GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Francesca Scalpelli - page 2

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Politica spaziale europea: l’UE investe 300 milioni di euro per promuovere l’innovazione nel settore

EUROPA di

Il 13 gennaio, nell’ambito della 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI) hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore. Si tratta di investimenti in un settore cruciale per l’Unione europea: nell’ultimo decennio, invero, gli importanti risultati ottenuti in materia spaziale hanno permesso all’Europa di accrescere il proprio prestigio scientifico e tecnologico, rafforzandone l’indipendenza strategica e la posizione di attore globale.

L’UE e la politica spaziale

Il tema dell’accesso allo spazio ha una rilevanza strategica alla quale i principali attori spaziali europei, e dunque l’Unione europea, l’Agenzia spaziale europea (ESA) ed i rispettivi Stati membri, sono chiamati a dare un chiaro indirizzo politico, industriale e tecnologico che permetta di consolidare la Politica spaziale europea. Quest’ultima fornisce agli europei innovazioni nelle attività quotidiane sulla Terra: infatti, lo sviluppo e l’utilizzo di complessi sistemi spaziali ed i servizi ad essi associati concorrono all’efficacia delle politiche europee in ambiti come la sicurezza e la difesa, l’agricoltura e la pesca, lo sviluppo e la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, i cambiamenti climatici e l’ambiente, i trasporti e l’energia. Inoltre, lo spazio offre l’opportunità di ampliare la competitività e l’innovazione dell’industria europea, di stimolare la crescita economica e di accrescere il sapere scientifico e tecnologico.

L’UE ha tre programmi spaziali faro: Copernicus, il più avanzato sistema di osservazione della Terra a livello mondiale, è un fornitore leader di dati di osservazione della Terra, aiuta a salvare vite in mare, migliora la risposta ai disastri naturali e consente agli agricoltori di gestire meglio i propri raccolti; Galileo, il sistema di navigazione satellitare globale europeo, fornisce informazioni di posizionamento e temporizzazione più accurate e affidabili per automobili autonome e connesse, ferrovie, aviazione e altri settori; EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service), infine, fornisce servizi di navigazione “safety of life” agli utenti del trasporto aereo, marittimo e terrestre in gran parte dell’Europa.

Il programma spaziale dell’Unione europea 2021-2027

Attualmente l’UE sta lavorando ad un programma spaziale pienamente integrato per il periodo 2021-2027 che riunisca tutte le attività delle istituzioni europee in un unico programma e fornisca in tal modo un quadro coerente per gli investimenti. A tal riguardo, il 16 dicembre 2020 il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sulla proposta di regolamento che istituisce il futuro Programma spaziale dell’Unione 2021-2027 e l’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale. La proposta dovrebbe essere finalizzata a breve nel contesto del più generale del Quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2027, ed applicarsi retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021.

Il nuovo regolamento intende assicurare in particolare: un ruolo più forte dell’UE quale attore di primo piano nel settore spaziale; dati e servizi spaziali di alta qualità, aggiornati e sicuri; migliori benefici socioeconomici derivanti dall’utilizzo di tali dati e servizi, per esempio maggiore crescita e creazione di posti di lavoro nell’UE; infine, maggiore sicurezza e autonomia dell’UE.

I nuovi investimenti

Nell’ambito della definizione di tale nuovo programma, il 13 gennaio, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), in seno alla 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore.

Nel dettaglio, Orbital Ventures, un fondo paneuropeo dedicato alle aziende nelle fasi di avviamento e iniziali, si concentra sulle tecnologie spaziali, comprese quelle a valle (comunicazioni, crittografia, conservazione e trattamento dei dati, geolocalizzazione, osservazione della Terra) e a monte (hardware, materiali, elettronica, robotica, razzi, satelliti). Quanto, invece, a Primo Space, un investitore italiano dedicato al trasferimento tecnologico in fase iniziale, è stato il primo fondo selezionato dal FEI nell’ambito del progetto pilota; si tratta di uno dei primi fondi dedicati al trasferimento tecnologico in Europa, nonché del primo in Italia, a dedicarsi esclusivamente alle tecnologie spaziali; esso investe in progetti o imprese nelle fasi iniziali e promuoverà la commercializzazione di innovazioni pionieristiche nell’industria spaziale in Europa.

Si prevede che InnovFin Space Equity Pilot sarà pienamente implementato nelle prossime settimane e sosterrà circa 50 società di tecnologia spaziale in tutta Europa.

Le dichiarazioni

Il Commissario per il Mercato interno, Thierry Breton, commentando i nuovi investimenti nel settore spaziale, ha dichiarato “Il rafforzamento della competitività nell’industria spaziale è un elemento essenziale per la ripresa del settore. Accolgo con grande favore questo investimento nelle PMI del settore delle tecnologie spaziali, che ci avvicina al nostro obiettivo di transizione digitale”. “Lo sviluppo del nostro settore spaziale ci aiuterà a rafforzare la nostra autonomia strategica, a mio avviso l’obiettivo principale della nostra generazione, che ingloba tutti i nostri obiettivi operativi” questo invece il commento del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

 

Il via libera della Commissione europea al vaccino di Moderna

EUROPA di

Il 6 gennaio la Commissione europea ha rilasciato un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata per il vaccino anti COVID-19 sviluppato da Moderna, il secondo vaccino autorizzato dall’Unione europea, dopo quello di Pfizer-BioNTech, già in fase di somministrazione negli Stati membri. L’autorizzazione fa seguito ad una raccomandazione scientifica positiva, basata su una valutazione approfondita della sicurezza, dell’efficacia e della qualità del vaccino in questione, condotta dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna, e già impiegato da qualche settimana negli Stati Uniti, ha fatto rilevare un’efficacia del 94% nel prevenire il Covid-19, simile a quella del 95% del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech e potrà essere somministrato ai maggiori di 18 anni.

L’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata

Lo scorso 30 novembre, Moderna, azienda statunitense che opera nel campo delle biotecnologie, ha presentato una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio per il vaccino anti COVID-19 all’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Quest’ultima aveva già avviato una valutazione progressiva dei dati nel corso del mese, analizzando la qualità, la sicurezza e l’efficacia del vaccino man mano che i dati diventavano disponibili. Il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA ha esaminato attentamente questi dati e raccomandato per consenso il rilascio di un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata formale. L’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata è uno dei meccanismi di regolamentazione dell’Unione europea tesi a facilitare l’accesso tempestivo a medicinali che rispondono ad un’esigenza medica non soddisfatta, anche in situazioni di emergenza come l’attuale pandemia da Covid-19. Tale autorizzazione si basa, dunque, su dati meno completi rispetto a quelli che sono richiesti per una normale autorizzazione all’immissione in commercio e vi si può ricorrere se il beneficio della disponibilità immediata di un medicinale risulta essere chiaramente superiore al rischio connesso alla disponibilità ancora parziale di dati. Tuttavia, una volta rilasciata l’autorizzazione condizionata, le aziende devono fornire, entro un certo termine, ulteriori dati anche da studi nuovi o in corso, a conferma del fatto che i benefici restano superiori ai rischi connessi.

Sulla base del parere positivo dell’EMA sul vaccino prodotto e sviluppato da Moderna, la Commissione europea ha verificato tutti gli elementi a sostegno dell’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata (motivazioni scientifiche, informazioni sul prodotto, materiale esplicativo per gli operatori sanitari, etichettatura, obblighi per i titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio, condizioni d’uso e così via) e ha consultato gli Stati membri prima di rilasciarla, in quanto responsabili dell’immissione in commercio dei vaccini e dell’uso del prodotto nei rispettivi paesi, ottenendo la loro approvazione.

