove, lo scorso 30 giugno, Pechino ha introdotto una nuova legge sulla sicurezza nazionale, che mina le libertà e l’autonomia dei cittadini. Non a caso, il 12 marzo 2019, l’UE aveva definito la Cina un “rivale sistemico” che promuove “modelli alternativi di governance”. Tale definizione servirebbe ad identificare la promozione da parte della Cina di un sistema di tipo autocratico, in contrapposizione con le democrazie di tipo europeo. In seguito al summit dello scorso 22 giugno, lo stesso Charles Michel ha dichiarato che, nonostante l’interdipendenza economica e la necessità di cooperare nell’ambito di tematiche come quella della lotta al cambiamento climatico, la Cina e l’UE non condividono gli stessi valori, sistemi politici ed il medesimo approccio al multilateralismo.

A tal proposito, il 14 settembre i leader dell’UE hanno ribadito le loro gravi preoccupazioni per l’erosione dei diritti e delle libertà fondamentali a seguito dell’imposizione della Legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, in violazione degli impegni internazionali della Cina. I leader hanno, inoltre, ribadito le preoccupazioni dell’UE per il rinvio delle elezioni del Consiglio legislativo e la squalifica dei candidati, nonché per il trattamento delle minoranze etniche e religiose, le limitazioni alla libertà di espressione e all’accesso alle informazioni. Sul tema le due parti hanno, infine, convenuto che, entro la fine dell’anno, in Cina, si svolgerà un dialogo sui diritti umani. 

Il caso Navalny e la condanna europea

EUROPA di

Il 20 agosto, Alexei Navalny, il principale oppositore del Presidente russo Vladimir Putin, dopo aver accusato malori durante un volo tra Tomsk e Mosca, costringendo l’aereo su cui viaggiava a fare un’atterraggio di emergenza a Omsk, è stato ricoverato in terapia intensiva per un presunto avvelenamento. Prima di permettere il suo trasferimento all’estero, i medici di Omsk hanno cambiato più volte versione sulle sue condizioni, escludendo un avvelenamento. Trasferito a Berlino, l’ospedale Charité  ha diffuso un comunicato stampa in cui spiega che Navalny sta ricevendo cure per un’intossicazione da inibitori della colinesterasi, pericolose tossine derivate dall’avvelenamento con un pericoloso agente nervino, il novichok, sviluppato in Russia tra gli anni 80 e 90 e già usato in passato per avvelenare gli oppositori del Presidente Putin. La Russia è chiamata urgentemente a fare chiarezza sul caso: questo l’appello della comunità internazionale, Germania in testa. Quest’ultima è a capo della presidenza di turno al Consiglio dell’UE, non a caso, il 3 settembre, è arrivata la reazione delle istituzioni europee, che hanno esortato i leader dell’UE a condannare in modo chiaro l’uso di un agente chimico contro Navalny, auspicando una risposta internazionale comune.

L’avvelenamento e l’accusa tedesca

Alexei Navalny ha 44 anni, oltre ad essere il più importante e noto dissidente politico di Vladimir Putin, è considerato anche un efficace giornalista investigativo, come dimostrato dalla pubblicazione di diverse inchieste che hanno portato alla luce scandali di corruzione. A causa della sua attività politica e del suo lavoro da giornalista, nel corso degli anni è stato più volte arrestato e oggetto di attacchi. Nel 2017 un attivista filo-putiniano lo attaccò con una sostanza chimica, lasciandolo parzialmente cieco da un occhio. Nel 2019 subì un presunto tentativo di avvelenamento mentre era in carcere per scontare una pena a 30 giorni di reclusione dopo aver organizzato una manifestazione non autorizzata. Fino a giungere allo scorso 20 agosto, quando durante un volo tra Tomsk e Mosca ha accusato malori derivanti da un avvelenamento da novichok, smentito da Mosca, ma certificato dall’equipe di medici che lo ha preso successivamente in cura a Berlino.

