GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Francesca Scalpelli

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Il piano Hera incubator per un’UE pronta alla crescente minaccia delle varianti

EUROPA di

L’Unione europea deve fare i conti con nuove minacce, già presenti o che si profilano all’orizzonte: fra queste, la comparsa e il moltiplicarsi delle varianti del Covid-19 che si stanno sviluppando e diffondendo in Europa e nel mondo. A tal fine, il 17 febbraio, la Commissione europea ha proposto un’azione immediata tramite il Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”. Il piano sarà finalizzato ad individuare le nuove varianti, incentivare lo sviluppo di vaccini adattati e nuovi, accelerarne il processo di approvazione ed aumentare la capacità produttiva. Attualmente i vaccini autorizzati sono considerati efficaci per le varianti note, tuttavia, l’Unione europea deve essere pronta e preparata rispetto alla possibilità che future varianti siano resistenti ai vaccini esistenti. In definitiva, l’UE è chiamata ad agire, compensando i ritardi riscontrati in altre fasi dell’emergenza nonché fronteggiando le difficoltà emerse nella sua gestione.

L’evoluzione della strategia dell’UE sui vaccini

La strategia dell’Unione europea sui vaccini, frutto di un accordo tra la Commissione europea e gli Stati membri, ha permesso di accedere a 2,6 miliardi di dosi nell’ambito del più ampio portafoglio mondiale di vaccini contro il Covid-19. A meno di un anno di distanza dalla comparsa del virus in Europa, in tutti gli Stati membri dell’UE sono state avviate le vaccinazioni: si tratta di un risultato notevole, tuttavia, al contempo, si riscontrano numerose difficoltà nella gestione della campagna vaccinale europea, a cui si aggiunge la comparsa di nuove varianti del virus.

Quanto alle criticità riscontrate nella produzione dei vaccini, al fine di rafforzare la capacità produttiva in Europa, risulta essere necessaria una cooperazione pubblico-privato molto più stretta, integrata e strategica con l’industria. In quest’ottica la Commissione ha istituito una task force per l’aumento della produzione industriale di vaccini contro il Covid-19, per individuare le criticità e contribuire a rispondervi in tempo reale. Inoltre, al fine di fornire una risposta collettiva europea mirata ed immediata, la Commissione ha annunciato un nuovo piano per fronteggiare la comparsa di nuove varianti del virus.

Il piano “Hera Incubator”

Implementare azioni chiave per migliorare la preparazione, sviluppare vaccini per le varianti di Covid-19 e aumentare la produzione industriale: questo l’obiettivo del Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”, annunciato dalla Commissione europea il 17 febbraio per fronteggiare la nuova fase dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, vale a dire quella della scoperta di nuove varianti del virus nonché delle nuove sfide correlate all’aumento della produzione dei vaccini.

Il Piano prevede la collaborazione tra ricercatori, aziende di biotecnologie, produttori e autorità pubbliche nell’UE e a livello mondiale. In primo luogo, al fine di individuare, analizzare e valutare le varianti, sarà necessario lo sviluppo di test specializzati nonché il sostegno al sequenziamento del genoma negli Stati membri con finanziamenti per almeno 75 milioni di €; la Commissione europea mira, inoltre, ad intensificare la ricerca e lo scambio di dati sulle varianti stanziando ulteriori 150 milioni di €. In secondo luogo, l’UE sarà chiamata ad attuare la velocizzazione delle procedure di approvazione dei vaccini mettendo a punto un meccanismo di approvazione accelerata. Infine, sarà altresì necessario aumentare la produzione dei vaccini, aggiornando gli accordi preliminari di acquisto, stipulandone nuovi e collaborando strettamente con i produttori.

Le azioni annunciate dalla Commissione europea andranno ad integrare la cooperazione globale nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e le altre iniziative su scala mondiale in tema di vaccini. Esse serviranno, inoltre, a preparare il terreno all’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, HERA, la quale costituirà una struttura permanente operante nel settore.

Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen

“La nostra priorità è fare in modo che tutti gli europei abbiano accesso quanto prima a vaccini sicuri ed efficaci contro la COVID-19. La comparsa di nuove varianti del virus è molto rapida e dobbiamo essere ancora più veloci nell’adattare la nostra risposta” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciando le nuove misure nell’ambito del piano Hera Incubator. Quest’ultima, pochi giorni prima, nell’ambito di una riunione plenaria del Parlamento europeo, parlando dello stato della campagna vaccinale in Europa e delle difficoltà riscontrate nelle ultime settimane nel fornire ai paesi membri sufficienti dosi, aveva dichiarato “Non siamo al punto dove vorremmo essere. Ci siamo mossi in ritardo con le autorizzazioni. Siamo stati troppo ottimisti riguardo alla produzione di massa e forse troppo fiduciosi che quelli che avevamo ordinato sarebbero stati consegnati in tempo”. Ursula von der Leyen ha, dunque, ammesso i ritardi riscontrati nella vaccinazione di massa, ribadendo però la promessa che entro la fine dell’estate il 70% degli adulti sarà vaccinato e sottolineando l’importanza di un impegno collettivo.

In questa nuova fase, dunque, emerge come l’Unione europea voglia riconoscere gli errori compiuti nel passato, imparando da essi ed agendo in maniera preventiva e mirata.

La controversa visita di Borrell in Russia e la difficoltà dell’UE di affermarsi come attore geopolitico globale

EUROPA di

La scorsa settimana, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si è recato in Russia per una visita ufficiale nell’ambito della quale ha incontrato Sergei Lavrov, il Ministro degli esteri russo. La visita era molto attesa: si è trattato, invero, della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato nel 2019; inoltre, recentemente i rapporti tra l’Unione europea e la Federazione russa sono molto tesi per via del caso Navalny. Uno degli obiettivi primari di Borrell era proprio quello di esercitare delle pressioni per la liberazione del dissidente russo, tuttavia, la sua visita in Russia è stata considerata fallimentare e Lavrov ha definito l’UE “un partner inaffidabile” nelle questioni di politica estera. Inoltre, proprio durante la visita, vi è stata è stata l’espulsione da parte delle autorità russe di tre diplomatici europei. La condanna alla visita di Borrell è stata, dunque, pressoché unanime e non sono mancate critiche anche dalle istituzioni europee. In definitiva, emerge, ancora una volta, la difficoltà dell’Unione europea di affermarsi come un attore geopolitico globale, dovuta altresì ai differenti approcci dei singoli Stati membri nei rapporti con Mosca.

L’ obiettivo della visita di Borrell

Nell’ambito della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, considerato il capo della diplomazia europea, ha incontrato il Ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, affrontando questioni come il rilascio di Navalny, le relazioni bilaterali UE-Russia, il rispetto dello stato di diritto, dei diritti umani e della libertà politica.

Uno degli obiettivi primari della visita era, dunque, esercitare pressioni sulle autorità russe per il caso Navalny: l’avvelenamento del dissidente russo, il suo arresto e la condanna a tre anni e mezzo di detenzione, nonché la repressione delle proteste che ne sono conseguite, hanno, invero, incrementato le tensioni bilaterali tra la Federazione Russa e l’Unione europea.

Nei giorni precedenti alla visita diversi osservatori avevano, tuttavia, avvertito che incontrare le autorità russe in tale contesto avrebbe comportato una legittimazione dei comportamenti perpetrati da Mosca. Borrell aveva però respinto i timori sottolineando l’importanza di trovare «un comune denominatore» su cui avviare un dialogo.

