GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Author

Francesca Scalpelli

Francesca Scalpelli has 149 articles published.

L’accordo sul bilancio pluriennale dell’UE in ostaggio del veto di Polonia, Ungheria e Slovenia

EUROPA di

L’iter di approvazione del bilancio pluriennale europeo per il periodo 2021-2027 si conferma lungo e complesso. Il 16 novembre, nell’ambito di una riunione del Consiglio dell’Unione europea, Ungheria e Polonia, come preannunciato, hanno posto il proprio veto sull’aumento delle risorse proprie dell’UE, opponendosi al meccanismo di condizionalità che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Pochi giorni dopo, anche la Slovenia si è detta contraria a tale meccanismo: la presa di posizione è giunta alla vigilia di una riunione dei Capi di Stato e di Governo degli Stati membri tenutasi il 19 novembre in videoconferenza. In tale sede è emersa la volontà degli altri Stati membri di “lasciare sbollire i riottosi” per ora, al contempo si è ribadita la necessità di giungere ad un nuovo compromesso il prima possibile. Il compromesso sul nuovo bilancio si trova dunque in ostaggio e nel mezzo di una corsa ad ostacoli.

Il veto di Ungheria e Polonia

Il 16 novembre, in seno ad una riunione del Consiglio dell’Unione Europea – l’istituzione europea che comprende i rappresentanti dei governi dei 27 stati membri – Ungheria e Polonia hanno posto il veto su uno dei pilastri del nuovo bilancio pluriennale europeo per il periodo 2021-2027, vale a dire sull’aumento delle risorse proprie dell’UE, che richiede un’approvazione all’unanimità. Si tratta di un pilastro che permetterà all’Unione Europea di emettere titoli comunitari da collocare sul mercato e finanziare così il Recovery Fund nonché altre importanti sezioni del nuovo bilancio pluriennale. Nel dettaglio, i due Paesi a guida semi-autoritaria si oppongono al meccanismo di condizionalità economica che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Il loro veto era stato preannunciato allorché il Consiglio e il Parlamento hanno trovato un accordo sul bilancio pluriennale: con l’entrata in vigore del nuovo meccanismo di condizionalità – il quale è stato comunque approvato nella riunione del Consiglio dell’UE, in quanto non è stata costituita una minoranza di blocco – entrambi otterranno, infatti, quasi sicuramente sanzioni o riduzioni dei propri fondi. Varsavia e Budapest si oppongono da anni all’introduzione di controlli più stringenti sui fondi europei, che ricevono in quantità ingente e utilizzano per rafforzare il controllo sull’economia e sulla politica esercitato dalla propria classe dirigente.

Il “no” arriva anche dalla Slovenia

Il 18 novembre anche la Slovenia si è detta contraria all’accordo tra Parlamento e Consiglio relativo al meccanismo che vincola l’erogazione di fondi comunitari al rispetto dello stato di diritto. In una lettera indirizzata fra gli altri al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il Premier sloveno, Janez Jansa, ha spiegato che ai suoi occhi solo “una istanza giudiziaria indipendente può spiegare cosa è lo stato di diritto, non una maggioranza politica”. Nella sua lettera di quattro pagine, il premier sloveno denuncia un’operazione basata “su due pesi e due misure” e sostiene che il meccanismo non sarebbe in linea con l’accordo politico raggiunto dai 27 Stati membri a luglio sul quadro finanziario per affrontare la pandemia da Covid-19. Janša ha poi aggiunto che la Slovenia si richiama al “rispetto incondizionato dello stato di diritto in tutti i casi e senza doppi standard”.

Intestatari della lettera sono anche la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, in qualità di presidente di turno del Consiglio dell’UE, e il capo del governo portoghese, Antonio Costa, prossimo presidente nel primo semestre 2021, prima di passare il testimone proprio alla Slovenia. Nei mesi scorsi Lubiana, a più riprese, si è allineata alle posizioni del Gruppo di Visegrad, in particolare sul tema dei migranti, partecipando anche in qualità di Paese ospite a riunioni del quartetto che comprende Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia.

Il Consiglio europeo e le prospettive future

Il 19 novembre i Capi di Stato e di Governo hanno tenuto una riunione in videoconferenza, come ormai avviene una volta al mese da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria ed economica. “Dobbiamo continuare le discussioni per trovare un compromesso” ha dichiarato in una conferenza stampa alla fine della riunione il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Secondo le informazioni raccolte a margine dell’incontro, sia il Premier polacco, Mateusz Morawiecki, che la sua controparte ungherese, Viktor Orbán, hanno preso la parola. La discussione è stata però breve, impegnando i leader per 30 minuti circa. Ciò che è emerso è il desiderio degli altri Stati membri di “lasciare sbollire i riottosi” per ora.

Diversi funzionari europei sono convinti che il veto dei tre Paesi potrebbe decadere dinanzi alla prospettiva di ottenere ancora più fondi, in virtù del fatto che le loro economie non possono permettersi di ricevere i fondi del nuovo bilancio in ritardo. Altri ritengono che soprattutto Ungheria e Polonia non cederanno finché il nuovo meccanismo di condizionalità economica non sarà modificato e diluito, dato che con il compromesso attuale rischiano seriamente di perdere il diritto a ricevere parte dei fondi. Una terza opzione sul tavolo è che gli altri Stati membri minaccino di separare il Recovery Fund dal bilancio pluriennale, istituendolo con un trattato intergovernativo simile a quello con cui nacque il MES. In questo modo Polonia e Ungheria verrebbero tagliate fuori: esclusione che non possono permettersi, data la loro dipendenza dai fondi europei.

Nei prossimi giorni emergerà la strategia dei governi europei più influenti, fra cui soprattutto quello tedesco che ha lavorato attivamente per il raggiungimento di un accordo sul bilancio europeo.

«Il potere di veto è obsoleto per l’UE e dannoso per chi la esercita» ha commentato il Ministro italiano per gli Affari Europei, Enzo Amendola, aggiungendo che sul Recovery Fund e il nuovo bilancio «non si può perdere tempo».

Bilancio pluriennale dell’Unione europea: l’accordo tra il Parlamento ed il Consiglio

EUROPA di

Il 10 novembre, il Parlamento europeo ed il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo preliminare sulla cruciale questione del budget pluriennale per il periodo 2021-2027. Si tratta di un passo decisivo per l’attuazione del Recovery Fund, il principale strumento comunitario per fronteggiare la crisi economica provocata dalla pandemia da coronavirus, rinominato Next Generation EU, nonché del nuovo meccanismo di condizionalità per il rispetto dello stato di diritto. Tra le voci che il Parlamento europeo è riuscito ad incrementare rispetto alla proposta iniziale del Consiglio – tradizionalmente più conservativa – figurano spese per la salute e la ricerca. Inoltre, è stato raggiunto un accordo vincolante – se sarà approvato in maniera definitiva – per dotare l’UE di risorse proprie da qui al 2027. Tuttavia, permangono diversi nodi che dovranno essere sciolti nelle prossime settimane dalle istituzioni europee.

Il compromesso

Martedì 10 novembre, il Presidente della Commissione Bilanci del Parlamento europeo, Johan Van Overtveldt, ha annunciato che l’Europarlamento ed il Consiglio dell’Unione europea – l’organo che comprende i rappresentanti dei 27 governi dell’UE – hanno raggiunto un compromesso sul bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2021-2027. Quest’ultimo è finanziato in maniera proporzionale dagli Stati membri dell’UE ed è il serbatoio utilizzato per il funzionamento delle istituzioni europee e per i cosiddetti fondi europei.  Le sue voci principali sono approvate ogni sette anni, anche se ogni anno vi sono dei piccoli aggiustamenti.