 

La Cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha chiesto in prima persona a Mosca di fare urgentemente chiarezza sul caso: “Ci sono domande a cui solo il governo russo può e deve rispondere” – ha incalzato – il mondo aspetterà le risposte”. “L’ospedale Charité ha dato incarico a specialisti di tossicologia dell’esercito tedesco per delle analisi – ha continuato la Cancelliera – adesso c’è un referto chiaro: Alexey Navalny è stato vittima di un agguato, con un agente chimico nervino del novichok. Questo veleno è stato rilevato senza alcun dubbio. E quindi è sicuro che sia stato vittima di un crimine. Avrebbe dovuto essere ridotto al silenzio”. “Io condanno a nome di tutto il governo con la massima forza l’accaduto”, ha concluso la Merkel.

Il Cremlino, da parte sua, respinge le accuse di un suo possibile coinvolgimento nel presunto avvelenamento di Navalny e sostiene che non vi siano motivazioni che giustifichino eventuali sanzioni contro la Russia.

La reazione europea

Il 3 settembre l’Unione europea, tramite una nota ufficiale del suo Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha condannato con la massima fermezza l’avvelenamento del leader dell’opposizione russa, Alexei Navalny. Borrell, chiarendo la posizione dell’Unione dopo la conferma dei risultati dei test eseguiti all’ospedale Charité di Berlino, ha auspicato una risposta internazionale comune, sottolineando il diritto di intraprendere “azioni appropriate” contro la Russia. Egli ha ribadito con fermezza che “l’uso di armi chimiche in qualsiasi circostanza è del tutto inaccettabile e costituisce una violazione del diritto internazionale”. L’Unione europea, pertanto, invita la Federazione russa a cooperare pienamente con l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) per garantire un’indagine internazionale imparziale.

 

Posizione condivisa anche dal Parlamento europeo, più di 100 eurodeputati di vari gruppi politici, infatti, in una lettera indirizzata alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea e all’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, hanno chiesto di avviare un’indagine internazionale e di considerare la possibilità di nuove sanzioni contro la Russia. “Rimaniamo estremamente scettici sul fatto che le autorità russe siano idonee e disponibili a indagare sul reale contesto di questo crimine – si legge nella lettera – Riaffermiamo la necessità da parte dell’Ue di istituire rapidamente il meccanismo di sanzione delle violazioni dei diritti umani dell’Ue, in modo da poter individuare i responsabili dietro agli attacchi contro esponenti dell’opposizione e giornalisti”. Anche il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, si è espresso chiaramente sulla questione in un tweet: “Il governo russo deve ascoltare l’UE. Tutta l’Europa è seriamente preoccupata per l’avvelenamento di Navalny con un agente nervino. Questo caso deve essere indagato a fondo” queste le sue parole.

 

Il 2 settembre anche la Nato si è espressa sull’avvelenamento, definendolo “scioccante” e condannandolo con forza, come si legge nel comunicato del Segretario generale Jens Stoltenberg.

 

 

Il vertice estivo franco-tedesco a Fort Bregançon

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La preoccupazione per l’aumento dei casi di Covid-19, il sostegno ad una mediazione europea in Bielorussia, l’allarme per le condizioni dell’oppositore russo Navalnyj e le tensioni nel Mediterraneo orientale: questi i principali temi affrontati dal Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e la Cancelliera tedesca Angela Merkel nel summit tenutosi il 20 agosto a Fort Bregançon, la residenza estiva del Presidente francese in Costa Azzurra. È il primo vertice tra i due leader in questa sede e la Cancelliera si è detta emozionata al pensiero che in quello stesso posto, nel 1985, François Mitterrand invitò il cancelliere Helmut Kohl. Merkel e Macron rafforzano, così, la ritrovata armonia tra le due potenze europee.

La sfida del Covid-19

Il 20 agosto, a Fort Bregançon, Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno passato in rassegna le principali questioni nell’agenda europea ed internazionale.