Il fallimento

Non solo Borrell non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è stato anche “maltrattato” da Lavrov durante la conferenza stampa congiunta. Nell’ambito di quest’ultima, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha mantenuto un approccio costruttivo e conciliante, auspicando l’autorizzazione da parte delle autorità europee del vaccino russo contro il coronavirus, lo Sputnik V, limitando al massimo le critiche nei confronti di Putin – mai citato – e concentrandosi sui settori in cui l’Unione europea e la Russia potrebbero collaborare, come la lotta al cambiamento climatico, la gestione del Mare Artico e la ricerca scientifica. Lavrov, invece, ha approfittato della conferenza stampa per attaccare l’Unione europea, accusandola di interferenza negli affari interni della Russia, di avere approvato sanzioni “illegittime” per l’invasione della Crimea e dell’Ucraina orientale, e in definitiva di essere «un partner inaffidabile» nelle questioni di politica estera. Quanto al caso Navalny, il Ministro degli esteri russo ha anche respinto la tesi – accettata da tutte le agenzie di intelligence occidentali e confermata da uno degli agenti coinvolti nell’operazione – secondo cui Navalny sarebbe stato avvelenato dai servizi di sicurezza russi. In aggiunta, un giornalista russo ha sottoposto a Borrell la questione dell’embargo USA – alleati storici dell’UE – nei confronti di Cuba – alleata della Russia – spingendolo a criticare gli Stati Uniti.

La sensazione che ne è derivata è che Borrell non fosse in grado di difendersi o di contrattaccare.

Proprio durante la conferenza stampa congiunta, inoltre, è stata diffusa la notizia dell’espulsione da parte del governo russo di tre diplomatici europei, rispettivamente di Svezia, Germania e Polonia, accusati di aver partecipato alle manifestazioni contro l’arresto di Navalny.

Il giudizio pressoché unanime è che la visita di Borrell in Russia sia stata fallimentare e lui stesso, al rientro, ha ammesso che al momento la Russia «non vuole cogliere l’occasione di avviare un dialogo costruttivo con l’Unione Europea».

La condanna da parte del Parlamento europeo

Il 9 febbraio, nell’ambito di un dibattito sulla situazione in Russia tenuto in presenza dell’Alto Rappresentante, molti membri del Parlamento europeo hanno condannato il suo viaggio a Mosca.  Gli Eurodeputati hanno sottolineato che la visita di Borrell non è stata effettuata in un buon momento, a causa del prolungato deterioramento delle relazioni UE-Russia, della continua aggressione russa in Ucraina, della repressione dei manifestanti, dell’espulsione dei diplomatici UE dal paese e del caso Navalny.

Dal canto suo, Borrell ha dichiarato di essersi recato a Mosca per capire, con l’ausilio della diplomazia, se il governo russo fosse interessato ad affrontare le differenze e ad invertire gli sviluppi negativi nelle relazioni UE-Russia, tuttavia, la reazione che ha ricevuto indica una direzione diversa.

Molti eurodeputati hanno sottolineato che il governo russo non è interessato ad invertire la tendenza negativa nelle relazioni bilaterali con l’UE, finché l’Unione europea continuerà a sollevare questioni relative ai diritti umani ed allo Stato di diritto. Essi hanno altresì fortemente criticato il comportamento e l’atteggiamento tenuto dalle due parti nei loro incontri nonché nell’ambito della conferenza stampa, che aveva l’obiettivo di minare l’immagine dell’UE. In aggiunta, è stata stigmatizzata l’incapacità dei governi dell’UE, in seno al Consiglio, di porre in essere una reazione più decisa contro la Russia, comprese ulteriori sanzioni. Infine, alcuni Stati membri dell’UE sono stati accusati di non aver risposto in modo appropriato al deterioramento delle relazioni UE-Russia.

Gli Stati membri, che mantengono una grandissima autonomia nella propria politica estera, sono, infatti, da tempo divisi sull’approccio da tenere nei confronti della Russia: ad esempio, la Germania ha avviato da alcuni anni una politica più conciliante sia nei confronti della Cina che della Russia – con cui ha in progetto di costruire un nuovo controverso gasdotto, il Nord Stream 2 – mentre i paesi baltici e la Polonia temono la crescente aggressività di Mosca e chiedono all’Unione Europea posizioni più nette. In mezzo, vi sono tutti gli altri Paesi.

In virtù di tali differenti approcci, l’approvazione di ulteriori sanzioni appare, pertanto, molto improbabile, in quanto necessiterebbe di un’approvazione all’unanimità.

In definitiva, permangono le difficoltà dell’UE nel presentarsi al mondo con una sola voce.

Mario Draghi: il retaggio dell’esperienza europea al servizio del nuovo incarico

EUROPA di

Economista di formazione, ex Governatore della Banca d’Italia ed ex Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, considerato il salvatore dell’euro, ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per provare a formare un nuovo governo. Si tratta di uno degli italiani più noti e probabilmente stimati nel mondo che ha avuto un ruolo cruciale nel determinare la politica economica e finanziaria dell’Italia, come governatore della Banca d’Italia, e poi dell’Europa, come presidente della BCE. In quest’ultimo ruolo, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano che aveva messo a rischio la moneta unica dell’UE, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro: divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. “Whatever it takes” è l’emblema dello spirito con cui Draghi ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica: è fondamentale fare tutto il necessario affinché l’attuale crisi di governo si risolva e l’Italia possa presentare un piano di investimenti strategici per usufruire dei fondi europei del Recovery Fund. Politica italiana e politica europea si intrecciano dunque proprio nella figura di Mario Draghi.

Chi è Mario Draghi

Nato nel 1947 a Roma da una famiglia benestante – il padre era un dirigente della Banca d’Italia, la madre una farmacista – orfano di entrambi i genitori da quando aveva 15 anni, Mario Draghi si laureò in Economia nel 1970 all’Università La Sapienza di Roma avendo come relatore Federico Caffè, uno dei più importanti e influenti economisti italiani. Si trasferì poi negli Stati Uniti per frequentare il Massachusetts Institute of Technology (MIT), una delle università più prestigiose del mondo, dove nel 1977 ottenne un dottorato sotto la supervisione dei due premi Nobel Franco Modigliani e Robert Solow. Dopo aver insegnato economia in alcune università italiane, Draghi iniziò una brillante carriera pubblica: divenne Direttore generale del Tesoro nel 1991 e fu protagonista di un lungo periodo di manovre economiche di grande impatto; a lui si deve, infatti, tra le altre cose, la norma che regola il funzionamento del mercato finanziario italiano, e che ancora oggi è conosciuta come “Legge Draghi”. Dopo una parentesi di impiego nel settore privato in cui ricoprì la carica di vicepresidenza per l’Europa di una delle più prestigiose banche d’affari al mondo, la Goldman Sachs, nel 2005 fu nominato governatore della Banca d’Italia, riformandola e modernizzandola. Da governatore Draghi si mantenne piuttosto aderente all’ortodossia economica e questa sua peculiarità lo rese benvoluto in gran parte dei circoli finanziari europei, favorendo la sua ascesa a Presidente della BCE, avvenuta nel 2011.