L’accordo raggiunto da Parlamento e Consiglio risulta essere molto importante in vista dell’attuazione di importanti misure al centro del dibattito negli ultimi mesi, in particolare del Recovery Fund, il principale strumento comunitario per fronteggiare la crisi economica dovuta alla diffusione del Covid-19, rinominato Next Generation EU, nonché del nuovo meccanismo di condizionalità per il rispetto dello stato di diritto.

 

Con riguardo all’entità del compromesso, escluso il Recovery Fund, il nuovo bilancio prevederà circa 1.074 miliardi di euro: una cifra molto simile a quella del bilancio precedente, pari a circa l’1% del PIL dell’UE. È il prezzo che i leader più progressisti e quelli più inclini ad aumentare il bilancio europeo hanno dovuto pagare per l’approvazione del Recovery Fund da parte dei Paesi più scettici. Anche le singole voci di spesa del bilancio non subiranno modifiche radicali. All’inizio dei negoziati il Parlamento europeo aveva chiesto ai singoli Stati di aumentare la disponibilità del bilancio in maniera significativa, fra 40 e 110 miliardi di euro, mentre il compromesso finale prevede 16 miliardi in più rispetto alla bozza proposta dal Consiglio, che perlopiù agiscono sulle voci di bilancio della salute e della ricerca.

Il pacchetto politico concordato dalle due istituzioni europee comprende: un rafforzamento mirato dei programmi dell’UE, tra cui Orizzonte Europa, EU4Health ed Erasmus+, pari a 15 miliardi; maggiore flessibilità per consentire all’UE di rispondere ad esigenze impreviste; maggiore coinvolgimento dell’autorità di bilancio nel controllo delle entrate nell’ambito di Next Generation EU; maggiore ambizione in materia di biodiversità, nonché un rafforzamento del monitoraggio della spesa per quanto riguarda la biodiversità, il clima e le questioni di genere; infine, una tabella di marcia per l’introduzione di nuove risorse proprie dell’UE.

Un fattore da tenere in considerazione è che tali fondi non saranno immediatamente disponibili: saranno infatti reperiti dalle eventuali multe che il dipartimento della Concorrenza dell’UE imporrà nei prossimi anni alle imprese che non rispettano le norme europee, dando per scontato che eccederanno quella cifra e che saranno effettivamente riscossi.

Step successivi e criticità

Quanto agli step successivi, l’accordo dovrà completare il suo iter legislativo e dunque essere approvato all’unanimità dalla plenaria del Parlamento Europeo – si tratterà perlopiù di una formalità – ma anche dal Consiglio dell’UE, dove, ai sensi dei trattati europei sarà necessario l’assenso di tutti i 27 Stati membri.

L’approvazione da parte del Consiglio dell’UE appare più complessa. Nel dettaglio, il Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán, ha già minacciato di porre il veto sull’intero bilancio pluriennale se il meccanismo di condizionalità economica non verrà modificato. D’altra parte, dallo scorso bilancio l’Ungheria ha ottenuto quasi 30 miliardi di euro, una cifra considerevole considerando che si tratta di un Paese che ha un PIL annuale da 160 miliardi di euro, pertanto, difficilmente potrà permettersi dei ritardi nell’erogazione dei suddetti fondi.

Inoltre, permangono dei nodi da sciogliere in merito al Recovery Fund, il quale dovrà essere negoziato nel dettaglio. A tal proposito, proprio il 10 novembre, in una decisione separata dai negoziati per il bilancio pluriennale, la commissione Bilanci del Parlamento ha approvato altresì la base negoziale per le trattative con il Consiglio, che si terranno nelle prossime settimane: fra le altre cose l’Europarlamento chiede di aumentare l’anticipo dei fondi totali ai governi nazionali passando dal 10 al 20 %, da versare entro la prima parte del 2021 per far partire subito i progetti selezionati.

Infine, una volta raggiunto l’accordo sia sul bilancio pluriennale sia sul Recovery Fund, prima di iniziare ad erogare i fondi, si dovrà ottenere l’approvazione da parte di tutti i parlamenti nazionali in merito alla procedura con cui l’Unione Europea produrrà titoli comunitari per reperire i 750 miliardi di euro del Fondo per la ripresa sui mercati finanziari.

Le dichiarazioni

“Ottimo lavoro del Parlamento europeo e del team negoziale! L’accordo sul Quadro finanziario pluriennale e sulle risorse proprie raggiunto oggi è un ottimo risultato per i nostri cittadini. Adesso l’Europa può cominciare a ricostruire da questa crisi” è quanto scritto dal Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un Tweet, ringraziando anche la Presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue e la commissione europea per l’accordo trovato a Bruxelles sul bilancio pluriennale.

“Il risultato è impressionante” ha dichiarato invece il Ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, “Il tempo stringe e il denaro è necessario con urgenza per molti paesi – ha aggiunto il Ministro tedesco – dobbiamo agire velocemente in modo da poter contrastare con tutte le nostre forze gli effetti della pandemia anche a livello europeo”.

Gli attacchi terroristici in Francia ed Austria e l’esigenza di una strategia comune europea

EUROPA di

Stiamo assistendo ad un ritorno del terrorismo di matrice jihadista in Occidente: negli ultimi giorni il terrore è tornato in Francia e Austria. Nella notte del 2 novembre Vienna è stata teatro di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico il giorno successivo; l’autore dell’attentato, il ventenne Kujtim Fejzulai, ha ucciso almeno 4 persone e ne ha ferite 17, prima di essere neutralizzato dalla polizia austriaca. Pochi giorni prima, il 29 ottobre, in Francia, a Nizza, Brahim Aoussaoui, 21 anni, armato di coltello, ha attaccato la chiesa di Notre-Dame, uccidendo 3 persone; si è trattato del terzo attacco avvenuto in Francia nel giro di poche settimane, dopo la ripubblicazione, ad inizio settembre, da parte della rivista satirica francese, Charlie Hebdo, di alcune vignette del Profeta Maometto, considerate offensive e “islamofobe”. Da sempre la Francia è nel mirino, a causa della memoria coloniale e della contestata laicità assoluta. La centralità dell’obiettivo francese, pertanto, sorprende meno rispetto a quanto accaduto a Vienna. Al fine di scongiurare nuovi attacchi risulta essere prioritaria una reazione coordinata a livello europeo. Non a caso, in un colloquio telefonico, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, hanno concordato sulla necessità di elaborare una strategia comune europea contro il terrorismo.

Gli attacchi terroristici in Francia

Il 29 ottobre, intorno alle nove di mattina, il ventunenne tunisino Brahim Aoussaoui ha accoltellato e ucciso tre persone nella basilica di Notre-Dame de l’Assomption a Nizza, città francese già duramente colpita in passato, in quello che il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha definito «un attacco terroristico islamista». Le tre vittime sono il custode della chiesa di 55 anni, una donna di 60 anni e un’altra di 44 morta in un ristorante limitrofo dopo essere stata accoltellata nella chiesa. L’aggressore era arrivato in Europa passando per l’Italia: era sbarcato a Lampedusa a fine settembre ed era passato per Bari il 9 ottobre; tuttavia, secondo le ricostruzioni, non era stato segnalato dalle autorità tunisine, né era noto all’intelligence. Il sindaco di Nizza, Christian Estrosi, giunto sul luogo dell’attacco, ha riferito alla stampa che l’uomo «continuava a ripetere “Allah akbar”».

