GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Francesca Scalpelli

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Francia, chiusura di 14 reattori nucleari per un approvvigionamento differenziato

EUROPA di

Électricité de France (EDF), la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, ha presentato un piano per la chiusura, entro il 2035, di 14 reattori nucleari in 7 centrali presenti nel territorio nazionale. Si tratta dei reattori più vecchi, vale a dire a più alto rischio e con la manutenzione più complessa. Le 7 centrali interessate non saranno eliminate, bensì lavoreranno a metà servizio.

Il piano di EDF

La scadenza per il processo di chiusura è fissata tra 15 anni ma già durante quest’anno verranno spenti due reattori, al confine con la Germania, nella località di Fessenheim. Gli altri reattori sono presenti negli impianti di Blayais, Bugey, Chinon, Cruas, Dampierre, Gravelines e Tricastin.

Puntare sull’energia rinnovabile e liberarsi dei reattori più vecchi sono gli obiettivi del piano presentato da EDF al Governo, con la prospettiva di un passaggio dalla condizione attuale in cui oltre il 70% di energia è prodotta dalle centrali nucleari, ad un approvvigionamento maggiormente differenziato. Nel dettaglio, l’obiettivo è un calo del 20% dell’energia proveniente dalle centrali nucleari entro il 2035.

“Il principio generale sarà quello di spegnere i reattori, escluso Fessenheim, al termine della loro quinta interruzione decennale, vale a dire spegnimenti tra il 2029 e il 2035” come si legge nella prima versione della Programmazione pluriennale dell’energia, che stabilisce le priorità del Governo per l’azione energetica nella Francia continentale nei prossimi sei anni. Il testo sarà sottoposto alla consultazione pubblica fino al 19 febbraio.

Maxence Cordiez, ingegnere nel settore energetico, ha posto l’accento sull’importanza della fusione tra la necessaria lotta contro il cambiamento climatico e la volontà politica di chiudere le centrali nucleari ai massimi livelli dello stato.

L’azione del Governo

Da parte sua, il Governo francese ha stanziato 1 miliardo e 800 milioni di euro per la produzione del biogas. Un altro campo che attira molto l’amministrazione francese è l’eolico: la scommessa è quella di raddoppiare l’energia prodotta da pale off shore, sfruttando l’oceano. “La visualizzazione di una traiettoria leggibile e anticipata consentirà alle regioni e ai dipendenti di prepararsi meglio, iniziare la loro conversione con largo anticipo e strutturare il settore dello smantellamento. Porterà inoltre visibilità a tutte le parti interessate nel sistema elettrico per i loro investimenti”, ha aggiunto il Governo francese.

La Ministra della transizione ecologica e solidale, Élisabeth Borne in un’intervista rilasciata lunedì 20 gennaio al quotidiano Le Monde, ha dichiarato: “Questa è la prima strategia nazionale a basse emissioni di carbonio che fornisce una traiettoria settore per settore per raggiungere il neutralità del carbonio a metà del secolo”. La Ministra ha poi aggiunto “Diamo obiettivi credibili, che traduciamo in azione, spegnendo il primo reattore della centrale di Fessenheim a febbraio e spegnendo le centrali a carbone”.

François Brottes, il Presidente del Consiglio Direttivo di Réseau de Transport d’Électricité (RTE) -il gestore della trasmissione di elettricità- ha spiegato in una conferenza stampa che “Entro il 2030, 45 GW di carbone saranno chiusi (equivalente di 45 reattori nucleari), 27 reattori nucleari entro il 2035 tra Francia e paesi vicini in Europa. Questo è ciò che è in gioco, è la decarbonizzazione”.

I precedenti

L’attenzione della Francia al tema della differenziazione energetica è riconducibile a due eventi: la canicola estiva, che ha costretto a spegnere le centrali nucleari per il rischio di surriscaldamento, ed un recente terremoto di 5,4 gradi sulla scala Richter al Sud Est del Paese che ha fatto temere il peggio per una centrale, spenta per qualche giorno. In particolare, dopo quest’ultimo evento l’associazione “Sortir du nucleaire”, che milita per l’abbandono del nucleare ha ricordato che le centrali nucleari sono a norma per scosse fino a 5,2, mentre è stata espressa un’opinione diversa dal Direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare Rémy Catteau, il quale ha dichiarato che “le installazioni sono pensate per resistere a scosse molto più elevate”. L’indice SMS (Sisma maggiorato di sicurezza) è stato calcolato nuovamente in seguito al disastro di Fukushima: è superiore al terremoto più grave che verosimilmente può prodursi una volta ogni mille anni, e che nel caso del Sud della Francia risale all’8 agosto 1873 di 4,7 gradi sulla scala Richter, a Chateauneuf-du-Rhone, a pochi chilometri dall’attuale centrale di Tricastin.