I dettagli del vaccino

Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna, e già impiegato da qualche settimana negli Stati Uniti, potrà essere somministrato ai maggiori di 18 anni. Come il vaccino di Pfizer-BioNTech, il primo ad essere stato autorizzato nell’UE il 21 dicembre 2020, anche quello di Moderna è basato sull’RNA messaggero, mRNA, la molecola coinvolta nella codifica del materiale genetico per produrre le proteine trasferendo le istruzioni dal DNA al meccanismo di produzione delle proteine delle cellule. In un vaccino a mRNA, tali istruzioni permettono la produzione di frammenti innocui del virus che il corpo umano utilizza per costruire una risposta immunitaria al fine di prevenire o combattere la malattia. Nella somministrazione le cellule leggono le istruzioni genetiche e producono una proteina “spike”, cioè una proteina che si trova sulla superficie esterna del virus e attraverso la quale quest’ultimo entra nelle cellule e causa la malattia. Il sistema immunitario riconosce quindi tale proteina come estranea e produce difese naturali per contrastarla, vale a dire anticorpi e cellule T.

Nei test clinici, il vaccino di Moderna ha fatto rilevare un’efficacia del 94% nel prevenire il Covid-19, simile a quella del 95% del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech. Come quest’ultimo, anche quello di Moderna richiede la somministrazione di due dosi a distanza di circa tre settimane, ma la sua conservazione risulta essere meno complicata poichè richiede una temperatura di -20 °C contro gli almeno -70 °C richiesti da quello di Pfizer-BioNTech. Il vaccino di Moderna sembra essere però sensibilmente più costoso: quasi 15 euro a dose, contro i 12 di quello di Pfizer-BioNTech.

Prossime tappe e dichiarazioni

Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna fornirà all’UE, tra il primo e il terzo trimestre del 2021, un totale di 160 milioni di dosi, che si aggiungeranno alle 300 milioni di dosi del vaccino distribuito da BioNTech-Pfizer. Sulla divergenza nel numero di prenotazioni ha probabilmente inciso la minore capacità produttiva di Moderna, con i primi 20 milioni di dosi prodotti alla fine del 2020 destinati ai soli Stati Uniti. L’azienda sostiene, tuttavia, che nel 2021 potrà produrre tra i 500 e i 600 milioni di dosi per soddisfare la domanda globale, anche se non è chiaro quante di queste saranno destinate all’Unione Europea.

Secondo diversi osservatori, l’autorizzazione del vaccino di Moderna difficilmente cambierà lo stato della vaccinazione in Europa, per lo meno nell’attuale fase iniziale della campagna vaccinale. Gli stati membri hanno, invero, ricevuto le prime centinaia di migliaia di dosi, ma sono quasi tutti in ritardo nella loro somministrazione, anche a causa di alcune mancanze nell’organizzazione e della concomitanza con le festività natalizie. Quanto all’Italia, stando ai dati più recenti forniti dal governo, sono state impiegate circa 260mila dosi sulle quasi 470mila consegnate, posizionandosi prima in Europa e ottava al mondo nella campagna vaccinale.

Stella Kyriakides, Commissaria europea per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Questa impresa ci vede tutti coinvolti e tutti uniti. È per questo che abbiamo negoziato il più ampio portafoglio di vaccini al mondo per tutti gli Stati membri. Autorizziamo oggi un secondo vaccino sicuro ed efficace prodotto da Moderna che, insieme al vaccino BioNTech-Pfizer, garantirà una più celere distribuzione di 460 milioni di dosi nell’UE. E ne arriveranno altre. Gli Stati membri devono garantire che le vaccinazioni procedano a un ritmo altrettanto rapido. I nostri sforzi non cesseranno finché i vaccini non saranno disponibili per tutti nell’UE”.

“Con il vaccino Moderna, il secondo ora autorizzato nell’UE, avremo 160 milioni di dosi in più. E ne arriveranno altri: l’Europa si è assicurata fino a 2 miliardi di dosi di potenziali vaccini contro la COVID-19. Disporremo di vaccini sicuri ed efficaci in quantità più che sufficiente per proteggere tutti gli europei” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Deal! L’accordo sulle relazioni future tra Regno Unito e Unione europea

EUROPA di

Dopo quasi un anno di negoziati, scadenze disattese e posticipate, alla Vigilia di Natale, l’accordo sui futuri rapporti tra Regno Unito ed Unione europea è finalmente arrivato.  L’accordo garantirà alle due parti la possibilità di continuare a scambiare le merci senza l’imposizione di dazi e quote, nonché di proseguire la cooperazione su questioni di polizia e sicurezza, cambiamento climatico, energia e trasporti. Si tratta del più grande accordo commerciale bilaterale firmato da entrambe le parti, nonché dell’ultima intesa necessaria al completamento di una Brexit “ordinata” ed entrerà in vigore il 1° gennaio 2021, quando il Regno Unito concluderà l’uscita dall’Unione Europea, dando fine al processo iniziato con il referendum del 23 giugno 2016. Tuttavia, l’accordo pone altresì fine alla libera circolazione tra le due parti oltre a determinare l’uscita britannica da molti programmi europei, tra cui il programma di studio Erasmus+. Un Brexit Deal che evita il peggio, cioè l’uscita del Regno Unito senza accordo, ma crea pur sempre due mercati separati, per quanto interconnessi.

Il raggiungimento dell’accordo

Il 24 dicembre, quando ormai l’hard Brexit-vale a dire l’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo-sembrava essere vicina, l’Unione Europea e il Regno Unito hanno trovato un compromesso sull’accordo relativo alle relazioni future che entrerà in vigore il 1° gennaio 2021, quando il Regno Unito concluderà le fasi del recesso dall’Unione Europea. L’accordo sulle relazioni future rappresenta l’ultimo passo per completare una Brexit “ordinata”, dopo l’intesa sul recesso raggiunta nell’ottobre 2019 ed entrata in vigore lo scorso 1° febbraio.

L’accordo permetterà alle due parti di continuare a scambiare merci senza l’imposizione di dazi – quindi non si dovrà pagare quando le merci attraverseranno i rispettivi confini – né di quote – cioè non vi saranno limiti sulle quantità di beni commerciati – inoltre consentirà di proseguire la cooperazione già esistente in alcuni settori come polizia e sicurezza, cambiamento climatico, energia e trasporti. L’intesa offrirà, inoltre, alle aziende britanniche ed europee un accesso preferenziale al mercato della controparte rispetto alle regole minime stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Michel Barnier, Capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, ha dichiarato: “Siamo giunti al termine di quattro anni molto intensi, in particolare per quanto riguarda gli ultimi nove mesi durante i quali abbiamo negoziato il recesso ordinato del Regno Unito dall’UE e un partenariato completamente nuovo, che abbiamo finalmente concordato oggi. La protezione dei nostri interessi è stata la nostra preoccupazione principale durante tutti questi negoziati e sono lieto di quanto abbiamo conseguito. Spetta ora al Parlamento europeo e al Consiglio pronunciarsi su questo accordo”. “Deal is done”, l’accordo è fatto: così Boris Johnson, dal canto suo, ha confermato l’intesa raggiunta con l’Ue sul dopo Brexit sul suo account Twitter.

Le questioni più discusse

Le trattative tra Unione europea e Regno Unito sono durate circa otto mesi: sono state ostacolate dalla pandemia da Covid-19 – entrambi i capi negoziatori sono stati contagiati in primavera – e rese particolarmente complesse dall’ampia distanza tra le posizioni delle due parti su alcune questioni cruciali. Nel dettaglio, le principali questioni sul tavolo dei negoziati sono state il cosiddetto level playing field, vale a dire le regole per impedire che nel medio-lungo termine le aziende britanniche possano fare concorrenza sleale a quelle europee, il meccanismo di risoluzione per eventuali controversie e l’accesso dei pescatori europei alle acque britanniche.