Su Twitter, il Presidente del Consiglio francese per il culto musulmano (CFCM), Mohammed Moussaoui, ha condannato fermamente l’attacco terroristico e «in segno di lutto e solidarietà con le vittime e i loro cari» ha chiesto «ai musulmani di Francia di annullare tutti i festeggiamenti del Mawlid» l’anniversario della nascita di Maometto.

Due ore dopo l’attacco, la radio francese Europe 1 ha segnalato che in mattinata, ad Avignone, un uomo armato era stato ucciso dai poliziotti dopo aver tentato di aggredire delle persone per strada, inoltre l’Ambasciata francese in Arabia Saudita ha annunciato in un comunicato che una guardia giurata fuori dal loro edificio era stata aggredita da un uomo con un coltello.

Da sempre la Francia è nel mirino e ha costituito la colonna principale dei foreign fighters europei. Non a caso, recentemente, in diversi Paesi islamici, vi sono state manifestazioni e proteste contro il Presidente francese Macron. La difesa della laicità assoluta, che espelle ogni simbolo religioso dalla vita pubblica, nonché la lotta contro l’Islam radicale, sono tra i temi che hanno maggiormente impegnato l’attuale governo. Proprio qualche settimana prima dell’attacco di Nizza, Emmanuel Macron aveva annunciato un nuovo Disegno di legge contenente misure dure contro il «separatismo», termine che impiega per indicare il fatto che molti membri della comunità musulmana vivrebbero in una «società parallela», affine al fondamentalismo islamico e contraria ai valori della Repubblica francese. In un’affermazione molto contestata, Macron ha descritto l’Islam come una religione “in crisi” in tutto il mondo e ha dichiarato che il governo francese è intenzionato a “difendere la Repubblica e i suoi valori”. La decisione di prevedere nuove misure era stata presa dopo un altro evento, l’uccisione di Samuel Paty, l’insegnante di scuola media decapitato il 16 ottobre nella periferia nord di Parigi, dopo aver mostrato vignette satiriche sul profeta Maometto nell’ambito di una lezione sulla libertà d’espressione. Proprio la rivista satirica Charlie Hebdo ha scelto di ristampare le caricature di Maometto in occasione dell’apertura del processo sulla strage del 7 gennaio 2015, tuttavia, poco dopo l’avvio del processo, il 25 settembre, un 18enne di origine pakistana arrivato in Francia tre anni prima, ha accoltellato due persone fuori dagli ex uffici della rivista, riseminando il terrore in Francia.

La notte di terrore a Vienna

Nella notte del 2 novembre, alla vigilia dell’entrata in vigore di un coprifuoco nazionale per frenare la diffusione della pandemia da Covid-19, il terrore è giunto anche a Vienna, teatro di un attentato terroristico, rivendicato il giorno successivo dallo Stato Islamico. L’autore dell’attentato, che ha ucciso almeno 4 persone e ne ha ferite 17, prima di essere neutralizzato dalla polizia austriaca, si chiamava Kujtim Fejzulai, aveva 20 anni, era nato a Vienna ma aveva origini albanesi della Macedonia del Nord. Era stato condannato, nell’aprile 2019, a 22 mesi di prigione perché aveva tentato, insieme ad altri 90 islamisti austriaci, di recarsi in Siria per unirsi al gruppo dello Stato Islamico ma a dicembre gli era stata concessa la scarcerazione anticipata in virtù del diritto minorile. Secondo le ricostruzioni, poco prima di entrare in azione, il ventenne aveva prestato giuramento di fedeltà al nuovo leader dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi.

Il Cancelliere austriaco Kurz ha descritto l’episodio con termini duri definendolo un “attacco terroristico ripugnante”. “Si è trattato di un attacco alla nostra libera società, ma è chiaro che non ci lasceremo spaventare e difenderemo con tutte le nostre forze il nostro modello di vita” queste le parole di Kurz, il quale ha aggiunto “Non cadremo nella trappola del terrorismo”.

L’esigenza di una strategia comune

Al fine di scongiurare nuovi attacchi terroristici in Europa risulta essere prioritaria una reazione coordinata alla nuova ondata di terrore. Non a caso, in un colloquio telefonico, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, hanno concordato sulla necessità di elaborare una strategia comune europea contro il terrorismo. Nell’ambito della telefonata, il Cancelliere Kurz ha ringraziato il Presidente francese per la sua visita presso l‘ ambasciata austriaca nel giorno successivo all’attacco terroristico e ha assicurato che la collaborazione tra i due Paesi sarà fortificata anche in ambito europeo.

 

L’accordo per il coordinamento delle misure che limitano la libera circolazione nell’Unione europea

EUROPA di

Il 13 ottobre, il Consiglio dell’Unione europea ha raggiunto un accordo grazie al quale le misure che limitano la libera circolazione a causa della pandemia da coronavirus saranno più chiare e prevedibili. L’obiettivo è evitare frammentazioni e interruzioni ed accrescere la trasparenza e la prevedibilità appannaggio di cittadini ed imprese. Nel dettaglio, i Ministri competenti per ogni Stato membro hanno concordato un approccio coordinato che comprende una cartina unica, pubblicata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in cui il livello di rischio delle regioni europee sarà indicato utilizzando un sistema a semaforo. Un approccio ben coordinato, prevedibile e trasparente all’adozione delle restrizioni alla libertà di circolazione è necessario per prevenire la diffusione del virus, tutelare la salute dei cittadini e al contempo salvaguardare la libera circolazione nell’Unione, in condizioni di sicurezza.

Il contesto

La libera circolazione e dunque il diritto dei cittadini europei di spostarsi e risiedere liberamente nell’Unione europea, nonché l’assenza di controlli alle frontiere interne, sono alcuni dei risultati più importanti dell’UE e un motore importante dell’economia europea. Di conseguenza, le restrizioni al diritto fondamentale alla libera circolazione nell’UE dovrebbero essere imposte solo se strettamente necessarie per far fronte a rischi per la salute pubblica e dovrebbero essere coordinate, proporzionate e non discriminatorie.

Per limitare la diffusione della pandemia da coronavirus i 27 Stati membri dell’UE hanno adottato varie misure, alcune delle quali, come l’obbligo di sottoporsi a una quarantena o a un test, hanno inciso su tale libertà fondamentale. Pur mirando a salvaguardare la salute e il benessere dei cittadini, le misure in questione hanno avuto conseguenze notevoli per l’economia europea e per i diritti dei cittadini. Pertanto, il 4 settembre, la Commissione europea, ha presentato una proposta di raccomandazione del Consiglio dell’UE per un approccio coordinato alla limitazione della libertà di circolazione.

La raccomandazione del Consiglio dell’UE

Al fine di limitare tali conseguenze, il Consiglio dell’UE ha accolto la proposta della Commissione ed ha concordato un approccio coordinato alle restrizioni di viaggio connesse alla pandemia da Covid-19, il quale comprende una cartina unica, pubblicata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in cui il livello di rischio delle regioni europee sarà indicato utilizzando un sistema a semaforo. Le regioni saranno contrassegnate dai colori “verde”, “arancione”, “rosso” e “grigio” (se le informazioni disponibili non risultano essere sufficienti). I fattori considerati saranno: il “tasso cumulativo dei casi di infezione da coronavirus registrati in 14 giorni“, vale a dire il numero totale di nuovi casi di infezione da coronavirus registrati ogni 100 000 abitanti negli ultimi 14 giorni; il “tasso di positività dei test“, ossia la percentuale di test positivi all’infezione da coronavirus nell’ultima settimana; il “tasso di test effettuati“, cioè la percentuale di test del coronavirus effettuati ogni 100 000 abitanti nell’ultima settimana.