Un sondaggio pubblicato lo scorso giugno ha mostrato che il 69% della popolazione francese ritiene che l’energia nucleare contribuisca al cambiamento climatico. Date le sfide poste dal cambiamento climatico, l’obiettivo è evitare un atteggiamento sia irresponsabile che pericoloso.

Attualmente sono 417 i reattori nucleari esistenti al mondo e i Paesi che li gestiscono sono 31. È importante sottolineare, tuttavia, che la costruzione di centrali è diminuita negli ultimi 5 anni a causa del disastro di Fukushima del 2011, dovuto principalmente allo tsunami che ha seguito il terremoto di Tohoku.

 

 

Libia: la Conferenza di Berlino e il ruolo dell’Unione europea

EUROPA di

La Conferenza di Berlino sulla Libia ha riunito i partner regionali e internazionali più influenti nell’attuale fase cruciale della crisi libica. I partecipanti, Paesi ed Organizzazioni, hanno raggiunto un accordo su 55 punti e su una sua applicazione rapida.

I risultati della Conferenza di Berlino

Dopo 4 ore di colloqui, è stata presentata una dichiarazione condivisa in cui i partecipanti si sono impegnati ad astenersi da qualsiasi misura e da qualsiasi ulteriore sostegno militare alle parti “sul territorio e sopra il territorio della Libia, a partire dall’inizio del cessate il fuoco”. I presenti hanno poi ribadito il proprio impegno ad astenersi dalle “interferenze nel conflitto armato e negli affari interni della Libia” in virtù del fatto che “solo un processo politico libico e guidato dalla Libia può mettere fine al conflitto e portare una pace duratura”. 16 partner, tra Paesi ed Organizzazioni internazionali, hanno votato a favore di un embargo sulle armi proposto dalle Nazioni Unite che dovrà essere monitorato con maggiore attenzione rispetto al passato.

Lo scopo è quello di facilitare un processo di pace nell’ambito di un conflitto civile, in corso ormai da anni, caratterizzato da una complessità dovuta alla pluralità delle parti coinvolte.

Al tavolo dove si sono riuniti tutti i Paesi UE ed extra UE che hanno dato la propria approvazione alla dichiarazione finale sono mancati i due leader libici Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar, la cui partecipazione alla Conferenza è stata frutto di negoziazioni ed accolta con favore dalla comunità internazionale. Sembra che i due leader libici abbiano nominato i membri della commissione militare “5+5” che, secondo il piano di azione United Nations Support Mission in Libya-Unsmil, dovrebbe avere il compito di monitorare il cessate il fuoco e stabilire la linea degli schieramenti.

L’Unione europea e la crisi libica

Quanto al ruolo dell’Unione europea, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e l’Alto rappresentante/Vicepresidente della Commissione Josep Borrell hanno rilasciato una dichiarazione comune, in cui hanno ribadito che l’unica soluzione sostenibile alla crisi in Libia sono gli sforzi di mediazione guidati dalle Nazioni Unite, che mettono al centro i bisogni di tutto il popolo libico. I due, a nome dell’Unione, hanno dichiarato di sostenere “l’unità, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, nell’interesse della stabilità e della prosperità della regione, che sono importanti anche per l’Europa”.

L’Unione Europea è soprattutto interessata a porre fine al conflitto nel timore che la crisi peggiori e che diventi “una seconda Siria”, come affermato dal Ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas. Anche in Europa però si manifestano interessi contrastanti: l’Italia, che ha sempre avuto un peso importante nella questione libica, sostiene al-Serraj, ma da vari mesi ha perso molta della sua influenza; la Francia si è legata a Haftar, per interessi economici ed energetici, nonché nella speranza di riuscire a contrastare i gruppi terroristici in Libia e nei paesi limitrofi. Nel frattempo, la Grecia protesta per non essere stata invitata a Berlino, minacciando di porre il suo veto alle iniziative dell’Unione sulla Libia.