Quanto all’ultimo punto – una questione di ridotta importanza economica ma di grande valore simbolico e politico sia per il Regno Unito che per alcuni Stati membri dell’UE come Francia, Danimarca e Paesi Bassi – si è trovato un accordo che prevede, nei prossimi cinque anni e mezzo, una riduzione del 25% del pesce pescato dalle imbarcazioni europee in acque britanniche. Il Regno Unito aveva inizialmente chiesto una riduzione di gran lunga maggiore (tra il 60 e l’80%) e in tempi più rapidi (tre anni) ma ha dovuto ridimensionare le sue pretese per il raggiungimento di un’intesa. Secondo l’associazione di categoria dei pescatori britannici, nel periodo di transizione che durerà fino al 2026, la quota di pesce pescato dalle imbarcazioni europee dovrà essere ridotta del 15% nel primo anno e poi per 2,5 % ogni anno successivo fino ad arrivare al 25 % nel 2025.

Sul cosiddetto level playing field Regno Unito e Unione europea hanno concordato un livello minimo di standard ambientale, sociale e sui diritti dei lavoratori da rispettare. L’accordo prevede la possibilità di intervenire nel caso in cui una delle due parti ritenga che l’altra stia praticando concorrenza sleale. Di qui la terza questione cruciale, il punto più importante che è stato oggetto di contesa negli ultimi mesi, vale a dire la governance dell’accordo e dunque il meccanismo di risoluzione per eventuali controversie: ai sensi del compromesso raggiunto le misure adottate per ristabilire la giusta concorrenza saranno valutate in un arbitrato entro 30 giorni dalla loro approvazione, con eventuali compensazioni nel caso in cui le misure venissero giudicate eccessive o ingiuste.

La fine della libera circolazione e del programma Erasmus +

L’aver raggiunto un’intesa sulle relazioni future tra Regno Unito ed Unione europea non significa che i cittadini britannici ed europei potranno agire come prima. Per quanto riguarda la libertà di movimento, i cittadini britannici non potranno più lavorare, studiare, iniziare un’attività o vivere negli Stati membri dell’Unione Europea liberamente e dovranno richiedere visti per soggiorni superiori ai 90 giorni. L’accordo stabilisce altresì la fine della libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea nel Regno Unito, punto indicato dal governo britannico come uno dei vantaggi della Brexit.

Il governo britannico, inoltre, non parteciperà più al programma di studio Erasmus+. A tal proposito il Primo Ministro Johnson ha dichiarato che il programma verrà sostituito con un altro, chiamato “Turing Scheme”, dal nome del matematico Alan Turing, il quale consentirà agli studenti del Regno Unito di studiare nelle università europee e nelle «migliori università del mondo». Il Regno Unito uscirà inoltre da molti altri programmi europei, come Galileo, il sistema di satelliti europeo che permette una maggiore precisione nell’utilizzo della tecnologia GPS.

I prossimi step

Data la portata dell’accordo, il più grande accordo commerciale bilaterale firmato da entrambe le parti, nei prossimi mesi il testo sarà presumibilmente ancora oggetto di micro-negoziati per risolvere questioni lasciate aperte.

Quanto ai prossimi step, prima di produrre definitivamente effetti giuridici, l’accordo dovrà ora essere approvato da tutte le parti interessate per poi, salvo sorprese, dare avvio alla concretizzazione della Brexit.

L’accordo definitivo sul bilancio pluriennale dell’UE

EUROPA di

Il 10 dicembre, i Capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’UE hanno trovato un accordo sull’approvazione del bilancio pluriennale per il periodo 2021-2027. Dopo una lunga e complessa trattativa, Polonia e Ungheria hanno rimosso il proprio veto ed hanno accettato un compromesso che prevede il mantenimento del meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto, ma con alcune limitazioni. Il meccanismo di condizionalità economica, invero, entrerà in vigore soltanto a partire dal primo gennaio e soltanto in relazione al budget appena approvato. Inoltre, nel caso in cui uno Stato membro decida di fare ricorso contro il meccanismo, bisognerà aspettare una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea prima di attivarlo. Il 16 dicembre è altresì giunta l’approvazione da parte del Parlamento europeo, prevedendo ulteriori 15 miliardi di euro per i principali programmi UE rispetto alla proposta originaria del Consiglio «per proteggere meglio i cittadini dalla pandemia COVID-19, fornire opportunità alla prossima generazione e preservare i valori europei».

L’approvazione da parte del Consiglio e la revoca del veto di Ungheria e Polonia

Dopo 10 settimane di intense negoziazioni, il 10 dicembre, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea, riuniti a Bruxelles, hanno trovato un accordo sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027. Un mese fa, Polonia e Ungheria, due Stati a guida semi-autoritaria, avevano posto il loro veto al bilancio in disaccordo con il nuovo meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto e che metteva i due paesi ad alto rischio di sanzioni. Il 10 dicembre entrambi i Paesi hanno accettato un compromesso che prevede il mantenimento del suddetto meccanismo di condizionalità economica ma con alcune limitazioni: entrerà in vigore soltanto a partire dal primo gennaio e soltanto in relazione al budget appena approvato. I due Paesi hanno ritirato il proprio veto dopo che gli altri 25 si sono impegnati a firmare una dichiarazione d’intenti in cui spiegano che il meccanismo verrà applicato senza pregiudizi, che sarà legato esclusivamente ai fondi europei, e che entrerà in vigore dopo una sentenza della Corte di Giustizia dell’UE, che molto probabilmente sarà interpellata da Ungheria o Polonia o dalla stessa Commissione europea.

Dopo l’approvazione dell’accordo, i due Paesi hanno affermato di considerare la dichiarazione di intenti una vittoria. Tuttavia, il testo dell’accordo, redatto un mese fa, non è stato modificato e il meccanismo entrerà effettivamente in vigore assieme al nuovo bilancio il 1° gennaio 2021. I Paesi Bassi hanno inoltre ottenuto che il meccanismo sarà retroattivo: riguarderà infatti anche le violazioni dello stato di diritto compiute prima della sentenza della Corte di Giustizia. Quanto a quest’ultima, vi sono pochi dubbi che la Corte possa respingere il nuovo meccanismo.

Se non fosse stato trovato un accordo sul bilancio pluriennale entro il 31 dicembre, l’Unione Europea sarebbe entrata in una fase di esercizio provvisorio, ipotesi finora senza precedenti. Per quanto riguarda, invece, l’approvazione del Recovery Fund da 750 miliardi di euro per la ripresa dopo la crisi provocata dal Covid-19– incluso nel Quadro finanziario pluriennale approvato – sarebbe stato possibile aggirare il veto di Polonia e Ungheria e procedere senza di loro, ma molti leader europei, tra cui la cancelliera tedesca Angela Merkel, hanno preferito una soluzione di unanimità.

La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha accolto la notizia complimentandosi con la presidenza di turno del Consiglio, detenuta dalla Germania, ed affermando che “L’Europa va avanti”. Quanto all’Italia, in seguito al raggiungimento del compromesso, il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha scritto su Twitter che l’accordo consente di sbloccare 209 miliardi di euro destinati al nostro Paese.

L’approvazione del Parlamento europeo

Il 16 dicembre è giunta altresì l’approvazione del Parlamento Europeo al Quadro finanziario pluriennale (QFP). Rispetto alla proposta iniziale del Consiglio sono stati previsti ulteriori 15 miliardi di euro per finanziare dieci programmi che hanno a che fare con sanità, ricerca, cultura e politica comune su migrazione e asilo «Per proteggere meglio i cittadini dalla pandemia COVID-19, fornire opportunità alla prossima generazione e preservare i valori europei». Grazie a questo compromesso, in termini reali, il Parlamento europeo triplica la dotazione per EU4Health, assicura l’equivalente di un anno supplementare di finanziamento per Erasmus+ e garantisce che i finanziamenti per la ricerca continuino ad aumentare.