In base alla cartina gli Stati membri decideranno se introdurre determinate restrizioni o misure di precauzione, come la quarantena o un test, nei confronti di viaggiatori provenienti da altre zone dell’UE. In particolare, gli Stati membri hanno convenuto che non vi saranno restrizioni per i viaggiatori provenienti da regioni “verdi”, mentre i viaggiatori provenienti da regioni “arancioni” o “rosse” potranno essere soggetti all’imposizione di misure restrittive.

Consultata insieme alle informazioni messe a disposizione sulla piattaforma web “Re-open EU”, la cartina permetterà così ai viaggiatori di sapere a quali misure saranno soggetti recandosi in un’altra regione dell’UE.

Ai sensi della raccomandazione del Consiglio dell’UE, la quale non risulta essere giuridicamente vincolante, gli Stati membri dovrebbero fornire informazioni chiare, complete e tempestive sulle eventuali restrizioni alla libera circolazione, con il massimo anticipo possibile rispetto all’entrata in vigore delle nuove misure. Come regola generale, tali informazioni dovrebbero essere pubblicate 24 ore prima della loro entrata in vigore, tenendo conto del fatto che le emergenze epidemiologiche necessitano una certa flessibilità.

Quanto all’estensione dell’accordo raggiunto il 13 ottobre, esso si applica a tutti i paesi dell’UE e al Regno Unito durante il periodo di transizione, inoltre la cartina comprenderà anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia.

Le dichiarazioni

“A causa delle restrizioni di viaggio, per alcuni dei nostri cittadini è oggi difficile recarsi al lavoro, all’università o far visita ai propri cari. È nostro dovere comune garantire il coordinamento di tutte le misure suscettibili di incidere sulla libera circolazione e fornire ai nostri cittadini tutte le informazioni di cui hanno bisogno per decidere in merito al loro viaggio” ha dichiarato Michael Roth, Ministro aggiunto per l’Europa della Germania.

Quanto alla Commissione europea, compiacendosi per l’accordo raggiunto dal Consiglio ha affermato: “Accogliamo con favore questo accordo, che fa maggiore chiarezza nella situazione di confusione attuale. La coesione fra gli Stati membri invia un segnale forte ai cittadini ed è un chiaro esempio di come l’UE agisca dove e quando è assolutamente necessario. Abbiamo imparato la lezione: non sormonteremo la crisi chiudendo unilateralmente le frontiere, ma attraverso uno sforzo collettivo”.

 

 

Il Consiglio europeo e la ricerca di un ruolo globale dell’UE

EUROPA di

Il 1° e 2 ottobre, i Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri dell’Unione europea si sono riuniti a Bruxelles per un Consiglio europeo che ha adottato conclusioni su molteplici questioni cruciali. I leader presenti hanno tenuto una discussione approfondita sulla gestione della pandemia di Covid-19 e sui suoi effetti nell’ambito del mercato unico, hanno condannato l’escalation nel mediterraneo orientale, hanno discusso sulle relazioni con la Cina e sanzionato l’inaccettabile violenza da parte delle autorità bielorusse nei confronti dei manifestanti pacifici, nonché le intimidazioni, gli arresti e le detenzioni arbitrarie a seguito delle elezioni presidenziali, di cui non riconoscono i risultati. Il Consiglio europeo ha chiesto altresì la cessazione immediata delle ostilità in Nagorno-Karabakh e ha condannato il tentato omicidio dell’oppositore russo Alexei Navalny. Si è trattato dunque, di un Consiglio europeo principalmente dedicato alla politica estera, nella costante ricerca di un ruolo di primo piano nelle dinamiche globali.

Covid-19 e ripercussioni economiche

Nell’ambito delle riunioni tenutesi il 1° e 2 ottobre, il Consiglio europeo ha ribadito la sua determinazione a restare unito nella gestione dell’emergenza dovuta al Covid-19 ed ha invitato il Consiglio dell’UE e la Commissione europea ad intensificare ulteriormente gli sforzi di coordinamento, nonché i lavori sullo sviluppo e sulla distribuzione di un vaccino a livello dell’Unione. Una solida base economica è ora essenziale per una crescita inclusiva e sostenibile, per la competitività, l’occupazione, la prosperità e il ruolo dell’Europa sulla scena mondiale. La pandemia di COVID-19 avrà un impatto duraturo sull’economia europea e mondiale, pertanto, il Consiglio ha sottolineato la necessità di tornare quanto prima al normale funzionamento del mercato unico nonché di perseguire una politica industriale europea ambiziosa ed accelerare la transizione digitale in Europa.

Le principali questioni in politica estera: Mediterraneo orientale e Bielorussia

Analizzando le questioni cruciali nell’ambito delle relazioni esterne, il Consiglio europeo ha ribadito che è nell’ nell’interesse strategico dell’UE avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale, nonché sviluppare relazioni di cooperazione reciprocamente vantaggiose con la Turchia. Nel dettaglio, dopo un lungo negoziato notturno, i Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri, hanno trovato un accordo sul modo in cui affrontare la politica estera turca nel Mediterraneo. I leader hanno minacciato Ankara di sanzioni se dovesse continuare a violare i confini di Cipro e Grecia ed al contempo hanno aperto al dialogo strategico. Il doppio messaggio nei confronti della Turchia è stato voluto soprattutto da Berlino e Roma, contrarie a sanzioni tout court.

Nelle conclusioni adottate emerge che i 27 si sono accordati per affermare che “in caso di rinnovate azioni unilaterali o provocazioni in violazione del diritto internazionale, l’Unione utilizzerà tutti gli strumenti e le opzioni a sua disposizione”. Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in una conferenza stampa notturna, ha ammesso che ci sono volute sette ore di “discussioni appassionate” per raggiungere tale compromesso. La dura presa di posizione è stata mossa dalle richieste di Cipro e in parte della Grecia, due paesi minacciati da Ankara nelle acque del Mediterraneo Orientale.

L’accordo sul mediterraneo orientale ha permesso altresì di sbloccare la questione bielorussa: gli Stati membri erano già da tempo d’accordo per sanzionare il regime dittatoriale e repressivo di Aleksander Lukashenko; Cipro, tuttavia, bloccava le misure restrittive in attesa di ottenere sanzioni anche sul versante turco. Il Consiglio europeo ha così condannato l’inaccettabile violenza da parte delle autorità bielorusse nei confronti dei manifestanti pacifici, nonché delle intimidazioni, degli arresti e delle detenzioni che hanno fatto seguito alle elezioni presidenziali, di cui i leader non riconoscono i risultati. In particolare, il Consiglio europeo ha annunciato di aver imposto sanzioni mirate a 40 politici e funzionari bielorussi considerati vicini al dittatore Alexander Lukashenko, il quale, tuttavia, non è stato incluso nella lista delle persone sanzionate, presumibilmente al fine di mantenere aperta la possibilità di raggiungere un accordo. Le sanzioni prevedono, tra le varie misure adottate, il divieto di viaggiare nell’Unione Europea e il congelamento dei conti bancari. Rileva che poco dopo anche gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni mirate contro otto funzionari bielorussi. Come ritorsione, la Bielorussia ha, a sua volta, imposto delle sanzioni nei confronti dell’UE, ha dichiarato di voler cancellare tutti gli accrediti di giornalisti stranieri nel Paese e di aver convocato i propri ambasciatori in Polonia e Lituania, chiedendo a questi due Paesi di ridimensionare la grandezza delle loro missioni diplomatiche a Minsk.