Draghi nell’UE

Sin dall’inizio della sua Presidenza della Banca Centrale Europea, Mario Draghi si trovò a fronteggiare un’emergenza gravissima: la crisi finanziaria del 2008 aveva provocato nell’Unione Europea una grave recessione e, a partire dal 2010, la cosiddetta crisi del debito sovrano. Queste difficoltà avevano fatto temere che l’Eurozona rischiasse una serie di default a catena e che l’unione monetaria si sarebbe potuta spezzare, innescando una grave speculazione sui mercati. Fu in questo contesto che, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano, Mario Draghi pronunciò il discorso più importante ed emblematico della sua carriera, nonché uno dei più importanti della storia recente dell’Unione europea. Durante un forum di investitori a Londra, il Presidente della BCE, invero, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro, aggiungendo “E credetemi, sarà abbastanza”. “Whatever it takes” divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. Le sue parole ebbero un effetto immediato: gli spread iniziarono a calare e da allora non sono più tornati ai livelli che avevano raggiunto in quei giorni di crisi. Christine Lagarde, succeduta a Draghi alla presidenza della BCE, ha definito quelle parole come “le più potenti nella storia delle banche centrali”.

Draghi mantenne fede alla sua promessa attuando una serie di misure per dare forza al suo «whatever it takes»: ridusse in maniera massiccia i tassi d’interesse, approvò un piano di rifinanziamento a basso costo delle banche europee (LTRO) e soprattutto, nel 2014 annunciò un piano di “Quantitative Easing” (QE) – ribattezzato dai giornalisti economici come “bazooka”- vale a dire un piano, non privo di critiche, di acquisto di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e stimolare l’economia.

È proprio grazie al “whatever it takes” e a tutte le misure impiegate in seguito per dare consistenza alle sue parole che Draghi è considerato oggi come il salvatore dell’euro.

Il legame tra politica italiana ed europea

In seguito al conferimento da parte del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, dell’incarico di formare un nuovo governo e mettere fine alla crisi in corso, non sono tardate ad arrivare le reazioni da parte delle istituzioni europee che accolgono con buon auspicio la possibilità di un Governo Draghi, nella cui figura si intrecciano politica italiana ed europea. “Sta al governo italiano e alle istituzioni democratiche decidere ma non è una grande sorpresa se dico che Mario Draghi è rispettato e ammirato in questa città e oltre” queste le parole del Vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas.

L’interesse europeo delle vicende italiane è chiaro anche al Financial Times: per il quotidiano economico britannico “se Draghi riuscirà a creare un governo di unità nazionale, diventerà premier in un momento in cui l’Italia affronta la più grande crisi economica dalla Seconda guerra mondiale e deve elaborare dei progetti decisivi per spendere 200 miliardi di euro dell’Unione europea per affrontare i danni causati dalla pandemia”.

Il braccio di ferro tra la Commissione europea ed AstraZeneca

EUROPA di

Negli ultimi giorni è in corso un braccio di ferro tra la Commissione europea ed AstraZeneca dopo che l’azienda biofarmaceutica britannico-svedese ha annunciato ritardi nelle forniture dei vaccini contro il Covid-19 pianificate nei mesi scorsi. Tali ritardi mettono a rischio la campagna vaccinale in corso negli Stati europei, i quali avevano fatto affidamento sul vaccino di AstraZeneca a causa della sua facile conservazione nonché del suo minor costo rispetto ai vaccini prodotti da Pfizer-BioNTech e Moderna. Ne è derivata una dura contestazione da parte della Commissione europea che ha chiesto all’azienda di fornire maggiori dettagli sulle cause dei ritardi e in generale sulla produzione e distribuzione dei vaccini. La questione risulta, tuttavia, ancora aperta e da chiarire.

Il vaccino di AstraZeneca

Il vaccino contro il Covid-19 prodotto dall’azienda biofarmaceutica britannico-svedese AstraZeneca dovrebbe ricevere a breve un’autorizzazione di emergenza da parte dell’Unione Europea e da tempo alcuni Stati membri propongono che sia avviata in anticipo la distribuzione delle dosi disponibili, a causa della sua facile conservazione e del suo minor costo rispetto agli altri vaccini. Come avvenuto con gli altri produttori con cui aveva stretto accordi nel corso del 2020, la Commissione europea ha, pertanto, richiesto ad AstraZeneca di anticipare la produzione del vaccino, in modo da avere scorte da impiegare subito dopo la concessione dell’autorizzazione: nell’estate del 2020 la Commissione Europea ha, così, prenotato da AstraZeneca 400 milioni di dosi, confidando che il vaccino potesse diventare il più diffuso e utilizzato in Europa. Nei mesi seguenti sono emersi però dettagli poco incoraggianti sui test clinici del vaccino nonché la scoperta di un’efficacia inferiore a quanto atteso soprattutto nella somministrazione agli anziani. Si tratta di elementi prontamente smentiti dall’azienda ma nuovamente emersi negli ultimi giorni. Ciò ha rallentato l’iter di approvazione da parte dell’Unione europea, mentre, nonostante tale travagliata sperimentazione, a fine dicembre il governo del Regno Unito ha autorizzato l’impiego del vaccino prima di ogni altro Paese, seguito poi dall’Ungheria.

L’annuncio dei ritardi nelle forniture dei vaccini

In seguito alla stipulazione dell’accordo con AstraZeneca gli Stati membri dell’UE hanno organizzato la propria campagna vaccinale facendo affidamento sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese: invero, alcuni Paesi hanno scelto di non ordinare grandi quantità dei vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna, confidando di poter accelerare le campagne di vaccinazione con quello prodotto da AstraZeneca appena ottenuta l’approvazione. In tale contesto, nell’ultimo periodo, le istituzioni europee e gli Stati membri sono stati avvisati di alcuni ritardi nella fornitura di vaccini contro il Covid-19 da parte di alcune importanti aziende farmaceutiche. Nel dettaglio, dopo l’annuncio da parte di Pfizer-BioNTech, l’azienda tedesca che produce il vaccino al momento più diffuso in Europa, anche AstraZeneca ha comunicato che consegnerà tra il 60 e il 75% in meno di dosi sulle circa 80 milioni che si era impegnata a distribuire negli Stati membri entro il primo trimestre del 2021. Quest’ultimo annuncio ha suscitato maggiori preoccupazioni proprio perché AstraZeneca produce il vaccino più economico nonché quello più facile da conservare tra quelli che sono arrivati nelle ultime fasi di sviluppo e valutazione.

La reazione della Commissione europea

Il 25 gennaio, alcuni rappresentanti della Commissione Europea hanno partecipato a due incontri con i dirigenti di AstraZeneca al fine di ottenere maggiori informazioni circa le minori forniture annunciate. Al termine degli incontri, la Commissaria europea per la Salute, Stella Kyriakides, ha criticato le reticenze dell’azienda farmaceutica nel fornire spiegazioni: “Il confronto con AstraZeneca di oggi è stato insoddisfacente, con mancanza di chiarezza e spiegazioni insufficienti. Gli stati membri dell’UE sono uniti: i produttori di vaccini hanno responsabilità contrattuali e sociali da rispettare”. AstraZeneca non ha rilasciato pubblicamente una propria versione sulle cause della riduzione delle forniture di vaccini, tuttavia, sembra che l’azienda abbia comunicato alla Commissione europea di aver avuto problemi nel reperimento di alcune materie prime e nella gestione nel proprio stabilimento in Belgio. Tale spiegazione è stata, tuttavia, considerata parziale dalle autorità europee.