 

Riunione straordinaria del Cops sulla Libia

In seno all’Unione è stata convocata una riunione straordinaria del Comitato Europeo per la Politica e la Sicurezza (Cops) sulla Libia. Si inizierà, così, a lavorare sul mandato del Consiglio per la rimodulazione dell’Operazione Sophia, che dovrà essere profondamente rivista per indirizzarla sul monitoraggio efficace dell’embargo di armi dell’ONU, non solo via mare ma anche via aria ed auspicabilmente via terra. L’Operazione Sophia, congiuntamente ad una proposta per una missione di peacekeeping in Libia, sarà un punto ricorrente nell’agenda del Cops. L’Alto rappresentante dell’Ue Jospe Borrell ha auspicato, infatti, che entrambe le iniziative siano pronte per il Consiglio Affari esteri dell’Ue che si terrà il 17 febbraio.

Le dichiarazioni

“Ho parlato dell’attuazione dei risultati della Conferenza di Berlino col Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e gli ho rivolto un invito a partecipare presto alla riunione dei commissari, al fine di discutere una stretta collaborazione tra la Commissione Ue e l’Onu” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, su Twitter.

“L’Unione europea si sta attrezzando per attuare i risultati della conferenza di Berlino. Siamo pronti a mobilitare le nostre risorse dove sono maggiormente necessarie” questo è quanto affermato, invece, dal Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in una dichiarazione. “A breve termine- ha affermato- il nostro contributo consisterà nel riflettere sul modo più efficace di monitorare il rispetto del cessate il fuoco e il rispetto dell’embargo sulle armi”.

“La conferenza di Berlino ha funzionato” – ha dichiarato, infine, su Twitter il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli- “La dichiarazione ha trovato il consenso della comunità internazionale per dare pace alla Libia. Ruolo chiave dell’Unione europea quando agisce unita. Adesso la parola passa ai leader dei due fronti libici”.

 

Macron nel mirino in una Francia in subbuglio dal 5 dicembre

EUROPA di

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio, a Parigi, nel cuore del quartiere di Montparnasse, è divampato un incendio nella brasserie “La Rotonde”. Si tratta di un’istituzione parigina ed è lo stesso ristorante in cui il Presidente francese, Emmanuel Macron, festeggiò la vittoria al primo turno alle elezioni presidenziali del 2017, in una cena che gli aveva fatto guadagnare diverse critiche.

Incendio nella “brasserie presidenziale”

Il responsabile del locale ha riferito che l’incendio è divampato intorno alle 5 e un quarto, non provocando, così, dato l’orario, delle vittime e non rendendo necessaria un’evacuazione. Giunta sul posto dopo alcuni minuti, la polizia ha scoperto un inizio di incendio all’esterno del ristorante, nella zona dei tavolini, in quel momento chiusa. Chi ha appiccato il fuoco ha rotto un vetro per accedere alla parte esterna del ristorante, sul marciapiede, per poi procedere con l’atto vandalico. Il fuoco è stato domato dai pompieri tempestivamente, compromettendo soltanto una decina di metri quadrati del locale, come spiegato dal Capitano Florian Lointier di BSPP-Brigade de sapeurs-pompiers de Paris, i vigili del Fuoco parigini.

I responsabili del ristorante parlano di «danni importanti» e di «diversi giorni di chiusura, forse settimane», prima di poter riaprire ai clienti.

Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha manifestato il suo supporto alla brasserie e ha descritto l’incendio come un “danno inaccettabile”.

Le indagini e i precedenti

La Procura ha aperto subito un’inchiesta e gli investigatori hanno affermato che l’incendio non è stato casuale. La pista criminale sembra quella più probabile. Rémy Heitz, il pubblico ministero di Parigi, ha confermato che si tratta di “un atto volontario” aggiungendo “Sono state trovate tracce di idrocarburi”.

“Nelle immagini video, vediamo due ragazzi che cercano di sfondare la porta”- ha dichiarato un alto funzionario del Ministero degli Interni- “Poi li vediamo rompere la finestra sul lato, lanciare quella che sembra essere benzina e dare fuoco a una credenza su cui sono posizionati i tovaglioli”.

Non è la prima volta che il locale è stato minacciato ed attaccato. Come “Le Fouquet’s” sugli Champs Elysées, locale da Nicolas Sarkozy, La Rotonde è diventata un simbolo politico.