Le altre questioni in politica estera

Con riguardo ai rapporti con la Cina, il Consiglio europeo ha sottolineato la necessità di riequilibrare le relazioni economiche e di ottenere reciprocità, ha ricordato l’obiettivo di portare a termine entro la fine di quest’anno i negoziati relativi ad un ambizioso accordo globale UE-Cina in materia di investimenti ed ha invitato la Cina a rispettare i precedenti impegni assunti per rimuovere gli ostacoli all’accesso al mercato, nonché ad avviare negoziati sulle sovvenzioni all’industria in seno all’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, i leader dell’UE hanno incoraggiato la Cina ad assumersi una maggiore responsabilità nella risposta alle sfide globali, in particolare adottando una più ambiziosa azione per il clima, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e sostenendo le risposte multilaterali alla pandemia in corso.

Quanto al Conflitto in Nagorno-Karabakh, il Consiglio europeo ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità ed ha esortato le parti a rinnovare l’impegno a favore di un cessate il fuoco duraturo e di una risoluzione pacifica del conflitto. Il Consiglio auspica che l’Azerbaigian e l’Armenia aprano al più presto negoziati sostanziali senza precondizioni, considerando inaccettabili la perdita di vite umane e i danni alla popolazione civile.

Infine, il Consiglio europeo ha condannato il tentato omicidio dell’oppositore russo, Alexei Navalny, per mezzo di un agente nervino chimico militare, definendone l’uso una grave violazione del diritto internazionale. Il Consiglio europeo ha, pertanto, invitato le autorità della Federazione russa a cooperare con l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) al fine di garantire un’indagine internazionale imparziale ed assicurare la giustizia.

Stato di diritto: il rapporto della Commissione europea e un nuovo compromesso sul tavolo dei negoziati

EUROPA di

Sistemi giudiziari nazionali, quadri anticorruzione, pluralismo, libertà dei media e bilanciamento dei poteri: questi i temi principali per un sistema efficace di governance democratica affrontati dal report sullo Stato di diritto dell’UE, presentato il 30 settembre dalla Commissione europea. Il documento sottolinea che molti Stati membri hanno standard elevati, ma rileva altresì l’esistenza nell’Unione di seri problemi legati principalmente ai due Stati membri nel mirino in materia di Stato di diritto: Ungheria e Polonia. L’obiettivo del report è ampliare gli attuali strumenti dell’Unione europea con un nuovo meccanismo di prevenzione e promuovere un dibattito inclusivo e una cultura dello Stato di diritto in tutta l’UE. I governi dell’UE hanno, infatti, trovato un accordo su un meccanismo per legare i fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Resta ferma, tuttavia, l’opposizione dei Paesi dell’est. “Lo Stato di diritto e i nostri valori condivisi sono alla base delle nostre società. Fanno parte della nostra identità comune di europei. Lo Stato di diritto difende i cittadini dalla legge del più forte. Pur avendo standard molto elevati in materia di Stato di diritto nell’UE, abbiamo anche diversi problemi da affrontare” ha commentato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Il report della Commissione europea

La relazione sullo Stato di diritto, pubblicata dalla Commissione europea il 30 settembre, presenta sia una sintesi della situazione generale dello Stato di diritto nell’Unione europea sia, nei suoi 27 capitoli dedicati a ciascuno Stato membro, delle valutazioni specifiche circa gli sviluppi significativi legati allo Stato di diritto. I temi principali affrontati nell’ambito del report, per un sistema efficace di governance democratica, sono il sistema giudiziario, il quadro anticorruzione, il pluralismo dei media e altre questioni istituzionali relative al bilanciamento dei poteri.

I capitoli dedicati a ciascuno Stato membro si basano su una valutazione qualitativa effettuata dalla Commissione: si concentrano su una sintesi degli sviluppi significativi da gennaio 2019, introdotti da una breve descrizione fattuale del quadro giuridico e istituzionale rilevante per ciascun pilastro. La Commissione ha garantito un approccio coerente ed equivalente applicando la stessa metodologia ed esaminando gli stessi argomenti in tutti gli Stati membri, pur rimanendo proporzionata alla situazione specifica e agli sviluppi. Nell’ambito della preparazione della relazione, la Commissione ha altresì invitato le parti interessate a fornire contributi scritti, attraverso una consultazione mirata delle parti interessate aperta dal 24 marzo al 4 maggio 2020.

Il documento evidenzia che molti Stati membri hanno standard elevati, ma rileva altresì l’esistenza nell’Unione di seri problemi legati allo Stato di diritto. Il testo riflette, inoltre, sulle conseguenze delle misure di emergenza adottate dagli Stati membri a causa della crisi dovuta al Covid-19.

Con riguardo ai sistemi giudiziari, il report sottolinea che alcuni Stati membri stanno avviando riforme volte a rafforzare l’indipendenza della magistratura e stanno riducendo l’influenza del potere esecutivo o legislativo sul sistema giudiziario. Il tema continua però, per alcune realtà, e soprattutto nel caso della Polonia e dell’Ungheria, a destare preoccupazione, il che ha indotto l’avvio di procedure di infrazione.

In merito all’anticorruzione, la relazione evidenzia come diversi Stati membri abbiano adottato strategie organiche di lotta alla corruzione, mentre altri le stanno predisponendo. Per garantirne la riuscita è fondamentale comunque che vi siano un’attuazione e un monitoraggio efficaci.

Nota in gran parte positiva per la libertà e il pluralismo dei media nell’Unione europea: i cittadini dell’UE godono, infatti, di elevati standard di libertà e pluralismo. Soprattutto durante la pandemia di coronavirus, i media si sono dimostrati essenziali nella lotta alla disinformazione. Anche in questo caso, tuttavia, alcune valutazioni hanno individuato casi in cui la pressione politica sui media ha dato adito a gravi preoccupazioni.

Per quanto riguarda i sistemi di bilanciamento dei poteri istituzionali, invece, molti Stati membri hanno messo a punto strategie sistematiche per coinvolgere i portatori di interessi e garantire che le riforme strutturali scaturiscano da un ampio dibattito all’interno della società. Al tempo stesso, la relazione mostra che il ricorso eccessivo a una legislazione accelerata e di emergenza può destare preoccupazioni per quanto riguarda lo Stato di diritto.

Un nuovo strumento per legare i fondi europei al rispetto dello Stato di diritto

L’obiettivo che si pone il report presentato dalla Commissione è l’ampliamento degli attuali strumenti dell’Unione europea con un nuovo strumento di prevenzione, nonché la promozione di un dibattito inclusivo e di una cultura dello Stato di diritto in tutta l’UE. Quanto al primo obiettivo, rileva che, il 30 settembre, in concomitanza alla pubblicazione del report, il governo tedesco – che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea – ha riferito di aver ricevuto un mandato per introdurre un meccanismo che colleghi l’accesso ai fondi europei – e dunque anche il Recovery Fund – al rispetto dello stato di diritto, che al momento non è garantito in diversi paesi europei a guida semi-autoritaria, come Ungheria e Polonia. Si tratta del primo passo concreto, dopo il sostanziale fallimento degli strumenti legislativi adottati, per permettere alle istituzioni europee di ottenere un efficace strumento di pressione nei confronti dei governi dei paesi dell’Est, il cui margine di manovra economico dipende molto dai fondi che ogni anno ricevono dall’Unione Europea.