I due leader hanno espresso preoccupazione per l’aumento dei contagi da Covid-19 nei due Paesi ed in tutta Europa, chiarendo la linea comune nella politica di prevenzione e nella sperimentazione di un vaccino. Testare, tracciare, isolare: queste le parole d’ordine. “In questo momento ci sono più vaccini già nella fase 3 e abbiamo prospettive ragionevoli di avere un vaccino nei prossimi mesi” così Macron ha espresso la sua soddisfazione per la coordinazione europea nella ricerca. “Questo non risolve i problemi delle prossime settimane ma dei prossimi mesi” ha aggiunto.

I due leader hanno manifestato la volontà di non richiudere i rispettivi Paesi e di non privare ulteriormente i cittadini delle loro libertà, rimarcando la necessità di imparare a convivere con il virus, scovando ed isolando i focolai. “Vogliamo in ogni caso evitare che vengano di nuovo chiuse le frontiere nell’Unione europea” ha dichiarato Angela Merkel, per poi evidenziare l’importanza di concordare e sviluppare criteri simili nella gestione della pandemia, muovendosi su basi scientifiche.

Sulla scia del risultato raggiunto con il Recovery Fund, un programma finanziario senza precedenti per affrontare una crisi pandemica senza precedenti, Merkel e Macron hanno sottolineato che se l’obiettivo è comune a tutti gli Stati membri dell’Unione europea, il risultato è tangibile. L’imperativo è ora quello di scongiurare un nuovo confinamento, ridare slancio alla crescita europea ed unirsi in una sola voce nell’ambito della politica estera continentale.

Le altre questioni cruciali

Altro tema condiviso da Francia e Germania è la preoccupazione per le condizioni del leader dell’opposizione russa, Aleksej Navalnyj, avvelenato pochi giorni fa. I due leader hanno offerto a Continue reading “Il vertice estivo franco-tedesco a Fort Bregançon” »

La ricostruzione di Beirut passa per la Francia

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“Perché è il Libano. Perché è la Francia. Perché siete voi, perché siamo noi” queste le parole del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, che, dopo aver immediatamente mandato due aerei militari e un aereo civile per i primi aiuti di emergenza, ha interrotto le sue vacanze e si è precipitato a Beirut a poche ore dall’esplosione che il 4 agosto ha dilaniato la città. Macron ha incontrato le autorità locali, le forze politiche ed il popolo libanese, cogliendo così l’occasione per riaprirsi uno spazio di influenza in Medio Oriente. La Francia è, infatti, considerata una seconda patria da molti libanesi a causa dei forti legami storici tra i due Paesi. In virtù di questa cruciale relazione il 9 agosto Macron ha altresì organizzato una videoconferenza dei donatori, alla quale hanno partecipato anche i vertici delle istituzioni europee: i leader mondiali, riuniti in videoconferenza dal Presidente francese con il sostegno delle Nazioni Unite, hanno annunciato lo stanziamento di 250 milioni di euro per aiutare il Libano nella ricostruzione. Come ulteriore gesto di solidarietà, il 13 e 14 agosto la Ministra della Difesa francese, Florence Parly, si è recata a Beirut per accogliere la portaelicotteri Tonnere carica di aiuti per la capitale libanese.

L’esplosione e il viaggio di Macron

Quindici anni dopo l’esplosione dell’autobomba che uccise il Primo Ministro Rafiq Hariri – la cui morte mise fine all’occupazione siriana del Libano e cambiò la storia successiva del Paese – il 4 agosto un’altra tremenda deflagrazione ha ferito la Capitale libanese. Secondo la versione ufficiale riferita dal Presidente del Libano, Michel Aoun, a provocarla sarebbe stato un incendio in un deposito nel porto della città dove erano immagazzinate 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, sequestrate diversi anni fa da una nave. A poco più di una settimana dall’enorme esplosione, le operazioni di recupero dei corpi dalle macerie sono ancora in corso e ci sono grandi difficoltà ad affrontare le scarsità alimentari e i problemi sanitari che ne sono derivati. Non si è fatta attendere la reazione del popolo libanese che ha sin da subito manifestato contro quello che hanno definito “il crimine del secolo”, denunciando la corruzione sistemica presente nel Paese e la situazione già precaria del governo è precipitata con l’annuncio delle dimissioni l’11 agosto.