I negoziatori hanno accettato il principio secondo cui i costi a medio e lungo termine per ripagare il debito che genererà il Recovery non devono essere coperti a scapito dei programmi di investimento del QFP. Pertanto, è stata elaborata una tabella di marcia per introdurre nuove “risorse proprie” – vale a dire delle tasse riscosse direttamente dall’UE – da inserire nel bilancio nei prossimi sette anni e far fronte così a tali costi aggiuntivi.

L’Europarlamento ha altresì approvato il regolamento che introduce il meccanismo di condizionalità economica e con riguardo alla spesa dei fondi del Next Generation EU ha garantito l’occorrenza di incontri regolari tra le tre principali istituzioni europee, al fine di valutare l’attuazione dei fondi messi a disposizione. In aggiunta, vi sarà una migliore tracciabilità per garantire che almeno il 30% dell’importo totale del bilancio dell’UE sostenga gli obiettivi di protezione del clima, e che il 7,5% della spesa annuale sia dedicata agli obiettivi di biodiversità a partire dal 2024, e il 10% dal 2026 in poi. Infine, last but not least, la parità di  genere sarà ora prioritaria nel QFP, attraverso un’approfondita valutazione dell’impatto di genere e il monitoraggio dei programmi finanziati.

 

L’ accordo sui fondi dell’UE per le politiche comuni in materia di asilo, migrazione e integrazione

EUROPA di

Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo sulle priorità di bilancio per le politiche di asilo, migrazione e integrazione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027. Il rinnovato Fondo “Asilo, migrazione e integrazione”, ammonterà a 9,882 miliardi di euro a prezzi correnti. Rafforzare la politica comune in materia di asilo, sviluppare la migrazione legale in relazione alle esigenze socioeconomiche degli Stati membri, promuovere un’efficace integrazione e inclusione sociale, contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi principali del fondo prefissati dai colegislatori.

Il Fondo asilo migrazione e integrazione

Il “Fondo asilo migrazione e integrazione” (Fami)” è uno strumento finanziario istituito con Regolamento UE n. 516/2014 avente l’obiettivo di promuovere una gestione integrata dei flussi migratori, sostenendo tutti gli aspetti del fenomeno: asilo, integrazione e rimpatrio. Tutti gli Stati membri dell’Unione europea, tranne la Danimarca, partecipano all’attuazione del Fondo. Nel dettaglio, quest’ultimo è gestito dalla Commissione europea tramite la sua Direzione Generale Migrazione e affari interni, con l’ausilio delle Autorità Responsabili del Fondo, vale a dire gli organismi pubblici degli Stati membri interessati. In Italia tale Autorità corrisponde al Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno.

Oltre ad avere una dimensione interna il Fami ha altresì una dimensione esterna, supportando azioni condotte in Paesi terzi, purché queste siano nell’interesse della politica dell’Unione in materia di immigrazione e degli obiettivi UE di sicurezza interna ed è inoltre impiegato per rispondere rapidamente alle emergenze, attraverso procedure che permettano di concedere finanziamenti in un breve lasso di tempo.

Il Fami nel quadro finanziario 2021-2027: l’accordo tra Parlamento e Consiglio

Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo politico sulle priorità di bilancio per le politiche di asilo, migrazione e integrazione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027: il rinnovato Fami ammonterà a 9,882 miliardi di euro a prezzi correnti. Rafforzare la politica comune in materia di asilo, sviluppare la migrazione legale in relazione alle esigenze socioeconomiche degli Stati membri, promuovere un’efficace integrazione e inclusione sociale, contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi principali del fondo prefissati dai colegislatori. Altri obiettivi includono la garanzia di rimpatri e riammissioni sicure e dignitose per coloro che non hanno diritto a rimanere nell’UE, nonché il supporto nel processo di reinserimento nei paesi terzi. Su richiesta del Parlamento europeo, il fondo dovrebbe altresì mirare a rafforzare la solidarietà e la condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri, in particolare nei confronti di coloro che sono più colpiti dalle sfide dei flussi migratori e dell’asilo, come Italia e Grecia, attraverso una cooperazione pratica.

La maggior parte dei fondi, circa il 63,5%, sarà destinata a programmi in gestione concorrente tra l’UE e gli Stati membri, le cui assegnazioni varieranno a seconda del numero di cittadini di paesi terzi residenti nel paese, domande di asilo ricevute, decisioni di rimpatrio prese e rimpatri effettuati. Il restante 36,5% sarà gestito direttamente dall’UE e sarà impiegato per rispondere rapidamente alle emergenze, all’ammissione umanitaria da paesi terzi e al reinsediamento di richiedenti asilo e rifugiati in altri Stati membri dell’Unione, “come parte degli sforzi di solidarietà”.

I negoziatori hanno altresì assicurato che i fondi potranno essere assegnati alle Autorità locali e regionali che implementano misure per sostenere il processo di integrazione nella loro comunità.

Gli europarlamentari sono riusciti ad aumentare la somma che i paesi dell’UE riceveranno per ogni persona reinsediata: 10.000 euro, contro i 7.000 euro previsti dal Consiglio, la stessa cifra che riceveranno per ogni persona ricollocata da un altro Stato membro. Inoltre, mentre nell’ambito del precedente quadro finanziario pluriennale 2014-2020 i paesi non hanno ricevuto fondi per l’ammissione umanitaria, ora riceveranno 6.000 € per ogni persona accolta con questo meccanismo, 8.000 € se si tratta di una persona vulnerabile.

Dichiarazioni e prossimi step

“Rinforzato, il nuovo fondo diventerà uno strumento chiave dell’UE per gestire la migrazione, l’asilo e l’integrazione in modo efficace e umano. La solidarietà non sarà solo una frase vuota, perché i paesi dell’UE riceveranno un generoso sostegno finanziario, anche attraverso il reinsediamento e il trasferimento. Le autorità locali e regionali avranno anche un accesso più facile ai fondi da spendere per l’integrazione e maggiori garanzie limiteranno la spesa al di fuori dell’UE, che è stata la priorità per il Parlamento” ha dichiarato la relatrice slovena Tanja Fajon – appartenente al gruppo dei Socialisti e democratici – in seguito al raggiungimento del compromesso.

Quanto ai prossimi passi, l’accordo tra il Parlamento e il Consiglio sarà ora finalizzato a livello tecnico, entrambe le istituzioni europee sono quindi chiamate ad adottarlo formalmente.

UE-ASEAN: il partenariato strategico e la cooperazione nella gestione del Covid-19

EUROPA di

Il 1° dicembre, la 23ª videoconferenza ministeriale ASEAN-UE ha riunito i Ministri degli Esteri dell’Unione europea e i loro omologhi dei 10 Stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. I ministri hanno ribadito il ruolo significativo svolto dall’ASEAN e dall’Unione europea nel plasmare l’agenda politica, socioeconomica e di sicurezza a livello regionale e globale, dando vita ad un partenariato strategico che sigla l’evoluzione delle relazioni. Riconoscendo l’unicum rappresentato della connettività e dall’ integrazione regionale dell’ASEAN e dell’UE, è stato ribadito l’impegno reciproco a promuovere la connettività all’interno e tra le due organizzazioni. In virtù del suo ruolo di primo piano tra tutti i partners del Sud-est asiatico, l’UE ha, inoltre, annunciato un nuovo programma da 20 milioni di euro per sostenere la preparazione e la capacità di risposta degli Stati membri dell’ASEAN nella gestione della pandemia da Covid-19.