Rileva che il CEO dell’azienda britannico-svedese, Pascal Soriot, in un’intervista molto discussa, ha sostenuto di non avere obblighi specifici sul numero delle dosi da consegnare. La Commissaria Kyriakides ha contestato duramente tali dichiarazioni, definendo inaccettabile il comportamento dell’azienda ed ha poi fatto riferimento alle dichiarazioni di Soriot secondo cui l’Unione Europea avesse stretto un accordo con AstraZeneca tre mesi dopo il Regno Unito, che quindi avrebbe la precedenza nella ricezione delle dosi: “Respingiamo la logica del chi prima arriva meglio alloggia” questa la ferma reazione della Commissaria europea per la salute.

In aggiunta, il contratto – che non è pubblico poiché contiene diverse clausole di riservatezza – citerebbe due stabilimenti di produzione del vaccino nel Regno Unito, che dovrebbero produrre dosi per rifornire l’Unione Europea, produzione che attualmente non sta avvenendo.

Il clima è rimasto piuttosto teso tra le due parti anche in seguito alla scelta di AstraZeneca di non partecipare a una nuova riunione con i rappresentanti della Commissione, salvo poi giungere ad un ripensamento. La riunione in questione si è tenuta il 27 gennaio, Kyriakides l’ha definita “costruttiva”, ma non ha portato a grandi sviluppi. Permane, infatti, la mancanza di chiarezza sulle consegne dell’azienda.

Possibili scenari

La Commissione europea sospetta che AstraZeneca abbia scelto di vendere altrove le dosi del proprio vaccino, a paesi che avrebbero offerto maggiori quantità di denaro – come il Regno Unito – e proprio a fronte di tale sospetto ha chiesto informazioni dettagliate circa le quantità di dosi prodotte finora e le consegne effettuate. Inoltre, al fine di esercitare un maggiore controllo, la Commissione sta valutando di attivare un sistema che obblighi i produttori di vaccini nell’UE ad ottenere autorizzazioni preventive per esportare nei paesi extracomunitari, salvo che per motivi umanitari. Si tratta di un meccanismo simile a quello che era stato attivato nella primavera del 2020, quando negli Stati membri si registrò una grande scarsità di sistemi di protezione individuale contro il Covid-19.

Se, come sembra altamente probabile, la situazione non cambierà nei prossimi giorni, l’Unione europea dovrà, dunque, confrontarsi con una nuova scarsità di vaccini e le minori consegne implicheranno inevitabilmente un ritardo nell’avvio delle nuove fasi delle campagne di vaccinazione.

L’insediamento Biden-Harris e l’auspicio di una nuova era per le relazioni transatlantiche

EUROPA di

Il giorno dell’Inauguration Day negli Stati Uniti, il Parlamento europeo riunitosi in sessione plenaria, ha affrontato il tema delle relazioni transatlantiche alla luce dell’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris rispettivamente come Presidente e Vicepresidente degli Stati Uniti. Gli europarlamentari hanno affermato che il cambio d’amministrazione rappresenta un’opportunità per rafforzare i legami UE-USA ed affrontare le sfide e le minacce comuni al sistema democratico. L’Unione europea, inoltre, ha accolto con favore la decisione del presidente Biden di firmare l’ordine esecutivo che prevede il rientro degli Stati Uniti nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici in nome di una responsabilità globale collettiva. “Questa nuova alba negli Stati Uniti è un momento che abbiamo atteso a lungo. L’Europa è pronta per un nuovo inizio” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

La reazione della sessione plenaria del Parlamento europeo

L’occasione di avviare una nuova era per le relazioni transatlantiche, negli ultimi quattro anni compromesse dall’amministrazione Trump: è questo lo spirito con cui, il 20 gennaio, il Parlamento europeo riunitosi in sessione plenaria, ha accolto l’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris rispettivamente come Presidente e Vicepresidente degli Stati Uniti. Gli europei, invero, si attendono dalla nuova amministrazione statunitense un atteggiamento di collaborazione in ambito internazionale e un rafforzamento delle relazioni UE-USA, basati sul rispetto reciproco e la reciproca comprensione dei vincoli e delle priorità della rispettiva controparte. “Il mondo ha bisogno di un forte rapporto fra Europa e Stati Uniti – ha dichiarato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli -insieme affrontiamo meglio le sfide che il nostro tempo ci presenta: lottare contro la crisi climatica e la perdita della biodiversità, affrontare da un punto di vista radicalmente democratico la trasformazione digitale e combattere le inaccettabili disuguaglianze in aumento”. Il Presidente Sassoli ha poi ricordato gli avvenimenti del 6 gennaio a Capitol Hill, dichiarando che dai quei fatti deriva un’evidenza: “le democrazie sono sistemi fragili, per non spegnerle vanno difese proteggendo il bene comune, con la partecipazione, la trasparenza ed il coinvolgimento dei cittadini”. Ribadendo che l’Unione europea e gli Stati Uniti sono partner naturali con valori e storia condivisi nonché un impegno congiunto di lunga data per lo stato di diritto, i diritti umani e il multilateralismo, Sassoli ha concluso invitando il neopresidente statunitense a recarsi presso il Parlamento europeo per tenere un discorso in sessione plenaria.  

In aula erano presenti anche il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. I due si sono uniti all’auspicio del Parlamento europeo circa l’avvio di una nuova fase di cooperazione transatlantica. “Questa nuova alba negli Stati Uniti è un momento che abbiamo atteso a lungo. L’Europa è pronta per un nuovo inizio. Dopo quattro lunghi anni, finalmente l’Europa avrà un amico alla Casa Bianca” queste le parole di Ursula von der Leyen, la quale ha sottolineato che il cambio di guarda sarà “un messaggio di guarigione per una nazione ferita”. La Presidente della Commissione europea, inoltre, congratulandosi con la prima donna vicepresidente degli Stati Uniti, si è soffermata sull’importanza del suo insediamento per le donne di tutto il mondo. Quanto al commento del Presidente del Consiglio europeo, parlando dinanzi alla plenaria del Parlamento europeo, Charles Michel ha proposto, a nome dell’Unione europea, la concretizzazione di un nuovo patto fondatore tra l’Europa e gli Stati Uniti “per un’Europa più forte, un’America più forte e per costruire insieme un mondo migliore”. Unendosi all’invito di David Sassoli anche Michel ha invitato il Neopresidente Biden in Europa per prendere parte a una riunione straordinaria del Consiglio europeo a Bruxelles che si possa tenere in parallelo ad un vertice Nato.

Il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul clima

Nel suo primo giorno di mandato, il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha firmato 17 ordini esecutivi, scardinando alcune delle principali politiche del suo predecessore Donald Trump. Invero, durante le sue prime ore nello Studio Ovale, il nuovo presidente statunitense si è subito impegnato ad invertire l’agenda ambientale del Paese, abbattere le politiche anti-immigrazione, ripristinare gli sforzi federali volti a promuovere la diversità ed incentivare l’adozione di misure di precauzione contro il Covid-19.

Nel dettaglio, uno degli ordini esecutivi firmati da Biden prevede il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul clima ed è stato accolto con favore dall’Unione europea: in una dichiarazione congiunta, il Vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, e l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, Josep Borrell, si sono congratulati con gli Stati Uniti ed hanno dichiarato che la crisi climatica è la sfida decisiva del XXI secolo e può essere affrontata solo unendo tutte le forze. “L’azione per il clima è la nostra responsabilità globale collettiva” hanno dichiarato Timmermans e Borrell affermando che la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) che si terrà a Glasgow il prossimo novembre sarà un momento cruciale in tal senso.