Un altro tentativo di incendio era stato sventato, con modalità simili, pochi giorni prima, lo scorso 9 gennaio: il fuoco è stato immediatamente spento.

Il legame del ristorante con il Presidente francese lascia sospettare un colpo diretto allo stesso Macron, una rivendicazione politica.

Durante l’anno, la Rotonda ha dovuto chiudere le porte più volte durante le dimostrazioni dei gilet gialli. Il giorno prima dell’evento, durante la manifestazione contro la riforma delle pensioni, i manifestanti hanno sfilato davanti al locale urlando “Morte a Macron, Morte a La Rotonde!”.

Tentativo di blitz in un teatro parigino

Lo stesso giorno, il Presidente francese è stato protagonista di un altro evento: una trentina di manifestanti hanno tentato di entrare in un teatro parigino, Bouffe du Nord, in cui Macron e la première dame Brigitte stavano assistendo allo spettacolo “La Mouche”. Il tentativo è stato bloccato dalla polizia, Macron e la consorte sono stati messi in sicurezza, per poi rientrare nella sala per assistere alla fine dello spettacolo teatrale.

A segnalare la loro presenza nel teatro sembra esser stato il giornalista militante Taha Bouhafs, che su Twitter ha scritto “Qualcosa si sta preparando, la serata sarà movimentata”, invitando i militanti ad intervenire.

L’entourage di Macron, dopo l’episodio, ha fatto sapere che “il Presidente continuerà a recarsi a teatro come è abituato a fare e vigilerà affinché azioni politiche non violino la libertà di espressione, la libertà degli artisti e la libertà di creazione”.

Questi eventi si inquadrano in una Francia in subbuglio dal 5 dicembre, data dell’inizio degli scioperi e delle manifestazioni contro la riforma delle pensioni voluta dal Governo dello stesso Macron.

In seguito al procedere delle manifestazioni, il governo francese ha deciso di fare una parziale marcia indietro sulla riforma, revocando temporaneamente dal progetto di riforma la misura più contestata dell’età pensionabile a 64 anni per uscire dal mondo del lavoro a tasso pieno.

Nonostante questa modifica concessa dal governo francese, i sindacati francesi sembrano aver raccolto il testimone dai gilet gialli e continuano a scendere in piazza a Parigi e nel resto del paese.

In questo contesto, il 21 gennaio, nell’ambito di un nuovo blitz contro la riforma aspramente criticata, si è verificato l’ennesimo taglio di corrente nella zona dell’aeroporto di Orly e dei mercati generali di Rungis, a sud di Parigi. L’evento è stato rivendicato dal sindacato CGT Energie che ha agito con l’obiettivo di “colpire l’economia e mostrare la mobilitazione contro la riforma delle pensioni”.

 

L’Unione europea nella crisi tra Iran e USA

EUROPA di

In seguito all’escalation fra Stati Uniti ed Iran, dovuta all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani nell’ambito di un’operazione statunitense, si pone la questione relativa al ruolo ricoperto dai paesi europei e dall’Unione europea nella crisi internazionale. Nonostante la posizione scomoda, fra gli storici alleati degli Stati Uniti ed un Paese come l’Iran con cui l’Unione nel 2015 ha negoziato lo storico accordo sullo sviluppo non militare dell’energia nucleare, e nonostante lo scetticismo dei più critici, qualcosa sembra muoversi.

Nell’ambito di tali controversie internazionali, puntualmente, si torna a dibattere sul ruolo che è chiamata ad occupare l’UE e sull’incidenza della sua politica estera. Questo poiché spesso si reclama un ruolo maggiormente attivo e si lamenta un impegno insufficiente.

Le accuse

Politico ha accusato l’Unione Europea di essere “fuori fase” sulla questione iraniana, mentre gli alleati statunitensi stanno conducendo una politica estera molto aggressiva senza consultarsi con gli altri Stati.

Poche settimane fa la neopresidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, aveva promesso che l’istituzione che guida sarebbe stata una “commissione geopolitica”, con un aumento del peso dell’Unione europea tra i grandi attori globali che articolano le relazioni internazionali, punto debole fino ad oggi nell’articolazione del disegno europeo. Nonostante l’istituzione di organi impegnati nella definizione di una politica estera europea, come l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica sicurezza- carica ricoperta dallo spagnolo Josep Borrell, succeduto all’italiana Federica Mogherini- gli Stati membri più potenti ed aventi un ruolo maggiore nel consesso internazionale sono da sempre restii a cedere la propria sovranità.