Le relazioni UE-ASEAN

Le relazioni tra l’Europa e il Sud-est asiatico sono state ufficialmente avviate nel 1972. Tuttavia, è solo di recente che questo rapporto ha subito dei cambiamenti significativi.

Attualmente l’UE e l’ASEAN intrattengono efficaci rapporti di cooperazione in vari campi: dalla politica all’economia, dal commercio agli investimenti, dalla difesa alla sicurezza ed alla connettività tra i popoli. L’Unione europea ha istituto vari programmi per i Paesi membri dell’ASEAN-Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia, Sultanato del Brunei, Vietnam, la Birmania (Myanmar), Laos e Cambogia-al fine di aiutarli a fronteggiare le sfide non convenzionali legate alla sicurezza, ai cambiamenti climatici ed alle catastrofi ambientali, guadagnandosi un posto di primo piano tra tutti i partners dell’ASEAN.

Oltre a cooperare con l’ASEAN come organizzazione, l’UE mantiene altresì relazioni bilaterali con i singoli Stati membri, concretizzatesi ad esempio nell’Accordo di Libero Scambio UE-Singapore e in quello tra UE e Vietnam (EVFTA).

Nonostante l’esistenza di alcuni ostacoli, derivanti dalle differenze culturali, dalle distanze geografiche e politiche, nonché dalle differenze economiche e sociali, le due organizzazioni sono determinate nel trovare le strategie adatte per beneficiare dei vantaggi offerti dalla cooperazione internazionale, al fine di costruire un rapporto duraturo ed efficace.

La 23ª videoconferenza ministeriale: l’avvio del partenariato strategico

Il 1° dicembre, nell’ambito della 23ª videoconferenza ministeriale ASEAN-UE, le due organizzazioni hanno aperto un nuovo capitolo nella loro relazione di lunga data, diventando partners strategici.

Entrando nel merito della videoconferenza, quest’ultima è stata copresieduta dall’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e dal Ministro degli Affari esteri di Singapore, Vivian Balakrishnan, in qualità di paese coordinatore per le relazioni del dialogo ASEAN-UE. Al vertice hanno partecipato i Ministri degli Esteri o i loro rappresentanti di tutti gli Stati membri dell’ASEAN e dei 27 Stati membri dell’UE, oltre al segretariato dell’ASEAN e alla Commissione europea, rappresentata dalla Commissaria per le partnerships internazionali, Jutta Urpilainen. I ministri hanno ribadito il ruolo significativo svolto dall’ASEAN e dall’Unione europea nel plasmare l’agenda politica, socioeconomica e di sicurezza a livello locale e globale. Riconoscendo l’unicum rappresentato della connettività e dall’ integrazione regionale dell’ASEAN e dell’UE, è stato ribadito l’impegno reciproco a promuovere la connettività all’interno e tra le due organizzazioni. In tale ottica di rafforzamento della cooperazione attraverso la connettività è stato istituito un partenariato strategico, siglando l’evoluzione delle relazioni, con l’impegno a tenere regolari vertici tra i rispettivi leader.

La connettività tra i popoli è così promossa nello spirito di pace, inclusività, sviluppo, cooperazione, sostenibilità economica, fiscale, finanziaria, sociale e ambientale, fondandosi su condizioni di parità nonché su norme di mutuo vantaggio, in conformità agli standard internazionali pertinenti.

“Questo partenariato strategico rappresenta due elementi fondamentali: in primo luogo il riconoscimento del fatto che, davanti alla crescente insicurezza geopolitica e alle sfide al multilateralismo, l’UE e l’ASEAN avvieranno relazioni più strette. In secondo luogo, l’opportunità per un maggiore dialogo tra i leader così da tenere d’occhio e dare forma alle possibilità di una cooperazione più approfondita in materia di commercio, sicurezza e difesa, come anche di sviluppo sostenibile” queste le parole di Josep Borrell a conclusione della videoconferenza.

Il programma di aiuti per la gestione della pandemia da Covid-19

Oltre ad aver inaugurato un nuovo capitolo nell’ambito delle relazioni reciproche, l’Unione europea ha altresì annunciato, tramite la Commissaria per le partnerships internazionali, Jutta Urpilainen, un nuovo programma da 20 milioni di euro per sostenere la preparazione e la capacità di risposta degli Stati membri dell’ASEAN nella gestione della pandemia da Covid-19, migliorando il coordinamento regionale e rafforzando la capacità dei sistemi sanitari nel sud-est asiatico, con particolare attenzione alle popolazioni vulnerabili. Il programma di aiuti, che si inserisce nell’ambito della risposta globale dell’UE alla pandemia da coronavirus, ha una durata di 42 mesi e sarà attuato dall’Organizzazione mondiale della sanità, in stretta collaborazione con le autorità nazionali e il segretariato dell’ASEAN.

“Il programma di risposta e preparazione alla pandemia del sud-est asiatico fa parte della risposta di solidarietà da 350 milioni di euro dell’Unione europea per sostenere i nostri partner ASEAN nell’affrontare la pandemia COVID-19. Un forte coordinamento regionale sull’accesso a informazioni, attrezzature e vaccini è essenziale per superare questa crisi. Siamo in questo insieme e, come partner, più forti insieme ” ha dichiarato Jutta Urpilainen.

Francia: il violento sgombero della polizia e la contestata legge sulla sicurezza

EUROPA di

Gli eventi francesi tornano ad essere al centro dei dibattiti dell’opinione pubblica. Il 23 novembre la polizia francese ha sgomberato in modo violento centinaia di migranti che avevano allestito un accampamento in Place de la République, a Parigi. Le immagini del violento sgombero, diffuse dai media, hanno suscitato le proteste dei partiti di sinistra, ma anche di quelli che sostengono la maggioranza di governo, delle Ong e dei sindacati. Il giorno successivo, in un clima politico già compromesso da simili tensioni, si sono aggiunte nuove contestazioni in seguito all’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una controversa proposta di legge sulla sicurezza, presentata dal partito del Presidente Emmanuel Macron, La République En Marche. Nel mirino i diritti civili e la libertà di stampa: se la legge sarà approvata anche dal Senato renderà più complicato per i giornalisti raccontare le azioni violente o illegali della polizia, con il rischio che queste diventino più frequenti e diffuse. I due eventi risultano essere, dunque, strettamente connessi, in una Francia già provata dal secondo confinement nel tentativo di gestire l’aumento dei contagi da Coronavirus.

Lo sgombero a Place de la République

Il 23 novembre, con l’aiuto di volontari, circa 400 migranti – la maggior parte originari dell’Afghanistan – si sono accampati in Place de la République, piazza simbolica di Parigi, sede di numerose manifestazioni. Soltanto un’ora dopo le forze dell’ordine sono intervenute rimuovendo in modo violento le loro tende, in alcuni casi con le persone ancora all’interno, tra le proteste degli attivisti e degli stessi migranti, utilizzando gas lacrimogeni e granate assordanti per disperdere gli occupanti, i quali si sono rifugiati nelle vie adiacenti alla piazza.

I migranti, secondo l’associazione umanitaria “Utopia 56”, provenivano dal campo di Saint-Denis, sgomberato lo scorso 17 novembre. Il Prefetto della polizia di Parigi, Didier Lallement, all’inizio dell’anno ha deciso, infatti, di applicare il principio della “tolleranza zero” nei confronti dei campi di migranti nella capitale francese e da allora molti migranti si erano spostati proprio a Saint-Denis. Tuttavia, in seguito allo sgombero del 17 novembre, una parte dei essi era stata trasferita in centri di accoglienza o palestre nell’Ile-de-France, ma tra le 500 e le 1000 persone vagavano per le strade della periferia parigina.