Politica spaziale europea: l’UE investe 300 milioni di euro per promuovere l’innovazione nel settore

EUROPA di

Il 13 gennaio, nell’ambito della 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI) hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore. Si tratta di investimenti in un settore cruciale per l’Unione europea: nell’ultimo decennio, invero, gli importanti risultati ottenuti in materia spaziale hanno permesso all’Europa di accrescere il proprio prestigio scientifico e tecnologico, rafforzandone l’indipendenza strategica e la posizione di attore globale.

L’UE e la politica spaziale

Il tema dell’accesso allo spazio ha una rilevanza strategica alla quale i principali attori spaziali europei, e dunque l’Unione europea, l’Agenzia spaziale europea (ESA) ed i rispettivi Stati membri, sono chiamati a dare un chiaro indirizzo politico, industriale e tecnologico che permetta di consolidare la Politica spaziale europea. Quest’ultima fornisce agli europei innovazioni nelle attività quotidiane sulla Terra: infatti, lo sviluppo e l’utilizzo di complessi sistemi spaziali ed i servizi ad essi associati concorrono all’efficacia delle politiche europee in ambiti come la sicurezza e la difesa, l’agricoltura e la pesca, lo sviluppo e la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, i cambiamenti climatici e l’ambiente, i trasporti e l’energia. Inoltre, lo spazio offre l’opportunità di ampliare la competitività e l’innovazione dell’industria europea, di stimolare la crescita economica e di accrescere il sapere scientifico e tecnologico.

L’UE ha tre programmi spaziali faro: Copernicus, il più avanzato sistema di osservazione della Terra a livello mondiale, è un fornitore leader di dati di osservazione della Terra, aiuta a salvare vite in mare, migliora la risposta ai disastri naturali e consente agli agricoltori di gestire meglio i propri raccolti; Galileo, il sistema di navigazione satellitare globale europeo, fornisce informazioni di posizionamento e temporizzazione più accurate e affidabili per automobili autonome e connesse, ferrovie, aviazione e altri settori; EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service), infine, fornisce servizi di navigazione “safety of life” agli utenti del trasporto aereo, marittimo e terrestre in gran parte dell’Europa.

Il programma spaziale dell’Unione europea 2021-2027

Attualmente l’UE sta lavorando ad un programma spaziale pienamente integrato per il periodo 2021-2027 che riunisca tutte le attività delle istituzioni europee in un unico programma e fornisca in tal modo un quadro coerente per gli investimenti. A tal riguardo, il 16 dicembre 2020 il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sulla proposta di regolamento che istituisce il futuro Programma spaziale dell’Unione 2021-2027 e l’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale. La proposta dovrebbe essere finalizzata a breve nel contesto del più generale del Quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2027, ed applicarsi retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021.

Il nuovo regolamento intende assicurare in particolare: un ruolo più forte dell’UE quale attore di primo piano nel settore spaziale; dati e servizi spaziali di alta qualità, aggiornati e sicuri; migliori benefici socioeconomici derivanti dall’utilizzo di tali dati e servizi, per esempio maggiore crescita e creazione di posti di lavoro nell’UE; infine, maggiore sicurezza e autonomia dell’UE.

I nuovi investimenti

Nell’ambito della definizione di tale nuovo programma, il 13 gennaio, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), in seno alla 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore.

Nel dettaglio, Orbital Ventures, un fondo paneuropeo dedicato alle aziende nelle fasi di avviamento e iniziali, si concentra sulle tecnologie spaziali, comprese quelle a valle (comunicazioni, crittografia, conservazione e trattamento dei dati, geolocalizzazione, osservazione della Terra) e a monte (hardware, materiali, elettronica, robotica, razzi, satelliti). Quanto, invece, a Primo Space, un investitore italiano dedicato al trasferimento tecnologico in fase iniziale, è stato il primo fondo selezionato dal FEI nell’ambito del progetto pilota; si tratta di uno dei primi fondi dedicati al trasferimento tecnologico in Europa, nonché del primo in Italia, a dedicarsi esclusivamente alle tecnologie spaziali; esso investe in progetti o imprese nelle fasi iniziali e promuoverà la commercializzazione di innovazioni pionieristiche nell’industria spaziale in Europa.

Si prevede che InnovFin Space Equity Pilot sarà pienamente implementato nelle prossime settimane e sosterrà circa 50 società di tecnologia spaziale in tutta Europa.

Le dichiarazioni

Il Commissario per il Mercato interno, Thierry Breton, commentando i nuovi investimenti nel settore spaziale, ha dichiarato “Il rafforzamento della competitività nell’industria spaziale è un elemento essenziale per la ripresa del settore. Accolgo con grande favore questo investimento nelle PMI del settore delle tecnologie spaziali, che ci avvicina al nostro obiettivo di transizione digitale”. “Lo sviluppo del nostro settore spaziale ci aiuterà a rafforzare la nostra autonomia strategica, a mio avviso l’obiettivo principale della nostra generazione, che ingloba tutti i nostri obiettivi operativi” questo invece il commento del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

 

Il via libera della Commissione europea al vaccino di Moderna

EUROPA di

Il 6 gennaio la Commissione europea ha rilasciato un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata per il vaccino anti COVID-19 sviluppato da Moderna, il secondo vaccino autorizzato dall’Unione europea, dopo quello di Pfizer-BioNTech, già in fase di somministrazione negli Stati membri. L’autorizzazione fa seguito ad una raccomandazione scientifica positiva, basata su una valutazione approfondita della sicurezza, dell’efficacia e della qualità del vaccino in questione, condotta dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna, e già impiegato da qualche settimana negli Stati Uniti, ha fatto rilevare un’efficacia del 94% nel prevenire il Covid-19, simile a quella del 95% del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech e potrà essere somministrato ai maggiori di 18 anni.

L’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata

Lo scorso 30 novembre, Moderna, azienda statunitense che opera nel campo delle biotecnologie, ha presentato una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio per il vaccino anti COVID-19 all’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Quest’ultima aveva già avviato una valutazione progressiva dei dati nel corso del mese, analizzando la qualità, la sicurezza e l’efficacia del vaccino man mano che i dati diventavano disponibili. Il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA ha esaminato attentamente questi dati e raccomandato per consenso il rilascio di un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata formale. L’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata è uno dei meccanismi di regolamentazione dell’Unione europea tesi a facilitare l’accesso tempestivo a medicinali che rispondono ad un’esigenza medica non soddisfatta, anche in situazioni di emergenza come l’attuale pandemia da Covid-19. Tale autorizzazione si basa, dunque, su dati meno completi rispetto a quelli che sono richiesti per una normale autorizzazione all’immissione in commercio e vi si può ricorrere se il beneficio della disponibilità immediata di un medicinale risulta essere chiaramente superiore al rischio connesso alla disponibilità ancora parziale di dati. Tuttavia, una volta rilasciata l’autorizzazione condizionata, le aziende devono fornire, entro un certo termine, ulteriori dati anche da studi nuovi o in corso, a conferma del fatto che i benefici restano superiori ai rischi connessi.

Sulla base del parere positivo dell’EMA sul vaccino prodotto e sviluppato da Moderna, la Commissione europea ha verificato tutti gli elementi a sostegno dell’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata (motivazioni scientifiche, informazioni sul prodotto, materiale esplicativo per gli operatori sanitari, etichettatura, obblighi per i titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio, condizioni d’uso e così via) e ha consultato gli Stati membri prima di rilasciarla, in quanto responsabili dell’immissione in commercio dei vaccini e dell’uso del prodotto nei rispettivi paesi, ottenendo la loro approvazione.