 

Neppure la manifestazione di solidarietà da parte dei leader mondiali, Francia in testa, si è fatta attendere. Il 6 agosto, due giorni dopo l’esplosione, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, si è recato a Beirut per testimoniare la solidarietà della Francia dopo la tragedia, ponendosi come primo Capo di Stato giunto sul posto. Macron, in nome dei legami storici tra i due Paesi, dopo aver incontrato le autorità locali, le forze politiche ed il popolo libanese, ha sottolineato che in Libano c’è bisogno di “profondi cambiamenti” da parte delle autorità, promettendo aiuti in cambio di riforme strutturali ed ha chiesto inoltre l’apertura di un’inchiesta internazionale sull’esplosione.

Il forte legame tra i due Paesi è di lunga data e deriva in particolar modo dal mandato francese della Siria e del Libano, un mandato della Società delle Nazioni di classe A creato dopo la Prima guerra mondiale in seguito alla caduta dell’Impero ottomano. Successivamente, la Francia ha coltivato le relazioni bilaterali e dunque l’influenza nel Paese Mediorientale, a causa del valore geopolitico del Libano, al fine di assicurarsi un posto privilegiato nel quadrante più cruciale e decisivo nelle grandi dinamiche globali. “Perché è il Libano. Perché è la Francia. Perché siete voi, perché siamo noi” queste le parole del Presidente Macron atterrato a Beirut.

A testimonianza del legame tra i due Paesi, nonché della frustrazione dei libanesi per la totale incapacità del governo nel garantire la sicurezza e la gestione dello Stato, rileva che una petizione per ricostituire un mandato francese in Libano ha raccolto più di 50.000 firme in 24 ore.

La conferenza internazionale dei donatori

Il 9 agosto la Francia ha altresì organizzato una videoconferenza dei donatori, alla quale hanno partecipato anche i vertici delle istituzioni europee. Macron, aprendo la conferenza internazionale da lui voluta ha affermato che “il mondo deve agire in fretta e con efficacia” per aiutare il Libano, sottolineando che “il caos e la violenza non devono vincere”.

I leader mondiali, con il sostegno delle Nazioni Unite, hanno annunciato lo stanziamento di 250 milioni di euro per aiutare il Libano nella ricostruzione. La Commissione europea donerà altri 30 milioni di euro al Libano per affrontare le prime necessità del post esplosione, come annunciato dal Commissario europeo per la gestione delle crisi, Janez Lenarcic. “L’Ue ha aiutato il Libano subito dopo l’esplosione mobilitando centinaia di soccorritori e inviando a Beirut equipaggiamento medico” ha dichiarato il Commissario, ringraziando tutti i Paesi europei che hanno manifestato solidarietà.  Lo stanziamento dei 30 milioni di euro si va ad aggiungere agli altri 33 milioni annunciati dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in una telefonata con il Presidente libanese, Michel Aoun. Gli aiuti europei saranno distribuiti attraverso le agenzie dell’ONU, le quali in una bozza dell’Emergency response framework’ (Efr) hanno stimato che al Libano serviranno 117 milioni di dollari nei prossimi tre mesi per rispondere alla crisi generata dalla devastante esplosione.

 

A rimarcare il ruolo della Francia in questa crisi è il viaggio della Ministra della Difesa francese, Florence Parly, a Beirut per accogliere la portaelicotteri Tonnere carica di aiuti per la capitale libanese. “Uno degli obiettivi è rendere il porto nuovamente operativo”, ha dichiarato Parly.