Le immagini del violento sgombero, diffuse dai quotidiani e dai social network, hanno suscitato le proteste dei partiti di sinistra, ma anche di quelli che sostengono la maggioranza di governo, delle Ong e dei sindacati. Lo stesso Ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, ha scritto su Twitter di essere rimasto «scioccato» dalle immagini dello sgombero. «Ho appena richiesto al capo della polizia un rapporto dettagliato su cosa sia realmente successo, entro mezzogiorno di domani – ha aggiunto – Prenderò le decisioni del caso non appena lo avrò ricevuto». La Prefettura di Parigi e quella dell’Ile-de-France, che hanno gestito lo sgombero, hanno replicato che «la costituzione di tali campi, organizzata da alcune associazioni, non era accettabile» e hanno ricordato che «tutte le persone bisognose di alloggio sono invitate a venire nei centri diurni dove vengono loro offerte soluzioni adatte alla loro situazione».

Le Ministre della Cittadinanza e dell’Edilizia abitativa, Marlene Schiappa ed Emmanuelle Wargon, in un comunicato congiunto diffuso il giorno successivo, hanno dichiarato che i migranti dovrebbero essere trattati «con umanità e fraternità» e hanno assicurato che il Prefetto della regione Ile-de-France ha individuato «240 posti nei centri di accoglienza e nelle strutture ricettive di emergenza» e che «4.500 posti aggiuntivi per i richiedenti asilo saranno finanziati dal governo nel 2021».

La controversa legge sulla sicurezza

Il 24 novembre, in un clima politico già molto teso a causa degli eventi di Place de la République, si sono aggiunte nuove contestazioni in seguito all’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una controversa proposta di legge sulla sicurezza, presentata dal partito del presidente Emmanuel Macron, La République En Marche. I critici sostengono che, se sarà approvata anche dal Senato, colpirà i diritti civili e la libertà di stampa. L’Articolo 24, il più contestato, introduce un nuovo reato per chiunque diffonda immagini in grado di «danneggiare l’integrità fisica e morale» degli agenti di polizia, con condanne che possono arrivare ad un anno di carcere e al pagamento di 45mila euro di multa. La legge renderebbe più complicato per i giornalisti raccontare le azioni violente o illegali della polizia, con il rischio che eventi come quelle di Place de la République diventino più frequenti e diffusi.

Tra le altre cose, la legge in questione stabilisce le regole per l’uso di droni, restringe la vendita di fuochi d’artificio usati spesso dai manifestanti durante le proteste, e dà maggiori poteri agli agenti della polizia locale.

Si tratta dell’ultima di una serie di iniziative avviate negli ultimi mesi dal governo di Macron con l’obiettivo di contrastare il crimine e il terrorismo.

La nuova legge ha raccolto parecchi consensi a destra, ma allo stesso tempo ha suscitato l’indignazione della sinistra, che ha accusato Macron di voler andare incontro alle richieste della destra radicale in vista delle prossime elezioni presidenziali, che si terranno nel 2022.

A dicembre il Parlamento francese esaminerà un’altra proposta di legge voluta dal partito di Macron, avente l’obiettivo di contrastare quello che il Presidente, in un discorso tenuto ad ottobre, aveva definito «separatismo islamista», termine impiegato per indicare il fatto che molti membri della comunità musulmana vivrebbero in una «società parallela», porosa al fondamentalismo islamico e contraria ai valori secolari della Repubblica francese. Il discorso di Macron è stato seguito dal ritorno del terrore in Francia, pertanto, nei prossimi mesi, il Governo francese sarà chiamato ad agire con cautela e a ponderare le proprie azioni, in una Francia già provata dal secondo confinement nel tentativo di gestire l’aumento dei contagi da Coronavirus.

 

L’accordo sul bilancio pluriennale dell’UE in ostaggio del veto di Polonia, Ungheria e Slovenia

EUROPA di

L’iter di approvazione del bilancio pluriennale europeo per il periodo 2021-2027 si conferma lungo e complesso. Il 16 novembre, nell’ambito di una riunione del Consiglio dell’Unione europea, Ungheria e Polonia, come preannunciato, hanno posto il proprio veto sull’aumento delle risorse proprie dell’UE, opponendosi al meccanismo di condizionalità che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Pochi giorni dopo, anche la Slovenia si è detta contraria a tale meccanismo: la presa di posizione è giunta alla vigilia di una riunione dei Capi di Stato e di Governo degli Stati membri tenutasi il 19 novembre in videoconferenza. In tale sede è emersa la volontà degli altri Stati membri di “lasciare sbollire i riottosi” per ora, al contempo si è ribadita la necessità di giungere ad un nuovo compromesso il prima possibile. Il compromesso sul nuovo bilancio si trova dunque in ostaggio e nel mezzo di una corsa ad ostacoli.

Il veto di Ungheria e Polonia

Il 16 novembre, in seno ad una riunione del Consiglio dell’Unione Europea – l’istituzione europea che comprende i rappresentanti dei governi dei 27 stati membri – Ungheria e Polonia hanno posto il veto su uno dei pilastri del nuovo bilancio pluriennale europeo per il periodo 2021-2027, vale a dire sull’aumento delle risorse proprie dell’UE, che richiede un’approvazione all’unanimità. Si tratta di un pilastro che permetterà all’Unione Europea di emettere titoli comunitari da collocare sul mercato e finanziare così il Recovery Fund nonché altre importanti sezioni del nuovo bilancio pluriennale. Nel dettaglio, i due Paesi a guida semi-autoritaria si oppongono al meccanismo di condizionalità economica che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Il loro veto era stato preannunciato allorché il Consiglio e il Parlamento hanno trovato un accordo sul bilancio pluriennale: con l’entrata in vigore del nuovo meccanismo di condizionalità – il quale è stato comunque approvato nella riunione del Consiglio dell’UE, in quanto non è stata costituita una minoranza di blocco – entrambi otterranno, infatti, quasi sicuramente sanzioni o riduzioni dei propri fondi. Varsavia e Budapest si oppongono da anni all’introduzione di controlli più stringenti sui fondi europei, che ricevono in quantità ingente e utilizzano per rafforzare il controllo sull’economia e sulla politica esercitato dalla propria classe dirigente.

Il “no” arriva anche dalla Slovenia

Il 18 novembre anche la Slovenia si è detta contraria all’accordo tra Parlamento e Consiglio relativo al meccanismo che vincola l’erogazione di fondi comunitari al rispetto dello stato di diritto. In una lettera indirizzata fra gli altri al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il Premier sloveno, Janez Jansa, ha spiegato che ai suoi occhi solo “una istanza giudiziaria indipendente può spiegare cosa è lo stato di diritto, non una maggioranza politica”. Nella sua lettera di quattro pagine, il premier sloveno denuncia un’operazione basata “su due pesi e due misure” e sostiene che il meccanismo non sarebbe in linea con l’accordo politico raggiunto dai 27 Stati membri a luglio sul quadro finanziario per affrontare la pandemia da Covid-19. Janša ha poi aggiunto che la Slovenia si richiama al “rispetto incondizionato dello stato di diritto in tutti i casi e senza doppi standard”.

Intestatari della lettera sono anche la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, in qualità di presidente di turno del Consiglio dell’UE, e il capo del governo portoghese, Antonio Costa, prossimo presidente nel primo semestre 2021, prima di passare il testimone proprio alla Slovenia. Nei mesi scorsi Lubiana, a più riprese, si è allineata alle posizioni del Gruppo di Visegrad, in particolare sul tema dei migranti, partecipando anche in qualità di Paese ospite a riunioni del quartetto che comprende Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia.