I dettagli del vaccino

Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna, e già impiegato da qualche settimana negli Stati Uniti, potrà essere somministrato ai maggiori di 18 anni. Come il vaccino di Pfizer-BioNTech, il primo ad essere stato autorizzato nell’UE il 21 dicembre 2020, anche quello di Moderna è basato sull’RNA messaggero, mRNA, la molecola coinvolta nella codifica del materiale genetico per produrre le proteine trasferendo le istruzioni dal DNA al meccanismo di produzione delle proteine delle cellule. In un vaccino a mRNA, tali istruzioni permettono la produzione di frammenti innocui del virus che il corpo umano utilizza per costruire una risposta immunitaria al fine di prevenire o combattere la malattia. Nella somministrazione le cellule leggono le istruzioni genetiche e producono una proteina “spike”, cioè una proteina che si trova sulla superficie esterna del virus e attraverso la quale quest’ultimo entra nelle cellule e causa la malattia. Il sistema immunitario riconosce quindi tale proteina come estranea e produce difese naturali per contrastarla, vale a dire anticorpi e cellule T.

Nei test clinici, il vaccino di Moderna ha fatto rilevare un’efficacia del 94% nel prevenire il Covid-19, simile a quella del 95% del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech. Come quest’ultimo, anche quello di Moderna richiede la somministrazione di due dosi a distanza di circa tre settimane, ma la sua conservazione risulta essere meno complicata poichè richiede una temperatura di -20 °C contro gli almeno -70 °C richiesti da quello di Pfizer-BioNTech. Il vaccino di Moderna sembra essere però sensibilmente più costoso: quasi 15 euro a dose, contro i 12 di quello di Pfizer-BioNTech.

Prossime tappe e dichiarazioni

Il vaccino sviluppato e prodotto da Moderna fornirà all’UE, tra il primo e il terzo trimestre del 2021, un totale di 160 milioni di dosi, che si aggiungeranno alle 300 milioni di dosi del vaccino distribuito da BioNTech-Pfizer. Sulla divergenza nel numero di prenotazioni ha probabilmente inciso la minore capacità produttiva di Moderna, con i primi 20 milioni di dosi prodotti alla fine del 2020 destinati ai soli Stati Uniti. L’azienda sostiene, tuttavia, che nel 2021 potrà produrre tra i 500 e i 600 milioni di dosi per soddisfare la domanda globale, anche se non è chiaro quante di queste saranno destinate all’Unione Europea.

Secondo diversi osservatori, l’autorizzazione del vaccino di Moderna difficilmente cambierà lo stato della vaccinazione in Europa, per lo meno nell’attuale fase iniziale della campagna vaccinale. Gli stati membri hanno, invero, ricevuto le prime centinaia di migliaia di dosi, ma sono quasi tutti in ritardo nella loro somministrazione, anche a causa di alcune mancanze nell’organizzazione e della concomitanza con le festività natalizie. Quanto all’Italia, stando ai dati più recenti forniti dal governo, sono state impiegate circa 260mila dosi sulle quasi 470mila consegnate, posizionandosi prima in Europa e ottava al mondo nella campagna vaccinale.

Stella Kyriakides, Commissaria europea per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Questa impresa ci vede tutti coinvolti e tutti uniti. È per questo che abbiamo negoziato il più ampio portafoglio di vaccini al mondo per tutti gli Stati membri. Autorizziamo oggi un secondo vaccino sicuro ed efficace prodotto da Moderna che, insieme al vaccino BioNTech-Pfizer, garantirà una più celere distribuzione di 460 milioni di dosi nell’UE. E ne arriveranno altre. Gli Stati membri devono garantire che le vaccinazioni procedano a un ritmo altrettanto rapido. I nostri sforzi non cesseranno finché i vaccini non saranno disponibili per tutti nell’UE”.

“Con il vaccino Moderna, il secondo ora autorizzato nell’UE, avremo 160 milioni di dosi in più. E ne arriveranno altri: l’Europa si è assicurata fino a 2 miliardi di dosi di potenziali vaccini contro la COVID-19. Disporremo di vaccini sicuri ed efficaci in quantità più che sufficiente per proteggere tutti gli europei” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Deal! L’accordo sulle relazioni future tra Regno Unito e Unione europea

EUROPA di

Dopo quasi un anno di negoziati, scadenze disattese e posticipate, alla Vigilia di Natale, l’accordo sui futuri rapporti tra Regno Unito ed Unione europea è finalmente arrivato.  L’accordo garantirà alle due parti la possibilità di continuare a scambiare le merci senza l’imposizione di dazi e quote, nonché di proseguire la cooperazione su questioni di polizia e sicurezza, cambiamento climatico, energia e trasporti. Si tratta del più grande accordo commerciale bilaterale firmato da entrambe le parti, nonché dell’ultima intesa necessaria al completamento di una Brexit “ordinata” ed entrerà in vigore il 1° gennaio 2021, quando il Regno Unito concluderà l’uscita dall’Unione Europea, dando fine al processo iniziato con il referendum del 23 giugno 2016. Tuttavia, l’accordo pone altresì fine alla libera circolazione tra le due parti oltre a determinare l’uscita britannica da molti programmi europei, tra cui il programma di studio Erasmus+. Un Brexit Deal che evita il peggio, cioè l’uscita del Regno Unito senza accordo, ma crea pur sempre due mercati separati, per quanto interconnessi.

Il raggiungimento dell’accordo

Il 24 dicembre, quando ormai l’hard Brexit-vale a dire l’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo-sembrava essere vicina, l’Unione Europea e il Regno Unito hanno trovato un compromesso sull’accordo relativo alle relazioni future che entrerà in vigore il 1° gennaio 2021, quando il Regno Unito concluderà le fasi del recesso dall’Unione Europea. L’accordo sulle relazioni future rappresenta l’ultimo passo per completare una Brexit “ordinata”, dopo l’intesa sul recesso raggiunta nell’ottobre 2019 ed entrata in vigore lo scorso 1° febbraio.

L’accordo permetterà alle due parti di continuare a scambiare merci senza l’imposizione di dazi – quindi non si dovrà pagare quando le merci attraverseranno i rispettivi confini – né di quote – cioè non vi saranno limiti sulle quantità di beni commerciati – inoltre consentirà di proseguire la cooperazione già esistente in alcuni settori come polizia e sicurezza, cambiamento climatico, energia e trasporti. L’intesa offrirà, inoltre, alle aziende britanniche ed europee un accesso preferenziale al mercato della controparte rispetto alle regole minime stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Michel Barnier, Capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, ha dichiarato: “Siamo giunti al termine di quattro anni molto intensi, in particolare per quanto riguarda gli ultimi nove mesi durante i quali abbiamo negoziato il recesso ordinato del Regno Unito dall’UE e un partenariato completamente nuovo, che abbiamo finalmente concordato oggi. La protezione dei nostri interessi è stata la nostra preoccupazione principale durante tutti questi negoziati e sono lieto di quanto abbiamo conseguito. Spetta ora al Parlamento europeo e al Consiglio pronunciarsi su questo accordo”. “Deal is done”, l’accordo è fatto: così Boris Johnson, dal canto suo, ha confermato l’intesa raggiunta con l’Ue sul dopo Brexit sul suo account Twitter.