I governi di diversi Stati membri del Nord Europa hanno votato contro il compromesso raggiunto in Consiglio poichè ritengono che indebolisca eccessivamente i poteri a disposizione della Commissione Europe e che di conseguenza sia troppo simile ai meccanismi poco efficaci già in vigore. La proposta è stata ovviamente respinta anche dai governi dei paesi dell’Est e dunque dai diretti interessati. Nonostante la proposta sia stata approvata dal Consiglio e verrà negoziata col Parlamento nelle prossime settimane, i governi dei paesi dell’Est hanno, infatti, già lasciato intendere di volerla bloccare ponendo il veto su un’altra questione, molto più rilevante: l’approvazione del nuovo bilancio pluriennale 2021-2028, strettamente connessa al Recovery Fund.

La Commissione europea ha presentato un nuovo piano sulla migrazione e l’asilo

EUROPA di

Un nuovo inizio in materia di migrazione: il 23 settembre la Commissione europea ha proposto un nuovo patto sulla migrazione e l’asilo che contempla i diversi elementi necessari per un approccio europeo globale alla materia. Il piano mira a stabilire procedure migliori e più rapide durante tutto il sistema di asilo e migrazione e a garantire un equilibrio tra i principi di equa ripartizione della responsabilità e solidarietà. Ciò risulta fondamentale per ripristinare la fiducia tra gli Stati membri e nella capacità dell’Unione europea di gestire i flussi migratori. I due obiettivi principali del piano sono, infatti, costruire la fiducia e trovare un nuovo equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Tuttavia, il nodo principale risulta essere la condivisione dei rimpatri dei migranti, più che la condivisione dell’accoglienza.

L’esigenza di una riforma

Il fenomeno della migrazione risulta essere molto complesso, con molteplici sfaccettature che devono essere analizzate congiuntamente: dalla sicurezza delle persone che cercano protezione internazionale o una vita migliore, alle preoccupazioni dei paesi che si trovano in prossimità delle frontiere esterne dell’UE, che temono le ripercussioni delle pressioni migratorie e che necessitano di solidarietà,  alle preoccupazioni di altri Stati membri, i quali paventano che, in caso di mancato rispetto delle procedure alle frontiere esterne, i rispettivi sistemi nazionali di asilo, integrazione o rimpatrio non siano in grado di far fronte a eventuali grandi flussi. Il sistema attuale basato sul Regolamento di Dublino non risulta essere efficiente e negli ultimi cinque anni, dopo l’apice dei flussi migratori aventi come destinazione le coste europee raggiunto nel 2015, l’Unione europea non è riuscita a porvi rimedio. Il Regolamento di Dublino, infatti, attualmente, si presenta come un collo di bottiglia legislativo che trattiene in Italia e in Grecia, i due Stati di maggior approdo, migliaia di migranti che arrivano via mare, considerato dagli esperti di immigrazione datato e inefficiente.

L’UE è chiamata dunque a superare l’attuale situazione di stallo e dimostrarsi in grado di gestire un fenomeno così complesso e con ripercussioni cruciali.

Il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo

Con il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo presentato il 23 settembre, la Commissione europea propone soluzioni comuni a quella che è una sfida europea, che coinvolge, seppur in misura diversa, tutti gli Stati membri. Le proposte tengono fede all’impegno assunto dalla Presidente Ursula von der Leyen nei suoi orientamenti politici e sono state anticipate nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione dello scorso 16 settembre. Inoltre, il patto si basa su consultazioni approfondite con il Parlamento europeo, tutti gli Stati membri, la società civile, le parti sociali e le imprese, e mira a garantire un attento equilibrio che integra le loro prospettive.

Il primo pilastro proposto dalla Commissione per promuovere la fiducia nella materia migratoria consiste in procedure più efficienti e più rapide. In particolare, la Commissione propone di introdurre una procedura integrata di frontiera che, per la prima volta, prevede accertamenti preliminari all’ingresso riguardo all’identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell’UE senza autorizzazione o che sono sbarcate in seguito a un’operazione di ricerca e soccorso.

Il secondo pilastro del patto è l’equa ripartizione della responsabilità e la solidarietà: gli Stati membri saranno tenuti ad agire in modo responsabile e solidale. Ogni Stato membro, senza eccezioni, deve, infatti, contribuire a stabilizzare il sistema generale, sostenere gli Stati membri sotto pressione e garantire che l’Unione adempia ai propri obblighi umanitari.

In aggiunta, l’UE cercherà di promuovere partenariati su misura e reciprocamente vantaggiosi con i paesi terzi, nonché di dar vita ad un sistema comune dell’Unione per i rimpatri, al fine di rendere più credibili ed effettive le norme dell’UE in materia di migrazione. Proporrà, inoltre, una governance comune per la migrazione con una migliore pianificazione strategica per garantire che le politiche dell’UE e quelle nazionali siano allineate, e un monitoraggio rafforzato della gestione della migrazione per rafforzare la fiducia reciproca. La gestione delle frontiere esterne sarà migliorata attraverso il corpo permanente della guardia di frontiera e costiera europea, il cui impiego è previsto a partire dal 1º gennaio 2021, che fornirà un maggiore sostegno ovunque necessario.

In sostanza, tuttavia, la nuova proposta punta a condividere lo sforzo europeo sui rimpatri più che sull’accoglienza: prevedendo la possibilità di scegliere se accogliere concretamente i richiedenti nel proprio territorio oppure se aiutare i paesi di primo ingresso, cioè Italia, Grecia e Spagna, a rimpatriare un numero pari di richiedenti asilo la cui richiesta di protezione è stata negata, oppure, terza opzione, finanziare centri di accoglienza nei paesi di primo ingresso o programmi di sviluppo nei paesi di origine dei richiedenti.

Dichiarazioni e prossime tappe

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato “Oggi proponiamo una soluzione europea per ricostruire la fiducia tra Stati membri e per ripristinare la fiducia dei cittadini nella nostra capacità di gestire come Unione”. “L’Ue ha già dato prova in altri settori della sua capacità di fare passi straordinari per conciliare prospettive divergenti – ha affermato la Von der Leyen – Ora è tempo di alzare la sfida per gestire la migrazione in modo congiunto, col giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità”.

Spetta ora al Parlamento europeo ed al Consiglio esaminare e adottare l’intera legislazione necessaria per realizzare una vera politica comune in materia di asilo e migrazione. Data l’urgenza della situazione in vari Stati membri, i legislatori europei sono invitati a raggiungere un accordo politico sui principi fondamentali del regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, nonchè ad adottare il regolamento relativo all’Agenzia dell’UE per l’asilo e il regolamento Eurodac entro la fine dell’anno. Anche la direttiva sulle condizioni di accoglienza, il regolamento qualifiche e la rifusione della direttiva rimpatri dovrebbero essere adottati rapidamente, sulla base dei progressi già compiuti dal 2016.