Il Consiglio europeo e le prospettive future

Il 19 novembre i Capi di Stato e di Governo hanno tenuto una riunione in videoconferenza, come ormai avviene una volta al mese da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria ed economica. “Dobbiamo continuare le discussioni per trovare un compromesso” ha dichiarato in una conferenza stampa alla fine della riunione il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Secondo le informazioni raccolte a margine dell’incontro, sia il Premier polacco, Mateusz Morawiecki, che la sua controparte ungherese, Viktor Orbán, hanno preso la parola. La discussione è stata però breve, impegnando i leader per 30 minuti circa. Ciò che è emerso è il desiderio degli altri Stati membri di “lasciare sbollire i riottosi” per ora.

Diversi funzionari europei sono convinti che il veto dei tre Paesi potrebbe decadere dinanzi alla prospettiva di ottenere ancora più fondi, in virtù del fatto che le loro economie non possono permettersi di ricevere i fondi del nuovo bilancio in ritardo. Altri ritengono che soprattutto Ungheria e Polonia non cederanno finché il nuovo meccanismo di condizionalità economica non sarà modificato e diluito, dato che con il compromesso attuale rischiano seriamente di perdere il diritto a ricevere parte dei fondi. Una terza opzione sul tavolo è che gli altri Stati membri minaccino di separare il Recovery Fund dal bilancio pluriennale, istituendolo con un trattato intergovernativo simile a quello con cui nacque il MES. In questo modo Polonia e Ungheria verrebbero tagliate fuori: esclusione che non possono permettersi, data la loro dipendenza dai fondi europei.

Nei prossimi giorni emergerà la strategia dei governi europei più influenti, fra cui soprattutto quello tedesco che ha lavorato attivamente per il raggiungimento di un accordo sul bilancio europeo.

«Il potere di veto è obsoleto per l’UE e dannoso per chi la esercita» ha commentato il Ministro italiano per gli Affari Europei, Enzo Amendola, aggiungendo che sul Recovery Fund e il nuovo bilancio «non si può perdere tempo».

Bilancio pluriennale dell’Unione europea: l’accordo tra il Parlamento ed il Consiglio

EUROPA di

Il 10 novembre, il Parlamento europeo ed il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo preliminare sulla cruciale questione del budget pluriennale per il periodo 2021-2027. Si tratta di un passo decisivo per l’attuazione del Recovery Fund, il principale strumento comunitario per fronteggiare la crisi economica provocata dalla pandemia da coronavirus, rinominato Next Generation EU, nonché del nuovo meccanismo di condizionalità per il rispetto dello stato di diritto. Tra le voci che il Parlamento europeo è riuscito ad incrementare rispetto alla proposta iniziale del Consiglio – tradizionalmente più conservativa – figurano spese per la salute e la ricerca. Inoltre, è stato raggiunto un accordo vincolante – se sarà approvato in maniera definitiva – per dotare l’UE di risorse proprie da qui al 2027. Tuttavia, permangono diversi nodi che dovranno essere sciolti nelle prossime settimane dalle istituzioni europee.

Il compromesso

Martedì 10 novembre, il Presidente della Commissione Bilanci del Parlamento europeo, Johan Van Overtveldt, ha annunciato che l’Europarlamento ed il Consiglio dell’Unione europea – l’organo che comprende i rappresentanti dei 27 governi dell’UE – hanno raggiunto un compromesso sul bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2021-2027. Quest’ultimo è finanziato in maniera proporzionale dagli Stati membri dell’UE ed è il serbatoio utilizzato per il funzionamento delle istituzioni europee e per i cosiddetti fondi europei.  Le sue voci principali sono approvate ogni sette anni, anche se ogni anno vi sono dei piccoli aggiustamenti.

L’accordo raggiunto da Parlamento e Consiglio risulta essere molto importante in vista dell’attuazione di importanti misure al centro del dibattito negli ultimi mesi, in particolare del Recovery Fund, il principale strumento comunitario per fronteggiare la crisi economica dovuta alla diffusione del Covid-19, rinominato Next Generation EU, nonché del nuovo meccanismo di condizionalità per il rispetto dello stato di diritto.

 

Con riguardo all’entità del compromesso, escluso il Recovery Fund, il nuovo bilancio prevederà circa 1.074 miliardi di euro: una cifra molto simile a quella del bilancio precedente, pari a circa l’1% del PIL dell’UE. È il prezzo che i leader più progressisti e quelli più inclini ad aumentare il bilancio europeo hanno dovuto pagare per l’approvazione del Recovery Fund da parte dei Paesi più scettici. Anche le singole voci di spesa del bilancio non subiranno modifiche radicali. All’inizio dei negoziati il Parlamento europeo aveva chiesto ai singoli Stati di aumentare la disponibilità del bilancio in maniera significativa, fra 40 e 110 miliardi di euro, mentre il compromesso finale prevede 16 miliardi in più rispetto alla bozza proposta dal Consiglio, che perlopiù agiscono sulle voci di bilancio della salute e della ricerca.

Il pacchetto politico concordato dalle due istituzioni europee comprende: un rafforzamento mirato dei programmi dell’UE, tra cui Orizzonte Europa, EU4Health ed Erasmus+, pari a 15 miliardi; maggiore flessibilità per consentire all’UE di rispondere ad esigenze impreviste; maggiore coinvolgimento dell’autorità di bilancio nel controllo delle entrate nell’ambito di Next Generation EU; maggiore ambizione in materia di biodiversità, nonché un rafforzamento del monitoraggio della spesa per quanto riguarda la biodiversità, il clima e le questioni di genere; infine, una tabella di marcia per l’introduzione di nuove risorse proprie dell’UE.

Un fattore da tenere in considerazione è che tali fondi non saranno immediatamente disponibili: saranno infatti reperiti dalle eventuali multe che il dipartimento della Concorrenza dell’UE imporrà nei prossimi anni alle imprese che non rispettano le norme europee, dando per scontato che eccederanno quella cifra e che saranno effettivamente riscossi.

Step successivi e criticità

Quanto agli step successivi, l’accordo dovrà completare il suo iter legislativo e dunque essere approvato all’unanimità dalla plenaria del Parlamento Europeo – si tratterà perlopiù di una formalità – ma anche dal Consiglio dell’UE, dove, ai sensi dei trattati europei sarà necessario l’assenso di tutti i 27 Stati membri.

L’approvazione da parte del Consiglio dell’UE appare più complessa. Nel dettaglio, il Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán, ha già minacciato di porre il veto sull’intero bilancio pluriennale se il meccanismo di condizionalità economica non verrà modificato. D’altra parte, dallo scorso bilancio l’Ungheria ha ottenuto quasi 30 miliardi di euro, una cifra considerevole considerando che si tratta di un Paese che ha un PIL annuale da 160 miliardi di euro, pertanto, difficilmente potrà permettersi dei ritardi nell’erogazione dei suddetti fondi.

Inoltre, permangono dei nodi da sciogliere in merito al Recovery Fund, il quale dovrà essere negoziato nel dettaglio. A tal proposito, proprio il 10 novembre, in una decisione separata dai negoziati per il bilancio pluriennale, la commissione Bilanci del Parlamento ha approvato altresì la base negoziale per le trattative con il Consiglio, che si terranno nelle prossime settimane: fra le altre cose l’Europarlamento chiede di aumentare l’anticipo dei fondi totali ai governi nazionali passando dal 10 al 20 %, da versare entro la prima parte del 2021 per far partire subito i progetti selezionati.

Infine, una volta raggiunto l’accordo sia sul bilancio pluriennale sia sul Recovery Fund, prima di iniziare ad erogare i fondi, si dovrà ottenere l’approvazione da parte di tutti i parlamenti nazionali in merito alla procedura con cui l’Unione Europea produrrà titoli comunitari per reperire i 750 miliardi di euro del Fondo per la ripresa sui mercati finanziari.