Lo Stato agonizzante della libertà di stampa in Ungheria

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La scorsa settimana, Szabolcs Dull, il direttore del giornale ungherese Index.hu – una delle poche testate ancora indipendenti – è stato licenziato per aver parlato delle pressioni esercitate dal Governo di Orban sul suo giornale. Dinanzi al rifiuto da parte del Consiglio di amministrazione di reintegrare Dull, oltre 70 membri della redazione hanno rassegnato le dimissioni in segno di protesta, accusando il governo ungherese di interferire sulla libertà di stampa e di minare l’indipendenza dei media. Negli ultimi anni, infatti, i sostenitori del Primo ministro nazionalista e conservatore, Viktor Orban, hanno assunto gradualmente il controllo dei media ungheresi e l’Ungheria è passata dal 23° all’89° posto, su 180 paesi, nell’indice sulla libertà di stampa stilato da Reporter senza frontiere. L’opposizione protesta ed il caso ungherese scuote l’Europa intera.

Il caso Dull

Fondato nel 1999, il sito di informazione indipendente ungherese Index.hu è diventato il portale di notizie più letto nel Paese dopo la chiusura nel 2014 e nel 2016 dei quotidiani Origo e Nepszabadsag. Index.hu è molto seguito in Ungheria – circa 1,5 milioni di visite giornaliere sul sito, in un paese con una popolazione di 10 milioni – grazie alla sua linea editoriale trasparente che promette di perseguire solo l’interesse dei lettori: ne risulta un giornalismo serio e competente.

Proprio in virtù dei valori propugnati dal giornale, il direttore Szabolcs Dull, la scorsa settimana, ha pubblicato un editoriale in cui ha avvisato i lettori che l’indipendenza della testata giornalistica era a rischio e di conseguenza quella dello staff editoriale. In particolare, questi timori si erano concretizzati alcuni mesi fa quando Miklos Vaszily, imprenditore vicino al Primo Ministro Orban, aveva acquisito il 50% di una società che controlla la pubblicità e le entrate di Index.hu. Vaszily gestisce tra le altre TV2, un’emittente vicina al governo ed è considerato uno dei fautori nella trasformazione della testata Origo in un portale pro-Orban.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’editoriale Dull è stato licenziato con l’accusa di aver inoltrato documenti riservati ad altri media. Come reazione, oltre 70 giornalisti si sono licenziati denunciando una manovra delle autorità finalizzata a compromettere il libero esercizio della professione. Anche la reazione dei cittadini ungheresi non è tardata ad arrivare: a Budapest migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare solidarietà ai giornalisti di Index.hu, in una manifestazione di protesta organizzata dal partito di opposizione Momentum.

È importante sottolineare che anche il proprietario del giornale online 24.hu, Zoltán Varga, che dirige il principale concorrente di Index, ha dichiarato che il governo ungherese sta cercando di screditare la sua società di media, la Central Media Group (Central Médiacsoport).

Il contesto e il ruolo dell’UE

Negli ultimi anni il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban, ha progressivamente adottato politiche sempre più autoritarie, assumendo anche il controllo dei media indipendenti del Paese. In Ungheria, infatti, molte testate sono state acquistate da uomini dell’entourage di Orban e circa 500 società di media – tra cui portali online, giornali locali, radio e canali televisivi – sono state raggruppate in un’unica fondazione finalizzata alla propaganda governativa. Non a caso l’Ungheria è passata dal 23° all’89° posto su 180 paesi nell’indice sulla libertà di stampa, stilato da Reporter senza frontiere, e circa il 90% dei media sono controllati dal governo.

Tale rapporto del governo ungherese con i media crea indignazione ed imbarazzo in Europa. Nel 2018 il Parlamento europeo ha chiesto al Consiglio di adottare provvedimenti per evitare che l’Ungheria violasse i valori fondanti dell’Unione in materia di indipendenza giudiziaria, libertà di espressione, corruzione, diritti di minoranze, migranti e rifugiati. Contro Budapest è stata avviata la cosiddetta procedura sullo Stato di diritto, ai sensi dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona. Tuttavia, nei primi mesi del 2020, una risoluzione del Parlamento Europeo ha denunciato che “l’incapacità del Consiglio di applicare efficacemente l’articolo 7 continua a compromettere l’integrità dei valori comuni europei e così a Strasurgo il partito di Orban, Fidesz, continua a restare nel Partito popolare europeo”.