Summit UE-CINA: risultati e prospettive

EUROPA di

Commercio ed investimenti, cambiamenti climatici e biodiversità, risposta alla pandemia da COVID-19 e diritti umani: questi i principali temi affrontati da Unione europea e Cina, il 14 settembre, nell’ambito di un summit in videoconferenza. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ed il Presidente cinese Xi Jinping hanno presieduto il vertice, al quale hanno partecipato altresì la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e la Cancelliera Angela Merkel, in virtù della presidenza tedesca del Consiglio dell’UE. La riunione ha offerto l’opportunità di dare seguito alle discussioni tenutesi, lo scorso 22 giugno, nell’ambito del 22 ° vertice annuale UE-Cina, e si è dimostrata un’occasione importante per mantenere lo slancio degli scambi ad alto livello UE-Cina, al fine di ottenere risultati concreti in linea con gli interessi e i valori dell’UE. Nel 2019, la Cina è stato, infatti, il terzo Paese di destinazione delle esportazioni agricole e alimentari europee per un valore di circa 14,5 miliardi di euro, mentre l’UE è il primo partner commerciale della Cina. “L’Europa deve essere un player, non un campo di gioco. Oggi abbiamo fatto un passo avanti per una relazione più equilibrata con la Cina. In alcune aree siamo sulla strada giusta, in altre dobbiamo fare ancora strada. Esistono differenze, ma siamo pronti a lavorare. Vogliamo una relazione economica basata su reciprocità, responsabilità” queste le parole del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al termine del summit. 

Commercio e investimenti

Il 14 settembre, Cina e Unione europea, nell’ambito del summit in videoconferenza, hanno deciso di accelerare i negoziati, avviati nel 2013, per un ambizioso accordo di investimento globale, Comprehensive Agreement on Investments (CAI): entrambe le parti hanno registrato progressi sulle norme che regolano il comportamento delle imprese statali, sul trasferimento forzato di tecnologia e sulla trasparenza delle sovvenzioni; l’UE ha, però, sottolineato che occorre lavorare con urgenza sulle questioni del riequilibrio dell’accesso al mercato e sullo sviluppo sostenibile, invitando la controparte ad intensificare i suoi sforzi su questi temi.  Con l’obiettivo di concludere entro l’anno i negoziati, è stato ribadito l’obiettivo comune di colmare al più presto le lacune rimanenti. A tal proposito l’Unione europea ha sottolineato che sarà necessario un impegno politico ad alto livello da parte cinese per raggiungere un accordo significativo. 

La Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha confermato passi in avanti in merito alle tematiche ancora oggetto di trattative, ma ha ribadito che ancora vi è molto da fare e che la Cina deve convincere l’Europa che valga la pena adottare l’accordo sugli investimenti. Ad oggi, infatti, le aziende cinesi avrebbero già accesso ai mercati europei, dove operano secondo regole di concorrenza eque, mentre lo stesso non avverrebbe per le aziende europee in Cina. Anche il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha ribadito che l’Unione europea chiede alla Cina maggiore reciprocità e parità di condizioni.

A tal proposito, le due parti hanno accolto con favore la firma dell’accordo UE-Cina sulle indicazioni geografiche, il quale migliorerà l’accesso al mercato cinese – in particolare per i prodotti agricoli europei di alta qualità – prevedendo il riconoscimento di 100 denominazioni alimentari europee ed altrettante cinesi. L’accordo in questione rappresenterà un duro colpo alle esportazioni di Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda, le quali non potranno più utilizzare i nomi protetti europei per i prodotti che rivendono in Cina. 

Cambiamenti climatici, biodiversità e Covid-19

Pechino e Bruxelles hanno, altresì, convenuto di stabilire un dialogo ad alto livello sull’ambiente e il clima, nonché in ambito digitale, per creare rispettivamente il partenariato verde sino-europeo e il partenariato digitale sino-europeo e perseguire, così, ambiziosi impegni congiunti. Con riguardo al cambiamento climatico ed alla biodiversità, l’UE ha incoraggiato la Cina a rafforzare i suoi impegni in materia di clima in termini di riduzione di emissioni di anidride carbonica e fissando l’obiettivo della neutralità climatica a livello nazionale. A tal proposito, l’UE ha poi incoraggiato la Cina a lanciare al più presto il suo sistema nazionale di scambio di quote di emissioni. Inoltre, l’Unione europea ha sottolineato l’importanza di una moratoria in Cina per la costruzione di centrali elettriche a carbone e il finanziamento della loro costruzione all’estero, come parte di un’iniziativa globale. 

L’UE ha sottolineato che gli impegni congiunti sulla biodiversità potrebbero cambiare le regole del gioco a livello globale e la Cina ha un ruolo chiave da svolgere come ospite della Conferenza delle parti il prossimo anno. Un ambizioso accordo globale sarebbe un risultato importante in tale ambito. 

Sulla risposta al COVID-19, l’UE ha sottolineato la responsabilità condivisa di partecipare agli sforzi globali per arrestare la diffusione del virus, promuovere la ricerca su trattamenti e vaccini e rafforzare il ruolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche attraverso la piena attuazione della Risoluzione dell’OMS dello scorso maggio. L’UE ha inoltre sottolineato che le misure di ripresa economica dovranno sostenere la transizione verso un’economia più verde e più sostenibile.

Diritti umani 

Occorre sottolineare che recentemente, la popolarità cinese in seno all’UE ha subito un brusco calo, soprattutto per questioni legate ai diritti umani. In particolare, l’Unione europea ha criticato la Cina per la presunta repressione della minoranza degli Uiguri nella regione autonoma del Xinjiang e per la questione di Hong Kong, dove le autorità hanno arrestato molti manifestanti pro-democrazia e dove, lo scorso 30 giugno, Pechino ha introdotto una nuova legge sulla sicurezza nazionale, che mina le libertà e l’autonomia dei cittadini. Non a caso, il 12 marzo 2019, l’UE aveva definito la Cina un “rivale sistemico” che promuove “modelli alternativi di governance”. Tale definizione servirebbe ad identificare la promozione da parte della Cina di un sistema di tipo autocratico, in contrapposizione con le democrazie di tipo europeo. In seguito al summit dello scorso 22 giugno, lo stesso Charles Michel ha dichiarato che, nonostante l’interdipendenza economica e la necessità di cooperare nell’ambito di tematiche come quella della lotta al cambiamento climatico, la Cina e l’UE non condividono gli stessi valori, sistemi politici ed il medesimo approccio al multilateralismo.

A tal proposito, il 14 settembre i leader dell’UE hanno ribadito le loro gravi preoccupazioni per l’erosione dei diritti e delle libertà fondamentali a seguito dell’imposizione della Legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, in violazione degli impegni internazionali della Cina. I leader hanno, inoltre, ribadito le preoccupazioni dell’UE per il rinvio delle elezioni del Consiglio legislativo e la squalifica dei candidati, nonché per il trattamento delle minoranze etniche e religiose, le limitazioni alla libertà di espressione e all’accesso alle informazioni. Sul tema le due parti hanno, infine, convenuto che, entro la fine dell’anno, in Cina, si svolgerà un dialogo sui diritti umani. 

Il caso Navalny e la condanna europea

EUROPA di

Il 20 agosto, Alexei Navalny, il principale oppositore del Presidente russo Vladimir Putin, dopo aver accusato malori durante un volo tra Tomsk e Mosca, costringendo l’aereo su cui viaggiava a fare un’atterraggio di emergenza a Omsk, è stato ricoverato in terapia intensiva per un presunto avvelenamento. Prima di permettere il suo trasferimento all’estero, i medici di Omsk hanno cambiato più volte versione sulle sue condizioni, escludendo un avvelenamento. Trasferito a Berlino, l’ospedale Charité  ha diffuso un comunicato stampa in cui spiega che Navalny sta ricevendo cure per un’intossicazione da inibitori della colinesterasi, pericolose tossine derivate dall’avvelenamento con un pericoloso agente nervino, il novichok, sviluppato in Russia tra gli anni 80 e 90 e già usato in passato per avvelenare gli oppositori del Presidente Putin. La Russia è chiamata urgentemente a fare chiarezza sul caso: questo l’appello della comunità internazionale, Germania in testa. Quest’ultima è a capo della presidenza di turno al Consiglio dell’UE, non a caso, il 3 settembre, è arrivata la reazione delle istituzioni europee, che hanno esortato i leader dell’UE a condannare in modo chiaro l’uso di un agente chimico contro Navalny, auspicando una risposta internazionale comune.