In tal modo aumenta la difficoltà di trovare una posizione di compromesso tra i 28 e ciò indebolisce il ruolo dell’Unione, rallentando la sua reazione ufficiale ai grandi avvenimenti. Così come è accaduto in seguito all’uccisione del generale iraniano: la prima dichiarazione ufficiale di von der Leyen sulla morte di Suleimani è arrivata lunedì alle 18.30, a più di tre giorni di distanza dall’evento.

La soluzione diplomatica garantita dall’UE

Nonostante ciò, altri importanti leader dell’Unione europea, come lo stesso Alto rappresentante Borrell ed il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, hanno reagito più tempestivamente. Josep Borrell, formalmente anche vicepresidente della Commissione europea, si è mostrato come il più attivo leader europeo, convocando una riunione straordinaria dei ministri degli esteri degli stati membri per il 10 gennaio, al fine di “discutere sui recenti sviluppi in Iraq ed Iran” e concordare una linea comune, ribadendo il pieno impegno dell’UE “per evitare una escalation nella regione”. Soprattutto, Borrell ha tenuto un colloquio telefonico con il potente Ministro degli esteri iraniano, Javad Zarif- uno dei principali negoziatori dell’accordo del 2015 tra Iran, USA, Francia, Regno Unito, Cina e Germania, negoziato con successo con il grande contributo dell’Unione europea. Borrell ha riferito che Zarif ha “condannato molto chiaramente” l’uccisione di Soleimani, ma lo ha “rassicurato” sulla non intenzione di mettere in atto una escalation di violenze. Il Ministro degli esteri iraniano appartiene all’ala moderata, pertanto non hanno sorpreso le sue posizioni più concilianti se confrontate con quelle dei leader più conservatori. Tuttavia, alla luce dell’intenzione- anticipata da mesi in seguito al ritiro degli Stati Uniti ed annunciata da Zarif stesso- di non rispettare più i limiti imposti dallo storico accordo siglato nel 2015, i suoi toni hanno comunque avuto un forte valore simbolico. Nel dettaglio, il Ministro degli esteri iraniano ha dichiarato che non rispetterà più il numero massimo di centrifughe stabilito nel 2015- la cui costruzione per l’arricchimento dell’uranio è un passaggio fondamentale per la preparazione della bomba atomica- ma ha anche annunciato che continuerà a consentire le ispezioni internazionali nei siti iraniani, smentendo di essere uscito dall’accordo. Il governo iraniano ha così tenuto la porta aperta per una soluzione diplomatica della crisi, mandando un messaggio ai paesi che ancora sono rimasti fedeli all’accordo, gli stati europei, riconoscendo i loro sforzi. Sembra dunque che Borrell sia riuscito nel complicato compito di mantenere un canale di comunicazione e le relazioni reciproche fra Iran ed Unione europea, tassello fondamentale per evitare l’inasprimento della crisi.

Colui che guida l’organo che riunisce i capi di Stato e di Governo dell’UE, Charles Michel, dal canto suo, ha pubblicato una dichiarazione a poche ore dall’evento, chiedendo ad ambedue le parti di evitare una escalation violenta. Egli nei giorni successivi si è anche confrontato con il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nonché con il Primo ministro canadese, Justin Trudeau.

Gli stati membri che hanno sottoscritto l’accordo del 2015

 

Anche gli Stati membri vincolati dall’accordo del 2015, si sono mossi con una cautela non differente da quella messa in atto dall’UE. Il Regno Unito, ad esempio, si trova ad affrontare un’ulteriore complicazione dovuta alla Brexit: il governo guidato da Boris Johnson deve trovare una posizione di compromesso fra gli Stati Uniti – con cui desidera rafforzare i legami commerciali dopo l’uscita dall’Unione Europea – ed i tradizionali alleati europei, con cui molto spesso negli ultimi anni ha trovato una linea comune in politica estera e con cui sta negoziando per la concretizzazione della Brexit. Pertanto, ciò ha condotto il governo britannico ad assumere posizioni piuttosto contraddittorie sull’uccisione di Souleimani, condannando Trump, senza citarlo direttamente, sottolineando l’influenza negativa dell’Iran nel quadrante Mediorientale, ma, al contempo, chiedendo agli USA di evitare un inasprimento della crisi.