Le dichiarazioni

“Ottimo lavoro del Parlamento europeo e del team negoziale! L’accordo sul Quadro finanziario pluriennale e sulle risorse proprie raggiunto oggi è un ottimo risultato per i nostri cittadini. Adesso l’Europa può cominciare a ricostruire da questa crisi” è quanto scritto dal Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un Tweet, ringraziando anche la Presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue e la commissione europea per l’accordo trovato a Bruxelles sul bilancio pluriennale.

“Il risultato è impressionante” ha dichiarato invece il Ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, “Il tempo stringe e il denaro è necessario con urgenza per molti paesi – ha aggiunto il Ministro tedesco – dobbiamo agire velocemente in modo da poter contrastare con tutte le nostre forze gli effetti della pandemia anche a livello europeo”.

Gli attacchi terroristici in Francia ed Austria e l’esigenza di una strategia comune europea

EUROPA di

Stiamo assistendo ad un ritorno del terrorismo di matrice jihadista in Occidente: negli ultimi giorni il terrore è tornato in Francia e Austria. Nella notte del 2 novembre Vienna è stata teatro di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico il giorno successivo; l’autore dell’attentato, il ventenne Kujtim Fejzulai, ha ucciso almeno 4 persone e ne ha ferite 17, prima di essere neutralizzato dalla polizia austriaca. Pochi giorni prima, il 29 ottobre, in Francia, a Nizza, Brahim Aoussaoui, 21 anni, armato di coltello, ha attaccato la chiesa di Notre-Dame, uccidendo 3 persone; si è trattato del terzo attacco avvenuto in Francia nel giro di poche settimane, dopo la ripubblicazione, ad inizio settembre, da parte della rivista satirica francese, Charlie Hebdo, di alcune vignette del Profeta Maometto, considerate offensive e “islamofobe”. Da sempre la Francia è nel mirino, a causa della memoria coloniale e della contestata laicità assoluta. La centralità dell’obiettivo francese, pertanto, sorprende meno rispetto a quanto accaduto a Vienna. Al fine di scongiurare nuovi attacchi risulta essere prioritaria una reazione coordinata a livello europeo. Non a caso, in un colloquio telefonico, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, hanno concordato sulla necessità di elaborare una strategia comune europea contro il terrorismo.

Gli attacchi terroristici in Francia

Il 29 ottobre, intorno alle nove di mattina, il ventunenne tunisino Brahim Aoussaoui ha accoltellato e ucciso tre persone nella basilica di Notre-Dame de l’Assomption a Nizza, città francese già duramente colpita in passato, in quello che il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha definito «un attacco terroristico islamista». Le tre vittime sono il custode della chiesa di 55 anni, una donna di 60 anni e un’altra di 44 morta in un ristorante limitrofo dopo essere stata accoltellata nella chiesa. L’aggressore era arrivato in Europa passando per l’Italia: era sbarcato a Lampedusa a fine settembre ed era passato per Bari il 9 ottobre; tuttavia, secondo le ricostruzioni, non era stato segnalato dalle autorità tunisine, né era noto all’intelligence. Il sindaco di Nizza, Christian Estrosi, giunto sul luogo dell’attacco, ha riferito alla stampa che l’uomo «continuava a ripetere “Allah akbar”».

Su Twitter, il Presidente del Consiglio francese per il culto musulmano (CFCM), Mohammed Moussaoui, ha condannato fermamente l’attacco terroristico e «in segno di lutto e solidarietà con le vittime e i loro cari» ha chiesto «ai musulmani di Francia di annullare tutti i festeggiamenti del Mawlid» l’anniversario della nascita di Maometto.

Due ore dopo l’attacco, la radio francese Europe 1 ha segnalato che in mattinata, ad Avignone, un uomo armato era stato ucciso dai poliziotti dopo aver tentato di aggredire delle persone per strada, inoltre l’Ambasciata francese in Arabia Saudita ha annunciato in un comunicato che una guardia giurata fuori dal loro edificio era stata aggredita da un uomo con un coltello.

Da sempre la Francia è nel mirino e ha costituito la colonna principale dei foreign fighters europei. Non a caso, recentemente, in diversi Paesi islamici, vi sono state manifestazioni e proteste contro il Presidente francese Macron. La difesa della laicità assoluta, che espelle ogni simbolo religioso dalla vita pubblica, nonché la lotta contro l’Islam radicale, sono tra i temi che hanno maggiormente impegnato l’attuale governo. Proprio qualche settimana prima dell’attacco di Nizza, Emmanuel Macron aveva annunciato un nuovo Disegno di legge contenente misure dure contro il «separatismo», termine che impiega per indicare il fatto che molti membri della comunità musulmana vivrebbero in una «società parallela», affine al fondamentalismo islamico e contraria ai valori della Repubblica francese. In un’affermazione molto contestata, Macron ha descritto l’Islam come una religione “in crisi” in tutto il mondo e ha dichiarato che il governo francese è intenzionato a “difendere la Repubblica e i suoi valori”. La decisione di prevedere nuove misure era stata presa dopo un altro evento, l’uccisione di Samuel Paty, l’insegnante di scuola media decapitato il 16 ottobre nella periferia nord di Parigi, dopo aver mostrato vignette satiriche sul profeta Maometto nell’ambito di una lezione sulla libertà d’espressione. Proprio la rivista satirica Charlie Hebdo ha scelto di ristampare le caricature di Maometto in occasione dell’apertura del processo sulla strage del 7 gennaio 2015, tuttavia, poco dopo l’avvio del processo, il 25 settembre, un 18enne di origine pakistana arrivato in Francia tre anni prima, ha accoltellato due persone fuori dagli ex uffici della rivista, riseminando il terrore in Francia.

La notte di terrore a Vienna

Nella notte del 2 novembre, alla vigilia dell’entrata in vigore di un coprifuoco nazionale per frenare la diffusione della pandemia da Covid-19, il terrore è giunto anche a Vienna, teatro di un attentato terroristico, rivendicato il giorno successivo dallo Stato Islamico. L’autore dell’attentato, che ha ucciso almeno 4 persone e ne ha ferite 17, prima di essere neutralizzato dalla polizia austriaca, si chiamava Kujtim Fejzulai, aveva 20 anni, era nato a Vienna ma aveva origini albanesi della Macedonia del Nord. Era stato condannato, nell’aprile 2019, a 22 mesi di prigione perché aveva tentato, insieme ad altri 90 islamisti austriaci, di recarsi in Siria per unirsi al gruppo dello Stato Islamico ma a dicembre gli era stata concessa la scarcerazione anticipata in virtù del diritto minorile. Secondo le ricostruzioni, poco prima di entrare in azione, il ventenne aveva prestato giuramento di fedeltà al nuovo leader dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi.

Il Cancelliere austriaco Kurz ha descritto l’episodio con termini duri definendolo un “attacco terroristico ripugnante”. “Si è trattato di un attacco alla nostra libera società, ma è chiaro che non ci lasceremo spaventare e difenderemo con tutte le nostre forze il nostro modello di vita” queste le parole di Kurz, il quale ha aggiunto “Non cadremo nella trappola del terrorismo”.

L’esigenza di una strategia comune

Al fine di scongiurare nuovi attacchi terroristici in Europa risulta essere prioritaria una reazione coordinata alla nuova ondata di terrore. Non a caso, in un colloquio telefonico, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, hanno concordato sulla necessità di elaborare una strategia comune europea contro il terrorismo. Nell’ambito della telefonata, il Cancelliere Kurz ha ringraziato il Presidente francese per la sua visita presso l‘ ambasciata austriaca nel giorno successivo all’attacco terroristico e ha assicurato che la collaborazione tra i due Paesi sarà fortificata anche in ambito europeo.

 

Francesca Scalpelli
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