Inoltre, rileva che nell’intesa raggiunta in seno al Consiglio europeo straordinario del 17-21 luglio, per evitare lo stallo nell’approvazione del Recovery Fund, si è approdati ad una formulazione abbastanza vaga sul meccanismo di condizionalità tra rispetto dello Stato di diritto e stanziamento dei fondi europei. A tal proposito, il presidente del partito Renew Europe, Dacian Ciolos ha dichiarato che “Il direttore è stato licenziato nella stessa settimana in cui Viktor Orban è tornato a Budapest dichiarando che i leader dell’Ue avevano promesso di far cadere contro il suo governo le procedure dell’articolo 7”. Ciolos, pertanto, ha chiesto al Consiglio europeo ed alla Commissione di “agire con urgenza” puntando il dito contro l’Europarlamento accusandolo “di legittimare il percorso illiberale di Orban”.

Governo Castex al completo: la nomina di 11 Segretari di Stato

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“La squadra è completa” ha dichiarato il Primo Ministro francese Jean Castex. Con la nomina di 11 nuovi Segretari di Stato, salgono a 43 i membri dell’esecutivo: 21 uomini e 22 donne, di cui 16 Ministri, 14 Vice Ministri e 12 Segretari di Stato (di cui solo uno, Gabriel Attal, portavoce del governo, è stato nominato il 6 luglio), oltre al Primo Ministro. Si tratta del Governo francese più numeroso della storia politica recente. Gli ex Primi Ministri, François Hollande, Nicolas Sarkozy e lo stesso Primo Ministro uscente Edouard Philippe, non hanno, infatti, mai avuto così tanti ministri nel loro entourage. Dobbiamo tornare all’era di Alain Juppé, nel 1995, per trovare un governo così numeroso. I profili selezionati, che rappresentano le diverse forze politiche della maggioranza, dimostrano il desiderio di premiare alcuni deputati meritevoli, ma anche di concentrarsi sulla sfera sociale, poiché la crisi economica dovuta al Covid-19 occuperà l’agenda per i prossimi due anni.

Le conferme

Il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, nella formazione del nuovo Governo guidato da Castex era ansioso di trovare “il giusto equilibrio tra continuità e necessario rinnovamento”. Non a caso, tra gli 11 Segretari di Stato nominati domenica 26 luglio – 20 giorni dopo la nomina di Ministri e Vice Ministri – 5 sono stati riconfermati, o addirittura “rafforzati” all’interno dell’esecutivo: si tratta di Sophie Cluzel, Jean-Baptiste Lemoyne, Cédric O, Laurent Pietraszewski e Adrien Taquet. Quest’ultimo, che ha guidato la riforma delle pensioni dallo scorso dicembre, nel nuovo Governo sarà responsabile della realizzazione del fascicolo sospeso a causa della pandemia di Covid-19 e su cui Macron punta molto per perfezionare il suo percorso di presidente riformatore. Inoltre, la crisi sanitaria richiede a Pietraszewski di occuparsi del portafoglio relativo alla salute sul lavoro. Sophie Cluzel, riconfermata Segretario di Stato per la disabilità, ha dichiarato “È una grande gioia poter riprendere il mio lavoro” ed ha aggiunto di voler “accelerare le misure a favore delle persone con disabilità”. La sua relegazione a semplice Segretario di Stato non ha convinto tutte le principali parti interessate: “L’assenza di un ministero delegato all’handicap è un segnale molto negativo” aveva lamentato il Presidente del Consiglio consultivo nazionale delle persone disabili, Jérémie Boroy. Anche Jean-Baptiste Lemoyne, Segretario di Stato incaricato del turismo, dei francesi all’estero e della Francofonia, continuerà il suo lavoro in un contesto fortemente segnato dalla crisi sanitaria ed economica. Da marzo, in particolare, ha lavorato per riferire le preoccupazioni dei professionisti del settore turistico, presenziando ad un comitato settoriale settimanale ed organizzando il rimpatrio di 190.000 turisti francesi bloccati all’estero. Cédric O, è invece il Segretario di Stato incaricato per la transizione digitale e le comunicazioni elettroniche: responsabile della diffusione dell’applicazione per il tracciamento dei contagi, StopCovid, Cédric O lavora in particolare su un sistema di identità digitale fornito dallo Stato, in modo che gli utenti di Internet possano identificarsi online con un’affidabilità pari a quella offerta dalla carta identità nel mondo reale. Infine, Adrien Taquet è stato rinnovato nelle sue funzioni di Segretario di Stato per l’infanzia e le famiglie. In particolare, Taquet sarà impegnato nel proseguimento del lavoro sui “primi 1000 giorni” del bambino, le cui conclusioni sono attese per settembre. Tra le questioni attuali vi sono poi l’estensione del congedo di paternità, la remunerazione del congedo parentale e la riflessione sulle disposizioni in materia di assistenza all’infanzia.