Anche Germania e Francia hanno reagito in maniera diversa: il Ministro degli Esteri tedesco ha esplicitamente accusato il governo americano di “non aver reso più semplici le cose” con l’uccisione di Soleimani, mentre il Ministro francese si è detto preoccupato per le conseguenze sulla coalizione che sta combattendo contro l’ISIS in quel quadrante, coalizione guidata proprio dagli Stati Uniti.

Gli inglesi, i tedeschi ed i francesi, secondo Politico, hanno iniziato ad esprimere più chiaramente la loro vicinanza agli Stati Uniti dopo che il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, si è lamentato del fatto che “gli europei non sono stati di aiuto”. Come risposta, i tre paesi hanno pubblicato un comunicato congiunto sull’Iran in cui viene evidenziato il suo “impatto negativo” in Medio Oriente.

Il 14 gennaio i tre Paesi europei firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano hanno annunciato di avere demandato ad un meccanismo di risoluzione delle controversie, previsto dall’accordo del 2015, la decisione di Teheran di rivedere l’applicazione dell’intesa. La scelta di Germania, Francia e Regno Unito è politicamente significativa: al netto della comunicazione congiunta contro l’influenza negativa dell’Iran, si tratta di un tentativo di mantenere le relazioni con Teheran nel quadro dell’importante accordo.

In definitiva, la soluzione diplomatica sembra essere ancora la via prediletta e questo anche grazie all’Unione europea.

Parigi: il corpo di un quattordicenne è stato ritrovato a Charles de Gaulle, sognava l’Europa

EUROPA di

L’8 gennaio, a bordo del volo Air France AF 703 proveniente da Abidjan ed atterrato a Parigi, è stato trovato il cadavere di un passeggero clandestino in un carrello. A seguito delle indagini, il Ministero dei trasporti della Costa d’Avorio, dopo aver consultato la famiglia, ha rivelato la sua identità: Ani Guibahi Laurent Barthélémy, 14 anni. Era nato il 5 febbraio 2005 a Yopougon, nel distretto di Abidjan in Costa d’Avorio ed era uno studente regolare a Niangon Lokoua, un sobborgo dello stesso distretto.

Il ritrovamento e le indagini

Il Boeing 777, dopo un volo di sei ore, è arrivato all’aeroporto Charles de Gaulle verso le 6 di mattina ed il corpo è stato trovato intorno alle 6:40. Dopo aver fatto scendere i passeggeri, sono cominciati i preparativi per il viaggio in direzione opposta verso il Paese africano. I tecnici si sono avvicinati come di routine al carrello di atterraggio scoprendo la presenza di un cadavere. Un portavoce della compagnia aerea francese ha confermato la morte di un passeggero clandestino- privo di documenti o lettere- senza specificare la sua età e deplorando un “dramma umano”. Il corpo del bambino è stato portato all’istituto medico-legale ed i gendarmi dei trasporti aerei hanno condotto l’inchiesta.

Sembrerebbe che il 14enne sia morto per asfissia o per congelamento, come tante persone prima di lui, nel tentativo di raggiungere l’Europa da clandestino.  Le temperature scendono a -50 gradi tra i 9 e i 10mila-l’altitudine alla quale volano gli aerei di linea- e l’ambiente dove si trovava il quattordicenne non è né riscaldato né pressurizzato.

Le immagini delle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto mostrano come Ani Guibahi Laurent Barthélémy abbia raggiunto il carrello di atterraggio dell’aeromobile afferrandolo mentre si preparava al decollo, verso le 22,55. In un’intervista, il Ministro dei trasporti ivoriano Amadou Koné ha spiegato come nel video “si vede un individuo che indossa una maglietta (…) Pensiamo sia riuscito a entrare sulla pista scavalcando le recinzioni. Poi si deve essere nascosto nelle siepi per infine correre ad afferrare il carrello di atterraggio dell’aereo proprio al momento del decollo”.