Le questioni più discusse

Le trattative tra Unione europea e Regno Unito sono durate circa otto mesi: sono state ostacolate dalla pandemia da Covid-19 – entrambi i capi negoziatori sono stati contagiati in primavera – e rese particolarmente complesse dall’ampia distanza tra le posizioni delle due parti su alcune questioni cruciali. Nel dettaglio, le principali questioni sul tavolo dei negoziati sono state il cosiddetto level playing field, vale a dire le regole per impedire che nel medio-lungo termine le aziende britanniche possano fare concorrenza sleale a quelle europee, il meccanismo di risoluzione per eventuali controversie e l’accesso dei pescatori europei alle acque britanniche.

Quanto all’ultimo punto – una questione di ridotta importanza economica ma di grande valore simbolico e politico sia per il Regno Unito che per alcuni Stati membri dell’UE come Francia, Danimarca e Paesi Bassi – si è trovato un accordo che prevede, nei prossimi cinque anni e mezzo, una riduzione del 25% del pesce pescato dalle imbarcazioni europee in acque britanniche. Il Regno Unito aveva inizialmente chiesto una riduzione di gran lunga maggiore (tra il 60 e l’80%) e in tempi più rapidi (tre anni) ma ha dovuto ridimensionare le sue pretese per il raggiungimento di un’intesa. Secondo l’associazione di categoria dei pescatori britannici, nel periodo di transizione che durerà fino al 2026, la quota di pesce pescato dalle imbarcazioni europee dovrà essere ridotta del 15% nel primo anno e poi per 2,5 % ogni anno successivo fino ad arrivare al 25 % nel 2025.

Sul cosiddetto level playing field Regno Unito e Unione europea hanno concordato un livello minimo di standard ambientale, sociale e sui diritti dei lavoratori da rispettare. L’accordo prevede la possibilità di intervenire nel caso in cui una delle due parti ritenga che l’altra stia praticando concorrenza sleale. Di qui la terza questione cruciale, il punto più importante che è stato oggetto di contesa negli ultimi mesi, vale a dire la governance dell’accordo e dunque il meccanismo di risoluzione per eventuali controversie: ai sensi del compromesso raggiunto le misure adottate per ristabilire la giusta concorrenza saranno valutate in un arbitrato entro 30 giorni dalla loro approvazione, con eventuali compensazioni nel caso in cui le misure venissero giudicate eccessive o ingiuste.

La fine della libera circolazione e del programma Erasmus +

L’aver raggiunto un’intesa sulle relazioni future tra Regno Unito ed Unione europea non significa che i cittadini britannici ed europei potranno agire come prima. Per quanto riguarda la libertà di movimento, i cittadini britannici non potranno più lavorare, studiare, iniziare un’attività o vivere negli Stati membri dell’Unione Europea liberamente e dovranno richiedere visti per soggiorni superiori ai 90 giorni. L’accordo stabilisce altresì la fine della libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea nel Regno Unito, punto indicato dal governo britannico come uno dei vantaggi della Brexit.

Il governo britannico, inoltre, non parteciperà più al programma di studio Erasmus+. A tal proposito il Primo Ministro Johnson ha dichiarato che il programma verrà sostituito con un altro, chiamato “Turing Scheme”, dal nome del matematico Alan Turing, il quale consentirà agli studenti del Regno Unito di studiare nelle università europee e nelle «migliori università del mondo». Il Regno Unito uscirà inoltre da molti altri programmi europei, come Galileo, il sistema di satelliti europeo che permette una maggiore precisione nell’utilizzo della tecnologia GPS.

I prossimi step

Data la portata dell’accordo, il più grande accordo commerciale bilaterale firmato da entrambe le parti, nei prossimi mesi il testo sarà presumibilmente ancora oggetto di micro-negoziati per risolvere questioni lasciate aperte.

Quanto ai prossimi step, prima di produrre definitivamente effetti giuridici, l’accordo dovrà ora essere approvato da tutte le parti interessate per poi, salvo sorprese, dare avvio alla concretizzazione della Brexit.

L’accordo definitivo sul bilancio pluriennale dell’UE

EUROPA di

Il 10 dicembre, i Capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’UE hanno trovato un accordo sull’approvazione del bilancio pluriennale per il periodo 2021-2027. Dopo una lunga e complessa trattativa, Polonia e Ungheria hanno rimosso il proprio veto ed hanno accettato un compromesso che prevede il mantenimento del meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto, ma con alcune limitazioni. Il meccanismo di condizionalità economica, invero, entrerà in vigore soltanto a partire dal primo gennaio e soltanto in relazione al budget appena approvato. Inoltre, nel caso in cui uno Stato membro decida di fare ricorso contro il meccanismo, bisognerà aspettare una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea prima di attivarlo. Il 16 dicembre è altresì giunta l’approvazione da parte del Parlamento europeo, prevedendo ulteriori 15 miliardi di euro per i principali programmi UE rispetto alla proposta originaria del Consiglio «per proteggere meglio i cittadini dalla pandemia COVID-19, fornire opportunità alla prossima generazione e preservare i valori europei».

L’approvazione da parte del Consiglio e la revoca del veto di Ungheria e Polonia

Dopo 10 settimane di intense negoziazioni, il 10 dicembre, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea, riuniti a Bruxelles, hanno trovato un accordo sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027. Un mese fa, Polonia e Ungheria, due Stati a guida semi-autoritaria, avevano posto il loro veto al bilancio in disaccordo con il nuovo meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto e che metteva i due paesi ad alto rischio di sanzioni. Il 10 dicembre entrambi i Paesi hanno accettato un compromesso che prevede il mantenimento del suddetto meccanismo di condizionalità economica ma con alcune limitazioni: entrerà in vigore soltanto a partire dal primo gennaio e soltanto in relazione al budget appena approvato. I due Paesi hanno ritirato il proprio veto dopo che gli altri 25 si sono impegnati a firmare una dichiarazione d’intenti in cui spiegano che il meccanismo verrà applicato senza pregiudizi, che sarà legato esclusivamente ai fondi europei, e che entrerà in vigore dopo una sentenza della Corte di Giustizia dell’UE, che molto probabilmente sarà interpellata da Ungheria o Polonia o dalla stessa Commissione europea.

Dopo l’approvazione dell’accordo, i due Paesi hanno affermato di considerare la dichiarazione di intenti una vittoria. Tuttavia, il testo dell’accordo, redatto un mese fa, non è stato modificato e il meccanismo entrerà effettivamente in vigore assieme al nuovo bilancio il 1° gennaio 2021. I Paesi Bassi hanno inoltre ottenuto che il meccanismo sarà retroattivo: riguarderà infatti anche le violazioni dello stato di diritto compiute prima della sentenza della Corte di Giustizia. Quanto a quest’ultima, vi sono pochi dubbi che la Corte possa respingere il nuovo meccanismo.

Se non fosse stato trovato un accordo sul bilancio pluriennale entro il 31 dicembre, l’Unione Europea sarebbe entrata in una fase di esercizio provvisorio, ipotesi finora senza precedenti. Per quanto riguarda, invece, l’approvazione del Recovery Fund da 750 miliardi di euro per la ripresa dopo la crisi provocata dal Covid-19– incluso nel Quadro finanziario pluriennale approvato – sarebbe stato possibile aggirare il veto di Polonia e Ungheria e procedere senza di loro, ma molti leader europei, tra cui la cancelliera tedesca Angela Merkel, hanno preferito una soluzione di unanimità.