L’avvelenamento e l’accusa tedesca

Alexei Navalny ha 44 anni, oltre ad essere il più importante e noto dissidente politico di Vladimir Putin, è considerato anche un efficace giornalista investigativo, come dimostrato dalla pubblicazione di diverse inchieste che hanno portato alla luce scandali di corruzione. A causa della sua attività politica e del suo lavoro da giornalista, nel corso degli anni è stato più volte arrestato e oggetto di attacchi. Nel 2017 un attivista filo-putiniano lo attaccò con una sostanza chimica, lasciandolo parzialmente cieco da un occhio. Nel 2019 subì un presunto tentativo di avvelenamento mentre era in carcere per scontare una pena a 30 giorni di reclusione dopo aver organizzato una manifestazione non autorizzata. Fino a giungere allo scorso 20 agosto, quando durante un volo tra Tomsk e Mosca ha accusato malori derivanti da un avvelenamento da novichok, smentito da Mosca, ma certificato dall’equipe di medici che lo ha preso successivamente in cura a Berlino.

 

La Cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha chiesto in prima persona a Mosca di fare urgentemente chiarezza sul caso: “Ci sono domande a cui solo il governo russo può e deve rispondere” – ha incalzato – il mondo aspetterà le risposte”. “L’ospedale Charité ha dato incarico a specialisti di tossicologia dell’esercito tedesco per delle analisi – ha continuato la Cancelliera – adesso c’è un referto chiaro: Alexey Navalny è stato vittima di un agguato, con un agente chimico nervino del novichok. Questo veleno è stato rilevato senza alcun dubbio. E quindi è sicuro che sia stato vittima di un crimine. Avrebbe dovuto essere ridotto al silenzio”. “Io condanno a nome di tutto il governo con la massima forza l’accaduto”, ha concluso la Merkel.

Il Cremlino, da parte sua, respinge le accuse di un suo possibile coinvolgimento nel presunto avvelenamento di Navalny e sostiene che non vi siano motivazioni che giustifichino eventuali sanzioni contro la Russia.

La reazione europea

Il 3 settembre l’Unione europea, tramite una nota ufficiale del suo Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha condannato con la massima fermezza l’avvelenamento del leader dell’opposizione russa, Alexei Navalny. Borrell, chiarendo la posizione dell’Unione dopo la conferma dei risultati dei test eseguiti all’ospedale Charité di Berlino, ha auspicato una risposta internazionale comune, sottolineando il diritto di intraprendere “azioni appropriate” contro la Russia. Egli ha ribadito con fermezza che “l’uso di armi chimiche in qualsiasi circostanza è del tutto inaccettabile e costituisce una violazione del diritto internazionale”. L’Unione europea, pertanto, invita la Federazione russa a cooperare pienamente con l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) per garantire un’indagine internazionale imparziale.

 

Posizione condivisa anche dal Parlamento europeo, più di 100 eurodeputati di vari gruppi politici, infatti, in una lettera indirizzata alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea e all’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, hanno chiesto di avviare un’indagine internazionale e di considerare la possibilità di nuove sanzioni contro la Russia. “Rimaniamo estremamente scettici sul fatto che le autorità russe siano idonee e disponibili a indagare sul reale contesto di questo crimine – si legge nella lettera – Riaffermiamo la necessità da parte dell’Ue di istituire rapidamente il meccanismo di sanzione delle violazioni dei diritti umani dell’Ue, in modo da poter individuare i responsabili dietro agli attacchi contro esponenti dell’opposizione e giornalisti”. Anche il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, si è espresso chiaramente sulla questione in un tweet: “Il governo russo deve ascoltare l’UE. Tutta l’Europa è seriamente preoccupata per l’avvelenamento di Navalny con un agente nervino. Questo caso deve essere indagato a fondo” queste le sue parole.

 

Il 2 settembre anche la Nato si è espressa sull’avvelenamento, definendolo “scioccante” e condannandolo con forza, come si legge nel comunicato del Segretario generale Jens Stoltenberg.

 

 

Il vertice estivo franco-tedesco a Fort Bregançon

EUROPA di

La preoccupazione per l’aumento dei casi di Covid-19, il sostegno ad una mediazione europea in Bielorussia, l’allarme per le condizioni dell’oppositore russo Navalnyj e le tensioni nel Mediterraneo orientale: questi i principali temi affrontati dal Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e la Cancelliera tedesca Angela Merkel nel summit tenutosi il 20 agosto a Fort Bregançon, la residenza estiva del Presidente francese in Costa Azzurra. È il primo vertice tra i due leader in questa sede e la Cancelliera si è detta emozionata al pensiero che in quello stesso posto, nel 1985, François Mitterrand invitò il cancelliere Helmut Kohl. Merkel e Macron rafforzano, così, la ritrovata armonia tra le due potenze europee.

La sfida del Covid-19

Il 20 agosto, a Fort Bregançon, Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno passato in rassegna le principali questioni nell’agenda europea ed internazionale.

I due leader hanno espresso preoccupazione per l’aumento dei contagi da Covid-19 nei due Paesi ed in tutta Europa, chiarendo la linea comune nella politica di prevenzione e nella sperimentazione di un vaccino. Testare, tracciare, isolare: queste le parole d’ordine. “In questo momento ci sono più vaccini già nella fase 3 e abbiamo prospettive ragionevoli di avere un vaccino nei prossimi mesi” così Macron ha espresso la sua soddisfazione per la coordinazione europea nella ricerca. “Questo non risolve i problemi delle prossime settimane ma dei prossimi mesi” ha aggiunto.

I due leader hanno manifestato la volontà di non richiudere i rispettivi Paesi e di non privare ulteriormente i cittadini delle loro libertà, rimarcando la necessità di imparare a convivere con il virus, scovando ed isolando i focolai. “Vogliamo in ogni caso evitare che vengano di nuovo chiuse le frontiere nell’Unione europea” ha dichiarato Angela Merkel, per poi evidenziare l’importanza di concordare e sviluppare criteri simili nella gestione della pandemia, muovendosi su basi scientifiche.

Sulla scia del risultato raggiunto con il Recovery Fund, un programma finanziario senza precedenti per affrontare una crisi pandemica senza precedenti, Merkel e Macron hanno sottolineato che se l’obiettivo è comune a tutti gli Stati membri dell’Unione europea, il risultato è tangibile. L’imperativo è ora quello di scongiurare un nuovo confinamento, ridare slancio alla crescita europea ed unirsi in una sola voce nell’ambito della politica estera continentale.

Le altre questioni cruciali

Altro tema condiviso da Francia e Germania è la preoccupazione per le condizioni del leader dell’opposizione russa, Aleksej Navalnyj, avvelenato pochi giorni fa. I due leader hanno offerto a Continue reading “Il vertice estivo franco-tedesco a Fort Bregançon” »

1 2 3 15
Francesca Scalpelli
× Contattaci!
Vai a Inizio