Un caso non isolato

Si tratta di un caso non isolato: negli ultimi anni, diversi clandestini, tra cui adolescenti africani, sono stati trovati morti per il freddo o investiti. Secondo i dati dell’ong International Volunteer Center (Cevi), nel 2017 sono arrivati in Italia dalla Costa d’Avorio 8.753 migranti tra i 14 e i  24 anni. Tra questi 1.263 sono donne e 1.474 sono minori non accompagnati. Un evento simile si è verificato nell’aeroporto di Milano Malpensa, nei primi anni 2000.  Lo scorso primo luglio, invece, il corpo di un clandestino è stato ritrovato nel giardino di una casa di Clapham, poco lontano dall’aeroporto di Heathrow: era caduto dal volo Nairobi-Londra della Kenya Airways. Nel 2012 un altro clandestino, José Matada, era precipitato vicino a Heathrow da un aereo proveniente dall’Angola. Così era accaduto anche a Yahuine Koita e Fode Tounkara: avevano 14 e 15 anni quando si nascosero il 29 Luglio del 1999 in un carrello di un aereo partito da Conakry in Guinea e diretto a Bruxelles. Morirono assiderati, ma i due bambini portavano una lettera scritta a mano con destinatario l’Europa: “Signori membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente in Africa, aiutateci, abbiamo dei problemi e i bambini non hanno diritti…in Guinea, abbiamo molte scuole ma una grande mancanza di istruzione e d’insegnamento, salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono molti soldi, e i nostri genitori sono poveri, in media ci danno da mangiare. E poi non abbiamo scuole di sport come il calcio, il basket, il tennis, eccetera. Dunque in questo caso noi africani, e soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l’Africa perché progredisca”.

La sicurezza dell’aeroporto

Oltre alla tragedia umana, l’evento indica una grave violazione della sicurezza all’aeroporto ivoriano di Abidjan e ci si domanda come un ragazzo di 14 anni possa ottenere clandestinamente l’accesso ad un aereo e se ha beneficiato della complicità di qualcuno. Si sospetta, infatti, che un complice adulto lo abbia aiutato a passare, pur sapendo che il tentativo si sarebbe concluso molto probabilmente con la sua morte.

Da parte sua, il Governo della Costa d’Avorio ha dichiarato di aver “intrapreso il rafforzamento” delle disposizioni di sicurezza nell’aeroporto: sono state adottate diverse misure, in particolare il divieto di passaggio nella zona adiacente all’area aeroportuale per creare “una zona cuscinetto di sicurezza intorno l’aeroporto”.

Una corsa che è passata inosservata e un dramma umano, emblema della gravità di un fenomeno a cui urge trovare una soluzione.

Attacco a Villejuif: in Francia la lotta contro il terrorismo torna al centro dell’attenzione

EUROPA di

Cinque anni dopo gli attacchi terroristici che hanno colpito Parigi nel 2015, venerdì 3 gennaio, a Villejuif, comune francese a pochi chilometri dalla capitale, un uomo ha accoltellato diversi passanti: un uomo è morto e due donne sono state ferite gravemente. L’aggressore, noto come Nathan C., ventiduenne, è stato ucciso dalla polizia dopo aver tentato una fuga. Continue reading “Attacco a Villejuif: in Francia la lotta contro il terrorismo torna al centro dell’attenzione” »

Francia ancora in subbuglio: sviluppi delle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni

EUROPA di

Età pensionabile ferma a 62 anni ed abolizione dei 42 diversi regimi del sistema pensionistico attualmente in vigore: l’11 dicembre, il Primo Ministro francese, Édouard Philippe ha annunciato il contenuto dell’attesa riforma delle pensioni, che ha provocato e continua a provocare diverse manifestazioni e proteste in tutta la Francia. Continue reading “Francia ancora in subbuglio: sviluppi delle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni” »

Green Deal, l’Unione europea presenta il proprio piano d’azione per il clima

EUROPA di

L’11 dicembre la Commissione europea ha presentato il tanto atteso Green deal, un piano per rendere l’economia dell’Unione europea sostenibile, trasformando le sfide climatiche ed ambientali in opportunità in tutti i settori e rendendo la transizione giusta ed inclusiva per tutti. Continue reading “Green Deal, l’Unione europea presenta il proprio piano d’azione per il clima” »

Vertice di Londra per i 70 anni della Nato: lo specchio delle attuali tensioni

EUROPA/SICUREZZA di

L’anniversario dei 70 anni della Nato fa emergere l’attuale situazione critica dell’Organizzazione, tra le recenti dichiarazioni del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, che la definisce “in stato di morte cerebrale”, l’ira ed il disprezzo del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per un sistema di protezione della pace e della sicurezza creato dagli stessi americani, la riluttanza degli europei a partecipare aumentando i loro bilanci militari e l’incontrollabile comportamento della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan.

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Francesca Scalpelli
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