La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha accolto la notizia complimentandosi con la presidenza di turno del Consiglio, detenuta dalla Germania, ed affermando che “L’Europa va avanti”. Quanto all’Italia, in seguito al raggiungimento del compromesso, il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha scritto su Twitter che l’accordo consente di sbloccare 209 miliardi di euro destinati al nostro Paese.

L’approvazione del Parlamento europeo

Il 16 dicembre è giunta altresì l’approvazione del Parlamento Europeo al Quadro finanziario pluriennale (QFP). Rispetto alla proposta iniziale del Consiglio sono stati previsti ulteriori 15 miliardi di euro per finanziare dieci programmi che hanno a che fare con sanità, ricerca, cultura e politica comune su migrazione e asilo «Per proteggere meglio i cittadini dalla pandemia COVID-19, fornire opportunità alla prossima generazione e preservare i valori europei». Grazie a questo compromesso, in termini reali, il Parlamento europeo triplica la dotazione per EU4Health, assicura l’equivalente di un anno supplementare di finanziamento per Erasmus+ e garantisce che i finanziamenti per la ricerca continuino ad aumentare.

I negoziatori hanno accettato il principio secondo cui i costi a medio e lungo termine per ripagare il debito che genererà il Recovery non devono essere coperti a scapito dei programmi di investimento del QFP. Pertanto, è stata elaborata una tabella di marcia per introdurre nuove “risorse proprie” – vale a dire delle tasse riscosse direttamente dall’UE – da inserire nel bilancio nei prossimi sette anni e far fronte così a tali costi aggiuntivi.

L’Europarlamento ha altresì approvato il regolamento che introduce il meccanismo di condizionalità economica e con riguardo alla spesa dei fondi del Next Generation EU ha garantito l’occorrenza di incontri regolari tra le tre principali istituzioni europee, al fine di valutare l’attuazione dei fondi messi a disposizione. In aggiunta, vi sarà una migliore tracciabilità per garantire che almeno il 30% dell’importo totale del bilancio dell’UE sostenga gli obiettivi di protezione del clima, e che il 7,5% della spesa annuale sia dedicata agli obiettivi di biodiversità a partire dal 2024, e il 10% dal 2026 in poi. Infine, last but not least, la parità di  genere sarà ora prioritaria nel QFP, attraverso un’approfondita valutazione dell’impatto di genere e il monitoraggio dei programmi finanziati.

 

L’ accordo sui fondi dell’UE per le politiche comuni in materia di asilo, migrazione e integrazione

EUROPA di

Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo sulle priorità di bilancio per le politiche di asilo, migrazione e integrazione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027. Il rinnovato Fondo “Asilo, migrazione e integrazione”, ammonterà a 9,882 miliardi di euro a prezzi correnti. Rafforzare la politica comune in materia di asilo, sviluppare la migrazione legale in relazione alle esigenze socioeconomiche degli Stati membri, promuovere un’efficace integrazione e inclusione sociale, contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi principali del fondo prefissati dai colegislatori.

Il Fondo asilo migrazione e integrazione

Il “Fondo asilo migrazione e integrazione” (Fami)” è uno strumento finanziario istituito con Regolamento UE n. 516/2014 avente l’obiettivo di promuovere una gestione integrata dei flussi migratori, sostenendo tutti gli aspetti del fenomeno: asilo, integrazione e rimpatrio. Tutti gli Stati membri dell’Unione europea, tranne la Danimarca, partecipano all’attuazione del Fondo. Nel dettaglio, quest’ultimo è gestito dalla Commissione europea tramite la sua Direzione Generale Migrazione e affari interni, con l’ausilio delle Autorità Responsabili del Fondo, vale a dire gli organismi pubblici degli Stati membri interessati. In Italia tale Autorità corrisponde al Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno.

Oltre ad avere una dimensione interna il Fami ha altresì una dimensione esterna, supportando azioni condotte in Paesi terzi, purché queste siano nell’interesse della politica dell’Unione in materia di immigrazione e degli obiettivi UE di sicurezza interna ed è inoltre impiegato per rispondere rapidamente alle emergenze, attraverso procedure che permettano di concedere finanziamenti in un breve lasso di tempo.

Il Fami nel quadro finanziario 2021-2027: l’accordo tra Parlamento e Consiglio

Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo politico sulle priorità di bilancio per le politiche di asilo, migrazione e integrazione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027: il rinnovato Fami ammonterà a 9,882 miliardi di euro a prezzi correnti. Rafforzare la politica comune in materia di asilo, sviluppare la migrazione legale in relazione alle esigenze socioeconomiche degli Stati membri, promuovere un’efficace integrazione e inclusione sociale, contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi principali del fondo prefissati dai colegislatori. Altri obiettivi includono la garanzia di rimpatri e riammissioni sicure e dignitose per coloro che non hanno diritto a rimanere nell’UE, nonché il supporto nel processo di reinserimento nei paesi terzi. Su richiesta del Parlamento europeo, il fondo dovrebbe altresì mirare a rafforzare la solidarietà e la condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri, in particolare nei confronti di coloro che sono più colpiti dalle sfide dei flussi migratori e dell’asilo, come Italia e Grecia, attraverso una cooperazione pratica.

La maggior parte dei fondi, circa il 63,5%, sarà destinata a programmi in gestione concorrente tra l’UE e gli Stati membri, le cui assegnazioni varieranno a seconda del numero di cittadini di paesi terzi residenti nel paese, domande di asilo ricevute, decisioni di rimpatrio prese e rimpatri effettuati. Il restante 36,5% sarà gestito direttamente dall’UE e sarà impiegato per rispondere rapidamente alle emergenze, all’ammissione umanitaria da paesi terzi e al reinsediamento di richiedenti asilo e rifugiati in altri Stati membri dell’Unione, “come parte degli sforzi di solidarietà”.

I negoziatori hanno altresì assicurato che i fondi potranno essere assegnati alle Autorità locali e regionali che implementano misure per sostenere il processo di integrazione nella loro comunità.

Gli europarlamentari sono riusciti ad aumentare la somma che i paesi dell’UE riceveranno per ogni persona reinsediata: 10.000 euro, contro i 7.000 euro previsti dal Consiglio, la stessa cifra che riceveranno per ogni persona ricollocata da un altro Stato membro. Inoltre, mentre nell’ambito del precedente quadro finanziario pluriennale 2014-2020 i paesi non hanno ricevuto fondi per l’ammissione umanitaria, ora riceveranno 6.000 € per ogni persona accolta con questo meccanismo, 8.000 € se si tratta di una persona vulnerabile.

Dichiarazioni e prossimi step

“Rinforzato, il nuovo fondo diventerà uno strumento chiave dell’UE per gestire la migrazione, l’asilo e l’integrazione in modo efficace e umano. La solidarietà non sarà solo una frase vuota, perché i paesi dell’UE riceveranno un generoso sostegno finanziario, anche attraverso il reinsediamento e il trasferimento. Le autorità locali e regionali avranno anche un accesso più facile ai fondi da spendere per l’integrazione e maggiori garanzie limiteranno la spesa al di fuori dell’UE, che è stata la priorità per il Parlamento” ha dichiarato la relatrice slovena Tanja Fajon – appartenente al gruppo dei Socialisti e democratici – in seguito al raggiungimento del compromesso.

Quanto ai prossimi passi, l’accordo tra il Parlamento e il Consiglio sarà ora finalizzato a livello tecnico, entrambe le istituzioni europee sono quindi chiamate ad adottarlo formalmente.

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Francesca Scalpelli
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