I nuovi Segretari di Stato

Tra i nuovi Segretari di Stato figura Clément Beaune, responsabile degli affari, che succede a Amélie de Montchalin. Precedentemente consigliere per l’Europa di Emmanuel Macron, Beaune, 37 anni, è stato molto influente nel dare forma alla politica europea del Presidente, dai negoziati sulla Brexit alla riforma dell’area dell’euro. Olivia Grégoire è la nuova responsabile dell’economia sociale, solidale e responsabile: ex direttrice aziendale, era Vicepresidente del comitato finanziario dell’Assemblea Nazionale; fondatrice di una società di consulenza di strategia aziendale per le PMI e le start-up, impegnata da molto tempo con la destra liberale e la destra centrale, Grégoire ha lavorato presso gli uffici ministeriali di Jean-Pierre Raffarin e Xavier Bertrand. Joël Giraud, è invece il Segretario di Stato incaricato per la ruralità. Il deputato per le Hautes-Alpes, delle fila del Partito radicale di sinistra ed eletto con LREM, è stato relatore generale per il bilancio. Egli entra nel governo per occuparsi di un portafoglio inesistente nell’esecutivo di Edouard Philippe ma che fa eco all’arrivo a Matignon di Jean Castex presentatosi come un uomo dei “territori”. Giraud è stato notato nell’ambito dei lavori dell’Assemblea nazionale nel 2019 per aver richiesto una seconda deliberazione sul voto di un controverso emendamento su un vantaggio fiscale concesso all’olio di palma.  Sarah El Hairy, è la responsabile dei giovani e dell’impiego: prima della sua elezione in Assemblea, la giovane donna è stata responsabile delle vendite nella cooperativa del voucher del Groupe Up. Lo scorso giugno aveva presentato al governo un rapporto “Per la filantropia francese”. Presso lo stesso Ministero dell’istruzione nazionale, della gioventù e dello sport, Nathalie Elimas, è stata nominata responsabile dell’educazione primaria. Elimas era membro della Commissione Affari sociali dell’Assemblea nazionale ed è stata anche consigliere regionale. Infine, in virtù della svolta ambientalista che intende compiere l’esecutivo, Bérangère Abba, è la Segretaria di Stato responsabile della biodiversità presso il Ministero della transizione ecologica. Nel 2019, ha co-firmato una rubrica su Le Monde che afferma che “l’ecologia è al centro dell’Atto II del quinquennio” e un’altra, nel 2018, su Le Journal du Dimanche, promuovendo l’”efficienza energetica” e chiedendo la chiusura delle centrali a carbone e nucleari. In questo fascicolo, è stata criticata dal sito Reporterre dopo la sua nomina al consiglio di amministrazione di Andra-l’agenzia nazionale di gestione dei rifiuti radioattivi- responsabile della discarica di Bure contro la quale Bérangère Abba era attiva. È stata altresì criticata per la sua posizione sul divieto d’uso del glifosato, che ha difeso, mentre votava a settembre 2018 contro la sua inclusione nella legge.

Francesca Scalpelli
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